Pubblicato il rapporto  annuale di Oxfam Italia su povertà e diseguaglianze. 

Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata
di: Oxfam Italia
Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta in termini reali, nel mondo, di 2.000 miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Entro un decennio si prevede che ci saranno ben cinque trilionari. Il numero di persone che oggi vivono in povertà, con meno di 6,85 dollari al giorno, è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990 e, alle tendenze attuali, ci vorrebbe più di un secolo per portare l’intera popolazione del pianeta sopra tale soglia.

In Italia il 5% più ricco delle famiglie, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possiede quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero. La crescita della disuguaglianza rende l’Italia un Paese dalle fortune invertite con strutture di opportunità fortemente differenziate per i suoi cittadini.

Fornendo una fotografia attuale sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e in Italia, Oxfam, nel suo ultimo rapporto Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata mette in luce come l’estrema concentrazione di ricchezza al vertice non sia solo un male per l’economia ma un male per l’umanità. Un’accumulazione di ricchezza in gran parte non ascrivibile al merito ma derivante da rendite di posizione (eredità, monopoli, clientelismo), da un sistema economico “estrattivo” o da politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini.

Un cambio di rotta è più urgente che mai. Bisogna ricreare le condizioni per società più eque. Il tempo di agire è ora. Per noi e per le generazioni future.

Qui il testo integrale del rapporto:


https://www.oxfamitalia.org/report-disuguaglianza/

L’Italia frena, il governo distrae: il PIL bloccato e la propaganda di Meloni. 

La realtà economica dell’Italia è ben diversa dalla narrazione diffusa dal governo Meloni. I dati dell’Istat parlano chiaro: il 2024 si chiude con una crescita del Pil pari a un misero +0,5%, la metà di quanto sbandierato dall’esecutivo. Non solo: rispetto al resto d’Europa, l’Italia arranca, incapace di tenere il passo delle economie più dinamiche. Eppure, invece di affrontare la crisi con misure concrete, il governo sembra più interessato a costruire nemici immaginari, come la magistratura, per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese.

Un Rallentamento Annunciato, ma Ignorato

Il rallentamento dell’economia italiana non è una sorpresa, e i motivi sono molteplici. Da un lato, ci sono fattori esterni come la crisi industriale tedesca, che ha colpito duramente le filiere produttive italiane. Dall’altro, pesano scelte politiche miopi e ideologiche, che hanno penalizzato settori chiave come l’edilizia e la manifattura. Il crollo del Superbonus 110% ha avuto effetti devastanti sul comparto delle costruzioni, con un calo del 22% nelle ristrutturazioni e del 5,2% nella costruzione di nuove case. Allo stesso tempo, la produzione industriale continua a registrare segni negativi dal febbraio 2023, con l’automotive e il tessile-abbigliamento tra i settori più colpiti.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: meno investimenti, più precarietà, salari stagnanti. L’Ocse ci ricorda che gli stipendi reali italiani sono fermi da più di trent’anni, e con l’inflazione che incide ancora sui beni di prima necessità, il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi. Il risultato? Consumi stagnanti e turismo interno in calo, con un -2,8% di presenze e -2,9% di arrivi nel 2024.

Un Governo Senza Risposte

Davanti a questo scenario preoccupante, la Legge di Bilancio varata dal governo non contiene alcuna misura incisiva per rilanciare l’economia. Anzi, i tagli alla spesa pubblica e agli investimenti rischiano di aggravare ulteriormente la crisi. La Cgil avverte che le scelte del governo porteranno a un aumento delle crisi aziendali e della disoccupazione, mentre Confcommercio sottolinea come senza nuovi stimoli sarà difficile raggiungere la crescita prevista.

Intanto, i numeri parlano chiaro: a dicembre 2024, la disoccupazione è risalita al 6,2%, con un boom della cassa integrazione (+30% rispetto al 2023) e un aumento delle richieste di disoccupazione (+4,3%). Un quadro che fa a pezzi l’ottimismo di facciata del governo e rende irrealistica la previsione di una crescita del Pil all’1,2% nel 2025.

La Strategia della Distrazione: L’Attacco alla Magistratura

Di fronte a una realtà così allarmante, il governo Meloni ha scelto la strada più facile: non affrontare i problemi, ma cambiare il bersaglio. E così, invece di parlare di economia, di lavoro, di salari, l’attenzione viene dirottata su presunti attacchi della magistratura contro il governo.

La strategia è chiara: costruire un nemico per compattare il proprio elettorato e nascondere le proprie responsabilità. Ma la verità è un’altra: il vero attacco non viene dai giudici, ma dall’incapacità di chi governa di dare risposte concrete al Paese. E mentre la propaganda prosegue, l’Italia resta ferma, bloccata in una crisi che sembra non avere fine.

La domanda è: quanto a lungo ancora gli italiani accetteranno questo gioco di prestigio?

Caso Almasri: un Governo che mistifica la verità ed attacca la Magistratura. 

La vicenda della denuncia contro Giorgia Meloni e alcuni membri del suo governo per il caso Almasri sta assumendo i contorni di una vera e propria crisi istituzionale. La trasmissione degli atti al Collegio dei reati ministeriali da parte del procuratore Francesco Lo Voi non è un attacco politico, come il governo vorrebbe far credere, ma un atto dovuto secondo la legge.

