ALIBI PERFETTO: L’IMMIGRATO. PREDA VERA: IL CITTADINODalla scenografia delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia

C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A volte è un uomo, a volte una donna, a volte un bambino. Fugge da una guerra, da una carestia, da una vita che non lascia alternativa. Chiede asilo dentro i nostri confini e, ancora prima di essere ascoltato, viene trasformato in una funzione politica: il colpevole ideale.

Perché l’immigrato, nella retorica del potere, non è più una persona. È un alibi. Serve a giustificare la torsione autoritaria, a stringere i freni della libertà, a rendere “normale” ciò che in una democrazia dovrebbe restare eccezione. E la parte più cinica è questa: la rete si costruisce su di lui, ma poi resta appesa sopra tutti noi.

AMERICA: L’ICE E LE NUOVE “MILIZIE” ANTI MIGRAZIONE

Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Trump ha scelto un linguaggio che non ha bisogno di interpretazioni: deportazioni mostrate come trofei, persone incatenate e fotografate come se fossero “prove” di forza. A fine gennaio 2025 la Casa Bianca ha rilanciato immagini di trasferimenti su aerei militari, diretti anche verso il Guatemala: non semplice amministrazione, ma scenografia di potere. 

L’ICE non agisce più solo come agenzia federale. Sta diventando un modello esportabile di forza, perché viene “replicato” attraverso l’estensione delle sue braccia. Il punto chiave è la delega: programmi come il 287(g) permettono di trasformare pezzi di polizia locale e sceriffi in appendici operative dell’enforcement federale. In pratica, una federalizzazione strisciante della repressione, ottenuta senza cambiare bandiera ma cambiando funzione: non più tutela della comunità, bensì controllo di popolazione. 

Non serve chiamarle milizie in senso tecnico: lo diventano nella percezione sociale e nella dinamica politica. È una “milizia amministrativa”, un dispositivo a rete, che allarga l’area d’intervento e abbassa la soglia dell’abuso, perché moltiplica gli attori e rende più difficile la responsabilità. Non a caso, in queste settimane la reazione è stata durissima: proteste di massa contro l’ICE, e persino iniziative legislative per impedire che le forze dell’ordine locali vengano deputizzate. 

In questo clima, Minneapolis è diventata un simbolo: un luogo dove lo scontro tra apparato e comunità si misura in carne viva, tra versioni ufficiali contestate e richieste di indagini indipendenti. 

FRANCIA: FRONTIERE INTERNE, VIOLENZA E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ

In Europa preferiamo l’eufemismo, ma l’effetto è simile. Al confine italo-francese, soprattutto a Ventimiglia, la frontiera è da anni un laboratorio di respingimenti e logoramento. Il tema non è solo l’attraversamento, ma la militarizzazione di un confine dentro l’Unione.

E poi c’è la criminalizzazione di chi aiuta: Amnesty International ha denunciato negli anni pressioni e vessazioni contro attivisti e volontari a Calais e Grande-Synthe, con una logica perversa: se soccorri, diventi parte del “problema”. 

La politica securitaria, quando prende corpo in legge, compie il salto decisivo: non gestisce più l’ordine, lo impone. E nella discussione francese attorno alla “sécurité globale” il punto non era un dettaglio tecnico, ma l’idea che il controllo sulle forze dell’ordine possa diventare un intralcio da ridurre. 

REGNO UNITO: DELOCALIZZARE L’ASILO, RESTRINGERE LA PROTESTA

Il Regno Unito ha tentato la scorciatoia più brutale: spostare i richiedenti asilo lontano, come se la distanza cancellasse il problema e il dolore. La formula “Paese sicuro per legge” applicata al Rwanda è stata l’emblema di una politica che pretende di risolvere la realtà con una dichiarazione normativa. 

E intanto, dentro casa, la protesta diventa sempre più trattata come disturbo. Le norme che ampliano i poteri di polizia nella gestione delle manifestazioni hanno cambiato la temperatura democratica: la protesta non è vietata, è resa più rischiosa, più punibile, più facilmente spegnibile. 

ITALIA: ALBANIA, IL CPR OFFSHORE E LA FABBRICA DEGLI SPRECHI

Arriviamo a noi, : il centro di permanenza e rimpatrio costruito “fuori confine”, in Albania. È qui che la retorica dell’efficienza si svela per quello che spesso è: una costosa messinscena.

Il “modello Albania” è stato presentato come soluzione innovativa. In realtà, tra ostacoli giudiziari, ripensamenti e riusi, ha prodotto soprattutto una cosa misurabile: spesa pubblica. Un report di ActionAid con l’Università di Bari ha evidenziato costi altissimi per posto letto e un’operatività ridotta; Reuters ha riportato cifre che parlano di un hub costato molte volte più di strutture analoghe in Italia, con giorni di attività limitati e numeri bassissimi di persone trattenute, mentre il governo ha valutato di riconvertire i centri per i rimpatri. 

È un paradosso che dice molto sul nostro tempo: spendere somme enormi per “dimostrare” durezza, anziché investire in ciò che riduce davvero l’irregolarità, cioè canali legali, lavoro regolare, integrazione, controlli contro lo sfruttamento, politiche abitative e territoriali. La durezza, qui, non è uno strumento: è una performance.

E nel frattempo, la stretta non si ferma ai migranti. Si allarga ai cittadini, alla protesta, alla libertà concreta di dissentire. La logica è sempre quella: si alza un nemico esterno per far passare misure interne. Il bersaglio mediatico è lo straniero. Il trofeo politico, alla fine, rischia di essere il cittadino “riaddestrato” all’obbedienza.

LA CONCLUSIONE CHE NON POSSIAMO EVITARE

Io non credo alla favola della sicurezza quando diventa una parola passe-partout per ogni compressione di diritti. Perché la sicurezza reale è sanità, scuola, lavoro dignitoso, case accessibili, territori curati, trasporti che non crollano, istituzioni che non umiliano. Il resto è l’estetica del comando.

E l’immigrato resta l’alibi più comodo: non vota, non conta, non viene difeso. Ma proprio per questo è il primo gradino. Una volta normalizzata l’eccezione su di lui, la stessa eccezione scivola su tutti.

Quando un potere comincia a parlare con il linguaggio delle catene, non sta costruendo un’età dell’oro. Sta inaugurando un’epoca di ferro. E il ferro, prima o poi, lo sentono anche quelli che oggi applaudono.

Fonti essenziali consultate in rete
I) Deportazioni su aerei militari USA: 
II) Delega e “deputizzazione” delle forze locali per enforcement migratorio, reazione legislativa: 
III) Proteste anti ICE negli USA: 
IV) Centro Albania, costi e inefficienze riportati da Reuters: 
V) Quadro UK su restrizioni alla protesta: 

SALARI CHE SI SFALDANO, VITA CHE CORRE

Dal -8% Istat al salario minimo: la povertà che lavora entra nelle case

Alla cassa del supermercato non si discute più. Si paga e basta.
Si guarda il totale, si sospira, si passa il bancomat. Poi, uscendo, si fa mentalmente l’elenco di quello che la prossima volta resterà sullo scaffale.

La carne un po’ meno.
Il detersivo in offerta.
La frutta solo di stagione.
La visita specialistica rimandata.
Il tagliando dell’auto “più avanti”.

È così che oggi si misura il potere d’acquisto: non nei convegni, ma nei carrelli.

E mentre milioni di persone fanno questo esercizio ogni settimana, un dato ufficiale racconta la verità che molti fingono di non vedere: a dicembre 2025 le retribuzioni contrattuali, in termini reali, sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021.

Quattro anni dopo.
Con tutta la retorica sulla ripresa.
Con tutte le promesse di rilancio.

Quando lo stipendio insegue la vita e perde sempre

Nel 2025 gli stipendi sono cresciuti, in media, del 3,1%.
Nel privato un po’ di più, nel pubblico un po’ di meno.

Ma basta confrontare questi numeri con l’andamento dei prezzi per capire l’inganno.

Gli stipendi salgono piano.
La vita corre.

Bollette, affitti, benzina, farmaci, assicurazioni, mutui.
Tutto si muove più veloce del salario.

È una rincorsa persa in partenza.
Una specie di tapis roulant sociale: cammini, ti stanchi, ma resti fermo.

Contratti scaduti, attese infinite

Poi c’è la questione dei contratti.

Nella pubblica amministrazione, per anni, i rinnovi sono arrivati in ritardo.
Interi trienni chiusi fuori tempo massimo.

