Il giorno in cui Milano si è schierata con i pirati

La complicità del Partito Democratico nell’ora della Flotilla rapita

C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della marina israeliana abbordano una a una le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrano centinaia di attivisti civili disarmati, sparano contro chi porta farmaci e cibo a una popolazione affamata, dentro l’aula del consiglio comunale di Milano si compie un gesto che fra dieci anni nessuno potrà cancellare. Ventuno consiglieri votano per mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Diciassette votano per sospenderlo. Tre consigliere del Partito Democratico e tre della lista civica del sindaco Sala scelgono di stare con la destra, con la maggioranza dei rifiuti, con il filo che lega la prima città industriale italiana alla capitale economica di uno Stato che da oltre due anni e mezzo conduce l’eliminazione metodica di un popolo.

Non è un caso. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta di un sistema politico che ha smarrito perfino le parole per dirsi e che mentre fuori le piazze si riempiono di centomila persone preferisce mostrarsi nuda nella sua subalternità. La domanda non è più cosa pensa il governo Meloni di Gaza, o cosa pensa l’Unione Europea della pirateria di Stato praticata da Netanyahu. La domanda è perché, in una città che si racconta progressista, una porzione decisiva del centrosinistra abbia deciso di salvare il sindaco invece di salvare la propria onorabilità politica.

1. La cronaca di una doppia infamia

La sequenza dei fatti è essenziale. La sera del diciotto maggio duemilaventisei l’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale. In oltre trenta città italiane partono cortei, manifestazioni, presìdi davanti ai consolati e alle prefetture. Lo slogan è secco, frontale, antico nella sua semplicità: «Nemmeno un chiodo per guerra e genocidio». A Roma diecimila persone marciano dall’Esquilino. A Milano il corteo parte da piazzale Loreto, percorre Buenos Aires, Porta Venezia, corso Matteotti, piazza della Scala e termina in piazza Duomo. A Bologna due cortei, uno la mattina e uno il pomeriggio. A Firenze il corteo passa lungo i lungarni con lo striscione «Fermiamo il sionismo con la resistenza». A Genova, Palermo, Pisa, Padova, Bergamo, Cagliari, Torino, Napoli, Livorno: ovunque la stessa risposta dal basso, ovunque la stessa assenza istituzionale.

Mentre marciano i cortei, in mare aperto si compie l’ennesimo atto di pirateria di Stato. Cinquantaquattro imbarcazioni civili, quattrocentoventisei attivisti di trentanove nazionalità, partiti pochi giorni prima dal porto turco di Marmaris, vengono intercettati uno dopo l’altro da decine di motovedette militari israeliane. Centinaia di miglia nautiche dalle coste di Gaza, in acque internazionali sotto sovranità giuridica europea. I soldati salgono a bordo coi mitra spianati, ordinano agli equipaggi di mettersi in ginocchio, trasferiscono gli arrestati su una nave prigione battente bandiera israeliana. In sei imbarcazioni partono colpi: l’esercito di Tel Aviv ammette «mezzi non letali a scopo di avvertimento», la Flotilla denuncia spari e non ha modo di distinguere se i proiettili siano di gomma o veri. Fra i sequestrati ventinove cittadini italiani, tre stranieri residenti in Italia, un deputato del Movimento Cinque Stelle, l’ex candidata alla presidenza della Toscana Antonella Bundu, l’operaio del collettivo di fabbrica ex Gkn Dario Salvetti. Tutti vengono trasferiti al porto di Ashdod.

La parola giusta esiste e va pronunciata senza eufemismi. È pirateria. È rapimento. È atto di guerra contro civili in acque libere. La risposta del governo italiano arriva tardi, modesta, lessicalmente codarda. Il ministro degli Esteri Tajani chiede a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza». Non protesta. Non convoca l’ambasciatore. Non sospende relazioni. Verifica. Come un pubblico amministratore davanti a una procedura amministrativa fuori squadro. Nelle stesse ore l’Unione Europea conferma quanto aveva già anticipato il dodici maggio: nessuna protezione istituzionale alle imbarcazioni civili dei suoi stessi cittadini. La sovranità europea si arresta al limite delle direttive sui detersivi.

È esattamente in questo scenario che a Palazzo Marino, a Milano, va in scena il voto sul gemellaggio. Non un voto qualsiasi. Un voto che era già stato vinto otto mesi prima, il venti ottobre duemilaventicinque, quando il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno per sospendere i rapporti istituzionali con Tel Aviv. Quel voto democratico era stato inghiottito nel silenzio del sindaco, che non aveva mai trasmesso la deliberazione al suo omologo israeliano, di fatto sterilizzandola. I gruppi di opposizione interna alla maggioranza, i Verdi guidati da Francesca Cucchiara, Tommaso Gorini ed Enrico Fedrighini del gruppo misto, decidono di riportare il provvedimento in aula. Il risultato è ventuno contrari, diciassette favorevoli, un presente non partecipante. Il gemellaggio resta. Il Pd a maggioranza vota per la sospensione, ma tre consigliere democratiche, Roberta Osculati, Angelica Vasile e Alice Arienta, votano insieme alla destra. Tre consiglieri della lista civica del sindaco, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone, fanno lo stesso. Sei voti decisivi. Sei voti che, sommati a quelli del centrodestra in opposizione, bastano a mantenere in vigore un rapporto istituzionale fra una città italiana e la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

2. La meccanica della complicità

Si dice che le coalizioni vivano di compromessi. È vero, ma c’è un confine oltre il quale il compromesso si chiama copertura, e oltre il compromesso si chiama complicità. Quel confine a Milano è stato attraversato due volte. La prima quando il sindaco Sala ha unilateralmente bloccato l’attuazione dell’ordine del giorno di ottobre, sostituendo la propria sensibilità personale al voto democratico di un consiglio comunale. La seconda quando una parte del Pd, mascherata da prudenza istituzionale, ha consegnato i voti decisivi alla destra per non disconoscere il sindaco. È la cosiddetta libertà di voto: una formula che permette ai vertici di non scegliere e ai dissidenti di non rispondere. Una scappatoia che in tempi normali nutre la palude, ma che in tempi di genocidio diventa l’esatta condotta che la storia, fra qualche anno, chiamerà col suo nome.

I numeri parlano da soli. Il gemellaggio Milano-Tel Aviv non sopravvive perché esiste una maggioranza politica che lo difende. Sopravvive perché un pezzo del Partito Democratico tiene insieme una contraddizione: a parole solidarietà con la Flotilla, nei fatti voto allineato con i sostenitori del primo ministro Netanyahu. È una scissione fra parola e atto che caratterizza tutta una fase del riformismo italiano. La capogruppo Beatrice Uguccioni, dopo il voto, ha avuto il coraggio di dire dall’aula che la sospensione del gemellaggio approvata democraticamente otto mesi prima «non ha trovato seguito ai piani alti». Una frase che il sindaco Sala, il giorno dopo, ha bocciato pubblicamente. Il segretario milanese del Pd, Capelli, ha emesso una nota da pompiere: nessun atto di sfiducia, nessuna rottura, tutto rientra nella normale dialettica interna. È la grammatica con cui il centrosinistra italiano amministra la propria irrilevanza.

Non è settarismo segnalarlo. È analisi politica elementare. La destra al governo nel Paese, dalla presidente del Consiglio Meloni al ministro Tajani, ha una posizione filo-israeliana costante, esplicita, perfino orgogliosa. La destra non finge. Una parte del centrosinistra, invece, oscilla, ondeggia, copre, distingue, attende. Ed è proprio in questa oscillazione che la destra trova il suo ossigeno permanente. Il governo Meloni non esiste solo per le proprie forze. Esiste anche, e forse soprattutto, perché ha davanti a sé una opposizione che a Milano vota la stessa cosa che voterebbe la Lega. Una opposizione che non sa scegliere fra la Costituzione e Confindustria, fra il diritto internazionale e i tavoli con le imprese israeliane di sicurezza informatica.

3. Il volume reale dell’orrore

Per capire cosa sia stato votato a Milano occorre tenere fissi i numeri di Gaza. Non i numeri della retorica, quelli del ministero della Salute palestinese e delle agenzie sanitarie internazionali. All’inizio di marzo duemilaventisei le morti palestinesi documentate fra Gaza e Cisgiordania superano le settantatremila duecentosedici. I feriti accertati superano i centoottantatremila. A questi vanno aggiunti almeno dodicimila duecento dispersi, prevalentemente sepolti sotto le macerie dei quartieri rasi al suolo. Il novantaquattro per cento delle infrastrutture mediche risulta distrutto, secondo Medici senza Frontiere. Il novantacinque per cento degli ospedali è fuori uso. Quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi nel corso del conflitto. Oltre duecentotrentaquattro giornalisti palestinesi sono caduti, una cifra che è già la più alta mai registrata in un singolo conflitto contemporaneo, e cresce ogni settimana.

Questi sono i dati su cui si è votato. Quando il consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio istituzionale con la capitale economica dello Stato responsabile di queste cifre, sta esprimendo una posizione politica. Non sta firmando un accordo turistico fra fontane di Piazza Duomo e spiagge di Tel Aviv. Sta dichiarando che, fra l’ente municipale di uno Stato sotto procedimento internazionale per genocidio davanti alla Corte dell’Aja e una popolazione affamata, mutilata, sterminata, l’amministrazione di Milano sceglie il primo. È un atto politico, e va trattato come tale.

Il blocco navale di Gaza dura dal duemilasette, illegale fin dal primo giorno secondo la maggior parte dei giuristi internazionali. Da almeno due anni l’assedio si è trasformato in arma di sterminio sistematico. Ai punti di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione cosiddetta umanitaria costruita su misura per sostituire le agenzie delle Nazioni Unite, si è sparato a centinaia sui civili, anche bambini, colpiti alle spalle mentre fuggivano dopo essersi avvicinati ai pacchi. Le immagini sono pubbliche. I rapporti dei medici stranieri, dei pochissimi giornalisti internazionali ammessi e poi espulsi, della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, formano un corpo documentale che nessun tribunale onesto potrà liquidare. Centinaia di palestinesi vengono uccisi durante quello che diplomaticamente viene chiamato «cessate il fuoco», con la regolarità di un’agenda. Bambini di dodici anni vengono incarcerati per il reato di aver lanciato pietre contro i tank che radono al suolo le loro case. I valichi restano chiusi al cibo in entrata e ai feriti in uscita. Le barche di soccorso vengono abbordate in acque internazionali e i loro equipaggi sequestrati come prede di guerra.

4. Il vocabolario della pacificazione

Esiste una narrazione dominante e va smontata pezzo per pezzo. Quella narrazione si regge su parole prese in prestito da un mondo che non esiste più. Si parla di «tregua», ma sotto la tregua si continua a sparare, a colpire i cooperanti, a bombardare quartieri residenziali. Si parla di «aiuti umanitari», ma gli aiuti vengono trasformati in trappole letali ai punti di distribuzione. Si parla di «conferenza di pace», ma chi propone la conferenza tace nel momento in cui un suo cittadino viene rapito in mare. Si parla di «dialogo fra città», ma il dialogo viene mantenuto con un’amministrazione che è parte integrante della catena di comando di una pulizia etnica.

Il giorno dopo il voto, la capogruppo Pd Uguccioni ha proposto come strada futura la Conferenza Internazionale di Pace, presentandola come orizzonte condiviso «praticamente all’unanimità» dal consiglio comunale. È la formula classica del compromesso che disinnesca. Una conferenza è un’idea, può essere tutto e niente. Sospendere un gemellaggio, invece, è un atto. Costa, pesa, lascia traccia. La differenza fra un atto e un’idea è esattamente la differenza fra una posizione politica e una posa estetica. Per troppi anni il centrosinistra italiano ha confuso le due cose. E ora, davanti al più grande crimine contemporaneo, paga il prezzo della confusione.

Vale anche per le scelte semantiche. Quando si parla di Israele si distingue, si articola, si bilancia. Quando si parla di Iran, di Russia, di Venezuela, l’aggettivo «regime» scatta automatico. Lo Stato di Tel Aviv compie atti che in qualunque altro contesto sarebbero descritti come crimini contro l’umanità, e i nostri editorialisti dosano i complementi indiretti. La sproporzione del linguaggio è la prima forma di complicità mediatica. La seconda è il silenzio: tre giornalisti italiani su quattro hanno raccontato il voto di Milano come un episodio interno alla maggioranza, una grana per Sala, una scaramuccia da rubriche politiche locali. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di dire che a Milano, quella sera, si è votato sul giudizio storico di un crimine in corso.

5. La struttura materiale del consenso

Per capire perché il gemellaggio resiste a tutte le pressioni occorre guardare alla struttura materiale che lo regge. Non è un legame simbolico. È un asse industriale, finanziario e tecnologico. Milano è la prima sede italiana di numerose multinazionali israeliane della cibersicurezza, del fintech, dei sistemi militari duali. Le università milanesi, dal Politecnico alla Bocconi, hanno accordi di scambio e di ricerca con istituzioni israeliane, alcuni dei quali toccano direttamente settori di applicazione militare. Le startup di matrice israeliana che approdano in Italia trovano nel sistema lombardo il proprio aeroporto naturale. Quando si parla di gemellaggio non si parla, dunque, di scambi folkloristici o di settimane gastronomiche. Si parla di un’infrastruttura politica che facilita flussi di capitali, brevetti, contratti militari, joint venture nel settore della sorveglianza biometrica.

È in questa rete di interessi che vanno collocate le tre consigliere e i tre consiglieri che hanno tradito il proprio voto di ottobre. È la materialità dei legami fra Palazzo Marino e l’asse atlantico-israeliano, non un capriccio personale, che spiega la loro scelta. La sinistra che ignora questa struttura, e che continua a ragionare come se la politica fosse il regno delle pure intenzioni, è destinata a essere battuta ogni volta. Il consigliere che vota contro la sospensione del gemellaggio non vota per ragioni morali. Vota perché ha calcolato che, nel sistema di reciproche convenienze in cui si muove, il costo politico di disconoscere Sala è maggiore del costo politico di abbandonare l’ordine del giorno di ottobre. È un calcolo razionale dentro un sistema corrotto. Per cambiarlo non basta moltiplicare le mozioni: occorre cambiare il sistema.

