La falsa ricetta energetica del governo Meloni e la crisi sociale che nessuno vuole nominare
1. Una crisi di classe travestita da emergenza tecnologica
C’è un momento preciso in cui un governo rivela ciò che davvero è: quando, di fronte a un problema concreto che colpisce i corpi e i conti correnti di milioni di persone, risponde con un simbolo. La crisi energetica che da mesi schiaccia le famiglie e le piccole imprese italiane — bollette che arrivano come sentenze, fabbriche che calcolano se convenga ancora tenere accesi i forni, pensionati costretti a scegliere tra il riscaldamento e i farmaci — è uno di quei momenti. E il governo di Giorgia Meloni ha scelto di rispondere con un simbolo: il ritorno al nucleare. Non una risposta che produca un solo kilowattora negli anni in cui la crisi morde, ma una promessa destinata a materializzarsi, nella migliore delle ipotesi, verso la metà del prossimo decennio. Tra l’urgenza del problema e i tempi della risposta si apre un abisso. Quell’abisso non è un errore tecnico. È il contenuto politico dell’operazione.
Vale la pena nominarlo subito, prima che la retorica della «sovranità energetica» lo seppellisca: la crisi delle bollette non è un fenomeno atmosferico, non è una sventura piovuta dal cielo. È il prodotto di scelte precise — la dipendenza strutturale dal gas, la subordinazione dei prezzi nazionali al mercato internazionale e alle tensioni geopolitiche, un sistema energetico costruito per garantire rendite a pochi grandi operatori. Chi governa quel sistema da decenni non può presentarsi oggi come il medico chiamato al capezzale del malato: è, in larga parte, tra le cause della malattia. La ricetta dell’atomo serve, prima di tutto, a far dimenticare questa diagnosi.
2. Cronaca di un annuncio: l’atomo come risposta al caro bollette
Il 13 maggio 2026, durante il question time al Senato, rispondendo a un’interrogazione del leader di Azione Carlo Calenda sul tema dell’energia, la presidente del Consiglio ha pronunciato la frase destinata a fare titolo: entro l’estate sarà approvata la legge delega e saranno adottati i decreti attuativi necessari, ha dichiarato, alla ripresa della produzione nucleare in Italia. Il veicolo legislativo esiste davvero e ha un nome burocratico: è il disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 febbraio 2025 e da mesi in esame nelle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, dove giacciono ancora centinaia di emendamenti. La premier ha presentato la mossa come la risposta strategica alla dipendenza italiana dalle fonti energetiche estere, una dipendenza definita — con parola scelta con cura — sempre più pericolosa.
Un framing è, per definizione, un modo di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra. La luce, qui, viene puntata su tre parole seducenti: sovranità, indipendenza, futuro. Nell’ombra resta quasi tutto ciò che conta davvero: i tempi reali, i costi reali, le scorie reali, e soprattutto la domanda elementare che nessun cronista compiacente ha posto in quell’aula. Se il problema è oggi, perché la soluzione è per il 2035? La risposta a quella domanda è l’intera inchiesta che segue.
3. L’aritmetica che il governo preferisce tacere
Cominciamo dai numeri, perché i numeri hanno il pregio di non essere ideologici. Lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, interrogato sui tempi del ritorno all’atomo, ha collocato l’orizzonte realistico verso la metà del prossimo decennio, concedendo che soltanto gli ottimisti possono immaginare qualcosa prima. È un’ammissione che da sola smonta la narrazione dell’emergenza: una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, entrerà in funzione tra dieci anni non è una risposta a una crisi che brucia adesso i bilanci familiari.
Vengono poi i piccoli reattori modulari, gli SMR, presentati dalla pubblicità governativa come la soluzione pulita e rapida. Qui la realtà è brutale nella sua semplicità: non esiste un solo impianto commerciale di questo tipo in funzione nel mondo occidentale. Si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale, sulla quale un numero crescente di studiosi avverte che costi, tempi di costruzione e rischi tecnologici rendono inverosimile la promessa di reattori operativi entro la fine del decennio. Costruire una narrazione di policy su una macchina che ancora non esiste non è programmazione: è propaganda travestita da ingegneria.
C’è infine la questione del combustibile, quella che la parola sovranità dovrebbe rendere imbarazzante per chi la pronuncia. L’Italia non possiede giacimenti di uranio: dovrebbe procurarselo su un mercato internazionale, scambiando la dipendenza dal gas con la dipendenza dal combustibile arricchito, prodotto e controllato da un pugno di Stati e di multinazionali. La tanto invocata indipendenza energetica si traduce, alla prova dei fatti, in una semplice sostituzione di padrone. Non si esce dalla subordinazione: la si rinomina.