Oggi circa 5,5 milioni di lavoratori attendono ancora un rinnovo, con un’attesa media di quasi 19 mesi. Oltre la metà sono dipendenti pubblici.

Tradotto nella vita reale: mesi in cui lo stipendio resta fermo mentre tutto aumenta.

Non è un problema tecnico.
È una scelta politica.

Quando rinvii i contratti, rinvii il reddito.
Quando rinvii il reddito, scarichi l’inflazione sulle persone.

E lo fai in silenzio.

Il trucco del “netto che consola”

Di fronte a questa erosione continua, qualcuno risponde: “Però il netto è cresciuto”.

È vero, in parte.
Grazie a bonus, detrazioni, decontribuzioni.

Ma è come mettere una pezza su una gomma bucata.

Perché il netto consola oggi.
Il lordo costruisce domani.

Sul lordo si basano pensioni, TFR, tutele.
Se resta basso, il futuro si impoverisce.

Stiamo barattando qualche euro in più oggi con insicurezza domani.

Lavoro che rallenta, fabbriche che tremano

Intanto anche il fronte produttivo manda segnali preoccupanti.

Nel 2025 la cassa integrazione mostra un aumento delle situazioni di crisi strutturale, soprattutto nel metalmeccanico e nelle telecomunicazioni.

Non è un sistema che cresce.
È un sistema che resiste.

Che tira avanti.
Che spera di non crollare.

E in questi equilibri fragili, il primo a pagare è sempre chi lavora.

Un Paese che si è abituato al lavoro povero

La verità è che l’Italia si è rassegnata.

Si è rassegnata all’idea che si possa lavorare e restare poveri.
Che l’occupazione basti, anche se non garantisce una vita dignitosa.

Siamo diventati un Paese in cui “avere un lavoro” non significa più “stare tranquilli”.

Significa arrangiarsi.

In questo contesto, l’assenza di un salario minimo nazionale pesa come un macigno.

Senza una soglia, tutto scende.
E quando tutto scende, vince sempre chi è già forte.

Un segnale dalla Campania

In questo deserto, un segnale è arrivato dalla Campania.

Dopo le elezioni regionali del novembre 2025, il presidente della Campania Roberto Fico ha promosso un provvedimento che introduce una soglia minima di 9 euro lordi negli appalti pubblici regionali, con aggiornamento annuale.

Non è la soluzione definitiva.
Non risolve tutto.

Ma dimostra che si può fare.

Che non è vietato difendere i salari.
Che non è impossibile dire “sotto questa cifra no”.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché non a livello nazionale?

Cosa serve davvero, adesso

Non servono miracoli.
Servono scelte.

Rinnovi contrattuali rapidi e dignitosi.
Una soglia salariale nazionale effettiva.
Una politica dei redditi che guardi anche alle pensioni.

Serve smettere di considerare la povertà lavorativa un effetto collaterale accettabile.

quando il lavoro smette di essere promessa

C’è stato un tempo in cui lavorare significava costruire qualcosa.
Una casa.
Una sicurezza.
Un futuro per i figli.

Non era un paradiso.
Ma era un patto.

Oggi quel patto si è rotto senza rumore.

Si lavora di più.
Si corre di più.
Si resiste di più.
E si ottiene di meno.

La povertà non arriva più come una frattura improvvisa.
Arriva per sottrazione.
Un euro in meno qui.
Un rinvio là.
Un sogno accantonato più in là.

Fino a quando ci si accorge che non si sta più vivendo: si sta gestendo la sopravvivenza.

Il punto politico, alla fine, è tutto qui.

Un Paese che accetta il lavoro povero accetta cittadini deboli.
Accetta persone stanche.
Accetta una democrazia fragile.

Perché chi è sempre in affanno non ha tempo per partecipare.
Non ha energie per protestare.
Non ha spazio per immaginare.

Non ha neppure la volontà di andare a votare. 

E questo fa comodo a molti.

Difendere i salari non è una questione tecnica.
È una scelta di civiltà.

Significa decidere se il lavoro deve restare una promessa o diventare una trappola.
Se deve dare dignità o solo fatica.
Se deve aprire il futuro o chiuderlo.

Non servono eroi.
Servono governi responsabili.
Sindacati coraggiosi.
Imprese che smettano di competere al ribasso.
Cittadini che non si rassegnino.

Perché la normalizzazione della povertà non è inevitabile.
È una costruzione politica.

E come tutte le costruzioni, può essere smontata.

Pezzo dopo pezzo.
Scelta dopo scelta.
Lotta dopo lotta.

CI SONO DUE ITALIE, MA IL FANGO È LO STESSO PER TUTTI

Quando il mare entra in casa, le colpe “geografiche” sono solo un alibi: le responsabilità vere stanno nelle scelte pubbliche

In questi giorni, davanti alle immagini del ciclone mediterraneo “Harry” (18–21 gennaio 2026), ho provato una rabbia doppia. La prima è quella normale, umana: coste sventrate, strade mangiate dal mare, case con l’acqua dentro, ferrovie interrotte, comunità che spalano fango e sale con le proprie mani. La seconda è più amara, perché riguarda noi italiani: non la tempesta, ma il modo in cui scegliamo di raccontarla.

Perché quando il disastro colpisce Sicilia, Calabria e Sardegna, troppo spesso parte un processo. E il banco degli imputati è sempre lo stesso: “il Sud”, come se fosse una categoria morale prima che geografica.

Qui non parliamo di un temporale qualsiasi. Parliamo di un evento estremo con scirocco fino a 120 km/h, mareggiate con onde fino a 10 metri e piogge eccezionali, con accumuli localmente oltre i 300 mm: un colpo duro a strade, ferrovie, porti, traghetti e aeroporti, insomma alla vita quotidiana di territori già fragili.

Eppure, appena si alza la schiuma, si alza anche il dito. Sui social e in certe narrazioni “da salotto”, al Sud la tragedia diventa colpa: abusivismo, incuria, “mentalità”. Come se la pioggia facesse selezione etica, e come se il mare chiedesse il codice di avviamento postale prima di entrare in casa. Intanto, quando l’acqua arriva altrove, si parla (giustamente) di emergenza, solidarietà, ricostruzione. Non di espiazione.

La cosa più ipocrita è che questa retorica convive benissimo con un’altra verità, tutta italiana: lo Stato che moralizza dal pulpito è lo stesso Stato che, quando gli conviene, ha coltivato negli anni la cultura del “poi sistemiamo”, anche con tre grandi condoni edilizi (1985, 1994, 2003). Ogni volta lo stesso messaggio implicito: il confine tra regola e deroga è negoziabile.

E infatti il punto che si finge di non vedere è questo: la vulnerabilità non nasce solo dal singolo edificio fuori posto. Nasce da un modello. Da decenni di governo del territorio a spinta, a macchia, a emergenze. E soprattutto nasce da una parola che in Italia pronunciamo poco, perché costa fatica e non porta voti immediati: manutenzione.

Manutenzione vuol dire fossi, canali, versanti, boschi, alvei, tombini, briglie, spiagge, scogliere, reti fognarie, monitoraggi, piani comunali aggiornati, vincoli rispettati, controlli veri. Vuol dire spendere prima, non piangere dopo.

E qui arriva la frase che dovrebbe inchiodare tutti, Nord e Sud: il dissesto idrogeologico non è “un problema del Meridione”. ISPRA dice che il 94,5% dei comuni italiani convive con almeno una forma di rischio tra frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non è un’eccezione geografica: è una condizione nazionale.

A questo si aggiunge un altro dato che è una sentenza: continuiamo a impermeabilizzare il Paese. ISPRA, nel suo rapporto sul consumo di suolo, parla di un ritmo medio che resta attorno a 20 ettari al giorno (con la conseguente perdita dell’“effetto spugna” del terreno).
È matematica, non ideologia: se sigilliamo il terreno, l’acqua non entra più dove dovrebbe, corre dove può, e presenta il conto nei punti più deboli.

Allora la domanda vera non è “di chi è la colpa, al Sud”. La domanda vera è: perché continuiamo a comportarci come se gli eventi estremi fossero parentesi, quando ormai sono una traiettoria?

