“L’economia che viene dal cuore: il paradigma civile contro la tirannia del profitto”

In un tempo in cui l’economia appare sempre più distante dalla vita reale delle persone, schiacciata tra il dogma del mercato autoregolato e le chimere di un dirigismo ormai fuori dal tempo, una nuova via si fa spazio: quella dell’economia civile. Non si tratta di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, né tantomeno di un compromesso al ribasso tra libertà e uguaglianza, ma di un paradigma profondamente diverso, radicato nella tradizione italiana e oggi più attuale che mai.

Le radici dimenticate di un’utopia concreta

L’economia civile affonda le sue radici nel pensiero illuminista di Antonio Genovesi, che nel XVIII secolo parlava di economia come “scienza della felicità pubblica”. Un’intuizione potente, cancellata dalla storia dominante dell’economia politica anglosassone, che ha invece fondato la propria costruzione teorica sull’individuo razionale, egoista, massimizzatore del proprio interesse. Ma l’uomo – come ci ricorda questa visione alternativa – non è soltanto un produttore o un consumatore. È prima di tutto un essere relazionale, capace di cooperare, di donare, di costruire legami significativi. L’economia civile prende sul serio questa antropologia integrale.

Oltre il riduzionismo economico

Nel cuore dell’economia civile c’è l’idea di interezza. Non basta leggere l’agire umano nei compartimenti stagni dell’efficienza, del PIL o del margine operativo. Serve una visione olistica, che integri saperi e approcci diversi: economia, psicologia, ecologia, filosofia, storia. Come ha sottolineato la stessa regina Elisabetta dopo la crisi finanziaria del 2008, ciò che è mancato non è stata la capacità tecnica, ma la capacità di comprendere l’interconnessione sistemica dei fenomeni. Esattamente ciò che propone la multidisciplinarietà dell’economia civile.

Non è un caso che i promotori di questo nuovo corso – da Leonardo Becchetti a Jeffrey Sachs, fino ai giovani protagonisti dell’Economia di Francesco – parlino di una vera e propria “rinascita economica”. Una rinascita che rimette al centro la persona, la comunità e il pianeta, non come orpelli etici di un sistema immutabile, ma come fondamenti di una nuova architettura socio-economica.

Le parole chiave del cambiamento

Quattro sono le leve strategiche su cui l’economia civile costruisce la propria proposta:
1. Il voto col portafoglio – ogni atto di consumo è un atto politico. Sostenere imprese responsabili, cooperative, economie locali significa orientare il mercato verso la giustizia sociale e ambientale.
2. L’amministrazione condivisa – sulla scia della sentenza 131/2020 della Corte costituzionale, viene promosso un modello di governance pubblico-civico, fondato sulla sussidiarietà e la partecipazione attiva dei cittadini.
3. Le comunità energetiche rinnovabili – simbolo di un’economia decentrata, solidale, fondata sulla cura dei beni comuni e sulla responsabilità ambientale.
4. L’autogoverno civico – con l’idea di dar vita a “s-partiti”, cioè nuove forme di organizzazione politica nate dal basso, capaci di rappresentare le istanze concrete dei territori.

Questo nuovo paradigma rifiuta la polarizzazione tra Stato e Mercato. Al contrario, riconosce e valorizza il ruolo della società civile organizzata come terzo pilastro della vita democratica. Le istituzioni pubbliche non sono viste come pianificatori onnipotenti, ma come levatrici delle energie sociali diffuse, capaci di generare soluzioni innovative e radicate nella realtà.

Il fraintendimento della “terza via”

Una delle critiche più frequenti all’economia civile è quella di voler riproporre una “terza via” tra capitalismo e socialismo. Ma questa etichetta è profondamente fuorviante. L’economia civile non è una mediazione tra opposti, ma un superamento dei presupposti stessi di entrambi i modelli: mette in discussione il riduzionismo antropologico, l’idea di crescita infinita, la marginalizzazione del bene comune. Non cerca compromessi, ma rigenera i fondamenti.

Nel farlo, non scivola nell’ingenuità del dialogo ad ogni costo. Al contrario, afferma con forza che la cooperazione internazionale è indispensabile per affrontare sfide come il cambiamento climatico, la povertà globale, l’ingiustizia fiscale. Ma questa cooperazione si fonda sul riconoscimento delle differenze, sulla costruzione di un terreno comune, non sull’appiattimento culturale o sull’accettazione supina degli autoritarismi.

Un nuovo umanesimo economico

In ultima istanza, l’economia civile è una proposta di umanesimo economico. In un’epoca segnata dal dominio dell’algoritmo, dal capitalismo predatorio e dall’emergere di nuove forme di autoritarismo digitale, questo paradigma si fa sentinella della democrazia. Non a caso, il cuore del suo messaggio è una difesa radicale della libertà, non come isolamento individuale, ma come partecipazione alla costruzione del bene comune.

Il futuro dell’economia, se vuole essere anche il futuro dell’umanità, non può più ignorare la dimensione relazionale, spirituale, ecologica dell’esistenza. Serve un’economia che venga dal cuore, che sappia vedere nelle persone non solo clienti o elettori, ma cittadini capaci di cura, bellezza e responsabilità.

Forse non è un’utopia. Forse è solo la realtà che attende di essere riconosciuta.

Mario Sommella
Per una politica che restituisca dignità al pensiero e giustizia all’economia

Dal sionismo al suprematismo: storia di un movimento politico tra nazionalismo, terrorismo e dominio etnico

Il movimento sionista nacque a cavallo tra il XIX e il XX secolo come risposta al crescente antisemitismo e all’emarginazione degli ebrei nei contesti europei, specialmente nell’Impero russo e nell’Europa centrale. L’idea, maturata inizialmente in ambienti laici e razionalisti, era quella di creare uno Stato nazionale ebraico, una patria sicura per gli ebrei della diaspora. Ma come spesso accade nei processi politici nati da spinte ideali, anche il sionismo si è via via trasformato, frazionato, radicalizzato, fino a dar vita a frange violente, etnocratiche, e in alcuni casi perfino inclini al compromesso con ideologie che apparentemente sembravano nemiche giurate dell’ebraismo.

