L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

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Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

La vera notizia non è che un generale abbia fermato Trump.È che, per legge, nessun generale può farlo.

Tra fact-checking e architettura del potere: il caso dei codici nucleari, la dottrina della «sole authority» e perché il dibattito sull’instabilità di Donald Trump nasconde un problema più grande del singolo inquilino della Casa Bianca.

Nei giorni scorsi è circolata, con grande successo virale anche in Italia, una notizia drammatica: durante una riunione d’emergenza alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe chiesto i codici per l’uso delle armi nucleari contro l’Iran, e il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, gli avrebbe risposto «no», rifiutandosi di trasmettere l’ordine. La fonte è Larry Johnson, ex ufficiale CIA, intervistato sul podcast «Judging Freedom» di Andrew Napolitano. La storia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, intrecciandosi con un secondo filone — quello, ben più solido, dell’estromissione di Trump dalla Situation Room durante il salvataggio di due piloti statunitensi caduti in Iran, raccontata dal Wall Street Journal.
Conviene tenere distinti i due piani, perché mescolarli serve solo a chi vuole che la verità si confonda nel rumore. E conviene soprattutto guardare oltre la cronaca: il problema più grave che questa vicenda ci mette davanti non è ciò che Trump avrebbe fatto in un singolo pomeriggio, ma il sistema che gli consente, ogni giorno, di poterlo fare davvero.
Cosa è verificato e cosa no

Il reportage del Wall Street Journal del 19 aprile 2026, firmato da Josh Dawsey e Annie Linskey, è un fatto giornalistico documentato. Racconta che lo staff presidenziale ha deliberatamente tenuto Trump lontano dalla Situation Room durante l’operazione di estrazione di due piloti USA caduti in Iran nel weekend di Pasqua, perché temeva che la sua «impazienza» potesse compromettere la missione. Il presidente sarebbe stato aggiornato per telefono soltanto «nei momenti significativi», mentre Vance, il capo di gabinetto Susie Wiles e il Consiglio di Sicurezza Nazionale seguivano la missione minuto per minuto. Lo sfondo descritto è quello di un capo di Stato che, alla notizia dell’abbattimento del jet, avrebbe «urlato contro i collaboratori per ore», ossessionato dallo spettro della crisi degli ostaggi del 1979 e dalla paura di fare la fine elettorale di Jimmy Carter. La Casa Bianca ha negato; la testata, fonti alla mano, mantiene la versione. France 24 ha riportato analoghi riscontri.
È un quadro grave, ma maneggiato con i guanti del giornalismo professionale: fonti multiple, testimonianza di un alto funzionario dell’amministrazione, smentita registrata, contesto verificabile. La notizia poggia su un informatore anonimo, e di questo bisogna tener conto; ma è la lavorazione standard di un’inchiesta politica seria.
Tutt’altra natura ha la storia dei codici nucleari. L’unica fonte è Larry Johnson, e Johnson ha dovuto ammettere, sul proprio blog Sonar21 il giorno dopo la diretta, di «non avere conferma che il report sia verificato». Lead Stories ha cercato qualunque traccia indipendente — riunioni d’emergenza in calendario, dichiarazioni, fonti collaterali — e non ne ha trovata nessuna. Snopes ha fatto lo stesso lavoro, con il medesimo risultato. Il calendario ufficiale della Casa Bianca non riporta alcun incontro d’emergenza tra Trump e Caine in quelle ore. E lo stesso Caine, pochi giorni prima, si era espresso pubblicamente a sostegno della guerra americana contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero «usato la forza» contro qualunque nave avesse violato il blocco di Hormuz: difficile immaginare lo stesso uomo nei panni del custode etico che ferma il presidente.
A questo si aggiunge il profilo di chi rilancia la voce. Larry Johnson è già stato all’origine, nel 2017, della rivendicazione poi smontata secondo cui il GCHQ britannico avrebbe spiato la campagna Trump per conto di Obama — una pretesa che Londra definì «totalmente ridicola». Ha diffuso false notizie su un presunto discorso razzista di Michelle Obama. È ospite ricorrente dei media di Stato russi. Non è un dettaglio biografico cattivo: è un elemento di valutazione della fonte. La storia, insomma, non regge a una qualunque verifica giornalistica seria. Va trattata come bufala, anche da chi — come chi scrive — non ha nessuna simpatia per Donald Trump.
Perché la bufala è anche tecnicamente impossibile

C’è un secondo motivo per cui la storia di Caine che dice «no» alla valigetta nucleare non sta in piedi: il sistema americano non funziona così. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, nel diritto degli Stati Uniti, non ha alcuna autorità operativa per bloccare un ordine di lancio nucleare. Non è un dettaglio: è il cuore stesso della dottrina che governa l’arma più pericolosa mai costruita.
Il Congressional Research Service — il servizio studi del Congresso, non un blog — lo scrive in modo lapidario: il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di autorizzare l’uso delle armi nucleari, prerogativa inerente al suo ruolo costituzionale di Comandante in Capo. Può chiedere consiglio ai vertici militari, ma sono questi a essere obbligati a trasmettere ed eseguire l’ordine, se decide di impiegarle. Non serve l’assenso del Congresso. Non serve l’assenso del Segretario alla Difesa. Non serve l’assenso del Vicepresidente. Né i militari né il Congresso possono annullare l’ordine.
Lo stesso generale Mark Milley, all’epoca capo dello Stato Maggiore Congiunto, lo mise nero su bianco in un memorandum al Congresso del settembre 2021: «Sono parte della catena di comunicazione, in quanto principale consigliere militare del Presidente, ma non sono nella catena di comando per autorizzare un lancio nucleare». La distinzione è cruciale: comunicazione, non comando. È la stessa identica posizione che oggi occupa il generale Dan Caine. Esattamente la persona che, secondo la fake news, avrebbe detto «no» — e che invece, per legge, nemmeno avrebbe il potere di farlo.
Come funziona davvero la procedura: «sole authority»

Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è il vero scandalo politico che la vicenda mette in luce. Il presidente sceglie l’opzione di attacco fra una rosa di piani di guerra preconfezionati — il celebre OPLAN 8010, articolato in major attack options, selected attack options e limited attack options. Non è una scelta inventata sul momento: è una selezione da un menù pre-cucinato dal Pentagono.
L’ordine, con i Gold Codes, viene trasmesso al National Military Command Center (NMCC) attraverso un canale sicuro. Prima dell’esecuzione il presidente deve essere autenticato: tira fuori dalla tasca una carta plastificata della dimensione di una carta di credito, soprannominata «biscuit», legge le lettere fonetiche del giorno, e il vicedirettore operazioni dell’NMCC conferma che l’interlocutore è effettivamente il Comandante in Capo. Tutto il procedimento, dalla decisione al lancio, può svolgersi in pochi minuti. Il Segretario alla Difesa, secondo la legge, è tenuto a verificare l’ordine, ma non ha potere di veto.
L’unico, fragilissimo argine è teorico: il Codice Uniforme di Giustizia Militare obbliga i militari a obbedire soltanto a ordini «legittimi e provenienti da autorità competente». Se l’ordine fosse manifestamente illegale — perché viola, ad esempio, i principi di necessità, proporzionalità e distinzione del diritto dei conflitti armati — un comandante potrebbe in teoria rifiutarsi. In teoria. Nella pratica, come riconoscono gli stessi ex comandanti dello STRATCOM, una contestazione di questo tipo si risolverebbe più probabilmente in una consultazione con il presidente per «aggiustare» l’ordine, che in un rifiuto netto. E un ordine di lancio normalmente viene trasmesso dal Pentagono direttamente agli equipaggi addestrati al lancio: anche un comandante di alto livello che ricevesse l’ordine in copia farebbe fatica a fermarlo in tempo.
Va aggiunto un dettaglio che pesa come un macigno: gli Stati Uniti non hanno mai dichiarato una politica di «no first use». Mantengono — è il termine ufficiale — un’«ambiguità calcolata». Tradotto: il presidente americano può ordinare l’impiego per primo dell’arma nucleare contro chiunque, in qualunque momento, senza che esista alcuna barriera legale al primo strike.
Il precedente che nessuno racconta: Nixon, Watergate e il segretario disobbediente

La vicenda non è nuova. Durante lo scandalo Watergate, nel 1974, Richard Nixon attraversò una fase di grave instabilità. Beveva pesantemente, molti collaboratori lo consideravano fuori controllo. Ai giornalisti disse, in un incontro: «Posso tornare nel mio ufficio, prendere il telefono e in venticinque minuti settanta milioni di persone saranno morte». Il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato, istruì informalmente i Joint Chiefs perché qualunque ordine d’emergenza dal presidente passasse prima da lui o dal Segretario di Stato Henry Kissinger. È il «freno Schlesinger», entrato nel folclore del potere americano.
Il punto, però, è proprio questo: Schlesinger non aveva alcuna autorità legale per intervenire. Stava semplicemente sperando che, se il momento fosse arrivato, qualcuno gli avesse dato retta. Mezzo secolo dopo, con un quadro internazionale incomparabilmente più teso, la cornice giuridica è la stessa. La «sole authority» del 1945 — concepita da Harry Truman per togliere ai generali la decisione, non per concentrarla nel singolo individuo a vita — è ancora lì, intatta, scolpita nella prassi costituzionale e nel diritto militare. Una catena di comando pensata per la rapidità contro un attacco a sorpresa sovietico, che oggi serve a garantire al presidente di turno un potere di vita e di morte planetario senza alcun reale contrappeso.
Il vero scandalo è strutturale, non personale

Concentrarsi sulla domanda «Trump è pazzo?» è confortante ma sterile. Sposta tutto il peso politico sul singolo individuo, e implicitamente lascia intendere che con un presidente «sano» il sistema funzionerebbe. Non è così. Il problema non è che Donald Trump abbia il dito sul bottone: è che il bottone, per come è progettata l’architettura del potere americano, è stato consegnato a una sola mano, chiunque essa sia.
Sondaggi recenti citati dal Council on Foreign Relations indicano che il 61% degli americani è a disagio con questa «sole authority». Diversi parlamentari democratici — Edward Markey, Ted Lieu, Adam Smith negli anni passati, Jamie Raskin oggi — hanno proposto leggi per richiedere una dichiarazione di guerra del Congresso prima del primo uso del nucleare, o per inserire nella catena decisionale almeno il Vicepresidente e il Segretario alla Difesa, con il loro consenso unanime. La Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato proposte tecniche per richiedere il concorso di altri due membri della linea di successione presidenziale. Nessuna di queste iniziative è mai arrivata a un voto serio. Il Congresso, repubblicano o democratico che sia, non ha mai voluto davvero limitare quel potere.
Le ragioni, ufficialmente, sono di deterrenza: in caso di attacco a sorpresa, sostengono i contrari, ogni minuto di consultazione potrebbe costare la sopravvivenza degli Stati Uniti e degli alleati sotto l’«ombrello» nucleare. È un argomento serio, ma è anche un cavallo di Troia: regge per gli scenari di rappresaglia, non per il primo uso. Eppure il primo uso è esattamente lo scenario in cui un presidente fuori controllo — Nixon nel 1974, Trump oggi — può decidere di precipitare il mondo nel baratro senza che nessuno, formalmente, possa fermarlo.
E il 25° emendamento?

