Una parola contro i più fragili: la cura che si vorrebbe far pagare

1. Il corpo non conosce burocrazia

C’è un uomo in un letto. Ha l’Alzheimer, e da mesi non riconosce più i volti dei figli. Oppure è un giovane tetraplegico assistito a casa, il corpo immobile e la mente lucidissima. Oppure è una donna anziana in una residenza sanitaria, che ha bisogno di essere lavata, nutrita, girata nel letto ogni poche ore perché la pelle non si pieghi in piaghe. Per queste persone non esiste alcuna differenza tra la medicina che le tiene in vita e la mano che le aiuta a mangiare. Il loro corpo non conosce quella distinzione. Non sa che cosa sia una prestazione «sanitaria» e che cosa una prestazione «socio-assistenziale». Sa soltanto di avere bisogno, ogni ora, di entrambe, e che senza l’una l’altra non serve a niente.

Eppure una frase, scritta in un emendamento depositato al Senato della Repubblica, ha provato a inventare quella differenza. Lo ha fatto con un’arma piccolissima, quasi invisibile: una parola sola. La parola «esclusivamente». Bastava aggiungerla al posto giusto, dentro una legge del 1983, perché lo Stato potesse dire a migliaia di famiglie: la parte medica la pago io, il resto pagatelo voi; e se non potete, arrangiatevi. Quell’emendamento, va detto subito con onestà, è stato poi ritirato. Non è diventato legge. Ma sarebbe un errore archiviare la vicenda come un falso allarme, perché ciò che non è passato questa volta resta scritto come progetto, come intenzione, come direzione di marcia. E un progetto va conosciuto prima che torni, sotto altro nome, in un altro comma.

2. Che cosa diceva, davvero, quell’emendamento

I fatti, spogliati di ogni enfasi, sono questi. Nel febbraio e nel marzo del 2025, durante l’esame in commissione del disegno di legge 1241 — un provvedimento dal titolo rassicurante, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria» — è stato presentato l’emendamento numero 13.0.400. A firmarlo è stata la senatrice Maria Cristina Cantù, della Lega, che di quel disegno di legge era anche relatrice: un dettaglio non secondario, perché significa che la proposta non veniva da una voce marginale ma dal cuore della maggioranza che governava l’intero provvedimento. Il 6 marzo 2025 l’emendamento è stato approvato nella commissione competente del Senato.

Che cosa faceva, in concreto, quel testo. L’articolo 30 della legge 730 del 1983 stabilisce, da oltre quarant’anni, che siano a carico del fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali. L’emendamento proponeva di riscrivere quella frase inserendo un avverbio: a carico del fondo sanitario nazionale sarebbero stati «esclusivamente» gli oneri delle attività di rilievo sanitario, anche se connesse con quelle socio-assistenziali. Tre erano le conseguenze, e conviene enunciarle una per una. La prima: la separazione netta, normativa, tra la cura medica e l’assistenza alla persona, in modo da poter scaricare la seconda sulle famiglie. La seconda: l’introduzione di un tetto, la quota a carico del servizio sanitario elevabile al settanta per cento nei casi di alta complessità assistenziale, presentata come una concessione ma in realtà un soffitto, perché fissava per legge che il pubblico non avrebbe più dovuto coprire l’intera retta nemmeno nei casi più gravi. La terza, la più pesante sul piano del diritto: una clausola di retroattività, secondo cui le nuove disposizioni si sarebbero applicate anche agli eventuali procedimenti giurisdizionali in essere, cioè anche alle cause già avviate dalle famiglie per farsi rimborsare somme che i giudici avevano riconosciuto come dovute. Non un cambio di regole per il futuro, ma un colpo di spugna sul passato, sulle vertenze in corso, sulle speranze di chi aveva già fatto ricorso.

3. La ritirata non è una resa

Va detto con la stessa chiarezza con cui si denuncia: quell’emendamento non è in vigore. Dopo le proteste di associazioni, sindacati e giuristi, e dopo la presentazione di proposte soppressive da parte dell’opposizione, il testo è stato fermato in commissione nella primavera del 2025. Il disegno di legge 1241 ha proseguito il suo cammino senza quella norma: approvato dal Senato in prima lettura nell’aprile 2025, è poi passato alla Camera dei deputati, dove è tuttora in esame. Chi oggi sostiene che la legge sia già passata dice una cosa non vera, e diffondere un allarme falso è un favore involontario a chi quella norma la voleva davvero.

Ma riconoscere che la ritirata c’è stata non significa concludere che il pericolo non esista. Significa capirlo meglio. Una ritirata tattica non è una conversione. Il disegno politico che ha prodotto quell’emendamento — separare il sanitario dall’assistenziale, mettere un tetto alla spesa pubblica, trasferire il costo sulle spalle delle famiglie — non è stato smentito da nessuno: è stato soltanto, per il momento, accantonato. La stessa logica continua a operare per altre vie, meno clamorose e per questo più efficaci: il definanziamento lento del servizio sanitario, l’innalzamento delle soglie di reddito per accedere alle prestazioni, lo svuotamento delle riforme appena nate. Smontare quella parola, «esclusivamente», serve dunque non a rincorrere una notizia, ma a riconoscere un metodo. Perché tornerà.

4. Il trucco della parola neutra

Il modo in cui un emendamento simile viene presentato è parte integrante del suo funzionamento. Chi lo ha proposto non lo ha mai chiamato taglio. Lo ha chiamato chiarimento, razionalizzazione, intervento per mettere ordine in una materia complessa, per porre fine al contenzioso. Il vocabolario è quello, levigato e neutro, della buona amministrazione. L’avverbio «esclusivamente» viene fatto passare per una precisazione tecnica, quasi una correzione grammaticale, una virgola messa al posto giusto. In realtà quella parola sposta potenzialmente miliardi di euro: dal bilancio pubblico ai conti correnti privati delle famiglie. Non è tecnica. È una scelta di redistribuzione, e fra le più brutali.

Qui si misura una delle caratteristiche del potere nella sua versione contemporanea. Non dichiara guerra ai poveri con un proclama: la conduce con una proposizione subordinata. Non dice che d’ora in poi i malati gravi non abbienti dovranno arrangiarsi: dice che occorre garantire la sostenibilità del sistema e distinguere con rigore le competenze. La violenza viene amministrata, contabilizzata, resa illeggibile. E i mezzi di informazione, in larga parte, hanno trattato la vicenda come un tecnicismo giuridico per addetti ai lavori, una questione di rette e di commi, e non come ciò che era: un attacco frontale al diritto alla salute dei più indifesi. Chiamare le cose con il loro nome — e «esclusivamente», qui, è il nome di un abbandono — è già un atto politico.

5. Chi spingeva, e perché

Nessun emendamento nasce dal nulla. Conviene chiedersi da dove veniva la pressione che lo ha generato. La risposta sta nel rapporto, ormai logoro, tra la giurisprudenza italiana e gli interessi di chi gestisce le residenze per anziani e per persone con disabilità. Negli ultimi quindici anni la Corte di Cassazione ha costruito, sentenza dopo sentenza, un orientamento solido e umano: quando in un malato grave — un anziano con demenza, una persona con una patologia neurodegenerativa — la cura sanitaria e l’assistenza quotidiana sono talmente intrecciate da non poter essere separate, allora l’intero costo del ricovero è a carico del servizio sanitario nazionale, e per la famiglia la prestazione è gratuita. Pronunce come quelle del 2016, del 2017, del 2021, del 2023 e ancora del dicembre 2024 hanno reso questo principio un punto fermo del diritto. Per migliaia di famiglie quelle sentenze hanno significato il rimborso di rette pagate ingiustamente, talvolta per anni.

Ogni vittoria di una famiglia, però, è un costo per chi gestisce la struttura. E in un sistema in cui le residenze sono sempre più spesso imprese private accreditate, quel costo è un margine eroso, un profitto che diminuisce. L’emendamento 13.0.400 è stato, in sostanza, la risposta legislativa del capitale privato a una giurisprudenza che non riusciva a piegare nei tribunali. Non potendo vincere le cause, si è tentato di cambiare la legge sotto le cause, di renderle inutili anche dopo essere state vinte. Il tetto del settanta per cento va letto in questa luce: spacciato per generosità, era in verità una garanzia di rendita. Stabiliva che una quota di quel costo sarebbe rimasta per sempre, strutturalmente, a carico della famiglia o del privato cittadino. Trasformava un diritto pieno in una prestazione parziale, e una parzialità in legge.

6. La cura come campo di classe

C’è un dato che chiarisce ogni cosa, e che la narrazione tecnica si guarda bene dal mettere in primo piano: un emendamento di quel genere non avrebbe colpito tutti allo stesso modo. Chi è ricco continua a non avere problemi. La retta di una residenza sanitaria assistenziale può superare i tremila euro al mese: più di molte pensioni, più di molti stipendi, una cifra che una famiglia benestante paga senza accorgersene e che una famiglia normale non può sostenere se non vendendo la casa, indebitandosi, o rinunciando del tutto a una cura dignitosa per il proprio caro. La frontiera tra sanitario e assistenziale non è una frontiera tecnica: è una frontiera di classe. Ogni volta che la si sposta, qualcuno dalla parte sbagliata di quella linea viene lasciato indietro.

L’Italia, su questo terreno, è già oggi tra i peggiori in Europa. Le famiglie italiane coprono di tasca propria circa il ventitré per cento della spesa sanitaria complessiva, contro una media dell’Unione europea che si attesta intorno al quindici per cento. Siamo già un Paese in cui la salute, di fatto, si compra in misura crescente. Ogni intervento che restringe il perimetro del pubblico — e l’emendamento sull’articolo 30 era esattamente questo — spinge quella percentuale ancora più in alto, verso i livelli dei sistemi di welfare più deboli del continente. Il punto, allora, non è trovare qualche milione in più dentro la stessa logica contabile. Il punto è la logica. La non autosufficienza non è un problema di adeguatezza della spesa: è un problema di redistribuzione, di chi porta il peso della fragilità umana. Una società decide che cosa è nel momento in cui decide chi paga quando un corpo non riesce più a prendersi cura di sé. E far pagare quel corpo a se stesso, alla sua famiglia, al suo reddito, è la scelta più diseguale che si possa compiere.

7. Il lavoro invisibile, e di chi è

Quando lo Stato arretra dal letto di un malato, quello spazio non resta vuoto. Qualcuno lo riempie. E quel qualcuno, in Italia, è quasi sempre una donna. I caregiver familiari nel nostro Paese sono quasi otto milioni; di questi, oltre due milioni e trecentomila assistono un proprio caro per più di venti ore alla settimana, e due terzi non vivono nemmeno nella stessa casa della persona di cui si occupano. La grande maggioranza di loro sono figlie, mogli, sorelle, madri. La cura, quando non è pagata dal pubblico né da un servizio professionale, non scompare: si trasforma in lavoro gratuito estratto dal corpo e dal tempo delle donne. Si traduce in posti di lavoro persi, carriere interrotte, contributi previdenziali che non maturano, pensioni future amputate, isolamento sociale, malattia di chi cura.

