Il capitale si fa Stato

Dopo la marcia inarrestabile del neoliberismo: dallo Stato-impresa americano allo Stato antiterrorista, dalla guerra per l’intelligenza artificiale alla riconquista dei beni comuni

1. Dove eravamo rimasti

Nella prima parte di questa riflessione, «La marcia inarrestabile del neoliberismo», ho sostenuto che la rivoluzione neoliberista non è stata anzitutto una rivoluzione economica, ma una rivoluzione antropologica e comunicativa, pianificata con pazienza dalle élite del capitale transatlantico a partire dal 1947, quando Friedrich von Hayek riunì sulle rive del lago di Ginevra i fondatori della Mont Pèlerin Society. Dal Powell Memorandum alla Commissione Trilaterale, dalla conquista della televisione commerciale al capitalismo della sorveglianza, quel progetto ha sostituito il cittadino con il consumatore, la verità con l’audience, la politica con il marketing.

Chiudevo osservando che la seconda amministrazione Trump aveva reso esplicita la fusione tra capitale digitale e potere politico, con Elon Musk insediato nel cuore dell’apparato federale, e che l’Europa, incapace di costruire alternative proprie, si limitava a regolare ciò che altri progettavano. La risposta che proponevo era una ricostruzione culturale di lungo periodo, una militanza paziente capace di opporre al pensiero unico scuole di formazione, media indipendenti, luoghi di elaborazione collettiva.

Tra quel primo testo e questo c’è stata una tappa intermedia. Nel saggio «I padroni delle macchine e delle menti», pubblicato nel luglio scorso, ho messo a confronto «Libercomunismo» di Emiliano Brancaccio e il mio libro «Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile», sostenendo che la centralizzazione del capitale descritta dall’economista ha oggi un corpo materiale preciso: i data center, il cloud, i semiconduttori, i modelli di intelligenza artificiale. Chiamavo cyberfascismo la saldatura tra concentrazione del capitale e concentrazione del calcolo, e cybercomunismo la risposta possibile: il controllo democratico delle infrastrutture cognitive.

Quella diagnosi resta valida. Ma gli ultimi mesi ci obbligano a fare un passo ulteriore. Un saggio recente di Boaventura de Sousa Santos, sociologo dell’Università di Coimbra, e un’analisi di Manuel Tufró, del Centro de Estudios Legales y Sociales di Buenos Aires, pubblicata a venticinque anni dall’11 settembre, offrono ora gli strumenti per ricomporre i due fili, quello della rivoluzione antropologica e quello del dominio infrastrutturale, e per capire che cosa sta accadendo. La marcia del neoliberismo non si è fermata e non ha soltanto accelerato. È arrivata a destinazione. E arrivandoci ha cambiato natura.

2. Dall’egemonia al possesso

Per comprendere il salto bisogna ricordare un paradosso che la retorica neoliberista ha sempre nascosto. Il neoliberismo non ha mai voluto abolire lo Stato. Gli ordoliberali tedeschi lo dicevano apertamente: il mercato concorrenziale non nasce da sé, va costruito e protetto da uno Stato forte. Hayek e Friedman chiedevano uno Stato leggero nel welfare e pesante nella difesa della proprietà, dei contratti, della moneta. Il Cile di Pinochet, primo laboratorio della dottrina, lo dimostrò con i carri armati: la libertà dei mercati fu imposta sospendendo tutte le altre.

Per mezzo secolo, dunque, il capitale ha usato lo Stato. Lo ha occupato culturalmente, ne ha colonizzato il linguaggio, ne ha piegato le politiche, ha trasformato le sue funzioni in mercati. Era una battaglia gramsciana per l’egemonia: conquistare il senso comune perché le decisioni favorevoli all’accumulazione apparissero naturali, tecniche, inevitabili.

Oggi quella battaglia è stata in larga parte vinta, e il capitale può permettersi di passare alla fase successiva: non più usare lo Stato, ma diventarlo. Santos lo formula con precisione richiamando Hobbes. La distanza tra potere economico e potere politico si è ridotta a tal punto che il primo non ha più bisogno di ricorrere al secondo per espandersi, perché lo esercita direttamente, fino ad assorbire le funzioni che persino la teoria liberale dello Stato minimo considerava intoccabili, come la difesa, l’ordine pubblico e il prelievo fiscale. Santos lo chiama «Stato USA Inc.», lo Stato-impresa. È il passaggio dall’egemonia al possesso.

È un passaggio che la categoria stessa di neoliberismo fatica a descrivere. Il neoliberismo prometteva, almeno nella sua versione pubblicitaria, concorrenza, piccoli imprenditori, consumatori sovrani. Ciò che emerge è invece un sistema di monopoli tecnologici che non competono sul mercato ma lo possiedono, che non chiedono favori ai governi ma ne scrivono le politiche, che non subiscono la regolazione ma la sostituiscono con i propri algoritmi. Yanis Varoufakis parla di tecno-feudalesimo; Santos preferisce parlare di esito post-liberale del liberalismo, di un liberalismo che, spinto fino al limite, si rovescia dialetticamente nel suo contrario. Le due letture convergono su un punto: la forma politica che sta nascendo non è più la democrazia liberale, neppure nella sua versione svuotata. È qualcos’altro.