Nelle ultime settimane il dibattito sul venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana è esploso. John Larson ha depositato articoli di impeachment il 7 aprile. Common Cause ha chiesto al Gabinetto e al Vicepresidente Vance di attivare la Sezione 4. Il 14 aprile Jamie Raskin, ranking member della Commissione Giustizia, ha presentato un disegno di legge per istituire una commissione di diciassette membri ai sensi della stessa Sezione 4. Più di ottantacinque parlamentari democratici hanno chiesto la rimozione dopo il post di Trump «un’intera civiltà morirà stanotte» rivolto all’Iran. È molto: ma è quasi certamente troppo poco.
La Sezione 4 del 25° emendamento richiede che a dichiarare il presidente incapace siano il Vicepresidente insieme alla maggioranza del Gabinetto, oppure il Vicepresidente insieme a un altro organo previsto dalla legge. Vance è un trumpiano della prima ora. Il Gabinetto è stato selezionato esclusivamente sulla base della fedeltà personale. Anche ammesso che la macchina si mettesse in moto, dopo ventun giorni il Congresso dovrebbe confermare la rimozione con i due terzi di entrambe le camere — in un Congresso a maggioranza repubblicana che fino a oggi non ha mostrato il minimo accenno di volontà autonoma.
Tradotto: lo strumento esiste, ma è progettato per non essere usato. Esattamente come la «sole authority» è progettata per non essere fermata.
Quel che dovremmo guardare, non quel che ci viene mostrato

Il caso dei codici nucleari attribuiti a Trump è una bufala, e va detto. Ma se si ferma lì, il debunking diventa una rassicurazione che non ci possiamo permettere. La vera notizia non è che un generale abbia fermato il presidente: è che, secondo il diritto degli Stati Uniti, nessun generale potrebbe farlo. La vera notizia non è l’ennesimo scatto d’ira di Donald Trump nello Studio Ovale: è che l’architettura del potere occidentale ha consegnato il destino dell’umanità — letteralmente — alle terminazioni nervose di un uomo solo, chiunque sia.
L’Europa, che pure si dichiara preoccupata e che pure si sta indebitando per finanziare la guerra in Ucraina e schierare proprie forze nelle catene logistiche americane, non ha alcuna voce in capitolo su quel bottone. I cittadini europei sono, come i cittadini iraniani e cinesi e russi, ostaggi passivi di una procedura concepita nel 1945 per fermare un’invasione sovietica e mai più aggiornata. Lo stesso vale, in dimensioni diverse, per Russia, Cina, Pakistan, Israele — ma con un’aggravante per gli Stati Uniti, perché sono l’unico Paese ad avere mai impiegato l’arma nucleare contro popolazioni civili.
Chi ci vuole rassicurare con la storiella del generale buono che ferma il presidente cattivo ci sta raccontando una favola della buonanotte. La realtà, molto più amara, è che la sicurezza del mondo dipende non da contrappesi istituzionali ma dall’equilibrio mentale di una singola persona — e dal fatto, statisticamente non garantito, che quella persona sia un essere umano lucido. È un sistema indegno di una democrazia che si pretende matura. Ed è ora, finalmente, di dirlo: il problema non è Trump. Il problema è che Trump è possibile.

Fonti principali: Wall Street Journal (19 aprile 2026); Snopes; Lead Stories; Newsweek; France 24; Congressional Research Service «Authority to Launch Nuclear Forces»; Brookings Institution «Reference Sheet on Nuclear Command and Control»; Arms Control Association; Bulletin of the Atomic Scientists; Council on Foreign Relations; Wikipedia (Gold Codes; 25th Amendment).

La petroliera che sfida l’impero: Hormuz, Pechino e la fine del monologo americano

Mentre Washington minaccia di affondare qualsiasi nave in transito dai porti iraniani, una petroliera cinese attraversa indisturbata lo Stretto di Hormuz. Xi Jinping presenta un piano di pace in quattro punti, sei navi della Hapag-Lloyd restano intrappolate nel Golfo, Trump respinge l’offerta iraniana sull’arricchimento dell’uranio e il vicepresidente Vance attacca pubblicamente Papa Leone. In ventiquattro ore, la geopolitica del Medio Oriente è cambiata di nuovo. E non a favore di chi pretende di comandarla.

Si chiama Rich Starry, è una petroliera lunga centoottantotto metri, di proprietà cinese e battente bandiera del Malawi. Nelle prime ore del 14 aprile ha completato l’attraversamento dello Stretto di Hormuz a pieno carico, in direzione della Repubblica Popolare. Solo il giorno prima aveva fatto dietro-front, rinunciando a uscire dal Golfo Persico dopo l’annuncio del blocco navale americano. Ventiquattro ore dopo, ha ripreso la rotta. Senza scorta militare, senza dichiarazioni roboanti, senza chiedere il permesso a nessuno. Un gesto che vale, da solo, mille comunicati ufficiali. L’impero ha ordinato di non passare. Pechino è passata.

Il blocco che non blocca
La cronaca delle ultime ore sembra scritta apposta per smascherare la sproporzione tra parole e fatti che ormai caratterizza la postura americana. Donald Trump ha minacciato di affondare qualsiasi imbarcazione che tenti di partire o attraccare nei porti iraniani; il Pentagono ha annunciato un blocco navale; il CENTCOM ha promesso fuoco e fiamme. Risultato concreto: una petroliera cinese che attraversa lo Stretto a otto nodi, sei navi cargo della tedesca Hapag-Lloyd che restano paralizzate in attesa di un cessate il fuoco che nessuno sa quando arriverà, equipaggi traumatizzati che assistono alla guerra dai loro ponti come spettatori involontari. Il portavoce di Hapag-Lloyd parlava da Amburgo con una sincerità che vale più di qualsiasi analisi: «Continuiamo ad aspettare l’apertura dello Stretto. Speriamo nei prossimi giorni. Ma in sostanza non lo sappiamo». Non sappiamo. Tre parole che certificano il fallimento dell’illusione del controllo.

Pechino ha definito il blocco «pericoloso e irresponsabile», bollando come «completamente inventate» le accuse statunitensi di forniture militari cinesi all’Iran e promettendo «contromisure risolute» qualora Washington trasformasse questa narrazione in dazi commerciali. È la cornice consueta della guerra fredda asimmetrica del XXI secolo: gli americani agitano sanzioni, i cinesi rispondono con i fatti. E i fatti, in questo caso, hanno il dislocamento di una petroliera da quasi duecento metri che taglia in due lo Stretto come se Trump fosse un attore di doppiaggio.

Il piano di Xi: quattro punti, una rivendicazione
Mentre l’America gridava, Xi Jinping ricevuto a Pechino il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e ha presentato una proposta di pace in quattro punti per il Medio Oriente. Quattro principi semplici, quasi disarmanti nella loro elementarità: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Letta da Bruxelles o da Washington, una simile dichiarazione potrebbe sembrare retorica vuota. Letta a Riad, ad Abu Dhabi, a Teheran, a Damasco, suona come l’esatto opposto di quello che le potenze occidentali hanno offerto al Medio Oriente negli ultimi quarant’anni.

La sostanza politica del piano cinese non sta nei suoi punti, ma in chi lo presenta e in dove. Xi non parla all’ONU, non passa per il Consiglio di Sicurezza, non chiede mediazioni. Riceve direttamente i leader del Golfo, uno alla volta, nei suoi palazzi. È la diplomazia dei vecchi imperi: bilaterale, paziente, senza fretta. È così che, mentre Trump minacciava di rispedire l’Iran all’età della pietra, Pechino costruiva il proprio ruolo di arbitro futuro. La Cina non sta cercando di sostituire gli Stati Uniti in Medio Oriente. Sta facendo qualcosa di molto più sottile: sta dimostrando che l’America non è più indispensabile.

Cinque anni contro venti: la matematica del compromesso impossibile
Sul tavolo del nucleare, intanto, è emerso un dettaglio che il New York Times ha rivelato citando fonti incrociate da Teheran e Washington. Nel corso dei colloqui di Islamabad, gli iraniani avevano offerto una sospensione di cinque anni dei propri programmi di arricchimento dell’uranio. La delegazione americana ne pretendeva venti. Trump ha respinto l’offerta. Quattro volte la richiesta sul tavolo, in un negoziato dove Teheran arrivava già convinta di aver dimostrato sul campo la propria capacità di assorbire qualsiasi colpo. Non un compromesso, ma una resa mascherata da accordo. Era prevedibile che gli iraniani la rifiutassero; era altrettanto prevedibile che Washington la chiedesse, perché chi non sa più piegare l’avversario sul terreno cerca almeno di umiliarlo al tavolo.

Le quattro fonti citate da Reuters parlano ora di possibili nuovi colloqui a Islamabad già nel corso della settimana. Il Pakistan, ancora una volta, riaffiora come sede privilegiata di una mediazione che nessun paese occidentale è in grado di offrire. Anche questo è un dato geopolitico di rilievo: la diplomazia che conta non passa più per Vienna, Ginevra o Camp David, ma per le capitali del mondo non allineato. Il messaggio è chiaro: se due grandi potenze hanno ancora qualcosa da dirsi, devono farlo in casa di chi non parteggia per nessuno. L’Europa, in tutto questo, non esiste. Non viene nemmeno consultata.

L’attacco al Papa: l’ultima frontiera del nervosismo
In mezzo a questo scacchiere accade qualcosa che, se non fosse tragico, sarebbe grottesco. Trump apre una disputa pubblica con Papa Leone — colpevole di aver invocato la pace e ammonito contro l’escalation iraniana — e il vicepresidente J.D. Vance, lo stesso che ha appena fallito a Islamabad, si premura di rincarare la dose. «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali», ha dichiarato a Fox News, suggerendo che il Pontefice lasci al presidente americano il compito di «definire le politiche pubbliche». Detto da un convertito al cattolicesimo in età adulta, l’avvertimento ha un sapore particolarmente amaro. Detto a un Papa che ha ereditato dalla Chiesa di Francesco la voce critica sulla guerra, suona come quello che è: un’intimidazione.

Un’amministrazione che si sente forte non attacca il Papa. Lo ignora, lo strumentalizza, al limite lo corteggia. Aggredirlo pubblicamente significa percepirlo come un avversario credibile — e questa, paradossalmente, è la migliore promozione che Leone potesse ricevere. Quando la voce di Pietro disturba la propaganda di guerra al punto da meritare la replica del vicepresidente, vuol dire che quella voce sta arrivando dove la diplomazia ufficiale non riesce più ad arrivare. La Chiesa, che da decenni sembrava ridotta a operatore caritativo o a moralista da galleria, riacquista in pochi giorni la sua antica funzione: dire dei no quando tutti gli altri dicono di sì, o tacciono.