Eppure, la reazione della premier e della sua squadra ha seguito un copione ormai noto: la distorsione della realtà, l’attacco alla magistratura e la creazione di una narrazione vittimistica che ribalta i fatti. Ma vediamo nel dettaglio cosa è realmente accaduto.

L’Iter Giudiziario: Un Passaggio Obbligato

L’avvocato Luigi Li Gotti, in qualità di cittadino, ha presentato una denuncia alla Procura di Roma nei confronti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, accusandoli di peculato e favoreggiamento.

Le accuse si basano sul fatto che il governo avrebbe utilizzato un aereo di Stato per riportare in Libia Osama Almasri, il capo della polizia libica arrestato a Torino su mandato della Corte Penale Internazionale (CPI) e poi rilasciato senza rispettare le procedure di estradizione.

Il procuratore Francesco Lo Voi, ricevuta la denuncia il 23 gennaio, non aveva scelta: la legge costituzionale n.1/1989, articolo 6, comma 2, gli imponeva di trasmettere il fascicolo al Collegio dei reati ministeriali senza effettuare alcuna indagine preliminare. Questa è la procedura prevista per i reati ministeriali: la Procura deve solo registrare i nomi degli indagati e inoltrare gli atti, lasciando al Collegio il compito di valutare se vi siano gli estremi per un processo.

Dunque, l’iscrizione di Meloni e degli altri nel registro degli indagati non è un’iniziativa discrezionale della magistratura, ma un passaggio obbligato per legge.

L’Attacco alla Magistratura e la Propaganda del Governo

Di fronte a questo atto dovuto, Giorgia Meloni ha reagito in modo del tutto improprio e fuorviante.

Ha pubblicato un video sui social in cui ha mostrato l’atto di iscrizione nel registro degli indagati, presentandolo come un’ingiustizia e suggerendo che il provvedimento fosse una ritorsione della magistratura nei suoi confronti. Ha poi evocato lo spettro del processo “fallimentare” contro Matteo Salvini, cercando di dipingere un quadro in cui i magistrati sarebbero faziosi e intenti a colpire il suo governo.

Frasi come “Io non mi faccio ricattare e non mi faccio intimidire” insinuano che dietro questa vicenda ci sia un tentativo di condizionare la politica, quando in realtà si tratta di un procedimento automatico, previsto dalla legge per garantire che le accuse contro i ministri vengano valutate in modo indipendente.

Questo comportamento della premier è gravissimo per almeno tre motivi:

1. Distorce la realtà, facendo credere ai cittadini che l’indagine sia un atto politico, quando è semplicemente un obbligo procedurale.

2. Alimenta la sfiducia nella magistratura, insinuando che i giudici agiscano per motivi ideologici.

3. Sfrutta l’asimmetria di conoscenze tra cittadini e istituzioni, inducendo l’opinione pubblica a credere che il governo sia vittima di una persecuzione.

Un leader responsabile avrebbe spiegato la realtà dei fatti, anziché manipolarli per creare una campagna di propaganda.

Il Ruolo dell’Avvocato Li Gotti e la Falsa Accusa di Vicinanza a Prodi

Per cercare di screditare la denuncia, alcuni esponenti del governo hanno diffuso la falsa informazione secondo cui l’avvocato Luigi Li Gotti sarebbe vicino a Romano Prodi.

In realtà, Li Gotti ha avuto un passato politico nella destra, ma dal 2008 è stato un esponente di Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro, e ha avuto contatti con la sinistra di governo. Tuttavia, ciò non ha alcuna rilevanza nel merito della denuncia.

L’associazione con Prodi è solo l’ennesima manipolazione della realtà da parte della destra governativa, che ormai sembra vivere in una fibrillazione continua, vedendo complotti ovunque per giustificare le proprie incapacità.

Il vero punto della questione non è chi abbia presentato la denuncia, ma se il governo abbia o meno commesso un abuso nel rimpatrio di Almasri.

Quali Sono i Prossimi Passi?

Ora che il Collegio dei reati ministeriali ha ricevuto la denuncia, dovrà decidere se:

• Archiviare il caso, se riterrà infondate le accuse.

• Procedere con ulteriori indagini.

• Chiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere, nel caso ritenga che vi siano elementi per un processo.

Se il Parlamento concedesse l’autorizzazione, il procedimento passerebbe alla giustizia ordinaria.

Quindi, nessuno ha ancora deciso nulla, e il tentativo del governo di dipingere questa vicenda come un attacco politico è un’operazione di pura mistificazione.

Un Governo che Non Rispetta le Regole Democratiche

Questa vicenda è solo l’ultimo esempio di un governo che, di fronte a qualsiasi critica o indagine, non risponde nel merito, ma cerca di:

• Delegittimare la magistratura, accusandola di complotti.

• Attaccare la stampa, sostenendo che diffonda notizie false.

• Vittimizzarsi, per ottenere il sostegno dell’opinione pubblica.

Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: il governo ha gestito in modo discutibile e opaco il caso Almasri, e ora cerca di deviare l’attenzione dalle proprie responsabilità.

Di fronte a questa deriva, le dimissioni del governo sarebbero la scelta più dignitosa. Non solo per manifesta incapacità nella gestione delle istituzioni, ma soprattutto per il mancato rispetto delle garanzie costituzionali che ogni organo esecutivo dovrebbe tutelare.

