L’atomo e la diversione

La falsa ricetta energetica del governo Meloni e la crisi sociale che nessuno vuole nominare

1. Una crisi di classe travestita da emergenza tecnologica

C’è un momento preciso in cui un governo rivela ciò che davvero è: quando, di fronte a un problema concreto che colpisce i corpi e i conti correnti di milioni di persone, risponde con un simbolo. La crisi energetica che da mesi schiaccia le famiglie e le piccole imprese italiane — bollette che arrivano come sentenze, fabbriche che calcolano se convenga ancora tenere accesi i forni, pensionati costretti a scegliere tra il riscaldamento e i farmaci — è uno di quei momenti. E il governo di Giorgia Meloni ha scelto di rispondere con un simbolo: il ritorno al nucleare. Non una risposta che produca un solo kilowattora negli anni in cui la crisi morde, ma una promessa destinata a materializzarsi, nella migliore delle ipotesi, verso la metà del prossimo decennio. Tra l’urgenza del problema e i tempi della risposta si apre un abisso. Quell’abisso non è un errore tecnico. È il contenuto politico dell’operazione.

Vale la pena nominarlo subito, prima che la retorica della «sovranità energetica» lo seppellisca: la crisi delle bollette non è un fenomeno atmosferico, non è una sventura piovuta dal cielo. È il prodotto di scelte precise — la dipendenza strutturale dal gas, la subordinazione dei prezzi nazionali al mercato internazionale e alle tensioni geopolitiche, un sistema energetico costruito per garantire rendite a pochi grandi operatori. Chi governa quel sistema da decenni non può presentarsi oggi come il medico chiamato al capezzale del malato: è, in larga parte, tra le cause della malattia. La ricetta dell’atomo serve, prima di tutto, a far dimenticare questa diagnosi.

2. Cronaca di un annuncio: l’atomo come risposta al caro bollette

Il 13 maggio 2026, durante il question time al Senato, rispondendo a un’interrogazione del leader di Azione Carlo Calenda sul tema dell’energia, la presidente del Consiglio ha pronunciato la frase destinata a fare titolo: entro l’estate sarà approvata la legge delega e saranno adottati i decreti attuativi necessari, ha dichiarato, alla ripresa della produzione nucleare in Italia. Il veicolo legislativo esiste davvero e ha un nome burocratico: è il disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 febbraio 2025 e da mesi in esame nelle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, dove giacciono ancora centinaia di emendamenti. La premier ha presentato la mossa come la risposta strategica alla dipendenza italiana dalle fonti energetiche estere, una dipendenza definita — con parola scelta con cura — sempre più pericolosa.

Un framing è, per definizione, un modo di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra. La luce, qui, viene puntata su tre parole seducenti: sovranità, indipendenza, futuro. Nell’ombra resta quasi tutto ciò che conta davvero: i tempi reali, i costi reali, le scorie reali, e soprattutto la domanda elementare che nessun cronista compiacente ha posto in quell’aula. Se il problema è oggi, perché la soluzione è per il 2035? La risposta a quella domanda è l’intera inchiesta che segue.

3. L’aritmetica che il governo preferisce tacere

Cominciamo dai numeri, perché i numeri hanno il pregio di non essere ideologici. Lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, interrogato sui tempi del ritorno all’atomo, ha collocato l’orizzonte realistico verso la metà del prossimo decennio, concedendo che soltanto gli ottimisti possono immaginare qualcosa prima. È un’ammissione che da sola smonta la narrazione dell’emergenza: una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, entrerà in funzione tra dieci anni non è una risposta a una crisi che brucia adesso i bilanci familiari.

Vengono poi i piccoli reattori modulari, gli SMR, presentati dalla pubblicità governativa come la soluzione pulita e rapida. Qui la realtà è brutale nella sua semplicità: non esiste un solo impianto commerciale di questo tipo in funzione nel mondo occidentale. Si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale, sulla quale un numero crescente di studiosi avverte che costi, tempi di costruzione e rischi tecnologici rendono inverosimile la promessa di reattori operativi entro la fine del decennio. Costruire una narrazione di policy su una macchina che ancora non esiste non è programmazione: è propaganda travestita da ingegneria.

C’è infine la questione del combustibile, quella che la parola sovranità dovrebbe rendere imbarazzante per chi la pronuncia. L’Italia non possiede giacimenti di uranio: dovrebbe procurarselo su un mercato internazionale, scambiando la dipendenza dal gas con la dipendenza dal combustibile arricchito, prodotto e controllato da un pugno di Stati e di multinazionali. La tanto invocata indipendenza energetica si traduce, alla prova dei fatti, in una semplice sostituzione di padrone. Non si esce dalla subordinazione: la si rinomina.

4. Il cimitero europeo delle promesse atomiche

La verifica più eloquente non è italiana, è europea, e ha la forma di una serie di cantieri trasformati in monumenti al fallimento. Il reattore di Flamanville, in Normandia: lavori avviati nel 2007, costo previsto 3,3 miliardi di euro, entrata in funzione programmata per il 2012. È stato collegato alla rete soltanto alla fine del 2024, con dodici anni di ritardo e un costo che la Corte dei conti francese, includendo gli oneri finanziari, ha quantificato attorno ai 23,7 miliardi di euro: circa sette volte la stima iniziale. Sorte analoga per il reattore finlandese di Olkiluoto, entrato in esercizio dopo circa diciotto anni dalla posa della prima pietra, con costi più che triplicati. E il cantiere britannico di Hinkley Point, la cui entrata in funzione è stata rinviata fino a un orizzonte che potrebbe collocarsi nel 2031, con un costo lievitato verso i trentacinque miliardi di sterline e oltre.

Non sono incidenti isolati, sfortune di percorso da addebitare a maestranze distratte. Sono la fisiologia strutturale del nuovo nucleare: una tecnologia talmente complessa che lo sforamento sistematico di tempi e costi è diventato la regola, non l’eccezione. Lo conferma la stessa parabola del programma di reattori di nuova generazione voluto in Francia, il cui costo di costruzione per tre coppie di impianti è passato, in pochi anni, da circa cinquantadue a quasi ottanta miliardi di euro. Presentare tutto questo come la risposta rapida ed economica a una crisi sociale è, nell’interpretazione più generosa, un atto di fede. In quella meno generosa, è un inganno consapevole.

5. Le scorie che non spariscono per decreto

Poi ci sono le scorie, il capitolo che la retorica dell’atomo pulito rimuove con cura chirurgica. L’Italia conserva già, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare aggiornati alla fine del 2024, circa trentatremila settecento metri cubi di rifiuti radioattivi, in aumento di circa il tre per cento in un solo anno, distribuiti in decine di depositi temporanei sparsi sul territorio. Sono l’eredità delle centrali dismesse negli anni Novanta: scorie prodotte quasi quarant’anni fa, per le quali il Paese non ha ancora una sistemazione definitiva. Vale la pena ricordare, contro ogni semplificazione, che circa il quaranta per cento di quei rifiuti non proviene dagli impianti elettronucleari, ma da attività industriali, di ricerca e sanitarie: la gestione delle scorie è un problema corrente del Paese, non un’astrazione del passato.

Il Deposito Nazionale, di cui si discute da oltre vent’anni, non è stato costruito e non lo sarà, secondo le stime più recenti, prima del 2039, forse del 2041. Nessun ente locale ha presentato un’autocandidatura. Il governo ha dovuto rinnovare l’accordo con la Francia per tenere all’estero, fino al 2040, le scorie italiane già esportate. Lo stesso ministro dell’Ambiente è arrivato a ipotizzare pubblicamente di rinunciare al deposito unico. E l’Autorità di regolazione, in una memoria depositata nel febbraio 2026, ha fotografato lo smantellamento delle vecchie centrali come un processo fermo a circa un terzo di avanzamento dopo oltre vent’anni di lavori, con un costo complessivo salito attorno agli undici miliardi di euro. Un governo che in quarant’anni non è riuscito a chiudere il ciclo nucleare precedente chiede fiducia per aprirne uno nuovo. È l’equivalente politico di chiedere un mutuo a chi non ha ancora finito di pagare il precedente.

6. Chi paga la bolletta e chi incassa la rendita

A questo punto la domanda diventa ineludibile. Se i tempi non tornano, se i costi esplodono, se le scorie non hanno dove andare, perché un intero blocco di potere insiste? La risposta sta nella natura profonda di questa tecnologia. Il nucleare, prima di essere un modo di produrre energia, è una macchina per distribuire denaro pubblico. Un reattore è un investimento di decine di miliardi che, dato lo sforamento sistematico dei costi, nessun operatore privato finanzia davvero a proprio rischio: è lo Stato a garantire, a coprire, a socializzare l’onere attraverso le bollette e la fiscalità. I profitti, quando ci sono, vengono privatizzati; le perdite, che sono certe, vengono collettivizzate.

È la stessa grammatica del neoliberismo che abbiamo già visto all’opera nelle autostrade, nelle telecomunicazioni, nella gestione dell’acqua: il bene comune trasformato in rendita perpetua per pochi grandi gruppi, società di ingegneria, imprese di consulenza, l’intera filiera dell’atomo. La sovranità energetica invocata dalla premier è il velo retorico steso su un’operazione di redistribuzione verso l’alto: dalle tasche di chi paga la bolletta — lavoratrici e lavoratori salariati, pensionati, piccole imprese — ai bilanci di chi costruirà, certificherà, finanzierà e gestirà. Nel frattempo le misure reali e immediate restano di tutt’altra scala: il Decreto Bollette del 2026 muove cifre modeste, e in più di un punto scarica sui consumatori costi prima collocati altrove, dallo spostamento sulle bollette degli oneri legati al sistema europeo delle emissioni fino al ridimensionamento di alcuni incentivi alle rinnovabili. La crisi resta un problema sociale; la risposta resta un affare.

7. Il sole sabotato: la via che si potrebbe percorrere subito

Ed è qui che la vicenda diventa amara, perché una risposta esiste, ed è disponibile adesso. Il sole, il vento e l’acqua non dipendono da alcun fornitore estero per il combustibile: la fonte è gratuita e domestica. Un impianto fotovoltaico o eolico si costruisce in pochi mesi, non in decenni. L’ostacolo non è mai stato tecnologico: è sempre stato — e resta — burocratico e politico. Procedure autorizzative lente, connessioni alla rete bloccate, la resistenza di un sistema energetico costruito attorno al gas e alle sue rendite.

Lo ammette, implicitamente, lo stesso Decreto Bollette del 2026, quando interviene per sbloccare la presentazione delle richieste di nuovi impianti rinnovabili e per ripulire la cosiddetta saturazione virtuale della rete, cioè quel groviglio di domande che teneva ingessata la capacità di connessione. È una confessione: lo Stato riconosce di avere esso stesso sbarrato la strada più rapida, più economica e più davvero sovrana. E mentre la sblocca timidamente con una mano, con l’altra ridimensiona gli incentivi al fotovoltaico esistente e annuncia in pompa magna un futuro atomico che nessuno vedrà funzionare prima della metà del prossimo decennio. La scelta tra sabotare il sole e celebrare l’atomo non è una scelta tra due tecnologie. È una scelta tra due distribuzioni del potere.

8. Una scelta di classe mascherata da scelta neutra

La ricetta di Giorgia Meloni contro la crisi energetica non è una ricetta. È un dispositivo narrativo. Serve a occupare la scena pubblica con un simbolo potente — l’atomo, il futuro, la sovranità — mentre il problema concreto, la bolletta che colpisce, l’impresa che chiude, il pensionato che rinuncia, resta senza risposta reale proprio negli anni in cui produce i suoi danni. Serve a presentare come scelta tecnica e neutra ciò che è, invece, una scelta di classe e una scelta di campo. Di classe, perché decide chi paga e chi incassa. Di campo, perché iscrive l’Italia in un modello energetico e geopolitico che confonde la sovranità con un cambio di padrone.

Una via d’uscita c’è, e non è né misteriosa né lontana: si chiama programmazione pubblica delle rinnovabili, controllo pubblico delle reti, redistribuzione dei costi dell’energia che protegga chi ha meno e faccia pagare le rendite. Ma richiede di nominare la crisi per ciò che è — la crisi di un modello capitalistico e neoliberale di gestione dell’energia — e richiede il coraggio di toccare gli interessi costituiti. L’atomo, qui, serve esattamente a non avere quel coraggio. È il modo più costoso, più lento e più radioattivo per non cambiare nulla. E un Paese che accetta di chiamare futuro ciò che è soltanto rinvio ha già deciso, senza ammetterlo, di lasciare il presente nelle mani di chi quel presente lo ha costruito sulle disuguaglianze.

Fonti

Camera dei deputati, disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, atto in esame presso le commissioni Ambiente e Attività produttive.

Resoconto del question time al Senato del 13 maggio 2026 e cronache parlamentari relative alle dichiarazioni della presidente del Consiglio sull’energia (Euronles, Il Sole 24 Ore, Fanpage, Energia Oltre).

ARERA, memoria depositata il 17 febbraio 2026 sul disegno di legge in materia di nucleare sostenibile, in merito ai costi e ai ritardi del decommissioning.

Sogin e Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), dati sui volumi di rifiuti radioattivi e sullo stato del Deposito Nazionale; Il Post, ricostruzione sul rinnovo dell’accordo con la Francia per lo stoccaggio all’estero.

Corte dei conti francese, relazione sui costi e i tempi del reattore di Flamanville e del programma EPR2; QualEnergia, Il Sole 24 Ore e Greenreport per i dati comparativi su Olkiluoto e Hinkley Point.

Greenplanner, analisi sullo stato della tecnologia dei piccoli reattori modulari (SMR) e sulle criticità specifiche del contesto italiano.