L’isolamento dell’isolazionista
Mettendo insieme i frammenti delle ultime ventiquattro ore, emerge un quadro che dovrebbe togliere il sonno a chi pianifica le strategie a Washington. Una potenza globale, la Cina, denuncia pubblicamente il blocco americano e fa transitare le proprie navi a dispetto delle minacce. Una compagnia europea, la Hapag-Lloyd, vede paralizzata la propria flotta nel Golfo senza poter chiedere protezione a nessuno. Il negoziato sul nucleare salta su un’asimmetria di richieste che chiunque abbia mai contrattato un caffè avrebbe riconosciuto come irricevibile. Il Papa viene attaccato dal vicepresidente per aver osato pronunciare la parola pace. Tutto questo, nello stesso giorno. Tutto questo, in nome della stessa narrazione di forza.

Il problema, per Trump e per i suoi consiglieri, è che ognuno di questi episodi parla a un pubblico diverso. La petroliera cinese parla al Sud globale, e gli dice: si può disobbedire, e nulla accade. Le navi della Hapag-Lloyd parlano agli europei, e gli dicono: il vostro alleato non è in grado di proteggervi. Il rifiuto del compromesso sull’uranio parla agli iraniani moderati, e li convince che ogni dialogo con Washington è inutile. L’attacco al Papa parla ai cattolici di tutto il mondo, e li mette in posizione di sospetto verso la Casa Bianca. Quattro pubblici diversi, quattro messaggi sbagliati, quattro alienazioni in un giorno. Si chiama isolamento autoinflitto, ed è una specialità degli imperi che hanno smesso di leggere la realtà.

L’Italia, l’Europa, il silenzio
E il nostro paese, in questo scenario? Il governo italiano tace, come da copione. Bruxelles produce comunicati che potrebbero essere stati scritti due decenni fa. Le navi tedesche restano bloccate, le bollette del gas salgono di nuovo, le imprese energivore di Friuli, Veneto e Lombardia tornano a misurare i costi orari della guerra altrui. Eppure, sui media di sistema, dell’attraversamento di Hormuz da parte della petroliera cinese si parla pochissimo, della proposta di Xi nemmeno, dell’attacco di Vance al Vaticano si dà notizia in cronaca senza analizzarne le implicazioni. È la sindrome di chi, per non vedere il proprio fallimento, smette di guardare la realtà.

Eppure la realtà, ostinata, continua a parlare. Una petroliera cinese che taglia lo Stretto di Hormuz a otto nodi è una pagina di storia, anche se nessun telegiornale la racconta come tale. Un piano di pace in quattro punti presentato da Pechino ai principi del Golfo è una rivoluzione diplomatica, anche se i nostri commentatori lo liquidano come folklore orientale. Un Papa attaccato dal vicepresidente americano è uno scossone che dovrebbe interrogare ogni cattolico italiano, e non solo. Tutto questo accade adesso, nelle stesse ore in cui scriviamo. La storia, come sempre, non chiede il permesso prima di passare.

Scenari: il negoziato impossibile e l’equilibrio nuovo
Cosa ci attende nei prossimi giorni? Probabilmente un secondo round di colloqui a Islamabad, sempre che l’orgoglio di Trump glielo conceda. Probabilmente nuove pressioni cinesi, sempre più sicure perché ogni gesto americano le rende più legittime. Probabilmente nuovi tentativi del Vaticano di tessere fili di dialogo, ai quali la Casa Bianca risponderà con nuovi sgarbi. E sullo sfondo, quel filo di petroliere e cargo che continuerà ad attraversare lo Stretto sotto bandiere diverse, quasi tutte non occidentali, perché il commercio mondiale non si ferma per i tweet di un presidente nervoso. Si fermano, semmai, le navi degli alleati.

L’equilibrio che si sta delineando non è quello della vittoria di Teheran o della sconfitta di Washington, ma qualcosa di più strutturale: un Medio Oriente in cui il gendarme americano non è più riconosciuto come tale dagli stessi attori che pretende di disciplinare. Quando la Cina presenta piani di pace, l’Iran detta condizioni, il Pakistan ospita i negoziati e il Vaticano denuncia la guerra, è chiaro che lo schema unipolare degli ultimi trent’anni è entrato in agonia. Non è una buona notizia in sé, perché ogni transizione è instabile e pericolosa. Ma fingere che non stia accadendo è la peggiore delle strategie possibili. È quella, ostinata, che il nostro paese e i nostri alleati continuano a praticare.

Forse dovremmo cominciare ad ammettere, almeno tra noi, che la petroliera Rich Starry — partita ieri da Sharjah, in transito oggi verso il Golfo dell’Oman — è il simbolo più eloquente di questa nuova fase. Una nave qualsiasi, di proprietà cinese, sotto bandiera africana, carica di petrolio, che fa quello che Washington le ha proibito di fare. E nessuno, nel raggio di mille miglia, si azzarda davvero a fermarla. Quando un impero deve scegliere se affondare una petroliera cinese o ingoiare l’umiliazione, e sceglie l’umiliazione, è perché ha già capito qualcosa che ai suoi cittadini non ha ancora avuto il coraggio di dire. La storia, intanto, scrive le sue pagine al ritmo lento delle navi cargo. Otto nodi alla volta.

Fonti
— Reuters, U.S. and Iran negotiating teams may return to Islamabad this week, dispacci 14 aprile 2026.
— The New York Times, Trump rejects Iran’s five-year uranium enrichment freeze offer, 14 aprile 2026.
— Xinhua News Agency, Xi Jinping presents four-point Middle East peace proposal, Pechino, 14 aprile 2026.
— BBC News, Hapag-Lloyd: six ships stranded near Strait of Hormuz, intervista al portavoce Nils Haupt.
— MarineTraffic, dati di tracciamento navale petroliera Rich Starry, 13–14 aprile 2026.
— Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, briefing del portavoce Guo Jiakun.
— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints — Strait of Hormuz.
— International Crisis Group, Iran-U.S. brinkmanship in the Persian Gulf, briefing aprile 2026.
— Sala Stampa della Santa Sede, dichiarazioni di Papa Leone sulla crisi mediorientale.
— Atlantic Council e ECFR, analisi sull’isolamento diplomatico americano nel Golfo.

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.

Fonti

— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.

— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.

— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.

— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.

— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.

— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.

— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.

— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.

— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.

IL FISCHIETTO E LA COSTITUZIONE VIVENTEMinneapolis, il mutuo appoggio e la democrazia che ricomincia dal basso

C’è una domanda che oggi non possiamo più trattare come una frase da convegno o un titolo da editoriale: chi rifonderà la democrazia? Perché la democrazia, quella sostanziale, non sta “in salute” e non sta nemmeno “male”. Sta in terapia intensiva. E la cosa più inquietante è che la diagnosi non riguarda un singolo Paese, né un singolo governo: riguarda un clima generale, una deriva comune, un modo di intendere la politica come gestione dell’emergenza permanente.

E allora Minneapolis, all’improvviso, diventa più vicina di quanto ci piaccia ammettere.

Nel Minnesota, in questi giorni, si è acceso un conflitto durissimo intorno alle operazioni dell’ICE, la milizia federale, simil Gestapo, che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e deportazioni, che annovera tra i suoi capi quel Greg bovino che si lascia immortalare in divisa da SS nazista. Il punto non è solo la “linea dura”: è il tipo di società che quella linea dura costruisce. Paura quotidiana, retate, famiglie che si chiudono in casa, comunità che si trasformano in bersagli. La reazione, però, non è stata l’ennesimo appello alle istituzioni, né la solita protesta rituale da social network. È stata una città che si è organizzata come ci si organizza sotto un’occupazione.

Parliamo di una resistenza capillare: vicini che fanno la spesa per chi non può uscire, che portano fuori la spazzatura, che aiutano con i panni, che “coprono” le famiglie terrorizzate dal rischio di essere deportate per strada. E poi i gruppi di osservatori sul territorio, con fischietti e megafoni, pronti a lanciare l’allarme quando arrivano “i miliziani”. Un codice semplice, popolare, quasi arcaico: “La migra, la migra”. Non è solo attivismo. È la società civile che smette di delegare e ricomincia a proteggersi da sola.

Il cuore di questa vicenda, infatti, non sta soltanto nella cronaca. Sta nel salto mentale: quando una comunità capisce che non basta più “essere dalla parte giusta”, non basta più indignarsi, non basta più votare. Deve agire. Deve diventare struttura.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia consistenza: chi rifonderà la democrazia? Forse la rifonderà chi, davanti allo Stato che si trasforma in milizia, scopre di avere ancora un’arma antica e potentissima: il mutuo appoggio.

Minneapolis non è un caso isolato. Nelle proteste di gennaio 2026 si è arrivati persino a una forma di sciopero sociale ed economico, con chiusure di attività e partecipazione di sindacati, comunità religiose, studenti. Il messaggio è chiarissimo: se lo Stato usa la forza per spezzare la vita delle persone, allora una città può usare la propria vita quotidiana come leva di resistenza.

E dentro questa storia c’è un elemento che la rende ancora più esplosiva: la tensione è salita anche dopo l’uccisione di Renée Good, una cittadina statunitense vittima di un’esecuzione da un agente dell’ICE. È uno di quei punti di rottura che strappano via la maschera, perché mostrano una cosa semplice: quando la repressione diventa sistema, non colpisce più solo “gli altri”. Colpisce chiunque finisca nella traiettoria della violenza istituzionale.

A questo punto però bisogna fare un passo in più, quello che spesso manca nei commenti rapidi e nelle analisi superficiali: il mutuo appoggio non è un gesto “buono”. È un pezzo di politica concreta. È la materia prima con cui si costruiscono comunità resistenti. Ma soprattutto è un indizio: significa che la distinzione tra “società civile” e “militanza” salta, si dissolve. La città intera diventa organismo.

E qui si tocca un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: la democrazia non muore sempre con i carri armati. Spesso muore con la normalità. Muore quando la paura diventa routine, quando la delazione diventa cultura, quando la propaganda trasforma un essere umano in bersaglio. E poi, un giorno, muore anche il linguaggio. Perché quando un governo riesce a far passare l’idea che esistono vite “meno degne”, allora la democrazia ha già perso. Anche se formalmente voti ancora, anche se formalmente il Parlamento è aperto, anche se formalmente la Costituzione non è stata abolita.

Il punto è che tutto questo non riguarda solo l’immigrazione. Qui entra il tema grande e centrale: l’intreccio tra guerra esterna, nemico interno e crisi climatica.

Da anni la crisi climatica produce eventi estremi che non sono più eccezioni, ma anticipazioni del futuro: incendi, alluvioni, uragani, siccità. Eppure la politica globale sembra aver “spostato lo sguardo”. La scena è occupata dalle guerre, dagli armamenti, dalla retorica bellica che divora ogni cosa. La guerra diventa la lente con cui si interpreta il mondo, e quindi anche il modo con cui si decide dove mettere i soldi, le tecnologie, le priorità, perfino l’educazione.

