Narco-Venezuela? La grande bufala del secolo (che puzza di petrolio e di golpe)

Ci sono menzogne che nascono per diventare alibi. Alibi per guerre, embarghi, destabilizzazioni, omicidi politici. La favola del Narco-Stato venezuelano è una di queste. Una delle più tossiche, persistenti e pericolose. Perché non solo distorce la realtà dei fatti, ma costruisce attorno a sé una retorica di legittimazione per una possibile aggressione armata da parte degli Stati Uniti. Una retorica che oggi, sotto il nuovo mandato di Donald Trump, rischia di trasformarsi in realtà.

E non è più solo questione di parole. Sette navi da guerra statunitensi, tra cui tre cacciatorpediniere lanciamissili e un sottomarino d’attacco, sono state schierate al largo delle coste venezuelane. A bordo ci sono 4.500 uomini, tra cui 2.200 marines. La versione ufficiale è quella della “lotta al narcotraffico”. Ma chi può credere, onestamente, che serva una tale flotta per combattere qualche rotta marginale di coca?

La verità è molto più torbida. E molto più antica: si chiama petrolio. E si chiama ideologia.

Il Venezuela: un pozzo che non si vuole pagare

Trump non ne ha mai fatto mistero. Lo confessò in modo brutale a James Comey, ex direttore dell’FBI: “Il Venezuela è un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Traduzione: meglio se lo prendiamo. Il problema non è la droga, ma l’oro nero. Il problema non è Maduro, ma la sovranità energetica. E allora ecco la messinscena: un presidente con una taglia da 50 milioni di dollari sulla testa, una DEA che “scopre” un cartello fantasma chiamato Cartel de los Soles, e una stampa mainstream che recita il copione del thriller latinoamericano, stile Netflix.

Ma i dati ufficiali dell’ONU, aggiornati al 2025, dicono altro. Il Venezuela è estraneo alla produzione e alla grande distribuzione internazionale di droghe. Solo il 5% della coca colombiana transita per il suo territorio, mentre il Guatemala, l’Ecuador, il Messico sono veri hub del traffico, ignorati dai media perché troppo amici, troppo “filo-americani”, o troppo poveri di risorse strategiche.

Una flotta contro la verità

Il sito Axios, uno dei più seguiti in ambito politico negli USA, è stato chiarissimo: “Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un conflitto armato con il Venezuela”. La cosiddetta “Super-Flotilla” ordinata da Trump ha tutte le caratteristiche non di un’operazione antidroga, ma di un’operazione militare di regime change. E infatti uno dei consiglieri della Casa Bianca ha parlato esplicitamente di un possibile “Noriega 2”, riferendosi all’invasione di Panama del 1989, quando gli USA catturarono Manuel Noriega con l’accusa — anche allora — di narcotraffico. Uno schema che si ripete.

Perché mai inviare i marines se davvero si volesse semplicemente intercettare qualche peschereccio sospetto? Perché mobilitare armi pesanti se non si prepara un’escalation?

La risposta è semplice e drammatica: si tratta di un colpo di Stato travestito da crociata morale.

L’altra verità: il Venezuela come nemico ideologico

Ma la verità, come sempre, ha più strati. E sotto la superficie petrolifera, ce n’è uno ancora più profondo: il Venezuela bolivariano è l’antitesi politica del suprematismo bianco che oggi guida l’internazionale sovranista di destra, capitanata proprio da Donald Trump.

Il governo venezuelano non è solo “non allineato” con gli interessi statunitensi: è antifascista, socialista, multiculturale e anti-imperialista. È l’esatto contrario del modello di mondo che i nuovi crociati della destra globale vogliono imporre. Ecco allora che il Venezuela diventa un bersaglio doppio: per ciò che possiede, e per ciò che rappresenta.

Non è solo un pozzo da conquistare, ma un simbolo da abbattere. Una narrazione alternativa che disturba l’egemonia culturale dell’Occidente atlantico. In un’epoca in cui si vuole ridurre il mondo a un duopolio tra dominio finanziario e autoritarismo digitale, il Venezuela prova a difendere un altro modello: inclusivo, egualitario, multipolare. Imperdonabile.

La costruzione del nemico perfetto

Il Cartel de los Soles, tradotto ironicamente come “Il cartello delle sòle”, non compare in nessun report ONU, né in quelli dell’Unione Europea, né in quelli delle principali agenzie anticrimine mondiali. Solo la DEA americana lo cita, basandosi su presunte “prove segrete”. Nessuna condivisione, nessuna evidenza, nessun riscontro indipendente. Eppure, su questa montatura, si costruisce un caso internazionale. Perché?

Perché serve un nemico. Serve un “cattivo” da abbattere per mostrare i muscoli, per controllare le risorse, per far dimenticare i fallimenti interni. Così come è stato per l’Iraq con le “armi di distruzione di massa”, per la Libia con la “protezione dei civili”, per la Siria con i “barili esplosivi”. Oggi è il Venezuela il bersaglio, con il suo petrolio, il suo disallineamento geopolitico e la sua ostinazione a non inginocchiarsi.

Chi traffica davvero?

Mentre i cannoni puntano su Caracas, la cocaina continua a viaggiare indisturbata da porti amici, come Guayaquil in Ecuador, dove 13 tonnellate sono state sequestrate in una sola nave. I container di banane diretti ad Anversa erano gestiti da aziende della famiglia del presidente ecuadoriano Daniel Noboa. Eppure, dell’Ecuador nessuno parla. Troppo amico. Troppo neutro. Troppo irrilevante sul piano petrolifero.

Lo dice anche il Rapporto europeo sulle droghe 2025: le principali rotte della cocaina passano dalla Colombia, attraverso America Centrale, Africa occidentale, e poi verso l’Europa. Il Venezuela non c’è. Non esiste nei flussi, non esiste nelle coltivazioni, non esiste nei cartelli. Eppure esiste, eccome, nel mirino geopolitico di Washington.

Una cooperazione reale (che infastidisce)

Il Venezuela, come Cuba, ha da sempre adottato politiche rigorose di contrasto al narcotraffico, proprio perché il chavismo ha ereditato — e difeso — un modello di controllo sociale e territoriale molto simile a quello cubano. Lo hanno riconosciuto, in privato, persino agenti DEA e FBI. Ma è un modello “scomodo”, perché dimostra che si può essere efficaci anche senza piegarsi all’impero.

Ed è per questo che viene sistematicamente demonizzato. Il Venezuela non viene attaccato perché fallisce, ma perché non fallisce abbastanza da implodere. Perché resiste. Perché ostacola l’accaparramento delle sue risorse naturali. Perché rappresenta un baluardo politico e culturale alternativo all’ordine autoritario e razzista che Trump e i suoi alleati vogliono diffondere nel mondo.

Conclusione: il vero crimine è la sovranità (e la dignità)

Quando gli Stati Uniti accusano un paese di essere un narco-Stato, bisognerebbe sempre chiedersi: a chi serve questa accusa? Chi ci guadagna? Quali interessi si muovono dietro la narrativa? Nel caso del Venezuela la risposta è lampante: l’oro nero, la disobbedienza e l’antifascismo. Le sanzioni, la propaganda, le taglie, le flotte navali: tutto ruota attorno a una risorsa strategica e a una linea politica “intollerabile” per il nuovo ordine globale suprematista.

Il vero reato di Nicolás Maduro non è il narcotraffico, ma l’esercizio della sovranità su un territorio ricco e strategico, e la difesa di un progetto socialista, antimperialista e multipolare. In un mondo dove il diritto internazionale è ormai carta straccia e l’ideologia suprematista domina i centri di potere occidentali, questo basta per essere condannati.

E allora, rompiamo la narrazione tossica. E diciamo, senza timore:
il Venezuela non è un narco-Stato. È uno Stato antifascista sotto attacco.
E se la geografia non mente, nemmeno la storia dimentica.

La terra che grida: Gaza e il genocidio in diretta mondiale

Mentre l’Occidente continua a recitare il mantra della “pace”, Israele passa alla fase due della sua guerra d’annientamento. Il 21 agosto 2025, ha preso il via l’operazione “Carri di Gedeone 2”, una nuova offensiva finalizzata all’occupazione totale di Gaza City e alla deportazione forzata degli 800.000 civili ancora presenti. A guidare l’operazione, oltre ai tank e ai bombardamenti, c’è un’ideologia teocratica che giustifica lo sterminio in nome del diritto biblico alla “terra promessa”. Una visione apocalittica che oggi si traduce in distruzione sistematica, fame organizzata, e morte programmata.