Testo del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 (Decreto Bollette), coordinato con la legge di conversione 10 aprile 2026, n. 49, relativamente alle misure su rinnovabili, oneri di sistema e sistema ETS.

Sotto il sole della sovranità: come la rivoluzione solare cinese sta smontando l’ultimo bloqueo imperiale

Mentre Trump trasforma Cuba in «minaccia inusuale e straordinaria» e ne strangola l’energia, Pechino installa novanta parchi fotovoltaici sull’isola. È la più rapida transizione verde mai vista in un Paese del Sud globale, ed è anche la dimostrazione concreta che l’egemonia statunitense, oggi, non è più una condanna inevitabile.

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump firma l’ordine esecutivo 14380. Sul foglio della Casa Bianca Cuba diventa, per la diciassettesima volta in sessantacinque anni di assedio, una «minaccia inusuale e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Undici milioni di abitanti, un’isola caraibica priva di armi nucleari, di flotte oceaniche, di basi militari fuori dal proprio territorio. La minaccia, secondo Washington, è un’altra: l’esistenza stessa di un sistema sanitario universale, di un sistema educativo gratuito, di un modello sociale che — pur tra contraddizioni feroci — continua a sopravvivere a ogni embargo, a ogni sabotaggio, a ogni tentativo di liquidazione.

L’assedio come metodo di governo

L’ordine esecutivo non si limita a inasprire le sanzioni dirette. Introduce un meccanismo del tutto inedito nel diritto internazionale: dazi punitivi su qualunque Paese, fornitore o terzo, che venda petrolio a Cuba. È un’arma extraterritoriale che colpisce la sovranità altrui per piegare quella cubana. Gli esperti delle Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: «grave violazione del diritto internazionale», «forma estrema di coercizione economica unilaterale», misure che potrebbero configurare la «punizione collettiva di civili». Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato» per una situazione umanitaria che, ha avvertito, rischia il collasso totale.

L’innesco è chirurgico. A dicembre 2025, l’amministrazione Trump aveva già lanciato l’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’interruzione delle forniture petrolifere venezuelane all’isola. Un mese dopo, l’ordine esecutivo chiude ogni alternativa: Pemex messicana, raffinerie russe, fornitori algerini — tutti potenziali bersagli di tariffe ad valorem. A febbraio, le navi cisterna iniziano a essere intercettate nei Caraibi. Secondo il New York Times, è il primo blocco navale effettivo contro Cuba dai tempi della crisi dei missili del 1962. Gli importi di petrolio crollano del 90 per cento.

Quando l’embargo diventa genocidio lento

Le conseguenze materiali di una decisione presa a duemila chilometri di distanza si abbattono sui corpi della popolazione cubana con la prevedibilità di un esperimento da laboratorio. A metà marzo 2026 il sistema elettrico nazionale collassa. I blackout diventano la norma quotidiana: in molte zone superano le venti ore consecutive, in alcune raggiungono picchi di venticinque. Una popolazione intera viene costretta a vivere al ritmo arbitrario delle interruzioni di corrente, a programmare ogni atto della propria esistenza — la cottura del cibo, la conservazione dei medicinali, il sonno dei figli — sull’agenda imprevedibile di un razionamento elettrico imposto dall’esterno.

Il primo a cedere è il sistema sanitario, che era stato per decenni il fiore all’occhiello del socialismo cubano. Migliaia di interventi chirurgici rinviati nel giro di tre mesi, decine di migliaia di vaccinazioni pediatriche posticipate proprio mentre le condizioni igieniche dell’isola si avvicinano al collasso. Oltre un milione di abitanti dipende totalmente dalle autocisterne per l’approvvigionamento idrico, ma le autocisterne sono ferme nei depositi per mancanza di gasolio. I camion della raccolta rifiuti sono fermi anche loro. La spazzatura si accumula sotto il sole tropicale dei trentacinque gradi, mentre le autorità sanitarie segnalano l’incubazione di una nuova epidemia di dengue. Il 13 febbraio, un incendio devasta un magazzino della raffineria Nico López nella baia dell’Avana. Il fumo sale sopra la capitale come la firma visiva di una guerra a bassa intensità che ha smesso di mascherarsi.

Una boccata d’ossigeno arriva il 30 marzo, sotto forma di una petroliera russa carica di centomila tonnellate di greggio attraccata al porto dell’Avana. Equivalgono a circa duecentocinquantamila barili di diesel: dodici giorni e mezzo di consumi cubani. Quando si parla di rispetto delle regole democratiche internazionali, evidentemente, Mosca non sempre ha tutti i torti. Ma una nave non fa primavera. E i conti, soprattutto, non tornano: il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2026 un crollo del prodotto interno lordo cubano del 7,2 per cento. È in questo punto preciso che il copione di Washington si inceppa.

La velocità del sole: cosa sta accadendo davvero a Cuba

Nei dodici mesi compresi tra l’inizio del 2025 e l’inizio del 2026, l’isola ha collegato alla rete elettrica nazionale quarantanove nuovi parchi fotovoltaici. Equipaggiamenti e finanziamenti arrivano integralmente dalla Cina. La quota del solare nel mix energetico cubano è passata dal 5,8 per cento di un anno fa a oltre il 20 per cento di oggi. L’11 febbraio 2026, per la prima volta nella storia del Paese, il fotovoltaico ha superato i novecento megawatt di potenza erogata in un solo pomeriggio, frantumando un record stabilito appena ventiquattro ore prima. Gli analisti dell’energia parlano senza enfasi: si tratta della più rapida transizione rinnovabile mai realizzata da una nazione in via di sviluppo.

L’ambizione del piano è di dimensione continentale. Entro il 2028 dovranno essere costruiti novantadue parchi solari, per una capacità complessiva di duemila megawatt. Una cifra equivalente all’intera potenza fossile attualmente installata sull’isola. Significa, in chiaro, che Cuba si sta preparando a rendere economicamente irrilevante l’arma del bloqueo petrolifero. Ogni megawatt di solare installato corrisponde a circa diciottomila tonnellate di combustibile importato che diventano superflue. Se il traguardo del 2028 verrà raggiunto, l’arsenale economico statunitense costruito in sessantacinque anni potrà essere riposto nel cassetto come una reliquia novecentesca. È esattamente questo, e non altro, ciò che terrorizza Washington.

I numeri della cooperazione sino-cubana sono impressionanti soprattutto quando vengono confrontati con la loro stessa storia recente. Le esportazioni di tecnologia solare dalla Cina a Cuba erano cinque milioni di dollari nel 2023; sono diventate centodiciassette milioni nel 2025: un incremento del duemiladuecentoquaranta per cento in due anni. Solo nel mese di gennaio 2026, l’isola ha importato batterie per oltre quindici milioni di dollari: più del doppio di quanto importato in tutto il 2024. Alcuni impianti sono entrati in funzione in trentacinque giorni dall’arrivo delle apparecchiature: una velocità impressionante perfino per i leggendari standard cinesi.

La solidarietà che non si vede dai grandi giornali

C’è poi il livello capillare, quello che non finisce mai sui titoli dei principali quotidiani occidentali. Pechino ha donato a Cuba diecimila kit fotovoltaici autonomi destinati a case isolate, ambulatori rurali, sale parto, cliniche di emergenza, centrali radiofoniche municipali. Altri cinquemila kit, ciascuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di centosessantotto comuni. A questo si aggiungono settanta tonnellate di componenti per generatori elettrici donate gratuitamente, una flotta di autobus elettrici che cresce dal 2005, l’assemblaggio di scooter e biciclette elettriche tramite la joint venture VEDCA, diciannove parchi eolici in costruzione per quattrocentoquindici megawatt complessivi. Nel gennaio 2026, di fronte all’aggravarsi della crisi, il presidente Xi Jinping ha personalmente approvato ottanta milioni di dollari di aiuti finanziari di emergenza per attrezzature elettriche, accompagnati da sessantamila tonnellate di riso.

Una donna che dirige il progetto di installazione presso l’Unione Elettrica cubana lo ha riassunto con la concretezza di chi vede le cose accadere ogni giorno: un sistema da due chilowatt installato in una casa rurale isolata permette a una famiglia di avere un frigorifero, un ventilatore, una televisione. Sembra poco. È, in realtà, la differenza tra restare e migrare, tra dignità e abbandono. È la traduzione minuta, capillare, di che cosa significhi la parola sovranità quando smette di essere un’astrazione retorica e ridiventa un atto pratico.

L’imperialismo del petrolio contro l’imperialismo del sole

Per cogliere la portata di quanto sta accadendo a Cuba bisogna alzare lo sguardo dall’isola e ricomporre il quadro mondiale. L’aggressione anglo-americana e israeliana contro l’Iran nell’estate del 2025 ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito senza eufemismi la peggiore crisi energetica della storia. L’amministrazione Trump ha tentato di sfruttare quella crisi per ridisegnare l’architettura energetica globale a proprio vantaggio, riproponendo un’egemonia imperiale fondata sul controllo del mercato delle fonti fossili. Ha calcolato male. Ha sottovalutato la capacità del Sud globale di leggere il proprio interesse e di attrezzarsi per perseguirlo.

Il ministro turco per il clima Murat Kurum, che presiederà la COP31 delle Nazioni Unite, ha capovolto la narrazione dominante con una frase tagliente: il modo migliore per proteggere i cittadini dalle convulsioni violente dei mercati energetici è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’agenzia ONU per il clima, è stato persino più diretto: chi ha lottato per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili sta inavvertitamente accelerando il boom globale delle rinnovabili. La svolta cubana, da questo punto di vista, non è un’eccezione esotica. È un caso di scuola. È il prototipo di una possibilità.

Il cuore della questione è politico, non tecnologico. La Cina è il leader mondiale indiscusso delle filiere che permettono la transizione ecologica: pannelli fotovoltaici, batterie agli ioni di litio, turbine eoliche, veicoli elettrici. Mentre l’Unione Europea — Italia in testa — alza dazi commerciali sui prodotti cinesi puliti per proteggere industrie automobilistiche moribonde e oligarchie fossili in declino, Pechino mette le sue tecnologie a disposizione del Sud globale a condizioni che nessun creditore occidentale ha mai concesso negli ultimi quarant’anni. Senza condizionalità neoliberali, senza piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, senza richieste di liberalizzazione dei servizi pubblici, senza esproprio delle risorse strategiche, senza l’imposizione di basi militari come pegno politico. Tutto ciò che l’Occidente ha sempre preteso, viene qui sostituito da un principio diverso: cooperazione Sud-Sud, mutuo beneficio, rispetto della sovranità.

Il silenzio assordante della stampa occidentale

Vale la pena chiedersi perché tutto ciò non occupi le prime pagine dei nostri giornali. Perché il maggiore esperimento di transizione ecologica di un Paese del Sud globale, condotto per giunta sotto un blocco economico da sessantacinque anni, sia trattato dai media italiani come una notizia di terza fascia, quando viene trattato. La risposta richiede onestà. La macchina informativa occidentale è strutturalmente incapace di raccontare un mondo in cui il vincitore della corsa alla decarbonizzazione non è la solita combinazione di democrazie liberali e mercati finanziari, ma un Paese socialista capace di pianificare a lungo termine e di investire dove i tassi di rendimento di Wall Street giudicherebbero «non profittevole». Ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento di un’intera architettura ideologica costruita pazientemente dagli anni Ottanta in poi.

Così, mentre il Washington Post fa qualche timida concessione e il Financial Times pubblica numeri che parlano da soli, sui telegiornali italiani Cuba continua a essere descritta esclusivamente attraverso il filtro umanitario delle sue sofferenze — sofferenze che, va notato, non hanno mai un autore identificabile. Il bloqueo statunitense scompare, l’embargo diventa semplicemente «la crisi cubana», e l’eroica resistenza popolare di un’isola che si reinventa con i pannelli solari cinesi viene trasformata, nel migliore dei casi, in una notizia di curiosità. È un esempio da manuale di ciò che Noam Chomsky chiamava la fabbricazione del consenso. Non si tratta di censura: si tratta di cornice. Cambia la cornice e il mondo cambia di significato.

Quale lezione per noi

Ciò che sta prendendo forma a Cuba non è soltanto un caso di studio per ingegneri energetici. È una dimostrazione politica. È la prova vivente che l’idea di una transizione ecologica governata dalla cooperazione internazionale, sganciata dai diktat dei mercati finanziari occidentali e finanziata sulla base di accordi non coloniali, è realmente possibile. Ed è possibile anche — soprattutto — nelle condizioni più drammatiche, sotto l’assedio della prima potenza militare del pianeta. Hugo Chávez aveva chiamato i legami crescenti tra l’America Latina progressista e la Cina una grande muraglia contro l’egemonismo statunitense. La rivoluzione solare cubana è quella muraglia all’opera, mattone dopo mattone, pannello dopo pannello, megawatt dopo megawatt.

Per noi, che viviamo nell’Europa di un’Italia inchiodata a una NATO sempre più aggressiva, dipendente dal gas liquefatto americano e dai capricci tariffari della Casa Bianca, la lezione cubana dovrebbe essere materia di urgente riflessione. Non si tratta di idealizzare modelli altrui né di ignorare le contraddizioni del processo cubano, che esistono e sono note. Si tratta di riconoscere un fatto scomodo: il futuro dell’autonomia energetica, della sicurezza dei popoli, della giustizia climatica non passa più dai centri di comando dell’Occidente atlantico. Passa altrove. Passa, in larga misura, dalla capacità della Cina di tradurre la propria potenza tecnologica e produttiva in solidarietà concreta verso il Sud globale. E passa dalla capacità dei popoli del Sud — e perché no, anche di un certo Sud d’Europa — di leggere lucidamente questa contraddizione e di sfruttarla per i propri interessi reali, non per quelli che Washington ci ricorda ogni mattina di dover avere.