È vero che qualcosa, di recente, si è mosso sul piano del riconoscimento. Nel gennaio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, e la legge di bilancio per il 2026 ha istituito un fondo dedicato. Ma i numeri raccontano la verità di quei provvedimenti meglio di qualunque comunicato. Il fondo per i caregiver vale poco più di un milione di euro per il 2026, una cifra che, distribuita su milioni di persone, è poco più di un gesto simbolico. Il contributo economico previsto, fino a quattrocento euro al mese, è riservato a chi assiste per almeno novantuno ore alla settimana, cioè a chi ha trasformato la cura in un lavoro a tempo pieno e oltre, e soltanto entro soglie di reddito molto strette. Lo Stato, con una mano, riconosce a parole il lavoro di cura; con l’altra, attraverso l’emendamento sull’articolo 30, tentava di scaricarne ancora di più sulla famiglia, cioè sulle donne. Il disegno è coerente: la cura va redistribuita, sì, ma non verso gli uomini e non verso il pubblico; va spinta verso il basso e verso l’interno, nella sfera domestica, femminile e non retribuita. Finché non sarà un dovere condiviso — anche dagli uomini, attraverso congedi obbligatori e non cedibili — e una responsabilità pubblica, ogni discorso sulla non autosufficienza resterà un discorso fatto sulla pelle delle donne.

8. Il filo lungo del definanziamento

Sarebbe comodo, e politicamente innocuo, descrivere l’emendamento 13.0.400 come l’iniziativa isolata e un po’ cinica di una singola senatrice. Non lo è. È un nodo dentro un filo lungo. Da oltre un decennio il Servizio Sanitario Nazionale è oggetto di un definanziamento sostanziale: la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica è stata compressa, erosa, tenuta sotto la media dei grandi Paesi europei, in nome dei vincoli di bilancio e della responsabilità. Accanto a questo è cresciuta la sanità privata accreditata, che assorbe una fetta sempre più ampia di risorse pubbliche; si è affacciata l’autonomia differenziata, che minaccia di spezzare il diritto alla salute in venti diritti regionali diseguali; e la stessa riforma della non autosufficienza, la legge delega 33 del 2023, nata con ambizioni serie, è stata poi svuotata dal decreto attuativo del 2024, che ha ridotto la promessa prestazione universale a una sperimentazione minima, riservata agli ultraottantenni con un reddito bassissimo.

L’emendamento sull’articolo 30 appartiene a questa famiglia. È l’espressione più esplicita di una logica neoliberista coerente con se stessa: trasformare la salute da diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione in un servizio calibrato sulla capacità di spesa di ciascuno. E qui occorre dire una cosa scomoda, che la retorica del male assoluto di turno tende a nascondere: questa deriva non è stata costruita soltanto dalla destra di governo. È stata preparata da decenni di austerità accettata come unico realismo possibile, da un moderatismo che ha insegnato agli italiani che non ci sono soldi per la sanità, per la scuola, per l’assistenza, mentre i soldi, puntualmente, si trovavano per il riarmo, per gli aumenti strutturali della spesa militare concordati nei vertici atlantici, per gli sgravi fiscali a chi già possiede. La scarsità non è un fatto di natura: è una scelta politica travestita da contabilità. Ogni volta che si dice che la cura dei più fragili non è sostenibile, si sta compiendo, in realtà, una decisione su quali vite valga la pena di sostenere.

9. Il dovere di non abituarsi

Quell’emendamento, questa volta, non è passato. Ma ci ha detto qualcosa di vero sulle intenzioni di chi governa e sulla direzione verso cui si vuole spingere il Paese. Il pericolo più grande non è una singola frase: è l’abitudine. È abituarsi all’idea che lo Stato possa, legittimamente, arretrare dal letto di chi sta morendo. Abituarsi all’idea che la dignità abbia un prezzo, che la fragilità sia un fatto privato, che la cura sia una merce come un’altra, da comprare se si può e da subire se non si può. Ogni diritto è stato conquistato, nessuno è stato regalato; e ogni diritto che non viene difeso viene lentamente ripreso, una parola alla volta, un comma alla volta.

L’articolo 32 della Costituzione non dice che la salute è garantita a chi se la può permettere. Dice che è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Il compito di una sinistra degna di questo nome non è chiedere qualche milione in più restando dentro la stessa logica che produce gli emendamenti come il 13.0.400. È rifiutare quella logica alla radice: affermare che la cura non è una merce, che il costo della fragilità umana lo porta la comunità intera oppure non lo porta nessuno con giustizia. Verranno altri emendamenti, altre parole apparentemente neutre, altri avverbi infilati nei punti giusti. Riconoscerli, nominarli, opporvisi non è un gesto facoltativo: è la forma più concreta che può assumere, oggi, il rifiuto di rassegnarsi.

Fonti

Senato della Repubblica, disegno di legge S. 1241, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria»: fascicolo dell’iter e resoconti della 10ª Commissione permanente.

Camera dei deputati, atto C. 2365 (trasmesso dal Senato il 16 aprile 2025), esame in sede referente e audizioni informali, 2025.

Corte di Cassazione, sentenze in materia di prestazioni socio-sanitarie ad alta integrazione sanitaria, in particolare nn. 22776/2016, 28321/2017, 21528/2021, 2038/2023, 34590/2023 e 33394/2024.

UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, comunicato sull’emendamento approvato in Commissione al Senato e sul rischio per il diritto alla salute.

Disabili.com, analisi dell’emendamento 13.0.400 sulla suddivisione dei costi delle rette nelle RSA e nelle strutture per persone con disabilità.

Medicina Democratica, «Ancora tagli alle cure delle persone anziane malate e non autosufficienti», marzo 2025.

Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della proposta della Lega sulle prestazioni socio-assistenziali ai malati gravissimi, febbraio 2025.

Gruppo Solidarietà (Grusol), «Persone non autosufficienti. La proposta di modifica della normativa sociosanitaria: genesi, finalità ed effetti».

Eurostat, dati sulla spesa sanitaria a carico diretto delle famiglie (out-of-pocket), 2022.

Welforum.it, analisi sull’attuazione della legge 33/2023 e sul disegno di legge in materia di caregiver familiare, 2025–2026.

Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, dati sui caregiver familiari in Italia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

La truffa del salario giusto

Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di « salario giusto », è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli. Conviene osservarla con calma, perché è in questi passaggi — quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario — che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene. Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100 per cento per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES. È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato nelle gambe dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più. I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato. La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a « ringraziare gli italiani ». Era difficile trovare formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, « occupazionale ». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa. Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che « il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa ». Sufficiente. In ogni caso. Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali — è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento — che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero — la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza. Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari — un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata. Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento. Migliaia di lavoratori — secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi — hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni « comparativamente più rappresentative ». Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il « salario giusto » diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali. Si trasforma cioè un parametro contrattuale — meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 — in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire il giusto, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di anticostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del « mosaico di misure da comporre uniti ». Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa. Il presidente della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: « il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini ». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti — dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 — si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento. Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA — l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, del resto già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023. Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana. Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale. Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al trenta per cento dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo. E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione. Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5 per cento del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15 per cento alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7 per cento nel febbraio 2025, è risalita al 10 per cento nel marzo successivo. A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab — che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro — fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1 per cento sul livello di partenza del gennaio 2021. La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021. L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate. Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto. Il Censis ha calcolato che oltre l’ottanta per cento dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni — un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il « miracolo » occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia. Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana — il working poor, il lavoratore povero — non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 — con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale — e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale. Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al sei per cento spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il dodici per cento. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021. Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali — CISL FP fra le altre — che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di « autorità salariale ». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 — risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del « salario giusto » alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte. Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il « contratto pirata » mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di « salario giusto ». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato. Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro — in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi — più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041. È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di « difesa del lavoro » e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68. Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena del montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile. La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio. Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro — un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tratti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione. Oltre il trentasette per cento delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato. Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali. Non un ritocco — neppure simbolico — del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il « badge di cantiere », la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni. Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e — soprattutto — costruite intorno alla logica del « datore virtuoso » premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale. Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo « gli interventi sulla sicurezza sul lavoro ». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore — l’aumento dell’occupazione — più che al numeratore. È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 — l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro — non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora. È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano « per i lavoratori », è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni — bassi salari e morti sul lavoro — non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite. Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività. L’articolo 36 della Costituzione — quello sulla retribuzione « sufficiente » — non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno « alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana », con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica. Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto « tasso di inflazione programmato ». Da quell’accordo in avanti — sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione — i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo. La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3 per cento medio annuo, contro l’1,2 per cento europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati — che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 — chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale. L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero. Anziché trasporre la direttiva con coraggio — riconoscendo che il modello del « salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente » è clinicamente morto — il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura. Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e — quando la sicurezza viene meno — uccisi. Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul « salario giusto » è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni — qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava « scala mobile » e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano. Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di « esistenza libera e dignitosa » diventa una crudeltà semantica. La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL — oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano — e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore. La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva. Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia. L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia. Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe. È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro? Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente? Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere — non chiedere — un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura. Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo. Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno — perché continueranno — a invocare l’articolo 36 come parametro vivo. E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il « salario giusto » dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia. La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

« Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere »

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Palermo, la licenza di uccidere chi lavora

Due operai migranti precipitati dal decimo piano. Nessun contratto, nessuna tutela, nessuna vita che conti abbastanza da essere protetta. Non è un incidente: è l’ennesimo omicidio di sfruttamento.

Si chiamavano Daniluc Tiberi Un Mihai, cinquant’anni, rumeno, e Najahi Jaleleddine, quarantuno anni, tunisino. Due nomi che il 10 aprile 2026 hanno raggiunto la lista infinita dei morti di lavoro in Italia. Erano nel cestello di una gru, al decimo piano di un palazzo in via Ruggero Marturano a Palermo, quando il braccio del mezzo si è spezzato. Sono precipitati nel vuoto per oltre trenta metri, finendo sulla tettoia di un negozio di gommisti. Sono morti sul colpo, l’uno accanto all’altro, come raccontano i testimoni che hanno assistito alla scena. Un terzo lavoratore, dipendente dell’esercizio commerciale sottostante, è stato travolto dal cestello ed è finito in ospedale. Si è salvato solo perché una pila di copertoni ha attutito la caduta del metallo.

Non è un incidente. Le parole contano, e chi usa la parola incidente in questi casi partecipa attivamente alla mistificazione. Un incidente è l’imprevedibile, è ciò che accade nonostante tutte le precauzioni siano state prese. Ciò che è accaduto a Palermo non ha nulla di imprevedibile. È il risultato matematico di un sistema che ha deciso, da decenni, di trasformare la vita dei lavoratori in una variabile di costo. Una variabile comprimibile, taglibile, sacrificabile. I due uomini morti in via Marturano lavoravano in nero, senza contratto, senza copertura assicurativa, senza iscrizione alla Cassa edile o alla Edilcassa. Lo hanno confermato le indagini della Procura e le testimonianze dei familiari. Significa che non esistevano, agli occhi dello Stato e del padrone. Esistevano solo come forza lavoro a basso costo, da spremere in quota, a trenta metri da terra, senza rete.

L’economia del nero, l’economia della morte

La Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo il titolare della Edil Tech, la ditta per la quale i due operai lavoravano, e il proprietario dell’appartamento committente dei lavori. La gru era stata noleggiata da un’altra ditta, la Agliuzza Sollevamenti. Gli inquirenti, coordinati dalla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro, stanno ricostruendo lo stato di manutenzione del mezzo, la catena degli appalti, l’esistenza o meno di dispositivi di protezione individuale, l’abilitazione dei lavoratori ai lavori in quota. Ma al di là dell’esito giudiziario, la dinamica politica e sociale è già tutta lì, sotto gli occhi di chiunque voglia vederla. Un committente privato affida lavori di ristrutturazione a una ditta che impiega manodopera senza contratto, utilizzando un mezzo noleggiato da terzi. Ogni anello della catena scarica sul successivo le responsabilità e i costi. Alla fine, il costo più alto lo paga chi sta nel cestello. Lo paga con la vita.