Ed è qui che il quadro si allarga, perché Milano è solo un osservatorio privilegiato. La stessa logica è all’opera nel governo Meloni che continua a esportare armamenti verso Israele in violazione della legge italiana numero centottantacinque del millenovecentonovanta. La stessa logica è all’opera nelle istituzioni europee che hanno mantenuto in vita l’accordo di associazione con Israele nonostante l’articolo due dello stesso accordo subordini la relazione al rispetto dei diritti umani fondamentali. La stessa logica è all’opera nell’apparato di sicurezza atlantico che considera la frontiera israeliana come la propria linea avanzata di proiezione strategica nel Mediterraneo. Sospendere un gemellaggio comunale è un atto politico minuto, ma agisce su questa stessa catena. Per questo i suoi avversari sono tanto agguerriti. Per questo lo hanno bocciato.

6. Le piazze e gli Stati

Mentre il voto si consumava, in mare e per strada si vedeva l’altro lato della stessa medaglia. La protezione della Flotilla non è venuta dalle marine europee, dai governi atlantici, dalle cancellerie. È venuta dagli scioperi generali indetti dall’Unione Sindacale di Base e dal sindacalismo di base, dai presìdi che hanno bloccato porti come Genova, Livorno, Salerno, Ravenna, dai trentamila lavoratori e lavoratrici che si sono fermati nonostante le sanzioni dell’Autorità di Garanzia. È venuta dalle università occupate, dai centri sociali, dalle reti civiche, dai sanitari per Gaza, dalle quattromila iniziative di sciopero della fame a staffetta diffuse in tutto il Paese, dai medici italiani che si sono dichiarati disponibili a recarsi nella Striscia anche a rischio personale, dai collettivi di fabbrica come ex Gkn che hanno trasformato le loro stesse vertenze nella piattaforma di una solidarietà internazionalista che non si vedeva da anni.

Sono i popoli che proteggono la Flotilla. Sono i popoli che hanno fatto sì che a Gaza il termine «genocidio», un tempo riservato alle aule accademiche, sia oggi pronunciato in piazza, sulle pagine dei principali quotidiani internazionali, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. È il movimento dal basso ad avere costretto trentanove governi a dichiararsi formalmente preoccupati per l’azione israeliana, anche se solo cinque di essi hanno preso misure operative. È il movimento dal basso ad avere infiltrato persino una parte del giornalismo mainstream, che oggi descrive in modo molto più aderente alla realtà ciò che due anni fa veniva taciuto. La sproporzione fra ciò che dicono le piazze e ciò che fanno le istituzioni è la cifra di tutta una stagione politica. È la sproporzione che spiega l’urgenza di costruire forme di organizzazione politica capaci di trasferire quella forza nelle stanze dove si decide.

A Milano la lezione è scoperta. Una raccolta di firme è in corso, da settimane, per una delibera di iniziativa popolare che imponga al Comune la sospensione di tutti gli accordi con Israele. È la stessa strada percorsa a Roma, dove il consiglio comunale ha già discusso un provvedimento analogo. Mentre i consiglieri litigano sulle formule, i cittadini firmano. Mentre Sala blocca i voti del proprio consiglio, i quartieri si organizzano. È la dimostrazione che la democrazia diretta, la mobilitazione popolare, la pressione costante e capillare dal basso restano gli unici strumenti efficaci per costringere le istituzioni a fare la cosa giusta. O almeno la cosa meno indegna.

7. Cosa ci insegna il voto di Milano

Il voto di Palazzo Marino del diciotto maggio resterà come un piccolo, esatto laboratorio politico. Ha mostrato in poche ore tre verità che a sinistra è ora di guardare in faccia. La prima è che non basta avere una maggioranza progressista per governare in modo progressista: serve una direzione politica che non abbia paura del costo dei propri principi. La seconda è che il riformismo che si rifugia nella «libertà di coscienza» quando si tratta di decidere su un genocidio non sta praticando la libertà, sta praticando la fuga. La terza è che la complicità peggiore non è quella della destra apertamente filo-israeliana, ma quella della sinistra di governo che sta in piazza con la Flotilla e in aula vota con i suoi affossatori. La destra agisce coerentemente. La complicità tiepida del centrosinistra è ciò che permette alla destra di non pagare politicamente nessuna delle proprie posizioni.

C’è bisogno di nominare le cose. C’è bisogno di smettere di chiamare prudenza ciò che è subalternità, equilibrio ciò che è copertura, dialettica interna ciò che è tradimento di un voto democratico già espresso. C’è bisogno di una nuova soglia. Quella soglia non passa dentro le maggioranze di palazzo, passa fra chi si rifiuta di essere complice e chi accetta di esserlo. È una soglia trasversale, che attraversa partiti, sindacati, associazioni, parrocchie, ordini professionali. Dentro a quella soglia si stanno formando alleanze nuove, fragili ma vere, fra realtà che fino a ieri non si parlavano. È nella geografia di queste alleanze che andrà cercata la sinistra del prossimo decennio. La sinistra che non resta più nella stessa stanza con chi vota a fianco di chi affonda le navi dei nostri.

Le pietre di Milano resteranno. Le pietre delle tre consigliere democratiche e dei tre consiglieri della lista del sindaco resteranno. Le pietre dell’aula di Palazzo Marino, che la sera del diciotto maggio duemilaventisei ha confermato il gemellaggio con la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio, resteranno. Non per spirito di vendetta o per cattiveria storiografica, ma perché nella storia delle lotte popolari ogni voto pesa, ogni voto è un nome, ogni voto entra nei libri di scuola dei figli dei figli di chi oggi muore a Gaza, a Khan Younis, a Rafah. Quei figli un giorno chiederanno conto. E nessuna formula di prudenza istituzionale, nessuna invocazione della Conferenza di Pace, nessuna nota da pompiere del segretario di sezione potrà cancellare il fatto bruto che, in quell’ora, fra un popolo affamato e una marina di pirati, sei consiglieri della maggioranza progressista milanese hanno scelto i pirati.

La sinistra che vuole ancora chiamarsi tale comincia esattamente da qui. Dal rifiuto di restare al tavolo con chi compie quel gesto. Dal coraggio di nominare, distinguere, prendere posizione anche quando questo significa rompere alleanze, perdere municipi, riaprire conflitti che da troppi anni sono stati sedati con la formula stanca del male minore. Perché il male minore, oggi, ha un costo che si misura in seimila bambini sepolti sotto le macerie e in centinaia di attivisti italiani sequestrati in acque internazionali. Quel costo è troppo alto. Va finalmente detto.

Fonti

Agenzia ANSA, dispacci 19-20 maggio 2026 sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla e il trasferimento degli attivisti al porto di Ashdod. Quotidiano Nazionale, cronache del 19 e 20 maggio 2026. Il Fatto Quotidiano, edizioni del 18 e 19 maggio 2026 sul voto del consiglio comunale di Milano e sulle manifestazioni nazionali per la Palestina. Milano Today, ricostruzione del voto del 18 maggio in Palazzo Marino. Contropiano, dossier sulla Flotilla e sul voto milanese. L’Indipendente, cronaca dell’assalto in mare e degli scioperi. Il Manifesto, rubrica «Crimini di guerra», maggio 2026. Salute Internazionale, biopolitica del genocidio palestinese, marzo 2026. Sito ufficiale dell’Unione Sindacale di Base, comunicati 12 e 18 maggio 2026. Peacelink, intercettazione della Global Sumud Flotilla, 18 maggio 2026. Rapporti del Ministero della Salute di Gaza e dati delle agenzie sanitarie internazionali aggiornati al marzo 2026. Dichiarazioni pubbliche della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Ventiquattro anni nelle segrete di IsraeleMarwan Barghouti, la tortura di un popolo e il silenzio complice dell’Occidente

C’è un uomo, in una cella israeliana, che da ventiquattro anni non vede la luce di una piazza, non stringe la mano dei suoi nipoti, non legge un giornale, non sa chi governa il mondo fuori. C’è un uomo che, nell’arco di sole due settimane, è stato pestato tre volte dalle guardie, aggredito da un cane aizzato contro di lui, lasciato a terra sanguinante senza cure. Quell’uomo si chiama Marwan Barghouti, è un parlamentare palestinese, e il suo corpo torturato è la fotografia più nitida di ciò che l’Occidente finge di non vedere: la natura coloniale, razziale e sistematica della detenzione israeliana dei prigionieri politici palestinesi.

Una fotografia che squarcia il velo

Il quotidiano comunista francese L’Humanité ha pubblicato la testimonianza dell’avvocato Ben Marmarelli, che ha potuto incontrare Barghouti il 12 aprile scorso dopo un’attesa umiliante di cinque ore in una stanza senz’acqua, senza cibo, senza la possibilità nemmeno di usare un bagno. I telefoni di collegamento non funzionavano. Il vetro che separava legale e detenuto imponeva di urlare per capirsi. In questa scenografia di diritto negato, si è consumato l’incontro tra un difensore impotente e un prigioniero lucido, consapevole, politicamente vivo nonostante l’isolamento totale.

Barghouti, racconta l’avvocato, è stato aggredito l’8 aprile nel carcere di Ganot: picchiato selvaggiamente, lasciato senza assistenza medica per ore, con le richieste di cure respinte dall’amministrazione penitenziaria. Il 25 marzo un altro pestaggio, durante il trasferimento da Megiddo a Ganot. Il 24 marzo, a Megiddo, le guardie erano entrate nella sua cella con un cane, lo avevano costretto a terra e avevano lasciato che l’animale lo aggredisse ripetutamente. Non sono eccessi individuali, né incidenti. È un metodo.

Il metodo, non l’eccezione

L’Israel Prison Service — il Servizio Penitenziario israeliano — non sta perdendo il controllo: lo esercita con precisione. La tortura nei confronti dei prigionieri politici palestinesi non è una deviazione del sistema, è il sistema. È la coerente estensione carceraria di un dispositivo di dominio che, fuori da quelle mura, si chiama occupazione, apartheid, espansione coloniale, guerra permanente. Marmarelli lo dice con le parole più semplici e più scandalose che si possano pronunciare di fronte a un’opinione pubblica europea anestetizzata: tutti i prigionieri politici palestinesi vengono torturati. Tutti, senza eccezione.

Isolamento totale dal mondo esterno. Nessuna televisione, nessun telefono, nessuna radio, nessun giornale, nessuna lettera, nessun libro — soltanto un Corano, due mutande, due camicie, due paia di calzini, una giacca, un paio di pantaloni. Razioni di cibo sotto soglia, tè senza zucchero, sette uscite in cortile in venti giorni laddove ne spetterebbe una al giorno. Detenuti con problemi di vista lasciati senza occhiali né prescrizione, dunque impossibilitati persino a leggere l’unico testo ammesso. È una sottrazione scientifica dell’umano, studiata per disgregare la persona prima ancora del prigioniero.

Chi è Marwan Barghouti, e perché fa così paura

Arrestato illegalmente a Ramallah il 15 aprile 2002 dall’esercito israeliano, Marwan Barghouti è un membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese, leader storico di Fatah, figura che da un quarto di secolo incarna ciò che Israele teme più di qualsiasi militante: un palestinese popolare, trasversale, capace di tenere insieme Cisgiordania e Gaza, capace di parlare alla propria base e insieme di interloquire con la comunità internazionale. In ogni sondaggio condotto nei territori occupati, il suo nome svetta come primo riferimento politico. È, agli occhi dei palestinesi, qualcosa di molto simile a ciò che Nelson Mandela fu per il Sudafrica in ostaggio dell’apartheid.

Per questo Israele non lo libera, non lo processa con garanzie, non gli consente una difesa reale. Per questo l’estrema destra al governo lo esibisce come trofeo: lo scorso agosto il ministro Itamar Ben Gvir — uomo con precedenti penali per incitamento al razzismo e sostegno al terrorismo ebraico — si è recato nella sua cella per minacciarlo in una miserabile trovata pubblicitaria. Non un atto istituzionale, ma una liturgia fascista, con la macchina da presa alle spalle e la vittima scelta per la sua vulnerabilità. È l’odio trasformato in comunicazione di governo.

La farsa del diritto e la sostanza del colonialismo

Marmarelli lo dice senza giri di parole: non esiste un caso Barghouti. Non c’è un fascicolo giudiziario nel senso proprio del termine, non c’è una via legale per il rilascio, non c’è un tribunale imparziale a cui rivolgersi. C’è soltanto la posizione coloniale di chi decide, secondo calcolo politico, se e come concedere al prigioniero un materasso, un sapone, una giacca. La funzione dell’avvocato si riduce a un’opera di mitigazione dell’orrore, non di ricerca della giustizia. Sono le fondamenta stesse dello Stato di diritto ad essere abolite, sostituite da un arbitrio amministrativo che rivela la verità più scomoda: nei confronti dei palestinesi, Israele non è e non si comporta come uno Stato democratico.

Il diritto internazionale, su questo terreno, è stato ridotto a relitto retorico. Le Convenzioni di Ginevra, la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, gli standard minimi per il trattamento dei detenuti elaborati dall’ONU: tutto viene sistematicamente calpestato, e tutto viene sistematicamente tollerato dai governi che si autodefiniscono custodi dei diritti umani. Il Comitato internazionale della Croce Rossa denuncia da mesi il divieto di visita imposto dalle autorità israeliane ai familiari dei detenuti palestinesi. Le relazioni delle Nazioni Unite documentano torture, umiliazioni sessuali, morti in custodia. Non manca la conoscenza dei fatti: manca la volontà politica di agire.

L’Europa che si gira dall’altra parte

L’Unione Europea, che negli ultimi due anni ha sanzionato la Russia con una velocità che ha fatto scuola nella diplomazia contemporanea, continua a trattare Israele come partner privilegiato, commerciale, tecnologico e militare. L’Accordo di Associazione UE-Israele, la cui clausola sui diritti umani consentirebbe la sospensione immediata, resta intatto dopo le stragi di Gaza, dopo la documentazione indipendente di crimini di guerra, dopo le condanne della Corte Internazionale di Giustizia, dopo i mandati di cattura della Corte Penale Internazionale. Questo doppio standard non è un inciampo: è il segno tangibile di una subalternità strategica e culturale dell’Europa al blocco statunitense-israeliano, una subalternità che l’opinione pubblica del continente — nelle piazze, nei sindacati, nei movimenti studenteschi — sta però cominciando a contestare con crescente determinazione.

