I maestri dell’odio e il sangue di Bakari Sako

Taranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide

1. Un caffè prima del lavoro, e la morte

Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto.

È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono.

L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi.

2. Il silenzio che parla

Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero.

Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana.

Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve.

3. Cattivi maestri, nel senso più letterale del termine

L’espressione cattivi maestri ha una storia precisa nel lessico politico italiano. Fu coniata e usata, dalla destra e dalla stampa moderata, contro intellettuali che facevano della Costituzione, della giustizia sociale, della critica al potere il fulcro del proprio magistero pubblico. Era una espressione vile, perché attribuiva responsabilità morali a chi insegnava a pensare. Oggi va restituita, capovolta, ai suoi legittimi destinatari. Cattivi maestri sono quelli che insegnano a non pensare. Cattivi maestri sono quelli che, dalla tribuna del governo o dello scranno parlamentare, hanno costruito negli ultimi quindici anni una pedagogia pubblica fondata sulla distinzione gerarchica tra esseri umani.

Cattivi maestri sono quelli che hanno trasformato la parola immigrato in sinonimo di pericolo, la parola straniero in sinonimo di nemico, la parola accoglienza in sinonimo di tradimento nazionale. Cattivi maestri sono quelli che hanno detto, nelle dirette streaming, ai banchetti, nei comizi e nei talk show, che certe vite valgono meno, che certi corpi possono essere fermati dalla guardia costiera libica, lasciati morire in mare, deportati nei campi di concentramento dell’hub albanese, denudati delle loro storie individuali per essere ridotti a sciacalli o invasori. Cattivi maestri sono quelli che hanno usato, nelle aule del Parlamento, il linguaggio della guerra etnica come fosse linguaggio della politica.

Quei discorsi non rimangono nel vuoto. Atterrano. Li raccolgono i più giovani, perché i social li bombardano di reel, citazioni, video brevi, slogan ripetuti fino allo sfinimento. Atterrano nei quartieri dove la scuola è stata svuotata di risorse, nei quartieri dove il lavoro non c’è o paga 5 euro l’ora, nei quartieri dove la promessa borghese del futuro non significa più nulla. E lì, in quei territori abbandonati dallo Stato che fa lo Stato solo quando deve reprimere, l’odio diventa identità. Diventa il modo con cui un quindicenne stabilisce una gerarchia tra sé e il mondo: io sono italiano, lui è di troppo. Io ho diritto, lui no. Io tengo il coltello, lui muore.

La responsabilità morale di Meloni, Salvini, Vannacci non è una responsabilità penale. Non hanno tenuto loro il coltello. Ma hanno tenuto, e tengono, il microfono. E con il microfono hanno disseminato, anno dopo anno, intervista dopo intervista, comizio dopo comizio, una grammatica della disumanizzazione che ha educato una generazione a guardare l’altro come bersaglio. Non sono i complici materiali dell’omicidio di Bakari. Sono i pedagoghi del clima in cui quell’omicidio diventa possibile, prevedibile, perfino ordinario.

4. Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard

Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto.

Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri.

Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale.

5. Le radici materiali della violenza giovanile

Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali.

La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio.

Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere.

6. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite

Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire.

E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto.

L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende.

7. Disarmare i loro discorsi, riportarli al loro posto

Bisogna avere il coraggio di dire ad alta voce ciò che la grande stampa non dice. I cattivi maestri non sono interlocutori legittimi del dibattito democratico, sono nemici della Costituzione antifascista che fonda questa Repubblica. I loro ragionamenti, in un Paese che prendesse sul serio i suoi principi costituzionali, sarebbero inaccettabili. Si vergognino. Tornino nelle nicchie marginali da cui sono usciti, nelle fogne politico-culturali dove, fino a poco tempo fa, certi discorsi venivano relegati perché una società minimamente civile sapeva riconoscerli per quello che sono.

Disarmare i loro discorsi non significa censurarli. Significa contrapporre, in ogni spazio pubblico, una pedagogia diversa, fatta di verità storica, di analisi materialista delle disuguaglianze, di cultura della solidarietà concreta. Significa ricostruire le scuole di formazione politica, riempire le periferie di esperienze educative orizzontali, ridare voce a chi quotidianamente, nelle parrocchie come nei centri sociali, nei sindacati di base come nelle associazioni di accoglienza, costruisce contro-narrazioni. Significa non lasciare ai cattivi maestri l’egemonia sui social, sulle televisioni, sulle radio. Significa investire energia, tempo, soldi, intelligenza nella controffensiva culturale che da troppo tempo manca.

Significa anche, e soprattutto, nominare le responsabilità. Non genericamente. Una a una. Quando Giorgia Meloni tace su Bakari Sako, va detto che tace. Quando Matteo Salvini sceglie di non commentare, va detto che sceglie. Quando Roberto Vannacci pubblica il prossimo libro razzista, va spiegato, ai giovani in particolare, perché quel libro è una pistola caricata e consegnata a chi cerca un bersaglio. Non c’è neutralità possibile in questa partita. La neutralità è complicità con il più forte. E il più forte, in questo momento, ha le mani sul potere esecutivo, legislativo, mediatico.

8. Giovedì in piazza Fontana

Giovedì quattordici maggio, alle diciassette e trenta, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, dove Bakari Sako è stato accerchiato e ucciso, ci sarà un presidio promosso da Libera, dalla comunità africana di Taranto, da Mediterranea Saving Humans, dall’associazione Babele e da molte altre realtà della città. Non sarà una commemorazione rituale. Sarà un atto politico. Servirà a dire che Taranto non è la città dei post razzisti sotto le notizie di cronaca, ma è la città di chi quel sangue lo raccoglie, lo onora, lo trasforma in domanda di giustizia.

Sarà importante esserci, per chi può. Sarà importante, per chi non può esserci fisicamente, far girare la voce, scrivere, parlare, denunciare. Non per il rito della solidarietà social, ma perché ogni volta che un nome viene pronunciato pubblicamente, ogni volta che una vita viene riconosciuta come vita degna di lutto, si toglie un pezzo di terreno alla macchina che disumanizza. Si dice: questo essere umano contava. Si dice: la sua morte non passerà sotto silenzio. Si dice: noi sappiamo chi sono i cattivi maestri, e chi sono i loro complici per omissione.

Bakari Sako lascia in Mali due donne incinte di lui, una madre, un fratello arrivato di corsa dalla Spagna a riconoscere il corpo. Lascia, qui in Italia, milioni di persone che la propaganda dell’odio vorrebbe trasformare in nemici e che invece sono, semplicemente, quelli che mandano avanti il Paese mentre gli italiani veri discutono nei talk show. Lascia, soprattutto, una domanda che non possiamo eludere: che cosa siamo diventati, se per ammazzare un uomo che andava a lavorare nei campi servono cinque ragazzini, un coltello e un’alba? E chi ha insegnato loro che si poteva fare?

Ai cattivi maestri tocca la prima riga di questa risposta. A noi tutti, le righe successive. C’è una pedagogia dell’odio che ha lavorato per anni con metodo, finanziamenti, palinsesti. C’è ora una pedagogia della giustizia che dobbiamo rilanciare con altrettanto metodo, con altrettanta caparbietà, con altrettanta presenza. Il sangue di Bakari non si laverà con un comunicato. Si laverà ricostruendo, pezzo per pezzo, una cultura politica capace di rimettere al centro il valore di ogni singola vita umana. E di smascherare, ogni singolo giorno, chi ha trasformato la disumanizzazione in mestiere.

9. Fonti

1. ANSA, Bracciante ucciso a Taranto da un gruppo di minori, ‘futili motivi’, undici maggio 2026.

2. Il Fatto Quotidiano, Bracciante maliano ucciso a Taranto: fermati tre minorenni e un 19enne, undici maggio 2026.

3. Il Messaggero, Taranto, bracciante ucciso da un gruppo di minori per futili motivi: un quindicenne ha sferrato i fendenti mortali a Bakari Sako, undici maggio 2026.

4. Avvenire, Sacko Bakari, il bracciante in bici massacrato dalla babygang. Taranto è sotto choc, dodici maggio 2026.

5. AGI, Bracciante del Mali ucciso a Taranto: quindicenne confessa il delitto, dodici maggio 2026.

6. Sky TG24, Omicidio a Taranto, ha confessato il minore che ha accoltellato a morte Bakari Sako, dodici maggio 2026.

7. Adnkronos, Omicidio bracciante Bakary Sako a Taranto, fermati quattro giovanissimi membri baby gang, undici maggio 2026.

8. Today, Bakari Sako ucciso a Taranto: un ragazzino di quindici anni confessa l’omicidio, dodici maggio 2026.

9. Blitz Quotidiano, Bakari Sako ucciso a Taranto, fermati cinque ragazzini. I colpi mortali sferrati da un quindicenne, dodici maggio 2026.

10. La Gazzetta del Mezzogiorno, Taranto non può restare in silenzio, il razzismo non avrà l’ultima parola: le associazioni si mobilitano dopo l’omicidio Sako, dodici maggio 2026.

11. Stato Quotidiano, Omicidio di Bakary Sako, Scalera: Vergogna su chi semina odio anche davanti alla morte, undici maggio 2026.

12. Antenna Sud, Taranto, omicidio Bakari Sako: in Mali due famiglie distrutte, undici maggio 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella

Il capro espiatorio perfetto: quando la politica scarica la giustizia per salvarsi da sé

Dal caso Minetti alla difesa a oltranza di Nordio: anatomia di un governo che ha smesso di rispondere e ha imparato a delegittimare

C’è un istante esatto in cui un governo smette di occuparsi del Paese e comincia a occuparsi di sé. Smette di rispondere ai problemi reali e inizia a difendersi dalle proprie ombre. È un confine sottile, quasi invisibile, ma una volta varcato la politica cambia natura: diventa autoreferenziale, autoassolutoria, ossessivamente concentrata sulla propria sopravvivenza. In queste ore, a Palazzo Chigi, quel confine è stato attraversato senza esitazione. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata davanti ai giornalisti dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026 con un’agenda formale dedicata al decreto Primo maggio, ma con un messaggio politico assai più pesante: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti non riguarderebbe il governo. Il governo, anzi, sarebbe ancora una volta vittima. «In Italia c’è sempre un capro espiatorio che è il governo», ha detto la premier, blindando il ministro della Giustizia Carlo Nordio e spostando l’asse delle responsabilità verso la magistratura milanese. La frase, pronunciata con il consueto tono di indignazione recitata, contiene in sé l’intero codice politico di questa stagione: rovesciare il rapporto tra potere e responsabilità, far passare chi governa per chi subisce, trasformare ogni inciampo dell’esecutivo in un complotto altrui.

Per capire la dimensione politica di questa operazione bisogna partire dai fatti, non dalle interpretazioni. Il 18 febbraio 2026 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di grazia a favore di Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda di Forza Italia, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi di reclusione per favoreggiamento della prostituzione e peculato, nei procedimenti Rimborsopoli e Ruby ter. Una condanna che avrebbe dovuto scontare in affidamento ai servizi sociali. La grazia è di tipo umanitario: viene motivata dalla necessità di consentire alla Minetti di assistere un figlio adottivo, conosciuto in un orfanotrofio uruguaiano, presentato come affetto da una grave patologia che richiederebbe cure specialistiche all’estero e in particolare al Boston Children’s Hospital. Il sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, esprime parere favorevole. Il Ministero della Giustizia, sulla base di quel parere, formula la propria proposta favorevole. Il Quirinale firma. Tutto sembra ordinario. Tutto, fino a quando un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, condotta da Thomas Mackinson, non comincia a smontare, pezzo per pezzo, l’impianto narrativo costruito a sostegno della clemenza, attraverso la consultazione diretta degli atti del Tribunale uruguaiano di Maldonado e una rete di fonti sul territorio.

I dati che emergono sono devastanti. Né l’ospedale San Raffaele di Milano né l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, citati nell’istanza come strutture che avrebbero sconsigliato l’intervento sul minore, hanno mai avuto in cura quel bambino. Il suo nome non risulta nei loro database. I primari interpellati smentiscono categoricamente. E aggiungono, con un argomento che dovrebbe da solo bastare a far saltare l’intero impianto, che gli interventi di cui si parla vengono normalmente eseguiti in Italia, con esiti positivi documentati. Sull’adozione, il quadro che emerge è ancora più inquietante. La madre biologica del minore, descritta nell’istruttoria come irrintracciabile, sarebbe in realtà una giovane donna uruguaiana di ventinove anni, María de los Ángeles González Colinet, viva e identificata, contro la quale Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero intentato una causa per ottenere la separazione definitiva e la decadenza dalla potestà genitoriale. La donna è oggi scomparsa, sparita nel nulla nei giorni stessi in cui a Roma si firmava la grazia, al punto che la polizia uruguaiana ha dovuto diramare un avviso di rintraccio. L’avvocata che assisteva i genitori biologici è morta carbonizzata insieme al marito, anch’egli avvocato. Sono tasselli che, presi singolarmente, possono essere casualità tragiche; presi insieme, disegnano una mappa che richiederebbe accertamenti urgenti e approfonditi.

Quegli accertamenti adesso sono partiti, ma con due mesi di ritardo, e solo dopo che il Quirinale ha dovuto compiere un gesto inedito: scrivere al Ministero della Giustizia, il 27 aprile, per chiedere la verifica della «supposta falsità» degli elementi su cui si era fondata la decisione presidenziale. Una lettera che non si era mai vista, almeno con questo grado di esplicitezza. La presidenza della Repubblica, in altre parole, ha dovuto pubblicamente prendere atto del fatto che la firma del Capo dello Stato era stata apposta su un’istruttoria potenzialmente inquinata, e che gli unici strumenti per chiarire la vicenda erano nelle mani dello stesso Ministero che quella istruttoria aveva costruito. La Procura generale di Milano, una volta riaperto il caso, ha dichiarato di essere pronta a modificare il proprio parere, ha attivato accertamenti urgenti tramite l’Interpol in Uruguay e a Ibiza, ha annunciato che avrebbe trasmesso gli atti per l’apertura di un’indagine penale a carico della Minetti qualora le falsità venissero confermate. Sono, queste, le prime mosse di una macchina giudiziaria che si è messa in moto soltanto dopo essere stata pubblicamente sollecitata, e dopo che un quotidiano, non un’autorità di vigilanza interna, aveva sbattuto in prima pagina ciò che il Ministero non aveva visto o non aveva voluto vedere.

E proprio in questo punto si colloca l’intervento politico di Giorgia Meloni. Davanti a uno scenario imbarazzante, la premier sceglie la strada più antica del repertorio del potere: spostare il bersaglio. Il Ministero della Giustizia, sostiene, sarebbe un mero passacarte, privo di strumenti di indagine, costretto a fidarsi del lavoro della procura. Il ministro Nordio, in sostanza, si sarebbe limitato a inoltrare alla presidenza della Repubblica documenti che altri avevano confezionato. La narrazione è elegante, perfino plausibile a un primo ascolto. Ma è anche profondamente fuorviante. Perché la procedura di grazia, secondo il sistema costituzionale italiano e la pacifica giurisprudenza della Corte costituzionale fissata dalla sentenza 200 del 2006, vede il Ministro della Giustizia titolare esclusivo dell’attività istruttoria. È sua, e soltanto sua, la responsabilità di accertare la veridicità delle pratiche, di chiedere ulteriore documentazione, di valutare in modo critico ciò che gli viene sottoposto. Il Quirinale stesso, in modo inusitato, lo ha ricordato pubblicamente. Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine: si fida di ciò che il ministro gli trasmette. E se quel materiale è viziato, la responsabilità non può che ricadere su chi lo ha confezionato e firmato.

Ridurre Nordio al ruolo di passacarte, dunque, non è soltanto una semplificazione: è una manipolazione. Un’operazione politica che serve a costruire un alibi pubblico, a confezionare per l’opinione pubblica una versione semplificata che funzioni come scudo. Il problema, però, è che questo schema non è isolato. Si inserisce in una traiettoria coerente, dura e premeditata, che attraversa l’intera azione del governo Meloni sul terreno della giustizia. Per leggere correttamente quanto sta accadendo, occorre ripercorrere alcune tappe recenti, perché ciò che si manifesta oggi nel caso Minetti è il prodotto di una linea politica costruita con cura negli ultimi anni. Ed è soprattutto il prodotto di una matrice culturale di lungo periodo: quella stessa matrice che attraversa l’intera storia del centrodestra italiano dalla discesa in campo di Berlusconi in poi, fondata sull’idea che la magistratura sia un avversario politico, una casta antagonista da ridimensionare, un potere usurpatore da rimettere al proprio posto. Un’idea che ha attraversato decenni di propaganda, leggi ad personam, riforme tentate e ritentate, e che oggi torna a galla, in forma aggiornata, nel governo guidato da chi quella tradizione ha contribuito a normalizzare nel discorso pubblico.

Il primo grande inciampo recente è stato il caso Almasri. Il generale libico Najeem Osema Almasri Habish, comandante della polizia giudiziaria di Tripoli, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità per torture e violenze sessuali sistematiche nei centri di detenzione libici, viene individuato in Italia, arrestato e poi rapidamente liberato, con il pretesto di un errore tecnico, e riportato in Libia con un volo di Stato. La gestione di quella vicenda, condotta materialmente dalla capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, sfocia in un’inchiesta che oggi vede la stessa Bartolozzi indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero. In quei giorni, gli atti mostrano una corrispondenza interna nella quale la dirigente del Ministero chiedeva «massimo riserbo» e ordinava di non lasciare traccia: «niente mail o protocollo». Quel caso ha mostrato, nella sua nudità, il livello di disinvoltura con cui il vertice del Ministero gestisce dossier istituzionalmente delicatissimi, anche in spregio agli obblighi internazionali sottoscritti dall’Italia con la firma dello Statuto di Roma. E ha mostrato, soprattutto, il principio operativo di questa stagione: la difesa del potere viene prima della verità dei fatti.

Il secondo passaggio è stato quello del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia. Una battaglia identitaria del centrodestra, costruita ideologicamente come resa dei conti contro la magistratura, ridotta nella narrazione governativa a casta autoreferenziale, politicamente schierata, ostacolo alla volontà popolare. La campagna referendaria, gestita strategicamente proprio dalla Bartolozzi, è stata segnata da uscite pubbliche destinate a entrare negli annali della comunicazione politica peggiore. La capo di Gabinetto, ospite di una televisione siciliana in un dibattito con la senatrice Ilaria Cucchi, arrivò a sostenere che i magistrati fossero «plotoni di esecuzione» e che con il sì al referendum gli italiani avrebbero potuto «togliersi di mezzo la magistratura». Una frase che ha mostrato, senza più filtri, la natura profonda del progetto: non riformare il sistema, ma neutralizzarlo. La sconfitta è arrivata netta. Il No ha superato il 53 per cento, con un’affluenza vicina al 59. Un risultato politico inequivocabile, che il governo ha tentato di derubricare a episodio tecnico ma che ha lasciato una ferita profonda nella maggioranza. La Bartolozzi è stata costretta a dimettersi il 24 marzo, insieme al sottosegretario Andrea Delmastro, anch’egli travolto da scandali su frequentazioni e quote in società legate ad ambienti opachi.

Il referendum perso non ha però archiviato il progetto: lo ha solo costretto a cambiare forma. Dalla riforma diretta si è passati alla pressione costante, alla delegittimazione quotidiana, alla costruzione di un clima nel quale ogni intoppo della politica venga immediatamente attribuito alla magistratura. È in questo clima che si moltiplicano gli attacchi politici e mediatici al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, magistrato che da decenni vive sotto scorta dopo aver concentrato il proprio lavoro sulla ‘ndrangheta calabrese e che oggi, dal vertice della Procura partenopea, è bersaglio diretto della camorra: lo dimostra l’intercettazione, divenuta pubblica il 31 marzo 2026, del capoclan di Fuorigrotta Vitale Troncone, intercettato nel maggio 2025 mentre dalla cella, davanti alla televisione che trasmetteva un’intervista del magistrato, scandiva la frase «Gratteri, ti sparo in faccia», episodio che ha fatto scattare per il boss l’isolamento e il regime del 41 bis. Un magistrato così esposto, che ha pagato e continua a pagare un prezzo personale altissimo per il proprio lavoro, dovrebbe rappresentare per qualunque governo serio un patrimonio dello Stato da proteggere senza riserve. Invece, anche nei suoi confronti, dal versante governativo arrivano da mesi insinuazioni, ridimensionamenti, attacchi sulla sua presenza pubblica. È in questo stesso clima che si stanno susseguendo i tentativi di ridimensionare l’autonomia delle procure più scomode, di spostare gli equilibri al Consiglio superiore della magistratura, di intervenire sulla prescrizione e sulle intercettazioni con una logica che non ha alcuna parentela con l’efficienza del sistema, e che ha invece molto da spartire con la riduzione del controllo giurisdizionale sui colletti bianchi e sulle aree grigie tra politica, affari e criminalità organizzata. È in questo clima, infine, che irrompe il caso Minetti. E che lo si tenta di chiudere con la formula collaudata: la colpa è dei magistrati. La cornice è già pronta da tempo. Si tratta solo di farvi entrare l’ultimo episodio.

