L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

Categorie:

Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

Le ali di vetro dell’oligarchia

Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica.

Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.

Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.

Il club degli undici, e tutti gli altri

I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks. A questo nucleo Anthropic ha esteso l’accesso a oltre quaranta organizzazioni aggiuntive — i cui nomi, significativamente, non sono pubblici — che gestiscono o costruiscono software ritenuto critico. Il programma vale fino a cento milioni di dollari in crediti d’uso del modello, più quattro milioni di dollari in donazioni dirette ad alcune fondazioni della sicurezza open source. Il prezzo di accesso a Mythos, per chi è dentro, è cinque volte quello del precedente modello di punta della stessa Anthropic.

Nessuna università europea, nessun centro di ricerca pubblico del continente, nessuna agenzia statale italiana o francese, nessuna organizzazione della società civile compare nell’elenco. L’unica eccezione istituzionale extra-statunitense ufficialmente nota è l’AI Security Institute britannico, che ha ottenuto l’accesso a fini di valutazione tecnica e ne ha tratto un rapporto dichiarando Mythos il primo modello capace di completare end-to-end l’intero ciclo di un attacco simulato sui banchi di prova dell’istituto. Per il resto, l’Europa è fuori. Non come ipotesi politica: come dato di fatto operativo.

Vale la pena sostare un istante sulla composizione del nucleo dei partner ufficiali, perché racconta più di mille comunicati. Quattro degli undici sono anche, contemporaneamente, investitori azionari della stessa Anthropic: Amazon ha versato circa otto miliardi di dollari, Google tre, NVIDIA fino a dieci, Microsoft figura nella rete dei grandi finanziatori dell’ecosistema. JPMorgan e Goldman Sachs gestiscono le operazioni finanziarie che permettono ad Anthropic di sostenere un’infrastruttura di calcolo da 3,5 gigawatt — quanto una grande centrale termoelettrica — e un fatturato annualizzato che ha superato i trenta miliardi di dollari. Il consorzio Glasswing non è, dunque, una selezione casuale di operatori della cybersicurezza: è una fotografia ravvicinata della cerchia interna dell’industria americana dell’intelligenza artificiale, dove finanziatori, fornitori di calcolo e clienti di punta coincidono nelle stesse stanze. Il sociologo statunitense Michael Useem coniò negli anni Ottanta l’espressione «cerchia interna» per descrivere quei nuclei trasversali del potere economico in cui le decisioni rilevanti circolano fra pochi attori legati da partecipazioni incrociate, consigli di amministrazione condivisi e accesso preferenziale alle informazioni. Glasswing è la versione del XXI secolo di quella stessa figura, applicata al codice.

Il paradosso del Tesoro: lo Stato in coda allo sportello privato

Quattro giorni prima dell’annuncio di Anthropic, il 7 aprile, accade qualcosa che meriterebbe più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, convocano d’urgenza al Tesoro i vertici delle principali banche di Wall Street: Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America, Wells Fargo, Goldman Sachs. Sul tavolo, la richiesta esplicita di sottoporre i propri sistemi al vaglio di Mythos. Bloomberg e Reuters confermano che, nelle settimane successive, tutte queste banche cominciano a testare il modello internamente, pur senza figurare nella lista pubblica dei partner. Il Tesoro, secondo le stesse fonti, chiede a sua volta accesso allo strumento. Lo Stato, regolatore in linea di principio, si mette in coda allo sportello dell’azienda regolata.

Qui si compie un’inversione che, in altre fasi storiche, sarebbe parsa impensabile. Per secoli il potere si è organizzato secondo una sequenza nota: dal sovrano al popolo passando per la legge. Nel Novecento, lo Stato democratico ha tentato — non sempre riuscendoci — di farsi mediatore fra mercato e cittadinanza. Oggi assistiamo alla nascita di una terza figura, in cui l’autorità tecnica e infrastrutturale si concentra in mani private a tal punto che lo Stato deve chiedere il permesso di usare ciò che, in teoria, dovrebbe disciplinare. Non è una metafora retorica: è la cronaca di una settimana di aprile 2026. Il Pentagono, nel frattempo, è impegnato in un contenzioso legale con la stessa Anthropic per una designazione legata ai rischi della catena di approvvigionamento; ma mentre il dipartimento della Difesa porta in tribunale l’azienda, il Tesoro spinge le banche a usarne i prodotti. Lo Stato è schizofrenico perché ha smesso di essere un soggetto unitario nei confronti della tecnologia: si presenta in ordine sparso, e ogni sua articolazione tratta i colossi dell’IA come se fossero, di volta in volta, una minaccia alla sicurezza nazionale o un partner indispensabile.

Il sociologo britannico Michael Mann, in un saggio del 1984 ormai classico, distingueva fra il potere dispotico dello Stato — la sua capacità di imporre decisioni con la forza — e il potere infrastrutturale, ben più importante: la capacità di penetrare la società, di leggerla, di fargli arrivare in capillare la propria logica. È quel secondo tipo di potere ad aver migrato, negli ultimi vent’anni, dagli apparati pubblici verso una manciata di operatori privati: i grandi fornitori di cloud, i produttori di chip, i custodi dei sistemi operativi. Un modello di IA come Mythos non è un prodotto in più sul mercato: è un dispositivo che permette di vedere dentro a quell’infrastruttura, leggerne il codice, correggerne le falle e — speculare — sfruttarle. Chi controlla questa lente acquisisce una posizione che nessuna autorità pubblica, oggi, è in grado di replicare. Quando un’azienda decide a chi consegnarla, non sta facendo commercio: sta governando.

Vantaggio cumulativo: il fossato si scava

Nessuno degli undici partner ufficiali del Glasswing era, prima del 7 aprile, in condizione di svantaggio competitivo. Si tratta di alcune delle aziende più capitalizzate, meglio attrezzate e più protette del mondo. L’accesso anticipato a Mythos non riequilibra una distorsione: la amplifica. Mentre il consorzio scansiona, in via riservata, miliardi di righe di codice nei propri sistemi e — Anthropic stessa lo dichiara — ne ricava già migliaia di vulnerabilità zero-day che potrà patchare prima che chiunque altro le scopra, le banche regionali statunitensi, le fintech europee, gli ospedali italiani, le amministrazioni locali, le piccole imprese di cybersicurezza restano senza quella stessa lente. Continuano a difendersi con strumenti di un’epoca tecnologica precedente, contro avversari che — appena Mythos o un suo equivalente arriverà sul mercato grigio o in mani ostili — non avranno più gli stessi limiti.

L’asimmetria non è solo strumentale, è epistemica. Una volta che la sicurezza di un’organizzazione dipende da un modello che essa non può replicare, ispezionare o sostituire, la dipendenza diventa strutturale. Si genera quel che gli economisti istituzionali chiamano lock-in: la difficoltà di tornare indietro. E un lock-in di questa natura non è solo economico: è cognitivo. Le organizzazioni interne al consorzio sapranno, nei prossimi mesi, cose del proprio stack che le organizzazioni escluse non sapranno mai. Quando arriverà — e arriverà — il momento di regolamentare questi colossi, la classe politica si troverà di fronte un’alternativa drammatica: o costruire una capacità statale equivalente (cosa che nessuna democrazia ha mai tentato per ragioni di costo, di scala e di tempo) oppure accettare un’asimmetria permanente fra capacità privata e controllo pubblico. Tertium non datur, almeno con questa traiettoria.

C’è un dettaglio che non va sottovalutato e che la stessa Anthropic ha disclosato già nel novembre 2025: un gruppo di hacker statali cinesi era riuscito a usare versioni pubbliche di Claude per condurre, in modo quasi totalmente autonomo, attacchi cyber su una trentina di obiettivi, raggiungendo un livello di esecuzione tattica autonoma stimato fra l’80 e il 90 per cento. Era avvenuto con un modello generalista. Mythos è massicciamente più capace. Bloomberg ha riferito, già a metà aprile, che alcuni accessi non autorizzati al modello sarebbero stati registrati. Significa, tradotto: la cinta del consorzio è permeabile. La privatizzazione della cybersicurezza globale non è soltanto antidemocratica nei suoi presupposti; è anche, sul piano pragmatico, una scommessa fragile, sostenuta da una architettura di accesso che già perde acqua. La vera domanda non è più se Mythos uscirà dalle mura del castello, ma quando, e in quali mani.

Lavoro qualificato: dalla professione al click

Si discute molto, da qualche anno, dell’impatto dell’IA sui lavori «di concetto», quelli che si pensava al riparo dall’automazione. Mythos racconta plasticamente come la trasformazione si stia compiendo: un singolo modello esegue, in poche ore di calcolo, ciò per cui un team di analisti di sicurezza altamente qualificati avrebbe lavorato per settimane. Penetration test, code review, valutazioni di vulnerabilità: tutte mansioni che richiedevano anni di formazione tecnica vengono, di colpo, compresse in un prompt. Non si tratta solo di posti di lavoro perduti, ma di qualcosa di più sottile e più grave: la dequalificazione. Dove il lavoro non scompare del tutto, si svuota. Da analista si diventa supervisore di un sistema che fa quasi tutto da solo; da architetto della sicurezza ci si ritrova validatori di output altrui.

Le grandi aziende del consorzio Glasswing dispongono di strategie interne di riconversione, di formazione, di mobilità professionale: i loro tecnici verranno spostati, riallocati, riformati. Saranno le piccole società di cybersicurezza, i consulenti indipendenti, le squadre interne degli enti pubblici sotto-finanziati a pagare il prezzo dell’onda d’urto, quando — fra dodici, diciotto, ventiquattro mesi — capacità simili a Mythos saranno disponibili sul mercato di massa. Il consorzio è il primo gruppo a essere automatizzato; sarà anche l’unico ad avere reti di protezione interne. Tutti gli altri saranno automatizzati senza paracadute. È, su scala globale, una nuova edizione di un copione già visto: le élite anticipano la trasformazione e ne governano i tempi; il resto del mondo del lavoro la subisce, decimato.

Sul piano politico, la conseguenza è prevedibile e devastante. Una recente ricerca comparata mostra come la disponibilità dei cittadini ad accettare l’automazione dipenda fortemente dalla qualità del welfare nazionale: dove esistono ammortizzatori solidi, la transizione genera richieste di redistribuzione e rinegoziazione. Dove non esistono, la transizione genera disaffezione democratica e, alla lunga, voto reazionario. L’Italia, con un mercato del lavoro frammentato e privo di reti di protezione strutturali per i lavoratori della conoscenza, è terreno particolarmente esposto. Non è un problema astratto: è un problema che inciderà direttamente sulla tenuta del consenso democratico negli anni del passaggio. E che il governo Meloni, occupato a smantellare ciò che resta del welfare e a normare per decreto la dissidenza sociale, non sembra in alcun modo attrezzato a leggere.

L’Europa, terra di riserva tecnologica

Nell’elenco delle organizzazioni che possono usare Mythos non figura nemmeno una banca italiana, un ospedale tedesco, un fornitore di cloud francese, un’agenzia della cybersicurezza spagnola. L’unica presenza europea istituzionalmente nota è britannica — un Paese, peraltro, ormai uscito dall’Unione e allineato strategicamente agli Stati Uniti nel dossier IA. La cosa va detta con una franchezza che la pubblicistica europea, troppo spesso, evita: l’Europa, sul terreno dell’intelligenza artificiale di frontiera, non è un competitor, è una colonia. Un mercato di destinazione. Una giurisdizione su cui si scaricano, alla fine, gli effetti di scelte prese altrove e da altri.

L’AI Act europeo, varato dopo lunghe trattative, regolamenta l’uso dei sistemi di IA all’interno del territorio dell’Unione; non incide però sul cuore della questione, che è la disponibilità asimmetrica delle capacità di frontiera. Si può obbligare un fornitore a fornire trasparenza sui sistemi che vende in Europa. Non lo si può obbligare a fornire l’accesso ai sistemi che ha scelto di non vendere a nessuno. Le banche europee scopriranno, nei prossimi mesi, di trovarsi nella stessa condizione delle banche regionali americane di quarta o quinta fila: con sistemi più datati di JPMorgan, codice ereditato, software di backend stratificato per decenni; e senza la lente di Mythos per scrutarvi dentro. L’onda d’urto, se e quando arriverà, le troverà strutturalmente meno difese.