Il 1° maggio 2026, mentre la classe lavoratrice di mezzo mondo ricordava le proprie battaglie storiche, Donald Trump firmava un nuovo ordine esecutivo che congela i beni di chiunque cooperi con il governo cubano nei settori dell’energia, della difesa, della finanza. È la conferma definitiva che la traiettoria intrapresa è irreversibile. Non c’è negoziato possibile, non c’è ammorbidimento dietro l’angolo, non c’è soluzione diplomatica all’orizzonte. C’è soltanto un impero in declino che, come tutti gli imperi nella loro fase terminale, accelera la propria violenza nel tentativo di occultare la propria irrilevanza crescente. E c’è, dall’altra parte, un’isola di undici milioni di abitanti che continua, ostinatamente, a illuminarsi con la luce del sole. Quando la giustizia non scende dall’alto, è il sole stesso che diventa rivoluzionario.

Fonti

Carlos Martinez, «China and Cuba’s solar revolution: solidarity in practice», Morning Star — Friends of Socialist China, aprile 2026.

«With Chinese support, Cuba triples solar power in one year», Friends of Socialist China / Microgrid Media, 25 febbraio 2026.

Lyn Neeley, «China invests in a bright future for Cuba», International Action Center, 11 marzo 2026.

«Trump has choked off Cuba’s oil supply. China is stepping in with solar», The Washington Post, 28 febbraio 2026.

Haley Zaremba, «Cuba’s Fragile Power Grid Finds a Powerful New Partner», OilPrice.com, 19 marzo 2026.

«China to help Cuba with solar energy amid US oil blockade», South China Morning Post, 18 marzo 2026.

OHCHR — Nazioni Unite, «UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba», Ginevra, 12 febbraio 2026.

«2026 Cuban crisis», Wikipedia (consultato il 2 maggio 2026).

Greenberg Traurig LLP, «U.S. Declares National Emergency on Cuba and Announces Tariff Framework Targeting Oil Suppliers», 9 febbraio 2026.

Casa Bianca, Executive Order 14380 «Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba», 29 gennaio 2026; Executive Order del 1° maggio 2026 sulle sanzioni individuali.

Ember Climate, dati sulle esportazioni cinesi di tecnologie solari e di accumulo, 2024–2026.

Financial Times, dati sulle importazioni cubane di pannelli e batterie, gennaio–aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© 2026 Mario Sommella  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  |

L’energia che abbiamo in casa: il sabotaggio sistemico dell’autosufficienza italiana

Mentre il Paese discute da chi comprare il prossimo metro cubo di gas, le rinnovabili dimostrano numeri alla mano che la sovranità energetica è già nelle nostre mani. A ostacolarla non è la fisica, ma un modello economico e una subordinazione geopolitica che hanno bisogno di tenerci dipendenti.

Dipendiamo dall’estero per circa tre quarti del nostro fabbisogno energetico. È la prima cosa da scrivere, perché è la cornice dentro cui ogni discussione pubblica sull’energia viene incanalata, sterilizzata, ridotta a una scelta tra fornitori. Il dato lo conferma l’ISPRA, lo confermano Eurostat e i bilanci energetici nazionali: petrolio, gas, una fetta non trascurabile di elettricità arrivano dall’estero. È in questa cornice che le guerre del Medio Oriente, le tensioni nel Golfo, le oscillazioni del rublo e i ricatti politici via gasdotto si trasformano automaticamente in bollette, in inflazione, in stipendi che non bastano. Si chiama dipendenza strutturale, ed è la condizione che la classe dirigente italiana ha scelto di considerare come un destino naturale, e non come una decisione politica.

Il dibattito pubblico viene così confezionato in un eterno ballottaggio: meglio l’asse americano o quello russo, il GNL o il TAP, l’Algeria o il Qatar, e adesso, di nuovo, il rilancio del nucleare come se fosse una novità rivoluzionaria. La domanda decisiva, però, non viene mai posta: perché continuiamo a comprare ciò che abbiamo già? Perché un Paese immerso nel sole, nel vento, nelle correnti d’acqua e nel calore della terra discute ancora come se vivesse in un bunker buio, costretto a mendicare combustibile da chiunque ce lo voglia vendere?

Lo svuotamento dei serbatoi e la finzione della scelta

I combustibili fossili che bruciamo non sono una risorsa rinnovabile messa lì per noi. Sono il deposito di milioni di anni di processi geologici, e li stiamo trasferendo in atmosfera in pochi decenni con una velocità che la storia del pianeta non aveva mai conosciuto. La concentrazione di anidride carbonica ha superato nella primavera del 2026 le 430 parti per milione, contro le meno di 320 del 1960: un’accelerazione brutale, che non ha precedenti nei carotaggi glaciali, e che non potrà essere riassorbita nei tempi della nostra civiltà. Le riserve economicamente accessibili dureranno qualche decennio. Tantissimo, per chi ragiona dentro la finestra di un mandato elettorale. Niente, per chi prova a immaginare il mondo dei propri figli.

Dentro questa cornice, il rilancio del nucleare di nuova generazione, presentato come scelta di coraggio e modernità, è in realtà una replica esatta dello stesso schema. L’uranio non lo abbiamo, lo dovremmo importare. I cosiddetti reattori modulari di piccola taglia non esistono ancora come tecnologia commerciale matura, costano più di quanto si dica e quando saranno operativi serviranno comunque uranio arricchito, ovvero un’altra catena di fornitura controllata da pochi attori globali. Le riserve di uranio economicamente sfruttabili, se davvero il nucleare diventasse una fonte importante della domanda mondiale, non durerebbero molto di più di quelle di petrolio. E rimane il dettaglio non trascurabile dei rifiuti radioattivi, da custodire per migliaia di anni. È, in altre parole, lo stesso paradigma della dipendenza, travestito da innovazione.

La parola d’ordine ufficiale è “diversificazione delle fonti”. Ma diversificare i fornitori della propria schiavitù non è libertà: è solo una versione più sofisticata della stessa servitù. La fisica e l’aritmetica suggeriscono un’alternativa che la politica si rifiuta ostinatamente di prendere sul serio.

Dal gas russo al GNL americano: il prezzo politico della subordinazione

Per capire fino in fondo che cosa significhi oggi, in concreto, “dipendenza energetica” in Italia, basta ripercorrere gli ultimi quattro anni. Fino al 2021, circa il quaranta per cento del gas naturale che alimentava le case, le imprese e le centrali elettriche italiane arrivava dalla Russia, attraverso una rete di metanodotti costruita in decenni di rapporti commerciali stabili e a prezzi tra i più competitivi del continente. Quella fornitura non era una concessione politica: era il risultato di accordi industriali di lungo periodo che, piaccia o no, garantivano al sistema produttivo italiano un costo dell’energia compatibile con la concorrenza internazionale. Su quell’equilibrio si reggeva una parte significativa della manifattura del Paese.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, la scelta di Bruxelles, sotto pressione esplicita di Washington, è stata l’imposizione progressiva di un regime sanzionatorio che ha avuto come effetto pratico l’azzeramento o quasi delle importazioni di gas russo verso l’Europa occidentale. Le sanzioni sono state presentate come una risposta etica e necessaria all’aggressione. Quattro anni dopo è onesto guardare ai risultati: l’economia russa, contrariamente alle previsioni euforiche dei nostri ministri, ha tenuto, riorientando le proprie esportazioni verso Cina, India e mercati asiatici; la guerra non si è fermata; il continente europeo ha pagato un prezzo macroeconomico devastante in termini di inflazione energetica, deindustrializzazione, impoverimento delle famiglie e perdita di competitività. Le sanzioni, costruite per piegare Mosca, hanno colpito soprattutto chi le ha imposte. Hanno ucciso intere filiere produttive europee, hanno spinto fuori dal mercato decine di migliaia di piccole e medie imprese, hanno generato un trasferimento di ricchezza dal continente europeo alla potenza che quelle sanzioni le ha ispirate.

Il vuoto lasciato dal gas russo è stato infatti colmato, in larghissima parte, dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, trasportato via nave attraverso l’Atlantico, rigassificato in impianti costruiti o riattivati a tempo di record, rivenduto sul mercato europeo a prezzi che, nei picchi del 2022 e del 2023, sono arrivati a essere quattro o cinque volte superiori a quelli che si pagavano prima della crisi. I produttori americani di shale gas, le compagnie statunitensi di trasporto, gli operatori dei rigassificatori hanno realizzato profitti storici. La famiglia italiana media ha visto la bolletta moltiplicarsi, l’azienda energivora ha visto evaporare il margine, l’operaio ha visto il salario reale erodersi. Il “costo della libertà”, ci è stato spiegato, andava sopportato. Ma è una libertà che pesa solo su chi la paga, mai su chi l’ha imposta.

Questa parentesi geopolitica è decisiva per capire la direzione politica del discorso energetico nazionale. La dipendenza dalla Russia, fondata su rapporti commerciali strutturati, è stata sostituita da una dipendenza atlantica più costosa, più precaria, più volatile, più esposta alle oscillazioni di un mercato spot dominato da pochi grandi operatori americani. La sovranità che si dichiarava di voler difendere, in nome dei valori, è stata di fatto ceduta a un partner esterno che oggi detta il prezzo dell’energia europea con un’ampiezza di manovra che la Russia, ai tempi dei contratti pluriennali Eni-Gazprom, non aveva mai avuto. Tutto questo, mentre il governo italiano continua a presentarsi come campione della sovranità nazionale. La sovranità, evidentemente, vale sui confini meridionali e nelle politiche identitarie, non sul prezzo del kilowattora.

L’aritmetica imbarazzante delle rinnovabili

Eppure bastano poche operazioni elementari per capire che da questa trappola si esce, e si esce dal lato delle fonti rinnovabili distribuite. Un metro quadro di pannelli fotovoltaici di tecnologia commerciale produce, mediamente, 150-200 chilowattora di elettricità all’anno alle nostre latitudini, con variazioni dovute a esposizione e zona geografica. Il fabbisogno energetico complessivo italiano, comprendendo tutto, dai trasporti alle industrie al riscaldamento domestico, vale all’incirca un migliaio di terawattora all’anno. Una semplice divisione restituisce un numero che dovrebbe inchiodare alla parete chiunque progetti politiche energetiche: per coprire interamente quel fabbisogno servirebbero, in prima approssimazione, seimila chilometri quadrati di pannelli.

Sembra tanto. È circa il due per cento del territorio nazionale. Per coprire solo i consumi elettrici, basta meno dell’uno per cento. E qui il discorso diventa beffardo: in Italia il suolo già impermeabilizzato, ovvero perso definitivamente per agricoltura e biodiversità, è stimato fra il sette e l’otto per cento del territorio, e continua a crescere a un ritmo dell’ordine di due virgola sette metri quadrati al secondo. Capannoni dismessi, centri commerciali a parallelepipedo, parcheggi da decine di ettari, piazzali industriali, tetti di palazzi, tetti di scuole, di ospedali, di stazioni: la superficie utilizzabile c’è già, ed è enorme. Non occorre toccare un solo ettaro di terreno agricolo o di paesaggio. Occorre invece prendere atto che chi parla di “suolo consumato dal fotovoltaico” usa un argomento ambientalista per difendere un modello energetico anti-ambientale.

Ma il sole è solo l’esempio più immediato. L’aria che si muove sopra le creste appenniniche e sui mari italiani vale, secondo le stime di settore, più di sessanta gigawatt di potenziale eolico a terra e oltre duecento gigawatt offshore, soprattutto al Sud e nei tratti adriatici e tirrenici più ventosi. Le acque che scendono dai monti continuano a generare energia anche fuori dai grandi bacini, semplicemente attraversando turbine ad acqua corrente. Il calore profondo della crosta terrestre, di cui l’Italia è uno dei territori europei più ricchi, potrebbe fornire decine di migliaia di terawattora all’anno. Le maree, il moto ondoso, le correnti costiere sono fonti meno mature ma niente affatto trascurabili. La somma di queste disponibilità, già oggi, supera abbondantemente qualsiasi fabbisogno ragionevole.

La complementarità tra le fonti è il punto chiave. Il sole non c’è di notte, ma il vento spesso sì. L’estate è solare, l’inverno è ventoso e idrico. Il calore geotermico è costantemente disponibile. Quando una sorgente cala, un’altra compensa. E sopra tutto questo si è già stratificato un sistema di accumulo che sta cambiando rapidamente: il prezzo delle batterie è crollato di un ordine di grandezza in quindici anni, oggi costano meno di un decimo rispetto al 2010, e l’accumulo non è solo elettrochimico. Esistono pompaggi idroelettrici, sali fusi, accumulo termico, idrogeno verde da elettrolisi, volani inerziali. Quando la batteria al litio finisce il suo ciclo di vita utile, dopo vent’anni rende ancora intorno all’ottanta per cento ed è pienamente riciclabile. La narrazione “ma poi le batterie sono un problema ambientale” è una rappresentazione fuorviante di un settore in piena trasformazione tecnologica.

Una rete pensata per l’energia degli altri

Il problema, vero questa volta, non è la materia prima. Il problema è l’infrastruttura. La rete elettrica italiana è stata progettata e cresciuta secondo una logica novecentesca: pochi grandi centri di produzione, idroelettrici o termoelettrici, che generano alta tensione da trasportare a grande distanza, fino al gradino domestico raggiunto attraverso due trasformazioni successive. È una rete piramidale, dall’alto verso il basso, costruita attorno alla figura della grande centrale e della grande compagnia che la gestisce. Sovrapporre a questo schema una produzione diffusa, capillare, dal basso verso l’alto, fatta di milioni di tetti, di piccoli impianti eolici, di micro-idroelettrici, espone il sistema a oscillazioni di tensione e a problemi di sincronia di fase. Senza un ripensamento strutturale, la rete diventa instabile.