Il nero non è un’anomalia del sistema edilizio italiano. È la sua struttura portante. Nel settore delle costruzioni, specialmente nel Meridione e specialmente in Sicilia, il lavoro irregolare costituisce una quota significativa dell’intera forza lavoro impiegata. Le ragioni sono strutturali: subappalti a cascata, concorrenza al ribasso nelle gare, assenza di controlli, impunità di fatto per chi viola le norme sulla sicurezza. Quando un imprenditore sceglie di assumere in nero un operaio migrante, sta facendo un calcolo razionale dentro un sistema che premia quel calcolo. Risparmia sui contributi, sui versamenti alla Cassa edile, sulle visite mediche, sui corsi di formazione, sui dispositivi di protezione. Si libera dell’obbligo di denunciare infortuni. E sa benissimo che, nella peggiore delle ipotesi, cioè quando qualcuno muore, la magistratura arriverà quando il corpo è già sull’asfalto, e il processo, se mai ci sarà, si concluderà anni dopo con pene simboliche o prescrizioni.

Migranti: l’ultimo gradino di una gerarchia feroce

Che le vittime siano un rumeno e un tunisino non è un dettaglio. È la cifra politica dell’intera vicenda. I lavoratori migranti, e in particolare quelli provenienti dall’Est Europa e dal Maghreb, occupano oggi i gradini più bassi del mercato del lavoro italiano, soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura, nella logistica. Sono la manodopera che nessun italiano accetta più a quelle condizioni, e proprio per questo vengono cercati, reclutati, pagati in nero. La narrazione dominante, alimentata quotidianamente dal governo Meloni e dalla destra mediatica, li dipinge come invasori, come minaccia identitaria, come peso sul welfare. Ma la realtà è esattamente rovesciata: senza di loro, interi cantieri si fermerebbero, interi raccolti marcirebbero, intere filiere logistiche collasserebbero. L’economia italiana ha bisogno dei loro corpi, ma non è disposta a riconoscere loro la dignità di persone.

A questa ipocrisia strutturale si aggiunge il cortocircuito normativo. Le politiche migratorie restrittive, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei soccorsi in mare, la riduzione dei canali di ingresso regolare, producono un effetto preciso e voluto: spingere chi arriva nell’area grigia dell’irregolarità, dove è più ricattabile, più silenzioso, più docile. Un operaio senza permesso di soggiorno in regola non denuncia il datore di lavoro che lo paga in nero. Non chiede il casco, non pretende l’imbracatura, non rivendica le ferie. Accetta di salire a trenta metri da terra in un cestello di cui nessuno ha verificato la manutenzione, perché l’alternativa è non mangiare. Il nero, in edilizia come nei campi del foggiano, come nei magazzini della logistica lombarda, si nutre di questa ricattabilità strutturale. Produrla è parte integrante della politica migratoria italiana degli ultimi vent’anni, condivisa da governi di ogni colore.

Una strage quotidiana, una normalità scandalosa

I morti sul lavoro in Italia sono oltre mille l’anno, secondo i dati INAIL degli ultimi esercizi. Mille famiglie distrutte, mille nomi che scompaiono dalle prime pagine il giorno dopo il funerale. A questi vanno aggiunte decine di migliaia di infortuni gravi, invalidità permanenti, vite spezzate in forme meno definitive ma non meno reali. L’edilizia è il settore che paga il prezzo più alto, insieme all’agricoltura e ai trasporti. E Palermo conosce questa liturgia troppo bene: solo un anno fa, a Casteldaccia, cinque operai morirono soffocati nei gas di una vasca fognaria. Nulla è cambiato. Nulla cambierà, se il racconto collettivo continuerà a essere quello della fatalità, dell’errore umano, della sfortuna.

Perché non è sfortuna. È la traduzione puntuale di scelte politiche precise. La deregolamentazione del mercato del lavoro, iniziata con il pacchetto Treu negli anni Novanta e culminata nel Jobs Act, ha frantumato le tutele collettive, indebolito il potere sindacale, moltiplicato le forme contrattuali precarie, reso il licenziamento una pratica indolore per le imprese. In parallelo, i controlli sulla sicurezza sono stati progressivamente depotenziati: organici degli ispettorati del lavoro ridotti all’osso, ASL regionali in affanno, sanzioni inefficaci. Il Testo Unico sulla sicurezza del 2008 esiste, certo, ma vive la stessa sorte di tante leggi italiane: enunciato solenne sulla carta, inapplicato nella realtà. E quando qualcuno muore, il circo delle dichiarazioni istituzionali parte puntuale. Il sindaco che parla di dolore incolmabile, il governatore che esprime vicinanza, i partiti che invocano maggiori controlli. Poi il sipario cala, e si aspetta il morto successivo.

La legge che non c’è: omicidio sul lavoro come reato specifico

Da anni il mondo sindacale di base, le associazioni delle vittime, pezzi della magistratura più sensibile al tema, chiedono l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma e aggravata. Non più omicidio colposo generico, con la sua cornice sanzionatoria blanda e facilmente aggirabile, ma un reato che colpisca tempestivamente e con durezza tutti i responsabili, diretti e indiretti, della morte di un lavoratore: committente, imprese appaltatrici e subappaltatrici, responsabili della sicurezza, proprietari dei mezzi noleggiati, direttori dei lavori. Serve una norma che spezzi la catena dell’impunità e introduca il principio che la vita di chi lavora non si contratta, non si comprime, non si calcola nel margine di profitto.

La resistenza politica a questa richiesta è feroce e trasversale. La destra di governo la dipinge come criminalizzazione delle imprese, come ostacolo alla competitività. Pezzi consistenti del centrosinistra si accodano, preoccupati di non perdere il consenso confindustriale. Il risultato è l’immobilismo legislativo che tutti conosciamo. Eppure, in un paese che si definisce fondato sul lavoro fin dall’articolo primo della sua Costituzione, dovrebbe essere il minimo sindacale: chi uccide un lavoratore risparmiando sulla sua sicurezza risponde di un reato grave, con pene certe e sanzioni patrimoniali pesanti. Fino a quando questo non accadrà, la parola lavoro continuerà a essere, nella bocca di troppi, un’etichetta vuota sulla carta che nasconde la licenza di uccidere nei fatti.

Lo sciopero del 13 aprile: un atto di ribellione necessaria

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato ventiquattro ore di sciopero generale a Palermo e provincia per lunedì 13 aprile, con un presidio davanti alla prefettura. È una risposta dovuta, una scelta che merita pieno riconoscimento e piena solidarietà. In un paese in cui i sindacati confederali si sono troppo spesso limitati a cerimoniali di cordoglio, l’USB ha chiamato le cose con il loro nome: non incidenti, ma omicidi sul lavoro. Non tragedie, ma conseguenze prevedibili di un sistema che specula sulla vita. Lo sciopero e il presidio sono l’unico linguaggio che il potere capisce, perché colpiscono l’unico valore che davvero riconosce: il profitto e la continuità produttiva.

Ma ventiquattro ore di sciopero in una sola città non bastano. Non possono bastare. Per fermare davvero la mattanza serve un salto di scala. Serve uno sciopero generale nazionale, di tutte le categorie, finché il governo non metta in agenda una legge vera sugli omicidi sul lavoro. Serve il coraggio di bloccare tutto, come hanno fatto i portuali di Genova contro il traffico di armi, come hanno fatto i lavoratori della logistica contro lo sfruttamento. Il blocco è l’arma più antica e più efficace del movimento operaio, e va riscoperta in tempi in cui il lavoro è stato polverizzato, atomizzato, reso invisibile proprio perché incapace di fermarsi insieme. I morti di via Marturano chiedono questo a chi resta. Non un minuto di silenzio, ma giorni di lotta.

La dignità come posta in gioco

Il fondo della questione non è solo giuridico, non è solo economico, non è solo sindacale. È morale e politico nel senso più pieno. Si tratta di decidere se, in questo paese, una vita vale una vita, o se esistono vite di serie A e vite di serie B. I nomi di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine ci dicono la verità scomoda: per il sistema italiano del 2026, la vita di un operaio migrante in nero vale meno del costo di una cintura di sicurezza, meno del costo di una manutenzione ordinaria di una gru, meno del margine di guadagno di un appalto edilizio in un quartiere centrale di Palermo. Questa è la scala dei valori reali, quella scritta nei fatti e non nei discorsi della domenica. Ribaltarla è il compito politico di chiunque non accetti di vivere in un paese così.

Alle famiglie di Daniluc e Jaleleddine va la solidarietà piena e incondizionata. Ai loro figli, alle loro mogli, ai loro padri e madri, va la promessa che i loro nomi non verranno dimenticati insieme al ciclo mediatico delle quarantotto ore. E a chi li ha mandati a morire salendo su un cestello che non avrebbe mai dovuto reggerli, va la richiesta ferma, inaggirabile, politica, di rendere conto di ciò che hanno fatto. Non con un processo lungo dieci anni che si chiuderà con una prescrizione. Con una giustizia vera, rapida, pesante, esemplare. Perché la giustizia, quando incontra il lavoro, è sempre stata il primo e più tradito dei diritti costituzionali. Ed è da lì, da quel tradimento quotidiano, che bisogna ricominciare.

Fonti

ANSA, 10 aprile 2026 – Si spezza il braccio della gru, morti due operai che lavoravano in nero.

Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2026 – Si ribalta il carrello e si spezza il braccio della gru: due operai morti a Palermo. Lavoravano in nero.

Sky TG24, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, due operai morti caduti da una gru.

Giornale di Sicilia, 10 aprile 2026 – Palermo, lavoravano in nero gli operai morti cadendo dalla gru.

Comunicato USB Federazione Palermo, 10 aprile 2026 – Palermo, ennesima strage sul lavoro: non sono incidenti, è omicidio sul lavoro.

Adnkronos, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai precipitati da una gru.

PalermoToday, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro in via Ruggero Marturano, si spezza braccio di una gru: morti due operai.

Dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro in Italia, rilevazioni nazionali.

I NUOVI SCHIAVI DELL’ALGORITMO

Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali

L’immagine che non vogliamo vedere

Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di trentacinque anni inforca la bicicletta sotto la pioggia. Ha la febbre. Ma non può permettersi di restare a casa, perché se non pedala non mangia, e se non mangia non manda i quattrocento euro mensili alla famiglia rimasta in Pakistan. L’algoritmo lo aspetta. Il software sa già dove si trova, monitora la velocità con cui pedala, conta i minuti di ritardo, registra ogni rifiuto di consegna. Lui non ha un capo umano che lo guarda negli occhi: ha uno schermo che lo giudica, un codice che lo premia o lo punisce, un sistema che non conosce malattia, stanchezza, dignità.

Questa non è una metafora letteraria. È la realtà quotidiana di decine di migliaia di lavoratori che operano per le grandi piattaforme del food delivery in Italia. È la storia che la Procura di Milano ha deciso, con coraggio e determinazione, di portare finalmente davanti alla giustizia.

Il caporalato non muore: si digitalizza

Per secoli il caporale è stato un uomo in carne e ossa, spesso brutale, che reclutava braccianti disperati sui sagrati delle chiese o nelle piazze dei paesi meridionali, li caricava su furgoni all’alba e li portava nei campi a raccogliere pomodori per pochi spiccioli. Quella figura sembrava destinata alla storia. Ci sbagliavamo.

Il caporalato del ventunesimo secolo non porta il cappello e non urla ordini. Si chiama app, si chiama algoritmo, si chiama piattaforma digitale. Il meccanismo di sfruttamento è identico, la tecnologia è semplicemente più efficiente e più invisibile. Come ha lucidamente osservato Andrea Borghesi, segretario generale di Nidil-CGIL, siamo di fronte a “una grande massa di riserva a disposizione delle aziende, che possono scegliere chi far lavorare a prezzi sempre più bassi”. I nomi cambiano, la sostanza rimane: qualcuno lavora per sopravvivere, qualcun altro incassa miliardi.