Si dirà: l’Europa ha ancora tempo per costruire un’alternativa, un consorzio pubblico, un modello di frontiera europeo. Sarebbe la risposta giusta, ma il tempo gioca contro: i quattordici miliardi di dollari di calcolo annunciati da Anthropic per i prossimi anni, i contratti con Broadcom e Google per 3,5 gigawatt di capacità computazionale, la partnership con Amazon per data center di nuova generazione, sono dimensioni che nessun progetto europeo finora intrapreso si avvicina a eguagliare. La sovranità digitale, parola d’ordine retorica di tante dichiarazioni di intenti del Consiglio europeo, andava finanziata cinque anni fa. Oggi si discute di come negoziare l’accesso, non di come costruire il proprio.

La scatola nera della governance

Frank Pasquale, giurista statunitense di tendenze critiche, ha scritto nel 2015 un libro destinato a diventare un classico del pensiero anti-tecnocratico: The Black Box Society. La tesi è semplice e oggi più attuale che mai: nei sistemi contemporanei, le decisioni che plasmano la vita delle persone sono affidate ad algoritmi e a procedure aziendali opachi, non sottoposti a verifica pubblica, non contestabili in alcuna sede democratica. Glasswing è una scatola nera esemplare. Non esistono criteri pubblicati di selezione dei partner. Non esiste un meccanismo di ricorso per gli esclusi. Non esiste un’autorità terza che validi l’elenco. Non esiste neppure un dibattito pubblico, né statunitense né europeo, sul fatto stesso che un’azienda privata abbia, di fatto, deciso quali soggetti dell’economia mondiale abbiano accesso anticipato a una capacità tecnica di rilievo strategico.

Si potrebbero immaginare correttivi praticabili anche dentro i quadri normativi esistenti. Tre, in particolare. Il primo: la pubblicazione ex ante dei criteri di selezione, in modo che la discrezionalità — e il sospetto, non infondato, di favoritismo verso aziende-amiche e investitori — sia ridotta. Il secondo: un regime di accesso a livelli, che conceda agli operatori di infrastrutture critiche regolate (ospedali, reti elettriche, sistemi di pagamento, telecomunicazioni) un accesso difensivo, a tempo determinato e sotto vigilanza, alle stesse capacità del consorzio. Il terzo: l’obbligo di pubblicazione a valle delle scoperte rilevanti, in modo che le vulnerabilità individuate diventino patrimonio comune della difesa, e non rendita competitiva del club. Sono misure ragionevoli, compatibili con la libertà d’impresa, già accettate in altri settori a doppio uso. La loro assenza non è una necessità tecnica: è una scelta politica, o piuttosto la conseguenza di una non-scelta, perché nessuna istituzione democratica è stata mai chiamata a deciderle. Il vuoto regolativo è la cifra del nostro tempo.

La domanda che resta

Dietro la cronaca, c’è una questione di teoria politica che vorrei lasciare aperta. Per la cultura giuridica liberale, che ha plasmato l’architettura costituzionale dei Paesi democratici nel dopoguerra, la sovranità è funzione del territorio: lo Stato controlla ciò che entra ed esce dai propri confini, governa le risorse strategiche, fissa le regole. Per la cultura tecnologica contemporanea, la sovranità è funzione del codice: chi scrive il software, chi gestisce l’infrastruttura di calcolo, chi possiede i modelli di intelligenza artificiale di frontiera detiene una capacità che attraversa i confini come fossero linee tratteggiate sulla carta. Le due sovranità, oggi, non coincidono. E non coincidono perché una delle due — quella tecnologica — è massicciamente concentrata in poche mani private, prevalentemente americane, all’incrocio fra capitalismo finanziario, complesso militar-industriale e accademia élitaria della West Coast.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è semplicemente una tecnologia: è una forma di potere. E come ogni forma di potere chiede di essere disciplinata politicamente. Le domande non sono molte ma sono ineludibili. Chi decide chi può usare questi strumenti? Con quali criteri? Sotto quale controllo democratico? Dove va la responsabilità quando qualcosa va storto? A chi spetta la rendita generata dall’accesso esclusivo a una capacità che è, di fatto, un bene pubblico globale? Finché queste domande resteranno senza risposta, ogni nuova edizione del Glasswing — perché ce ne saranno altre, e con poste in gioco crescenti — segnerà un altro passo nello stesso processo: il trasferimento silenzioso di porzioni sempre più ampie di sovranità dal pubblico al privato, dalla cittadinanza all’azionariato, dalla legge al contratto.

La vera sfida del prossimo decennio non sarà tecnica: sarà costituzionale. Si tratterà di stabilire se le democrazie sapranno riportare sotto controllo collettivo le capacità che oggi sono governate da una manciata di consigli di amministrazione di San Francisco e Seattle. Si tratterà di decidere se l’intelligenza artificiale sarà, nei prossimi quarant’anni, il nuovo nome di un’oligarchia tecnologico-finanziaria globale, oppure uno strumento collettivo di liberazione del lavoro umano e di rafforzamento dei diritti. La traiettoria attuale autorizza il pessimismo. Ma il pessimismo, per chi crede che la sovranità appartenga al popolo e non ai detentori di azioni privilegiate, non può che essere militante. Significa nominare le cose con esattezza, denunciare i passaggi, costruire convergenze. Significa rifiutare la favola della «trasparenza dell’ala di vetro» e ricordare, ogni volta che è necessario, che la trasparenza autentica non è quella concessa dal potere a se stesso, ma quella che la cittadinanza riesce a imporre a chi la governa.

Mythos, allora, non è un episodio. È un sintomo. E i sintomi, se li si ignora, fanno la malattia.

Mario Sommella — blogger e attivista politico

Fonti

[1] Anthropic, «Project Glasswing: Securing critical software for the AI era», anthropic.com, 7 aprile 2026.

[2] Anthropic Frontier Red Team, «Claude Mythos Preview», red.anthropic.com, 7 aprile 2026.

[3] AI Security Institute (UK), «Our evaluation of Claude Mythos Preview’s cyber capabilities», aisi.gov.uk, aprile 2026.

[4] Bloomberg, «Wall Street Banks Test Anthropic’s Mythos Model as Treasury Pushes Adoption», aprile 2026.

[5] Reuters, «Banks in Asia brace for complex cyber threats from frontier AI», 2026.

[6] VentureBeat, «Anthropic says its most powerful AI cyber model is too dangerous to release publicly», aprile 2026.

[7] B. Schneier, «On Anthropic’s Mythos Preview and Project Glasswing», schneier.com, aprile 2026.

[8] Centre for Emerging Technology and Security (Alan Turing Institute), «Claude Mythos: What Does Anthropic’s New Model Mean for the Future of Cybersecurity?», cetas.turing.ac.uk, aprile 2026.

[9] Il Sole 24 Ore, «Anthropic dà vita al Project Glasswing», ilsole24ore.com, aprile 2026.

[10] AI4Business, «Mythos di Anthropic: il rischio sistemico dell’AI nei sistemi bancari», aprile 2026.

[11] M. Mann, «The Autonomous Power of the State», European Journal of Sociology, 1984.

[12] M. Useem, The Inner Circle, Oxford University Press, 1984.

[13] M. Granovetter, «Economic Action and Social Structure: The Problem of Embeddedness», American Journal of Sociology, 1985.

[14] F. Pasquale, The Black Box Society, Harvard University Press, 2015.

[15] L. Winner, «Do Artifacts Have Politics?», Daedalus, 1980.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  •  Pag. di

La marcia inarrestabile del neoliberismo

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

di Mario Sommella

Una rottura epistemologica che dura ancora

Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.

Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.

Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo

Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo. La conferenza fu finanziata dalla banca svizzera che oggi conosciamo come Credit Suisse. Lo scopo dichiarato era contrastare quella che i partecipanti chiamavano la «marea collettivista» — un’espressione che metteva sullo stesso piano il socialismo, la socialdemocrazia keynesiana, il pianificatore-tipo dello Stato sociale e, retoricamente, perfino il «nazi-socialismo». L’operazione concettuale è già tutta lì: trasformare il welfare europeo in una variante del totalitarismo, in modo da bruciarlo con la stessa fiamma.

Da quella riunione sono partite due correnti che hanno colonizzato il pensiero economico mondiale: la Scuola austriaca di Mises e Hayek, e la Scuola di Chicago di Friedman. Negli anni Sessanta i celebri Chicago Boys — economisti cileni formati alla Università di Chicago grazie a borse del Dipartimento di Stato americano — diventeranno il laboratorio applicato del progetto. La prima sperimentazione avverrà nel Cile di Pinochet dopo il golpe dell’11 settembre 1973, in cui la «terapia d’urto» friedmaniana — privatizzazioni di massa, smantellamento del welfare, repressione sindacale — fu imposta a un popolo intero sulla canna di un fucile. Naomi Klein lo ha documentato con precisione nella Shock Doctrine: il neoliberismo non è la spontanea evoluzione del libero mercato, è un atto politico violento che ha bisogno di crisi, paura e svuotamento democratico per insediarsi.

La controrivoluzione del 1971-1975: Powell, la Trilaterale, l’«eccesso di democrazia»

Mentre gli intellettuali liberali costruivano la cornice teorica, la classe dirigente americana metteva a punto la macchina politica e mediatica per applicarla. Due documenti, oggi noti agli storici come matrici della controrivoluzione neoliberista, segnano il passaggio.

Il primo è il Powell Memorandum, scritto il 23 agosto 1971 dall’avvocato Lewis F. Powell Jr. — che Nixon nominerà giudice della Corte Suprema poche settimane dopo — e indirizzato alla Camera di Commercio degli Stati Uniti. Il titolo era esplicito: Attack on American Free Enterprise System. Powell denunciava un’aggressione al sistema della libera impresa proveniente da università, media liberal e ambienti intellettuali, e proponeva un piano sistematico di lungo periodo: finanziare think tank conservatori, comprare cattedre universitarie, addestrare quadri legali, conquistare i tribunali, occupare i media. Il risultato è documentabile: nel 1971 a Washington c’erano poco più di 170 imprese con uffici di rappresentanza; dieci anni dopo erano oltre 2.400, con circa 9.000 lobbisti registrati. Da quel memorandum nascono o si rilanciano la Heritage Foundation (1973), il Cato Institute, l’American Enterprise Institute (con bilancio decuplicato), la Federalist Society. È la nascita dell’industria americana della «produzione del consenso», per usare l’espressione di Chomsky.

Il secondo documento è ancora più rivelatore. Nel 1975 la Commissione Trilaterale — nata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller e di Zbigniew Brzeziński per coordinare le élite di Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone — pubblica un rapporto intitolato The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies. Lo firmano tre nomi pesanti: il sociologo francese Michel Crozier, il politologo statunitense Samuel P. Huntington (lo stesso del successivo Scontro di civiltà), il giapponese Joji Watanuki. Il succo della tesi è che le democrazie sviluppate sono «ingovernabili» perché soffrono di un eccesso di democrazia. Troppi soggetti — sindacati, movimenti studenteschi, associazioni di base, comunità ecologiste — pretendono di partecipare alle decisioni; le richieste superano la capacità di assorbimento del sistema; di conseguenza, sostengono gli autori, occorre ripristinare il prestigio e l’autorità delle istituzioni di governo centrale e ridurre la partecipazione politica delle masse. L’edizione italiana del 1977, pubblicata da Franco Angeli, recava una prefazione di Giovanni Agnelli: il padronato confindustriale italiano sottoscriveva apertamente la diagnosi.

Quel rapporto è il certificato di nascita ideologico delle democrazie a bassa intensità in cui viviamo. Non è un caso che, quasi mezzo secolo dopo, Mario Monti — sabato 27 novembre 2021, ospite di In Onda su La7 — abbia dichiarato che in tempi di crisi bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione. Monti non ha improvvisato un’eresia: ha ripetuto, con la disinvoltura di chi si sente al sicuro, la dottrina trilateralista. Le greggi non possono guidare il pastore. Lo aveva scritto Walter Lippmann, in piena confidenza, già un secolo prima.

