Il vuoto cosmico

Sette mesi dopo la bocciatura nelle urne, Forza Italia ripresenta la separazione delle carriere e la ministra Casellati indica la scorciatoia della legge ordinaria. Dietro l’ostinazione non c’è un progetto: c’è un programma vecchio di mezzo secolo, nato nella loggia di Licio Gelli, e una destra che governa fabbricando nemici, scaricando i costi su chi sta in basso e rispondendo alle piazze dei giovani con il fermo preventivo.

A fine ottobre, a margine del congresso delle Camere penali riunito a Brescia, il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, ha annunciato che il suo partito ripresenterà alla Camera e al Senato la proposta di legge costituzionale sulla separazione delle carriere promossa dagli avvocati penalisti. Sono passati poco più di sette mesi da quando, il 22 e 23 marzo, circa quattordici milioni e mezzo di elettori, il 53,7 per cento dei votanti, hanno respinto la riforma Nordio, con un’affluenza del 58,9 per cento, ben oltre le previsioni dei sondaggi. Costa non finge di ignorarlo. Sceglie, anzi, una formula che suona come una confessione involontaria: le riforme più ambiziose, dice, «hanno bisogno di tempo per maturare».

Quanto tempo? Questa idea ne ha già avuto mezzo secolo. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un Consiglio superiore della magistratura reso responsabile davanti al Parlamento, i test psicoattitudinali per chi entra in magistratura, un capo del governo più forte delle assemblee: tutto questo stava già scritto, a metà degli anni Settanta, nel Piano di rinascita democratica della loggia P2. Ed è qui che si misura il vuoto cosmico di questa destra. Dopo oltre quattro anni a Palazzo Chigi, quando deve indicare al Paese un orizzonte, apre un cassetto e ne tira fuori un vecchio elenco. Quando i cittadini quell’elenco lo respingono, non si interroga: cerca un’altra porta da cui farlo rientrare.

Non è soltanto una battuta polemica. È il filo che lega la proposta di Brescia a quasi tutte le scelte di questi anni: il premierato rientrato dalla finestra della legge elettorale, l’autonomia differenziata resuscitata dopo la sentenza della Consulta, la repressione del dissenso, l’invenzione permanente del nemico straniero, un fisco che premia chi sta meglio. E, per contrasto, chiama in causa un’opposizione che le idee le avrebbe, ma non ha ancora imparato a farle convergere.

1. Cinquant’anni per maturare

Il Piano di rinascita democratica fu scritto con ogni probabilità intorno al 1976 e venne ritrovato all’aeroporto di Fiumicino, nel doppiofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Maestro venerabile. Tina Anselmi, che presiedette la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, chiuse la sua relazione avvertendo che conoscere quel progetto era la prima difesa contro di esso. Conviene allora rileggerlo. La magistratura vi compare come un potere da riportare entro confini angusti, quelli di una mera garanzia della corretta applicazione delle leggi, e le misure sono elencate con precisione notarile. Tra quelle urgenti, la responsabilità civile dei magistrati e gli esami psicoattitudinali per l’accesso in carriera. Tra quelle di medio e lungo periodo, un ministro della Giustizia chiamato a rispondere davanti al Parlamento dell’operato del pubblico ministero, un Consiglio superiore della magistratura reso responsabile verso il Parlamento con una modifica costituzionale e l’impegno, nero su bianco, a «separare le carriere requirente e giudicante». Accanto, un presidente del Consiglio eletto dalla Camera a inizio legislatura e rovesciabile solo eleggendone un altro, i limiti al diritto di sciopero, la scissione dei sindacati confederali, la fine del monopolio pubblico della televisione.

Di quel programma il governo Meloni ha già realizzato un tassello che in pochi ricordano. Il decreto legislativo n. 44 del 28 marzo 2024 ha introdotto la valutazione psicoattitudinale nel concorso per diventare magistrati: una norma inserita nel testo dopo che il Consiglio superiore aveva già espresso il suo parere sullo schema di decreto. Il 16 settembre scorso il Csm ha approvato la delibera che individua le condizioni di inidoneità, e i test debutteranno nel prossimo concorso. Lo stesso Carlo Nordio, nel novembre 2025, a chi gli chiedeva della coincidenza tra la sua riforma e il Piano della P2 rispose di non conoscere quel documento, aggiungendo però che un’opinione di Gelli, se giusta, non andava scartata solo perché sua. Pochi mesi più tardi il figlio, Maurizio Gelli, ha dichiarato al Fatto Quotidiano che l’approdo della separazione delle carriere a un referendum «rispecchia la lungimiranza di mio padre», riconoscendo nel governo l’erede di molte idee paterne, dai test per i magistrati al presidenzialismo.

C’è poi un dato che riguarda direttamente il partito che oggi rilancia la battaglia. Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia, compariva negli elenchi della P2 con la tessera numero 1816; nel 1990 la Corte d’appello di Venezia accertò che aveva testimoniato il falso sulla propria iscrizione, ma il reato era ormai estinto per l’amnistia dell’anno precedente. Sarebbe disonesto sostenere che chiunque difenda la separazione delle carriere sia un erede di Gelli: l’idea è stata sostenuta anche da giuristi e politici di altra cultura, a sinistra compresa, e ci torneremo. Il punto è un altro. Una destra che si proclama nuova, che rivendica di aver chiuso i conti con la Prima Repubblica, quando mette mano alla giustizia non trova di meglio che spuntare, voce dopo voce, la lista di una loggia segreta che il Parlamento sciolse per legge. Non è tenacia riformatrice. È l’assenza di un pensiero proprio.

