La cura gratuita per legge

Il ddl Locatelli sui caregiver familiari arriva in Aula il 2 ottobre senza contributi figurativi, senza servizi e senza un euro in più. Il confronto con i sette impegni della campagna «La cura non è un costo. È un diritto!» e con una riforma della disabilità rimasta a metà

1. Una legge che non costa

Venerdì 2 ottobre l’Aula di Montecitorio comincerà l’esame del disegno di legge C.2789, «Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari». Il Governo lo presenterà come una conquista attesa da un decennio, la prima legge organica sui caregiver familiari dopo anni di proposte arenate nelle commissioni. Ed è vero che un testo di questo genere, nell’ordinamento italiano, non c’era mai stato. Ma è vero anche il suo rovescio: un provvedimento che riconosce senza tutelare, che nomina senza proteggere, che misura in ore settimanali il lavoro di milioni di persone per poi retribuirlo, nel migliore dei casi, intorno a un euro l’ora, non colma un vuoto. Lo mette in forma di legge.

Nel nostro Paese oltre sette milioni di persone assistono ogni giorno un familiare non autosufficiente, con disabilità grave o gravemente malato. In larghissima maggioranza sono donne. Lavorano senza orario, senza ferie, senza malattia, spesso senza più un impiego retribuito, e accumulano anno dopo anno buchi contributivi che si trasformeranno in pensioni misere o inesistenti. Sono, come è stato detto in piazza a gennaio, un livello essenziale di assistenza occulto: la voce di spesa che non compare in nessun bilancio pubblico per la sola ragione che la pagano loro. La domanda che una legge seria avrebbe dovuto porsi era semplice: chi paga il prezzo di questo lavoro? La risposta del ddl Locatelli, anche dopo il passaggio in Commissione, resta quella di sempre. Lo paga chi lo svolge.

Per questo condividiamo senza riserve il giudizio di CARER ETS, l’Associazione Caregiver Familiari, che ha definito puramente cosmetici gli emendamenti approvati e ha scritto che il testo non riduce il carico di cura, non elimina le discriminazioni e non costruisce servizi. E per questo proviamo qui a fare ciò che il dibattito parlamentare ha evitato con cura: mettere il testo del Governo accanto a ciò che chiedono le persone che la cura la fanno, e misurare la distanza.

2. Che cosa esce dalla Commissione Affari sociali

La XII Commissione della Camera ha chiuso l’esame il 16 settembre, dopo aver atteso per mesi il parere del ministero dell’Economia sugli emendamenti, compresi quelli del relatore Luciano Ciocchetti, deputato di Fratelli d’Italia. Le modifiche approvate provengono tutte dalla maggioranza; secondo i Caregiver Familiari Uniti, le proposte delle opposizioni sono state respinte senza eccezioni, in un provvedimento che pure si voleva trasversale.

L’impianto resta quello presentato dal Governo il 12 gennaio. Il testo distingue il caregiver in base all’intensità dell’impegno: il caregiver prevalente, con un carico assistenziale superiore alle 91 ore settimanali; il caregiver convivente, sopra le 30 ore; il caregiver non convivente. Solo il primo ha diritto al contributo economico: fino a 400 euro al mese, erogati a trimestre, esentasse, a partire dal 2027. Nel testo originario il contributo era riservato a chi aveva un ISEE familiare inferiore a 15 mila euro e un reddito da lavoro non superiore a 3 mila euro l’anno. Novantuno ore la settimana significano tredici ore al giorno, domeniche e festivi inclusi. Quattrocento euro al mese divisi per circa 394 ore mensili fanno poco più di un euro l’ora.