Su Harry, le analisi diffuse in questi giorni lo descrivono come un evento emblematico in un contesto che cambia: un Mediterraneo più caldo e instabile, capace di trasformare il maltempo in violenza concentrata.
E non serve un’illuminazione: basta guardare la frequenza con cui passiamo da siccità a nubifragi, da mare calmo a mare devastante, come se il Mediterraneo stesse imparando un linguaggio nuovo, più duro.

Poi però arriva l’altra vergogna, quella tutta nostra: invece di prendere questi eventi come uno specchio, una parte del Paese li usa come clava identitaria. È veleno. Veleno che diventa terreno perfetto anche per le uscite complottiste e razziste sotto certi post: non spiegano nulla, non aiutano nessuno, servono solo a sporcare ulteriormente un dolore reale.

Quando manca una strategia nazionale, ogni territorio diventa “colpevole” a piacere, a seconda della latitudine e del talk show. E intanto si ripete lo stesso film: emergenza, sopralluoghi, promesse, qualche stanziamento “per i primi interventi urgenti”, poi silenzio. Anche in questi giorni si è parlato di danni enormi e stime pesanti (solo in Sicilia si è arrivati a parlare di centinaia di milioni).
Ma se restiamo lì, è solo un cerotto su una frattura.

E qui entra, inevitabile, il tema del Ponte sullo Stretto. Perché se c’è un simbolo perfetto della “doppia Italia”, è proprio questo: da una parte l’opera-monumento, dall’altra le infrastrutture reali che cadono a pezzi mentre la gente spalava fango.

Parliamoci chiaro: io non sto facendo propaganda contro un’idea in astratto. Sto parlando di priorità, di tempi, di scelte. Il progetto del ponte, con opere connesse, viene stimato nell’ordine di 13,5 miliardi di euro.
E intanto, nella Calabria ionica colpita da Harry, ci sono ancora tratti serviti da una ferrovia a binario unico, spesso non elettrificata, e da una statale come la 106 che è diventata un incubo quotidiano.
In Sicilia e nel Messinese, frane e alluvioni sono un trauma ripetuto, e la rete di collegamenti locali resta fragile proprio dove dovrebbe essere più robusta.

Capite la stonatura? Io posso anche discutere per anni di campate, tiranti, record ingegneristici. Ma se poi, nel mondo reale, una mareggiata “mangia” strade, porti, ferrovie e sottoservizi, il ponte diventa una vetrina accesa sopra una casa con l’impianto elettrico bruciato.

E non è nemmeno un ragionamento teorico: sul ponte si è aperta una partita istituzionale e contabile pesante, con discussioni e stop che hanno rimesso al centro proprio la questione della spesa pubblica e delle procedure.
Nel frattempo, però, la manutenzione vera non ha lobby, non taglia nastri, non produce rendering. Produce solo una cosa che in Italia sembra rivoluzionaria: sicurezza.

Se vogliamo uscire dalla farsa crudele del “due Italie”, io la metterei così, senza slogan e senza ipocrisie.

I) Piano permanente di manutenzione del territorio, con risorse stabili e verifiche pubbliche: non progetti a singhiozzo, non bandi che restano nei cassetti, non competenze rimpallate.

II) Stop alla cementificazione facile e al consumo di suolo, con rigenerazione dell’esistente: se continuiamo a sigillare terreno, continuiamo a pagare alluvioni e frane.

III) Difesa costiera e adattamento climatico seri: mareggiate ed erosione non sono più “eventi rari”, sono una nuova normalità, soprattutto nel Mediterraneo.

IV) Legalità coerente: basta usare la parola “abusivismo” come insulto selettivo e poi rendere la deroga una politica. Se la regola vale, vale ovunque, e vale prima del disastro.

V) Racconto mediatico decente: la solidarietà non può dipendere dal capoluogo. Le vittime non devono presentare domanda di umanità, né giustificarsi per meritare aiuto.

Perché alla fine il punto è semplice, ed è quello che mi fa più rabbia: senza manutenzione e prevenzione, queste tragedie non diminuiranno, aumenteranno. E colpiranno ovunque, come già accade. Solo che noi, invece di fare squadra contro il rischio, ci dividiamo per abitudine, e trasformiamo il dolore in una guerra tra poveri.

Il fango, però, non fa tifo. Entra. E quando entra, la geografia delle colpe è solo un alibi. La geografia delle responsabilità, invece, è chiarissima: sta in alto, dove si decide se mettere in sicurezza l’Italia o continuare a spendere dopo, piangendo prima in TV e dimenticando poi nei bilanci.

LA CENSURA INVISIBILEMeta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità

Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico

.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.

E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.

Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.

La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda

La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.

Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.

Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.

La cosa gravissima è che questa riduzione della visibilità viene spesso rivestita di un linguaggio moralmente rassicurante: “sicurezza”, “integrità”, “fact checking”, “informazioni false”, “contenuto sensibile”. Ma quando non c’è una smentita chiara, quando non c’è una contestazione puntuale, quando non c’è un contraddittorio trasparente, quel marchio diventa una clava narrativa. Un’etichetta che non informa: declassa.

E attenzione: nel mondo delle piattaforme, declassare significa censurare, perché il potere non è più nella parola, è nella sua distribuzione.

Il monopolio della visibilità è un monopolio politico

Il punto, allora, non è Barbero. Il punto siamo noi. Il punto è il meccanismo.

Quando una piattaforma privata può stabilire che un contenuto è “troppo virale” e quindi va raffreddato, sta dicendo una cosa precisa: “La vostra opinione vale finché non diventa un fatto sociale”.

Finché resti piccolo, tollerabile, confinato, sei innocuo.
Quando cresci, quando diventi massa critica, quando scavalchi la soglia di allarme, diventi “rischio”.

E qui si apre il vero scandalo democratico: una società privata decide cosa diventa rilevante nella sfera pubblica.

È come se in una piazza reale qualcuno alzasse e abbassasse un vetro invisibile sopra la folla, rendendo alcune voci amplificate e altre mute. Tu parli, ma l’aria non vibra. Le persone ti guardano, ma non sentono nulla.

Questo è potere mediatico. E dove c’è potere mediatico, c’è potere politico.

Non serve essere complottisti. Basta guardare come funziona il mercato dell’attenzione: ciò che vediamo non è “la realtà”, è un menù. E il cuoco non siamo noi.

L’algoritmo non è neutrale: è proprietà privata

Ci hanno venduto per anni una favola: “la tecnologia è neutrale, dipende da come la usi”.
No. Questa è una mezza verità, e le mezze verità sono spesso le bugie più efficaci.

L’algoritmo non è neutrale perché non nasce nel vuoto. È progettato con obiettivi precisi. E gli obiettivi sono quasi sempre questi:

I) aumentare il tempo di permanenza
II) massimizzare l’engagement
III) vendere pubblicità
IV) profilare gli utenti
V) ridurre i rischi legali e reputazionali dell’azienda

Questo significa che l’informazione non viene premiata perché è vera o utile. Viene premiata se funziona dentro il modello di business.

E quando un contenuto politico “funziona troppo” in una direzione non gradita, può diventare improvvisamente “problema”. Non perché sia falso: perché è incontrollabile.

E qui arriviamo al nodo: la democrazia non può dipendere da un codice segreto scritto da una corporation.

Perché quel codice è legge senza Parlamento. È giudice senza processo. È polizia senza uniforme.

Il fact checking come arma impropria

Io non sono contro la verifica delle notizie. Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale sa che la disinformazione esiste, e che può fare danni enormi.

Ma proprio per questo, il fact checking deve essere una cosa limpida, rigorosa, verificabile, discussa.
Non può diventare una nebulosa “valutazione di criticità” che coincide magicamente con la perdita di visibilità.

Perché in quel caso smette di essere verifica e diventa gestione del consenso.

E la gestione del consenso non è un servizio: è politica. Solo che la fanno soggetti privati, senza controllo democratico, con strumenti invisibili.

Il risultato è una perversione: invece di educare alla complessità, si “raffredda” la complessità. Invece di alzare il livello, si taglia la circolazione. Invece di costruire cittadinanza, si costruisce obbedienza algoritmica.

La nuova censura è economica: chi paga parla meglio

C’è un altro aspetto che raramente viene detto con la durezza necessaria: nelle piattaforme commerciali, la libertà è proporzionale al budget.

Chi ha potere economico può comprare visibilità, sponsorizzazioni, campagne, posizionamenti.
Chi non ce l’ha, è in balia dell’algoritmo.

