La Giustizia sotto Attacco: Il Grande Inganno della Riforma Nordio

L’Italia ha assistito a un evento storico: uno sciopero della magistratura con un’adesione senza precedenti, oltre l’80%, e punte del 90% nelle grandi città. Un segnale chiaro, inequivocabile, di una magistratura che non intende piegarsi a una riforma che mina l’indipendenza della giustizia e stravolge i principi fondamentali della Costituzione. Il governo Meloni, invece di ascoltare, si trincera dietro una narrazione pericolosa e strumentale, tentando di dipingere i magistrati come una casta arroccata nei propri privilegi. Ma la verità è ben diversa: in gioco non ci sono interessi corporativi, ma l’equilibrio democratico del Paese.

Una protesta che scuote il Paese

Le immagini dei magistrati con la Costituzione in mano sulle scale dei tribunali sono il simbolo di una battaglia che va ben oltre la categoria togata. Questo sciopero non è stato solo un atto di dissenso tecnico, ma una vera e propria difesa della democrazia. La riforma Nordio, con la separazione delle carriere, la creazione di due CSM distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, è il cavallo di Troia con cui la politica tenta di mettere il guinzaglio alla magistratura.

Non è un caso che alla protesta abbiano aderito intellettuali, scrittori, artisti. Gianrico Carofiglio ha ammonito i magistrati a comunicare in modo chiaro alla cittadinanza, Antonio Albanese si è schierato apertamente a Genova, mentre Viola Ardone e Maurizio de Giovanni hanno parlato di un rischio concreto per la forma stessa dello Stato. Anche Dacia Maraini e Nicola Piovani hanno espresso il loro sostegno, ribadendo la necessità di difendere la Costituzione da chi vuole piegarla ai propri interessi di potere.

Il governo tra finta apertura e repressione

Di fronte a questa mobilitazione, la risposta della destra è stata la solita: tentativi di delegittimazione e repressione del dissenso. La deputata leghista Simonetta Matone ha definito lo sciopero “un’offesa all’Italia”, accusando i magistrati di usare la Costituzione come arma politica. Un’accusa ridicola, se non fosse pericolosa. Anche Sergio Rastrelli di Fratelli d’Italia ha parlato di “arroccamento corporativo”, dimostrando come il governo abbia deciso di non affrontare il merito della questione, ma di limitarsi a lanciare slogan propagandistici.

Nel frattempo, Giorgia Meloni ha convocato un vertice con i suoi alleati per decidere il da farsi. E qui il teatrino è diventato ancora più chiaro: si parla di “apertura al dialogo”, ma solo su aspetti marginali come le “quote rosa” o il metodo di selezione del CSM. Nulla che possa minimamente alterare la struttura di una riforma che punta a ridurre la magistratura a un’emanazione del potere esecutivo. Forza Italia e Lega, inizialmente più rigide, hanno poi ammorbidito le proprie posizioni per evitare tensioni con il Colle. Ma la verità è che il governo non ha alcuna intenzione di cambiare la sostanza della riforma.

Una deriva autoritaria che non possiamo accettare

Il vero obiettivo di questa riforma non è migliorare la giustizia, ma addomesticarla. Il governo Meloni sa bene che un potere giudiziario indipendente è un ostacolo per chi vuole concentrare il potere nelle proprie mani. La separazione delle carriere non ha nulla a che fare con una maggiore efficienza del sistema, ma è il primo passo per trasformare il pubblico ministero in un burocrate agli ordini della politica.

Il presidente dell’ANM Cesare Parodi è stato chiarissimo: questa riforma danneggia i cittadini, non i magistrati. Perché un pubblico ministero sotto il controllo del governo significa meno indagini sui potenti, meno giustizia per i più deboli, meno garanzie per tutti. Significa un Paese in cui l’uguaglianza davanti alla legge diventa un concetto vuoto.

Il 5 marzo: una battaglia decisiva

L’appuntamento tra governo e magistratura del 5 marzo sarà cruciale. Ma non bisogna farsi illusioni: questo governo non arretrerà di un millimetro se non sarà costretto a farlo. La mobilitazione deve continuare, deve allargarsi, deve coinvolgere ogni cittadino che crede nella giustizia e nella democrazia. Perché il disegno della destra è chiaro: svuotare la magistratura della sua indipendenza, ridurre gli spazi di democrazia, accrescere il controllo politico su ogni aspetto della vita pubblica.

Non possiamo permetterlo. Non dobbiamo permetterlo. La giustizia indipendente non è un privilegio di pochi, ma una garanzia per tutti. E la lotta per difenderla non è solo una questione di magistrati: è una battaglia di civiltà che riguarda ognuno di noi.

Ipnocrazia e Psicopolitica: Il Controllo delle Menti nell’Era degli Algoritmi

L’analisi di Jianwei Xun in Ipnocrazia si innesta su un filone di pensiero già esplorato da diversi filosofi contemporanei. Tra questi, Byung-Chul Han, con il suo Psicopolitica, offre una chiave di lettura essenziale per comprendere il regime ipnocratico e il suo funzionamento.

Han descrive la transizione dal potere disciplinare (tipico del Novecento, basato sulla repressione e sul controllo fisico) a un potere più sottile e pervasivo: quello psicopolitico. Se in passato il potere si esercitava imponendo ordini e divieti, oggi si manifesta attraverso un condizionamento mentale invisibile, che induce i soggetti a volere esattamente ciò che il sistema desidera che vogliano.

La Trance Algoritmica come Psicopolitica Perfetta

Questa evoluzione del potere si sposa perfettamente con il concetto di trance algoritmica di massa descritto da Xun. L’Ipnocrazia non ha bisogno di imporsi con la forza, perché le persone vi si consegnano volontariamente. Il condizionamento avviene attraverso l’interiorizzazione dei meccanismi digitali, che penetrano nelle menti con un’efficacia mai vista prima.

Han ci mette in guardia dall’illusione della libertà digitale: i social media, gli algoritmi predittivi e i big data non servono a emancipare gli individui, ma a guidare i loro pensieri e le loro emozioni senza che se ne rendano conto. L’era delle punizioni e della censura è finita: oggi è più efficace saturare il campo percettivo con un eccesso di stimoli, immagini, informazioni contraddittorie.

L’Ipnocrazia non convince, stordisce. E nel momento in cui una mente è sommersa da troppe informazioni, smette di cercare la verità e si abbandona al flusso dell’informazione stessa. Ecco perché il video di Trump su Gaza non è solo propaganda, ma un esempio perfetto di saturazione narrativa: la realtà viene sostituita da una simulazione che non cerca di essere credibile, ma semplicemente di essere totalizzante.

La Produzione del Sé come Meccanismo di Controllo

Un altro punto chiave che lega Psicopolitica e Ipnocrazia è il modo in cui il potere oggi non si limita a dirci cosa fare, ma ci spinge a modellarci spontaneamente secondo le sue logiche. Han parla di come il capitalismo digitale abbia sostituito la repressione con la produzione del sé:

• Gli individui si trasformano in imprenditori di se stessi, costantemente impegnati a ottimizzare la propria immagine, i propri pensieri, il proprio tempo.

• I social network sono il luogo in cui questa dinamica raggiunge il massimo grado di efficienza: l’individuo si sorveglia da solo, desidera conformarsi al modello dominante senza che ci sia bisogno di una coercizione esterna.