Le radici: il sogno di uno Stato

Il sionismo prende forma ufficiale con il Congresso di Basilea del 1897, organizzato da Theodor Herzl. La Palestina, allora parte dell’Impero Ottomano, viene identificata come il luogo deputato al ritorno del “popolo eletto”. Il progetto politico si rafforza nel tempo grazie al sostegno dell’ebraismo internazionale e, nel 1917, alla Dichiarazione Balfour, con cui il governo britannico esprime sostegno all’istituzione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

Tra i leader più influenti del sionismo troviamo David Ben Gurion, di origine polacca, che diventerà il primo Primo Ministro dello Stato di Israele nel 1948. Ben Gurion fu una figura centrale del sionismo socialista, ma allo stesso tempo seppe agire con pragmatismo e durezza per unificare sotto un’unica forza militare le molteplici organizzazioni paramilitari che operavano in Palestina contro britannici e arabi.

Le milizie sioniste: nascita del terrorismo politico ebraico

Fin dagli anni ’20, si formarono diverse organizzazioni paramilitari che, con diversi orientamenti ideologici, difendevano e promuovevano con la forza la causa sionista. Le principali furono:
• Haganah (1920): milizia moderata e ufficiale dell’Agenzia Ebraica, divenuta poi la base delle future Forze di Difesa Israeliane (IDF).
• Irgun (1931): gruppo paramilitare sionista revisionista, di ispirazione nazionalista e di destra, responsabile di azioni terroristiche anche contro civili.
• Lehi, noto anche come Banda Stern (1940): frangia ancora più estrema, dichiaratamente anti-britannica, che non esitò a esplorare l’alleanza con la Germania nazista.

Le azioni dell’Irgun, guidato da Menachem Begin (futuro primo ministro israeliano), includono l’attacco al King David Hotel nel 1946, in cui morirono 91 persone. Il Lehi, fondato da Avraham Stern, si spinse ancora oltre, inviando nel 1941 una lettera al regime nazista tedesco per proporre una collaborazione anti-britannica.

Il patto col diavolo: Lehi e il nazismo

Può sembrare paradossale, ma una parte dell’estrema destra sionista tentò di aprire un canale con la Germania hitleriana. Il gruppo Lehi, in un contesto di guerra globale e conflitto contro il Mandato britannico, considerò il Terzo Reich un possibile alleato tattico. In una lettera inviata nel gennaio 1941 alla Cancelleria del Reich, i rappresentanti del Lehi proposero un’alleanza strategica: in cambio del sostegno tedesco per la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, si offrivano a combattere contro gli inglesi.

Nella lettera, il gruppo parlava esplicitamente della possibilità di “una soluzione della questione ebraica” che implicasse la migrazione forzata degli ebrei europei in Palestina, sotto un regime ebraico autoritario e militarizzato. Le idee del Lehi erano intrise di suprematismo: negli scritti ufficiali, gli ebrei venivano descritti come “razza padrona”, mentre gli arabi venivano definiti “razza schiava”. Una retorica razzista, totalitaria, che getta luce su una componente oscura del sionismo militante.

Dalla lotta armata allo Stato: la trasformazione in IDF

Nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele, le varie milizie vennero sciolte o assorbite all’interno delle nuove Forze di Difesa Israeliane (IDF). La Haganah divenne il nucleo centrale dell’esercito israeliano, mentre Irgun e Lehi furono ufficialmente disciolti, anche se i loro membri, compresi ex terroristi come Begin e Yitzhak Shamir, divennero figure di primo piano nella politica israeliana.

Il massacro di Deir Yassin del 9 aprile 1948, compiuto da membri di Irgun e Lehi, con il massacro di oltre 100 civili palestinesi, fu un evento spartiacque che segnò la rottura definitiva tra le componenti radicali e il resto della leadership sionista. Tuttavia, il fatto che simili figure siano state successivamente premiate con incarichi di governo e medaglie ufficiali (come il “Nastro Lehi”) testimonia l’integrazione – e la legittimazione – di queste ideologie estremiste nella storia d’Israele.

L’eredità di oggi: suprematismo, etnocrazia e genocidio

L’attuale governo israeliano, egemonizzato da partiti ultranazionalisti e suprematisti religiosi, non è un’anomalia della storia israeliana: è il compimento di una linea ideologica tracciata da decenni. La trasformazione del movimento sionista da ideologia di autodeterminazione a strumento di dominio etnico e religioso ha condotto a un sistema di apartheid e pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese. La brutalità dell’esercito israeliano, le punizioni collettive, i bombardamenti su Gaza, le colonie in Cisgiordania, trovano radici profonde nella storia dei gruppi fondatori.

La continuità tra i gruppi terroristi sionisti del passato e l’apparato statale israeliano moderno non è solo simbolica: è strutturale. La violenza come mezzo legittimo di affermazione identitaria, il suprematismo religioso, la negazione dei diritti dell’altro, sono divenuti codici politici accettati. Se oggi assistiamo a un genocidio contro i palestinesi, è anche perché l’ideologia che lo giustifica è stata normalizzata, premiata, e sedimentata nel DNA politico e militare dello Stato di Israele.

Conclusione: l’ombra lunga del revisionismo

Il sionismo, nato per liberare, ha generato strutture di dominio. Nato per proteggere gli ebrei dalla persecuzione, ha partorito ideologie che si sono a tratti alleate con il nazismo pur di ottenere uno Stato. L’orrore del passato non è servito da vaccino: è stato in alcuni casi interiorizzato, trasformato in strumento di controllo, segregazione e annientamento.

Comprendere queste origini non significa negare la complessità della storia ebraica, ma vuol dire smascherare la propaganda che oggi cerca di occultare un disegno politico che va ben oltre la sicurezza: il dominio esclusivo su una terra, a scapito di chi la abita da secoli. Il sionismo, in alcune sue incarnazioni, non è più solo un movimento nazionale: è diventato una teocrazia armata, un suprematismo religioso travestito da democrazia.

E la storia – quella vera – ce lo aveva già raccontato.

Il vizio oscuro del potere: l’allergia al diritto e la nostalgia per il comando assoluto

Nel cuore nero del nostro tempo, si fa strada un’ombra lunga e infetta, quella di un potere che rigetta le fondamenta stesse della civiltà democratica per inseguire un sogno autoritario. Un potere che non proviene dai padri della Costituzione, ma dai figli dei suoi carnefici. Un potere che non nasce da chi ha scritto con il sangue e la dignità la Repubblica, ma da chi l’ha sempre disprezzata. È il potere dell’elefantessa Meloni, guida di un governo allergico al diritto, insofferente ai limiti, ossessionato dal controllo e determinato a gettare nella fogna ogni ostacolo posto dalla civiltà giuridica.