E l’algoritmo, essendo progettato per monetizzare, tende a premiare chi già possiede ed investe risorse, strutture, strumenti, reti. In pratica: riproduce nel digitale la stessa diseguaglianza del mondo reale, ma con una cattiveria in più, perché lo fa presentandosi come “meritocrazia del contenuto”.

No: è mercato dell’attenzione. E come ogni mercato, produce oligarchie.

La democrazia non vive senza conflitto visibile

C’è un punto che per me è decisivo. La democrazia non è un salotto dove ci si parla educatamente. La democrazia è un campo vivo, pieno di attriti, divergenze, conflitti, contraddizioni.

Quando quel conflitto viene sterilizzato, “moderato”, abbassato di intensità, noi perdiamo qualcosa di essenziale: la possibilità di vedere che esistono alternative.

Se la piattaforma decide che una voce è “troppo influente”, e la nasconde, la società non ha più un confronto: ha solo una scenografia. Un teatro dove i personaggi possono muoversi, ma solo entro i limiti segnati dal regista.

E il regista non è eletto da nessuno.

L’ecosistema tossico: dipendenza, ansia, fragilità

Qui il problema non è solo politico. È anche psicologico e culturale.

Le piattaforme non sono solo canali: sono ambienti. E gli ambienti ci formano. Ci educano. Ci modellano.

L’architettura dell’attenzione non è innocente. È costruita per creare abitudine, stimolo continuo, ricompensa intermittente: scorrimento infinito, notifiche, dopamina, competizione emotiva.

Questa non è semplicemente “comunicazione moderna”. È ingegneria del comportamento.

E quando una generazione cresce dentro un ambiente progettato per catturare la mente, non siamo più davanti a un problema di informazione. Siamo davanti a un problema di libertà interiore.

L’algoritmo non controlla solo cosa vediamo. Controlla come reagiamo. E quindi, indirettamente, controlla anche chi diventiamo.

Non a caso, l’Unione Europea ha aperto indagini su Meta proprio per il tema della tutela dei minori e per la possibile relazione tra design algoritmico e danni alla salute mentale.

L’Europa e il paradosso delle regole senza sovranità

L’Europa prova a reagire. Ci prova con norme, regolamenti, principi.

Il Digital Services Act nasce anche per imporre obblighi e responsabilità alle grandi piattaforme, in particolare sulle dinamiche sistemiche: rischio sociale, trasparenza, mitigazione dei danni. E la Commissione ha già dimostrato che vuole usare la leva regolatoria, con procedimenti e controlli.

Ma c’è un problema enorme: regolare non basta se sei dipendente.

Se l’infrastruttura è di altri, se il cloud è di altri, se gli standard sono di altri, se la cultura digitale dominante è di altri, tu puoi anche scrivere la regola migliore del mondo… ma poi continui a vivere nella casa dell’altro.

Questa è la trappola: l’Europa tenta l’etica, ma vive nella subalternità tecnologica.

E allora la domanda diventa brutale: vogliamo davvero difendere la libertà digitale o vogliamo soltanto amministrare la dipendenza?

La risposta non è solo una legge: è un cambio di proprietà

Qui io penso che serva una posizione netta, senza tremori:

non possiamo lasciare la sfera pubblica in mano a soggetti privati che rispondono solo ai loro interessi.

Se i social sono la piazza del nostro tempo, allora devono diventare infrastruttura democratica. Non per “statizzarli” nel senso burocratico e verticale. Ma per trasformarli in beni comuni digitali.

Una piazza non può avere un padrone.
Una piazza può avere regole, certo. Ma le regole devono essere pubbliche, trasparenti, contestabili. Devono poter essere discusse dalla comunità.

Invece oggi la piazza ha un proprietario, e quel proprietario cambia regole quando vuole.

E spesso, guarda caso, le cambia in modi che rafforzano il proprio potere.

La soluzione: piattaforme autonome, federate, controllabili dagli utenti

La vera risposta non è lamentarsi. La vera risposta è costruire alternative.

Perché finché restiamo prigionieri di queste piattaforme, avremo sempre lo stesso ricatto: “se vuoi parlare al mondo, devi passare da noi”.

Io non ci sto. E non ci dobbiamo stare.

Servono spazi digitali che funzionino con logiche diverse:

I) proprietà diffusa e cooperativa, non concentrata
II) algoritmi trasparenti o disattivabili, non segreti e obbligatori
III) moderazione con regole pubbliche, non con decisioni invisibili
IV) portabilità reale dei contenuti e delle reti, non recinti proprietari
V) interoperabilità, per evitare che una singola azienda diventi Stato

In pratica: bisogna rompere il monopolio della visibilità.

E questo significa spingere verso un ecosistema federato, pluralista, dove nessuno può spegnere una voce con un click.

Non è utopia. È l’unico modo per evitare che la democrazia diventi un algoritmo.

La libertà digitale non è un optional: è una questione costituzionale

Quando una piattaforma decide cosa è “troppo virale”, sta decidendo cosa può diventare coscienza collettiva.

Non è un dettaglio. È un tema enorme, storico.

Perché un popolo che non controlla i propri canali di comunicazione è un popolo vulnerabile. Manipolabile. Addestrabile.

E nel momento in cui le grandi piattaforme diventano l’unico spazio di informazione, intrattenimento, relazioni, politica, cultura… allora si crea una nuova forma di dipendenza strutturale.

Non dipendiamo più solo dal lavoro, dal prezzo dell’energia, dal debito. Dipendiamo dalla visibilità concessa da un algoritmo.

Questo è il punto in cui una società deve svegliarsi.

Non è paranoia: è realismo politico

Qualcuno dirà: “stai esagerando, è solo un social”.

No. È l’infrastruttura dove si forma il senso comune.
E il senso comune, nella storia, è sempre stato terreno di conquista.

Oggi, però, la conquista non avviene con la propaganda gridata. Avviene con il controllo del flusso.

Con il filtro.

Con il ranking.

Con la riduzione di portata.

Con la punizione invisibile.

Ed è per questo che io chiamo questa cosa col suo nome: censura privata di massa.

Non nel senso rozzo del divieto. Nel senso moderno della disattivazione sociale.

Se vogliamo essere liberi, dobbiamo essere proprietari

E allora chiudo così, senza giri di parole: finché la nostra voce passa dentro i tubi di qualcun altro, la nostra libertà è parziale.

La libertà piena nasce quando controlli la tua infrastruttura.

E questa è una scelta politica, non tecnica.

O restiamo consumatori dentro piattaforme altrui, accettando che qualcuno decida per noi cosa merita attenzione.
Oppure costruiamo un nuovo spazio pubblico digitale, dove la visibilità non sia un premio aziendale, ma un diritto sociale.

Perché oggi la vera posta in gioco non è “cosa pensiamo”.
È se ci è concesso di farlo diventare pensiero condiviso.

E quando la condivisione viene governata dall’interesse privato, la democrazia è in ostaggio.

Io non accetto questa gabbia dorata.
E penso che sia arrivato il momento di dirlo forte: non vogliamo padroni della piazza.

Vogliamo una piazza nostra.

Proposta concreta: come costruire davvero una piazza digitale nostra

Denunciare è necessario, ma non basta. Se vogliamo spezzare il monopolio della visibilità dobbiamo smettere di vivere dentro recinti proprietari e iniziare a costruire un ecosistema alternativo, credibile, praticabile, sostenibile. Non una fuga romantica. Un progetto politico e tecnico insieme.

Ecco alcune linee operative, concrete, che si possono attivare anche in Italia, a più livelli, senza aspettare miracoli dall’alto.

I) Federare invece di centralizzare
La parola chiave è federazione: tante piazze collegate tra loro, non una sola piazza di proprietà privata. Reti dove comunità, associazioni, sindacati, giornali indipendenti, movimenti civici possano aprire i propri spazi comunicativi, interoperabili e comunicanti, senza dipendere da un’unica “porta”.

II) Proprietà cooperativa e governance democratica
Una piattaforma alternativa non deve essere “di qualcuno”, deve essere di chi la usa. Cooperative digitali, fondazioni, consorzi civici: forme in cui la proprietà e le decisioni siano distribuite e verificabili. Se il potere si concentra, la piattaforma torna a essere un problema, anche se “buona”.

III) Algoritmi trasparenti e selezionabili
Il feed non deve essere una lotteria segreta. Deve essere un meccanismo comprensibile e, soprattutto, modificabile dall’utente. Ordine cronologico come opzione stabile, filtri dichiarati, ranking spiegabile. Se non puoi capire come ti vedono gli altri, non sei libero: sei gestito.