3. Il nome del nuovo dominio

Santos descrive la forma politica di questa trasformazione. Il concetto di cyberfascismo permette di descriverne la base materiale. Brancaccio ha mostrato, con gli strumenti dell’econometria, che il mercato lasciato a sé stesso non moltiplica i soggetti economici ma li elimina: la concorrenza non disperde il potere, lo concentra. Ha chiamato esocapitale la rete di controllori che governa il capitale mondiale al di sopra degli Stati, e oltrefascismo transnazionale la forma storica in cui la libertà assoluta del capitale finisce per divorare tutte le altre libertà.

I numeri danno corpo alla tendenza. Nel giugno di quest’anno, come ho documentato nel saggio su Brancaccio, le prime quattro società tecnologiche statunitensi capitalizzavano insieme circa dodicimila miliardi di dollari, oltre cinque volte il prodotto interno lordo italiano, e Alphabet, Amazon, Microsoft e Meta avevano programmato per il solo 2026 investimenti in conto capitale superiori a settecento miliardi di dollari. Più di tre Piani Marshall all’anno, decisi non da governi eletti ma da quattro consigli di amministrazione.

Cyberfascismo non indica il ritorno delle camicie nere né una nostalgia del Novecento. Indica una forma di organizzazione del potere in cui la concentrazione economica diventa concentrazione tecnologica, la concentrazione tecnologica diventa concentrazione cognitiva, e quest’ultima tende a trasformarsi in concentrazione politica. Umberto Eco avvertiva che il fascismo può tornare sotto le vesti più innocenti. Oggi quelle vesti sono l’architettura invisibile delle piattaforme: gli algoritmi che filtrano l’informazione, classificano gli individui, predicono i comportamenti e orientano l’attenzione di miliardi di persone.

È qui che la lettura di Santos e quella del cyberfascismo si completano. Lo «Stato USA Inc.» ne è la forma istituzionale; il cyberfascismo ne è l’anatomia. Chi possiede l’intera filiera del calcolo, dall’estrazione delle terre rare ai semiconduttori, dal cloud ai data center fino ai modelli linguistici, non ha più bisogno di conquistare lo Stato: è lo Stato ad avere bisogno di lui per funzionare.

4. New Albany, laboratorio dello Stato-impresa

Se il Cile del 1973 fu il laboratorio del neoliberismo, il laboratorio dello Stato-impresa ha un indirizzo meno esotico: la periferia di Columbus, nell’Ohio. Qui, secondo l’inchiesta della giornalista Whitney Webb discussa nel Chris Hedges Report nell’agosto di quest’anno, sta prendendo forma quello che i promotori chiamano «Silicon Heartland», il cuore di silicio d’America.

Il protagonista è Leslie Wexner, l’uomo più ricco dell’Ohio, noto soprattutto come il più importante finanziatore di Jeffrey Epstein. Attraverso la New Albany Company, Wexner ha acquisito nel corso di decenni il controllo dei terreni su cui oggi sorgono un enorme polo di data center, stabilimenti di semiconduttori e campus tecnologici. Accanto a lui si muovono figure come Peter Thiel, cofondatore di Palantir. Gli strumenti sono quelli del partenariato pubblico-privato portato all’estremo: agenzie di sviluppo dal nome rassicurante come JobsOhio, società private di sviluppo urbano, leggi statali ritagliate su misura, denaro pubblico convogliato verso investimenti privati. Il risultato, sostiene Webb, è una città di fatto amministrata da interessi privati e venduta al pubblico come «smart city».

Santos coglie il punto essenziale: in queste partnership gli interessi privati si trasformano in interesse pubblico, e le tasse dei cittadini finanziano i progetti degli investitori. Non è corruzione nel senso tradizionale, cioè deviazione dalla regola. È la regola che cambia titolare. Le stesse imprese che costruiscono città private sono quelle che vincono gli appalti federali per la difesa e l’intelligence e che contribuiscono a definire la politica di sicurezza nazionale. Il cerchio si chiude: chi possiede l’infrastruttura digitale possiede la città, chi possiede la città orienta lo Stato, chi orienta lo Stato decide la guerra.

C’è un ulteriore elemento che l’inchiesta mette in luce e che Santos riprende: l’intreccio tra queste reti di investimento e le start-up tecnologiche israeliane, al punto che la politica di sicurezza statunitense rischia di diventare tecnologicamente ostaggio degli interessi di sicurezza di Israele. Chi ha seguito in questi anni il ruolo delle tecnologie di sorveglianza e di puntamento automatizzato a Gaza sa che non si tratta di un dettaglio. Il contratto Project Nimbus, con cui nel 2021 Google e Amazon si sono impegnate a fornire al governo e all’esercito israeliani servizi di cloud e intelligenza artificiale per 1,2 miliardi di dollari, contiene, secondo le inchieste del Guardian, di +972 Magazine e di Local Call, una clausola che vieta alle due aziende di sospendere il servizio anche quando l’uso violi i loro stessi termini. I sistemi Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, rivelati dalle stesse testate, hanno applicato alla popolazione della Striscia la logica della profilazione commerciale, trasformando le vite in dati e i dati in obiettivi. Gaza non è un’eccezione al sistema: ne è la verifica sperimentale, il luogo in cui il fornitore privato di infrastruttura si salda al proprio cliente militare e l’impresa diventa parte dell’apparato di guerra.