La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola e con l’instancabile lavoro del PM Paolo Storari e dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro coordinati da Loris Baldassarre, ha emesso nel febbraio 2026 un decreto urgente di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy, con un fatturato di 240 milioni di euro nel 2024 e ventimila fattorini in tutta Italia. L’accusa è quella già contestata a Glovo-Foodinho poche settimane prima: caporalato. Lo stesso reato, lo stesso meccanismo, la stessa sistematica violazione della dignità umana.

I numeri della vergogna

Le cifre contenute nel decreto del PM Storari sono agghiaccianti nella loro precisione. Tra i rider esaminati nel corso delle indagini, l’81,1% percepisce un reddito netto annuo al di sotto della soglia di povertà, nonostante lavori un numero di ore significativamente superiore al normale orario settimanale. Trentacinque ciclofattorini su trentasette, il 94%, guadagnano meno del minimo previsto dal Contratto Collettivo Nazionale della Logistica e dei Trasporti, con uno scostamento medio di oltre settemila euro annui rispetto alla soglia di povertà, e punte che raggiungono i quindicimila trecento euro.

Parliamo di lavoratori che pedalano cento, centocinquanta chilometri al giorno per consegnare pizze e sushi a quattro euro a consegna, o anche meno: tre euro e qualche centesimo, nel migliore dei casi. Le attese tra una consegna e l’altra non sono pagate. I costi per la bicicletta o il motorino, la manutenzione, il carburante, sono interamente a carico del lavoratore, spesso superiori a duecento euro al mese. Formalmente autonomi, sostanzialmente subordinati: senza ferie, senza malattia, senza tutele previdenziali degne di quel nome.

La Procura stessa, con parole di rara durezza per un testo giuridico, parla di retribuzioni “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quella norma, evidentemente, per i rider non esiste.

Le voci che il silenzio non può più coprire

Ma dietro i numeri ci sono persone. Le testimonianze raccolte dai Carabinieri e depositate agli atti del procedimento hanno il sapore bruciante della verità vissuta.

Afrid: “Lavoro dal lunedì alla domenica senza riposo. Ogni giorno inizio alle 9 e finisco alle 15, ricomincio alle 18 e termino alle 22. Devo fare questo lavoro per me e la mia famiglia, non ho altro. Mi è capitato di rimanere infortunato: sono dovuto restare fermo, non guadagnavo nulla. Non è giusto.”

Ahmad: “Lavoro anche 12-14 ore. Le difficoltà sono fisiche e mentali per la troppa fatica.”

Un rider nigeriano: “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana dalle ore 23 fino alle 7. Devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria.”

Un altro rider: “Con 800-900 euro al mese non ce la faccio. Lavoro tante ore perché devo aiutare la mia famiglia: 250 euro per il posto letto, 400 li mando in Bangladesh, il resto per mangiare.”

C’è anche un lavoratore di cinquantatré anni che confessa con amarezza: “Diventa sempre più difficile”. E Ozioma, che ha dovuto fermarsi perché “ha sentito dolori al petto”. Sono storie di corpi che cedono sotto il peso di un sistema che non contempla la possibilità della stanchezza, della malattia, dell’essere umani.

Il Grande Fratello digitale e la trappola del consenso

Il cuore tecnologico di questo sistema di sfruttamento è l’algoritmo. La piattaforma traccia in tempo reale la posizione GPS di ogni rider, monitora velocità e traiettoria, conteggia ogni ritardo, registra ogni rifiuto. Accettare una consegna troppo poco remunerativa? L’algoritmo lo sa. Rifiutare perché la corsa è insostenibile? Il software abbassa il punteggio, riduce le assegnazioni future, nella peggiore delle ipotesi blocca o sospende l’account senza preavviso.

Si tratta di quello che gli inquirenti definiscono “caporalato digitale”: un controllo pervasivo sul comportamento dei lavoratori attraverso “premi e punizioni” automatizzate, un Grande Fratello che non dorme mai e che trasforma ogni gesto lavorativo in dato da ottimizzare. La dignità del lavoratore non è una variabile contemplata dall’algoritmo: conta soltanto la performance, il numero di consegne, il tempo di risposta.

E il consenso? È una parola svuotata di senso quando chi firma il contratto lo fa con l’acqua alla gola. La Corte di Cassazione, richiamata nel provvedimento del PM Storari, ha chiarito che per configurare lo sfruttamento non è necessario uno stato di necessità assoluta: è sufficiente una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta. I rider, in larga parte migranti con famiglie da mantenere e nessuna alternativa immediata, si trovano esattamente in questa condizione. Accettano tutto. Devono accettare tutto.

Le multinazionali nell’ingranaggio: nessuno può dirsi innocente

La mossa più coraggiosa e politicamente significativa dell’inchiesta milanese è tuttavia un’altra: l’estensione delle indagini alle grandi multinazionali del food che si avvalgono dei servizi di Deliveroo e Glovo. Il 25 febbraio 2026, in contemporanea con il decreto su Deliveroo, i Carabinieri si sono presentati nelle sedi italiane di McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC per acquisire documenti e verificare modelli organizzativi.

Il principio giuridico è chiaro e di straordinaria portata: chi si avvale di una filiera produttiva fondata sullo sfruttamento non può invocare l’ignoranza o la distanza contrattuale come scudo. Modelli organizzativi inadeguati a prevenire lo sfruttamento potrebbero configurare, secondo la Procura, una forma di agevolazione colposa del caporalato. In altre parole: voi che guadagnate sulla pena dei rider, cosa avete fatto — e cosa potevate fare — per spezzare questo circuito?

Non è la prima volta che la magistratura milanese percorre questa strada. Le stesse logiche sono state applicate, con risultati significativi, nel settore della moda: Armani, Dior, Louis Vuitton, Tod’s sono stati raggiunti da indagini che, risalendo la catena degli appalti e dei subappalti, sono arrivate alle fabbriche clandestine dove lavoratori cinesi cucivano borse e abiti griffati per pochi euro a pezzo. Il meccanismo è identico: delegare lo sporco lavoro a chi sta più in basso nella catena, lavarsene le mani con un codice etico esposto sul sito aziendale, incassare i profitti.

Il silenzio della politica e il coraggio della magistratura

Occorre dirlo con chiarezza: in questo campo, la politica italiana ha clamorosamente mancato al suo dovere. Il contratto firmato nel 2020 tra Assodelivery e l’UGL — un sindacato minoritario e, in questo settore, privo di reale rappresentatività — ha istituito il sistema del pagamento a cottimo, escludendo i tempi di attesa e fissando compensi irrisori. Da allora, il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative si è riunito, come denuncia Borghesi di Nidil-CGIL, soltanto due volte in un anno e mezzo, senza alcun risultato concreto.

L’Italia avrebbe dovuto recepire entro il 2025 la Direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, uno strumento normativo che — pur giunto all’approvazione finale in forma molto indebolita rispetto alla proposta originaria — avrebbe potuto fornire qualche tutela aggiuntiva. Di questo recepimento, a febbraio 2026, non vi è ancora traccia. Il legislatore tace. Le aziende prosperano. I rider pedalano nella pioggia.

In questo vuoto di responsabilità politica e istituzionale, è intervenuta la magistratura. Non per vocazione imperialistica, ma perché qualcuno — come ha sottolineato Borghesi — “avrebbe dovuto vedere e ha scelto di non farlo”. Il PM Storari e i Carabinieri del Lavoro hanno fatto il loro dovere. Ora tocca a tutti gli altri fare il proprio.

Una questione di civiltà

Esistono i nuovi schiavi. Non portano catene visibili: portano uno smartphone con un’app aperta, una borsa termica sul portapacchi, una divisa con il logo di un’azienda che fattura centinaia di milioni. Sono migranti, spesso irregolari o in condizione precaria, che hanno traversato oceani e deserti per approdare a questo: tremila calorie bruciate ogni giorno per quattro euro a consegna.

Il loro sfruttamento non è un effetto collaterale indesiderato di un sistema altrimenti funzionante. È il modello di business. È la condizione necessaria affinché un consumatore possa ricevere la sua pizza calda in trenta minuti pagando prezzi contenuti, affinché le piattaforme possano presentare bilanci in crescita agli azionisti, affinché le multinazionali del fast food possano ampliare le reti di distribuzione senza farsi carico di alcun costo del lavoro. Il rider è il punto più debole della catena, quello su cui viene scaricato il rischio d’impresa, la variabilità della domanda, il costo della flessibilità.

Chiamarlo “lavoro autonomo” è una mistificazione linguistica al servizio di interessi economici ben precisi. Chiamarlo libertà è un insulto alla intelligenza e alla sofferenza di chi vive questa condizione ogni giorno.

La giustizia da sola non basta

L’intervento della Procura di Milano è necessario, doveroso, e va salutato come un atto di civiltà giuridica. Ma nessuna inchiesta penale, per quanto coraggiosa, può sostituire una riforma strutturale del lavoro su piattaforma. Servono norme chiare che sanciscano la subordinazione di fatto dei rider, con tutti i diritti che ne conseguono. Serve un contratto collettivo negoziato con i sindacati realmente rappresentativi. Serve che la direttiva europea venga recepita non come obbligo burocratico da adempiere al minimo sindacale, ma come opportunità per costruire un sistema più giusto.

Servono consumatori consapevoli, che sappiano che il costo di quella pizza consegnata in venti minuti include, da qualche parte nella catena, la salute e la dignità di un essere umano. E servono multinazionali che smettano di nascondersi dietro i codici etici e inizino ad assumersi la responsabilità reale di quanto accade nella loro filiera.

I “dannati dell’algoritmo”, per usare l’espressione evocativa con cui questa storia è stata raccontata, aspettano. Pedalano sotto la pioggia, dormono in otto in un appartamento, mandano soldi a casa e sognano una vita più giusta. Meritano qualcosa di più di una sentenza. Meritano un paese che decida, finalmente, da che parte stare.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

26 febbraio 2026

L’emergenza invisibile: il silenzio della politica di fronte a mille morti sul lavoro

Mentre il governo mobilita l’apparato repressivo per gli scontri di Torino e Meloni difende Pucci a Sanremo, 1.093 lavoratori morti e 600.000 infortuni nel 2025 passano sotto silenzio. Un’analisi delle priorità distorte della destra italiana.

La tempistica è stata perfetta, quasi cinica nella sua sincronia. Mentre l’Italia si divideva sugli scontri del corteo di Torino del 31 gennaio — con i titoli dei giornali che gridavano all’emergenza sicurezza e i partiti di governo che annunciavano nuove strette repressive — l’INAIL pubblicava i dati relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025. Numeri che certificano l’ennesima strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma quotidianamente nel nostro Paese. Ma questi numeri non hanno meritato nessun decreto d’urgenza, nessuna conferenza stampa indignata, nessuna mobilitazione politica.

Il contrasto è stridente. Un poliziotto ferito — certamente un fatto grave — è bastato a scatenare l’intero apparato repressivo dello Stato, con tanto di decreto sicurezza approvato in pochi giorni. Mille e novantatré morti sul lavoro, seicento mila infortuni, centomila malattie professionali non hanno suscitato nemmeno un commento di sdegno dalla maggioranza.

E mentre il Paese affrontava queste emergenze reali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni trovava il tempo di intervenire pubblicamente sulla rinuncia del comico Andrea Pucci alla co-conduzione di una serata del Festival di Sanremo. Post sui social, accuse alla “deriva illiberale della sinistra”, solidarietà all’artista. Un caso che ha mobilitato premier, vicepremier e ministri in una gara di dichiarazioni. Mentre sui morti del lavoro: silenzio.