La Commissione ha innalzato la soglia ISEE da 15 a 25 mila euro, ma con un meccanismo di decalage: sopra i 15 mila il contributo si riduce progressivamente fino a circa 40 euro al mese per chi si colloca a ridosso del nuovo tetto. Ha portato da 25 a 40 chilometri la distanza massima tra la residenza del caregiver non convivente e quella della persona assistita. Ha eliminato il requisito della maggiore età, includendo esplicitamente i minorenni conviventi tra i caregiver familiari. Ha previsto la salvaguardia delle leggi regionali già in vigore. E ha fatto slittare di quattro mesi, al 2 gennaio 2027, la piattaforma dell’INPS attraverso cui si dovrà ottenere la qualifica e presentare la domanda, una piattaforma che per il solo 2026 costa circa un milione di euro.

Non ha fatto, invece, l’unica cosa che avrebbe dato un senso all’allargamento della platea: aumentare le risorse. Lo ha ammesso lo stesso relatore, che ha parlato dell’impossibilità di aumentare la disponibilità finanziaria, rimandando alla prossima legge di bilancio. Il Governo indica per il contributo e le misure collegate circa 257 milioni di euro per il 2027 e 260 milioni annui dal 2028. Con gli emendamenti è cambiata soltanto la contabilità interna: la dotazione specifica per il contributo 2027 scende da 248 a 186 milioni, mentre il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità cresce di circa 62 milioni. Il totale resta identico. La documentazione parlamentare, del resto, qualifica quelle somme come limite di spesa: significa che l’importo effettivo dipenderà dal numero delle domande. Più persone avranno diritto, meno ciascuna riceverà. Allargare la platea a saldi invariati non è un’estensione dei diritti. È la stessa coperta divisa in più pezzi.

Un conto semplice aiuta a capire le proporzioni. Duecentosessanta milioni l’anno, divisi per i sette milioni e mezzo di caregiver che le stesse forze politiche citano nei loro interventi, fanno circa 35 euro a persona all’anno: meno di tre euro al mese. È ovviamente un rapporto teorico, perché il contributo andrà a poche decine di migliaia di persone. Ma è il rapporto che dice quanto lo Stato ritiene valga, nel suo insieme, il lavoro di cura familiare.

3. Il grande assente: i contributi figurativi

C’è un punto sul quale il ddl non è insufficiente: è semplicemente muto. Nel testo non esiste alcun accredito di contributi figurativi a carico dello Stato per i periodi di cura. Il contributo mensile, come hanno fatto notare diverse associazioni, non costituisce reddito e non genera contribuzione. Chi lascia il lavoro per assistere un figlio con disabilità gravissima o un genitore allettato continua, per la previdenza pubblica, a non esistere. La Fondazione Demo, analizzando il provvedimento, ha rilevato che la copertura figurativa, le pensioni anticipate e le detrazioni per le spese di cura sono aspetti completamente assenti. La CGIL, in audizione, lo ha definito inadeguato proprio perché riconosce la figura senza definire i diritti soggettivi che dovrebbero accompagnarla.

L’assenza pesa di più perché non è una svista. Da anni esistono testi che affrontano la questione. Il disegno di legge 1461 della scorsa legislatura prevedeva contributi figurativi a carico dello Stato, equiparati a quelli del lavoro domestico, corrispondenti a 54 ore settimanali di assistenza. Nella legislatura in corso la proposta di legge C.1461 dedica il suo quarto articolo alla copertura previdenziale del periodo di cura con contributi figurativi. Il ddl del Governo si è affiancato a una dozzina di proposte parlamentari, ha scelto di non raccoglierne il nucleo previdenziale e, in Commissione, ha respinto gli emendamenti che provavano a reintrodurlo. Gli strumenti oggi disponibili, l’APE sociale e la cosiddetta Quota 41 per i lavoratori precoci, presuppongono una lunga carriera lavorativa alle spalle: sono inaccessibili proprio a chi, per assistere, quella carriera non ha potuto costruirla.