2. Il testo dei penalisti e la scorciatoia francese

Che cosa ripresenterà Forza Italia? Il testo è quello dell’iniziativa popolare promossa dall’Unione delle Camere penali e depositata nel 2017 con circa settantacinquemila firme, riproposto da Costa il 13 ottobre 2022, primo giorno della legislatura, e poi assorbito dal disegno del governo. Prevede due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal capo dello Stato. A differenza della riforma bocciata, i componenti magistrati sarebbero eletti e non sorteggiati, ed è su questo che gli azzurri contano per rendere digeribile la nuova versione. Ma i rapporti di forza cambierebbero comunque: metà dei seggi ai magistrati e metà ai membri scelti dal Parlamento tra professori e avvocati, mentre oggi i togati sono due terzi.

Il cuore del testo, però, sta in una riga sull’articolo 112 della Costituzione, quello che obbliga il pubblico ministero a esercitare l’azione penale. La proposta vi aggiunge: «nei casi e nei modi previsti dalla legge». Nella relazione che la accompagna i proponenti lo spiegano senza giri di parole: dovrà essere la legge a fissare forme e priorità dell’azione penale. Scrivono anche che lo scopo non è avvicinare i pubblici ministeri al governo. Ma la sostanza resta. Se a decidere quali reati perseguire per primi, e quali lasciare in fondo alla pila, è una legge votata dalla maggioranza del momento, l’obbligo sopravvive sulla carta e la scelta diventa politica. Con la sentenza n. 88 del 1991 la Corte costituzionale ha legato quell’obbligo ai principi di legalità e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge penale, e all’indipendenza del pubblico ministero. Non è un tecnicismo: è la garanzia che la legge valga per il potente come per l’ultimo.

Dove porti questa strada lo aveva detto ad alta voce, nel marzo 2025, uno degli autori della riforma Nordio. L’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, in una conversazione con Il Foglio di cui il giornale pubblicò poi l’audio, spiegò che della riforma salvava soltanto il sorteggio e che il doppio Csm comportava un rischio: o si va fino in fondo e «si porta il pm sotto l’esecutivo, come avviene in tanti Paesi», oppure gli si toglie il potere di avviare le indagini. Poi smentì; l’audio restò. Delmastro è stato condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito, in primo grado nel febbraio 2025 e in appello il 20 maggio scorso, e ha annunciato ricorso in Cassazione. Si era dimesso da sottosegretario il 24 marzo, il giorno dopo il referendum, travolto dal caso della sua partecipazione, poi ceduta, in una società proprietaria di un ristorante romano insieme alla figlia di un uomo indicato dalle cronache come prestanome del clan Senese. È questa la classe dirigente che pretendeva di riscrivere l’ordinamento giudiziario.

La ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, giovedì 29 ottobre, ha indicato un’altra via. Rispondendo a chi le chiedeva se una futura maggioranza di centrodestra riproporrà la riforma, ha spiegato che la separazione delle carriere si può rifare con una legge ordinaria. L’ipotesi, ha ricostruito Il Fatto Quotidiano, è quella di un unico Csm diviso in due sezioni, una per i giudici e una per i pubblici ministeri, come in Francia. Il modello, appunto. In Francia la procura è una piramide gerarchica al cui vertice siede il ministro della Giustizia, che secondo il codice di procedura penale conduce la politica penale stabilita dal governo; sulle nomine dei procuratori il Consiglio superiore esprime un parere che non vincola. Nel 2010, con la sentenza Moulin contro Francia, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito all’unanimità che il pubblico ministero francese non è un’autorità giudiziaria ai sensi della Convenzione, perché non è indipendente dall’esecutivo. E all’inizio di quest’anno, inaugurando l’anno giudiziario, il procuratore generale presso la Cassazione francese, Rémy Heitz, ha chiesto di consolidare l’indipendenza dei magistrati requirenti intervenendo sul loro statuto costituzionale. Il modello che a Roma si vorrebbe imitare è quello che a Parigi si chiede di correggere.

Chi ci guadagna da un pubblico ministero più vicino al governo, o da un’azione penale con le priorità fissate dalla maggioranza? Non serve un processo alle intenzioni: basta chiedersi chi ha più da temere da un’accusa indipendente. Non il manifestante seduto sull’asfalto, che questo governo ha già trasformato in imputato. Hanno da temere l’amministratore infedele, l’impresa che risparmia sulla sicurezza dei cantieri, chi avvelena una falda, chi evade su larga scala. E a restare senza tutela, quando un reato scivola in fondo alla lista, sono le vittime che non possono permettersi un grande studio legale: l’operaio caduto da un’impalcatura, la famiglia che vive accanto alla discarica abusiva, il contribuente onesto che paga per tutti.