Il colpo di Stato culturale: Thatcher, Reagan, Berlusconi

Tra il 1979 e il 1981, il piano lungo del Mont Pèlerin diventa potere di Stato in tre tappe ravvicinate. Margaret Thatcher vince le elezioni britanniche nel maggio 1979 con un programma esplicitamente friedmaniano e conierà lo slogan che sintetizza l’intero impianto ideologico: There Is No Alternative. Ronald Reagan entra alla Casa Bianca nel gennaio 1981 con un programma di tagli fiscali per i ricchi, deregolamentazione finanziaria e smantellamento dei sindacati (lo sciopero dei controllori di volo del 1981 sarà il momento spartiacque, con il licenziamento di oltre undicimila dipendenti federali). In Italia, il Berlusconi televisivo anticipa il Berlusconi politico di un buon decennio, costruendo l’infrastruttura mediatica su cui si reggerà tutto il ciclo lungo successivo.

È bene fissare le date, perché la storia italiana di quel passaggio viene spesso rimossa. Il monopolio Rai cade con la sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che apre alle emittenti private locali. Nel 1974 Silvio Berlusconi acquisisce Telemilano, una piccola tv via cavo nata per il quartiere Milano 2 di Segrate. Nel 1980 nasce Canale 5: per aggirare il divieto di trasmettere a livello nazionale, Berlusconi inventa il sistema delle videocassette spedite agli affiliati locali che le mandano in onda contemporaneamente in tutta Italia, simulando una rete unica. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi, nel 1984 Rete 4 da Mondadori. Quando i pretori di Torino, Roma e Pescara, fra il 13 e il 16 ottobre 1984, oscurano le tre reti per violazione di legge, è il governo Craxi a salvarlo con un decreto d’emergenza convertito poi in legge. Sei anni dopo, nel 1990, la Legge Mammì legalizza retroattivamente l’intero impero. Nel 1995 un referendum promosso da una parte della società civile tenta di sciogliere il duopolio Rai-Fininvest, ma viene respinto dal 56,9% dei votanti, anche grazie a una campagna massiccia delle stesse reti del Cavaliere.

In dieci anni, la televisione italiana smette di essere un servizio pubblico pedagogico — la Rai democristiana, con tutti i suoi limiti, era una macchina di formazione del cittadino: dalle inchieste di Sergio Zavoli al teatro di Eduardo, dalla scuola di Manzi alla saggistica di Bernabei — e diventa un congegno di marketing. Cambia il linguaggio, cambia il ritmo. Lo storico della televisione Aldo Grasso lo sintetizza in modo memorabile: la Rai aveva tempi lunghi, sospesi, perfino noiosi; la tv commerciale impone un andamento ischemico, strillante, incurante dei nessi. L’interruzione pubblicitaria diventa la nuova grammatica della percezione: tutto si frantuma, tutto si dimentica. Lo spettatore impara a guardare il mondo come una somma di spot.

In quel decennio, Italia ed Europa si aggiornano al fuso orario americano. L’espressione coglie esattamente cosa è successo: una colonizzazione cognitiva, prima ancora che economica. E quella colonizzazione, una volta installata, non l’abbiamo più rimossa.

McLuhan ripreso seriamente: il medium è il messaggio

A questo punto il dibattito politico inciampa in un equivoco ricorrente, ed è qui che il pensiero di Marshall McLuhan torna decisivo. La sua tesi, formulata nel 1964 in Understanding Media, è notoria ma quasi sempre trivializzata: the medium is the message. Non significa, come vorrebbe la lettura giornalistica corrente, che «anche la forma conta». Significa qualcosa di molto più radicale: il medium è il contenuto, perché i suoi vincoli tecnici e sensoriali determinano in anticipo che tipo di messaggi possono passare e quali no. Non è possibile inserire un messaggio incompatibile in un medium che non è predisposto a riceverlo. Una caffettiera fa il caffè in mano alla casalinga e in mano al dittatore: il massimo che può fare è sempre il caffè.

Da qui una conseguenza politica importante. Quando Ugo Mattei, in una sua intervista su Bioblu che ho ascoltato con attenzione, propone di «fondare un nuovo social» come «rete ecologista» alternativa, sbaglia bersaglio. Condivido molte delle sue analisi sul disastro neoliberista e sul controllo sociale, ma su questo punto specifico non posso seguirlo: se il medium è il messaggio, un social — qualunque social — non comincia a funzionare diversamente solo perché lo gestisce un comitato etico anziché Mark Zuckerberg. La logica algoritmica del feed, il dispositivo del like, la metrica della viralità, la pubblicità predittiva, l’economia dell’attenzione: questi sono il social, indipendentemente da chi lo possiede. Per pensare un’alternativa reale bisogna pensare un altro medium, non un altro padrone dello stesso medium.

C’è poi un secondo punto del ragionamento di Mattei che non condivido. Egli parla di democrazia, di liberalismo e di individuo come fossero categorie eterne e immutabili. Non lo sono. La democrazia greca non è la democrazia americana, l’individuo cartesiano non è l’utente di TikTok, il liberalismo settecentesco non è il neoliberismo hayekiano. Confondere questi piani — come spesso fa una certa destra «libertaria» e una certa sinistra «diritti-umanitarista» — è il modo migliore per non capire che cosa sta succedendo.

Dall’audience ai big data: la verità sostituita dal marketing

La rivoluzione cognitiva degli anni Ottanta si gioca su un punto filosofico decisivo: la sostituzione del concetto di verità con il concetto di audience. La televisione commerciale, lo si è detto a lungo nei seminari di analisi mediatica fin dagli anni Novanta, non vende prodotti agli spettatori: vende spettatori agli inserzionisti. È il modello noto come audience commodity, teorizzato da Dallas Smythe già nel 1977 sulla scia di una rilettura marxiana dei rapporti di produzione mediatici. La logica è quella del valore di scambio: lo spettatore diventa merce. Per consumarlo, però, bisogna prima costruirlo come consumatore: ed è ciò che fa il marketing televisivo trasformando ogni desiderio in uno spot e ogni spot in un desiderio. Verità e falsità diventano categorie residuali. Quello che conta è ciò in cui crede la maggioranza, perché la maggioranza è il bacino misurabile da rivendere agli inserzionisti. La ripetizione delle scelte vincenti diventa il nuovo principio di realtà.

Internet eredita questo schema e lo radicalizza. La promessa originaria era opposta: la rete come spazio di intelligenza collettiva, come agorà orizzontale, come democratizzazione dell’informazione. Per circa quindici anni — dalla nascita del web nei primi anni Novanta fino allo scoppio della bolla dot.com nel 2000 — quella promessa ha avuto qualche residuo di realtà. Poi è arrivata la mutazione. Shoshana Zuboff, nel suo libro fondamentale The Age of Surveillance Capitalism (2019), ricostruisce il momento esatto: 2001-2003, dentro Google. Il motore di ricerca aveva un problema enorme di ricavi e si trovò davanti a una scoperta tecnica fortuita — la possibilità di trasformare i dati di navigazione «secondari» (i log di ricerca) in materia prima per inserzioni mirate. Da lì in poi, l’esperienza umana cessa di essere ciò che si vive e diventa ciò che si estrae: una materia prima gratuita trasformata in dati comportamentali, raffinata in «prodotti predittivi» e venduta sui «mercati comportamentali a termine». Zuboff la chiama una mutazione pirata del capitalismo industriale.

La differenza con l’audience televisiva è quantitativa e qualitativa. Quantitativa, perché i big data permettono profilazioni infinitamente più granulari: uno studio di Michal Kosinski pubblicato nel 2013 sui Proceedings of the National Academy of Sciences dimostrava che bastano sessantotto like su Facebook per inferire l’orientamento sessuale e l’ideologia politica dell’utente con accuratezza superiore al 90 per cento; con circa centosettanta like si arriva a determinare quoziente intellettivo, religione, consumo di alcol e tabacco. Qualitativa, perché non si tratta più di prevedere il comportamento aggregato di una platea, ma di modificare il comportamento del singolo. Il capitalismo della sorveglianza non si limita a rispecchiare i nostri desideri: li costruisce, li orienta, li cattura.

Il caso Cambridge Analytica: la prova politica

Nel marzo 2018 il Guardian e il New York Timespubblicano l’inchiesta che porta alla luce lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica, fondata nel 2013 come spin-off di SCL Group e finanziata dal miliardario hedge-fund manager Robert Mercer, era stata diretta strategicamente da Steve Bannon, futuro stratega della prima campagna Trump. Cambridge Analytica aveva acquisito, attraverso il professore Aleksandr Kogan e un quiz di personalità chiamato thisisyourdigitallife, i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook — fra cui 214.134 italiani — utilizzati poi per costruire profili psicografici e bersagliare elettori indecisi con micro-pubblicità politica personalizzata, prima nel referendum sulla Brexit (2016) e poi nella campagna presidenziale americana che portò Trump alla Casa Bianca.

A me interessa sottolineare un punto che spesso sfugge nel racconto mediatico: lo scandalo Cambridge Analytica non è stato l’effetto di un «abuso» eccezionale, ma il funzionamento normale di un’infrastruttura. Le condizioni d’uso di Facebook all’epoca consentivano legalmente la raccolta di dati degli «amici degli utenti» senza il loro consenso esplicito. Cambridge Analytica ha solo applicato in modo politicamente esplicito ciò che le grandi piattaforme fanno commercialmente ogni giorno. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, George Soros — al World Economic Forum di Davos del gennaio 2018 — denuncia i social network come «minaccia per la società aperta», non sta facendo una scoperta morale. Sta segnalando che una parte dell’establishment globalista atlantico considera ormai i social una variabile pericolosa, sfuggita di mano. Da lì parte una stretta sulla moderazione dei contenuti, gestita anche da ONG — fra cui Avaaz, finanziata anche da Open Society Foundations — che segnalano alle piattaforme i siti da chiudere per «fake news» e «disinformazione». Zuckerberg si cosparge il capo di cenere, perde decine di miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi giorni, accetta di testimoniare davanti al Congresso americano e a commissioni britanniche, introduce nuove regole di contenuto. Su quella stretta vengono chiusi anche siti d’informazione indipendente che con la disinformazione c’entravano poco.

Lo dico perché sia chiaro: né Zuckerberg né Soros sono il «potere occulto» dietro i big data. Sono entrambi facce di un sistema che funziona attraverso una compresenza di capitale privato (Silicon Valley), apparato di sicurezza statunitense (l’integrazione fra Big Tech e CIA-NSA documentata da Edward Snowden nel 2013) e organizzazioni filantropiche d’élite (le grandi fondazioni). Il vero soggetto è quello che ha preso il nome di deep state — termine ambiguo, abusato, ma che indica una realtà sostanziale: l’intreccio strutturale fra apparati federali, finanza, industria militare-digitale e ONG, che sopravvive ai cambi di amministrazione e detta i confini del praticabile.

Lippmann, Bernays e la fabbrica industriale del consenso

Per capire come funziona la fabbrica del consenso bisogna risalire a due figure che oggi sono lette troppo poco. La prima è Walter Lippmann, giornalista e consigliere politico, che nel 1922 pubblica Public Opinion e nel 1925 The Phantom Public. Lippmann formula con brutalità ciò che le élite progressiste americane di inizio Novecento già pensavano: l’opinione pubblica è una bewildered herd, una mandria sbalordita; il cittadino medio non possiede gli strumenti cognitivi per orientarsi nella complessità del mondo moderno; quindi la democrazia funziona solo se governata da una «classe specializzata» di esperti che sa fabbricare il consenso (manufacture of consent). Sarà Noam Chomsky, sessantacinque anni dopo, a riprendere quella formula per rovesciarla in critica: la fabbrica del consenso è il motore stesso della propaganda nelle democrazie occidentali.