Si comprende allora il senso politico della difesa a oltranza di Nordio. Non si tratta della tutela personale di un ministro, di una solidarietà tra colleghi di partito o di un calcolo di breve respiro. Si tratta di proteggere la cerniera del progetto. Carlo Nordio non è un ministro qualsiasi: è il volto pubblico della battaglia governativa contro la magistratura, l’uomo della separazione delle carriere, il garante simbolico di una stagione che la destra al potere ha voluto trasformare in scontro frontale tra politica e giurisdizione. Le sue dimissioni, in questo quadro, non sarebbero la caduta di un singolo: sarebbero il crollo di un’intera narrazione. Significherebbero ammettere che il Ministero della Giustizia, in questi anni, ha funzionato male. Significherebbero offrire all’opposizione, già rinvigorita dalla vittoria referendaria, un argomento devastante. Significherebbero, soprattutto, mettere in discussione la promessa identitaria su cui Meloni ha costruito una parte consistente del proprio consenso: la rivincita della politica sulla magistratura, la rivalsa contro le toghe rosse, il ripristino di una sovranità governativa percepita come oppressa.

Per evitare tutto questo, il governo è disposto a sacrificare ciò che resta della propria coerenza istituzionale. È disposto a contraddire il Quirinale, a mettere sotto accusa la procura di Milano, a riscrivere persino la grammatica costituzionale della grazia. La conferenza stampa di Meloni del 28 aprile, letta in questa chiave, non è un esercizio di trasparenza: è un’operazione di copertura. È il tentativo, del tutto esplicito, di trasformare un fallimento amministrativo del proprio ministero in un’accusa diffusa al sistema giudiziario nel suo complesso. Quando la premier afferma che «se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto, però questo non è un lavoro che fa il Ministero», sta facendo qualcosa di molto preciso: sta provando a costruire l’idea che, in fondo, i veri responsabili siano sempre i magistrati. Anche quando le carte parlano un’altra lingua, anche quando la procedura prevede che il Ministero verifichi e non si limiti a inoltrare, anche quando l’evidenza politica indica con chiarezza dove si trovi il punto di rottura. Il messaggio implicito è che, qualunque cosa accada, il governo non è mai responsabile. È un meccanismo retorico che mira non solo a salvare Nordio, ma a immunizzare strutturalmente l’esecutivo dalla critica.

Questa operazione ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo caso. Erode la base culturale dello Stato di diritto. Ogni volta che la magistratura viene piegata a terreno propagandistico, ogni volta che si insinua il dubbio sistematico su un suo presunto pregiudizio, ogni volta che si trasformano i pubblici ministeri in nemici politici, si scava un solco nella separazione dei poteri, che è il cuore della democrazia costituzionale. Non è retorica accademica. È esperienza concreta di altri Paesi che, sotto governi di destra autoritaria, hanno percorso questa stessa strada con esiti devastanti. L’Ungheria di Orbán, la Polonia del PiS prima della parentesi del governo Tusk, gli Stati Uniti dell’epoca trumpiana hanno mostrato in modo esemplare cosa succede quando la magistratura viene presentata, in modo continuo e martellante, come un nemico interno. Il consenso si polarizza, il dibattito si avvelena, le tutele si svuotano, le minoranze si fragilizzano. La giustizia smette di essere percepita come garanzia comune e comincia a essere letta come strumento di parte. È il primo passo verso la sua riduzione a docile burocrazia, e da lì alla normalizzazione di un esecutivo che decide chi può essere indagato e chi no, chi sconta la pena e chi viene perdonato, chi è cittadino sotto la legge e chi al di sopra.

L’Italia non è ancora a quel punto. Ma sta andando in quella direzione con una rapidità che dovrebbe inquietare. La sconfitta referendaria ha rallentato il percorso ma non lo ha invertito. La pressione sul sistema giudiziario continua a essere costante, su tutti i livelli: parlamentare, mediatico, comunicativo, ministeriale. Il caso Minetti, in questo senso, non è solo l’ultimo tassello di una sequenza imbarazzante: è un test politico. Serve a misurare quanto si possa ancora spingere sull’idea che la responsabilità sia sempre altrove. Quanto si possano riassorbire scandali apparenti senza pagare alcun prezzo. Quanto la pubblica opinione sia ormai abituata, per inerzia o per consenso preventivo, a una logica binaria nella quale ogni difficoltà del governo viene interpretata come trama esterna. Ed è anche un test sulla tenuta del giornalismo d’inchiesta, perché senza l’ostinazione di una redazione che ha scavato sotto la superficie patinata di un atto presidenziale, oggi non staremmo discutendo di nulla. Il bambino non visitato, la madre biologica scomparsa, l’avvocata morta tra le fiamme sarebbero rimasti dettagli sepolti in un fascicolo che nessuno avrebbe più riaperto.

C’è poi un’altra dimensione, meno visibile ma non meno politica, che attraversa questa vicenda. Mentre il governo brucia energie nel proteggere un ministro e nel costruire alibi pubblici, mentre la maggioranza si stringe attorno a una narrazione difensiva, mentre la conferenza stampa di Palazzo Chigi viene monopolizzata dal caso Minetti, ciò che resta sullo sfondo è il Paese reale. Il Paese delle morti sul lavoro che continuano a essere quotidiane e silenziose, ignorate dai vertici istituzionali. Il Paese dei salari fermi da decenni mentre i profitti delle grandi imprese crescono. Il Paese in cui la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo e milioni di cittadini rinunciano a curarsi. Il Paese delle disuguaglianze territoriali aggravate dall’autonomia differenziata, della precarietà giovanile cronicizzata, dell’emergenza abitativa che strangola le grandi città. Tutto questo non scompare perché un governo decide di occuparsi di altro. Continua a esistere, a pesare, a produrre sofferenza concreta. Ma viene oscurato da una macchina narrativa che ha bisogno di scontri visibili, di nemici plastici, di drammi istituzionali da esibire. La grande operazione di copertura non è soltanto sul caso Minetti: è sulla realtà sociale del Paese, sistematicamente espunta dal dibattito pubblico per lasciare spazio alle guerre di posizione del potere.

Sullo sfondo di tutto questo resta una figura solitaria e silenziosa: il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, alla sua seconda riconferma, è ormai diventato il punto di equilibrio di un sistema che troppo spesso scarica su di lui le tensioni che la politica non sa o non vuole gestire. La lettera del 27 aprile al Ministero della Giustizia è stata, in questo senso, un atto di difesa istituzionale ma anche un segnale di profondo disagio. Il Quirinale ha fatto sapere che la firma presidenziale era stata apposta sulla base di un’istruttoria che oggi appare quantomeno lacunosa, se non inquinata; ha rivendicato che il Capo dello Stato non dispone di poteri investigativi propri; ha rispedito al mittente la responsabilità della verifica. È, di fatto, un richiamo costituzionale al rispetto dei ruoli. Ma anche il più garbato dei richiami presidenziali non può sostituirsi alla mancata assunzione di responsabilità da parte del governo. Lo Stato non si regge soltanto sulla tenuta del Quirinale. Si regge sulla capacità di ogni attore istituzionale di rispondere del proprio operato. E quando questa capacità si dissolve, il sistema scarica tutto sull’ultimo argine, fino a renderlo logoro. Mattarella è oggi quell’ultimo argine, e proprio per questo il suo silenzio successivo alla difesa di Nordio da parte di Meloni non è neutrale: è la misura precisa di una distanza istituzionale che cresce, e che lascia presagire ulteriori passaggi, se i nodi non verranno sciolti.

La domanda che resta è dunque la più scomoda. Chi controlla davvero chi governa? Quando l’esecutivo costruisce con metodo una narrazione di vittimismo permanente, quando ogni inciampo viene presentato come complotto, quando la magistratura viene incessantemente delegittimata, e quando il Capo dello Stato diventa l’unica figura di mediazione possibile, lo spazio del controllo democratico si restringe. Non sparisce, ma si comprime. E in quello spazio compresso prosperano le opacità: le grazie sospette, le istruttorie incomplete, gli scarichi di responsabilità, i ministri intoccabili, le capomastre dei gabinetti che gestiscono dossier scottanti senza lasciar traccia, i sottosegretari travolti da scandali e poi ricollocati altrove. La vera scoperta del caso Minetti non è il dettaglio dell’adozione contestata o del bambino mai visitato negli ospedali italiani. La vera scoperta è la disinvoltura con cui un’istituzione delicatissima — quella della grazia, prerogativa dei capi di Stato repubblicani da oltre settant’anni — è stata gestita, e la spregiudicatezza con cui, una volta venuto al pettine il nodo, il governo ha scelto di trasformare l’errore in un’ulteriore occasione di scontro contro la magistratura.

A questo punto la questione non riguarda più Nicole Minetti, e nemmeno Carlo Nordio. Riguarda il modello di potere che si sta affermando in Italia. Un modello che non risponde, ma si difende. Che non chiarisce, ma confonde. Che non si assume responsabilità, ma cerca sempre un altro colpevole. È un modello che ha imparato a sopravvivere agli scandali grazie alla normalizzazione del cinismo, all’esaurimento dell’opinione pubblica, alla complicità sistemica di un’informazione mainstream sempre più impigrita e sempre più allineata. Ed è un modello che, finché regge, avrà bisogno di nuovi capri espiatori. Oggi sono i magistrati di Milano. Ieri erano i giudici della Corte penale internazionale. Domani saranno i giornalisti che rifiutano di tacere, le associazioni che non si piegano, gli intellettuali che osano ricordare la Costituzione. Il bersaglio cambia, lo schema resta. Ed è uno schema che, lasciato lavorare a lungo, non corrode soltanto la credibilità di un governo: corrode il tessuto stesso della convivenza democratica.

Eppure proprio qui può cominciare la riscossa di una cultura politica diversa. Perché l’unica risposta possibile a un potere che si trincera dietro la propaganda è la riaffermazione testarda dei fatti. È la difesa della separazione dei poteri come bene comune, non come privilegio corporativo. È il rifiuto di accettare l’inversione delle responsabilità. È la consapevolezza che il controllo democratico non si esaurisce nelle urne, ma vive ogni giorno nella capacità di chiedere conto, di verificare, di non smettere di porre domande scomode. Il caso Minetti, da questo punto di vista, non è la fine di nulla. È un passaggio. Una prova di tenuta. Un altro segnale, tra i tanti, di quanto sia urgente riportare in equilibrio il rapporto tra potere e responsabilità in un Paese che continua a barcollare al confine di una deriva che ancora si può evitare. A condizione di non smettere mai di guardarla per quello che è. E di chiamarla, per quello che è, con il suo nome.

Fonti
— Il Fatto Quotidiano, inchiesta di Thomas Mackinson sulla grazia a Nicole Minetti, aprile 2026.
— ANSA, «Il Quirinale scrive a Nordio sulla grazia a Minetti, nuove verifiche», 27 aprile 2026.
— Il Foglio, «Mattarella scrive a Nordio sulla grazia a Minetti», 27 aprile 2026.
— Sky TG24, conferenza stampa di Giorgia Meloni dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026.
— Il Messaggero, «Nicole Minetti, Meloni: ‘Mi fido di Nordio, escludo le dimissioni’», 28 aprile 2026.
— Editoriale Domani, «Caso Nicole Minetti, scontro su Nordio», 28 aprile 2026.
— Sky TG24, dichiarazioni di Giusi Bartolozzi su Telecolor Sicilia, 9 marzo 2026.
— Il Foglio, «Bartolozzi si dimette dopo aver mandato Nordio allo sbaraglio», 25 marzo 2026.
— Fanpage, «Tutti gli scandali di Giusi Bartolozzi», 25 marzo 2026.
— Il Fatto Quotidiano, «Ti sparo in faccia: minacce di un boss al procuratore di Napoli Gratteri», 31 marzo 2026.
— Corte Costituzionale, sentenza n. 200 del 2006 sull’istituto della grazia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Pagina di

Il 25 aprile e la Costituzione

Una memoria che è ancora dovere: la Liberazione, il sacrificio dei partigiani, le voci della Costituente e la Carta nata dalla Resistenza che oggi gli eredi del fascismo vorrebbero stravolgere

Ottantun anni fa, il 25 aprile 1945, l’Italia tornava ad essere se stessa. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale; Milano, Torino, Genova si liberavano dal nazifascismo prima ancora che vi giungessero gli Alleati; le città e le campagne respiravano per la prima volta, dopo vent’anni di dittatura e venti mesi di occupazione tedesca, l’aria pulita della libertà. Quella data non è una commemorazione: è un atto di nascita. È il giorno in cui un popolo umiliato, deportato, fucilato, bombardato, ha ritrovato la propria voce — e con essa il diritto di scrivere, tre anni dopo, la più bella Costituzione del Novecento europeo.
Eppure proprio oggi, mentre quel giorno torna sul calendario, sentiamo crescere intorno a noi un rumore di fondo che vorrebbe spegnerlo. Un governo che esita a pronunciare la parola «antifascismo». Una destra che si richiama a ciò da cui la Resistenza ci ha liberati. Tentativi di stravolgere quella Carta che proprio sui caduti partigiani ha costruito ogni suo articolo. È in questo contesto che il 25 aprile va letto come non semplice anniversario, ma come consegna: un testimone che le generazioni del riscatto ci hanno passato, e che a noi tocca non lasciar cadere.
I. Il giorno che ci ha restituiti a noi stessi

Per capire che cosa è stato il 25 aprile bisogna ricordare da dove veniva l’Italia. Veniva dal 1922, dalla marcia su Roma, dalle leggi fascistissime, dal delitto Matteotti, dalle migliaia di antifascisti incarcerati al confino, dalle leggi razziali del 1938 che strapparono alla cittadinanza ebrei italiani che avevano combattuto per la Patria nel 1915-18. Veniva da una guerra voluta dal regime al fianco della Germania nazista, da Cefalonia, dai rastrellamenti, dai treni piombati per Auschwitz e Mauthausen, dalle Fosse Ardeatine, da Sant’Anna di Stazzema, da Marzabotto. Veniva da venti mesi di Repubblica di Salò che furono, per molte zone del Centro-Nord, i mesi più feroci dell’intera occupazione: la collaborazione attiva con le SS, le delazioni, le brigate nere, la guerra civile dichiarata contro i propri fratelli.
Da quel fondo di abisso, il 25 aprile fu la riemersione. Non un dono delle truppe alleate, come una vulgata revisionista vorrebbe far credere — gli Alleati combattevano una guerra mondiale, non la nostra rinascita morale — ma una conquista pagata in proprio, con il sangue dei partigiani, con la fame e il coraggio della popolazione civile, con l’organizzazione clandestina del Comitato di Liberazione, con gli scioperi del 1943 e del 1944, con le città che insorsero ore prima dell’arrivo degli eserciti regolari. Il 25 aprile è il giorno in cui la nazione, abbandonata dal suo re e dai suoi generali nel settembre del 1943, ha dimostrato di saper trovare in sé stessa la forza di rinascere.
E quel giorno ha un volto e una voce. Il volto è quello dei partigiani, dei renitenti alla leva di Salò, degli operai che fermarono le fabbriche, delle staffette in bicicletta, degli ebrei nascosti dai contadini, dei sacerdoti e dei carabinieri che si rifiutarono di consegnare i loro concittadini. La voce è quella di Sandro Pertini, socialista, partigiano, futuro Presidente della Repubblica, che proprio quel 25 aprile dai microfoni di Radio Milano Libera proclamava lo sciopero generale contro l’occupante tedesco e i suoi complici, e annunciava la nascita di una Repubblica democratica. Quella voce alla radio è il primo articolo non scritto della nostra Costituzione.
II. La Resistenza come matrice costituzionale

La Costituzione italiana non nasce per partenogenesi. Non è un trattato accademico, non è un compromesso fra burocrazie, non è il prodotto di un consulente giuridico illuminato. La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e questa non è una formula retorica: è un fatto storico documentabile articolo per articolo. I costituenti che si insediarono il 25 giugno 1946, eletti il 2 giugno con il primo voto a suffragio universale autenticamente esteso anche alle donne, erano in larga maggioranza protagonisti diretti della lotta di liberazione. Avevano combattuto sui monti, in carcere, al confino, in clandestinità, nei lager nazisti.
Umberto Terracini, comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella sua fase decisiva, era stato condannato dal Tribunale Speciale fascista a ventidue anni di carcere, dei quali ne aveva scontati diciotto fra reclusorio e confino. Sandro Pertini era stato condannato a undici anni dopo dieci passati in galera. Lelio Basso era stato arrestato sei volte. Concetto Marchesi, illustre latinista, aveva pronunciato dall’aula magna dell’Università di Padova nel novembre 1943 il celebre appello agli studenti perché si unissero alla Resistenza, ed era poi fuggito in Svizzera per non essere catturato. Giuseppe Dossetti, cattolico democristiano, aveva guidato il CLN di Reggio Emilia. Teresa Mattei, la più giovane fra i costituenti, aveva venticinque anni ed era stata partigiana combattente nei GAP fiorentini; suo fratello Gianfranco era stato torturato dalle SS in via Tasso e si era ucciso per non parlare. Nilde Iotti aveva fatto la staffetta partigiana sull’Appennino reggiano. Teresa Noce era reduce dal lager di Ravensbrück.
Quando si dice che la Costituzione è figlia della Resistenza, si dice esattamente questo: i suoi articoli sono stati scritti da uomini e donne che avevano corpi segnati dalla tortura, parenti uccisi, anni di vita rubati dal regime. Ogni articolo che parla di libertà personale, di habeas corpus, di pluralismo, di parità, di lavoro come fondamento della Repubblica, è la traduzione giuridica di una esperienza esistenziale di privazione. È per questo che chi tocca la Costituzione tocca, indirettamente, anche le ossa di chi è morto perché potesse essere scritta.
Il miracolo di quella Carta — è opportuno ribadirlo — è di essere stata scritta insieme da forze politiche profondamente diverse, ideologicamente contrapposte, che proprio negli anni della Resistenza avevano saputo trovare nel Comitato di Liberazione Nazionale il loro punto di unità. Cattolici e comunisti, socialisti e liberali, azionisti e democristiani: erano matrici culturali e politiche lontane, in alcuni casi opposte, ma all’interno della lotta partigiana avevano combattuto fianco a fianco, ciascuno sotto la propria bandiera, contro lo stesso nemico. Lo spirito del CLN fu esattamente questo: tenere insieme, in un unico progetto resistenziale, identità politiche che fuori dalla guerra di liberazione sarebbero state difficilmente conciliabili. Il patto non fu di rinunciare alle proprie idee, ma di subordinarle, per il tempo necessario, alla causa comune della libertà. Brigate Garibaldi, Brigate Matteotti, formazioni di Giustizia e Libertà, Brigate Osoppo, formazioni autonome: nomi differenti, ispirazioni differenti, ma una sola direzione politico-militare e un solo obiettivo storico.
È quello stesso spirito — non un compromesso al ribasso, ma un patto unitario fra diversi — che si trasferì poi, intatto, nei lavori dell’Assemblea Costituente. Benché la Guerra Fredda fosse già alle porte, e benché di lì a pochi mesi i medesimi protagonisti si sarebbero confrontati con i voti nella più aspra contrapposizione politica del Novecento europeo, in quei diciotto mesi di lavoro costituente seppero rinnovare il patto del CLN e tradurlo in legge fondamentale. Il punto di equilibrio fu possibile perché tutti, dietro le bandiere differenti, riconoscevano un nemico comune appena sconfitto e una promessa comune da onorare: che il fascismo non sarebbe mai più tornato, e che la dignità della persona umana sarebbe stata la stella polare di ogni norma.
III. Il sangue dei partigiani: ricordare i comunisti che oggi qualcuno vorrebbe cancellare

Bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, oggi più che mai: la Resistenza italiana fu, in larga parte, una Resistenza comunista. Non esclusivamente, certo — e nessun comunista serio lo ha mai sostenuto. Le Brigate Matteotti dei socialisti, le formazioni di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, le Brigate Osoppo cattolico-laiche del Friuli, le formazioni autonome, i gruppi della Democrazia Cristiana, gli ufficiali del Regio Esercito che scelsero di non aderire a Salò: tutti hanno dato il loro contributo decisivo, e il riconoscimento è dovuto a ognuno senza diminuire nessuno. Ma è un dato storico inoppugnabile che le Brigate Garibaldi, di matrice comunista, costituirono numericamente la spina dorsale della guerra partigiana, e che fra i caduti della Resistenza la maggioranza relativa, secondo le ricerche storiche più accreditate, militava nelle file del Partito Comunista Italiano.
Sono uomini e donne come Eugenio Curiel, redattore dell’«Unità» clandestina, ucciso a Milano dai fascisti il 24 febbraio 1945, due mesi prima della Liberazione. Come Giancarlo Puecher Passavalli, giovanissimo cattolico-comunista comandante partigiano, fucilato a Erba a vent’anni nel dicembre 1943. Come Irma Bandiera, staffetta a Bologna, torturata per sette giorni dai fascisti che le strapparono gli occhi prima di ucciderla, senza ottenere un solo nome. Come i sette fratelli Cervi, contadini emiliani, fucilati insieme al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre 1943: «Dopo un raccolto ne viene un altro», disse il loro padre Alcide. Come Teresa Mattei stessa e suo fratello, che ho già ricordato. Come Giaime Pintor, intellettuale, morto a ventiquattro anni saltando su una mina mentre cercava di raggiungere le formazioni partigiane nel basso Lazio. Come migliaia di operai, contadini, studenti, casalinghe, di cui spesso non sappiamo neppure il nome.
Ricordare il sacrificio comunista non è oggi una operazione ideologica: è un dovere di onestà storica. E lo è doppiamente in un’epoca in cui assistiamo a un revisionismo strisciante che vorrebbe equiparare i partigiani ai militi della Repubblica Sociale, derubricare la Resistenza a «guerra civile fra opposti estremismi», riconoscere «pari dignità di memoria» a chi combatteva per la libertà e a chi consegnava ebrei alle SS. È una narrazione tossica, falsa, profondamente offensiva non solo verso i caduti partigiani ma verso il fondamento stesso della Repubblica. Perché se davvero non ci fosse stata differenza fra le due parti, allora la Costituzione sarebbe il prodotto di un caso fortuito; mentre invece è la conseguenza diretta, necessaria, di una vittoria morale prima ancora che militare.
E va detto con altrettanta nettezza: i comunisti italiani che parteciparono alla Resistenza e poi alla Costituente non scrissero in Costituzione il programma del Partito Comunista. Scrissero, insieme agli altri, una Costituzione liberale e democratica, pluralista, fondata sui diritti individuali e sulla economia di mercato temperata dalla funzione sociale. Lo fecero con consapevolezza politica e maturità storica, accettando compromessi che molti loro militanti non capirono — il voto a favore dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi, ad esempio — perché posero la pace civile e l’unità del Paese al di sopra delle proprie preferenze ideologiche. Quella scelta, costata loro non pochi conflitti interni, è oggi il pilastro della convivenza italiana. Cancellarla dalla memoria, ostracizzarli postumi, fingere che la Repubblica sia nata senza di loro o malgrado loro, è una falsificazione che indebolisce tutti, anche chi la pratica.
IV. La Resistenza nelle nostre terre: la Carnia libera, l’Osoppo, la Garibaldi

Da queste terre del Friuli, la Resistenza ha un volto particolare e una memoria che ci appartiene direttamente. Fra l’estate e l’autunno del 1944, le formazioni partigiane liberarono dal nazifascismo un’ampia zona montana che diede vita alla Repubblica della Carnia e dell’Alto Friuli, una delle più vaste e durature «zone libere» dell’Italia occupata: oltre quaranta comuni, settantamila abitanti, un governo provvisorio civile elettivo, scuole riaperte, giornali liberi, perfino un proprio servizio postale. Non fu una parentesi folkloristica: fu il primo esperimento, in queste valli, di amministrazione democratica dopo vent’anni di fascismo, e quei tre mesi di libertà — prima che la grande controffensiva tedesca dell’ottobre-novembre 1944 li travolgesse nel sangue — sono il prototipo di ciò che la Costituzione avrebbe poi codificato per tutto il Paese.
In Friuli operarono fianco a fianco, e talvolta dolorosamente in conflitto, le Brigate Osoppo di matrice cattolico-laica e patriottica, e le Brigate Garibaldi di matrice comunista. Furono migliaia, nelle nostre montagne, a scegliere la via dei boschi piuttosto che la divisa di Salò. Furono migliaia a non tornare. La memoria di queste terre, dalle Prealpi Giulie alla Carnia, dalla pianura friulana al confine sloveno, è cucita sui muri delle case con le lapidi dei caduti, è incisa nei nomi delle vie, è custodita nei ricordi che ancora oggi le famiglie si tramandano. Ed è una memoria che, come tutte le memorie autentiche, conosce anche le proprie ombre — perché ogni vicenda umana ne ha — ma il cui significato storico complessivo è limpido: senza il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne, oggi il Friuli non sarebbe parte di una Repubblica democratica.
Onorarli, oggi, significa anche difendere ciò per cui sono morti. Significa rifiutare la deriva di un’autonomia regionale piegata a logiche di concorrenza e di disuguaglianza, e rivendicare invece — come la Costituzione richiede — un’autonomia dentro l’unità della Repubblica, una autonomia che non sia frantumazione dei diritti ma articolazione concreta della solidarietà nazionale.
V. Le donne nella Resistenza e nella Costituente

Il 25 aprile non sarebbe stato possibile senza le donne, e la Costituzione non sarebbe stata quella che è senza la voce delle ventuno costituenti. Furono almeno trentacinquemila le partigiane combattenti riconosciute nel dopoguerra, e oltre settantamila le organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, la rete clandestina di assistenza, propaganda e supporto logistico che attraversò tutto il Centro-Nord. Quattromilaseicento subirono arresto, tortura, detenzione; oltre duemiladuecento furono uccise o morirono in lager. Eppure per decenni la storiografia ufficiale le ha relegate nel ruolo decorativo della «staffetta», quasi che pedalare nelle valli con messaggi e armi nascoste sotto la sottana fosse stato un compito secondario e non, come è stato, una funzione vitale e mortalmente rischiosa.
Quando il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta — alle amministrative parziali del marzo erano state già chiamate alle urne — entrarono in Assemblea Costituente in ventuno: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Erano poche, di fronte a cinquecento uomini, ma furono decisive. Lottarono perché nell’articolo 3 si leggesse «senza distinzione di sesso», e ottennero quella formula esplicita contro le resistenze di chi la considerava superflua. Lottarono perché l’articolo 37 riconoscesse alla lavoratrice gli stessi diritti del lavoratore, a parità di lavoro la stessa retribuzione, e tutele particolari per la madre. Si chiamavano Teresa Mattei, Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Angela Maria Cingolani, Maria Federici, Elettra Pollastrini, Filomena Delli Castelli, e altre. Ognuna portava in Assemblea, oltre alla competenza politica, una biografia di sofferenza personale e di scelte di campo che non avevano nulla da invidiare a quella dei colleghi maschi.
Lina Merlin, socialista, sarebbe diventata l’autrice della legge del 1958 che chiuse le case di tolleranza, restituendo dignità a migliaia di donne ridotte a merce dallo Stato stesso. Nilde Iotti sarebbe stata la prima donna Presidente della Camera dei deputati. Teresa Mattei propose, con un gesto che oggi sembra naturale ma che allora fu una rivoluzione culturale, la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo. Sono storie che non possono essere separate dalla storia del 25 aprile: ne sono il prolungamento naturale, la conseguenza democratica, la verifica nel tempo lungo della libertà conquistata sui monti.
VI. Le voci della Costituente: oltre Calamandrei

Il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi del gennaio 1955 è giustamente rimasto come la più alta lettura morale della nostra Carta. Ma non è solitario. L’Assemblea Costituente fu attraversata da interventi che oggi rileggiamo con meraviglia per la loro profondità intellettuale, per la lucidità dell’analisi storica e per la passione civile che li animava. Vale la pena di ascoltarne almeno alcuni, perché aiutano a capire che la Costituzione non è un compromesso al ribasso ma un punto altissimo di pensiero politico.
Umberto Terracini: la Costituzione come patto fra diversi
Comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella fase decisiva dei lavori, Terracini chiuse i lavori dell’Assemblea il 22 dicembre 1947 con un discorso che è insieme bilancio e consegna. Egli sottolineò come la Carta fosse il frutto di una collaborazione fra forze politiche profondamente diverse — collaborazione che era stata possibile perché tutte avevano in mente, sopra le rispettive bandiere, l’interesse superiore della nazione e delle generazioni future. Terracini ricordò che il testo che si stava per consegnare al popolo italiano non era la traduzione integrale di nessun programma di partito, ma il punto di equilibrio fra ideali differenti, tutti convergenti sulla difesa della libertà e della dignità della persona. Quella consapevolezza — che la Costituzione non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti — è oggi il nostro miglior antidoto contro chi vorrebbe trasformarla in una bandiera di parte.
Palmiro Togliatti: la pace religiosa e l’unità nazionale
Il segretario del Partito Comunista Italiano pronunciò il 25 marzo 1947 un discorso che divise il suo stesso partito ma che è rimasto come uno dei momenti più alti dello statismo costituzionale italiano. In sede di discussione sull’articolo 7 — quello che riconosce nel diritto interno i Patti Lateranensi del 1929 — Togliatti motivò il voto favorevole del PCI con l’argomento della pace religiosa e dell’unità nazionale: la Repubblica appena nata, disse, non poteva permettersi una nuova questione romana, e l’inserimento dei Patti in Costituzione era il prezzo politico necessario per consolidare la pacificazione del Paese. La scelta gli costò il distacco di una parte della sua base e l’incomprensione di intellettuali laici come Calamandrei. Ma fu, a posteriori, una scelta di statura statale: il PCI dimostrò di saper anteporre l’interesse della Repubblica all’identità di partito. È un esempio che oggi, in un’epoca di rissa permanente e di partitismo identitario, fa meditare.
Concetto Marchesi: la scuola pubblica come fondamento della democrazia
Latinista insigne, comunista, rettore dell’Università di Padova al momento della Liberazione, Marchesi intervenne nei lavori della Costituente con una serie di discorsi memorabili sull’istruzione. Egli sostenne che la scuola pubblica è la trincea fondamentale di ogni democrazia perché è l’unico luogo in cui le diseguaglianze di nascita possono essere effettivamente compensate, in cui il figlio del contadino e il figlio del professionista possono trovare le stesse opportunità. Una società che lascia degradare la propria scuola pubblica, ammoniva, prepara la propria fine democratica. Sono parole che andrebbero rilette parola per parola oggi, mentre osserviamo il finanziamento crescente della scuola privata e la riduzione delle risorse per l’istruzione statale, in palese contrasto con lo spirito originario dell’articolo 33.
Lelio Basso: l’uguaglianza che non basta nominare
Socialista, giurista raffinatissimo, Basso è il vero padre del secondo comma dell’articolo 3, quello sulla uguaglianza sostanziale. La sua intuizione fondamentale fu che proclamare l’uguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge, come avevano fatto le costituzioni liberali ottocentesche, non basta. Anzi: in una società attraversata da profonde disuguaglianze economiche e sociali, l’uguaglianza puramente formale rischia di legittimare lo stato di cose esistente. Per essere davvero uguali, scrisse Basso ispirandosi anche al pensiero di Costantino Mortati, lo Stato deve farsi carico attivamente di rimuovere gli ostacoli concreti — economici, sociali, culturali — che impediscono ai cittadini meno favoriti di accedere realmente ai diritti riconosciuti a tutti sulla carta. È la più profonda rivoluzione concettuale della nostra Costituzione, ed è la radice di ogni politica seria contro le diseguaglianze.
Giuseppe Dossetti: i diritti che precedono lo Stato
Cattolico democristiano, animatore con La Pira e Fanfani della corrente sociale della DC, Dossetti portò nei lavori costituenti la grande tradizione del personalismo cristiano. La sua tesi, che divenne fondamento dell’articolo 2, è che esistono diritti inviolabili dell’uomo che non sono concessi dallo Stato ma soltanto da esso riconosciuti, perché radicati nella dignità della persona umana che è anteriore e superiore ad ogni autorità politica. Lo Stato, in questa visione, non è il fondamento dei diritti ma il loro garante. È una concezione che, partendo da premesse filosofiche profondamente diverse da quelle marxiste o liberali, convergeva con esse nella tutela concreta della libertà individuale. La nostra Costituzione, in questo senso, è più di un patto politico: è il riconoscimento di una verità antropologica — che la persona viene prima del potere — sottoscritta da culture differenti.
Aldo Moro: la Repubblica al servizio della persona
Anche Aldo Moro, allora giovane professore democristiano destinato a un altissimo destino politico e a una morte tragica per mano delle Brigate Rosse trentun anni dopo, lasciò nei lavori dell’Assemblea pagine fondamentali. La sua intuizione costituzionale fu che la Repubblica non è un fine in se stessa ma uno strumento, un’organizzazione al servizio della persona umana e delle formazioni sociali in cui essa si svolge. Moro insisteva sul fatto che la sovranità popolare non significa onnipotenza dello Stato sul cittadino, ma anzi: il cittadino, con i suoi diritti inviolabili, è il limite invalicabile di ogni potere, anche di quello democratico. È una lezione che dovremmo riscoprire oggi, in un’epoca in cui torna ricorrente la tentazione di una verticalizzazione del potere che, nel nome della efficienza e della governabilità, comprimerebbe gli spazi di libertà individuale e collettiva.
Teresa Mattei: la più giovane, e la più radicale
Aveva venticinque anni, era stata partigiana combattente, aveva visto suicidarsi il fratello Gianfranco torturato dalle SS. In Assemblea Costituente, Teresa Mattei comunista fu la più giovane di tutti, e una delle più tenaci. Suo è il merito di aver fatto inserire nell’articolo 3, contro lo scetticismo di molti suoi colleghi anche dello stesso PCI, l’esplicita formula «senza distinzione di sesso». Sembra una sciocchezza: era in realtà la chiave che ha permesso, decenni dopo, le sentenze sulla parità retributiva, sull’accesso alle carriere, sull’autodeterminazione. Mattei rappresenta in modo vivido la doppia eredità della Costituente: quella della Resistenza armata e quella del riscatto femminile. Le due cose, in lei e in molte sue compagne, non si separavano: erano la stessa lotta per riconoscere alla persona umana, qualunque fosse il suo sesso, la sua classe, la sua provenienza, la pienezza dei diritti.
E ce ne sarebbero altri da ricordare: Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque incaricata di stendere il testo, che chiuse i lavori con la definizione della Costituzione come «non immobile» e progressiva; Giorgio La Pira, mistico e democristiano, che insistette perché la Carta riconoscesse le formazioni sociali intermedie; Luigi Einaudi, liberale, futuro Presidente della Repubblica, che vegliò sull’equilibrio fra libertà economica e funzione sociale della proprietà. Ma il filo comune di tutte queste voci è uno solo: nessuno di loro pensava di scrivere una legge fra tante. Tutti sapevano di scrivere il testamento di una generazione, l’atto fondativo di un popolo che si riprendeva la propria storia.
VII. La destra al governo e l’antifascismo che non si vuole nominare

È in questo quadro che dobbiamo collocare, senza infingimenti, il rapporto della destra di governo con il 25 aprile. Da quando Fratelli d’Italia ha conquistato Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, la celebrazione della Liberazione è diventata un campo minato istituzionale. Si sono moltiplicati gli imbarazzi, le ambiguità, le formule reticenti. Si è preferita l’espressione generica di «libertà» piuttosto che quella precisa di «antifascismo». Si è cercato di equiparare le memorie, di parlare di tutti i caduti come se la causa per cui erano caduti fosse moralmente intercambiabile. Si è rievocata la Repubblica Sociale come un episodio fra altri, anziché come quello che fu: lo stato collaborazionista che consegnava i propri concittadini ai forni crematori.
Non è questione di accademismo storico. La reticenza sull’antifascismo non è un dettaglio lessicale: è una scelta politica con conseguenze costituzionali precise. Perché se l’antifascismo non è il presupposto morale e giuridico della Repubblica — se è solo una posizione politica fra altre, legittimamente contestabile — allora cade anche la legittimità dell’intero impianto costituzionale che da quell’antifascismo discende. Cade la XII disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista. Cade lo spirito dell’articolo 1 e dell’articolo 3. Cade la Resistenza come fonte di legittimazione storica della Repubblica.
Ed è in questa logica che vanno letti, in continuità e non a caso, i ripetuti tentativi di stravolgimento della seconda parte della Costituzione che abbiamo visto in questi anni — dalla legge sull’autonomia differenziata alla riforma sulla giustizia bocciata dal popolo nel marzo 2026, fino al premierato per ora accantonato. Tutti progetti che, sotto la bandiera della modernizzazione, miravano a verticalizzare il potere, a indebolire i contropoteri, a frantumare l’unità della Repubblica. Tutti progetti coerenti, in fondo, con una concezione della politica che ha radici culturali nel ventennio e che oggi torna travestita da pragmatismo del fare. Non è un caso che la stessa cultura politica che esita sull’antifascismo sia anche quella che vorrebbe riscrivere i bilanciamenti istituzionali pensati dai padri costituenti. Le due cose stanno insieme, e insieme vanno respinte.
Sia chiaro: in democrazia chi vince le elezioni governa, e nessuno mette in discussione la legittimità di un governo eletto, qualunque sia il suo orientamento. Quello che si mette in discussione, e che va difeso giorno per giorno, è il perimetro costituzionale dentro cui ogni governo, qualunque sia, deve restare. Ed è a questa difesa che il 25 aprile ci richiama, oggi più di ieri.
VIII. La Costituzione come trincea: difenderla è ricordare

La Costituzione, scrisse Calamandrei, non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno ogni giorno del combustibile della partecipazione, della responsabilità, dell’impegno civile. E quel combustibile, oggi, ha un nome preciso: memoria. Memoria di chi è morto perché potessimo essere liberi. Memoria di chi ha trovato la forza di sedersi attorno a un tavolo, dopo essersi fronteggiato per anni con le armi, per scrivere insieme una legge che non fosse di parte ma di tutti. Memoria del fatto, oggi messo sotto attacco, che non tutte le posizioni politiche sono equivalenti: ci sono quelle che stanno dentro la Costituzione e quelle che, dichiaratamente o subdolamente, si pongono fuori.
Difendere la Costituzione, dunque, non significa irrigidirsi su un testo e rifiutare ogni cambiamento. Nessun costituente si sognò mai di scrivere un testo inemendabile: l’articolo 138 prevede esplicitamente la procedura di revisione, ed è giusto che sia così. Significa, però, riconoscere che certi principi — quelli fondamentali, contenuti nella prima parte e negli articoli sulla forma repubblicana e sul ripudio della guerra — sono il patrimonio comune di tutti gli italiani, sottratto alle maggioranze di turno e affidato alla custodia del popolo nel suo insieme. I tre referendum costituzionali del 2006, 2016 e 2026 hanno dimostrato che il popolo, quando viene chiamato a esprimersi sui suoi fondamenti, sa difenderli. Quella coscienza costituzionale diffusa, ho già avuto modo di scrivere, è la più preziosa eredità dei costituenti.
Ma una coscienza non si tramanda automaticamente. Va alimentata. Va alimentata nella scuola, dove l’educazione civica deve tornare a essere ciò che fu nelle intenzioni degli stessi costituenti: non addestramento alla docilità, ma formazione critica al pensiero democratico, conoscenza viva della Carta, capacità di riconoscere i segni dell’erosione strisciante dei principi. Va alimentata nei luoghi di lavoro, dove ogni precarizzazione ulteriore, ogni compressione dei diritti sindacali, ogni morte sul lavoro è una violazione concreta dell’articolo 1, dell’articolo 36, dell’articolo 41. Va alimentata nei mezzi di informazione, dove la concentrazione editoriale e la logica algoritmica delle piattaforme rischiano oggi di svuotare l’articolo 21 più di quanto lo svuotasse la censura fascista. Va alimentata nell’associazionismo politico e civile, dai movimenti come Azione Civile alle reti sindacali e di cittadinanza attiva, perché solo dove c’è organizzazione collettiva ci sono cittadini, e non sudditi.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
— Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955

Il pellegrinaggio di cui parlava Calamandrei non è un atto archeologico: è un gesto politico. È andare con il pensiero — e quando si può, con i piedi — nei luoghi della memoria perché è lì, e soltanto lì, che il senso della Carta si capisce davvero. È salire alle malghe della Carnia, fermarsi davanti alle lapidi dei fucilati di Marzabotto, scendere nelle Fosse Ardeatine, leggere i nomi dei caduti partigiani sui muri delle nostre città. È capire, attraverso quei nomi, che ogni articolo della Costituzione è scritto su un pezzo di vita umana. E che chi tocca quegli articoli, anche solo per ritoccarli con la migliore delle intenzioni, sta toccando una eredità che non gli appartiene singolarmente.
IX. Il 25 aprile non è una commemorazione: è un compito

Concludo come ho iniziato: il 25 aprile non è una data del calendario civile da spuntare con un minuto di silenzio fra una corona d’alloro e un discorso ufficiale. Il 25 aprile è un compito permanente, una consegna che si rinnova ogni anno nelle stesse mani: le nostre. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non è gratuita, che la democrazia non è un dato di natura, che la Costituzione non è un sottofondo culturale ma un progetto da realizzare giorno per giorno, articolo per articolo, diritto per diritto.
È il giorno in cui rendiamo onore — e non a parole, ma con la coerenza delle nostre scelte politiche e civili — a tutti coloro che caddero perché potessimo essere qui a discutere liberamente: ai partigiani delle Brigate Garibaldi e delle Brigate Matteotti, di Giustizia e Libertà e dell’Osoppo, alle staffette e alle deportate, agli operai degli scioperi e ai contadini che nascosero i renitenti, agli ebrei che sopravvissero e agli ebrei che non sopravvissero, ai militari di Cefalonia e ai prigionieri degli IMI nei lager tedeschi, ai sacerdoti che salvarono vite e ai laici. A tutti loro, indistintamente, dobbiamo l’esistenza stessa della Repubblica. E a tutti loro, indistintamente, dobbiamo la fedeltà a quella Carta che è il loro testamento.