Il 22 maggio 2025, Giorgia Meloni ha reso pubblica una lettera collettiva, priva di destinatario ma gravida di significato politico. Con essa, assieme a otto capi di governo europei – tutti provenienti da quell’estrema destra che si traveste da democrazia per meglio colpirla – ha avviato una rivolta senza precedenti contro la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attacco è diretto e sfacciato: la Corte avrebbe osato “limitare” l’azione politica in tema di immigrazione, impedendo espulsioni collettive, respingimenti in mare e deportazioni in Paesi dove si pratica la tortura.

Dietro la maschera di belle parole sullo “Stato di diritto” e la “dignità dell’individuo”, si nasconde la più antica delle menzogne: “Crediamo nei diritti, ma…”. Ma i tempi cambiano. Ma i migranti sono troppi. Ma i giudici sono un ostacolo. Ma noi vogliamo mani libere. È il mantra della restaurazione autoritaria, della regressione giuridica, dell’oblio deliberato della storia. È la negazione del principio fondativo del costituzionalismo moderno: il diritto come limite al potere, non come suo complice.

Questa offensiva non è isolata. È parte di un disegno più ampio, più torbido, più inquietante. La destra di governo, figlia spirituale del fascismo storico, manifesta con sempre maggiore arroganza il desiderio di sottrarre ogni decisione al vaglio del diritto, ogni azione al giudizio della legalità internazionale. È il medesimo impianto ideologico che consente oggi all’Italia di continuare a intrattenere relazioni militari con Israele, malgrado quattro pronunce della Corte Internazionale di Giustizia abbiano riconosciuto violazioni delle misure urgenti contro il genocidio a Gaza. È lo stesso filo rosso che lega l’aggressione ai giudici all’omertà istituzionale verso lo sterminio in Palestina.

C’è un passo che distingue una democrazia da un regime: la possibilità di agire entro i confini della legge, anche quando questa impone limiti scomodi. Quando quei limiti vengono demonizzati, quando si preferisce la forza bruta alla giurisdizione, quando si rispolverano fantasmi del passato con il volto rassicurante della “governabilità”, allora bisogna dirlo senza ambiguità: siamo davanti a un tentativo di restaurazione autoritaria.

La nostra Costituzione, nata dal sangue della Resistenza, stabilisce in modo inequivocabile che l’Italia “ripudia la guerra” e “accoglie i principi del diritto internazionale”. Non sono dichiarazioni d’intenti: sono vincoli. Vincoli che impediscono all’Italia di collaborare con chi commette crimini di guerra. Vincoli che obbligano ogni governo, anche il più reazionario, a rispettare la dignità umana. Vincoli che oggi Meloni e i suoi sodali tentano di spezzare con un ghigno neofascista, rispolverando la retorica del nemico, la propaganda dell’assedio, il culto del sovrano infallibile.

L’elefantessa del potere non dimentica da dove viene. La sua memoria storica è una palude in cui si agitano simboli e nostalgie di un tempo buio, quello del manganello e dell’olio di ricino, quello delle leggi razziali e del confino, quello della guerra fascista e della censura. Questo governo porta impressa una macchia indelebile, la stessa che l’antifascismo storico ha giurato di non lasciare più salire al potere. E invece eccoli: si sono travestiti da democratici, ma restano figliastri di un’ideologia criminale.

Noi non staremo fermi. Non assisteremo in silenzio alla demolizione dello Stato di diritto. Non lasceremo che la civiltà giuridica venga annientata da chi la teme. La nostra risposta sarà costituzionale, ma sarà implacabile. Difenderemo le Carte, i giudici, i diritti, le minoranze, le vittime. Non cederemo un centimetro al nuovo autoritarismo, che indossa i panni del populismo per nascondere la brama di dominio.

Resisteremo. Con le parole e con le azioni. Con la cultura e con la lotta. Con la memoria e con la denuncia. E se necessario, come i partigiani del secolo scorso, sporgeremo le mani nella fogna da cui riemerge oggi il fascismo travestito, e lo ributteremo nel luogo che gli è congeniale.

Perché la Costituzione non è un pezzo di carta. È il giuramento di un popolo che ha scelto di non essere mai più schiavo. E questo giuramento, finché avremo voce, continueremo a pronunciarlo.

Processo al soccorso: quando la giustizia criminalizza l’umanità e premia la tortura

Il mondo si è capovolto. Nel Mediterraneo, oggi, salvare vite è diventato un atto criminale, perseguito con un accanimento giudiziario senza precedenti. E mentre si celebrano processi grotteschi contro chi rispetta le leggi del mare, si continuano ad ignorare sistematicamente i crimini veri: quelli commessi nei lager della Libia, dove uomini, donne e bambini vengono stuprati, torturati e annientati nella dignità, mentre chi dirige quei centri di detenzione viene premiato con voli di Stato e accompagnamenti ufficiali. È questo il paradosso agghiacciante della nostra epoca, cristallizzato nel processo che si aprirà a Ragusa il prossimo 21 ottobre contro Luca Casarini e gli attivisti di Mediterranea Saving Humans.

Luca Casarini, Alessandro Metz, Beppe Caccia e l’equipaggio della Mare Jonio non hanno fatto altro che rispettare la più antica delle leggi del mare: soccorrere chi è in difficoltà. Ma per il giudice Eleonora Schirinà, quel gesto di umanità si traduce in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina con la ridicola aggravante del profitto. Quale profitto? Una donazione ricevuta otto mesi dopo il salvataggio dalla Maersk, società armatrice della petroliera Etienne, che era rimasta intrappolata per ben 38 giorni in mezzo al mare, ostaggio dell’inerzia e della vigliaccheria delle autorità maltesi ed europee, inclusa quella italiana.

Nonostante la stessa Maersk, gigante danese dei trasporti marittimi, abbia chiaramente e ripetutamente dichiarato che quella somma di 125.000 euro era semplicemente una donazione in segno di riconoscimento e solidarietà, per la procura quella è diventata la prova di un assurdo reato: un soccorso “su commissione”.