4. Il cimitero europeo delle promesse atomiche
La verifica più eloquente non è italiana, è europea, e ha la forma di una serie di cantieri trasformati in monumenti al fallimento. Il reattore di Flamanville, in Normandia: lavori avviati nel 2007, costo previsto 3,3 miliardi di euro, entrata in funzione programmata per il 2012. È stato collegato alla rete soltanto alla fine del 2024, con dodici anni di ritardo e un costo che la Corte dei conti francese, includendo gli oneri finanziari, ha quantificato attorno ai 23,7 miliardi di euro: circa sette volte la stima iniziale. Sorte analoga per il reattore finlandese di Olkiluoto, entrato in esercizio dopo circa diciotto anni dalla posa della prima pietra, con costi più che triplicati. E il cantiere britannico di Hinkley Point, la cui entrata in funzione è stata rinviata fino a un orizzonte che potrebbe collocarsi nel 2031, con un costo lievitato verso i trentacinque miliardi di sterline e oltre.
Non sono incidenti isolati, sfortune di percorso da addebitare a maestranze distratte. Sono la fisiologia strutturale del nuovo nucleare: una tecnologia talmente complessa che lo sforamento sistematico di tempi e costi è diventato la regola, non l’eccezione. Lo conferma la stessa parabola del programma di reattori di nuova generazione voluto in Francia, il cui costo di costruzione per tre coppie di impianti è passato, in pochi anni, da circa cinquantadue a quasi ottanta miliardi di euro. Presentare tutto questo come la risposta rapida ed economica a una crisi sociale è, nell’interpretazione più generosa, un atto di fede. In quella meno generosa, è un inganno consapevole.
5. Le scorie che non spariscono per decreto
Poi ci sono le scorie, il capitolo che la retorica dell’atomo pulito rimuove con cura chirurgica. L’Italia conserva già, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare aggiornati alla fine del 2024, circa trentatremila settecento metri cubi di rifiuti radioattivi, in aumento di circa il tre per cento in un solo anno, distribuiti in decine di depositi temporanei sparsi sul territorio. Sono l’eredità delle centrali dismesse negli anni Novanta: scorie prodotte quasi quarant’anni fa, per le quali il Paese non ha ancora una sistemazione definitiva. Vale la pena ricordare, contro ogni semplificazione, che circa il quaranta per cento di quei rifiuti non proviene dagli impianti elettronucleari, ma da attività industriali, di ricerca e sanitarie: la gestione delle scorie è un problema corrente del Paese, non un’astrazione del passato.
Il Deposito Nazionale, di cui si discute da oltre vent’anni, non è stato costruito e non lo sarà, secondo le stime più recenti, prima del 2039, forse del 2041. Nessun ente locale ha presentato un’autocandidatura. Il governo ha dovuto rinnovare l’accordo con la Francia per tenere all’estero, fino al 2040, le scorie italiane già esportate. Lo stesso ministro dell’Ambiente è arrivato a ipotizzare pubblicamente di rinunciare al deposito unico. E l’Autorità di regolazione, in una memoria depositata nel febbraio 2026, ha fotografato lo smantellamento delle vecchie centrali come un processo fermo a circa un terzo di avanzamento dopo oltre vent’anni di lavori, con un costo complessivo salito attorno agli undici miliardi di euro. Un governo che in quarant’anni non è riuscito a chiudere il ciclo nucleare precedente chiede fiducia per aprirne uno nuovo. È l’equivalente politico di chiedere un mutuo a chi non ha ancora finito di pagare il precedente.
6. Chi paga la bolletta e chi incassa la rendita
A questo punto la domanda diventa ineludibile. Se i tempi non tornano, se i costi esplodono, se le scorie non hanno dove andare, perché un intero blocco di potere insiste? La risposta sta nella natura profonda di questa tecnologia. Il nucleare, prima di essere un modo di produrre energia, è una macchina per distribuire denaro pubblico. Un reattore è un investimento di decine di miliardi che, dato lo sforamento sistematico dei costi, nessun operatore privato finanzia davvero a proprio rischio: è lo Stato a garantire, a coprire, a socializzare l’onere attraverso le bollette e la fiscalità. I profitti, quando ci sono, vengono privatizzati; le perdite, che sono certe, vengono collettivizzate.