3. Garantisti con i forti, inflessibili con i deboli

Per Forza Italia, ricostruisce sempre Il Fatto Quotidiano, il fiore all’occhiello garantista della legislatura dovrebbe essere la riforma del sequestro degli smartphone firmata dal senatore Pierantonio Zanettin, approvata dal Senato e ferma alla Camera da due anni e mezzo. Ferma perché la Lega pretende in cambio l’approvazione, senza modifiche, della legge che riapre il tribunale di Bassano del Grappa, terra del sottosegretario leghista alla Giustizia Andrea Ostellari. Una garanzia processuale contro un palazzo di giustizia di provincia: è questo lo scambio. Nella stessa contabilità figurano già il ritorno dei benefici penitenziari per i condannati per corruzione, il limite di quarantacinque giorni alle intercettazioni, il divieto per i giornali di pubblicare brani delle ordinanze di custodia cautelare e, da pochi giorni, l’obbligo di pubblicare le sentenze di assoluzione. A tutto questo si aggiunge l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, in vigore dal 25 agosto 2024 con la legge Nordio: la Corte costituzionale nel 2025 l’ha ritenuta legittima, ma resta una scelta politica precisa, quella di togliere uno strumento di controllo sull’uso arbitrario del potere pubblico.

Questo è il garantismo quando riguarda chi ha potere. Quando riguarda chi non ne ha, il linguaggio cambia. Il decreto sicurezza, convertito nella legge n. 80 del 9 giugno 2025, ha introdotto quattordici nuovi reati e nove aggravanti. Il blocco stradale fatto con il proprio corpo, fino ad allora un illecito amministrativo, è diventato reato. Nelle carceri e nei centri per il rimpatrio è punita anche la resistenza passiva agli ordini, la norma che le opposizioni hanno ribattezzato «anti Gandhi». Chi protesta senza violenza, chi in una cella o in un centro di trattenimento si oppone a un ordine senza alzare le mani, chi siede sulla strada davanti a una fabbrica che chiude: è lì che il governo ha scoperto la severità.

Il risultato si vede dentro le mura. Al 28 luglio 2026, secondo l’associazione Antigone, nelle carceri italiane erano recluse 64.741 persone per 46.343 posti effettivamente disponibili: un tasso di affollamento del 139,7 per cento. Nel suo rapporto annuale l’associazione contava appena 22 istituti non sovraffollati su 190, e osservava che da quando è partito il piano carceri del governo i posti disponibili sono diminuiti invece di crescere. Nel 44 per cento delle strutture visitate negli ultimi dodici mesi ha trovato celle con meno di tre metri quadrati calpestabili a persona. Nel 2025 si sono tolte la vita in carcere almeno 82 persone; nei primi sette mesi di quest’anno almeno 38, e la metà dei suicidi, secondo Antigone, riguarda persone di origine straniera. Sono numeri, ma ciascuno è un uomo o una donna che lo Stato aveva in custodia.

4. Dalla porta o dalla finestra

La proposta di Brescia e la scorciatoia indicata da Casellati non sono un incidente. Sono un metodo, il secondo tratto del vuoto: quando un’idea viene respinta, non la si ripensa, la si fa rientrare per un’altra via. È già successo con il premierato, a lungo presentato come «la madre di tutte le riforme». Il disegno di legge costituzionale firmato da Casellati, che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è stato approvato dal Senato il 18 giugno 2024 ed è fermo da allora nella commissione Affari costituzionali della Camera. Dopo la sconfitta di marzo il governo ha spostato le energie sulla legge elettorale. L’8 ottobre la Camera ha approvato in via definitiva, con 227 voti a favore e 164 contrari a scrutinio segreto, il cosiddetto Stabilicum, divenuto la legge n. 180 del 2026: un proporzionale con un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori per chi supera il 42 per cento in entrambe le Camere, capilista bloccati e l’obbligo per ogni coalizione di indicare nel programma il nome del proprio candidato alla presidenza del Consiglio. Elly Schlein l’aveva definita un «antipasto del premierato». Ciò che non si è riusciti a scrivere nella Costituzione è entrato in una legge ordinaria.

Lo stesso è accaduto con l’autonomia differenziata, la bandiera della Lega. Con la sentenza n. 192 del 2024 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime sette disposizioni della legge Calderoli, a cominciare dai meccanismi con cui il governo avrebbe dovuto definire i livelli essenziali delle prestazioni, cioè i diritti minimi da garantire in tutto il Paese; nel gennaio 2025 ha poi dichiarato inammissibile il referendum abrogativo, perché dopo quella sentenza oggetto e finalità del quesito non risultavano più chiari. Il 13 ottobre di quest’anno, giusto in tempo per il congresso straordinario della Lega, il Consiglio dei ministri ha approvato le intese definitive con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, e su alcune funzioni in materia di sanità e di coordinamento della finanza pubblica, scelte tra quelle che non richiedono di fissare prima i livelli essenziali. Ora i quattro disegni di legge passano alle Camere, che dovranno approvarli a maggioranza assoluta.

Al Nord l’autonomia è stata presentata per anni come la strada per trattenere sul territorio più risorse e avere servizi migliori. Quello che arriva, come ha sintetizzato una testata online, sono più poteri alle Regioni senza i fondi. Nelle intese, ricostruisce Il Messaggero, le Regioni potranno superare alcuni limiti alla spesa sanitaria, intervenire sulle tariffe con cui vengono rimborsate le prestazioni e spostare su altre voci risorse oggi vincolate. Per questo parlare di truffa non è un eccesso verbale, anche nei confronti di chi l’autonomia l’aveva votata. Il cittadino di Brescia o di Treviso in lista d’attesa per una visita non riceve un euro in più: riceve una giunta regionale con più margini nel decidere come spendere i soldi della sanità e quanto pagare a chi le prestazioni le vende. Il potere non scende verso i cittadini, sale verso pochi: le classi dirigenti regionali e gli interessi che sanno parlare con loro. E non è stata soltanto la destra a costruire questa strada. Il 28 febbraio 2018, a pochi giorni dalle elezioni politiche, fu il governo Gentiloni, attraverso il sottosegretario Gianclaudio Bressa, a firmare gli accordi preliminari con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, quest’ultima guidata dal democratico Stefano Bonaccini.

