La marcia inarrestabile del neoliberismo

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

di Mario Sommella

Una rottura epistemologica che dura ancora

Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.

Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.

Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo

Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo. La conferenza fu finanziata dalla banca svizzera che oggi conosciamo come Credit Suisse. Lo scopo dichiarato era contrastare quella che i partecipanti chiamavano la «marea collettivista» — un’espressione che metteva sullo stesso piano il socialismo, la socialdemocrazia keynesiana, il pianificatore-tipo dello Stato sociale e, retoricamente, perfino il «nazi-socialismo». L’operazione concettuale è già tutta lì: trasformare il welfare europeo in una variante del totalitarismo, in modo da bruciarlo con la stessa fiamma.

Da quella riunione sono partite due correnti che hanno colonizzato il pensiero economico mondiale: la Scuola austriaca di Mises e Hayek, e la Scuola di Chicago di Friedman. Negli anni Sessanta i celebri Chicago Boys — economisti cileni formati alla Università di Chicago grazie a borse del Dipartimento di Stato americano — diventeranno il laboratorio applicato del progetto. La prima sperimentazione avverrà nel Cile di Pinochet dopo il golpe dell’11 settembre 1973, in cui la «terapia d’urto» friedmaniana — privatizzazioni di massa, smantellamento del welfare, repressione sindacale — fu imposta a un popolo intero sulla canna di un fucile. Naomi Klein lo ha documentato con precisione nella Shock Doctrine: il neoliberismo non è la spontanea evoluzione del libero mercato, è un atto politico violento che ha bisogno di crisi, paura e svuotamento democratico per insediarsi.

La controrivoluzione del 1971-1975: Powell, la Trilaterale, l’«eccesso di democrazia»

Mentre gli intellettuali liberali costruivano la cornice teorica, la classe dirigente americana metteva a punto la macchina politica e mediatica per applicarla. Due documenti, oggi noti agli storici come matrici della controrivoluzione neoliberista, segnano il passaggio.

Il primo è il Powell Memorandum, scritto il 23 agosto 1971 dall’avvocato Lewis F. Powell Jr. — che Nixon nominerà giudice della Corte Suprema poche settimane dopo — e indirizzato alla Camera di Commercio degli Stati Uniti. Il titolo era esplicito: Attack on American Free Enterprise System. Powell denunciava un’aggressione al sistema della libera impresa proveniente da università, media liberal e ambienti intellettuali, e proponeva un piano sistematico di lungo periodo: finanziare think tank conservatori, comprare cattedre universitarie, addestrare quadri legali, conquistare i tribunali, occupare i media. Il risultato è documentabile: nel 1971 a Washington c’erano poco più di 170 imprese con uffici di rappresentanza; dieci anni dopo erano oltre 2.400, con circa 9.000 lobbisti registrati. Da quel memorandum nascono o si rilanciano la Heritage Foundation (1973), il Cato Institute, l’American Enterprise Institute (con bilancio decuplicato), la Federalist Society. È la nascita dell’industria americana della «produzione del consenso», per usare l’espressione di Chomsky.

Il secondo documento è ancora più rivelatore. Nel 1975 la Commissione Trilaterale — nata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller e di Zbigniew Brzeziński per coordinare le élite di Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone — pubblica un rapporto intitolato The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies. Lo firmano tre nomi pesanti: il sociologo francese Michel Crozier, il politologo statunitense Samuel P. Huntington (lo stesso del successivo Scontro di civiltà), il giapponese Joji Watanuki. Il succo della tesi è che le democrazie sviluppate sono «ingovernabili» perché soffrono di un eccesso di democrazia. Troppi soggetti — sindacati, movimenti studenteschi, associazioni di base, comunità ecologiste — pretendono di partecipare alle decisioni; le richieste superano la capacità di assorbimento del sistema; di conseguenza, sostengono gli autori, occorre ripristinare il prestigio e l’autorità delle istituzioni di governo centrale e ridurre la partecipazione politica delle masse. L’edizione italiana del 1977, pubblicata da Franco Angeli, recava una prefazione di Giovanni Agnelli: il padronato confindustriale italiano sottoscriveva apertamente la diagnosi.

Quel rapporto è il certificato di nascita ideologico delle democrazie a bassa intensità in cui viviamo. Non è un caso che, quasi mezzo secolo dopo, Mario Monti — sabato 27 novembre 2021, ospite di In Onda su La7 — abbia dichiarato che in tempi di crisi bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione. Monti non ha improvvisato un’eresia: ha ripetuto, con la disinvoltura di chi si sente al sicuro, la dottrina trilateralista. Le greggi non possono guidare il pastore. Lo aveva scritto Walter Lippmann, in piena confidenza, già un secolo prima.

Il colpo di Stato culturale: Thatcher, Reagan, Berlusconi

Tra il 1979 e il 1981, il piano lungo del Mont Pèlerin diventa potere di Stato in tre tappe ravvicinate. Margaret Thatcher vince le elezioni britanniche nel maggio 1979 con un programma esplicitamente friedmaniano e conierà lo slogan che sintetizza l’intero impianto ideologico: There Is No Alternative. Ronald Reagan entra alla Casa Bianca nel gennaio 1981 con un programma di tagli fiscali per i ricchi, deregolamentazione finanziaria e smantellamento dei sindacati (lo sciopero dei controllori di volo del 1981 sarà il momento spartiacque, con il licenziamento di oltre undicimila dipendenti federali). In Italia, il Berlusconi televisivo anticipa il Berlusconi politico di un buon decennio, costruendo l’infrastruttura mediatica su cui si reggerà tutto il ciclo lungo successivo.

È bene fissare le date, perché la storia italiana di quel passaggio viene spesso rimossa. Il monopolio Rai cade con la sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che apre alle emittenti private locali. Nel 1974 Silvio Berlusconi acquisisce Telemilano, una piccola tv via cavo nata per il quartiere Milano 2 di Segrate. Nel 1980 nasce Canale 5: per aggirare il divieto di trasmettere a livello nazionale, Berlusconi inventa il sistema delle videocassette spedite agli affiliati locali che le mandano in onda contemporaneamente in tutta Italia, simulando una rete unica. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi, nel 1984 Rete 4 da Mondadori. Quando i pretori di Torino, Roma e Pescara, fra il 13 e il 16 ottobre 1984, oscurano le tre reti per violazione di legge, è il governo Craxi a salvarlo con un decreto d’emergenza convertito poi in legge. Sei anni dopo, nel 1990, la Legge Mammì legalizza retroattivamente l’intero impero. Nel 1995 un referendum promosso da una parte della società civile tenta di sciogliere il duopolio Rai-Fininvest, ma viene respinto dal 56,9% dei votanti, anche grazie a una campagna massiccia delle stesse reti del Cavaliere.

In dieci anni, la televisione italiana smette di essere un servizio pubblico pedagogico — la Rai democristiana, con tutti i suoi limiti, era una macchina di formazione del cittadino: dalle inchieste di Sergio Zavoli al teatro di Eduardo, dalla scuola di Manzi alla saggistica di Bernabei — e diventa un congegno di marketing. Cambia il linguaggio, cambia il ritmo. Lo storico della televisione Aldo Grasso lo sintetizza in modo memorabile: la Rai aveva tempi lunghi, sospesi, perfino noiosi; la tv commerciale impone un andamento ischemico, strillante, incurante dei nessi. L’interruzione pubblicitaria diventa la nuova grammatica della percezione: tutto si frantuma, tutto si dimentica. Lo spettatore impara a guardare il mondo come una somma di spot.

In quel decennio, Italia ed Europa si aggiornano al fuso orario americano. L’espressione coglie esattamente cosa è successo: una colonizzazione cognitiva, prima ancora che economica. E quella colonizzazione, una volta installata, non l’abbiamo più rimossa.

McLuhan ripreso seriamente: il medium è il messaggio

A questo punto il dibattito politico inciampa in un equivoco ricorrente, ed è qui che il pensiero di Marshall McLuhan torna decisivo. La sua tesi, formulata nel 1964 in Understanding Media, è notoria ma quasi sempre trivializzata: the medium is the message. Non significa, come vorrebbe la lettura giornalistica corrente, che «anche la forma conta». Significa qualcosa di molto più radicale: il medium è il contenuto, perché i suoi vincoli tecnici e sensoriali determinano in anticipo che tipo di messaggi possono passare e quali no. Non è possibile inserire un messaggio incompatibile in un medium che non è predisposto a riceverlo. Una caffettiera fa il caffè in mano alla casalinga e in mano al dittatore: il massimo che può fare è sempre il caffè.

Da qui una conseguenza politica importante. Quando Ugo Mattei, in una sua intervista su Bioblu che ho ascoltato con attenzione, propone di «fondare un nuovo social» come «rete ecologista» alternativa, sbaglia bersaglio. Condivido molte delle sue analisi sul disastro neoliberista e sul controllo sociale, ma su questo punto specifico non posso seguirlo: se il medium è il messaggio, un social — qualunque social — non comincia a funzionare diversamente solo perché lo gestisce un comitato etico anziché Mark Zuckerberg. La logica algoritmica del feed, il dispositivo del like, la metrica della viralità, la pubblicità predittiva, l’economia dell’attenzione: questi sono il social, indipendentemente da chi lo possiede. Per pensare un’alternativa reale bisogna pensare un altro medium, non un altro padrone dello stesso medium.

C’è poi un secondo punto del ragionamento di Mattei che non condivido. Egli parla di democrazia, di liberalismo e di individuo come fossero categorie eterne e immutabili. Non lo sono. La democrazia greca non è la democrazia americana, l’individuo cartesiano non è l’utente di TikTok, il liberalismo settecentesco non è il neoliberismo hayekiano. Confondere questi piani — come spesso fa una certa destra «libertaria» e una certa sinistra «diritti-umanitarista» — è il modo migliore per non capire che cosa sta succedendo.

Dall’audience ai big data: la verità sostituita dal marketing

La rivoluzione cognitiva degli anni Ottanta si gioca su un punto filosofico decisivo: la sostituzione del concetto di verità con il concetto di audience. La televisione commerciale, lo si è detto a lungo nei seminari di analisi mediatica fin dagli anni Novanta, non vende prodotti agli spettatori: vende spettatori agli inserzionisti. È il modello noto come audience commodity, teorizzato da Dallas Smythe già nel 1977 sulla scia di una rilettura marxiana dei rapporti di produzione mediatici. La logica è quella del valore di scambio: lo spettatore diventa merce. Per consumarlo, però, bisogna prima costruirlo come consumatore: ed è ciò che fa il marketing televisivo trasformando ogni desiderio in uno spot e ogni spot in un desiderio. Verità e falsità diventano categorie residuali. Quello che conta è ciò in cui crede la maggioranza, perché la maggioranza è il bacino misurabile da rivendere agli inserzionisti. La ripetizione delle scelte vincenti diventa il nuovo principio di realtà.

Internet eredita questo schema e lo radicalizza. La promessa originaria era opposta: la rete come spazio di intelligenza collettiva, come agorà orizzontale, come democratizzazione dell’informazione. Per circa quindici anni — dalla nascita del web nei primi anni Novanta fino allo scoppio della bolla dot.com nel 2000 — quella promessa ha avuto qualche residuo di realtà. Poi è arrivata la mutazione. Shoshana Zuboff, nel suo libro fondamentale The Age of Surveillance Capitalism (2019), ricostruisce il momento esatto: 2001-2003, dentro Google. Il motore di ricerca aveva un problema enorme di ricavi e si trovò davanti a una scoperta tecnica fortuita — la possibilità di trasformare i dati di navigazione «secondari» (i log di ricerca) in materia prima per inserzioni mirate. Da lì in poi, l’esperienza umana cessa di essere ciò che si vive e diventa ciò che si estrae: una materia prima gratuita trasformata in dati comportamentali, raffinata in «prodotti predittivi» e venduta sui «mercati comportamentali a termine». Zuboff la chiama una mutazione pirata del capitalismo industriale.

La differenza con l’audience televisiva è quantitativa e qualitativa. Quantitativa, perché i big data permettono profilazioni infinitamente più granulari: uno studio di Michal Kosinski pubblicato nel 2013 sui Proceedings of the National Academy of Sciences dimostrava che bastano sessantotto like su Facebook per inferire l’orientamento sessuale e l’ideologia politica dell’utente con accuratezza superiore al 90 per cento; con circa centosettanta like si arriva a determinare quoziente intellettivo, religione, consumo di alcol e tabacco. Qualitativa, perché non si tratta più di prevedere il comportamento aggregato di una platea, ma di modificare il comportamento del singolo. Il capitalismo della sorveglianza non si limita a rispecchiare i nostri desideri: li costruisce, li orienta, li cattura.

Il caso Cambridge Analytica: la prova politica

Nel marzo 2018 il Guardian e il New York Timespubblicano l’inchiesta che porta alla luce lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica, fondata nel 2013 come spin-off di SCL Group e finanziata dal miliardario hedge-fund manager Robert Mercer, era stata diretta strategicamente da Steve Bannon, futuro stratega della prima campagna Trump. Cambridge Analytica aveva acquisito, attraverso il professore Aleksandr Kogan e un quiz di personalità chiamato thisisyourdigitallife, i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook — fra cui 214.134 italiani — utilizzati poi per costruire profili psicografici e bersagliare elettori indecisi con micro-pubblicità politica personalizzata, prima nel referendum sulla Brexit (2016) e poi nella campagna presidenziale americana che portò Trump alla Casa Bianca.

A me interessa sottolineare un punto che spesso sfugge nel racconto mediatico: lo scandalo Cambridge Analytica non è stato l’effetto di un «abuso» eccezionale, ma il funzionamento normale di un’infrastruttura. Le condizioni d’uso di Facebook all’epoca consentivano legalmente la raccolta di dati degli «amici degli utenti» senza il loro consenso esplicito. Cambridge Analytica ha solo applicato in modo politicamente esplicito ciò che le grandi piattaforme fanno commercialmente ogni giorno. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, George Soros — al World Economic Forum di Davos del gennaio 2018 — denuncia i social network come «minaccia per la società aperta», non sta facendo una scoperta morale. Sta segnalando che una parte dell’establishment globalista atlantico considera ormai i social una variabile pericolosa, sfuggita di mano. Da lì parte una stretta sulla moderazione dei contenuti, gestita anche da ONG — fra cui Avaaz, finanziata anche da Open Society Foundations — che segnalano alle piattaforme i siti da chiudere per «fake news» e «disinformazione». Zuckerberg si cosparge il capo di cenere, perde decine di miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi giorni, accetta di testimoniare davanti al Congresso americano e a commissioni britanniche, introduce nuove regole di contenuto. Su quella stretta vengono chiusi anche siti d’informazione indipendente che con la disinformazione c’entravano poco.

Lo dico perché sia chiaro: né Zuckerberg né Soros sono il «potere occulto» dietro i big data. Sono entrambi facce di un sistema che funziona attraverso una compresenza di capitale privato (Silicon Valley), apparato di sicurezza statunitense (l’integrazione fra Big Tech e CIA-NSA documentata da Edward Snowden nel 2013) e organizzazioni filantropiche d’élite (le grandi fondazioni). Il vero soggetto è quello che ha preso il nome di deep state — termine ambiguo, abusato, ma che indica una realtà sostanziale: l’intreccio strutturale fra apparati federali, finanza, industria militare-digitale e ONG, che sopravvive ai cambi di amministrazione e detta i confini del praticabile.

Lippmann, Bernays e la fabbrica industriale del consenso

Per capire come funziona la fabbrica del consenso bisogna risalire a due figure che oggi sono lette troppo poco. La prima è Walter Lippmann, giornalista e consigliere politico, che nel 1922 pubblica Public Opinion e nel 1925 The Phantom Public. Lippmann formula con brutalità ciò che le élite progressiste americane di inizio Novecento già pensavano: l’opinione pubblica è una bewildered herd, una mandria sbalordita; il cittadino medio non possiede gli strumenti cognitivi per orientarsi nella complessità del mondo moderno; quindi la democrazia funziona solo se governata da una «classe specializzata» di esperti che sa fabbricare il consenso (manufacture of consent). Sarà Noam Chomsky, sessantacinque anni dopo, a riprendere quella formula per rovesciarla in critica: la fabbrica del consenso è il motore stesso della propaganda nelle democrazie occidentali.

Il secondo è Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e padre delle pubbliche relazioni moderne. Il suo libro del 1928, Propaganda, è una guida d’uso del lippmannismo. Bernays scrive con candore che la manipolazione consapevole delle abitudini e delle opinioni delle masse è un elemento essenziale della società democratica; chi controlla questo meccanismo, dice, costituisce un «governo invisibile» che è il vero potere del paese. L’intuizione di Bernays è che la propaganda politica e la pubblicità commerciale sono lo stesso identico dispositivo. Lo dimostrò sul campo: convinse le donne americane degli anni Venti a fumare in pubblico organizzando una sfilata di Pasqua a New York in cui le suffragette accendevano sigarette davanti ai fotografi, ribattezzandole «Torce di libertà»; lavorò per la United Fruit Company nel 1954 alla campagna che convinse l’opinione pubblica statunitense ad appoggiare il colpo di Stato di Castillo Armas contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in Guatemala — colpo orchestrato dalla CIA proprio per difendere i profitti della stessa United Fruit. Pubblicità e colpo di Stato condividono la stessa grammatica.

Quando Mario Monti, nel 2021, parla di «somministrare l’informazione» in modi «meno democratici», non sta inventando nulla. Sta semplicemente ammettendo, con la franchezza di chi non si sente più obbligato alla retorica democratica, ciò che Lippmann e Bernays teorizzavano da un secolo. Le élite tecnocratiche europee — Monti, Draghi, Lagarde, von der Leyen — sono i custodi locali di un’antropologia profondamente americana: il popolo come gregge, lo Stato come pastore, la verità come dosaggio sanitario.

I due Occidenti: Weber, etica calvinista, capitale culturale

La sostituzione dell’Europa dei cittadini con l’Occidente dei consumatori non è solo politica. È religiosa, nel senso largo che diede al termine Max Weber nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905). La tesi è notissima ma vale la pena rivisitarla, perché ne dipende la differenza antropologica fra le due sponde dell’Atlantico. Per il calvinismo, l’uomo non si salva con le opere — come nel cattolicesimo — ma per predestinazione divina. Il credente non sa con certezza se è salvo o dannato. La ricchezza materiale, ottenuta col lavoro metodico e ascetico, diventa allora il segno terreno della grazia, l’anticipazione visibile dell’aldilà. Il povero, in questa logica, non può ribellarsi al suo status senza offendere la scelta di Dio: la disuguaglianza è iscritta nella teologia. Si costruisce un’antidialettica di classe in cui la rivolta dei dannati è già una bestemmia.

Da questo nucleo religioso discende il puritanesimo americano, la «città sulla collina» dei Padri Pellegrini, la mistica imprenditoriale di Andrew Carnegie e John D. Rockefeller, la teologia evangelica della prosperità che oggi sostiene Donald Trump. L’America non è «Europa più grande»: è un continente teologicamente diverso, in cui il capitale economico è l’unica forma di capitale riconosciuta. Il «fare» sostituisce il «pensare», la pratica l’etica, l’efficienza la giustizia. Anche la cultura, nel modello americano, è uno strumento di penetrazione di mercato: l’industria di Hollywood, lo standard inglese-globale, la pop music come cavallo di Troia commerciale, la lingua del management come lingua dei rapporti sociali.

L’Europa, prima di essere ridotta a colonia, era altro. Si fondava — pur con tutte le contraddizioni che la storia documenta — su un’idea aristotelica e platonica del cittadino: l’uomo come animale razionale e politico, la polis come bene comune che precede l’individuo, la cultura come capitale collettivo. Il servizio pubblico — radiofonico, televisivo, scolastico — era pensato come dispositivo pedagogico: lo Stato come maestro, non come pastore di greggi. Il proporzionale elettorale rifletteva l’idea che la differenza politica fosse un valore. I partiti di massa — il PCI, la DC, la SPD, il Partito Laburista britannico delle origini — erano scuole di formazione del militante prima ancora che macchine elettorali. Il sindacato non era una corporazione professionale, ma un soggetto storico capace di parlare in nome di una classe.

Tutto questo è stato smantellato, non da un’invasione, ma da un’auto-mutilazione consapevole delle élite europee. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario (in Italia, il referendum del 1993 e poi il Mattarellum) è il momento istituzionale in cui il modello «candidato singolo telegenico» sostituisce il modello «partito-programma». La fine del PCI nel 1991 ha tolto all’Italia l’ultimo grande baluardo culturale capace di opporsi al pensiero unico del capitale; non è un caso che la nascita di Forza Italia, nel gennaio 1994, avvenga su un terreno già completamente arato dalla televisione commerciale del suo proprietario. Il cittadino-elettore lasciava il posto al consumatore-utente. La cabina elettorale assomigliava sempre di più a una cassa di supermercato.

La dialettica del populismo: Adorno, Fisher e il «non c’è alternativa»

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, nella Dialettica dell’illuminismo (1947 — sì, lo stesso anno della Mont Pèlerin Society: due risposte opposte alla stessa catastrofe), avevano già visto il punto. La razionalità illuministica, scrivono, contiene un suo rovesciamento interno: nel suo dispiegarsi totale diventa irrazionalismo. La cultura di massa industrializzata — Adorno la analizza nei capitoli sull’industria culturale — produce uno pseudo-individuo che crede di scegliere ed è invece scelto. La «presa di parola» del pubblico, in regime di industria culturale, si rovescia in una parola vuota.

Mark Fisher, filosofo britannico morto nel 2017, ha aggiornato quella diagnosi nel suo libretto fulminante Capitalist Realism: Is There No Alternative? del 2009 (in italiano Realismo capitalista, NERO 2018). La sua tesi è semplice: dopo quarant’anni di neoliberismo, la frase di Thatcher «non c’è alternativa» non è più uno slogan ma un’atmosfera introiettata. È diventato letteralmente più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non perché il capitalismo sia naturale, ma perché abbiamo perso le coordinate culturali, le narrazioni, le tradizioni intellettuali che ci permetterebbero di pensarne un fuori. Fisher chiama «sterilità culturale» questa condizione: si producono infinite variazioni sul tema, ma il tema non cambia mai.

Il populismo televisivo, in questa chiave, non è l’antagonista del pensiero unico: ne è la matrice materiale, la stampante. Funziona come valvola di sfogo emotivo all’interno di un perimetro ideologico che resta identico. Trump, Salvini, Meloni, Le Pen, Milei, Bolsonaro — al di là delle differenze di stile e di contesto — non rompono il neoliberismo: lo radicalizzano nella sua versione autoritaria e razzializzata. Per prendere la parola nel circo mediatico bisogna sapere che cosa non si deve dire, e in primo luogo non si devono toccare gli interessi del capitale finanziario globale. Il populismo è permesso a condizione di restare cosmetico.

Mai, come oggi, la società occidentale è stata così conformista. La differenza, a cui sembriamo aspirare attraverso mille rivendicazioni identitarie, è stata interamente assorbita dal marketing — dalla pubblicità inclusiva ai brand «purpose-driven», dal rainbow washing aziendale alle campagne ESG. Tutto è permesso, purché niente cambi davvero.

L’aggiornamento 2025-2026: Trump 2.0, Musk e l’Europa che si autoesclude

Mentre scrivo, primavera 2026, il quadro si è ulteriormente irrigidito. La seconda amministrazione Trump, insediatasi a gennaio 2025, ha portato al cuore del potere federale l’aristocrazia tecno-finanziaria della Silicon Valley: Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen. Il Department of Government Efficiency (DOGE) ha smantellato pezzi enormi di apparato federale civile. Musk, dopo aver acquistato Twitter nel 2022 e averlo trasformato in X, ha fatto della piattaforma uno strumento di campagna politica diretta. Meta, sotto Zuckerberg, ha smantellato i programmi di fact-checking che aveva introdotto dopo Cambridge Analytica e ha chiuso le politiche DEI. La direzione è univoca: l’integrazione fra capitale digitale, apparato di sicurezza federale e potere politico esecutivo non è mai stata così esplicita. Quella che chiamavamo «società civile globale» della Silicon Valley si è tolta la maschera e ha rivelato il volto di un’oligarchia tecno-imperiale.

L’Europa, dal canto suo, ha messo in piedi un proprio dispositivo regolatorio — Digital Services Act, Digital Markets Act, GDPR, AI Act — che è meno irrilevante di quanto si dica, ma che soffre di un limite strutturale: non viene affiancato da un investimento corrispondente nella costruzione di un’alternativa europea. Senza piattaforme europee, senza modelli linguistici europei, senza cloud europeo, senza social pubblici europei, regolare le piattaforme americane equivale a tassare il monopolio invece di romperlo. E nel frattempo le stesse classi dirigenti europee — i Monti, i Draghi, i Macron, le von der Leyen — continuano a spingere il continente dentro una logica atlantista che ne approfondisce la subalternità: dal massimalismo sanzionistico verso la Russia che ha distrutto l’integrazione energetica euro-asiatica, al riarmo accelerato voluto dalla NATO, fino alla sottomissione alla logica della «guerra» come modalità ordinaria della politica. La stessa logica che permette a Monti di dire pubblicamente, senza scandalo, che bisogna «dosare la democrazia». In tempo di guerra, ricordavano i propagandisti del Novecento, la verità è la prima vittima. Oggi, in tempo di guerra permanente, la democrazia è la seconda.

Conclusione: ricostruire un capitale culturale e politico

A questo punto la domanda non è se il neoliberismo sia «marciante e inarrestabile». La domanda è: cosa serve per fermarlo? Non basta moltiplicare le inchieste, non basta evocare un nuovo social, non basta votare l’ennesimo candidato meno peggio. Serve un’operazione di ricostruzione culturale di lungo periodo che sia simmetrica a quella che la destra atlantica ha condotto dal 1947 a oggi. Servono think tank progressisti seri, scuole di formazione politica, riviste, case editrici, media indipendenti finanziati da basi sociali reali e non da fondazioni filantropiche. Serve riconnettersi al meglio della tradizione politica europea — il pensiero di Antonio Gramsci sull’egemonia, l’analisi di Pier Paolo Pasolini sull’omologazione antropologica, il lavoro di Luciano Canfora sulla democrazia, le inchieste degli ostinati cronisti del giornalismo critico — e di quella mondiale anti-neoliberista: David Harvey, Wolfgang Streeck, Naomi Klein, Yanis Varoufakis, Alessandro Somma, Vladimiro Giacché, fino alla stessa Shoshana Zuboff.