5. Il nuovo Powell Memorandum porta la firma della Silicon Valley

Ogni rivoluzione conservatrice ha i suoi manifesti. Nel primo articolo ho ricordato il memorandum che l’avvocato Lewis Powell inviò il 23 agosto 1971 alla Camera di Commercio degli Stati Uniti, intitolato «Attack on American Free Enterprise System». Era un appello alle armi: il mondo degli affari doveva smettere di subire le critiche di università, media, movimenti e tribunali, e passare al contrattacco, finanziando think tank, cattedre, giornali, cause legali. Due mesi dopo Powell fu nominato giudice della Corte Suprema.

Mezzo secolo più tardi, il ruolo di quel memorandum è stato assunto da un testo che non ha nemmeno bisogno di restare riservato. Nell’ottobre del 2023 Marc Andreessen, uno dei più potenti investitori della Silicon Valley, ha pubblicato «The Techno-Optimist Manifesto», preceduto qualche mese prima da un saggio dal titolo eloquente, «Why AI Will Save the World». Santos li cita ampiamente, e vale la pena rileggerli con gli occhi di chi conosce la storia del Powell Memorandum.

Il manifesto proclama che le società, come gli squali, o crescono o muoiono; che i mercati sono generativi e non sfruttatori; che non esiste alcun conflitto tra profitto capitalista e protezione dei più vulnerabili; che l’intelligenza artificiale è la nuova pietra filosofale. Ma il passaggio più rivelatore è l’elenco dei nemici. Andreessen scrive che i nemici non sono persone, ma idee sbagliate, e le elenca: il rischio esistenziale, la sostenibilità, i criteri ambientali, sociali e di governance, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, la responsabilità sociale d’impresa, il principio di precauzione, l’etica della tecnologia, la decrescita, i limiti dello sviluppo.

È lo stesso gesto di Powell, aggiornato. Allora il bersaglio erano le voci che mettevano in discussione il libero mercato; oggi sono tutte le forme, anche le più timide, con cui la società ha cercato di porre un limite all’accumulazione: il limite ecologico, il limite etico, il limite della prudenza. Tutto ciò che rallenta diventa, nel lessico del manifesto, una campagna di demoralizzazione di massa. E se Powell chiedeva di conquistare le istituzioni, i suoi eredi digitali immaginano di sostituirle.

Nel saggio sull’intelligenza artificiale che salverà il mondo, Andreessen promette a ogni bambino un tutor artificiale infinitamente paziente, a ogni persona un terapeuta digitale, a ogni dirigente un consigliere algoritmico, e arriva a sostenere che l’IA renderà la guerra meno sanguinosa. Chi ha letto il primo articolo riconoscerà il meccanismo: è la stessa promessa di abbondanza con cui il neoliberismo ha venduto la privatizzazione dei servizi pubblici, trasferita dal mercato alla macchina. La relazione umana, la cura, l’educazione, la deliberazione politica vengono ridefinite come inefficienze da ottimizzare. E la chiusura del saggio è apertamente geopolitica: il vero rischio dell’IA, scrive Andreessen, è che la Cina vinca la corsa. La strategia proposta è quella di Reagan contro l’Unione Sovietica: noi vinciamo, loro perdono.

6. L’Illuminismo oscuro e la fine del cittadino

Dietro l’ottimismo pubblicitario c’è una filosofia politica meno presentabile, che Santos individua nel cosiddetto «Illuminismo oscuro» e nel movimento neoreazionario. I riferimenti sono Nick Land, ex docente dell’Università di Warwick, passato dall’accelerazionismo di ispirazione deleuziana a una teoria apertamente antidemocratica, e Curtis Yarvin, il blogger che sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug ha elaborato il «neocameralismo», poi ripreso e diffuso da Land. La loro tesi è radicale: l’Illuminismo è stato un errore, la democrazia e il progressismo sociale sono cause di stagnazione, lo Stato moderno è una struttura superata, destinata a essere sostituita da un capitalismo guidato dall’intelligenza artificiale.

Il modello proposto è lo Stato come società per azioni, guidato da un amministratore delegato con poteri assoluti, incaricato di garantire profitti ed efficienza, in cui i cittadini diventano clienti e azionisti. Chi dissente non ha diritto di parola: può soltanto andarsene e cercare un altro Stato-azienda. È la riduzione estrema della celebre distinzione di Albert Hirschman tra la protesta e la defezione, tra la voce e l’uscita: la voce viene abolita, resta solo l’uscita.