Il secondo è Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e padre delle pubbliche relazioni moderne. Il suo libro del 1928, Propaganda, è una guida d’uso del lippmannismo. Bernays scrive con candore che la manipolazione consapevole delle abitudini e delle opinioni delle masse è un elemento essenziale della società democratica; chi controlla questo meccanismo, dice, costituisce un «governo invisibile» che è il vero potere del paese. L’intuizione di Bernays è che la propaganda politica e la pubblicità commerciale sono lo stesso identico dispositivo. Lo dimostrò sul campo: convinse le donne americane degli anni Venti a fumare in pubblico organizzando una sfilata di Pasqua a New York in cui le suffragette accendevano sigarette davanti ai fotografi, ribattezzandole «Torce di libertà»; lavorò per la United Fruit Company nel 1954 alla campagna che convinse l’opinione pubblica statunitense ad appoggiare il colpo di Stato di Castillo Armas contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in Guatemala — colpo orchestrato dalla CIA proprio per difendere i profitti della stessa United Fruit. Pubblicità e colpo di Stato condividono la stessa grammatica.

Quando Mario Monti, nel 2021, parla di «somministrare l’informazione» in modi «meno democratici», non sta inventando nulla. Sta semplicemente ammettendo, con la franchezza di chi non si sente più obbligato alla retorica democratica, ciò che Lippmann e Bernays teorizzavano da un secolo. Le élite tecnocratiche europee — Monti, Draghi, Lagarde, von der Leyen — sono i custodi locali di un’antropologia profondamente americana: il popolo come gregge, lo Stato come pastore, la verità come dosaggio sanitario.

I due Occidenti: Weber, etica calvinista, capitale culturale

La sostituzione dell’Europa dei cittadini con l’Occidente dei consumatori non è solo politica. È religiosa, nel senso largo che diede al termine Max Weber nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905). La tesi è notissima ma vale la pena rivisitarla, perché ne dipende la differenza antropologica fra le due sponde dell’Atlantico. Per il calvinismo, l’uomo non si salva con le opere — come nel cattolicesimo — ma per predestinazione divina. Il credente non sa con certezza se è salvo o dannato. La ricchezza materiale, ottenuta col lavoro metodico e ascetico, diventa allora il segno terreno della grazia, l’anticipazione visibile dell’aldilà. Il povero, in questa logica, non può ribellarsi al suo status senza offendere la scelta di Dio: la disuguaglianza è iscritta nella teologia. Si costruisce un’antidialettica di classe in cui la rivolta dei dannati è già una bestemmia.

Da questo nucleo religioso discende il puritanesimo americano, la «città sulla collina» dei Padri Pellegrini, la mistica imprenditoriale di Andrew Carnegie e John D. Rockefeller, la teologia evangelica della prosperità che oggi sostiene Donald Trump. L’America non è «Europa più grande»: è un continente teologicamente diverso, in cui il capitale economico è l’unica forma di capitale riconosciuta. Il «fare» sostituisce il «pensare», la pratica l’etica, l’efficienza la giustizia. Anche la cultura, nel modello americano, è uno strumento di penetrazione di mercato: l’industria di Hollywood, lo standard inglese-globale, la pop music come cavallo di Troia commerciale, la lingua del management come lingua dei rapporti sociali.

L’Europa, prima di essere ridotta a colonia, era altro. Si fondava — pur con tutte le contraddizioni che la storia documenta — su un’idea aristotelica e platonica del cittadino: l’uomo come animale razionale e politico, la polis come bene comune che precede l’individuo, la cultura come capitale collettivo. Il servizio pubblico — radiofonico, televisivo, scolastico — era pensato come dispositivo pedagogico: lo Stato come maestro, non come pastore di greggi. Il proporzionale elettorale rifletteva l’idea che la differenza politica fosse un valore. I partiti di massa — il PCI, la DC, la SPD, il Partito Laburista britannico delle origini — erano scuole di formazione del militante prima ancora che macchine elettorali. Il sindacato non era una corporazione professionale, ma un soggetto storico capace di parlare in nome di una classe.

Tutto questo è stato smantellato, non da un’invasione, ma da un’auto-mutilazione consapevole delle élite europee. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario (in Italia, il referendum del 1993 e poi il Mattarellum) è il momento istituzionale in cui il modello «candidato singolo telegenico» sostituisce il modello «partito-programma». La fine del PCI nel 1991 ha tolto all’Italia l’ultimo grande baluardo culturale capace di opporsi al pensiero unico del capitale; non è un caso che la nascita di Forza Italia, nel gennaio 1994, avvenga su un terreno già completamente arato dalla televisione commerciale del suo proprietario. Il cittadino-elettore lasciava il posto al consumatore-utente. La cabina elettorale assomigliava sempre di più a una cassa di supermercato.

La dialettica del populismo: Adorno, Fisher e il «non c’è alternativa»

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, nella Dialettica dell’illuminismo (1947 — sì, lo stesso anno della Mont Pèlerin Society: due risposte opposte alla stessa catastrofe), avevano già visto il punto. La razionalità illuministica, scrivono, contiene un suo rovesciamento interno: nel suo dispiegarsi totale diventa irrazionalismo. La cultura di massa industrializzata — Adorno la analizza nei capitoli sull’industria culturale — produce uno pseudo-individuo che crede di scegliere ed è invece scelto. La «presa di parola» del pubblico, in regime di industria culturale, si rovescia in una parola vuota.

Mark Fisher, filosofo britannico morto nel 2017, ha aggiornato quella diagnosi nel suo libretto fulminante Capitalist Realism: Is There No Alternative? del 2009 (in italiano Realismo capitalista, NERO 2018). La sua tesi è semplice: dopo quarant’anni di neoliberismo, la frase di Thatcher «non c’è alternativa» non è più uno slogan ma un’atmosfera introiettata. È diventato letteralmente più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non perché il capitalismo sia naturale, ma perché abbiamo perso le coordinate culturali, le narrazioni, le tradizioni intellettuali che ci permetterebbero di pensarne un fuori. Fisher chiama «sterilità culturale» questa condizione: si producono infinite variazioni sul tema, ma il tema non cambia mai.

Il populismo televisivo, in questa chiave, non è l’antagonista del pensiero unico: ne è la matrice materiale, la stampante. Funziona come valvola di sfogo emotivo all’interno di un perimetro ideologico che resta identico. Trump, Salvini, Meloni, Le Pen, Milei, Bolsonaro — al di là delle differenze di stile e di contesto — non rompono il neoliberismo: lo radicalizzano nella sua versione autoritaria e razzializzata. Per prendere la parola nel circo mediatico bisogna sapere che cosa non si deve dire, e in primo luogo non si devono toccare gli interessi del capitale finanziario globale. Il populismo è permesso a condizione di restare cosmetico.

Mai, come oggi, la società occidentale è stata così conformista. La differenza, a cui sembriamo aspirare attraverso mille rivendicazioni identitarie, è stata interamente assorbita dal marketing — dalla pubblicità inclusiva ai brand «purpose-driven», dal rainbow washing aziendale alle campagne ESG. Tutto è permesso, purché niente cambi davvero.

L’aggiornamento 2025-2026: Trump 2.0, Musk e l’Europa che si autoesclude

Mentre scrivo, primavera 2026, il quadro si è ulteriormente irrigidito. La seconda amministrazione Trump, insediatasi a gennaio 2025, ha portato al cuore del potere federale l’aristocrazia tecno-finanziaria della Silicon Valley: Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen. Il Department of Government Efficiency (DOGE) ha smantellato pezzi enormi di apparato federale civile. Musk, dopo aver acquistato Twitter nel 2022 e averlo trasformato in X, ha fatto della piattaforma uno strumento di campagna politica diretta. Meta, sotto Zuckerberg, ha smantellato i programmi di fact-checking che aveva introdotto dopo Cambridge Analytica e ha chiuso le politiche DEI. La direzione è univoca: l’integrazione fra capitale digitale, apparato di sicurezza federale e potere politico esecutivo non è mai stata così esplicita. Quella che chiamavamo «società civile globale» della Silicon Valley si è tolta la maschera e ha rivelato il volto di un’oligarchia tecno-imperiale.

L’Europa, dal canto suo, ha messo in piedi un proprio dispositivo regolatorio — Digital Services Act, Digital Markets Act, GDPR, AI Act — che è meno irrilevante di quanto si dica, ma che soffre di un limite strutturale: non viene affiancato da un investimento corrispondente nella costruzione di un’alternativa europea. Senza piattaforme europee, senza modelli linguistici europei, senza cloud europeo, senza social pubblici europei, regolare le piattaforme americane equivale a tassare il monopolio invece di romperlo. E nel frattempo le stesse classi dirigenti europee — i Monti, i Draghi, i Macron, le von der Leyen — continuano a spingere il continente dentro una logica atlantista che ne approfondisce la subalternità: dal massimalismo sanzionistico verso la Russia che ha distrutto l’integrazione energetica euro-asiatica, al riarmo accelerato voluto dalla NATO, fino alla sottomissione alla logica della «guerra» come modalità ordinaria della politica. La stessa logica che permette a Monti di dire pubblicamente, senza scandalo, che bisogna «dosare la democrazia». In tempo di guerra, ricordavano i propagandisti del Novecento, la verità è la prima vittima. Oggi, in tempo di guerra permanente, la democrazia è la seconda.

Conclusione: ricostruire un capitale culturale e politico

A questo punto la domanda non è se il neoliberismo sia «marciante e inarrestabile». La domanda è: cosa serve per fermarlo? Non basta moltiplicare le inchieste, non basta evocare un nuovo social, non basta votare l’ennesimo candidato meno peggio. Serve un’operazione di ricostruzione culturale di lungo periodo che sia simmetrica a quella che la destra atlantica ha condotto dal 1947 a oggi. Servono think tank progressisti seri, scuole di formazione politica, riviste, case editrici, media indipendenti finanziati da basi sociali reali e non da fondazioni filantropiche. Serve riconnettersi al meglio della tradizione politica europea — il pensiero di Antonio Gramsci sull’egemonia, l’analisi di Pier Paolo Pasolini sull’omologazione antropologica, il lavoro di Luciano Canfora sulla democrazia, le inchieste degli ostinati cronisti del giornalismo critico — e di quella mondiale anti-neoliberista: David Harvey, Wolfgang Streeck, Naomi Klein, Yanis Varoufakis, Alessandro Somma, Vladimiro Giacché, fino alla stessa Shoshana Zuboff.

Serve, soprattutto, riprendersi il tempo lungo della politica. Il neoliberismo ha vinto perché ha lavorato per settant’anni mentre la sinistra europea inseguiva l’ultima emergenza elettorale. Nella mia esperienza dentro Azione Civile, il movimento civico-politico fondato da Antonio Ingroia, dentro cui da anni cerco di portare un punto di vista anti-imperialista e progressista, questa è la lezione che torna sempre: la militanza paziente, l’alfabetizzazione dei territori, la formazione di nuovi quadri, la costruzione di programmi credibili sono lavori di decenni, non di settimane. È il lavoro che il pensiero unico spera che non facciamo mai, perché sa che è l’unico che potrebbe sconfiggerlo.

L’Italia di Mussolini è caduta perché esistevano resistenze che si erano organizzate in clandestinità per anni. L’Europa neoliberista cadrà — perché cadrà, le sue contraddizioni interne sono ormai enormi: disuguaglianze esplosive, crisi climatica fuori controllo, perdita progressiva di legittimità democratica, dipendenza tecnologica e militare totale dagli Stati Uniti — solo se troverà a quel momento qualcuno pronto a raccogliere i pezzi e a costruire un’alternativa. Dovremo essere noi, oppure non saremo niente.

La marcia del neoliberismo sembra inarrestabile solo finché la guardiamo con gli occhi che ci ha insegnato a guardarla. Cambiare gli occhi è il primo atto politico. Tutto il resto, il difficile, viene dopo.