IV) Tracciabilità dei contenuti e contesto, non etichette punitive
La disinformazione si combatte con strumenti che aggiungono contesto, non con strumenti che affossano in silenzio. Se un contenuto è contestato, deve esserci una motivazione pubblica, accessibile, verificabile, con possibilità di replica e revisione. Non un bollino che diventa un ergastolo di visibilità.

V) Interoperabilità e portabilità: uscire senza perdere la vita sociale
Oggi il vero ricatto è questo: se te ne vai, perdi la rete di contatti, la comunità, il lavoro politico costruito. L’alternativa deve garantire migrazione facile, esportazione dei dati, compatibilità tra servizi. Se cambiare piazza significa ricominciare da zero, nessuno lo farà.

VI) Infrastrutture locali e server controllati da soggetti pubblici o comunitari
Non basta l’app: servono infrastrutture. Server su territorio europeo, gestione trasparente, affidabilità, continuità. Comuni, regioni, università, consorzi civici possono ospitare e sostenere nodi di rete come bene pubblico, esattamente come si sostiene una biblioteca o un teatro.

VII) Educazione al discernimento digitale come politica strutturale
Qui c’è un punto che vale più di mille slogan: senza alfabetizzazione critica, anche la migliore piattaforma verrà invasa dalla manipolazione. Serve una formazione pubblica e permanente: scuole, corsi civici, progetti territoriali, biblioteche, spazi sociali. Il discernimento è un diritto collettivo.

VIII) Sostegno economico all’informazione indipendente fuori dal ricatto della pubblicità
Se l’unico modo per campare è inseguire il click, si torna sotto l’impero dell’engagement. Serve un modello diverso: abbonamenti equi, microfinanziamento, fondi pubblici trasparenti, sostegno a cooperative editoriali e media di comunità. Se l’informazione è un bene democratico, va sostenuta come tale.

IX) Un’autorità pubblica di garanzia sulla visibilità politica nei periodi sensibili
Se i social sono la piazza, allora nelle fasi cruciali (referendum, elezioni, crisi sociali) serve una vigilanza democratica reale sui meccanismi di amplificazione o soppressione. Non per controllare i contenuti, ma per impedire che pochi privati alterino il campo del confronto.

X) Un patto civile: “dove pubblichiamo conta quanto cosa diciamo”
La politica deve smettere di trattare i social proprietari come se fossero neutrali. Ogni movimento, associazione, sindacato, realtà culturale dovrebbe porsi una regola: presidiare gli spazi commerciali quanto basta, ma investire energie vere nello spostamento progressivo verso spazi liberi e comunitari. Perché non basta la parola giusta, se la piazza non è tua.

Questa non è una fantasia: è una necessità storica. Se non ricostruiamo l’infrastruttura della comunicazione, continueremo a fare opposizione dentro la casa del padrone, con il padrone che decide quando farci parlare e quando spegnere la luce.

E allora sì, la risposta al caso Barbero diventa una risposta a tutto il sistema: il problema non è un video penalizzato. Il problema è una società che ha delegato la propria voce a chi vive vendendo attenzione.

Se vogliamo essere liberi, dobbiamo tornare proprietari del nostro spazio pubblico. Non domani. Ora.

Note e riferimenti essenziali

I) Commissione Europea, indagine su Meta per tutela minori, salute mentale e obblighi DSA:
https://www.theguardian.com/technology/article/2024/may/16/eu-investigates-facebook-owner-meta-over-child-safety-and-mental-health-concerns

II) Digital Services Act e obblighi per le grandi piattaforme (rischi sistemici, trasparenza, responsabilità):
https://www.reuters.com/technology/eu-designates-xnxx-very-large-online-platform-under-digital-services-act-2024-07-10/

III) Scelte di policy e mutazioni del sistema di fact checking su Meta (dibattito e impatto sulla moderazione):
https://www.theverge.com/2025/1/7/24338062/facebook-instagram-threads-meta-abandon-fact-checking

IL FISCHIETTO E LA COSTITUZIONE VIVENTEMinneapolis, il mutuo appoggio e la democrazia che ricomincia dal basso

C’è una domanda che oggi non possiamo più trattare come una frase da convegno o un titolo da editoriale: chi rifonderà la democrazia? Perché la democrazia, quella sostanziale, non sta “in salute” e non sta nemmeno “male”. Sta in terapia intensiva. E la cosa più inquietante è che la diagnosi non riguarda un singolo Paese, né un singolo governo: riguarda un clima generale, una deriva comune, un modo di intendere la politica come gestione dell’emergenza permanente.

E allora Minneapolis, all’improvviso, diventa più vicina di quanto ci piaccia ammettere.

Nel Minnesota, in questi giorni, si è acceso un conflitto durissimo intorno alle operazioni dell’ICE, la milizia federale, simil Gestapo, che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e deportazioni, che annovera tra i suoi capi quel Greg bovino che si lascia immortalare in divisa da SS nazista. Il punto non è solo la “linea dura”: è il tipo di società che quella linea dura costruisce. Paura quotidiana, retate, famiglie che si chiudono in casa, comunità che si trasformano in bersagli. La reazione, però, non è stata l’ennesimo appello alle istituzioni, né la solita protesta rituale da social network. È stata una città che si è organizzata come ci si organizza sotto un’occupazione.

Parliamo di una resistenza capillare: vicini che fanno la spesa per chi non può uscire, che portano fuori la spazzatura, che aiutano con i panni, che “coprono” le famiglie terrorizzate dal rischio di essere deportate per strada. E poi i gruppi di osservatori sul territorio, con fischietti e megafoni, pronti a lanciare l’allarme quando arrivano “i miliziani”. Un codice semplice, popolare, quasi arcaico: “La migra, la migra”. Non è solo attivismo. È la società civile che smette di delegare e ricomincia a proteggersi da sola.

Il cuore di questa vicenda, infatti, non sta soltanto nella cronaca. Sta nel salto mentale: quando una comunità capisce che non basta più “essere dalla parte giusta”, non basta più indignarsi, non basta più votare. Deve agire. Deve diventare struttura.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia consistenza: chi rifonderà la democrazia? Forse la rifonderà chi, davanti allo Stato che si trasforma in milizia, scopre di avere ancora un’arma antica e potentissima: il mutuo appoggio.

Minneapolis non è un caso isolato. Nelle proteste di gennaio 2026 si è arrivati persino a una forma di sciopero sociale ed economico, con chiusure di attività e partecipazione di sindacati, comunità religiose, studenti. Il messaggio è chiarissimo: se lo Stato usa la forza per spezzare la vita delle persone, allora una città può usare la propria vita quotidiana come leva di resistenza.

E dentro questa storia c’è un elemento che la rende ancora più esplosiva: la tensione è salita anche dopo l’uccisione di Renée Good, una cittadina statunitense vittima di un’esecuzione da un agente dell’ICE. È uno di quei punti di rottura che strappano via la maschera, perché mostrano una cosa semplice: quando la repressione diventa sistema, non colpisce più solo “gli altri”. Colpisce chiunque finisca nella traiettoria della violenza istituzionale.

A questo punto però bisogna fare un passo in più, quello che spesso manca nei commenti rapidi e nelle analisi superficiali: il mutuo appoggio non è un gesto “buono”. È un pezzo di politica concreta. È la materia prima con cui si costruiscono comunità resistenti. Ma soprattutto è un indizio: significa che la distinzione tra “società civile” e “militanza” salta, si dissolve. La città intera diventa organismo.

E qui si tocca un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: la democrazia non muore sempre con i carri armati. Spesso muore con la normalità. Muore quando la paura diventa routine, quando la delazione diventa cultura, quando la propaganda trasforma un essere umano in bersaglio. E poi, un giorno, muore anche il linguaggio. Perché quando un governo riesce a far passare l’idea che esistono vite “meno degne”, allora la democrazia ha già perso. Anche se formalmente voti ancora, anche se formalmente il Parlamento è aperto, anche se formalmente la Costituzione non è stata abolita.

Il punto è che tutto questo non riguarda solo l’immigrazione. Qui entra il tema grande e centrale: l’intreccio tra guerra esterna, nemico interno e crisi climatica.