Serve, soprattutto, riprendersi il tempo lungo della politica. Il neoliberismo ha vinto perché ha lavorato per settant’anni mentre la sinistra europea inseguiva l’ultima emergenza elettorale. Nella mia esperienza dentro Azione Civile, il movimento civico-politico fondato da Antonio Ingroia, dentro cui da anni cerco di portare un punto di vista anti-imperialista e progressista, questa è la lezione che torna sempre: la militanza paziente, l’alfabetizzazione dei territori, la formazione di nuovi quadri, la costruzione di programmi credibili sono lavori di decenni, non di settimane. È il lavoro che il pensiero unico spera che non facciamo mai, perché sa che è l’unico che potrebbe sconfiggerlo.

L’Italia di Mussolini è caduta perché esistevano resistenze che si erano organizzate in clandestinità per anni. L’Europa neoliberista cadrà — perché cadrà, le sue contraddizioni interne sono ormai enormi: disuguaglianze esplosive, crisi climatica fuori controllo, perdita progressiva di legittimità democratica, dipendenza tecnologica e militare totale dagli Stati Uniti — solo se troverà a quel momento qualcuno pronto a raccogliere i pezzi e a costruire un’alternativa. Dovremo essere noi, oppure non saremo niente.

La marcia del neoliberismo sembra inarrestabile solo finché la guardiamo con gli occhi che ci ha insegnato a guardarla. Cambiare gli occhi è il primo atto politico. Tutto il resto, il difficile, viene dopo.

* * *

Mario Sommella — blogger e attivista politico

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella — pag. di

Imparare a convergere. Per un rinnovamento profondo delle pratiche politiche

articolo di Mario Sommella e Matteo Minetti 

C’è un paradosso che attraversa le organizzazioni della sinistra italiana da almeno vent’anni e che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di guardare in faccia. La mobilitazione di piazza è presente. Eccome. Le organizzazioni, sindacati, associazioni, partiti, centri sociali, movimenti hanno saputo rendere visibile l’indignazione popolare. L’autunno contro il genocidio palestinese ha portato in strada centinaia di migliaia di persone. Il No al referendum sulla separazione delle carriere ha mobilitato una maggioranza silenziosa che i sondaggi non sapevano intercettare. La manifestazione Toghether dei nostrani No Kings ha mostrato una voglia di politica intergenerazionale che nessuna delle formazioni promotrici – Sinistra Italiana, Verdi,  Partito Democratico, Arci, CGIL, Rifondazione Comunista, Movimento 5 Stelle – è stata poi capace di trasformare in casa stabile. Eppure, ogni volta che l’onda si ritira, la mobilitazione non diventa organizzazione. L’indignazione non diventa progetto. La pluralità non diventa forza. E chi dovrebbe raccogliere quella spinta — i movimenti, le associazioni, i soggetti politici antagonisti — continua a riprodurre, al proprio interno, gli stessi meccanismi di gestione personale del potere che denuncia nelle istituzioni.

Il problema, diciamolo con franchezza, non è la mancanza di coraggio. È la mancanza di metodo. Ed è per questo che la parola convergenza, regalata al linguaggio dei movimenti dal Collettivo di Fabbrica della ex GKN di Campi Bisenzio, rischia oggi di trasformarsi nell’ennesimo slogan consumato se non sapremo farle seguire una rivoluzione delle pratiche concrete, dei tempi, dei luoghi e degli strumenti con cui stiamo insieme.

La convergenza come promessa tradita

Bisogna riconoscerlo: la convergenza GKN è stata una novità autentica nella grammatica politica di questo paese. Non un’alleanza tattica tra sigle, non un cartello elettorale, non l’ennesima federazione di bandiere. Era il tentativo di mettere insieme, intorno a una vertenza operaia concreta, il movimento climatico, i collettivi femministi, le reti contadine, il mutualismo dal basso, le esperienze di autogestione. Il Patto di Mutuo Soccorso formato dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo insieme a realtà come Mondeggi Bene ComuneFuorimercato e le Officine Corsare di Torino è stato, nel suo piccolo, un esperimento di ciò che potrebbe essere un’alternativa di società: mutualismo conflittuale, intervento pubblico per la transizione ecologica, convergenza tra soggetti affini.

Eppure, come ha riconosciuto lo stesso Dario Salvetti in alcune interviste recenti, l’intero processo di mobilitazione ha dimostrato il bisogno disperato della convergenza di altre componenti sociali mentre, nello stesso identico momento, quell’universo di soggettività politiche e sindacali si affannava a dimostrare la propria autosufficienza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: frantumazione, autoreferenzialità, lotte che resistono ma non producono immaginario collettivo, vertenze che vincono battaglie ma perdono la guerra. La convergenza è stata evocata, celebrata, persino praticata in alcuni momenti alti — le assemblee fiorentine, l’Insorgiamo Tour, il corteo del 26 marzo — ma non è mai diventata infrastruttura permanente. È rimasta evento. E gli eventi, si sa, finiscono.

Tre nodi da sciogliere senza esitazioni

Perché questa promessa è stata tradita? Le ragioni sono almeno tre, e ciascuna chiede una risposta diversa. Nessuna delle tre può essere elusa se davvero vogliamo che la prossima ondata di indignazione non si disperda come le precedenti.

Il primo nodo è culturale. La sinistra italiana, anche quella dei movimenti, è storicamente allergica alla procedura. Vive la metodologia come una contaminazione tecnocratica, come se darsi regole trasparenti di discussione e decisione fosse già un cedimento al formalismo borghese. È un’eredità malcompresa dell’assemblearismo sessantottino, che in realtà era molto più rigoroso di quanto la vulgata ricordi. Il risultato è che le assemblee libere finiscono regolarmente per essere governate da chi le convoca: dai più esperti, dai più rumorosi, da chi ha più tempo libero e più relazioni personali. L’orizzontalità e inclusività proclamate diventano verticalità ed esclusione nascosta. I leader informali non si eleggono e non si revocano: semplicemente esistono, con tutto il carico di leaderismo, settarismo ed equilibri politici preistorici che questo comporta. Chi non si sente di appartenere a quella tribù semplicemente se ne allontana.

Il secondo nodo è materiale. I ritmi di vita e di lavoro imposti da quarant’anni di neoliberismo non consentono più l’attivismo totale, e non c’è bisogno di martiri della militanza. Non esiste un solo lavoratore precario, un solo operaio turnista, una sola madre sola con figli che possa permettersi tre serate a settimana in assemblea. Questo significa che qualunque processo politico serio, oggi, deve essere progettato per persone che hanno due ore libere alla settimana, non venti. Deve essere compatibile con la vita reale, altrimenti seleziona automaticamente una minoranza di superattivisti e respinge esattamente quella maggioranza silenziosa che vorrebbe attivarsi ma non trova spazi idonei.

Il terzo nodo è metodologico, ed è forse il più decisivo. La facilitazione — quella disciplina concreta che consente a un gruppo eterogeneo di discutere, decidere e agire senza essere divorato dai propri conflitti interni — è citata nel dibattito dei movimenti quasi di sfuggita, come se fosse un dettaglio tecnico. Non lo è. È l’architrave di tutto. Esiste in Italia e nel mondo un sapere consolidato, sviluppato a partire dalle tradizioni quacchere, dai gruppi nonviolenti, dai movimenti femministi, dalle comunità autogestite latinoamericane. Il metodo del consenso, l’ascolto attivo, la rotazione dei ruoli, le regole scritte di parola, la distinzione rigorosa tra chi propone, chi facilita e chi decide: non sono sottigliezze da accademici, sono le tecniche elementari con cui si impedisce che un’assemblea di trecento persone collassi nelle mani di dieci, allontanando i restanti duecentonovanta.

Cosa funziona: gli strumenti che già esistono

Chi dice che tutto questo è utopia non sa di cosa parla. Gli strumenti esistono, sono testati, sono disponibili. Il software libero Decidim, sviluppato dal Comune di Barcellona e oggi utilizzato persino dal Governo italiano sulla piattaforma ParteciPa, dal Comune di Milano, dalle Regioni Emilia-Romagna e Puglia, consente a qualunque movimento civico di gestire proposte, deliberazioni, votazioni e tracciabilità delle decisioni in piena trasparenza, senza delegare nulla a Facebook o a Google. Le assemblee cittadine sul clima — come quella milanese o quelle francesi e britanniche — hanno dimostrato che persone comuni, sorteggiate, informate e facilitate da professionisti possono deliberare su temi complessissimi con una qualità spesso superiore a quella parlamentare. I bilanci partecipativi, nati a Porto Alegre quarant’anni fa e diffusi in centinaia di città (tra cui BolognaParmaMilanoRoma) hanno accumulato un patrimonio enorme di lezioni su cosa funziona e cosa no. Poi sono rimasti buone pratiche di cui fregiarsi, senza adottare quelle metodologie nelle organizzazioni.  Loomio è un altro software libero, utilizzato da decine di associazioni e piccole aziende partecipate, per gestire i processi interni: discussioni, decisioni, votazioni. Anche questo permette votazioni utilizzando il metodo Schulze, come nel più articolato software decisionale Liquid Feedback, sviluppato e utilizzato dal Partito Pirata. Eccettuato il Movimento 5 Stelle – che in Italia, pur tra molte ambiguità e involuzioni successive, è stato il primo soggetto politico a portare su larga scala il tema della democrazia diretta e partecipata – gli altri partiti della sinistra e le organizzazioni sindacali hanno finora evitato di utilizzare questi strumenti per paura di sovvertire le loro strutture interne.

E poi c’è la letteratura pratica, quella che si compra in libreria e si legge in un pomeriggio. La guida al metodo del consenso di Beatrice Briggs, per esempio, è un manuale operativo che spiega come si conduce una riunione, come si costruisce un ordine del giorno, come si gestisce un disaccordo senza spaccare il gruppo in maggioranza e minoranza. Niente filosofia, solo procedura. Anche imparare le tecniche della sociocrazia può essere utile per condurre riunioni decisionali efficaci, ben diverse dalle assemblee rituali in cui i leader usano la retorica per conquistare un acritico consenso. È importante, per esempio, analizzare i bisogni degli aderenti all’organizzazione e definire con chiarezza il cambiamento che vogliono raggiungere assieme.  È disarmante constatare quanto poco questi strumenti circolino nelle nostre assemblee, e quanto invece circolino — ormai da decenni — nelle comunità degli ecovillaggi, nei gruppi di acquisto solidale, nelle cooperative agricole, in tutto quel tessuto di esperienze locali che la sinistra politica guarda con sufficienza salvo poi, puntualmente, farsele scivolare tra le dita.

Da cosa iniziare domani mattina

Se dovessi tradurre tutto questo in qualcosa di operativo per una organizzazione politica, o per una qualunque rete territoriale che voglia davvero tentare il salto, proporremmo tre direzioni concrete. Non sono ricette: sono condizioni minime.

La prima è formare facilitatori. Ogni realtà locale dovrebbe avere almeno due o tre persone formate alla facilitazione e al metodo del consenso: serve mestiere. Si impara, esiste una letteratura, esistono formatori italiani seri. È l’investimento più produttivo che un movimento possa fare, perché cambia la qualità di ogni singolo incontro. Una riunione ben facilitata produce in due ore quello che una riunione caotica non produce in dieci.

La seconda è darsi regole scritte, pubbliche, modificabili. Ordini del giorno pubblicati in anticipo. Verbali accessibili a tutti. Tempi di parola regolati e ruotati. Criteri espliciti per le decisioni. Rotazione periodica dei ruoli di coordinamento. Meccanismi chiari per far entrare chi è nuovo e per far uscire, senza drammi, chi vuole fare un passo indietro. La trasparenza procedurale non è burocrazia: è l’unico antidoto reale al leaderismo occulto. Paradossalmente, è ciò che rende possibile l’uguaglianza, non ciò che la contraddice. Chi proclama l’informalità assoluta sta solo difendendo, consapevolmente o meno, il potere di chi  gestisce i processi.

La terza — la più difficile — è accettare la lentezza strutturale dei processi democratici e costruire movimenti a due velocità. Una velocità rapida per rispondere alle emergenze: piazze, prese di posizione pubbliche, campagne mediatiche, azioni dirette. Una velocità lenta per elaborare piattaforme, costruire convergenze durature, formare quadri nuovi, produrre analisi, scrivere proposte di legge. La GKN ha fatto esattamente questo con l’assemblea permanente, il progetto di reindustrializzazione dal basso, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, l’azionariato popolare. E infatti è diventata un esempio. Il problema è che è rimasta un esempio isolato, perché nessun altro ha saputo — o voluto — replicarne il paziente lavoro di tessitura.

La posta in gioco

La maggioranza silenziosa di cui parliamo esiste davvero. Lo dimostrano il No al referendum costituzionale, le piazze per la Palestina, la crescita costante dell’astensionismo letto non come disimpegno ma come sfiducia consapevole verso un’offerta politica che non parla più la lingua del paese reale. Ma questa maggioranza non si organizzerà da sola, e non si organizzerà dentro contenitori vecchi. Si organizzerà soltanto se qualcuno saprà offrirle spazi politici credibili: orizzontali nelle pratiche, trasparenti nei processi, rispettosi dei tempi di vita, capaci di produrre risultati visibili senza chiedere l’anima in cambio.

Non si tratta di fondare l’ennesimo soggetto politico nazionale — ne abbiamo già troppi, tutti autosufficienti e molti irrilevanti, convinti di essere l’avanguardia mentre restano incapaci di parlare alle persone reali. Si tratta di sperimentare localmente, con rigore metodologico, forme concrete di convergenza tematica: sulla pace e contro il riarmo, sulla difesa della Costituzione, sulla giustizia climatica, sul diritto alla casa e al lavoro dignitoso. E documentare, raccontare, mettere in rete i risultati. Il rinnovamento delle pratiche politiche non si decreta dall’alto e non si annuncia in un manifesto: si fa, si fa insieme, e si fa imparando dagli errori degli altri  piuttosto che ripetendoli all’infinito.

C’è una frase di Stefano Rodotà che torna spesso, in questi mesi, nelle nostre riflessioni: la democrazia non è uno stato, è un processo. Aggiungiamo: un processo che ha bisogno di infrastrutture, di tecniche, di disciplina. Chi crede nella democrazia sostanziale — quella degli articoli 1, 3 e 49 della Costituzione — ha il dovere di imparare a praticarla, ogni giorno, nei luoghi dove vive e lotta. Imparare a convergere è, oggi, il primo compito politico di chi non si rassegna. Tutto il resto, senza questo, è propaganda.

Mario Sommella e Matteo Minetti

Il capro espiatorio perfetto: quando la politica scarica la giustizia per salvarsi da sé

Dal caso Minetti alla difesa a oltranza di Nordio: anatomia di un governo che ha smesso di rispondere e ha imparato a delegittimare

C’è un istante esatto in cui un governo smette di occuparsi del Paese e comincia a occuparsi di sé. Smette di rispondere ai problemi reali e inizia a difendersi dalle proprie ombre. È un confine sottile, quasi invisibile, ma una volta varcato la politica cambia natura: diventa autoreferenziale, autoassolutoria, ossessivamente concentrata sulla propria sopravvivenza. In queste ore, a Palazzo Chigi, quel confine è stato attraversato senza esitazione. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata davanti ai giornalisti dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026 con un’agenda formale dedicata al decreto Primo maggio, ma con un messaggio politico assai più pesante: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti non riguarderebbe il governo. Il governo, anzi, sarebbe ancora una volta vittima. «In Italia c’è sempre un capro espiatorio che è il governo», ha detto la premier, blindando il ministro della Giustizia Carlo Nordio e spostando l’asse delle responsabilità verso la magistratura milanese. La frase, pronunciata con il consueto tono di indignazione recitata, contiene in sé l’intero codice politico di questa stagione: rovesciare il rapporto tra potere e responsabilità, far passare chi governa per chi subisce, trasformare ogni inciampo dell’esecutivo in un complotto altrui.

Per capire la dimensione politica di questa operazione bisogna partire dai fatti, non dalle interpretazioni. Il 18 febbraio 2026 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di grazia a favore di Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda di Forza Italia, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi di reclusione per favoreggiamento della prostituzione e peculato, nei procedimenti Rimborsopoli e Ruby ter. Una condanna che avrebbe dovuto scontare in affidamento ai servizi sociali. La grazia è di tipo umanitario: viene motivata dalla necessità di consentire alla Minetti di assistere un figlio adottivo, conosciuto in un orfanotrofio uruguaiano, presentato come affetto da una grave patologia che richiederebbe cure specialistiche all’estero e in particolare al Boston Children’s Hospital. Il sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, esprime parere favorevole. Il Ministero della Giustizia, sulla base di quel parere, formula la propria proposta favorevole. Il Quirinale firma. Tutto sembra ordinario. Tutto, fino a quando un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, condotta da Thomas Mackinson, non comincia a smontare, pezzo per pezzo, l’impianto narrativo costruito a sostegno della clemenza, attraverso la consultazione diretta degli atti del Tribunale uruguaiano di Maldonado e una rete di fonti sul territorio.

I dati che emergono sono devastanti. Né l’ospedale San Raffaele di Milano né l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, citati nell’istanza come strutture che avrebbero sconsigliato l’intervento sul minore, hanno mai avuto in cura quel bambino. Il suo nome non risulta nei loro database. I primari interpellati smentiscono categoricamente. E aggiungono, con un argomento che dovrebbe da solo bastare a far saltare l’intero impianto, che gli interventi di cui si parla vengono normalmente eseguiti in Italia, con esiti positivi documentati. Sull’adozione, il quadro che emerge è ancora più inquietante. La madre biologica del minore, descritta nell’istruttoria come irrintracciabile, sarebbe in realtà una giovane donna uruguaiana di ventinove anni, María de los Ángeles González Colinet, viva e identificata, contro la quale Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero intentato una causa per ottenere la separazione definitiva e la decadenza dalla potestà genitoriale. La donna è oggi scomparsa, sparita nel nulla nei giorni stessi in cui a Roma si firmava la grazia, al punto che la polizia uruguaiana ha dovuto diramare un avviso di rintraccio. L’avvocata che assisteva i genitori biologici è morta carbonizzata insieme al marito, anch’egli avvocato. Sono tasselli che, presi singolarmente, possono essere casualità tragiche; presi insieme, disegnano una mappa che richiederebbe accertamenti urgenti e approfonditi.

Quegli accertamenti adesso sono partiti, ma con due mesi di ritardo, e solo dopo che il Quirinale ha dovuto compiere un gesto inedito: scrivere al Ministero della Giustizia, il 27 aprile, per chiedere la verifica della «supposta falsità» degli elementi su cui si era fondata la decisione presidenziale. Una lettera che non si era mai vista, almeno con questo grado di esplicitezza. La presidenza della Repubblica, in altre parole, ha dovuto pubblicamente prendere atto del fatto che la firma del Capo dello Stato era stata apposta su un’istruttoria potenzialmente inquinata, e che gli unici strumenti per chiarire la vicenda erano nelle mani dello stesso Ministero che quella istruttoria aveva costruito. La Procura generale di Milano, una volta riaperto il caso, ha dichiarato di essere pronta a modificare il proprio parere, ha attivato accertamenti urgenti tramite l’Interpol in Uruguay e a Ibiza, ha annunciato che avrebbe trasmesso gli atti per l’apertura di un’indagine penale a carico della Minetti qualora le falsità venissero confermate. Sono, queste, le prime mosse di una macchina giudiziaria che si è messa in moto soltanto dopo essere stata pubblicamente sollecitata, e dopo che un quotidiano, non un’autorità di vigilanza interna, aveva sbattuto in prima pagina ciò che il Ministero non aveva visto o non aveva voluto vedere.

E proprio in questo punto si colloca l’intervento politico di Giorgia Meloni. Davanti a uno scenario imbarazzante, la premier sceglie la strada più antica del repertorio del potere: spostare il bersaglio. Il Ministero della Giustizia, sostiene, sarebbe un mero passacarte, privo di strumenti di indagine, costretto a fidarsi del lavoro della procura. Il ministro Nordio, in sostanza, si sarebbe limitato a inoltrare alla presidenza della Repubblica documenti che altri avevano confezionato. La narrazione è elegante, perfino plausibile a un primo ascolto. Ma è anche profondamente fuorviante. Perché la procedura di grazia, secondo il sistema costituzionale italiano e la pacifica giurisprudenza della Corte costituzionale fissata dalla sentenza 200 del 2006, vede il Ministro della Giustizia titolare esclusivo dell’attività istruttoria. È sua, e soltanto sua, la responsabilità di accertare la veridicità delle pratiche, di chiedere ulteriore documentazione, di valutare in modo critico ciò che gli viene sottoposto. Il Quirinale stesso, in modo inusitato, lo ha ricordato pubblicamente. Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine: si fida di ciò che il ministro gli trasmette. E se quel materiale è viziato, la responsabilità non può che ricadere su chi lo ha confezionato e firmato.

Ridurre Nordio al ruolo di passacarte, dunque, non è soltanto una semplificazione: è una manipolazione. Un’operazione politica che serve a costruire un alibi pubblico, a confezionare per l’opinione pubblica una versione semplificata che funzioni come scudo. Il problema, però, è che questo schema non è isolato. Si inserisce in una traiettoria coerente, dura e premeditata, che attraversa l’intera azione del governo Meloni sul terreno della giustizia. Per leggere correttamente quanto sta accadendo, occorre ripercorrere alcune tappe recenti, perché ciò che si manifesta oggi nel caso Minetti è il prodotto di una linea politica costruita con cura negli ultimi anni. Ed è soprattutto il prodotto di una matrice culturale di lungo periodo: quella stessa matrice che attraversa l’intera storia del centrodestra italiano dalla discesa in campo di Berlusconi in poi, fondata sull’idea che la magistratura sia un avversario politico, una casta antagonista da ridimensionare, un potere usurpatore da rimettere al proprio posto. Un’idea che ha attraversato decenni di propaganda, leggi ad personam, riforme tentate e ritentate, e che oggi torna a galla, in forma aggiornata, nel governo guidato da chi quella tradizione ha contribuito a normalizzare nel discorso pubblico.

Il primo grande inciampo recente è stato il caso Almasri. Il generale libico Najeem Osema Almasri Habish, comandante della polizia giudiziaria di Tripoli, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità per torture e violenze sessuali sistematiche nei centri di detenzione libici, viene individuato in Italia, arrestato e poi rapidamente liberato, con il pretesto di un errore tecnico, e riportato in Libia con un volo di Stato. La gestione di quella vicenda, condotta materialmente dalla capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, sfocia in un’inchiesta che oggi vede la stessa Bartolozzi indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero. In quei giorni, gli atti mostrano una corrispondenza interna nella quale la dirigente del Ministero chiedeva «massimo riserbo» e ordinava di non lasciare traccia: «niente mail o protocollo». Quel caso ha mostrato, nella sua nudità, il livello di disinvoltura con cui il vertice del Ministero gestisce dossier istituzionalmente delicatissimi, anche in spregio agli obblighi internazionali sottoscritti dall’Italia con la firma dello Statuto di Roma. E ha mostrato, soprattutto, il principio operativo di questa stagione: la difesa del potere viene prima della verità dei fatti.

Il secondo passaggio è stato quello del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia. Una battaglia identitaria del centrodestra, costruita ideologicamente come resa dei conti contro la magistratura, ridotta nella narrazione governativa a casta autoreferenziale, politicamente schierata, ostacolo alla volontà popolare. La campagna referendaria, gestita strategicamente proprio dalla Bartolozzi, è stata segnata da uscite pubbliche destinate a entrare negli annali della comunicazione politica peggiore. La capo di Gabinetto, ospite di una televisione siciliana in un dibattito con la senatrice Ilaria Cucchi, arrivò a sostenere che i magistrati fossero «plotoni di esecuzione» e che con il sì al referendum gli italiani avrebbero potuto «togliersi di mezzo la magistratura». Una frase che ha mostrato, senza più filtri, la natura profonda del progetto: non riformare il sistema, ma neutralizzarlo. La sconfitta è arrivata netta. Il No ha superato il 53 per cento, con un’affluenza vicina al 59. Un risultato politico inequivocabile, che il governo ha tentato di derubricare a episodio tecnico ma che ha lasciato una ferita profonda nella maggioranza. La Bartolozzi è stata costretta a dimettersi il 24 marzo, insieme al sottosegretario Andrea Delmastro, anch’egli travolto da scandali su frequentazioni e quote in società legate ad ambienti opachi.

Il referendum perso non ha però archiviato il progetto: lo ha solo costretto a cambiare forma. Dalla riforma diretta si è passati alla pressione costante, alla delegittimazione quotidiana, alla costruzione di un clima nel quale ogni intoppo della politica venga immediatamente attribuito alla magistratura. È in questo clima che si moltiplicano gli attacchi politici e mediatici al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, magistrato che da decenni vive sotto scorta dopo aver concentrato il proprio lavoro sulla ‘ndrangheta calabrese e che oggi, dal vertice della Procura partenopea, è bersaglio diretto della camorra: lo dimostra l’intercettazione, divenuta pubblica il 31 marzo 2026, del capoclan di Fuorigrotta Vitale Troncone, intercettato nel maggio 2025 mentre dalla cella, davanti alla televisione che trasmetteva un’intervista del magistrato, scandiva la frase «Gratteri, ti sparo in faccia», episodio che ha fatto scattare per il boss l’isolamento e il regime del 41 bis. Un magistrato così esposto, che ha pagato e continua a pagare un prezzo personale altissimo per il proprio lavoro, dovrebbe rappresentare per qualunque governo serio un patrimonio dello Stato da proteggere senza riserve. Invece, anche nei suoi confronti, dal versante governativo arrivano da mesi insinuazioni, ridimensionamenti, attacchi sulla sua presenza pubblica. È in questo stesso clima che si stanno susseguendo i tentativi di ridimensionare l’autonomia delle procure più scomode, di spostare gli equilibri al Consiglio superiore della magistratura, di intervenire sulla prescrizione e sulle intercettazioni con una logica che non ha alcuna parentela con l’efficienza del sistema, e che ha invece molto da spartire con la riduzione del controllo giurisdizionale sui colletti bianchi e sulle aree grigie tra politica, affari e criminalità organizzata. È in questo clima, infine, che irrompe il caso Minetti. E che lo si tenta di chiudere con la formula collaudata: la colpa è dei magistrati. La cornice è già pronta da tempo. Si tratta solo di farvi entrare l’ultimo episodio.