Qui la continuità con la prima parte di questa analisi è evidente. Il neoliberismo ha trasformato il cittadino in consumatore. Il neocameralismo porta a compimento quella trasformazione: se il cittadino è un cliente, lo Stato è un fornitore, e con un fornitore non si delibera, lo si cambia. La democrazia non viene abbattuta: diventa semplicemente superflua, come il servizio clienti di un’azienda che non ha concorrenti.

Sarebbe un errore considerare queste idee come stravaganze da forum. Santos osserva che esse saldano due consensi apparentemente distinti, quello sull’intelligenza artificiale e quello dell’estrema destra, e che alimentano oggi la crescita della destra radicale globale. Peter Thiel, che ha finanziato l’ascesa politica dell’attuale vicepresidente JD Vance, scriveva già nel 2009 di non credere più che libertà e democrazia fossero compatibili. Mark Fisher osservava che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. I neoreazionari hanno risolto il problema a modo loro: hanno immaginato la fine della democrazia come condizione perché il capitalismo non finisca.

7. La mano visibile: lo Stato antiterrorista

Ogni volta che il capitale ha compiuto un salto di fase, ha avuto bisogno di una forza capace di disciplinare le resistenze. La mano invisibile del mercato ha sempre avuto al suo fianco una mano visibile, e armata. Il saggio di Manuel Tufró, coordinatore del gruppo di lavoro su sicurezza democratica e violenza istituzionale del CELS argentino, permette di vedere come questa mano si sia riorganizzata negli ultimi venticinque anni.

Il punto di partenza è l’11 settembre 2001. La risposta statunitense agli attentati non fu soltanto una guerra globale senza fine che, secondo il progetto Costs of War della Brown University citato da Tufró, ha provocato oltre 900.000 morti dirette nei vent’anni successivi e circa 3,8 milioni di morti indirette per il collasso di infrastrutture ed economie. Fu anche la nascita di una nuova forma statale: lo Stato antiterrorista. Il confine tra giustizia penale e diritto di guerra si è dissolto; la logica della prevenzione ha sostituito quella della prova; è nato un sistema giuridico parallelo senza diritto di difesa e senza controllo.

Il cuore di questo dispositivo è la logica dell’etichetta. Basta che lo Stato designi una persona o un’organizzazione come terrorista perché le conseguenze scattino, senza prove né processo: congelamento dei beni, divieti, sanzioni, iscrizione in liste da cui è quasi impossibile uscire. Ciò che era nato come eccezione è diventato norma, e una volta messo in moto non è stato più smantellato. Anche l’architettura antiterrorismo delle Nazioni Unite, osserva Tufró, prevede tra i suoi pilastri il rispetto dei diritti umani, ma l’interesse ad applicarlo è rimasto scarso o nullo.

Si comprende allora la complementarità tra i due fenomeni. Lo Stato-impresa privatizza le funzioni pubbliche e concentra il potere nelle mani di chi possiede l’infrastruttura digitale; lo Stato antiterrorista fornisce lo strumento per neutralizzare chi si oppone, trasformando il dissenso in minaccia alla sicurezza. E la sorveglianza di massa, che il capitalismo digitale ha reso tecnicamente possibile e commercialmente redditizia, è il punto in cui le due logiche si incontrano: le stesse piattaforme che profilano i consumatori profilano i sospetti.

8. America Latina, di nuovo laboratorio

Nel primo articolo ricordavo che il neoliberismo ebbe il suo battesimo di fuoco in America Latina, nel Cile del generale Pinochet e dei Chicago Boys. Mezzo secolo dopo, il continente torna a essere laboratorio. Tufró descrive una sequenza che si ripete quasi identica in El Salvador, Ecuador, Honduras e Perù: episodi reali di violenza giustificano l’uso della categoria di terrorismo e legittimano misure d’emergenza; le misure si consolidano, diventano normali e cominciano a essere usate per perseguitare oppositori politici. In paesi con livelli di violenza assai più bassi, come l’Argentina e il Cile, si è tentato per anni di trattare come terrorismo i conflitti territoriali con i popoli indigeni, a cominciare dai Mapuche; con l’arrivo dei governi di estrema destra, anche lì lo Stato si sta riorganizzando secondo principi antiterroristici.

Il ritorno di Trump ha trasformato questa tendenza in politica emisferica. Gli Stati Uniti considerano di nuovo l’America Latina una zona di dominio esclusivo, e il piano, scrive Tufró, è mobilitare l’intero continente in un processo di militarizzazione subordinato al Comando Sud, con la lotta al «narco-terrorismo» come pretesto. Il segretario di Stato Marco Rubio, in un vertice che ha riunito rappresentanti di oltre sessanta paesi, ha lanciato l’allarme su una presunta recrudescenza del terrorismo di sinistra, promuovendo l’allargamento della definizione di terrorismo fino a includervi forme di opposizione politica.