Non siamo davanti a una semplice escalation militare. Siamo davanti a un piano di pulizia etnica. Lo ha confermato lo stesso ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha parlato apertamente di “assedio totale” e ha ammonito: “Chi non evacua Gaza può morire di fame o arrendersi”. Non è una minaccia: è un piano di annientamento.

Una teocrazia armata fino ai denti

Nel pieno del XXI secolo, un governo che si proclama democratico rivendica apertamente un mandato divino per giustificare l’eliminazione fisica di un intero popolo. I riferimenti sono espliciti: dal Libro di Giosuè al Deuteronomio, la narrazione messianica si impone sulla legalità internazionale. Diritto divino contro diritto umano. Paranoia escatologica contro ragione storica.

Israele, nato grazie alla Risoluzione 181 dell’ONU, ha da decenni abbandonato qualsiasi vincolo internazionale. Ha ignorato sistematicamente la Carta delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e violato ogni trattato sui diritti umani, dalla IV Convenzione di Ginevra al diritto consuetudinario internazionale. Oggi, davanti agli occhi del mondo, infrange apertamente anche la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del genocidio.

Genocidio, parola proibita nei palazzi del potere

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato chiaro. Il 26 gennaio 2024, nel contesto del ricorso presentato dal Sud Africa, ha riconosciuto il rischio concreto di genocidio in atto a Gaza, ordinando a Israele di interrompere qualsiasi azione lesiva nei confronti dei civili palestinesi. Le ordinanze del 28 marzo, 5 aprile e 24 maggio hanno ribadito e aggravato le misure, chiedendo il blocco dell’assalto a Rafah, l’apertura del valico per gli aiuti umanitari e l’accesso delle missioni investigative ONU. Nessuna misura è stata rispettata. Nessuna.

Israele, forte del sostegno di Washington e dell’impunità assicurata dalle democrazie complici, ha proseguito imperterrito il suo piano di sterminio. Le prove non mancano. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo ufficiale delle Nazioni Unite, ha certificato che Gaza è entrata in una fase di carestia conclamata, causata dal blocco degli aiuti e dal collasso della produzione alimentare. Più di 132.000 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta entro la fine del 2025. Oltre 41.000 sono già ad altissimo rischio di morte.

Numeri che pesano come lapidi

Al 24 agosto, il bilancio fornito dal Ministero della Salute di Gaza parla di 62.686 morti e 157.951 feriti. A questi si aggiungono 289 vittime della fame, di cui 115 bambini. I morti non fanno più notizia. I bombardamenti sugli ospedali neppure. Persino i giornalisti sono diventati obiettivi: solo nel bombardamento dell’ospedale di Khan Younis sono morti altri cinque reporter.

La fame è ora un’arma. La distribuzione di cibo, una trappola mortale: oltre 2.095 persone sono state uccise mentre cercavano aiuti. Ogni atto di sopravvivenza è diventato una condanna.

L’apartheid che non può vincere

L’illusione che la “soluzione finale” possa essere realizzata è destinata a scontrarsi con la realtà. Anche se Israele riuscisse a ripulire Gaza nord e trasformare il sud in un lager a cielo aperto, la resistenza sopravviverebbe. Non si può sterminare un popolo con la fame, né si può cancellare la storia con le ruspe. Gaza resterà come una ferita purulenta, aperta, pronta a infettare le coscienze. E la Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti nella zona E1, sarà il prossimo fronte. Smotrich lo ha detto chiaramente: “Lo Stato palestinese è cancellato”. Ma cancellare un’idea non equivale a cancellare un popolo.

Israele sta inchiodando la bara dello Stato palestinese con i fatti compiuti. Ma quei chiodi, in realtà, li sta piantando sulla propria democrazia. Come il Sudafrica dell’apartheid, Israele si condanna all’isolamento morale e politico. E a lungo termine, anche all’implosione.

Italia e Occidente: complici silenziosi

Nel frattempo, le cancellerie europee tacciono. L’Italia, nello specifico, continua a rispettare l’accordo di cooperazione militare con Israele del 2003, ratificato con la legge n. 94/2005. Non solo non lo ha mai revocato, ma si è opposta a qualsiasi proposta di sanzione europea. Questo non è silenzio diplomatico: è complicità.

A differenza del ministro olandese Caspar Veldkamp, dimessosi per protesta contro il proprio governo, i politici italiani restano ben saldi sulle loro poltrone, nonostante l’opinione pubblica sia ormai insofferente. La rabbia cresce, le piazze si muovono, e la frustrazione civile si sta trasformando in indignazione attiva.

La flotta della dignità

A questa indignazione si unisce la speranza. Il 31 agosto salperà la Freedom Flotilla, una flotta carica di aiuti umanitari e di dignità, pronta a sfidare l’embargo israeliano. È un atto di coraggio che rompe il silenzio e indica una via d’uscita: quella della solidarietà concreta, dell’azione diretta, del diritto all’umanità.

Parallelamente, si fa strada l’ipotesi di convocare una sessione d’emergenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, grazie alla procedura “Uniting for Peace”, già prevista per superare il veto USA. È una strada stretta, ma percorribile.

O si ferma il genocidio o si diventa complici

Non ci sono più alibi. Non c’è più tempo. Il genocidio non è un’ipotesi: è in corso. Le istituzioni internazionali hanno il dovere di agire. E i governi che continuano a sostenere Tel Aviv, direttamente o indirettamente, devono essere chiamati a rispondere. Anche in Italia.

Chi tace oggi, domani non potrà dire di non sapere. La storia sta scrivendo una pagina oscura. E ogni parola, ogni gesto, ogni omissione finirà su quella pagina. Sta a noi decidere da che parte della storia vogliamo stare.

Fonti
• Integrated Food Security Phase Classification (IPC), Report 2025.
• Corte Internazionale di Giustizia, Ordinanze 26/01/2024 – 28/03/2024 – 05/04/2024 – 24/05/2024.
• Ministero della Salute di Gaza, aggiornamento 24 agosto 2025.
• Lettera collettiva per la procedura “Uniting for Peace”, 21 agosto 2025.
• articolo di Domenico Gallo, pubblicato su volere la luna il 26 agosto 2025.

🎬 Hollywood, IDF e la macchina della verità truccata: il caso Sony e l’uragano che non vogliono vedere

Non è un sussurro, non è un indizio vago: è un uragano di dati, email e connessioni che grida una verità scomoda. Il sistema dell’intrattenimento globale non è solo intrattenimento. È anche arma. È anche propaganda. E troppo spesso, è propaganda israeliana.

▪️ Il caso Sony-WikiLeaks: quando la finzione supera la realtà

Nel 2015, WikiLeaks rese pubblico uno dei più grandi leak nella storia dell’informazione: oltre 170.000 email e 30.000 documenti interni provenienti dai server di Sony Pictures Entertainment. Un colosso da miliardi, controllato dalla multinazionale giapponese Sony, che gestisce franchise planetari come Spider-Man, Men in Black, The Social Network, Zero Dark Thirty.

Fin qui, nulla di strano. Ma basta scavare un po’ tra le righe dei file pubblicati per scoprire che sotto la superficie liscia dell’intrattenimento globale si muove una rete fittissima di rapporti politici, militari e culturali. Rapporti con il Partito Democratico americano, con la Casa Bianca, con il governo israeliano, con l’IDF, l’esercito israeliano.

E non si tratta solo di partecipazioni a cene di gala. C’è molto di più. C’è un meccanismo sistematico, che trasforma la produzione culturale in uno strumento d’influenza politica e militare.

▪️ Michael Lynton, l’uomo al centro della rete

Il nome che ricorre più spesso è quello di Michael Lynton, allora CEO di Sony Pictures. Ex Disney, formazione a Harvard, famiglia ebrea, collegamenti con i servizi segreti britannici (come riportato da The Independent nel 2014), Lynton non era semplicemente un amministratore. Era un perno della comunicazione globalizzata, un uomo capace di sedere ai tavoli della diplomazia e allo stesso tempo dettare le linee guida narrative dei blockbuster hollywoodiani.