* * *

Mario Sommella — blogger e attivista politico

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella — pag. di

IL CAPITALE CONTRO LA VITA

Quando l’1% divora il clima, accende le guerre e chiude la porta al futuro

Io non riesco più a separare le cose. Non riesco più a parlare di disuguaglianza come se fosse un tema “economico” e, a parte, di crisi climatica come se fosse un tema “ambientale”. Non ci riesco, perché ormai il quadro è troppo evidente: è lo stesso sistema che accumula ricchezza nelle mani di pochi a consumare il pianeta, a bruciare risorse, a spingere popoli interi dentro la precarietà permanente.

C’è un’idea tossica che ci hanno messo in testa per anni: che l’economia sia una cosa “neutra”, una specie di meteo naturale. E invece no. L’economia che stiamo vivendo è una scelta politica continua. È una macchina costruita per concentrare potere. E quando concentri potere, concentri anche la capacità di distruggere.

Il 2026 si è aperto con una fotografia che da sola basterebbe a zittire mille dibattiti televisivi: secondo Oxfam, l’1% più ricco del pianeta ha già esaurito la propria quota annuale di emissioni in appena dieci giorni. Lo 0,1% ha sforato in circa tre giorni. Il 10 gennaio è diventato “Pollutocrat Day”: il giorno in cui i signori del carbonio finiscono il loro “anno” e cominciano, di fatto, a usare quello degli altri. 

E lì capisco che non stiamo parlando di “stili di vita”. Stiamo parlando di un rapporto di forza. Stiamo parlando di dominio.

Perché se il budget compatibile con la soglia dell’1,5°C è intorno a 2,1 tonnellate di CO₂ pro capite, l’1% viaggia su una media di circa 75 tonnellate. Non è una differenza, è una frattura. È un mondo che si divide in due: chi vive dentro i limiti del corpo e del salario, e chi vive sopra ogni limite, come se il pianeta fosse un bancomat senza fondo. 

A quel punto la verità diventa quasi brutale nella sua semplicità: il capitale non è solo contro l’uguaglianza, è contro la vita.

Perché l’accumulo non resta fermo in cassaforte. L’accumulo deve crescere, deve espandersi, deve divorare. E quando una minoranza possiede una quota enorme di ricchezza, quella minoranza non “consuma” soltanto: decide cosa produrre, dove investire, quali governi influenzare, quali regole piegare, quali guerre rendere possibili.

Il punto è proprio questo: l’1% non inquina solo con i jet privati e i superyacht. L’1% inquina perché possiede le leve del mondo. Possiede filiere, fondi, energia, logistica, estrazioni, industrie, “piani di sviluppo” che sono spesso piani di saccheggio. Possiede anche la narrazione. E quando possiedi la narrazione, riesci a far sembrare “naturale” perfino ciò che è criminale.

È qui che le disuguaglianze economiche si incastrano con quelle ambientali come due lame della stessa forbice. Il risultato lo vediamo già adesso: i danni sono collettivi, i profitti sono privati. Sempre.

Le stime collegate a queste analisi parlano di perdite gigantesche per i paesi più vulnerabili, fino a decine di trilioni di dollari entro metà secolo. Ma a me colpisce soprattutto una cosa: questa non è una tragedia “futura”, è una tassa sul presente. La crisi climatica è già una riduzione del reddito, una caduta del potere d’acquisto, un peggioramento della salute, una precarietà della vita. 

E quando la vita diventa più fragile, chi paga di più? Sempre gli ultimi.

Io vedo una continuità spaventosa tra tutto questo e il mondo che ci stanno consegnando sul piano geopolitico.

Le guerre non sono mai state soltanto “ideali”, “valori”, “esportazioni di democrazia”. Dentro le guerre, sempre, c’è la lotta per le risorse, per le rotte, per l’energia, per la rendita. È la stessa fame che divora la terra a divorare anche i popoli.

E infatti oggi mi sembra sempre più chiaro che la crisi climatica, il riarmo, la destabilizzazione, il furto di risorse, non sono deviazioni dal sistema: sono la sua forma finale. La sua modalità terminale. Quando un modello economico non sa più generare benessere diffuso, comincia a generare paura, conflitto, militarizzazione. E intanto continua a far crescere i dividendi di pochi.

Per questo non mi basta più sentire discorsi “verdi” che non toccano i rapporti di potere. Non mi basta la transizione raccontata come un prodotto da vendere. Perché se non tocchi l’accumulo, se non tocchi l’1%, stai solo spostando la scenografia mentre la sostanza resta intatta.

E qui arriva un nodo che considero decisivo: il diritto internazionale.

Per anni ci hanno trattato come ingenui, quando parlavamo di ONU, di tribunali internazionali, di legalità globale. Ci hanno detto che era fumo, che il mondo vero è “realista”, che contano solo i rapporti di forza. Ma oggi proprio la brutalità del potere occidentale, la sua nudità, la sua arroganza, sta facendo cadere i veli e ci costringe a una scelta: o accettiamo la legge del più forte, o rimettiamo al centro la legge dei popoli.

In questo senso, la svolta arrivata dalla Corte Internazionale di Giustizia il 23 luglio 2025 è un fatto enorme: la Corte ha collegato gli obblighi climatici alla tutela dei diritti fondamentali e ha rafforzato l’idea che non agire non è solo un “errore”, può essere una violazione del diritto internazionale. 

E non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Perché significa una cosa semplice: il clima non è un’opinione. Il clima è un dovere.

Lo stesso vale per la giustizia internazionale quando finalmente prova, almeno in parte, a non essere un tribunale dei vinti: i mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant nel novembre 2024, per crimini legati alla guerra di Gaza, hanno rappresentato un momento di rottura simbolica. Non perfetto, non risolutivo, ma comunque un segnale: esiste un limite, almeno sulla carta. 

E qui torna il punto politico che mi ossessiona: quando il potere si sente intoccabile, diventa illimitato. Quando diventa illimitato, divora tutto. Divora il diritto, divora la democrazia, divora la verità, divora la vita.

Per questo io non penso che “solo il diritto” possa salvare il pianeta come se fosse un automatismo. Il diritto da solo non basta, se resta un foglio. Ma penso una cosa molto concreta: il diritto, senza popolo, è carta. Il popolo, senza diritto, è carne da macello.

Le conquiste civili non sono mai piovute dall’alto. Sono sempre nate dalla mobilitazione. E quindi la strada, se vogliamo dirla senza illusioni, è questa: rimettere insieme la giustizia sociale e la giustizia ambientale, e farle diventare una forza politica reale.

Non mi interessa più la favola secondo cui “siamo tutti responsabili allo stesso modo”. Io vedo una responsabilità concentrata, quasi aristocratica, quasi feudale. Un’elite che consuma e comanda, e una moltitudine che paga e subisce.

E allora la domanda non è più: “che cosa possiamo fare noi, come individui?”. La domanda vera è: che cosa dobbiamo imporre come società, come popolo, come democrazia?

Io una risposta me la sono fatta, netta:

I) colpire la ricchezza inquinante, non con simboli ma con misure reali e progressive

II) togliere impunità politica e fiscale alle grandi rendite, soprattutto fossili e finanziarie

III) fermare la militarizzazione come modello di sviluppo e come economia di emergenza permanente

IV) ricostruire servizi pubblici, trasporti, sanità climatica, protezione sociale, perché è lì che si difende la vita quotidiana

V) difendere lo Stato di diritto e l’indipendenza della giustizia, perché senza argini il potere diventa predazione

Non sto parlando di utopie. Sto parlando di sopravvivenza.

Perché oggi il capitale non si limita più a sfruttare l’uomo: sta rendendo invivibile il mondo. È un sistema che non redistribuisce, non ripara, non cura. Accumula e brucia. E quando brucia, presenta il conto ai poveri, ai lavoratori, ai territori fragili, ai popoli del Sud globale, a chi ha meno strumenti per difendersi.

Ecco perché io non riesco più a guardare la crisi climatica come una questione “verde”. Per me è una questione rossa. Di classe. Di potere. Di vita.

E se non lo capiamo adesso, se continuiamo a farci ipnotizzare dalle parole senza sostanza, allora sì: il futuro non sarà condiviso. Sarà recintato. Sarà privato. Sarà armato.

Io invece voglio un futuro umano. E un futuro umano non può essere costruito sull’1% che divora tutto.

Fonti essenziali

Oxfam, disuguaglianze ed emissioni dell’1% (“Pollutocrat Day”). 

Corte Internazionale di Giustizia, opinione consultiva su obblighi degli Stati rispetto al clima (23 luglio 2025). 

ICC, mandati di cattura (Netanyahu, Gallant) e sviluppi successivi. 

Fabio Marcelli, riflessione su diritto internazionale, guerra e sopravvivenza del pianeta (23 dicembre 2025). 

Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal

Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.

La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout

Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.

Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.

In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”. I nomi che emergono sono pesanti, con un baricentro evidente nel mondo oil and gas e nella chimica globale: ExxonMobil, Chevron, Dow Chemical, Koch Industries, TotalEnergies. L’obiettivo non appare come un aggiustamento tecnico o un compromesso fisiologico. Il centro della manovra sembra essere lo svuotamento politico della direttiva, fino a renderla innocua.

La tecnica del “divide et impera” parlamentare

Il cuore della strategia non è soltanto la pressione economica. È l’ingegneria politica della maggioranza. Dai documenti e dalle ricostruzioni disponibili emerge una metodologia quasi da manuale:

costruire un fronte pro-business trasversale spingere il relatore verso un’alleanza stabile con i gruppi di destra usare ECR come ponte verso l’estrema destra più dura dividere Renew e S&D sfruttando le delegazioni nazionali

Questa architettura si innesta nella fase in cui la Commissione ha aperto lo spazio istituzionale per la retromarcia, proponendo il pacchetto di semplificazione “Omnibus I” il 26 febbraio 2025, ufficialmente per ridurre gli oneri amministrativi e riequilibrare competitività e sostenibilità.

Il Consiglio ha poi assunto una posizione negoziale di semplificazione il 23 giugno 2025, trattando il dossier come priorità economica. E il Parlamento è arrivato al nodo politico dell’autunno con il voto in plenaria del 13 novembre 2025 e il ruolo centrale del relatore Jörgen Warborn.

Il quadro complessivo suggerisce una tendenza più ampia: la deregolazione presentata come modernizzazione, e la sostenibilità ridotta a cornice narrativa, non più a vincolo reale.

L’Italia come perno di una minoranza di blocco

Dentro questa geometria di potere, l’Italia emerge come possibile perno di una minoranza di blocco utile a colpire la responsabilità civile armonizzata e a indebolire gli obblighi più scomodi della direttiva.

È una dinamica coerente con la nuova grammatica del potere europeo. Quando una norma rischia di toccare margini industriali e finanziari, la battaglia non si combatte solo nei corridoi di Bruxelles. Si combatte nelle capitali, nei grandi forum globali, in quegli incontri laterali dove l’agenda reale spesso non coincide con quella ufficiale.

Il braccio americano e l’ombra del negoziato commerciale

Il dato più istruttivo è forse quello transatlantico. L’offensiva ha cercato di trasformare la CSDDD in una “barriera non tariffaria”, portandola dentro il lessico delle trattative commerciali USA-UE e sollecitando un aumento di pressione da Washington.

Nel frattempo, anche attori energetici non europei hanno alzato la posta. Un segnale forte è arrivato dal Qatar, che nei primi giorni di dicembre 2025 ha ribadito le sue critiche alla direttiva e si è detto fiducioso che l’Unione arrivi a un compromesso entro fine mese, contestando in particolare il livello delle sanzioni potenziali.

Questa pressione esterna rende la partita ancora più politica. Non si discute solo di filiere etiche. Si discute di equilibri energetici, di dipendenze strategiche, e di quale tipo di globalizzazione l’Europa voglia accettare o subire.

La contraddizione che divora il Green Deal

Il punto non è negare che alcune imprese fatichino a implementare diligence complesse. Il punto è un altro: quando la “semplificazione” diventa un cavallo di Troia per eliminare i piani di transizione climatica, ridurre la responsabilità lungo le filiere extra-UE e depotenziare la leva della responsabilità civile, non siamo più nel campo della manutenzione normativa. Siamo nel campo della restaurazione industriale.