In Italia la situazione è persino più grave. Il governo di destra-destra guidato da Giorgia Meloni ha scelto l’allineamento incondizionato con Tel Aviv, votando contro risoluzioni di cessate il fuoco alle Nazioni Unite, mantenendo contratti per la fornitura di componentistica militare, impedendo di fatto qualsiasi pressione diplomatica. I grandi media mainstream, da parte loro, hanno costruito per mesi un racconto asimmetrico, in cui la parola tortura non si poteva pronunciare se il torturato era palestinese, in cui la parola terrorismo si poteva applicare soltanto a un lato, in cui i bambini morti di Gaza diventavano statistica, mentre gli ostaggi israeliani — sacrosantemente — diventavano volti, nomi, biografie. Questa disparità informativa è essa stessa una forma di complicità.

La dignità come resistenza

E poi c’è lui, Barghouti. C’è la lucidità di un uomo che, dopo ventiquattro anni di prigione, dopo pestaggi ripetuti, dopo l’isolamento scientifico imposto dallo Stato che lo detiene, nel colloquio con il suo avvocato non chiede pietà, non piange su di sé: chiede informazioni sulla situazione politica palestinese, chiede cosa stia succedendo in Israele, chiede dei suoi figli e dei suoi nipoti che non ha mai potuto conoscere. E continua, racconta Marmarelli, a essere l’unico detenuto che alza la voce contro le guardie, che contesta il sopruso, che dice non è giusto, non è legale. Gli altri prigionieri sono terrorizzati. Lui no.

Non è un dettaglio caratteriale: è una postura politica. È la stessa postura che fece di Gramsci, nel carcere fascista, il pensatore che scardinava dall’interno la gabbia in cui il regime sperava di seppellirlo. È la stessa postura che fece di Mandela, a Robben Island, un simbolo universale. È la postura di chi sa che la dignità, quando non può essere difesa con le armi della libertà, diventa essa stessa l’arma estrema, quella che i carcerieri non riescono a spegnere nemmeno con il cane, nemmeno con i pugni, nemmeno con la fame.

Cosa si può fare, cosa si deve fare

Le società civili europee hanno gli strumenti per rompere il muro di complicità. Campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sul modello del movimento che contribuì alla caduta dell’apartheid sudafricano. Pressioni sui parlamenti nazionali ed europei affinché si sospendano gli accordi commerciali e di ricerca scientifica con istituzioni israeliane complici dell’occupazione. Monitoraggio civile e giuridico delle catene di fornitura militare. Gemellaggi tra comuni italiani ed enti locali palestinesi. Campagne di informazione capillari, che sottraggano il racconto della Palestina al monopolio dei grandi media allineati.

E, sopra ogni cosa, una rivendicazione politica chiara e non negoziabile: la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine della detenzione amministrativa, l’accesso immediato delle famiglie e delle organizzazioni internazionali ai luoghi di reclusione, l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle morti in custodia, la sospensione dei rapporti preferenziali con uno Stato che pratica sistematicamente la tortura. Non è una richiesta radicale: è il minimo sindacale di qualsiasi ordine giuridico che voglia continuare a chiamarsi tale.

Il prezzo del nostro silenzio

Ventiquattro anni fa, quando Marwan Barghouti venne arrestato, l’Europa si illudeva che la storia si fosse fermata, che il Novecento avesse consegnato al futuro un ordine liberale solido, una pace perpetua, un diritto internazionale capace di disciplinare anche gli Stati più potenti. Quella illusione è morta nelle strade di Gaza, nelle celle di Megiddo e Ganot, nei corpi piegati dei prigionieri palestinesi che nessun funzionario europeo ha più il coraggio di andare a visitare. La morte di quell’illusione non è un problema del popolo palestinese soltanto: è un problema nostro, perché ciò che oggi si permette a Tel Aviv, domani si permetterà altrove, e già si permette a Bruxelles ogni volta che un ministro europeo firma un comunicato di vuota preoccupazione.

La vita di Marwan Barghouti pende da un filo amministrativo. Ogni giorno in cui tacciamo è un giorno in cui il filo si assottiglia. Ogni dichiarazione di governo che sceglie la prudenza diplomatica al posto della verità è un colpo inferto non soltanto al prigioniero nella cella, ma a noi stessi, alla nostra possibilità di continuare a pretendere che il mondo sia, in qualche misura, governato dal diritto e non dalla sola forza. Rompere il silenzio non è più un gesto di solidarietà: è una necessità politica, civile, morale. Se non lo faremo per lui, dovremo farlo per noi. Perché ogni volta che un torturatore resta impunito da qualche parte, un pezzo di umanità evapora ovunque.

Fonti

L’Humanité, intervista a Ben Marmarelli, avvocato di Marwan Barghouti, aprile 2026.
Comitato Internazionale della Croce Rossa, rapporti sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, 2024–2026.
Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti periodici.
B’Tselem e Addameer, documentazione su tortura, detenzione amministrativa e morti in custodia nelle carceri israeliane.
Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti sull’apartheid israeliano e sul trattamento dei prigionieri politici palestinesi.
Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo sulle conseguenze legali dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, luglio 2024.
Corte Penale Internazionale, provvedimenti relativi ai mandati di cattura per funzionari israeliani, 2024.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 · mariosommella.wordpress.com

Convivere senza uno Stato: la Palestina oltre il mito della sovranità

Dalla Sparta del terzo millennio alla confederazione democratica: perché il superamento dello Stato-nazione è l’unica alternativa realistica al suicidio collettivo di Israele e alla morte della Palestina

Esiste un punto oltre il quale la guerra cessa di essere uno strumento politico e diventa il fine stesso dell’esistenza di uno Stato. Israele ha superato quel punto. In quasi ottant’anni di vita, quello che doveva essere il “focolare nazionale ebraico” si è trasformato in una macchina bellica permanente, una Sparta del terzo millennio in cui ogni cittadino, uomo o donna, è coinvolto direttamente o indirettamente nell’apparato militare. E mentre la comunità internazionale continua a invocare la formula rituale dei “due popoli, due Stati”, la realtà sul terreno racconta una storia completamente diversa: quella di un progetto coloniale che ha prodotto un’intera generazione di orfani, di invalidi, di bambini denutriti e traumatizzati, e che non può trovare soluzione entro le categorie politiche che lo hanno generato.

La militarizzazione totale della società israeliana

I sondaggi parlano con una chiarezza che nessuna diplomazia potrà mai eguagliare. Secondo una rilevazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ripresa nell’aprile 2026 dal Guardian e da numerosi media internazionali, circa due terzi degli israeliani si dichiarano favorevoli alla prosecuzione delle operazioni militari, opponendosi a qualunque estensione del cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. Il 61 per cento ritiene che il governo debba continuare a colpire il Libano. Un 39 per cento si colloca addirittura su posizioni più estreme di quelle di Netanyahu, ritenendo che Israele non debba rispettare neppure la tregua temporanea concordata con la Repubblica Islamica attraverso la mediazione pachistana.

Il dato più inquietante non è però il numero in sé, ma la sua trasversalità. Tutti i partiti israeliani, con la sola eccezione dei partiti arabi che rappresentano una minoranza parlamentare, sono favorevoli alla guerra. Alcuni leader dell’opposizione hanno cercato di superare Netanyahu in durezza, proponendo attacchi ancora più violenti contro l’Iran. Il Likud è tornato primo nei sondaggi, e le elezioni legislative previste per l’autunno 2026 si profilano come un plebiscito bellicista. Il premier, la cui carriera politica sembrava finita dopo il 7 ottobre 2023, ha convinto Trump ad attaccare l’Iran due volte – prima nella “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, poi nella campagna in corso – e oggi opera con Washington come partner militare paritario, dividendosi obiettivi e zone di bombardamento.

Questa è la fotografia di una società che ha scelto la guerra come identità collettiva. Il bilancio approvato dalla Knesset con 62 voti a favore e 55 contrari ha consolidato la spesa militare come asse portante della politica nazionale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei falchi più feroci del governo, ha previsto una crescita del 3,8 per cento nel 2026 solo a condizione che le operazioni contro Iran e Libano terminino entro metà aprile – condizione che al momento appare del tutto irrealistica. L’opposizione di Yair Lapid e Naftali Bennett si è indignata non per i miliardi destinati alle armi anziché alla spesa sociale, ma per un emendamento che stanziava 250 milioni di dollari aggiuntivi per le scuole dei religiosi ultraortodossi. Il perimetro del dibattito politico israeliano è tutto qui: si discute su come fare la guerra, non se farla.

“Una terra senza popolo”: il programma originario e la sua esecuzione

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra.” Lo slogan fondativo del sionismo non era una metafora: era un programma. E quel programma è stato eseguito con metodi che, alternati o abbinati nel corso dei decenni, hanno perseguito un unico obiettivo: svuotare la Palestina della sua popolazione originaria. Sterminio, terrorismo sistematico, deportazione, espulsione forzata: strategie diverse per un identico fine, iscritto nelle premesse stesse della costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina.

Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro. Secondo i dati dell’agenzia di stampa palestinese WAFA, aggiornati al marzo 2026, le vittime dirette a Gaza dall’ottobre 2023 superano le 72.000 unità, con oltre 171.000 feriti. L’UNRWA stima che 1,9 milioni di persone sui 2,4 milioni di abitanti della Striscia siano state sfollate almeno una volta, il 90 per cento della popolazione costretta ad abbandonare ripetutamente la propria casa. Secondo le Nazioni Unite, il 70 per cento delle vittime verificate sono donne e bambini. Uno studio dell’ONU ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza City, con oltre un milione di persone in condizioni di emergenza alimentare e un bambino ucciso ogni 52 minuti nei primi due anni di conflitto.

Ma il bilancio delle morti dirette, per quanto spaventoso, non racconta che una parte della catastrofe. La distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie, educative, residenziali e culturali ha prodotto ciò che nessuna cifra può catturare: un’intera generazione condannata alla disabilità fisica e psichica, alla malnutrizione cronica, all’ignoranza forzata. Bambini che non vedono una scuola da anni. Malati cronici senza accesso a terapie salvavita in un territorio dove l’elettricità manca da oltre due anni. Nei circa 1.600 campi profughi della Striscia, le condizioni di vita sono segnate da infestazioni di parassiti, epidemie cutanee, assenza di acqua potabile. Questa non è una guerra: è la cancellazione metodica di un popolo e della sua memoria.

Il suicidio di Israele

Eppure, in questa logica di annientamento, non ci sarà vittoria per nessuno. Nelle guerre non vince mai nessuno, e questa guerra meno di qualunque altra. La frattura che si è aperta nella diaspora ebraica mondiale è già incolmabile. Per anni, le comunità ebraiche fuori da Israele hanno avuto nello Stato ebraico un punto di riferimento identitario, spesso “passando sopra” alle evidenze di un percorso dall’esito sempre più chiaro. Oggi quella complicità silenziosa si sta sgretolando. Le voci ebraiche antisioniste, da Jewish Voice for Peace a Breaking the Silence, non sono più marginali: rappresentano una corrente profonda di dissidenza morale che non potrà essere riassorbita.

All’interno stesso di Israele, le crepe si allargheranno quando le conseguenze economiche, sociali e morali dello stato di guerra permanente diventeranno impossibili da ignorare. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti ha costi umani e finanziari enormi. L’economia di guerra non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali. E soprattutto diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare non avrà mai termine: che la strada intrapresa non ha sbocco, che uno stato di guerra sempre più intenso e generalizzato non può essere la condizione permanente di una società. È quello che qualcuno ha chiamato “il suicidio di Israele”: la dissoluzione di uno Stato che ha fatto della violenza il proprio principio costitutivo e che, per questa via, finirà per consumare sé stesso.

Due scenari si profilano. Il primo è lo scontro tra fazioni interne, che potrebbe investire il Paese in un contesto regionale ostile, privato di molti degli alleati su cui era abituato a contare. Il secondo è più radicale e più interessante: un ritorno alle origini, non di uno Stato ma di un popolo. Un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare ma da condividere con chi lo abita da secoli.

Perché “due popoli, due Stati” è un’illusione

La formula “due popoli, due Stati” continua a essere ripetuta come un mantra dalla diplomazia internazionale, ma non descrive alcuna realtà possibile. Cosa sarebbe, concretamente, questo secondo Stato? Un’entità priva di continuità territoriale, disarmata, sovraffollata dal ritorno di milioni di esuli, depredata delle sue risorse più importanti – a cominciare dall’acqua –, schiacciata tra un vicino armato fino ai denti, dotato di armi nucleari e perfettamente inserito nel sistema di alleanze occidentale, e il nulla. Non sarebbe uno Stato: sarebbe un bantustan, una riserva, una prigione a cielo aperto con un nome più dignitoso.

Ma anche la soluzione dello Stato unico presenta difficoltà che appaiono insormontabili. Non solo per i problemi di convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi – anche se il lavoro straordinario di alcune organizzazioni israelo-palestinesi e il ruolo potenzialmente determinante delle donne suggeriscono che questo non sia un ostacolo eterno. Il problema è più strutturale: Stato significa tante cose indivisibili. Un nome (quale?), strutture burocratiche, un esercito (in questo caso dotato di armi atomiche), impianti industriali, saperi esclusivi, una valuta, un sistema giudiziario. Pensare che chi controlla oggi tutto questo accetti di condividerlo alla pari è un’ingenuità che confina con la complicità.

La via confederale: oltre lo Stato-nazione

Esiste però un’altra strada, apparentemente utopica ma paradossalmente più realistica delle soluzioni convenzionali: la dissoluzione delle strutture statali e la loro sostituzione con una confederazione democratica di comunità. Non due Stati, non uno Stato, ma nessuno Stato: una rete di comunità autogovernate, in parte miste dove possibile, in parte su base etnica, ma comunque aperte, interconnesse e disposte alla convivenza pacifica. Un progetto che prevede la neutralizzazione degli apparati più pericolosi – l’esercito, l’arsenale nucleare, i servizi di intelligence – sotto il controllo di un’entità internazionale super partes, un nuovo mandatario che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che la sta demolendo.