5. Quando mancano le idee, si fabbrica il nemico

Il terzo tratto del vuoto è il più antico: chi non ha nulla da proporre indica qualcuno da odiare. Il copione è lo stesso ovunque governi questa destra. Donald Trump lo recitò il 16 giugno 2015, annunciando la sua prima candidatura alla Casa Bianca: i migranti messicani, disse, portano droga e crimine, «they’re rapists», sono stupratori. Dieci anni dopo quel copione è diventato apparato di Stato. Nell’anno fiscale 2026, cominciato il primo ottobre 2025, l’agenzia federale per l’immigrazione aveva già espulso a luglio 356.389 persone; a gennaio i detenuti nei suoi centri avevano superato per la prima volta quota settantamila. A Minneapolis, durante un’operazione presentata come la più grande mai condotta, agenti federali hanno ucciso due cittadini statunitensi, Renee Good e Alex Pretti.

In Italia il copione ha la stessa trama e un paradosso in più. Mentre la propaganda parla di invasione, il governo ha programmato con il decreto flussi l’ingresso di 497.550 lavoratori stranieri nel triennio 2026-2028, dopo i circa 450 mila del triennio precedente, e Palazzo Chigi li ha definiti «manodopera indispensabile». Le due cose stanno insieme benissimo. Il lavoratore straniero serve ai campi, ai cantieri, all’assistenza degli anziani, e serve anche come spauracchio. Più viene raccontato come una minaccia, più diventa ricattabile; più è ricattabile, meno costa e meno protesta. È la funzione eterna del capro espiatorio: dividere chi lavora e distogliere lo sguardo da chi si arricchisce.

Quando la realtà non basta, la si fabbrica. Tra marzo e aprile 2025, secondo le verifiche di Pagella Politica, la Lega e Matteo Salvini hanno pubblicato almeno diciassette post con immagini di persone generate dall’intelligenza artificiale per accompagnare fatti di cronaca su stranieri violenti: volti che non esistono, costruiti per sembrare veri. Pd e Avs presentarono una segnalazione all’Agcom; un portavoce leghista ammise l’uso dell’intelligenza artificiale e liquidò la questione così: «Il punto non è l’immagine, ma il fatto». A ottobre di quest’anno Il Post ha documentato quanto questa produzione sia ormai sistematica a destra, in Italia come negli Stati Uniti e in Germania, e come buona parte della propaganda della destra italiana passi per Grok, il servizio di xAI, l’azienda di Elon Musk che controlla anche il social network X. Ecco che cosa significa, per questa destra, governare con l’intelligenza artificiale: non usarla per curare meglio o per alleggerire la fatica di chi lavora, ma per produrre in serie il volto del nemico, con gli strumenti forniti da un miliardario.

6. L’underdog e i padroni

Il 25 ottobre 2022, chiedendo la fiducia alla Camera, Giorgia Meloni si presentò come un «underdog», la sfavorita venuta dal basso che avrebbe rovesciato i pronostici. Quattro anni dopo, chi viene dal basso può guardare i conti. Con la legge di bilancio per il 2026 il governo ha ridotto dal 35 al 33 per cento l’aliquota Irpef del secondo scaglione. In audizione parlamentare l’Istat ha stimato che oltre l’85 per cento delle risorse finisce alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito; l’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato un beneficio medio di circa 408 euro l’anno per un dirigente e di 23 euro per un operaio; la Banca d’Italia ha concluso che l’insieme delle misure non modifica in modo significativo la disuguaglianza.

Il 15 ottobre l’Istat ha certificato che nel 2025 vivevano in povertà assoluta oltre 5,4 milioni di persone, il 9,3 per cento dei residenti, in più di 2,1 milioni di famiglie. Più di un milione e centotrentamila sono minori. Il 14,3 per cento degli operai è povero pur avendo un lavoro. È questa la classe da cui la premier dice di provenire: quella che si alza all’alba e a fine mese non arriva. A lei il governo ha riservato un taglio delle tasse da un paio di euro al mese e la retorica del merito; ai quinti più alti, la parte grossa della torta.

I soldi che mancano per i salari e per la sanità, invece, si trovano per le armi. Al vertice della Nato dell’Aia, il 25 giugno 2025, l’Italia ha sottoscritto l’impegno a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5 per cento del Pil entro il 2035, allineandosi al bersaglio indicato da Washington; secondo l’osservatorio Milex significherebbe arrivare a spendere 145 miliardi l’anno, cento in più di oggi. Ecco i piccoli vassalli: forti con i deboli di casa, docili con il padrone d’oltreoceano e con i grandi interessi che li hanno accolti nei salotti che contano. L’underdog è diventata la custode degli equilibri che prometteva di rovesciare.