Il quarto dei nostri sette impegni chiede esattamente ciò che manca. Chiede una legge nazionale che riconosca il caregiver familiare come titolare di diritti propri e non come risorsa del sistema assistenziale; il riconoscimento dell’attività di cura continuativa e prevalente come lavoro usurante, nel quadro del decreto legislativo 67 del 2011; l’accredito dei periodi di cura ai fini pensionistici con contributi figurativi a carico dello Stato; la possibilità di prepensionamento; tutele sanitarie, lavorative e di sollievo; la fine dello scarico del lavoro di cura sulle famiglie e in particolare sulle donne. Non è una richiesta massimalista. È ciò che la letteratura scientifica suggerisce da vent’anni, da quando lo studio di Epel e Blackburn ha misurato l’invecchiamento cellulare accelerato delle madri caregiver sottoposte a stress cronico, e da quando Schulz e Beach hanno documentato un rischio di morte più alto del 63 per cento nei caregiver anziani sotto sforzo. Un lavoro che accorcia la vita è, per definizione, un lavoro usurante.

Anche Anffas e AIPD, nel loro appello congiunto di questi giorni, scrivono che il riconoscimento del caregiver familiare non può prescindere da un’effettiva tutela previdenziale. E il Parlamento europeo, con la risoluzione del 21 maggio 2026 approvata con 263 voti favorevoli, ha chiesto uno statuto europeo dei prestatori di assistenza che comprenda proprio le tutele previdenziali. Sul piano internazionale, del resto, l’Italia è già stata condannata: con la decisione resa pubblica il 3 ottobre 2022 sulla comunicazione 51 del 2018, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha accertato la violazione degli articoli 5, 19, 23 e 28 della Convenzione per l’assenza di un adeguato quadro di tutela dei caregiver familiari. Il ddl Locatelli era l’occasione per rispondere. Ha scelto di non farlo.

4. I sette impegni accanto al testo del Governo

Il confronto con gli altri impegni della campagna è, se possibile, ancora più istruttivo, perché mostra che il limite del ddl non sta nei dettagli ma nell’idea di welfare che lo regge.

Il primo impegno chiede di istituire un Servizio Nazionale per la Non Autosufficienza pubblico e universale, senza limiti di età. Il ddl non costruisce alcun servizio. Chiede al caregiver di dimostrare 91 ore settimanali di assistenza mentre, come ha ricordato in piazza il deputato Andrea Quartini, i livelli essenziali delle prestazioni per l’assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti sono stati quantificati in una sola ora media settimanale. Novantuno ore chieste alla famiglia, un’ora garantita dallo Stato: è la sintesi più esatta del modello.

Il secondo impegno chiede risorse e assistenza certe per le persone con disabilità grave e gravissima e per chi vive in condizione di dipendenza vitale. Il ddl si limita a spostare risorse da un capitolo all’altro senza aggiungerne, e già a gennaio le opposizioni denunciavano che la copertura attingeva a fondi destinati alla non autosufficienza e all’inclusione. Il rischio è di sostenere chi assiste togliendo a chi è assistito.

Il terzo impegno chiede di rifinanziare strutturalmente il Servizio Sanitario Nazionale e di superare il modello aziendalistico. Il ddl è costruito sulla clausola di invarianza, cioè sul presupposto opposto: che il sistema pubblico non debba crescere e che il fabbisogno si scarichi sulle case.

Il quinto impegno chiede organici adeguati e retribuzioni europee per medici e personale infermieristico, con assunzioni dirette. L’unico personale che il ddl autorizza ad assumere è quello dell’INPS, per gestire la piattaforma delle domande. Si rafforza l’apparato che certifica il bisogno, non quello che lo soddisfa.

Il sesto impegno chiede vita indipendente, autodeterminazione e residenzialità pubblica. Un contributo condizionato alla convivenza e a un carico di cura che occupa l’intera giornata lega la persona con disabilità e il suo familiare alla stessa casa e allo stesso destino. È l’esatto contrario della vita indipendente: è la dipendenza reciproca resa requisito di legge.