Si comprende allora il senso politico della difesa a oltranza di Nordio. Non si tratta della tutela personale di un ministro, di una solidarietà tra colleghi di partito o di un calcolo di breve respiro. Si tratta di proteggere la cerniera del progetto. Carlo Nordio non è un ministro qualsiasi: è il volto pubblico della battaglia governativa contro la magistratura, l’uomo della separazione delle carriere, il garante simbolico di una stagione che la destra al potere ha voluto trasformare in scontro frontale tra politica e giurisdizione. Le sue dimissioni, in questo quadro, non sarebbero la caduta di un singolo: sarebbero il crollo di un’intera narrazione. Significherebbero ammettere che il Ministero della Giustizia, in questi anni, ha funzionato male. Significherebbero offrire all’opposizione, già rinvigorita dalla vittoria referendaria, un argomento devastante. Significherebbero, soprattutto, mettere in discussione la promessa identitaria su cui Meloni ha costruito una parte consistente del proprio consenso: la rivincita della politica sulla magistratura, la rivalsa contro le toghe rosse, il ripristino di una sovranità governativa percepita come oppressa.

Per evitare tutto questo, il governo è disposto a sacrificare ciò che resta della propria coerenza istituzionale. È disposto a contraddire il Quirinale, a mettere sotto accusa la procura di Milano, a riscrivere persino la grammatica costituzionale della grazia. La conferenza stampa di Meloni del 28 aprile, letta in questa chiave, non è un esercizio di trasparenza: è un’operazione di copertura. È il tentativo, del tutto esplicito, di trasformare un fallimento amministrativo del proprio ministero in un’accusa diffusa al sistema giudiziario nel suo complesso. Quando la premier afferma che «se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto, però questo non è un lavoro che fa il Ministero», sta facendo qualcosa di molto preciso: sta provando a costruire l’idea che, in fondo, i veri responsabili siano sempre i magistrati. Anche quando le carte parlano un’altra lingua, anche quando la procedura prevede che il Ministero verifichi e non si limiti a inoltrare, anche quando l’evidenza politica indica con chiarezza dove si trovi il punto di rottura. Il messaggio implicito è che, qualunque cosa accada, il governo non è mai responsabile. È un meccanismo retorico che mira non solo a salvare Nordio, ma a immunizzare strutturalmente l’esecutivo dalla critica.

Questa operazione ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo caso. Erode la base culturale dello Stato di diritto. Ogni volta che la magistratura viene piegata a terreno propagandistico, ogni volta che si insinua il dubbio sistematico su un suo presunto pregiudizio, ogni volta che si trasformano i pubblici ministeri in nemici politici, si scava un solco nella separazione dei poteri, che è il cuore della democrazia costituzionale. Non è retorica accademica. È esperienza concreta di altri Paesi che, sotto governi di destra autoritaria, hanno percorso questa stessa strada con esiti devastanti. L’Ungheria di Orbán, la Polonia del PiS prima della parentesi del governo Tusk, gli Stati Uniti dell’epoca trumpiana hanno mostrato in modo esemplare cosa succede quando la magistratura viene presentata, in modo continuo e martellante, come un nemico interno. Il consenso si polarizza, il dibattito si avvelena, le tutele si svuotano, le minoranze si fragilizzano. La giustizia smette di essere percepita come garanzia comune e comincia a essere letta come strumento di parte. È il primo passo verso la sua riduzione a docile burocrazia, e da lì alla normalizzazione di un esecutivo che decide chi può essere indagato e chi no, chi sconta la pena e chi viene perdonato, chi è cittadino sotto la legge e chi al di sopra.

L’Italia non è ancora a quel punto. Ma sta andando in quella direzione con una rapidità che dovrebbe inquietare. La sconfitta referendaria ha rallentato il percorso ma non lo ha invertito. La pressione sul sistema giudiziario continua a essere costante, su tutti i livelli: parlamentare, mediatico, comunicativo, ministeriale. Il caso Minetti, in questo senso, non è solo l’ultimo tassello di una sequenza imbarazzante: è un test politico. Serve a misurare quanto si possa ancora spingere sull’idea che la responsabilità sia sempre altrove. Quanto si possano riassorbire scandali apparenti senza pagare alcun prezzo. Quanto la pubblica opinione sia ormai abituata, per inerzia o per consenso preventivo, a una logica binaria nella quale ogni difficoltà del governo viene interpretata come trama esterna. Ed è anche un test sulla tenuta del giornalismo d’inchiesta, perché senza l’ostinazione di una redazione che ha scavato sotto la superficie patinata di un atto presidenziale, oggi non staremmo discutendo di nulla. Il bambino non visitato, la madre biologica scomparsa, l’avvocata morta tra le fiamme sarebbero rimasti dettagli sepolti in un fascicolo che nessuno avrebbe più riaperto.

C’è poi un’altra dimensione, meno visibile ma non meno politica, che attraversa questa vicenda. Mentre il governo brucia energie nel proteggere un ministro e nel costruire alibi pubblici, mentre la maggioranza si stringe attorno a una narrazione difensiva, mentre la conferenza stampa di Palazzo Chigi viene monopolizzata dal caso Minetti, ciò che resta sullo sfondo è il Paese reale. Il Paese delle morti sul lavoro che continuano a essere quotidiane e silenziose, ignorate dai vertici istituzionali. Il Paese dei salari fermi da decenni mentre i profitti delle grandi imprese crescono. Il Paese in cui la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo e milioni di cittadini rinunciano a curarsi. Il Paese delle disuguaglianze territoriali aggravate dall’autonomia differenziata, della precarietà giovanile cronicizzata, dell’emergenza abitativa che strangola le grandi città. Tutto questo non scompare perché un governo decide di occuparsi di altro. Continua a esistere, a pesare, a produrre sofferenza concreta. Ma viene oscurato da una macchina narrativa che ha bisogno di scontri visibili, di nemici plastici, di drammi istituzionali da esibire. La grande operazione di copertura non è soltanto sul caso Minetti: è sulla realtà sociale del Paese, sistematicamente espunta dal dibattito pubblico per lasciare spazio alle guerre di posizione del potere.

Sullo sfondo di tutto questo resta una figura solitaria e silenziosa: il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, alla sua seconda riconferma, è ormai diventato il punto di equilibrio di un sistema che troppo spesso scarica su di lui le tensioni che la politica non sa o non vuole gestire. La lettera del 27 aprile al Ministero della Giustizia è stata, in questo senso, un atto di difesa istituzionale ma anche un segnale di profondo disagio. Il Quirinale ha fatto sapere che la firma presidenziale era stata apposta sulla base di un’istruttoria che oggi appare quantomeno lacunosa, se non inquinata; ha rivendicato che il Capo dello Stato non dispone di poteri investigativi propri; ha rispedito al mittente la responsabilità della verifica. È, di fatto, un richiamo costituzionale al rispetto dei ruoli. Ma anche il più garbato dei richiami presidenziali non può sostituirsi alla mancata assunzione di responsabilità da parte del governo. Lo Stato non si regge soltanto sulla tenuta del Quirinale. Si regge sulla capacità di ogni attore istituzionale di rispondere del proprio operato. E quando questa capacità si dissolve, il sistema scarica tutto sull’ultimo argine, fino a renderlo logoro. Mattarella è oggi quell’ultimo argine, e proprio per questo il suo silenzio successivo alla difesa di Nordio da parte di Meloni non è neutrale: è la misura precisa di una distanza istituzionale che cresce, e che lascia presagire ulteriori passaggi, se i nodi non verranno sciolti.

La domanda che resta è dunque la più scomoda. Chi controlla davvero chi governa? Quando l’esecutivo costruisce con metodo una narrazione di vittimismo permanente, quando ogni inciampo viene presentato come complotto, quando la magistratura viene incessantemente delegittimata, e quando il Capo dello Stato diventa l’unica figura di mediazione possibile, lo spazio del controllo democratico si restringe. Non sparisce, ma si comprime. E in quello spazio compresso prosperano le opacità: le grazie sospette, le istruttorie incomplete, gli scarichi di responsabilità, i ministri intoccabili, le capomastre dei gabinetti che gestiscono dossier scottanti senza lasciar traccia, i sottosegretari travolti da scandali e poi ricollocati altrove. La vera scoperta del caso Minetti non è il dettaglio dell’adozione contestata o del bambino mai visitato negli ospedali italiani. La vera scoperta è la disinvoltura con cui un’istituzione delicatissima — quella della grazia, prerogativa dei capi di Stato repubblicani da oltre settant’anni — è stata gestita, e la spregiudicatezza con cui, una volta venuto al pettine il nodo, il governo ha scelto di trasformare l’errore in un’ulteriore occasione di scontro contro la magistratura.

A questo punto la questione non riguarda più Nicole Minetti, e nemmeno Carlo Nordio. Riguarda il modello di potere che si sta affermando in Italia. Un modello che non risponde, ma si difende. Che non chiarisce, ma confonde. Che non si assume responsabilità, ma cerca sempre un altro colpevole. È un modello che ha imparato a sopravvivere agli scandali grazie alla normalizzazione del cinismo, all’esaurimento dell’opinione pubblica, alla complicità sistemica di un’informazione mainstream sempre più impigrita e sempre più allineata. Ed è un modello che, finché regge, avrà bisogno di nuovi capri espiatori. Oggi sono i magistrati di Milano. Ieri erano i giudici della Corte penale internazionale. Domani saranno i giornalisti che rifiutano di tacere, le associazioni che non si piegano, gli intellettuali che osano ricordare la Costituzione. Il bersaglio cambia, lo schema resta. Ed è uno schema che, lasciato lavorare a lungo, non corrode soltanto la credibilità di un governo: corrode il tessuto stesso della convivenza democratica.

Eppure proprio qui può cominciare la riscossa di una cultura politica diversa. Perché l’unica risposta possibile a un potere che si trincera dietro la propaganda è la riaffermazione testarda dei fatti. È la difesa della separazione dei poteri come bene comune, non come privilegio corporativo. È il rifiuto di accettare l’inversione delle responsabilità. È la consapevolezza che il controllo democratico non si esaurisce nelle urne, ma vive ogni giorno nella capacità di chiedere conto, di verificare, di non smettere di porre domande scomode. Il caso Minetti, da questo punto di vista, non è la fine di nulla. È un passaggio. Una prova di tenuta. Un altro segnale, tra i tanti, di quanto sia urgente riportare in equilibrio il rapporto tra potere e responsabilità in un Paese che continua a barcollare al confine di una deriva che ancora si può evitare. A condizione di non smettere mai di guardarla per quello che è. E di chiamarla, per quello che è, con il suo nome.

Fonti
— Il Fatto Quotidiano, inchiesta di Thomas Mackinson sulla grazia a Nicole Minetti, aprile 2026.
— ANSA, «Il Quirinale scrive a Nordio sulla grazia a Minetti, nuove verifiche», 27 aprile 2026.
— Il Foglio, «Mattarella scrive a Nordio sulla grazia a Minetti», 27 aprile 2026.
— Sky TG24, conferenza stampa di Giorgia Meloni dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026.
— Il Messaggero, «Nicole Minetti, Meloni: ‘Mi fido di Nordio, escludo le dimissioni’», 28 aprile 2026.
— Editoriale Domani, «Caso Nicole Minetti, scontro su Nordio», 28 aprile 2026.
— Sky TG24, dichiarazioni di Giusi Bartolozzi su Telecolor Sicilia, 9 marzo 2026.
— Il Foglio, «Bartolozzi si dimette dopo aver mandato Nordio allo sbaraglio», 25 marzo 2026.
— Fanpage, «Tutti gli scandali di Giusi Bartolozzi», 25 marzo 2026.
— Il Fatto Quotidiano, «Ti sparo in faccia: minacce di un boss al procuratore di Napoli Gratteri», 31 marzo 2026.
— Corte Costituzionale, sentenza n. 200 del 2006 sull’istituto della grazia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Pagina di

L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

L’energia che abbiamo in casa: il sabotaggio sistemico dell’autosufficienza italiana

Mentre il Paese discute da chi comprare il prossimo metro cubo di gas, le rinnovabili dimostrano numeri alla mano che la sovranità energetica è già nelle nostre mani. A ostacolarla non è la fisica, ma un modello economico e una subordinazione geopolitica che hanno bisogno di tenerci dipendenti.

Dipendiamo dall’estero per circa tre quarti del nostro fabbisogno energetico. È la prima cosa da scrivere, perché è la cornice dentro cui ogni discussione pubblica sull’energia viene incanalata, sterilizzata, ridotta a una scelta tra fornitori. Il dato lo conferma l’ISPRA, lo confermano Eurostat e i bilanci energetici nazionali: petrolio, gas, una fetta non trascurabile di elettricità arrivano dall’estero. È in questa cornice che le guerre del Medio Oriente, le tensioni nel Golfo, le oscillazioni del rublo e i ricatti politici via gasdotto si trasformano automaticamente in bollette, in inflazione, in stipendi che non bastano. Si chiama dipendenza strutturale, ed è la condizione che la classe dirigente italiana ha scelto di considerare come un destino naturale, e non come una decisione politica.

Il dibattito pubblico viene così confezionato in un eterno ballottaggio: meglio l’asse americano o quello russo, il GNL o il TAP, l’Algeria o il Qatar, e adesso, di nuovo, il rilancio del nucleare come se fosse una novità rivoluzionaria. La domanda decisiva, però, non viene mai posta: perché continuiamo a comprare ciò che abbiamo già? Perché un Paese immerso nel sole, nel vento, nelle correnti d’acqua e nel calore della terra discute ancora come se vivesse in un bunker buio, costretto a mendicare combustibile da chiunque ce lo voglia vendere?

Lo svuotamento dei serbatoi e la finzione della scelta

I combustibili fossili che bruciamo non sono una risorsa rinnovabile messa lì per noi. Sono il deposito di milioni di anni di processi geologici, e li stiamo trasferendo in atmosfera in pochi decenni con una velocità che la storia del pianeta non aveva mai conosciuto. La concentrazione di anidride carbonica ha superato nella primavera del 2026 le 430 parti per milione, contro le meno di 320 del 1960: un’accelerazione brutale, che non ha precedenti nei carotaggi glaciali, e che non potrà essere riassorbita nei tempi della nostra civiltà. Le riserve economicamente accessibili dureranno qualche decennio. Tantissimo, per chi ragiona dentro la finestra di un mandato elettorale. Niente, per chi prova a immaginare il mondo dei propri figli.

Dentro questa cornice, il rilancio del nucleare di nuova generazione, presentato come scelta di coraggio e modernità, è in realtà una replica esatta dello stesso schema. L’uranio non lo abbiamo, lo dovremmo importare. I cosiddetti reattori modulari di piccola taglia non esistono ancora come tecnologia commerciale matura, costano più di quanto si dica e quando saranno operativi serviranno comunque uranio arricchito, ovvero un’altra catena di fornitura controllata da pochi attori globali. Le riserve di uranio economicamente sfruttabili, se davvero il nucleare diventasse una fonte importante della domanda mondiale, non durerebbero molto di più di quelle di petrolio. E rimane il dettaglio non trascurabile dei rifiuti radioattivi, da custodire per migliaia di anni. È, in altre parole, lo stesso paradigma della dipendenza, travestito da innovazione.

La parola d’ordine ufficiale è “diversificazione delle fonti”. Ma diversificare i fornitori della propria schiavitù non è libertà: è solo una versione più sofisticata della stessa servitù. La fisica e l’aritmetica suggeriscono un’alternativa che la politica si rifiuta ostinatamente di prendere sul serio.

Dal gas russo al GNL americano: il prezzo politico della subordinazione

Per capire fino in fondo che cosa significhi oggi, in concreto, “dipendenza energetica” in Italia, basta ripercorrere gli ultimi quattro anni. Fino al 2021, circa il quaranta per cento del gas naturale che alimentava le case, le imprese e le centrali elettriche italiane arrivava dalla Russia, attraverso una rete di metanodotti costruita in decenni di rapporti commerciali stabili e a prezzi tra i più competitivi del continente. Quella fornitura non era una concessione politica: era il risultato di accordi industriali di lungo periodo che, piaccia o no, garantivano al sistema produttivo italiano un costo dell’energia compatibile con la concorrenza internazionale. Su quell’equilibrio si reggeva una parte significativa della manifattura del Paese.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, la scelta di Bruxelles, sotto pressione esplicita di Washington, è stata l’imposizione progressiva di un regime sanzionatorio che ha avuto come effetto pratico l’azzeramento o quasi delle importazioni di gas russo verso l’Europa occidentale. Le sanzioni sono state presentate come una risposta etica e necessaria all’aggressione. Quattro anni dopo è onesto guardare ai risultati: l’economia russa, contrariamente alle previsioni euforiche dei nostri ministri, ha tenuto, riorientando le proprie esportazioni verso Cina, India e mercati asiatici; la guerra non si è fermata; il continente europeo ha pagato un prezzo macroeconomico devastante in termini di inflazione energetica, deindustrializzazione, impoverimento delle famiglie e perdita di competitività. Le sanzioni, costruite per piegare Mosca, hanno colpito soprattutto chi le ha imposte. Hanno ucciso intere filiere produttive europee, hanno spinto fuori dal mercato decine di migliaia di piccole e medie imprese, hanno generato un trasferimento di ricchezza dal continente europeo alla potenza che quelle sanzioni le ha ispirate.

Il vuoto lasciato dal gas russo è stato infatti colmato, in larghissima parte, dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, trasportato via nave attraverso l’Atlantico, rigassificato in impianti costruiti o riattivati a tempo di record, rivenduto sul mercato europeo a prezzi che, nei picchi del 2022 e del 2023, sono arrivati a essere quattro o cinque volte superiori a quelli che si pagavano prima della crisi. I produttori americani di shale gas, le compagnie statunitensi di trasporto, gli operatori dei rigassificatori hanno realizzato profitti storici. La famiglia italiana media ha visto la bolletta moltiplicarsi, l’azienda energivora ha visto evaporare il margine, l’operaio ha visto il salario reale erodersi. Il “costo della libertà”, ci è stato spiegato, andava sopportato. Ma è una libertà che pesa solo su chi la paga, mai su chi l’ha imposta.

Questa parentesi geopolitica è decisiva per capire la direzione politica del discorso energetico nazionale. La dipendenza dalla Russia, fondata su rapporti commerciali strutturati, è stata sostituita da una dipendenza atlantica più costosa, più precaria, più volatile, più esposta alle oscillazioni di un mercato spot dominato da pochi grandi operatori americani. La sovranità che si dichiarava di voler difendere, in nome dei valori, è stata di fatto ceduta a un partner esterno che oggi detta il prezzo dell’energia europea con un’ampiezza di manovra che la Russia, ai tempi dei contratti pluriennali Eni-Gazprom, non aveva mai avuto. Tutto questo, mentre il governo italiano continua a presentarsi come campione della sovranità nazionale. La sovranità, evidentemente, vale sui confini meridionali e nelle politiche identitarie, non sul prezzo del kilowattora.

L’aritmetica imbarazzante delle rinnovabili

Eppure bastano poche operazioni elementari per capire che da questa trappola si esce, e si esce dal lato delle fonti rinnovabili distribuite. Un metro quadro di pannelli fotovoltaici di tecnologia commerciale produce, mediamente, 150-200 chilowattora di elettricità all’anno alle nostre latitudini, con variazioni dovute a esposizione e zona geografica. Il fabbisogno energetico complessivo italiano, comprendendo tutto, dai trasporti alle industrie al riscaldamento domestico, vale all’incirca un migliaio di terawattora all’anno. Una semplice divisione restituisce un numero che dovrebbe inchiodare alla parete chiunque progetti politiche energetiche: per coprire interamente quel fabbisogno servirebbero, in prima approssimazione, seimila chilometri quadrati di pannelli.

Sembra tanto. È circa il due per cento del territorio nazionale. Per coprire solo i consumi elettrici, basta meno dell’uno per cento. E qui il discorso diventa beffardo: in Italia il suolo già impermeabilizzato, ovvero perso definitivamente per agricoltura e biodiversità, è stimato fra il sette e l’otto per cento del territorio, e continua a crescere a un ritmo dell’ordine di due virgola sette metri quadrati al secondo. Capannoni dismessi, centri commerciali a parallelepipedo, parcheggi da decine di ettari, piazzali industriali, tetti di palazzi, tetti di scuole, di ospedali, di stazioni: la superficie utilizzabile c’è già, ed è enorme. Non occorre toccare un solo ettaro di terreno agricolo o di paesaggio. Occorre invece prendere atto che chi parla di “suolo consumato dal fotovoltaico” usa un argomento ambientalista per difendere un modello energetico anti-ambientale.

Ma il sole è solo l’esempio più immediato. L’aria che si muove sopra le creste appenniniche e sui mari italiani vale, secondo le stime di settore, più di sessanta gigawatt di potenziale eolico a terra e oltre duecento gigawatt offshore, soprattutto al Sud e nei tratti adriatici e tirrenici più ventosi. Le acque che scendono dai monti continuano a generare energia anche fuori dai grandi bacini, semplicemente attraversando turbine ad acqua corrente. Il calore profondo della crosta terrestre, di cui l’Italia è uno dei territori europei più ricchi, potrebbe fornire decine di migliaia di terawattora all’anno. Le maree, il moto ondoso, le correnti costiere sono fonti meno mature ma niente affatto trascurabili. La somma di queste disponibilità, già oggi, supera abbondantemente qualsiasi fabbisogno ragionevole.

La complementarità tra le fonti è il punto chiave. Il sole non c’è di notte, ma il vento spesso sì. L’estate è solare, l’inverno è ventoso e idrico. Il calore geotermico è costantemente disponibile. Quando una sorgente cala, un’altra compensa. E sopra tutto questo si è già stratificato un sistema di accumulo che sta cambiando rapidamente: il prezzo delle batterie è crollato di un ordine di grandezza in quindici anni, oggi costano meno di un decimo rispetto al 2010, e l’accumulo non è solo elettrochimico. Esistono pompaggi idroelettrici, sali fusi, accumulo termico, idrogeno verde da elettrolisi, volani inerziali. Quando la batteria al litio finisce il suo ciclo di vita utile, dopo vent’anni rende ancora intorno all’ottanta per cento ed è pienamente riciclabile. La narrazione “ma poi le batterie sono un problema ambientale” è una rappresentazione fuorviante di un settore in piena trasformazione tecnologica.

Una rete pensata per l’energia degli altri

Il problema, vero questa volta, non è la materia prima. Il problema è l’infrastruttura. La rete elettrica italiana è stata progettata e cresciuta secondo una logica novecentesca: pochi grandi centri di produzione, idroelettrici o termoelettrici, che generano alta tensione da trasportare a grande distanza, fino al gradino domestico raggiunto attraverso due trasformazioni successive. È una rete piramidale, dall’alto verso il basso, costruita attorno alla figura della grande centrale e della grande compagnia che la gestisce. Sovrapporre a questo schema una produzione diffusa, capillare, dal basso verso l’alto, fatta di milioni di tetti, di piccoli impianti eolici, di micro-idroelettrici, espone il sistema a oscillazioni di tensione e a problemi di sincronia di fase. Senza un ripensamento strutturale, la rete diventa instabile.

Ripensare la rete significa esattamente questo: passare da un’architettura gerarchica a una architettura distribuita, in cui ogni territorio produce e consuma localmente la maggior parte della propria energia, e l’interconnessione fra territori serve a redistribuire eccedenze e a colmare carenze. È una rivoluzione tecnica, ma è soprattutto una rivoluzione politica, perché cambia chi possiede l’energia, chi la decide, chi ne ricava profitto. La logica delle comunità energetiche, già oggi prevista dalle normative europee e progressivamente recepita in Italia, va in questa direzione: cittadini, piccole imprese, enti locali che si associano per produrre, consumare e scambiare energia su base territoriale, riducendo al minimo il flusso lungo le grandi distanze e tenendo per sé il valore prodotto.

Per fare questo serve una scelta esplicita: indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso la ristrutturazione della rete, l’elettrificazione spinta dei consumi finali, lo sviluppo dei sistemi di accumulo, la formazione tecnica diffusa. Non è materia per dichiarazioni. È materia per piani industriali, per leggi finanziarie, per scelte di bilancio. È, in altre parole, materia di volontà politica.

L’ostacolo non è tecnico, è politico

Se questa strada è così evidente, perché non viene imboccata? La domanda contiene già la risposta, ma è scomoda da formulare. L’energia distribuita ridistribuisce anche il potere. Una rete fatta di milioni di produttori-consumatori, di cooperative territoriali, di municipalizzate ripensate come operatori energetici, di comunità locali che decidono cosa fare della propria sovrapproduzione, è una rete in cui il margine dei grandi operatori si comprime, in cui la rendita dei detentori dei combustibili fossili evapora, in cui il ruolo dei traders di gas e di petrolio diventa marginale. È una rete in cui non c’è più bisogno di rigassificatori imposti dall’alto, di gasdotti contesi, di centrali nucleari da finanziare con decine di miliardi di soldi pubblici, di navi cariche di GNL che attraversano l’Atlantico per consegnare al continente europeo lo stesso gas che il continente europeo, dieci anni prima, comprava ad un quinto e meno della metà del costo logistico.

È esattamente per questo che, ogni volta che il discorso si avvicina al cuore della transizione, salta fuori l’argomento del “mercato”. Si invoca la concorrenza, si difendono le compatibilità di sistema, si avvisa che la generazione distribuita rischia di alterare gli equilibri tariffari, di danneggiare gli operatori, di creare distorsioni regolatorie. Ed è un argomento che ha la stessa logica del paziente che, dopo aver scoperto un tumore, si chiede se la diagnosi non comprometta la salute del tumore stesso. La crescita competitiva illimitata, quando avviene dentro un organismo finito, ha un nome preciso in biologia: si chiama cancro. Quando avviene dentro un sistema economico finito, in un pianeta finito, con risorse finite, produce gli stessi effetti distruttivi. La differenza è che, per il pianeta, non esiste chemioterapia.

L’ARERA, il regolatore italiano dell’energia, ha tra i propri compiti la tutela del consumatore, ma è di fatto uno dei principali custodi di un assetto di mercato pensato per i grandi operatori. Le comunità energetiche, in Italia, sono cresciute lentamente, frenate da regole farraginose, soglie tecniche restrittive, procedure autorizzative che scoraggiano i piccoli soggetti. Mentre i Paesi del Nord Europa hanno sviluppato in dieci anni interi distretti energetici autosufficienti, in Italia siamo ancora a discutere di scaglioni e perimetri amministrativi. Non è incompetenza: è precisamente la funzione che il sistema attribuisce alla regolazione, quella di rallentare il cambiamento per non disturbare le rendite.