• La felicità e il successo diventano obblighi: non sei più costretto a obbedire, ma ti senti in colpa se non riesci a essere felice, produttivo, performante.

Se l’Ipnocrazia descritta da Xun è un regime che manipola la percezione, la Psicopolitica di Han spiega perché questo sia possibile: il soggetto moderno è già predisposto a lasciarsi catturare. L’incessante esposizione a immagini, feed, notifiche e micro-dosi di piacere digitale ha creato un’umanità addestrata a reagire agli stimoli come un animale in laboratorio.

Chi è Immune all’Ipnocrazia?

E qui torniamo a una riflessione personale: chi può sottrarsi a questo sistema?

Essendo non vedente, mi rendo conto di essere, in un certo senso, immune alla parte più potente del condizionamento ipnocratico: l’invasione visiva. Le immagini, gli spot, i video, i flussi continui di contenuti visivi che tengono le persone in uno stato di trance non hanno effetto su di me. Tuttavia, so bene che il condizionamento non è solo visivo: è un sistema che opera su più livelli, incluso quello emotivo e linguistico.

Eppure, molte persone vedenti, pur avendo pieno accesso a questo flusso ipnotico, riescono comunque a non farsi catturare. Perché?

La risposta, forse, sta proprio in quello che Xun e Han suggeriscono: la consapevolezza è l’unica forma di resistenza. Sapere di essere immersi in un sistema che ci plasma continuamente è il primo passo per mantenere una distanza critica.

Possiamo Resistere all’Ipnocrazia?

Se il problema è che la realtà è stata sostituita da una simulazione algoritmica, come possiamo resistere?

1. Spezzare la Dipendenza dal Flusso Digitale

• Uscire dall’iperconnessione, evitare il consumo passivo di informazioni, riappropriarsi del tempo e della concentrazione.

2. Creare Spazi di Narrazione Alternativa

• Se il potere oggi si esercita attraverso la moltiplicazione delle narrazioni, l’unico modo per resistere non è solo smascherarle, ma produrre narrazioni diverse, capaci di sovvertire la logica ipnocratica.

3. Coltivare la Capacità di Dubbio e di Riflessione

• Non accettare mai un’informazione senza interrogarsi sul suo contesto, sulla sua origine, sul suo scopo. L’Ipnocrazia si nutre di velocità e impulsività: il pensiero lento e critico è il suo peggior nemico.

4. Recuperare la Dimensione Umana e Comunitaria

• La solitudine digitale è il terreno ideale per la manipolazione psicopolitica. Tornare a costruire relazioni autentiche, basate su dialogo e confronto reale, è un atto di resistenza.

In definitiva, l’Ipnocrazia non è un mostro imbattibile, ma un sistema che prospera grazie alla nostra complicità. Byung-Chul Han ci insegna che il potere moderno non impone: seduce. E come per ogni seduzione, la chiave sta nel non lasciarsi incantare.

L’unica via d’uscita è trovare gli spazi in cui poter essere pienamente coscienti, lucidi, consapevoli di ciò che accade. Perché il vero pericolo non è che la realtà venga sostituita da una simulazione.

Il vero pericolo è che nessuno si accorga più della differenza.

Riferimenti bibliografici:
B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016 “
Jianwei Xun, Ipnocrazia: Trump, Musk e la nuova architettura della realtà.Traduttore: Andrea Colamedici
Tlon
2025

Istat: salari da fame, altro che 9 euro l’ora – La scelta politica di un’Italia a basso costo

L’ultima rilevazione dell’Istat conferma ciò che molti lavoratori sperimentano ogni giorno sulla propria pelle: in Italia, il salario minimo non solo non esiste, ma milioni di persone guadagnano cifre indegne. Altro che 9 euro l’ora: nel 2022, ben 1,3 milioni di lavoratori italiani percepivano meno di 7,83 euro l’ora. Un dato che, peraltro, è ampiamente sottostimato, poiché non include il settore agricolo, tra i più esposti alla piaga dei bassi salari.

L’inflazione ha fatto il resto, erodendo quel poco che gli stipendi avevano guadagnato nominalmente. La soglia di bassa retribuzione viene calcolata come i due terzi del salario orario mediano, che nel 2022 era di 11,47 euro l’ora. Se prendiamo questo parametro, il 6,2% dei lavoratori italiani è sotto la soglia di povertà salariale, ma il dato cresce ulteriormente se si analizzano le categorie più vulnerabili: le donne (6,7%), i giovani sotto i 30 anni (11,3%), gli apprendisti (25,6%), i lavoratori del Sud (10,3%) e chi ha contratti a tempo determinato (10,7%). Se poi si considerano i contratti brevi, ad esempio quelli di un solo mese, la percentuale di chi guadagna meno di 7,83 euro sale al 15,5%.

Ma il problema non è solo la bassa retribuzione. Il report Istat mette in luce un aspetto ancora più allarmante: la precarietà strutturale del mercato del lavoro italiano. Solo il 31,8% delle posizioni lavorative sono a tempo pieno e stabili per tutto l’anno. Tra le donne, questa percentuale scende al 22,6%, mentre in una regione come la Calabria la quota di donne con un impiego a tempo pieno e continuativo è appena del 12,6%. La conseguenza è che milioni di lavoratori non solo guadagnano poco, ma lavorano anche in modo intermittente, rendendo impossibile costruire una stabilità economica e sociale.

Una scelta politica, non un caso

Di fronte a questi numeri, parlare di “immobilismo” del governo sarebbe riduttivo, se non addirittura fuorviante. Il mancato intervento sul salario minimo non è frutto della disattenzione, ma di una precisa scelta politica. Non tutelare i lavoratori, non redistribuire equamente la ricchezza prodotta, significa mantenere alti i profitti delle imprese e garantire dividendi sempre più elevati agli azionisti delle grandi aziende. Inoltre, il rinnovo dei contratti nazionali è impantanato in trattative sterili che tendono sempre al ribasso.

Questa non è una teoria, ma una realtà confermata dai dati economici. Secondo Bankitalia, nel 2023 gli utili delle imprese italiane hanno continuato a crescere, raggiungendo livelli record. Il Centro Studi di Confindustria ha segnalato che, nonostante l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche per le famiglie, i margini di profitto delle imprese sono rimasti invariati o addirittura migliorati in molti settori. La stessa Istat ha certificato che la quota dei salari sul PIL in Italia è in costante calo dagli anni ’90, mentre la quota destinata ai profitti è in continua crescita.

Il governo Meloni ha deciso di bocciare la proposta di un salario minimo legale a 9 euro l’ora avanzata dalle opposizioni nel 2023, senza neppure cercare un’alternativa valida. Anche il governo Draghi, pur discutendo la possibilità di una soglia minima salariale sulla spinta dell’Unione Europea, alla fine ha preferito non procedere. Ma non si tratta di una questione tecnica o di equilibri di governo: la mancata approvazione di una misura di tutela salariale è la diretta conseguenza di una strategia economica che considera il costo del lavoro una variabile da comprimere per favorire la competitività delle imprese.