7. Le idee ci sono: la Gkn, Riace e le piazze che chiedono futuro

Se la destra è vuota, l’opposizione non lo è. Le idee, le esperienze, le pratiche esistono; mancano, semmai, la capacità e la volontà di farle convergere. E quella parola, convergere, non la inventa questo articolo. L’hanno usata gli operai della ex Gkn di Campi Bisenzio, che dal luglio 2021, quando la proprietà chiuse lo stabilimento, hanno tenuto in piedi un presidio per oltre cinque anni e scritto con tecnici ed esperti solidali un piano di reindustrializzazione per produrre pannelli fotovoltaici e cargo bike. Insieme ai Fridays for Future portarono in piazza la parola d’ordine «Insorgiamo», a Firenze nel marzo 2022, e poi a Bologna, nell’ottobre dello stesso anno, nel corteo che si chiamava appunto «Convergere per insorgere»: lavoro e clima, fabbrica e scuola, finalmente dalla stessa parte.

La politica istituzionale quella proposta l’ha raccolta a metà e in ritardo. La legge regionale toscana sui consorzi industriali è nata da un’idea del Collettivo di fabbrica, poi elaborata dai gruppi consiliari di Pd e Movimento 5 Stelle; il consorzio pubblico è stato costituito, ma non ha rilevato l’area in tempo, mentre i rinvii burocratici consumavano l’indennità di disoccupazione dei lavoratori. Così gli operai hanno fatto da sé. Con un azionariato popolare da oltre 1,15 milioni di euro e duemila sottoscrittori hanno dato vita alla cooperativa Gff, che punta a riassumere cinquanta persone in tre anni partendo dalle cargo bike, in un capannone in affitto. Solo a fine settembre il consorzio ha approvato un piano che dichiara di pubblica utilità l’area del vecchio stabilimento e mette l’esproprio tra le opzioni. È la fotografia di una sinistra di governo che, quando le idee arrivano dal basso, le riconosce ma non le comprende fino in fondo, e arriva sempre dopo.

Riace racconta la stessa cosa da un’altra angolatura. Mimmo Lucano ha mostrato che l’accoglienza diffusa può ridare vita a un borgo della Locride svuotato dall’emigrazione, e per questo è stato trattato come un nemico pubblico. Da una condanna di primo grado che lo descriveva come il promotore di un’associazione a delinquere si è arrivati, con la sentenza definitiva della Cassazione del febbraio 2025, a diciotto mesi con pena sospesa per un solo falso legato a una delibera, mentre le accuse più gravi sono cadute. A luglio la Corte d’appello gli ha restituito la fascia di sindaco, sospendendo la decadenza in attesa della Cassazione. La destra non potrà mai capire Riace, perché il suo orizzonte è il confine e il nemico; Riace dice che una comunità si salva includendo, e che questo Paese è sempre stato fatto da popoli che si sono incontrati e mescolati.

Nell’autunno del 2025 la stessa lezione è arrivata dalle piazze per la Palestina, e anche lì la parola d’ordine è nata dal basso. L’hanno lanciata i portuali del Calp di Genova, «blocchiamo tutto», e l’hanno raccolta i sindacati di base nello sciopero del 22 settembre, con presidi in oltre ottanta città e gli studenti in prima fila; tre giorni prima la Cgil aveva scioperato da sola, con manifestazioni piuttosto contenute. Il primo ottobre, quando la Marina israeliana ha abbordato le barche della Global Sumud Flotilla dirette a Gaza, migliaia di persone sono scese in strada senza che nessuno le avesse convocate. Il 3 ottobre lo sciopero generale, proclamato questa volta da Cgil e Usb insieme, ha portato cortei in cento città: oltre due milioni di persone secondo gli organizzatori, tra 400 e 500 mila secondo il ministro dell’Interno. Il giorno dopo un corteo enorme ha attraversato Roma da piazzale Ostiense a San Giovanni: circa 250 mila persone per la questura, 300 mila per i sindacati. Alla vigilia la presidente del Consiglio aveva liquidato tutto con una battuta: il weekend lungo e la rivoluzione, aveva detto, non stanno insieme.

La sinistra quelle piazze le ha sostenute, a volte attraversate, ma non è detto che le abbia capite. Arrivava da mesi di divisioni: ancora a giugno, sulla stessa tragedia, l’opposizione era riuscita a convocare due manifestazioni in due giorni, Azione e Italia viva a Milano, Pd, M5S e Avs a Roma, mentre diversi riformisti democratici annunciavano che sarebbero andati a entrambe. Davanti a piazze che invece si univano, le ha lette come un’ondata di commozione umanitaria, o come un bacino di voti da raccogliere alla prima occasione. E quando, all’indomani del corteo di Roma, la Calabria ha riconfermato il centrodestra con oltre quindici punti di distacco e un’affluenza ferma al 43 per cento, è stato facile concludere che le piazze non votano. È la lezione sbagliata. Chi scioperava non cercava un candidato: chiedeva, come scrivevano i promotori, di rompere con Israele a cominciare dalle armi, di fermare la corsa al riarmo, di smettere di essere complici. Era una domanda morale prima che elettorale, e per migliaia di ragazzi la scoperta che fermare una città è possibile. Archiviarla come un’emozione destinata a rifluire significa non vedere che lì una generazione stava imparando la politica, e che il non voto di più di metà dei calabresi diceva la stessa cosa da un’altra parte: c’è un Paese che non si riconosce in ciò che gli viene offerto.