L’Italia è una democrazia fondata sul rispetto della legge, e non sulle mistificazioni di chi governa.

Giornata della memoria, l’orrore dello sterminio nazista e la minaccia del negazionismo. 

Giornata della Memoria: l’orrore dello sterminio nazista e la minaccia del negazionismo

Il 27 gennaio di ogni anno, la Giornata della Memoria ci impone di riflettere sullo sterminio nazista. È un dovere morale ricordare ciò che accadde, non solo per onorare le vittime ma per contrastare la minaccia contemporanea del negazionismo e della banalizzazione della Shoah. Tuttavia, per comprendere a fondo l’orrore del regime nazista, dobbiamo risalire al primo passo verso il genocidio: l’Operazione T4, il programma di eutanasia che segnò l’inizio della politica di sterminio sistematico.

Actio T4: l’eliminazione delle persone con disabilità

Nel 1939, il regime nazista avviò il programma Aktion T4, mirato a eliminare persone con disabilità fisiche e mentali, considerate “vite indegne di essere vissute”. Uomini, donne e bambini furono assassinati in camere a gas sperimentali o lasciati morire per fame e negligenza. Questo programma, mascherato come un intervento medico e giustificato da una perversa idea di “purezza razziale”, rappresentò il banco di prova per le tecniche di sterminio di massa che sarebbero state poi utilizzate nei lager.

Le vittime non furono solo numeri, ma esseri umani che il nazismo considerava un peso economico e sociale. L’Operazione T4 fu il preludio di un sistema industriale di morte che colpì successivamente altri gruppi “non desiderati”: oppositori politici, prigionieri di guerra, Rom, Sinti, omosessuali, testimoni di Geova e, infine, gli ebrei, al centro del progetto di genocidio totale.

La Shoah: un genocidio senza precedenti

Come ha scritto Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma, “la Shoah rappresenta la messa in opera di un gigantesco sistema politico, economico, industriale al servizio di un solo obiettivo: lo sterminio del popolo ebraico”. La Germania nazista mobilitò le sue risorse per attuare un’impresa di morte senza precedenti: scientifica, burocratica, industriale.

A differenza di altri genocidi, dove spesso la possibilità di salvezza passava attraverso la sottomissione o il cambiamento di fede, nella Shoah non esisteva alcuna via di fuga. Gli ebrei furono uccisi semplicemente per il fatto di essere nati tali. Questo genocidio “ontologico”, come lo definì George Steiner, mirava non solo a sterminare un popolo, ma a cancellarne ogni traccia dalla storia.

La conferenza di Wannsee e la Soluzione Finale

Il 20 gennaio 1942, in una villa a Wannsee, i leader nazisti pianificarono la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”. Reinhard Heydrich, comandante delle SS, stabilì che milioni di ebrei europei dovevano essere deportati e uccisi sistematicamente. I prigionieri abili al lavoro sarebbero stati sfruttati fino alla morte, mentre gli altri sarebbero stati immediatamente eliminati nei campi di sterminio. Questa pianificazione rappresentò la formalizzazione della Shoah come progetto organizzato e gestito con precisione burocratica.

Il negazionismo e le sue pericolose mutazioni

Ottant’anni dopo la liberazione di Auschwitz, il negazionismo continua ad avvelenare il dibattito storico e culturale. I suoi esponenti, come Robert Faurisson o David Irving, hanno cercato di travestire l’odio razziale con pseudo-argomentazioni storiche, negando le prove schiaccianti dei crimini nazisti. Internet ha amplificato queste teorie del complotto, mescolando accuse di complotti ebraici con interpretazioni distorte di documenti e testimonianze.

Negare l’Olocausto non è solo un insulto alla memoria delle vittime, ma un attacco alla verità storica e un pericolo per il futuro. Come sottolinea Valentina Pisanty nel suo libro I negazionismi, queste teorie si reggono su un’unica idea: il complotto. Questo permette ai negazionisti di mettere in discussione ogni documento, ogni testimonianza, alimentando un clima di sospetto e disinformazione.

La memoria come antidoto all’odio

La Shoah non fu l’unico genocidio della storia. I crimini coloniali, il massacro degli armeni, i gulag staliniani e i massacri di Pol Pot sono altre tragedie che ci ricordano quanto sia fragile la civiltà umana. Tuttavia, l’unicità dell’Olocausto risiede nella scientificità e nella finalità assoluta del progetto nazista: annientare un intero popolo.

Con la scomparsa degli ultimi sopravvissuti, il rischio che la Shoah diventi un semplice capitolo nei libri di storia è reale. Per questo, è fondamentale continuare a ricordare e raccontare ciò che accadde, non solo per le vittime ebree, ma per tutte le categorie perseguitate dal nazismo, a partire dalle persone con disabilità.

Conclusioni

La Giornata della Memoria non è solo un’occasione per guardare al passato, ma un monito per il presente e il futuro. Oggi, più che mai, dobbiamo opporci a ogni forma di negazionismo, disinformazione e banalizzazione della Shoah. Ricordare è un atto di resistenza contro l’odio, una difesa della dignità umana e un impegno per un mondo in cui simili atrocità non possano mai più accadere.

La riforma della giustizia e l’indipendenza del potere giudiziario, un fragile equilibrio.