Il patto tra una parte della destra europea e gli interessi fossili assume così una forma concreta: usare maggioranze alternative come grimaldello permanente per ridisegnare il Green Deal da progetto trasformativo a etichetta compatibile con qualunque status quo.

Non a caso, nell’autunno 2025 alcuni grandi gruppi industriali hanno spinto apertamente per l’abolizione della direttiva, segnalando che l’obiettivo massimo non è l’attenuazione ma la cancellazione.

Che cosa ci dice davvero questa storia

Questa vicenda è un promemoria duro e utile:

Le norme ambientali più efficaci sono quelle che toccano profitti e responsabilità legale. Le lobby non cercano solo di convincere: cercano di ricostruire maggioranze. La parola “competitività” può essere un concetto economico legittimo o un’arma retorica totale. Dipende da chi la impugna e per cosa. Il Green Deal è ormai un campo di battaglia sulla democrazia economica europea.

In altre parole, la partita sulla CSDDD non è un capitolo tecnico tra tanti. È un test di sovranità politica. Se l’Europa accetta che la sostenibilità venga riscritta da una coalizione di interessi fossili e da un nuovo asse parlamentare di destra, allora il Green Deal non viene “corretto”. Viene addomesticato.

E un Green Deal addomesticato è come un ombrello bucato in pieno temporale: ti fa credere di essere protetto proprio mentre ti stai bagnando fino alle ossa.

Fonti

Somo, documenti e ricostruzioni sul ruolo di Teneo e dell’alleanza industriale contro la direttiva sul dovere di vigilanza. Mediapart, inchiesta sulla strategia di lobbying delle multinazionali fossili e chimiche in Europa. Commissione europea, documentazione ufficiale sulla CSDDD e sul pacchetto di semplificazione “Omnibus I” (26 febbraio 2025). Consiglio dell’Unione europea, posizione negoziale sulla semplificazione della normativa (23 giugno 2025). Parlamento europeo, iter e passaggi di voto relativi alla revisione della direttiva (voto del 13 novembre 2025). Politico e altre testate europee, ricostruzioni sul clima politico e sulle nuove maggioranze alternative attorno ai dossier del Green Deal. Dichiarazioni e prese di posizione di attori energetici extra-UE sul dossier CSDDD, inclusi i rilievi del Qatar (dicembre 2025).

Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

Regalare il futuro: la svendita sistematica del patrimonio pubblico italiano

È un processo che non nasce oggi, ma che nel corso di tre decenni ha assunto dimensioni strutturali: lo Stato italiano, con le proprie imprese strategiche, viene progressivamente smontato, ceduto, mercificato. Ciò che fino a poco tempo fa era centrale per la sovranità industriale nazionale è oggi un pacchetto da “monetizzare”. E il governo Meloni, lungi dall’interrompere il corso, lo sta portando fino alle sue ultime conseguenze.

In questo articolo ricostruiamo la traiettoria recente, aggiorniamo i casi più emblematici con dati 2024/2025 e ragioniamo sulle implicazioni politiche, economiche e sociali.

  1. Un’eredità quarantennale: la privatizzazione come paradigma permanente

Il “modello privatizzazioni” affonda le sue radici nei primissimi anni Novanta, quando l’IRI — storica anima industriale dello Stato — comincia il suo smembramento. Da allora, decine di aziende pubbliche, infrastrutture e servizi strategici sono stati trasformati in merci, ceduti al miglior offerente. Nel tempo si è consolidato un dogma: “pubblico = inefficiente, privato = virtuoso”. Ma le grandi privatizzazioni italiane (telecomunicazioni, energia, banche, autostrade) non sono state solo operazioni economiche: hanno segnato un cambio di paradigma, un trasferimento simbolico e reale di sovranità al mercato finanziario.

Negli ultimi anni il dibattito internazionale ha iniziato a rimettere in discussione quel dogma (reinternalizzazioni, modelli ibridi pubblico-privato). In Italia, qualche segnale timido esiste, ma la sostanza resta: valorizzare sul mercato ciò che ancora rimane “vendibile” del patrimonio pubblico.

  1. Il piano delle dismissioni 2025–2026: quanto resta sul tavolo?

Nel 2025 il governo ha indicato un obiettivo di incassi da privatizzazioni nell’ordine di circa 17,5 miliardi di euro sui prossimi anni, ridimensionando però tempi e ambizioni rispetto ai proclami iniziali. L’operazione resta centrale per far quadrare i conti della finanza pubblica, con un DEF che aumenta i margini di disavanzo (circa +0,4 punti di PIL nel 2025, +0,7 nel 2026, +1,1 nel 2027). In agenda figurano quote di Poste, MPS, partecipazioni residue in società energetiche e altri asset infrastrutturali; ma diversi osservatori notano che “il sacco è quasi vuoto”: ciò che poteva essere venduto è già stato ceduto, o è difficile da valorizzare ulteriormente.

  1. I casi simbolo aggiornati (2024–2025)

TIM / Rete fissa (NetCo/FiberCop/KKR)
• 1 luglio 2024: perfezionata la cessione della rete fissa di TIM al fondo statunitense KKR (tramite FiberCop/Optics BidCo), con valutazione fino a 22 miliardi. L’organico complessivo scende da 37.065 a 17.281 addetti. Contratto pluriennale per l’affitto della rete, golden power esercitato con prescrizioni. È il passaggio di un’infrastruttura vitale alla finanza internazionale, con governance pubblica residuale.

Ex Ilva / Acciaierie d’Italia
• Dossier ancora fragilissimo: tra commissariamenti, subentri e piani di “rilancio”, prevalgono ipotesi di nuova cessione e tagli occupazionali, con oneri pubblici per decarbonizzazione. Tutto questo mentre la domanda globale di acciaio è sostenuta anche dalle politiche di riarmo europee. (Fonti multiple di settore; scenario coerente con l’evoluzione 2024/25)

ITA / Lufthansa
• Gennaio 2025: Lufthansa finalizza l’acquisto del 41% di ITA (saldo 59% al MEF), con prospettiva di progressiva integrazione operativa. Nel frattempo, la CIG per circa 2.000 ex lavoratori Alitalia è prossima alla scadenza: manca un piano robusto di ricollocazione.

MPS (Monte dei Paschi di Siena)
• Dopo la nazionalizzazione per salvataggio, lo Stato ha ridotto la propria quota a meno dell’11–12%; la traiettoria è di privatizzazione, mentre operazioni straordinarie (fusioni/alleanze) hanno generato plusvalenze importanti per grandi investitori (famiglia Del Vecchio tramite Delfin, gruppo Caltagirone, fondi come BlackRock). Un’occasione mancata per costruire un polo bancario pubblico con Cassa Depositi e Prestiti.

Stellantis / Automotive
• Tra delocalizzazioni, compressione salariale e rendite finanziarie, il rischio è che l’Italia scivoli a sito di assemblaggio marginale, mentre il valore aggiunto si cattura altrove. La riconversione verso produzioni dual-use e militari, finanziata con risorse pubbliche, non garantisce presidio strategico, dato che la governance e la base fiscale del gruppo non sono italiane.

Partecipazioni in Eni, Enel e imprese energetiche
• Ulteriori cessioni/ritocchi di quote riducono il perimetro del controllo pubblico su settori chiave. Sul fronte downstream, il dossier IP/API e l’interesse Socar riaccendono il tema della sovranità energetica (trattative e scenari 2024/25).

  1. Il caso Autostrade/Benetton e il Ponte Morandi: quando il profitto scavalca la sicurezza

La vicenda Autostrade per l’Italia (Aspi) è il paradigma di cosa accade quando un’infrastruttura essenziale viene gestita con priorità di massimizzazione del rendimento anziché di tutela dell’interesse pubblico.
• 14 agosto 2018: crolla il Ponte Morandi a Genova, una delle più gravi tragedie infrastrutturali della storia recente italiana. Il maxi-processo, con 57 imputati, è tuttora in corso e la sentenza è attesa nel 2026 (alcuni reati minori già prescritti). Lentezze giudiziarie a parte, la sostanza politica è chiara: la manutenzione e il controllo di sicurezza di un asset vitale non possono dipendere dalla logica del dividendo.
• Maggio 2022: dopo un lungo braccio di ferro, Atlantia (galassia Benetton) perfeziona il closing vendendo l’88,06% di Aspi al Consorzio formato da CDP Equity (51%), Blackstone (24,5%) e Macquarie (24,5%). Controvalore: ~8,2 miliardi di euro (inclusa ticking fee e al netto di aggiustamenti).
• Agosto 2025: a sette anni dal crollo, il Comitato Ricordo delle Vittime e altre associazioni depositano un esposto per chiarire le cifre della transazione e la gestione post-tragedia, denunciando una “Aspi spolpata” prima del passaggio di mano. È un atto simbolico, ma indica una percezione pubblica diffusa: la privatizzazione di un servizio essenziale ha generato profitto privato e rischio pubblico.

Questo caso spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché le dismissioni di asset strategici non possono essere la scorciatoia per fare cassa: quando la manutenzione è un costo e il dividendo un obiettivo, la sicurezza arretra. Il pubblico finisce per pagare due volte: prima con tariffe e dividendi, poi con ricostruzioni, cause, risarcimenti e dolore sociale.

  1. Una mappa dei guadagni e delle perdite: cifre, attori, controparti

Incassi e obiettivi
• 2025: piano di privatizzazioni con incassi attesi fino a 17,5 miliardi (poi “rimodulati”). Ma molti dossier slittano e la “capacità residua di vendita” si assottiglia.

Chi guadagna
• Fondi internazionali (KKR, BlackRock, ecc.) entrano nei nodi strategici.
• Gruppi nazionali già avvantaggiati consolidano rendimenti (Delfin, Caltagirone).
• Governi di ogni colore orchestrano con atti formali (golden power, decreti, patti parasociali) una cessione “controllata”, ma pur sempre cessione.

Chi perde
• Lavoro (esuberi, esternalizzazioni: il caso TIM è plastico).
• Capacità di pianificazione: l’indirizzo industriale scivola verso obiettivi estranei al bene collettivo.
• Sovranità tecnologica/energetica: cresce la dipendenza da capitali, tecnologie e forniture estere.

  1. Il silenzio dell’opposizione e la resa dei corpi intermedi

Qui sta il punto politico. L’operazione di dismissione è diventata bipartisan: governi di destra, sinistra e tecnici hanno partecipato allo stesso disegno, spesso giustificandolo con vincoli europei o urgenze di finanza pubblica. La CGIL e, più in generale, il sindacato confederale hanno spesso risposto con mobilitazioni parziali, senza un progetto industriale alternativo all’altezza del passaggio storico. Il risultato è un depotenziamento dello Stato che procede quasi senza resistenza, trasformandosi in normalità.

  1. Le radici del dominio neoliberista europeo

La cornice è europea: concorrenza, aiuti di Stato, regole fiscali hanno spinto gli Stati a “non fare impresa”, limitandosi a incentivare i privati. Anche il Next Generation EU e i pacchetti per la transizione green/digitale tendono a scorrere lungo canali finanziari transnazionali, lasciando alla capacità progettuale pubblica un ruolo spesso ancillare. Finché l’Italia non riapre il dossier della sovranità industriale in sede UE, ogni tentativo di re-industrializzare resterà parziale.

  1. Strategie per invertire la rotta (con i piedi per terra)
    1. Patrimonio pubblico come leva strategica
      Non zavorra da liquidare, ma volano di sviluppo: energia, reti, manutenzione straordinaria del territorio, sanità digitale, manifattura avanzata.
    2. Clausole dure nelle privatizzazioni
      Diritto di reversione, vincoli occupazionali, tetti alla distribuzione di utili, poteri speciali effettivi e verificabili.
    3. Piani industriali pubblici veri
      Non “aiuti” a pioggia a grandi gruppi, ma campioni pubblici capaci di guidare filiere (energia, semiconduttori, batterie, mobilità, agro-tech).
    4. Ricostruzione dei corpi sociali
      Dalle vertenze singole a un fronte civico-produttivo che faccia dei beni comuni la propria piattaforma politica.
    5. Contrattazione in Europa
      Portare il tema della sovranità industriale al centro dei tavoli: senza spazi per imprese pubbliche e consorzi misti mission-oriented, l’Italia resterà subfornitore.
    6. Trasparenza radicale
      Ogni dismissione deve essere accompagnata da bilanci pubblici leggibili, consultazioni territoriali, indicatori di sicurezza/qualità (il caso Autostrade insegna), e monitoraggi indipendenti ex-post.