Quella della competitività è un falso alibi per contenere i salari dei lavoratori: nella realtà, è solo un artificio propagandistico per aumentare a dismisura i profitti e i dividendi azionari. Il modello economico perseguito dai governi italiani negli ultimi decenni è chiaro: ridurre il costo del lavoro per attirare investimenti e aumentare i margini aziendali, senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale che spesso viene sottovalutato: salari bassi significano automaticamente pensioni basse. Non solo, quindi, lavoratori poveri, ma anche pensionati ancora più poveri. E mentre il governo propone pensioni integrative private come soluzione, rimane senza risposta una domanda essenziale: come potrebbero lavoratori già sottopagati accantonare ulteriori risorse per garantirsi una pensione dignitosa?

Un modello economico insostenibile

L’Italia, di fatto, ha scelto un modello economico basato sul lavoro a basso costo. Questo modello non solo alimenta le disuguaglianze sociali, ma compromette anche la crescita del Paese nel lungo periodo. Se i lavoratori guadagnano poco, i consumi restano bassi, la domanda interna si indebolisce e l’economia si arena. È un circolo vizioso che favorisce solo le grandi imprese esportatrici, lasciando milioni di famiglie a lottare per arrivare a fine mese.

A livello europeo, l’Italia è uno dei pochi Paesi senza un salario minimo per legge. In Germania, la soglia è stata recentemente portata a 12,41 euro l’ora, in Francia è di 11,65 euro, mentre in Spagna si attesta intorno ai 9 euro. Solo in Italia si continua a difendere il sistema dei contratti collettivi come unica garanzia per i lavoratori, ignorando che milioni di persone, di fatto, restano esclusi da qualsiasi forma di tutela salariale.

Un Paese per pochi, non per tutti

Se si analizza la direzione della politica economica italiana, il quadro è chiaro: l’obiettivo non è garantire un’esistenza dignitosa a chi lavora, ma assicurare che una ristretta élite continui a beneficiare di un sistema costruito su ineguaglianze crescenti. Non è un caso che, mentre i salari restano bassi, la pressione fiscale sulle imprese venga ridotta e si continui a parlare di flat tax, una misura che favorisce chi già guadagna di più.

L’assenza di un salario minimo è solo un tassello di un disegno più ampio, in cui lo Stato abdica al suo ruolo di regolatore del mercato e lascia che siano le leggi della competizione selvaggia a decidere chi può permettersi una vita dignitosa e chi no. Ma la dignità non è una variabile di mercato. E il lavoro non può essere trattato come una merce qualsiasi, il cui prezzo può essere abbassato a piacimento per massimizzare i profitti di pochi.

Non si tratta di chiedere l’impossibile. Si tratta di pretendere che il lavoro torni ad essere sinonimo di diritti, sicurezza e possibilità di costruirsi un futuro. Perché un Paese che sfrutta il lavoro e condanna milioni di persone alla precarietà è un Paese senza futuro.

Rappresentanza politica e partecipazione democratica nel contesto della post-democrazia. | Rizomatica

disegno fumettistico che rappresenta politici che oziano indifferenti su un divano, mentre fuori dalla finestra una folla manifesta pacificamente con cartelli nella strada di una metropoli


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Introduzione

La democrazia rappresentativa, nella sua forma moderna, è stata un pilastro fondamentale delle società occidentali. Durante il periodo noto come “capitalismo democratico” (1945-1975), ha consentito progressi significativi nel benessere economico, nei diritti civili e sociali, e nella stabilità politica. Tuttavia, dalla metà degli anni Settanta, questo modello ha subito una progressiva erosione, aprendo la strada alla fase della post-democrazia, caratterizzata da una riduzione della partecipazione politica e da un crescente controllo delle élite economiche e tecnocratiche.

Come indicato da Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato, 2013), il periodo del capitalismo democratico ha rappresentato l’apice delle democrazie occidentali, ma ha iniziato a sfaldarsi quando politiche globali ed economiche hanno indebolito il compromesso tra capitale e lavoro. Questo articolo esplora i processi storici e teorici che hanno portato a questa trasformazione, ponendo l’accento sulle possibili vie di rinnovamento attraverso modelli partecipativi e deliberativi.

1. Il trentennio d’oro del capitalismo democratico

Il periodo tra il 1945 e il 1975 rappresenta l’apice della democrazia rappresentativa. In questa fase, caratterizzata dalla ricostruzione post-bellica, lo Stato svolgeva un ruolo centrale nella promozione di politiche pubbliche volte a garantire servizi sociali, istruzione e sanità. Sindacati e partiti politici fungevano da mediatori tra classi sociali diverse, garantendo stabilità e benessere attraverso un compromesso tra capitale e lavoro.

Le idee di John Maynard Keynes ispirarono questo modello, incentrato su uno “Stato imprenditore” attivo e sul rafforzamento del Welfare State, come documenta Gianfranco Borrelli. Le costituzioni di Italia e Germania segnarono una rottura netta con i totalitarismi del passato, tracciando un progetto fondato su diritti e partecipazione civica. Secondo Borrelli, si trattò di un periodo unico di equilibrio tra costituzione economica e costituzione politica.

2. La crisi della democrazia rappresentativa

A partire dagli anni Settanta, diversi fattori hanno contribuito alla crisi del capitalismo democratico:

• Crisi economiche globali: La crisi petrolifera del 1973, unita alla crescente globalizzazione, mise in discussione la sostenibilità del modello keynesiano, come evidenziato da Streeck.

• Politiche neoliberali: L’ascesa di leader come Reagan e Thatcher segnò il passaggio a un modello economico basato sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione, una trasformazione già prevista da Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944).

• Erosione del Welfare State: Il ridimensionamento delle tutele sociali, analizzato da Luciano Gallino (Il colpo di stato di banche e governi, 2013), ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze.

Secondo il rapporto della Trilateral Commission (The Crisis of Democracies, 1975), la lentezza dei sistemi democratici rappresentativi veniva percepita come un ostacolo alla crescente accelerazione economica globale, favorendo l’affermarsi di tecnocrazie e organismi sovranazionali.

3. Post-democrazia: caratteristiche e contraddizioni

La post-democrazia rappresenta una fase in cui le istituzioni democratiche formali continuano a esistere, ma il loro funzionamento effettivo è compromesso. Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, 1995) evidenzia come la concentrazione del potere esecutivo e la personalizzazione della politica abbiano ridotto il ruolo del dibattito parlamentare e delle elezioni, privando i cittadini di una partecipazione sostanziale.

La spettacolarizzazione mediatica della politica e il predominio di élite tecnocratiche sono state denunciate anche da Colin Crouch (Post-democrazia, 2005), che sottolinea come tali dinamiche abbiano favorito la disconnessione tra cittadini e istituzioni.

4. Il ritorno del populismo

La crisi della rappresentanza ha aperto la strada a movimenti populisti, che si presentano come alternativa al sistema politico tradizionale. Ernesto Laclau (La ragione populista, 2008) analizza il populismo come una reazione alle difficoltà di rappresentare i conflitti reali e propone che i movimenti populisti rispondano a bisogni lasciati insoddisfatti.

Tuttavia, Pierre Rosanvallon (Pensare il populismo, 2017) sottolinea come questi movimenti tendano a semplificare e pervertire i processi democratici, enfatizzando la necessità di trasformazioni più complesse e partecipative.