Il precedente esiste, e non è un’astrazione teorica. La Confederazione democratica del Rojava, nata nel nord-est della Siria nel 2012 sulla base del pensiero di Abdullah Öcalan, ha rappresentato per oltre un decennio il primo esperimento moderno di convivenza multietnica senza Stato: democrazia dal basso, parità di genere, ecologia sociale, economia cooperativa, rifiuto del centralismo e del militarismo. Certo, quell’esperimento è oggi sotto attacco mortale: l’offensiva del governo siriano di Ahmad al-Shara, lanciata nei primi giorni del 2026 con l’occupazione di Raqqa e Deir ez-Zor, e l’aggressione turca hanno messo in ginocchio l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Ma il fatto che il Rojava venga ferocemente attaccato proprio perché rappresenta un’alternativa concreta al sistema degli Stati-nazione ne conferma, paradossalmente, la forza e la portata.

Öcalan, dal carcere di İmralı dove è prigioniero dal 1999, ha formulato una visione che trascende la questione curda e parla all’umanità intera: il modello dello Stato-nazione è una gabbia per le società, la libertà e la comunità sono valori più importanti della sovranità territoriale, l’autogoverno confederale fondato sulla partecipazione diretta è la forma politica adeguata a una società che voglia superare il dominio. Non è un caso che questa visione sia stata elaborata nel cuore del Medio Oriente, la regione del mondo dove il fallimento dello Stato-nazione è più evidente e più devastante.

La Palestina come laboratorio del post-statuale

Se il Rojava è stato il primo esperimento, la Palestina potrebbe essere il secondo – e il più significativo. Non perché le condizioni siano favorevoli, tutt’altro: ma proprio perché la gravità della situazione rende impraticabili le soluzioni tradizionali. Quando un territorio è stato distrutto al punto in cui lo è Gaza, quando un popolo è stato decimato, sfollato, privato di ogni istituzione, la ricostruzione non può avvenire nei vecchi schemi. Non si può ricostruire uno Stato su macerie che uno Stato ha prodotto.

Una confederazione democratica dei popoli della Palestina – israeliani ed ebraici dissidenti inclusi – avrebbe da affrontare difficoltà enormi, ma tracciar la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso che non è soltanto palestinese o mediorientale, ma universale. Perché gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori e il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio – dal patriarcato al razzismo, dal capitalismo estrattivo al neocolonialismo – quanto delle forme più devastanti di violenza: le guerre tra nazioni, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento sistematico delle risorse della Terra.

Pensare a un mondo senza Stati è difficile anche solo come esercizio intellettuale. Ma è meno utopico di quanto sembri, e comunque più realistico delle alternative che ci vengono proposte: la perpetuazione di un conflitto senza fine, la finzione diplomatica dei due Stati, o l’illusione che chi detiene il potere delle armi nucleari accetti un giorno di condividerlo. La Palestina, nella sua tragedia, potrebbe diventare il luogo in cui si sperimenta, per necessità prima ancora che per scelta, una forma di convivenza politica che superi la logica dello Stato-nazione. Un laboratorio di futuro, nato dalla catastrofe del presente.

Le donne, la memoria, il possibile

C’è un elemento che attraversa trasversalmente questa prospettiva e che merita di essere collocato al centro della riflessione: il ruolo delle donne. Nel Rojava, la parità di genere non era un ornamento ideologico ma un pilastro strutturale del sistema politico: la co-presidenza, le unità di protezione femminili (YPJ), l’integrazione del femminismo nella teoria del confederalismo democratico. In Palestina, le donne hanno tenuto insieme il tessuto sociale sotto i bombardamenti, nei campi profughi, nelle scuole distrutte. Sono loro che potrebbero rovesciare la logica della guerra e dell’odio, costruendo ponti dove gli uomini hanno eretto muri.

La strada è lunga, e il presente è buio. Ma la storia non è lineare, e le rivoluzioni più profonde nascono spesso dove il dolore è più acuto. La Palestina non ha bisogno di uno Stato che la salvi: ha bisogno di una forma di convivenza che superi la violenza degli Stati. E se questa forma dovesse nascere lì, tra le macerie di Gaza e le colline della Cisgiordania, non sarebbe solo la liberazione di un popolo: sarebbe un messaggio all’umanità intera. La prova che si può convivere senza dominare, che si può abitare una terra senza possederla, che la politica può essere qualcosa di diverso dalla gestione della forza. Un’utopia? Forse. Ma è l’unica utopia che valga la pena di perseguire.

Fonti

Pressenza Italia, Convivere senza uno Stato di Guido Viale 13 Aprile 2026;

Il Fatto Quotidiano, “Gli israeliani vogliono che la guerra continui: lo rivela un sondaggio”, 13 aprile 2026
– Il Post, “Netanyahu sta ottenendo quello che voleva”, 20 marzo 2026
– Il Post, “Bombardare l’Iran ha aiutato Netanyahu”, 25 giugno 2025
– Il Manifesto, “Guerra permanente, il pilastro del bilancio israeliano”, aprile 2026
– Agenzia Nova, “Israele: il partito di Netanyahu in testa nei sondaggi dopo la guerra con l’Iran”, 4 luglio 2025
– WAFA, “Gaza death toll rises to 72,126”, 8 marzo 2026
– OCHA/ONU, Rapporto sulla situazione umanitaria in Palestina, 10 aprile 2026
– Vatican News, “Gaza: a sei mesi dalla tregua, i civili continuano a soffrire”, 10 aprile 2026
– CESVI, “Gaza: una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ottobre 2025
– Novacronica, “Il tramonto del Confederalismo democratico nel Rojava”, febbraio 2026
– Il Post, “Cos’è stato il Rojava”, 3 febbraio 2026
– COBAS Scuola, “Il Rojava è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico”, gennaio 2026
– Abdullah Öcalan, Democratic Confederalism, International Initiative, 2011

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.

Fonti

— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.

— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.

— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.

— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.

— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.

— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.

— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.

— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.

— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.

L’esercito più morale del mondo

Quando la propaganda diventa minaccia: Netanyahu, la Spagna, i coloni, il Libano e il cappio della Knesset. Radiografia di uno Stato che si crede intoccabile

C’è una frase che, se pronunciata da qualunque altro leader del pianeta, verrebbe immediatamente bollata come intimidazione mafiosa. «La Spagna pagherà un prezzo». L’ha detta Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, rivolgendosi a un Paese membro dell’Unione Europea, fondatore della NATO, democrazia parlamentare dal 1978. L’ha detta perché Madrid, unica voce coerente in un continente che si nasconde dietro comunicati stampa e astensioni, ha osato chiamare le cose con il loro nome: genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra. E l’ha detta evocando, con un ossimoro che suona come una bestemmia storica, «l’esercito più morale del mondo».

È qui che la propaganda smette di essere propaganda e diventa confessione. Perché chi si sente davvero moralmente integro non minaccia, non ricatta, non promette vendette. Chi è davvero dalla parte della ragione accoglie la critica, risponde con i fatti, accetta il giudizio della comunità internazionale. Netanyahu, invece, reagisce come reagiscono soltanto i regimi che sanno di essere indifendibili: alzando la voce, promettendo ritorsioni, trasformando il dissenso in nemico.

La grammatica del ricatto

Analizzare le parole del premier israeliano significa riconoscere una grammatica politica precisa, che non appartiene alla democrazia ma al linguaggio del potere assoluto. «Pagherà un prezzo» non è un’espressione diplomatica: è la formula classica della coercizione, quella che si usa quando non si hanno più argomenti e si punta tutto sulla paura. È il linguaggio con cui gli imperi in declino provano a trattenere ciò che non riescono più a dominare con il consenso.

La Spagna, dal canto suo, non ha fatto nulla di eversivo. Ha semplicemente applicato il diritto internazionale. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha sostenuto le inchieste della Corte Penale Internazionale contro i vertici israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha bloccato la vendita di armi destinate a un esercito che da oltre due anni bombarda sistematicamente ospedali, scuole, campi profughi, convogli umanitari. Ha fatto ciò che ogni Stato di diritto dovrebbe considerare un dovere elementare: distinguere tra la legittima difesa e la carneficina pianificata.

E per questo, oggi, viene minacciata. Pubblicamente. Da un capo di governo straniero. Senza che l’Unione Europea, nel suo complesso, abbia trovato il coraggio di una reazione unitaria. Il silenzio di Bruxelles, il tentennamento di Roma, la prudenza di Parigi e Berlino sono il vero scandalo di questa vicenda. Perché rivelano che l’Europa, quando si tratta di Israele, smette di essere Europa e torna a essere suddita.

La menzogna dell’esercito morale

«L’esercito più morale del mondo». È la formula che da decenni accompagna ogni operazione militare israeliana, ripetuta come un mantra, diffusa da uffici stampa militari rodati, assorbita acriticamente da una parte consistente della stampa occidentale. È una menzogna strutturale, e come tutte le menzogne strutturali funziona soltanto finché nessuno ha il coraggio di smontarla pubblicamente.

I numeri, però, parlano un’altra lingua. Decine di migliaia di morti palestinesi, la maggioranza donne e bambini, secondo le stime convergenti di Nazioni Unite, agenzie umanitarie indipendenti, organizzazioni mediche internazionali. Interi quartieri di Gaza rasi al suolo. Ospedali colpiti uno dopo l’altro, con una sistematicità che rende grottesca ogni ipotesi di «errore collaterale». Giornalisti uccisi in numero senza precedenti nella storia moderna dei conflitti. Operatori umanitari bombardati mentre distribuivano cibo. Bambini uccisi mentre facevano la fila per l’acqua. Ostaggi israeliani morti sotto il fuoco dello stesso esercito che avrebbe dovuto liberarli.

Le inchieste di Haaretz, di +972 Magazine, del Guardian, del New York Times hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale come «Lavender» e «Where’s Daddy?» per selezionare bersagli umani in modo semiautomatico, con margini di errore ammessi dagli stessi ufficiali israeliani. Hanno raccontato delle regole d’ingaggio che consentivano di uccidere decine di civili per colpire un singolo miliziano di basso rango. Hanno esposto le testimonianze di soldati che denunciavano pratiche di esecuzione sommaria, di umiliazione sistematica dei prigionieri, di abusi sessuali nel centro di detenzione di Sde Teiman. Quando alcuni di quei soldati sono stati arrestati, una parte dell’estrema destra israeliana ha invaso la base militare per liberarli, con la complicità silenziosa dei ministri più oltranzisti del governo Netanyahu.

Questo è l’esercito che Netanyahu definisce «il più morale del mondo». E chi osa contestare questa etichetta viene accusato di antisemitismo, di complicità con il terrorismo, di «guerra diplomatica». È il meccanismo classico dell’inversione: trasformare il critico in aggressore, la vittima in carnefice, la giustizia in persecuzione.

Cisgiordania: il braccio armato dei coloni

Ma c’è un altro fronte, meno illuminato dai riflettori, dove l’«esercito più morale del mondo» mostra il suo volto più nudo: la Cisgiordania occupata. Qui non si parla di guerra asimmetrica, non si parla di razzi lanciati da Hamas, non si parla di ostaggi. Qui si parla di una pulizia etnica a bassa intensità, condotta giorno dopo giorno, fattoria dopo fattoria, uliveto dopo uliveto, con una pazienza burocratica che rende il crimine ancora più osceno. Secondo B’Tselem, nel solo 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate dalla violenza dei coloni sostenuta dallo Stato. Secondo Save the Children, nei primi tre mesi del 2026 i minori palestinesi sfollati a causa delle aggressioni dei coloni sono stati 685, contro una media di 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti: un aumento di dieci volte, in un solo trimestre.

I numeri, di nuovo, dicono ciò che la propaganda vorrebbe nascondere. Circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est. Peace Now ha documentato la creazione di 86 nuovi avamposti nel solo 2025, un record storico, molti dei quali agricoli o pastorali, concepiti proprio per intimidire le comunità beduine e palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre. Questi avamposti non sono il frutto spontaneo di colonizzatori isolati: sono protetti dall’esercito israeliano, finanziati dal ministero dell’Agricoltura, «legalizzati» a posteriori con delibere governative. Ciò che si compie in Cisgiordania non è un incidente né un’anomalia: è una politica di Stato.

Il copione è sempre lo stesso. Arrivano i coloni, spesso incappucciati, spesso armati, molti di loro riservisti dell’IDF, cioè soldati dell’«esercito più morale del mondo» in licenza. Attaccano le case, incendiano i campi, sradicano gli ulivi, avvelenano i pozzi, uccidono il bestiame, picchiano bambini che tornano da scuola. A Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano, un palestinese è stato spogliato, immobilizzato e torturato nei genitali con delle fascette mentre l’esercito guardava. A Masafer Yatta, i pastori della comunità raccontata nel documentario premio Oscar «No Other Land» continuano a subire aggressioni dallo stesso colono che ne aveva colpito il regista Hamdan Ballal. E mentre i coloni attaccano, i soldati dell’IDF fanno da scudo: bloccano le strade di accesso per impedire ai soccorritori di arrivare, arrestano i palestinesi che provano a difendersi, spesso partecipano direttamente al pestaggio.

Poi, all’alba, arriva la seconda ondata: quella ufficiale. I bulldozer dell’amministrazione civile israeliana. Gli ordini di demolizione. Le dichiarazioni di «terra statale» che convertono con un timbro ettari di proprietà palestinesi storiche in lotti edificabili per nuovi insediamenti. Il 5 gennaio 2026, 694 dunam appartenenti ai villaggi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth sono stati confiscati con un singolo decreto. A febbraio, il governo Netanyahu ha stanziato 244 milioni di shekel per istituire un catasto parallelo che facilita il trasferimento dei terreni dell’Area C dalle autorità palestinesi al ministero della Giustizia israeliano. Non è più annessione strisciante: è annessione conclamata. È l’atto notarile del furto.

Chi copre tutto questo? L’esercito che Netanyahu definisce il più morale del mondo. Il Guardian ha documentato che, dal 2020, a fronte di oltre mille civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dai coloni e dai soldati, un quarto dei quali bambini, nessun israeliano è stato incriminato. Nessuno. L’impunità non è un difetto del sistema: è il sistema. È il meccanismo attraverso cui lo Stato israeliano trasforma il crimine privato in strumento pubblico, delegando ai coloni ciò che l’esercito non può fare apertamente senza scandalizzare la diplomazia occidentale. È la stessa logica con cui, in altre epoche e sotto altre bandiere, gli Stati coloniali hanno sempre gestito i propri territori: violenza paramilitare protetta dall’uniforme.