La riforma della giustizia e l’indipendenza del potere giudiziario: un fragile equilibrio

Il disegno di legge n. 1917, approvato in prima lettura il 16 gennaio 2025, solleva interrogativi cruciali sull’indipendenza del potere giudiziario e sul sistema di autogoverno della magistratura, mettendo in discussione l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il governo Meloni, con la proposta di riforma, introduce misure che trasformano profondamente il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e l’intero sistema di autogoverno, attraverso il sorteggio dei suoi membri. Tuttavia, la questione è complessa e merita una riflessione anche sulle criticità del sistema attuale.

Sorteggio e autogoverno: un’arma a doppio taglio

L’introduzione del sorteggio come criterio per la selezione dei membri togati e laici del CSM, così come per i componenti dell’Alta Corte disciplinare, è giustificata dal governo come misura per eliminare influenze e condizionamenti politici o corporativi. Tuttavia, questo approccio mina alla base il principio democratico della rappresentatività e la funzione di garanzia dell’autogoverno. Un organismo sorteggiato rischia di ridurre la magistratura a un corpo indistinto, privo di una leadership autorevole, e apre la strada a meccanismi opachi di gestione burocratica.

Ma non possiamo ignorare che il sistema attuale, basato su elezioni interne per i magistrati e nomine parlamentari per i membri laici, è anch’esso vulnerabile a influenze politiche. Il caso Palamara ha drammaticamente rivelato come il peso delle correnti interne alla magistratura e il legame tra politica e magistratura possano distorcere il funzionamento del CSM, compromettendo l’autonomia e la credibilità dell’istituzione stessa.

Il rischio di un’eterogovernanza politica

La riforma, con il pretesto di risolvere le criticità emerse, non elimina il rischio di ingerenze politiche, ma lo amplifica. Il sorteggio non garantisce un’autentica indipendenza, anzi, può diventare uno strumento per selezionare magistrati meno preparati o più facilmente influenzabili. Inoltre, la previsione di un “sorteggio temperato” per i membri laici, all’interno di liste formate tramite elezioni, lascia spazio a manipolazioni politiche che rischiano di trasformare l’autogoverno in eterogoverno.

Il problema, dunque, non è solo nel sistema di selezione, ma nella mancanza di una riforma strutturale che affronti realmente le dinamiche di potere e le influenze esterne. Occorre interrogarsi su come limitare l’impatto delle correnti e dei partiti politici, senza per questo abdicare ai principi di rappresentatività e competenza.

Una riforma che tradisce la Costituzione

L’autogoverno della magistratura, così come concepito dai Costituenti, è una garanzia fondamentale per l’indipendenza del potere giudiziario. L’attuale sistema, pur con le sue imperfezioni, è stato progettato per creare un equilibrio tra i diversi poteri dello Stato, evitando concentrazioni di potere e garantendo il pluralismo istituzionale.

La riforma del governo Meloni, invece, rappresenta un passo indietro, sostituendo un sistema perfettibile con uno in cui l’indipendenza del giudiziario è gravemente compromessa. È una misura che, se realizzata, tradisce lo spirito della Costituzione e apre la strada a un controllo politico sempre più stringente sulla magistratura.

Conclusione

Se da un lato è innegabile la necessità di intervenire per eliminare le distorsioni emerse nel sistema attuale, dall’altro il ricorso al sorteggio non rappresenta una soluzione, ma un ulteriore passo verso la burocratizzazione e la perdita di indipendenza. Come denunciava il documento della loggia massonica P2, il controllo politico sul giudiziario è da sempre l’obiettivo di chi vuole trasformare la magistratura in uno strumento di potere.

Dobbiamo invece guardare a riforme che rafforzino l’autonomia e la trasparenza degli organismi di autogoverno, riducendo le ingerenze delle correnti interne e dei partiti politici, ma senza sacrificare la rappresentatività e la competenza. Il rischio di una magistratura asservita al potere politico è troppo grande per essere ignorato. Come ammoniva Piero Calamandrei, “La libertà non è un dono, ma una conquista quotidiana da difendere contro le insidie dei potenti”.

Inaugurazione anno giudiziario: la protesta delle toghe contro il governo, un segnale forte da nord a sud. 

La protesta delle toghe contro il governo: un segnale forte da Milano a Napoli

La magistratura italiana è in fermento. La prima grande mobilitazione contro la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha dato vita a una protesta di vasta portata. Da Torino a Palermo, passando per Milano, Napoli e Roma, giudici e pubblici ministeri hanno scelto di abbandonare le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, lasciando le aule semivuote nel momento in cui prendevano la parola i rappresentanti del governo.

Un grido che riecheggia nella storia: “Resistere, resistere, resistere”

La protesta ha evocato i momenti più tesi degli anni del berlusconismo. A Milano, il togato del Consiglio superiore della magistratura, Dario Scaletta, ha citato le parole storiche del procuratore generale Francesco Saverio Borrelli, accolte con un applauso scrosciante. Questo gesto simbolico è stato un invito alla compattezza e alla resistenza, preparando il terreno per il prossimo sciopero dalle udienze, fissato per il 27 febbraio.