È importante ricordare in che condizioni disperate si trovassero i naufraghi a bordo della petroliera Etienne nell’estate del 2020: ostaggi di un estenuante rimpallo di responsabilità tra Malta, Italia e altri Stati europei, con ripetuti episodi di autolesionismo e persone che, spinte da disperazione estrema, si lanciavano in mare per tentare di raggiungere la salvezza o la morte. Fu allora che intervenne Mare Jonio, evitando che la vicenda si trasformasse in un’ecatombe in diretta sotto gli occhi complici dell’Europa.

Ma chi salva vite non è solo perseguitato dalle procure. Mediterranea e Casarini sono stati anche bersaglio di un controllo spionistico di Stato attraverso l’inquietante spyware Paragon Graphite, rivelato di recente, con cui servizi e istituzioni hanno intercettato illegalmente gli attivisti e gli equipaggi delle ONG. Un sistema degno di regimi autoritari che mostra l’accanimento del governo italiano non contro i trafficanti, ma contro chi protegge i più vulnerabili e denuncia i veri crimini commessi alle porte d’Europa.

E mentre gli attivisti che salvano vite vengono sorvegliati, intercettati e criminalizzati, chi organizza e gestisce veri e propri lager, come nel caso dell’inquietante figura di Bija Almasri, torna tranquillamente a casa accompagnato da un volo ufficiale del governo italiano. Almasri, potente capo milizia libico noto per essere implicato in traffici di esseri umani e nelle atroci violenze nei centri di detenzione, è stato infatti ricevuto in Italia nel 2017 con tanto di visto ufficiale, scortato e trattato come un interlocutore affidabile. Una vergogna italiana ed europea che pesa come un macigno sulla coscienza collettiva.

Il processo di Ragusa, quindi, non è solo contro Casarini e Mediterranea. È un processo contro chi ancora crede nella solidarietà umana, contro chi non chiude gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate con la complicità attiva o passiva dei governi europei. È un processo che vuole intimidire e distruggere le ONG per coprire le vergogne di una politica incapace di affrontare le proprie responsabilità.

Ma sarà soprattutto un processo all’omissione di soccorso. Ministri e autorità saranno obbligati a spiegare perché per quasi quaranta giorni ventisette persone, tra cui una donna allo stremo delle forze, furono lasciate nell’abbandono, dimenticate da Malta, ignorate dall’Italia, lasciate alla deriva da un’Europa cinica e spietata.

Questo è il vero scandalo: la criminalizzazione di chi salva e l’impunità garantita a chi lascia morire. Ed è proprio su questo che si giocherà la battaglia di Ragusa. Mediterranea non arretra e Casarini promette di trasformare quel processo nella più grande denuncia pubblica contro la disumanità istituzionale.

Questa non è giustizia. Questo è un processo alla coscienza civile, al diritto internazionale, all’umanità stessa. È il mondo alla rovescia, dove l’Europa si perde nel mare del suo cinismo e rischia di affondare definitivamente, trascinando con sé ciò che resta della sua anima.

“Il sorriso del complice: l’Italia che volta le spalle a Gaza”

Quando in Parlamento si sorride davanti a 50.000 morti, non siamo più solo di fronte a una crisi diplomatica, ma a una vergogna nazionale. La giornata infuocata a Montecitorio, segnata dall’informativa del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla strage in corso a Gaza, ha mostrato senza più veli il volto ipocrita e pavido di un governo che si professa “equilibrato”, ma che nei fatti si dimostra complice di un genocidio in diretta.

Tajani, con toni apparentemente più duri del solito, ha dichiarato che “i bombardamenti devono finire”, che “l’espulsione dei palestinesi non è un’opzione accettabile”, e che “le morti innocenti indignano le coscienze”. Ma si è ben guardato dal pronunciare il nome del mandante di questa carneficina: Benjamin Netanyahu. Un silenzio assordante, che le opposizioni non hanno mancato di denunciare come paura politica, viltà diplomatica e calcolo elettorale.

Nel momento in cui le opposizioni accusavano il governo di essere “complice del genocidio”, Tajani ha avuto il coraggio di sorridere. E quando gli è stato chiesto conto di quelle risate, ha risposto che rideva “degli insulti”. Ma non erano insulti: erano accuse documentate, domande legittime, appelli disperati a prendere posizione contro una carneficina che il mondo intero, tranne pochi vassalli di Washington e Tel Aviv, riconosce come un crimine contro l’umanità.

Non è bastato ricordare i 110 milioni spesi per gli aiuti umanitari, né l’accoglienza di pochi bambini palestinesi. Non si lava con qualche sacco di farina il sangue che scorre lungo le macerie di Rafah. Non basta citare i numeri dell’export di armi per nascondere che gli F-35 israeliani si sono esercitati nei cieli italiani prima di seminare morte su Gaza.

Il governo italiano continua a giocare su un crinale ambiguo, cercando di mantenere un equilibrio impossibile tra il sostegno all’alleato israeliano e la salvaguardia di una reputazione internazionale che si sgretola giorno dopo giorno. Ma in politica estera, come nella vita, non si può stare con le vittime e con i carnefici.

Rifiutarsi di isolare Israele, di sospendere i memorandum militari, di riconoscere lo Stato di Palestina, significa una sola cosa: essere parte del problema, non della soluzione. E chi continua a parlare di “dialogo” mentre si stermina un popolo, non è un pacificatore, ma un complice ben vestito.

Il 7 giugno, le piazze d’Italia si riempiranno di chi rifiuta questa narrazione tossica, di chi non accetta che le istituzioni democratiche sorridano sull’abisso. Perché c’è un tempo per il dialogo e un tempo per la verità. E oggi è tempo di dire, con chiarezza e coraggio: questo governo è parte del genocidio. E come tale, dovrà rispondere non solo alla storia, ma alla giustizia.

Oltre la trappola verde: ecologia, potere e l’inganno sistemico del Capitale

“L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” — Chico Mendes

I. L’oblio strategico: il clima come paravento del disastro ecologico globale

Nel cuore pulsante della crisi planetaria in cui siamo immersi, l’ecologia è divenuta un simulacro, un contenitore svuotato e manipolato a piacimento dal capitalismo globalizzato. L’attenzione mediatica e politica, apparentemente rivolta alla questione ambientale, si concentra in modo quasi esclusivo sul tema del cambiamento climatico, riducendo la complessità sistemica dell’emergenza ecologica a un solo parametro: la temperatura globale. Un simile riduzionismo non è innocuo. Esso permette l’occultamento di decine di crisi parallele e interconnesse: l’inquinamento dei mari, dei suoli e dell’aria, la distruzione della biodiversità, il collasso delle foreste, la contaminazione da microplastiche, l’erosione dei suoli fertili, la devastazione del permafrost.