Tra le email emerse, una in particolare cita una cena privata tra Lynton e Benjamin Netanyahu, mentre Israele conduceva la devastante offensiva militare Protective Edge su Gaza nel 2014. Oltre 2.200 civili palestinesi uccisi, tra cui più di 500 bambini. Mentre le bombe piovevano, a Hollywood si discuteva su come “difendere l’immagine di Israele” di fronte all’opinione pubblica internazionale.

▪️ Dalla cultura alla propaganda: quando il cinema diventa complice

Il leak mostra email in cui alti dirigenti dell’entertainment americano si attivano per proteggere Israele dalla crescente indignazione mondiale. Alcuni, come l’amministratore delegato di Relativity Media, arrivano a suggerire di boicottare il Festival di Cannes solo perché il regista Ken Loach aveva osato appoggiare la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro Israele.

“Se non boicottiamo Cannes, stiamo dicendo che un altro Olocausto può andare bene finché Hollywood continua a funzionare”, scriveva. Una frase che rivela un doppio standard pericoloso, che trasforma la memoria dell’Olocausto in scudo ideologico per legittimare ogni crimine commesso da Israele, anche davanti agli occhi della comunità internazionale.

E così, mentre Gaza brucia, gli Oscar premiano Zero Dark Thirty – un film celebrativo della CIA e della guerra al terrore – o The Social Network, prodotto dallo stesso sistema che collabora con l’apparato propagandistico sionista. Coincidenze?

▪️ Non è più una teoria: è un sistema

Chi ancora parla di “teorie del complotto” o di “soffi interpretativi” dovrebbe spiegare perché:
• decine di email parlano di contatti diretti con il governo israeliano, incluse richieste di “assistenza comunicativa”;
• gli indirizzi mail della Casa Bianca e di altri apparati statali USA sono presenti nei file aziendali di Sony;
• i principali media statunitensi non hanno mai dato rilievo al contenuto di questi leak, preferendo minimizzare l’intero scandalo come semplice “furto di dati”;
• nessuno, nessuno, tra le grandi testate occidentali, ha mai chiesto conto a Sony del ruolo giocato nel mascherare i crimini israeliani.

A ben vedere, non è più una questione di “prove provate”. È il disegno d’insieme che emerge con chiarezza: l’industria culturale come braccio armato della propaganda di guerra, con Israele come uno degli attori principali sul palcoscenico dell’opinione pubblica mondiale.

▪️ Un uragano che si finge brezza

Non ci sono “prove da tribunale”? Forse. Ma chi dice che le verità più profonde debbano sempre passare dai codici penali? I documenti ci sono. Le email pure. I nomi e i cognomi anche. È l’interpretazione sistemica di quei dati che spalanca le porte su un mondo fatto di lobby, manipolazione e controllo narrativo.

Questo uragano informativo è stato relegato a “breeza”, a sussurro lontano. Eppure c’è. Soffia. Spinge. E scoperchia il volto di un sistema occidentale in cui l’etica è subordinata al brand, la verità alla narrazione, e la giustizia… al consenso del mercato.

📌 Conclusione: l’informazione è un campo di battaglia

Quello che il caso Sony ci insegna è che la guerra non si combatte solo con i droni, ma anche con le sceneggiature. Che non esistono “film neutri” quando chi li produce è seduto al tavolo della geopolitica. Che la Palestina viene bombardata anche con le immagini, con le parole, con i silenzi di chi potrebbe parlare e non lo fa.

Chi oggi difende l’IDF e le sue operazioni, chi giustifica la censura di ogni parola critica verso Israele, chi condanna chi osa dire la verità, non sta difendendo la libertà di espressione. Sta solo difendendo una verità di Stato, costruita a tavolino, distribuita in sala e premiata con l’Oscar.

🔎 Fonti principali
• WikiLeaks – Sony Archive
• TheJournal.ie – WikiLeaks launches searchable Sony database
• Mondoweiss – Hollywood efforts to support Israel
• Haaretz – Sony worried over IDF use of its cameras in Gaza
• Kit O’Connell – How Sony tried to fix Israel’s image
• Independent – Profile: Michael Lynton

Riforma o morte”: il grido di battaglia dell’élite che ha già vinto

Una volta era “Rivoluzione o morte”, oggi è “Riforma o morte”. Ma a pronunciarlo non sono i popoli oppressi, né i leader rivoluzionari. Sono i tecnocrati dell’élite finanziaria.
Mario Draghi lancia il suo ennesimo ultimatum all’Europa: o si piega al nuovo paradigma del mercato globale, o scompare. Dietro il monito si cela una visione che ha già escluso i cittadini: una nuova egemonia capitalista che pretende riforme imposte dall’alto, mentre le democrazie si svuotano e le diseguaglianze si consolidano.
È davvero questo il futuro che ci viene offerto?

Il dogma della riforma: una religione senza popolo
“Riforma o morte”: il titolo scelto da Mario Draghi per la sua nuova offensiva comunicativa è più che una sintesi economica. È un manifesto ideologico. Non c’è spazio per il dissenso, per l’alternativa, per il tempo del confronto democratico. L’Europa, dice l’ex presidente della BCE, è irrilevante perché non si riforma abbastanza, perché non investe abbastanza, perché non si adegua abbastanza alla nuova guerra mondiale dei capitali.

Ma cos’è, in concreto, questa riforma? Non è certo un’idea condivisa di giustizia sociale o di redistribuzione. Riforma, nel linguaggio di Draghi e delle istituzioni sovranazionali, significa sempre la stessa cosa: tagli, flessibilità, privatizzazioni, efficienza di bilancio, deregolamentazione industriale, compressione dei diritti collettivi. È un’economia armata contro il lavoro e blindata nei suoi dogmi.

Il tramonto dell’Europa e il risveglio della verità
Draghi ha lanciato l’allarme da Rimini, proprio mentre la Germania sprofonda nella stagnazione. Il PIL tedesco è tornato a contrarsi e l’economia europea nel suo insieme fatica a riprendersi. Il motivo? Secondo Draghi, non si è fatta abbastanza integrazione finanziaria, non si è costruita una rete energetica comune, non si sono liberalizzati i mercati. Ma il sospetto è che, dietro queste parole, ci sia molto di più.

Il modello europeo fondato sull’austerità, sulla tecnocrazia e sull’illusione di una forza geopolitica data solo dal peso commerciale, è arrivato al capolinea. Draghi stesso lo ammette: l’Europa ha creduto per anni che le sue dimensioni economiche le garantissero automaticamente influenza. Ma si sbagliava. Lo dimostra Trump, che tratta Bruxelles come una pedina marginale sullo scacchiere globale.

Il messaggio è chiaro: non abbiamo più alcun potere se non ci adeguiamo al modello americano, se non diventiamo anche noi una “economia di guerra” capace di produrre, investire, controllare. Ma questa narrazione dimentica che l’Europa non è solo un mercato. È, o dovrebbe essere, anche un’idea di civiltà, di welfare, di diritti, di pace.

Le riforme che nessuno ha chiesto
Da un anno Draghi ripete lo stesso mantra: serve una nuova strategia industriale, un bilancio europeo ambizioso, una rete elettrica integrata, una finanza unificata. Ma nulla si muove. E il motivo è semplice: gli Stati membri, stretti tra interessi nazionali e vincoli esterni, non sono disposti a cedere altra sovranità a Bruxelles. E i cittadini, soprattutto, non vengono mai coinvolti in questo dibattito.

Quello che Draghi propone è un’accelerazione tecnocratica dell’integrazione, in nome della competitività globale. Ma senza un progetto democratico, senza partecipazione popolare, senza redistribuzione, questa accelerazione diventa un suicidio politico. Lo stesso think tank Bruegel ammette che solo il 20% delle proposte è stato attuato. Il resto è carta straccia. Non per caso, ma per mancanza di legittimità.

Una rivoluzione al contrario: il potere dei pochi contro i molti
Il paradosso è drammatico. Il linguaggio di Draghi richiama quello delle rivoluzioni, ma in modo rovesciato. Dove i popoli dicevano “o ci liberiamo o moriamo”, ora le élite affermano “o ci seguite o morirete”. È il capitalismo che si è appropriato dell’immaginario rivoluzionario, svuotandolo di ogni contenuto emancipativo. Le riforme non servono più a liberare, ma a garantire i profitti dei fondi speculativi, delle multinazionali, delle piattaforme digitali.