Quando un comico vale più di mille morti: il caso Pucci

L’8 febbraio 2026, Andrea Pucci ha annunciato la rinuncia alla co-conduzione della terza serata di Sanremo, dopo giorni di polemiche. Deputati del PD avevano chiesto spiegazioni sulla sua scelta, citando episodi passati di battute considerate offensive. Pucci ha parlato di “insulti, minacce, onda mediatica negativa” ricevuti da lui e dalla sua famiglia.

La reazione del governo è stata rapidissima. Meloni sui social: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Questo racconta il doppiopesismo della sinistra. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”. Salvini, Tajani, il presidente del Senato La Russa: tutti mobilitati. La RAI ha emesso un comunicato parlando di “clima d’intolleranza” e “forma di censura”.

Le opposizioni hanno immediatamente colto la contraddizione. Giuseppe Conte: “Avevo chiesto a Meloni di dirci cosa vuole fare contro il boom di cassa integrazione ma nulla. Ora deve parlare del comico Pucci. Cari italiani, dei vostri problemi con la sanità, le bollette, i bassi salari a questo governo interessa poco o nulla”. Renzi con ironia: “Fa ridere un governo in cui premier e vicepremier danno solidarietà a un comico e non parlano di tasse e sicurezza”.

Un comico che rinuncia a un festival merita l’intervento della presidente del Consiglio, del presidente del Senato, dei vicepremier, dei ministri. Oltre mille morti sul lavoro in un anno no. Questa è la fotografia dell’Italia di Meloni.

Decreto lampo per Torino, nulla per i morti sul lavoro

L’altra emergenza che ha mobilitato il governo: gli scontri di Torino del 31 gennaio. Circa 50.000 persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Scontri violenti con oltre cento agenti feriti, tra cui Alessandro Calista, aggredito con un martello. Una camionetta incendiata, ore di guerriglia urbana.

La reazione: Meloni ha parlato di “tentato omicidio”, visitando i feriti. Il ministro Piantedosi di “matrice eversiva e potenzialmente terroristica”. Nel giro di pochi giorni, il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza: fermo preventivo fino a 12-24 ore per i manifestanti sospetti, scudo penale per gli agenti, sanzioni più pesanti per i cortei non autorizzati, divieto di porto di coltelli oltre i 5 centimetri.

Ricapitoliamo: per gli scontri di Torino, decreto d’urgenza in cinque giorni. Per la rinuncia di Pucci a Sanremo, intervento pubblico della premier e di tutto il governo. Per 1.093 morti sul lavoro: nulla.

I numeri della strage quotidiana

Mentre accadeva tutto questo, i dati INAIL raccontavano un’altra Italia. Nel 2025, 1.093 persone hanno perso la vita mentre lavoravano: 798 in occasione di lavoro e 295 in itinere. Tre morti al giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Le denunce di infortunio totali sono state circa 600.000. Le malattie professionali denunciate hanno raggiunto le 100.000 unità, con un aumento del 10,2% rispetto al 2024.

Eppure, nessun decreto d’urgenza. Nessuna conferenza stampa. Nessuna visita ai familiari delle vittime. Nessun post sui social della premier. Solo la solita “retorica dell’incidente”: fatalità, tragico evento, inspiegabile disattenzione. Un linguaggio studiato per normalizzare l’orrore.

Chi muore: donne, anziani e stranieri

L’analisi dei dati INAIL rivela tre elementi fondamentali. Il primo riguarda le lavoratrici: 98 donne morte, di cui 52 — più della metà — in itinere, nel tragitto casa-lavoro. Un dato che non può essere separato dall’organizzazione sociale patriarcale, dove il lavoro di cura ricade quasi interamente sulle donne. Il doppio o triplo lavoro si traduce in fatica, stress, fretta: fattori che uccidono sulla strada.

Il secondo elemento: l’età. L’incidenza più elevata si registra tra gli ultrasessantacinquenni: 108,7 decessi ogni milione di occupati, quasi quattro volte la media nazionale. La fascia più colpita numericamente è 55-64 anni, con 300 vittime. Sono le conseguenze della legge Fornero: persone con corpi consumati, riflessi rallentati, costrette a lavorare nei settori più pericolosi ben oltre i limiti fisici ragionevoli. L’innalzamento dell’età pensionabile è una condanna a morte.

Il terzo elemento è il più inquietante: i lavoratori stranieri. Su 1.093 morti, 251 erano migranti — circa un quarto del totale. Il rischio di morte per un lavoratore straniero è più che doppio: 72,4 contro 28,8 ogni milione di occupati. La spiegazione va cercata nella legge Bossi-Fini del 2002, che lega permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Questo meccanismo fornisce un’arma micidiale: il ricatto della clandestinità. Chi protesta per le condizioni di sicurezza rischia di perdere non solo il lavoro ma anche il diritto a rimanere in Italia. Nel lavoro nero, negli appalti infiniti, nelle cooperative fittizie, i lavoratori stranieri diventano carne da macello.

Le malattie che il sistema nasconde e le stragi dimenticate

Oltre agli infortuni, l’INAIL registra le malattie professionali: patologie che si sviluppano negli anni per esposizione a rischi lavorativi. Nel 2025 le denunce hanno raggiunto quota 100.000, con un aumento dell’80% rispetto al 2021. Tra queste, oltre 2.000 sono patologie tumorali. Il “miracolo italiano” si è sviluppato avvelenando territori e vite. Il caso Miteni di Trissino, dove per decenni si sono prodotte sostanze che hanno contaminato le falde acquifere di un’area vastissima. Ancora oggi muoiono di mesotelioma lavoratori esposti all’amianto decenni fa. L’Italia lo ha vietato solo nel 1992, con decenni di ritardo.

Il 2024 è stato costellato di stragi sul lavoro che hanno brevemente attirato l’attenzione dei media: 16 febbraio, 5 operai morti nel cantiere Esselunga a Firenze; 9 aprile, 7 lavoratori nell’esplosione della centrale Enel di Suviana; 6 maggio, 5 operai asfissiati in una fognatura a Casteldaccia; 9 dicembre, 5 lavoratori nell’esplosione del deposito Eni di Calenzano. In ognuno di questi casi, cordoglio istituzionale, promesse di controlli. Poi il silenzio. Le famiglie restano sole, il sistema riprende a girare esattamente come prima.

Perché nessuno reagisce: il sistema che non vuole vedere

I numeri restano così alti perché il sistema dei controlli è largamente inadeguato. L’ISTAT certifica che nei cantieri edili il livello di irregolarità supera il 75%. Tre cantieri su quattro violano le norme di sicurezza. Gli ispettori sono troppo pochi. Le sanzioni, quando ci sono, sono irrisorie rispetto ai profitti realizzati risparmiando sulla sicurezza. I processi si trascinano per anni e spesso finiscono in prescrizione. Il messaggio è chiaro: violare le norme conviene.

Vale la pena un confronto. L’ISTAT aveva certificato circa 150 femminicidi all’anno tra il 2012 e il 2016. Ci sono volute le mobilitazioni femministe, la voce del padre di Giulia Cecchettin, per alzare finalmente l’attenzione sociale e politica. Oggi si parla di femminicidio, ci sono fondi (insufficienti) per i centri antiviolenza, si discute di educazione. La seconda guerra di mafia ha provocato tra 400 e 1.000 morti: lo Stato ha reagito con il pool antimafia, il 416-bis, le leggi sulla confisca.

Di fronte a oltre mille morti sul lavoro all’anno, invece, nessuna reazione paragonabile. Non c’è una “Direzione Nazionale Anti-Strage”, non ci sono leggi speciali, non ci sono mobilitazioni di massa. Perché? Perché le morti sul lavoro sono il prodotto diretto del normale funzionamento del capitalismo, del suo bisogno di comprimere i costi e massimizzare i profitti. Sono, usando un termine marxiano, “omicidi necessari” alla riproduzione del sistema. Combatterli davvero significherebbe mettere in discussione i meccanismi fondamentali dell’organizzazione produttiva.

I sindacati confederali sono oggi deboli, divisi, a volte silenziosi. Quando parlano di sicurezza, evocano la necessità di aumentare la “cultura della sicurezza”: una locuzione generica che rimuove l’analisi sistemica e le responsabilità concrete. Come se il problema fosse una mancanza di consapevolezza individuale e non invece un sistema che strutturalmente sacrifica la vita al profitto. La classe lavoratrice è atomizzata, frammentata dal precariato, dal subappalto, dalle false partite IVA. Il ricatto è sempre lo stesso: o accetti queste condizioni, o qualcun altro lo farà al posto tuo.

Un’altra economia è possibile: la lezione della GKN

Eppure emergono segnali di resistenza. La vicenda dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio rappresenta un esempio di come sia possibile immaginare forme diverse di organizzazione del lavoro. Quando nel luglio 2021 la multinazionale ha chiuso lo stabilimento con un licenziamento collettivo via email, i 422 lavoratori hanno occupato la fabbrica e costruito un’alternativa produttiva basata sull’autogestione e sulla conversione ecologica. Il progetto “Insorgiamo” propone di riconvertire lo stabilimento per produrre pannelli solari e cargo-bike, senza padroni, in forme di proprietà collettiva.

L’esperienza dimostra che è possibile pensare a un lavoro dignitoso e sicuro, che consenta di autogestire la propria vita. Quando sono i lavoratori stessi a decidere come, cosa e per chi produrre, la sicurezza diventa una priorità intrinseca e non un costo da minimizzare. Nessun lavoratore sceglierebbe liberamente di mettere a rischio la propria vita o quella dei colleghi per aumentare i profitti di un azionista lontano. L’autogestione è anche una garanzia di sicurezza, perché elimina alla radice il conflitto di interessi tra chi lucra sul lavoro altrui e chi quel lavoro lo svolve con il proprio corpo.

Quale emergenza? La gerarchia delle priorità della destra

Torniamo al punto di partenza: la coincidenza tra scontri di Torino, caso Pucci-Sanremo e pubblicazione dei dati INAIL. Questa coincidenza illumina perfettamente le priorità del governo Meloni. Da un lato, mobilitazione massiccia per alcuni danneggiamenti e il ferimento di agenti: decreti d’urgenza, nuove norme liberticide. Dall’altro, tutta la compagine governativa mobilitata per difendere un comico che rinuncia a Sanremo: post della premier, dichiarazioni dei vicepremier, telefonate del presidente del Senato.

E dall’altra parte? Silenzio su 1.093 morti, 600.000 infortuni, 100.000 malattie professionali. Nessun decreto d’urgenza per la sicurezza sul lavoro. Nessun post di Meloni sui tre lavoratori che muoiono ogni giorno. Nessuna telefonata alle famiglie delle vittime.

Questa asimmetria non è casuale. Rivela la natura di classe di questo governo. Le manifestazioni di piazza rappresentano una minaccia all’ordine costituito: vanno represse. Un comico “di destra” che rinuncia a Sanremo diventa l’occasione per denunciare la “deriva illiberale della sinistra”, per costruire una narrazione di vittimismo. Le morti sul lavoro, invece, sono funzionali al sistema. Sono il prezzo che il capitalismo esige per continuare a funzionare. Per questo non c’è decreto che tenga. Per questo non c’è post sui social. Per questo il governo può guardare altrove mentre ogni giorno tre lavoratori muoiono.

In estrema sintesi: cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di esseri umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno? Le mille morti sul lavoro dell’Italia del 2025 non sono un’anomalia. Sono la manifestazione più brutale di questo meccanismo.

Constatata l’incompatibilità del capitalismo con la vita e la dignità umana, ciò che appare sempre più necessario è un’azione collettiva che dimostri, come testimonia la vicenda della GKN, che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso e sicuro. Che si può immaginare una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica. Che i morti sul lavoro non sono una fatalità inevitabile, ma il prodotto di scelte precise che possono e devono essere cambiate.