È la dottrina Monroe con gli strumenti del ventunesimo secolo. Nel 1973 servivano i golpe; oggi bastano le liste di designazione, le basi, gli accordi di cooperazione militare e il consenso delle élite locali. Il risultato è lo stesso: la sovranità dei popoli subordinata alla sicurezza degli investimenti.

Tufró richiama una riflessione della studiosa argentina Pilar Calveiro, autrice di «Violencias de Estado»: il concetto di terrorismo crea un legame tra politica e criminalità che permette di criminalizzare chi si oppone alle forme attuali di oppressione, dal genocidio alla distruzione ambientale, dall’impoverimento alla violenza politica di destra. Quelle forme di azione collettiva rimandano, in ultima analisi, a un diritto un tempo riconosciuto: il diritto alla ribellione. È precisamente questo diritto che il paradigma antiterrorista vuole cancellare dall’orizzonte del pensabile.

9. Pax Silica contro WAICO: due capitalismi, un solo pianeta

Lo Stato-impresa americano non è solo sulla scena. Santos lo mette a confronto con l’altro grande polo del capitalismo globale, lo Stato-partito cinese, e sceglie come cartina di tornasole proprio l’intelligenza artificiale. Il confronto trova quest’anno un riscontro istituzionale preciso: due architetture rivali per il governo della tecnologia che deciderà il secolo.

Da una parte c’è la Pax Silica, l’iniziativa del Dipartimento di Stato lanciata nel dicembre 2025 per mettere in sicurezza, tra paesi alleati e considerati affidabili, l’intera filiera dell’intelligenza artificiale: minerali critici, energia, manifattura avanzata, semiconduttori, infrastrutture di calcolo, logistica. Il nome stesso richiama la Pax Romana e la Pax Americana, e non per caso. Tra i firmatari fondatori, accanto a Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Singapore e Australia, c’è Israele; l’Unione europea partecipa come ospite, non come firmataria. Come ha osservato il Real Instituto Elcano, Washington preferisce trattare bilateralmente con singoli paesi europei, a cominciare dai Paesi Bassi che attraverso ASML controllano le macchine per la litografia, secondo una strategia che vede in un’Europa frammentata uno spazio più facile da gestire. Lo stesso istituto nota che l’alleanza crea una gerarchia interna, separando gli alleati dai clienti.

Dall’altra parte c’è la World Artificial Intelligence Cooperation Organization, la WAICO. Il 16 luglio 2026, alla vigilia della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai, i rappresentanti di ventinove paesi, tra cui Kazakistan, Laos, Pakistan, Russia e Indonesia, hanno firmato l’accordo istitutivo; per la Cina ha firmato il ministro degli Esteri Wang Yi, alla presenza del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Il giorno successivo, aprendo la conferenza, Xi Jinping ha sostenuto che l’IA deve diventare un bene pubblico globale e non il privilegio di pochi paesi e poche imprese, ha chiesto regole comuni in un quadro multilaterale che riconosca il ruolo delle Nazioni Unite e ha annunciato cinquemila posti di formazione per i paesi in via di sviluppo nei prossimi cinque anni. Una precisazione di fatto: nel testo di Santos la firma dell’accordo e il discorso di Xi appaiono come un unico evento; si tratta in realtà di due momenti distinti, a un giorno di distanza.

Il contrasto tra le due visioni è netto. Per lo Stato-impresa americano, l’IA è lo strumento con cui la proprietà privata diventa potere sociale e politico, e insieme l’arma di una nuova guerra fredda. Per lo Stato-partito cinese, almeno nella formulazione ufficiale, l’IA va governata multilateralmente, condivisa con il Sud globale, sottratta all’estensione eccessiva del concetto di sicurezza nazionale. Santos ne conclude che la concezione cinese offre, almeno potenzialmente, maggiori garanzie di pace e di benefici condivisi.

10. Leggere Santos senza cadere nel campismo

Chi scrive da una prospettiva anti-imperialista ha il dovere di riconoscere la forza di questo argomento. La politica estera cinese non ha prodotto guerre di aggressione paragonabili a quelle condotte dagli Stati Uniti negli ultimi venticinque anni; la Belt and Road ha costruito infrastrutture là dove l’Occidente imponeva piani di aggiustamento strutturale; la Cina, ricorda Santos, ha portato centinaia di milioni di persone fuori dalla povertà estrema. Il rifiuto di schierarsi automaticamente con Washington è una condizione minima di lucidità.

Ma l’anti-imperialismo non è campismo, cioè l’idea che il nemico del mio nemico sia per ciò stesso un modello. E lo stesso Santos, a ben leggere, lo riconosce: la retorica non coincide necessariamente con la pratica, la competizione tra le due potenze è evidente, la proprietà privata ha assunto in Cina un ruolo crescente, e i due sistemi potrebbero convergere più che divergere. Sulla scena internazionale, conclude, la rivalità è tra due forme distinte di globalizzazione capitalista, entrambe voraci di risorse naturali.