La conseguenza è una corsa agli armamenti che non è solo “quantitativa”, ma qualitativa. Non parliamo soltanto di bombe e carri armati: parliamo di droni, satelliti, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, reti informatiche. La guerra moderna è un ecosistema tecnologico. E proprio qui entra in gioco l’aspetto più inquietante: queste tecnologie sono quasi tutte “dual use”. Cioè possono essere usate fuori e dentro. Su un fronte e in una città. Contro un esercito e contro una popolazione.

In altre parole: il riarmo non è soltanto preparazione alla guerra esterna. È anche preparazione al controllo interno.

Ed è esattamente quello che vediamo, in forme diverse, negli Stati Uniti e in Europa: confini trasformati in laboratori di sorveglianza, dati trasformati in catene, algoritmi trasformati in giudici invisibili. Un esempio concreto, documentato, è l’uso crescente di strumenti di analisi e incrocio dati per l’enforcement migratorio, con il ricorso a tecnologie e servizi di tipo predittivo e investigativo.

Questo meccanismo, però, non resta “ai confini”. Scivola dentro la vita sociale. Perché ciò che si sperimenta sui corpi più fragili, prima o poi, diventa standard.

Ecco perché Minneapolis non è solo un episodio americano. Minneapolis è un segnale. È la prova che l’idea del nemico interno non è propaganda astratta: è un dispositivo operativo. Oggi il nemico interno sono i migranti. Domani saranno i dissidenti. Dopodomani saranno i poveri, i superflui, i “problematici”, quelli che protestano perché hanno perso tutto in un’alluvione o perché vivono in un quartiere contaminato o perché non hanno più diritto a un futuro.

E qui il cerchio si chiude con ciò che abbiamo visto a Valencia dopo le catastrofiche alluvioni del 2024: centinaia di migliaia di persone in piazza, rabbia sociale, sfiducia verso le istituzioni accusate di incapacità e ritardi, e allo stesso tempo un enorme protagonismo dal basso, con reti di volontariato e solidarietà. Quando lo Stato fallisce, la comunità tenta di salvare ciò che può. Ma quella solidarietà, se resta solo emergenza, non basta: deve diventare forza politica, capacità di pressione, struttura permanente.

E allora la domanda torna, più pesante di prima: come si rifonda la democrazia, se i governi sembrano muoversi tutti dentro la stessa nebbia tossica, quella della guerra come orizzonte naturale?

Perché la guerra non è solo un evento. È un linguaggio. È un’educazione sentimentale. È un modo di guardare l’altro. E quando la guerra diventa il respiro della politica, tutto il resto viene riorganizzato intorno a quel respiro: l’economia, la ricerca, la scuola, l’informazione. Persino la parola “sicurezza” cambia senso: non è più protezione della vita, è protezione dell’ordine. E l’ordine, quando si fa ossessione, diventa sempre repressione.

È qui che il mutuo appoggio assume un significato enorme: non è beneficenza. È ricostruzione di una sovranità popolare reale. È la politica che torna a essere ciò che dovrebbe essere: cura collettiva della vita.

Ma c’è un punto cruciale che non va romanticizzato. Le reti di solidarietà non bastano se restano solo “buone pratiche”. Se non diventano comunità strutturate, permanenti, capaci di contare. Capacità di confliggere, quando serve. Capacità di imporre un limite al potere.

Perché oggi il potere, troppo spesso, ha una strategia semplice: frammentare, isolare, spaventare. Ognuno chiuso nella sua paura. Ognuno convinto di essere solo. Ognuno persuaso che “non si può fare niente”. È una forma di ipnosi sociale: ti lasciano parlare, ma ti impediscono di agire.

Ecco perché il fischietto di Minneapolis è più di un dettaglio. È un simbolo di risveglio. È l’opposto dell’ipnosi. È il suono che interrompe la normalità. È la prova che la società può ancora reagire, può ancora inventarsi, può ancora proteggersi.

E allora, alla fine, la risposta alla domanda iniziale non è una formula: è una direzione.

La democrazia non verrà rifondata da chi la svuota ogni giorno in nome dell’emergenza, della sicurezza, della disciplina, della guerra. Verrà rifondata da chi rimette al centro la vita concreta: chi difende la persona che rischia di essere trascinata via, chi ricostruisce comunità dove lo Stato costruisce paura, chi trasforma la solidarietà in organizzazione.

E se devo dirlo in modo netto, senza diplomazie: oggi la democrazia ricomincia dove la gente smette di aspettare permessi.

Ricomincia dal basso, o non ricomincia affatto.

Fonti essenziali
Articolo di Guido Viale, Chi rifonderà la democrazia?
The Guardian, proteste e blackout economico in Minnesota contro ICE (23 gennaio 2026).
TIME, “Day of Truth and Freedom” e mobilitazione in Minnesota (23 gennaio 2026).
Al Jazeera, aziende chiuse e protesta contro ICE a Minneapolis (23 gennaio 2026).
RSI, reportage “Minneapolis, una città sotto assedio” (16 gennaio 2026).
American Immigration Council, uso di AI e servizi digitali nell’enforcement di ICE (18 dicembre 2025).
Le Monde, proteste a Valencia dopo le alluvioni e crisi di fiducia istituzionale (9 novembre 2024).
LSE Blog, analisi politica e istituzionale delle alluvioni in Spagna e accountability (24 gennaio 2025).

72 minuti di potere fuori controllo: quando l’impero si mette a bluffare in diretta

C’è una cosa che dovrebbe spaventarci più di ogni singola frase sbagliata, più di ogni gaffe geografica, più di ogni numero inventato: il fatto che oggi la nazione più armata del pianeta sia guidata da un uomo che trasforma la politica mondiale in un flusso di coscienza, in uno show aggressivo, in una raffica di minacce e millanterie.

E la parte più inquietante non è nemmeno lui. È il “noi” che lo rende possibile. Perché se oggi sta lì, non è un incidente di percorso: è il prodotto di una società che ha normalizzato il narcisismo come leadership, la menzogna come stile comunicativo, la violenza come diplomazia, l’arroganza come destino manifesto.

Qui non siamo davanti a un semplice politico rozzo. Siamo davanti alla forma perfetta del capitalismo terminale: un potere che, sentendo di perdere presa sul mondo, alza il volume, stringe i pugni e si crede onnipotente. È l’impero che non sa più convincere e allora intimidisce. Che non sa più guidare e allora ricatta. Che non sa più governare e allora umilia. E lo fa in diretta.

A Davos, nel 2026, è andato in scena questo: 72 minuti in cui il Presidente degli Stati Uniti ha parlato come se la realtà fosse un optional. Non lo dico per insultare: lo dico perché è così che funziona oggi il comando. Non serve più essere credibili. Serve essere dominanti. Serve occupare l’aria, saturare lo spazio, ipnotizzare l’attenzione, far sentire tutti più piccoli.

Dentro quei 72 minuti c’è un catalogo del nuovo autoritarismo occidentale: la confusione elevata a comando, la bugia elevata a metodo, la minaccia elevata a geopolitica.

Basta prendere alcuni passaggi, quelli più simbolici.

I) La Groenlandia scambiata, ripetutamente, con l’Islanda, mentre si parla di “comprarla”. Non è solo una figuraccia: è la fotografia di un potere che tratta i popoli come oggetti, e i territori come merce.

II) La Danimarca, alleato NATO, trattata come un vassallo: “Potete dire sì e vi apprezzeremo. Potete dire no e ce lo ricorderemo.” Questa non è diplomazia: è estorsione da superpotenza.

III) La riscrittura della storia: “Abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale”. Peccato che gli Stati Uniti non abbiano mai “posseduto” la Groenlandia. E quando la storia non torna, pazienza: si inventa.

IV) La NATO “pagata al 100% dagli Stati Uniti”. Ed è falso. Ma la verità, in questa fase, non è più un vincolo. È un intralcio.

V) La Cina “senza pale eoliche”, detta con la supponenza di chi crede che il mondo sia ignorante come lo spettatore medio di una propaganda a reti unificate. Peccato che la Cina sia leader mondiale nell’eolico da anni.

VI) Il Venezuela raccontato come terra promessa per “tutte le grandi compagnie petrolifere”, mentre i fatti raccontano esattamente il contrario. Ma la politica, qui, non è più governo: è vanteria. È marketing di potenza.

VII) L’inflazione “praticamente non esiste”. Anche quando i dati dicono altro. Anche quando il portafoglio della gente sente altro. Ma se controlli il racconto, speri di controllare pure la rabbia.

Questo, messo insieme, non è folklore. È una tecnica di potere.

Ed è qui che entra in gioco la parola che tanti usano come se fosse una leggenda urbana e invece descrive un blocco materiale di interessi: Deep State. Solo che non possiamo ridurlo a una cosa sola, perché oggi non è più una stanza buia: è un sistema.

Non è soltanto fossile e petrolio, anche se il fossile rimane uno dei cuori neri della macchina. È anche finanziario e bancario, è Wall Street, è l’ossessione per la rendita, è il culto della speculazione che governa l’economia reale come fosse una colonia. È la finanza che decide guerre e ricostruzioni, sanzioni e “aiuti”, rialzi dei prezzi e impoverimenti programmati, e poi pretende pure l’applauso perché si presenta come “razionale”.

È anche apparato militare-industriale: fabbriche, commesse, contratti, lobby, think tank, consulenze, università catturate e trasformate in officine di giustificazione. La guerra come economia. Il conflitto come bilancio. La paura come investimento.

È anche intelligence e organismi governativi, perché la CIA e l’universo delle agenzie non sono un capitolo chiuso dei manuali di storia: sono parte di una strategia. Interventi, destabilizzazioni, colpi di mano, guerre segrete, operazioni “coperte” che poi diventano tragedie “spontanee” raccontate dai media come fatalità. E intanto la democrazia viene trattata come una scenografia: si sposta, si regola, si compra, si spegne.

E sì, dentro questo sistema ci sta anche il narcotraffico globale, non come fantasia complottista, ma come parte di quell’economia sporca che attraversa la finanza, ricicla, compra pezzi di mondo, sporca istituzioni, fa saltare paesi, corrompe apparati, alimenta milizie, si integra nei circuiti del potere. Perché quando hai un impero che vive di dominio, non ti fai scrupoli sul denaro: lo fai girare, lo ripulisci, lo reinvesti. E poi fai la morale agli altri.

Ecco perché la definizione più onesta, oggi, è una sola: sistema mafioso.

Non “mafioso” come insulto generico, ma nel senso tecnico e politico di un blocco che funziona con regole mafiose: lealtà interna, ricatto esterno, controllo dei flussi di denaro, disciplinamento dei dissidenti, violenza selettiva, propaganda costante, impunità come norma. Un sistema che decide chi conta e chi no, chi vive e chi muore, chi è “alleato” e chi diventa “nemico” nel giro di un tweet.

La cosa più oscena è che adesso quel sistema non si vergogna più. Sta svelando le sue carte senza pudore. Non ha più bisogno di essere elegante. Ha capito che le popolazioni sono disinnescate.