Elettrificare il Paese, non solo la luce di casa

Va aggiunto un punto che spesso sfugge nel dibattito. L’elettricità copre oggi all’incirca un quinto dei consumi energetici italiani. Tutto il resto, dai trasporti pesanti al riscaldamento domestico, dall’industria pesante alla cottura dei cibi, passa ancora prevalentemente per combustibili fossili. La transizione vera non consiste solo nel produrre più rinnovabili, ma nell’elettrificare progressivamente tutto ciò che oggi non lo è. La mobilità privata e pubblica, in primis: veicoli elettrici alimentati da rete prevalentemente rinnovabile, trasporto ferroviario sviluppato come spina dorsale della logistica nazionale, mobilità urbana ripensata. Il riscaldamento residenziale, attraverso pompe di calore alimentate da fotovoltaico e accumulo. Una parte della produzione industriale, dove le tecnologie sono già mature. Quel che resta, e non è poco, può essere coperto da idrogeno verde prodotto per elettrolisi nei momenti di sotto pproduzione rinnovabile.

Tutto questo non è uno scenario futuribile. Sta già accadendo, in misura significativa, in altri Paesi europei. L’Italia è in ritardo non perché manchi di tecnologia o di risorse, ma perché manca di una decisione politica chiara, e perché chi quella decisione dovrebbe prenderla è troppo intrecciato con gli interessi che da quel ritardo traggono profitto. Il governo che oggi guida il Paese parla di sovranità in ogni ambito, dai confini alle istituzioni alla cultura, ma sull’unica forma di sovranità che potrebbe davvero rendere l’Italia autonoma — quella energetica — sceglie sistematicamente la subordinazione.

L’emergenza che fingiamo di non vedere

Tutto questo discorso non è un esercizio teorico. Non è ambientalismo da salotto. Siamo in emergenza conclamata. Ogni anno gli eventi climatici estremi sul territorio italiano costano vite, devastano valli, sommergono pianure agricole, distruggono infrastrutture e bilanci comunali. Le frane in Emilia, le alluvioni in Toscana, le ondate di calore al Sud, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai alpini non sono incidenti meteorologici. Sono il prezzo, già fatturato e ancora interamente da pagare, di un modello energetico che continuiamo a difendere come se fosse intoccabile. E sono il prezzo, anche, di una geopolitica della dipendenza che ci consegna a ricatti, conflitti, oscillazioni dei mercati, complicità con regimi che fingiamo di disapprovare e sudditanze verso alleati che non ci hanno mai trattato come pari.

La transizione alle rinnovabili distribuite non è solo una questione ambientale. È, contemporaneamente, una questione di pace, perché spegne molte delle ragioni economiche delle guerre per le risorse e priva di pretesti chi, in nome di valori astratti, costruisce coalizioni militari per controllare flussi materiali. È una questione di democrazia, perché restituisce ai territori il controllo di un bene essenziale. È una questione di giustizia sociale, perché toglie potere a un’oligarchia di rendita e lo restituisce a chi lavora, vive, abita un luogo. Ed è, in fondo, una questione di dignità nazionale, parola che oggi viene troppo spesso usata per coprire scelte di servitù.

Eppure, nel teatro pubblico, si continua a parlare di rigassificatori, di nuovi accordi con dittature petrolifere, di piccoli reattori che si costruiranno chissà quando, di navi cariche di gas liquefatto che arrivano da oltre oceano a prezzi che pagheremo per anni. E il sole continua a sorgere ogni mattina sopra trecentomila chilometri quadrati di Paese, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Lo guardiamo come si guarda un creditore antipatico, quasi imbarazzati dalla sua disponibilità. Non c’è bisogno di importarlo, non lo si può embargare, non lo si può tagliare con una crisi diplomatica, non lo si può sanzionare. Forse è esattamente per questo che chi vive di crisi, di emergenze e di dipendenze indotte non ha alcun interesse a farcene accorgere.

L’energia ce l’abbiamo in casa. È il modello che ci vuole inquilini in casa nostra, costretti a pagare l’affitto a qualcun altro per qualcosa che è già nostro. Riconoscerlo, e farlo diventare cornice di ogni discussione pubblica successiva, è la prima vera mossa politica di ogni transizione possibile. Tutto il resto è scenografia.


Fonti

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — rapporti annuali su consumo di suolo, emissioni e inventario energetico nazionale.
Eurostat, statistiche sulla dipendenza energetica degli Stati membri dell’Unione Europea e sulle importazioni di gas naturale per provenienza.
Terna S.p.A., dati sul sistema elettrico italiano e sulla produzione da fonti rinnovabili.
GSE, Gestore dei Servizi Energetici — Rapporto statistico sulle fonti rinnovabili in Italia.
MASE, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica — bilanci di approvvigionamento gas e dati sulle importazioni di GNL.
ISTAT, dati sul territorio e sull’uso del suolo in Italia.
Legambiente, rapporto annuale Comunità Rinnovabili.
IRENA, International Renewable Energy Agency — Renewable Capacity Statistics e World Energy Transitions Outlook.
IEA, International Energy Agency — World Energy Outlook e Gas Market Report.
NOAA, Global Monitoring Laboratory — serie storica delle concentrazioni di CO₂ atmosferica (Mauna Loa).
BloombergNEF, Battery Price Survey — andamento storico del costo dei sistemi di accumulo elettrochimico.
Bruegel, European natural gas imports e Sanctions on Russia — analisi e dataset sull’andamento delle importazioni europee di gas e sull’impatto economico delle sanzioni.
EIA, U.S. Energy Information Administration — dati sulle esportazioni di GNL statunitense verso l’Europa.
Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) e Direttiva (UE) 2023/2413 (RED III) sulle comunità energetiche e l’autoconsumo collettivo.
ARERA, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — relazioni annuali e provvedimenti sull’autoconsumo diffuso.
**

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Il 25 aprile e la Costituzione

Una memoria che è ancora dovere: la Liberazione, il sacrificio dei partigiani, le voci della Costituente e la Carta nata dalla Resistenza che oggi gli eredi del fascismo vorrebbero stravolgere

Ottantun anni fa, il 25 aprile 1945, l’Italia tornava ad essere se stessa. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale; Milano, Torino, Genova si liberavano dal nazifascismo prima ancora che vi giungessero gli Alleati; le città e le campagne respiravano per la prima volta, dopo vent’anni di dittatura e venti mesi di occupazione tedesca, l’aria pulita della libertà. Quella data non è una commemorazione: è un atto di nascita. È il giorno in cui un popolo umiliato, deportato, fucilato, bombardato, ha ritrovato la propria voce — e con essa il diritto di scrivere, tre anni dopo, la più bella Costituzione del Novecento europeo.
Eppure proprio oggi, mentre quel giorno torna sul calendario, sentiamo crescere intorno a noi un rumore di fondo che vorrebbe spegnerlo. Un governo che esita a pronunciare la parola «antifascismo». Una destra che si richiama a ciò da cui la Resistenza ci ha liberati. Tentativi di stravolgere quella Carta che proprio sui caduti partigiani ha costruito ogni suo articolo. È in questo contesto che il 25 aprile va letto come non semplice anniversario, ma come consegna: un testimone che le generazioni del riscatto ci hanno passato, e che a noi tocca non lasciar cadere.
I. Il giorno che ci ha restituiti a noi stessi

Per capire che cosa è stato il 25 aprile bisogna ricordare da dove veniva l’Italia. Veniva dal 1922, dalla marcia su Roma, dalle leggi fascistissime, dal delitto Matteotti, dalle migliaia di antifascisti incarcerati al confino, dalle leggi razziali del 1938 che strapparono alla cittadinanza ebrei italiani che avevano combattuto per la Patria nel 1915-18. Veniva da una guerra voluta dal regime al fianco della Germania nazista, da Cefalonia, dai rastrellamenti, dai treni piombati per Auschwitz e Mauthausen, dalle Fosse Ardeatine, da Sant’Anna di Stazzema, da Marzabotto. Veniva da venti mesi di Repubblica di Salò che furono, per molte zone del Centro-Nord, i mesi più feroci dell’intera occupazione: la collaborazione attiva con le SS, le delazioni, le brigate nere, la guerra civile dichiarata contro i propri fratelli.
Da quel fondo di abisso, il 25 aprile fu la riemersione. Non un dono delle truppe alleate, come una vulgata revisionista vorrebbe far credere — gli Alleati combattevano una guerra mondiale, non la nostra rinascita morale — ma una conquista pagata in proprio, con il sangue dei partigiani, con la fame e il coraggio della popolazione civile, con l’organizzazione clandestina del Comitato di Liberazione, con gli scioperi del 1943 e del 1944, con le città che insorsero ore prima dell’arrivo degli eserciti regolari. Il 25 aprile è il giorno in cui la nazione, abbandonata dal suo re e dai suoi generali nel settembre del 1943, ha dimostrato di saper trovare in sé stessa la forza di rinascere.
E quel giorno ha un volto e una voce. Il volto è quello dei partigiani, dei renitenti alla leva di Salò, degli operai che fermarono le fabbriche, delle staffette in bicicletta, degli ebrei nascosti dai contadini, dei sacerdoti e dei carabinieri che si rifiutarono di consegnare i loro concittadini. La voce è quella di Sandro Pertini, socialista, partigiano, futuro Presidente della Repubblica, che proprio quel 25 aprile dai microfoni di Radio Milano Libera proclamava lo sciopero generale contro l’occupante tedesco e i suoi complici, e annunciava la nascita di una Repubblica democratica. Quella voce alla radio è il primo articolo non scritto della nostra Costituzione.
II. La Resistenza come matrice costituzionale

La Costituzione italiana non nasce per partenogenesi. Non è un trattato accademico, non è un compromesso fra burocrazie, non è il prodotto di un consulente giuridico illuminato. La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e questa non è una formula retorica: è un fatto storico documentabile articolo per articolo. I costituenti che si insediarono il 25 giugno 1946, eletti il 2 giugno con il primo voto a suffragio universale autenticamente esteso anche alle donne, erano in larga maggioranza protagonisti diretti della lotta di liberazione. Avevano combattuto sui monti, in carcere, al confino, in clandestinità, nei lager nazisti.
Umberto Terracini, comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella sua fase decisiva, era stato condannato dal Tribunale Speciale fascista a ventidue anni di carcere, dei quali ne aveva scontati diciotto fra reclusorio e confino. Sandro Pertini era stato condannato a undici anni dopo dieci passati in galera. Lelio Basso era stato arrestato sei volte. Concetto Marchesi, illustre latinista, aveva pronunciato dall’aula magna dell’Università di Padova nel novembre 1943 il celebre appello agli studenti perché si unissero alla Resistenza, ed era poi fuggito in Svizzera per non essere catturato. Giuseppe Dossetti, cattolico democristiano, aveva guidato il CLN di Reggio Emilia. Teresa Mattei, la più giovane fra i costituenti, aveva venticinque anni ed era stata partigiana combattente nei GAP fiorentini; suo fratello Gianfranco era stato torturato dalle SS in via Tasso e si era ucciso per non parlare. Nilde Iotti aveva fatto la staffetta partigiana sull’Appennino reggiano. Teresa Noce era reduce dal lager di Ravensbrück.
Quando si dice che la Costituzione è figlia della Resistenza, si dice esattamente questo: i suoi articoli sono stati scritti da uomini e donne che avevano corpi segnati dalla tortura, parenti uccisi, anni di vita rubati dal regime. Ogni articolo che parla di libertà personale, di habeas corpus, di pluralismo, di parità, di lavoro come fondamento della Repubblica, è la traduzione giuridica di una esperienza esistenziale di privazione. È per questo che chi tocca la Costituzione tocca, indirettamente, anche le ossa di chi è morto perché potesse essere scritta.
Il miracolo di quella Carta — è opportuno ribadirlo — è di essere stata scritta insieme da forze politiche profondamente diverse, ideologicamente contrapposte, che proprio negli anni della Resistenza avevano saputo trovare nel Comitato di Liberazione Nazionale il loro punto di unità. Cattolici e comunisti, socialisti e liberali, azionisti e democristiani: erano matrici culturali e politiche lontane, in alcuni casi opposte, ma all’interno della lotta partigiana avevano combattuto fianco a fianco, ciascuno sotto la propria bandiera, contro lo stesso nemico. Lo spirito del CLN fu esattamente questo: tenere insieme, in un unico progetto resistenziale, identità politiche che fuori dalla guerra di liberazione sarebbero state difficilmente conciliabili. Il patto non fu di rinunciare alle proprie idee, ma di subordinarle, per il tempo necessario, alla causa comune della libertà. Brigate Garibaldi, Brigate Matteotti, formazioni di Giustizia e Libertà, Brigate Osoppo, formazioni autonome: nomi differenti, ispirazioni differenti, ma una sola direzione politico-militare e un solo obiettivo storico.
È quello stesso spirito — non un compromesso al ribasso, ma un patto unitario fra diversi — che si trasferì poi, intatto, nei lavori dell’Assemblea Costituente. Benché la Guerra Fredda fosse già alle porte, e benché di lì a pochi mesi i medesimi protagonisti si sarebbero confrontati con i voti nella più aspra contrapposizione politica del Novecento europeo, in quei diciotto mesi di lavoro costituente seppero rinnovare il patto del CLN e tradurlo in legge fondamentale. Il punto di equilibrio fu possibile perché tutti, dietro le bandiere differenti, riconoscevano un nemico comune appena sconfitto e una promessa comune da onorare: che il fascismo non sarebbe mai più tornato, e che la dignità della persona umana sarebbe stata la stella polare di ogni norma.
III. Il sangue dei partigiani: ricordare i comunisti che oggi qualcuno vorrebbe cancellare

Bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, oggi più che mai: la Resistenza italiana fu, in larga parte, una Resistenza comunista. Non esclusivamente, certo — e nessun comunista serio lo ha mai sostenuto. Le Brigate Matteotti dei socialisti, le formazioni di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, le Brigate Osoppo cattolico-laiche del Friuli, le formazioni autonome, i gruppi della Democrazia Cristiana, gli ufficiali del Regio Esercito che scelsero di non aderire a Salò: tutti hanno dato il loro contributo decisivo, e il riconoscimento è dovuto a ognuno senza diminuire nessuno. Ma è un dato storico inoppugnabile che le Brigate Garibaldi, di matrice comunista, costituirono numericamente la spina dorsale della guerra partigiana, e che fra i caduti della Resistenza la maggioranza relativa, secondo le ricerche storiche più accreditate, militava nelle file del Partito Comunista Italiano.
Sono uomini e donne come Eugenio Curiel, redattore dell’«Unità» clandestina, ucciso a Milano dai fascisti il 24 febbraio 1945, due mesi prima della Liberazione. Come Giancarlo Puecher Passavalli, giovanissimo cattolico-comunista comandante partigiano, fucilato a Erba a vent’anni nel dicembre 1943. Come Irma Bandiera, staffetta a Bologna, torturata per sette giorni dai fascisti che le strapparono gli occhi prima di ucciderla, senza ottenere un solo nome. Come i sette fratelli Cervi, contadini emiliani, fucilati insieme al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre 1943: «Dopo un raccolto ne viene un altro», disse il loro padre Alcide. Come Teresa Mattei stessa e suo fratello, che ho già ricordato. Come Giaime Pintor, intellettuale, morto a ventiquattro anni saltando su una mina mentre cercava di raggiungere le formazioni partigiane nel basso Lazio. Come migliaia di operai, contadini, studenti, casalinghe, di cui spesso non sappiamo neppure il nome.
Ricordare il sacrificio comunista non è oggi una operazione ideologica: è un dovere di onestà storica. E lo è doppiamente in un’epoca in cui assistiamo a un revisionismo strisciante che vorrebbe equiparare i partigiani ai militi della Repubblica Sociale, derubricare la Resistenza a «guerra civile fra opposti estremismi», riconoscere «pari dignità di memoria» a chi combatteva per la libertà e a chi consegnava ebrei alle SS. È una narrazione tossica, falsa, profondamente offensiva non solo verso i caduti partigiani ma verso il fondamento stesso della Repubblica. Perché se davvero non ci fosse stata differenza fra le due parti, allora la Costituzione sarebbe il prodotto di un caso fortuito; mentre invece è la conseguenza diretta, necessaria, di una vittoria morale prima ancora che militare.
E va detto con altrettanta nettezza: i comunisti italiani che parteciparono alla Resistenza e poi alla Costituente non scrissero in Costituzione il programma del Partito Comunista. Scrissero, insieme agli altri, una Costituzione liberale e democratica, pluralista, fondata sui diritti individuali e sulla economia di mercato temperata dalla funzione sociale. Lo fecero con consapevolezza politica e maturità storica, accettando compromessi che molti loro militanti non capirono — il voto a favore dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi, ad esempio — perché posero la pace civile e l’unità del Paese al di sopra delle proprie preferenze ideologiche. Quella scelta, costata loro non pochi conflitti interni, è oggi il pilastro della convivenza italiana. Cancellarla dalla memoria, ostracizzarli postumi, fingere che la Repubblica sia nata senza di loro o malgrado loro, è una falsificazione che indebolisce tutti, anche chi la pratica.
IV. La Resistenza nelle nostre terre: la Carnia libera, l’Osoppo, la Garibaldi

Da queste terre del Friuli, la Resistenza ha un volto particolare e una memoria che ci appartiene direttamente. Fra l’estate e l’autunno del 1944, le formazioni partigiane liberarono dal nazifascismo un’ampia zona montana che diede vita alla Repubblica della Carnia e dell’Alto Friuli, una delle più vaste e durature «zone libere» dell’Italia occupata: oltre quaranta comuni, settantamila abitanti, un governo provvisorio civile elettivo, scuole riaperte, giornali liberi, perfino un proprio servizio postale. Non fu una parentesi folkloristica: fu il primo esperimento, in queste valli, di amministrazione democratica dopo vent’anni di fascismo, e quei tre mesi di libertà — prima che la grande controffensiva tedesca dell’ottobre-novembre 1944 li travolgesse nel sangue — sono il prototipo di ciò che la Costituzione avrebbe poi codificato per tutto il Paese.
In Friuli operarono fianco a fianco, e talvolta dolorosamente in conflitto, le Brigate Osoppo di matrice cattolico-laica e patriottica, e le Brigate Garibaldi di matrice comunista. Furono migliaia, nelle nostre montagne, a scegliere la via dei boschi piuttosto che la divisa di Salò. Furono migliaia a non tornare. La memoria di queste terre, dalle Prealpi Giulie alla Carnia, dalla pianura friulana al confine sloveno, è cucita sui muri delle case con le lapidi dei caduti, è incisa nei nomi delle vie, è custodita nei ricordi che ancora oggi le famiglie si tramandano. Ed è una memoria che, come tutte le memorie autentiche, conosce anche le proprie ombre — perché ogni vicenda umana ne ha — ma il cui significato storico complessivo è limpido: senza il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne, oggi il Friuli non sarebbe parte di una Repubblica democratica.
Onorarli, oggi, significa anche difendere ciò per cui sono morti. Significa rifiutare la deriva di un’autonomia regionale piegata a logiche di concorrenza e di disuguaglianza, e rivendicare invece — come la Costituzione richiede — un’autonomia dentro l’unità della Repubblica, una autonomia che non sia frantumazione dei diritti ma articolazione concreta della solidarietà nazionale.
V. Le donne nella Resistenza e nella Costituente

Il 25 aprile non sarebbe stato possibile senza le donne, e la Costituzione non sarebbe stata quella che è senza la voce delle ventuno costituenti. Furono almeno trentacinquemila le partigiane combattenti riconosciute nel dopoguerra, e oltre settantamila le organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, la rete clandestina di assistenza, propaganda e supporto logistico che attraversò tutto il Centro-Nord. Quattromilaseicento subirono arresto, tortura, detenzione; oltre duemiladuecento furono uccise o morirono in lager. Eppure per decenni la storiografia ufficiale le ha relegate nel ruolo decorativo della «staffetta», quasi che pedalare nelle valli con messaggi e armi nascoste sotto la sottana fosse stato un compito secondario e non, come è stato, una funzione vitale e mortalmente rischiosa.
Quando il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta — alle amministrative parziali del marzo erano state già chiamate alle urne — entrarono in Assemblea Costituente in ventuno: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Erano poche, di fronte a cinquecento uomini, ma furono decisive. Lottarono perché nell’articolo 3 si leggesse «senza distinzione di sesso», e ottennero quella formula esplicita contro le resistenze di chi la considerava superflua. Lottarono perché l’articolo 37 riconoscesse alla lavoratrice gli stessi diritti del lavoratore, a parità di lavoro la stessa retribuzione, e tutele particolari per la madre. Si chiamavano Teresa Mattei, Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Angela Maria Cingolani, Maria Federici, Elettra Pollastrini, Filomena Delli Castelli, e altre. Ognuna portava in Assemblea, oltre alla competenza politica, una biografia di sofferenza personale e di scelte di campo che non avevano nulla da invidiare a quella dei colleghi maschi.
Lina Merlin, socialista, sarebbe diventata l’autrice della legge del 1958 che chiuse le case di tolleranza, restituendo dignità a migliaia di donne ridotte a merce dallo Stato stesso. Nilde Iotti sarebbe stata la prima donna Presidente della Camera dei deputati. Teresa Mattei propose, con un gesto che oggi sembra naturale ma che allora fu una rivoluzione culturale, la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo. Sono storie che non possono essere separate dalla storia del 25 aprile: ne sono il prolungamento naturale, la conseguenza democratica, la verifica nel tempo lungo della libertà conquistata sui monti.
VI. Le voci della Costituente: oltre Calamandrei

Il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi del gennaio 1955 è giustamente rimasto come la più alta lettura morale della nostra Carta. Ma non è solitario. L’Assemblea Costituente fu attraversata da interventi che oggi rileggiamo con meraviglia per la loro profondità intellettuale, per la lucidità dell’analisi storica e per la passione civile che li animava. Vale la pena di ascoltarne almeno alcuni, perché aiutano a capire che la Costituzione non è un compromesso al ribasso ma un punto altissimo di pensiero politico.
Umberto Terracini: la Costituzione come patto fra diversi
Comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella fase decisiva dei lavori, Terracini chiuse i lavori dell’Assemblea il 22 dicembre 1947 con un discorso che è insieme bilancio e consegna. Egli sottolineò come la Carta fosse il frutto di una collaborazione fra forze politiche profondamente diverse — collaborazione che era stata possibile perché tutte avevano in mente, sopra le rispettive bandiere, l’interesse superiore della nazione e delle generazioni future. Terracini ricordò che il testo che si stava per consegnare al popolo italiano non era la traduzione integrale di nessun programma di partito, ma il punto di equilibrio fra ideali differenti, tutti convergenti sulla difesa della libertà e della dignità della persona. Quella consapevolezza — che la Costituzione non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti — è oggi il nostro miglior antidoto contro chi vorrebbe trasformarla in una bandiera di parte.
Palmiro Togliatti: la pace religiosa e l’unità nazionale
Il segretario del Partito Comunista Italiano pronunciò il 25 marzo 1947 un discorso che divise il suo stesso partito ma che è rimasto come uno dei momenti più alti dello statismo costituzionale italiano. In sede di discussione sull’articolo 7 — quello che riconosce nel diritto interno i Patti Lateranensi del 1929 — Togliatti motivò il voto favorevole del PCI con l’argomento della pace religiosa e dell’unità nazionale: la Repubblica appena nata, disse, non poteva permettersi una nuova questione romana, e l’inserimento dei Patti in Costituzione era il prezzo politico necessario per consolidare la pacificazione del Paese. La scelta gli costò il distacco di una parte della sua base e l’incomprensione di intellettuali laici come Calamandrei. Ma fu, a posteriori, una scelta di statura statale: il PCI dimostrò di saper anteporre l’interesse della Repubblica all’identità di partito. È un esempio che oggi, in un’epoca di rissa permanente e di partitismo identitario, fa meditare.
Concetto Marchesi: la scuola pubblica come fondamento della democrazia
Latinista insigne, comunista, rettore dell’Università di Padova al momento della Liberazione, Marchesi intervenne nei lavori della Costituente con una serie di discorsi memorabili sull’istruzione. Egli sostenne che la scuola pubblica è la trincea fondamentale di ogni democrazia perché è l’unico luogo in cui le diseguaglianze di nascita possono essere effettivamente compensate, in cui il figlio del contadino e il figlio del professionista possono trovare le stesse opportunità. Una società che lascia degradare la propria scuola pubblica, ammoniva, prepara la propria fine democratica. Sono parole che andrebbero rilette parola per parola oggi, mentre osserviamo il finanziamento crescente della scuola privata e la riduzione delle risorse per l’istruzione statale, in palese contrasto con lo spirito originario dell’articolo 33.
Lelio Basso: l’uguaglianza che non basta nominare
Socialista, giurista raffinatissimo, Basso è il vero padre del secondo comma dell’articolo 3, quello sulla uguaglianza sostanziale. La sua intuizione fondamentale fu che proclamare l’uguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge, come avevano fatto le costituzioni liberali ottocentesche, non basta. Anzi: in una società attraversata da profonde disuguaglianze economiche e sociali, l’uguaglianza puramente formale rischia di legittimare lo stato di cose esistente. Per essere davvero uguali, scrisse Basso ispirandosi anche al pensiero di Costantino Mortati, lo Stato deve farsi carico attivamente di rimuovere gli ostacoli concreti — economici, sociali, culturali — che impediscono ai cittadini meno favoriti di accedere realmente ai diritti riconosciuti a tutti sulla carta. È la più profonda rivoluzione concettuale della nostra Costituzione, ed è la radice di ogni politica seria contro le diseguaglianze.
Giuseppe Dossetti: i diritti che precedono lo Stato
Cattolico democristiano, animatore con La Pira e Fanfani della corrente sociale della DC, Dossetti portò nei lavori costituenti la grande tradizione del personalismo cristiano. La sua tesi, che divenne fondamento dell’articolo 2, è che esistono diritti inviolabili dell’uomo che non sono concessi dallo Stato ma soltanto da esso riconosciuti, perché radicati nella dignità della persona umana che è anteriore e superiore ad ogni autorità politica. Lo Stato, in questa visione, non è il fondamento dei diritti ma il loro garante. È una concezione che, partendo da premesse filosofiche profondamente diverse da quelle marxiste o liberali, convergeva con esse nella tutela concreta della libertà individuale. La nostra Costituzione, in questo senso, è più di un patto politico: è il riconoscimento di una verità antropologica — che la persona viene prima del potere — sottoscritta da culture differenti.
Aldo Moro: la Repubblica al servizio della persona
Anche Aldo Moro, allora giovane professore democristiano destinato a un altissimo destino politico e a una morte tragica per mano delle Brigate Rosse trentun anni dopo, lasciò nei lavori dell’Assemblea pagine fondamentali. La sua intuizione costituzionale fu che la Repubblica non è un fine in se stessa ma uno strumento, un’organizzazione al servizio della persona umana e delle formazioni sociali in cui essa si svolge. Moro insisteva sul fatto che la sovranità popolare non significa onnipotenza dello Stato sul cittadino, ma anzi: il cittadino, con i suoi diritti inviolabili, è il limite invalicabile di ogni potere, anche di quello democratico. È una lezione che dovremmo riscoprire oggi, in un’epoca in cui torna ricorrente la tentazione di una verticalizzazione del potere che, nel nome della efficienza e della governabilità, comprimerebbe gli spazi di libertà individuale e collettiva.
Teresa Mattei: la più giovane, e la più radicale
Aveva venticinque anni, era stata partigiana combattente, aveva visto suicidarsi il fratello Gianfranco torturato dalle SS. In Assemblea Costituente, Teresa Mattei comunista fu la più giovane di tutti, e una delle più tenaci. Suo è il merito di aver fatto inserire nell’articolo 3, contro lo scetticismo di molti suoi colleghi anche dello stesso PCI, l’esplicita formula «senza distinzione di sesso». Sembra una sciocchezza: era in realtà la chiave che ha permesso, decenni dopo, le sentenze sulla parità retributiva, sull’accesso alle carriere, sull’autodeterminazione. Mattei rappresenta in modo vivido la doppia eredità della Costituente: quella della Resistenza armata e quella del riscatto femminile. Le due cose, in lei e in molte sue compagne, non si separavano: erano la stessa lotta per riconoscere alla persona umana, qualunque fosse il suo sesso, la sua classe, la sua provenienza, la pienezza dei diritti.
E ce ne sarebbero altri da ricordare: Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque incaricata di stendere il testo, che chiuse i lavori con la definizione della Costituzione come «non immobile» e progressiva; Giorgio La Pira, mistico e democristiano, che insistette perché la Carta riconoscesse le formazioni sociali intermedie; Luigi Einaudi, liberale, futuro Presidente della Repubblica, che vegliò sull’equilibrio fra libertà economica e funzione sociale della proprietà. Ma il filo comune di tutte queste voci è uno solo: nessuno di loro pensava di scrivere una legge fra tante. Tutti sapevano di scrivere il testamento di una generazione, l’atto fondativo di un popolo che si riprendeva la propria storia.
VII. La destra al governo e l’antifascismo che non si vuole nominare