Alcuni passaggi del suo ragionamento meritano più cautela di quanta ne usi. La nozione di democrazia materiale, misurata sul miglioramento delle condizioni di vita, è una categoria seria, ma non può diventare un alibi per ignorare la repressione del dissenso, del lavoro organizzato in forma autonoma, delle minoranze. E anche sul piano materiale le contraddizioni non mancano, a cominciare proprio da quelle che l’intelligenza artificiale sta aggravando. Nell’agosto 2026 la disoccupazione giovanile urbana cinese nella fascia tra i 16 e i 24 anni è salita al 18,9 per cento, il livello più alto da un anno, mentre circa 12,7 milioni di neolaureati entravano in un mercato del lavoro già provato dal rallentamento economico e dalla rapida diffusione dell’IA. La macchina che dovrebbe liberare il lavoro, sotto qualunque bandiera, per ora lo sta anzitutto rendendo superfluo.

Il mondo multipolare è un fatto, e un fatto positivo rispetto all’unipolarismo armato degli ultimi trent’anni: apre margini di autonomia che i popoli del Sud globale stanno già sfruttando. Ma non è di per sé un’alternativa. È lo spazio in cui un’alternativa può essere costruita, a condizione che qualcuno la costruisca.

11. Un’enciclica contro gli oligarchi

C’è un dato culturale che il primo articolo non poteva prevedere. La critica più netta all’ideologia dei signori dell’intelligenza artificiale, negli ultimi mesi, non è arrivata da un governo socialdemocratico europeo né da un grande partito progressista. È arrivata dal Vaticano.

«Magnifica humanitas», la prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 nel centotrentacinquesimo anniversario della «Rerum novarum» e pubblicata il 25 maggio, è dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il suo punto di partenza è l’opposto esatto del tecno-ottimismo: la tecnologia non è neutrale, perché prende il volto di chi la progetta, la finanzia, la regola e la usa. L’enciclica constata che i principali motori dello sviluppo sono oggi attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse superiori a quelle di molti governi, e che proprio questo carattere privato rende tale potere più difficile da governare e da orientare al bene comune. Chiede di disarmare l’intelligenza artificiale, di superare la dottrina della guerra giusta, e invita perfino a educarsi a digiunare dall’IA.

Santos nota che la visione cinese dell’IA come bene pubblico globale è più vicina a quella del Papa che a quella degli oligarchi americani. Si può aggiungere un’osservazione di metodo, di ispirazione gramsciana: quando un blocco egemonico comincia a perdere il consenso di istituzioni che per secoli hanno contribuito a formare il senso comune, qualcosa si incrina. Non si tratta di arruolare la Chiesa in un fronte politico che non le appartiene, né di tacere le distanze profonde su molti terreni. Si tratta di riconoscere che la difesa della dignità umana contro la sua riduzione tecnica è un terreno comune su cui si possono costruire alleanze larghe, molto più larghe della sinistra organizzata.

12. L’Europa ospite, l’Italia allineata

In questo quadro, dove si colloca l’Europa? Nel primo articolo la descrivevo come un continente che regola senza costruire. La Pax Silica aggiunge una dimensione nuova a quella subalternità: l’Unione europea non siede al tavolo come membro, ma come invitata, mentre Washington tratta separatamente con le capitali che controllano un segmento utile della filiera. Il continente che aveva inventato il welfare, i beni pubblici, la cittadinanza sociale si ritrova cliente di un’alleanza tecnologica altrui, e contemporaneamente impegnato in un riarmo di dimensioni storiche che sottrae risorse proprio a quei servizi pubblici che dovrebbero costituire la sua differenza.

L’Italia, in questa gerarchia, occupa la posizione dell’alleato disciplinato. Si è dotata nel 2025 di una legge nazionale sull’intelligenza artificiale che disciplina gli usi ma non costruisce capacità pubblica, mentre cresce la dipendenza da infrastrutture di calcolo e servizi cloud controllati da imprese statunitensi. Il rischio non è soltanto economico. È politico. Un paese che non controlla l’infrastruttura su cui transitano i dati della sanità, della scuola, della pubblica amministrazione e della giustizia ha già ceduto una parte della propria sovranità democratica, senza che nessuno l’abbia mai messa ai voti.

La risposta non può consistere nell’inseguire Washington o Pechino per diventare il terzo capitalismo digitale del pianeta. L’Europa possiede università di eccellenza, grandi centri di ricerca, competenze industriali e una tradizione giuridica di tutela dei diritti fondamentali. Dispone cioè delle condizioni per costruire un modello diverso: un polo europeo dell’intelligenza artificiale sotto controllo democratico, una produzione propria di semiconduttori, un cloud pubblico, data center di proprietà collettiva, software libero e standard aperti, i dati prodotti dalla collettività trattati come beni comuni e non come materia prima da estrarre. Il dibattito europeo dovrebbe passare da una logica regolatoria a una logica costituente.

È qui che la lezione del primo articolo ritrova tutta la sua attualità. La subalternità europea non è anzitutto tecnologica: è culturale. Nasce da quarant’anni in cui le classi dirigenti del continente, compresa gran parte della sinistra di governo, hanno accettato l’idea che lo Stato non debba produrre, progettare, possedere, ma soltanto regolare e privatizzare. Non si costruisce un’intelligenza artificiale pubblica con classi dirigenti che non credono più nel pubblico.