E qui arriviamo al punto vero, quello che ci riguarda tutti.

Le società occidentali, e non solo, sono state rese inermi. Non perché siano stupide. Ma perché sono state spezzate.

Frammentate. Annichilite. Ipnotizzate. Frastagliate. Ognuno chiuso nella propria gabbia emotiva, nel proprio schermo, nel proprio piccolo panico quotidiano, mentre sopra la testa passano decisioni enormi come meteoriti.

Ci hanno tolto la lingua comune. Ci hanno tolto il tempo della comprensione. Ci hanno tolto persino la capacità di indignarci a lungo. Un’ora di scandalo, due giorni di rumore, poi si passa oltre. È ipnosi di massa: la coscienza viene addormentata non con una sola menzogna, ma con mille micro-bugie, mille distrazioni, mille shock consecutivi. Così nessuno riesce a tenere il filo. E senza filo, non c’è reazione.

Per questo un discorso di 72 minuti, che in passato avrebbe chiuso carriere e aperto impeachment, oggi viene digerito come se fosse metodo. Si ride, si commenta, si scrolla, si cambia video. E intanto quel potere resta lì, armato, arrogante, pericoloso.

E attenzione: qui non è questione di destra o sinistra americana, come se bastasse cambiare colore per cambiare sistema. Il problema è la struttura: un impero costruito su basi militari, dollaro, sanzioni, operazioni clandestine, guerre per procura, propaganda. Poi certo, qualcuno lo interpreta in modo più “educato” e qualcuno in modo più brutale. Ma la traiettoria è la stessa.

Solo che oggi la brutalità è diventata linea politica dichiarata.

E il popolo che lo sostiene, in parte, è vittima. Ma in parte è anche complice. Perché quando accetti che un capo ti parli come un padrone, quando godi nel vedere l’umiliazione dell’altro, quando scambi l’arroganza per forza, allora non stai votando un programma: stai votando una patologia collettiva. Una cultura della sopraffazione. Un’identità costruita sull’idea che esistono popoli di serie A e popoli da comprare, punire o colonizzare.

È un virus, sì. E sta contagiando pure l’Europa.

Perché l’Europa, che dovrebbe essere un argine civile, sta diventando una provincia impaurita dell’impero: spende di più in armi, obbedisce di più, tace di più. E quando vede la follia in diretta, abbassa lo sguardo. Si aggrappa al “realismo”. Che poi è solo codardia mascherata.

Io invece questa cosa la dico chiara: qui non siamo di fronte a un leader “pittoresco”. Siamo di fronte a un rischio concreto per la pace mondiale. Perché quando metti il mondo nelle mani di un uomo che tratta la politica come un ring, il risultato è uno solo: escalation, ricatto, instabilità.

E allora sì, questa roba deve far paura. Ma non deve paralizzarci. Deve svegliarci.

Perché il capitalismo non “finirà” come un palazzo che crolla da solo. Finirà provando a trascinarsi dietro tutto: vite, diritti, ambiente, verità. È il paradosso del predatore: quando sente di avere fame, non diventa più saggio. Diventa più feroce.

E noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo fare l’unica cosa che questo sistema teme davvero: ricostruire coscienza collettiva. Riprenderci la politica. Rimettere al centro la dignità umana. Dire no alla guerra come business. Dire no alle menzogne come metodo. Dire no a questa forma di potere che non governa: devasta.

Settantadue minuti, a Davos, sono bastati per vedere tutto.

E se il mondo resta in silenzio, allora non è solo colpa di chi delira. È colpa di chi lo lascia fare.

Fonti essenziali
World Economic Forum, trascrizione del discorso di Trump a Davos 2026
Fact-check e ricostruzioni su Groenlandia, Danimarca, NATO e dichiarazioni economiche (Reuters, Associated Press, NATO, BLS)
Eisenhower, Farewell Address (17 gennaio 1961), avvertimento sul complesso militare-industriale

MINNEAPOLIS NON È LONTANA: QUANDO IL POTERE CHIEDE IL BUIO

Minneapolis ci sembra lontana. Ma io non riesco più a trattarla come una notizia “americana”, come una parentesi violenta dentro un Paese già abituato agli eccessi. Perché dentro quei fatti vedo uno specchio. E lo specchio, quando si incrina, non riflette solo gli Stati Uniti: riflette anche noi. Riflette l’Europa che scivola. Riflette l’Italia che rischia di copiare il peggio proprio mentre si racconta che sta “modernizzando” la democrazia.

Quello che vedo, con una chiarezza che fa male, è una traiettoria precisa: il potere politico che pretende una magistratura docile, un diritto piegato come metallo caldo, e una società che si abitua lentamente al buio. Non succede in un giorno. Non arriva con i carri armati. Arriva a piccoli passi. Un abuso che passa. Un sopruso che diventa “normale”. Una garanzia che si “semplifica”. E quando te ne accorgi, spesso è già tardi.

MINNEAPOLIS: QUANDO LA LEGGE DIVENTA UN CAPPUCCIO

La storia di Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, uccisa a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, è il volto più nitido di quella zona grigia in cui il confine tra diritto e arbitrio scompare.

Non un conflitto a fuoco. Non una sparatoria nel caos. Ma una dinamica raccontata come esecuzione, con colpi esplosi a breve distanza, con la sensazione netta che la forza non sia stata l’ultima risorsa, ma la prima lingua parlata. E già questo dovrebbe bastare: una democrazia che tollera la forza come scorciatoia, prima o poi se la ritrova come sistema.

Ma c’è un dettaglio ancora più importante. Dopo la violenza arriva la narrazione. L’amministrazione parla, giustifica, incornicia, sposta l’attenzione. È sempre così: il potere non si limita a colpire, pretende anche di raccontare perché era “necessario”. E intanto perfino una decisione giudiziaria in Minnesota è intervenuta per imporre limiti ai metodi delle forze federali verso manifestanti e osservatori, segnalando che il confine tra ordine pubblico e abuso stava diventando una terra di nessuno.

Qui sta la crepa: quando un apparato armato risponde solo al centro del potere e può agire come se fosse una milizia, la legge smette di essere una casa comune e diventa un’arma selettiva. Il cappuccio non è solo quello sugli agenti: è quello calato sul principio di responsabilità. È l’anonimato morale dello Stato.

IL MESSAGGIO DEL POTERE: GARANZIE AI CARNEFICI, NUDITÀ PER LE VITTIME

Un altro caso aggiunge un tassello che non lascia scampo: Geraldo Lunas Campos, detenuto cubano, muore in custodia e l’autopsia preliminare parla di asfissia dovuta a compressione del torace e del collo, quindi di una dinamica compatibile con un soffocamento fisico. La versione ufficiale prova a spostare tutto su un gesto suicidario, ma testimonianze e primi riscontri aprono uno squarcio netto.

Qui bisogna essere duri e lucidi. Non si tratta di simpatia. Non si tratta di precedenti. Queste sono scuse comode, e infatti sono sempre pronte. Si tratta di un principio: lo Stato può trattenere un essere umano, non può umiliarlo, torturarlo, spegnerlo. Se accettiamo che la dignità sia condizionata dalla biografia del singolo, abbiamo già buttato via la civiltà giuridica e stiamo solo scegliendo chi sacrificare per primi.

Dentro questa logica, i numeri diventano benzina: decine di migliaia di persone rinchiuse, molte senza precedenti penali, un aumento delle morti nei centri di detenzione. La disumanizzazione non è un incidente. È una tecnica. E quando la tecnica funziona, viene replicata. Quando viene replicata, diventa sistema. Quando diventa sistema, diventa cultura. E allora la democrazia, lentamente, smette di vergognarsi.

ALLIGATOR ALCATRAZ: LA CRUDELTÀ COME LINGUAGGIO DI GOVERNO

C’è poi un elemento che io considero decisivo, perché riguarda il futuro possibile: la normalizzazione del trattamento degradante come strumento di governo.

Amnesty International denuncia trattamenti crudeli, inumani e degradanti in strutture di detenzione in Florida, inclusi luoghi diventati simbolo di una barbarie amministrativa che si fa prassi. Non è “polemica”. È documentazione. È materia. È corpo. È prova.

Ed è qui che io vedo la mutazione più pericolosa dell’Occidente: non si limita a gestire la paura, la produce. La coltiva. La trasforma in consenso. La crudeltà diventa messaggio, e il messaggio diventa metodo.

Quando lo Stato usa l’umiliazione come deterrente, sta dicendo una cosa molto semplice: “posso farlo”. E quando lo può fare su alcuni, domani lo potrà fare su altri. È solo una questione di tempo e di bersagli.

SCHMITT E MONTESQUIEU: QUANDO I FRENI SALTANO, IL POTERE NON SI FERMA

Questo passaggio si capisce con due idee che oggi tornano come lame.

Carl Schmitt ci mette davanti allo stato d’eccezione: il momento in cui il sovrano decide fuori dalla regola, sospendendo la regola in nome della necessità.

Montesquieu ci ricorda invece la condizione minima della libertà politica: la democrazia esiste solo se il potere arresta il potere.

Minneapolis è precisamente questo: l’eccezione che si finge normalità. La forza che si presenta come tutela mentre esercita arbitrio. E quando l’arbitrio si installa, non si accontenta mai. Chiede protezione legale. Chiede ampliamento. Chiede impunità.

Le “città santuario” non sono una curiosità americana. Sono un laboratorio. Se “proteggere” significa sospendere diritti, allora la regola è già stata piegata. E quando la regola si piega, il potere prende gusto: capisce che può farlo ancora, e meglio.

L’ITALIA E IL REFERENDUM: IL COLPO NON È TECNICO, È STRUTTURALE

Ed eccoci a noi. Al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia, spesso ridotta alla formula innocua della “separazione delle carriere”.

Io qui voglio essere chiaro: non è un ritocco tecnico. È un intervento sui pilastri. Quando tocchi l’architettura dei poteri, non stai spostando un mobile: stai cambiando il modo in cui una democrazia riesce a non diventare proprietà privata del governo di turno.

La riforma introduce una separazione di percorso tra magistratura requirente e giudicante e un riassetto dell’autogoverno, con organi distinti e nuovi meccanismi disciplinari. Tradotto: cambia il rapporto tra politica e giustizia. Cambia la resistenza del sistema alle pressioni. Cambia la possibilità che un pubblico ministero resti libero di guardare dove deve guardare.

E qui torna la lezione più dura: quando il pubblico ministero viene isolato e reso più esposto al clima politico del tempo, aumenta la probabilità, prima politica che giuridica, di una giustizia usata come leva.

Oggi ti accendo un processo.

Domani te lo spengo.

Oggi ti costruisco un nemico.

Domani proteggo un amico.

Non è modernizzazione. È governo del conflitto attraverso la giustizia.

LE FIRME: QUANDO IL POPOLO PARLA E IL PALAZZO FA FINTA DI NON SENTIRE

E poi c’è un fatto che per me pesa come un macigno, perché dice tutto del clima.