Non possiamo permettere che i comunisti italiani, che di quel sacrificio furono la componente più numerosa e che alla Costituente offrirono alcune delle pagine più alte, siano cancellati dalla memoria nazionale. Non possiamo permettere che la Resistenza sia equiparata a ciò che la combatté. Non possiamo permettere che la Costituzione, nata dalla Liberazione, sia stravolta da chi quella Liberazione non riesce neppure a nominare per nome. Difendere la memoria del 25 aprile e difendere l’integrità della Costituzione sono, oggi, una cosa sola. Lo erano per i costituenti che la scrissero. Lo sono per noi che, ottant’anni dopo, abbiamo il dovere di trasmetterla intatta — non immobile, ma intatta nei suoi principi fondamentali — a chi verrà dopo di noi.
La promessa dei padri e delle madri costituenti è ancora là, sospesa sopra di noi: una Repubblica fondata sul lavoro, sull’eguaglianza sostanziale, sul ripudio della guerra, sulla dignità di ogni persona. Realizzarla pienamente, dopo ottant’anni, è il modo più alto in cui possiamo dire grazie a chi è morto perché potessimo provarci.
Buon 25 aprile a tutte e a tutti. Onore ai partigiani e alle partigiane. Viva l’Italia, viva la Repubblica, viva la Costituzione.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
Mario Sommella — blogger e attivista politico
Pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0
mariosommella.wordpress.com

La paura fatta legge

Il Decreto Sicurezza, lo schiaffo al Quirinale e l’Italia che muore lontano dai riflettori

C’è un’immagine che più di tante analisi restituisce lo stato della nostra Repubblica in queste ore: quella di un sottosegretario che sale al Quirinale a tarda sera, mentre in commissione alla Camera si consuma l’ennesimo strappo istituzionale, per spiegare al Capo dello Stato come sia stato possibile infilare, in un decreto chiamato Sicurezza, una norma che premia economicamente gli avvocati che convincono i propri assistiti migranti a rinunciare alla difesa e ad accettare il rimpatrio. Non è una caricatura polemica, non è lo spunto di un editoriale: è la cronaca del 21 aprile 2026, del decreto-legge 23 del 24 febbraio scorso, approvato dal Senato venerdì 17 aprile e ora in corsa contro il tempo verso la scadenza di sabato 25, pena la decadenza. È la cronaca di un Paese che ha smarrito la bussola, che ha confuso l’ordine pubblico con l’ordine di scuderia, e che trasforma la Costituzione in un fastidioso cavillo da aggirare con l’urgenza della fiducia.

La vicenda dell’articolo 30-bis è l’ultima increspatura di una deriva dal respiro lungo. Ma racconta, con precisione chirurgica, chi governa oggi l’Italia, contro chi governa, e soprattutto di chi ha deciso di non occuparsi. Perché mentre a Montecitorio si combatte per difendere un premio di seicentoquindici euro destinato a legali trasformati in ufficiali di frontiera, altrove nel Paese continuano a morire persone. Muoiono sul lavoro, muoiono aspettando una risonanza magnetica, muoiono nel silenzio delle liste d’attesa, degli appalti al ribasso, dei cantieri senza controlli. Di loro, nel decreto, non c’è traccia. Di loro, nella narrazione governativa, non c’è mai traccia.

Anatomia di uno strappo

Ricostruire la cronologia serve a smontare la favola della fermezza. Il nuovo decreto Sicurezza nasce a inizio febbraio, subito dopo gli scontri di Torino legati alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna e alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto minori armati di coltello a La Spezia e in provincia di Frosinone. La cornice emergenziale è servita su un piatto d’argento: un altro decreto-legge, il quarto o quinto della stessa materia varato dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, e anche stavolta con la finalità politica di cavalcare l’onda emotiva e di offrire un tassello comunicativo a ridosso del referendum costituzionale sulla magistratura. Le norme sono entrate in vigore il 25 febbraio, il conto alla rovescia per la conversione si è fermato a sessanta giorni, e la maggioranza si è presentata alla scadenza con il testo ancora pieno di crepe giuridiche segnalate da Consiglio superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense, Camere penali e costituzionalisti. Il precedente era già stato scritto: nell’aprile 2025 il governo aveva trasformato in decreto-legge un disegno di legge arenato in Parlamento da un anno e mezzo, comprimendo il dibattito e imponendo le stesse scadenze forzate. Una catena, non un incidente.

Dentro il testo del 2026, al Senato, qualcuno infila un emendamento che prevede un compenso per gli avvocati che accompagnano i migranti nel rimpatrio volontario, e solo se il rimpatrio va a buon fine. In altre parole, si chiede al difensore di operare contro l’interesse del proprio assistito, capovolgendo millenni di etica forense in un colpo solo. Il Consiglio nazionale forense e le Camere penali insorgono. Il Capo dello Stato chiama al Quirinale il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e gli comunica una cosa molto semplice: così non firmo. La maggioranza, invece di prendere atto, prova a guadagnare tempo, ipotizza ordini del giorno attuativi, poi un correttivo lampo, poi un decreto successivo per rimediare al decreto appena approvato. Un cortocircuito istituzionale che il Comitato per la Legislazione della Camera stigmatizza all’unanimità, ricordando all’esecutivo che non si può continuare a deliberare leggi all’ultimo secondo, nelle pieghe delle conversioni fatte con la fiducia.

La reazione leghista è il dettaglio che illumina l’intero quadro. Il sottosegretario Nicola Molteni, in commissione, pronuncia parole studiate per arrivare direttamente al Colle: l’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza, presentato apertamente, non è il frutto di una manina notturna. Traduzione: cosa avete da ridire, presidente? Il deputato Gianangelo Bof va oltre, accusando velatamente il Quirinale di aver fatto trapelare alla stampa le proprie perplessità. È il momento in cui la Lega decide di trattare il garante della Costituzione come un avversario politico, non come un’istituzione terza. Un precedente che pesa, e che si somma a una collana ormai lunga di insofferenze verso qualunque contropotere. Il nuovo Decreto Sicurezza, letto con questi occhi, non è soltanto un provvedimento repressivo: è un test di resistenza degli argini costituzionali. E gli argini, in diversi punti, stanno cedendo.

Cosa c’è davvero dentro quel decreto

Dietro la cortina fumogena dell’articolo 30-bis, il decreto-legge 23 del 2026 è un manifesto politico in piena regola. Si articola in quattro capi e trentadue articoli e interviene simultaneamente su armi, ordine pubblico, aree urbane, immigrazione, penitenziario e reclutamento delle forze di polizia. Introduce il cosiddetto fermo preventivo, ovvero l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia fino a dodici ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando vi siano elementi concreti di rischio per il pacifico svolgimento delle stesse: una formulazione talmente elastica che lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha segnalato il pericolo di lasciare margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia e di fondare la prevenzione del crimine su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto. Il Capo dello Stato, nella fase di stesura, aveva già espresso dubbi di costituzionalità su questa misura, poi soltanto attenuata, non rimossa.

Si aggiungono le perquisizioni immediate sul posto in contesti di manifestazione o in luoghi ad alto afflusso, l’estensione dell’arresto in flagranza differita fino a quarantotto ore sulla base di documentazione videofotografica, una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo che renda difficoltosa l’identificazione durante le pubbliche riunioni, e la possibilità per il prefetto di individuare zone a vigilanza rafforzata nelle quali disporre allontanamenti e divieti di accesso per soggetti ritenuti pericolosi. Viene introdotto un divieto di partecipazione a pubbliche riunioni che può arrivare fino a dieci anni nei casi più gravi. La polizia penitenziaria vede ampliati i propri poteri investigativi, con la possibilità di condurre operazioni sotto copertura per reati commessi negli istituti di detenzione, luoghi il cui stato di cronica violazione della dignità umana è documentato da ogni rapporto del Garante delle persone private della libertà. Sul fronte dei minori, viene ampliata la lista dei coltelli vietati, estesa la sanzione penale ai venditori anche online, e introdotta una responsabilità pecuniaria diretta per i genitori o per chi esercita la responsabilità genitoriale.

L’obiettivo politico è trasparente. Costruire un nemico visibile e sostituibile, il migrante, l’attivista, il manifestante, il detenuto, il ragazzino di periferia, per distogliere lo sguardo da ciò che il nemico non è ma dovrebbe essere: la vera insicurezza materiale dei cittadini italiani. Quella che non si misura in percezione, ma in cifre, in vite, in ospedali che chiudono e cantieri senza controlli. L’impianto complessivo, denunciano le Camere penali e decine di giuristi, è quello di un diritto penale d’autore, non del fatto: si colpisce chi si è, non ciò che si fa. È la grammatica autoritaria di un governo che, ventata emotiva dopo ventata emotiva, costruisce pezzo dopo pezzo il suo codice parallelo della paura.

L’insicurezza vera: morire di lavoro nell’Italia del 2026

Mentre la maggioranza consuma la sua crisi di nervi sull’articolo 30-bis, l’INAIL ha chiuso i conti del 2025. Millenovantatré persone hanno perso la vita sul lavoro o nel tragitto verso il lavoro: settecentonovantadue sui luoghi di servizio, duecentonovantatré in itinere, otto studenti. Tre morti al giorno, festivi compresi. Una strage silenziosa, stabile da anni, che nessun decreto d’urgenza è mai stato convocato ad affrontare. Le costruzioni restano il cimitero a cielo aperto del nostro modello produttivo, con centoquarantotto vittime. Seguono le attività manifatturiere con centodiciassette decessi e il comparto trasporti e magazzinaggio con centodieci. Un lavoratore straniero ha un rischio di morte in occasione di lavoro più che doppio rispetto a un italiano: quarantanove casi e sette decimi per milione di occupati contro ventuno. Sono i volti invisibili del capitalismo italiano, quelli che puliscono i nostri centri commerciali di notte, che scaricano i pacchi dei nostri acquisti online, che tirano su le palazzine delle nostre periferie e cadono dalle impalcature dimenticate da un sistema di ispezioni azzerato per decenni di tagli.

Questa è la sicurezza di cui questo Paese avrebbe bisogno. Una sicurezza che non si scriva con i manganelli e con le manette, ma con le ispezioni ai cantieri, con la formazione obbligatoria, con la responsabilità penale degli appaltatori che scaricano il rischio a cascata sugli ultimi della catena. Una sicurezza che prenda di petto la piaga del subappalto selvaggio, del lavoro nero, degli appalti al massimo ribasso, dei caporali che ancora governano interi comparti dell’agricoltura e della logistica. Di tutto questo, nel decreto-legge 23 del 2026, non c’è una virgola. Perché l’elettore del centrodestra, nella narrazione di palazzo, deve avere paura del povero cristiano sbarcato a Lampedusa, non del padrone che gli taglia l’imbracatura per risparmiare trenta euro. Eppure il secondo uccide molto più del primo. E uccide ogni santo giorno.

La sanità negata e la scuola dimenticata

Ai morti del lavoro si sommano i morti della sanità che non c’è. Nel 2024, secondo i dati dell’Istat diffusi nel corso del 2025, il nove virgola nove per cento degli italiani ha rinunciato a curarsi. Uno su dieci. Il sei virgola otto per cento lo ha fatto per le liste d’attesa, una quota più che raddoppiata rispetto al due virgola otto per cento del 2019. Dietro quei numeri ci sono tumori diagnosticati tardi, patologie cardiache non monitorate, anziani che non arrivano alla visita specialistica, donne che rinunciano allo screening mammografico perché una visita privata costa come una settimana di spesa alimentare. La legge di bilancio 2026 stanzia due virgola quattro miliardi aggiuntivi al Fondo Sanitario Nazionale, cifra che il governo presenta come storica ma che, in rapporto al PIL e all’inflazione, equivale a una sostanziale continuità con quindici anni di definanziamento della sanità pubblica. Lo dicono con parole nette la Fondazione GIMBE, che parla di scelte in continuità con il progressivo arretramento del servizio pubblico, e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che nel focus di questa primavera ha documentato la riduzione reale della spesa sanitaria pubblica rispetto al 2010.

Il dato più inquietante è un altro, e racconta il progetto di sistema in filigrana. Nella manovra 2026, gli acquisti di prestazioni dal settore privato passano da centocinquanta a duecentoquarantasei milioni di euro, con un incremento di quasi il sessantacinque per cento. È la traduzione contabile di una strategia politica precisa: non rafforzare il pubblico, ma canalizzare risorse pubbliche verso strutture accreditate private, costruendo passo dopo passo un sistema a doppio binario dove chi può paga e si cura, chi non può aspetta e, talvolta, non arriva a guarire. La sanità come mercato, il diritto alla salute ridotto a servizio premium. È la pietra tombale dell’articolo 32 della Costituzione, posata silenziosamente con la scusa dell’efficienza.

La scuola vive un destino parallelo. Classi sovraffollate dove si dovrebbero fare percorsi individuali, edifici ancora inadeguati cinquant’anni dopo il terremoto dell’Irpinia, precariato strutturale che avvelena la qualità della didattica, dispersione scolastica che resta tra le più alte d’Europa nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Eppure il governo trova tempo, energie e norme per inseguire i telefoni dei ragazzini in aula, per inasprire le sanzioni disciplinari, per introdurre il voto di condotta come leva punitiva. Non per investire sulla formazione degli insegnanti, non per ridurre il numero di alunni per classe, non per garantire il tempo pieno a tutti, non per ripensare l’alternanza scuola-lavoro dopo gli otto studenti morti sul lavoro nel solo 2025. La sicurezza, di nuovo, non è mai quella che conta.

Il cortocircuito della bussola

La definizione più onesta del governo in carica è questa: è un esecutivo che ha perso la bussola, perché ha deciso deliberatamente di tenerla puntata verso un orizzonte che non è quello del Paese reale. La bussola di Palazzo Chigi indica un luogo ideologico, non un bisogno concreto: lì ci sono i migranti da respingere, i magistrati da ridimensionare, i giornalisti da querelare, i centri sociali da sgomberare, le occupazioni da criminalizzare. Da quell’altra parte, invisibile nelle conferenze stampa, ci sono gli operai delle raffinerie siciliane, i braccianti della Piana di Gioia Tauro, le infermiere degli ospedali lombardi dimissionarie in massa, i pendolari delle linee secondarie dismesse, gli inquilini in arretrato per il caro-affitti delle città universitarie, gli studenti fuorisede che scelgono se cenare o stampare la tesi. Persone intere, non categorie, per le quali questo governo non ha prodotto un solo provvedimento degno di memoria.

La cifra stilistica è quella della distrazione di massa. Ogni volta che un dato economico, sanitario o sociale minaccia di bucare la bolla mediatica, parte la contromanovra: un’uscita sull’immigrazione, una polemica con la Francia, un tweet sul generale di turno, un’intervista sul presunto piano di sostituzione etnica. Il ciclo funziona, purtroppo. Funziona perché ha dietro una macchina di comunicazione istituzionale, un ecosistema di testate amiche, un accesso privilegiato ai talk-show dove la dialettica è ormai una messinscena stanca. Ma funziona soprattutto perché l’opposizione stenta ancora a riorganizzarsi su un terreno che non sia quello della reazione quotidiana. Serve un’agenda, serve un racconto, serve una narrazione alternativa che parta esattamente da lì: dai morti sul lavoro, dalle liste d’attesa, dalle scuole fatiscenti, dai salari fermi al 1990 e dai contratti rinnovati a cinque anni di distanza dalla scadenza.

La democrazia come manutenzione quotidiana

Lo schiaffo al Quirinale, la fuga in avanti della Lega, il disprezzo per le forme parlamentari, l’uso disinvolto della fiducia sono tessere di un mosaico più ampio. Lo stesso mosaico dentro cui si collocano la riforma costituzionale in discussione, il premierato con annessa legge elettorale ribattezzata dai critici come il nuovo sistema maggioritario senza contrappesi, e l’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese in ventuno sistemi sanitari, scolastici, infrastrutturali diversi. Il filo rosso è uno solo: concentrare il potere, disarticolare i controlli, trasformare la democrazia in una procedura di ratifica e il popolo in un elettorato periodicamente chiamato a benedire scelte prese altrove. Quando un presidente della Repubblica è costretto a negoziare in piena notte la tenuta di una norma con un sottosegretario, siamo già oltre la fisiologia costituzionale.

La risposta non può essere soltanto difensiva. Non basta resistere; bisogna ricostruire. Bisogna dire, con una voce che superi il chiacchiericcio degli scranni, che la sicurezza vera si misura nel numero di cittadini che hanno un lavoro dignitoso e ci tornano vivi la sera, nel numero di pazienti che ottengono una diagnosi prima che sia troppo tardi, nel numero di studenti che completano il percorso formativo senza abbandonare lungo la strada, nel numero di anziani che non devono scegliere tra medicine e bollette. La sicurezza vera è il welfare. La sicurezza vera è la manutenzione del patto sociale. La sicurezza vera è una Costituzione viva, non una reliquia da esibire nei convegni e aggirare nei decreti.