È la stessa grammatica del neoliberismo che abbiamo già visto all’opera nelle autostrade, nelle telecomunicazioni, nella gestione dell’acqua: il bene comune trasformato in rendita perpetua per pochi grandi gruppi, società di ingegneria, imprese di consulenza, l’intera filiera dell’atomo. La sovranità energetica invocata dalla premier è il velo retorico steso su un’operazione di redistribuzione verso l’alto: dalle tasche di chi paga la bolletta — lavoratrici e lavoratori salariati, pensionati, piccole imprese — ai bilanci di chi costruirà, certificherà, finanzierà e gestirà. Nel frattempo le misure reali e immediate restano di tutt’altra scala: il Decreto Bollette del 2026 muove cifre modeste, e in più di un punto scarica sui consumatori costi prima collocati altrove, dallo spostamento sulle bollette degli oneri legati al sistema europeo delle emissioni fino al ridimensionamento di alcuni incentivi alle rinnovabili. La crisi resta un problema sociale; la risposta resta un affare.
7. Il sole sabotato: la via che si potrebbe percorrere subito
Ed è qui che la vicenda diventa amara, perché una risposta esiste, ed è disponibile adesso. Il sole, il vento e l’acqua non dipendono da alcun fornitore estero per il combustibile: la fonte è gratuita e domestica. Un impianto fotovoltaico o eolico si costruisce in pochi mesi, non in decenni. L’ostacolo non è mai stato tecnologico: è sempre stato — e resta — burocratico e politico. Procedure autorizzative lente, connessioni alla rete bloccate, la resistenza di un sistema energetico costruito attorno al gas e alle sue rendite.
Lo ammette, implicitamente, lo stesso Decreto Bollette del 2026, quando interviene per sbloccare la presentazione delle richieste di nuovi impianti rinnovabili e per ripulire la cosiddetta saturazione virtuale della rete, cioè quel groviglio di domande che teneva ingessata la capacità di connessione. È una confessione: lo Stato riconosce di avere esso stesso sbarrato la strada più rapida, più economica e più davvero sovrana. E mentre la sblocca timidamente con una mano, con l’altra ridimensiona gli incentivi al fotovoltaico esistente e annuncia in pompa magna un futuro atomico che nessuno vedrà funzionare prima della metà del prossimo decennio. La scelta tra sabotare il sole e celebrare l’atomo non è una scelta tra due tecnologie. È una scelta tra due distribuzioni del potere.
8. Una scelta di classe mascherata da scelta neutra
La ricetta di Giorgia Meloni contro la crisi energetica non è una ricetta. È un dispositivo narrativo. Serve a occupare la scena pubblica con un simbolo potente — l’atomo, il futuro, la sovranità — mentre il problema concreto, la bolletta che colpisce, l’impresa che chiude, il pensionato che rinuncia, resta senza risposta reale proprio negli anni in cui produce i suoi danni. Serve a presentare come scelta tecnica e neutra ciò che è, invece, una scelta di classe e una scelta di campo. Di classe, perché decide chi paga e chi incassa. Di campo, perché iscrive l’Italia in un modello energetico e geopolitico che confonde la sovranità con un cambio di padrone.
Una via d’uscita c’è, e non è né misteriosa né lontana: si chiama programmazione pubblica delle rinnovabili, controllo pubblico delle reti, redistribuzione dei costi dell’energia che protegga chi ha meno e faccia pagare le rendite. Ma richiede di nominare la crisi per ciò che è — la crisi di un modello capitalistico e neoliberale di gestione dell’energia — e richiede il coraggio di toccare gli interessi costituiti. L’atomo, qui, serve esattamente a non avere quel coraggio. È il modo più costoso, più lento e più radioattivo per non cambiare nulla. E un Paese che accetta di chiamare futuro ciò che è soltanto rinvio ha già deciso, senza ammetterlo, di lasciare il presente nelle mani di chi quel presente lo ha costruito sulle disuguaglianze.
Fonti
Camera dei deputati, disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, atto in esame presso le commissioni Ambiente e Attività produttive.
Resoconto del question time al Senato del 13 maggio 2026 e cronache parlamentari relative alle dichiarazioni della presidente del Consiglio sull’energia (Euronles, Il Sole 24 Ore, Fanpage, Energia Oltre).
ARERA, memoria depositata il 17 febbraio 2026 sul disegno di legge in materia di nucleare sostenibile, in merito ai costi e ai ritardi del decommissioning.
Sogin e Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), dati sui volumi di rifiuti radioattivi e sullo stato del Deposito Nazionale; Il Post, ricostruzione sul rinnovo dell’accordo con la Francia per lo stoccaggio all’estero.
Corte dei conti francese, relazione sui costi e i tempi del reattore di Flamanville e del programma EPR2; QualEnergia, Il Sole 24 Ore e Greenreport per i dati comparativi su Olkiluoto e Hinkley Point.
Greenplanner, analisi sullo stato della tecnologia dei piccoli reattori modulari (SMR) e sulle criticità specifiche del contesto italiano.
Testo del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 (Decreto Bollette), coordinato con la legge di conversione 10 aprile 2026, n. 49, relativamente alle misure su rinnovabili, oneri di sistema e sistema ETS.
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