5. Ripensare la partecipazione democratica

Di fronte alla crisi della rappresentanza e all’ascesa del populismo, emerge la necessità di ripensare le modalità di partecipazione politica. Diverse esperienze internazionali dimostrano che è possibile costruire forme di democrazia più inclusive e partecipative:

• Democrazia diretta: Modelli come quello svizzero, documentati da Moritz Rittinghausen (La législation directe du peuple, 1851), dimostrano l’efficacia di strumenti come il referendum.

• Democrazia deliberativa: Susan Podziba (Chelsea Story, 2006) e Luigi Bobbio hanno esplorato casi in cui processi deliberativi hanno migliorato la qualità delle decisioni pubbliche.

• Democrazia partecipativa: Yves Sintomer (Gestion de proximité et démocratie participative, 2005) evidenzia come strumenti come il bilancio partecipativo possano promuovere la gestione condivisa delle risorse pubbliche.

Questi modelli, come afferma Borrelli, non devono sostituire la democrazia rappresentativa, ma rafforzarla integrando i cittadini nei processi decisionali.

6. Verso una nuova stagione politica

Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Investire Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Un obiettivo che, secondo Pierre Rosanvallon (La legittimità democratica, 2015), può essere raggiunto sviluppando forme di prossimità tra cittadini e istituzioni.

• Trasparenza e responsabilità: Judith Butler (L’alleanza dei corpi, 2017) suggerisce che i movimenti collettivi possano agire come catalizzatori di cambiamento verso una maggiore responsabilità delle istituzioni.

• Innovazione istituzionale: È necessario, come indicato da Donatella Della Porta (Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, 2017), immaginarenuove forme di governance capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Un’idea concreta per realizzare questa trasformazione potrebbe essere la costruzione di un fronte popolare progressista, fondato su:

• Comunicazione e piattaforme autonome: Garantire uno spazio indipendente e collettivo per il confronto, l’informazione e la partecipazione dei cittadini.

• Gestione collettiva: I processi decisionali e organizzativi dovrebbero essere basati su strutture collettive, in cui i garanti assicurino trasparenza e rispetto delle regole condivise.

• Scrittura condivisa dei programmi: Attraverso strumenti digitali partecipativi, i cittadini potrebbero contribuire direttamente alla stesura dei programmi politici, rendendo il processo inclusivo e democratico.

• Individuazione partecipativa delle candidature: L’utilizzo di piattaforme aperte permetterebbe di selezionare i rappresentanti in modo trasparente, basato su competenze e adesione ai valori condivisi.

Questa proposta si inserisce nel solco di esperienze già esistenti di democrazia partecipativa, ma ne amplia l’ambizione, integrando principi di autogoverno e collettività. È un modello che mira non solo a rispondere alla crisi della rappresentanza, ma a ricostruire la fiducia tra cittadini e politica, rendendoli co-protagonisti di un cambiamento autentico e sostenibile.

Bibliografia

N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile(1980), in Democrazia e segreto, Einaudi, 2011.
G. Borrelli, Tra governance e guerre: i dispositivi della modernizzazione politica alla prova della mondializzazione, in, Governance, Dante & Descartes, 2004.
G. Borrelli, Per una democrazia del comune. Processi di soggettivazione e trasformazioni governamentali all’epoca della mondializzazione, in A. Arienzo-G. Borrelli (a cura di),Dalla rivoluzione alla democrazia del comune, Cronopio, 2015.
J. Butler, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, 2017.
M. Crozier – S. Huntington – J. Watanuki,The Crisis of Democracies, Trilateral Commission, 1975.
C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, 2005.R. Dahl, I dilemmi della società pluralista, Il Saggiatore, 1996.
D. Della Porta, Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, in H. Geiselberg, La grande regressione, Feltrinelli, 2017.
L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013.
E. Laclau, La ragione populista, Laterza, 2008.B. Manin, Principi del governo rappresentativo(1995), Il Mulino, 2010.
S. L. Podziba, Chelsea Story. Come una cittadinanza corrotta ha rigenerato la sua democrazia, Mondadori, 2006.
K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Einaudi, 2000.
M. Rittinghausen, La legislazione diretta del popolo, o la vera democrazia, Giappichelli, 2018.
P. Rosanvallon, La legittimità democratica, Rosenberg & Sellier, 2015.
P. Rosanvallon, Pensare il populismo, Castelvecchi, 2017.
Y. Sintomer, Gestion de proximité et démocratie participative, La Découverte, 2005.
W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, 2013.

https://rizomatica.noblogs.org/2025/02/sommella-rappresentanza-politica-e-partecipazione-post-democrazia/

L’Europa alla prova della realtà: tra crisi identitaria e riscoperta delle sue radici

L’Unione Europea è di fronte a un bivio. La guerra in Ucraina ha accelerato una crisi che era latente da anni, rivelando non solo la debolezza militare del continente, ma anche la fragilità della sua identità politica. L’errore strategico dell’UE non è stato solo quello di sottovalutare la Russia, come sottolinea Orsini, ma soprattutto quello di sopravvalutare sé stessa, credendo di poter agire come un attore geopolitico senza avere la forza per farlo.

Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio di quest’anno, gli equilibri globali stanno subendo un’ulteriore trasformazione. Il presidente americano ha già avviato un processo di riavvicinamento con Mosca, una mossa che era ampiamente prevedibile alla luce del suo atteggiamento nei confronti di Putin. In questa direzione vanno i negoziati di pace in corso in Arabia Saudita, che potrebbero segnare un nuovo capitolo per la guerra in Ucraina, ma anche per il ruolo dell’Europa nel sistema internazionale.

L’illusione strategica dell’Europa e il risveglio forzato

Per trent’anni, l’Unione Europea ha costruito la sua sicurezza sul pilastro americano, senza mai dotarsi di una reale autonomia strategica. Si è cullata nell’idea che il soft power economico e diplomatico fosse sufficiente per garantirle un ruolo centrale, ignorando la realtà delle relazioni internazionali, che si basano ancora sul concetto di deterrenza e forza militare.

L’errore più grave è stato quello di immaginare la Russia come una potenza in declino, incapace di reggere un conflitto prolungato. Le sanzioni avrebbero dovuto strangolare l’economia russa, la guerra avrebbe dovuto minare la stabilità del regime di Putin, e invece è successo il contrario: la Russia ha dimostrato una resilienza inaspettata, mentre l’Europa si è trovata sempre più dipendente dagli Stati Uniti, senza una chiara strategia alternativa, impantanata in una recessione economica autoinflitta .

Ora, con Trump nuovamente al potere e un processo di pace in corso, l’Europa si trova in una posizione ancora più difficile. Se il conflitto dovesse concludersi con una trattativa tra Washington e Mosca, senza un ruolo attivo dell’UE, ciò sancirebbe definitivamente la marginalizzazione politica del continente.

L’Europa paralizzata di fronte a Trump

I leader europei appaiono smarriti, incapaci di reagire alle nuove dinamiche internazionali. Macron, Meloni, von der Leyen e il nuovo cancelliere tedesco (dopo la sconfitta elettorale di Scholz) balbettano perché sanno che le scelte di Trump potrebbero cambiare radicalmente la postura occidentale sulla guerra in Ucraina, ma non hanno alcun potere di influenza su di lui.