Il settimo impegno chiede livelli essenziali delle prestazioni definiti per legge, risorse certe e il contrasto all’autonomia differenziata, con l’abrogazione della legge Calderoli. Il ddl fa salve le leggi regionali più avanzate, e per chi vive in quelle regioni è un bene. Ma senza un livello nazionale esigibile la salvaguardia consolida la geografia della disuguaglianza: chi assiste in Emilia-Romagna continuerà ad avere più tutele di chi assiste in Calabria. Cittadinanzattiva lo aveva detto in audizione: il testo rischia di creare condizioni di minor vantaggio rispetto alla normativa regionale e contraddice la riforma della non autosufficienza. Nessuna di queste osservazioni è stata accolta.

5. Caregiver bambini: quando il riconoscimento diventa normalizzazione

L’inclusione dei minorenni è stata presentata come un gesto di attenzione. Lo è solo in apparenza. I giovani caregiver esistono, e da tempo le associazioni chiedono che siano visti e protetti: che la scuola ne tenga conto, che abbiano sostegno psicologico, che la loro famiglia riceva servizi tali da restituire loro l’infanzia e l’adolescenza. Ma altro è riconoscere un minore come persona da proteggere dalle conseguenze della cura, altro è riconoscerlo come caregiver titolare della qualifica e del contributo, in un sistema che non gli offre nulla di ciò che servirebbe davvero.

Sofia Donato, portavoce della Rete Caregiver Familiari Comma 255, che ha partecipato al Tavolo tecnico ministeriale, ha indicato in questa scelta il simbolo delle contraddizioni del provvedimento: si chiede a chi per legge non ha piena capacità di agire di assumere responsabilità di cura rilevantissime. CARER ETS osserva che, senza servizi capaci di sostenere il minore e la sua famiglia, il riconoscimento rischia di restare formale. Noi aggiungiamo che rischia di diventare qualcosa di peggio: la certificazione pubblica che un figlio o una nipote possono sostituire un servizio che lo Stato non intende costruire.

6. La riforma della disabilità e l’appello di Anffas e AIPD

Il ddl sui caregiver non va letto da solo. Si innesta nella riforma della disabilità avviata dalla legge delega 227 del 2021, finanziata dal PNRR, e attuata dal decreto legislativo 62 del 2024. Proprio in questi giorni Anffas e AIPD hanno rivolto al Governo, al Parlamento e alle istituzioni un appello congiunto perché quella riforma sia attuata fino in fondo, in modo uniforme e senza arretrare sui diritti già acquisiti.

Sulla carta la riforma è la più avanzata della storia repubblicana. Supera il modello centrato sull’accertamento sanitario, adotta il paradigma bio-psico-sociale della Convenzione ONU, introduce una valutazione di base unica affidata all’INPS e soprattutto il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, da sostenere con un budget di progetto che ricomponga risorse oggi disperse. La sperimentazione è arrivata alla terza fase e coinvolge 50 province; dal 1° gennaio 2027 il nuovo sistema dovrebbe estendersi a tutto il territorio nazionale.

Le richieste delle due associazioni meritano di essere lette una per una, perché ciascuna rivela una crepa. Chiedono l’istituzione di un Fondo unico per i progetti di vita con risorse adeguate, certe e continuative, perché la realizzazione del progetto non dipenda dalle disponibilità del singolo territorio. Oggi il fondo dedicato dal decreto 62 agli interventi non coperti dai servizi ordinari vale 25 milioni di euro l’anno, per una popolazione di milioni di persone con disabilità. Chiedono il rispetto del principio di non regressione, a partire dalle semplificazioni ottenute negli anni dalle persone con sindrome di Down: l’articolo 94, comma 3, della legge 289 del 2002 consente il riconoscimento della gravità sulla base del cariotipo certificato dal medico di medicina generale, con esenzione dalle successive visite di revisione, e la nuova valutazione di base non deve cancellare queste tutele. Chiedono di completare la revisione della legge 112 del 2016 sul Durante e Dopo di noi, integrandone gli strumenti nel progetto di vita. Chiedono che il riconoscimento del caregiver arrivi fino alla tutela previdenziale. E chiedono l’attuazione della delega contenuta nell’articolo 17 della legge 167 del 2025 per superare interdizione e inabilitazione e rafforzare l’amministrazione di sostegno, nello spirito dell’articolo 12 della Convenzione ONU. Una delega che il Parlamento ha approvato nel novembre 2025 e che, come Anffas denunciava già a maggio, rischia di restare lettera morta.