Mentre la consultazione viene fissata con una rapidità quasi ossessiva, la mobilitazione popolare che chiede di essere ascoltata viene trattata come rumore di fondo. Ma non lo è. È un fatto politico enorme.

La raccolta firme promossa dalla società civile ha superato la soglia richiesta, ed è andata ben oltre: in queste ore, secondo i promotori, si è superata anche quota 540.000 sottoscrizioni. Un segnale netto, un corpo vivo di cittadinanza che chiede tempo, informazione, dibattito. E che rifiuta la scorciatoia della velocità imposta dall’alto.

Eppure quelle firme sono state disattese, non considerate, tenute ai margini del racconto pubblico, quasi censurate nel loro significato reale. Come se la partecipazione fosse una formalità fastidiosa e non la sostanza stessa della Costituzione.

Questo è il nodo: quando un governo impone una data senza rispettare fino in fondo il percorso democratico e la pressione civile in campo, non sta “organizzando”. Sta scegliendo il terreno di gioco. Sta riducendo il tempo democratico, che è l’unico tempo in cui le persone possono capire, discutere e decidere.

Per questo, oggi, lo slittamento della consultazione non è affatto un’ipotesi campata in aria. La questione delle firme, dei ricorsi e della corretta scansione dei tempi costituzionali è un punto politico e giuridico aperto. La data del 22-23 marzo è stata fissata, ma la pressione civile e i percorsi di contestazione potrebbero far convergere il voto su un’altra finestra, magari agganciandolo ad altre consultazioni, nel momento in cui si riconosca una cosa semplice: non si può schiacciare tutto con la logica del “prima possibile” quando in gioco c’è l’equilibrio dei poteri.

Questa non è burocrazia. È democrazia. È il diritto dei cittadini a non essere spettatori.

IL FALSO GARANTISMO: LA PAROLA PIÙ USATA PER SMONTARE I DIRITTI

E qui arriviamo al punto più subdolo, quello che in Italia produce danni da decenni perché si traveste da virtù.

Il falso garantismo non nasce per proteggere l’imputato o rendere più giusto il processo. Nasce per ridurre la magistratura a una funzione gestibile, prevedibile, addomesticabile, soprattutto quando la politica teme di essere guardata troppo da vicino.

Funziona così:

I) si prende un problema reale (lentezza, arretrati, carichi enormi, disfunzioni)

II) lo si attribuisce a un bersaglio conveniente (l’autonomia della magistratura, la caricatura delle “toghe politicizzate”)

III) si propone come cura ciò che, in realtà, è un trasferimento di potere verso l’alto

Il trucco riesce perché sfrutta la fatica delle persone. E la fatica, quando è vera, può essere manipolata con facilità. Ma una cosa è riformare per migliorare. Un’altra cosa è riformare per controllare.

Quando la parola “garanzie” viene usata per ridurre i controlli sul potere, non stai difendendo i cittadini. Stai difendendo chi comanda. E quando questo diventa normalità, la democrazia non perde solo qualità: perde natura.

PERCHÉ OGGI È DIVERSO DAL 1988: TRE CHIODI NEL MURO DELLA STORIA

C’è chi dice: “se ne parlava anche negli anni Ottanta”. Sì. Ma il contesto è tutto, e chi finge di non capirlo sta facendo propaganda, non analisi.

I) 1988, codice Vassalli

Il modello accusatorio viene introdotto in una stagione che prova a razionalizzare e garantire. Ma quel contesto politico non aveva ancora normalizzato l’attacco sistematico ai contrappesi come metodo di governo.

II) Anni Novanta, Mani Pulite e guerra contro la magistratura

Da quel momento una parte del potere capisce che la vera posta in gioco non è “la giustizia efficiente”, ma la giustizia controllabile.

III) Ventennio berlusconiano, delegittimazione e difesa dei vertici

Leggi difensive, immunità, campagne contro i giudici: si consolida una grammatica politica che tratta la magistratura come ostacolo, non come garanzia.

Ecco perché l’Italia del 1988 non è l’Italia del 2026. Oggi cresce una cultura politica che considera i contrappesi un intralcio e la forza un’ideologia. E quando la forza diventa ideologia, la libertà diventa concessione.

CHIUDIAMOLA QUI, SENZA IPOCRISIE

Io non mi faccio illusioni: questa è una partita di potere. E come tutte le partite di potere, viene giocata sul linguaggio prima ancora che sulle norme.

Prima ti dicono che è “solo una riforma tecnica”.

Poi ti dicono che chi critica è “ideologico”.

Poi ti dicono che la magistratura deve “stare al suo posto”.

Infine, quando il potere non trova più limiti, scopri che il tuo posto è diventato più piccolo.

Ecco perché Minneapolis parla di noi. Perché ci sta mostrando la scena finale di un film che molti, qui, stanno già provando a girare con attori diversi e la stessa sceneggiatura: un potere che pretende di non essere controllato.

Io non voglio uno Stato in cui il diritto diventa un cappuccio.

Non voglio uno Stato in cui l’eccezione diventa metodo.

Non voglio uno Stato in cui la giustizia viene addomesticata “per efficienza”.

Non voglio una democrazia che sopravvive solo come parola, mentre nella sostanza si trasforma in obbedienza.

La democrazia non muore quando arrivano i mostri. Muore quando le persone smettono di chiamarli per nome. Muore quando ci convincono che “è normale”. Muore quando accettiamo l’idea che i diritti siano un lusso e i contrappesi un fastidio.

E se c’è una cosa che oggi dobbiamo rifiutare, con fermezza, è proprio questa: l’idea che la libertà sia compatibile con il buio.

FONTI ESSENZIALI (PER APPROFONDIRE)

I) Reuters, “Italy to hold referendum on judicial reform on March 22-23” (12 gennaio 2026)

II) Pagella Politica, approfondimento su possibili slittamenti della consultazione (gennaio 2026)

III) Il Post, analisi su raccolta firme, ricorsi e data del voto (15 gennaio 2026)

IV) RaiNews, aggiornamenti su firme e ricorsi legati alla consultazione (15 gennaio 2026)

V) Sky TG24, aggiornamenti su firme e confronto politico sulla riforma (15 gennaio 2026)

VI) il manifesto, ricostruzione del quadro politico e dei comitati in campo (gennaio 2026)

VII) Il Fatto Quotidiano, analisi su firme e tempistiche della consultazione (gennaio 2026)

VIII) Amnesty International, rapporti e denunce su trattamenti inumani nelle strutture di detenzione in Florida

Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine. 

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

Seconda fase: si costruisce una storia che trasformi la vittima in colpevole e l’agente in inevitabile strumento del destino. Una parola-bulldozer (“minaccia”) e il cervello collettivo dovrebbe smettere di pensare.

Terza fase: si blindano prove, tempi, competenze, perimetri. Non è un dettaglio tecnico: è politica applicata. Perché quando un potere è davvero sicuro della propria versione, non teme un’indagine trasparente e indipendente. Se invece controlla, filtra, rallenta, seleziona, sta dicendo chiaramente qual è la priorità: non la giustizia, ma la protezione dell’apparato. 

E la società, intanto, viene addestrata. Non a capire: ad accettare.

La polizia come continuazione della guerra

Quello che accade a Minneapolis non nasce nel vuoto. Da decenni l’Occidente si muove dentro una mutazione profonda: la guerra viene raccontata come “operazione di polizia” e la polizia viene organizzata, mentalmente e materialmente, come un esercito.

Dopo la guerra del Golfo del 1991, una parte della dottrina politica e mediatica ha normalizzato un paradigma: il nemico non è più un soggetto politico con cui si ammette, almeno formalmente, un conflitto; è un criminale da neutralizzare. Quando il conflitto viene riscritto come questione penale, la politica diventa procura e la sicurezza diventa un lasciapassare per l’eccezione permanente. Questo schema non resta “fuori”, nelle guerre: rientra a casa e colonizza le nostre strade. 

Ecco perché l’uccisione di Renee Good brucia come un segnale: non è soltanto un abuso. È l’ombra lunga di un modello, dove l’avversario sociale è trattato come bersaglio e il dissenso viene degradato a pericolosità.

Italia: quando lo Stato prepara lo scudo per i propri cani da guardia

Chi pensa che “da noi” sia un altro pianeta si illude. In Italia abbiamo memoria diretta di cosa significa trasformare la protesta in ordine pubblico e l’ordine pubblico in zona di sospensione dei diritti: Genova 2001, l’uccisione di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto. La storia ha già mostrato cosa succede quando l’apparato si sente autorizzato e quando, dopo, le istituzioni tentano di minimizzare, coprire, spostare colpe.

Oggi questa torsione torna in forme nuove: militarizzazione dello spazio pubblico, “zone rosse”, dispositivi sempre più pesanti nelle piazze, criminalizzazione di pratiche di conflitto sociale, fino al punto decisivo: l’idea che le forze dell’ordine debbano essere protette “a prescindere”, messe al riparo, scudate.

Il cosiddetto Decreto Sicurezza del 2025 (poi convertito in legge) ha rafforzato misure di sostegno e tutela legale per appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate indagati o imputati per fatti di servizio, includendo meccanismi di copertura/anticipazione delle spese legali e altre tutele. È un passaggio politico delicatissimo, perché sposta l’asse: da “accertare i fatti” a “proteggere l’apparato”. 

Attenzione: nessuno nega che un operatore possa aver diritto a difesa. Il punto è un altro, ed è enorme: quando la difesa diventa scudo preventivo, quando la politica costruisce una cintura di protezione prima ancora della verità, allora il messaggio agli agenti peggiori è chiarissimo: “Se succede qualcosa, non sei solo. Ti copriamo noi”. Ed è così che l’impunità si trasforma da eccezione vergognosa a incentivo strutturale.

Il filo nero che unisce Minneapolis e Palestina

Minneapolis non è Gaza. Sarebbe folle e disonesto sovrapporle. Ma c’è un meccanismo comune, ed è quello che conta: la disumanizzazione che rende la violenza praticabile e l’impunità che rende la violenza ripetibile.

A Gaza, Amnesty International ha dichiarato (dicembre 2024) di aver trovato basi sufficienti per concludere che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi. 

Sul piano giuridico internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia ha indicato misure provvisorie nel caso Sudafrica c. Israele, richiamando obblighi di prevenzione e protezione e intervenendo anche sulla situazione di Rafah con ulteriori misure nel maggio 2024. 

In Cisgiordania, intanto, il tema dell’impunità dei coloni e delle violenze contro comunità palestinesi è documentato con continuità dagli aggiornamenti ONU e da organizzazioni per i diritti umani: aggressioni, sfollamenti, attacchi alle proprietà, restrizioni e protezione di fatto per chi aggredisce. 

Che cosa c’entra con Renee Good? C’entra perché l’impunità non è solo “mancanza di condanna”: è una cultura di potere. È l’idea che alcune vite valgano meno e che alcuni corpi siano amministrabili. Quando questo accade, la legge smette di essere limite e diventa copertura. E la copertura diventa un invito: si può fare ancora.