Libano: cento bombe in dieci minuti

Mentre scriviamo, il Libano brucia. Mercoledì 8 aprile, a poche ore dall’annuncio del fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Islamabad, l’aviazione israeliana ha lanciato oltre cento attacchi aerei in dieci minuti su Beirut, sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. Il bilancio ufficiale di quella sola giornata, diffuso dal ministero della Salute libanese, parla di oltre 250 morti e più di 1.100 feriti, il peggior bilancio in un singolo giorno dall’inizio dell’ultima fase del conflitto. I morti complessivi dall’inizio dell’escalation del 2 marzo sfiorano i duemila. L’UNICEF segnala che, dal 2 marzo a oggi, più di seicento bambini libanesi sono stati uccisi o feriti.

Human Rights Watch ha documentato che, tra il 12 marzo e l’8 aprile, le forze israeliane hanno sistematicamente distrutto o gravemente danneggiato tutti i principali ponti sul fiume Litani, isolando il sud del Paese dal resto del territorio. Non sono bersagli militari: sono infrastrutture civili, arterie di collegamento che servono a far arrivare cibo, medicine, personale sanitario. Distruggere i ponti significa affamare le popolazioni. È un metodo antico, noto e vietato dalle Convenzioni di Ginevra. Ma l’esercito più morale del mondo non sembra turbarsene.

Il cinismo della situazione tocca vertici difficili da reggere. Il Pakistan, mediatore dell’accordo di tregua tra Washington e Teheran, aveva dichiarato esplicitamente che il cessate il fuoco copriva anche il Libano. Israele l’ha smentito immediatamente, e mentre i diplomatici discutevano, il capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, dichiarava apertamente: «Non rispettiamo il cessate il fuoco. Continuiamo a combattere qui, in Libano, che è la nostra principale zona di combattimento». Il premier Netanyahu ha ribadito: «Non ci sarà alcun cessate il fuoco in Libano». Traduzione: Tel Aviv negozia con gli Stati Uniti, accetta gli accordi quando le conviene, li ripudia quando le conviene, e colpisce civili mentre i negoziatori sono ancora seduti al tavolo. È la dottrina della forza pura, mascherata da difesa.

E mentre le bombe cadono su Beirut, anche il convoglio italiano di UNIFIL è stato coinvolto in azioni militari israeliane che la stessa premier Giorgia Meloni ha definito «del tutto inaccettabili», ricordando che si tratta di una violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ecco come l’«esercito più morale del mondo» tratta i caschi blu dell’ONU: li attacca. E poi pretende pure che l’Europa taccia.

Il cappio della Knesset

Ma la radiografia non sarebbe completa senza l’ultimo tassello, quello forse più osceno: la legge sulla pena di morte per i palestinesi, approvata dalla Knesset il 30 marzo 2026 con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto. Una legge che prevede l’impiccagione obbligatoria, decisa da tribunali militari a maggioranza semplice, senza unanimità, senza possibilità di appello, con esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza. Una legge che si applica esclusivamente ai palestinesi, dal momento che i coloni israeliani e i cittadini ebrei restano sotto la giurisdizione dei tribunali civili ordinari, dove la pena capitale, formalmente prevista, è stata eseguita soltanto due volte nell’intera storia dello Stato di Israele: nel 1948 contro Meir Tobianski, ufficiale ingiustamente accusato di tradimento durante la guerra arabo-israeliana e successivamente riabilitato, e nel 1962, unica esecuzione civile, contro il gerarca nazista Adolf Eichmann.

Il testo è scritto con un’astuzia giuridica rivoltante. Punisce con la morte chi uccide «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele» o «con l’obiettivo di danneggiare la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Formule che, per costruzione semantica, escludono automaticamente ogni colono che uccide un palestinese: il colono non «nega» Israele, lo incarna. Il colono non danneggia la rinascita ebraica, la compie. Due pesi, due misure, due popoli, due codici penali. È la definizione manualistica di apartheid, scolpita nel marmo legislativo di una democrazia parlamentare del ventununesimo secolo.

I promotori della legge hanno festeggiato alla Knesset con spilline a forma di cappio da forca sul bavero. La deputata Limor Son Har-Melech del partito Potere Ebraico si è fatta fotografare vestita da carceriera, con il cappio in una mano e una siringa letale nell’altra, mentre suo marito — colono e attivista pro-insediamenti — sfoggiava in posa la pistola, l’aereo e la casetta con le scritte «occupazione», «espulsione», «insediamento». La sintesi del programma di governo israeliano, riassunto in una fotografia agghiacciante diffusa con orgoglio dai protagonisti stessi. Il ministro Itamar Ben Gvir, promotore della norma, ha dichiarato dal pulpito: «Questo è un giorno di giustizia per le vittime e un giorno di deterrenza per i nostri nemici. Non più porte girevoli per i terroristi, ma una decisione chiara: chi sceglie il terrorismo sceglie la morte». Accanto a lui, a votare a favore, il primo ministro Netanyahu in persona.

È la prima legge al mondo, dai tempi della Germania nazionalsocialista, che istituisce la pena di morte su base etnica. Lo scrive su Haaretz l’ex preside della facoltà di Legge dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Mordechai Kremnitzer, nato nel 1948 in Germania da sopravvissuti all’Olocausto: «razzista, illegale, dettata dalla sete di sangue, che dimostra l’abbandono dei valori liberali da parte di Israele, ormai un regime reazionario». Dal 2016 i bambini palestinesi vengono giudicati da tribunali militari a partire dai dodici anni. Dal 2025 possono essere condannati all’ergastolo. Dal 2026 possono essere impiccati. Per aver lanciato un sasso contro un blindato. Per la legge israeliana, questo è terrorismo. Per la legge israeliana, questo merita la forca.

Amnesty International e tutte le principali organizzazioni per i diritti umani — B’Tselem, ACRI, Addameer, Adalah — hanno annunciato ricorso alla Corte Suprema israeliana. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso «profonda preoccupazione» in un comunicato congiunto. Parole. Solo parole. Nessuna sanzione, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, nessuna misura concreta. L’Europa, ancora una volta, ha registrato lo scandalo e ha continuato a vendere armi, a importare tecnologie, a concedere cooperazione accademica. La condanna senza conseguenze è la forma più raffinata della complicità.

L’Europa che non c’è

Il vero problema, a questo punto, non è più soltanto Netanyahu. Il vero problema è l’Europa. Perché un premier straniero può minacciare pubblicamente un Paese membro dell’Unione, i suoi coloni possono bruciare villaggi palestinesi, i suoi aerei possono bombardare capitali arabe durante un cessate il fuoco, il suo parlamento può legiferare la forca su base etnica, soltanto se sa di poterlo fare impunemente. Sa che nessun commissario europeo convocherà davvero l’ambasciatore israeliano. Sa che nessun capo di governo alzerà realmente la voce. Sa che l’Italia di Meloni continuerà a vendere componentistica militare, la Germania di Merz a garantire forniture strategiche, la Francia di Macron a oscillare tra dichiarazioni di principio e complicità operative.

Pedro Sánchez rappresenta, in questo panorama desolante, un’eccezione che mette in imbarazzo tutti gli altri. Il governo spagnolo ha capito una cosa semplice e profondissima: la credibilità dell’Europa come soggetto politico si misura sulla sua capacità di applicare il diritto internazionale anche quando costa, anche quando è scomodo, anche quando il partner minacciato è un alleato strategico degli Stati Uniti. Rinunciare a quella credibilità significa trasformare definitivamente l’Unione Europea in un’appendice amministrativa dell’impero americano, priva di voce propria, incapace di rappresentare i valori che millantarsi di incarnare.

E qui tocchiamo il cuore della questione. La sottomissione europea alla politica israeliana non nasce da una convinzione ideale: nasce dalla struttura stessa del sistema atlantico, dalla dipendenza energetica e militare dagli Stati Uniti, dalla paralisi di un’Unione che non ha mai voluto dotarsi di una politica estera realmente autonoma. È la stessa logica che ha trascinato il continente nella guerra per procura in Ucraina, che lo ha reso complice del riarmo più massiccio dal dopoguerra, che oggi lo rende muto davanti al massacro di Gaza, cieco davanti ai coloni della Cisgiordania, sordo davanti alle bombe su Beirut, afono davanti al cappio della Knesset.

Il prezzo che pagheremo davvero

Netanyahu dice che la Spagna pagherà un prezzo. Ma il prezzo vero, quello storico, quello che lascerà cicatrici profonde nella coscienza collettiva, lo stiamo pagando tutti noi. Lo pagheranno le democrazie europee quando i loro cittadini scopriranno definitivamente che i valori proclamati nei trattati sono carta straccia davanti agli interessi geopolitici. Lo pagherà il diritto internazionale, già eroso dalla doppia misura con cui si giudica chi invade l’Ucraina e chi rade al suolo Gaza, chi minaccia una cancelliera tedesca e chi minaccia un premier spagnolo, chi impicca in Iran e chi impicca in Israele. Lo pagheranno le generazioni future, che erediteranno un mondo in cui la parola «genocidio» avrà perso ogni peso giuridico perché è stata usata e negata con troppa disinvoltura.

E lo pagherà, soprattutto, la memoria. Perché un giorno, quando le macerie di Gaza saranno state documentate in ogni loro dettaglio, quando gli archivi si apriranno e i processi si celebreranno, quando le fotografie dei deputati israeliani con il cappio al bavero saranno riproposte nei manuali di storia accanto a quelle di altre epoche oscure, le parole di Netanyahu — «l’esercito più morale del mondo» — verranno studiate come esempio perfetto di propaganda totalitaria, dello stesso tipo che ogni potere criminale ha sempre utilizzato per nascondere i propri crimini dietro la retorica della virtù.

La Spagna, intanto, ha ricordato al mondo che la diplomazia non è sinonimo di silenzio, che la critica non è sinonimo di odio, che il rispetto del diritto internazionale non si negozia con nessuno. Ha ricordato che esiste ancora, in Europa, una sinistra capace di distinguere tra antisemitismo e antisionismo, tra solidarietà con un popolo e complicità con un governo, tra lotta al terrorismo e terrorismo di Stato. È poco, forse. Ma in un continente che ha smarrito la voce, anche una sola voce ferma fa la differenza.

A Netanyahu, che promette vendette, minaccia ritorsioni, bombarda Beirut, protegge i coloni, firma leggi per la forca, resta soltanto l’arma più logora di tutti i tiranni: la paura. Funziona finché funziona. Poi, inevitabilmente, si rivolta contro chi l’ha impugnata. La storia, nella sua lentezza ostinata, ha sempre conservato una memoria più lunga di quella dei ricatti. E le forche, prima o poi, tornano sempre indietro verso chi le ha costruite.

Fonti

Haaretz — Inchieste sui sistemi di targeting «Lavender» e «Where’s Daddy?», 2024-2025. +972 Magazine e Local Call — Reportage sulle regole d’ingaggio e le operazioni militari a Gaza. The Guardian — Coverage della posizione spagnola e dati sull’impunità dei coloni in Cisgiordania (2020-2026). El País — Dichiarazioni ufficiali del governo Sánchez e risposte alle minacce di Netanyahu. UN OCHA — Rapporti sulle vittime civili, gli sfollamenti in Cisgiordania e la distruzione delle infrastrutture sanitarie a Gaza. B’Tselem — Rapporti sull’eradicazione di 21 comunità palestinesi nel 2025 e sulla cooperazione tra coloni ed esercito. Peace Now — Dati sui 750.000 coloni e gli 86 nuovi avamposti del 2025. Save the Children — Analisi sul decuplicarsi degli sfollamenti di minori palestinesi nel primo trimestre 2026. Amnesty International — Condanna della legge sulla pena di morte e richiesta di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Human Rights Watch — Documentazione della distruzione sistematica dei ponti sul fiume Litani (marzo-aprile 2026). Al Jazeera, Reuters, AP — Cronaca dei raid israeliani su Beirut dell’8 aprile 2026. Ministero della Salute libanese — Bilanci delle vittime civili nel sud del Libano e a Beirut. Times of Israel, Knesset — Testo e resoconto del voto sulla legge sulla pena di morte del 30 marzo 2026. Corte Internazionale di Giustizia — Ordinanze sulle misure provvisorie nel caso Sudafrica contro Israele. Corte Penale Internazionale — Mandati di arresto contro i vertici del governo israeliano.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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Lo Stato canaglia e i suoi servi: cronaca di una complicità europea

Mentre Tel Aviv bombarda Beirut e Teheran, Bruxelles e Roma scelgono il silenzio. E il silenzio, in tempo di genocidio, è una firma in calce.

La tregua era stata annunciata da poche ore quando i caccia israeliani hanno trasformato interi quartieri di Beirut in macerie. Non un errore, non un incidente di percorso: un atto deliberato, calcolato al minuto, pensato per sabotare qualsiasi possibilità di pace e per ricordare al mondo intero chi comanda davvero in Medio Oriente. Centinaia di morti — uomini, donne, bambini — sono il prezzo che la popolazione libanese ha pagato perché Benjamin Netanyahu potesse ribadire un concetto semplice e brutale: lo Stato di Israele non riconosce alcuna autorità superiore a sé stesso, né le Nazioni Unite, né la Corte Penale Internazionale, né tantomeno la coscienza di un’umanità ormai sfinita dall’orrore.

È in questo scenario che si misura l’abisso morale dell’Occidente. Mentre l’Iran accettava di sedersi al tavolo dei negoziati grazie alla mediazione di Cina, Pakistan e Turchia, mentre lo stretto di Hormuz tornava transitabile e i mercati respiravano, il governo italiano taceva. La Commissione Europea taceva. Le redazioni dei grandi giornali, sempre prontissime a denunciare ogni sussulto di Mosca, hanno relegato la strage libanese a poche righe in cronaca estera.

Una tregua sabotata a colpi di bombe

La sequenza dei fatti è di una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Donald Trump, il presidente che aveva minacciato di far «morire un’intera civiltà» — una formula che, come ha ricordato Serge July su Liberation, non si era più sentita pronunciare dai tempi di Tamerlano — è stato costretto a fare marcia indietro. Non per ravvedimento, non per scrupolo umanitario, ma perché la Cina ha mediato, perché il Pakistan ha contenuto a fatica l’assalto popolare al consolato americano di Karachi, perché Erdogan ha invocato pubblicamente il castigo divino su Israele. Il «buffone in chief», come lo definisce con efficacia chi lo osserva da vicino, ha dovuto accettare una sconfitta storica: l’Iran ha imposto le sue condizioni, ha ottenuto la revoca parziale delle sanzioni, ha mantenuto il controllo sul traffico navale di Hormuz.