Il fatto stesso che due tra le più autorevoli associazioni del settore debbano chiedere pubblicamente che una riforma già legge non faccia passi indietro è un segnale politico preciso. Dice che la distanza tra l’ordinamento scritto e l’ordinamento vissuto è il vero campo di battaglia. E dice che le famiglie hanno imparato a temere le riforme anche quando sono buone, perché sanno che arrivano senza risorse e che, in assenza di risorse, ogni nuova procedura diventa un nuovo filtro.

7. Il progetto di vita e la famiglia come voce di bilancio

È qui che le due vicende si saldano, e che si vede la logica comune. Il ddl caregiver prevede che il carico assistenziale del familiare sia individuato in termini di ore all’interno del progetto di vita della persona con disabilità e del piano assistenziale individualizzato dell’anziano non autosufficiente. Presentata come valorizzazione, la norma ha un effetto preciso: il lavoro gratuito della famiglia entra formalmente nel progetto come una risorsa disponibile, contabilizzata accanto alle prestazioni pubbliche. Il progetto di vita, che dovrebbe essere lo strumento dei diritti della persona, rischia di diventare lo strumento con cui l’amministrazione registra quanta cura la famiglia è in grado di fornire, e dunque quanta ne può risparmiare lo Stato.

Non è un processo alle intenzioni. Con un fondo nazionale per i progetti di vita da 25 milioni e un contributo ai caregiver da 260 milioni ripartito in base alle domande, il budget di progetto non avrà molto altro da ricomporre se non ciò che già esiste e ciò che la famiglia già fa. La partecipazione del caregiver alla valutazione multidimensionale, che Anffas e AIPD giustamente apprezzano, è un principio sacrosanto. Ma partecipare a una valutazione che non ha nulla da offrire significa soltanto firmare il verbale della propria solitudine.

La teoria critica ha un nome per questo meccanismo. Nancy Fraser lo ha chiamato crisi della cura: il capitalismo finanziarizzato consuma le capacità di riproduzione sociale da cui dipende, cioè il lavoro, largamente femminile e non retribuito, che produce e mantiene le persone, e al tempo stesso si rifiuta di pagarlo. Quando lo Stato arretra, quel lavoro non scompare: viene ricacciato dentro le famiglie, e dentro le famiglie sulle donne. Il cosiddetto welfare familista italiano non è un’eredità culturale da rispettare. È una scelta di politica economica che si rinnova a ogni legge di bilancio, e il ddl Locatelli la codifica.

8. Economia politica della cura gratuita

L’impossibilità di aumentare le risorse, invocata dal relatore, va messa a confronto con le scelte che lo stesso Governo compie altrove. Secondo l’Osservatorio Mil€x, la spesa militare italiana prevista per il 2026 raggiunge il record storico di 33,9 miliardi di euro, con un aumento del 45 per cento rispetto al 2017. I soli investimenti in nuovi sistemi d’arma toccano 13,2 miliardi, il 60 per cento in più rispetto al 2022. E a queste cifre il Documento programmatico di finanza pubblica aggiunge circa 23 miliardi di aumenti nel triennio, pronti a scattare con l’attivazione della clausola europea di salvaguardia per la difesa.

Le proporzioni parlano da sole. La spesa militare del 2026 vale circa 130 volte lo stanziamento annuo per il contributo ai caregiver. I 260 milioni per chi assiste ogni giorno un familiare non autosufficiente corrispondono a meno dell’uno per cento di ciò che il Paese destina agli apparati militari. Non esiste dunque alcuna impossibilità contabile. Esiste una gerarchia politica delle priorità, nella quale la riproduzione della vita viene dopo la preparazione della guerra, e nella quale la sicurezza si misura in cacciabombardieri e non in ore di assistenza domiciliare.