Fino ad allora, continueremo a contare i morti. Tre al giorno. Mille all’anno. Mentre il governo si occupa di Sanremo e di chi può salire sul palco dell’Ariston. In un silenzio assordante che è la vera emergenza di questo Paese.

La cura non è volontariato: riconoscere i caregiver familiari come lavoratori è un diritto

C’è un lavoro che regge in silenzio l’Italia, eppure resta fuori dai contratti, fuori dalle buste paga, spesso perfino fuori dallo sguardo pubblico. È il lavoro di chi assiste un familiare non autosufficiente in casa, ogni giorno, senza turni, senza ferie, senza “fine giornata”. Un lavoro che non somiglia a un gesto occasionale di generosità: è una funzione sociale essenziale. E proprio per questo non può essere trattato come un privilegio da concedere, ma come un diritto da riconoscere.

In queste ore una petizione online ha superato le 8.000 firme chiedendo una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: chi presta assistenza familiare h24, in convivenza, va riconosciuto come lavoratore. Non come “angelo”, non come “eroe”, non come figura romantica da celebrare e poi abbandonare. Come lavoratore, con tutele, contributi previdenziali, sostegni concreti e servizi che impediscano la caduta libera nella povertà e nell’isolamento. 

I) Il paradosso italiano: cura totale, diritti minimi
Il paradosso è crudele: più la cura è totale, più diventa invisibile. Quando l’assistenza è davvero h24, la persona che si prende cura spesso non può mantenere un impiego stabile. E quando il lavoro “fuori” scompare, non resta solo il vuoto del reddito: resta il buco dei contributi, il futuro pensionistico cancellato, la marginalità sociale che avanza a piccoli passi, un modulo alla volta.

La petizione nasce proprio da questa frattura: non basta “riconoscere il valore morale” della cura. Servono strumenti che la rendano sostenibile. Perché la cura continua non è compatibile con un sistema che finge che chi assiste possa, nello stesso tempo, essere un lavoratore pieno, un cittadino pieno, una persona piena. 

II) I numeri della cura sommersa: non è una nicchia
Si parla spesso di caregiver come se fossero una minoranza ristretta. Non è così. Stime ricorrenti basate su dati Istat indicano circa 7 milioni di persone coinvolte nella cura familiare, con una prevalenza femminile attorno al 60%. 

E a livello europeo il fenomeno è ancora più chiaro: Eurofound riporta che una quota enorme della popolazione UE fornisce cure non retribuite, e che una parte significativa si trova a gestire più responsabilità di cura contemporaneamente. 
In più, la dimensione di genere è strutturale: le donne costituiscono la maggioranza dei caregiver informali e la differenza si allarga nelle età centrali della vita, proprio quando lavoro e famiglia si incastrano come una morsa. 

Questo significa una cosa: non siamo davanti a “casi individuali”. Siamo davanti a una questione sociale, economica e democratica. Se milioni di persone reggono sulle proprie spalle un pezzo di welfare, allora quel pezzo non può poggiare sull’improvvisazione e sulla solitudine.

III) Il punto decisivo: lavoro di cura significa valore economico e previdenziale
Dire “riconosciamoli come lavoratori” non è una formula ideologica. È la traduzione pratica di un fatto: quel lavoro produce valore. Riduce ricoveri, alleggerisce servizi, evita costi pubblici enormi. Eppure oggi, troppo spesso, viene pagato in una moneta ingiusta: stanchezza cronica, impoverimento, rinuncia alla vita sociale, rischio di burnout, depressione, isolamento.

Riconoscere questo lavoro significa almeno tre cose, molto concrete:

I. Contributi previdenziali e tutela del futuro: perché la cura non può trasformarsi in una condanna a una vecchiaia povera.
II. Protezione del reddito e misure stabili: non “bonus”, non elemosine, ma strumenti che permettano di vivere.
III. Servizi reali: supporto psicologico, sollievo, orientamento burocratico, presa in carico non solo della persona fragile ma anche di chi la assiste.

IV) Il ddl approvato dal Governo: un passo che rischia di non bastare
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, presentandolo come una cornice organica di riconoscimento e tutela. 
Diverse analisi riportano che il testo prevede tutele “differenziate” e anche un contributo economico (in alcune ricostruzioni fino a 400 euro mensili, con criteri e platee specifiche). 

Ma qui sta il nodo politico: se la legge non affronta fino in fondo il riconoscimento della cura h24 come lavoro, resta una risposta parziale. Perché la questione non è solo “aiutare”: è dare dignità giuridica e sociale a un’attività che, nei fatti, sostituisce turni di assistenza professionale.

E attenzione: esistono già istituti come il congedo straordinario per assistenza a familiari con disabilità grave, ma sono strumenti legati alla condizione di lavoratore dipendente e non risolvono il caso tipico della cura totale che porta ad abbandonare o perdere il lavoro. 

V) Diritto, non favore: la Costituzione sta dalla parte della cura
Se lo Stato scarica il peso della non autosufficienza sulle famiglie, allora deve riconoscere che quella cura è parte del patto sociale. Non è un “di più” richiesto al singolo: è un pezzo di welfare che viene svolto a domicilio.

C’è un principio semplice da difendere con fermezza: la dignità non si mendica. La cura non può essere una trappola che ti costringe a scegliere tra l’amore per un familiare fragile e la tua sopravvivenza economica. Se la società si regge su quel lavoro, allora quel lavoro deve avere cittadinanza piena: tutele, contributi, supporti, diritti esigibili.

Per questo l’appello delle firme non è una richiesta corporativa. È una richiesta di civiltà.

Fonti essenziali
Petizione su IoScelgo 
Articolo e ricostruzione del tema 
Comunicato del Governo sul ddl caregiver (12 gennaio 2026) 
Dati e contesto su caregiver e cura non retribuita 

Link alla petizione
https://www.ioscelgo.org/petizioni/il-caregiver-familiare-h24-va-riconosciuto-come-lavoratore/

SALARI CHE SI SFALDANO, VITA CHE CORRE

Dal -8% Istat al salario minimo: la povertà che lavora entra nelle case

Alla cassa del supermercato non si discute più. Si paga e basta.
Si guarda il totale, si sospira, si passa il bancomat. Poi, uscendo, si fa mentalmente l’elenco di quello che la prossima volta resterà sullo scaffale.

La carne un po’ meno.
Il detersivo in offerta.
La frutta solo di stagione.
La visita specialistica rimandata.
Il tagliando dell’auto “più avanti”.

È così che oggi si misura il potere d’acquisto: non nei convegni, ma nei carrelli.

E mentre milioni di persone fanno questo esercizio ogni settimana, un dato ufficiale racconta la verità che molti fingono di non vedere: a dicembre 2025 le retribuzioni contrattuali, in termini reali, sono ancora inferiori dell’8,1% rispetto a gennaio 2021.

Quattro anni dopo.
Con tutta la retorica sulla ripresa.
Con tutte le promesse di rilancio.

Quando lo stipendio insegue la vita e perde sempre

Nel 2025 gli stipendi sono cresciuti, in media, del 3,1%.
Nel privato un po’ di più, nel pubblico un po’ di meno.

Ma basta confrontare questi numeri con l’andamento dei prezzi per capire l’inganno.

Gli stipendi salgono piano.
La vita corre.

Bollette, affitti, benzina, farmaci, assicurazioni, mutui.
Tutto si muove più veloce del salario.

È una rincorsa persa in partenza.
Una specie di tapis roulant sociale: cammini, ti stanchi, ma resti fermo.

Contratti scaduti, attese infinite

Poi c’è la questione dei contratti.

Nella pubblica amministrazione, per anni, i rinnovi sono arrivati in ritardo.
Interi trienni chiusi fuori tempo massimo.

Oggi circa 5,5 milioni di lavoratori attendono ancora un rinnovo, con un’attesa media di quasi 19 mesi. Oltre la metà sono dipendenti pubblici.

Tradotto nella vita reale: mesi in cui lo stipendio resta fermo mentre tutto aumenta.

Non è un problema tecnico.
È una scelta politica.

Quando rinvii i contratti, rinvii il reddito.
Quando rinvii il reddito, scarichi l’inflazione sulle persone.

E lo fai in silenzio.

Il trucco del “netto che consola”

Di fronte a questa erosione continua, qualcuno risponde: “Però il netto è cresciuto”.

È vero, in parte.
Grazie a bonus, detrazioni, decontribuzioni.

Ma è come mettere una pezza su una gomma bucata.

Perché il netto consola oggi.
Il lordo costruisce domani.

Sul lordo si basano pensioni, TFR, tutele.
Se resta basso, il futuro si impoverisce.

Stiamo barattando qualche euro in più oggi con insicurezza domani.

Lavoro che rallenta, fabbriche che tremano

Intanto anche il fronte produttivo manda segnali preoccupanti.

Nel 2025 la cassa integrazione mostra un aumento delle situazioni di crisi strutturale, soprattutto nel metalmeccanico e nelle telecomunicazioni.

Non è un sistema che cresce.
È un sistema che resiste.

Che tira avanti.
Che spera di non crollare.

E in questi equilibri fragili, il primo a pagare è sempre chi lavora.

Un Paese che si è abituato al lavoro povero

La verità è che l’Italia si è rassegnata.

Si è rassegnata all’idea che si possa lavorare e restare poveri.
Che l’occupazione basti, anche se non garantisce una vita dignitosa.

Siamo diventati un Paese in cui “avere un lavoro” non significa più “stare tranquilli”.

Significa arrangiarsi.

In questo contesto, l’assenza di un salario minimo nazionale pesa come un macigno.

Senza una soglia, tutto scende.
E quando tutto scende, vince sempre chi è già forte.

Un segnale dalla Campania

In questo deserto, un segnale è arrivato dalla Campania.

Dopo le elezioni regionali del novembre 2025, il presidente della Campania Roberto Fico ha promosso un provvedimento che introduce una soglia minima di 9 euro lordi negli appalti pubblici regionali, con aggiornamento annuale.

Non è la soluzione definitiva.
Non risolve tutto.

Ma dimostra che si può fare.

Che non è vietato difendere i salari.
Che non è impossibile dire “sotto questa cifra no”.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché non a livello nazionale?

Cosa serve davvero, adesso

Non servono miracoli.
Servono scelte.

Rinnovi contrattuali rapidi e dignitosi.
Una soglia salariale nazionale effettiva.
Una politica dei redditi che guardi anche alle pensioni.

Serve smettere di considerare la povertà lavorativa un effetto collaterale accettabile.

quando il lavoro smette di essere promessa

C’è stato un tempo in cui lavorare significava costruire qualcosa.
Una casa.
Una sicurezza.
Un futuro per i figli.

Non era un paradiso.
Ma era un patto.

Oggi quel patto si è rotto senza rumore.

Si lavora di più.
Si corre di più.
Si resiste di più.
E si ottiene di meno.

La povertà non arriva più come una frattura improvvisa.
Arriva per sottrazione.
Un euro in meno qui.
Un rinvio là.
Un sogno accantonato più in là.

Fino a quando ci si accorge che non si sta più vivendo: si sta gestendo la sopravvivenza.

Il punto politico, alla fine, è tutto qui.

Un Paese che accetta il lavoro povero accetta cittadini deboli.
Accetta persone stanche.
Accetta una democrazia fragile.

Perché chi è sempre in affanno non ha tempo per partecipare.
Non ha energie per protestare.
Non ha spazio per immaginare.

Non ha neppure la volontà di andare a votare. 

E questo fa comodo a molti.

Difendere i salari non è una questione tecnica.
È una scelta di civiltà.