Mentre Lagarde tesse l’elogio dei migranti come forza-lavoro invisibile che salva l’Europa dalla stagnazione, Draghi grida all’irrilevanza se non ci si piega alla concorrenza globale. Ma nessuno, tra questi grandi tecnocrati, si chiede che fine abbia fatto il consenso sociale. Nessuno parla di salario minimo, di diseguaglianza, di diritto all’abitare, di servizi pubblici. Il popolo non è previsto nel loro disegno. Se non come ostacolo.

Lo spettro della guerra economica totale
Nel frattempo le crisi si moltiplicano. Gaza muore di fame sotto embargo israeliano, l’Ucraina è intrappolata in un conflitto interminabile, la Francia viene attaccata diplomaticamente dagli Stati Uniti per non essere abbastanza allineata sul piano ideologico. E l’Europa? Rimane spettatrice o peggio: complice silenziosa.

La guerra commerciale con Washington è stata evitata a prezzo di una resa: accettare il 15% di dazi sui prodotti europei per non aprire uno scontro. Altro che sovranità. Intanto la coesione sociale si sgretola, la sicurezza alimentare si dissolve, e le reti pubbliche vengono smantellate. Eppure la priorità resta sempre la stessa: “riformare per crescere”. Ma crescere per chi?

Conclusione: disobbedire al futuro che ci impongono
Il problema non è Mario Draghi in sé. Il problema è il mondo che rappresenta. Un mondo che non ha bisogno della politica, che considera il consenso un ostacolo, che riduce la democrazia a un rito inutile. Un mondo in cui si parla di riforme come se fossero leggi della fisica, e in cui al popolo resta solo da obbedire.

Ma questa narrazione non può più bastare. L’alternativa non è “riforma o morte”, ma “partecipazione o sottomissione”. Non abbiamo bisogno di una nuova governance tecnocratica, ma di una nuova sovranità popolare. Non ci serve un’economia armata per competere, ma una società giusta per vivere.

Per troppo tempo abbiamo creduto che il cambiamento potesse arrivare dall’alto. Ma oggi è evidente: o il popolo riprende in mano il proprio destino, o l’élite continuerà a riformare tutto. Tranne sé stessa.

Fonti e approfondimenti:
• Discorso di Mario Draghi, Rimini, agosto 2025
• Bruegel Think Tank – Rapporto sulla competitività europea 2025
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Jackson Hole Symposium
• Eurostat – PIL e crescita UE 2022–2025
• Politico EU Playbook – Agosto 2025
• ISTAT – Rapporto su disuguaglianze e investimenti pubblici in Italia
• OCSE – Industrial Policy and Inequality, 2024
• Amnesty International – Famine in Gaza and International Responsibility, luglio 2025

L’Europa che non vuole crescere: quando il lavoro c’è ma la politica lo respinge

Christine Lagarde lancia l’allarme: senza l’apporto dei migranti, l’economia europea sarebbe oggi molto più debole. Ma la risposta politica al fenomeno migratorio va in direzione opposta, seguendo la scia di un populismo miope che rischia di frenare la crescita stessa. Il paradosso è servito: abbiamo bisogno dei migranti per lavorare, ma li respingiamo per propaganda elettorale.

Lavoratori invisibili, pilastro dell’economia visibile
Dietro le cifre fredde del PIL e dell’occupazione si nasconde una verità che brucia: l’Europa, senza i lavoratori migranti, sarebbe già in stagnazione. Lo ha detto senza mezzi termini la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, intervenendo al simposio della Federal Reserve nel Wyoming. Dati alla mano, i migranti rappresentano solo il 9% della forza lavoro, ma hanno garantito ben il 50% della crescita occupazionale dal 2022. Mezzo continente, insomma, regge su spalle che molti fingono di non vedere.

La Germania avrebbe oggi un PIL inferiore del 6% senza manodopera straniera. E la Spagna, tra i Paesi che più hanno beneficiato della ripresa post-Covid, deve molto ai migranti che hanno colmato le lacune lasciate da una popolazione autoctona sempre più anziana e sempre meno incline al lavoro full-time. Non solo. Questa forza lavoro ha contribuito a mantenere in equilibrio i prezzi, evitando che l’inflazione galoppasse ancora più in alto: un argine sociale nascosto tra i margini delle politiche economiche.

Il paradosso dell’Unione: crescita economica vs. regressione politica
Ma proprio mentre l’economia ringrazia, la politica alza muri. L’afflusso di nuovi lavoratori viene vissuto con sospetto e rifiuto. La migrazione netta ha portato la popolazione UE a un record di 450 milioni, ma l’aumento della presenza straniera ha alimentato il risentimento delle fasce sociali più fragili, strumentalizzato abilmente da partiti di estrema destra da Berlino a Roma.

Il risultato? Si moltiplicano le misure restrittive: stretta sui permessi, ostacoli burocratici, retorica dell’invasione. Il paradosso è crudele: mentre le aziende europee cercano disperatamente personale, i governi fanno a gara per sembrare più duri sull’immigrazione. Come se l’occupazione non c’entrasse nulla con la migrazione. Come se l’economia e la demografia potessero essere disgiunte dalla realtà sociale.

La grande miopia del declino demografico
L’Europa invecchia, e invecchia male. Il calo del tasso di natalità e l’aumento delle richieste di riduzione dell’orario di lavoro stanno erodendo progressivamente la base produttiva del continente. In una società che non fa più figli e non vuole più lavorare a tempo pieno, la migrazione rappresenta una risorsa strutturale, non un’emergenza da gestire.

Lagarde è chiara: senza migranti, la resilienza dell’eurozona ai grandi shock – pandemici, energetici, inflattivi – non sarebbe stata possibile. Eppure, il discorso dominante continua a nascondere il legame diretto tra crescita e inclusione. Si fa finta che le due cose siano separabili, quando invece sono ormai saldate insieme.

Migrazione e lavoro: un tabù tutto europeo
Il vero nodo è culturale. In Europa parlare di migrazione come risorsa è ancora un tabù. Chi lo fa rischia la gogna mediatica e l’accusa di buonismo. Ma i dati smentiscono la propaganda. L’integrazione migrante è oggi una leva fondamentale della competitività: senza lavoratori stranieri, interi settori – dall’agricoltura all’edilizia, dalla logistica alla sanità – collasserebbero nel giro di poche stagioni.

Il problema, come ha sottolineato la stessa Lagarde, è che le “pressioni dell’economia politica” rischiano di limitare questi afflussi. Tradotto: l’ossessione per il consenso elettorale a breve termine sta uccidendo ogni visione strategica a lungo termine. L’Europa sembra condannata a scegliere tra crescita economica e stabilità politica, come se le due cose fossero incompatibili. Eppure, la vera incompatibilità è tra razzismo e benessere sociale.

Il caso Italia: tra emergenza costruita e realtà ignorata
In Italia il quadro è ancora più contraddittorio. Il Paese ha uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, un’età media della popolazione tra le più alte al mondo e una cronica difficoltà a coprire posti di lavoro nei settori agricoli, dell’assistenza e dell’industria leggera. Eppure, il dibattito pubblico è dominato da una narrazione emergenziale: l’“invasione” dei migranti, la “sostituzione etnica”, il “problema sicurezza”.

Secondo l’ISTAT, senza immigrazione l’Italia perderebbe circa 500.000 persone ogni cinque anni. Eppure, ogni tentativo di regolarizzazione è osteggiato. La sanatoria del 2020, che doveva regolarizzare oltre 200.000 lavoratori, ha avuto un’efficacia minima a causa di ostacoli burocratici e politici. Intanto, nel silenzio delle istituzioni, migliaia di braccianti e badanti, cuochi, muratori e corrieri tengono in piedi interi settori. Ma vengono esclusi da ogni discorso sulla cittadinanza, i diritti, il futuro.

La verità è che il sistema produttivo italiano ha bisogno di loro, ma la politica fa finta di niente. Mentre si tagliano i fondi per l’integrazione e si alzano i muri, cresce il sommerso e aumenta la precarietà. Una bomba sociale pronta a esplodere, ma ignorata nel nome del consenso.

Per una nuova narrazione migratoria
L’Europa ha bisogno di riscrivere la propria narrazione. Non è un continente “invasa”, ma un continente salvato ogni giorno da donne e uomini che lavorano nell’ombra, spesso senza diritti e senza voce. Parlare di migrazione solo in termini emergenziali è il primo errore. Il secondo è non riconoscere che un’economia giusta non può fondarsi sull’ipocrisia: sfruttare il lavoro migrante di giorno e demonizzarlo di sera è una contraddizione che prima o poi esploderà.