È la stessa gerarchia che la Costituzione rovescia. L’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza. L’articolo 32 fa della salute un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. L’articolo 38 garantisce agli inabili il mantenimento e l’assistenza sociale e affida questi compiti a organi e istituti predisposti o integrati dallo Stato, non alle famiglie lasciate sole. Una legge che affida la non autosufficienza al lavoro gratuito dei parenti, retribuendolo un euro l’ora e negandogli la pensione, è lontana dalla lettera e dallo spirito di quelle norme.

9. Che cosa chiediamo prima del voto

Il testo passerà alla Camera e poi al Senato. C’è ancora il tempo per cambiarlo, se il Parlamento vorrà. Ai deputati e alle deputate che il 2 ottobre voteranno chiediamo alcune cose precise, tutte coerenti con i sette impegni della campagna.

Chiediamo l’introduzione dell’accredito di contributi figurativi a carico dello Stato per tutti i periodi di cura continuativa e prevalente, cumulabili con quelli da lavoro, e il riconoscimento di quella cura come attività usurante, con accesso anticipato alla pensione. Chiediamo il superamento della soglia delle 91 ore come condizione di accesso e di un ISEE familiare che trasforma il sostegno in una trappola della povertà, impedendo a chi assiste di lavorare anche in modo parziale. Chiediamo che i servizi di sollievo, l’assistenza domiciliare qualificata e il supporto psicologico diventino livelli essenziali esigibili in tutto il Paese, e non opzioni affidate ai bilanci regionali. Chiediamo che il contributo non sia un limite di spesa da dividere tra chi arriva prima, ma un diritto soggettivo finanziato in misura adeguata al fabbisogno reale. Chiediamo che i minori non siano caricati del ruolo di caregiver ma protetti come figli, nipoti e studenti, con servizi rivolti all’intera famiglia.

Sul fronte della riforma della disabilità facciamo nostre le richieste di Anffas e AIPD: un Fondo unico per i progetti di vita con risorse certe e adeguate, il principio di non regressione scritto e rispettato, il completamento della revisione del Durante e Dopo di noi, l’attuazione immediata della delega sulla protezione giuridica. E aggiungiamo ciò che nessuna di queste misure potrà ottenere da sola: un finanziamento strutturale della non autosufficienza e del Servizio Sanitario Nazionale, sottratto alla logica dell’invarianza e al ricatto dell’austerità.

10. Firmare, e far firmare

La campagna «La cura non è un costo. È un diritto!» è nata esattamente per questo: per trasformare una domanda sociale diffusa ma dispersa in sette impegni pubblici, verificabili, da sottoporre a chi siede in Parlamento, nei Consigli regionali e al Parlamento europeo. Oltre 1.600 eletti riceveranno la richiesta di sottoscriverli, le loro risposte saranno pubblicate e il rispetto degli impegni verrà verificato nel tempo. La raccolta firme su Change.org resta aperta fino al 31 gennaio 2027.

Il voto del 2 ottobre dirà molto di chi rappresenta davvero le persone che curano. Ma non chiuderà la partita. Una legge sbagliata si cambia con la stessa forza con cui si è ottenuta, e quella forza oggi è fatta di associazioni che non si accontentano, di famiglie che smettono di vergognarsi della propria fatica, di cittadine e cittadini che si rifiutano di considerare la cura un costo da comprimere. Chi assiste un familiare non chiede elemosine né medaglie. Chiede diritti, servizi, una pensione, e il tempo per vivere anche la propria vita.

Firmate la petizione e fatela circolare: https://c.org/N8rPmcjshB. Leggete e diffondete il documento integrale dei sette impegni: https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/09/la_cura_non_e_un_costo_sette_impegni_definitivo.docx. E se volete capire da dove nasce tutto questo, il libro «La cura negata. Anatomia dell’abbandono» è scaricabile gratuitamente: https://mariosommella.com/wp-content/uploads/2026/08/la-cura-negata.pdf.