Ripensare la rete significa esattamente questo: passare da un’architettura gerarchica a una architettura distribuita, in cui ogni territorio produce e consuma localmente la maggior parte della propria energia, e l’interconnessione fra territori serve a redistribuire eccedenze e a colmare carenze. È una rivoluzione tecnica, ma è soprattutto una rivoluzione politica, perché cambia chi possiede l’energia, chi la decide, chi ne ricava profitto. La logica delle comunità energetiche, già oggi prevista dalle normative europee e progressivamente recepita in Italia, va in questa direzione: cittadini, piccole imprese, enti locali che si associano per produrre, consumare e scambiare energia su base territoriale, riducendo al minimo il flusso lungo le grandi distanze e tenendo per sé il valore prodotto.

Per fare questo serve una scelta esplicita: indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso la ristrutturazione della rete, l’elettrificazione spinta dei consumi finali, lo sviluppo dei sistemi di accumulo, la formazione tecnica diffusa. Non è materia per dichiarazioni. È materia per piani industriali, per leggi finanziarie, per scelte di bilancio. È, in altre parole, materia di volontà politica.

L’ostacolo non è tecnico, è politico

Se questa strada è così evidente, perché non viene imboccata? La domanda contiene già la risposta, ma è scomoda da formulare. L’energia distribuita ridistribuisce anche il potere. Una rete fatta di milioni di produttori-consumatori, di cooperative territoriali, di municipalizzate ripensate come operatori energetici, di comunità locali che decidono cosa fare della propria sovrapproduzione, è una rete in cui il margine dei grandi operatori si comprime, in cui la rendita dei detentori dei combustibili fossili evapora, in cui il ruolo dei traders di gas e di petrolio diventa marginale. È una rete in cui non c’è più bisogno di rigassificatori imposti dall’alto, di gasdotti contesi, di centrali nucleari da finanziare con decine di miliardi di soldi pubblici, di navi cariche di GNL che attraversano l’Atlantico per consegnare al continente europeo lo stesso gas che il continente europeo, dieci anni prima, comprava ad un quinto e meno della metà del costo logistico.

È esattamente per questo che, ogni volta che il discorso si avvicina al cuore della transizione, salta fuori l’argomento del “mercato”. Si invoca la concorrenza, si difendono le compatibilità di sistema, si avvisa che la generazione distribuita rischia di alterare gli equilibri tariffari, di danneggiare gli operatori, di creare distorsioni regolatorie. Ed è un argomento che ha la stessa logica del paziente che, dopo aver scoperto un tumore, si chiede se la diagnosi non comprometta la salute del tumore stesso. La crescita competitiva illimitata, quando avviene dentro un organismo finito, ha un nome preciso in biologia: si chiama cancro. Quando avviene dentro un sistema economico finito, in un pianeta finito, con risorse finite, produce gli stessi effetti distruttivi. La differenza è che, per il pianeta, non esiste chemioterapia.

L’ARERA, il regolatore italiano dell’energia, ha tra i propri compiti la tutela del consumatore, ma è di fatto uno dei principali custodi di un assetto di mercato pensato per i grandi operatori. Le comunità energetiche, in Italia, sono cresciute lentamente, frenate da regole farraginose, soglie tecniche restrittive, procedure autorizzative che scoraggiano i piccoli soggetti. Mentre i Paesi del Nord Europa hanno sviluppato in dieci anni interi distretti energetici autosufficienti, in Italia siamo ancora a discutere di scaglioni e perimetri amministrativi. Non è incompetenza: è precisamente la funzione che il sistema attribuisce alla regolazione, quella di rallentare il cambiamento per non disturbare le rendite.

Elettrificare il Paese, non solo la luce di casa

Va aggiunto un punto che spesso sfugge nel dibattito. L’elettricità copre oggi all’incirca un quinto dei consumi energetici italiani. Tutto il resto, dai trasporti pesanti al riscaldamento domestico, dall’industria pesante alla cottura dei cibi, passa ancora prevalentemente per combustibili fossili. La transizione vera non consiste solo nel produrre più rinnovabili, ma nell’elettrificare progressivamente tutto ciò che oggi non lo è. La mobilità privata e pubblica, in primis: veicoli elettrici alimentati da rete prevalentemente rinnovabile, trasporto ferroviario sviluppato come spina dorsale della logistica nazionale, mobilità urbana ripensata. Il riscaldamento residenziale, attraverso pompe di calore alimentate da fotovoltaico e accumulo. Una parte della produzione industriale, dove le tecnologie sono già mature. Quel che resta, e non è poco, può essere coperto da idrogeno verde prodotto per elettrolisi nei momenti di sotto pproduzione rinnovabile.

Tutto questo non è uno scenario futuribile. Sta già accadendo, in misura significativa, in altri Paesi europei. L’Italia è in ritardo non perché manchi di tecnologia o di risorse, ma perché manca di una decisione politica chiara, e perché chi quella decisione dovrebbe prenderla è troppo intrecciato con gli interessi che da quel ritardo traggono profitto. Il governo che oggi guida il Paese parla di sovranità in ogni ambito, dai confini alle istituzioni alla cultura, ma sull’unica forma di sovranità che potrebbe davvero rendere l’Italia autonoma — quella energetica — sceglie sistematicamente la subordinazione.

L’emergenza che fingiamo di non vedere

Tutto questo discorso non è un esercizio teorico. Non è ambientalismo da salotto. Siamo in emergenza conclamata. Ogni anno gli eventi climatici estremi sul territorio italiano costano vite, devastano valli, sommergono pianure agricole, distruggono infrastrutture e bilanci comunali. Le frane in Emilia, le alluvioni in Toscana, le ondate di calore al Sud, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai alpini non sono incidenti meteorologici. Sono il prezzo, già fatturato e ancora interamente da pagare, di un modello energetico che continuiamo a difendere come se fosse intoccabile. E sono il prezzo, anche, di una geopolitica della dipendenza che ci consegna a ricatti, conflitti, oscillazioni dei mercati, complicità con regimi che fingiamo di disapprovare e sudditanze verso alleati che non ci hanno mai trattato come pari.

La transizione alle rinnovabili distribuite non è solo una questione ambientale. È, contemporaneamente, una questione di pace, perché spegne molte delle ragioni economiche delle guerre per le risorse e priva di pretesti chi, in nome di valori astratti, costruisce coalizioni militari per controllare flussi materiali. È una questione di democrazia, perché restituisce ai territori il controllo di un bene essenziale. È una questione di giustizia sociale, perché toglie potere a un’oligarchia di rendita e lo restituisce a chi lavora, vive, abita un luogo. Ed è, in fondo, una questione di dignità nazionale, parola che oggi viene troppo spesso usata per coprire scelte di servitù.

Eppure, nel teatro pubblico, si continua a parlare di rigassificatori, di nuovi accordi con dittature petrolifere, di piccoli reattori che si costruiranno chissà quando, di navi cariche di gas liquefatto che arrivano da oltre oceano a prezzi che pagheremo per anni. E il sole continua a sorgere ogni mattina sopra trecentomila chilometri quadrati di Paese, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Lo guardiamo come si guarda un creditore antipatico, quasi imbarazzati dalla sua disponibilità. Non c’è bisogno di importarlo, non lo si può embargare, non lo si può tagliare con una crisi diplomatica, non lo si può sanzionare. Forse è esattamente per questo che chi vive di crisi, di emergenze e di dipendenze indotte non ha alcun interesse a farcene accorgere.

L’energia ce l’abbiamo in casa. È il modello che ci vuole inquilini in casa nostra, costretti a pagare l’affitto a qualcun altro per qualcosa che è già nostro. Riconoscerlo, e farlo diventare cornice di ogni discussione pubblica successiva, è la prima vera mossa politica di ogni transizione possibile. Tutto il resto è scenografia.


Fonti

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — rapporti annuali su consumo di suolo, emissioni e inventario energetico nazionale.
Eurostat, statistiche sulla dipendenza energetica degli Stati membri dell’Unione Europea e sulle importazioni di gas naturale per provenienza.
Terna S.p.A., dati sul sistema elettrico italiano e sulla produzione da fonti rinnovabili.
GSE, Gestore dei Servizi Energetici — Rapporto statistico sulle fonti rinnovabili in Italia.
MASE, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica — bilanci di approvvigionamento gas e dati sulle importazioni di GNL.
ISTAT, dati sul territorio e sull’uso del suolo in Italia.
Legambiente, rapporto annuale Comunità Rinnovabili.
IRENA, International Renewable Energy Agency — Renewable Capacity Statistics e World Energy Transitions Outlook.
IEA, International Energy Agency — World Energy Outlook e Gas Market Report.
NOAA, Global Monitoring Laboratory — serie storica delle concentrazioni di CO₂ atmosferica (Mauna Loa).
BloombergNEF, Battery Price Survey — andamento storico del costo dei sistemi di accumulo elettrochimico.
Bruegel, European natural gas imports e Sanctions on Russia — analisi e dataset sull’andamento delle importazioni europee di gas e sull’impatto economico delle sanzioni.
EIA, U.S. Energy Information Administration — dati sulle esportazioni di GNL statunitense verso l’Europa.
Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) e Direttiva (UE) 2023/2413 (RED III) sulle comunità energetiche e l’autoconsumo collettivo.
ARERA, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — relazioni annuali e provvedimenti sull’autoconsumo diffuso.
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«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

L’ultimatum dei padroni del mondo: quando la pace si misura al barile

C’è un’ora, fissata a Washington, oltre la quale un uomo ha deciso che un altro popolo potrà essere cancellato nel giro di una notte. Non è una frase di un romanzo distopico, non è il delirio di un tiranno confinato in una stanza buia. È la dichiarazione pubblica, ripetuta davanti alle telecamere e rilanciata da tutti i notiziari del pianeta, del presidente degli Stati Uniti d’America. Che un simile linguaggio venga accolto come materiale giornalistico di routine, registrato come cronaca e discusso in termini di tattica negoziale, è già di per sé la misura del punto a cui siamo arrivati. La minaccia di annientamento di una nazione di quasi novanta milioni di abitanti è diventata una leva contrattuale, uno strumento di pressione sui mercati, una battuta da conferenza stampa. E noi, cittadini europei, assistiamo in silenzio, mentre il prezzo della benzina sale e qualcuno, altrove, firma comunicati sulla nostra pelle.

La cronaca di un ricatto travestito da diplomazia
Viene chiamato pomposamente accordo di Islamabad, come se il nome di una capitale fosse sufficiente a conferire dignità a quello che è, nei fatti, un ultimatum mascherato da proposta. Quarantacinque giorni di tregua, presentati come gesto di buona volontà, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, dello smantellamento delle scorte di uranio e di una rinegoziazione complessiva che dovrebbe ridurre l’Iran al rango di protettorato energetico. A Teheran è stato chiesto di consegnare le chiavi di casa propria sotto la minaccia di essere polverizzata entro martedì notte. La risposta iraniana, un controproposta in dieci punti che rivendica la fine definitiva delle ostilità, il risarcimento dei danni subiti e la revoca delle sanzioni, è stata liquidata come insufficiente. In qualsiasi linguaggio umano decente, questa si chiama estorsione. Nel linguaggio delle cancellerie occidentali si chiama negoziato.

Il laboratorio israeliano e il veto alla pace
Mentre Washington recita la parte del poliziotto cattivo e del mediatore possibile, Tel Aviv ha già sciolto ogni ambiguità. Netanyahu bombarda i complessi petrolchimici, colpisce South Pars, rivendica l’uccisione di comandanti e vertici dell’intelligence iraniana come trofei da esporre sui social, e nel frattempo telefona a Trump pregandolo di non fermarsi. Il primo ministro di un governo politicamente moribondo, tenuto in piedi dall’estrema destra suprematista e dalla necessità personalissima di evitare il tribunale, ha bisogno della guerra come ossigeno. Ogni giorno di cessate il fuoco è un giorno in più che lo avvicina alla resa dei conti con il proprio elettorato e con la giustizia del suo Paese. È grottesco, ed è atroce, che la sopravvivenza politica di un uomo possa pesare sulle vite di milioni di civili. Ma è esattamente ciò a cui stiamo assistendo, mentre le istituzioni europee tacciono o, peggio, annuiscono con l’aria imbarazzata di chi teme di disturbare l’alleato.

Chi brinda quando il barile sale
Dietro la retorica della sicurezza collettiva e della difesa dell’ordine internazionale, si muovono interessi concretissimi che nessun telegiornale si prende la briga di nominare. Il prezzo del greggio oscilla sopra i centoquattordici dollari al barile, lo Stoxx 600 brucia oltre millecento miliardi di capitalizzazione, e intanto le grandi compagnie energetiche, i fondi speculativi esposti sulle materie prime, il complesso militare-industriale e le banche d’investimento che gestiscono i derivati sul petrolio registrano trimestrali da incorniciare. Quando l’amministratore delegato della più grande banca americana scrive ai propri azionisti per avvertirli di un imminente shock inflazionistico, non lo fa per allarmare l’opinione pubblica: lo fa perché quella stessa banca si sta già posizionando per trarne profitto. La guerra, nel capitalismo finanziario contemporaneo, non è una disfunzione del sistema. È una delle sue modalità operative più redditizie.

L’Europa come vaso di coccio, per scelta
Chi pagherà il conto di questa partita? Non i diplomatici che la giocano, non gli analisti che la commentano, non i generali che la pianificano. Lo pagheranno le famiglie italiane che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, gli operai degli stabilimenti energivori che vedranno i loro contratti sospesi, i pensionati a reddito fisso travolti da una nuova ondata inflazionistica, i giovani precari per cui l’ennesima stretta monetaria significherà mutui impossibili e affitti fuori portata. Lo pagherà il Sud del mondo, dove ogni dollaro in più sul barile si traduce in fame aggiuntiva e in crisi del debito sovrano. Lo pagheremo tutti, tranne quelli che hanno scelto questa rotta. E la scelta europea, va detto con chiarezza, è stata quella della subalternità volontaria: nessuna politica energetica comune, nessuna iniziativa diplomatica autonoma, nessun tentativo serio di mediazione, solo comunicati di circostanza e allineamento automatico all’alleato d’oltreoceano. Chiamarla neutralità è una bestemmia. È complicità per omissione.