Da anni la crisi climatica produce eventi estremi che non sono più eccezioni, ma anticipazioni del futuro: incendi, alluvioni, uragani, siccità. Eppure la politica globale sembra aver “spostato lo sguardo”. La scena è occupata dalle guerre, dagli armamenti, dalla retorica bellica che divora ogni cosa. La guerra diventa la lente con cui si interpreta il mondo, e quindi anche il modo con cui si decide dove mettere i soldi, le tecnologie, le priorità, perfino l’educazione.

La conseguenza è una corsa agli armamenti che non è solo “quantitativa”, ma qualitativa. Non parliamo soltanto di bombe e carri armati: parliamo di droni, satelliti, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, reti informatiche. La guerra moderna è un ecosistema tecnologico. E proprio qui entra in gioco l’aspetto più inquietante: queste tecnologie sono quasi tutte “dual use”. Cioè possono essere usate fuori e dentro. Su un fronte e in una città. Contro un esercito e contro una popolazione.

In altre parole: il riarmo non è soltanto preparazione alla guerra esterna. È anche preparazione al controllo interno.

Ed è esattamente quello che vediamo, in forme diverse, negli Stati Uniti e in Europa: confini trasformati in laboratori di sorveglianza, dati trasformati in catene, algoritmi trasformati in giudici invisibili. Un esempio concreto, documentato, è l’uso crescente di strumenti di analisi e incrocio dati per l’enforcement migratorio, con il ricorso a tecnologie e servizi di tipo predittivo e investigativo.

Questo meccanismo, però, non resta “ai confini”. Scivola dentro la vita sociale. Perché ciò che si sperimenta sui corpi più fragili, prima o poi, diventa standard.

Ecco perché Minneapolis non è solo un episodio americano. Minneapolis è un segnale. È la prova che l’idea del nemico interno non è propaganda astratta: è un dispositivo operativo. Oggi il nemico interno sono i migranti. Domani saranno i dissidenti. Dopodomani saranno i poveri, i superflui, i “problematici”, quelli che protestano perché hanno perso tutto in un’alluvione o perché vivono in un quartiere contaminato o perché non hanno più diritto a un futuro.

E qui il cerchio si chiude con ciò che abbiamo visto a Valencia dopo le catastrofiche alluvioni del 2024: centinaia di migliaia di persone in piazza, rabbia sociale, sfiducia verso le istituzioni accusate di incapacità e ritardi, e allo stesso tempo un enorme protagonismo dal basso, con reti di volontariato e solidarietà. Quando lo Stato fallisce, la comunità tenta di salvare ciò che può. Ma quella solidarietà, se resta solo emergenza, non basta: deve diventare forza politica, capacità di pressione, struttura permanente.

E allora la domanda torna, più pesante di prima: come si rifonda la democrazia, se i governi sembrano muoversi tutti dentro la stessa nebbia tossica, quella della guerra come orizzonte naturale?

Perché la guerra non è solo un evento. È un linguaggio. È un’educazione sentimentale. È un modo di guardare l’altro. E quando la guerra diventa il respiro della politica, tutto il resto viene riorganizzato intorno a quel respiro: l’economia, la ricerca, la scuola, l’informazione. Persino la parola “sicurezza” cambia senso: non è più protezione della vita, è protezione dell’ordine. E l’ordine, quando si fa ossessione, diventa sempre repressione.

È qui che il mutuo appoggio assume un significato enorme: non è beneficenza. È ricostruzione di una sovranità popolare reale. È la politica che torna a essere ciò che dovrebbe essere: cura collettiva della vita.

Ma c’è un punto cruciale che non va romanticizzato. Le reti di solidarietà non bastano se restano solo “buone pratiche”. Se non diventano comunità strutturate, permanenti, capaci di contare. Capacità di confliggere, quando serve. Capacità di imporre un limite al potere.

Perché oggi il potere, troppo spesso, ha una strategia semplice: frammentare, isolare, spaventare. Ognuno chiuso nella sua paura. Ognuno convinto di essere solo. Ognuno persuaso che “non si può fare niente”. È una forma di ipnosi sociale: ti lasciano parlare, ma ti impediscono di agire.

Ecco perché il fischietto di Minneapolis è più di un dettaglio. È un simbolo di risveglio. È l’opposto dell’ipnosi. È il suono che interrompe la normalità. È la prova che la società può ancora reagire, può ancora inventarsi, può ancora proteggersi.

E allora, alla fine, la risposta alla domanda iniziale non è una formula: è una direzione.

La democrazia non verrà rifondata da chi la svuota ogni giorno in nome dell’emergenza, della sicurezza, della disciplina, della guerra. Verrà rifondata da chi rimette al centro la vita concreta: chi difende la persona che rischia di essere trascinata via, chi ricostruisce comunità dove lo Stato costruisce paura, chi trasforma la solidarietà in organizzazione.

E se devo dirlo in modo netto, senza diplomazie: oggi la democrazia ricomincia dove la gente smette di aspettare permessi.

Ricomincia dal basso, o non ricomincia affatto.

Fonti essenziali
Articolo di Guido Viale, Chi rifonderà la democrazia?
The Guardian, proteste e blackout economico in Minnesota contro ICE (23 gennaio 2026).
TIME, “Day of Truth and Freedom” e mobilitazione in Minnesota (23 gennaio 2026).
Al Jazeera, aziende chiuse e protesta contro ICE a Minneapolis (23 gennaio 2026).
RSI, reportage “Minneapolis, una città sotto assedio” (16 gennaio 2026).
American Immigration Council, uso di AI e servizi digitali nell’enforcement di ICE (18 dicembre 2025).
Le Monde, proteste a Valencia dopo le alluvioni e crisi di fiducia istituzionale (9 novembre 2024).
LSE Blog, analisi politica e istituzionale delle alluvioni in Spagna e accountability (24 gennaio 2025).

72 minuti di potere fuori controllo: quando l’impero si mette a bluffare in diretta

C’è una cosa che dovrebbe spaventarci più di ogni singola frase sbagliata, più di ogni gaffe geografica, più di ogni numero inventato: il fatto che oggi la nazione più armata del pianeta sia guidata da un uomo che trasforma la politica mondiale in un flusso di coscienza, in uno show aggressivo, in una raffica di minacce e millanterie.

E la parte più inquietante non è nemmeno lui. È il “noi” che lo rende possibile. Perché se oggi sta lì, non è un incidente di percorso: è il prodotto di una società che ha normalizzato il narcisismo come leadership, la menzogna come stile comunicativo, la violenza come diplomazia, l’arroganza come destino manifesto.

Qui non siamo davanti a un semplice politico rozzo. Siamo davanti alla forma perfetta del capitalismo terminale: un potere che, sentendo di perdere presa sul mondo, alza il volume, stringe i pugni e si crede onnipotente. È l’impero che non sa più convincere e allora intimidisce. Che non sa più guidare e allora ricatta. Che non sa più governare e allora umilia. E lo fa in diretta.

A Davos, nel 2026, è andato in scena questo: 72 minuti in cui il Presidente degli Stati Uniti ha parlato come se la realtà fosse un optional. Non lo dico per insultare: lo dico perché è così che funziona oggi il comando. Non serve più essere credibili. Serve essere dominanti. Serve occupare l’aria, saturare lo spazio, ipnotizzare l’attenzione, far sentire tutti più piccoli.

Dentro quei 72 minuti c’è un catalogo del nuovo autoritarismo occidentale: la confusione elevata a comando, la bugia elevata a metodo, la minaccia elevata a geopolitica.

Basta prendere alcuni passaggi, quelli più simbolici.

I) La Groenlandia scambiata, ripetutamente, con l’Islanda, mentre si parla di “comprarla”. Non è solo una figuraccia: è la fotografia di un potere che tratta i popoli come oggetti, e i territori come merce.

II) La Danimarca, alleato NATO, trattata come un vassallo: “Potete dire sì e vi apprezzeremo. Potete dire no e ce lo ricorderemo.” Questa non è diplomazia: è estorsione da superpotenza.

III) La riscrittura della storia: “Abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale”. Peccato che gli Stati Uniti non abbiano mai “posseduto” la Groenlandia. E quando la storia non torna, pazienza: si inventa.

IV) La NATO “pagata al 100% dagli Stati Uniti”. Ed è falso. Ma la verità, in questa fase, non è più un vincolo. È un intralcio.

V) La Cina “senza pale eoliche”, detta con la supponenza di chi crede che il mondo sia ignorante come lo spettatore medio di una propaganda a reti unificate. Peccato che la Cina sia leader mondiale nell’eolico da anni.