Cinque mesi dopo è arrivata la prova più grande. A marzo un fronte larghissimo di magistrati, avvocati, giuristi, associazioni, sindacati, partiti e semplici cittadini ha battuto il governo su una riforma costituzionale che sembrava destinata a passare. L’affluenza è arrivata al 58,9 per cento, contro il 45-50 per cento stimato dai sondaggi; il No ha vinto in diciassette regioni su venti, con il 65,3 per cento in Campania e il 71,5 nella provincia di Napoli. Quando le forze che si oppongono a questa destra smettono di contarsi e cominciano a sommarsi, vincono. Lo conferma, a suo modo, anche l’elezione dei membri togati del nuovo Csm, appena conclusa: la corrente conservatrice di Magistratura indipendente è scesa da sette a quattro consiglieri, i gruppi progressisti hanno conquistato metà dei seggi. Costa vi legge un tentativo di conservazione delle correnti. Si può leggervi, più semplicemente, la risposta di una magistratura che ha appena visto milioni di cittadini difendere con lei l’assetto costituzionale.

Un anno dopo le piazze sono tornate, diverse e più difficili da leggere. Il 17 ottobre una rete nata su Instagram meno di due settimane prima, Italia in Piazza, ha convocato cortei in diverse città con richieste semplici: stipendi più alti, lavoro sicuro, prezzi più bassi, scuola e sanità migliori. A Milano la giornata è finita in scontri e saccheggi nel centro, e il giorno dopo gruppi di ragazzi, molti dei quali minorenni, sono tornati a rompere vetrine; alcuni hanno raccontato ai cronisti di essersi mossi dopo aver visto i video di coetanei che lamentavano di non avere prospettive. La sera del 18 è nato su Telegram il Movimento 17 ottobre, vicino ai collettivi antagonisti, che si dichiara contro il governo ma anche contro i partiti e i sindacati e si presenta così: «Siamo giovani che hanno deciso di smettere di aspettare». Il 30 ottobre lo sciopero generale dell’Usb contro il carovita, il riarmo e l’economia di guerra ha riempito le strade di decine di città, con migliaia di studenti medi e universitari e le facoltà occupate a Roma e a Torino. La violenza di Milano va chiamata con il suo nome: non aiuta nessuno, e meno di tutti quei ragazzi. Ma fermarsi alle vetrine rotte significa rifiutarsi di guardare che cosa c’è dietro.

Il governo ha scelto di non guardare, e ha risposto nell’unico modo che conosce. Il decreto legge approvato il 20 ottobre ha creato il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, con pene da due a cinque anni anche per chi promuove il gruppo online; ha stabilito che un ragazzo tra i 14 e i 18 anni si presume capace di intendere e di volere come un adulto, salvo prova contraria; ha mandato a Milano altri cinquecento soldati; ha esteso ai minorenni il fermo preventivo. Quest’ultimo era nato con il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio: consente alla polizia di trattenere fino a dodici ore chi ha precedenti, o anche soltanto segnalazioni, per reati violenti commessi durante manifestazioni, quando vi sia un fondato motivo di ritenere che possa mettere in pericolo un corteo. La prima volta, il 29 marzo a Roma, è servito a portare in questura 91 persone dell’area anarchica per impedire una commemorazione vietata, senza che, ha osservato L’Indipendente, fosse stato commesso alcun reato. Sabato 24 ottobre, solo nella capitale, le persone trattenute in via preventiva sono state 28, tre delle quali minorenni.

Lo stesso giorno, mentre in otto città stavano per partire i cortei convocati dal Movimento 17 ottobre, la polizia ha condotto in questura Youssef Siher: trent’anni, italiano di seconda generazione, ricercatore e giornalista freelance, attivista per la Palestina, indicato come l’amministratore del canale. La procura di Milano ne ha disposto il fermo con tre capi d’accusa, tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, il reato entrato in vigore il giorno prima. Siher è finito a San Vittore, nel reparto di alta sicurezza. Secondo l’accusa, nei canali c’erano messaggi come l’invito ad assaltare le banche, presentate come simbolo di corruzione e di capitalismo, e un vademecum ispirato alle primavere arabe; l’aggravante del terrorismo, ha ricostruito Il Post, poggiava sul timore di nuovi saccheggi a Milano.

Qui la cronaca sconfina nella fantascienza. In Minority Report, il racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Steven Spielberg, una sezione speciale della polizia arresta le persone prima che commettano i delitti annunciati dai veggenti. Siher non poteva aver istigato i saccheggi del 17 ottobre, perché il canale è nato la sera del 18, e infatti non gli vengono contestati: è stato fermato, in sostanza, per ciò che altri avrebbero potuto fare quel pomeriggio. L’istigazione è un reato anche quando il delitto non avviene; proprio per questo la legge esige un pericolo concreto, ed è ciò che la gip Tiziana Landoni, il 28 ottobre, non ha trovato. Non ha convalidato il fermo, ha letto nei messaggi critiche dure e volgari al governo e ai media ma nessuna indicazione pratica a usare la violenza, e non ha riconosciuto gravi indizi per nessuna delle accuse. Il vademecum, ha osservato, invitava a non rispondere con la violenza nemmeno al lancio dei lacrimogeni; le indicazioni più operative stavano in un file rimasto nel computer di Siher, mai pubblicato. «L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente», ha scritto.