È in questo quadro che dobbiamo collocare, senza infingimenti, il rapporto della destra di governo con il 25 aprile. Da quando Fratelli d’Italia ha conquistato Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, la celebrazione della Liberazione è diventata un campo minato istituzionale. Si sono moltiplicati gli imbarazzi, le ambiguità, le formule reticenti. Si è preferita l’espressione generica di «libertà» piuttosto che quella precisa di «antifascismo». Si è cercato di equiparare le memorie, di parlare di tutti i caduti come se la causa per cui erano caduti fosse moralmente intercambiabile. Si è rievocata la Repubblica Sociale come un episodio fra altri, anziché come quello che fu: lo stato collaborazionista che consegnava i propri concittadini ai forni crematori.
Non è questione di accademismo storico. La reticenza sull’antifascismo non è un dettaglio lessicale: è una scelta politica con conseguenze costituzionali precise. Perché se l’antifascismo non è il presupposto morale e giuridico della Repubblica — se è solo una posizione politica fra altre, legittimamente contestabile — allora cade anche la legittimità dell’intero impianto costituzionale che da quell’antifascismo discende. Cade la XII disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista. Cade lo spirito dell’articolo 1 e dell’articolo 3. Cade la Resistenza come fonte di legittimazione storica della Repubblica.
Ed è in questa logica che vanno letti, in continuità e non a caso, i ripetuti tentativi di stravolgimento della seconda parte della Costituzione che abbiamo visto in questi anni — dalla legge sull’autonomia differenziata alla riforma sulla giustizia bocciata dal popolo nel marzo 2026, fino al premierato per ora accantonato. Tutti progetti che, sotto la bandiera della modernizzazione, miravano a verticalizzare il potere, a indebolire i contropoteri, a frantumare l’unità della Repubblica. Tutti progetti coerenti, in fondo, con una concezione della politica che ha radici culturali nel ventennio e che oggi torna travestita da pragmatismo del fare. Non è un caso che la stessa cultura politica che esita sull’antifascismo sia anche quella che vorrebbe riscrivere i bilanciamenti istituzionali pensati dai padri costituenti. Le due cose stanno insieme, e insieme vanno respinte.
Sia chiaro: in democrazia chi vince le elezioni governa, e nessuno mette in discussione la legittimità di un governo eletto, qualunque sia il suo orientamento. Quello che si mette in discussione, e che va difeso giorno per giorno, è il perimetro costituzionale dentro cui ogni governo, qualunque sia, deve restare. Ed è a questa difesa che il 25 aprile ci richiama, oggi più di ieri.
VIII. La Costituzione come trincea: difenderla è ricordare

La Costituzione, scrisse Calamandrei, non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno ogni giorno del combustibile della partecipazione, della responsabilità, dell’impegno civile. E quel combustibile, oggi, ha un nome preciso: memoria. Memoria di chi è morto perché potessimo essere liberi. Memoria di chi ha trovato la forza di sedersi attorno a un tavolo, dopo essersi fronteggiato per anni con le armi, per scrivere insieme una legge che non fosse di parte ma di tutti. Memoria del fatto, oggi messo sotto attacco, che non tutte le posizioni politiche sono equivalenti: ci sono quelle che stanno dentro la Costituzione e quelle che, dichiaratamente o subdolamente, si pongono fuori.
Difendere la Costituzione, dunque, non significa irrigidirsi su un testo e rifiutare ogni cambiamento. Nessun costituente si sognò mai di scrivere un testo inemendabile: l’articolo 138 prevede esplicitamente la procedura di revisione, ed è giusto che sia così. Significa, però, riconoscere che certi principi — quelli fondamentali, contenuti nella prima parte e negli articoli sulla forma repubblicana e sul ripudio della guerra — sono il patrimonio comune di tutti gli italiani, sottratto alle maggioranze di turno e affidato alla custodia del popolo nel suo insieme. I tre referendum costituzionali del 2006, 2016 e 2026 hanno dimostrato che il popolo, quando viene chiamato a esprimersi sui suoi fondamenti, sa difenderli. Quella coscienza costituzionale diffusa, ho già avuto modo di scrivere, è la più preziosa eredità dei costituenti.
Ma una coscienza non si tramanda automaticamente. Va alimentata. Va alimentata nella scuola, dove l’educazione civica deve tornare a essere ciò che fu nelle intenzioni degli stessi costituenti: non addestramento alla docilità, ma formazione critica al pensiero democratico, conoscenza viva della Carta, capacità di riconoscere i segni dell’erosione strisciante dei principi. Va alimentata nei luoghi di lavoro, dove ogni precarizzazione ulteriore, ogni compressione dei diritti sindacali, ogni morte sul lavoro è una violazione concreta dell’articolo 1, dell’articolo 36, dell’articolo 41. Va alimentata nei mezzi di informazione, dove la concentrazione editoriale e la logica algoritmica delle piattaforme rischiano oggi di svuotare l’articolo 21 più di quanto lo svuotasse la censura fascista. Va alimentata nell’associazionismo politico e civile, dai movimenti come Azione Civile alle reti sindacali e di cittadinanza attiva, perché solo dove c’è organizzazione collettiva ci sono cittadini, e non sudditi.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
— Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955

Il pellegrinaggio di cui parlava Calamandrei non è un atto archeologico: è un gesto politico. È andare con il pensiero — e quando si può, con i piedi — nei luoghi della memoria perché è lì, e soltanto lì, che il senso della Carta si capisce davvero. È salire alle malghe della Carnia, fermarsi davanti alle lapidi dei fucilati di Marzabotto, scendere nelle Fosse Ardeatine, leggere i nomi dei caduti partigiani sui muri delle nostre città. È capire, attraverso quei nomi, che ogni articolo della Costituzione è scritto su un pezzo di vita umana. E che chi tocca quegli articoli, anche solo per ritoccarli con la migliore delle intenzioni, sta toccando una eredità che non gli appartiene singolarmente.
IX. Il 25 aprile non è una commemorazione: è un compito

Concludo come ho iniziato: il 25 aprile non è una data del calendario civile da spuntare con un minuto di silenzio fra una corona d’alloro e un discorso ufficiale. Il 25 aprile è un compito permanente, una consegna che si rinnova ogni anno nelle stesse mani: le nostre. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non è gratuita, che la democrazia non è un dato di natura, che la Costituzione non è un sottofondo culturale ma un progetto da realizzare giorno per giorno, articolo per articolo, diritto per diritto.
È il giorno in cui rendiamo onore — e non a parole, ma con la coerenza delle nostre scelte politiche e civili — a tutti coloro che caddero perché potessimo essere qui a discutere liberamente: ai partigiani delle Brigate Garibaldi e delle Brigate Matteotti, di Giustizia e Libertà e dell’Osoppo, alle staffette e alle deportate, agli operai degli scioperi e ai contadini che nascosero i renitenti, agli ebrei che sopravvissero e agli ebrei che non sopravvissero, ai militari di Cefalonia e ai prigionieri degli IMI nei lager tedeschi, ai sacerdoti che salvarono vite e ai laici. A tutti loro, indistintamente, dobbiamo l’esistenza stessa della Repubblica. E a tutti loro, indistintamente, dobbiamo la fedeltà a quella Carta che è il loro testamento.

Non possiamo permettere che i comunisti italiani, che di quel sacrificio furono la componente più numerosa e che alla Costituente offrirono alcune delle pagine più alte, siano cancellati dalla memoria nazionale. Non possiamo permettere che la Resistenza sia equiparata a ciò che la combatté. Non possiamo permettere che la Costituzione, nata dalla Liberazione, sia stravolta da chi quella Liberazione non riesce neppure a nominare per nome. Difendere la memoria del 25 aprile e difendere l’integrità della Costituzione sono, oggi, una cosa sola. Lo erano per i costituenti che la scrissero. Lo sono per noi che, ottant’anni dopo, abbiamo il dovere di trasmetterla intatta — non immobile, ma intatta nei suoi principi fondamentali — a chi verrà dopo di noi.
La promessa dei padri e delle madri costituenti è ancora là, sospesa sopra di noi: una Repubblica fondata sul lavoro, sull’eguaglianza sostanziale, sul ripudio della guerra, sulla dignità di ogni persona. Realizzarla pienamente, dopo ottant’anni, è il modo più alto in cui possiamo dire grazie a chi è morto perché potessimo provarci.
Buon 25 aprile a tutte e a tutti. Onore ai partigiani e alle partigiane. Viva l’Italia, viva la Repubblica, viva la Costituzione.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
Mario Sommella — blogger e attivista politico
Pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0
mariosommella.wordpress.com

La vera notizia non è che un generale abbia fermato Trump.È che, per legge, nessun generale può farlo.

Tra fact-checking e architettura del potere: il caso dei codici nucleari, la dottrina della «sole authority» e perché il dibattito sull’instabilità di Donald Trump nasconde un problema più grande del singolo inquilino della Casa Bianca.

Nei giorni scorsi è circolata, con grande successo virale anche in Italia, una notizia drammatica: durante una riunione d’emergenza alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe chiesto i codici per l’uso delle armi nucleari contro l’Iran, e il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, gli avrebbe risposto «no», rifiutandosi di trasmettere l’ordine. La fonte è Larry Johnson, ex ufficiale CIA, intervistato sul podcast «Judging Freedom» di Andrew Napolitano. La storia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, intrecciandosi con un secondo filone — quello, ben più solido, dell’estromissione di Trump dalla Situation Room durante il salvataggio di due piloti statunitensi caduti in Iran, raccontata dal Wall Street Journal.
Conviene tenere distinti i due piani, perché mescolarli serve solo a chi vuole che la verità si confonda nel rumore. E conviene soprattutto guardare oltre la cronaca: il problema più grave che questa vicenda ci mette davanti non è ciò che Trump avrebbe fatto in un singolo pomeriggio, ma il sistema che gli consente, ogni giorno, di poterlo fare davvero.
Cosa è verificato e cosa no

Il reportage del Wall Street Journal del 19 aprile 2026, firmato da Josh Dawsey e Annie Linskey, è un fatto giornalistico documentato. Racconta che lo staff presidenziale ha deliberatamente tenuto Trump lontano dalla Situation Room durante l’operazione di estrazione di due piloti USA caduti in Iran nel weekend di Pasqua, perché temeva che la sua «impazienza» potesse compromettere la missione. Il presidente sarebbe stato aggiornato per telefono soltanto «nei momenti significativi», mentre Vance, il capo di gabinetto Susie Wiles e il Consiglio di Sicurezza Nazionale seguivano la missione minuto per minuto. Lo sfondo descritto è quello di un capo di Stato che, alla notizia dell’abbattimento del jet, avrebbe «urlato contro i collaboratori per ore», ossessionato dallo spettro della crisi degli ostaggi del 1979 e dalla paura di fare la fine elettorale di Jimmy Carter. La Casa Bianca ha negato; la testata, fonti alla mano, mantiene la versione. France 24 ha riportato analoghi riscontri.
È un quadro grave, ma maneggiato con i guanti del giornalismo professionale: fonti multiple, testimonianza di un alto funzionario dell’amministrazione, smentita registrata, contesto verificabile. La notizia poggia su un informatore anonimo, e di questo bisogna tener conto; ma è la lavorazione standard di un’inchiesta politica seria.
Tutt’altra natura ha la storia dei codici nucleari. L’unica fonte è Larry Johnson, e Johnson ha dovuto ammettere, sul proprio blog Sonar21 il giorno dopo la diretta, di «non avere conferma che il report sia verificato». Lead Stories ha cercato qualunque traccia indipendente — riunioni d’emergenza in calendario, dichiarazioni, fonti collaterali — e non ne ha trovata nessuna. Snopes ha fatto lo stesso lavoro, con il medesimo risultato. Il calendario ufficiale della Casa Bianca non riporta alcun incontro d’emergenza tra Trump e Caine in quelle ore. E lo stesso Caine, pochi giorni prima, si era espresso pubblicamente a sostegno della guerra americana contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero «usato la forza» contro qualunque nave avesse violato il blocco di Hormuz: difficile immaginare lo stesso uomo nei panni del custode etico che ferma il presidente.
A questo si aggiunge il profilo di chi rilancia la voce. Larry Johnson è già stato all’origine, nel 2017, della rivendicazione poi smontata secondo cui il GCHQ britannico avrebbe spiato la campagna Trump per conto di Obama — una pretesa che Londra definì «totalmente ridicola». Ha diffuso false notizie su un presunto discorso razzista di Michelle Obama. È ospite ricorrente dei media di Stato russi. Non è un dettaglio biografico cattivo: è un elemento di valutazione della fonte. La storia, insomma, non regge a una qualunque verifica giornalistica seria. Va trattata come bufala, anche da chi — come chi scrive — non ha nessuna simpatia per Donald Trump.
Perché la bufala è anche tecnicamente impossibile

C’è un secondo motivo per cui la storia di Caine che dice «no» alla valigetta nucleare non sta in piedi: il sistema americano non funziona così. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, nel diritto degli Stati Uniti, non ha alcuna autorità operativa per bloccare un ordine di lancio nucleare. Non è un dettaglio: è il cuore stesso della dottrina che governa l’arma più pericolosa mai costruita.
Il Congressional Research Service — il servizio studi del Congresso, non un blog — lo scrive in modo lapidario: il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di autorizzare l’uso delle armi nucleari, prerogativa inerente al suo ruolo costituzionale di Comandante in Capo. Può chiedere consiglio ai vertici militari, ma sono questi a essere obbligati a trasmettere ed eseguire l’ordine, se decide di impiegarle. Non serve l’assenso del Congresso. Non serve l’assenso del Segretario alla Difesa. Non serve l’assenso del Vicepresidente. Né i militari né il Congresso possono annullare l’ordine.
Lo stesso generale Mark Milley, all’epoca capo dello Stato Maggiore Congiunto, lo mise nero su bianco in un memorandum al Congresso del settembre 2021: «Sono parte della catena di comunicazione, in quanto principale consigliere militare del Presidente, ma non sono nella catena di comando per autorizzare un lancio nucleare». La distinzione è cruciale: comunicazione, non comando. È la stessa identica posizione che oggi occupa il generale Dan Caine. Esattamente la persona che, secondo la fake news, avrebbe detto «no» — e che invece, per legge, nemmeno avrebbe il potere di farlo.
Come funziona davvero la procedura: «sole authority»

Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è il vero scandalo politico che la vicenda mette in luce. Il presidente sceglie l’opzione di attacco fra una rosa di piani di guerra preconfezionati — il celebre OPLAN 8010, articolato in major attack options, selected attack options e limited attack options. Non è una scelta inventata sul momento: è una selezione da un menù pre-cucinato dal Pentagono.
L’ordine, con i Gold Codes, viene trasmesso al National Military Command Center (NMCC) attraverso un canale sicuro. Prima dell’esecuzione il presidente deve essere autenticato: tira fuori dalla tasca una carta plastificata della dimensione di una carta di credito, soprannominata «biscuit», legge le lettere fonetiche del giorno, e il vicedirettore operazioni dell’NMCC conferma che l’interlocutore è effettivamente il Comandante in Capo. Tutto il procedimento, dalla decisione al lancio, può svolgersi in pochi minuti. Il Segretario alla Difesa, secondo la legge, è tenuto a verificare l’ordine, ma non ha potere di veto.
L’unico, fragilissimo argine è teorico: il Codice Uniforme di Giustizia Militare obbliga i militari a obbedire soltanto a ordini «legittimi e provenienti da autorità competente». Se l’ordine fosse manifestamente illegale — perché viola, ad esempio, i principi di necessità, proporzionalità e distinzione del diritto dei conflitti armati — un comandante potrebbe in teoria rifiutarsi. In teoria. Nella pratica, come riconoscono gli stessi ex comandanti dello STRATCOM, una contestazione di questo tipo si risolverebbe più probabilmente in una consultazione con il presidente per «aggiustare» l’ordine, che in un rifiuto netto. E un ordine di lancio normalmente viene trasmesso dal Pentagono direttamente agli equipaggi addestrati al lancio: anche un comandante di alto livello che ricevesse l’ordine in copia farebbe fatica a fermarlo in tempo.
Va aggiunto un dettaglio che pesa come un macigno: gli Stati Uniti non hanno mai dichiarato una politica di «no first use». Mantengono — è il termine ufficiale — un’«ambiguità calcolata». Tradotto: il presidente americano può ordinare l’impiego per primo dell’arma nucleare contro chiunque, in qualunque momento, senza che esista alcuna barriera legale al primo strike.
Il precedente che nessuno racconta: Nixon, Watergate e il segretario disobbediente

La vicenda non è nuova. Durante lo scandalo Watergate, nel 1974, Richard Nixon attraversò una fase di grave instabilità. Beveva pesantemente, molti collaboratori lo consideravano fuori controllo. Ai giornalisti disse, in un incontro: «Posso tornare nel mio ufficio, prendere il telefono e in venticinque minuti settanta milioni di persone saranno morte». Il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato, istruì informalmente i Joint Chiefs perché qualunque ordine d’emergenza dal presidente passasse prima da lui o dal Segretario di Stato Henry Kissinger. È il «freno Schlesinger», entrato nel folclore del potere americano.
Il punto, però, è proprio questo: Schlesinger non aveva alcuna autorità legale per intervenire. Stava semplicemente sperando che, se il momento fosse arrivato, qualcuno gli avesse dato retta. Mezzo secolo dopo, con un quadro internazionale incomparabilmente più teso, la cornice giuridica è la stessa. La «sole authority» del 1945 — concepita da Harry Truman per togliere ai generali la decisione, non per concentrarla nel singolo individuo a vita — è ancora lì, intatta, scolpita nella prassi costituzionale e nel diritto militare. Una catena di comando pensata per la rapidità contro un attacco a sorpresa sovietico, che oggi serve a garantire al presidente di turno un potere di vita e di morte planetario senza alcun reale contrappeso.
Il vero scandalo è strutturale, non personale

Concentrarsi sulla domanda «Trump è pazzo?» è confortante ma sterile. Sposta tutto il peso politico sul singolo individuo, e implicitamente lascia intendere che con un presidente «sano» il sistema funzionerebbe. Non è così. Il problema non è che Donald Trump abbia il dito sul bottone: è che il bottone, per come è progettata l’architettura del potere americano, è stato consegnato a una sola mano, chiunque essa sia.
Sondaggi recenti citati dal Council on Foreign Relations indicano che il 61% degli americani è a disagio con questa «sole authority». Diversi parlamentari democratici — Edward Markey, Ted Lieu, Adam Smith negli anni passati, Jamie Raskin oggi — hanno proposto leggi per richiedere una dichiarazione di guerra del Congresso prima del primo uso del nucleare, o per inserire nella catena decisionale almeno il Vicepresidente e il Segretario alla Difesa, con il loro consenso unanime. La Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato proposte tecniche per richiedere il concorso di altri due membri della linea di successione presidenziale. Nessuna di queste iniziative è mai arrivata a un voto serio. Il Congresso, repubblicano o democratico che sia, non ha mai voluto davvero limitare quel potere.
Le ragioni, ufficialmente, sono di deterrenza: in caso di attacco a sorpresa, sostengono i contrari, ogni minuto di consultazione potrebbe costare la sopravvivenza degli Stati Uniti e degli alleati sotto l’«ombrello» nucleare. È un argomento serio, ma è anche un cavallo di Troia: regge per gli scenari di rappresaglia, non per il primo uso. Eppure il primo uso è esattamente lo scenario in cui un presidente fuori controllo — Nixon nel 1974, Trump oggi — può decidere di precipitare il mondo nel baratro senza che nessuno, formalmente, possa fermarlo.
E il 25° emendamento?

Nelle ultime settimane il dibattito sul venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana è esploso. John Larson ha depositato articoli di impeachment il 7 aprile. Common Cause ha chiesto al Gabinetto e al Vicepresidente Vance di attivare la Sezione 4. Il 14 aprile Jamie Raskin, ranking member della Commissione Giustizia, ha presentato un disegno di legge per istituire una commissione di diciassette membri ai sensi della stessa Sezione 4. Più di ottantacinque parlamentari democratici hanno chiesto la rimozione dopo il post di Trump «un’intera civiltà morirà stanotte» rivolto all’Iran. È molto: ma è quasi certamente troppo poco.
La Sezione 4 del 25° emendamento richiede che a dichiarare il presidente incapace siano il Vicepresidente insieme alla maggioranza del Gabinetto, oppure il Vicepresidente insieme a un altro organo previsto dalla legge. Vance è un trumpiano della prima ora. Il Gabinetto è stato selezionato esclusivamente sulla base della fedeltà personale. Anche ammesso che la macchina si mettesse in moto, dopo ventun giorni il Congresso dovrebbe confermare la rimozione con i due terzi di entrambe le camere — in un Congresso a maggioranza repubblicana che fino a oggi non ha mostrato il minimo accenno di volontà autonoma.
Tradotto: lo strumento esiste, ma è progettato per non essere usato. Esattamente come la «sole authority» è progettata per non essere fermata.
Quel che dovremmo guardare, non quel che ci viene mostrato

Il caso dei codici nucleari attribuiti a Trump è una bufala, e va detto. Ma se si ferma lì, il debunking diventa una rassicurazione che non ci possiamo permettere. La vera notizia non è che un generale abbia fermato il presidente: è che, secondo il diritto degli Stati Uniti, nessun generale potrebbe farlo. La vera notizia non è l’ennesimo scatto d’ira di Donald Trump nello Studio Ovale: è che l’architettura del potere occidentale ha consegnato il destino dell’umanità — letteralmente — alle terminazioni nervose di un uomo solo, chiunque sia.
L’Europa, che pure si dichiara preoccupata e che pure si sta indebitando per finanziare la guerra in Ucraina e schierare proprie forze nelle catene logistiche americane, non ha alcuna voce in capitolo su quel bottone. I cittadini europei sono, come i cittadini iraniani e cinesi e russi, ostaggi passivi di una procedura concepita nel 1945 per fermare un’invasione sovietica e mai più aggiornata. Lo stesso vale, in dimensioni diverse, per Russia, Cina, Pakistan, Israele — ma con un’aggravante per gli Stati Uniti, perché sono l’unico Paese ad avere mai impiegato l’arma nucleare contro popolazioni civili.
Chi ci vuole rassicurare con la storiella del generale buono che ferma il presidente cattivo ci sta raccontando una favola della buonanotte. La realtà, molto più amara, è che la sicurezza del mondo dipende non da contrappesi istituzionali ma dall’equilibrio mentale di una singola persona — e dal fatto, statisticamente non garantito, che quella persona sia un essere umano lucido. È un sistema indegno di una democrazia che si pretende matura. Ed è ora, finalmente, di dirlo: il problema non è Trump. Il problema è che Trump è possibile.

Fonti principali: Wall Street Journal (19 aprile 2026); Snopes; Lead Stories; Newsweek; France 24; Congressional Research Service «Authority to Launch Nuclear Forces»; Brookings Institution «Reference Sheet on Nuclear Command and Control»; Arms Control Association; Bulletin of the Atomic Scientists; Council on Foreign Relations; Wikipedia (Gold Codes; 25th Amendment).

Il sonno della sinistra genera mostri

Mentre la marea nera dilaga sull’Occidente, l’opposizione rinuncia alla giustizia sociale e lascia campo libero ai nuovi fascismi. Il 25 aprile diventa rituale vuoto, se non torna a essere un programma di trasformazione.

Alla vigilia della Festa della Liberazione, mentre le lapidi dei partigiani caduti attendono un fiore e la memoria civile dovrebbe risuonare più forte, a Napoli si riunisce il gran consiglio della galassia nera. CasaPound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani: i nuovi apostoli della «remigrazione» si confrontano su un progetto di deportazione di massa a base etnico-razziale, teorizzano un piano di sostituzione dei bianchi, invocano il sangue italiano come confine invalicabile della cittadinanza. Parlano come Julius Evola, si vestono come influencer, ragionano come burocrati del Terzo Reich. Ma nessuno sembra davvero scandalizzato. I quotidiani registrano, qualche editoriale si indigna, un comunicato del centrosinistra scivola nei notiziari del pomeriggio. E poi il silenzio, il rituale del consumo mediatico dell’orrore, l’assuefazione.