Il paradosso è che, pur essendo più consapevole della minaccia russa, l’Europa è completamente dipendente dagli Stati Uniti, un alleato sempre più imprevedibile. Trump ha già dichiarato chiaramente che gli Stati europei dovranno aumentare drasticamente le loro spese militari se vogliono continuare a godere della protezione della NATO. Ma il problema non è solo economico: il vero nodo è che l’Europa non ha una leadership capace di pensare in termini di autonomia strategica.

L’opportunità di una nuova Europa: ritornare alle radici di Ventotene

Se questa crisi può avere un risvolto positivo, è quello di costringere l’Europa a ripensarsi. Il rischio più grande è quello di un’Europa che si riduca a spettatrice impotente delle decisioni altrui. Ma esiste un’altra possibilità: trasformare questo disorientamento in un’occasione per costruire un’Europa dei popoli, un’Europa che torni alle sue radici originarie, abbandonando il modello tecnocratico e burocratico che l’ha allontanata dai cittadini.

Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi durante la Seconda Guerra Mondiale, rappresenta ancora oggi una bussola per chi vuole immaginare un’Europa diversa. Il sogno di Ventotene non era un’Europa asservita agli interessi economici delle élite, ma un’Europa fondata sulla solidarietà tra i popoli, sulla democrazia partecipativa, sulla giustizia sociale.

Oggi quel progetto è stato tradito da decenni di politiche che hanno messo al centro l’austerità, la finanza, gli interessi delle multinazionali, sacrificando il principio di coesione sociale. Ma proprio ora, nel momento in cui l’Europa appare smarrita e senza direzione, può riscoprire quella visione originaria.

La strada non è semplice, ma è l’unica percorribile se l’UE vuole sopravvivere come attore politico. Non basta aumentare le spese militari o affidarsi ancora una volta agli Stati Uniti: serve un progetto politico nuovo, capace di dare un senso all’Unione oltre la mera convenienza economica.

Se questa crisi costringerà l’Europa a riscoprire il suo spirito fondativo, allora potrebbe trasformarsi in un’opportunità storica. Altrimenti, il rischio è quello di un’Europa sempre più irrilevante, incapace di determinare il proprio destino e condannata a subire le decisioni altrui.

L’altra ipotesi, quella più drammatica, è la disgregazione completa dell’Unione Europea. Se il processo di smarrimento dovesse proseguire senza una direzione chiara, se gli Stati membri dovessero continuare a perseguire solo interessi nazionali, senza una visione comune, allora l’Europa potrebbe implodere, diventando un mosaico di Paesi privi di peso strategico. A quel punto, non ci sarebbe più nessun sogno europeo da recuperare, ma solo il rimpianto di un’idea mai realizzata fino in fondo.

fonte: il Fatto Quotidiano rubrica Nuovo Atlante di alessandro Orsini del 25 febbraio 2025.

Germania e l’onda nera: il passato che non passa e il presente che avanza

Le elezioni tedesche hanno emesso un verdetto chiaro: la destra cresce, la sinistra si disgrega, il centro affonda. L’Unione Cristiano-Democratica (CDU-CSU) segna un deciso +4,4% e si attesta al 28,5%, mentre Alternative für Deutschland (AfD) raddoppia i voti e raggiunge il 20,8%. Insieme, queste due forze totalizzano il 49,3% dei consensi, una percentuale che ricorda da vicino il 49,8% ottenuto da Trump lo scorso novembre. La Germania, culla della memoria antifascista europea, sembra aver dato un segnale inquietante: il passato non è solo una lezione da ricordare, ma anche una tentazione sempre più forte.

Eppure, nonostante questa avanzata numerica, l’estrema destra non governerà. Friedrich Merz, futuro cancelliere, ha tentato di strizzare l’occhio ai voti di AfD con una legge anti-immigrazione, ma la risposta popolare è stata immediata e dura: proteste di massa, una rivolta civile che ha costretto Merz a una marcia indietro precipitosa. L’ombra del Terzo Reich è ancora un limite invalicabile per la maggioranza dei tedeschi. E qui emerge una contraddizione potente: mentre la paura dell’altro, del diverso, dell’immigrato cresce nelle urne, la coscienza storica della Germania impone ancora un argine, almeno per ora.

La disfatta della coalizione di governo

Chi ha perso? La risposta è netta: la coalizione di centrosinistra che governava. L’SPD di Olaf Scholz crolla al 16,4% (-9,3%), i Verdi si fermano all’11,6% (-3,2%) e i liberali del FDP scivolano sotto il 5%, sparendo dal Bundestag. La loro è una sconfitta meritata, figlia di una gestione politica priva di visione e coraggio. La Germania, che per decenni è stata il motore economico d’Europa, è oggi in recessione. Ha perso l’energia a basso costo proveniente dalla Russia e ha accettato senza battere ciglio il sabotaggio del Nord Stream, un atto di guerra su cui Scholz ha preferito chiudere gli occhi.

E quando il governo ha provato a recuperare terreno con una politica di destra sui migranti, il risultato è stato disastroso: nessuna nuova fiducia dagli elettori conservatori e una perdita irreparabile di credibilità tra i progressisti. La sinistra che copia la destra finisce per essere percepita come una versione sbiadita e poco convincente dell’originale. Il prezzo? Un tracollo elettorale senza appello.

La sinistra tra illusioni e realismo

Se il centro affonda e la destra avanza, la sinistra si divide. La Linke, forza storica della sinistra radicale, raddoppia i voti e arriva all’8,8%. Ma la scissione rosso-bruna di Sahra Wagenknecht non riesce a superare lo sbarramento del 5% e resta fuori dal Parlamento. Il suo tentativo di intercettare il malcontento popolare con una miscela di nazionalismo economico e retorica anti-immigrazione non ha convinto. L’elettorato progressista non si è lasciato sedurre dall’illusione di una sinistra che flirta con il sovranismo.

Questa è una lezione importante: la sinistra può essere forte solo se resta fedele ai suoi principi e non cede alla tentazione di inseguire le paure della destra. La questione migratoria non si risolve con i muri, ma con una politica sociale capace di garantire dignità e sicurezza a tutti. La crisi dell’Europa non è l’immigrazione, ma l’incapacità dei governi di affrontare le disuguaglianze che alimentano il rancore sociale.

Il vento della destra e la lezione italiana

Questo voto tedesco conferma un trend globale: la destra avanza perché cavalca paure profonde. Paura della globalizzazione, del cambiamento sociale, della crisi dell’ordine internazionale. Ma in Europa, a differenza degli Stati Uniti, il peso della storia frena gli entusiasmi per i nuovi nazionalismi.

Il rischio è che questa onda nera non trovi sbocco immediato, ma resti latente, pronta a emergere con ancora più forza. I 10 milioni di voti di AfD potrebbero congelarsi, come i 10,6 milioni raccolti da Bardella (Le Pen) in Francia. Ma il ghiaccio, lo sappiamo, non è eterno.

L’eccezione europea resta l’Italia. Qui la destra estrema governa, e governa senza vergogna. Non è stato Giorgia Meloni a rendere possibile tutto questo, ma Silvio Berlusconi, che ha normalizzato l’estrema destra trasformandola in una forza accettabile per il sistema. Il suo modello? Meno diritti, meno sindacati, meno tasse per i ricchi e una magistratura addomesticata.