Ci troviamo di fronte a un processo di rimozione sistematica, orchestrato non dall’ignoranza ma dalla convenienza. Ridurre l’ecologia a “clima” consente al Capitale di evitare ogni discussione sulla sua natura predatoria e di proporre soluzioni che, pur mantenendo inalterata la logica produttivistica, si presentano come “verdi”. Una Babele comunicativa deliberata, in cui si perde ogni possibilità di lettura strutturale dell’ecocidio in atto.

II. Il negazionismo funzionale e la propaganda fossile

In questo quadro di semplificazione strategica, il negazionismo climatico non nasce dalla stupidità o dalla disinformazione, ma da un preciso assetto di potere. Le lobby dei combustibili fossili — come la Koch Industries negli Stati Uniti — hanno investito miliardi in propaganda pseudoscientifica per negare l’impatto antropico sul clima. Sotto la maschera del “realismo” economico, si è alimentata per decenni l’idea che l’attività umana sia irrilevante, che tutto rientri nella normalità delle ere geologiche.

Ma la realtà dei dati parla chiaro: le attuali variazioni climatiche non sono cicliche, ma accelerate artificialmente da oltre un secolo e mezzo di produzione industriale iperintensiva. Le temperature, le concentrazioni di CO₂, la fusione dei ghiacciai e i modelli meteorologici estremi sono tutti segni inequivocabili di un nuovo paradigma ecologico: l’Antropocene — o meglio, il Capitalocene.

Il vero obiettivo del negazionismo non è quello di “scoprire la verità”, ma di paralizzare l’azione politica, congelare la coscienza critica e mantenere in vita il modello energetico estrattivista che alimenta le oligarchie globali.

III. Il controllo sociale travestito da etica verde

Paradossalmente, anche alcune frange del dissenso si sono lasciate intrappolare in letture superficiali del discorso ecologista. La sacrosanta critica al green pass e alla gestione autoritaria della pandemia ha generato in certi ambienti un’irrazionale diffidenza verso qualsiasi discorso ecologico, temendo che la “crisi climatica” fosse solo un nuovo pretesto per instaurare forme più pervasive di controllo sociale.

Questa paura, sebbene comprensibile in tempi di “governamentalità d’emergenza”, rischia però di confondere la causa con l’effetto: non è l’ecologia a generare l’autoritarismo, ma un sistema di potere che strumentalizza ogni crisi — sanitaria, ambientale, migratoria — per consolidare il proprio dominio.

Nel gioco delle emergenze infinite, l’ambiente diventa il nuovo terreno per giustificare politiche di disciplinamento digitale, restrizioni alla mobilità e nuove diseguaglianze, sempre in nome di una “salvezza” definita dall’alto. Eppure, questa finta eticità ecologista è funzionale a spegnere ogni opposizione sistemica: ti dicono come consumare, non ti permettono di chiedere perché si consuma così tanto.

IV. Fossile o verde, purché sia profitto: l’equivoco dell’ecologia capitalista

Siamo così giunti al cuore del problema: il conflitto non è tra energia pulita e sporca, tra benzina e fotovoltaico, tra auto a diesel e auto elettriche. Il vero conflitto è tra produzione capitalistica e sostenibilità planetaria. Sia il vecchio paradigma fossile che il nuovo “green” si fondano su un presupposto identico: l’infinita crescita materiale in un pianeta finito. Anche le rinnovabili, se inserite in un modello produttivo illimitato, non fanno che spostare la soglia dell’insostenibilità più in là, ma non la eliminano.

Le “energie pulite” richiedono terre rare, miniere devastanti, nuove rotte di sfruttamento nel Sud globale. Nulla cambia nel paradigma della rapina, se non i protagonisti industriali.

Come già scriveva Giorgio Nebbia, è fisicamente impossibile una società a emissioni zero in un contesto capitalista: si può solo aspirare a un modello “meno insostenibile”, ma solo uscendo dal dogma della proprietà privata delle risorse naturali e della mercificazione universale del vivente.

V. Il grande rimosso: la questione ecologica come questione di potere

La rimozione del discorso ecologico dal dibattito pubblico — se non come patina estetica da pubblicità aziendale — è uno degli atti più violenti del nostro tempo. In questa rimozione si cela una consapevolezza repressa: se davvero affrontassimo la questione ambientale alla radice, dovremmo riscrivere ogni aspetto del nostro vivere. Dalla produzione al consumo, dalla mobilità alla distribuzione della ricchezza, fino al modo in cui concepiamo il tempo, il lavoro e la felicità.

La crisi ambientale è una crisi di civiltà. E come tale, impone una domanda ineludibile: a chi appartiene il pianeta? A pochi padroni privati o all’intera umanità? Se il globo è proprietà di azionisti e fondi di investimento, ogni soluzione sarà parziale, strumentale, iniqua.

VI. L’utopia della sopravvivenza: socializzare la Terra per salvarla

Marx lo diceva con chiarezza: nessuna società possiede realmente la Terra, ne è solo custode per le generazioni future. Solo superando il paradigma della proprietà privata delle risorse naturali potremo costruire un modello sostenibile — ecologicamente, economicamente, spiritualmente.

Questo significa rovesciare la piramide dei bisogni: passare dal diritto di comprare al diritto di respirare; dal feticcio dell’oggetto all’armonia del vivente. Ma ciò implica una lotta titanica contro il sistema stesso: un capitalismo che si difende con apparati bellici, propaganda massiva, manipolazione digitale, anestesia sociale.

I movimenti ecologici, sociali, decoloniali, femministi, contadini, indigeni lo sanno. Lo hanno sempre saputo. Ed è forse nel punto più oscuro della crisi — nella convergenza tra devastazione ambientale e repressione sociale — che si aprono le crepe da cui può filtrare un altro futuro.

VII. Il nemico è sistemico. La risposta dev’essere globale, radicale, umana

Il Capitale è polimorfo, tentacolare, dissimulato. Identificarlo con precisione è oggi difficile, ma necessario. Non è solo la Exxon o la Volkswagen, non è solo Amazon o Nestlé. È una forma di razionalità mortifera che ha colonizzato la politica, la finanza, la scienza, persino l’immaginazione.