Quando un governo punisce chi protesta nei CPR ma non ispeziona il cantiere dove il sabato successivo crolla un solaio, quando incentiva gli avvocati a convincere i propri clienti a partire ma taglia i fondi per i consultori, quando introduce il reato di blocco stradale ma non stanzia un euro in più per l’edilizia scolastica, quel governo ha già comunicato la sua gerarchia di valori. Il compito di chi ancora crede nella Costituzione, dei partiti di opposizione, delle associazioni, dei sindacati, dei giornalisti onesti, degli attivisti, dei cittadini semplicemente stanchi, è rendere quella gerarchia visibile, dirlo ad alta voce, ripeterlo nelle piazze, nei giornali, nei consigli comunali, ovunque ci sia un’orecchia disposta ad ascoltare. Perché la democrazia non è uno stato; è un esercizio quotidiano. E oggi, in Italia, è un esercizio che comincia da una domanda elementare: di chi è la sicurezza di cui parliamo? Di chi governa, o di chi è governato?

La risposta, come sempre, sta nei fatti. E i fatti, in questo aprile 2026, parlano di un Paese che muore sui ponteggi e aspetta mesi per una visita medica, mentre il suo governo scrive decreti contro chi è arrivato con un barcone e contro chi scende in piazza. C’è ancora tempo per cambiare questa storia. Ma solo se qualcuno, là fuori, decide di raccontarla diversamente.

Fonti

Liana Milella, Giacomo Salvini, Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale, Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026.
Il Mattino, Decreto sicurezza, stop di Mattarella su norma rimpatri: corsa contro il tempo per modificare il testo, aprile 2026.
Il Messaggero, Decreto sicurezza, no di Mattarella ai premi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio, aprile 2026.
Quotidiano Nazionale, Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati, aprile 2026.
Il Post, I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza, 17 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, Decreto Sicurezza approvato al Senato, opposizioni protestano contro il governo Meloni, 17 aprile 2026.
Pagella Politica, Che cosa c’è nella nuova stretta del governo sulla sicurezza, febbraio 2026.
Sistema Penale, Il testo del disegno di legge A.C. 2886 di conversione del DL 23/2026 con gli emendamenti approvati dal Senato, aprile 2026.
Senato della Repubblica, scheda del disegno di legge S. 1818 — conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23.
Il Manifesto, Tutti i decreti sicurezza della maggioranza, febbraio 2026.
INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dati aggiornati al 31 dicembre 2025, Roma 2026.
Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, Rapporto nazionale infortuni mortali, gennaio-dicembre 2025.
Ansa, Inail, 792 morti sul lavoro nel 2025, in calo sul 2024, 3 febbraio 2026.
Fondazione GIMBE, Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale 2025 e analisi della Legge di Bilancio 2026.
ISTAT, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia, anno 2024.
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2026 Pubblico e privato nella sanità in Italia.
CGIL, Legge di Bilancio 2026 e Servizio Sanitario Nazionale: la verità dei numeri, novembre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, L’evoluzione dei finanziamenti alla sanità in Italia.
Consiglio Superiore della Magistratura, parere sul decreto-legge 23/2026 in materia di fermo preventivo e misure di prevenzione, 2026.
Consiglio Nazionale Forense e Unione Camere Penali Italiane, Osservazioni sull’articolo 30-bis del DL 23/2026.
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Rapporti sulle visite nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
© Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0

IL FEDERALISMO DELLA VERGOGNA

Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.

I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
Il messaggio è cristallino nella sua crudezza: il Nord è la “parte sana”, il resto è zavorra. Il Meridione va punito per aver votato in massa contro la manomissione delle garanzie costituzionali, per aver difeso l’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. La soluzione di Fontana non è il dialogo: è la frammentazione dello Stato in senso federale, con le Regioni del Nord libere di allearsi con la Baviera per proteggere l’industria automobilistica e manifatturiera del Nord padano.
Non si tratta di una posizione nuova per la Lega, che sin dalla sua fondazione nel 1989 ad opera di Umberto Bossi ha perseguito prima la secessione aperta della Padania, poi il federalismo fiscale, poi l’autonomia differenziata. Ma le parole di Fontana del 26 marzo rappresentano un salto di qualità: è la prima volta che un governatore in carica, a poche ore da una sconfitta elettorale che coinvolge direttamente le sue politiche, invoca esplicitamente un federalismo secessionista come risposta al voto popolare.
In altri termini: se il popolo vota in modo “sbagliato”, la soluzione non è ascoltarlo — è costruire una struttura istituzionale che lo escluda. Questo è l’attacco alla democrazia che Fontana non nomina ma pratica.
II. IL “MODO DI PENSARE”: IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DELLA LEGA
Ancora più rivelatore del progetto secessionista è il linguaggio utilizzato da Fontana per descrivere il divario tra Nord e Sud. Secondo il governatore lombardo, il Nord è “l’area più moderna e funzionale che traina il resto dell’Italia”. Il sottotesto è inequivocabile: il Meridione è arretrato, premoderno, irrecuperabile, e questa arretratezza si esprime anche nel “modo di pensare” dei suoi abitanti.
Questo “modo di pensare” sbagliato, secondo la logica fontaniana, consiste nell’aver votato a difesa della Costituzione. 15 milioni di cittadine e cittadini meridionali, che hanno espresso liberamente e democraticamente la propria volontà, vengono così trasformati in un problema da risolvere con la separazione istituzionale. È una forma di razzismo istituzionale che etnicizza la preferenza politica: non sbagli perché la tua posizione è sbagliata, sbagli perché appartieni al gruppo sbagliato.
Eppure — come sottolineano i dati — il Sud che ha votato No al referendum non lo ha fatto per attaccamento all’immobilismo. La Calabria, una delle regioni più duramente colpite dalla questione meridionale, ha espresso percentuali altissime di voto favorevole alla riforma nel quesito sulla separazione delle carriere. Il Sud non è un blocco monolitico conservatore: è un territorio che risponde alle proposte che gli vengono sottoposte, capace di scelte radicalmente diverse a seconda del quesito e del contesto. Fontana, e chi lo sostiene, preferisce ignorare questa complessità, perché serve loro un nemico semplice, uniforme, utile come alibi.
III. SECHI E LIBERO: QUANDO IL GIORNALISMO INSULTA CHI HA DI MENO
Se Fontana ha offerto la cornice politica, Mario Sechi — direttore di Libero — ne ha fornito la copertura ideologica e mediatica. Nel suo editoriale pubblicato su Libero il 24 marzo 2026, intitolato “L’ingiustizia è uguale per tutti”, Sechi ha commentato l’esito referendario con parole che il senatore M5S Orfeo Mazzella ha definito senza mezzi termini “gravissime e a tratti razziste”.
“Ha vinto il NO grazie a giovani ‘coltivati’ in scuole e università e grazie al Sud attaccato al reddito e alle pensioni d’invalidità.”
Tradotto: chi ha votato No è o un giovane manipolato nei banchi di scuola, oppure un meridionale che difende il proprio “assistenzialismo”. Il voto democratico di milioni di persone ridotto a una scelta di convenienza, a un riflesso pavloviano del portafoglio. L’editoriale di Sechi è “uno schiaffo in faccia a 20 milioni di meridionali e al giornalismo stesso”, per usare ancora le parole del senatore Mazzella, che ha auspicato una rapida presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti.
Francesco Emilio Borrelli, parlamentare di Avs, è andato oltre: “Adesso basta! Mario Sechi ha usato parole offensive verso il popolo del Sud che ha votato per difendere la Costituzione.” Perché è questo che il direttore di Libero non riesce — o non vuole — comprendere: il voto del Sud non era in difesa del reddito di cittadinanza. Era in difesa dell’articolo 104 della Costituzione, dell’indipendenza della magistratura, dei contrappesi democratici che proteggono tutti i cittadini, a cominciare dai più vulnerabili.
IV. IL PARADOSSO DEI FINANZIAMENTI PUBBLICI: CHI INSULTA IL POVERO VIVE DEI SOLDI DI STATO
Ma c’è una dimensione di questa vicenda che non può essere taciuta, perché tocca il cuore di una contraddizione insostenibile. Sechi scrive su Libero che il Sud ha votato No per “attaccamento al reddito” di cittadinanza, come se fosse una vergogna che una famiglia in difficoltà economica riceva un sussidio statale. Eppure il giornale sul quale firma questi editoriali campioni di disprezzo sociale — Libero — è tra i principali beneficiari del finanziamento pubblico all’editoria in Italia.
I dati pubblicati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri parlano chiaro: Libero ha ricevuto oltre 5,4 milioni di euro di contributi pubblici diretti per l’anno 2023, e circa 2,7 milioni nella prima rata del 2024. Nel complesso, negli anni più recenti, il quotidiano ha incassato dallo Stato cifre nell’ordine di svariati milioni di euro all’anno.
Un meccanismo surreale: la testata che si nutre di fondi pubblici — erogati attraverso una cooperativa che formalmente detiene la testata, mentre la proprietà sostanziale fa capo alla società di Antonio Angelucci, deputato della Lega — usa quelle stesse risorse per produrre editoriali che umiliano chi riceve un sussidio per sopravvivere. La differenza tra il reddito di cittadinanza e il contributo pubblico all’editoria non sta nella natura dell’intervento statale, ma in chi ne beneficia: nel primo caso, famiglie al di sotto della soglia di povertà; nel secondo, un giornale di proprietà di un parlamentare del partito di governo.
Non è solo una questione di ipocrisia. È una questione di classe. Il welfare per i ricchi si chiama “pluralismo dell’informazione”. Il welfare per i poveri si chiama “assistenzialismo” e diventa argomento di scherno sulle pagine dello stesso giornale che quel welfare incassa.
Vergogna, Sechi. Vergogna, Libero. Non si morde la mano che ti nutre, soprattutto quando quella mano è la mano dello Stato che stai insultando attraverso i suoi cittadini più fragili.
V. LA RISPOSTA CHE CI ASPETTIAMO: UNITÀ, DIGNITÀ, RESISTENZA COSTITUZIONALE
Il comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata pubblicato il 26 marzo 2026 lancia un appello preciso e urgente: tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno combattuto per la difesa della Costituzione devono reagire “immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari” alle dichiarazioni di Fontana. Si chiedono esplicitamente le dimissioni del governatore lombardo.
È un appello che facciamo nostro con piena convinzione. Non per spirito di rivincita, non per logica di parte, ma perché chi ricopre una carica istituzionale ha il dovere di rispettare il verdetto democratico, non di costruire architetture istituzionali per aggirarlo. Fontana non ha perso un voto qualsiasi: ha visto sconfitto un progetto politico che voleva indebolire la magistratura e concentrare il potere. La risposta a quella sconfitta non può essere la minaccia della secessione.
L’iter delle Intese — che prevede accordi bilaterali tra singole Regioni e lo Stato per trasferire competenze e risorse — deve essere bloccato immediatamente. L’autonomia differenziata, nella sua forma attuale, è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla sentenza n. 192 del 2024 della Corte Costituzionale. Andare avanti su questo percorso, dopo il voto referendario, sarebbe non solo un errore politico ma una sfida aperta alla volontà del popolo sovrano.
VI. LA QUESTIONE MERIDIONALE COME QUESTIONE DEMOCRATICA
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella coincidenza temporale tra le dichiarazioni di Fontana e gli editoriali di Sechi. Entrambi, a pochi giorni dal referendum, hanno scelto di non interrogarsi sulle ragioni del voto, ma di attaccare chi ha votato. Entrambi hanno trovato nel Sud il capro espiatorio ideale.
Questa è la politica della distrazione. Invece di chiedersi perché milioni di italiani abbiano scelto di difendere la Costituzione, invece di fare i conti con la crisi di consenso che attraversa la destra di governo, si preferisce additare il Meridione come zavorra, zavorra che produce voti sbagliati, che incassa sussidi, che non capisce la modernità.
Ma il Sud che ha votato NO non è arretrato. È consapevole. Consapevole che uno Stato smembrato in feudi autonomi non protegge i deboli, ma li abbandona. Consapevole che una magistratura dipendente dalla politica non difende i cittadini, ma chi è al potere. Consapevole che le riforme istituzionali non si fanno di notte, contando i voti in Parlamento, ma si costruiscono con il consenso, il dialogo, la partecipazione democratica.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.” Non è una citazione. È un programma di vita. E il 22-23 marzo 2026, 15 milioni di italiani lo hanno scritto con la matita sulla scheda referendaria.
Fontana si dimetta. Sechi faccia ammenda. E che lo Stato smetta di finanziare il disprezzo.

Fonti: Corriere della Sera, 26 marzo 2026; Libero, 24 marzo 2026; Comunicato Comitati NO AD, 26 marzo 2026;
Il Post — contributi pubblici all’editoria 2023/2024; Wikipedia — Referendum costituzionale Italia 2026;
Sardiniapost, Paese Italia Press, Agenzia Opinione — reazioni all’editoriale Sechi (25-26 marzo 2026).

HA VINTO LA COSTITUZIONEHa vinto il popolo dei partigiani della Costituzione

La controriforma Meloni-Nordio travolta dal No: 53,74% contro 46,26%
Affluenza record al 58,93%. I giovani under 34 votano No al 61,1%

La dichiarazione di Antonio Ingroia: «Hanno vinto i cittadini»

«Ha vinto il No. Il No a questa controriforma Meloni-Nordio. Il No alla separazione delle carriere. Il No a questo sfregio della Costituzione, portato avanti nel nome di Licio Gelli». Con queste parole nette e vibranti, Antonio Ingroia — presidente di Azione Civile, già magistrato del pool antimafia di Paolo Borsellino — ha accolto il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, che ha visto la netta bocciatura della cosiddetta riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio.

Ma Ingroia ha voluto andare oltre la lettura meramente partitica del voto. «Chi ha vinto — ha proseguito — non è la sinistra contro la destra, non è l’opposizione contro il governo Meloni. Hanno vinto i cittadini. Ha vinto la Costituzione». Una lettura che restituisce al pronunciamento popolare la sua dimensione più autentica: non un fatto di schieramenti parlamentari, ma un atto di sovranità popolare in difesa dell’architettura fondamentale della Repubblica.

Il presidente di Azione Civile ha quindi rivolto il suo sguardo verso quei milioni di italiani che, per anni, avevano scelto l’astensione. «Soprattutto i cittadini, i partigiani della Costituzione, che per difenderla sono scesi in campo. Finalmente, direi, sono usciti dal popolo dell’astensionismo, perché non credono nei partiti tradizionali che oggi stanno in Parlamento, maggioranza e opposizione. E hanno deciso che, questa volta, vale la pena votare».

Un messaggio potente, che parla direttamente al cuore della crisi democratica italiana: la sfiducia verso le istituzioni rappresentative, il distacco crescente tra palazzo e cittadinanza. In queste parole c’è la consapevolezza che il vero protagonista di questa giornata storica non è stato nessun partito, ma un’Italia civile che si è rimessa in moto. «Hanno votato con un No che significa: io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

I numeri di una vittoria storica

I dati che emergono dallo scrutinio, ormai quasi completato, confermano la portata della sconfitta subita dal governo. Il No si è attestato al 53,74%, contro il 46,26% del Sì, con un distacco di oltre sette punti percentuali che ha superato le stesse previsioni degli istituti demoscopici. L’affluenza definitiva ha raggiunto il 58,93%: un dato straordinario se si considera che nelle precedenti consultazioni referendarie e nelle europee del 2024 la partecipazione era stata sensibilmente più bassa.

Il profilo del voto rivela dati di grande significato politico e sociale. Tra gli under 34, il No ha ottenuto il 61,1%, a dimostrazione che le generazioni più giovani hanno percepito con particolare chiarezza la minaccia rappresentata dalla riforma per l’equilibrio dei poteri costituzionali. Il No ha prevalso in tutte le regioni italiane ad eccezione di tre — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — e in tutti i capoluoghi di regione senza eccezioni. L’Emilia Romagna ha guidato la partecipazione con un’affluenza prossima al 67%, seguita da Toscana e Umbria, mentre la Sicilia ha registrato il dato più basso, attestandosi al 46,14%.

Un elemento particolarmente rilevante, segnalato dai sondaggi post-voto, è che una parte significativa degli elettori che alle europee 2024 non erano andati alle urne — il 57,7% di essi — ha scelto di votare No. Il referendum ha dunque rimesso in moto una porzione dell’elettorato che si era ritirata dalla partecipazione, confermando integralmente l’analisi di Ingroia sui «partigiani della Costituzione» usciti dall’astensionismo.

Lo sfregio nel nome di Licio Gelli: la riforma e il Piano di Rinascita

Il riferimento di Ingroia a Licio Gelli non è retorico, né casuale. La separazione delle carriere dei magistrati figurava esplicitamente tra i punti del Piano di Rinascita Democratica, il documento programmatico della loggia massonica segreta P2, sequestrato nel 1982, che delineava un progetto di ristrutturazione autoritaria dello Stato italiano. Quel piano prevedeva, tra le altre cose, il controllo dei mezzi di informazione, la riforma della magistratura in senso dipendente dal potere politico, e la subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo.

La riforma Nordio, bocciata dal voto popolare, avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma e il meccanismo del sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno. Per i suoi critici — tra cui oltre centodiciassette costituzionalisti, tre presidenti emeriti della Corte Costituzionale, l’ANPI, la CGIL, Libera e il vastissimo Comitato Società Civile per il No — la riforma non avrebbe migliorato il funzionamento della giustizia per i cittadini, ma avrebbe indebolito l’indipendenza della magistratura dal potere politico.

Come ha osservato il presidente del Comitato Società Civile per il No, Giovanni Bachelet, la vittoria referendaria può essere paragonata a grandi momenti della storia democratica italiana: una mobilitazione di popolo in difesa dei principi fondativi della Repubblica, che ha visto convergere forze diverse, dal mondo del lavoro a quello dell’associazionismo, dalla società civile ai movimenti per la legalità.

Il quadro politico dopo il voto: una sconfitta che apre scenari

Il risultato del referendum rappresenta la prima vera sconfitta elettorale del governo Meloni dall’insediamento a Palazzo Chigi. La premier ha commentato con evidente amarezza, parlando di un’«occasione persa per modernizzare l’Italia», pur assicurando che il governo «andrà avanti con determinazione». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di prendere atto della decisione sovrana del popolo, negando ogni significato politico al voto. Il vicepremier Tajani ha affermato di inchinarsi alla volontà popolare, mentre Salvini ha ribadito che il governo proseguirà «compatto».

Sul fronte opposto, le opposizioni parlamentari hanno celebrato la vittoria come un momento di svolta. La segretaria del PD Elly Schlein ha dichiarato che esiste già una «maggioranza alternativa» nel Paese. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha parlato di un vero e proprio «avviso di sfratto per il governo». Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha evocato una «nuova primavera» per il Paese, sottolineando che il voto dimostra come questo governo non abbia il consenso della maggioranza dei cittadini. In piazza Barberini a Roma, centinaia di persone hanno festeggiato la vittoria del No con i leader delle opposizioni e del sindacato riuniti su un palco improvvisato, tra cori, bandiere e un’emozione collettiva che ha ricordato le grandi mobilitazioni popolari.

Oltre i partiti: la lezione di Azione Civile

Ma è proprio qui che la lettura di Antonio Ingroia si distingue con forza da quella delle opposizioni parlamentari. Non è stata una vittoria della sinistra contro la destra. Non è stata una vittoria dei partiti del campo largo. È stata la vittoria dei cittadini, di quei milioni di italiani che non si riconoscono in nessun partito presente in Parlamento ma che, quando la posta in gioco diventa la Costituzione, i diritti fondamentali, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, decidono di rompere il silenzio dell’astensione e di esercitare il loro diritto sovrano.

Questo dato è confermato anche dalle analisi dei flussi elettorali: il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla propria decisione ha pesato il giudizio nel merito della riforma, non l’appartenenza partitica. Solo il 7% ha seguito le indicazioni del proprio partito di riferimento. È un dato che smonta radicalmente qualsiasi lettura di questo voto come mero scontro tra maggioranza e opposizione, e che restituisce al pronunciamento popolare la sua natura più profonda: un atto di difesa della democrazia costituzionale.