Meloni oggi vuole ereditare quel sistema, ma con ambizioni globali: in inglese fluente si presenta come la perfetta alleata di Biden e di Trump, di Netanyahu e di Ursula von der Leyen, dei dittatori arabi e dei conservatori americani. Il suo obiettivo è il Premierato, un sistema che le permetterebbe di rafforzare il suo potere, eliminare i concorrenti interni e costringere l’opposizione a una battaglia tutta in salita.

Conclusione: un bivio per l’Europa

La Germania ci mostra un bivio chiaro per l’Europa: da un lato, il rischio di una svolta reazionaria che potrebbe prendere piede se le forze progressiste continueranno a mostrarsi deboli e incoerenti. Dall’altro, la possibilità di una risposta politica nuova, capace di affrontare le paure senza cedere al populismo.

Il vento soffia forte, e la direzione dipenderà dalla capacità di chi si oppone a questa deriva di costruire un’alternativa credibile. Perché il problema non è solo la destra che avanza, ma la sinistra che non riesce a essere all’altezza della sfida.

Giorgia Meloni, l’equilibrista del nulla

Ci vuole talento per fingersi statista senza mai esserlo. Giorgia Meloni, nel suo cammino da premier, ha dimostrato un’abilità particolare nel praticare l’arte dell’equilibrismo politico: cambia posizione come il vento, si adatta alle circostanze, cerca l’applauso facile e poi torna indietro con la stessa disinvoltura con cui ha promesso certezze. L’ultima esibizione di questa performance senza sostanza è andata in scena al Cpac, la convention dei Repubblicani statunitensi, dove la presidente del Consiglio ha tentato di dipingersi come una leader di caratura mondiale, senza però dire nulla di concreto, se non una litania di slogan e di adulazioni verso Donald Trump.

Un discorso di dodici minuti, condito con i soliti riferimenti ai “valori occidentali” e all’alleanza con i conservatori internazionali, per poi arrivare alla grande acrobazia sull’Ucraina: “Pace giusta e duratura” sì, ma sotto la guida di Trump. Meloni tenta di giocare su più tavoli, consapevole che il vento potrebbe cambiare: sa che l’Italia dipende dall’Unione Europea e dagli equilibri atlantici, ma non vuole perdere l’occasione di incassare la benevolenza del tycoon americano.

Un’“internazionale nera”

Nel suo intervento, la premier ha parlato di un’alleanza dei conservatori, teorizzando una sorta di “internazionale nera” che unirebbe Trump, Milei, Modi e altri leader reazionari. Peccato che questa visione esista solo nella sua propaganda. Trump non la cita nemmeno tra i leader sovranisti da ringraziare, mentre Macron si assicura un incontro diretto con il presidente americano. Meloni, invece, deve accontentarsi di una comparsata in videoconferenza e di un goffo tentativo di legittimazione internazionale.

E qui emerge il vero problema: la narrazione della “Meloni leader globale” è un’invenzione tutta italiana, uno spot per i suoi sostenitori. Fuori dai confini nazionali, la sua figura politica non ha né il peso né la rilevanza che i suoi spin doctor vogliono far credere. Mentre la Francia e la Germania si muovono con relazioni diplomatiche solide, la premier italiana si barcamena tra proclami ideologici e retromarce necessarie per non inimicarsi l’Europa.

Dalla propaganda alla realtà: l’inconsistenza politica

A ben vedere, Meloni non ha una linea chiara su nulla. In politica estera, si affida agli umori del momento: filoamericana quando serve, europeista quando conviene, atlantista di facciata e trumpiana quando deve strizzare l’occhio all’estrema destra internazionale.

Ma anche sul piano interno, la sua politica è altrettanto inconsistente. Il governo ha tagliato servizi essenziali, reso più precario il lavoro, indebolito il welfare e distrutto le tutele sociali, mentre la premier continua a riempire i suoi discorsi di parole prive di contenuto. La destra al potere non ha una visione per il futuro del Paese, ma solo una macchina propagandistica che pompa l’immagine di Meloni come “donna forte”, un costrutto mediatico che crolla ogni volta che deve affrontare un dossier serio.

La “presidente degli italiani” che parla in un inglese stentato

E poi c’è la ciliegina sulla torta: il fuori onda imbarazzante dopo il discorso al Cpac. Un microfono rimasto acceso, una frase che suona come una sintesi perfetta di questa leadership improvvisata: “Mortacci, volevo veramente morì”. Un premier che, dopo dodici minuti di discorso mal recitato, non riesce nemmeno a nascondere la frustrazione per la difficoltà di parlare un inglese che non padroneggia.

Questa è la realtà dietro la facciata: una politica che si sforza di apparire autorevole, ma che non riesce a costruire nulla di concreto. Un’Italia che si illude di avere un ruolo centrale nel mondo, ma che sotto questa leadership si ritrova sempre più marginale.

Meloni è il simbolo perfetto di questa destra reazionaria: tanti slogan, tanti proclami, tanti giochi di prestigio comunicativi, ma alla fine, quando si spengono le luci della propaganda, resta solo il vuoto.

Trump e l’Ucraina: La riscrittura della storia e la realtà degli interessi americani

Le dichiarazioni di Donald Trump sul conflitto in Ucraina rappresentano un’operazione narrativa che ha poco a che vedere con la realtà storica e molto con la strategia politica degli Stati Uniti. Il presidente, ora al suo secondo mandato, sta ridisegnando la percezione pubblica della guerra, facendo apparire gli USA come vittime di un’ingenua generosità e Zelensky come il responsabile di uno spreco insensato di risorse.

La realtà dietro la guerra: gli interessi americani

Trump sostiene che “un comico di modesto successo” abbia convinto gli Stati Uniti a spendere 350 miliardi di dollari per una guerra “che non poteva essere vinta”. Questa affermazione non solo banalizza il ruolo di Zelensky, ma omette completamente il contesto storico e politico che ha portato al conflitto.

L’influenza americana in Ucraina non inizia certo con Zelensky, ma ha radici ben più profonde. L’intervento di Victoria Nuland nel 2014 e il ruolo attivo degli Stati Uniti nel cambio di regime in Ucraina sono documentati. L’amministrazione americana ha investito risorse non per generosità, ma per consolidare il proprio dominio strategico in un’area di interesse geopolitico fondamentale.

Inoltre, Trump omette un dettaglio chiave: non sono forse gli Stati Uniti ad aver venduto armi all’Ucraina, armi pagate dai contribuenti americani ed europei? L’industria bellica americana è tra le principali beneficiarie di questo conflitto, con profitti stellari per aziende come Lockheed Martin e Raytheon.

E che dire del gas naturale liquefatto? Gli USA hanno imposto all’Europa di interrompere le forniture russe, sostituendole con il proprio gas a prezzi cinque volte superiori, rendendo l’industria europea meno competitiva rispetto a quella americana, di fatto mandando l’Europa in recessione economica,. E il sabotaggio del gasdotto Nord Stream? Anche qui, gli indizi puntano verso un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti per garantire la dipendenza energetica europea da Washington.