Ecco il punto che occorre nominare, perché è il nodo politico e culturale del nostro tempo: non è soltanto la destra nera a spaventare. È il vuoto che la sinistra ha lasciato dietro di sé. È l’opposizione che non oppone. È la democrazia svuotata dall’interno, prima ancora che assediata dall’esterno. Interrogare i nuovi fascismi senza interrogare il fallimento dell’antifascismo istituzionale è un esercizio di ipocrisia che non possiamo più permetterci.

L’internazionale nera e la crisi di un’epoca

L’onda non è italiana. È planetaria. Negli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la propria seconda amministrazione con una raffica di decreti sull’immigrazione che hanno trasformato le strade delle metropoli in terreno di caccia per le squadre della Immigration and Customs Enforcement. Bambini portati via da scuola, famiglie spezzate, centri detentivi che riaprono in Texas e in Arizona, la Guardia Nazionale mobilitata contro manifestanti e università in rivolta. In Germania l’Alternative für Deutschland è ormai il secondo partito del paese, mentre Alice Weidel parla apertamente di remigrazione come politica di Stato. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella prepara la scalata all’Eliseo, mentre la rete di Éric Zemmour dà la caccia ai giornalisti critici e ai professori universitari. In Ungheria Viktor Orbán ha trasformato il parlamento in un’assemblea di plastica, il potere giudiziario in un’appendice dell’esecutivo, la stampa in un coro. In Argentina Javier Milei, con la motosega in mano, smonta il sistema pubblico di istruzione e sanità mentre nega i crimini della giunta militare. In Israele il governo Netanyahu porta avanti una guerra di annientamento a Gaza che la Corte internazionale di giustizia ha definito plausibilmente genocidaria, trascinando con sé gli alleati occidentali in una corresponsabilità storica che segnerà per decenni la credibilità morale dell’Europa.

Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un movimento tettonico, di una nuova configurazione del potere globale che Antonio Gramsci, se fosse tra noi, riconoscerebbe come interregno: quello spazio storico in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere, e in cui, scriveva, «si verificano i fenomeni morbosi più svariati». I nuovi fascismi sono precisamente questo: il sintomo morboso di un mondo che ha smarrito la propria direzione, di un capitalismo finanziario incapace di garantire dignità e futuro, di una globalizzazione che ha prodotto disuguaglianze oscene e abbandonato interi territori, intere generazioni, interi popoli sul fondo del barile. Non sono un incidente della storia. Sono la risposta reazionaria a una crisi strutturale, la valvola di sfogo per rabbie sociali reali che la sinistra non ha più saputo rappresentare.

Il budello nero dell’ideologia razzista

Ciò che accade a Napoli non è folklore di provincia. È l’emersione, senza più pudori, del nucleo duro della dottrina suprematista: l’idea che esista una stirpe pura, che il sangue contenga il destino della nazione, che l’altro sia contaminazione. Il linguaggio è aggiornato, ma la grammatica è quella del 1938, delle leggi razziali fasciste, dei manifesti della razza redatti nei ministeri di Mussolini. «Meticcio», «imbastardimento», «identità nazionale da difendere»: queste parole non escono dagli archivi, riemergono dai profili social dei militanti e dai disegni di legge depositati in parlamento da esponenti del centrodestra di governo.

Il paradosso si fa insopportabile quando ministri ed ex ministri della Repubblica avallano, con il loro silenzio o con la loro presenza, simili assemblee. Quando un generale prestato alla politica come Roberto Vannacci dichiara che i giovani nati in Italia da genitori africani non sono assimilabili alla cultura nazionale, e il suo partito lo elegge in Europa con centinaia di migliaia di preferenze. Quando esponenti di primo piano del centrodestra siedono in convegni che parlano apertamente di riconquista della razza italiana senza che la presidente del Consiglio, custode pro tempore delle istituzioni repubblicane, ritenga di pronunciare una sola parola di dissociazione. La normalizzazione del linguaggio razzista è il primo passo di ogni regime autoritario: la pedagogia tossica che prepara il terreno alle politiche repressive successive, che abitua l’opinione pubblica a considerare normale ciò che fino a ieri era inaccettabile, che sposta il confine del dicibile fino a includere nel perimetro democratico quello che la Costituzione esplicitamente esclude.

È qui che dovrebbe levarsi, alta e ferma, la voce dell’antifascismo costituzionale. La nostra Costituzione, scritta nel sangue della Resistenza, riconosce all’articolo 3 l’uguaglianza «senza distinzione di razza». Ripete, nella XII disposizione transitoria, il divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma la Costituzione non si autodifende: ha bisogno di un popolo che la incarni, di istituzioni che la facciano vivere, di una sinistra che la abiti politicamente, non soltanto liturgicamente. E proprio qui si apre la ferita più profonda del nostro presente.

L’assenza dell’opposizione

Cosa fa oggi l’opposizione parlamentare, mentre a Napoli si riuniscono i teorici della deportazione? Produce comunicati. Chiede la dissociazione della premier. Invita i cittadini alle manifestazioni del 25 aprile. Tutto legittimo, tutto necessario, tutto drammaticamente insufficiente. Perché il problema non è soltanto impedire che i nuovi fascisti occupino il potere formale: è privarli del consenso che li nutre. E questo consenso non nasce dal nulla. Nasce nei ceti popolari impoveriti, nella classe operaia tradita, nella piccola borghesia precarizzata, nei territori abbandonati, tra i giovani senza futuro. Nasce lì dove la sinistra, da trent’anni, ha smesso di essere presente.

La verità scomoda, che la sinistra italiana ed europea ancora fatica ad ammettere, è che l’onda nera si nutre delle macerie del compromesso neoliberale. Dal Jobs Act alla Buona Scuola, dai governi Prodi ai gabinetti di Matteo Renzi, l’area progressista ha abbracciato, con varie gradazioni, l’agenda del mercato, della flessibilità, del taglio del welfare, della liberalizzazione. Ha gestito, non trasformato. Ha moderato, non combattuto. Ha accompagnato la precarizzazione del lavoro invece di opporvisi. Ha assistito al trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza tentare la ricomposizione. Ha seppellito il lessico del conflitto di classe sotto il mantra della governabilità e della responsabilità europea. E quando le classi popolari hanno cercato una rappresentanza al proprio disagio, hanno trovato soltanto la destra ad ascoltarle, con le sue risposte reazionarie, false, velenose, ma emotivamente presenti, pronte a indicare nel migrante, nel povero, nel diverso il responsabile di un impoverimento che invece ha altre cause, perfettamente identificabili nei bilanci delle grandi imprese e nei rapporti Oxfam sulla concentrazione della ricchezza.

I dati parlano un linguaggio inequivocabile. In Italia l’affluenza alle urne scende a ogni tornata, con il deserto elettorale che copre soprattutto le periferie metropolitane e il Mezzogiorno. Chi non vota non è un cittadino ingrato: è un cittadino deluso, tradito, che percepisce la politica come un affare altrui. La sinistra, che un tempo era il partito dei senza partito, oggi rappresenta prevalentemente i ceti medi istruiti delle grandi città, mentre i quartieri operai e le campagne scivolano a destra o nell’astensione. Persino la recente vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con il suo cinquantaquattro per cento e il sorprendente cinquantanove per cento di affluenza, ha mostrato che la mobilitazione civile esiste ancora. Ma quella mobilitazione si è consumata in una battaglia difensiva, non ha prodotto un progetto politico alternativo, non ha spostato gli equilibri materiali del paese. Questa è la voragine che la retorica antifascista, da sola, non può colmare.

L’antifascismo come questione sociale

L’antifascismo dei partigiani non era una postura morale: era un progetto di trasformazione sociale. Quando Giorgio Marincola, italo-somalo medaglia d’oro della Resistenza, rispondeva ai suoi torturatori delle SS che patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo, non pronunciava una formula retorica. Stava dicendo che la sola patria degna era quella dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti, della pace. Quando Tina Anselmi, partigiana e poi prima ministra della Repubblica, affermava che la democrazia è giustizia, rispetto della dignità umana, tranquillità per i vecchi e speranza per i figli, descriveva un programma politico preciso, non un’invocazione etica generica.

È questo lo scarto culturale che manca all’opposizione odierna. Contrastare il fascismo significa costruire le condizioni materiali che lo rendono impossibile. Significa politiche concrete, misurabili, radicali. E significa avere il coraggio di nominare, uno a uno, i terreni su cui quella battaglia si gioca davvero.

Sanità pubblica: la prima trincea

Il Servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello della Repubblica e conquista della stagione riformatrice del Novecento, è stato definanziato per decenni e oggi mostra ferite drammatiche: liste d’attesa di mesi per esami oncologici, migrazione sanitaria dal Sud al Nord, morti evitabili nei pronto soccorso intasati, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera o il settore privato, studi di medicina generale chiusi per mancanza di medici di famiglia. Circa dieci miliardi di euro all’anno in meno rispetto alla media europea, mentre il governo Meloni annuncia aumenti massicci della spesa militare per adeguarsi ai desiderata della NATO, con l’obiettivo del due per cento del Pil e l’ipotesi di spingersi ancora oltre. È così che si seppellisce la Repubblica: sottraendole le istituzioni che la rendono abitabile per chi non ha patrimoni, dirottando risorse verso il riarmo mentre le cittadine partoriscono in corridoi d’ospedale e gli anziani muoiono in attesa di un’ecografia. Un’opposizione degna di questo nome dovrebbe fare della sanità la propria battaglia quotidiana, non solo nei convegni, ma nei territori, accanto ai comitati per la difesa degli ospedali, con una proposta chiara di ripubblicizzazione e rifinanziamento.

Scuola, università, cultura: il perimetro della democrazia

La scuola italiana è la più grande agenzia di costruzione di cittadinanza democratica, e proprio per questo la destra la detesta e la sabota. Dirigenti umiliati, stipendi tra i più bassi d’Europa, dispersione scolastica al dodici per cento con punte del venti per cento nel Mezzogiorno, università trasformate in azienducole ossessionate dagli indici bibliometrici, ricercatori precarizzati a vita, dottorandi sottopagati, personale tecnico dimezzato. La riforma Valditara sulle competenze non tecniche e il taglio degli insegnamenti di storia e geografia non sono errori: sono scelte coerenti con un disegno che vuole produrre lavoratori docili, non cittadini critici. Senza un massiccio investimento pubblico sulla scuola, sulla formazione permanente, sulla cultura diffusa, non c’è anticorpo possibile contro il virus xenofobo. Gli studenti che non leggono, che non discutono, che non conoscono la storia del Novecento e il volto reale del fascismo, saranno il pubblico naturale della prossima demagogia. L’antifascismo si trasmette tra banchi di scuola, in biblioteche pubbliche, in cinema di quartiere, in laboratori teatrali, non soltanto nei cortei del 25 aprile.

Salario, lavoro, casa: la materia prima della libertà

I salari italiani sono gli unici, nell’intera Unione europea, a essere diminuiti in termini reali negli ultimi trent’anni. Sette milioni di lavoratori sotto la soglia dei nove euro lordi all’ora, contratti collettivi scaduti da anni, appalti al massimo ribasso, morti sul lavoro a una media vicina alle tre unità al giorno. Il governo rifiuta il salario minimo legale, i padronati si oppongono al rinnovo dei contratti, la riforma fiscale premia le rendite e tassa i redditi da lavoro. L’operaio, il rider, la badante, la commessa, il magazziniere, il bracciante: sono loro la prima linea che il fascismo cerca di arruolare, promettendo nemici fittizi al posto di salari reali. Restituire salario, restituire diritti, restituire tempo di vita significa togliere terreno ai demagoghi. E non è un caso che proprio su questo fronte la sinistra istituzionale continui a balbettare, oscillando tra timide proposte di salario minimo e improvvisi cedimenti alle esigenze delle associazioni datoriali.

A completare il quadro, il diritto all’abitare. In un paese dove il canone medio assorbe quasi metà dello stipendio di un giovane, dove gli sfratti per morosità incolpevole si moltiplicano, dove l’edilizia residenziale pubblica è stata ridotta quasi a zero da decenni di politiche liberiste, parlare di democrazia è una beffa. Il diritto alla casa, presente nella Costituzione fra i doveri della Repubblica, è stato smantellato in nome della rendita immobiliare e della finanziarizzazione del mattone. E il disagio abitativo è il carburante della rabbia contro chi viene percepito come concorrente: l’immigrato, il rifugiato, il meticcio. Chi non costruisce case popolari, non argina la bolla degli affitti brevi, non tassa la seconda casa sfitta, non ha titolo per pronunciare invocazioni antifasciste il 25 aprile.

Pace: la cifra internazionalista dell’antifascismo

Non si costruisce un’opposizione credibile al fascismo partecipando, con qualche balbettio più o meno critico, al riarmo europeo e alla complicità con il massacro di Gaza. L’antifascismo del Novecento era internazionalista: solidarizzava con i popoli oppressi, denunciava il colonialismo, cercava la pace come frutto della giustizia. L’antifascismo di oggi, se vuole essere credibile, deve riconoscere che la guerra è il laboratorio dei fascismi, che il culto della nazione armata è il primo passo verso il disprezzo dell’umanità altrui, che il sostegno incondizionato a un governo come quello di Netanyahu è incompatibile con i valori della Resistenza. Non si onora la memoria di chi morì per la libertà inviando armi a governi che bombardano ospedali e scuole, firmando memorandum di cooperazione militare con apparati sotto inchiesta internazionale per crimini di guerra, convertendo la spesa pubblica in spesa bellica mentre le famiglie italiane faticano a fare la spesa. La pace non è un’ingenuità pacifista: è la condizione di possibilità stessa della democrazia sociale. Un’opposizione che tace su Gaza, che avalla il riarmo senza dibattito, che si accoda supinamente alle scelte della NATO, ha già perso la propria funzione storica.

La responsabilità delle forze di opposizione

Le forze di opposizione, dal Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, dall’Alleanza Verdi e Sinistra alle reti civiche e popolari che ancora resistono nei territori, devono interrogarsi senza anestesie. Stanno costruendo un’alternativa reale, o si limitano a gestire la propria sopravvivenza elettorale? Stanno parlando ai ceti popolari con il linguaggio dei loro bisogni, o continuano a rivolgersi alle proprie bolle sociali con argomenti autoreferenziali? Hanno il coraggio di rompere con il paradigma neoliberale che ha prodotto questa crisi, o pensano di poterla cavalcare con ritocchi di tonalità e qualche slogan verde? La risposta non può più essere rinviata. Il tempo del dibattito congressuale permanente è scaduto. Ogni giorno perduto in schermaglie interne è un giorno regalato alla destra neofascista, un’ulteriore spallata al corpo democratico del paese.

I nuovi fascismi non si sconfiggono nelle piazze ornate di bandiere il 25 aprile, pur necessarie, se le politiche quotidiane di quella stessa area politica ignorano la sanità pubblica, tollerano la precarietà, accompagnano il riarmo, tacciono su Gaza, non investono sulla scuola, non tassano i patrimoni, non costruiscono alloggi popolari, non affrontano la crisi climatica con una transizione ecologica giusta. La memoria antifascista non è una bandiera da issare nelle ricorrenze: è un programma politico da attuare ogni giorno. E il fatto che esperienze come Volere la Luna, Azione Civile, il Fronte Costituzionale e Popolare, le reti sociali e sindacali di base continuino a elaborare proposte concrete mentre i partiti tradizionali restano avvitati sui propri riti interni, dice qualcosa di profondo sullo stato di salute della rappresentanza politica in Italia.

Il dovere della memoria, il compito del presente

Le democrazie muoiono nel silenzio, hanno scritto Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, non nel frastuono dei colpi di Stato: muoiono per erosione, per consuetudine, per indifferenza, per la lenta anestesia dei corpi sociali. L’Italia di oggi è un paese che ha ancora tutti gli anticorpi per resistere, perché porta nel proprio tessuto costituzionale la traccia indelebile della Resistenza. Ma quegli anticorpi vanno riattivati politicamente, non soltanto celebrati ritualmente.

C’è un passaggio di Tina Anselmi che vale più di ogni proclama. Diceva che la politica non è il potere a qualunque prezzo. In quella frase c’è tutto ciò che la sinistra ha dimenticato. Il potere senza progetto è gestione, non trasformazione. Il potere senza giustizia è complicità, non opposizione. Il potere senza pace è corresponsabilità, non alternativa. Giorgio Marincola scelse di morire per una patria che non era un colore sulla carta geografica, ma una cultura di libertà. Quella patria oggi ci chiede di non arrenderci. Ci chiede una sinistra che ricominci a parlare la lingua dei lavoratori, dei giovani disoccupati, delle donne sfruttate, dei migranti sfruttati, degli anziani soli, degli studenti senza futuro. Una sinistra che torni nelle periferie, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei paesi spopolati dell’entroterra, nelle case di riposo, negli ospedali assediati. Una sinistra che smetta di chiedere voti e ricominci a costruire coscienza.

Solo allora l’antifascismo tornerà a essere ciò che fu nel 1945: non una formula rituale, ma un progetto di liberazione collettiva. Solo allora i convegni sulla remigrazione perderanno il loro pubblico, perché le classi popolari non avranno più bisogno di capri espiatori per spiegarsi la propria rabbia. Solo allora la Costituzione smetterà di essere un oggetto da commemorare e tornerà a essere un programma da realizzare. Il 25 aprile non è una nostalgia. È un dovere. Ma è un dovere che si onora costruendo, ogni giorno, quella giustizia sociale senza la quale la libertà è un lusso per pochi, la sicurezza un’illusione per i ricchi, la democrazia una cerimonia vuota. In gioco non c’è soltanto la memoria. In gioco c’è il futuro del nostro paese, e la possibilità stessa che un’idea di civiltà resista ancora, in questa Europa che sembra aver smarrito la propria anima.

Fonti e riferimenti

· Fondazione Gimbe, Rapporto annuale sul Servizio Sanitario Nazionale, 2025.
· Istat, Rapporto annuale sulla situazione del paese, 2025.
· Osservatorio Inps e Inapp, dati su salari reali e contratti collettivi, 2025.
· Openpolis, Osservatorio sulla spesa militare italiana e sugli impegni NATO.
· Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 26 gennaio 2024 nel caso Sudafrica contro Israele.
· Oxfam, Rapporto sulla disuguaglianza globale, 2025.
· Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.
· Tina Anselmi, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer.
· Carlo Costa, Lorenzo Teodonio, Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola, Iacobelli editore.
· Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Laterza.
· Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0 ·

Dalla parola al pogrom: la scala di Allport, settant’anni dopo

Come il pregiudizio diventa politica, e come la politica diventa deportazione — dall’Europa della remigrazione alla Palestina della pena di morte

Nel 1954, lo psicologo statunitense Gordon W. Allport pubblicava The Nature of Prejudice, opera che ancora oggi costituisce la cornice teorica più lucida per comprendere come l’ostilità verso l’altro non sia un sentimento, ma un processo: un meccanismo a stadi, con soglie che si attraversano quasi senza accorgersene. Settant’anni dopo, mentre l’Europa occidentale ospita sulle tribune parlamentari conferenze sulla remigrazione e partiti di governo trasformano in norma il «rimpatrio assistito» come condizione per la retribuzione degli avvocati, mentre in Medio Oriente la Knesset israeliana legifera la pena di morte a bersaglio etnico e l’esercito rade al suolo interi villaggi tra Cisgiordania, Gaza e Libano meridionale, rileggere Allport non è un esercizio accademico. È un dispositivo di allarme civile. E l’allarme suona su tutti e cinque i gradini, contemporaneamente.

Chi era Gordon Allport

Gordon Willard Allport (Montezuma, Indiana, 11 novembre 1897 — Cambridge, Massachusetts, 9 ottobre 1967) è stato uno dei padri fondatori della psicologia sociale e della psicologia della personalità novecentesca. Insegnò ad Harvard dal 1930 fino alla morte, ricoprì la presidenza dell’American Psychological Association, diresse il National Opinion Research Center e fu per anni direttore del Journal of Abnormal and Social Psychology. Tra i suoi allievi figurano Jerome Bruner e Stanley Milgram, lo stesso Milgram che avrebbe documentato, nel celebre esperimento sull’obbedienza all’autorità, quanto sia facile per persone ordinarie infliggere sofferenza ad altri esseri umani quando un’istituzione lo consente.

L’American Psychological Association lo colloca all’undicesimo posto fra i cento psicologi più influenti del Novecento. La sua opera sul pregiudizio, basata anche sul lavoro condotto con rifugiati europei durante la Seconda guerra mondiale, non fu soltanto un libro di psicologia: fu un testo politico di riferimento per la stagione dei diritti civili, citato da Martin Luther King Jr. e da Malcolm X. Vendette oltre cinquecentomila copie entro il 1980, e resta in catalogo. Allport scriveva con il fumo dei forni crematori europei ancora fresco nell’aria, e con l’esperienza diretta del razzismo statunitense sotto gli occhi: il suo testo è contemporaneamente diagnosi clinica e dispositivo di vigilanza morale.

La scala del pregiudizio: cinque gradini verso l’abisso

Allport propone una scala a cinque livelli per misurare l’intensità del pregiudizio di un gruppo dominante (in-group) contro un gruppo minoritario (out-group). La potenza dell’intuizione non sta nell’elenco in sé, ma nell’idea di continuità: ogni gradino prepara il successivo, rendendolo pensabile, dicibile, infine eseguibile. Nessuno salta dalla normalità democratica al genocidio. Ci si arriva per scivolamenti successivi, ciascuno dei quali, preso isolatamente, appare ancora tollerabile.

Primo gradino — Antilocuzione

È il livello verbale: battute, stereotipi, «opinioni» espresse all’interno del gruppo dominante contro la minoranza. Il discorso d’odio (hate speech) ne è la forma estrema. Chi lo pratica si percepisce spesso come innocuo: sta «solo parlando», sta «solo dicendo come stanno le cose». In realtà l’antilocuzione è il terreno di coltura. Abitua l’orecchio, normalizza la disumanizzazione, apre lo spazio semantico a ciò che verrà dopo. Quando un vicepremier definisce un intero gruppo etnico o religioso come un problema in sé, o quando un ministro della Sicurezza nazionale esulta con lo champagne per una legge che consente di impiccare i palestinesi, non sta facendo satira: sta coltivando il primo gradino.

Secondo gradino — Evitamento

Il gruppo dominante si ritira. Non aggredisce: esclude. Cambia quartiere, cambia scuola, cambia locale. La separazione non produce ferite visibili, ma isolamento sociale, ghettizzazione, interruzione del contatto interpersonale che — come Allport stesso sottolineò nella celebre ipotesi del contatto — è l’antidoto più efficace al pregiudizio. L’evitamento è il pregiudizio che si fa topografia urbana. Prepara il terzo gradino perché, quando non si conosce più l’altro, è infinitamente più facile discriminarlo. Nel caso palestinese l’evitamento è stato architettato: muri di separazione, strade per soli coloni, checkpoint, Area A-B-C, linea blu, linea gialla. L’architettura dell’apartheid è evitamento reso struttura.

Terzo gradino — Discriminazione

Qui il pregiudizio diventa azione e, soprattutto, norma. Alla minoranza vengono negati diritti, opportunità, accesso al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla giustizia. Gli esempi storici che Allport aveva sotto gli occhi sono le leggi Jim Crow negli Stati Uniti, l’apartheid sudafricano e le leggi di Norimberga del 1935 nella Germania nazionalsocialista. In Italia le leggi razziali del 1938 appartengono esattamente a questa soglia. Oggi il gradino della discriminazione si incarna in dispositivi più sofisticati: cittadinanza intesa non come diritto ma come appartenenza culturalmente certificata, permessi di soggiorno «a punti» legati a criteri di condotta, esclusione di fatto dai servizi, profilazione etnica nei controlli di polizia, subordinazione dei diritti procedurali all’adesione a programmi di rimpatrio. E, in forma estrema, una legge che riserva la pena capitale a una sola etnia: quella palestinese, come vedremo.

Quarto gradino — Attacco fisico

La violenza diventa pratica sociale tollerata o addirittura celebrata. Aggressioni, devastazioni di proprietà, incendi, linciaggi, pogrom. Allport, scrivendo nel 1954, aveva in mente i linciaggi dei neri negli Stati Uniti e i pogrom antisemiti europei. Non si tratta necessariamente di violenza di Stato: più spesso è violenza di gruppi organizzati, tollerata dalle autorità, legittimata dal clima culturale costruito nei tre gradini precedenti. La cronaca italiana ed europea degli ultimi anni — dalle ronde alle aggressioni contro migranti, richiedenti asilo, persone rom, persone LGBTQ+ — documenta un’espansione silenziosa di questo quarto livello. La cronaca della Cisgiordania documenta la sua forma sistemica: 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo novembre 2024-ottobre 2025, secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani.

Quinto gradino — Sterminio

L’eliminazione fisica o l’espulsione sistematica del gruppo minoritario. Genocidio, pulizia etnica, deportazione di massa. Allport scriveva con la Shoah alle spalle, e non è un caso che il suo ultimo gradino contempli sia lo sterminio sia la «rimozione» del gruppo esterno. La distinzione è sottile, e il Novecento ci ha insegnato quanto sia labile il confine tra deportazione e annientamento. Il termine che l’estrema destra europea del 2026 usa per nominare, in forma eufemistica, questa soglia, è remigrazione. Il termine che il diritto internazionale usa per nominare ciò che accade a Gaza, nella Cisgiordania del «trasferimento forzato di massa» e nel sud del Libano della «bonifica dell’area», è: pulizia etnica.

Perché la scala di Allport parla al nostro presente

Per decenni la scala è stata studiata come strumento retrospettivo, chiave di lettura di catastrofi archiviate: la Germania del Terzo Reich, il Sudafrica dell’apartheid, la Bosnia degli anni Novanta, il Ruanda del 1994. Il presupposto implicito era che le democrazie liberali occidentali avessero ormai collocato gli ultimi due gradini fuori dal campo del pensabile. Questo presupposto oggi non regge più.