Azione Civile, il movimento fondato da Antonio Ingroia, è stato tra le forze che più coerentemente hanno sostenuto le ragioni del No, portando avanti una campagna radicata nel merito costituzionale, nei territori e nelle comunità. Una campagna che non ha cercato la visibilità mediatica dei grandi palcoscenici, ma il confronto diretto con i cittadini: nelle sale civiche, nelle piazze, nei dibattiti pubblici come quello di Tivoli con la partecipazione di Elena Matteotti, nipote del martire antifascista Giacomo Matteotti. Una presenza che testimonia il filo ininterrotto tra la Resistenza, la Costituzione e la lotta democratica di oggi.

Una nuova stagione per la democrazia italiana

Il 23 marzo 2026 resterà nella memoria della Repubblica come il giorno in cui il popolo italiano ha detto No allo smantellamento della propria Costituzione. Un No che non è conservazione, ma difesa attiva dei principi di libertà, uguaglianza e separazione dei poteri che i Costituenti ci hanno consegnato. Un No che è insieme argine e promessa: argine contro ogni tentazione autoritaria, promessa di una cittadinanza consapevole e combattiva.

Con la vittoria del No, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 decade ufficialmente. L’assetto della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura resta quello previsto dalla Costituzione del 1948 e dalle successive leggi ordinarie. Ma la partita non è chiusa: il governo ha già annunciato di voler proseguire la propria azione. Sarà compito dei cittadini — dei partigiani della Costituzione, come li ha chiamati Ingroia — restare vigili.

Perché questo è il senso più profondo di quanto accaduto: non un voto, ma un risveglio. L’Italia civile si è rimessa in cammino. E quando i cittadini decidono che la Costituzione merita di essere difesa, nessuna maggioranza parlamentare può prevalere sulla sovranità popolare. Come ha detto Antonio Ingroia: «Io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

La Costituzione tradita e il referendum del 22-23 marzo: perché diciamo NO

Dall’attuazione monca della Carta fondamentale al disegno eversivo che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Dalla corsa al riarmo alla guerra in Iran: il volto della redistribuzione al contrario

Il 22 e 23 marzo, le cittadine e i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale che riguarda l’assetto della magistratura. Non si tratta di un voto qualunque. Si tratta, per la terza volta in vent’anni, di decidere se permettere che la Carta fondamentale della Repubblica venga modificata nei suoi capisaldi istituzionali, oppure se opporsi a un disegno che, lungi dal rispondere ai bisogni del Paese, persegue un progetto di concentrazione del potere le cui radici affondano ben più in profondità di quanto il dibattito corrente lasci intendere.

Noi preferiamo di NO. E le ragioni di questo NO non si esauriscono nel merito tecnico della riforma sulla separazione delle carriere, per quanto gravi siano le sue implicazioni. Questo NO affonda in una lettura più ampia della storia repubblicana, delle sue promesse tradite, del lento e sistematico smantellamento del patto sociale che la Costituzione del 1948 aveva solennemente sancito. Ma è anche un NO che guarda oltre i confini nazionali, al contesto internazionale in cui queste riforme si inseriscono: un mondo in cui la guerra torna a essere strumento di politica, in cui la corsa al riarmo divora risorse destinate ai diritti sociali, in cui la Palestina continua a morire nell’indifferenza e l’Iran brucia sotto le bombe di un’alleanza bellica guidata da due leader spregiudicati.

I. La Costituzione incompiuta: il tradimento dell’articolo 3

La Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dal sacrificio di milioni di italiani, non è mai stata compiutamente attuata. Questa è la prima, fondamentale verità che occorre ristabilire nel dibattito pubblico. Chi oggi la presenta come un ostacolo alla modernizzazione del Paese, come un documento vecchio e inadeguato, compie un’operazione intellettualmente disonesta: non si può dichiarare fallito ciò che non si è mai veramente realizzato.

Il cuore pulsante della Carta risiede nei suoi principi fondamentali, e in particolare nell’articolo 3, secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» Questo articolo non è una dichiarazione di principio astratta: è un mandato politico rivoluzionario, un programma di trasformazione sociale che impegna la Repubblica non alla mera uguaglianza formale, ma all’uguaglianza sostanziale. Un compito che, a quasi ottant’anni dalla promulgazione della Carta, resta drammaticamente incompiuto.

L’attuazione monca della Costituzione ha attraversato l’intera storia repubblicana. La Corte Costituzionale è stata istituita con otto anni di ritardo, nel 1956. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha visto la luce solo nel 1958, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Carta. Lo Statuto dei Lavoratori, quel formidabile strumento di civiltà giuridica che traduceva in norme concrete il dettato degli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione, è arrivato solo nel 1970, e da allora è stato progressivamente eroso. Il Servizio Sanitario Nazionale, conquista epocale del 1978, nasceva trent’anni dopo la promulgazione della Carta. L’articolo 11, che ripudia la guerra, è stato violato ripetutamente con la partecipazione italiana a conflitti armati lontani dai confini nazionali. L’articolo 9, sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, è rimasto lettera morta di fronte alla cementificazione selvaggia del territorio.

Eppure, proprio in quei decenni di attuazione parziale ma progressiva, l’Italia ha conosciuto la sua più straordinaria stagione di crescita e di emancipazione collettiva. Questo dato storico smentisce clamorosamente la narrazione di chi vuole farci credere che la Costituzione sia il freno allo sviluppo del Paese.

II. L’Italia potenza mondiale: quando la redistribuzione funzionava

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, l’Italia ha compiuto una delle trasformazioni più straordinarie della storia economica contemporanea. Da nazione agricola, devastata dalla guerra, il Paese è diventato una delle principali potenze industriali del pianeta. Il cosiddetto miracolo economico, sviluppatosi tra il 1958 e il 1963 con tassi di crescita del PIL tra il 6 e il 7 per cento annuo, ha trasformato radicalmente il volto della società italiana, portando milioni di famiglie dalla sussistenza al benessere.

Questa crescita non fu il frutto del libero mercato lasciato a sé stesso. Fu il risultato di un modello in cui lo Stato svolgeva un ruolo attivo e strategico: l’IRI, l’ENI, l’ENEL, le grandi partecipazioni statali costruirono le infrastrutture produttive del Paese. Ma soprattutto, quella crescita fu sostenuta e alimentata da un formidabile meccanismo di redistribuzione sociale, figlio della dialettica politica tra una maggioranza di governo e un’opposizione che faceva il proprio mestiere con serietà e competenza.

Il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente, con la sua presenza capillare nel territorio, con la sua elaborazione culturale, con la sua pressione costante sulle istituzioni, fu il motore di una stagione di conquiste sociali che trasformò l’Italia in un Paese civile. Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, la riforma sanitaria del 1978, il sistema pensionistico, la scuola pubblica di massa, il divorzio, l’obiezione di coscienza, la legge Basaglia, i consultori familiari: ogni conquista sociale di quel periodo porta l’impronta di una dialettica democratica viva, in cui la Costituzione, pur attuata in modo parziale, fungeva da bussola e da argine.

Il risultato fu che nel 1987 l’Italia superò il Regno Unito per prodotto interno lordo, diventando la sesta economia mondiale. Nel 1991, secondo il rapporto di Business International, il Paese raggiunse la quarta posizione tra le potenze economiche globali, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania riunificata, con un PIL a parità di potere d’acquisto di 1.268 miliardi di dollari. Tutto questo fu possibile non nonostante la Costituzione e il suo impianto redistributivo, ma proprio grazie ad essi.

La favola che vorrebbero farci credere — secondo cui il limite alla nostra libertà e al nostro benessere risiederebbe nella Costituzione, in una magistratura troppo indipendente, in uno Stato troppo presente — è una fandonia sesquipedale, smentita dalla storia stessa del Paese.

III. La controrivoluzione neoliberista: da Reagan e Thatcher all’erosione dello Stato sociale

La grande stagione di crescita condivisa non finì per esaurimento naturale. Fu deliberatamente interrotta da un cambio di paradigma politico-economico che, a partire dalla fine degli anni Settanta, ridefinì le regole del gioco a livello globale.

L’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 segnò l’inizio di quella che potremmo definire la grande controrivoluzione. Il nuovo verbo fu semplice e brutale: meno Stato, meno tasse per i ricchi, meno tutele per i lavoratori, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione dei mercati finanziari. La politica smise di avere al centro i bisogni dei cittadini e mise al centro il capitale, il profitto, l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi.

Questo nuovo paradigma non si impose per caso. Fu il frutto di un’elaborazione ideologica meticolosa, finanziata dai grandi capitali e diffusa attraverso think tank, università, media. La teoria del trickle-down, la fantasia secondo cui arricchire i più ricchi avrebbe fatto sgocciolare benessere verso il basso, divenne il mantra della nuova politica economica. Ma i fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

La redistribuzione al contrario — togliere a chi ha meno per dare a chi ha di più — è stata la cifra distintiva degli ultimi quarant’anni. I dati sono impietosi. Il World Inequality Report 2026, curato da Lucas Chancel e Thomas Piketty, documenta che l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale controlla oggi il 37 per cento della ricchezza globale, oltre 18 volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 rivela che le fortune dei miliardari sono cresciute nel 2025 di 2.500 miliardi di dollari, cifra quasi equivalente alla ricchezza totale di 4,1 miliardi di persone. Meno di 60.000 individui al mondo controllano una ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dal 50 per cento più povero dell’umanità.

In Italia, il quadro non è meno allarmante. Secondo l’analisi Oxfam sui dati della Banca d’Italia, in quindici anni la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91 per cento di questo incremento è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie. La povertà assoluta coinvolge oggi oltre 5,7 milioni di persone, più di 2,2 milioni di famiglie che non dispongono di risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. L’ascensore sociale si è fermato, e il peso dell’eredità sul totale della ricchezza nazionale è in crescita costante.

IV. Il miraggio americano: la società perfetta che non esiste

Chi propugna il modello neoliberista come orizzonte desiderabile per l’Italia farebbe bene a guardare con onestà alla realtà degli Stati Uniti, il Paese che di quel modello è la culla e la massima espressione.

Negli Stati Uniti, il 10 per cento più ricco possiede circa 727 volte più ricchezza rispetto al 50 per cento più povero della popolazione. Il tasso di povertà supera il 18 per cento, il più alto tra i Paesi OCSE. Dalla metà degli anni Settanta ad oggi, la ricchezza totale delle famiglie americane è triplicata, ma la povertà estrema è raddoppiata. Più di due milioni e mezzo di bambini vivono in condizione di homelessness. La mobilità economica è inferiore a quella di tutti i Paesi dell’Europa continentale per i quali esistono dati comparabili.

L’amministrazione Trump ha portato questa tendenza alle sue estreme conseguenze: riduzione delle imposte per gli ultra-ricchi, smantellamento degli sforzi internazionali per tassare le grandi multinazionali, concentrazione senza precedenti di potere economico e politico nelle mani di un’élite oligarchica. Elon Musk ha superato nel 2025 i 500 miliardi di dollari di patrimonio personale, mentre i miliardari hanno 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto ai comuni cittadini.

Solo attraverso una capillare manipolazione mediatica è possibile far credere che questa sia una società modello. La realtà è che il modello americano produce fratture sociali profondissime, povertà diffusa, disuguaglianze estreme, e un’erosione progressiva della democrazia stessa. Come hanno osservato Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz nella premessa al World Inequality Report 2026, la crescente disuguaglianza mina la fiducia, indebolisce le democrazie e alimenta il malcontento.

V. L’ombra della P2: il Piano di Rinascita Democratica e le riforme del governo Meloni

Per comprendere la portata reale di ciò che sta accadendo oggi in Italia è necessario compiere un passo indietro e guardare a un documento che la storia ha reso tristemente celebre: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia massonica P2 di Licio Gelli, sequestrato nel 1982 alla figlia del Maestro Venerabile e pubblicato negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi.

Quel piano, elaborato non certo dal solo Gelli ma con il contributo di costituzionalisti, industriali, esperti della comunicazione e politici, prevedeva un programma organico di trasformazione delle istituzioni repubblicane. Tra i suoi punti principali: la riforma dell’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura; il superamento del bicameralismo perfetto; il rafforzamento del potere esecutivo con l’elezione del Presidente del Consiglio da parte della Camera; il controllo dei mezzi di informazione; la liberalizzazione delle emittenti televisive; la limitazione del diritto di sciopero; la riduzione del numero dei parlamentari.

Ebbene, la coincidenza tra i punti programmatici del Piano di Rinascita e le riforme messe in cantiere o già approvate dai governi succedutisi negli ultimi trent’anni è impressionante, e non può essere liquidata come mera casualità. Il premierato, l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia con la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del CSM, la riduzione del numero dei parlamentari già approvata nel 2020, gli interventi sull’informazione e la limitazione del diritto di cronaca, l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la stretta sulle intercettazioni: ciascuno di questi provvedimenti trova un corrispettivo nel documento gelliano.

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, interpellato sulla presenza della separazione delle carriere nel Piano della P2, non si è limitato a minimizzare: ha esplicitamente dichiarato che Gelli aveva ragione. Le sue parole, pronunciate a margine di una visita al carcere di Secondigliano nel novembre 2025, meritano di essere riportate per intero nella loro gravità istituzionale: «Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui. Le verità non dipendono da chi le proclama, ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta.»

Fermiamoci un istante a misurare l’enormità di queste parole. Un Ministro della Repubblica, il Guardasigilli, il custode istituzionale della legalità, dichiara pubblicamente che le idee del capo di un’organizzazione segreta, definita eversiva dalla Commissione Anselmi, condannato in via definitiva a dieci anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e a dodici per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, meritano di essere seguite perché «giuste». Non si tratta di una gaffe o di un’uscita infelice: è una legittimazione politica senza precedenti del progetto piduista, pronunciata da chi ha il compito istituzionale di difendere la Costituzione.

Il figlio stesso di Gelli, Maurizio, ha successivamente ammesso in un’intervista al Fatto Quotidiano che la separazione delle carriere e i test psicoattitudinali per i magistrati erano obiettivi espliciti del Piano di Rinascita, e che suo padre avrebbe visto con favore la riforma Nordio. L’endorsement postumo del Maestro Venerabile, per bocca del figlio, ha suscitato reazioni indignate dall’opposizione, ma nessuna presa di distanza da parte del governo.

Come ha osservato l’ex procuratore generale Roberto Scarpinato, se assumiamo uno sguardo complessivo su tutte le riforme in cantiere, dall’autonomia differenziata al premierato fino alla riforma della magistratura, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del modello di democrazia repubblicana instaurato dalla Costituzione del 1948. I pilastri fondamentali dell’unità nazionale, dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, del principio di pari dignità e uguaglianza dei cittadini vengono scardinati in un disegno organico che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Come ammonì Tina Anselmi nelle conclusioni della sua Relazione parlamentare: «La prima imprescindibile difesa contro questo progetto politico, metastasi delle istituzioni, negatore di ogni civile progresso, sta appunto nel prenderne dolorosamente atto, nell’avvertire, senza ipocriti infingimenti, l’insidia che esso rappresenta per noi tutti, poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica.» Parole che, a quarant’anni di distanza, conservano una attualità bruciante.

VI. Il referendum del 22-23 marzo: la posta in gioco

Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia rappresenta dunque molto più di un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. È un passaggio decisivo nella partita che si gioca tra chi vuole difendere l’architettura democratica della Repubblica e chi intende smontarla pezzo dopo pezzo.

La riforma sottoposta al voto modifica sette articoli della Costituzione e introduce la separazione formale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti, il sorteggio in luogo dell’elezione come meccanismo di designazione dei componenti togati, e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Il tutto configura, come è stato analiticamente dimostrato, una magistratura frantumata nella sua rappresentanza, burocratizzata per l’indebolimento del pluralismo culturale interno, verticalizzata in una struttura piramidale, e con un maggior peso della componente politica negli organi di autogoverno.

L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono un privilegio di casta: sono una garanzia per tutti i cittadini. Il principio secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge, sancito dall’articolo 101 della Costituzione, non comanda soltanto fedeltà alla legge, ma anche disobbedienza a ciò che legge non è: al potere politico, ai potentati economici, alle pressioni di ogni genere. Una magistratura indebolita, frammentata, ricondotta sotto il controllo della politica, è una magistratura che non può più svolgere il suo ruolo di garanzia per tutti.

In un Paese dove le mafie continuano a condizionare l’economia e la politica, dove la corruzione non è stata debellata, dove i crimini dei colletti bianchi restano troppo spesso impuniti, indebolire la magistratura non significa modernizzare il Paese: significa togliere l’ultimo argine a un potere senza controlli.

Non è un caso che questo referendum arrivi dopo il tentativo, in parte fermato dalla Corte Costituzionale, di imporre un’autonomia differenziata che avrebbe frammentato l’unità nazionale e istituzionalizzato le disuguaglianze territoriali. Non è un caso che arrivi in parallelo con il progetto del premierato, che concentra il potere nelle mani del Presidente del Consiglio. Non è un caso che arrivi dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio, che ha privato i cittadini di uno strumento di tutela contro gli abusi della pubblica amministrazione.

Inoltre, le leggi approvate sulla sicurezza orientano la legislazione a contrastare il dissenso democratico e le lotte per la giustizia sociale, punendo chi dissente, anche in modo pacifico. Ciascuno di questi tasselli, preso isolatamente, può sembrare una riforma tra le altre; messi insieme, disegnano un progetto coerente di concentrazione del potere e di smantellamento dei contrappesi democratici.

VII. La guerra come modello economico: dalla Palestina all’Iran, il business delle armi

Il disegno di stravolgimento istituzionale che abbiamo descritto non è un fenomeno esclusivamente italiano: si inserisce in un contesto internazionale in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica estera e, soprattutto, formidabile meccanismo di redistribuzione della ricchezza pubblica verso il profitto privato dell’industria bellica.

Mentre scriviamo, il mondo assiste alla terza settimana di guerra contro l’Iran, scatenata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele iniziato il 29 febbraio 2026 con l’Operazione «Furia Epica» americana e il «Ruggito del Leone» israeliano. Un’aggressione militare pianificata in quindici telefonate tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che ha portato alla distruzione delle “ fantomatiche “ capacità nucleari e missilistiche iraniane, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di decine di alti funzionari del regime, e a una escalation regionale dalle conseguenze devastanti: lo Stretto di Hormuz bloccato, il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, attacchi iraniani di ritorsione contro infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Iraq.

Due leader — Trump e Netanyahu — che perseguono agende diverse ma convergenti nella distruzione: il primo ossessionato dal controllo delle risorse petrolifere e dalla dimostrazione di forza, il secondo dalla perpetuazione del proprio potere politico attraverso la guerra permanente, come confermano i sondaggi che mostrano il Likud in crescita dall’inizio delle ostilità. Due pazzi alleati, come li definisce ormai apertamente anche una parte crescente dell’opinione pubblica americana — da Tucker Carlson a Megyn Kelly —, che con le loro guerre stanno alimentando il più colossale trasferimento di ricchezza pubblica verso l’industria privata degli armamenti della storia recente.

E mentre il mondo guarda all’Iran, la Palestina continua a morire nel silenzio. All’1 marzo 2026, tra Gaza e Cisgiordania, si contano oltre 73.000 morti palestinesi e 183.000 feriti dall’ottobre 2023. Tra le vittime, almeno 753 operatori sanitari. L’81 per cento delle strutture sanitarie di Gaza è non operativo o solo parzialmente funzionante. Con l’inizio dell’attacco all’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia, bloccando il flusso di aiuti umanitari, le evacuazioni mediche e il rientro del personale umanitario. Oltre 18.000 pazienti critici attendono un’evacuazione sanitaria che non arriva. Le organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, sono state espulse o impedite nell’operare. La catastrofe umanitaria più grave del nostro tempo si consuma nell’indifferenza di una comunità internazionale complice.

È in questo contesto che si colloca la decisione, assunta al vertice NATO dell’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa militare dei Paesi membri al 5 per cento del PIL entro il 2035 — di cui almeno il 3,5 per cento in spese militari tradizionali. Per l’Italia, questo significa passare dagli attuali 34 miliardi di euro annui a oltre 100 miliardi: una redistribuzione colossale di risorse pubbliche, sottratte alla sanità, all’istruzione, al welfare, per alimentare il complesso militare-industriale. Secondo le proiezioni, nei prossimi dieci anni l’Italia dovrà destinare alla difesa circa 963 miliardi di euro complessivi, quasi 400 miliardi in più rispetto ai livelli attuali. La presidente Meloni ha assicurato che «neanche un euro» verrà tolto alle altre priorità: una promessa che i numeri rendono semplicemente impossibile da mantenere.