La manifestazione di Napoli: un simbolo di dissenso

A Napoli, dove Nordio ha partecipato alla cerimonia presso Castel Capuano, i magistrati hanno manifestato in modo silenzioso ma potente. Con la Costituzione in mano e coccarde tricolori sul petto, hanno alzato il testo fondamentale durante l’inno di Mameli e hanno abbandonato l’aula al momento dell’intervento del ministro. Nordio, pur ringraziando per la compostezza della protesta, ha difeso il suo operato, dichiarando che l’eventuale subordinazione del pubblico ministero al potere politico “non avverrà con questa riforma costituzionale”. Tuttavia, il suo riferimento al “grembo di Giove” ha lasciato spazio a dubbi sul futuro.

Le richieste dei funzionari e il nodo del precariato

Oltre ai magistrati, anche i funzionari dell’Ufficio per il processo hanno protestato. Assunti con i fondi del PNRR per velocizzare i tempi della giustizia, molti di loro attendono ancora la stabilizzazione. A Napoli, uno striscione recitava: “Abbattiamo l’arretrato, come premio il precariato”. Una richiesta di stabilità lavorativa è stata avanzata anche dai dirigenti delle Corti d’Appello, che hanno sottolineato l’urgenza di affrontare il problema.

La posizione del governo e le critiche istituzionali

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha risposto alle proteste criticando la scelta di abbandonare il dialogo: “Non è una manifestazione di forza, ma di debolezza”. Allo stesso tempo, il governo ha ribadito che la riforma è “blindata”, come confermato dal ritiro degli emendamenti di maggioranza su pressione di Nordio.

Le critiche alla riforma non si limitano al tema della separazione delle carriere. A Roma, il presidente della Corte d’Appello, Giovanni Meliadò, ha espresso perplessità sull’improvvisa attribuzione alle Corti di secondo grado della competenza sui trattenimenti dei migranti, senza aumenti di organico. Il procuratore generale Giuseppe Amato ha sottolineato il rischio di compromettere l’imparzialità del pubblico ministero.

Le voci delle toghe da Nord a Sud

A Milano, Palermo e Campobasso, i magistrati hanno espresso preoccupazioni profonde sulla riforma, definendola parte di un progetto più ampio che potrebbe alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato. Alcuni, come il procuratore generale di Bari Leone De Castris, hanno invitato il ministro Nordio a fornire prove concrete delle accuse lanciate contro i pubblici ministeri in Parlamento.

Una battaglia che coinvolge tutta la giustizia

La protesta delle toghe non è solo un’opposizione alla separazione delle carriere, ma un grido di allarme per la tutela dell’autonomia della magistratura e per il rispetto dei principi costituzionali. Mentre il governo difende la riforma come un passo avanti per il sistema giudiziario, la magistratura e altri attori del settore la percepiscono come una minaccia alla loro indipendenza.

Con il prossimo sciopero del 27 febbraio, la magistratura italiana si prepara a un ulteriore confronto. Il messaggio che emerge è chiaro: la giustizia non è solo un insieme di norme e procedure, ma un pilastro fondamentale della democrazia, da difendere con determinazione.

La protesta delle toghe è un segnale forte contro un governo che, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani, tenta di stravolgere unilateralmente un pilastro fondamentale della nostra Repubblica: la magistratura. La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere rischia di creare un sistema giudiziario debole con i forti e forte con i deboli, minando il principio di giustizia imparziale sancito dalla Costituzione.

Le parole di Piero Calamandrei, esposte dai magistrati sulle scalinate del Palazzo di Giustizia di Milano, suonano come un monito senza tempo: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare… Bisogna fare in modo che non manchi mai, preparando le difese della libertà contro le insidie dei potenti che non vogliono essere controllati dalla legge”.

Concludendo, si rende necessario opporsi con fermezza a questa riforma della giustizia. È importante ricordare che simili progetti di controllo e subordinazione dei poteri erano già scritti nero su bianco nelle carte della loggia massonica deviata P2 di Licio Gelli. Difendere l’autonomia della magistratura non è solo un dovere verso la Costituzione, ma un atto di resistenza per tutelare la democrazia e i diritti di ogni cittadino.

Manovra: taglio al cuneo fiscale, un’azione che colpisce i più fragili.  

Il nuovo taglio del cuneo fiscale: una manovra che colpisce i più fragili

Con il recente intervento governativo sul cuneo fiscale, la direzione è chiara: sacrificare i lavoratori con redditi più bassi per favorire pochi beneficiari più avvantaggiati. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha confermato ciò che già si temeva: circa 800mila lavoratori italiani perderanno potere d’acquisto, con una riduzione media di 380 euro annui nelle loro buste paga.

A peggiorare ulteriormente la situazione, il taglio al cosiddetto “bonus Renzi” di 100 euro, che negli ultimi anni aveva rappresentato un piccolo ma significativo sollievo per i redditi più bassi. Questa misura, ora drasticamente ridimensionata, rappresenta l’ennesimo schiaffo a chi vive in condizioni di maggiore fragilità economica, privandoli di una risorsa che era pensata proprio per sostenere chi fatica ad arrivare a fine mese.

I numeri dell’ingiustizia

Facciamo degli esempi concreti. Un dipendente che guadagna appena mille euro lordi al mese si troverà con 21 euro in meno all’anno, senza contare il taglio del bonus Renzi. Per chi guadagna il doppio, la perdita salirà a 58 euro, ma se si aggiunge l’eliminazione del bonus, il danno diventa ancora più evidente. Ancora più drammatica la situazione per un lavoratore con reddito di 6mila euro lordi annui (spesso legato a contratti precari o stagionali): perderà ben 109 euro oltre ai 100 euro del bonus.