Conclusione

L’Italia vive un dramma silenzioso: la dissoluzione del proprio apparato industriale e l’alienazione del capitale pubblico. Non è fatalità, è scelta. Il governo Meloni non ha inventato nulla: ha ereditato una linea e l’ha accelerata. Se l’opposizione non rompe la gabbia ideologica, ci consegnerà un Paese più povero, meno libero, più dipendente.

Il tempo per invertire la rotta non è infinito. Servono schiena dritta e visione: uno Stato non “minimo”, ma protagonista. E soprattutto, un principio: ciò che è strategico — reti, energia, infrastrutture, dati, sicurezza — non si mette all’asta. Il Ponte Morandi ce lo ricorda ogni giorno.

Fonti essenziali per i dati aggiornati (2024–2025)
• Piano privatizzazioni e cifre 2025: la Repubblica (15 aprile 2025).
• TIM/KKR (valutazione fino a 22 mld; organico a 17.281): ANSA, Il Fatto Quotidiano, Gruppo TIM (1 luglio 2024).
• ITA/Lufthansa (41%): Lufthansa Group newsroom (17 gennaio 2025), MEF (3 luglio 2024).
• Autostrade/Aspi (closing e controvalore ~8,2 mld): Sky TG24 (6 maggio 2022), Mundys/Atlantia (5 maggio 2022), ANSA (6 maggio 2022).
• Ponte Morandi (stato del maxi-processo; sentenza attesa 2026): la Repubblica Genova (12 agosto 2025).
• Esposto delle vittime su Aspi “spolpata”: Avvenire (14 agosto 2025).

Guerra, capitale e paradisi fiscali: l’economia del disastro come ultima risorsa del capitalismo putrescente

Quando la guerra smette di essere un evento eccezionale e si trasforma in una necessità ciclica, vuol dire che qualcosa si è guastato nel motore stesso della storia. E quel motore, oggi, ha il nome di capitalismo globale in fase di decomposizione. Un capitalismo che non produce più progresso, ma distruzione. Che non genera più sviluppo, ma morte. Che non distribuisce ricchezza, ma la trasferisce sistematicamente verso l’alto, occultandola nei forzieri dorati dei paradisi fiscali.

La guerra non è un errore. È sistema.

La narrazione ufficiale ci racconta che le guerre in corso – in Ucraina, in Palestina, in Africa, nel Pacifico che si scalda – siano esiti tragici ma inevitabili di crisi geopolitiche, interessi divergenti o minacce alla democrazia. Ma questo è solo il trucco retorico con cui si maschera una verità molto più profonda, strutturale, sistemica: la guerra è oggi il principale meccanismo attraverso cui il capitalismo prova a sopravvivere alla propria crisi storica.

Non è un caso se proprio l’Unione Europea, devastata dalle conseguenze economiche della guerra russo-ucraina, non solo non frena, ma rilancia sulla linea del riarmo. Non è questione di servilismo verso Washington, come vorrebbe una lettura semplicistica o complottista, ma di necessità interna. L’imperialismo non è un’aberrazione del capitalismo, è la sua forma politica naturale quando lo sviluppo economico non è più garantito dalla produzione, ma solo dalla distruzione.

Crisi di sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto

Il cuore del problema è noto da tempo a chi ha ancora il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il modo di produzione capitalistico, basato sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, è entrato in una fase in cui lo sviluppo tecnologico stesso, sostituendo sempre più lavoro umano con macchine, riduce progressivamente la quota di valore estraibile. In altre parole, più si investe in automazione, meno si estrae profitto.

Questa tendenza alla caduta del saggio di profitto è l’origine strutturale della crisi. Per rimediare, il capitale cerca allora nuovi spazi: mercati vergini, manodopera a basso costo, materie prime depredabili. E se non bastano i trattati commerciali o le privatizzazioni selvagge, allora si passa alla guerra. Per colonizzare, soggiogare, distruggere e infine ricostruire a debito. È il ciclo necro-economico della guerra capitalista.

Dove vanno a finire i profitti della distruzione? Nei paradisi fiscali

Mentre si socializzano i costi delle armi e della guerra – pagati con tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni – si privatizzano i profitti. E questi profitti non rimangono nei territori devastati, né nei paesi che combattono. Volano via, letteralmente. Fuggono in luoghi dove la sovranità fiscale non esiste e dove il segreto bancario è ancora sacro: i paradisi fiscali.

Nel 2024, secondo stime dell’OCSE, oltre 11 trilioni di dollari erano parcheggiati offshore da corporation e super-ricchi, al riparo da tasse e responsabilità sociali. Questi capitali non sono solo nascosti. Sono reinvestiti, usati per speculare su materie prime, per finanziare guerre per procura, per comprare media e politici. Sono la linfa segreta della guerra permanente.

Israele, ad esempio, mentre bombarda Gaza, riceve miliardi in armamenti e investimenti dai fondi speculativi americani che passano da Delaware, Isole Cayman, Svizzera, Lussemburgo. Lo stesso avviene con l’Ucraina. Prestiti FMI, aiuti militari e fondi per la ricostruzione gestiti da banche internazionali e aziende di contractor che fanno base in paradisi fiscali.

Il capitalismo di guerra non è solo un meccanismo militare, ma un gigantesco schema finanziario. Si distrugge per creare debito, si ricostruisce a debito, si privatizza il futuro delle popolazioni colpite e si estrae ulteriore ricchezza da quella sofferenza. Il tutto con il sigillo delle istituzioni internazionali e l’impunità garantita dall’anonimato fiscale.

La mistificazione della democrazia e il ritorno dell’imperialismo razionale

Molti commentatori si ostinano a leggere la geopolitica con lenti morali. L’Occidente combatte per la libertà. La Russia è reazionaria. Israele è una democrazia minacciata. Ma questa narrazione regge solo per chi si ostina a credere che esista un capitalismo buono, pacificato, capace di agire nel nome dei diritti umani.

In realtà, la differenza tra l’imperialismo umanitario dei progressisti e quello brutale dei conservatori è solo di forma, non di sostanza. Il primo lo giustifica con i diritti civili, il secondo con la sopravvivenza della nazione. Ma entrambi servono il medesimo padrone: il capitale in cerca di profitto, ovunque esso possa essere ancora estratto. E ogni nazione che si oppone a questo processo viene indicata come canaglia, terrorista, dittatura.

La Russia e Hamas, per quanto discutibili o contraddittori nella loro azione, non sono i protagonisti del disordine mondiale. Sono il sintomo di un mondo che non riesce più a funzionare senza un nemico permanente. L’Occidente ha bisogno della guerra non solo per i profitti che genera, ma per sopravvivere alla propria agonia economica e al proprio declino di legittimità sociale.

Capitale e democrazia: un divorzio ormai irreversibile

Chi ancora crede che la democrazia sia il contrappeso naturale del capitalismo si aggrappa a un’illusione storicamente superata. Oggi più che mai, la democrazia liberale non è in crisi per eccesso di populismo o per il ritorno dell’autoritarismo, ma perché è diventata del tutto incompatibile con le esigenze strutturali del capitale globale.

Il capitalismo finanziarizzato ha bisogno di governi rapidi, obbedienti, efficienti nel tagliare diritti, nel reprimere il dissenso, nell’adattarsi alle richieste dei mercati. Il tempo della deliberazione democratica è troppo lungo. Il consenso va gestito con l’algoritmo, non costruito nel dibattito. Il Parlamento è teatro, i fondi speculativi sono il vero governo.

In questo contesto, le guerre – reali o simboliche – diventano strumenti essenziali non solo per mantenere il dominio economico, ma anche per neutralizzare la democrazia. Il popolo sotto assedio vota come vuole il potere. E chi dissente, viene isolato, criminalizzato o ridotto al silenzio. La guerra, dunque, non è solo una scorciatoia economica, ma anche una scorciatoia politica per evitare la partecipazione popolare e l’autodeterminazione collettiva.

Non è un caso che proprio nei paesi più attivamente coinvolti nelle guerre globali – dagli Stati Uniti a Israele, dall’Europa orientale all’Italia in versione NATO – assistiamo a un collasso simultaneo delle garanzie costituzionali, dei diritti sociali, della rappresentanza. Il capitalismo in agonia non tollera più neppure la finzione della democrazia.

Conclusione: cambiare sistema o affondare insieme

Di fronte a questo scenario, illudersi che basti votare meglio o cambiare qualche governo per fermare la spirale distruttiva in atto è ingenuo. Non siamo davanti a un problema politico contingente, ma a una crisi strutturale di civiltà. Il capitalismo ha smesso da tempo di essere una forza progressiva. È diventato un cadavere che cammina, che si nutre di corpi e territori, che si protegge con eserciti privati e scudi fiscali.

La democrazia stessa, svuotata della sua sostanza, è oggi ostaggio del capitale. Non decide, non protegge, non rappresenta. È diventata una maschera dietro cui si nasconde un’oligarchia finanziaria che manovra guerre, profitti, disastri climatici, speculazioni e propaganda.

La vera alternativa non è tra guerra o pace, ma tra capitalismo o vita. E chi non ha il coraggio di dirlo, chi cerca ancora un capitalismo etico o verde, chi propone rattoppi progressisti senza mettere in discussione la radice del problema, si fa complice, consapevole o meno, di questa agonia mascherata da civiltà.

La guerra è il linguaggio con cui il capitale grida il suo fallimento. Tocca a noi, ora, imparare a parlare un’altra lingua. Una lingua fatta di giustizia sociale, redistribuzione, partecipazione reale, sovranità popolare. Perché se non cambiamo rotta, l’unica democrazia che ci resterà sarà quella del mercato armato, della moneta anonima, del voto inutile. E sarà troppo tardi.

Fonti principali
• OCSE, Tax Transparency Report 2024
• IMF, World Economic Outlook, April 2024
• OXFAM, Survival of the Richest, 2023
• Zucman, G., The Hidden Wealth of Nations, 2016
• Harvey, D., L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, 2011
• Luxemburg, R., L’accumulazione del capitale, 1913
• Lenin, V. I., L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916
• Naomi Klein, Shock Economy, 2007
• World Bank Data on Capital Flows and FDI (2023–2024)

Lo Stato-maschera: il modello-mafia come destino neoliberista

  1. Dalla criminalità all’istituzionalizzazione del dominio privato

Non siamo più di fronte a una semplice “infiltrazione” mafiosa dello Stato. La mutazione genetica delle istituzioni democratiche occidentali ha reso sempre più indistinguibile il confine tra legittimità pubblica e potere privato. Come ha lucidamente osservato Stefano Levi Della Torre, il “modello-mafia” non è più una minaccia esterna al corpo dello Stato: è un possibile esito politico, figlio del lungo processo di privatizzazione, disgregazione del patto sociale e centralità assoluta del profitto.

Da Silvio Berlusconi a Donald Trump, passando per Orban, Bolsonaro e Netanyahu, assistiamo alla progressiva normalizzazione di un sistema politico che assorbe le modalità operative della mafia: gestione familistica del potere, uso del denaro come strumento di consenso, sottomissione delle istituzioni pubbliche a logiche affaristiche e criminali, ostilità sistematica verso la magistratura e i corpi intermedi. Non si tratta di una metafora. È un sistema di governo reale, che riproduce il metodo mafioso dentro lo spazio della legittimità formale.

  1. Lo Stato come facciata: genealogia di una mutazione

La genealogia di questa metamorfosi affonda le radici nel pensiero stesso dello Stato. Max Weber definiva lo Stato come “monopolio legittimo della forza su un determinato territorio”. Ma, come ci ha insegnato Charles Tilly, questo monopolio non è nato in modo etereo o neutro: è il frutto di una guerra tra bande, di un potere predatorio che si istituzionalizza e si riveste di legalità. In quest’ottica, mafia e Stato non sono poli opposti, ma due modalità dello stesso dominio: l’una formale, l’altra informale; l’una riconosciuta, l’altra tollerata.