A chi vanno questi soldi? Secondo il rapporto SIPRI, i ricavi delle prime 100 aziende produttrici di armi al mondo hanno raggiunto nel 2024 il record di 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente e del 26 per cento nell’ultimo decennio. Le prime cinque posizioni sono saldamente occupate da colossi statunitensi: Lockheed Martin, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics, che da sole generano circa il 31 per cento dei ricavi complessivi. Tutte società private quotate in Borsa, partecipate dai giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, State Street. In Italia, la sola Leonardo ha visto crescere il proprio valore azionario dell’866 per cento tra il febbraio 2022 e il febbraio 2026, con ordini saliti nel 2025 a 18,1 miliardi di euro. Dal 2021 al 2024, secondo il rapporto Greenpeace, le prime 15 aziende italiane produttrici di armi hanno raddoppiato i propri utili.

Si parla ormai apertamente di un «superciclo della difesa»: un ciclo economico in cui le guerre generano domanda di armi, la domanda di armi genera profitti, i profitti generano pressioni politiche per nuove guerre e nuovi stanziamenti. I mercati finanziari hanno spostato migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, trasformando i conflitti in opportunità speculative. Le armi come asset, le guerre come investimento. E a pagare il conto sono sempre gli ignari e manipolati cittadini: con le loro tasse, con il taglio dei servizi pubblici, con il sangue dei propri figli mandati a combattere in teatri di guerra lontani.

L’articolo 11 della Costituzione — «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» — non è mai stato così brutalmente calpestato. L’Italia ha già ridotto il proprio contingente militare nelle basi in Kuwait e Iraq colpite dagli attacchi iraniani di ritorsione; caccia italiani F2000 sono stati danneggiati; si discute dell’invio di navi nello Stretto di Hormuz. Tutto questo mentre il Servizio Sanitario Nazionale crolla, le scuole cadono a pezzi, i salari restano tra i più bassi d’Europa, la povertà assoluta raggiunge livelli record. La scelta è chiara e brutale: bombe o ospedali, missili o stipendi, guerre o diritti.

VIII. La redistribuzione al contrario non è finita

Il disegno di stravolgimento istituzionale non è separabile dalla questione sociale. Anzi, ne è la premessa necessaria. Per poter proseguire indisturbati nella grande rapina del secolo — la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto — occorre neutralizzare ogni possibile ostacolo: la magistratura indipendente, il sindacato, l’informazione libera, la partecipazione democratica dei cittadini.

Dove queste politiche sono state attuate senza freni, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è un benessere diffuso, non c’è una società giusta, non c’è una democrazia sana. C’è una massa crescente di persone che vive nell’indigenza o galleggia con enormi sacrifici, e un’élite sempre più ristretta che accumula ricchezze senza precedenti. Come documenta Oxfam, le proposte politiche che cercano consenso creando artificiali contrapposizioni tra gli emarginati — dagli Stati Uniti all’Europa, Italia compresa — accentuano divisioni, paure e tensioni sociali, mentre perseguono politiche che avvantaggiano chi è già in posizione di privilegio.

In Italia, la legge sull’autonomia differenziata, la riforma fiscale che alleggerisce il carico sui più abbienti, il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, la precarizzazione del lavoro, il taglio dei servizi pubblici essenziali, la corsa al riarmo che divora risorse destinate al welfare: tutto converge verso un modello di società in cui i diritti non sono più universali ma dipendono dal reddito e dal territorio in cui si ha la ventura di nascere. È l’esatto rovesciamento dell’articolo 3 della Costituzione. È la guerra contro i poveri combattuta su due fronti: quello interno, con lo smantellamento dei diritti, e quello esterno, con lo spostamento di risorse pubbliche verso l’industria bellica e i teatri di guerra.

IX. Per un NO che sia anche un SÌ

Votare NO al referendum del 22-23 marzo non è dunque un gesto di conservazione. È un atto di resistenza democratica e, insieme, un’affermazione di futuro.

È NO allo stravolgimento della Costituzione. È NO alla frantumazione della magistratura. È NO alla concentrazione del potere. È NO alla realizzazione, consapevole o inconsapevole, del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli — quel piano che il Ministro Nordio ha avuto l’impudenza di legittimare pubblicamente.

È NO alla corsa al riarmo che divora le risorse dei cittadini per ingrassare i profitti dell’industria bellica. È NO alle guerre di aggressione che violano l’articolo 11 della Costituzione. È NO al silenzio complice sulla Palestina, su Gaza, sulla strage di un popolo intero.

Ma è anche un SÌ. SÌ alla piena attuazione della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. SÌ a un modello di società fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla dignità del lavoro, sulla sanità pubblica, sull’istruzione per tutti, sulla giustizia sociale. SÌ a quell’Italia che, proprio grazie alle sue istituzioni democratiche e al suo impianto solidaristico, seppe diventare una delle grandi potenze mondiali, non per la forza delle armi o la spregiudicatezza dei suoi finanzieri, ma per la qualità del lavoro, l’ingegno collettivo e la coesione sociale dei suoi cittadini. SÌ alla pace, al disarmo, alla cooperazione internazionale: non come utopie irrealizzabili, ma come imperativi costituzionali scritti nella nostra Carta fondamentale.

Il referendum confermativo non prevede quorum: ogni voto conta, ogni scheda pesa. Non andare a votare significa lasciare che altri decidano al nostro posto. In un momento storico in cui la democrazia è sotto attacco in tutto l’Occidente, in cui l’oligarchia dei super-ricchi sta piegando le istituzioni ai propri interessi, in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica e di profitto, in cui un popolo intero viene sterminato nell’indifferenza globale, la difesa della Costituzione diventa il primo, irrinunciabile atto di cittadinanza.

Andiamo a votare. Votiamo NO. E facciamo di questo NO l’inizio di una nuova stagione di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la pace, per la democrazia sostanziale che i Padri e le Madri costituenti ci hanno consegnato e che nessuno ha il diritto di portarci via.

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«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Quindici Ragioni per Dire No

Il referendum sulla giustizia del 22–23 marzo: un’analisi punto per punto della riforma Nordio-Meloni

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a esprimersi su una delle modifiche costituzionali più radicali degli ultimi decenni: la cosiddetta «riforma della giustizia» voluta dal governo Meloni e portata avanti dal ministro Nordio. Sette articoli della Costituzione vengono riscritti in un unico quesito referendario senza possibilità di distinguere, approvare parti e bocciare altre. La posta in gioco è altissima, e la campagna informativa è stata dominata da semplificazioni, slogan e, troppo spesso, menzogne. Ripercorrendo le quindici argomentazioni con cui Marco Travaglio ha illustrato le ragioni del No, offro qui un’analisi ragionata dei nodi centrali di questa riforma — affinché ogni cittadino possa votare con piena consapevolezza di ciò che sta decidendo.

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1. La separazione delle carriere fabbrica PM meno imparziali

La cosiddetta riforma impone una frattura netta tra pubblici ministeri e giudici, imponendo loro percorsi formativi e istituzionali separati fin dall’inizio. Nordio stesso, senza apparente consapevolezza dell’implicazione, ha usato la definizione rivelatrice: i PM diventeranno «avvocati dell’accusa». E in effetti è così. Un magistrato che cresce in un sistema costruito attorno all’accusa, senza mai aver indossato i panni del giudice, perde quella tensione verso la verità processuale che oggi la legge gli impone esplicitamente di cercare — compreso tutto ciò che potrebbe scagionare l’indagato. I più grandi magistrati italiani — da Falcone a Borsellino, da Caselli a Gratteri — hanno percorso entrambe le strade, e proprio questa doppia esperienza li ha resi eccezionalmente capaci di leggere i fatti nel loro complesso. Abolire questa osmosi non migliora la giustizia: la distorce.

2. Nessun beneficio per l’efficienza, ma costi triplicati

Se almeno la riforma promettesse processi più rapidi o sentenze più giuste, si potrebbe aprire un dibattito. Ma lo stesso Nordio ha candidamente ammesso che la «riforma» «non c’entra niente con l’efficienza e la rapidità della giustizia». Ciò che invece produce con certezza è un’esplosione burocratica: al posto di un solo CSM si creano tre distinti organi costituzionali — il CSM dei giudici, il CSM dei PM e l’Alta Corte disciplinare. I posti passano da 33 a 78, e il costo annuo della nuova architettura istituzionale si moltiplica da circa 50 a circa 150 milioni di euro. Tre volte tanto per non risolvere nulla. È il paradosso di una riforma che parla di efficienza ma produce soltanto più casta.

3. Il riequilibrio dei poteri: una formula contro la Costituzione

Nordio ha dichiarato senza perifrasi che la riforma serve a «riequilibrare i poteri fra politica e magistratura» in favore della prima, per «restituirle il suo primato costituzionale». Ma la Costituzione italiana non assegna nessun primato alla politica sull’esercizio della legge: il primato appartiene alla legge stessa, uguale per tutti — e i politici non fanno eccezione, anzi, sono i primi a doverla rispettare. Quella di Nordio non è dunque una difesa della Costituzione, ma una sua riscrittura sostanziale, mascherata da gergo istituzionale. Una torsione della logica che dovrebbe fare scandalo.

4. Nei Paesi con le carriere divise, i PM dipendono dal governo

Il modello propugnato dal governo non è un’invenzione italiana: la separazione delle carriere esiste già in diversi Paesi. Ma la comparazione internazionale, anziché corroborare la riforma, la condanna. Nei sistemi con PM strutturalmente separati dalla magistratura giudicante — fatta eccezione per il Portogallo — i pubblici ministeri finiscono per dipendere, più o meno direttamente, dall’esecutivo. È il risultato strutturale di un’architettura che taglia i ponti tra accusa e giudicante: i PM perdono indipendenza e diventano strumenti del potere politico. Esattamente il contrario di ciò che un sistema democratico maturo dovrebbe garantire.

5. Il progetto reale: leggi ordinarie per mettere le Procure sotto il governo

La riforma costituzionale è solo la prima mossa di un progetto più ampio, già annunciato a voce alta dai suoi promotori. Nordio ha evocato la possibilità di impedire che un ministro venga indagato; Tajani ha promesso di togliere ai PM la direzione della polizia giudiziaria, riconsegnandola ai ministeri dell’Interno, della Difesa e dell’Economia — cioè all’esecutivo. La proposta Bartolozzi prevede poi che sia la maggioranza parlamentare — ovvero il governo — a stabilire i criteri di priorità sui reati da perseguire. Con un semplice «sì» al referendum, i cittadini consegnerebbero una cambiale in bianco a chi ha già dichiarato come intende spenderla: svuotare l’autonomia delle Procure senza nemmeno toccare formalmente la Costituzione.

6. Il sorteggio per i togati, le nomine politiche per i laici

La riforma introduce una dissimmetria di fondo nel meccanismo di composizione dei nuovi organi: i membri togati verranno scelti tramite sorteggio secco tra i magistrati in servizio, mentre i membri laici continueranno a essere nominati dai partiti politici — estratti da una lista approvata dalla maggioranza di governo. Il risultato è uno squilibrio strutturale: la componente professionale è affidata al caso, quella politica è affidata al potere. Un paradosso che suona come garanzia di imparzialità ma produce l’esatto contrario.

7. L’Alta Corte aumenta il peso politico sulle sanzioni disciplinari

Nell’Alta Corte disciplinare — quindici membri, nove togati e sei laici — la percentuale di componenti scelti dalla politica cresce in modo significativo rispetto all’attuale CSM: si passa da un membro politico ogni tre a due ogni cinque, cioè dal 33 al 40 per cento. Non è una variazione trascurabile quando si parla di un organo che dovrà giudicare i magistrati. Più incisivo è il peso politico nell’organo disciplinare, più elevato il rischio che le sanzioni vengano usate come strumento di pressione contro chi indaga nelle direzioni sbagliate.

8. L’Alta Corte è scritta male: un ingorgo costituzionale

La riforma produce un conflitto interno alla Carta stessa che i suoi autori sembrano non aver nemmeno avvertito. L’articolo 107 della Costituzione attribuisce ai CSM il potere esclusivo di radiare, trasferire o sospendere i magistrati per gravi infrazioni disciplinari. Ma il nuovo articolo 104 affida quel potere disciplinare all’Alta Corte. Il risultato è un paradosso tecnico-giuridico di prima grandezza: l’Alta Corte non potrà infliggere nessuna delle tre sanzioni più severe previste dall’ordinamento. Un organo disciplinare che non può disciplinare è, per definizione, inutile — a meno che la sua vera funzione non sia intimidatoria, non sanzionatoria.

9. L’Alta Corte giudica sé stessa: addio al principio del giudice terzo

Un pilastro fondamentale dello Stato di diritto è il diritto di ricorrere a un giudice terzo contro qualsiasi decisione che leda i propri diritti. Oggi i magistrati sanzionati dal CSM possono ricorrere in Cassazione, come qualsiasi altro cittadino. La riforma lo vieta: chi viene punito dall’Alta Corte potrà ricorrere soltanto alla stessa Alta Corte che lo ha condannato. La terzietà del giudice — principio inviolabile invocato a ogni pie’ sospinto dai sostenitori della riforma — viene così soppressa proprio nell’organo che essa crea. Non è una svista: è coerente con la logica complessiva del progetto.

10. Il CSM italiano è già il più severo d’Europa: l’Alta Corte non serve

Si è raccontato agli italiani che i magistrati «non pagano» mai per i propri errori e che serve un nuovo organo per correggere questa impunità. I dati smentiscono questa narrazione. Il CSM italiano è il più severo tra quelli dei Paesi europei comparabili: sanziona in media lo 0,5 per cento delle toghe ogni anno, contro lo 0,2 della Spagna e lo 0,1 della Francia. Se il ministro Nordio volesse davvero un sistema disciplinare più efficace, basterebbe che il suo ministero impugnasse più sentenze e promuovesse più azioni disciplinari. Ma fa l’esatto contrario: attiva la metà delle procedure disciplinari rispetto al Procuratore generale della Cassazione, e appella una frazione minuscola delle sentenze — 6 su 184, contro le 54 del PG. La morale è scomoda: l’Alta Corte non serve a punire di più, serve a punire diversamente.

11. Non sono i magistrati a non pagare, ma i politici

L’equazione «separazione delle carriere = magistrati che rispondono dei propri errori» è un inganno retorico. I magistrati non godono di alcuna immunità: vengono indagati, arrestati, intercettati, perquisiti e condannati esattamente come ogni altro cittadino. Chi invece beneficia di protezioni straordinarie sono i parlamentari: in tre anni e mezzo di governo, le destre — spesso con l’appoggio di Azione e Italia Viva — hanno negato ben 54 autorizzazioni a procedere su 59 richieste riguardanti parlamentari indagati, anche per reati gravi. Chi davvero «non paga» in questo Paese è già noto. E non siede in tribunale.

12. I casi di cronaca citati dal fronte del Sì non c’entrano nulla

A sostegno del Sì si è fatto un grande uso di casi di cronaca giudiziaria — Garlasco, i migranti in Albania, Sea Watch, i bambini nel bosco — presentati come simboli di una magistratura fuori controllo da riformare. Ma questa riforma non tocca nessuna delle norme penali, civili, minorili e processuali che hanno prodotto quelle vicende. Sono argomenti emotivi usati per spostare il consenso su una riforma che con quei casi non ha nulla a che fare. È disinformazione vestita da indignazione civile.

13. Gli errori giudiziari si correggono con i gradi di giudizio, non con la riforma

Si è agitato anche lo spettro degli «errori giudiziari» per convincere i cittadini a votare Sì. Ma un sistema complesso che produce valutazioni diverse ai vari gradi di giudizio non è un sistema che sbaglia: è un sistema che funziona, e che già smentisce l’«appiattimento» dei giudici sui PM, visto che oltre il 50 per cento delle sentenze contraddice le richieste dell’accusa. I veri errori giudiziari — scambi di persona, prove false, testimoni mendaci — si risolvono con i gradi di giudizio e con i processi di revisione, non con la separazione delle carriere. E i numeri parlano chiaro: l’Italia ha soltanto 7 condanne annullate per revisione ogni anno, lo 0,12 per cento ogni milione di abitanti — meno della metà del Regno Unito e un quarto degli Stati Uniti. Il problema non è la struttura della magistratura: è la qualità delle indagini e dei processi, che questa riforma non tocca.

14. Un voto unico su sette articoli della Costituzione: basta un dubbio

Il referendum è unico e complessivo: non si può approvare una parte e bocciare l’altra. Chi vota Sì approva in blocco la riscrittura di ben sette articoli della Costituzione, in modo praticamente irreversibile. Non è necessario avere certezze su tutti e quattordici i punti fin qui elencati: basta un solo dubbio ragionevole su uno qualsiasi di essi per giustificare un No. La Costituzione non si emenda con leggerezza, e certamente non la si affida a chi ha già dimostrato di non averne letto con attenzione nemmeno i commi che cita.

15. No alle bugie: la democrazia comincia dalla verità

Quindici ragioni per dire No. E una ragione di fondo che le comprende tutte: il rispetto per l’intelligenza dei cittadini. Il governo e i suoi sostenitori hanno costruito questa campagna referendaria su narrazioni false, dati decontestualizzati e argomenti emotivi che non reggono al confronto con i fatti. Una democrazia che funziona non ha bisogno di ingannare i propri elettori per riformare la propria Costituzione. Chi chiede un Sì non fidandosi della verità sta chiedendo qualcosa che non merita fiducia. Il 22 e 23 marzo, l’unica risposta coerente con la difesa della Repubblica è No.

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Conclusione: una scelta per la Repubblica

Quindici ragioni — alcune tecniche, alcune storiche, alcune politiche — convergono verso una sola risposta: No. Non è il No del conservatorismo fine a sé stesso, né il No di chi non vuole mai cambiare nulla. È il No di chi ha letto il testo della riforma, ha confrontato i dati con le dichiarazioni dei suoi autori, e ha compreso che ciò che viene presentato come ammodernamento della giustizia è in realtà un progetto di subordinazione delle Procure al potere esecutivo. La magistratura italiana ha difetti reali e problemi seri — tempi lunghissimi, arretrati cronici, alcune carriere corporative — ma nessuno di questi si risolve con questa riforma. Si risolvono con più risorse, più personale, più digitalizzazione, e con riforme ordinarie che non richiedono di toccare la Costituzione.

Votare No il 22 e 23 marzo significa difendere l’autonomia della magistratura dall’influenza dell’esecutivo, preservare un sistema che — nei suoi limiti — garantisce ancora l’uguaglianza davanti alla legge, e rifiutare l’inganno di chi promette efficienza e consegna invece più potere alla casta politica. È una scelta di civiltà. Ed è la scelta giusta.

Fonte: editoriale di Marco travaglio, pubblicato sul fatto quotidiano del 17 marzo 2026

REFERENDUM GIUSTIZIA: QUANDO LA MENZOGNA DIVENTA CAMPAGNA ELETTORALE

Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno su una riforma costituzionale che nessuno ha discusso davvero. Tra propaganda televisiva, sentimenti antimagistratura e silenzi dell’opposizione, il rischio non è solo che vinca il Sì. È che vinca l’ignoranza.

La fabbrica del consenso emotivo

C’è un video di quattordici minuti che circola ossessivamente sulle piattaforme social e nelle trasmissioni televisive. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vi racconta di stupratori rimessi in libertà, di immigrati che delinquono indisturbati, della famiglia nel bosco. Sono storie vere? In parte sì. Ma hanno a che fare con la riforma costituzionale sulla giustizia che andremo a votare il 22 e 23 marzo? No. Assolutamente no. Eppure milioni di italiani, nel momento in cui entreranno in cabina elettorale, porteranno con sé quelle immagini, quelle emozioni, quella rabbia.

Questo è il cuore della questione. Non la separazione delle carriere, non il sorteggio per i membri del Csm, non l’Alta Corte disciplinare — materie la cui complessità tecnica richiederebbe settimane di approfondimento pubblico. No: la campagna per il Sì si costruisce sul sentimento, sull’umore, sul rancore. Si costruisce sull’idea che la magistratura sia un nemico del cittadino, e che questa riforma — qualunque cosa contenga — serva finalmente a “metterla al suo posto”.