Questo taglio non è solo ingiusto, ma strutturalmente sbagliato. Dopo anni di perdita del potere d’acquisto dovuto all’inflazione, il governo introduce un meccanismo che anziché alleviare la situazione, aumenta le disuguaglianze. Si colpiscono i più fragili con tagli “chirurgici”, nascondendosi dietro una presunta progressività fiscale che, nella realtà, appare distorta e poco trasparente.

Un governo indolente verso i poveri

Non possiamo liquidare questa situazione come un errore tecnico o una svista. È l’ennesima dimostrazione di un atteggiamento repressivo nei confronti delle fasce più deboli. Il governo preferisce ignorare chi fatica a vivere dignitosamente, scegliendo di privilegiare platee di contribuenti con redditi più elevati o situazioni meno fragili.

Basta osservare chi beneficia di questa manovra: 5,7 milioni di lavoratori, molti dei quali appartengono a fasce di reddito più alte. Tra questi, 3,7 milioni di persone che fino a quest’anno non avevano accesso alla decontribuzione. In pratica, chi guadagna tra 35mila e 40mila euro ottiene un vantaggio sostanziale, mentre i più poveri vengono lasciati indietro.

Le storture della nuova normativa

L’Upb sottolinea che, con questa riforma, si abbandona il precedente sistema di decontribuzione, sostituendolo con un bonus strutturale. In teoria, questo approccio avrebbe dovuto migliorare la situazione, ma la realtà è ben diversa. Il nuovo sistema introduce ulteriori distorsioni, aumentando la complessità fiscale e penalizzando molti contribuenti.

Il caso dei pensionati è emblematico: un lavoratore che passa alla pensione con un reddito di 30mila euro annui subirà una perdita di 2.200 euro a causa della diversa tassazione tra redditi da lavoro e pensione. A questo si aggiunge il danno creato dal taglio del bonus Renzi, che priva le fasce più deboli di un beneficio essenziale.

Una politica contro i deboli

Il governo si è mosso da presupposti giusti, almeno in apparenza, ma le sue scelte tradiscono una visione politica che ignora i più fragili. Invece di alleviare le difficoltà di chi lotta ogni giorno per arrivare a fine mese, si preferisce premiare chi è già in una posizione più favorevole.

Questa manovra non è solo un fallimento tecnico, ma un chiaro messaggio politico: i poveri e i vulnerabili non sono una priorità. Il taglio del bonus Renzi è una decisione che grida vendetta, perché colpisce direttamente le persone che quel denaro lo usavano per coprire bisogni essenziali.

Non possiamo restare in silenzio davanti a un’ingiustizia così palese. È nostro dovere denunciare queste scelte e chiedere un intervento che metta davvero al centro le persone, non i numeri o le statistiche. I diritti dei lavoratori e dei più fragili devono tornare al centro del dibattito politico.

Mafiosi e corrotti: l’antitesi dello statista

Mafiosi e corrotti: l’antitesi dello statista

Di Mario sommella

La storia politica italiana è segnata da contraddizioni profonde, tra cui il peso della corruzione e i rapporti tra esponenti delle istituzioni e la mafia. Questi due fenomeni, pur essendo tra i più stigmatizzati, hanno finito per permeare il tessuto politico ed economico del nostro Paese, creando una pericolosa zona grigia in cui potere legale e illegale si intrecciano.

L’articolo di Isaia Sales da cui prendo spunto pone una domanda cruciale: può un politico condannato per corruzione o comprovati legami con la mafia essere considerato uno statista? La risposta, per quanto possa sembrare ovvia, appare spesso ignorata o relativizzata nei fatti. Essere rappresentanti dello Stato e, al contempo, complici di chi lo mina alle fondamenta è una contraddizione non solo morale ma anche politica. L’onore non è un dettaglio accessorio: è il fondamento dell’autorevolezza istituzionale.

Corruzione: un ordinamento giuridico parallelo

La corruzione non è solo un crimine, è una distorsione profonda del senso stesso di potere. In Italia, chi corrompe o si lascia corrompere spesso non percepisce di oltrepassare un confine morale, ma solo una regola “tecnica”. Si crea così una sorta di “ordinamento giuridico parallelo”, in cui il potere non è visto come responsabilità, ma come privilegio negoziabile.

Questa mentalità si è consolidata in una cultura politica dove la violazione della legge, piuttosto che essere un limite invalicabile, diventa quasi un’abilità necessaria per governare. La monetizzazione del potere è così diffusa che persino reati come l’abuso d’ufficio vengono depenalizzati, con il tacito consenso di una parte trasversale della classe politica.

La mafia: un potere integrato

Il rapporto con la mafia amplifica questa degenerazione. A differenza di altri fenomeni violenti, la mafia è riuscita a integrarsi nelle dinamiche istituzionali ed economiche del Paese, costruendo alleanze che le hanno garantito una durata secolare. Come ricordava Leonardo Sciascia, la democrazia non è impotente nel combattere le mafie, ma spesso sceglie di convivere con esse.

La mafia non rappresenta un potere alternativo allo Stato, ma un potere relazionato con esso. Questo spiega perché, dal 1861 ad oggi, diversi presidenti del Consiglio e innumerevoli amministratori locali abbiano mantenuto rapporti diretti con i boss. Le mafie non prosperano nell’isolamento, ma nella complicità con il potere legale e con settori dell’imprenditoria che vedono in esse un’opportunità, piuttosto che un ostacolo.