Il vero prezzo della pace: le terre rare ucraine

Trump afferma che Zelensky ha fatto un “pessimo lavoro” e che metà dei fondi americani “sono mancanti”. La narrativa dello spreco e della corruzione serve solo a costruire un alibi perfetto per gli Stati Uniti: scaricare il fallimento dell’operazione su un leader ormai non più utile.
La realtà dice che la guerra è stata voluta da Washington e Londra, combattuta dall’esercito ucraino, con centinaia di migliaia di morti, la distruzione di una nazione, conseguentemente l’indebolimento strategico dell’Europa.

Ma c’è di più. Nelle trattative per la pace con la Russia, emerge una richiesta chiave degli Stati Uniti: lo sfruttamento delle riserve ucraine di terre rare. L’Ucraina possiede alcune delle più ricche riserve di minerali strategici necessari per le tecnologie avanzate, dalle batterie ai semiconduttori. La prospettiva americana non è mai stata quella di “salvare” l’Ucraina è la libertà di una nazione, tutto questo per la difesa di una democrazia esportata con devastazioni con un prezzo altissimo pagato con il sangue del popolo ucraino,  nella realtà solo per beceri interessi, ma di ottenere un controllo sulle sue risorse, garantendo così il predominio industriale e tecnologico degli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Demolire l’Europa come entità politica unitaria

Tutto questo non è avvenuto per caso. Il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato quello di mantenere l’Europa in una condizione di subordinazione. Il conflitto in Ucraina ha permesso agli USA di rafforzare il loro dominio militare ed economico sul continente, spingendo molti Stati europei a incrementare le spese militari e a dipendere sempre più dalla NATO, un’alleanza che, nata per contrastare l’URSS, oggi sembra servire più agli interessi americani che a quelli europei.

L’Europa avrebbe potuto giocare un ruolo autonomo nella gestione della crisi ucraina, ma è stata sistematicamente divisa e frammentata. L’asse Washington-Londra ha lavorato per impedire un’intesa tra UE e Russia, promuovendo invece una politica di scontro che ha portato l’Europa a indebolirsi economicamente e politicamente. Il risultato? Un’Europa sempre più dipendente dagli Stati Uniti per energia, sicurezza e decisioni strategiche.

La pace in Ucraina è auspicabile, ma non deve avvenire alle condizioni imposte da chi ha prima sfruttato il conflitto e ora vuole abbandonarlo per calcolo politico. Se davvero si vuole parlare di responsabilità, allora bisogna guardare all’intera strategia americana in Europa, che ha usato il conflitto per consolidare il proprio dominio e ora, come sempre, sta cercando di riscrivere la storia a proprio vantaggio.

I volti predatori del capitalismo neoliberale: tra cinismo e strategia di potere

Il capitalismo neoliberale ha assunto nel tempo molteplici volti, alcuni più spietatamente cinici, altri abilmente mascherati da progressismo sociale. Quello che rimane invariato è il suo obiettivo fondamentale: la preservazione e l’espansione del potere economico e politico delle élite finanziarie. Un potere che, lungi dall’essere messo in discussione dai movimenti emancipatori o dalle istanze di giustizia sociale, viene spesso abilmente cooptato e trasformato in una strategia di mercato.

La riflessione di Carl Rhodes nel saggio Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia è un punto di partenza prezioso per comprendere questa dinamica. L’autore individua con lucidità il modo in cui il capitalismo contemporaneo ha adottato e strumentalizzato cause sociali come la lotta per i diritti civili, il femminismo, l’ambientalismo e le battaglie LGBTQ+ per trasformarle in strumenti di marketing e di consolidamento del proprio dominio.

Dal capitalismo conservatore al capitalismo woke: due facce della stessa medaglia

Il dibattito sul capitalismo neoliberale si sviluppa lungo due assi principali. Da un lato, il capitalismo di stampo conservatore, che si richiama all’ortodossia di Milton Friedman e della Scuola di Chicago. Qui, l’unico interesse legittimo è quello degli azionisti e dei detentori del capitale, con l’impresa come motore della creazione di ricchezza e lo Stato relegato a un ruolo marginale, se non osteggiato apertamente.

Dall’altro lato, troviamo il cosiddetto capitalismo woke, che si veste di valori progressisti e si presenta come attento ai temi dell’inclusione e della sostenibilità. Ma questa attenzione è reale o si tratta di una mossa strategica per blindare la propria egemonia?

L’analisi di Rhodes svela il meccanismo dietro questa apparente svolta etica del grande capitale: le multinazionali non hanno abbracciato i temi sociali per convinzione, ma perché hanno compreso che il mercato li richiede. Numerosi studi di marketing hanno dimostrato che i consumatori tendono a preferire prodotti e brand associati a messaggi di giustizia sociale. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a promuovere campagne pubblicitarie in cui si dichiarano paladine della diversità, dell’empowerment femminile o della lotta contro il razzismo, non per un’autentica adesione a questi valori, ma perché ciò le rende più competitive e inaccessibili alle critiche.

La differenza tra capitalismo woke e capitalismo conservatore non sta quindi nella sostanza, ma nella strategia. Mentre il primo si mimetizza dietro una retorica inclusiva, il secondo continua a difendere apertamente il dogma del mercato libero da ogni interferenza pubblica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il potere economico rimane saldamente nelle mani di un’élite sempre più ristretta.

La neutralizzazione dei movimenti sociali

Uno degli aspetti più subdoli del capitalismo woke è la sua capacità di neutralizzare il potenziale rivoluzionario delle lotte sociali. Un tempo, le grandi battaglie per i diritti civili e per la giustizia sociale erano condotte contro il sistema capitalista, percepito come un ostacolo alla realizzazione di una società più equa. Oggi, invece, quelle stesse battaglie vengono trasformate in strumenti di marketing, svuotandole del loro significato originario.

Si pensi, per esempio, alle campagne pubblicitarie di colossi come Nike o Coca-Cola, che associano i loro prodotti a messaggi di inclusione e diversità, mentre nel frattempo continuano a sfruttare il lavoro minorile o a devastare l’ambiente. Oppure al caso di aziende tecnologiche come Google, Facebook e Microsoft, che si presentano come progressiste e impegnate per il bene sociale, mentre accumulano enormi ricchezze attraverso pratiche monopolistiche e il controllo dei dati personali.

L’operazione di rebranding del capitalismo, quindi, ha un duplice effetto: da un lato, impedisce che si sviluppi un’opposizione radicale al sistema economico, dall’altro, priva i movimenti sociali della loro spinta rivoluzionaria, trasformandoli in semplici nicchie di mercato.

La filantropia come strumento di dominio

Un altro volto predatorio del capitalismo neoliberale è quello della filantropia. La donazione di ingenti somme di denaro da parte di miliardari come Bill Gates, Jeff Bezos o Elon Musk viene spesso presentata come un gesto di altruismo e responsabilità sociale. In realtà, si tratta di un ulteriore meccanismo di consolidamento del potere.

Attraverso le loro fondazioni, i grandi capitalisti non solo godono di vantaggi fiscali enormi, ma influenzano direttamente le politiche pubbliche, bypassando i processi democratici. Quando la sanità, l’istruzione o la ricerca scientifica dipendono dai finanziamenti privati di pochi individui, significa che sono questi ultimi, e non la collettività, a decidere le priorità sociali.