VI) Il Venezuela raccontato come terra promessa per “tutte le grandi compagnie petrolifere”, mentre i fatti raccontano esattamente il contrario. Ma la politica, qui, non è più governo: è vanteria. È marketing di potenza.

VII) L’inflazione “praticamente non esiste”. Anche quando i dati dicono altro. Anche quando il portafoglio della gente sente altro. Ma se controlli il racconto, speri di controllare pure la rabbia.

Questo, messo insieme, non è folklore. È una tecnica di potere.

Ed è qui che entra in gioco la parola che tanti usano come se fosse una leggenda urbana e invece descrive un blocco materiale di interessi: Deep State. Solo che non possiamo ridurlo a una cosa sola, perché oggi non è più una stanza buia: è un sistema.

Non è soltanto fossile e petrolio, anche se il fossile rimane uno dei cuori neri della macchina. È anche finanziario e bancario, è Wall Street, è l’ossessione per la rendita, è il culto della speculazione che governa l’economia reale come fosse una colonia. È la finanza che decide guerre e ricostruzioni, sanzioni e “aiuti”, rialzi dei prezzi e impoverimenti programmati, e poi pretende pure l’applauso perché si presenta come “razionale”.

È anche apparato militare-industriale: fabbriche, commesse, contratti, lobby, think tank, consulenze, università catturate e trasformate in officine di giustificazione. La guerra come economia. Il conflitto come bilancio. La paura come investimento.

È anche intelligence e organismi governativi, perché la CIA e l’universo delle agenzie non sono un capitolo chiuso dei manuali di storia: sono parte di una strategia. Interventi, destabilizzazioni, colpi di mano, guerre segrete, operazioni “coperte” che poi diventano tragedie “spontanee” raccontate dai media come fatalità. E intanto la democrazia viene trattata come una scenografia: si sposta, si regola, si compra, si spegne.

E sì, dentro questo sistema ci sta anche il narcotraffico globale, non come fantasia complottista, ma come parte di quell’economia sporca che attraversa la finanza, ricicla, compra pezzi di mondo, sporca istituzioni, fa saltare paesi, corrompe apparati, alimenta milizie, si integra nei circuiti del potere. Perché quando hai un impero che vive di dominio, non ti fai scrupoli sul denaro: lo fai girare, lo ripulisci, lo reinvesti. E poi fai la morale agli altri.

Ecco perché la definizione più onesta, oggi, è una sola: sistema mafioso.

Non “mafioso” come insulto generico, ma nel senso tecnico e politico di un blocco che funziona con regole mafiose: lealtà interna, ricatto esterno, controllo dei flussi di denaro, disciplinamento dei dissidenti, violenza selettiva, propaganda costante, impunità come norma. Un sistema che decide chi conta e chi no, chi vive e chi muore, chi è “alleato” e chi diventa “nemico” nel giro di un tweet.

La cosa più oscena è che adesso quel sistema non si vergogna più. Sta svelando le sue carte senza pudore. Non ha più bisogno di essere elegante. Ha capito che le popolazioni sono disinnescate.

E qui arriviamo al punto vero, quello che ci riguarda tutti.

Le società occidentali, e non solo, sono state rese inermi. Non perché siano stupide. Ma perché sono state spezzate.

Frammentate. Annichilite. Ipnotizzate. Frastagliate. Ognuno chiuso nella propria gabbia emotiva, nel proprio schermo, nel proprio piccolo panico quotidiano, mentre sopra la testa passano decisioni enormi come meteoriti.

Ci hanno tolto la lingua comune. Ci hanno tolto il tempo della comprensione. Ci hanno tolto persino la capacità di indignarci a lungo. Un’ora di scandalo, due giorni di rumore, poi si passa oltre. È ipnosi di massa: la coscienza viene addormentata non con una sola menzogna, ma con mille micro-bugie, mille distrazioni, mille shock consecutivi. Così nessuno riesce a tenere il filo. E senza filo, non c’è reazione.

Per questo un discorso di 72 minuti, che in passato avrebbe chiuso carriere e aperto impeachment, oggi viene digerito come se fosse metodo. Si ride, si commenta, si scrolla, si cambia video. E intanto quel potere resta lì, armato, arrogante, pericoloso.

E attenzione: qui non è questione di destra o sinistra americana, come se bastasse cambiare colore per cambiare sistema. Il problema è la struttura: un impero costruito su basi militari, dollaro, sanzioni, operazioni clandestine, guerre per procura, propaganda. Poi certo, qualcuno lo interpreta in modo più “educato” e qualcuno in modo più brutale. Ma la traiettoria è la stessa.

Solo che oggi la brutalità è diventata linea politica dichiarata.

E il popolo che lo sostiene, in parte, è vittima. Ma in parte è anche complice. Perché quando accetti che un capo ti parli come un padrone, quando godi nel vedere l’umiliazione dell’altro, quando scambi l’arroganza per forza, allora non stai votando un programma: stai votando una patologia collettiva. Una cultura della sopraffazione. Un’identità costruita sull’idea che esistono popoli di serie A e popoli da comprare, punire o colonizzare.

È un virus, sì. E sta contagiando pure l’Europa.

Perché l’Europa, che dovrebbe essere un argine civile, sta diventando una provincia impaurita dell’impero: spende di più in armi, obbedisce di più, tace di più. E quando vede la follia in diretta, abbassa lo sguardo. Si aggrappa al “realismo”. Che poi è solo codardia mascherata.

Io invece questa cosa la dico chiara: qui non siamo di fronte a un leader “pittoresco”. Siamo di fronte a un rischio concreto per la pace mondiale. Perché quando metti il mondo nelle mani di un uomo che tratta la politica come un ring, il risultato è uno solo: escalation, ricatto, instabilità.

E allora sì, questa roba deve far paura. Ma non deve paralizzarci. Deve svegliarci.

Perché il capitalismo non “finirà” come un palazzo che crolla da solo. Finirà provando a trascinarsi dietro tutto: vite, diritti, ambiente, verità. È il paradosso del predatore: quando sente di avere fame, non diventa più saggio. Diventa più feroce.

E noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo fare l’unica cosa che questo sistema teme davvero: ricostruire coscienza collettiva. Riprenderci la politica. Rimettere al centro la dignità umana. Dire no alla guerra come business. Dire no alle menzogne come metodo. Dire no a questa forma di potere che non governa: devasta.

Settantadue minuti, a Davos, sono bastati per vedere tutto.

E se il mondo resta in silenzio, allora non è solo colpa di chi delira. È colpa di chi lo lascia fare.

Fonti essenziali
World Economic Forum, trascrizione del discorso di Trump a Davos 2026
Fact-check e ricostruzioni su Groenlandia, Danimarca, NATO e dichiarazioni economiche (Reuters, Associated Press, NATO, BLS)
Eisenhower, Farewell Address (17 gennaio 1961), avvertimento sul complesso militare-industriale

IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

Il popolo kurdo tra guerra permanente e pace negata: la tragedia che l’Occidente finge di non vedere

Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.

Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.

Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.

La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.

I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile

Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.

Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.

In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.

II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness

La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.

E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.

Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.

III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto

In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.

Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.

Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.

L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.

IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita

C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.

Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.

La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.

Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.

E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.

Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.

E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.

Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.

E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?

V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura

Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.

Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.

E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.

VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata

Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.

Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.

È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.

VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza

In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.

E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.

In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.

VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo

Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.

A chi è alleato si perdona tutto.

A chi è utile si concede una tregua.

A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.

Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.

E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.

Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.

IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare

Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.

Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.

La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.

E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.

Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.

E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.

LA PACE È UN’INSURREZIONE CIVILE: CONTRO LA GUERRA NORMALIZZATA E LA REGRESSIONE REAZIONARIA

Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.

E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.

Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.

Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie

Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.

La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati. 

Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.

E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.

Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra

La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.

Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente. 

Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.

Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.

La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza

Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.

Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.

Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.

E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.

L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)

Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.

L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.

Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.

Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.

Pace, disarmo, unità: il fronte necessario

La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.

Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.

Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.

La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie

Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.

La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.

La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.

Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.

Fonti essenziali

Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4).  SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari).  Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale). 

IL CAPITALE CONTRO LA VITA

Quando l’1% divora il clima, accende le guerre e chiude la porta al futuro

Io non riesco più a separare le cose. Non riesco più a parlare di disuguaglianza come se fosse un tema “economico” e, a parte, di crisi climatica come se fosse un tema “ambientale”. Non ci riesco, perché ormai il quadro è troppo evidente: è lo stesso sistema che accumula ricchezza nelle mani di pochi a consumare il pianeta, a bruciare risorse, a spingere popoli interi dentro la precarietà permanente.