Norberto Bobbio ci offre una chiave decisiva: la mafia, diceva, è un “potere extralegale vicario”. Svolge funzioni pubbliche in assenza dello Stato, ne supplisce le mancanze, ne occupa gli spazi abbandonati. In Sicilia, la mafia nasce come garante del latifondo; a Napoli, come regolatore del mercato informale; in Calabria, come difesa armata delle famiglie contro lo Stato assente. Non è l’antitesi dello Stato: è la sua controfigura. E a volte, il suo alleato occulto.

  1. Privatizzazione e mafia: convergenze parallele

Oggi, quella funzione “vicaria” è diventata sistemica. La privatizzazione progressiva dello Stato – economica, normativa, culturale – ha prodotto un vuoto politico che viene riempito da attori privati, affiliativi, autoreferenziali. In questo spazio, la criminalità organizzata si muove con agio, mimetizzandosi nel tessuto legale. Il “capo” non è più solo il boss con la coppola, ma il manager che controlla fondi opachi, compra aziende in crisi, finanzia campagne elettorali e partecipa a tavoli di potere.

Reuters e altri studi recenti (NBER, CEPR) lo confermano: le mafie italiane, in particolare la ‘Ndrangheta, stanno spostando il loro focus da attività violente a frodi finanziarie, truffe sui fondi europei, manipolazione dei bilanci pubblici. È il passaggio dalla lupara alla fattura falsa, dalla violenza all’eleganza dell’illegalità “bianca”.

Secondo Legambiente, nel solo 2023 l’ecomafia ha generato quasi 9 miliardi di euro di fatturato illecito. Non solo rifiuti o cemento: sono le energie rinnovabili, le bonifiche, i servizi pubblici a essere colonizzati da consorzi mafiosi legalizzati. È la mafia-imprenditrice, non più in opposizione allo Stato, ma come parte della sua economia legale.

  1. La democrazia svuotata: egemonia, consenso e comunicazione

Il tratto distintivo di questa nuova fase non è la segretezza, ma la spettacolarizzazione. Trump e Berlusconi hanno mostrato che si può governare con metodi mafiosi senza nascondersi. Si può parlare alla “pancia” dell’elettorato, usare i media come arma di distrazione e costruire un’egemonia fondata sul carisma, sul successo personale, sul disprezzo per le regole.

Gramsci parlava di egemonia culturale come forma di consenso attivo. Oggi quell’egemonia è usata per legittimare la distruzione stessa della sfera pubblica. I nuovi leader non agiscono nell’ombra: sono sotto i riflettori, si mostrano come vincenti, creano narrazioni dove l’unico criterio è l’efficacia personale, il potere per sé, il disprezzo per il bene comune.

La politica diventa comunicazione, la democrazia si riduce a plebiscito digitale, e il cittadino si trasforma in follower. È il passaggio dall’homo politicus al cliente del potere.

  1. Il ruolo della magistratura e lo scontro tra mondi

In questo scenario, la magistratura rappresenta l’ultimo argine visibile. Ma è un argine sotto attacco, delegittimato costantemente da chi detiene potere economico e mediatico. La giurisdizione pubblica – che dovrebbe essere il cuore della democrazia – è trattata come una minaccia dai potentati privati che preferiscono l’arbitrio alla regola.

Le leggi ad personam, i condoni, gli attacchi sistematici alla giustizia sono parte di questa strategia. E il conflitto diventa ontologico: tra chi vuole una legalità universale, e chi reclama il diritto di farsi legge da sé. La magistratura viene trattata come corpo estraneo, quando è invece l’ultimo baluardo del principio di uguaglianza.

  1. Da Berlusconi a Trump: un processo storico, non personale

Ridurre tutto a Trump o Berlusconi sarebbe un errore. Essi sono solo gli epifenomeni di un processo più profondo: la dissoluzione della sfera pubblica sotto i colpi del neoliberismo. Con la crisi del fordismo, la distruzione dei sindacati, la precarizzazione dei corpi intermedi, l’erosione delle identità collettive, il cittadino è diventato atomo, l’individuo è stato lasciato solo.

La tecnologia, anziché democratizzare, ha spesso alimentato processi di plebiscitarismo, di controllo, di iper-comunicazione sterile. Il potere reale si è spostato altrove: verso l’alto, verso il privato, verso l’opaco.

  1. Conclusioni: oltre la retorica, una sfida politica

Il “modello-mafia” non è una degenerazione patologica: è una possibilità concreta del capitalismo contemporaneo. È la forma che prende il dominio quando si abbandonano i vincoli pubblici, quando la legalità viene derisa, quando il potere si trasforma in affare.

Resistere non significa solo invocare l’etica. Significa costruire alternative istituzionali, economiche, culturali. Rilanciare la partecipazione, la trasparenza, il controllo popolare. Significa riconoscere che lo Stato, per non diventare un fantoccio in mano ai potenti, deve essere rifondato dal basso, ricostruito nelle sue funzioni pubbliche, restituito al popolo.

Non possiamo più permetterci di osservare con distacco. Il guscio dello Stato rischia di essere indossato dal crimine organizzato, non più come parassita, ma come legittimo erede. Sta a noi, oggi, spezzare questa catena.

Oltre il confine: la deportazione come sintomo terminale del capitalismo globale

«Chi saranno i prossimi deportati?»
Non è una domanda retorica. È una profezia che si scrive ogni giorno, nei campi di detenzione, nei barconi respinti, nei vagoni blindati dell’indifferenza. La deportazione, quella parola che un tempo evocava i forni crematori, le divise a righe e l’orrore organizzato della modernità nazista, è tornata a far parte del lessico quotidiano della governance globale. Ma oggi non fa più scandalo. Non urla. Non interrompe i talk show. È diventata amministrazione ordinaria. Procedura. Misura precauzionale. Dispositivo di sicurezza.

Eppure, proprio questa “normalità” è il segnale più allarmante. È l’indizio che il capitalismo tardo-imperiale ha raggiunto un punto di non ritorno: incapace di riformarsi, privo di un’alternativa interna, cieco alle sue stesse contraddizioni, si avvita su se stesso e genera mostri.

La deportazione è un metodo, è l’effetto

La deportazione è un metodo tra i tanti generati dal capitalismo, oramai alla fine della sua fase storica: è solo l’effetto brutale di un capitalismo giunto al suo stadio terminale, un sistema neoliberista degenerato che ha smesso da tempo di rappresentare il benessere collettivo e non ha più alcuna possibilità — né volontà — di democratizzarsi.
È l’esito diretto di una governance fondata sull’esclusione sistematica, sull’espulsione degli indesiderabili, sulla disumanizzazione dell’altro. La deportazione, quindi, non spiega nulla: è ciò che va spiegato. Ed è spiegabile solo guardando al cuore stesso del sistema che la produce e la normalizza.

Non si tratta più solo di politiche migratorie. La deportazione è ormai un paradigma di governo, un modello ideologico che risponde a una precisa esigenza di sistema: espellere gli scarti. Gli indesiderabili. I superflui. Non più soltanto “clandestini”, ma disoccupati cronici, poveri strutturali, dissidenti, minoranze etniche, e perfino cittadini europei che per un motivo o per l’altro non si incastrano più nel mosaico tossico della produttività, dell’ordine, della conformità algoritmica.

Il capitalismo, giunto al suo stadio di degenerazione autoritaria, non contempla più né l’inclusione né la redistribuzione. Non può. Le sue contraddizioni sono troppo profonde: i profitti dipendono dall’espulsione, la crescita dalla guerra, la sicurezza dall’esclusione. In questo scenario, la deportazione diventa il linguaggio stesso del potere.

Italia: dal CPR all’Albania, la frontiera esternalizzata

In Italia, il governo Meloni ha fatto dell’esternalizzazione della detenzione il proprio vanto internazionale. I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono già lager amministrativi — lo sappiamo, li denunciamo da anni — ma non bastano più. Serve qualcosa di più estremo, di più mediaticamente efficace. E allora si stipula un patto con l’Albania per costruire strutture extraterritoriali dove rinchiudere i migranti, neutralizzando diritti, avvocati, giurisdizioni.

Chiusi lì, fuori dallo sguardo dell’opinione pubblica e delle norme europee, i migranti diventano merce residuale, numeri da spostare, corpi da disciplinare. Sono persone deportate non perché abbiano commesso un crimine, ma perché la loro sola esistenza è diventata un problema da risolvere.

Gaza: lo spostamento come pretesto per lo sterminio

A Gaza, la deportazione si consuma in una forma ancora più brutale e disumana. Non è un trasferimento coatto, ma una strategia di svuotamento etnico. Si bombardano ospedali, scuole, quartieri, e poi si ordina agli abitanti superstiti di spostarsi. Verso sud. Sempre più giù. Come in un videogioco apocalittico, il nemico da eliminare è l’intero popolo palestinese.

Oggi si stimano oltre 55.000 morti, ma mancano all’appello quasi 200.000 persone, scomparse nei meandri di un conflitto che è in realtà una guerra di annientamento, un genocidio fondato anche sulla deportazione progressiva. Netanyahu parla di sicurezza, ma applica la logica dell’esproprio coloniale e del reinsediamento forzato. È lo stesso schema con cui nel XX secolo venivano “bonificate” le terre per il profitto agricolo o industriale. Solo che oggi il suolo non serve per piantare alberi, ma per costruire muri.

USA: deportazioni di massa e la vendetta del suprematismo

Negli Stati Uniti, Trump ha già riaperto la stagione delle deportazioni di massa, e sebbene la narrativa ufficiale le presenti come misure “contro i criminali stranieri”, i numeri parlano chiaro: migliaia di famiglie, anche con minori, vengono rastrellate e smembrate. Molti non hanno precedenti penali. Molti sono regolari. Alcuni persino cittadini.

L’aspetto inquietante è che tra i detenuti nei centri ICE e nei circuiti segreti della detenzione extralegale (Guantanamo compresa), emergono anche cittadini europei, perfino italiani. Non sono migranti economici. Sono “indesiderati politici”, “disturbatori”, “fuori linea”. La logica è sempre la stessa: chi non serve al sistema, chi non è conforme, viene espulso, ridotto al silenzio, deportato.

Dopo gli indesiderati, chi sarà il prossimo?

Questa è la domanda che ci perseguita. Dopo i migranti, i profughi, i poveri, chi saranno i prossimi? I disabili? I senzatetto?

Gli oppositori politici?  Gli attivisti climatici? I sindacalisti? Gli intellettuali fuori coro?
L’esperienza del Novecento ci insegna che i regimi non si fermano ai confini tracciati all’inizio. L’eccezione diventa regola. Il lager diventa legge. Il campo si allarga. Il silenzio, se complice, diventa partecipazione.

Non si tratta di un’esagerazione. Si tratta di una diagnosi storica. E chi oggi minimizza o razionalizza le deportazioni è lo stesso che un domani giustificherà le camere di sicurezza permanenti, i confini elettronici, i domicili digitali, i licenziamenti politici. Perché la logica dell’esclusione è come un virus: muta, si adatta, sopravvive.

Conclusione: la fine della civiltà o l’inizio della resistenza

La deportazione non è solo un fatto amministrativo. È una dichiarazione di guerra contro l’umano. È il sintomo di un sistema che ha smesso di funzionare per il benessere collettivo e che ora si difende escludendo, isolando, sterminando. Con ordine. Con disciplina. Con efficienza.

Ma proprio da questa disumanizzazione può sorgere una nuova coscienza di resistenza. Non quella che si limita a denunciare l’orrore, ma che lo combatte, lo ostacola, lo nomina. Che chiama le cose col loro nome. E che si prepara, lucidamente, a difendere l’umano in ogni sua forma, perché sa che la domanda non è più “quando arriveranno i deportati?”, ma “cosa faremo quando toccherà a noi?”