Ciò che serve è una politica migratoria coraggiosa, che coniughi sicurezza sociale, diritti e visione industriale. La Germania lo ha compreso, pur tra mille contraddizioni. La Spagna lo sta sperimentando. Ma in Italia, purtroppo, si preferisce cavalcare la paura, anche a costo di affossare la crescita.

Conclusione: la crescita che non vogliamo
Christine Lagarde, pur parlando da tecnocrate, ha posto sul tavolo una questione politica fondamentale: senza migranti, l’Europa non cresce. Anzi, arretra. Ma i populismi non vogliono sentire ragioni. Meglio alimentare la narrazione dell’invasione, anche se è proprio quella narrazione a minare le basi materiali della nostra economia.

Non è solo una questione di PIL. È una questione di verità. Di futuro. E, soprattutto, di giustizia. Se continuiamo a rifiutare chi ci sostiene, l’unico destino possibile sarà quello del declino. Non per colpa dei migranti. Ma per colpa nostra.

Fonti e approfondimenti incrociati:
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Simposio della Fed, agosto 2025
• Eurostat – Occupazione e migrazione nell’eurozona, 2022-2025
• OCSE – The economic impact of migration, 2024
• Istituto Affari Internazionali – Popolazione europea e crisi demografica
• Euractiv – Germany’s economic growth fuelled by migration, 2023
• El País – La recuperación española y el papel de los migrantes
• ISTAT – Natalità e mercato del lavoro in Italia, 2024

Il Caso Almasri: la vergogna di Stato che nessuno vuole spiegare

In un Paese normale, un criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale non viene liberato, accompagnato con un volo di Stato, e rispedito con tutti gli onori nel Paese dove ha commesso atrocità. In un Paese normale, i ministri coinvolti in una scelta così grave si dimettono. In Italia, invece, Osama Njemm Almasri — comandante della Rada e della polizia giudiziaria libica, accusato di crimini contro l’umanità — viene arrestato su suolo italiano, rilasciato dopo poche ore, e riportato a Tripoli con un aereo dell’intelligence, mentre la premier Meloni e i suoi ministri cambiano versione sette volte e intanto tacciono.

Ora, un video virale rilancia con violenza la questione. Le immagini — crude, scioccanti — mostrano un uomo picchiato selvaggiamente in strada, lasciato a terra in una pozza di sangue. A colpirlo, secondo fonti locali e internazionali, sarebbe proprio lui: Almasri, il generale liberato dall’Italia contro ogni norma di diritto internazionale.

Un crimine annunciato, una scelta politica irresponsabile

Nel gennaio 2025, Almasri viene arrestato a Torino in esecuzione di un mandato di cattura internazionale della Corte Penale dell’Aia. Le accuse non sono leggere: torture, detenzioni illegali, esecuzioni sommarie, traffico di esseri umani. È ritenuto responsabile di violenze sistematiche nei centri di detenzione libici, vere e proprie prigioni extralegali dove i migranti vengono torturati e uccisi.

Poche ore dopo l’arresto, però, l’uomo viene rilasciato. Non solo: viene accompagnato da Caselle a Tripoli con un volo di Stato, pagato dai contribuenti italiani e gestito direttamente dai servizi segreti.

Una decisione che, come emerso successivamente, non ha alcun fondamento giuridico. Al contrario: la denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, già parlamentare ed ex membro di Italia dei Valori (ma con un passato anche nella destra), ha portato il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi a iscrivere obbligatoriamente nel registro degli indagati la premier Giorgia Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano, trasmettendo gli atti al Tribunale dei Ministri.

Un atto dovuto, previsto dall’art. 6 della legge costituzionale 1/1989, che non implica colpevolezza ma è l’unica via legale percorribile per reati ministeriali. Eppure, Meloni, in un video social plateale, ha trasformato quell’atto di garanzia in uno show, parlando di “ricatto” e “intimidazione”, come se la giustizia fosse uno strumento politico.

Il video che smentisce ogni versione: Almasri è ancora un aguzzino

Le immagini diffuse dalla testata araba Al-Masdar, vicina al governo di unità nazionale libico, mostrano un’aggressione brutale a mano nuda in pieno giorno. Secondo le fonti locali, l’uomo vestito di bianco che pesta la vittima è proprio Osama Almasri.

La milizia di riferimento del generale ha provato a sminuire, parlando di un video “vecchio”, risalente al 2021 o 2022, e di una presunta “reazione” a un’aggressione subita. Ma la dinamica mostrata nel video, unita al silenzio assordante del governo italiano, alimenta sospetti e rabbia.

Non solo: fonti dell’intelligence italiana stanno verificando l’autenticità del filmato, ma fonti libiche confermano che Almasri non solo è ancora operativo a Tripoli, ma avrebbe rafforzato il controllo su Zawyia, continuando a gestire centri di detenzione abusivi, a operare arresti arbitrari e a mantenere il potere tramite violenza e impunità.

Le reazioni: l’opposizione attacca, il governo tace

L’opposizione parla chiaro.

Elly Schlein (PD): “Meloni non può più esimersi dallo spiegare agli italiani perché ha ignorato il mandato della Corte Penale Internazionale. Ha rimpatriato un torturatore omicida sottraendolo alla giustizia.”

Giuseppe Conte (M5S): “Giorgia, le hai viste quelle immagini? Hai ancora un briciolo di coscienza?”

Riccardo Magi (+Europa): “Le mani di Meloni, Piantedosi e Nordio sono sporche di sangue.”

Angelo Bonelli (Verdi): “È giusto che i ministri vengano processati. Se fossi al posto della premier non dormirei la notte.”

Enrico Borghi (Italia Viva): “Quel signore doveva stare in galera. Perché non è stato trattenuto?”

Mentre la premier tace, il Parlamento dovrà presto esprimersi sulla richiesta di autorizzazione a procedere contro Nordio, Piantedosi e Mantovano. Per Giorgia Meloni, il Tribunale dei Ministri ha invece chiesto l’archiviazione. Ma il silenzio e il disprezzo verso i cittadini restano.

Un governo al di sopra della legge?

Questo caso è emblematico di una deriva pericolosa, in cui chi detiene il potere esecutivo si ritiene al di sopra della legge e della giustizia internazionale. L’Italia ha violato un mandato della Corte Penale Internazionale, un’istituzione fondata per punire i crimini più gravi dell’umanità. Ha ignorato le richieste delle Ong, degli avvocati, dei giuristi. Ha mentito più volte, cambiando versione e poi calando il sipario.

Il risultato? Un criminale internazionale è stato liberato. E oggi, secondo numerose fonti, continua a torturare, picchiare e uccidere sotto il nostro sguardo impotente.

Chi ha permesso tutto questo deve rispondere davanti al Paese. E non con gli slogan, ma con gli atti.

Conclusione: la dignità perduta di una Repubblica

Il caso Almasri rappresenta uno dei momenti più bassi della storia recente della Repubblica italiana.

Un Paese che protegge i carnefici, abbandona le vittime, e si rifugia dietro una cortina di bugie, non è più uno Stato di diritto. È una Repubblica svuotata, dove le leggi valgono solo per i deboli, e i potenti si difendono screditando chi li indaga.

Il governo Meloni ha oltrepassato una soglia morale e politica. E dovrebbe rassegnare le dimissioni, per rispetto delle istituzioni, della giustizia, e soprattutto dei cittadini onesti che meritano verità, trasparenza e responsabilità.

Se la dignità della politica ha ancora un senso, questo è il momento di dimostrarlo.

Vivo nel Paese della Menzogna. E ora basta.

Io vivo in un Paese che si chiama Italia. Ma non è l’Italia del Risorgimento, non è quella della Resistenza, non è quella della Costituzione nata dal sangue dei partigiani. È un’altra Italia. È l’Italia della resa, della complicità, della memoria amputata e della verità seppellita. È l’Italia dove il potere non si elegge: si tramanda, si compra, si vende. È l’Italia che ha dimenticato il proprio passato per servire i padroni del presente.