Negli Stati Uniti, la retorica della «grande sostituzione» è passata dai forum dell’alt-right ai comizi presidenziali; l’ICE opera rastrellamenti che colpiscono anche cittadini naturalizzati; Steve Bannon rivendica apertamente la necessità di «ripulire la città dagli insorti». In Germania, Alternative für Deutschland ha organizzato a Potsdam nel gennaio 2024 un incontro in cui si discuteva esplicitamente l’espulsione di massa di cittadini tedeschi di origine straniera considerati «non assimilati»: la stessa AfD che alle europee del 2024 ha superato il 16 per cento e che da allora ha continuato a crescere. In Francia, già nel 2022 Éric Zemmour proponeva un Ministero della Remigrazione; oggi la parola non scandalizza più una parte significativa degli elettori socialisti e macroniani. In Austria i «Patrioti» di Kickl sono al governo. In Italia, il 18 aprile 2026 Matteo Salvini ha riunito a Milano, in piazza Duomo, i Patrioti per l’Europa sotto lo slogan «Padroni a casa nostra», con la partecipazione di Geert Wilders e del ministro Valditara.

Nel frattempo, nel decreto Sicurezza (d.l. 24 febbraio 2026, n. 23), approvato dal Senato il 17 aprile 2026 e all’esame della Camera nei giorni della manifestazione, il Parlamento italiano ha introdotto con l’emendamento 30-bis una norma che prevede il pagamento di un compenso — stimato fra 615 e 625 euro — agli avvocati che «abbiano fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito», erogabile solo «ad esito della partenza dello straniero», con uno stanziamento di 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro per il 2027 e altrettanti per il 2028. L’Unione delle camere penali italiane, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, l’Organismo congressuale forense, il Consiglio nazionale forense (che si è pubblicamente dissociato dal proprio presunto ruolo di soggetto erogatore) e l’Associazione nazionale magistrati hanno denunciato la norma come «incompatibile con la Costituzione» e lesiva dell’indipendenza dell’avvocatura; persino il Quirinale ha espresso rilievi di costituzionalità. Non è più retorica da piazza: è ingegneria legislativa del quinto gradino.

E nel frattempo, mentre l’Europa si interroga sulla «remigrazione», a poche ore di volo dalle nostre capitali la scala di Allport viene percorsa fino in fondo, e oltre. Gaza, Cisgiordania, sud del Libano: tre laboratori simultanei del quinto gradino, condotti da uno Stato che si definisce democratico e che dispone del sostegno militare, diplomatico ed economico delle maggiori democrazie occidentali. Capire la remigrazione senza guardare la Palestina significa non capire né l’una né l’altra.

La «remigrazione»: parola-grimaldello del quinto gradino

Genealogia di un eufemismo

Il termine «remigrazione» è entrato nel Vocabolario Treccani nel 2025, definito come «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Non si tratta di rimpatrio volontario: si tratta di espulsione su larga scala di migranti, richiedenti asilo, residenti di lungo periodo e, nei casi più radicali, cittadini naturalizzati o nati in Europa ma considerati «non assimilati». Nel Novecento la parola era: deportazione.

La costruzione ideologica affonda le radici nella teoria della «grande sostituzione» formulata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo la quale le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente rimpiazzate da immigrati non europei con la complicità delle élite. Lo stesso Governo italiano, sul proprio sito istituzionale, ha definito la «sostituzione etnica» come «un mito neonazista». Eppure quel mito è diventato piattaforma politica. I gruppi francesi Bloc Identitaire e Génération Identitaire importarono il termine dal partito belga di estrema destra Vlaams Belang attorno al 2011; l’austriaco Martin Sellner ne ha fatto il titolo di un volume-manifesto tradotto in italiano nel 2025 e offerto ai lettori, nel 2026, dal quotidiano La Verità e dal settimanale Panorama. La senatrice Julia Unterberger, in un’interrogazione al ministro Piantedosi, ha descritto Sellner come «una delle figure più pericolose dell’intera galassia neonazista e xenofoba». In Germania è stato bandito per i suoi legami con movimenti neonazisti.

Dall’estremismo al mainstream

Il salto di categoria avviene fra il 2022 e il 2024. Nel 2022 Éric Zemmour promette in campagna elettorale un Ministero della Remigrazione per rimpatriare centomila «stranieri indesiderati» all’anno. Alla fine del 2022, con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e la riduzione dei controlli sui contenuti, figure precedentemente bandite dalla piattaforma — Sellner in testa — vi rientrano, e l’attività online sul tema esplode. Nel gennaio 2024 l’inchiesta di Correctiv sull’incontro segreto di Potsdam rivela il piano di espulsione di massa discusso da dirigenti AfD e attivisti identitari; centinaia di migliaia di persone manifestano nelle piazze tedesche, persino Marine Le Pen prende le distanze. Eppure il 17 maggio 2025 il primo «Remigration Summit» si tiene al Teatro Condominio di Gallarate, in provincia di Varese — dopo tre cancellazioni di sedi precedenti fra Milano, Busto Arsizio e Somma Lombardo — con circa 400 partecipanti paganti (biglietti da 49 a 250 euro) provenienti da tutta Europa. Al raduno partecipa in videocollegamento, come ospite d’onore, il vicesegretario leghista Roberto Vannacci: «La remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta».

Nel gennaio 2026 il deputato leghista Domenico Furgiuele organizza alla Camera dei deputati una conferenza stampa per il lancio della legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», promossa da un comitato che comprende il portavoce di CasaPound Luca Marsella e l’esponente dei Veneto Fronte Skinheads Ivan Sogari. La conferenza viene annullata solo dopo l’occupazione della sala stampa da parte di trentadue parlamentari dell’opposizione. Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo approva a maggioranza (389 sì, 206 no, 32 astenuti) il Regolamento Rimpatri, ribattezzato dai suoi critici «Regolamento Deportazioni», che introduce gli hub di rimpatrio sul modello dei centri italiani in Albania. Vannacci commenta in aula parlando di una remigrazione «iniziata in Europa». Il PPE, principale partito dell’emiciclo, consolida così un allineamento strutturale con le forze dell’estrema destra.

L’inganno linguistico e il tradimento costituzionale

La proposta italiana di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», depositata in Cassazione il 17 gennaio 2026 dal Comitato promotore guidato dal portavoce di CasaPound Luca Marsella — e che secondo il sito ufficiale del comitato aveva raccolto al 16 aprile 2026 «quasi 150.000 firme, il triplo di quelle necessarie» — prevede l’abolizione dei flussi d’ingresso per motivi di lavoro, il «rafforzamento» dei rimpatri, l’espulsione dei «delinquenti», la confisca dei patrimoni di chi «specula sul traffico di uomini», il taglio dei fondi all’accoglienza, lo stop alle ONG e un «Patto di Remigrazione Volontaria» esteso anche agli stranieri regolari. Salvini, dopo la parziale partecipazione alla kermesse del 18 aprile (meno di 2.000 persone in piazza Duomo, un quarto dello spazio disponibile), ha rilanciato con la proposta di un «permesso di soggiorno a punti», sul modello della patente.

Il punto essenziale, come ha osservato il giornalista Valerio Renzi, è che non si parla più «solo» di cacciare gli irregolari: si tratta di espellere anche persone in possesso della cittadinanza italiana, francese o tedesca, ma considerate «non assimilabili» in quanto di origine straniera. «Il punto è ricostruire una presunta bianchezza della comunità nazionale, ripristinare il legame tra sangue e suolo». È il Blut und Boden che ritorna sotto forma di legge ordinaria. È la Costituzione repubblicana, articolo 3, che salta: «pari dignità sociale […] senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». È, per chi abbia letto Allport, il quinto gradino che viene tradotto in testo normativo.

Dal Giordano al Mediterraneo: quando la scala raggiunge il vertice

Se la remigrazione europea è la pulizia etnica immaginata, la Palestina è la pulizia etnica in atto. Il parallelo non è retorico: è strutturale. Le stesse categorie concettuali — «sostituzione», «non assimilabilità», «ripristino dell’omogeneità etnica», «sovranità culturalmente certificata», «legame tra sangue e suolo» — che alimentano il discorso identitario europeo sono le categorie operative con cui il governo Netanyahu, la coalizione di estrema destra che lo sostiene e il movimento dei coloni conducono, sotto gli occhi delle democrazie occidentali, un’operazione che l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non esita a descrivere come una «politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato» che «solleva preoccupazioni di pulizia etnica».

Cisgiordania: trentaseimila espulsi in un anno

Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, pubblicato nel marzo 2026 e relativo al periodo novembre 2024-ottobre 2025, parla di «espulsione di massa di portata senza precedenti»: oltre 36.000 palestinesi sfollati dalla Cisgiordania occupata in dodici mesi. Lo stesso rapporto documenta 1.732 episodi di violenza dei coloni, in crescita rispetto ai 1.400 dell’anno precedente. L’OCHA, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, segnala che dal gennaio 2025 sono 33.362 i rifugiati palestinesi sfollati dai soli campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, con oltre 1.500 strutture distrutte o gravemente danneggiate secondo UNOSAT. Solo nei primi tre mesi del 2026 gli sfollati sono più di 2.500, di cui oltre 1.100 minori. Save the Children, incrociando i dati ONU, registra che i bambini palestinesi sfollati per violenza dei coloni sono passati da una media trimestrale di 63 nel triennio precedente a 685 nel solo primo trimestre del 2026: un incremento di dieci volte.

L’OHCHR documenta che il trasferimento di poteri dalle forze armate israeliane alle autorità civili, la confisca delle terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e le politiche discriminatorie hanno costituito «un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e violenza sistematica da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid. L’Alto Commissario Volker Türk chiede a Israele di smantellare gli insediamenti, evacuare i coloni, porre fine all’occupazione e consentire il ritorno degli sfollati. Human Rights Watch parla esplicitamente di «possibile crimine contro l’umanità». B’Tselem e Breaking the Silence, organizzazioni israeliane, denunciano che «approfittando della guerra, le milizie armate dei coloni, che spesso operano con il sostegno dell’esercito, continuano ad attaccare e molestare le comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania per costringerle ad andarsene».

La metodologia è documentata. Il 18 marzo 2026 a Khirbit Humsa un gruppo di coloni mascherati ha fatto irruzione notturna, legando residenti, picchiando donne, uomini e ragazze, minacciando stupri e uccisioni. Un uomo è stato aggredito sessualmente davanti alla famiglia. Il rapporto del West Bank Protection Consortium pubblicato dal Norwegian Refugee Council nell’aprile 2026 — e rilanciato dal Guardian — documenta come la violenza sessuale sia stata utilizzata sistematicamente come strumento di trasferimento forzato: oltre il 70 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha identificato le minacce contro donne e bambini, in particolare la violenza sessuale, come il fattore decisivo della fuga. Ottantatré testimonianze raccolte tra il 2023 e il 2025 documentano almeno sedici casi di violenza sessuale diretta, numero considerato fortemente sottostimato a causa dello stigma. Il 92 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha perso l’accesso alla terra, l’88 per cento la casa, l’84 per cento i beni essenziali, il 40 per cento dei bambini l’accesso all’istruzione. Gli incidenti avvengono spesso in presenza delle forze israeliane, che non intervengono.

Il meccanismo è lo stesso descritto da Allport al quarto gradino, potenziato dal quinto. Si colpisce una comunità con violenza sistemica perché lasci il territorio; una volta partita, si espropria la terra, si consolida l’insediamento, si ridisegna la demografia. L’acqua viene «colonizzata»: ad Al-Auja, nella Valle del Giordano, nel febbraio 2026 i coloni hanno preso il controllo pieno della sorgente da cui dipendono le comunità palestinesi, costringendo gli agricoltori ad abbandonare la terra per mancanza d’acqua. «Rubo la mia stessa acqua per poter vivere», racconta Yousef Bisharat, uno degli ultimi residenti di Khirbet Mak-hul, dove nel 2014 vivevano trenta famiglie e oggi ne restano tre. È il gradino della discriminazione strutturale che prepara il gradino dello sterminio, con gli interstizi colmati dalla violenza quotidiana del quarto gradino.

La legge israeliana sulla pena di morte: il terzo gradino che legittima il quinto

Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato in lettura definitiva, con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto, la legge che introduce la pena di morte per «gli autori di atti di terrorismo». Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha votato a favore. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir — lo stesso che per anni ha tenuto nel salotto di casa, nell’insediamento di Kiryat Arba, il ritratto di Baruch Goldstein, il colono israelo-statunitense che il 25 febbraio 1994 uccise 29 musulmani palestinesi e ne ferì 125 nella Moschea Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) di Hebron — si presentava in aula con una spilla a forma di cappio e ha tentato di stappare una bottiglia di champagne all’interno della Knesset, venendo fermato da un assistente; ha poi distribuito il brindisi ai colleghi fuori dall’emiciclo, pubblicando il video sui propri canali social. Mesi prima, al passaggio in prima lettura del novembre 2025, aveva celebrato la tappa distribuendo baklava tra i deputati. L’immagine del cappio e del brindisi, hanno osservato diversi commentatori, resterà «ancorata nella storia come una di quelle fotografie che non necessitano di didascalia».

La legge, formalmente «neutrale» sul piano etnico, è in realtà costruita come dispositivo discriminatorio. Per i palestinesi della Cisgiordania occupata la pena capitale sarà la sanzione predefinita in tutti i casi in cui l’omicidio venga definito «atto di terrorismo» dalla giustizia militare israeliana, con possibilità di condanna a maggioranza semplice di un tribunale militare e con esecuzione entro novanta giorni. Pochi minuti dopo il voto, l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) ha presentato ricorso urgente alla Corte suprema, definendo la legge «incostituzionale, discriminatoria e, per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, senza base legale»: la Knesset, ha osservato l’associazione, «non ha il potere di legiferare per la Cisgiordania, sulla quale Israele non ha alcuna sovranità». Amnesty International ha chiesto «la massima pressione sulle autorità israeliane affinché abroghino immediatamente la legge sulla pena di morte, aboliscano completamente la pena capitale e smantellino tutte le leggi e le pratiche che contribuiscono al sistema di apartheid contro i palestinesi».

Gli esperti ONU, già nel febbraio 2026, avevano esortato Israele a ritirare il progetto di legge, affermando che «discriminerebbe i palestinesi nei territori palestinesi occupati». Il 29 marzo Berlino, Londra, Parigi e Roma avevano scritto alla Knesset invitandola a rinunciare al progetto che «metterebbe in discussione gli impegni d’Israele in materia di princìpi democratici»: un appello ignorato. Il Consiglio d’Europa ha denunciato un «grave passo indietro»; il Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Gli Stati Uniti, con una stringatezza ormai consueta, hanno fatto sapere di «rispettare il diritto sovrano d’Israele».

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito la legge «un crimine e una pericolosa escalation» che «mostra il volto reale del sistema coloniale israeliano, che punta a legittimare le esecuzioni extragiudiziali conferendo loro un’apparenza legale». La definizione non è iperbolica: è l’esatta descrizione di un terzo gradino — la discriminazione che diventa norma — deliberatamente costruito per abilitare il quinto. La pena capitale in Israele, dalla sua fondazione, era stata applicata una sola volta, nel 1962, al criminale nazista Adolf Eichmann. Ora viene riattivata come dispositivo razziale: la corda, come hanno scritto alcuni commentatori richiamando il manuale coloniale britannico sulla Palestina del 1937, «è riservata solo agli arabi». Lo storico militare Matthew Hughes ha documentato come i tribunali militari istituiti dal Mandato britannico nel novembre 1937 fossero costruiti soprattutto per la velocità: Shaykh Farhan al-Sa’di, comandante della rivolta del 1936, fu catturato di lunedì, processato di mercoledì, impiccato di sabato. È esattamente il modello che la legge del 2026 reintroduce.

Libano: il «domicidio» come metodo

Nel sud del Libano la stessa logica opera con strumenti militari anziché giudiziari. Dal 2 marzo 2026, data di ripresa delle ostilità con Hezbollah, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione dei civili lungo la linea di demarcazione, espandendola gradualmente fino a includere tutti i territori a sud del fiume Zahrani, circa quaranta chilometri dentro il territorio libanese. Secondo un’inchiesta di BBC Verify basata su immagini satellitari, in quest’area Israele ha abbattuto oltre 1.400 edifici, radendo al suolo interi villaggi con bombardamenti e demolizioni controllate — numero considerato sottostimato. Lo stesso quartier generale della missione UNIFIL a Naqura è stato danneggiato. L’offensiva ha causato più di 2.000 morti e oltre un milione di sfollati. L’8 aprile 2026 — passato alla storia come «il mercoledì nero» — centosessanta bombe in meno di dieci minuti hanno colpito Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, provocando 254 morti e 720 feriti in una sola giornata.

Il 22 marzo il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di «accelerare» la distruzione del Libano, dichiarando esplicitamente che sarebbe stato utilizzato «lo stesso modello di Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza rase al suolo. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito ha fatto ricorso a ditte appaltatrici private — alcune già impiegate a Gaza — con operai pagati «in base al numero di strutture distrutte». Anche dopo il cessate il fuoco del 17 aprile, imposto da Trump a un Netanyahu riluttante, la demolizione è proseguita: la definizione ufficiale è «bonifica dell’area», l’obiettivo dichiarato è impedire il ritorno di 600.000 sfollati. Una mappa pubblicata dall’IDF fissa una nuova «linea gialla» venti chilometri dentro il Libano, oltre la quale si estende la fascia destinata alla sparizione. Oltre cinquanta villaggi vengono sgomberati e demoliti. Katz ha dichiarato che l’IDF «ricorrerà alla piena forza anche durante il cessate il fuoco».

Il termine che il diritto internazionale usa per questo è «domicidio», la distruzione sistematica e intenzionale delle case civili come strumento di politica statale. È, secondo molti esperti di diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Ma è anche, traducendolo nel lessico di Allport, il quinto gradino applicato al territorio prima che alle persone: si rende impossibile l’abitare, e quindi si ottiene l’espulsione senza bisogno di deportare. È la stessa logica che attraversa Gaza — dove secondo l’aggiornamento OCHA al 25 marzo 2026 il bilancio ufficiale del Ministero della Salute palestinese è di 72.265 morti e 171.959 feriti, con stime indipendenti (studio Lancet, febbraio 2026) che indicano una sottostima significativa — e oggi si estende al Libano meridionale. Si distrugge l’infrastruttura della vita, e la popolazione «remigra» per fame, sete, impossibilità materiale di restare. Non è un incidente della guerra: è la guerra come metodo di rimozione etnica.

Il ponte ideologico tra remigrazione europea e pulizia etnica israeliana

Non si tratta di un parallelo giornalistico. I ponti politici e ideologici sono espliciti e documentabili. Roberto Vannacci è stato ospite d’onore del Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025 e, nel marzo 2026, ha celebrato in aula al Parlamento europeo l’approvazione del Regolamento Rimpatri come «inizio della remigrazione» in Europa. Gli stessi ambienti politici che in Italia spingono per un «permesso di soggiorno a punti» sono quelli che sostengono acriticamente l’operazione militare israeliana a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, opponendosi a qualsiasi ipotesi di sanzione o sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. L’ICE statunitense, braccio operativo di quella «remigrazione» che l’amministrazione Trump pratica senza nominarla, recluta con messaggi promozionali espliciti che riecheggiano la retorica della «grande sostituzione».

Il nesso è semplice. Entrambi i progetti — quello della remigrazione europea e quello della «Grande Israele» etnicamente omogenea — condividono la stessa premessa: esistono popoli «non assimilabili» che devono lasciare il territorio perché il gruppo dominante possa ricostruire una pretesa purezza etnico-culturale. Entrambi usano lo stesso vocabolario orwelliano: «rimpatrio», «ritorno», «bonifica», «riconquista», «protezione della civiltà». Entrambi mettono in discussione il principio di uguaglianza giuridica fra cittadini e residenti di origini diverse. Entrambi invocano un’emergenza permanente per sospendere garanzie costituzionali. Entrambi si servono della criminalizzazione del gruppo-bersaglio — «delinquente», «terrorista», «non integrato» — come passepartout per giustificare qualsiasi misura, fino all’espulsione e, nel caso estremo, all’esecuzione legale.

Chi in Europa parla di remigrazione senza guardare alla Cisgiordania non sta informando: sta distraendo. Chi in Italia si commuove per la Shoah il 27 gennaio e il 31 gennaio applaude l’occupazione della sala stampa della Camera contro Furgiuele, ma il 18 aprile tace sulle ruspe che Katz manda a demolire i villaggi libanesi, non sta onorando la memoria: la sta tradendo. La lezione di Allport è universale o non è. La sua scala vale per ogni gruppo dominante che costruisca un out-group e lo percorra gradino dopo gradino, chiunque sia l’aggressore, chiunque sia la vittima.

Mappare il presente sulla scala di Allport

Proviamo a collocare, senza infingimenti, alcuni dispositivi dell’Occidente e del Medio Oriente del 2026 sui cinque gradini della scala.

Sul primo gradino — l’antilocuzione — si trova la normalizzazione del lessico della sostituzione etnica sui quotidiani mainstream, la retorica quotidiana di ministri e vicepremier contro «l’invasione», le campagne social che presentano i rifugiati come minaccia sanitaria, culturale, sessuale. Si trovano le cartoline con biglietti aerei di sola andata spedite da AfD a famiglie tedesche selezionate per il cognome non germanico. Si trova il libro di Sellner che scala le classifiche di vendita. Si trovano le dichiarazioni del ministro Ben-Gvir che definisce «terrorista» qualsiasi palestinese in Cisgiordania e le esultanze con champagne alla Knesset.

Sul secondo gradino — l’evitamento — si trova la segregazione scolastica di fatto nelle periferie urbane europee, la rinuncia di classi medie a quartieri a «alta densità migratoria», la rimozione dei fact-checker dalle piattaforme social e la chiusura dei dipartimenti DEI in università e aziende statunitensi, la costruzione di muri interni all’Unione. Si trovano il Muro di separazione in Cisgiordania, i checkpoint, il sistema di permessi, le strade «per soli israeliani», la frammentazione del territorio palestinese in Aree A, B e C: architetture di evitamento reso struttura.

Sul terzo gradino — la discriminazione strutturale — si trova l’accordo Italia-Albania sui centri di rimpatrio, il Regolamento Deportazioni europeo, la subordinazione del compenso degli avvocati al rimpatrio dei loro assistiti, il «permesso di soggiorno a punti», la cittadinanza come «appartenenza culturalmente certificata», la stretta sul diritto d’asilo, il nuovo regime dei visti, la limitazione dei ricongiungimenti familiari. E, a Occidente del Giordano, si trova la legge del 30 marzo 2026 che riserva di fatto la pena capitale ai soli palestinesi, un tribunale militare che giudica una popolazione civile occupata in violazione delle Convenzioni di Ginevra, un sistema giuridico che — secondo l’OHCHR — costituisce «un sistema istituzionalizzato di discriminazione […] in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid».

Sul quarto gradino — l’attacco fisico — si trovano i respingimenti violenti alle frontiere, le violenze negli hotspot, i morti nel Mediterraneo che non sono più naufragi accidentali ma conseguenza strutturale di una scelta politica, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti che colpiscono anche cittadini naturalizzati sulla base dell’aspetto o del cognome, le aggressioni squadriste tollerate in Italia, Germania, Francia. Si trovano i pogrom dei coloni in Cisgiordania, le violenze sessuali sistemiche documentate dal West Bank Protection Consortium, l’uccisione di una famiglia palestinese di ritorno dalla spesa per il Ramadan con settanta fori di proiettile sul parabrezza, i circa 1.071 palestinesi uccisi in Cisgiordania da militari e coloni dal 7 ottobre 2023.

Sul quinto gradino — lo sterminio o la rimozione forzata — si trova precisamente ciò che la «remigrazione» propone di istituzionalizzare: la deportazione sistematica di persone che nel diritto internazionale avrebbero titolo a restare. In Europa non è ancora operativa nella forma piena auspicata dai suoi teorici. Ma come ha scritto la giornalista Angela Mauro sulle pagine della Fondazione Feltrinelli nell’aprile 2026, essa costituisce «una breccia nella democrazia europea», «il ponte per passare dall’estremismo al mainstream». A pochissime ore di volo dalle capitali europee, invece, il quinto gradino è pienamente operativo: i 36.000 palestinesi espulsi dalla Cisgiordania in un anno secondo l’ONU, i 72.265 palestinesi uccisi a Gaza secondo il bilancio OCHA al 25 marzo 2026 e i 171.959 feriti (cifra probabilmente sottostimata secondo lo studio Lancet, che parla di oltre 75.000 decessi già a gennaio 2025), il «domicidio» come politica statale nel sud del Libano, la pena di morte etnicamente calibrata. Ed è operativo con l’appoggio politico, militare e commerciale delle stesse democrazie occidentali che, nelle loro retoriche domestiche, si dichiarano garanti dei diritti umani.

Cosa ci insegna Allport che la politica finge di aver dimenticato

La scala di Allport contiene, implicita, una promessa: ogni gradino può essere l’ultimo, se c’è la volontà collettiva di fermarsi. Allport scriveva, con un ottimismo che oggi suona quasi commovente: «Coloro che sono consapevoli dei propri pregiudizi, e se ne vergognano, sono già sulla via per eliminarli». Ma scriveva anche che l’inazione dei moderati, la razionalizzazione dei pregiudizi nei termini apparentemente neutri della sicurezza, dell’ordine, della legalità, dell’«identità», è esattamente ciò che permette la scalata.

La lezione operativa di Allport per il 2026 è triplice. Primo: il contatto. La separazione produce pregiudizio, il contatto interpersonale fra gruppi — in condizioni di parità, cooperazione e sostegno istituzionale — lo riduce. Ogni politica che aumenta la separazione (muri, campi, quartieri-ghetto, scuole separate, esclusione dai servizi, checkpoint militari, linee gialle che tagliano a metà un paese sovrano) lavora contro la democrazia. Secondo: il linguaggio. L’antilocuzione non è «aria fritta»: è il terreno su cui crescono tutti gli altri gradini. Nominare in modo eufemistico la deportazione — chiamarla «remigrazione», «rimpatrio assistito», «riconquista», «bonifica», «trasferimento volontario» — serve precisamente a rendere pensabile ciò che non dovrebbe esserlo. Terzo: le istituzioni. Il salto dal quarto al quinto gradino non lo fanno i singoli, lo fanno gli Stati. La battaglia decisiva si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle costituzioni, nelle corti internazionali. Un emendamento al decreto Sicurezza che subordina il compenso degli avvocati alla collaborazione con le politiche di rimpatrio non è un tecnicismo: è l’ingranaggio che fa scorrere la scala. Una legge della Knesset che riserva la pena capitale a una sola etnia non è un dettaglio penale: è la certificazione che la scala è stata percorsa fino all’ultimo gradino.