Una riforma mai discussa

Va detto con nettezza: questa riforma costituzionale non ha mai attraversato un vero dibattito. È stata presentata, non emendata, non corretta nel merito da un confronto parlamentare autentico. Non esiste, nella memoria recente della Repubblica, un intervento sulla Costituzione che sia arrivato al voto popolare senza aver prima attraversato una stagione di discussione pubblica, di audizioni, di confronto tra giuristi, magistrati, accademici e forze politiche. Questa riforma, invece, è approdata al referendum come un monolite intatto: prendere o lasciare.

Le ragioni di questa scelta sono trasparenti. Aprire una discussione tecnica significherebbe esporre i meccanismi reali della riforma a un esame che non reggerebbe. Il sorteggio per la selezione dei componenti del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura — scritto nella Costituzione come se fosse eterno — renderebbe i magistrati l’unica categoria professionale al mondo a non potersi scegliere i propri rappresentanti. Un paradosso democratico che nessun sostenitore della riforma è in grado di difendere su un piano di principio, senza ricorrere alla retorica anticasta.

Il prezzo del silenzio: le ragioni del No senza spazio

Il problema, però, è che le ragioni del No non trovano spazio. Non sui grandi media. Non in televisione, dove tre o quattro trasmissioni ogni sera rimestano negli stessi casi di cronaca — Garlasco, Tortora, la famiglia nel bosco — costruendo un’equazione emotiva tra errori giudiziari e riforma costituzionale che è, appunto, falsa. Questa riforma non cambia di un millimetro i meccanismi che hanno prodotto quegli errori. Lo sanno i giuristi, lo sanno i magistrati, ma chi ha il tempo e il coraggio di spiegarlo in prima serata?

Spiegare il No richiede tempo. Richiede la pazienza di illustrare come funziona il sistema disciplinare della magistratura, cosa significa davvero il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché la dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero è una garanzia — e non un privilegio della casta togata — per i cittadini che chiedono verità su stragi, corruzioni, rapporti tra potere e criminalità organizzata. È un ragionamento che si può fare, ma non in tre minuti tra uno spot pubblicitario e l’altro. E dunque non si fa.

La manipolazione come strategia

Chi progetta la campagna del Sì lo sa perfettamente. Il ministro della Giustizia Nordio ha rivelato il vero calcolo politico sottostante, arrivando a dire esplicitamente — rivolgendosi all’opposizione — che un giorno quella riforma potrà tornare utile anche a loro. Un’ammissione straordinaria: non si parla di giustizia migliore, di processi più rapidi, di diritti dei cittadini meglio tutelati. Si parla di scudi. Di protezioni. Di chi, tra i potenti, potrà dormire sonni più tranquilli.

Eppure la propaganda funziona. Funziona perché intercetta una frustrazione reale: quella di cittadini che negli ultimi anni hanno visto la magistratura italiana attraversare scandali di corrente, guerre interne, opacità di potere. Quella delusione è comprensibile. Ma trasformarla in consenso per una riforma che non risolve nessuno di quei problemi — e che anzi, sottoponendo i magistrati al controllo politico attraverso l’Alta Corte a trazione governativa, li renderebbe ancora più vulnerabili alle pressioni del potere — è un’operazione di manipolazione politica di straordinaria efficacia.

Chi vince davvero con il Sì

La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi — prima di farsi trascinare dalla retorica del “finalmente li fermiamo” — è questa: chi ha davvero interesse a che questa riforma passi?

Le persone perbene che voteranno Sì sono molte. Sono mosse da quella frustrazione comprensibile di cui si diceva, da un senso di giustizia offeso da vicende giudiziarie mal gestite, da un fastidio autentico per i comportamenti di alcune correnti della magistratura associata. Ma insieme a loro, festeggeranno anche — e con molto più consapevole soddisfazione — i centri di potere che della magistratura indipendente hanno storicamente temuto i controlli: le teste pensanti della criminalità organizzata, gli architetti dei grandi sistemi di corruzione, i “pezzi deviati” dello Stato che hanno sempre trovato nella dipendenza del pm dalla polizia giudiziaria un ostacolo ai loro piani.

Non è un’illazione: è un calcolo razionale. Il nemico del mio nemico è mio amico. E quando una riforma abbassa i ponti levatoi della legalità, i primi ad attraversarli non sono mai i più deboli.

Le inchieste che non si faranno più

La posta in gioco è concreta, misurabile. Se il Sì vince, il passo successivo — già annunciato — sarà sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero. Nella storia recente della giustizia italiana, senza quel meccanismo di dipendenza, non si sarebbero potute istruire le indagini sulla trattativa Stato-mafia, su figure come Dell’Utri e Andreotti, su connessioni tra istituzioni e criminalità organizzata che rappresentano alcune delle pagine più buie e più importanti della nostra storia repubblicana. Gli ufficiali di polizia giudiziaria che ascoltarono conversazioni delicatissime, sotto enormi pressioni affinché ne rivelassero il contenuto, ressero perché dovevano rispondere solo ai pm. Togliere quel legame non rafforza i diritti dei cittadini: li espone.

E poi c’è il tema dell’autocensura. Un giovane magistrato che sappia di rispondere a un’Alta Corte a composizione politica, che veda sventolare lo spauracchio disciplinare ogni volta che si avvicina a un’indagine delicata su un esponente del governo o su un affare che tocca gli interessi dei potenti — quel magistrato sarà tentato di occuparsi dello scippatore sotto casa, non della corruzione sistemica. Il coraggio, scriveva Manzoni, è la sola qualità che non si può comprare. Ma si può fare di tutto per renderla inutile.

Il referendum che non capiremo

Mancano pochi giorni al voto. La campagna del No — portata avanti quasi interamente da magistrati, giuristi e pochi organi di informazione controcorrente — non ha i numeri per competere con la macchina mediatica che spinge il Sì. Non ha i minuti televisivi, non ha le interviste nelle trasmissioni di prima serata, non ha il video virale della presidente del Consiglio. Ha la ragione, ma la ragione da sola non basta quando il dibattito si svolge sul terreno delle emozioni.

L’unico antidoto è la consapevolezza. Sapere che quando si accostano “la famiglia nel bosco” e “la riforma sulla giustizia” nella stessa frase, si sta compiendo un atto di manipolazione. Sapere che questa riforma non avrebbe cambiato nulla di quelle vicende. Sapere che ciò che si chiede agli italiani il 22 e 23 marzo non è vendicarsi dei magistrati che hanno sbagliato: è decidere se vogliamo una magistratura che risponda alla Costituzione o una magistratura che risponda al governo.

È una domanda semplice. Purtroppo, nella confusione di queste settimane, quasi nessuno l’ha posta in questi termini.

 © 2026 Mario Sommella — Contenuto rilasciato sotto licenza CC BY-NC-SA 4.0

Toghe come plotoni d’esecuzione e 14 minuti di menzogne: il vero piano reazionario contro la magistratura

Le parole della capo di gabinetto di Nordio, il caso delle mancate scuse e il video-propaganda di Meloni: un’analisi punto per punto delle falsità enunciate in campagna referendaria. In gioco non è la riforma della giustizia, ma lo smantellamento di uno dei tre pilastri della democrazia italiana.

I. «Plotoni d’esecuzione»: quando il potere si toglie la maschera
Ci sono momenti in cui la propaganda smette di fingere e la realtà si mostra nella sua brutalità. Il 7 marzo 2026, in un dibattito televisivo su Telecolor Sicilia, Giusy Bartolozzi — capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio — ha pronunciato una frase destinata a restare: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Non una boutade, come ha tentato di correggere dopo qualche secondo di imbarazzo. Un programma.
Bartolozzi, va ricordato, è essa stessa magistrata. Ha indossato la toga nei tribunali di Gela e Palermo, alla Corte d’appello di Roma. Sa benissimo cosa fa una procura, cosa fanno i giudici che firmano le sentenze. Eppure usa il lessico della guerra, della fucilazione sommaria, per descrivere il potere giudiziario che intende, insieme ai suoi, definitivamente subordinare all’esecutivo. È significativo, inoltre, che prima di pronunciare la parola «plotoni» abbia iniziato a dire «pi-lo-ta…» — l’attacco sillabico di «pilotata» — per poi interrompersi e correggere la rotta. Una scivolata rivelatrice: il pensiero era già strutturato, e l’immagine del plotone non è uscita per caso ma come sostituto di un’altra accusa, forse ancora più esplicita, che stava per formarsi.
Quelle parole non sono un episodio isolato. Sono la sintesi di un pensiero diffuso in ambienti politici ben precisi: l’idea che la magistratura indipendente sia, in sé, un ostacolo da abbattere. Non da riformare nel merito, non da migliorare, non da rendere più efficiente. Da «togliere di mezzo».

II. Le mancate scuse e l’inadeguatezza conclamata
Il presidente del Consiglio Meloni ha chiesto una rettifica; Nordio ha dichiarato «spiace». Ma la sostanza politica di quella frase non è stata smentita da alcun atto concreto. Anzi: le scuse, annunciate come inevitabili dallo stesso ministro guardasigilli, non sono mai arrivate.
La «zarina» di via Arenula — com’è chiamata Bartolozzi negli ambienti del ministero — si è limitata a precisare di aver già «chiarito» nel corso del dibattito che la riforma è «in favore della magistratura per recuperare la credibilità». Una difesa paradossale: chi ha appena descritto i magistrati come un plotone d’esecuzione pretende di presentarsi come loro protettrice. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di gravità: Bartolozzi è indagata per false informazioni ai pm nell’ambito del caso Almasri, il generale libico accusato di crimini di guerra che il governo italiano ha espulso invece di arrestare. Una capo di gabinetto sotto indagine per i rapporti con la magistratura che si occupa di un caso politicamente esplosivo dovrebbe, in qualsiasi democrazia matura, astenersi dal commentare le istituzioni giudiziarie — figuriamoci invocare la loro liquidazione.
Le opposizioni hanno invocato in massa le dimissioni, compreso Carlo Calenda, leader di Azione e sostenitore del Sì: «Non esiste che il capo di gabinetto del ministro della Giustizia dica queste enormità». Nordio, invece, l’ha blindata: «Non deve dimettersi», ha detto a Torino, aggiungendo che Bartolozzi «ha chiarito il suo punto di vista». Il riferimento alle scuse, già annunciate dallo stesso ministro, è sparito senza spiegazione.
Anche Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Meloni, ha preso le distanze definendo l’uscita «una frase infelice», aggiungendo subito: «Ma la cosa importante è esaminare il merito della riforma». Una mossa comunicativa classica: ammettere l’infelicità della forma per salvare la sostanza.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha rotto il suo riserbo, pur mantenendo la consueta compostezza istituzionale: i toni, ha scritto nella sua nota, sono «oramai giunti a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni». La giunta del sindacato delle toghe ha richiamato l’intervento di Sergio Mattarella al CSM, in cui il capo dello Stato aveva invitato le istituzioni al rispetto reciproco: «Un appello che era, e ancora di più è oggi, assolutamente opportuno».
C’è però qualcosa di più profondo in questa vicenda, che va oltre il caso politico del momento. Bartolozzi è una magistrata che occupa il vertice amministrativo del ministero della Giustizia. Conosce il sistema dall’interno. Sa cosa significa indipendenza della toga, cosa comporta l’autonomia del PM nella conduzione di un’indagine. Eppure ha scelto di usare la retorica del plotone d’esecuzione. Non si tratta di scivolata linguistica: si tratta di visione del mondo. Ed è esattamente questa visione — l’idea che il potere giudiziario indipendente sia un nemico da neutralizzare — a rendere Bartolozzi strutturalmente inadeguata a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto del ministro della Giustizia di una democrazia costituzionale.
Le sue dimissioni non sarebbero solo auspicabili: sarebbero un atto di rispetto verso le istituzioni che la riforma dichiara di voler tutelare. Il fatto che non arrivino — e che il governo non le chieda — dice molto sul progetto reale che questa riforma persegue.

III. Il video da 13 minuti: un’arringa costruita sull’inganno
A due settimane dal referendum del 22 e 23 marzo 2026, Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video di oltre tredici minuti in cui spiega — a modo suo — i contenuti della riforma Nordio e invita gli italiani a votare Sì. Il tono è quello della leader che si rivolge direttamente al popolo scavalcando i corpi intermedi; il registro è quello della comunicatrice consumata che sa come costruire una narrazione emotivamente efficace.
Il problema è che ogni pilastro argomentativo del video poggia su affermazioni false, distorte o gravemente incomplete. Non si tratta di opinioni in contrasto: si tratta di dati verificabili, smentiti da fonti istituzionali, rapporti internazionali, statistiche ufficiali.
La menzogna sulla responsabilità dei magistrati
Meloni afferma: «Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla».
I dati della Sezione disciplinare del CSM nella consiliatura in corso (febbraio 2023 – dicembre 2025) raccontano esattamente il contrario. Su 199 sentenze emesse, 82 — il 41% — sono di condanna. Tra queste: 46 censure, 17 perdite di anzianità, 9 sospensioni, 8 rimozioni dall’ordine giudiziario. L’ammonimento, la sanzione meno grave, è stato comminato solo due volte.
Sul piano comparato, l’Italia risulta più severa della media europea: nel 2022, secondo il Consiglio d’Europa, è stato punito lo 0,4% dei magistrati italiani, contro lo 0,09% francese e lo 0,19% olandese. Il ministro Nordio stesso ha esercitato i suoi poteri disciplinari raramente: in media 28 azioni l’anno, meno della metà delle 52 della Procura generale della Cassazione. Ha impugnato le decisioni del CSM appena sei volte nell’intera consiliatura. Lo ha fatto notare perfino Fabio Pinelli, vicepresidente del CSM eletto in quota Lega, definendo «destituite di fondamento» le accuse rivolte all’organo di autogoverno.
La menzogna sul sorteggio e sull’indipendenza politica
Meloni presenta il sorteggio come la soluzione alla commistione tra magistratura e politica. L’omissione fondamentale è che il sorteggio non sarà uguale per tutti. I membri «laici» dei due futuri CSM verranno estratti a sorte nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Mentre i magistrati perderanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti, il Parlamento — e quindi il governo — conserverà di fatto la possibilità di selezionare la rosa di «sorteggiabili». Con maggioranza semplice, il governo potrà accaparrarsi tutti i posti laici.
Il risultato è esattamente opposto alla promessa: non meno politica nei CSM, ma più politica. E meglio distribuita — dal governo — sotto l’apparenza neutra del sorteggio.
La menzogna sull’Alta Corte disciplinare
Stesso meccanismo si applica all’Alta Corte disciplinare, presentata come organo imparziale. Su 15 componenti totali, 6 saranno di nomina politica parlamentare, più 3 di nomina presidenziale. La struttura in primo e secondo grado non impedisce che, in un singolo collegio, i giudici di nomina politica costituiscano la maggioranza. Soprattutto: contro le sentenze dell’Alta Corte non è più ammesso ricorso in Cassazione. La politica non solo giudica, ma giudica in via definitiva, senza ulteriori gradi di verifica esterna.
La menzogna sull’inefficienza della giustizia
Meloni sostiene che i ritardi siano colpa dei magistrati. Il rapporto 2024 del Consiglio d’Europa smentisce: in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. I pubblici ministeri sono 3,7 ogni centomila abitanti, a fronte della stessa media europea. Eppure questi magistrati sottodimensionati lavorano il doppio: ogni giudice civile italiano gestisce 176 fascicoli l’anno contro gli 88 europei; ogni PM 1.230 contro 204. Il problema è strutturale. La separazione delle carriere non assumerà né un PM né un giudice in più.
La menzogna sul consenso dei magistrati
La premier afferma che «moltissimi magistrati» sostengano la riforma. I dati: i magistrati in servizio che hanno sottoscritto l’appello a favore sono 34 su 9.657. All’ultima assemblea generale dell’ANM, il documento per il No è stato approvato con sei voti contrari e un’astensione su 1.296 partecipanti.
La menzogna sulla fiducia dei cittadini
Meloni afferma che la riforma restituirà credibilità alla magistratura. Un sondaggio Ixé di febbraio 2026 mostra che la fiducia nei magistrati è quattro volte quella dei partiti: 51% verso i giudici — in crescita di sei punti rispetto al 2025 —, contro il 12% per i politici.
La menzogna sulla separazione delle carriere come garanzia
«Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito»: è la promessa centrale della riforma. I dati comparati la smentiscono. In Italia, tra il 2018 e il 2024, sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni l’anno su 49.037 arresti: l’1,15%. In Francia il dato è tra il 3,5% e il 4%. Gli errori giudiziari veri e propri — condanne annullate in sede di revisione — sono in Italia 0,12 per milione di abitanti, contro 0,31 nel Regno Unito e 0,44 negli Stati Uniti, entrambi sistemi con netta separazione tra accusa e giudice.

IV. Il CSM non è un ufficio di collocamento: ciò che Meloni non dice
Uno degli equivoci più gravi del video presidenziale riguarda il ruolo del CSM, sistematicamente ridotto a «organo che decide nomine e promozioni». Il CSM è molto altro. È l’organo che garantisce l’autonomia della magistratura dalle ingerenze del potere esecutivo: tutela i magistrati «nel mirino» della politica con le pratiche a tutela, vigila sulle scelte dei dirigenti degli uffici, esprime pareri sui disegni di legge in materia di giustizia, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo sottrae illegittimamente a un PM un fascicolo sensibile.
In questi anni, i consiglieri togati del CSM — inclusi quelli di orientamento conservatore — hanno più volte bloccato tentativi del governo di usare strumentalmente lo strumento disciplinare contro magistrati sgraditi. Consiglieri sorteggiati per caso, privi di mandato politico proprio, avrebbero la stessa forza di resistenza?

V. Il quadro complessivo: non una riforma, un piano di sottomissione
Bartolozzi ha detto la verità nel modo sbagliato. E la verità è questa: il progetto non è riformare la giustizia per renderla più efficiente, più equa, più vicina ai cittadini. Se lo fosse, si investirebbe in organico, in infrastrutture digitali, in strutture per smaltire l’arretrato. Invece si mette mano alla Costituzione per spostare i rapporti di forza tra i poteri dello Stato: meno autonomia alla magistratura, più controllo all’esecutivo.
La separazione delle carriere è la bandiera simbolica, ma il cuore della riforma è il sorteggio pilotato del CSM e dell’Alta Corte: il meccanismo attraverso cui il governo finisce col controllare chi giudica i magistrati e come vengono gestite le loro carriere. Non più le correnti interne, con tutti i loro limiti: la politica, con la sua capacità di premiare e punire.
Ma c’è un livello ancora più profondo da comprendere. Le parole di Bartolozzi — scioccanti, certo; infelici, sicuramente — non sono un incidente. Sono lo specchio fedele di un sentimento reale che percorre una parte significativa del ceto politico italiano e, per osmosi, anche di un segmento della cittadinanza: l’idea che la magistratura sia un corpo ostile, un’entità politicizzata che va disarmata. È questa la vera posta in gioco del referendum: non riformare, ma normalizzare quella visione. Renderla accettabile. Trasformarla in legge costituzionale.
L’indipendenza della magistratura è uno dei tre poteri fondamentali su cui si regge ogni democrazia moderna, secondo la tripartizione enunciata da Montesquieu: potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario. È imperfetta, come ogni istituzione umana. Va criticata, migliorata, riformata dove necessario. Ma va difesa nella sua sostanza e nella sua autonomia, perché senza un potere giudiziario realmente indipendente non esiste equilibrio tra i poteri dello Stato e ogni abuso dell’esecutivo diventa strutturalmente impunito.
Chi il 22 e 23 marzo andrà a votare ha davanti una scelta che riguarda il tipo di Paese che vuole abitare. Non si tratta di essere «pro-magistratura» o «anti-magistratura». Si tratta di decidere se la toga debba essere indipendente dal potere politico o no. E di capire che chi usa la parola «plotoni d’esecuzione» per descrivere i giudici — senza mai scusarsi, coperta dal proprio ministro, blindata dal governo — non ha in mente alcuna riforma: ha in mente la resa dei conti.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»