Ecco perché serve una nuova grammatica della lotta: un’alleanza planetaria tra le soggettività colpite, un fronte di liberazione del vivente che unisca il grido della Terra con quello degli ultimi. Non una transizione ecologica tecnocratica, ma una rivoluzione ecologica, sociale e culturale.

La sfida è immensa. Ma l’alternativa è il collasso. Come diceva Bookchin, non si può convincere un sistema che vive di crescita a smettere di crescere. Si può solo superarlo.

Conclusione: salvare la Terra è salvarci da noi stessi — o meglio, da ciò che siamo diventati sotto il dominio del Capitale

Non possiamo più permetterci di pensare la questione ecologica come qualcosa di separato dalla giustizia sociale, dalla democrazia reale, dalla lotta di classe. L’ecologia non è una nicchia per anime belle o un campo da coltivare in pace: è il campo di battaglia del nostro tempo.

E allora, l’unica vera transizione è quella che va dal capitalismo alla cooperazione planetaria, dalla proprietà privata alla cura condivisa, dal dominio all’equilibrio. Perché, come disse un contadino dell’Amazzonia prima di essere ucciso: “Ambiente non è solo foresta. Ambiente è anche il posto dove si mangia, si cresce, si ama. Ambiente è vita.”

E la vita — tutta la vita — non può più attendere.

“Sfamare gli affamati con le briciole: il genocidio per fame nella Gaza occupata”

In un angolo del mondo devastato dal fuoco e dalla menzogna, si consuma in queste ore uno dei capitoli più infami dell’umanità moderna: l’assedio della fame. Gaza, devastata da mesi di bombardamenti e da un embargo che non lascia scampo, sta morendo lentamente. Ma non solo per le bombe. Sta morendo per fame, per sete, per la sistematica negazione del diritto alla sopravvivenza.

L’ultimo episodio, grottesco e tragico, ha visto una folla disperata assaltare un centro di distribuzione di aiuti umanitari allestito dalla contestata fondazione GHF – braccio operativo del nuovo piano israelo-statunitense per “gestire” gli aiuti, dopo la delegittimazione dell’ONU. Un’operazione tanto pubblicizzata quanto fallimentare. I contractor americani, messi a sorvegliare i punti di consegna come se si trattasse di depositi militari e non di centri di soccorso, hanno aperto il fuoco in aria per disperdere la folla. Ma non c’era nulla da disperdere: c’erano solo corpi denutriti, bambini senza più voce, madri che lottano per una manciata di farina.

Secondo le stime più recenti, oltre un terzo della popolazione non riesce neppure a raggiungere i centri di distribuzione: sono troppo deboli per camminare, o sono tagliati fuori dai percorsi per via dei bombardamenti o delle barriere militari. È una fame pianificata, una morte lenta costruita a tavolino. Questo non è solo un disastro umanitario: è un crimine di guerra, è una strategia genocidiaria che agisce per sottrazione, per deprivazione, spegnendo giorno dopo giorno ogni possibilità di vita.

Le immagini che arrivano da Rafah sono strazianti. I camion arrivano scortati, pochi, blindati, insufficienti. Le ONG internazionali denunciano: gli standard minimi non sono rispettati, i convogli restano bloccati per giorni, mentre Tel Aviv e Washington accusano l’ONU di inefficienza, capovolgendo la realtà. Sono oltre 400 i camion bloccati al valico di Kerem Shalom, mentre nei magazzini le scorte marciscono e nelle strade i bambini cadono per la debolezza.

Nel frattempo, Hamas distribuisce aiuti nei quartieri più colpiti, provando a riempire il vuoto lasciato da una comunità internazionale incapace di agire. Le tensioni tra i gruppi locali e i mercenari armati che presidiano i centri di distribuzione esplodono in violenze. Alcuni saccheggiatori sono stati giustiziati da Hamas, altri sono morti sotto il fuoco israeliano.

E intanto, da Gerusalemme a Damasco, si parla di pace. Una “pace” che si negozia a spese dei morti, con Gaza offerta come pegno per normalizzare i rapporti con Siria e Arabia Saudita. Ma quale pace può nascere se non si pacifica la fame? Se la popolazione muore perché le viene negato un sacco di riso?

Questo è un genocidio che non fa rumore. Un genocidio per fame, un genocidio per abbandono. Un genocidio che si compie ogni volta che un bambino muore con lo stomaco vuoto e il mondo gira la testa dall’altra parte.

Nessuna tregua avrà valore se non parte da un’assunzione di responsabilità: la fame è un’arma, e chi la usa, chi la permette, chi la giustifica, è complice del crimine più grande.

Serve un corridoio umanitario reale, gestito da organismi imparziali e protetto dal diritto internazionale. Ma soprattutto serve la verità: non si può più chiamare “crisi umanitaria” ciò che è a tutti gli effetti una pulizia etnica per inedia.

“Terra bruciata: l’ultima crociata coloniale di Israele in Cisgiordania”

La Palestina sta scomparendo. Non metaforicamente, ma letteralmente. Sotto i nostri occhi, palmo dopo palmo, villaggio dopo villaggio, la terra che da secoli appartiene ai palestinesi viene confiscata, saccheggiata, occupata. Durante il massacro a Gaza, durante i bombardamenti che stanno radendo al suolo scuole, ospedali e interi quartieri residenziali, il governo israeliano sposta il fronte del suo progetto etno-nazionalista sulla Cisgiordania, cuore geografico e simbolico della Palestina.

L’ultimo passo è stato silenzioso, burocratico, invisibile agli occhi del mondo anestetizzato: il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato la prima registrazione formale delle terre della Cisgiordania dal 1967, data dell’occupazione militare. In apparenza un atto amministrativo, nella sostanza un’arma di distruzione etnica. Il registro fondiario sarà nelle mani di Tel Aviv, non dei legittimi proprietari palestinesi. È il preludio alla legalizzazione di ciò che è già stato usurpato con la forza: colonie illegali, avamposti militari, insediamenti che sorgono come metastasi nel corpo vivo della Palestina.