Non è un caso che le politiche sanitarie globali siano fortemente influenzate da enti privati come la Bill & Melinda Gates Foundation, e che persino l’ONU e l’OMS dipendano sempre più da finanziamenti di multinazionali e filantropi miliardari. Ciò dimostra come il capitalismo neoliberale non abbia abbandonato il suo obiettivo primario: sostituire lo Stato e le istituzioni democratiche con il potere diretto del mercato e della finanza.

Verso una risposta politica e sociale

Se il capitalismo woke è una strategia di conservazione del potere, allora la risposta non può limitarsi a una denuncia teorica, ma deve tradursi in un’azione politica concreta. L’analisi di Rhodes ci suggerisce una via: recuperare il significato originario del termine woke, che in gergo afroamericano significa “stare attenti, vigilare”.

Essere realmente woke, quindi, significa smascherare l’ipocrisia del capitalismo che si traveste da paladino della giustizia sociale. Significa capire che l’inclusione e la sostenibilità non possono essere affidate alle logiche di mercato, ma devono essere il frutto di un processo politico e democratico.

Serve una nuova stagione di lotte sociali che non si lascino cooptare dal marketing aziendale. Serve un recupero del ruolo dello Stato come garante del benessere collettivo, sottraendo servizi essenziali alla logica del profitto. E serve, soprattutto, una riorganizzazione politica che rimetta al centro l’interesse della collettività, contrastando la concentrazione della ricchezza e la privatizzazione della democrazia.

Il capitalismo neoliberale ha dimostrato di sapersi adattare a ogni sfida, trasformandola in un’opportunità di profitto. Se vogliamo evitare che anche le nostre battaglie vengano ridotte a slogan pubblicitari, dobbiamo costruire un’alternativa che non si lasci sedurre dalle lusinghe del mercato. Solo così potremo riappropriarci del nostro futuro.
Fonte: articolo di Stefano Zamagni pubblicato su Avvenire il 7 febbraio 2025

Il sonnambulismo della politica e la necessità di un fronte popolare

L’attuale dibattito politico in Italia sembra completamente disconnesso dalla realtà. Mentre lo scenario globale sta subendo trasformazioni profonde, con il riassestarsi delle vecchie potenze imperiali e il rischio di conflitti sempre più incontrollabili, la politica italiana continua a ripetere schemi obsoleti, come se nulla fosse cambiato.

Abbiamo due ex grandi potenze imperiali, la Russia e gli Stati Uniti: una declinata, l’altra in fase di declino, entrambe ancora in possesso di arsenali nucleari capaci di distruggere il pianeta. Dopo anni di contrapposizione, hanno scelto di tornare al dialogo, un dato di fatto che dovrebbe essere letto con lucidità e pragmatismo. Ma il panorama geopolitico non si esaurisce più nella tradizionale dicotomia tra Washington e Mosca.

A livello globale, stanno emergendo nuove forze, in particolare il blocco dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, con l’ingresso di nuovi Paesi), che mira a riequilibrare il potere mondiale, sfidando l’egemonia occidentale. Tra questi attori, la Cina gioca un ruolo fondamentale, non solo per il suo peso economico, ma per la capacità di proporre un modello alternativo di sviluppo e di relazioni internazionali. Il crescente multipolarismo segna la fine dell’unipolarismo americano e impone una nuova lettura dei rapporti di forza globali.

Di fronte a questa trasformazione epocale, l’Europa appare paralizzata, incapace di adattarsi alla nuova realtà. Sembra vittima di una sorta di “dolore fantasma”, come un mutilato che continua a sentire l’arto mancante: si aggrappa a vecchie strategie, ignora il cambiamento e si muove con inerzia, allineandosi a posizioni sempre meno comprensibili. Questo atteggiamento si riflette anche sulla politica italiana, dove il Partito Democratico sembra in stato di trance, incapace di leggere la trasformazione del contesto internazionale e le sue ricadute interne.

Il rapporto tra Pd e M5S: strategia o autolesionismo?

L’evoluzione dello scenario globale ha avuto un impatto diretto sulle dinamiche politiche italiane, in particolare sul rapporto tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Se il primo continua a ripetere vecchi schemi e a cercare alleanze di corto respiro, il secondo si è distinto per una posizione più netta contro l’allucinazione bellica che ha dominato il dibattito pubblico negli ultimi anni.

L’accusa di “trumpismo” rivolta a Conte e al M5S è un paradosso. Il trumpismo è una minaccia per la democrazia, ma associarlo a chi ha cercato di promuovere una mobilitazione per la pace significa ignorare il merito delle questioni. Mentre il Pd si allinea a Bruxelles su posizioni sempre più rigide e anacronistiche, il M5S ha mantenuto una postura più critica, chiedendo con forza un cessate il fuoco e una soluzione diplomatica per il conflitto in Ucraina.

Di fronte a tutto questo, la domanda è: quale strategia sta seguendo il centrosinistra? Se l’obiettivo è allearsi con Forza Italia in nome di un europeismo tecnocratico e fallimentare, che senso ha allora demonizzare chi cerca di costruire un’alternativa? Se la risposta alla destra reazionaria è solo un ripiegamento nelle vecchie logiche di palazzo, senza una vera visione per il futuro, allora la partita è già persa.

Oltre la paralisi: il bisogno di un fronte popolare

In questo scenario, dove si ridefiniscono gli assetti sia interni che internazionali, la politica sembra essere rimasta prigioniera delle proprie contraddizioni. In Italia, governi di destra sempre più reazionari consolidano il loro potere, mentre il centrosinistra appare incapace di proporre una visione alternativa. In Europa, le decisioni sono guidate da lobby e oligarchie finanziarie che hanno svuotato ogni ipotesi di un’unione dei popoli, tradendo lo spirito della Carta di Ventotene di Spinelli e Rossi.

Se vogliamo uscire da questa impasse, la risposta non può essere la solita fusione a freddo tra partiti senza identità. Serve qualcosa di più: la costruzione di un vero fronte popolare, capace di riunire le tante realtà frammentate che ancora lottano per la giustizia sociale, il lavoro, i beni comuni, l’ambiente, la pace e la dignità delle persone.

Ma non basta costruire dal basso: bisogna farlo in modo orizzontale e realmente partecipato, evitando le solite logiche verticistiche che hanno allontanato i cittadini dalla politica. Un fronte popolare deve nascere come uno spazio di democrazia reale, dove le decisioni siano collettive e dove ogni soggetto porti il proprio contributo senza prevaricazioni.

Inoltre, questo fronte potrebbe rappresentare una risposta concreta all’enorme fetta di elettorato che oggi sceglie l’astensione perché non si sente rappresentato. La crescente disaffezione verso la politica non è solo frutto della propaganda mediatica, ma anche della mancanza di una vera alternativa. Un progetto credibile, che metta al centro i bisogni reali delle persone e che dimostri di essere indipendente dai giochi di potere tradizionali, potrebbe riportare al voto milioni di cittadini che oggi si sentono esclusi dal sistema.

Senza questa svolta, il rischio è che il dibattito politico resti un esercizio sterile, lontano dalla realtà e incapace di incidere sulle grandi trasformazioni in atto. Il cambiamento è possibile, ma solo se la politica torna a essere uno strumento di partecipazione, anziché un teatrino di strategie incomprensibili e autoreferenziali.