Etica e politica: un binomio indissolubile

Non si può valutare la carriera di un leader politico senza considerare l’etica delle sue azioni. Se è vero che il giudizio storico non si limita alle sole violazioni di legge, ignorarle significa sdoganare un modello di potere che si regge sul tradimento della fiducia pubblica.

Essere uno statista significa operare per il bene collettivo, nel rispetto delle leggi e dei principi democratici. Chi tradisce questi valori per corruzione o per connivenze mafiose non può essere definito tale. Farlo significherebbe normalizzare l’illegalità come componente accettabile del potere, un lusso che una democrazia non può permettersi.

Il ruolo della società civile

Come cittadino e come persona che crede nel valore delle istituzioni, mi interrogo su cosa possiamo fare per spezzare questa spirale. La risposta, per quanto complessa, passa attraverso l’impegno civico e la consapevolezza. Non possiamo permettere che la corruzione e la mafia continuino a trovare terreno fertile nell’indifferenza o, peggio, nella rassegnazione.

Dobbiamo pretendere trasparenza, responsabilità e un rinnovato senso di etica pubblica. Le mafie e i corrotti non sono solo un problema di legalità, ma di identità democratica. Difendere la democrazia significa non solo combattere questi fenomeni, ma anche rifiutare ogni forma di normalizzazione del loro potere.

Solo così potremo riconsegnare il termine “onorevole” al suo vero significato e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Un Paese che accetta il compromesso morale come regola non può dirsi libero.

Fonte: articolo di Isaia Sales pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2025

La menzogna del primato economico USA.

La menzogna del primato economico Usa: da Biden a Trump, un inganno bipartisan

L’eredità politica ed economica degli Stati Uniti si basa su una narrativa ripetuta ossessivamente, da Joe Biden a Donald Trump: quella del primato economico americano. Biden, nel suo discorso di addio alla presidenza, ha dichiarato che la Cina non supererà mai l’economia statunitense. Ma questa affermazione, per quanto patriottica, è smentita dai numeri.

Secondo le statistiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il PIL cinese, calcolato in parità di potere d’acquisto (PPA), ha superato quello statunitense da quasi un decennio. Nel 2024, la Cina ha raggiunto i 37 mila miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti non arrivano a 30 mila miliardi. Una realtà incontrovertibile, che tuttavia viene sistematicamente ignorata da una propaganda che insiste nel dipingere gli USA come la guida economica globale.

Un debito enorme e un futuro incerto

Il vero problema degli Stati Uniti è il loro crescente debito estero. Oggi, il passivo netto ha superato i 23 mila miliardi di dollari, avvicinandosi all’80% del PIL. Una situazione che richiederebbe prudenza e riforme strutturali, ma che invece viene affrontata con una strategia di marketing: diffondere fiducia nella crescita futura, illudendo i creditori che il sistema economico americano possa reggere all’infinito.

Questa narrativa non è un’esclusiva di Biden. Trump, dal canto suo, non si limita a perpetuare questa menzogna, ma la amplifica. Promette ricchezza futura, elimina regolamentazioni interne per favorire il capitale e, allo stesso tempo, adotta un protezionismo aggressivo che cerca di isolare le economie concorrenti. È un ossimoro economico: un capitalismo “liber-protezionista” che per ora sembra funzionare, alimentando aspettative irrealistiche.

Il ruolo della Federal Reserve e i rischi di una bolla

La Federal Reserve gioca un ruolo chiave in questa grande illusione. L’aumento dei tassi di interesse attira capitali da tutto il mondo, ma al prezzo di un debito che cresce più velocemente del reddito. È un sistema che somiglia a una festa dove tutti sono ubriachi: nessuno vuole ascoltare le cassandre che avvertono dei rischi.

Tuttavia, edificare la potenza americana su una bolla speculativa sempre più grande comporta rischi globali enormi. Per tenere a bada il divario tra debito e reddito, gli Stati Uniti ricorrono a una politica estera sempre più aggressiva.

Un protezionismo militarizzato

La strategia americana si traduce in un protezionismo che assume connotati sempre più militareschi. Dalle ambizioni territoriali su Groenlandia e Panama, alla pretesa di trattare il Sud America come il proprio “giardino di casa”, fino all’imposizione all’Europa di acquistare beni e risorse energetiche a costi elevatissimi. Un caso emblematico è la pressione sui capitalisti cinesi affinché cedano aziende come TikTok, considerate troppo influenti in Occidente.

Queste azioni non sono semplici provocazioni: sono segnali chiari che l’America vuole scaricare il peso del proprio debito sul resto del mondo. Ma non tutti accettano passivamente questa situazione. La Cina, per esempio, continua a rafforzare la sua influenza economica e politica, mentre altre nazioni cercano di svincolarsi dalla morsa americana.

L’Europa tra sudditanza e opportunità

L’Europa, tuttavia, resta in gran parte subordinata agli interessi statunitensi. L’Italia, con il governo Meloni, non fa eccezione: il nostro paese sembra più incline ad accettare inviti di facciata, come la cena di gala per l’insediamento di Trump, che a rivendicare una propria autonomia strategica. Ma il rischio è alto: in un sistema sempre più instabile, potremmo ritrovarci a pagare un conto salato.