Ma quello che Washington non ha potuto fare per via diplomatica, Tel Aviv lo ha fatto per via militare. Netanyahu ha chiarito immediatamente che la tregua non valeva per il Libano, dove il disegno coloniale israeliano punta ad annettere Tiro e l’intera fascia a sud del fiume Litani, congiungendola al Golan strappato alla Siria fino al monte Hermon. Una linea retta tracciata col sangue, una mappa ridisegnata a colpi di artiglieria, l’ennesima applicazione di quella dottrina del fatto compiuto che l’Occidente ha sempre tollerato quando a praticarla erano i suoi alleati.

La menzogna dell’antisemitismo come scudo

Da decenni qualunque critica al governo israeliano viene immediatamente bollata come antisemita. È un riflesso pavloviano studiato a tavolino, una macchina retorica perfettamente oliata che serve a un solo scopo: rendere indicibile l’evidenza. L’evidenza è che lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, è una struttura politica fondata sulla pulizia etnica, sull’apartheid e sull’espansione territoriale permanente. Dirlo non significa odiare gli ebrei: significa riconoscere ciò che storici israeliani come Ilan Pappé, Avi Shlaim e Shlomo Sand documentano da anni nei loro lavori, e ciò che organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito senza mezzi termini «crimine di apartheid».

L’accusa di antisemitismo, brandita come una clava contro chiunque osi criticare Tel Aviv, è essa stessa un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. Confondere il sionismo politico con l’ebraismo significa riprodurre, in forma rovesciata, lo stesso errore di chi negli anni Trenta identificava ogni ebreo con un complotto immaginario. Sono proprio le voci ebraiche più lucide — da Judith Butler a Norman Finkelstein, da Gideon Levy ai veterani di Breaking the Silence — a denunciare questa strumentalizzazione.

Il governo Meloni e la vergogna della complicità

In tutto questo, il governo italiano recita la parte che gli è stata assegnata dal copione atlantico: quella del servo zelante. Giorgia Meloni, che non perde occasione per ergersi a paladina dell’Occidente cristiano, non ha trovato una sola parola di condanna per i bombardamenti su Beirut. Antonio Tajani, ministro degli Esteri di un Paese che ospita militari italiani in Libano nell’ambito della missione UNIFIL, non ha pronunciato una sola sillaba di protesta quando quei militari sono stati presi di mira «per errore» dall’esercito israeliano. Guido Crosetto, il ministro della Difesa, continua a finanziare l’industria bellica e a stringere accordi di cooperazione militare con Tel Aviv come se nulla fosse.

La verità è che l’Italia, all’interno della NATO, ha rinunciato da tempo a qualsiasi autonomia di giudizio. Il trattato del 1954 sulle basi americane, mai messo in discussione, fa del nostro Paese una portaerei al servizio di una potenza imperiale in declino. I cieli italiani sono attraversati ogni giorno da aerei militari diretti verso il Mediterraneo orientale, e il Parlamento non ha né la forza né la volontà di chiedere conto di nulla. La Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come strumento di offesa: ma chi se ne ricorda più, in un Paese dove le opposizioni ufficiali si distinguono dalla maggioranza solo per sfumature lessicali?

La voce di Sánchez e il silenzio degli altri

In mezzo a questo deserto morale, una voce si è levata con la chiarezza che ci si aspetterebbe da tutti i leader europei e che invece arriva soltanto da Madrid. Pedro Sánchez ha detto ciò che a Roma, Berlino e Parigi nessuno osa pronunciare: il cessate il fuoco è sempre una buona notizia, ma il sollievo momentaneo non può farci dimenticare il caos, la distruzione, le vite spezzate. Il governo spagnolo, ha aggiunto, non applaudirà chi incendia il mondo per poi presentarsi con un secchio d’acqua in mano. Parole semplici, eppure rivoluzionarie nel grigiore del conformismo atlantico, perché smascherano in una riga il teatrino cinico di chi provoca le crisi e poi pretende anche la medaglia del pacificatore.

Sánchez non si è fermato lì. Ha chiesto che il Libano venga incluso nel cessate il fuoco, che la comunità internazionale condanni senza ambiguità la nuova violazione del diritto internazionale, che l’Unione Europea sospenda l’Accordo di associazione con Israele, che non vi sia alcuna impunità per i crimini commessi. È il minimo sindacale di qualsiasi politica estera coerente con i trattati su cui l’Europa si è formalmente costruita. Eppure, per averlo detto, il premier spagnolo è stato trattato come un eretico, isolato nei vertici europei, bersagliato dai commentatori di professione che in nome dell’atlantismo hanno trasformato il servilismo in virtù. Ce ne fossero, di Sánchez, nei palazzi che contano: invece abbiamo Meloni, abbiamo Orbán, abbiamo una classe dirigente continentale che confonde la fedeltà con la genuflessione. Ora — lo ha detto con parole che meritano di essere ripetute fino alla nausea — servono diplomazia, diritto internazionale e pace. Tutte cose che non vedremo mai, finché resteremo in balia di banditi come Trump e Netanyahu, e finché avremo un’Europa così moscia ed esangue.

L’Europa che non c’è

Bruxelles, dal canto suo, è la cartolina perfetta dell’irrilevanza. Ursula von der Leyen continua a parlare di «valori europei» mentre l’Unione finanzia, arma e copre politicamente uno Stato sotto inchiesta della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. L’unico governo europeo che ha avuto il coraggio di rompere il fronte è stato quello spagnolo di Pedro Sánchez, prontamente isolato e demonizzato dai grandi media continentali. Tutti gli altri — Berlino, Parigi, Roma, l’Aja — si sono allineati al silenzio, perché rompere quel silenzio significherebbe ammettere la verità: l’Europa non esiste come soggetto politico, esiste solo come appendice subordinata della strategia americana.

Eppure le condizioni materiali per una svolta ci sarebbero. La guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia, la chiusura dei gasdotti, il caro energia, l’inflazione importata: tutti effetti collaterali di una politica estera dettata da Washington e pagata dai cittadini europei. Ogni famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, ogni piccola impresa che chiude, ogni lavoratore licenziato perché la sua azienda non regge i costi dell’energia: sono tutti tributi versati a un’alleanza che produce solo dipendenza e povertà. Eppure nessuno, nelle stanze del potere, osa chiedere il conto.

Cuba, l’Iran e il rovesciamento delle sanzioni

C’è un dettaglio che rivela meglio di mille analisi la natura grottesca dell’ordine mondiale attuale. Mentre Israele bombarda ospedali, scuole, ponti, centrali elettriche e atomiche — gli stessi obiettivi che i tribunali internazionali hanno classificato come crimini di guerra quando colpiti da chiunque altro — Cuba viene inserita ancora una volta nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Cuba, che invia medici in tutto il mondo, che ha sviluppato vaccini distribuiti gratuitamente ai Paesi più poveri, che resiste da oltre sessant’anni a un embargo unilaterale dichiarato illegale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con voto pressoché unanime ogni anno.

Le sanzioni che da decenni soffocano l’economia cubana andrebbero applicate, alla lettera, allo Stato di Israele. È una richiesta minima, elementare, che qualsiasi sistema internazionale degno di questo nome accoglierebbe senza esitazione. Invece, mentre l’Avana viene punita per aver scelto la propria sovranità, Tel Aviv riceve armamenti, fondi europei per la ricerca, accordi commerciali preferenziali e copertura diplomatica totale. È in questo doppio standard che si manifesta la vera natura dell’ordine globale: non un sistema di regole, ma un gioco di potere in cui le regole si applicano solo ai deboli.

Cosa significa, oggi, schierarsi

Sabato 11 aprile, davanti al Colosseo, una piazza tornerà a riempirsi. Si manifesterà per Cuba, contro il bloqueo, contro l’ingerenza americana nei Caraibi. Ma quella piazza sarà anche, inevitabilmente, una piazza per la Palestina, per il Libano, per l’Iran, per ogni popolo che oggi paga con il sangue il diritto di non piegarsi. Sarà una piazza che dovrà essere larga, plurale, capace di tenere insieme istanze diverse sotto un unico denominatore: il rifiuto dell’imperialismo e della guerra come strumenti di governo del mondo.

Schierarsi, oggi, significa accettare che non esiste neutralità possibile. Chi tace di fronte ai bombardamenti su Beirut è complice. Chi continua a vendere armi a Israele è complice. Chi finanzia con i propri voti partiti che hanno trasformato l’atlantismo in una religione di Stato è complice. La pace non si costruisce con i comunicati stampa né con le veglie a lume di candela: si costruisce rompendo i trattati che ci legano ai criminali, sospendendo gli accordi commerciali con chi pratica l’apartheid, processando chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ogni altra strada è anestesia.

Una presa di posizione, non una preghiera

L’Europa ha davanti a sé una scelta che non potrà più rinviare a lungo. O trova il coraggio di pronunciare quelle parole che da troppo tempo le si bloccano in gola — «caro Trump, hai stufato; caro Netanyahu, sei un criminale e ti tratteremo come tale» — oppure scivolerà definitivamente nell’irrilevanza storica, trascinandosi dietro i suoi cittadini, le sue democrazie svuotate, i suoi welfare smantellati, le sue costituzioni ridotte a carta straccia. Non ci sarà una terza via. Non ci sarà una mediazione possibile tra il diritto internazionale e il suo schiacciamento sistematico.

Quanto a noi, a chi scrive e a chi legge, a chi scende in piazza e a chi organizza dal basso una resistenza paziente, il compito è chiaro. Continuare a nominare le cose con il loro nome. Continuare a chiamare genocidio il genocidio, terrorismo il terrorismo di Stato, complicità la complicità. Continuare a ricordare che la storia non assolve i tiepidi, e che il silenzio davanti all’ingiustizia è esso stesso una forma di violenza. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere: e questo dovere, oggi, ha un nome preciso. Si chiama Palestina. Si chiama Libano. Si chiama umanità.

Fonti

— Corte Penale Internazionale, mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu, novembre 2024.

— Amnesty International, «Israel’s apartheid against Palestinians», rapporto 2022.

— B’Tselem, «A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea», 2021.

— Ilan Pappé, «La pulizia etnica della Palestina», Fazi Editore.

— Norman Finkelstein, «L’industria dell’Olocausto», Rizzoli.

— Serge July, editoriali su Libération, giugno 2025 – aprile 2026.

— Assemblea Generale ONU, risoluzioni annuali contro il bloqueo statunitense a Cuba.

— Breaking the Silence, testimonianze dei veterani dell’IDF, archivio online.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

CC BY-NC-SA 4.0  —  Mario Sommella

La Knesset approva la pena di morte per i palestinesi

Una legge razzista che sancisce il suprematismo sionista e sfida il diritto internazionale

Il voto della vergogna

Il 30 marzo 2026 sarà ricordato come il giorno in cui lo Stato di Israele ha legalizzato la pena capitale su base etnica. La Knesset, dopo quasi dodici ore di dibattito, ha approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari la legge che introduce la condanna a morte per gli autori di atti classificati come terrorismo. Il premier Benjamin Netanyahu si è presentato personalmente in aula per votare a favore, mostrando in modo inequivocabile il sigillo del governo su un provvedimento voluto e imposto dall’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e dal suo partito Otzma Yehudit.
Ben-Gvir, che nei giorni precedenti al voto aveva ostentato una spilla a forma di cappio sulla giacca con una teatralità che rievoca le pagine più fosche della storia, ha definito l’approvazione “un giorno di giustizia per le vittime e di deterrenza per i nostri nemici”. Parole che tradiscono non la ricerca della giustizia, ma l’esibizione trionfale del potere di uno Stato che si arroga il diritto di uccidere in modo selettivo i figli di un popolo sottomesso.
Anatomia di una legge etnica

Analizziamo la formulazione del testo approvato, perché è nella sua architettura giuridica che si rivela il carattere suprematista della norma. La legge prevede la pena di morte per “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Questa definizione, apparentemente neutra, è stata progettata con chirurgica precisione per colpire esclusivamente i palestinesi.
In primo luogo, nei territori occupati della Cisgiordania, la pena di morte diventa la sanzione predefinita nei tribunali militari per chiunque sia condannato per omicidio a sfondo terroristico. Questi tribunali hanno giurisdizione esclusivamente sui palestinesi: ai coloni israeliani che vivono nello stesso territorio si applica il diritto civile israeliano. Come ha rilevato l’organizzazione per i diritti umani Adalah, il sistema crea un doppio binario giudiziario in cui soltanto una componente etnica è soggetta alla pena capitale.
In secondo luogo, la clausola che consente l’applicazione della pena di morte anche in territorio israeliano richiede che l’atto sia motivato dall’intento di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Tale elemento soggettivo rende virtualmente impossibile l’applicazione della norma a terroristi ebrei di matrice nazionalista, come riconosciuto dalla stessa stampa israeliana. Haaretz ha esplicitamente titolato che la legge “impone la pena di morte per i palestinesi e la prigione per gli israeliani”.
Ulteriori elementi aggravano il quadro: il tribunale può imporre la condanna a morte anche senza richiesta della pubblica accusa; non è necessaria l’unanimità dei giudici, ma basta una maggioranza semplice; l’esecuzione — per impiccagione — deve avvenire entro novanta giorni dalla sentenza, senza possibilità di grazia o clemenza. Un apparato punitivo che cancella ogni garanzia processuale riconosciuta dal diritto internazionale.
Un sistema di apartheid codificato nella legge