Settant’anni fa Gordon Allport mise in fila cinque parole — antilocuzione, evitamento, discriminazione, attacco fisico, sterminio — e ci lasciò una mappa. Il compito di chi non vuole percorrere quella strada fino in fondo è ancora lo stesso del 1954: riconoscere il gradino su cui ci troviamo, chiamare per nome ciò che il potere preferisce eufemizzare, organizzare una politica del contatto contro la politica della separazione. La remigrazione non è una proposta di governo: è il nome nuovo di una vecchia tentazione europea. La legge israeliana del 30 marzo 2026 non è una misura antiterrorismo: è la trascrizione in testo normativo di una gerarchia etnica che il Novecento aveva promesso di non riscrivere più. E, come settant’anni fa, la risposta non può che essere costituzionale, democratica, popolare — e, oggi, internazionalista. Senza la Palestina, qualsiasi discorso europeo sui diritti umani è ipocrisia. Senza l’Europa, qualsiasi discorso palestinese sulla giustizia rischia l’isolamento. La scala di Allport è una sola. Il compito di smontarla, pure.

Fonti

Allport, Gordon W., The Nature of Prejudice, Addison-Wesley, 1954 (ed. it. La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973).

Harvard Department of Psychology, scheda biografica di Gordon W. Allport.

Banaji, Mahzarin R., The Nature of Prejudice by Gordon W. Allport (1954), Harvard, 2019.

Wikipedia, Scala Allport (voce italiana) e Allport’s Scale (voce inglese).

Annamaria Testa, I discorsi d’odio non vanno sottovalutati, Internazionale, 9 luglio 2019.

Ninja.it, Che cos’è la scala di Allport e perché ha a che fare con gli haters online, ottobre 2023.

3plusinternational.com, From Words to Violence: Understanding Allport’s Theory of Escalation, febbraio 2026.

Angela Mauro, Remigrazione: una breccia nella democrazia europea, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 3 aprile 2026 (Agenda remigrazione n. 79).

Annalisa Camilli, La remigrazione nel decreto sicurezza, Internazionale, 21 aprile 2026.

Francesca De Benedetti, «Remigrazione» e dintorni: così gli xenofobi dettano l’agenda fin dentro l’Ue, Domani, 30 gennaio 2026.

Remigrazione, Salvini fa flop in piazza. Ma il governo la introduce per legge, Domani, 18-21 aprile 2026.

Rivista Studio, Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo, aprile 2026, con interventi di Marion Jacquet-Vaillant, Valerio Renzi, Lorenzo Pacini.

Il Post, Cos’è esattamente questa «remigrazione», 4 febbraio 2025; Il «Remigration summit» di Milano alla fine è diventato un’altra cosa, 18 aprile 2026.

Sky TG24, Remigrazione, annullata conferenza alla Camera organizzata da estrema destra, 30 gennaio 2026.

Progetto Melting Pot Europa, Per la destra europea, la remigrazione è iniziata, aprile 2026.

Il Foglio, Salvini prepara la sua legge sulla remigrazione, 2 febbraio 2026.

Avvenire, Il bluff della remigrazione. Solo uno slogan, ma pericoloso, 19 aprile 2026.

Tecnoandroid, Remigrazione: cos’è la parola che seduce l’ultradestra europea, aprile 2026.

Panorama, Remigrazione, il grande ritorno: da idea di estrema destra a politica condivisa in Europa, ottobre 2025.

MasterX (IULM), Lega e Patriots EU in piazza a Milano «Senza paura» apre a remigrazione, aprile 2026.

Vocabolario Treccani, voce Remigrazione, edizione 2025.

OHCHR — Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, rapporto su Cisgiordania novembre 2024-ottobre 2025, marzo 2026.

Vatican News, Israele, approvata legge sulla pena di morte per i condannati per terrorismo, marzo 2026.

Internazionale, Israele approva la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, La legge sulla pena di morte in Israele trasforma la vendetta in strumento di governo, 3 aprile 2026.

L’Indipendente, Israele dà il primo via libera alla legge per la pena di morte solo per i palestinesi, 11 novembre 2025.

EUNews, Israel introduces death penalty for Palestinians accused of terrorism, 31 marzo 2026.

Ambienteweb.org, La nuova legge israeliana sulla pena di morte per i palestinesi ricicla un manuale coloniale, 2 aprile 2026.

L’Espresso, Pulizia etnica sotto gli occhi dell’Occidente, 16 aprile 2026.

Assopace Palestina / NRC, Cisgiordania: la violenza sessuale è alla base degli sfollamenti palestinesi, 20 aprile 2026.

Globalist, Militari israeliani e coloni hanno fatto ricorso alle violenze sessuali per spingere i palestinesi ad andare via, 21 aprile 2026.

Save the Children, Cisgiordania: il numero dei minori palestinesi sfollati è decuplicato nel 2026, marzo 2026.

AgenSIR / OCHA, Cisgiordania: attacchi dei coloni, case demolite e famiglie sfollate, 21 aprile 2026.

Collettiva / Il Manifesto, L’orrore in Cisgiordania, l’esercito di Israele e coloni, 18 marzo 2026.

La Regione, Onu denuncia espulsioni senza precedenti in Cisgiordania, 36.000 palestinesi sfollati in un anno, marzo 2026.

Domani, Cisgiordania, è record di sfollamenti forzati di palestinesi, 6 febbraio 2026.

Il Post, Israele sta demolendo un pezzo di Libano, 19 aprile 2026; Israele ha bombardato il Libano con un’intensità mai vista dall’inizio della guerra, 9 aprile 2026; Migliaia di sfollati stanno rientrando nel sud del Libano, 19 aprile 2026.

Vatican News, Libano, Beirut travolta dai raid israeliani: centinaia tra morti e feriti, aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, Israele oscura l’accordo con l’Iran e bombarda il Libano, 8 aprile 2026; Israele rade al suolo i villaggi del sud Libano: applicato il «modello Gaza», 20 aprile 2026.

L’Espresso, Spaccare il Libano è l’obiettivo di Israele, 16 aprile 2026.

Internazionale, Israele ribadisce di voler occupare una parte del sud del Libano al termine del conflitto, 1 aprile 2026.

BBC Verify, inchiesta satellitare sulle demolizioni israeliane nel sud del Libano, aprile 2026.

Haaretz, inchieste sull’uso di ditte appaltatrici private per le demolizioni a Gaza e in Libano, marzo-aprile 2026.

B’Tselem e Breaking the Silence, rapporti 2025-2026 sulla violenza dei coloni in Cisgiordania.

Human Rights Watch, dichiarazioni sullo svuotamento dei campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams come possibile crimine contro l’umanità.

Amnesty International, condanna della legge israeliana sulla pena di morte, marzo 2026.

ANSA, Pena di morte ai terroristi, il parlamento israeliano approva la legge, 30 marzo 2026.

LaPresse, Israele, la Knesset approva la legge sulla pena di morte per i terroristi, 30 marzo 2026.

IARI, La reintroduzione della pena di morte in Israele: uno strumento genocidario della popolazione palestinese, 2 aprile 2026.

The New Arab, Champagne in Knesset as Israel passes ‘racist’ death penalty law, 31 marzo 2026.

SaluteInternazionale, Biopolitica del genocidio palestinese e La guerra eterna di Netanyahu, marzo-aprile 2026 (con dati OCHA e WHO aggiornati al 25 marzo 2026).

The Lancet, studio sulla sottostima dei decessi a Gaza, febbraio 2026.

Comitato Remigrazione e Riconquista, sito ufficiale remigrazione.org, dati al 16 aprile 2026.

Famiglia Cristiana, Decreto sicurezza, emendamento rimpatri. Che cosa non funziona, 21 aprile 2026.

Sistema Penale, Dl sicurezza 2026: compensi agli avvocati in caso di rimpatrio volontario del migrante, aprile 2026.

TPI, Come funziona il premio per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, 22 aprile 2026.

Il Post, Il governo vuole pagare gli avvocati che riescono a far rimpatriare i migranti, 19 aprile 2026.

Askanews e Il Tempo, I «patrioti europei» a Milano, Bardella e Wilders sul palco con Salvini, 18 aprile 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

La paura fatta legge

Il Decreto Sicurezza, lo schiaffo al Quirinale e l’Italia che muore lontano dai riflettori

C’è un’immagine che più di tante analisi restituisce lo stato della nostra Repubblica in queste ore: quella di un sottosegretario che sale al Quirinale a tarda sera, mentre in commissione alla Camera si consuma l’ennesimo strappo istituzionale, per spiegare al Capo dello Stato come sia stato possibile infilare, in un decreto chiamato Sicurezza, una norma che premia economicamente gli avvocati che convincono i propri assistiti migranti a rinunciare alla difesa e ad accettare il rimpatrio. Non è una caricatura polemica, non è lo spunto di un editoriale: è la cronaca del 21 aprile 2026, del decreto-legge 23 del 24 febbraio scorso, approvato dal Senato venerdì 17 aprile e ora in corsa contro il tempo verso la scadenza di sabato 25, pena la decadenza. È la cronaca di un Paese che ha smarrito la bussola, che ha confuso l’ordine pubblico con l’ordine di scuderia, e che trasforma la Costituzione in un fastidioso cavillo da aggirare con l’urgenza della fiducia.

La vicenda dell’articolo 30-bis è l’ultima increspatura di una deriva dal respiro lungo. Ma racconta, con precisione chirurgica, chi governa oggi l’Italia, contro chi governa, e soprattutto di chi ha deciso di non occuparsi. Perché mentre a Montecitorio si combatte per difendere un premio di seicentoquindici euro destinato a legali trasformati in ufficiali di frontiera, altrove nel Paese continuano a morire persone. Muoiono sul lavoro, muoiono aspettando una risonanza magnetica, muoiono nel silenzio delle liste d’attesa, degli appalti al ribasso, dei cantieri senza controlli. Di loro, nel decreto, non c’è traccia. Di loro, nella narrazione governativa, non c’è mai traccia.

Anatomia di uno strappo

Ricostruire la cronologia serve a smontare la favola della fermezza. Il nuovo decreto Sicurezza nasce a inizio febbraio, subito dopo gli scontri di Torino legati alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna e alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto minori armati di coltello a La Spezia e in provincia di Frosinone. La cornice emergenziale è servita su un piatto d’argento: un altro decreto-legge, il quarto o quinto della stessa materia varato dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, e anche stavolta con la finalità politica di cavalcare l’onda emotiva e di offrire un tassello comunicativo a ridosso del referendum costituzionale sulla magistratura. Le norme sono entrate in vigore il 25 febbraio, il conto alla rovescia per la conversione si è fermato a sessanta giorni, e la maggioranza si è presentata alla scadenza con il testo ancora pieno di crepe giuridiche segnalate da Consiglio superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense, Camere penali e costituzionalisti. Il precedente era già stato scritto: nell’aprile 2025 il governo aveva trasformato in decreto-legge un disegno di legge arenato in Parlamento da un anno e mezzo, comprimendo il dibattito e imponendo le stesse scadenze forzate. Una catena, non un incidente.

Dentro il testo del 2026, al Senato, qualcuno infila un emendamento che prevede un compenso per gli avvocati che accompagnano i migranti nel rimpatrio volontario, e solo se il rimpatrio va a buon fine. In altre parole, si chiede al difensore di operare contro l’interesse del proprio assistito, capovolgendo millenni di etica forense in un colpo solo. Il Consiglio nazionale forense e le Camere penali insorgono. Il Capo dello Stato chiama al Quirinale il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e gli comunica una cosa molto semplice: così non firmo. La maggioranza, invece di prendere atto, prova a guadagnare tempo, ipotizza ordini del giorno attuativi, poi un correttivo lampo, poi un decreto successivo per rimediare al decreto appena approvato. Un cortocircuito istituzionale che il Comitato per la Legislazione della Camera stigmatizza all’unanimità, ricordando all’esecutivo che non si può continuare a deliberare leggi all’ultimo secondo, nelle pieghe delle conversioni fatte con la fiducia.

La reazione leghista è il dettaglio che illumina l’intero quadro. Il sottosegretario Nicola Molteni, in commissione, pronuncia parole studiate per arrivare direttamente al Colle: l’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza, presentato apertamente, non è il frutto di una manina notturna. Traduzione: cosa avete da ridire, presidente? Il deputato Gianangelo Bof va oltre, accusando velatamente il Quirinale di aver fatto trapelare alla stampa le proprie perplessità. È il momento in cui la Lega decide di trattare il garante della Costituzione come un avversario politico, non come un’istituzione terza. Un precedente che pesa, e che si somma a una collana ormai lunga di insofferenze verso qualunque contropotere. Il nuovo Decreto Sicurezza, letto con questi occhi, non è soltanto un provvedimento repressivo: è un test di resistenza degli argini costituzionali. E gli argini, in diversi punti, stanno cedendo.

Cosa c’è davvero dentro quel decreto

Dietro la cortina fumogena dell’articolo 30-bis, il decreto-legge 23 del 2026 è un manifesto politico in piena regola. Si articola in quattro capi e trentadue articoli e interviene simultaneamente su armi, ordine pubblico, aree urbane, immigrazione, penitenziario e reclutamento delle forze di polizia. Introduce il cosiddetto fermo preventivo, ovvero l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia fino a dodici ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando vi siano elementi concreti di rischio per il pacifico svolgimento delle stesse: una formulazione talmente elastica che lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha segnalato il pericolo di lasciare margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia e di fondare la prevenzione del crimine su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto. Il Capo dello Stato, nella fase di stesura, aveva già espresso dubbi di costituzionalità su questa misura, poi soltanto attenuata, non rimossa.

Si aggiungono le perquisizioni immediate sul posto in contesti di manifestazione o in luoghi ad alto afflusso, l’estensione dell’arresto in flagranza differita fino a quarantotto ore sulla base di documentazione videofotografica, una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo che renda difficoltosa l’identificazione durante le pubbliche riunioni, e la possibilità per il prefetto di individuare zone a vigilanza rafforzata nelle quali disporre allontanamenti e divieti di accesso per soggetti ritenuti pericolosi. Viene introdotto un divieto di partecipazione a pubbliche riunioni che può arrivare fino a dieci anni nei casi più gravi. La polizia penitenziaria vede ampliati i propri poteri investigativi, con la possibilità di condurre operazioni sotto copertura per reati commessi negli istituti di detenzione, luoghi il cui stato di cronica violazione della dignità umana è documentato da ogni rapporto del Garante delle persone private della libertà. Sul fronte dei minori, viene ampliata la lista dei coltelli vietati, estesa la sanzione penale ai venditori anche online, e introdotta una responsabilità pecuniaria diretta per i genitori o per chi esercita la responsabilità genitoriale.

L’obiettivo politico è trasparente. Costruire un nemico visibile e sostituibile, il migrante, l’attivista, il manifestante, il detenuto, il ragazzino di periferia, per distogliere lo sguardo da ciò che il nemico non è ma dovrebbe essere: la vera insicurezza materiale dei cittadini italiani. Quella che non si misura in percezione, ma in cifre, in vite, in ospedali che chiudono e cantieri senza controlli. L’impianto complessivo, denunciano le Camere penali e decine di giuristi, è quello di un diritto penale d’autore, non del fatto: si colpisce chi si è, non ciò che si fa. È la grammatica autoritaria di un governo che, ventata emotiva dopo ventata emotiva, costruisce pezzo dopo pezzo il suo codice parallelo della paura.

L’insicurezza vera: morire di lavoro nell’Italia del 2026

Mentre la maggioranza consuma la sua crisi di nervi sull’articolo 30-bis, l’INAIL ha chiuso i conti del 2025. Millenovantatré persone hanno perso la vita sul lavoro o nel tragitto verso il lavoro: settecentonovantadue sui luoghi di servizio, duecentonovantatré in itinere, otto studenti. Tre morti al giorno, festivi compresi. Una strage silenziosa, stabile da anni, che nessun decreto d’urgenza è mai stato convocato ad affrontare. Le costruzioni restano il cimitero a cielo aperto del nostro modello produttivo, con centoquarantotto vittime. Seguono le attività manifatturiere con centodiciassette decessi e il comparto trasporti e magazzinaggio con centodieci. Un lavoratore straniero ha un rischio di morte in occasione di lavoro più che doppio rispetto a un italiano: quarantanove casi e sette decimi per milione di occupati contro ventuno. Sono i volti invisibili del capitalismo italiano, quelli che puliscono i nostri centri commerciali di notte, che scaricano i pacchi dei nostri acquisti online, che tirano su le palazzine delle nostre periferie e cadono dalle impalcature dimenticate da un sistema di ispezioni azzerato per decenni di tagli.

Questa è la sicurezza di cui questo Paese avrebbe bisogno. Una sicurezza che non si scriva con i manganelli e con le manette, ma con le ispezioni ai cantieri, con la formazione obbligatoria, con la responsabilità penale degli appaltatori che scaricano il rischio a cascata sugli ultimi della catena. Una sicurezza che prenda di petto la piaga del subappalto selvaggio, del lavoro nero, degli appalti al massimo ribasso, dei caporali che ancora governano interi comparti dell’agricoltura e della logistica. Di tutto questo, nel decreto-legge 23 del 2026, non c’è una virgola. Perché l’elettore del centrodestra, nella narrazione di palazzo, deve avere paura del povero cristiano sbarcato a Lampedusa, non del padrone che gli taglia l’imbracatura per risparmiare trenta euro. Eppure il secondo uccide molto più del primo. E uccide ogni santo giorno.

La sanità negata e la scuola dimenticata

Ai morti del lavoro si sommano i morti della sanità che non c’è. Nel 2024, secondo i dati dell’Istat diffusi nel corso del 2025, il nove virgola nove per cento degli italiani ha rinunciato a curarsi. Uno su dieci. Il sei virgola otto per cento lo ha fatto per le liste d’attesa, una quota più che raddoppiata rispetto al due virgola otto per cento del 2019. Dietro quei numeri ci sono tumori diagnosticati tardi, patologie cardiache non monitorate, anziani che non arrivano alla visita specialistica, donne che rinunciano allo screening mammografico perché una visita privata costa come una settimana di spesa alimentare. La legge di bilancio 2026 stanzia due virgola quattro miliardi aggiuntivi al Fondo Sanitario Nazionale, cifra che il governo presenta come storica ma che, in rapporto al PIL e all’inflazione, equivale a una sostanziale continuità con quindici anni di definanziamento della sanità pubblica. Lo dicono con parole nette la Fondazione GIMBE, che parla di scelte in continuità con il progressivo arretramento del servizio pubblico, e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che nel focus di questa primavera ha documentato la riduzione reale della spesa sanitaria pubblica rispetto al 2010.

Il dato più inquietante è un altro, e racconta il progetto di sistema in filigrana. Nella manovra 2026, gli acquisti di prestazioni dal settore privato passano da centocinquanta a duecentoquarantasei milioni di euro, con un incremento di quasi il sessantacinque per cento. È la traduzione contabile di una strategia politica precisa: non rafforzare il pubblico, ma canalizzare risorse pubbliche verso strutture accreditate private, costruendo passo dopo passo un sistema a doppio binario dove chi può paga e si cura, chi non può aspetta e, talvolta, non arriva a guarire. La sanità come mercato, il diritto alla salute ridotto a servizio premium. È la pietra tombale dell’articolo 32 della Costituzione, posata silenziosamente con la scusa dell’efficienza.

La scuola vive un destino parallelo. Classi sovraffollate dove si dovrebbero fare percorsi individuali, edifici ancora inadeguati cinquant’anni dopo il terremoto dell’Irpinia, precariato strutturale che avvelena la qualità della didattica, dispersione scolastica che resta tra le più alte d’Europa nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Eppure il governo trova tempo, energie e norme per inseguire i telefoni dei ragazzini in aula, per inasprire le sanzioni disciplinari, per introdurre il voto di condotta come leva punitiva. Non per investire sulla formazione degli insegnanti, non per ridurre il numero di alunni per classe, non per garantire il tempo pieno a tutti, non per ripensare l’alternanza scuola-lavoro dopo gli otto studenti morti sul lavoro nel solo 2025. La sicurezza, di nuovo, non è mai quella che conta.

Il cortocircuito della bussola

La definizione più onesta del governo in carica è questa: è un esecutivo che ha perso la bussola, perché ha deciso deliberatamente di tenerla puntata verso un orizzonte che non è quello del Paese reale. La bussola di Palazzo Chigi indica un luogo ideologico, non un bisogno concreto: lì ci sono i migranti da respingere, i magistrati da ridimensionare, i giornalisti da querelare, i centri sociali da sgomberare, le occupazioni da criminalizzare. Da quell’altra parte, invisibile nelle conferenze stampa, ci sono gli operai delle raffinerie siciliane, i braccianti della Piana di Gioia Tauro, le infermiere degli ospedali lombardi dimissionarie in massa, i pendolari delle linee secondarie dismesse, gli inquilini in arretrato per il caro-affitti delle città universitarie, gli studenti fuorisede che scelgono se cenare o stampare la tesi. Persone intere, non categorie, per le quali questo governo non ha prodotto un solo provvedimento degno di memoria.

La cifra stilistica è quella della distrazione di massa. Ogni volta che un dato economico, sanitario o sociale minaccia di bucare la bolla mediatica, parte la contromanovra: un’uscita sull’immigrazione, una polemica con la Francia, un tweet sul generale di turno, un’intervista sul presunto piano di sostituzione etnica. Il ciclo funziona, purtroppo. Funziona perché ha dietro una macchina di comunicazione istituzionale, un ecosistema di testate amiche, un accesso privilegiato ai talk-show dove la dialettica è ormai una messinscena stanca. Ma funziona soprattutto perché l’opposizione stenta ancora a riorganizzarsi su un terreno che non sia quello della reazione quotidiana. Serve un’agenda, serve un racconto, serve una narrazione alternativa che parta esattamente da lì: dai morti sul lavoro, dalle liste d’attesa, dalle scuole fatiscenti, dai salari fermi al 1990 e dai contratti rinnovati a cinque anni di distanza dalla scadenza.

La democrazia come manutenzione quotidiana

Lo schiaffo al Quirinale, la fuga in avanti della Lega, il disprezzo per le forme parlamentari, l’uso disinvolto della fiducia sono tessere di un mosaico più ampio. Lo stesso mosaico dentro cui si collocano la riforma costituzionale in discussione, il premierato con annessa legge elettorale ribattezzata dai critici come il nuovo sistema maggioritario senza contrappesi, e l’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese in ventuno sistemi sanitari, scolastici, infrastrutturali diversi. Il filo rosso è uno solo: concentrare il potere, disarticolare i controlli, trasformare la democrazia in una procedura di ratifica e il popolo in un elettorato periodicamente chiamato a benedire scelte prese altrove. Quando un presidente della Repubblica è costretto a negoziare in piena notte la tenuta di una norma con un sottosegretario, siamo già oltre la fisiologia costituzionale.

La risposta non può essere soltanto difensiva. Non basta resistere; bisogna ricostruire. Bisogna dire, con una voce che superi il chiacchiericcio degli scranni, che la sicurezza vera si misura nel numero di cittadini che hanno un lavoro dignitoso e ci tornano vivi la sera, nel numero di pazienti che ottengono una diagnosi prima che sia troppo tardi, nel numero di studenti che completano il percorso formativo senza abbandonare lungo la strada, nel numero di anziani che non devono scegliere tra medicine e bollette. La sicurezza vera è il welfare. La sicurezza vera è la manutenzione del patto sociale. La sicurezza vera è una Costituzione viva, non una reliquia da esibire nei convegni e aggirare nei decreti.

Quando un governo punisce chi protesta nei CPR ma non ispeziona il cantiere dove il sabato successivo crolla un solaio, quando incentiva gli avvocati a convincere i propri clienti a partire ma taglia i fondi per i consultori, quando introduce il reato di blocco stradale ma non stanzia un euro in più per l’edilizia scolastica, quel governo ha già comunicato la sua gerarchia di valori. Il compito di chi ancora crede nella Costituzione, dei partiti di opposizione, delle associazioni, dei sindacati, dei giornalisti onesti, degli attivisti, dei cittadini semplicemente stanchi, è rendere quella gerarchia visibile, dirlo ad alta voce, ripeterlo nelle piazze, nei giornali, nei consigli comunali, ovunque ci sia un’orecchia disposta ad ascoltare. Perché la democrazia non è uno stato; è un esercizio quotidiano. E oggi, in Italia, è un esercizio che comincia da una domanda elementare: di chi è la sicurezza di cui parliamo? Di chi governa, o di chi è governato?

La risposta, come sempre, sta nei fatti. E i fatti, in questo aprile 2026, parlano di un Paese che muore sui ponteggi e aspetta mesi per una visita medica, mentre il suo governo scrive decreti contro chi è arrivato con un barcone e contro chi scende in piazza. C’è ancora tempo per cambiare questa storia. Ma solo se qualcuno, là fuori, decide di raccontarla diversamente.

Fonti

Liana Milella, Giacomo Salvini, Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale, Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026.
Il Mattino, Decreto sicurezza, stop di Mattarella su norma rimpatri: corsa contro il tempo per modificare il testo, aprile 2026.
Il Messaggero, Decreto sicurezza, no di Mattarella ai premi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio, aprile 2026.
Quotidiano Nazionale, Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati, aprile 2026.
Il Post, I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza, 17 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, Decreto Sicurezza approvato al Senato, opposizioni protestano contro il governo Meloni, 17 aprile 2026.
Pagella Politica, Che cosa c’è nella nuova stretta del governo sulla sicurezza, febbraio 2026.
Sistema Penale, Il testo del disegno di legge A.C. 2886 di conversione del DL 23/2026 con gli emendamenti approvati dal Senato, aprile 2026.
Senato della Repubblica, scheda del disegno di legge S. 1818 — conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23.
Il Manifesto, Tutti i decreti sicurezza della maggioranza, febbraio 2026.
INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dati aggiornati al 31 dicembre 2025, Roma 2026.
Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, Rapporto nazionale infortuni mortali, gennaio-dicembre 2025.
Ansa, Inail, 792 morti sul lavoro nel 2025, in calo sul 2024, 3 febbraio 2026.
Fondazione GIMBE, Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale 2025 e analisi della Legge di Bilancio 2026.
ISTAT, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia, anno 2024.
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2026 Pubblico e privato nella sanità in Italia.
CGIL, Legge di Bilancio 2026 e Servizio Sanitario Nazionale: la verità dei numeri, novembre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, L’evoluzione dei finanziamenti alla sanità in Italia.
Consiglio Superiore della Magistratura, parere sul decreto-legge 23/2026 in materia di fermo preventivo e misure di prevenzione, 2026.
Consiglio Nazionale Forense e Unione Camere Penali Italiane, Osservazioni sull’articolo 30-bis del DL 23/2026.
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Rapporti sulle visite nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
© Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0