Il baratro morale: l’applauso al boia

Poi c’è l’altra metà dell’orrore: la folla che applaude. La gente che, davanti a un video, non prova nemmeno il disagio elementare del “fermiamoci, capiamo, chiediamo giustizia”, ma parte col tifo. È il punto più basso: la trasformazione dell’empatia in debolezza, della giustizia in “buonismo”, della vita in dettaglio trascurabile.

E qui bisogna essere netti, senza recite:

Una democrazia non è compatibile con l’impunità armata.

Uno Stato di diritto non può tollerare esecuzioni senza processo.

Un governo che copre a prescindere i propri apparati sta scavando sotto la propria legittimità.

Cosa pretendere, adesso, senza sconti

Trasparenza totale e immediata: video integrali, audio, catena di comando, regole d’ingaggio, comunicazioni operative.

Indagine indipendente e pienamente verificabile, con accesso alle prove anche per le autorità locali/statali.

Sospensione operativa degli agenti coinvolti fino all’accertamento dei fatti.

Stop all’uso propagandistico di etichette come “terrorismo” per costruire colpe preventive e spegnere il giudizio critico. 

In Italia: nessuna norma che diventi paracadute preventivo per abusi. Le tutele non possono trasformarsi in impunità. Se lo Stato prepara lo scudo, qualcun altro preparerà il manganello e, prima o poi, il grilletto.

Fonti principali

Caso Renee Nicole Good (Minneapolis, gennaio 2026)

Reuters, ricostruzione del caso e scontro istituzionale su indagine, prove e narrazione ufficiale.  The Guardian, dettagli sui filmati e sul dibattito pubblico.  Associated Press, ricostruzioni e reazioni.  ABC News, approfondimenti e dichiarazioni. 

Polizia come guerra e criminalizzazione del conflitto

“La continuazione della guerra”, Vincenzo Scalia, Parole Libere (2026). 

Italia: sicurezza e tutele per forze dell’ordine

Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (Gazzetta Ufficiale).  Legge di conversione 9 giugno 2025, n. 80 (Gazzetta Ufficiale). 

Palestina: genocidio, diritto internazionale, impunità e violenza dei coloni

Amnesty International, comunicato e rapporto (5 dicembre 2024).  ICJ / ONU-UNISPAL, misure provvisorie (26 gennaio 2024) e materiali collegati; Reuters sull’ordine del 24 maggio 2024.  ONU OCHA, aggiornamenti su Cisgiordania: violenza dei coloni, sfollamenti, restrizioni. 

Note sitografiche (video e immagini)

Video e frame dell’operazione a Minneapolis pubblicati/analizzati da testate internazionali (consultabili nelle ricostruzioni di Guardian e AP).  Fotogrammi e immagini riprese dai servizi Reuters/ABC News collegati al caso (utili come riscontro visivo delle sequenze e della gestione delle prove). 

America in svendita. Trump, il potere personale e il lato più oscuro degli Epstein files

C’è un filo rosso che attraversa la cronaca statunitense del 2025 e il ritratto spietato di Chris Hedges: la presidenza come potere personale, spettacolare, vendicativo. Non è un semplice eccesso di stile. È un cambio di regime dentro la forma democratica. Nel secondo mandato Trump sta spingendo gli Stati Uniti verso una democrazia plebiscitaria dove il leader pretende fedeltà, non consenso; dove la realtà viene piegata alla mitologia; dove la legge diventa clava contro gli avversari e scudo per gli amici.

Questa deriva non è astratta. Sta in una catena di fatti: monetizzazione della carica, emergenza permanente interna, manipolazione delle regole elettorali, commissariamento del simbolico. E dentro questo quadro c’è una questione che Hedges mette al centro perché tocca il cuore morale del potere: l’ombra lunga del caso Epstein, riemersa con forza dalle carte, dalle testimonianze e dal materiale depositato negli anni, oggi rilanciato nel dibattito come “Epstein files”.

Il potere come impresa privata

Il primo segnale della deriva è la fusione fra Stato e marchio personale. La Casa Bianca, per Trump, non è soltanto un’istituzione: è un moltiplicatore di affari. Monitoraggi indipendenti e ricostruzioni giornalistiche sostengono che dal ritorno al potere la rete familiare trumpiana abbia incassato una quantità enorme di soldi fra donazioni, regali, accordi commerciali e iniziative cripto che vivono di prossimità alla presidenza.

Il nodo politico è semplice: se la presidenza diventa un acceleratore di profitto privato, ogni atto pubblico comincia a odorare di business. Non è più conflitto di interessi: è privatizzazione dell’interesse pubblico, trasformazione del governo in un ramo della holding.

Paura interna e governo per eccezione

La seconda gamba del potere personale è la paura. Sul fronte migratorio, la politica trumpiana ha assunto il volto dell’emergenza permanente. I centri federali di detenzione sono a livelli record; dossier civili e inchieste parlano di sovraffollamento, detenzioni prolungate, condizioni sanitarie degradate, apparato sempre più militarizzato. Il DHS, secondo reporter investigativi, scivola verso pratiche da polizia federale opaca, alimentata da una retorica del “nemico interno”.

Non è solo un giro di vite sull’immigrazione. È un laboratorio di governo per eccezione: si sospende la normalità democratica “per proteggere la nazione”. Una volta normalizzato su un gruppo vulnerabile, questo schema diventa trasferibile ad altri ambiti della vita civile.

Democrazia ingegnerizzata

Hedges parla di elezioni “truccate”. La formula è dura, ma la traiettoria va in quella direzione. Nel marzo 2025 un ordine esecutivo ha tentato di imporre prove di cittadinanza più rigide per la registrazione federale e di limitare il voto postale, con minacce di tagli ai fondi agli Stati non allineati. I tribunali ne hanno bloccato parti, ma l’offensiva resta. A cascata arrivano leggi statali coordinate, verifiche documentali onerose, ridisegni dei distretti e “pulizia” delle liste elettorali.

Il voto non viene abolito. Viene filtrato. Si riduce la platea, si alza il costo sociale della partecipazione. L’autoritarismo contemporaneo conserva l’urna, ma svuota la cittadinanza.

Giustizia come arma politica

Terzo passaggio: la legge come strumento di intimidazione. Osservatori e inchieste segnalano un uso aggressivo delle leve federali e del Dipartimento di Giustizia contro avversari politici e figure istituzionali ostili, secondo una logica di vendetta pubblica. Anche quando i bersagli avessero zone d’ombra reali, il messaggio politico rimane: chi dissente rischia ritorsioni. La sfera pubblica si irrigidisce, la critica si autocensura, l’opposizione entra in apnea.

Conquista del simbolico

La presa del Kennedy Center è un indicatore quasi didattico: cultura pubblica commissariata come parte della guerra culturale del leader. Trump ha rimosso consiglieri, nominato fedelissimi e imposto una direzione che artisti e operatori hanno definito epurazione politica. Non è un capriccio estetico: è un progetto di potere. La cultura non deve essere spazio critico, ma vetrina del leader.

Dentro questo scenario, l’ombra Epstein non entra come nota a margine. Entra come prova di un clima strutturale di impunità, sessuale e politica.

Gli Epstein files e Trump: la zona più “piccante” e politicamente decisiva

Qui serve rigore. Gli Epstein files non sono un fascicolo unico: sono un mosaico di documenti, testimonianze, rubriche di contatti, logbook di volo, materiali emersi nei processi Epstein-Maxwell e nel 2025 rilanciati dalla pubblicazione del birthday book e dal dibattito sulla declassificazione dei file non segreti. Dentro questo mosaico ci sono fatti documentati, accuse civili dettagliate e testimonianze personali. Vanno tenuti insieme distinguendo i piani.

Un rapporto lungo, mondano, reale
Trump ed Epstein non furono conoscenze lampo. La loro frequentazione parte alla fine degli anni ’80, si estende ai ’90 e arriva almeno ai primi 2000. Foto, video e presenze reciproche a feste e proprietà li collocano nello stesso circuito di élite. Hedges lo sottolinea perché è il contrario della versione “ci conoscevamo appena”.

Le frasi di Trump sulle ragazze “molto giovani”
Nel 2002 Trump lodò Epstein pubblicamente e aggiunse una battuta sul fatto che gli piacevano donne “piuttosto giovani”. È un dettaglio simbolico, ma pesantissimo: dipinge un orizzonte culturale dove l’oggetto del desiderio è anche l’asimmetria di potere.

Logbook e rubrica
I registri di volo dell’aereo di Epstein riportano Trump come passeggero in alcune tratte tra 1993 e 1997; il suo nome compare anche nella rubrica dei contatti di Epstein. Nessuno di questi dati prova un reato, ma insieme smontano l’idea di rapporto marginale.

Il birthday book del 2003: lettera, disegno e tono confidenziale
La parte più clamorosa del 2025 è il birthday book preparato per i 50 anni di Epstein, poi ottenuto dal Congresso e reso pubblico. Dentro c’è una lettera attribuita a Trump, esplicitamente sessuale nel tono, incorniciata dal profilo di una donna nuda disegnata a mano. Trump nega di averla scritta e ha fatto causa al Wall Street Journal che l’aveva anticipata. Ma il documento è oggi materiale congressuale ufficiale e ha riacceso lo scandalo proprio perché rivela intimità e complicità, non semplice contiguità mondana.

Maria Farmer e l’ambiente predatorio
Una delle prime denunciatrici di Epstein e Maxwell, Maria Farmer, ha raccontato di aver incontrato Trump nell’ufficio di Epstein nel 1995 e di aver percepito un comportamento invadente, fermato dallo stesso Epstein. È testimonianza, non sentenza, ma descrive l’habitat di predazione e di impunità in cui quella frequentazione avveniva.

Virginia Giuffre reclutata a Mar-a-Lago
Virginia Giuffre lavorava minorenne nella spa di Mar-a-Lago quando Maxwell la agganciò per Epstein. Nel 2025 Trump ha ammesso che Epstein “rubò” giovani dipendenti dal suo club, includendo Giuffre; i registri però indicano che Epstein restò membro ancora per anni. Hedges usa questo passaggio per una ragione politica: non stiamo parlando di una ragazza astratta, ma di un luogo preciso, un club di proprietà di Trump, diventato snodo del reclutamento.

Le email del 2019 riemerse nel 2025
Alcune email di Epstein del 2019, rese note nel 2025, sostengono che Trump “sapeva delle ragazze” e che avrebbe chiesto a Maxwell di smettere. Provenendo da Epstein, non sono prova definitiva: un criminale può mentire. Ma politicamente aprono il varco della domanda decisiva: cosa sapeva Trump e quando lo seppe.