13. Da Cybersyn al cybercomunismo

C’è una pagina di storia che lega il primo articolo a questo, e che rovescia il senso del laboratorio cileno. Prima di diventare la cavia del neoliberismo, il Cile era stato il laboratorio dell’esperimento opposto. Tra il 1971 e il 1973 il governo di Salvador Allende affidò al cibernetico britannico Stafford Beer il progetto Cybersyn: una rete di telescriventi che collegava le imprese pubbliche a una sala operativa nazionale, concepita non per sorvegliare la società ma per coordinare democraticamente l’economia, far circolare le informazioni tra imprese e governo e rendere più efficiente la pianificazione senza annullare l’autonomia delle unità produttive. Durante la serrata dei camionisti dell’ottobre 1972, quel sistema permise al governo di organizzare i rifornimenti e di reggere l’urto.

Due 11 settembre attraversano questa storia. Quello del 1973, con il colpo di Stato di Pinochet, spense Cybersyn e accese il laboratorio dei Chicago Boys. Quello del 2001 inaugurò lo Stato antiterrorista descritto da Tufró. Il primo distrusse un progetto di tecnologia democratica per fare posto al mercato armato; il secondo fornì al mercato armato gli strumenti giuridici per durare. Cybersyn non fallì per limiti tecnici. Fu sconfitto politicamente, con le armi. E questo basta a smentire il determinismo tecnologico: gli stessi strumenti possono essere progettati per concentrare il potere oppure per distribuirlo, come ha mostrato Andrew Feenberg e come denuncia Lelio Demichelis smascherando il tecno-capitalismo che si presenta come destino.

È da qui che nasce la proposta che ho chiamato cybercomunismo. Non un ritorno ai modelli del Novecento, né una riproposizione del socialismo reale, ma un aggiornamento del materialismo storico. Marx osservava la fabbrica; noi osserviamo il data center. La domanda, però, è rimasta la stessa: chi controlla i mezzi fondamentali della produzione? Il problema non è l’intelligenza artificiale. Il problema è la proprietà dell’intelligenza artificiale. Nel ventunesimo secolo non esiste sovranità politica senza sovranità tecnologica, né democrazia sostanziale senza controllo collettivo delle infrastrutture cognitive.

Questa prospettiva offre anche una via d’uscita dal dilemma lasciato aperto da Santos. Tra lo Stato-impresa americano e lo Stato-partito cinese non siamo condannati a scegliere il male minore. La terza via non è un altro capitalismo, ma la socializzazione democratica delle infrastrutture del calcolo. Con la potenza di elaborazione oggi disponibile, ciò che Beer e Allende potevano soltanto immaginare è tecnicamente alla nostra portata. Manca la volontà politica, non la tecnologia.

14. Beni comuni e diritto alla ribellione

Santos chiude il suo saggio indicando l’unico orizzonte all’altezza della crisi: un quadro post-capitalista in cui i beni comuni, non necessariamente statali, prevalgano sulla proprietà privata, e in cui l’umanità riconosca di appartenere alla natura anziché possederla. L’intelligenza artificiale, ricorda contro i tecno-ottimisti, consuma risorse naturali con la stessa voracità delle tecnologie che l’hanno preceduta. Nessuna delle due potenze che si contendono il mondo, conclude, possiede un modello sostenibile nel lungo periodo.

Su questo terreno la tradizione italiana ha qualcosa di prezioso da offrire. È stata la Commissione presieduta da Stefano Rodotà, nel 2007, a proporre di riconoscere nel codice civile una categoria autonoma di beni comuni, sottratti tanto al dominio del mercato quanto all’arbitrio dello Stato, perché funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona. Quella riforma non fu mai approvata, ma l’idea ha vissuto nel referendum sull’acqua pubblica del 2011, quando circa ventisette milioni di italiani affermarono che alcune cose non possono essere merci.

Accanto ai beni comuni, la Costituzione offre uno strumento ancora più diretto, troppo spesso dimenticato. L’articolo 43 stabilisce che, a fini di utilità generale, la legge può riservare o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali, a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale. È difficile immaginare oggi un settore che risponda a questa definizione meglio delle infrastrutture digitali. E il riferimento alle comunità di lavoratori e di utenti indica che la Costituzione non pensava soltanto allo Stato proprietario, ma a forme di gestione collettiva: esattamente ciò di cui avremmo bisogno per sottrarre il calcolo tanto al dominio privato quanto all’arbitrio burocratico. L’articolo 43 non appartiene al passato. Parla direttamente al futuro.