Fonti

Sanità Informazione, «Ddl caregiver, CARER ETS boccia gli emendamenti al Ddl Locatelli: sono cosmetici, il carico di cura resta sulle famiglie», 25 settembre 2026.

Il Fatto Quotidiano, Renato La Cara, «Ddl Caregiver, aumenta la platea di chi può ricevere aiuti ma i fondi restano gli stessi», 25 settembre 2026.

Vita, «Caregiver, cambia il ddl: Isee fino a 25mila euro e riconosciuti anche i minorenni», settembre 2026.

Vita, «Caregiver familiari, il ddl assegnato alla Commissione Affari sociali della Camera», 2 marzo 2026.

Osservatorio Disabilità Human Hall, Università di Milano, «Presentato il disegno di legge sui caregiver, DDL n. 2789», 16 marzo 2026.

CGIL, «Caregiver: Cgil in audizione, ddl inadeguato, servono più diritti e servizi», 27 marzo 2026.

Quotidiano Sanità, «Ddl caregiver. Cittadinanzattiva: un provvedimento che burocratizza la fatica del caregiver e lo isola nel suo ruolo», 24 marzo 2026.

ANSA, «Caregiver in piazza contro il ddl Locatelli, 400 euro un’elemosina», 27 gennaio 2026.

Trend Sanità, «DDL caregiver: contributo fino a 400 euro e nuove tutele», 15 gennaio 2026.

Fondazione Demo, «Caregiver, dal Governo una proposta lontana dalla realtà, iniqua e culturalmente sbagliata», settembre 2026.

Camera dei deputati, proposta di legge C.1461, XIX legislatura, scheda e testo.

Anffas, proposte di emendamento al DDL S.1461 sul caregiver familiare, XVIII legislatura.

Studio Legale MP, «Contributi figurativi e caregiver: cosa matura davvero», 7 luglio 2026.

Forum Terzo Settore, «Anffas e AIPD: una riforma da attuare fino in fondo, nessun passo indietro sui diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie», 24 settembre 2026.

Riforma Disabilità, Presidenza del Consiglio dei ministri, «Il Decreto legislativo n. 62/2024».

Orizzonte Scuola, «Riforma disabilità, sintesi del Decreto legislativo 62/2024: cosa cambia dal 2026», 18 aprile 2026.

Orizzonte Insegnanti, «Riforma disabilità 2026: cosa cambia dal Decreto legislativo 62/2024», 18 aprile 2026.

ANSA, «Protezione giuridica persone con disabilità, Anffas: attuare subito delega», 14 maggio 2026.

Superando, «Dall’Europa si chiede il riconoscimento dei prestatori di assistenza informali nei sistemi pensionistici e di sicurezza sociale», 26 maggio 2026.

Notizie.it, «Più diritti e risorse per caregiver: la proposta del Parlamento europeo», 21 maggio 2026.

Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, decisione sulla comunicazione n. 51/2018, CRPD/C/27/D/51/2018, pubblicata il 3 ottobre 2022.

Mil€x, Osservatorio sulle spese militari italiane, «Spesa militare previsionale pura in crescita di un miliardo nel 2026 per l’Italia», 28 ottobre 2025.

Infodifesa, «Bilancio Difesa 2026: boom di investimenti e armi», 30 ottobre 2025.

Nancy Fraser, «Contradictions of Capital and Care», New Left Review, n. 100, luglio-agosto 2016.

Elissa S. Epel, Elizabeth H. Blackburn e altri, «Accelerated telomere shortening in response to life stress», Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 101, n. 49, 2004.

Richard Schulz, Scott R. Beach, «Caregiving as a Risk Factor for Mortality: The Caregiver Health Effects Study», JAMA, vol. 282, n. 23, 1999.

La cura non è un costo. È un diritto!, documento dei sette impegni.

Mario Sommella, «La cura negata. Anatomia dell’abbandono», edizione digitale gratuita.

Mario Sommella

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