Giorgia Meloni ha definito la decisione «vergognosa». Carlo Nordio si è detto sorpreso, ha escluso l’invio di ispettori e ha rivendicato che il decreto sui cortei ha dimostrato di funzionare. La presidenza del tribunale di Milano ha replicato che le dichiarazioni di alcuni esponenti politici con cariche istituzionali sono «irricevibili» e rivelano una scarsa conoscenza degli istituti dello Stato di diritto. Matteo Salvini è andato oltre: in televisione ha detto che «questo tizio non deve rimanere in Italia» e che la Lega lavora per togliergli la cittadinanza. Un cittadino italiano, appena scarcerato da un giudice, diventa straniero nello spazio di una trasmissione televisiva: è il meccanismo del nemico descritto più sopra, applicato a chi protesta. L’inchiesta prosegue, ed è giusto che a decidere siano i giudici. Ma il principio che il governo rivendica è ormai scritto nelle leggi: non si colpisce soltanto ciò che è stato fatto, ma ciò che potrebbe accadere. Mimmo Lucano, che sa che cosa significhi essere trasformato in un nemico pubblico, ha proposto ad Avs di candidare Siher alle prossime elezioni politiche.

E la sinistra? La reazione prevalente è stata difendere i giudici dagli attacchi della premier e chiedere al governo di aprire un dialogo. Elly Schlein ha ricordato a Meloni che il Paese che soffre è un altro, quello degli studenti accampati contro il caro affitti e degli autotrasportatori che non riescono più a pagare il gasolio. Tutto giusto, e tutto insufficiente. Elencare il disagio non è ancora indicare una via d’uscita, e difendere le istituzioni dagli attacchi del governo non basta a convincere chi quelle istituzioni le sente lontane. Il Movimento 17 ottobre mette partiti e sindacati nello stesso mucchio del governo: lo si può trovare ingeneroso, ma è il segno che una parte di quella generazione da troppo tempo non riceve risposte. Con parole più rozze, quei ragazzi chiedono le stesse cose dello sciopero del 30 ottobre, che a sua volta raccoglieva il no al riarmo delle piazze per Gaza: un salario che basti, una casa che non divori metà dello stipendio, una scuola e una sanità che funzionino, un futuro che non coincida con la valigia. Tra il 2019 e il 2024, secondo l’Istat, 247 mila italiani tra i 25 e i 34 anni hanno trasferito la residenza all’estero e ne sono rientrati 86 mila: un saldo negativo di 161 mila giovani.

Per questo non basta dire che questa destra è pericolosa, anche se lo è, né denunciarne i tratti autoritari, che pure crescono a ogni decreto. Nessuno si mobilita a lungo soltanto per evitare il peggio: ci si mobilita per conquistare qualcosa. A chi ha vent’anni la sinistra deve dire non soltanto chi combatte, ma che cosa costruirà: il salario minimo che le opposizioni avevano proposto insieme e che la maggioranza ha affossato alla fine del 2023; un piano pubblico per la casa e per gli studentati; i miliardi promessi al riarmo spostati sulla scuola, sulla ricerca e sulla sanità; la cittadinanza per chi in Italia è nato o cresciuto; il lavoro della transizione ecologica che gli operai della Gkn hanno disegnato dal basso; il diritto di protestare senza essere trattati da terroristi prima ancora di aver fatto qualcosa. Una visione, non soltanto una paura. L’antifascismo resta la premessa, ma una premessa non è ancora un programma.

8. Le frange che strizzano l’occhio

Proprio per questo la domanda va rivolta anche in casa propria. Durante la campagna referendaria, mentre il Pd di Elly Schlein era schierato per il No, un pezzo dell’area democratica ha fatto campagna per il Sì. L’associazione Libertà Eguale di Enrico Morando e Stefano Ceccanti, entrambi tra i fondatori del partito, ha organizzato a Firenze l’iniziativa «La sinistra che vota sì»; la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha annunciato pubblicamente: «Io voterò Sì»; un ex dirigente storico come Claudio Petruccioli ha rivendicato la separazione delle carriere come una riforma di sinistra. Non è una novità: la separazione delle carriere era entrata perfino nella mozione congressuale di Maurizio Martina nel 2019.

Lo stesso vale per l’autonomia differenziata che oggi il Pd combatte: gli accordi preliminari del 2018 li firmò un governo a guida democratica, e una delle tre Regioni era l’Emilia-Romagna di Bonaccini. Nessuno chiede abiure o pensiero unico: il pluralismo è una ricchezza, e su un singolo punto si può dissentire. Ma una cosa è il dissenso, un’altra è condividere con la destra il lessico e le priorità, offrendole la legittimazione di cui ha bisogno proprio mentre ripropone il programma di Gelli. Finché quelle frange penseranno che la strada per il governo passi dall’assomigliare all’avversario, la convergenza resterà un’aspirazione, e il vuoto della destra continuerà a trovare chi lo arreda.