La fabbrica del consenso e il vocabolario della guerra
Si osservi il lessico con cui i grandi media raccontano queste ore. Teheran respinge, Washington propone. Trump avverte, l’Iran minaccia. L’Occidente negozia, la Repubblica islamica resiste. Ogni parola è un piccolo atto politico, ogni scelta lessicale orienta il giudizio prima ancora che il lettore ne sia consapevole. L’ultimatum di Trump diventa fermezza, i raid israeliani diventano operazioni mirate, i civili uccisi diventano danni collaterali, i dieci punti iraniani diventano rigidità ideologica. È la grammatica della guerra preventiva, già vista e già smascherata ai tempi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, delle incubatrici del Kuwait, dei dossier fabbricati sul programma nucleare iracheno. Allora come oggi, la macchina della manipolazione lavora a pieno regime, e chiunque provi a ricordarlo viene etichettato come putiniano, come fiancheggiatore, come utile idiota. Il paradosso è che gli idioti utili, allora come oggi, sono proprio quelli che firmano editoriali a favore delle guerre degli altri senza mai pagarne il prezzo.

Le connessioni rimosse: Ucraina, Gaza, Taiwan
Nessuna di queste crisi è isolabile dalle altre. L’attacco all’Iran distoglie risorse dal fronte ucraino e offre a Mosca un respiro inatteso. La distruzione di Gaza, che continua a sfondare ogni soglia di decenza sotto gli occhi di un’Onu paralizzata, è il laboratorio morale in cui si è normalizzato l’indicibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato condannato da qualsiasi governo democratico. La postura aggressiva verso la Cina nell’Indo-Pacifico, infine, chiude il cerchio di una strategia globale che non ha più niente di difensivo e tutto di imperiale. I nomi dei teatri cambiano, le bandiere dei nemici si alternano, ma la logica è una sola: il tentativo disperato di una superpotenza in declino relativo di conservare con la forza ciò che non riesce più a garantire con il consenso e con la competizione economica. È il crepuscolo di un impero che preferisce incendiare il mondo piuttosto che accettare di dividerlo con altri.

Le responsabilità italiane di cui nessuno parla
E il nostro governo? Il governo italiano, guidato da una destra che si riempie la bocca di sovranità e interesse nazionale, su questa crisi ha scelto la strada più vile: il silenzio operoso. Basi militari a disposizione, logistica garantita, allineamento automatico sulle posizioni atlantiche, nessuna voce che si levi a chiedere almeno una moratoria, una tregua, un corridoio umanitario. La stessa maggioranza che ha appena subito la bocciatura popolare del referendum costituzionale di marzo, la stessa classe dirigente che predica austerità ai poveri mentre finanzia il riarmo, oggi accompagna senza esitazioni il Paese in un conflitto che non ha deciso, non ha discusso in Parlamento, non ha sottoposto al giudizio dei cittadini. La Costituzione che ripudia la guerra, articolo undici, viene citata solo nelle celebrazioni di routine. Nella pratica quotidiana è carta straccia. E la sinistra istituzionale, quando non balbetta, si limita a distinguo tecnici, come se il problema fosse la procedura e non la sostanza.

Una presa di posizione che non può essere rimandata
Ci sono momenti nella storia in cui la neutralità non è possibile e l’equidistanza è una forma di viltà. Questo è uno di quei momenti. Non si tratta di difendere il regime di Teheran, che ha sulle spalle repressioni interne documentate e pagine oscure. Si tratta di rifiutare con fermezza la logica secondo cui un presidente straniero può minacciare l’annichilimento di un popolo come strumento di trattativa, e di pretendere che le istituzioni che ci rappresentano alzino la voce invece di chinare il capo. Si tratta di ricordare che la pace non è un lusso per anime belle: è la precondizione di qualsiasi giustizia sociale, di qualsiasi transizione ecologica, di qualsiasi futuro per i nostri figli. Ogni barile di petrolio in più che pagheremo nelle prossime settimane è la misura esatta del prezzo che il potere ha deciso di farci pagare per le sue scelte. Ed è arrivato il momento di dire, senza ambiguità, che quel prezzo non lo accettiamo. Che non lo paghiamo in nostro nome. Che la guerra non si combatte con gli ultimatum e non si ferma con il silenzio, ma con la mobilitazione di chi ancora crede che le parole pace, giustizia e dignità abbiano un significato concreto. Per noi, oggi, riappropriarcene è già un atto di resistenza.

Fonti
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Yearbook on Armaments, edizioni recenti.

International Energy Agency, Oil Market Report.

United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), rapporti sulla situazione umanitaria in Medio Oriente.

Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti annuali su Iran, Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11.

Transnational Institute, studi sul complesso militare-industriale e sulle economie di guerra.

Bloomberg Intelligence, European Equity Strategy Reports.

Centro studi Archivio Disarmo, analisi sulle spese militari italiane.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Energia, sovranità e realismo strategico: il bivio europeo tra dipendenza e diplomazia

Dalla rottura con Mosca alla crisi del Golfo, l’Europa scopre il costo della coerenza selettiva e l’urgenza di riaprire il dossier energetico con la Russia

L’Europa si trova oggi intrappolata in una contraddizione che non è più sostenibile né sul piano economico né su quello strategico. Dopo aver reciso in nome del diritto internazionale il legame energetico con la Russia, il continente ha progressivamente accettato una nuova dipendenza da fornitori più costosi e politicamente non meno controversi. La crisi innescata dal conflitto con l’Iran ha reso evidente ciò che fino a ieri poteva essere rimosso: la sicurezza energetica europea non è stata rafforzata, ma semplicemente riorientata, con un aumento esponenziale dei costi e una riduzione della sovranità decisionale.

In questo scenario emerge una domanda che, fino a poco tempo fa, era considerata quasi impronunciabile: è davvero esclusa, nel medio periodo, una soluzione diplomatica con la Russia che consenta di ripristinare almeno in parte l’interdipendenza energetica su cui si è fondata per decenni la prosperità europea?

Il contesto storico: interdipendenza come stabilità

Per comprendere la portata di questa ipotesi, è necessario tornare al quadro storico che ha preceduto la rottura del 2022. L’interscambio tra Europa e Russia non era una semplice relazione commerciale, ma un vero e proprio equilibrio strategico. L’Europa garantiva domanda stabile e tecnologia industriale, la Russia forniva energia a basso costo. Questo scambio ha sostenuto per anni la competitività dell’industria europea, in particolare quella tedesca e italiana, e ha contribuito a stabilizzare il continente anche nei momenti di tensione geopolitica.

La fine di questo equilibrio non è stata soltanto il risultato dell’invasione dell’Ucraina, ma il punto di rottura di una traiettoria più lunga, segnata dall’espansione della NATO, dalle crisi post-sovietiche e dalla progressiva erosione degli spazi di dialogo tra Mosca e l’Occidente. L’invasione resta una violazione del diritto internazionale, ma la sua genesi si colloca in un contesto di conflitto sistemico che rende difficile immaginare soluzioni durature basate esclusivamente sulla logica sanzionatoria.

Attori e interessi: tra allineamento e autonomia mancata

Nel nuovo assetto energetico europeo, gli Stati Uniti hanno consolidato una posizione dominante come fornitori di GNL, trasformando una relazione politica in una dipendenza economica. Il Qatar e altri produttori hanno completato il quadro, ma senza poter offrire la stessa continuità e convenienza del gas russo via pipeline.

In questo contesto, l’Europa ha progressivamente rinunciato a una politica energetica autonoma, scegliendo un allineamento quasi totale con la strategia statunitense. Questa scelta ha una logica geopolitica — rafforzare il fronte occidentale — ma comporta costi economici e strategici crescenti, soprattutto in uno scenario di instabilità globale.

La Russia, dal canto suo, ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, riorientando le proprie esportazioni verso l’Asia e consolidando i rapporti con Cina e India. Questo riduce l’efficacia delle sanzioni e rende più complesso un eventuale riavvicinamento, ma non lo esclude.

Energia e diplomazia: un’opzione rimossa

È proprio su questo punto che si apre uno spazio di riflessione strategica. L’ipotesi di una soluzione diplomatica con la Russia non implica una legittimazione dell’invasione dell’Ucraina, né un ritorno acritico al passato. Implica, piuttosto, il riconoscimento che l’energia è un terreno di interdipendenza che può essere utilizzato anche come leva per la stabilizzazione.

Una riapertura graduale dei canali energetici potrebbe essere parte di un più ampio accordo che includa sicurezza europea, status dell’Ucraina e garanzie reciproche. Non si tratterebbe di “tornare indietro”, ma di costruire un nuovo equilibrio in cui l’Europa recuperi margini di autonomia senza rinunciare ai propri principi.

L’alternativa, come dimostrano gli eventi recenti, è una dipendenza crescente da fornitori più costosi e da rotte più vulnerabili, esposte a crisi geopolitiche come quella del Golfo Persico.

La guerra delle narrazioni: tra morale e realpolitik

Uno degli ostacoli principali a questa opzione è di natura narrativa. Il discorso pubblico europeo ha costruito una rappresentazione fortemente polarizzata del conflitto, in cui ogni ipotesi di dialogo con la Russia viene percepita come una forma di cedimento.

Tuttavia, la storia delle relazioni internazionali mostra che anche nei momenti di massima tensione — dalla Guerra fredda agli accordi sul nucleare — il dialogo è stato uno strumento indispensabile per evitare escalation incontrollate. La selettività con cui viene applicato il principio del diritto internazionale, soprattutto alla luce delle recenti azioni statunitensi in Medio Oriente, rende questa rigidità ancora più difficile da sostenere.

Il risultato è una crescente dissonanza tra la retorica ufficiale e la realtà materiale, che rischia di alimentare sfiducia e disaffezione nelle opinioni pubbliche europee.

Connessioni globali: un sistema in trasformazione

La crisi energetica europea si inserisce in un contesto globale segnato dalla transizione verso un ordine multipolare. La cooperazione tra Russia e Cina, le ambizioni energetiche dei paesi del Golfo, le tensioni in Medio Oriente e la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sono tutti elementi di un sistema in rapido mutamento.

In questo scenario, l’Europa rischia di essere schiacciata tra blocchi contrapposti, priva di una strategia autonoma e costretta a reagire agli eventi piuttosto che a governarli.

La questione energetica è il punto di intersezione di queste dinamiche: chi controlla l’energia controlla, in larga misura, il futuro economico e politico.

Oltre il neoliberismo: crisi e ricostruzione

La crisi attuale mette in discussione anche il paradigma economico che ha guidato le politiche europee negli ultimi decenni. L’idea di un mercato globale capace di autoregolarsi si scontra con il ritorno della geopolitica come fattore dominante.

In questo contesto, la sicurezza energetica non può essere affidata esclusivamente al mercato, ma richiede una visione strategica che integri politica industriale, diplomazia e investimenti pubblici.

Le rinnovabili rappresentano una parte fondamentale di questa strategia, ma non possono, nel breve periodo, sostituire completamente le fonti fossili. La transizione energetica è un processo, non un evento, e richiede tempo, risorse e stabilità geopolitica.

Scenari futuri: quattro traiettorie possibili

Il quadro che emerge è più complesso di una semplice alternativa tra dipendenza e autonomia. Le traiettorie possibili sono almeno quattro.

La prima è la prosecuzione dell’attuale modello, con un’Europa sempre più dipendente dal GNL statunitense e vulnerabile alle crisi globali.

La seconda è un’accelerazione della transizione energetica, con investimenti massicci in rinnovabili e infrastrutture, ma con costi elevati e tempi lunghi.

La terza è una frammentazione interna, in cui i singoli Stati membri perseguono strategie autonome, indebolendo ulteriormente la coesione europea.

La quarta, finora rimossa dal dibattito, è una riapertura diplomatica verso la Russia, inserita in un quadro più ampio di sicurezza europea. Questa opzione non è priva di rischi né di ostacoli politici, ma rappresenta l’unica che potrebbe, nel medio periodo, ridurre simultaneamente i costi energetici, aumentare la stabilità e restituire all’Europa un margine di autonomia strategica.

Il ritorno della scelta politica

L’Europa si trova di fronte a un bivio che non può più essere eluso. Continuare sulla strada attuale significa accettare una condizione di subalternità strutturale e di vulnerabilità permanente. Aprire a una revisione delle proprie scelte, inclusa la possibilità di una soluzione diplomatica con la Russia, significa invece riconoscere che la geopolitica non è un terreno di purezza morale, ma di equilibrio tra principi e interessi.

In ultima analisi, la questione energetica rimanda a una domanda più ampia: l’Europa vuole essere un attore strategico o un semplice spazio economico all’interno di equilibri decisi altrove? La risposta a questa domanda determinerà non solo il prezzo dell’energia, ma il ruolo stesso del continente nel mondo che sta emergendo.

Fonti

International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook
BP Statistical Review of World Energy
Bruegel, European energy security analysis
Council on Foreign Relations, Global Energy Security Reports
Chatham House, Energy transition and geopolitics
European Commission, REPowerEU Plan
U.S. Energy Information Administration (EIA), LNG export data
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Security and conflict reports

Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal

Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.

La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout

Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.

Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.