La denuncia “Katie Johnson”: il nucleo più crudo del racconto di Hedges
Hedges riprende la causa civile del 2016 presentata da una donna sotto lo pseudonimo “Katie Johnson”. La denuncia sosteneva che nel 1994, quando aveva 13 anni, sarebbe stata condotta a più feste organizzate da Epstein a New York e lì costretta ad atti sessuali con Trump e con Epstein. Nel testo della causa compaiono dettagli di coercizione, violenze, umiliazioni e minacce verso la vittima e la famiglia. La causa fu ritirata prima del processo e non produsse condanne penali, perciò sul piano giudiziario non è un fatto accertato. Ma è uno dei passaggi più “piccanti” e insieme più politici, perché descrive il livello di brutalità possibile dentro il perimetro di quella cerchia e il clima intimidatorio che poteva portare una vittima a sparire dalla scena pubblica.

Che cosa non c’è, finora
I materiali pubblici su Epstein non contengono ad oggi un’incriminazione penale contro Trump per traffico sessuale di minorenni. Alcune testate e fact-checker sottolineano che non esistono prove pubbliche definitive del suo coinvolgimento diretto nei crimini di Epstein. Dire questo non è assoluzione morale. È tenere la bussola sul fatto che il piano giudiziario e quello politico non coincidono.

Perché questa parte è centrale nella deriva autoritaria

Gli Epstein files contano perché non raccontano solo uno scandalo sessuale: raccontano la logica della casta. Un presidente che ha minimizzato o negato rapporti lunghi con un trafficante di minorenni, e che oggi alterna la parola “bufala” al ruolo di finto paladino della trasparenza, usa la verità come plastilina.

Non è un caso che il 19 novembre 2025 Trump abbia firmato una legge che impone al DOJ di pubblicare entro 30 giorni i documenti non classificati sul caso Epstein, lasciando però ampi margini per oscuramenti. Suona come trasparenza, rischia di diventare controllo della narrazione.

In sostanza, la vicenda Epstein illumina il cuore della presidenza Trump: potere personale, reti opache, riscrittura del passato, richiesta di impunità. Anche senza una sentenza definitiva, la prossimità con Epstein e il modo in cui quella prossimità viene raccontata restano un danno politico strutturale. Perché chi tratta la verità come un accessorio non si fermerà davanti ai diritti civili, alle regole elettorali, alle istituzioni culturali.

Il nodo storico

La domanda finale non è quanto Trump sia “estremo”. È perché il sistema lo consente. La risposta sta nella crisi lunga della democrazia statunitense: disuguaglianza sociale estrema, politica ridotta a marketing identitario, media polarizzati, oligarchie economiche invasive, cittadini educati alla paura più che alla partecipazione.

Trump è sintomo e acceleratore. Un caudillo moderno dentro una potenza che perde il senso del limite. Hedges coglie l’essenziale: quando il capo si fa Stato, lo Stato diventa palco, e il palco diventa azienda, la democrazia resta in piedi solo come scenografia. Gli Epstein files sono un riflettore acceso dietro le quinte: mostrano che quell’azienda del potere non tollera la luce, perché la luce distrugge il culto.

Fonti

Chris Hedges, “Gli USA sono una repubblica delle banane”, Scheerpost, trad. SinistraInRete, 11–12 novembre 2025.
Reuters, “Congress releases Epstein’s ‘birthday book,’ including alleged Trump letter”, 8–9 settembre 2025.
Associated Press, “Trump note to Epstein that he denies writing is released by Congress”, 8 settembre 2025.
Politico, “White House issues fresh denials upon release of Epstein birthday greeting”, 8 settembre 2025.
The Guardian, “Release of sexually suggestive Epstein ‘birthday book’ piles pressure on Trump”, 8 settembre 2025.
PolitiFact, “What we know about the Trump-Epstein falling out”, 31 luglio 2025.
Wikipedia, “Relationship of Donald Trump and Jeffrey Epstein” e materiali collegati al filone 2025.

New York accende la luce: perché l’elezione di Zohran Mamdani parla all’America intera e non solo

New York ha fatto una scelta che va ben oltre i confini della città. Ha eletto Zohran Mamdani, 34 anni, socialista, musulmano, primo sindaco con questo profilo nella storia della Grande Mela, dopo una campagna in cui Donald Trump in persona aveva cercato di trasformare la sua identità in un’arma politica, arrivando a dire agli ebrei newyorkesi che votare Mamdani sarebbe stato “da stupidi”. È andata al contrario: la città più osservata d’America ha scelto un sindaco che nel suo primo discorso ha promesso di combattere insieme antisemitismo e islamofobia, di congelare gli affitti per oltre due milioni di case a canone calmierato, di assumere insegnanti, di fare di New York “una luce in questo momento di oscurità politica”. È una risposta diretta alla politica della paura.

Il contesto rende il tutto ancora più chiaro. Nelle stesse ore in cui New York sceglie Mamdani, la Virginia elegge la democratica Abigail Spanberger, ex Cia e figura moderata ma solidamente democratica, diventata la prima governatrice donna dello Stato; nello stesso voto i democratici conquistano anche la vicegovernatura con Ghazala Hashmi, prima musulmana eletta a una carica statale in Virginia; il New Jersey conferma la democratica Mikie Sherrill alla guida dello Stato; Detroit fa la storia eleggendo Mary Sheffield, prima donna e afroamericana alla guida della città. Non è una serie di episodi isolati: è una giornata in cui i democratici, in città e stati diversi, rimettono al centro rappresentanza delle minoranze, diritti sociali e ritorno alla normalità istituzionale dopo anni di risse trumpiane.

Trump ha provato subito a giustificare la sconfitta con la solita formula autoassolutoria: i repubblicani hanno perso perché lui non era sulla scheda e per lo shutdown. Ma la realtà è più semplice. Gli elettori hanno respinto il tentativo di ridurre la politica a scontro etnico-religioso. Hanno visto un candidato che parlava di affitti, scuola, servizi, convivenza. E hanno visto un presidente che cercava di dire chi poteva o non poteva governare New York sulla base della religione. Hanno scelto il primo.

C’è poi un elemento che i conservatori stanno già provando a minimizzare con il solito refrain “New York non è l’America”. Certo, New York non è l’America rurale, quella viscerale e profonda. Ma New York, la Virginia e il New Jersey insieme sono America politica: sono luoghi che determinano dibattito nazionale, selezionano classe dirigente, fissano l’agenda. E la Virginia, che spesso vota in tendenza rispetto al presidente in carica, stavolta ha scelto una democratica proprio durante il secondo mandato di Trump: questo, politicamente, è un test superato dai dem.

Nel dibattito pubblico emergono già tre obiezioni tipiche. La prima: “se l’alternativa è l’Islam, mi tengo Trump”. È una frase sbagliata alla radice. Mamdani non è stato eletto perché musulmano, ma perché ha proposto politiche sociali concrete ed è apparso inclusivo. La sua fede è stata usata contro di lui, e gli elettori hanno risposto che non si fanno dividere su base religiosa. È il cuore della democrazia americana: nessun test religioso per le cariche pubbliche. Chi usa lo spauracchio religioso sta dicendo che una parte degli americani non può fare politica o addirittura governare, ed è una posizione reazionaria e antidemocratica.

La seconda obiezione: “New York è una bolla liberal”. Se fosse davvero solo una bolla, non avremmo nello stesso giorno la vittoria di Spanberger in Virginia e di Sherrill in New Jersey, due stati cruciali anche per i futuri ridisegni dei collegi. Evidentemente, quando l’offerta democratica è riconoscibile, sociale, non puramente identitaria e non schiacciata sul centro-business, gli elettori rispondono.

La terza: “Trump ha perso solo perché non c’era il suo nome”. No. Trump ha perso perché ha cercato di trasformare l’identità di un candidato in un fattore di esclusione e i votanti hanno rifiutato questa impostazione. E perché dall’altra parte c’erano candidature solide, spesso femminili, spesso con esperienza pubblica (Cia, Marina, amministrazioni locali), radicate nei territori. È esattamente lo scenario che il trumpismo teme: che gli Stati Uniti tornino a scegliere sulla base delle proposte e delle competenze, e non sul rumore social.

C’è anche un elemento strutturale da non dimenticare. In molti stati a guida repubblicana si stanno ridisegnando i distretti elettorali per blindare il potere conservatore. Nonostante questo, in una sola tornata i democratici portano a casa tre ruoli di governo più la capitale economica e simbolica del Paese. Questo significa che il gerrymandering non basta se l’offerta politica è forte e se l’affluenza è alta.
È esattamente ciò che i movimenti progressisti americani sostengono da anni: quando si parla di scuola, casa, sanità, diritti e convivenza, la destra identitaria perde terreno.

In fondo è questo il messaggio che parte da New York. L’America non è condannata a essere spaccata in razze, religioni e muri, oppure controllata dai militari inviati dalla casa Bianca. Può ancora scegliere una coalizione laica, multietnica, socialista sui servizi e democratica nei toni. Può ancora dire no alla politica dell’odio anche quando l’odio arriva dalla Casa Bianca. E può farlo indicando una strada molto concreta: blocco degli affitti, assunzioni nella scuola, città come argine all’oscurità federale. Quando Mamdani dice “New York sarà la luce”, non sta facendo poesia: sta dicendo che se il centro mediatico e finanziario d’America sceglie pluralismo e protezione sociale, per Trump diventa più difficile continuare a usare paura, religione e rancore come motore politico.

A questo punto è impossibile non volgere lo sguardo all’Europa, e in particolare all’Italia. Perché mentre negli Stati Uniti si vede una reazione civica alle pulsioni autoritarie e identitarie, in Italia il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di collocarsi nella scia del trumpismo di ritorno: centralità dell’alleanza con Washington, pieno allineamento alla postura atlantica, linguaggio securitario e culturale spesso più preoccupato di “chi entra” che di “chi resta indietro”. Dopo la rielezione di Trump nel 2024, Palazzo Chigi ha ribadito senza tentennamenti la “solidità del rapporto” e la “priorità strategica” degli Usa, presentandosi quasi come cinghia di trasmissione europea del nuovo corso americano. È una scelta politica precisa, non obbligata.

La differenza è che l’Italia non ha, oggi, una New York capace di opporsi sul terreno sociale e simbolico al governo nazionale. Le grandi città italiane oscillano, ma raramente riescono a imporre un modello alternativo fatto di casa, scuola, welfare urbano e convivenza multi etnica come baricentro. E allora la postura di Meloni risulta più sbilanciata: si presenta in Europa come “traduttrice” del leader americano, anche quando il leader americano è divisivo, imprevedibile o apertamente ostile a pezzi dell’integrazione europea. È un’operazione che regge finché la società resta passiva. Ma se anche in Europa dovesse emergere un’onda di amministrazioni urbane progressiste, come quella che oggi parte da New York, la linea iper-atlantista e subalterna di Palazzo Chigi apparirebbe per quella che è: un allineamento politico, non una necessità storica.

In altre parole: mentre una parte degli Stati Uniti sta dicendo che non vuole più essere governata dalla paura e dalle campagne d’odio, l’Italia ufficiale continua a mostrarsi obbediente alle oscillazioni di Washington. L’elezione di Mamdani ci dice che la seconda strada è praticabile: si può governare con diritti, servizi e pluralismo.
Tocca all’ alternativa politica italiana decidere se seguirla o continuare a fare la ventriloqua del trumpismo europeo.