9. Perché il vuoto è cosmico, e come riempirlo

Resta da spiegare perché questo vuoto sia cosmico. Lo spazio tra le galassie è il luogo più vuoto che si conosca: si stima che contenga fino a una decina di particelle per metro cubo, mentre uno dei vuoti più spinti mai ottenuti sulla Terra, quello dei tubi dell’acceleratore Lhc del Cern, ne conserva ancora una decina di miliardi per centimetro cubo. Nel vuoto il suono non viaggia: si può gridare quanto si vuole, non arriva niente. E la luce che lo attraversa è luce vecchia: guardando una stella lontana la vediamo com’era quando quella luce è partita, e può darsi che nel frattempo si sia spenta. La politica di questa destra ha le stesse proprietà. Le idee sono rarefatte come gli atomi tra le galassie; si grida molto, ma non arriva niente; e ciò che viene fatto brillare come nuovo è luce partita decenni fa. La separazione delle carriere, il Csm sottoposto al Parlamento, i test per i magistrati, il capo del governo più forte delle assemblee vengono dal Piano di Gelli. Il fermo preventivo riprende, con presupposti diversi e un limite più breve, il fermo di polizia introdotto nel 1980 dalla legislazione d’emergenza del governo Cossiga, che permetteva di trattenere fino a 48 ore chi, per come si comportava, sembrava prepararsi a cospirare o ad associarsi per delinquere. Lo lasciò decadere il 31 dicembre 1981 un ministro democristiano, Virginio Rognoni, che nel 2010 disse che «non servì a niente» e che punire i reati commessi è cosa diversa dal processare le intenzioni. Il reato di blocco stradale viene da un decreto del gennaio 1948: depenalizzato nel 1999, è stato riesumato dal decreto Salvini del 2018 ed esteso nel 2025 a chi blocca la strada con il proprio corpo. Copie con la carta carbone di proposte antiche e reazionarie, che stridono con la lettera e con lo spirito della Costituzione: ecco il vuoto cosmico.

Il vuoto di idee ha un gemello: il vuoto di cultura. Una destra sicura del proprio pensiero coltiverebbe i suoi intellettuali e ne ascolterebbe anche le critiche; questa li tiene a distanza, e quando ragionano li tratta da nemici. Marcello Veneziani, tra gli intellettuali più noti della destra italiana, ex consigliere della Rai in quota An, già nell’ottobre 2024 aveva consigliato al governo, con sarcasmo, di ritirarsi del tutto dal campo della cultura. A dicembre, su La Verità, ha descritto il governo come il trionfo della mediocrità, fatto di annunci vaghi e di poca sostanza, sotto il quale il clima di intolleranza verso le idee non allineate è rimasto quello di prima. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli gli ha risposto con un messaggio letto alla Camera, in una sede istituzionale, accusandolo di «nemichettismo» e di cieco rimpianto; perfino Mario Giordano, sullo stesso giornale, ha osservato che un governo dovrebbe ringraziare chi lo critica invece di attaccarlo. Dopo la sconfitta di marzo, Veneziani è tornato a parlare di un «fallimento vistoso» dell’egemonia culturale promessa dalla destra, dove contano le appartenenze più delle idee. Giordano Bruno Guerri, storico e presidente del Vittoriale, che del governo parla con rispetto, aveva notato nel 2024 che l’esecutivo si era scelto una squadra omogenea, senza «disturbatori o tenori»; e già nel 2022 aveva detto di non capire la «trimurti Dio-Patria-Famiglia» con cui Meloni ha messo da parte l’anima libertaria della destra, da Marinetti a Montanelli. Ecco il punto: il ragionamento fa paura perché non si lascia comandare, la fedeltà sì. E un potere che preferisce i fedeli a chi pensa finisce per non avere altro da proporre che ciò che trova già scritto.

I fisici, però, sanno che il vuoto non è mai del tutto vuoto. Nemmeno questo lo è: a guardarlo bene, non è un’assenza, ma uno spazio occupato. Dove mancano le idee per il Paese entrano gli interessi di pochi: la rendita che chiede meno tasse, l’industria delle armi che attende la pioggia di miliardi promessa all’Aia, chi vende prestazioni sanitarie e guarda alle tariffe regionali, i padroni delle piattaforme che forniscono gli strumenti della propaganda, chi teme un pubblico ministero libero di indagare. Il vuoto serve. Una classe dirigente senza un pensiero proprio è la più adatta a eseguire il pensiero di altri.

Per questo la risposta non può essere soltanto difensiva. Il referendum di marzo ha dimostrato che esiste una maggioranza pronta a difendere la Costituzione quando la vede minacciata. Ma la Costituzione non è soltanto un argine: è un programma. L’articolo 3 chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza; l’articolo 36 promette una retribuzione sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa; l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; l’articolo 11 ripudia la guerra; l’articolo 112, quello che oggi si vorrebbe svuotare, rende tutti uguali davanti all’azione penale. In queste righe c’è già il programma che alla destra manca: salari, sanità pubblica, pace, giustizia uguale per tutti. Basterebbe prenderlo sul serio, mettendo insieme gli operai della Gkn e i sindaci come Lucano, i giuristi del No e i portuali di Genova, gli studenti delle piazze per Gaza e i ragazzi dei Fridays, i sindacati e le associazioni, invece di inseguire l’avversario sul suo terreno.

Circa quattordici milioni e mezzo di persone hanno detto no a chi voleva mettere mano alla Carta. Hanno dimostrato che il vuoto si può battere. Resta una domanda, e riguarda tutti noi: ci sarà qualcuno capace di chiedere a quelle stesse persone, e ai ragazzi che da due autunni riempiono le piazze, un sì? Non a un leader, non a una sigla, ma a un progetto che riempia finalmente quel vuoto di diritti, di lavoro, di dignità e di futuro. Una luce nuova, finalmente, e non quella di stelle spente da mezzo secolo.

Fonti

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Il Giorno, intervista a Giordano Bruno Guerri sulla destra, sul fascismo e sul governo, 20 novembre 2024.

La Notizia, «Giordano Bruno Guerri: “Non capisco la Destra Dio-Patria-Famiglia di Giorgia Meloni”», dall’intervista a FQ MillenniuM, 9 dicembre 2022.

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