Questo è il volto odierno della pulizia etnica: non più solo bulldozer, ma atti notarili; non solo esercito, ma catasto. Non servono più le ruspe per demolire le case: basta cancellare un nome da un registro, sostituirlo con un altro. È l’apartheid che si fa algoritmo, la colonizzazione che indossa la maschera dell’abuso legalizzato.

Chi tace ora, sarà complice domani. I governi occidentali che continuano a fornire armi, i media che parlano di “conflitto” quando c’è un solo esercito e milioni di civili sotto assedio, gli intellettuali che pesano le parole per non urtare gli equilibri diplomatici: tutti sono parte del meccanismo.

Israele non sta solo punendo Gaza. Sta completando il sogno mai sepolto del sionismo revisionista: l’eliminazione della Palestina dalla geografia e dalla storia.

E lo fa con il silenzio-assenso della comunità internazionale, troppo impegnata a difendere la “democrazia liberale” di Tel Aviv per accorgersi che questa democrazia si fonda sull’apartheid, sull’esproprio sistematico e sullo sterminio culturale di un intero popolo.

Il progetto è chiaro: frantumare la Cisgiordania in enclavi isolate, separare le comunità palestinesi con barriere, posti di blocco, strade per soli israeliani, e infine completare l’annessione de facto, con la benedizione delle leggi dello Stato ebraico. Gaza, con i suoi morti insepolti, serve come monito. Ma è in Cisgiordania che si gioca la partita definitiva: la cancellazione con l’abuso legale e irreversibile della Palestina.

Israele chiama questa operazione “sicurezza”. Ma la sicurezza non può fondarsi sull’umiliazione e sulla negazione dell’altro. È dominio, è apartheid, è colonialismo del XXI secolo. E se l’Europa tace, se gli Stati Uniti firmano assegni in bianco a Tel Aviv, allora saremo ricordati come la generazione che ha assistito inerte a un genocidio annunciato.

La registrazione delle terre in Cisgiordania non è un atto tecnico: è un colpo di grazia alla possibilità di uno Stato palestinese. È la pietra tombale sulla soluzione dei due popoli. È l’istituzionalizzazione del furto, l’appropriazione indebita mascherata da legge, l’esproprio illegale camuffato da norma. Un abuso della legalità, piegata e riscritta per servire un disegno coloniale. Un’operazione in cui la violenza si traveste da burocrazia, e l’oppressione da procedura.

A Gaza si muore tra le macerie. In Cisgiordania si muore di esilio. Di un esilio nuovo, sottile, l’abuso legale. Un esilio dove ti rubano la casa con un timbro, dove ti cacciano con una sentenza. Ma l’effetto è lo stesso: sparire.

Serve alzare la voce, manifestare, chiamare le cose con il loro nome: Israele sta compiendo una pulizia etnica pianificata, con strumenti militari, politici e abusi legali. E se non la fermiamo oggi, domani sarà troppo tardi. Non ci sarà più una Palestina da difendere. Solo archivi, memorie e macerie.

“Se questo non è un genocidio, allora cos’è?”

Gaza, tra distruzione programmata e silenzio complice

Nel mondo delle parole che uccidono o salvano, genocidio è una delle più potenti. Coniata nel 1944 da Raphael Lemkin per descrivere lo sterminio nazista degli ebrei, è oggi incastonata nel diritto internazionale attraverso la Convenzione ONU del 1948. Ma ciò che sta accadendo in Palestina – in particolare a Gaza – può e deve essere chiamato con questo nome.

Secondo l’articolo II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, genocidio è:

“Qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.”

Un atto che si traduce in:
• Uccisioni sistematiche;
• Lesioni fisiche o mentali gravi;
• Condizioni di vita tese a portare alla distruzione del gruppo;
• Misure per impedire nascite;
• Trasferimento forzato di bambini.

Ora domandiamoci: non è esattamente ciò che sta accadendo ai palestinesi di Gaza?

L’intento genocidario è dichiarato

Non serve scavare nei documenti segreti. Basta ascoltare le parole pubbliche dei ministri del governo israeliano.
• “Gaza deve essere cancellata dalla faccia della terra.” (Bezalel Smotrich)
• “Devono scegliere: espulsione volontaria o morte.” (Itamar Ben Gvir)
• “Stiamo combattendo contro animali umani.” (Yoav Gallant)
• “Gaza va resa inabitabile.” (Giora Eiland)

Non si tratta di scivoloni retorici. Sono dichiarazioni ufficiali, da parte di chi guida uno Stato che dispone del quarto esercito più potente del mondo. Chi pronuncia parole del genere e poi agisce di conseguenza, sta scrivendo il copione di un genocidio annunciato.

Gli atti materiali: la distruzione sistematica
• Oltre 35.000 morti, di cui la maggior parte donne e bambini. La percentuale di minori tra le vittime ha superato il 50%.
• Ospedali, scuole, università rasi al suolo.
• Quartieri interi annientati.
• Assedio totale: niente acqua, luce, carburante, medicinali, né cibo.
• Carestia indotta come arma. Bambini morti di fame a Khan Younis, Rafah, Gaza City.
• Ordini di evacuazione che conducono a bombardamenti su civili in fuga.

Cancellare un popolo dalla geografia, dalla cultura, dalla memoria. Questo è genocidio.

Il giudizio della giustizia internazionale

Il 22 dicembre 2023, il Sudafrica ha portato Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio.
Il 26 gennaio 2024, la Corte ha riconosciuto la plausibilità delle accuse e ordinato misure provvisorie per prevenire il genocidio.

In altre parole: il genocidio non è più un’ipotesi militante. È sul tavolo della giustizia internazionale.

L’obbligo di chiamarlo per nome

Ogni volta che diciamo “conflitto”, “scontro”, “rappresaglia”, ci stiamo arrendendo a una narrazione ambigua. Ma non c’è ambiguità nei numeri, nelle parole, nei cadaveri minuscoli estratti dalle macerie.

Chiamarlo genocidio non è ideologia. È dovere. Etico, umano, giuridico. È l’unico modo per restare umani di fronte alla disumanizzazione sistematica di un popolo.

Perché se questo non è un genocidio, allora cos’è?