Per comprendere appieno la gravità di questa legge è necessario collocarla nel contesto strutturale del regime israeliano di occupazione. Dal 1967, i palestinesi della Cisgiordania sono sottoposti alla legge militare israeliana, mentre i coloni ebrei insediati negli stessi territori godono della piena protezione del diritto civile. Questo sistema duale, già definito apartheid dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 2024, trova nella legge sulla pena di morte la sua espressione più estrema e letale.
Amnesty International ha qualificato la legge come “un’ulteriore manifestazione della discriminazione istituzionalizzata contro i palestinesi, pilastro fondamentale del sistema di apartheid israeliano”. La direttrice Erika Guevara Rosas ha dichiarato che con questa legislazione il governo israeliano si è concesso carta bianca per imporre condanne a morte ai palestinesi, nel contesto di un incremento drammatico delle uccisioni extragiudiziarie e delle morti in custodia dal 2023 in poi.
B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ha osservato che Israele uccide già sistematicamente i palestinesi nelle strutture di detenzione e sul campo, con la forza letale impiegata da militari e coloni in assenza quasi totale di responsabilità giuridica. La nuova legge non fa che aggiungere uno strumento di morte in più a questo arsenale già consolidato.
I numeri parlano con bruciante chiarezza: oltre novemiliatrecento palestinesi, tra cui trecentocinquanta minori e sessantasei donne, sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023, almeno cento prigionieri palestinesi sono morti in custodia, alcuni dei quali per torture documentate. I tribunali militari che dovranno applicare la pena capitale operano con un tasso di condanna del 99,7 per cento: una parodia di giustizia nella quale la sentenza di morte è, di fatto, già scritta prima dell’inizio del processo.
Le opposizioni interne e le voci di dissenso

Va riconosciuto che non tutto Israele si è allineato a questa barbarie legislativa. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha immediatamente presentato ricorso alla Corte Suprema chiedendo l’annullamento della legge. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha denunciato il provvedimento come una “distorta operazione di pubbliche relazioni che sfrutta cinicamente il dolore e la rabbia dei cittadini israeliani per tornaconto politico”. Anche il partito di Benny Gantz ha votato contro.
I vertici militari hanno espresso ripetutamente la propria contrarietà, avvertendo che la legge viola i trattati internazionali di cui Israele è firmatario e potrebbe esporre i comandanti dell’esercito a mandati di arresto all’estero e procedimenti davanti ai tribunali internazionali. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale ha parimenti manifestato la sua opposizione. Anche la rappresentante del Ministero della Giustizia ha definito l’applicazione della pena di morte in Cisgiordania attraverso legislazione civile “molto problematica”.
Queste voci interne dimostrano che la legge non risponde ad alcuna esigenza di sicurezza, ma è il prodotto dell’estremismo ideologico dell’ala più radicale del sionismo religioso, incarnato da Ben-Gvir e dai suoi alleati, che ha piegato l’intero sistema politico israeliano alla logica della supremazia etnica.
Le reazioni internazionali: troppo poco, troppo tardi

Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione” per il carattere “di fatto discriminatorio” della legge, avvertendo che la sua adozione rischia di compromettere gli impegni di Israele rispetto ai principi democratici. Il Consiglio d’Europa ha lanciato un appello al governo israeliano. L’Unione Europea, attraverso il proprio servizio diplomatico, ha ricordato la propria opposizione alla pena capitale “in tutti i casi e in tutte le circostanze”, definendo la legge un grave passo indietro.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, già dal gennaio 2026 aveva sollecitato il ritiro del disegno di legge, qualificandolo come discriminatorio e in violazione del diritto internazionale umanitario. Una dozzina di esperti ONU aveva denunciato la rimozione della discrezionalità giudiziaria e dell’obbligo di considerare le circostanze individuali nella comminazione della pena: un’aberrazione che contrasta con ogni ordinamento giuridico democratico.
Eppure, queste condanne rimangono parole. Dichiarazioni solenni prive di conseguenze. Mentre si esprime “preoccupazione”, non si revocano gli accordi commerciali, non si sospendono le forniture di armi, non si impongono sanzioni. Il divario tra la retorica dei diritti umani e l’azione politica concreta è l’ossigeno che alimenta l’impunità israeliana.
Israele ha abolito il proprio precedente morale

Israele ha abolito la pena di morte per i reati comuni nel 1954 e non ha eseguito alcuna condanna capitale dal 1962, quando fu impiccato Adolf Eichmann per crimini contro l’umanità. Per oltre sessant’anni, questa moratoria de facto ha costituito un precedente morale che lo Stato di Israele poteva esibire come prova della propria adesione ai valori democratici.
Oggi, quella pagina è stata strappata. Non per rispondere a un’emergenza di sicurezza — gli stessi vertici militari e di intelligence si sono opposti alla legge — ma per soddisfare l’agenda politica di un estremista condannato in passato per istigazione al razzismo e per sostenere una coalizione che ha fatto del suprematismo etnico il proprio fondamento programmatico. Come ha osservato il deputato Gilad Kariv, si tratta di “una legge estrema che non esiste in nessun paese democratico al mondo, con gravi difetti morali e un pericoloso controsenso sul piano della sicurezza”.
Un appello alla comunità internazionale

Di fronte a questa legge, il silenzio equivale alla complicità. Non basta esprimere rammarico o preoccupazione. Chiediamo a tutti i paesi liberi dell’Occidente e del mondo intero di agire con la stessa fermezza che hanno mostrato in altri contesti quando i diritti fondamentali sono stati calpestati.
Chiediamo che vengano imposte sanzioni economiche e diplomatiche allo Stato di Israele finché questa legge razzista non sarà abrogata. Chiediamo la sospensione immediata di ogni fornitura di armamenti a un regime che ha codificato nella propria legislazione il principio della discriminazione etnica nella somministrazione della morte. Chiediamo il riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di tutti i paesi che ancora non lo hanno fatto. Chiediamo che la Corte Penale Internazionale acceleri le proprie indagini e che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assuma provvedimenti vincolanti.
La comunità internazionale non può continuare a tollerare che uno Stato membro delle Nazioni Unite legiferi per uccidere selettivamente i membri di una specifica comunità etnica attraverso un sistema giudiziario costruito appositamente per escludere ogni garanzia processuale. Questo non è antiterrorismo: è terrorismo di Stato elevato a norma giuridica.
Il cappio come simbolo

La spilla a forma di cappio che Itamar Ben-Gvir ha esibito sul bavero della giacca non è un accessorio: è un programma politico. È il simbolo di un potere che non si accontenta più dell’occupazione, della colonizzazione, della detenzione arbitraria e dell’uccisione impunita. Ora pretende di uccidere anche per legge, e di farlo con la selettività che distingue l’apartheid dalla giustizia.
Questa legge non renderà Israele più sicuro: i suoi stessi apparati di sicurezza lo hanno detto con chiarezza. Non porterà giustizia alle vittime del terrorismo: la giustizia non si ottiene attraverso l’omicidio di Stato su base etnica. Questa legge servirà soltanto a confermare ciò che il mondo intero è ormai chiamato a riconoscere: lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, ha abbandonato ogni pretesa democratica e ha scelto la strada dell’apartheid istituzionalizzato.
Sta a noi — cittadini, attivisti, giornalisti, legislatori, governi — decidere se voltarci dall’altra parte o se rispondere a questa sfida con la fermezza che la storia e la coscienza ci impongono.

Libano in fiamme, Medio Oriente sull’orlo del baratro

Il Libano brucia di nuovo. Non è una metafora, non è una figura retorica: è la descrizione letterale di ciò che accade dal 2 marzo 2026, quando l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto saltare l’ultimo fragile equilibrio regionale, trascinando Beirut, il Libano meridionale e la valle della Bekaa in un nuovo inferno. Un inferno che si aggiunge a quello già vissuto nell’autunno del 2024, che si aggiunge a decenni di guerre, occupazioni, distruzioni. Un Paese già a pezzi che viene fatto a pezzi ancora.

Il detonatore: l’operazione Ruggito del Leone

Tutto — o quasi — ha un inizio. In questo caso, l’inizio ha un nome preciso: Operazione Ruggito del Leone, l’attacco congiunto lanciato da Washington e Tel Aviv contro l’Iran il 28 febbraio 2026. In sette giorni di guerra, oltre 600 obiettivi colpiti sul territorio iraniano, 250 bombe sganciate su Teheran in una sola giornata. Morti che si contano a centinaia: la Mezzaluna Rossa iraniana ha certificato 787 vittime nei primi tre giorni.

L’azione ha un movente che Washington non ha mai nascosto: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, disarticolare la Guida suprema Ali Khamenei e la struttura di potere che gli ruotava attorno. Khamenei è stato ucciso. E la sua morte ha scatenato ciò che molti analisti temevano: la reazione dell’asse della resistenza, con Hezbollah in prima linea.

Il 2 marzo, per la prima volta dal cessate il fuoco del novembre 2024, Hezbollah ha lanciato missili contro Israele. La vendetta, hanno dichiarato i miliziani, era per la morte della Guida suprema e per le “ripetute aggressioni israeliane”. Israele ha risposto con una campagna di bombardamenti massicci. Il Libano, di nuovo, paga il prezzo più alto.

Dahiyeh: un quartiere cancellato

Dahiyeh, in arabo, significa semplicemente periferia. Per i 700.000 abitanti che vi risiedono, significa casa. Per Israele, significa il cuore politico e militare di Hezbollah, e quindi un bersaglio. Ma la strategia adottata in questa nuova fase del conflitto è radicalmente diversa da quella del 2024: l’esercito israeliano non indica più i singoli edifici da colpire. Emette ordini di evacuazione per interi quartieri, intere città, interi villaggi.

Cinquantacinque diverse località hanno ricevuto in pochi giorni ingiunzioni di sgombero immediato. Le strade si sono trasformate in un fiume di auto, motorini, carretti carichi di bambini e masserizie. Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut, è stato abbandonato in pochi minuti, con la gente che fuggiva a piedi sui detriti lasciati dai bombardamenti precedenti. L’esercito israeliano ha poi colpito il quartier generale di Hezbollah e oltre dieci edifici alti nella capitale.

Al 6 marzo il bilancio degli attacchi israeliani sul Libano dall’inizio della nuova campagna ammontava a 217 morti e 798 feriti. Numeri destinati a crescere, mentre i raid continuano.

La guerra sul terreno: imboscate, operazioni speciali, un paese che resiste

Ma la guerra non è solo ciò che si vede dall’alto, dal punto di vista degli aerei da guerra e dei comunicati militari. Sul terreno, la realtà è più caotica, più sanguinosa, più complessa.

Nella zona di Khiam, nel Libano meridionale, unità di Hezbollah hanno teso un’imboscata a soldati israeliani, colpendo un carro armato Merkava con un missile anticarro Kornet 9M133. L’arma scelta non è un dettaglio: il Kornet è tra i più efficaci sistemi anticarro in uso nelle guerriglie mediorientali, capace di perforare i blindaggi più moderni. La sua presenza sui campi di battaglia libanesi racconta di catene di approvvigionamento che nessuna campagna militare ha davvero interrotto.

Nella valle della Bekaa, reparti di paracadutisti israeliani hanno tentato un’incursione notturna nell’area di Nabi Sheet, con elicotteri entrati nello spazio aereo libanese dal lato siriano. L’operazione, secondo diverse fonti locali, sarebbe finita in uno scontro prolungato con le unità speciali Radwan. Il governo israeliano ha anche approvato un’avanzata di terra nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare una “zona cuscinetto permanente” a protezione del confine. Una formula diplomatica che nasconde una realtà più prosaica: l’occupazione di fatto di un territorio straniero.

Non vanno dimenticate le truppe UNIFIL: missili hanno colpito la base delle truppe di peacekeeping ghanesi nel sud del Libano, ferendo gravemente due soldati. Un altro tassello dell’escalation che coinvolge anche i caschi blu — e con loro l’Italia, che contribuisce significativamente alla missione.

La dimensione regionale: dallo Stretto di Hormuz a Cipro

Il conflitto libanese non è una guerra a sé. È un frammento di un incendio molto più vasto che rischia di consumare l’intera regione.

L’Iran ha risposto all’operazione Ruggito del Leone con ondate di missili e droni lanciati non solo contro Israele, ma contro le basi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahréin: tutti hanno subito attacchi. L’ambasciata americana a Riad è stata colpita. L’aeroporto di Paphos a Cipro è stato messo in allerta dopo che un drone, partito dal Libano e attribuito a Hezbollah, ha colpito una base britannica sull’isola. Il Qatar ha abbattuto due bombardieri iraniani Su-24.

Le Guardie della Rivoluzione hanno dichiarato il controllo totale dello Stretto di Hormuz, minacciando chiunque voglia attraversarlo. Il ministro dell’energia del Qatar ha avvertito che le spedizioni di energia dalla regione potrebbero interrompersi nel giro di poche settimane. Il prezzo del petrolio Brent è già salito del 15% dall’inizio del conflitto. Ogni petroliera che attraversa il Golfo è ora un atto politico, una scommessa sulla sopravvivenza.

La guerra tocca anche l’Europa in modo concreto: centinaia di migliaia di passeggeri sono rimasti bloccati in tutto il mondo a causa della chiusura dello spazio aereo di diversi Paesi mediorientali.

Il Libano che non ne può più

Dietro i bollettini militari, c’è un Paese esausto. “I libanesi si sono svegliati in uno stato di shock, stanchezza, sgomento e rabbia”, ha dichiarato Vincent Gelot dell’Œuvre d’Orient, impegnato a Beirut nel sostegno alle comunità colpite. È una frase che vale più di molti comunicati diplomatici.

Da sei anni il Libano accumula crisi su crisi: l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, il crollo economico, l’inflazione devastante, la guerra del 2024, e ora questo. Oltre un milione di persone erano già state sfollate nel conflitto precedente. Adesso il ciclo ricomincia: ordini di evacuazione per 50 villaggi nel Libano meridionale, strade intasate, scuole chiuse, ospedali sotto pressione.

C’è anche una frattura interna: parte della popolazione libanese è apertamente ostile ad Hezbollah, che avrebbe — secondo il presidente Joseph Aoun — violato le misure adottate dallo Stato per mantenere il Paese fuori dai “pericolosi scontri militari in corso nella regione”. Lo stesso governo libanese ha fatto una mossa senza precedenti nella sua storia: vietare formalmente ogni attività militare di Hezbollah. Una decisione che arriva troppo tardi per evitare la guerra, ma che misura la profondità della crisi politica interna.

La posta in gioco: gas, confini e geopolitica

Non esiste conflitto senza interessi materiali. Anche questa guerra ha i suoi.

L’avanzata israeliana nel Libano meridionale punta, tra le altre cose, al controllo di una striscia costiera cruciale per le trivellazioni offshore di gas naturale. Nel 2022 la mediazione americana aveva prodotto un accordo storico sui confini marittimi tra Libano e Israele, aprendo la strada allo sfruttamento dei giacimenti. Oggi quell’accordo è lettera morta. Netanyahu sta costruendo i confini con le bombe, non con i trattati.