Io vivo in un Paese che ha fatto la guerra ai lavoratori e ha chiesto la pace ai fascisti. Un Paese dove si è concesso il perdono a chi ha ucciso la libertà, ma non a chi ha provato a difenderla. L’amnistia di Togliatti è la pietra tombale sul sogno di giustizia dei partigiani, il bacio della morte dato al cuore della Resistenza.

Un Paese che, ottant’anni dopo la caduta di Mussolini, è riuscito nell’impresa storica e criminale di riportare i fascisti al governo. Con Giorgia Meloni presidente del Consiglio, cresciuta nei ranghi dell’estrema destra post-MSI, portavoce di un revanscismo che ha rivestito di toni patriottici e mainstream l’ideologia che dovrebbe invece essere sepolta per sempre sotto le macerie della Storia. Ma l’Italia no, l’Italia li resuscita, li premia, li fa ministri. Li legittima.

Vivo nel Paese delle stragi di Stato. Piazza Fontana, Italicus, Brescia, Bologna: non numeri, ma ferite aperte, lacerazioni ancora sanguinanti, sulle quali si è steso il silenzio dei colpevoli e la complicità degli apparati. Gli stessi apparati che hanno gestito la guerra sporca tramite Gladio, con il placet della CIA, la regia di Licio Gelli, e il silenzio complice di una politica genuflessa.

Un Paese che ha fatto saltare i suoi giudici in aria, letteralmente. Chinnici, Falcone, Borsellino. Tre nomi scolpiti nella roccia della verità, fatti a pezzi dalle bombe dello Stato e delle mafie, alleati in un patto di morte. Non li hanno uccisi solo i mafiosi. Li ha condannati lo Stato, li ha traditi la politica, li ha dimenticati un popolo troppo distratto dal prossimo reality show per accorgersi che moriva, con loro, l’ultima coscienza democratica di questo Paese.

Vivo in una colonia travestita da democrazia. Dove ogni decisione importante passa per Washington, Bruxelles o Tel Aviv. Dove i governi cambiano, ma il padrone resta. Dove il meridione viene sistematicamente affamato, marginalizzato, lasciato marcire sotto il sole per fare spazio alle mire neocoloniali di Francia, Inghilterra e Israele sul Mediterraneo.

In questa colonia chiamata Italia, ogni bene comune è stato saccheggiato. Le autostrade svendute ai Benetton, la scuola pubblica smantellata, la sanità trasformata in business, l’energia consegnata agli oligopoli, le pensioni ridotte a elemosina. Il Ponte Morandi non è caduto per caso: è il simbolo di un Paese dove la vita viene messa in conto economico, e se conviene si può anche lasciarla crollare.

Io vivo in un Paese che disprezza chi ha avuto il coraggio di ribellarsi, di alzare un fucile per combattere un sistema insostenibile. E glorifica chi ha fatto carriera nella pace dei cimiteri. Abbiamo trasformato la ribellione in follia, la giustizia in utopia, la resistenza in terrorismo. Perché ce lo ha detto Vespa, ce lo ha raccontato Mieli, ce lo ha ordinato Panza. E noi, come automi, ci siamo inchinati.

Dal 1991 in poi abbiamo assistito a uno smantellamento sistematico di ogni garanzia, ogni diritto, ogni forma di sovranità popolare. Ce lo ha chiesto l’Europa, ci hanno convinti che era per la nostra sicurezza, per il nostro bene, per il mercato. In nome del “mercato” ci hanno tolto la casa, il lavoro, la dignità, la possibilità di sognare. In nome dell’“ordine pubblico” ci hanno tolto la voce, la piazza, la coscienza.

E quando qualcuno ha provato a ribellarsi, come Carlo Giuliani, gli hanno sparato in testa. E chi ha applaudito era lo stesso “popolo” che oggi si commuove per un post su Instagram. Ipocrisia travestita da civiltà.

Io vivo in un Paese che ha lasciato morire di fame, di solitudine e di vergogna migliaia di esodati. Che ha condannato alla precarietà intere generazioni. Che ha trasformato i bambini in target di marketing e gli anziani in zavorra. Un Paese dove i giovani non hanno più sogni, e i vecchi non hanno più memoria. Dove la rabbia viene sublimata in tweet e like, e le rivoluzioni in petizioni su Change.org.

Io vivo in un Paese che ha applaudito il colpo di stato in Ucraina, che ha guardato senza battere ciglio le milizie neonaziste massacrare i civili del Donbass, e oggi si scandalizza se i palestinesi resistono. Lo stesso Paese che ha chiuso gli occhi su Piombo Fuso, Margine di Protezione, Scudo del Sud, e adesso su Sderot, Rafah, Khan Yunis, Gaza. Uno sterminio in diretta mondiale, con il patrocinio della stampa occidentale.

E in questo Paese, c’è ancora qualcuno che pretende di fare il processo a Hamas. Di dire ai palestinesi come si fa la resistenza. Di spiegare, da una comoda tastiera o da un talk show, che bisogna essere “progressisti”, “laici”, “inclusivi”. Come se davanti a un F-35, a una bomba al fosforo, a un cecchino israeliano, la resistenza dovesse essere bella, pulita e sorridente.

Questo è il riflesso più perverso del suprematismo bianco. La convinzione che i popoli oppressi debbano adeguarsi agli standard morali dell’oppressore. Che chi subisce lo sterminio debba essere pure gentile, democratico, moderato. Perché se osa colpire, se risponde, se urla, allora non è degno di solidarietà. Allora è terrorismo.

Io non ci sto. Io non accetto più questa narrazione.

Voglio un’Italia che abbia il coraggio di fare i conti con il proprio passato. Di riconoscere le proprie complicità. Di smettere di fare la serva ai criminali della finanza globale. Voglio un’Italia che rompa le catene dell’atlantismo, dell’europeismo liberista, del sionismo imperialista. Voglio un’Italia libera, vera, radicale.

Un’Italia in cui il sangue versato non sia più merce di scambio. In cui la memoria non sia un alibi per l’inazione, ma un motore per la rivoluzione. Un’Italia in cui il popolo non sia gregge, ma massa cosciente. Un’Italia che smetta di parlare di “pace” quando intende “resa”, e che torni a pronunciare la parola giustizia senza vergogna.

È ora di rialzare la testa. È ora di gridare che non siamo più disposti a vivere inginocchiati. È ora di scegliere da che parte stare: con chi opprime o con chi resiste. Io ho scelto.

E tu?

Fonti integrative consultate:
• ISPI – Dossier sulle stragi di Stato
• Limes – Italia, colonia d’Occidente
• Mondoweiss, Middle East Monitor – Gaza e Palestina
• Grayzone – Ucraina e golpe del 2014
• [Amnesty International e HRW – Crimini di guerra israeliani]
• [Archivio RAI – Meloni, neofascismo e Fratelli d’Italia]
• [Centro Studi Paolo Borsellino – Stragi di mafia e Stato]

“Oltre l’apartheid: l’annessione della Collina E1 e l’occupazione finale di Gaza”

Introduzione: il punto di non ritorno

Israele ha smesso di fingere. L’occupazione si è fatta dichiarazione di intenti, l’annessione un’operazione urbanistica, e il genocidio una strategia geopolitica spacciata per sicurezza nazionale. Con la cementificazione dell’area E1 e l’avanzata dell’operazione militare “Carri di Gideon 2” su Gaza City, siamo di fronte a due fronti dello stesso progetto: la cancellazione definitiva del popolo palestinese. Un’azione sistematica, prolungata e ormai priva di maschere diplomatiche. E mentre i diplomatici europei balbettano ancora di “soluzione a due Stati”, il governo israeliano porta a termine l’unica soluzione che davvero ha in mente: lo svuotamento etnico, la distruzione delle basi materiali di una vita civile, e l’instaurazione di un regime di controllo totale.

  1. La Collina del Giorno del Giudizio: l’annessione de facto

Quella che i palestinesi chiamano “la Collina del Giorno del Giudizio”, ovvero l’area E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, rappresenta oggi il colpo di grazia all’idea – già morente – di uno Stato palestinese. Il progetto, concepito fin dagli anni ’90 e ostacolato per anni da pressioni internazionali, è tornato in vigore grazie all’estrema destra al potere. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura chiave del movimento dei coloni, lo ha detto senza giri di parole: “Lo Stato palestinese viene cancellato con i fatti”.