In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”. I nomi che emergono sono pesanti, con un baricentro evidente nel mondo oil and gas e nella chimica globale: ExxonMobil, Chevron, Dow Chemical, Koch Industries, TotalEnergies. L’obiettivo non appare come un aggiustamento tecnico o un compromesso fisiologico. Il centro della manovra sembra essere lo svuotamento politico della direttiva, fino a renderla innocua.

La tecnica del “divide et impera” parlamentare

Il cuore della strategia non è soltanto la pressione economica. È l’ingegneria politica della maggioranza. Dai documenti e dalle ricostruzioni disponibili emerge una metodologia quasi da manuale:

costruire un fronte pro-business trasversale spingere il relatore verso un’alleanza stabile con i gruppi di destra usare ECR come ponte verso l’estrema destra più dura dividere Renew e S&D sfruttando le delegazioni nazionali

Questa architettura si innesta nella fase in cui la Commissione ha aperto lo spazio istituzionale per la retromarcia, proponendo il pacchetto di semplificazione “Omnibus I” il 26 febbraio 2025, ufficialmente per ridurre gli oneri amministrativi e riequilibrare competitività e sostenibilità.

Il Consiglio ha poi assunto una posizione negoziale di semplificazione il 23 giugno 2025, trattando il dossier come priorità economica. E il Parlamento è arrivato al nodo politico dell’autunno con il voto in plenaria del 13 novembre 2025 e il ruolo centrale del relatore Jörgen Warborn.

Il quadro complessivo suggerisce una tendenza più ampia: la deregolazione presentata come modernizzazione, e la sostenibilità ridotta a cornice narrativa, non più a vincolo reale.

L’Italia come perno di una minoranza di blocco

Dentro questa geometria di potere, l’Italia emerge come possibile perno di una minoranza di blocco utile a colpire la responsabilità civile armonizzata e a indebolire gli obblighi più scomodi della direttiva.

È una dinamica coerente con la nuova grammatica del potere europeo. Quando una norma rischia di toccare margini industriali e finanziari, la battaglia non si combatte solo nei corridoi di Bruxelles. Si combatte nelle capitali, nei grandi forum globali, in quegli incontri laterali dove l’agenda reale spesso non coincide con quella ufficiale.

Il braccio americano e l’ombra del negoziato commerciale

Il dato più istruttivo è forse quello transatlantico. L’offensiva ha cercato di trasformare la CSDDD in una “barriera non tariffaria”, portandola dentro il lessico delle trattative commerciali USA-UE e sollecitando un aumento di pressione da Washington.

Nel frattempo, anche attori energetici non europei hanno alzato la posta. Un segnale forte è arrivato dal Qatar, che nei primi giorni di dicembre 2025 ha ribadito le sue critiche alla direttiva e si è detto fiducioso che l’Unione arrivi a un compromesso entro fine mese, contestando in particolare il livello delle sanzioni potenziali.

Questa pressione esterna rende la partita ancora più politica. Non si discute solo di filiere etiche. Si discute di equilibri energetici, di dipendenze strategiche, e di quale tipo di globalizzazione l’Europa voglia accettare o subire.

La contraddizione che divora il Green Deal

Il punto non è negare che alcune imprese fatichino a implementare diligence complesse. Il punto è un altro: quando la “semplificazione” diventa un cavallo di Troia per eliminare i piani di transizione climatica, ridurre la responsabilità lungo le filiere extra-UE e depotenziare la leva della responsabilità civile, non siamo più nel campo della manutenzione normativa. Siamo nel campo della restaurazione industriale.

Il patto tra una parte della destra europea e gli interessi fossili assume così una forma concreta: usare maggioranze alternative come grimaldello permanente per ridisegnare il Green Deal da progetto trasformativo a etichetta compatibile con qualunque status quo.

Non a caso, nell’autunno 2025 alcuni grandi gruppi industriali hanno spinto apertamente per l’abolizione della direttiva, segnalando che l’obiettivo massimo non è l’attenuazione ma la cancellazione.

Che cosa ci dice davvero questa storia

Questa vicenda è un promemoria duro e utile:

Le norme ambientali più efficaci sono quelle che toccano profitti e responsabilità legale. Le lobby non cercano solo di convincere: cercano di ricostruire maggioranze. La parola “competitività” può essere un concetto economico legittimo o un’arma retorica totale. Dipende da chi la impugna e per cosa. Il Green Deal è ormai un campo di battaglia sulla democrazia economica europea.

In altre parole, la partita sulla CSDDD non è un capitolo tecnico tra tanti. È un test di sovranità politica. Se l’Europa accetta che la sostenibilità venga riscritta da una coalizione di interessi fossili e da un nuovo asse parlamentare di destra, allora il Green Deal non viene “corretto”. Viene addomesticato.

E un Green Deal addomesticato è come un ombrello bucato in pieno temporale: ti fa credere di essere protetto proprio mentre ti stai bagnando fino alle ossa.

Fonti

Somo, documenti e ricostruzioni sul ruolo di Teneo e dell’alleanza industriale contro la direttiva sul dovere di vigilanza. Mediapart, inchiesta sulla strategia di lobbying delle multinazionali fossili e chimiche in Europa. Commissione europea, documentazione ufficiale sulla CSDDD e sul pacchetto di semplificazione “Omnibus I” (26 febbraio 2025). Consiglio dell’Unione europea, posizione negoziale sulla semplificazione della normativa (23 giugno 2025). Parlamento europeo, iter e passaggi di voto relativi alla revisione della direttiva (voto del 13 novembre 2025). Politico e altre testate europee, ricostruzioni sul clima politico e sulle nuove maggioranze alternative attorno ai dossier del Green Deal. Dichiarazioni e prese di posizione di attori energetici extra-UE sul dossier CSDDD, inclusi i rilievi del Qatar (dicembre 2025).

“Don’t Look Up” dall’oceanoAMOC, 2050 e l’umanità in piedi sulla scogliera

C’è una scena che ormai fa parte del nostro immaginario: in Don’t Look Up (2021), il film di Adam McKay, due scienziati scoprono una cometa che distruggerà la Terra. Provano a dirlo al mondo, ma la politica gioca a rimandare, i media trasformano la catastrofe in un talk show, i social riducono tutto a meme, un miliardario della tecnologia cerca di farci affari. Alla fine, la cometa arriva davvero.

Quel “non guardare in alto” del titolo è un ordine politico, mediatico e culturale: non guardare il problema, non disturbare il mercato, non interrompere lo show.

Se spostiamo lo sguardo dall’astronomia ai mari, oggi abbiamo qualcosa di analogo: il possibile collasso dell’AMOC, la grande corrente atlantica che tiene in piedi il nostro clima. Non c’è un asteroide nel cielo, ma c’è un oceano che manda segnali sempre più chiari. E, come nel film, la reazione dominante è: minimizzare, rinviare, trasformare l’allarme in rumore di fondo.

  1. La corrente invisibile che rende abitabile l’Europa

L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un gigantesco “nastro trasportatore” di calore: porta acqua calda e salata dai tropici verso Nord, dove si raffredda, diventa più densa, sprofonda fino a 3.000 metri e torna verso Sud come corrente profonda. È uno dei pilastri del clima terrestre.

Grazie all’AMOC, l’Europa occidentale è molto più mite di quanto la sola latitudine farebbe pensare. Senza questo flusso, città come Londra o Parigi avrebbero inverni molto più duri. Questa corrente trasporta una quantità di calore enormemente superiore a tutta l’energia che l’umanità produce in un anno: è un’infrastruttura termica gratuita, costruita dall’oceano in milioni di anni.

Il motore dell’AMOC è la combinazione di temperatura e salinità: l’acqua fredda e salata è più densa e tende a sprofondare. Ma il riscaldamento globale sta accelerando la fusione dei ghiacci della Groenlandia e dell’Artico, riversando enormi quantità di acqua dolce nel Nord Atlantico. Più acqua dolce significa meno salinità, quindi meno densità. Il risultato: il motore si inceppa.

  1. Dal “quasi impossibile” al “altamente probabile”

Per anni il collasso dell’AMOC è stato trattato come uno scenario estremo: l’IPCC lo definiva un evento a “bassa probabilità ma alto impatto” entro il 2100, pur riconoscendo l’incertezza e la gravità di un’eventuale crisi.

Poi è arrivato lo studio di Peter e Susanne Ditlevsen, pubblicato nel 2023 su Nature Communications. Analizzando le variazioni della temperatura superficiale del mare e i segnali tipici di un sistema che si avvicina a un punto critico, gli autori hanno stimato che il collasso dell’AMOC potrebbe verificarsi tra il 2025 e il 2095, con maggiore probabilità attorno alla metà del secolo.

Da allora, altri lavori hanno rafforzato l’allarme:
• uno studio pubblicato nel 2025 ha concluso che il collasso non può più essere considerato “poco probabile” e che, anche in scenari di riduzione parziale delle emissioni, il rischio resta significativo nei prossimi 50–100 anni, con il punto di non ritorno che potrebbe essere superato già nelle prossime decadi;
• un’altra ricerca, usando un nuovo indicatore basato su calore e salinità (surface buoyancy flux), suggerisce che l’AMOC sta già indebolendosi e potrebbe iniziare a collassare tra il 2055 e il 2063 se le emissioni continuassero a crescere.

Nel 2025 l’Islanda ha classificato ufficialmente il possibile collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale ed esistenziale, inserendolo tra le priorità del Consiglio di sicurezza e avviando piani di adattamento per energia, infrastrutture e cibo. È un segnale politico chiaro: ciò che per anni è stato confinato nei capitoli speciali dei rapporti scientifici sta entrando nel linguaggio della sicurezza e della sopravvivenza.

Nel frattempo, però, la narrativa pubblica dominante continua a trattare l’AMOC come una curiosità per addetti ai lavori. È la versione climatica del “non guardare in alto”: non guardare al mare, continua a guardare il talk show.

  1. La Macchia Blu: il faro dell’Atlantico

A occhio nudo non vediamo la corrente cambiare. Ma i satelliti sì.

Se guardiamo le mappe del riscaldamento globale degli oceani, quasi tutto l’Atlantico diventa rosso e arancione: acque più calde rispetto alla media del Novecento. Tranne una zona: nel Nord Atlantico, a sud della Groenlandia, compare una grande “macchia blu”, l’unica area del mondo oceanico che non si scalda, in alcuni periodi si raffredda.

Quella macchia fredda è un faro: indica che qualcosa non funziona nella redistribuzione del calore. È uno dei segnali che gli scienziati collegano al rallentamento dell’AMOC.

Per superare la scarsità di dati diretti (abbiamo osservazioni strumentali dettagliate dell’AMOC solo dal 2004), la ricerca ha incrociato:
• ricostruzioni paleoclimatiche ricavate dai sedimenti marini, che raccontano le crisi passate della circolazione atlantica su scale di migliaia di anni;
• misure di temperatura superficiale dell’oceano raccolte da navi e boe nell’ultimo secolo;
• analisi statistiche dei “segnali di allarme precoce” tipici dei sistemi complessi vicini a un punto di rottura.

Il quadro che emerge è coerente: ciò che vediamo oggi – macchia fredda, rallentamento, perdita di stabilità – assomiglia a ciò che la Terra ha già vissuto prima di grandi riorganizzazioni della circolazione oceanica. Con una differenza gigantesca: questa volta sopra il pianeta vivono otto miliardi di persone, legate da reti alimentari, energetiche, finanziarie globali.

  1. Una glaciazione selettiva in un pianeta che si surriscalda

Un errore frequente è immaginare l’AMOC come un interruttore apocalittico che spegne il riscaldamento globale e ci riporta nell’era glaciale. Non è così. Il riscaldamento continua, ma il calore si ridistribuisce in modo diverso e potenzialmente disastroso.

Gli studi indicano che, in caso di forte indebolimento o collasso, l’Europa nord-occidentale potrebbe sperimentare inverni molto più freddi, con stagioni più lunghe e instabilità meteo: ondate di gelo, tempeste atlantiche più intense, impatti durissimi su agricoltura e sistemi energetici. Alcune stime parlano di perdite fino al 30% della produzione agricola in alcune regioni europee.

Al tempo stesso, i modelli mostrano:
• un aumento del livello del mare sopra la media globale lungo certe coste europee e nordamericane, proprio a causa della riorganizzazione delle correnti;
• cambiamenti profondi nella fascia tropicale: spostamento della zona delle piogge equatoriali, monsoni destabilizzati in Africa, India e Sud America, con conseguenze enormi per le regioni dipendenti da agricoltura pluviale.

È una sorta di “glaciazione selettiva” in un pianeta che continua nel complesso a scaldarsi: alcune regioni diventano più fredde e instabili, altre più torride e siccitose. Un incubo per la sicurezza alimentare e per le migrazioni, non un semplice problema di “fare più caldo o più freddo”.

  1. “Don’t Look Up”: il film che ci aveva già spiegato tutto

Torniamo al film. Don’t Look Up nasce esplicitamente come allegoria della crisi climatica: il creatore Adam McKay ha raccontato che l’idea gli è stata proposta dal giornalista David Sirota, che aveva paragonato il cambiamento climatico a una cometa che si dirige verso la Terra.

Nel film, la cometa è il tipping point: l’evento che, una volta innescato, non puoi più fermare. Il resto del racconto è una satira accurata di tutto ciò che oggi rende difficile reagire alla crisi climatica:
• un potere politico cinico, che misura ogni decisione in termini di consenso a breve termine;
• media che trasformano anche la fine del mondo in un segmento “leggero” da talk show, da bilanciare con gossip e intrattenimento;
• social network che assorbono l’allarme in un flusso di meme, insulti, campagne coordinate;
• un miliardario della tecnologia che promette una soluzione miracolosa – spezzare la cometa per estrarne minerali rari – trasformando l’emergenza globale in un’opportunità di business.