Sul piano più ampio, la morte di Khamenei ha aperto una crisi di successione in Iran che nessuno sa come si risolverà. L’Assemblea degli esperti — l’organismo che dovrà scegliere la nuova Guida suprema — è riunita in condizioni di guerra, con Teheran sotto i bombardamenti. Il ministro israeliano della Difesa Katz ha dichiarato che chiunque venga nominato sarà “un bersaglio inequivocabile”. Non si tratta di deterrenza: è la dichiarazione aperta di una politica di decapitazione sistematica dello Stato iraniano.

La risposta italiana: la prudenza del governo, l’ipocrisia dell’Occidente

In Italia il governo Meloni si muove con la consueta ambiguità. Il ministro degli Esteri Tajani parla di “situazione molto preoccupante”, annuncia la riduzione al minimo della presenza diplomatica a Teheran, afferma che “le soluzioni non sono mai quelle di risolvere con la guerra” — dimenticando che il Paese di cui è esponente ha votato a favore dell’adesione piena all’alleanza atlantica che questa guerra la conduce.

Le opposizioni hanno usato toni più netti: Schlein (Pd), Bonelli e Fratoianni (Avs) parlano di azione “al di fuori del diritto internazionale”, richiamano l’articolo 11 della Costituzione. Sono parole giuste, dette però da chi non ha ancora costruito una proposta politica alternativa credibile alla subalternità atlantica che attraversa trasversalmente il sistema politico italiano.

L’Europa, nel frattempo, si divide: la Spagna di Sanchez denuncia una guerra “fuori dalla legalità internazionale”, la Gran Bretagna ha concesso agli Stati Uniti l’uso delle sue basi. Il Consiglio Europeo convoca vertici d’urgenza. La diplomazia continentale insegue gli eventi invece di guidarli.

La guerra che non finisce mai

C’è qualcosa di profondamente osceno nel modo in cui il Libano torna ciclicamente a bruciare mentre il mondo osserva. Un Paese che non ha mai avuto pace viene distrutto ancora, con la stessa logica del 1982, del 2006, del 2024 e oggi del 2026. Le bombe cambiano di precisione, le giustificazioni cambiano di accento, ma la sostanza rimane: un popolo viene punito per il fatto di esistere in un territorio strategico, sospeso tra interessi che non lo riguardano e potenze che non lo rispettano.

L’UNIFIL — una missione che si concluderà nei prossimi mesi dopo quasi cinquant’anni, smantellata sotto le pressioni americane e israeliane — era l’ultimo presidio simbolico di una legalità internazionale ormai svuotata di senso. La sua assenza lascia il confine libanese-israeliano a quello che è sempre stato, in fondo: una linea di fuoco regolata dai rapporti di forza.

Intanto a Beirut le scuole restano chiuse, le strade vuote, gli sfollati arrivano in massa. Le comunità religiose si preparano ad accoglierli. I medici operano senza sosta. I civili trovano rifugio dove possono. Sono loro, come sempre, a portare il peso di una guerra che non hanno scelto.

Nel lessico diplomatico si chiama teatro di operazioni. Nella vita reale si chiama semplicemente distruzione.

IL RUGGITO DEL LEONE SUI CIELI DI TEHERAN

Washington e Tel Aviv scatenano la guerra: l’imperialismo colpisce ancora l’Iran

Si chiamava “diplomazia”. Si chiamava “negoziato di buona fede”. Si chiamava “ultima possibilità”. Fino a quarantotto ore fa, a Ginevra, le delegazioni di Washington e Teheran erano ancora sedute attorno a un tavolo per discutere del programma nucleare iraniano. Oggi, 28 febbraio 2026, quei tavoli sono stati rovesciati. Al loro posto, le bombe. L’Operazione “Ruggito del Leone” — denominata “Epic Fury” dal Pentagono — è esplosa all’alba, via aria e via mare, trasformando i cieli della Repubblica Islamica in un teatro di fuoco e macerie.

Il Medio Oriente non ha mai conosciuto, nella sua storia recente, un’aggressione di questa portata: un attacco congiunto, pianificato per mesi negli stati maggiori di Tel Aviv e Washington, contro uno Stato sovrano che, malgrado tutto, aveva scelto la via del confronto diplomatico. La “pace” di Trump si è rivelata, ancora una volta, la foglia di fico di una guerra già scritta.

L’alba dell’aggressione: fuoco su Teheran e le altre città

Nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, esplosioni hanno squarciato i cieli di Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Colonne di fumo nero si sono levate nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei — assente dalla capitale, trasferito in un luogo sicuro e non rintracciabile — e del palazzo presidenziale. Missili hanno colpito la base aerea di Mehrabad, la sede del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, il palazzo della Corte Suprema e l’area di Qom. Almeno trenta esplosioni registrate in quattro città in quella che fonti israeliane definiscono, con algida eufemistica precisione, un’operazione “altamente selettiva” che avrebbe mirato ai “vertici politici, militari e religiosi del Paese”. Decine i morti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse alcune figure chiave del comando.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto Israele”, presentando l’aggressione come un “attacco preventivo per rimuovere le minacce nei confronti dello Stato”. Donald Trump, dal suo social Truth, ha scandito con toni da crociata: “L’Iran non avrà mai il nucleare. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo le strutture di produzione di armamenti. Abbiamo cercato di fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alle loro ambizioni nucleari.” Poi, rivolgendosi ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un ultimatum da imperatore romano, non da presidente di una democrazia che si proclama difensore della libertà dei popoli.

Netanyahu, in un videomessaggio alla nazione, ha evocato la “minaccia esistenziale” rappresentata dal regime di Teheran e ha invitato i popoli dell’Iran — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — a “liberarsi dal giogo della tirannia”. Il copione è quello già collaudato, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Siria: si bombarda un Paese e si dice di farlo per liberarne il popolo.

Una guerra pianificata, non improvvisata

Non si tratta di una reazione d’impulso. L’Operazione “Ruggito del Leone” è il risultato di mesi di coordinamento tra i comandi militari israeliani e americani. La data dei raid era stata stabilita settimane prima che i diplomatici si sedessero a Ginevra. Mentre le delegazioni negoziavano, i generali tracciavano gli obiettivi sulle mappe. Gli Stati Uniti avevano già radunato nella regione una vasta flotta di aerei da combattimento e navi da guerra, ufficialmente per “fare pressione” su Teheran affinché raggiungesse un accordo sul suo programma nucleare. Era, nei fatti, la preparazione logistica dell’attacco.

Secondo il New York Times, che cita funzionari americani, l’operazione di oggi è “molto più estesa” rispetto ai raid del giugno scorso contro i siti nucleari: stavolta nel mirino c’è l’intero apparato di potere iraniano, compresa l’eliminazione fisica dei circa 2.000 missili balistici che Teheran avrebbe dislocato in tutto il territorio nazionale. L’operazione durerà “diversi giorni, e anche di più, se necessario”, hanno confermato fonti israeliane alla CNN.

La risposta di Teheran: il fuoco si allarga al Golfo

L’Iran non è rimasto in silenzio. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato “la prima estesa ondata di attacchi con missili e droni” contro Israele. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e nell’area di Haifa, nel nord del Paese. La risposta iraniana ha però aperto un secondo fronte: le basi militari americane disseminate nel Golfo Persico sono diventate bersagli diretti. Missili dei Pasdaran hanno preso di mira la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, le installazioni americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Qatar ed Emirati avrebbero per il momento respinto gli attacchi con missili intercettori, mentre la situazione in Kuwait rimane incerta.

In Iraq, un raid ha colpito la base di Jurf al-Sakher, nel sud del Paese, dove operano le milizie di Kataeb Hezbollah: almeno due morti secondo fonti delle Forze di mobilitazione popolare. Gli Houthi dello Yemen, fedeli all’asse di Teheran, hanno intanto annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso, riaprendo la crisi delle rotte marittime internazionali.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato che gli attacchi hanno violato “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese, comprese le infrastrutture difensive e le località non militari in varie città”. Teheran definisce l’operazione “una chiara violazione della pace e della sicurezza internazionali”, invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa e avverte: la risposta “sarà schiacciante”.

I negoziati come operazione di copertura

La dimensione più ipocrita di quanto accade risiede nel cinismo con cui la diplomazia è stata usata come schermo. Israele aveva insistito che qualsiasi accordo con l’Iran dovesse includere non solo la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, ma lo smantellamento totale dell’intera infrastruttura nucleare, nonché restrizioni al programma missilistico. L’Iran aveva dichiarato disponibilità a limitare il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma aveva nettamente escluso di collegare alla questione i propri missili — strumento di deterrenza considerato irrinunciabile per la propria sovranità. Quando il confronto diplomatico non produce la resa totale, la risposta di Washington e Tel Aviv è sempre la stessa: le bombe.

Dmitry Medvedev, con la franchezza amara di chi osserva da Mosca, ha scritto su Telegram: “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano un’operazione di copertura, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico.” E ha aggiunto, evocando la profondità abissale del confronto storico: “Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni.” Una prospettiva che, al netto delle evidenti contraddizioni della posizione russa, coglie una verità strutturale.

Radici profonde: quarantasette anni di guerra non dichiarata

Quello che accade oggi non è comprensibile senza conoscere la storia dei decenni precedenti. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi che tenne gli Usa in scacco per 444 giorni, il rapporto tra Washington, Tel Aviv e Teheran è stato una guerra non dichiarata, combattuta con spie, virus informatici, scienziati assassinati e sanzioni economiche devastanti.

Il virus Stuxnet, creato congiuntamente da Usa e Israele, sabotò le centrifughe di Natanz nel 2010. Nel novembre 2020, lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh fu assassinato con una mitragliatrice telecomandata da remoto: omicidio mirato di Stato, attribuito al Mossad. Il JCPOA del 2015, l’accordo nucleare multilaterale che aveva aperto uno spiraglio di normalizzazione, fu fatto a pezzi nel 2018 dal primo Trump con un ritiro unilaterale che non aveva alcuna giustificazione tecnica nei comportamenti iraniani. Da allora, la spirale di provocazioni e rappresaglie si è avvitata inesorabilmente verso il precipizio odierno: il consolato di Damasco colpito nell’aprile 2024, la morte di Haniyeh a Teheran nel luglio successivo, quella di Nasrallah a settembre, il primo attacco diretto iraniano su Israele nell’ottobre 2024, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — e infine il cessate il fuoco, fragile e violato quasi immediatamente, che non era che una tregua armata in attesa del round successivo. Quel round è oggi.

L’Italia vassalla: informata a cose fatte

Roma ha convocato riunioni d’emergenza. Giorgia Meloni ha presieduto una cellula di crisi con il ministro degli Esteri Tajani, il vicepremier Salvini e il ministro della Difesa Crosetto, oltre ai vertici dell’Intelligence. Il risultato? Tajani ha annunciato di essere “pronto all’evacuazione degli italiani” rimasti in Iran — perlopiù connazionali sposati con cittadini iraniani, dopo che turisti e lavoratori avevano già lasciato il Paese su invito del governo nelle settimane precedenti. Salvini, raggiunto dai giornalisti a un gazebo della Lega a Milano, ha ammesso senza imbarazzo: “A quanto mi risulta siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.”

L’Italia, Paese membro della NATO e alleato strategico degli Stati Uniti, non è stata nemmeno consultata prima che si scatenasse una guerra capace di incendiare l’intera regione. A Roma, nel frattempo, è stata innalzata sin dalle prime ore del mattino l’attenzione su obiettivi sensibili: sedi di ambasciate e il Ghetto ebraico, nel timore di ritorsioni o attentati. Palazzo Chigi ha prodotto una nota di “vicinanza alla popolazione civile iraniana”. Un atto di pietas verbale, mentre le bombe cadono.

Verso l’incendio globale

Il Medio Oriente brucia. Dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — conclusasi con un cessate il fuoco che Trump aveva proclamato “pienamente concordato” e che Netanyahu aveva celebrato come il raggiungimento di “tutti gli obiettivi”, ma che si era già incrinato nel giro di un’ora dal suo annuncio — la tregua non era altro che una pausa per ricaricare le armi e ridisegnare i piani di attacco. Oggi l’Operazione “Ruggito del Leone” non è un raid chirurgico: è un’offensiva totale contro uno Stato sovrano, con un fronte che si estende dal Mar Rosso al Golfo Persico, da Baghdad a Gerusalemme, dal Libano fino alle rotte commerciali dell’Indo-Pacifico.

Il figlio dello scà Reza Pahlavi ha salutato gli attacchi dichiarando che “la vittoria finale è vicina”. È la cifra ideologica dell’operazione: non solo la distruzione del programma nucleare iraniano, ma il tentativo di determinare un cambio di regime, di rovesciare dall’esterno e con la forza militare un governo che, per quanto autoritario e repressivo, è l’espressione di una sovranità nazionale che nessun bombardiere ha il diritto di cancellare.

Il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza: tutto tace o è paralizzato. Il mondo guarda. E mentre i missili solcano i cieli di Teheran e le sirene suonano a Gerusalemme, la Grande Guerra del Medio Oriente — quella che molti avevano temuto e che troppi avevano contribuito a preparare con decenni di sopraffazioni, sanzioni collettive, assassinii di Stato e doppi standard — sembra aver trovato il suo atto inaugurale.

Ma la storia — quella lunga, quella che si misura in millenni e non in mandati presidenziali — insegna che nessun “Ruggito del Leone” dura per sempre. L’impero persiano ha tremila anni. Non è il primo a sentirlo, quel ruggito. E non è mai stato l’ultimo a restare in piedi.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta

1. Un palcoscenico costruito sulle macerie

Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.

E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realta’ che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.

2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace

Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva. La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.

Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.

I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.

3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik

Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale piu’ di qualunque retorica successiva.

Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioe’ alla pace nel rispetto delle sovranita’. Aderire a un organismo che, secondo i critici piu’ autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perche’ hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.

Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi piu’ influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.

4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto

Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla piu’ forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorita’ Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanita’. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.

La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio gia’ abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.

Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignita’ – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.

Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti piu’ recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.

Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.

5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identita’

L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilita’ non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.

Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.

Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.

6. Conclusione: la pace non si compra a Davos

Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.

L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziche’ una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.

Non lo ha fatto. E questo, piu’ di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.