C’è un’idea tossica che ci hanno messo in testa per anni: che l’economia sia una cosa “neutra”, una specie di meteo naturale. E invece no. L’economia che stiamo vivendo è una scelta politica continua. È una macchina costruita per concentrare potere. E quando concentri potere, concentri anche la capacità di distruggere.

Il 2026 si è aperto con una fotografia che da sola basterebbe a zittire mille dibattiti televisivi: secondo Oxfam, l’1% più ricco del pianeta ha già esaurito la propria quota annuale di emissioni in appena dieci giorni. Lo 0,1% ha sforato in circa tre giorni. Il 10 gennaio è diventato “Pollutocrat Day”: il giorno in cui i signori del carbonio finiscono il loro “anno” e cominciano, di fatto, a usare quello degli altri. 

E lì capisco che non stiamo parlando di “stili di vita”. Stiamo parlando di un rapporto di forza. Stiamo parlando di dominio.

Perché se il budget compatibile con la soglia dell’1,5°C è intorno a 2,1 tonnellate di CO₂ pro capite, l’1% viaggia su una media di circa 75 tonnellate. Non è una differenza, è una frattura. È un mondo che si divide in due: chi vive dentro i limiti del corpo e del salario, e chi vive sopra ogni limite, come se il pianeta fosse un bancomat senza fondo. 

A quel punto la verità diventa quasi brutale nella sua semplicità: il capitale non è solo contro l’uguaglianza, è contro la vita.

Perché l’accumulo non resta fermo in cassaforte. L’accumulo deve crescere, deve espandersi, deve divorare. E quando una minoranza possiede una quota enorme di ricchezza, quella minoranza non “consuma” soltanto: decide cosa produrre, dove investire, quali governi influenzare, quali regole piegare, quali guerre rendere possibili.

Il punto è proprio questo: l’1% non inquina solo con i jet privati e i superyacht. L’1% inquina perché possiede le leve del mondo. Possiede filiere, fondi, energia, logistica, estrazioni, industrie, “piani di sviluppo” che sono spesso piani di saccheggio. Possiede anche la narrazione. E quando possiedi la narrazione, riesci a far sembrare “naturale” perfino ciò che è criminale.

È qui che le disuguaglianze economiche si incastrano con quelle ambientali come due lame della stessa forbice. Il risultato lo vediamo già adesso: i danni sono collettivi, i profitti sono privati. Sempre.

Le stime collegate a queste analisi parlano di perdite gigantesche per i paesi più vulnerabili, fino a decine di trilioni di dollari entro metà secolo. Ma a me colpisce soprattutto una cosa: questa non è una tragedia “futura”, è una tassa sul presente. La crisi climatica è già una riduzione del reddito, una caduta del potere d’acquisto, un peggioramento della salute, una precarietà della vita. 

E quando la vita diventa più fragile, chi paga di più? Sempre gli ultimi.

Io vedo una continuità spaventosa tra tutto questo e il mondo che ci stanno consegnando sul piano geopolitico.

Le guerre non sono mai state soltanto “ideali”, “valori”, “esportazioni di democrazia”. Dentro le guerre, sempre, c’è la lotta per le risorse, per le rotte, per l’energia, per la rendita. È la stessa fame che divora la terra a divorare anche i popoli.

E infatti oggi mi sembra sempre più chiaro che la crisi climatica, il riarmo, la destabilizzazione, il furto di risorse, non sono deviazioni dal sistema: sono la sua forma finale. La sua modalità terminale. Quando un modello economico non sa più generare benessere diffuso, comincia a generare paura, conflitto, militarizzazione. E intanto continua a far crescere i dividendi di pochi.

Per questo non mi basta più sentire discorsi “verdi” che non toccano i rapporti di potere. Non mi basta la transizione raccontata come un prodotto da vendere. Perché se non tocchi l’accumulo, se non tocchi l’1%, stai solo spostando la scenografia mentre la sostanza resta intatta.

E qui arriva un nodo che considero decisivo: il diritto internazionale.

Per anni ci hanno trattato come ingenui, quando parlavamo di ONU, di tribunali internazionali, di legalità globale. Ci hanno detto che era fumo, che il mondo vero è “realista”, che contano solo i rapporti di forza. Ma oggi proprio la brutalità del potere occidentale, la sua nudità, la sua arroganza, sta facendo cadere i veli e ci costringe a una scelta: o accettiamo la legge del più forte, o rimettiamo al centro la legge dei popoli.

In questo senso, la svolta arrivata dalla Corte Internazionale di Giustizia il 23 luglio 2025 è un fatto enorme: la Corte ha collegato gli obblighi climatici alla tutela dei diritti fondamentali e ha rafforzato l’idea che non agire non è solo un “errore”, può essere una violazione del diritto internazionale. 

E non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Perché significa una cosa semplice: il clima non è un’opinione. Il clima è un dovere.

Lo stesso vale per la giustizia internazionale quando finalmente prova, almeno in parte, a non essere un tribunale dei vinti: i mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant nel novembre 2024, per crimini legati alla guerra di Gaza, hanno rappresentato un momento di rottura simbolica. Non perfetto, non risolutivo, ma comunque un segnale: esiste un limite, almeno sulla carta. 

E qui torna il punto politico che mi ossessiona: quando il potere si sente intoccabile, diventa illimitato. Quando diventa illimitato, divora tutto. Divora il diritto, divora la democrazia, divora la verità, divora la vita.

Per questo io non penso che “solo il diritto” possa salvare il pianeta come se fosse un automatismo. Il diritto da solo non basta, se resta un foglio. Ma penso una cosa molto concreta: il diritto, senza popolo, è carta. Il popolo, senza diritto, è carne da macello.

Le conquiste civili non sono mai piovute dall’alto. Sono sempre nate dalla mobilitazione. E quindi la strada, se vogliamo dirla senza illusioni, è questa: rimettere insieme la giustizia sociale e la giustizia ambientale, e farle diventare una forza politica reale.

Non mi interessa più la favola secondo cui “siamo tutti responsabili allo stesso modo”. Io vedo una responsabilità concentrata, quasi aristocratica, quasi feudale. Un’elite che consuma e comanda, e una moltitudine che paga e subisce.

E allora la domanda non è più: “che cosa possiamo fare noi, come individui?”. La domanda vera è: che cosa dobbiamo imporre come società, come popolo, come democrazia?

Io una risposta me la sono fatta, netta:

I) colpire la ricchezza inquinante, non con simboli ma con misure reali e progressive

II) togliere impunità politica e fiscale alle grandi rendite, soprattutto fossili e finanziarie

III) fermare la militarizzazione come modello di sviluppo e come economia di emergenza permanente

IV) ricostruire servizi pubblici, trasporti, sanità climatica, protezione sociale, perché è lì che si difende la vita quotidiana

V) difendere lo Stato di diritto e l’indipendenza della giustizia, perché senza argini il potere diventa predazione

Non sto parlando di utopie. Sto parlando di sopravvivenza.

Perché oggi il capitale non si limita più a sfruttare l’uomo: sta rendendo invivibile il mondo. È un sistema che non redistribuisce, non ripara, non cura. Accumula e brucia. E quando brucia, presenta il conto ai poveri, ai lavoratori, ai territori fragili, ai popoli del Sud globale, a chi ha meno strumenti per difendersi.

Ecco perché io non riesco più a guardare la crisi climatica come una questione “verde”. Per me è una questione rossa. Di classe. Di potere. Di vita.

E se non lo capiamo adesso, se continuiamo a farci ipnotizzare dalle parole senza sostanza, allora sì: il futuro non sarà condiviso. Sarà recintato. Sarà privato. Sarà armato.

Io invece voglio un futuro umano. E un futuro umano non può essere costruito sull’1% che divora tutto.

Fonti essenziali

Oxfam, disuguaglianze ed emissioni dell’1% (“Pollutocrat Day”). 

Corte Internazionale di Giustizia, opinione consultiva su obblighi degli Stati rispetto al clima (23 luglio 2025). 

ICC, mandati di cattura (Netanyahu, Gallant) e sviluppi successivi. 

Fabio Marcelli, riflessione su diritto internazionale, guerra e sopravvivenza del pianeta (23 dicembre 2025).