Significa decidere se il lavoro deve restare una promessa o diventare una trappola.
Se deve dare dignità o solo fatica.
Se deve aprire il futuro o chiuderlo.

Non servono eroi.
Servono governi responsabili.
Sindacati coraggiosi.
Imprese che smettano di competere al ribasso.
Cittadini che non si rassegnino.

Perché la normalizzazione della povertà non è inevitabile.
È una costruzione politica.

E come tutte le costruzioni, può essere smontata.

Pezzo dopo pezzo.
Scelta dopo scelta.
Lotta dopo lotta.

Manovra 2026: il Paese in saldo, la democrazia in affitto

C’è un’immagine che fotografa meglio di mille slogan la finanziaria che sta passando in Parlamento: un maxi-emendamento scritto all’ultimo, blindato con la fiducia, e attorno un contorno di “aggiustamenti” che non correggono nulla, ma spostano il peso sempre dalla stessa parte. È il vecchio trucco: chiamare “responsabilità” ciò che è una scelta di campo, e chiamare “semplificazione” ciò che assomiglia a un condono. E mentre il governo si racconta come il presidio dell’ordine, prepara una politica che disciplina i deboli e premia chi può permettersi di ignorare le regole.

Il Parlamento ridotto a notaio, la manovra ridotta a prova di forza

La prima notizia, prima ancora delle cifre, è il metodo. La legge di bilancio dovrebbe essere il luogo massimo della decisione pubblica: si discute, si corregge, si bilancia. Qui invece si procede per compressione. Il testo viene chiuso con un maxi-emendamento e il “lucchetto” della fiducia, dopo giorni di caos procedurale e scambi interni alla maggioranza. Lo denuncia Maurizio Landini con parole nette: “spettacolo indegno”, un governo che “non vuole discutere con nessuno, né con il Parlamento né con le parti sociali”. 

Non è solo un problema di stile. È sostanza politica: quando la manovra diventa un atto “prendere o lasciare”, si trasformano i diritti sociali in variabili di contabilità, e la democrazia in una formalità.

Il condono come segnale: legalizzare l’abuso e chiamarlo “primo treno utile”

Dentro questa logica, il capitolo più rivelatore è la mossa sul condono edilizio. Non un dibattito trasparente, non una scelta motivata da un’emergenza reale, ma un ordine del giorno alla manovra che “impegna il governo ad adottare” un nuovo condono “nel primo provvedimento utile”. Il contenitore sarebbe la riforma del Testo unico dell’edilizia, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa del Parlamento. 

Qui la politica parla un linguaggio chiarissimo: non si affronta l’emergenza abitativa con case popolari, affitti sostenibili, recupero serio e trasparente del patrimonio pubblico. Si manda un messaggio culturale: “se hai violato le regole, prima o poi arriva una sanatoria”. In Italia non sarebbe neppure una novità: i grandi condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 sono il precedente storico che pesa come un macigno, perché hanno sedimentato l’idea che l’abuso non è un reato sociale, ma un investimento in attesa di sconto. 

E mentre la maggioranza si contende la bandierina del “Piano casa”, la traiettoria che emerge è quella denunciata da più osservatori: condoni, sanatorie, semplificazioni “a favore”, e pochissimo per chi una casa deve prenderla in affitto senza essere strozzato. 

Tagli e spostamenti: meno coesione, più rendite di fatto

Poi ci sono i numeri che raramente finiscono nei titoli, ma decidono la vita concreta.

Sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, nel testo approdato in Commissione Bilancio al Senato compare una riduzione delle risorse (almeno 300 milioni per il 2026, secondo l’anticipazione ANSA).  E diverse analisi segnalano un disegno più ampio di riduzione/riassorbimento di risorse FSC lungo più anni, con impatto potenziale soprattutto sui territori già fragili. 

Sull’Assegno di inclusione, il meccanismo viene “aggiustato” in modo che suona quasi beffardo: da un lato si elimina il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro, dall’altro il primo mese del rinnovo verrebbe pagato al 50%. Tradotto: si evita il buco, ma si mette una toppa più piccola proprio quando le famiglie arrivano già in apnea. 

Questo è il filo che lega i pezzi: non si nega il welfare in modo clamoroso, lo si consuma a cucchiaini. Tagli qui, ritocchi là, un’eccezione oggi, una “revisione” domani. E intanto si normalizza l’idea che la protezione sociale sia un costo da limare, non un diritto da garantire.

Lavoro: quando il “mercato” diventa una scusa per togliere tutele

Nell’intervista, Landini punta il dito su un passaggio che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia lavorato davvero: il ritorno dell’emendamento Pogliese, già contestato e poi rispuntato. La sostanza, semplificando: rendere più difficile recuperare crediti di lavoro e arretrati, spostando la prescrizione “in costanza di rapporto”, cioè mentre sei ancora dipendente, quando molti non fanno causa per paura di ritorsioni. Questo impianto è stato descritto da più fonti come un colpo ai diritti dei lavoratori, e nel 2025 aveva già acceso polemiche e ritiri tattici. 

È un punto politico enorme: se tu indebolisci la possibilità di ottenere giustizia sul salario dovuto, stai dicendo che il conflitto tra impresa e lavoratore si risolve sempre con la forza contrattuale, cioè quasi sempre a sfavore di chi ha meno potere.

Fiscal drag: la tassa invisibile che resta anche quando “ti dicono” di averti aiutato

Qui entra il tema del fiscal drag, che Landini liquida con una parola sola: “balle” quando il governo sostiene di averlo “recuperato”. Al di là della polemica, il punto è serio: il fiscal drag è quel meccanismo per cui, con inflazione e progressività Irpef, puoi finire a pagare più imposte anche se il tuo reddito reale non cresce. Diversi osservatori hanno quantificato effetti rilevanti negli ultimi anni e spiegano perché gli interventi parziali non equivalgono a sterilizzare davvero il fenomeno. 

E allora la frattura diventa morale prima che economica: se la propaganda ti vende “meno tasse”, ma il carico reale su dipendenti e pensionati resta pesante e scivola su meccanismi automatici, la politica sta chiedendo fiducia mentre svuota la busta paga.

Un Paese che si assottiglia: produzione in calo, povertà strutturale

Tutto questo avviene mentre l’Italia non è esattamente in una fase di benessere diffuso.

L’ISTAT continua a registrare debolezza nella produzione industriale: solo per citare l’ultimo dato disponibile, a ottobre 2025 l’indice destagionalizzato è stimato in calo rispetto a settembre, con flessioni in vari comparti. 

E sulla povertà assoluta, l’ISTAT stima per il 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di individui in povertà assoluta (quasi il 10% dei residenti). Non un incidente di percorso: una condizione che si stabilizza, cioè si normalizza. 

Se metti insieme questi due dati, capisci perché l’idea di “tirare a campare” con piccoli ritocchi e grandi slogan è micidiale: quando la base economica si indebolisce e la povertà resta alta, ogni taglio al welfare e ogni favore all’irregolarità (come un condono) non sono semplici misure tecniche. Sono un modo di riscrivere il patto sociale: chi sta sotto deve arrangiarsi, chi sta sopra può permettersi di aspettare la prossima sanatoria.

La domanda che resta sul tavolo

La domanda, alla fine, è brutale e semplice: che cosa sta finanziando davvero questa manovra?

Se il governo sceglie di correre sul binario dei condoni e di una politica industriale lasciata al “trasferimento senza condizioni”, mentre stringe su pensioni, welfare, sanità pubblica e coesione territoriale, allora non sta “mettendo in sicurezza i conti”. Sta mettendo in sicurezza un rapporto di potere.

E qui la critica non è ideologica: è concreta. Un Paese non va in declino perché sciopera chi lavora. Va in declino quando il lavoro povero diventa la normalità, quando la casa diventa un lusso, quando la povertà diventa statistica, e quando il Parlamento diventa un passaggio formale per decisioni già prese altrove.

Fonti principali

Manovra e ordine del giorno sul condono edilizio (Repubblica, 22 dicembre 2025). 

Intervista a Maurizio Landini sulla manovra (Repubblica, 22 dicembre 2025, anche in PDF CGIL). 

Taglio FSC (ANSA rilanciata da La Gazzetta del Mezzogiorno). 

Assegno di inclusione e primo mese dimezzato (Sky TG24). 

Povertà assoluta 2024 (ISTAT). 

Produzione industriale ottobre 2025 (ISTAT). 

Fiscal drag: stime e chiarimenti (Osservatorio CPI, lavoce.info). 

Emendamento Pogliese e crediti di lavoro (Corriere della Sera, Fisac-CGIL). 

Precedenti condoni edilizi (normativa e sintesi). 

Il welfare a pezzi: ausili negati, caregiver trattati da variabile e riforme senza carburante

C’è una parola che torna, come un ronzio di fondo, in troppe storie di disabilità oggi in Italia: scaricabarile. È il suono del diritto che si sbriciola quando passa dal testo di una norma alla vita concreta delle persone. È il rumore di un sistema che, invece di proteggere chi è più esposto, finisce per chiedere a chi ha meno di anticipare soldi, energia, tempo e pazienza.

Il caso degli ausili e dei ricambi per carrozzine elettriche è emblematico. Un anno dopo l’entrata in vigore del nuovo Tariffario dal 1° gennaio 2025, molte famiglie risultano ancora costrette a pagare totalmente o parzialmente ciò che dovrebbe essere garantito nei Livelli Essenziali di Assistenza, con un quadro regionale disomogeneo e un aumento delle disuguaglianze territoriali. 

Eppure la cornice normativa, per come è stata ribadita pubblicamente dal Ministro della Salute, è teoricamente chiara. Nel question time di fine giugno 2025, Schillaci ha ricordato che le Regioni e le ASL devono includere nei capitolati di gara per gli ausili di serie la personalizzazione, la manutenzione ordinaria e la riparazione o sostituzione dei componenti, obblighi già previsti dai LEA del 2017. L’arrivo del decreto Tariffe 2025, che ha sostituito il precedente impianto tariffario, non avrebbe ridotto i diritti dell’assistito ma solo cambiato le modalità di approvvigionamento. 

Il problema, dunque, non è l’assenza di una regola, ma la frattura tra regola e applicazione. E quando quella frattura riguarda dispositivi che determinano autonomia, salute e vita sociale, non è un difetto amministrativo: è una lesione dei diritti.

La FISH, audita al Ministero della Salute nel 2025, ha messo numeri e proposte su questa distanza: tempi d’attesa lunghi e una persistente tendenza a scaricare spese accessorie sugli assistiti, con la richiesta di armonizzare procedure e contenere le difformità territoriali. 

Qui entra in gioco la domanda che questo dibattito ha posto con crudele semplicità: chi può permettersi questi costi? La pensione di inabilità civile per il 2025 è pari a 336 euro mensili per 13 mensilità e l’indennità di accompagnamento è di 542,02 euro mensili.  Parliamo di importi che, anche sommati, non trasformano certo un diritto in un acquisto sostenibile sul mercato privato.

Il punto politico è evidente: se lo Stato riconosce il bisogno ma consente che la risposta dipenda dal cap di residenza, crea una cittadinanza sanitaria a scacchiera. È un modello che somiglia più a una lotteria territoriale che a un sistema universalistico.

La stessa logica di fondo affiora nel dibattito sui caregiver familiari. Il disegno di legge promosso dalla ministra Locatelli viene raccontato come un passo avanti culturale, ma scatena reazioni durissime perché, nei fatti, ridurrebbe la platea effettiva e fisserebbe contributi giudicati insufficienti rispetto all’intensità di cura richiesta. Si parla di un sostegno massimo di 1.200 euro trimestrali per il caregiver convivente “prevalente”, legato a requisiti stringenti e a un impegno di assistenza molto elevato. 