Oltre 3.000 nuove unità abitative verranno costruite su una collina già urbanisticamente pronta, con strade, marciapiedi, illuminazione, parcheggi e persino un sito per un centro congressi. Si tratta dell’ultimo tassello per separare definitivamente il nord dal sud della Cisgiordania, impedendo ogni contiguità territoriale palestinese. Un’azione che, in combinazione con l’appropriazione catastale dei terreni da parte israeliana e la demolizione sistematica di abitazioni palestinesi nell’area C, completa un disegno di apartheid certificata.

  1. Il collasso del diritto internazionale

Questa strategia di annessione silenziosa e violenta viola apertamente gli Accordi di Oslo, il diritto internazionale umanitario e numerose risoluzioni ONU, tra cui la 2334 che condanna gli insediamenti israeliani. Ma oggi siamo oltre la semplice violazione. Siamo nel territorio dell’impunità assoluta, garantita da decenni di sostegno incondizionato statunitense, dal silenzio complice dell’Europa, e da un sistema multilaterale ormai delegittimato.

Israele ha approvato oltre 24.000 nuove unità abitative in Cisgiordania nel solo 2025, più del doppio rispetto al 2024. E ha investito quasi 2 miliardi di dollari in infrastrutture che serviranno esclusivamente le colonie. La retorica della sicurezza è solo il velo sottile su una realtà inaccettabile: la creazione deliberata di fatti compiuti per rendere impossibile ogni ipotesi di Stato palestinese. L’era di Oslo non è solo finita: è stata sepolta sotto cemento armato e filo spinato.

  1. Gaza: “Carri di Gideon 2” e la strategia dello svuotamento

Mentre in Cisgiordania si costruisce l’annessione, a Gaza si distrugge ogni traccia di vita. L’operazione “Carri di Gideon 2” segna l’inizio dell’occupazione totale di Gaza City, già devastata da mesi di bombardamenti. L’IDF ha ordinato l’evacuazione di scuole, quartieri e ospedali ancora funzionanti, costringendo centinaia di migliaia di persone a fuggire verso una condanna alla fame, sete, e tendopoli nel deserto.

La strategia è chiara: svuotare Gaza. Demolire case, ospedali, infrastrutture civili, e costringere le persone ad abbandonare ogni bene, ogni possibilità di sopravvivenza. Si tratta, come denuncia Hani Mahmoud da Gaza, di un’operazione di “pulizia etnica moderna”, che unisce la brutalità militare alla guerra umanitaria: togliere tutto per costringere alla resa o alla fuga.

Secondo il WFP, la malnutrizione è alle stelle. Le scorte alimentari si perdono durante la fuga, e l’accesso agli aiuti è impedito o fortemente limitato. Anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme lancia l’allarme, mentre la Croce Rossa denuncia una situazione “catastrofica”.

  1. L’opinione pubblica israeliana spaccata: la questione degli ostaggi

Ma non tutti in Israele approvano la linea di Netanyahu. Le famiglie degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas si oppongono all’operazione militare, temendo una nuova tragedia come quella di Rafah nel 2024. Il Forum delle famiglie ha chiesto un incontro urgente con il governo, ma la voce del fanatismo ha ancora una volta avuto la meglio: Smotrich ha minacciato le dimissioni se verrà accettata qualsiasi tregua.

In questo cortocircuito, l’ostilità verso un accordo di cessate il fuoco si traduce in un’accelerazione verso il disastro, anche a costo della vita dei propri cittadini. Una logica cieca e suicida, che si alimenta del consenso dell’ultradestra e del fanatismo religioso più radicale.

  1. Il dovere dell’intervento internazionale: ora o mai più

Di fronte a questo scenario, ogni forma di neutralità è complicità. Le istituzioni internazionali, a partire dall’ONU e dalla Corte Penale Internazionale, non possono più limitarsi a condanne formali o richiami diplomatici. Siamo di fronte a un apartheid sistemico, a una pulizia etnica in corso, e a una potenziale “soluzione finale” di tipo coloniale.

La comunità internazionale ha il dovere di intervenire:
• con sanzioni economiche contro i responsabili diretti e indiretti dell’annessione e della distruzione;
• con il riconoscimento formale dello Stato di Palestina nei confini del 1967;
• con un embargo immediato sulle forniture di armi a Israele;
• con un’inchiesta internazionale indipendente sulle responsabilità di guerra e sul trattamento dei civili a Gaza e in Cisgiordania.

Continuare a parlare di “dialogo” o “cessate il fuoco” in queste condizioni equivale a legittimare il crimine. E i crimini, per definizione, vanno fermati e puniti.

Conclusione: dalla geopolitica alla coscienza collettiva
Non è più una questione di equilibri mediorientali. Non è più solo una tragedia umanitaria. È una prova morale per l’intera umanità. Il silenzio su Gaza e sulla Cisgiordania non è più solo vile, è complice. La retorica della difesa israeliana, fondata su decenni di impunità, è ormai nuda davanti agli occhi del mondo. Ma vedere non basta più. È tempo di agire. Perché il “Giorno del Giudizio” – per la Palestina – è già arrivato. Ora, è il mondo a essere sotto giudizio.

Fonti utilizzate e integrate:
• Articoli forniti dall’utente
• Al Jazeera (rapporto sull’evacuazione e demolizioni a Gaza)
• Croce Rossa Internazionale (comunicato su situazione umanitaria)
• Patriarcato Latino di Gerusalemme (note stampa)
• World Food Programme (dati su fame e malnutrizione)
• UN OCHA (rapporto sull’Area C e insediamenti israeliani)
• Haaretz e The Times of Israel (dichiarazioni di Smotrich e Netanyahu)
• B’Tselem e Human Rights Watch (documentazione sulla pulizia etnica in Cisgiordania)

“Il deserto dell’umanità: tra bunker, genocidi e algoritmi della pace”

Un nuovo inferno sotto controllo: il potere che distrugge e chiama tutto questo civiltà

C’è un filo nero, spesso, che lega l’élite tecnologica della Silicon Valley ai crateri radioattivi di Hiroshima e alle macerie polverose di Gaza. Un filo che si chiama potere, ed è quello che si esercita non più soltanto attraverso i carri armati e i missili, ma attraverso l’algoritmo, la propaganda, la selezione genetica e, soprattutto, la rimozione del concetto stesso di umanità. Il potere oggi si nasconde nei recessi di un bunker, si traveste da missione di pace, si professa pronatalista, si dice progressista mentre prepara il prossimo massacro. E mentre i miliardari si blindano sottoterra, le nazioni si confrontano con un’idea nuova – e insieme arcaica – di guerra: non più la conquista di territori, ma l’annientamento culturale, simbolico e fisico dell’altro.

Il documentario trasmesso nel programma NewsRooms da Monica Maggioni, che ha ispirato l’articolo di Giovanna Lo Presti, non ci mostra soltanto le manie di grandezza dei signori della tecnologia. Quello che si dipana davanti ai nostri occhi è uno scenario orwelliano che non ha più nulla di distopico: è la realtà. Bunker con fori per granate, bambini selezionati geneticamente come start-up del futuro, sistemi educativi privati che fuggono l’istruzione pubblica perché “troppo di sinistra”. La nuova aristocrazia del potere globale, quella che possiede la tecnologia e la narrazione, si prepara a sopravvivere al mondo che sta contribuendo a distruggere.

Silicon Valley: l’incubatrice della post-umanità

Quella che si presenta come la culla dell’innovazione è in realtà diventata la fucina di una nuova forma di disumanizzazione. Gli imprenditori digitali oggi si muovono tra l’ossessione per la giovinezza eterna e il panico da apocalisse. Non si limitano a finanziare bunker anti-atomici: li progettano come piccole cittadelle armate, dove l’ingresso è riservato a chi può permettersi milioni di dollari e dove ogni dettaglio è pensato per resistere a un mondo ridotto in cenere. Non è più una questione di sopravvivenza, ma di separazione: noi e gli altri. Dentro e fuori. I salvati e gli scartati.

Come in un libro di J.G. Ballard, la tecnologia diventa il veicolo di una nuova aristocrazia, che sogna di vivere per sempre e controllare ogni aspetto della riproduzione e della formazione umana. I figli sono programmati, l’intelligenza artificiale sostituisce l’insegnante, l’empatia è eliminata in quanto inefficiente. È la logica della tecnocrazia spinta fino alla sua deriva eugenetica.