Non è un caso se diversi climatologi hanno scritto che Don’t Look Up è, per loro, una rappresentazione molto fedele della follia collettiva con cui affrontiamo il riscaldamento globale: più che una caricatura, uno specchio deformante ma riconoscibile.

Se sostituiamo la cometa con il collasso dell’AMOC (o con altri punti di non ritorno: scioglimento irreversibile dei ghiacciai, morte della foresta amazzonica, sbiancamento permanente delle barriere coralline), vediamo lo stesso copione:
• gli scienziati lanciano allarmi dettagliati;
• la politica li diluisce in promesse vaghe;
• le lobby fossili spingono per guadagnare tempo;
• l’opinione pubblica oscilla tra panico momentaneo e rimozione.

  1. Sapevano. E hanno scelto lo stesso di non guardare in alto

Questa non è una tragedia dovuta all’ignoranza. È una tragedia dovuta alla scelta.

Già nel 1979 il famoso Charney Report, commissionato dalla National Academy of Sciences statunitense, concludeva che un raddoppio della CO₂ avrebbe portato a un riscaldamento significativo del pianeta, con cambiamenti climatici potenzialmente gravi. Era un documento ufficiale, destinato ai decisori politici.

Negli anni successivi, le grandi compagnie petrolifere hanno finanziato ricerche interne ancora più precise. Un’analisi pubblicata su Science nel 2023 ha mostrato che le proiezioni climatiche elaborate dagli scienziati di ExxonMobil tra il 1977 e il 2003 erano sorprendentemente accurate: prevedevano con grande precisione l’andamento reale delle temperature globali in funzione delle emissioni.

Eppure, in pubblico, la stessa compagnia ha per anni minimizzato, messo in dubbio o attivamente contrastato la scienza del clima, finanziando think tank e campagne di disinformazione. Un’inchiesta di InsideClimate News, Exxon: The Road Not Taken, ha ricostruito questa storia in dettaglio: la strada non intrapresa è quella in cui si decideva di cambiare modello energetico proprio quando si aveva la conoscenza per farlo.

Documenti emersi di recente mostrano che il settore fossile sapeva dei rischi legati alle emissioni di CO₂ addirittura dagli anni Cinquanta, quando finanziava ricerche pionieristiche sulle concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera.

Oggi, una parte della stessa industria alimenta l’illusione che tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) possano permetterci di continuare quasi come prima, nonostante evidenze crescenti indichino che, per come sono state implementate finora, queste soluzioni hanno benefici climatici limitati e servono soprattutto a prolungare la vita dei combustibili fossili.

Siamo oltre la semplice cecità: siamo di fronte a un modello economico che, per difendere i propri profitti, ha deliberatamente scelto di “non guardare in alto” anche quando aveva sotto mano i dati per capire cosa stava arrivando.

  1. Perché non ci muoviamo? La psicologia del suicidio al rallentatore

Se un film come Don’t Look Up ha avuto tanto impatto è perché racconta qualcosa che conosciamo nel profondo: la difficoltà umana a reagire a pericoli lenti ma cumulativi.

Il nostro cervello è tarato sui rischi immediati, visibili, personali: il predatore, la guerra, il terremoto. La crisi climatica – e, dentro di essa, un possibile collasso dell’AMOC – è invece un pericolo che si accumula nel tempo, che non ha un volto preciso, che spesso colpisce altrove prima di arrivare da noi. È perfetta per essere rimossa.

Politicamente, poi, il problema è amplificato da tre fattori:
• i costi delle trasformazioni ricadono nel breve periodo, mentre i benefici maggiori – evitare scenari catastrofici – arrivano tra decenni;
• i governi rispondono su orizzonti elettorali di pochi anni, non sulle scale temporali di un sistema climatico;
• le disuguaglianze globali fanno sì che chi ha contribuito di più al problema (paesi ricchi, élite economiche) sia anche quello meglio attrezzato per proteggerne i propri interessi nel breve periodo, scaricando i danni sui più vulnerabili.

Don’t Look Up mette in scena tutto questo: il presidente che pensa alle elezioni, il miliardario che pensa al proprio portafoglio, i conduttori che pensano allo share. La differenza è che nel film il conto arriva in sei mesi; nella realtà parliamo di decenni. Ma la dinamica è la stessa.

  1. Il 2050 non è una sceneggiatura: è una scelta politica

Quando leggiamo che il collasso dell’AMOC è possibile “intorno al 2050”, rischiamo di interpretarlo come una profezia scolpita nella pietra. Non lo è.

Si tratta di traiettorie condizionate dalle nostre azioni. Gli studi lo dicono con chiarezza:
• maggiore è il livello di riscaldamento globale, maggiore è la probabilità di innescare punti di non ritorno;
• riduzioni rapide e profonde delle emissioni – in particolare l’uscita dai combustibili fossili – abbassano il rischio, anche se non lo annullano del tutto, perché il sistema ha inerzie e incertezze.

Il 2050, insomma, non è un appuntamento inevitabile: è il risultato cumulativo di ogni centrale a carbone tenuta aperta, di ogni trivellazione nuova approvata, di ogni rinvio su efficienza, trasporti, agricoltura, consumo materiale.

La grande assente, in questa discussione, è la parola “giustizia”. La crisi dell’AMOC – come gli altri tipping point – colpirà in modo sproporzionato i paesi e le comunità che hanno meno responsabilità storica per le emissioni. Quando parliamo di rischi per i monsoni asiatici o per le piogge in Africa occidentale, stiamo parlando della vita quotidiana di centinaia di milioni di persone.

Continuare a “non guardare in alto”, in questo contesto, non è solo irresponsabile: è profondamente ingiusto.

  1. Tornare indietro dalla scogliera (e finalmente guardare in alto)

Verso la fine di Don’t Look Up, c’è una scena silenziosa: gli scienziati e le loro famiglie si siedono a tavola, si tengono per mano, condividono un ultimo pasto mentre la cometa sta per colpire. È una scena dolce e terribile: l’umanità che, dopo aver fatto di tutto per non ascoltare, si ritrova a salutarsi.

Dal punto di vista climatico, noi non siamo ancora lì. Non siamo ancora all’ultima cena prima dell’impatto. Siamo ancora nel tempo in cui si può decidere di ridurre drasticamente le emissioni, di fermare l’espansione fossile, di pianificare una transizione giusta per lavoratori e comunità, di spostare soldi dalle fonti di rischio alle soluzioni reali.

La metafora dell’uomo sulla scogliera che aspetta lo tsunami ci parla di impotenza. Ma la politica, l’economia, la cultura non sono forze di natura: sono scelte. Possiamo ancora decidere di scendere dalla scogliera, di non vivere come personaggi di un film già scritto.

“Don’t Look Up” ci ha mostrato quanto sia assurdo ridere, litigare sui social e fare campagne elettorali mentre una cometa si avvicina. La possibile crisi dell’AMOC (insieme alle altre soglie climatiche) ci dice che quella situazione, oggi, è più vicina di quanto pensassimo.

La domanda vera è se vogliamo continuare a recitare quella parte o se, finalmente, vogliamo alzare lo sguardo – verso il cielo, verso gli oceani, verso le generazioni che verranno – e cambiare sceneggiatura prima che la Terra diventi il set del nostro ultimo film.

Note

[1] Don’t Look Up è un film del 2021 diretto da Adam McKay, scritto con David Sirota, con un cast corale che comprende Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep e altri. Il film è stato concepito esplicitamente come allegoria della crisi climatica e satira dell’indifferenza politico-mediatica.

[2] Diversi commentatori e studiosi di comunicazione hanno analizzato il film come una critica delle dinamiche di comunicazione scientifica, della polarizzazione politica e della spettacolarizzazione mediatica dell’emergenza climatica.

[3] Ditlevsen P., Ditlevsen S., “Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation”, Nature Communications, 14, 4254 (2023), con correzione pubblicata nel 2025. Lo studio utilizza indicatori statistici di avvicinamento al tipping point applicati a serie di dati sulle temperature superficiali del Nord Atlantico.

[4] L’IPCC, nel Rapporto AR6 (Gruppo di lavoro 1), classifica il collasso dell’AMOC come evento a bassa probabilità ma ad alto impatto entro il 2100, pur riconoscendo incertezze e rischi crescenti con l’aumento delle temperature globali.

[5] Uno studio pubblicato su Environmental Research Letters e sintetizzato da varie testate internazionali nel 2025 conclude che il collasso dell’AMOC non può più essere considerato “low-likelihood” e che il punto di non ritorno potrebbe essere superato nelle prossime decadi, con il collasso nei successivi 50–100 anni.

[6] Analisi recenti basate su un nuovo indicatore di galleggiamento superficiale (surface buoyancy flux) suggeriscono che l’AMOC si sta indebolendo e potrebbe iniziare a collassare tra metà secolo e i primi anni Sessanta, in scenari di forti emissioni.

[7] Nel 2025 l’Islanda ha classificato il potenziale collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale, avviando valutazioni su energia, cibo, infrastrutture e trasporti.

[8] Il Charney Report (Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment, National Research Council, 1979) rappresenta una pietra miliare: già allora gli scienziati concludevano che l’aumento della CO₂ avrebbe riscaldato il pianeta con impatti potenzialmente gravi.

[9] Lo studio di Supran et al., pubblicato su Science nel 2023, mostra che le proiezioni interne di ExxonMobil sul riscaldamento globale (1977–2003) erano mediamente molto accurate, in contrasto con le posizioni pubbliche dell’azienda.

[10] L’inchiesta giornalistica Exxon: The Road Not Taken (InsideClimate News) ricostruisce in dettaglio come la compagnia avesse compreso il rischio climatico già dagli anni Settanta, scegliendo tuttavia di non cambiare modello di business e di finanziare campagne di disinformazione.

[11] Documenti emersi nel 2024 mostrano che il settore fossile aveva finanziato ricerche sulla CO₂ e i suoi effetti climatici già negli anni Cinquanta, con piena consapevolezza del problema ben prima del dibattito pubblico contemporaneo.

[12] L’IPCC AR6 e successive analisi sui tipping points climatici evidenziano che, con l’aumento del riscaldamento globale, cresce la probabilità di shock improvvisi e irreversibili in sistemi come calotte glaciali, correnti oceaniche e grandi foreste, con effetti su scala di secoli o millenni.

Sitografia essenziale
• Voce “Don’t Look Up” (2021), film di Adam McKay, in enciclopedie e database cinematografici online.
• H. Little, “The science communication of Don’t Look Up”, Journal of Science Communication (2022).
• Articoli e commenti sul valore allegorico del film rispetto alla crisi climatica e alla comunicazione scientifica.
• P. Ditlevsen, S. Ditlevsen, “Warning of a forthcoming collapse of the Atlantic meridional overturning circulation”, Nature Communications 14, 4254 (2023), e relativa correzione del 2025.
• IPCC, Sixth Assessment Report, Working Group I, in particolare il Capitolo 9 (“Ocean, Cryosphere and Sea Level Change”) e il Technical Summary.
• Studi recenti sul rischio di collasso dell’AMOC pubblicati su Environmental Research Letters e altre riviste, sintetizzati da articoli di stampa internazionale.
• Agenzie di stampa e analisi politiche sul riconoscimento da parte dell’Islanda del collasso dell’AMOC come rischio per la sicurezza nazionale.
• National Research Council, Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment (Charney Report, 1979).
• G. Supran et al., “Assessing ExxonMobil’s global warming projections”, Science (2023), e commenti correlati.
• Serie di inchieste Exxon: The Road Not Taken (InsideClimate News).
• Ricostruzioni storiche sul ruolo dell’industria fossile nel finanziamento della ricerca sul clima e nella successiva disinformazione.

Addio, transizione ecologica: a Bruxelles il PPE sceglie i padroni contro il pianeta

La scena è questa: a Bruxelles il Parlamento europeo vota il pacchetto Omnibus I, presentato dalla Commissione come “semplificazione” delle norme su reporting di sostenibilità e due diligence delle imprese. In realtà si tratta di un vero e proprio svuotamento del corpo centrale del Green Deal: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). A guidare l’operazione è il Partito popolare europeo, che abbandona la “maggioranza Ursula” e costruisce un nuovo blocco con l’estrema destra: ECR, Patrioti (con Lega, Le Pen e Orbán) e il gruppo delle “nazioni sovrane”, legato all’AfD tedesca.

Il risultato è noto: 382 voti a favore, 249 contrari, 13 astenuti. Numeri che descrivono non una “semplificazione tecnica”, ma uno spostamento politico netto a destra su uno dei terreni chiave del conflitto contemporaneo: chi paga il costo della crisi climatica e delle violazioni dei diritti lungo le catene globali del valore.

Un Green Deal svuotato dall’interno

La narrazione ufficiale parla di “riduzione degli oneri amministrativi”, “fine della burocrazia europea”, “ritorno del buonsenso”, come ha esultato il leader del PPE Manfred Weber. Ma, letta nel merito, la decisione del Parlamento è una severa resa alle pressioni delle grandi lobby industriali ed energetiche, che da mesi incalzano per annacquare le norme su trasparenza, responsabilità nelle filiere e piani di transizione climatica.

Cosa cambia concretamente?

• La soglia di applicazione degli obblighi di reporting e due diligence viene alzata a livelli tali da escludere la stragrande maggioranza delle imprese. Per il reporting di sostenibilità, saranno obbligate solo le aziende con più di 1.750 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato; per la due diligence, solo colossi con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato.

• Sparisce l’obbligo per le imprese di predisporre un piano di transizione compatibile con l’Accordo di Parigi: cancellata, di fatto, la pretesa che il modello di business sia coerente con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale.

• Viene meno l’obbligo di chiedere informazioni sulla sostenibilità lungo l’intera filiera: le catene di subappalti e fornitori – spesso quelle dove si annidano lavoro minorile, sfruttamento e deforestazione – tornano nell’ombra, ridotte a un livello di “informazione minima” e, in molti casi, puramente volontaria.