Il messaggio implicito, che molte associazioni leggono tra le righe, è pericoloso: la cura familiare diventa ammortizzatore strutturale di un welfare che non vuole investire a sufficienza su servizi, sollievo, tutela previdenziale e riconoscimento giuridico pieno.

E intanto la grande riforma della disabilità procede tra dichiarazioni ottimistiche e allarmi dal territorio. La sperimentazione della nuova procedura è partita nel 2025 e dovrebbe estendersi ulteriormente nel 2026, con l’obiettivo dichiarato di arrivare all’attuazione nazionale nel 2027. Ma sul campo restano ritardi e disomogeneità, con il rischio che una riforma ambiziosa venga frenata da carenze organizzative e di risorse. 

A questo quadro va aggiunta una quarta faccia della stessa crisi, spesso invisibile perché confinata nelle case e nei letti: la condizione dei malati gravissimi, allettati, totalmente dipendenti. Qui la retorica dell’autonomia si scontra con la realtà dell’assistenza continua, dei costi sommersi e della solitudine istituzionale.

La sclerosi laterale amiotrofica è uno dei simboli più duri di questa zona cieca. Nelle fasi avanzate può comportare compromissione respiratoria e necessità di assistenza altamente intensiva, spesso gestita al domicilio da famiglie che diventano, di fatto, il primo presidio sanitario e sociale. 

In questo terreno ha inciso storicamente e continua a incidere il Comitato 16 Novembre, nato dall’esperienza diretta dei malati di SLA e di altre disabilità gravissime e reso visibile da anni di mobilitazioni per il Fondo per la non autosufficienza e per un modello di assistenza domiciliare realmente esigibile in tutta Italia. La sua richiesta di fondo è semplice: un diritto non può dipendere dalla fortuna geografica. E proprio nelle settimane più recenti il Comitato ha ribadito la necessità di estendere a livello nazionale modelli di assistenza domiciliare indiretta già adottati in alcuni territori, sottolineando anche lo squilibrio tra spesa per residenzialità e investimento sull’autonomia possibile al domicilio. 

Letta insieme, questa triade di vicende racconta un’unica storia.

Gli ausili dovrebbero essere il ponte tra corpo e mondo, tra fragilità e libertà di movimento. Se diventano una spesa da anticipare, quel ponte si trasforma in pedaggio.

Il caregiver dovrebbe essere riconosciuto come soggetto con diritti propri, non come sostituto silenzioso dello Stato. Se la legge nasce con fondi percepiti come esigui e criteri troppo selettivi, rischia di istituzionalizzare l’insufficienza.

La riforma dovrebbe unificare, semplificare e rendere più giuste le valutazioni. Se parte senza risorse e senza una infrastruttura territoriale adeguata, rischia di somigliare a una grande promessa appoggiata su fondamenta ancora umide.

Per questo la proposta che emerge da queste denunce ha un valore politico semplice e potente: un atto di indirizzo nazionale, chiaro e vincolante, che inviti tutte le Regioni a non applicare alcuna forma di compartecipazione economica quando un ausilio è prescritto e ricade nei LEA, e che rafforzi il monitoraggio delle inadempienze. In sostanza: se è essenziale, non è negoziabile.

Perché il vero scandalo non è solo che alcune famiglie paghino le batterie di una carrozzina. Il vero scandalo è l’idea sottesa: che l’autonomia delle persone con disabilità e la sopravvivenza dignitosa dei malati gravissimi possano essere trattate come una voce di spesa opzionale, un extra da contrattare tra bilanci regionali, capitolati e interpretazioni elastiche.

E qui l’articolo 3 della Costituzione torna come bussola e come atto d’accusa. Non basta dichiarare l’uguaglianza: la Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che la impediscono nella vita reale.  Quando un ausilio essenziale diventa un costo privato, quando l’assistenza per la disabilità gravissima si trasforma in un percorso a ostacoli regionali, quando il caregiver è riconosciuto a parole ma lasciato con tutele ridotte, l’ostacolo non è astratto. Ha un prezzo, un tempo d’attesa, una notte in più senza sollievo, una rinuncia lavorativa, una vita che si restringe.

Un welfare serio non chiede ai più fragili di anticipare la dignità. La garantisce. E quando non lo fa, la questione non è tecnica. È profondamente politica.

Fonti essenziali

Ministero della Salute, question time su riparazioni e sostituzioni ausili per carrozzine elettriche (giugno 2025). 

Quotidiano Sanità e Il Fatto Quotidiano, ricambi e ausili e disomogeneità regionali (2025). 

Comitato 16 Novembre, documenti e presentazione dell’associazione. 

Notizie e ricostruzioni su mobilitazioni del Comitato 16 Novembre e richieste sul Fondo per la non autosufficienza. 

Senato della Repubblica e Governo, testo dell’articolo 3 della Costituzione. 

Crescita da prefisso telefonico, salari da emergenza: l’Italia del PNRR e dei lavoratori impoveriti

L’Italia è quasi ferma, cammina come con la sabbia nelle scarpe: avanza di pochi decimi e intanto lascia indietro chi lavora. Se si mettono in fila le indicazioni contenute nelle prospettive Istat e nel rapporto della Cgil-Fondazione Di Vittorio, emerge un quadro coerente e anche politicamente esplosivo: crescita lenta, domanda estera debole, tenuta affidata soprattutto a investimenti e PNRR, ma salari reali ancora lontani dal recupero dell’inflazione.

Il punto di partenza: un Paese che cresce senza slancio

Le stime Istat indicano un PIL atteso intorno allo 0,5% nel 2025 e allo 0,8% nel 2026, dopo il +0,7% del 2024. Non è recessione, ma non è neanche quell’orizzonte di sicurezza economica che permetterebbe a famiglie e imprese di fare piani lunghi. Il tratto più significativo non è solo la lentezza, ma la composizione della crescita: la domanda interna regge il quadro, mentre la componente estera rischia di sottrarre spinta.

Qui pesa l’incertezza globale, ma anche fattori più concreti: rallentamento della domanda mondiale, euro forte, e la variabile della politica commerciale statunitense. Tradotto: esportare diventa più difficile proprio mentre l’economia interna non ha abbastanza benzina per correre da sola.

PNRR: non un dettaglio, ma l’ossatura della tenuta

Dentro questo scenario, il PNRR appare come il vero pilastro anticaduta. Diverse ricostruzioni giornalistiche basate sulle valutazioni della Corte dei Conti indicano che la quota di crescita attribuibile al Piano diventa molto significativa nel 2026 e 2027, arrivando a superare in ampiezza l’intero tasso annuo previsto del PIL. È un dato che, letto politicamente, significa che senza Recovery l’Italia avrebbe rischiato una dinamica ben più vicina allo zero pieno.

Questo però apre un problema doppio:

la crescita è “a progetto”, quindi temporanea se non si trasforma in produttività, infrastrutture sociali, innovazione diffusa; il beneficio macro non si trasmette automaticamente ai salari.

Il paradosso più duro: più lavoro, meno potere d’acquisto

La fotografia sindacale è netta: le retribuzioni reali risultano ancora inferiori di circa l’8,8% rispetto ai livelli di inizio 2021. Nel settore privato la perdita cumulata media indicata dalla Fondazione Di Vittorio è dell’ordine di diverse migliaia di euro per lavoratore, con un impoverimento annuo che i comunicati e le sintesi stampa quantificano intorno ai duemila euro l’anno in termini reali nel triennio più colpito dall’inflazione.

Non è solo una questione di “quanto” si lavora, ma di “come”. La diffusione di contratti brevi, discontinui e di un part-time spesso non scelto riduce reddito e potere negoziale. La presenza di una quota rilevante di part-time involontario, richiamata dai materiali Cgil e ripresa dalla stampa, è uno dei meccanismi concreti attraverso cui la crescita occupazionale può convivere con un impoverimento reale.

Il confronto europeo: la crepa storica

Il nodo salariale non nasce ieri. Da anni la letteratura economica e sindacale insiste sulla particolarità italiana: una stagnazione prolungata delle retribuzioni reali rispetto ai principali partner europei. Le sintesi circolate in questi giorni richiamano un confronto ormai diventato simbolico: l’Italia è il grande Paese europeo con la dinamica salariale reale più debole nel lungo periodo.

Qui il punto non è fare classifiche morali, ma riconoscere un dato strutturale: quando la quota del lavoro sul valore complessivo tende a restare bassa o a scendere, il sistema produce più diseguaglianza e meno domanda interna robusta. Questo è il terreno economico su cui cresce anche la sfiducia democratica.

Fiscal drag e manovra: il conflitto sociale torna centrale

La Cgil collega la questione salariale allo sciopero generale del 12 dicembre 2025 contro la manovra del governo. La critica non è solo rivolta alla dinamica delle buste paga, ma anche al drenaggio fiscale: l’inflazione fa salire i redditi nominali, ma se gli scaglioni non vengono adeguati con decisione, aumenta il prelievo reale sul lavoro dipendente e sulle pensioni. È un pezzo decisivo della rabbia sociale di questi mesi.

Che cosa ci dice davvero questo incrocio di dati

Messo insieme, il quadro racconta tre verità semplici:

• la crescita italiana nel biennio 2025-2026 appare troppo debole per “guarire” da sola le fratture sociali;

• il PNRR sta svolgendo un ruolo di sostegno determinante, ma non può essere l’unico motore né può essere considerato automaticamente redistributivo;

• la crisi salariale è ormai una questione di architettura economica e di scelte politiche, non un incidente di percorso.

Una chiusura necessaria

Se l’Italia vuole uscire dalla logica del “galleggiamento”, deve spezzare l’idea che salari bassi e flessibilità povera siano un vantaggio competitivo. È un modello che ha prodotto un Paese più fragile, più diseguale e con minore capacità di affrontare shock esterni.

La sfida, oggi, è trasformare la spinta straordinaria del PNRR in una politica ordinaria di giustizia economica: rinnovi contrattuali che recuperino davvero l’inflazione, lotta alla precarietà strutturale, rafforzamento della contrattazione, misure fiscali che non scarichino l’aggiustamento sui redditi fissi. Senza questa svolta, la crescita resterà un numero da comunicato e la povertà lavorativa il volto quotidiano di un sistema che ha smesso di premiare il lavoro.

Note

Le prospettive macro per il 2025-2026 indicano una crescita rallentata, con un ruolo centrale della domanda interna e un contributo estero debole o negativo. Il PNRR risulta determinante per sostenere gli investimenti e la tenuta complessiva del PIL nel biennio e soprattutto nel passaggio 2026-2027. Le retribuzioni reali restano sotto i livelli di inizio 2021, con una perdita di potere d’acquisto stimata intorno a circa l’8,8%. La precarietà e il part-time involontario contribuiscono a spiegare perché più occupazione non equivalga automaticamente a più sicurezza economica. Il fiscal drag viene indicato come uno dei meccanismi che comprimono ulteriormente redditi di lavoratori e pensionati in un contesto di inflazione recente. Lo sciopero generale del 12 dicembre 2025 è presentato come risposta sindacale a una manovra giudicata inadeguata sul fronte sociale e salariale.

Riferimenti sitografici

• Istat, Prospettive dell’economia italiana 2025-2026.

• Cgil, materiali e comunicati sullo sciopero generale del 12 dicembre 2025.

• Fondazione Giuseppe Di Vittorio, rapporto “La crisi dei salari”.

• Corte dei Conti, relazioni e documenti sul PNRR e sul suo impatto macroeconomico.

• La Repubblica, 6 dicembre 2025, Valentina Conte, “Istat, crescita lenta e paghe basse la Cgil: persi in media 6mila euro”.