Conclusioni

La narrativa del primato economico americano è una costruzione retorica utile a mascherare fragilità sempre più evidenti. Con un debito fuori controllo e una politica estera aggressiva, gli Stati Uniti rischiano di trascinare il mondo in una spirale di instabilità economica e geopolitica.

La domanda non è se questa bolla scoppierà, ma quando. E se il mondo, Europa inclusa, sarà in grado di prepararsi a un futuro in cui il potere economico globale non sarà più nelle mani di Washington.

Fonte: articolo di Emiliano Brancaccio pubblicato su il manifesto

Trump e “ilneocolonialismo USA” 

Trump e il ritorno al colonialismo Usa: un’analisi nel segno di Theodore Roosevelt

La vecchiaia e il declino, a volte, riportano alle origini. Ed è esattamente ciò che sta accadendo negli Stati Uniti sotto Donald Trump, leader della fase terminale dell’impero americano. Con Trump, l’America non si rifugia in una presunta vocazione imperiale globale, ma piuttosto riattiva le sue radici coloniali. Una distinzione cruciale: l’imperialismo si proietta universalmente, mentre il colonialismo ha una dimensione più strettamente nazionale.

L’insistenza di Trump sull’annessione di territori come Groenlandia, Panama e, perché no, il Canada, o sull’intervento in Venezuela per “recuperare il petrolio che dobbiamo pagare”, non è altro che un ritorno all’istinto predatorio che ha animato i primi leader americani.

Gli Stati Uniti non sono nati come impero globale, ma come un progetto coloniale, guidato da un’élite di coloni europei che replicarono le logiche di potere delle nazioni d’origine. Questo processo fu segnato dallo sterminio delle popolazioni indigene, dall’importazione di schiavi africani e dall’espansione territoriale ai danni di altre potenze. L’obiettivo non era una dominazione universale, ma il controllo totale delle terre contigue alle prime tredici colonie.

Una rivoluzione reazionaria

L’idea che la Rivoluzione americana sia stata un’anticipazione della Rivoluzione francese è profondamente errata. Fu, piuttosto, una rivolta reazionaria: una ribellione di proprietari di schiavi contro una madrepatria che stava assumendo posizioni antischiaviste. La Costituzione degli Stati Uniti, spesso celebrata per il suo riferimento alla “ricerca della felicità”, in realtà garantiva la felicità dei Padri Fondatori, costruita sulla schiavitù, sancita e protetta nei suoi articoli fondativi. Solo dopo la guerra civile del 1865 furono apportate modifiche significative, ma l’eredità culturale della schiavitù ha continuato a influenzare il paese per un secolo.

I primi presidenti americani si comportarono come monarchi coloniali, invadendo territori e sterminando i nativi, come accadde con l’annessione del Texas, della California e delle Hawaii. Interi stati furono comprati da potenze europee, come nel caso della Louisiana o dell’Alaska, mentre altri furono conquistati con la forza, come accadde a Cuba o nel Canale di Panama.

Trump, erede di un capitalismo predatorio

L’ascesa di Trump non è un incidente, ma la naturale conseguenza di una tradizione politica americana fondata sul colonialismo. Trump incarna lo spirito dei presidenti Andrew Jackson e Theodore Roosevelt: populisti, razzisti e aggressivi, capaci di sfruttare il malcontento popolare per bypassare le istituzioni. Come loro, anche Trump si presenta come l’uomo comune, il difensore dei dimenticati, mentre alimenta un sistema predatorio al servizio del capitale.

Un esempio lampante di questa logica è contenuto nelle memorie del generale Smedley Butler, veterano dei Marines, che nel 1935 ammise di aver servito non l’interesse nazionale, ma i profitti di Wall Street e delle grandi multinazionali. Le sue parole sono un’accusa senza tempo al capitalismo di rapina che ha sempre caratterizzato la politica estera americana.

Declino e crepuscolo dell’impero

Il sogno di un impero americano universale si è infranto negli anni ‘80, con la fine della Guerra Fredda. Da allora, l’egemonia americana ha subito un costante ridimensionamento. Biden può essere considerato l’ultimo presidente imperialista, mentre Trump rappresenta una degenerazione nazionalista e protezionista, più interessata al controllo interno che a una proiezione globale.

Eppure, il declino dell’impero non porta necessariamente a un nuovo equilibrio. Trump, con le sue azioni impulsive e il suo populismo, rischia di isolare ulteriormente gli Stati Uniti, allontanando persino gli alleati tradizionali come l’Europa e il Giappone. È probabile che il sistema americano, gestito dal cosiddetto “stato profondo” e dall’élite finanziaria, intervenga per limitare i danni.

Conclusioni

L’America di Trump non è un’eccezione, ma un riflesso della sua storia. Il suo colonialismo redivivo non fa altro che accelerare il declino di un potere ormai svuotato. Tuttavia, è difficile immaginare che il cambiamento possa venire dalla classe dirigente liberal-internazionalista. Come sempre, sarà l’élite finanziaria a decidere se e quando sarà il momento di voltare pagina.

Trump, dunque, non è l’inizio di qualcosa di nuovo, ma il canto del cigno di una nazione che, incapace di adattarsi ai tempi, si rifugia nei fantasmi del passato.

Da un articolo di Pino Arlacchi pubblicato su Il Fatto Quotidiano