Gaza: il deserto chiamato pace

Mentre i miliardari si preparano al domani, nel presente si consuma un’ecatombe. Le immagini di Gaza – martoriata, spianata, “rieducata” – sono state per mesi filtrate, minimizzate o contestualizzate. Ma oggi anche i più cauti tra i commentatori devono ammettere che quello che sta avvenendo non è una guerra, ma un genocidio. La citazione di Tacito, “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, non è solo pertinente: è profetica. L’annientamento della popolazione civile diventa premessa per un’illusione di ordine, mentre i portavoce del potere parlano di pace “duratura” e “necessaria”.

L’orrore di dichiarazioni come quella dell’ex parlamentare israeliano Moshe Feiglin – secondo cui «ogni bambino a Gaza è un nemico» – non è frutto di estremismo marginale, ma l’espressione scoperta di una logica consolidata, che considera la popolazione palestinese come un ostacolo antropologico e demografico. Non si combatte contro un esercito, ma contro un popolo, contro l’idea stessa che esso possa esistere.

La retorica del “dopo 7 ottobre”: un alibi per l’eterno sterminio

Per mesi si è vietato di parlare delle vittime palestinesi senza prima genuflettersi alla narrazione del 7 ottobre. Un evento tragico, certamente, ma che è stato trasformato in totem ideologico per legittimare qualsiasi crimine successivo. È come se le vite palestinesi avessero perso il loro diritto alla dignità per un peccato originale che non hanno commesso, in una perversa riedizione teologica della colpa collettiva.

È proprio questa logica che rende il nostro presente così mostruosamente simile alle fasi più nere del Novecento: la riduzione dell’altro a subumano, la legittimazione del massacro in nome di una presunta sicurezza, l’occupazione delle menti prima ancora che dei territori. E, ancora una volta, il silenzio assordante dell’Occidente complice.

Il ritorno dell’assolutismo: la democrazia come facciata

Mentre le bombe cadono e le intelligenze artificiali sostituiscono le intelligenze umane, i capi di Stato si atteggiano a monarchi. Trump è solo il sintomo più evidente di una tendenza globale: quella dell’iper-liderismo, dove l’unico principio guida è l’impunità. “Impune quae libet facere, id est regem esse”, scriveva Sallustio: fare ciò che si vuole senza punizione, ecco il vero volto del potere oggi.

Ma come ci ricorda l’ultima parte dell’articolo, anche il re più impunito può cadere. E se è vero che i miliardari si scavano bunker e si costruiscono figli su misura, resta vero anche che il mondo reale, quello fatto di carne, coscienza e resistenza, non si lascia spegnere così facilmente. I piccoli possono ancora rovesciare i grandi. A patto, però, di rompere l’incantesimo.

Conclusione: spezzare la narrativa del deserto

Quello che oggi viene venduto come “resilienza”, “sviluppo” o addirittura “progresso” è, in molte sue forme, solo un nuovo modo di fare il deserto. Ma non è obbligatorio restare spettatori. Come diceva Debord, lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini. E come ogni rapporto sociale, può essere cambiato.

Questo deserto può ancora fiorire. Ma servono parole nuove, azioni condivise, una visione radicale. Non basta indignarsi. Serve un contro-spettacolo, fatto di verità, di giustizia, e di umanità. E servono – ora più che mai – nuove forme di resistenza culturale, politica e simbolica, prima che il potere faccia il deserto… e ci convinca a chiamarlo ancora una volta pace.

Fonti utili per approfondimento:
• Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967
• Tacito, Agricola
• Monica Maggioni, NewsRooms (puntata sulla Silicon Valley, Rai)
• Dichiarazioni di Moshe Feiglin (Zehut Party)
• Amnesty International, Human Rights Watch, Al Mezan – report sui crimini di guerra a Gaza
• Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019
• Naomi Klein, Shock economy,2007
• Guy Standing, The Precariat, 2011

Meloni e la paura della stampa libera

Nella sala più simbolica del potere occidentale, la Casa Bianca, un microfono aperto ha tradito l’intenzione vera, forse la più autentica, della presidente del Consiglio italiana. Giorgia Meloni, con un sorriso che sa di nervosismo e leggerezza calcolata, ha sussurrato a Donald Trump: «Io invece non voglio mai parlare con la stampa italiana».

Un fuori onda, certo. Ma nessun fuori onda è davvero “accidentale” nel mondo iper-mediatizzato della politica contemporanea. Ogni parola detta — anche in tono sommesso — pesa come una dichiarazione ufficiale. E questa, pronunciata accanto a due leader internazionali, il presidente Trump e il finlandese Stubb, non è un semplice scivolone: è una confessione politica.

La censura dolce del potere

Il contesto è illuminante. Trump, noto per la sua conflittualità con i media, propone comunque di accettare domande dalla stampa. Un gesto che, nel teatro delle relazioni pubbliche, ha un suo peso. Il premier finlandese si mostra sorpreso e quasi incuriosito. Meloni, invece, non si limita a osservare: consiglia attivamente di evitare. “Penso sia meglio di no, siamo troppi e andremmo troppo lunghi…”.

Dietro il tono cortese si nasconde un atteggiamento consolidato: la gestione della comunicazione come controllo, come evitamento del confronto, come paura del contraddittorio. Un atteggiamento che sta diventando la regola nel modello comunicativo dell’attuale governo. Conferenze stampa rarefatte, risposte a cronisti selezionati, dirette Facebook dove nessuno può replicare: una verticalizzazione della comunicazione che riduce il pluralismo a decoro scenico.

Una premier che fugge dalle domande

La frase rubata alla Meloni non è solo un lapsus del potere, ma una dichiarazione di intenti: evitare il confronto con la stampa italiana significa evitare la verità. Significa fuggire dalle domande scomode su promesse tradite, riforme mancate, tagli sociali mascherati da “razionalizzazione”, e alleanze che sanno più di restaurazione autoritaria che di governo democratico.

Una presidente del Consiglio, in uno Stato di diritto, ha il dovere istituzionale di rispondere alla stampa. Non per vezzo giornalistico, ma per rispetto verso i cittadini. Perché la stampa non è una minaccia, ma un pilastro della democrazia. Chi governa deve saper ascoltare, rispondere, giustificare le proprie scelte. E se non lo fa, se lo evita sistematicamente, allora c’è qualcosa da nascondere.

Ipocrisie in frantumi

La reticenza della premier si spiega solo con l’enorme distanza tra le parole spese in campagna elettorale e i fatti. Le promesse “per gli italiani” si sono tramutate in privilegi per i pochi, bonus a tempo per i già garantiti, repressione per i più fragili, tagli e manganelli per i lavoratori e gli studenti.

La stampa libera, in questo scenario, rappresenta una minaccia concreta: potrebbe fare da specchio, riflettere le incongruenze, mostrare il vero volto del potere. Un potere che si è costruito sull’onda del populismo, ma che oggi si mostra per quello che è: un’élite blindata, autoritaria, distante.

Il sussurro che rivela il declino

La frase pronunciata a Washington ha il potere simbolico di una crepa nel muro. Quel sussurro, apparentemente insignificante, ha fatto più rumore di mille proclami. Ha rivelato una verità scomoda: chi ci governa teme la verità. Teme che, davanti a domande libere e fuori copione, l’intero castello propagandistico possa crollare.

La Federazione Nazionale della Stampa ha giustamente parlato di “mancanza di rispetto verso il ruolo essenziale dei cronisti in una democrazia”. Ma c’è di più. C’è un intero modello di potere che si basa sull’opacità, sull’elusione, sul timore del confronto diretto.

Non è Giorgia Meloni a essere sotto accusa per un sussurro indiscreto. È l’idea stessa di governo che rappresenta: un governo che preferisce il controllo alla trasparenza, l’annuncio alla realtà, la propaganda al dialogo.

Democrazia e stampa: un binomio indivisibile

In un’epoca in cui le democrazie sono sotto assedio — dall’esterno con guerre e crisi, ma soprattutto dall’interno con derive autoritarie — il ruolo dell’informazione è più cruciale che mai. La libertà di stampa non è un optional da gestire a piacimento, ma un dovere democratico da garantire con fermezza.

E se chi governa lo dimentica, anche per un attimo, anche solo con un sussurro, è compito dei cittadini e della stampa ricordarglielo. Perché la democrazia, quella vera, non si costruisce con le dirette social, ma con la verità dei fatti. E con il coraggio delle domande.