Il giornalismo che distorce: tra fact-checking selettivo, accuse strumentali e servi del potere

Con un monito dalla storia: Joseph Goebbels, Aktion T4 e il potere della menzogna

In un’epoca in cui l’informazione dovrebbe essere un faro di verità, assistiamo quotidianamente a episodi che sollevano interrogativi profondi sulla deontologia giornalistica e sull’uso distorto delle notizie. Tre fatti recenti raccontano molto più di quanto sembri: la gestione manipolatoria della notizia sulla dottoressa palestinese Alaa Al-Najjar, lo scontro televisivo tra Italo Bocchino e Rula Jebreal, e le sconcertanti ammissioni del direttore Sallusti. A queste vicende va affiancata una riflessione più ampia, inquietante ma necessaria, sul ruolo della propaganda ieri e oggi. Perché quando la parola mente, il sangue scorre. E la storia lo ha già dimostrato.

  1. La tragedia della pediatra e la “verità” piegata ai pixel

Il sito Open, diretto da Enrico Mentana e presentato come avamposto del fact-checking, ha pubblicato un articolo che avrebbe dovuto raccontare la devastante storia della pediatra palestinese Alaa Al-Najjar, cui l’esercito israeliano ha sterminato il marito e nove dei dieci figli. Eppure, quasi nulla nell’articolo parla del dolore, della violenza, del crimine. Il focus si sposta invece su una fotografia non autentica. La notizia? Relegata nelle ultime righe, in fondo, dove pochi leggono.
Il titolo e il sottotitolo lasciano intendere che l’intero fatto sia una fake news, quando è invece ampiamente documentato. È un trucco noto: spostare l’attenzione dal fatto alla cornice, dal contenuto alla forma, per annientare l’effetto emotivo e alterare il giudizio. È manipolazione editoriale allo stato puro, consapevole e velenosa.

Non è solo una scelta discutibile: è un crimine contro la verità. Perché in un mondo dove milioni di persone si fermano al titolo, chi scrive sa perfettamente che la manipolazione più efficace è quella che non sembra tale. E quando il giornalismo smette di informare per depistare, non è più giornalismo. È propaganda.

  1. Bocchino contro Jebreal: quando la menzogna diventa arma d’accusa

Durante la trasmissione Accordi e Disaccordi, Italo Bocchino ha accusato la giornalista Rula Jebreal di essere “profondamente antisemita”. Un’accusa infame e strumentale, rivolta a una donna che ha parte della propria famiglia sterminata ad Auschwitz, cresciuta in Israele, da sempre impegnata nella lotta contro ogni forma di odio.
La risposta di Jebreal è stata veemente, come meritava: ha definito Bocchino “pazzo, ubriaco, una vergogna umana, l’hobbista di m…”. Ma il problema non è solo lui: è l’intero sistema che consente che si possa delegittimare chi denuncia un genocidio, accusandolo di antisemitismo.

Questa è una strategia studiata: usare l’Olocausto come scudo per impedire qualsiasi critica al governo di Israele, anche quando commette crimini contro l’umanità. È un oltraggio alle vittime della Shoah. È un insulto alla memoria. È un altro modo per riscrivere la realtà con parole tossiche.

  1. Sallusti e la carriera regalata: l’estetica dell’ignoranza

Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, ha dichiarato in televisione, con candida arroganza, di non aver mai conseguito la maturità, di non essere stato ammesso nemmeno all’esame, e di aver fatto carriera solo grazie a raccomandazioni.
In un Paese normale, un’affermazione del genere basterebbe per far dimettere chiunque da ogni incarico pubblico. Ma in Italia, invece, si viene premiati. Perché i servi del potere non devono essere competenti: devono essere obbedienti. Non devono dire la verità: devono saperla nascondere. E Sallusti è l’incarnazione perfetta di questo modello.

Questi tre casi non sono episodi isolati, ma frammenti di un unico sistema che ha trasformato l’informazione in un’arma, la menzogna in una virtù e l’ignoranza in curriculum.

Goebbels, Aktion T4 e il paradosso del bugiardo storpio

A questo punto, il richiamo alla figura storica di Joseph Goebbels non è una forzatura retorica, ma un monito necessario. Goebbels, ministro della propaganda nazista, è stato il più raffinato manipolatore del XX secolo. Disse:

“Una menzogna ripetuta mille volte diventa verità.”

Goebbels era affetto da una malformazione al piede destro causata dalla poliomielite, che gli provocava una zoppia vistosa. Ma anziché convivere dignitosamente con la sua disabilità, mentì persino sulla sua condizione fisica, spacciandola per una ferita di guerra, nonostante non avesse mai partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La menzogna era il suo corpo, il suo linguaggio, il suo mestiere.

Ed è qui che il paradosso si fa tragico: Goebbels, uomo disabile, fu tra i principali artefici dell’Aktion T4, il programma di sterminio sistematico dei disabili, il primo genocidio perpetrato dal regime nazista. Bambini, malati, persone con disturbi psichici, ciechi, sordi: furono i primi a essere uccisi. Non negli anni della guerra totale, ma prima.
Il nazismo testò le sue camere a gas sui corpi dei più fragili.

E Goebbels, disabile, firmava. Acconsentiva. Organizzava. Non provò alcuna pietà, né senso di appartenenza. Anzi, tradì sé stesso e tutti coloro che condividevano con lui l’esperienza dell’esclusione. Fu il disabile al servizio della distruzione dei disabili. Una delle forme più basse di abiezione umana.

È importante sottolineare questo punto: la condanna a Goebbels non è sulla sua disabilità, ma sull’uso che fece del proprio corpo e della propria menzogna per servire un’ideologia di sterminio. Le persone disabili sono ogni giorno in prima linea per affermare diritti, empatia, umanità. Goebbels è stato il traditore della sua stessa condizione.

Contro la propaganda, in nome della verità

Oggi, come allora, la menzogna si maschera da informazione.
Oggi, come allora, ci sono Goebbels che camminano tra noi: sorridono nei talk-show, firmano editoriali, rilanciano accuse senza prove, distorcono immagini, ridicolizzano la sofferenza altrui.

La nostra voce deve opporsi. Con forza. Con orgoglio. Con coscienza.
Perché ogni volta che una verità viene uccisa, un innocente muore una seconda volta.

E allora, se un Dio c’è — come ho scritto in un mio post —
li incenerisca.
E se non c’è, che almeno la Storia si incarichi di ricordare i nomi dei complici, dei servi sciocchi, degli impiegati della menzogna.

Noi non dimentichiamo.
Noi non arretriamo.
Noi non ci inchiniamo.