Il passo successivo della militanza paziente che proponevo nel primo articolo è estendere quelle idee al tempo presente. I dati che produciamo vivendo, le infrastrutture di calcolo, la conoscenza accumulata dall’umanità con cui le macchine vengono addestrate, le reti di comunicazione: tutto questo è patrimonio collettivo, e come tale va rivendicato. Non per consegnarlo a uno Stato-partito al posto di uno Stato-impresa, ma per restituirlo a forme di governo democratico, partecipato, controllabile. Un’intelligenza artificiale pubblica, aperta, sottoposta a vincoli costituzionali, orientata al lavoro e alla cura anziché al profitto e alla guerra, non è un’utopia tecnica. È una scelta politica che nessuno, oggi, sta compiendo. Non basta discutere dell’etica degli algoritmi: occorre discutere della loro proprietà. Non basta regolamentare le piattaforme: occorre costruire infrastrutture pubbliche alternative.

C’è poi un secondo passo, più difficile. Lo Stato-impresa e lo Stato antiterrorista hanno in comune un obiettivo: rendere impensabile il conflitto. Il primo lo dissolve nell’uscita individuale, il secondo lo trasforma in reato. Per questo la difesa del diritto al dissenso, alla protesta, all’organizzazione collettiva non è un tema accessorio rispetto alla questione tecnologica: ne è la condizione. La Costituzione italiana è nata da una Resistenza, cioè da una ribellione riconosciuta come fondamento della Repubblica. Pilar Calveiro ricorda che il diritto alla ribellione un tempo era riconosciuto; il compito della nostra generazione è impedire che venga cancellato.

Santos avverte che la differenza tra una transizione ordinata e un progetto rivoluzionario per sopravvissuti dipenderà dal fatto che il cambiamento arrivi prima o dopo una guerra. La marcia del neoliberismo è arrivata a destinazione. La nostra deve ancora cominciare, e il tempo per sceglierne la direzione è adesso.

Fonti

Boaventura de Sousa Santos, «Tra gli USA-Stato-impresa e la Cina-Stato-partito. L’intelligenza artificiale come cartina di tornasole», Meer, ripreso da Other News, 2026.

Manuel Tufró, «Lo Stato antiterrorista ha conquistato l’America Latina», ScheerPost, settembre 2026.

Mario Sommella, «La marcia inarrestabile del neoliberismo», mariosommella.com, 29 aprile 2026, ripreso da Sinistra in Rete: https://mariosommella.com/2026/04/29/la-marcia-inarrestabile-del-neoliberismo-2/

Mario Sommella, «I padroni delle macchine e delle menti», mariosommella.com, 11 luglio 2026, pubblicato anche su La Città Futura: https://mariosommella.com/2026/07/11/i-padroni-delle-macchine-e-delle-menti/

Mario Sommella, «Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile», opera autoprodotta, 2026.

Mario Sommella, «Cybercomunismo. La risposta socialista al cyberfascismo», La Città Futura, 12 giugno 2026.

Emiliano Brancaccio, «Libercomunismo. Scienza dell’utopia», Feltrinelli, 2026.

Chris Hedges e Whitney Webb, «How the Epstein Network Is Privatizing the Government and Building Out the Surveillance State», The Chris Hedges Report, agosto 2026; ripreso da Consortium News, 11 agosto 2026.

Marc Andreessen, «Why AI Will Save the World», giugno 2023, e «The Techno-Optimist Manifesto», ottobre 2023, Andreessen Horowitz.

Lewis F. Powell Jr., «Attack on American Free Enterprise System», memorandum confidenziale del 23 agosto 1971, Powell Archives, Washington and Lee University.

Leone XIV, Lettera enciclica «Magnifica humanitas» sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, Santa Sede; sintesi di Vatican News e AgenSIR, 25 maggio 2026.

Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, pagina ufficiale «Pax Silica»; Real Instituto Elcano, «Pax Silica: alliances, frontier and markets in the geopolitics of the chip», 14 gennaio 2026; BowerGroupAsia, «US Inaugurates Pax Silica With Seven Allies», dicembre 2025.

The Diplomat, «China’s New AI Club: The World Artificial Intelligence Cooperation Organization», 22 luglio 2026; Xinhua, dispaccio del 16 luglio 2026 ripreso dal portale del governo cinese.

National Bureau of Statistics of China, dati sulla disoccupazione urbana per fasce d’età, agosto 2026, elaborazione Trading Economics del 17 settembre 2026.

The Guardian, +972 Magazine e Local Call, inchieste sul contratto Project Nimbus e sui sistemi Lavender, The Gospel e Where’s Daddy, 2023-2025.

Eden Medina, «Cybernetic Revolutionaries. Technology and Politics in Allende’s Chile», MIT Press, 2011.

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Lelio Demichelis, «La religione tecno-capitalista», Mimesis.

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Costituzione della Repubblica italiana, articolo 43.

Costs of War Project, Watson Institute for International and Public Affairs, Brown University.

Pilar Calveiro, «Violencias de Estado. La guerra antiterrorista y la guerra contra el crimen como medios de control global», Siglo XXI, 2012.

Mark Fisher, «Realismo capitalista», 2009.

Albert O. Hirschman, «Lealtà, defezione, protesta», 1970.

Commissione sui beni pubblici presieduta da Stefano Rodotà, Ministero della Giustizia, 2007.

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