• Le responsabilità giuridiche vengono riportate a livello nazionale, indebolendo l’idea stessa di un quadro vincolante europeo, proprio mentre Nazioni Unite, esperti indipendenti e oltre 150 organizzazioni della società civile chiedevano di non riaprire al ribasso la legislazione conquistata con fatica negli ultimi anni.

Il messaggio è chiaro: l’Europa che si presentava come avanguardia della transizione ecologica decide di blindare lo spazio di manovra delle grandi multinazionali, scaricando ancora una volta costi sociali e ambientali su lavoratori, comunità e paesi del Sud globale.

Il ruolo del PPE: partito di sistema o partito di blocco sociale?

Il dato politico più grave è la scelta del PPE di costruire in modo esplicito una maggioranza alternativa stabile a destra. Come hanno sottolineato varie analisi a caldo, la stessa giornata di voto racconta un doppio movimento: da un lato, il PPE approva con la piattaforma “pro-europea” (socialisti, liberali, verdi) il target di riduzione delle emissioni del 90% al 2040; dall’altro, usa la stessa forza numerica per smontare gli strumenti che dovrebbero rendere credibile e socialmente giusta quella transizione.

È una schizofrenia solo apparente. In realtà, la linea è coerente con la strategia di Weber: dietro il racconto di un centro “responsabile” che tiene insieme ambiente e competitività, il PPE decide che i costi del cambiamento non devono toccare troppo profondamente il potere delle grandi imprese. I target climatici a lungo termine restano, purché siano sterilizzati gli strumenti che potrebbero trasformarli in vincoli concreti su governance aziendale, investimenti, scelta dei fornitori, rapporti con i territori.

La costruzione di una maggioranza con l’estrema destra, a partire da italiani e francesi, non è un incidente tattico ma un salto di qualità: legittima come “alleato di governo” un blocco politico che nega sistematicamente la crisi climatica o la riduce a una guerra ideologica contro i “burocrati di Bruxelles” e gli “ambientalisti radical chic”. E manda un messaggio ai governi: la bussola non è più il compromesso europeista tra famiglie tradizionali, ma l’asse tra conservatorismo di mercato e nazionalismo reazionario.

Socialisti prigionieri, opposizioni isolate

In questo quadro, la posizione dei socialisti europei rivela tutta la crisi del campo progressista. Il gruppo S&D ha votato compatto contro il testo finale, con parole durissime sul rischio di trasformare la due diligence in una foglia di fico, capace solo di coprire l’agenda delle destre e degli interessi più forti. Ma questa presa di posizione si ferma a metà strada: non arriva a dichiarare finita la maggioranza Ursula, né a porre un ultimatum politico al PPE.

La conseguenza è una schizofrenia speculare a quella dei popolari. I socialisti denunciano – a ragione – di non voler essere ridotti a “foglia di fico” per un programma di estrema destra, ma continuano a tenere in piedi l’architettura che permette a quel programma di affermarsi e normalizzarsi, nel nome della “governabilità” europea.

Le forze di sinistra e i verdi più coerenti finiscono così isolate: sufficienti a segnare il dissenso, insufficienti per ribaltare i rapporti di forza. E mentre l’asse PPE–estrema destra costruisce una propria agenda comune su clima, bilancio pluriennale e agricoltura, la cosiddetta “maggioranza europeista” si rivela sempre più una formula vuota, buona per i comunicati stampa ma incapace di difendere davvero il terreno conquistato sulle politiche climatiche e sociali.

La retorica contro la “burocrazia” come arma di classe

Dietro tutte le parole d’ordine usate per giustificare il voto – “semplificazione”, “fine della burocrazia”, “alleggerimento per le PMI” – si intravede la vecchia logica dell’Europa delle imprese: quando si tratta di imporre vincoli di bilancio agli Stati, tagliare welfare, precarizzare il lavoro, nessuno parla di eccesso di burocrazia; quando invece si prova, sia pure timidamente, a chiedere alle multinazionali trasparenza e responsabilità sulle proprie catene del valore, improvvisamente le norme diventano “insostenibili”, “pesanti”, “nemiche della competitività”.

Gli stessi organismi internazionali che hanno applaudito alla CSDDD e al rafforzamento del quadro europeo sui diritti umani e ambientali, dalle Nazioni Unite alle reti di giuristi e ONG, avevano messo nero su bianco il rischio di un arretramento grave se il pacchetto Omnibus fosse stato utilizzato come cavallo di Troia per riaprire norme già concordate. È esattamente ciò che è accaduto.

Il voto di Bruxelles manda dunque un messaggio pericoloso anche fuori dall’Europa: la stessa Unione che chiede agli altri di rispettare lo Stato di diritto, i diritti umani, gli impegni climatici, si dimostra pronta a rinegoziare al ribasso i propri standard quando sono in gioco i margini di profitto di alcune filiere strategiche, dall’energia alle materie prime.

Le vittime invisibili: lavoratori, comunità, Sud globale

Il vero “alleggerimento”, in questa storia, non riguarda la carta che si risparmia negli uffici delle grandi aziende. Riguarda il carico che continua a schiacciare milioni di lavoratori e lavoratrici lungo le filiere globali: chi estrae materie prime in miniere insicure, chi lavora nei campi in condizioni semi-schiavistiche, chi cuce vestiti o assembla componenti elettronici per salari da fame.

Indebolire gli obblighi di due diligence significa rendere più difficile documentare e perseguire lo sfruttamento, la violenza, la distruzione ambientale. Significa togliere strumenti a comunità e sindacati che cercano di far valere i propri diritti di fronte a colossi transnazionali. Significa, in definitiva, trasferire ricchezza dal basso verso l’alto: meno vincoli per chi inquina e sfrutta, più costi sociali e sanitari per chi subisce le conseguenze della crisi climatica, dalla siccità alle alluvioni.

Non è un caso che molte imprese responsabili, università e centri di ricerca abbiano firmato appelli per difendere un quadro robusto di regole: la deregolamentazione non premia “il mercato” in astratto, ma un tipo preciso di impresa, quella che basa il proprio vantaggio competitivo sulla compressione dei diritti e sull’esternalizzazione dei danni.

Ricostruire un fronte sociale ed ecologista europeo

Il voto del Parlamento europeo sull’Omnibus I non è solo un passaggio tecnico in un dossier complesso. È un campanello d’allarme politico. Dice che il cuore del progetto europeista – l’idea di un mercato interno regolato da diritti, standard sociali e ambientali comuni – è sotto attacco da una nuova alleanza tra conservatorismo di mercato e nazionalismo reazionario, con il PPE nel ruolo di perno.

Rispondere a questa svolta significa abbandonare ogni illusione di “normalità” istituzionale. Servono tre movimenti, almeno.

Primo: rompere la retorica tossica che contrappone ambiente e lavoro. Le direttive su reporting e due diligence non sono un capriccio di tecnocrati, ma strumenti minimi per impedire che la transizione ecologica si traduca in una semplice ristrutturazione dei profitti a favore di pochi.

Secondo: costruire un’alleanza larga tra movimenti climatici, sindacati, associazioni dei consumatori, reti contadine e realtà del Sud globale, capace di fare pressione non solo su Bruxelles, ma anche sui governi nazionali chiamati ora a negoziare la versione finale delle norme.

Terzo: obbligare le forze che si definiscono progressiste a scegliere da che parte stare. Non basta votare contro in aula se poi si continua a garantire, per ragioni di equilibrio interno, la sopravvivenza di un sistema di potere che ha deciso di sacrificare la transizione ecologica sull’altare della competitività delle multinazionali.

Il voto di ieri dice “addio” alla transizione ecologica come progetto strutturale di trasformazione dell’economia. Ma nulla impedisce che da questo arretramento nasca una nuova consapevolezza: o la transizione è giusta, sociale, democratica, vincolante per chi inquina e sfrutta, oppure sarà solo un’ennesima operazione di marketing politico. A beneficio, ancora una volta, dei soliti noti.

Fonti e approfondimenti

Parlamento europeo, “Sustainability reporting and due diligence: MEPs back simplification changes” (comunicato stampa, 13 novembre 2025): https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251106IPR31296/sustainability-reporting-and-due-diligence-meps-back-simplification-changes Parlamento europeo, “MEPs to vote on simplified sustainability and due diligence rules in November” (22 ottobre 2025, contesto su Omnibus I): https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251016IPR30956/meps-to-vote-on-simplified-sustainability-and-due-diligence-rules-in-november Consiglio dell’Unione europea, “Simplification: Council agrees position on sustainability reporting and due diligence requirements to boost EU competitiveness” (23 giugno 2025): https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2025/06/23/simplification-council-agrees-position-on-sustainability-reporting-and-due-diligence-requirements-to-boost-eu-competitiveness/ Frank Bold, “EPP sides with the far-right to gut the EU’s sustainability framework in the Omnibus I vote” (analisi critica sul ruolo del PPE e delle destre): https://en.frankbold.org/news/epp-sides-with-the-far-right-to-gut-the-eus-sustainability-framework-in-the-omnibus-i-vote Business & Human Rights Resource Centre, “EU Parliament adopts Omnibus I position for trilogue negotiations, limiting scope & removing mandatory climate transition plans”: https://www.business-humanrights.org/en/latest-news/eu-parliament-adopts-omnibus-i-position-for-trilogue-negotiations-limiting-scope-removing-mandatory-climate-transition-plans/ ESG Today, “EU Parliament Votes to Slash Corporate Sustainability Reporting, Due Diligence Requirements”: https://www.esgtoday.com/eu-parliament-votes-to-slash-corporate-sustainability-reporting-due-diligence-requirements/ Green Central Banking, “EU omnibus: MEPs vote to slash sustainable reporting requirements”: https://greencentralbanking.com/2025/11/13/eu-omnibus-meps-vote-to-slash-sustainable-reporting-requirements/ Courthouse News, “Right notches victory as EU votes to gut corporate sustainability rules”: https://www.courthousenews.com/right-notches-victory-as-eu-votes-to-gut-corporate-sustainability-rules/ CSO Futures, “European Parliament adopts Omnibus package that further dilutes CSDDD”: https://www.csofutures.com/news/european-parliament-adopts-omnibus-package-that-further-dilutes-csddd/ Eunews, “Centre or right, the EPP calls the shots in the European Parliament: yes to 2040 climate target, no to due diligence”: https://www.eunews.it/en/2025/11/13/centre-or-right-the-epp-calls-the-shots-in-the-european-parliament-yes-to-2040-climate-target-no-to-due-diligence/ EcoVadis Blog, “The EU’s Omnibus Saga Enters a New Phase of Uncertainty” (ricostruzione complessiva su soglie, tempistiche e compromessi): https://ecovadis.com/blog/the-eus-omnibus-saga-enters-a-new-phase-of-uncertainty/

Sanzioni 19.0: l’Europa prova a chiudere i rubinetti a Mosca, ma apre i conti con la realtà energetica

Il 23 ottobre 2025 l’Unione Europea ha adottato il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia. Tra le misure: embargo graduale sul GNL, stretta sulla flotta ombra, nuove limitazioni su transazioni petrolifere e criptovalute, e persino il divieto di esportare in Russia rose, rododendri, foglie, muschi e licheni. La reazione russa non si è fatta attendere. La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito la mossa “folle”, ipotizzando che nel prossimo pacchetto sarà vietato il transito degli uccelli migratori e delle acque sotterranee. Una satira caustica che fotografa perfettamente l’assurdo: mentre la crisi si aggrava, l’Unione Europea insegue la propaganda, punendo se stessa più di quanto colpisca Mosca.

Che cosa c’è davvero nel “Pacchetto 19”

Dietro la retorica dei comunicati ufficiali, si celano misure che, più che piegare il Cremlino, rischiano di compromettere la tenuta economica e sociale del continente:
• GNL russo: stop ai contratti di breve termine entro sei mesi e fine dei contratti di lungo dal 1° gennaio 2027. L’UE importa tuttora oltre 800 mila tonnellate di GNL russo ogni quindici giorni: la misura pesa, ma su Bruxelles più che su Mosca.
• Petrolio e raffinazione: vietate tutte le transazioni con Rosneft e Gazprom Neft. Nonostante precedenti divieti sul trasporto via mare, le importazioni europee non si sono mai realmente interrotte.
• Flotta ombra: altre 117 navi nella lista nera (ora 558 totali), utilizzate per aggirare le restrizioni sui trasporti marittimi.
• Finanza e cripto: nuove entità sanzionate, inclusi operatori di scambio e sistemi di pagamento paralleli.
• Export tecnologico: ulteriori limiti alle forniture verso zone economiche speciali e settori ad alto contenuto strategico.

Atti sospetti: la questione delle raffinerie esplose

C’è però un dettaglio inquietante, rimasto largamente sottotraccia nei notiziari occidentali: nelle ore immediatamente precedenti l’approvazione formale delle sanzioni, sono esplose tre raffinerie nei Paesi che si erano mostrati scettici o apertamente contrari al pacchetto.
• A Bratislava, in Slovacchia, è andata in fumo una raffineria vicina al colosso russo Lukoil.
• In Ungheria, storica voce critica all’interno dell’UE sulle sanzioni, è stato colpito un impianto strategico.
• In Romania, un altro incendio ha coinvolto una raffineria alimentata dal petrolio russo tramite l’oleodotto Druzhba.

Si parla, ufficialmente, di guasti tecnici. Ma il tempismo – e la natura “mirata” degli incidenti – lascia spazio a ipotesi più oscure: sabotaggi, moniti “preventivi” o semplici coincidenze? In ogni caso, questi eventi contribuiscono a creare un clima sempre più opaco e pericolosamente instabile.

Cornice storica: perché Mosca parla di “accerchiamento”

Per comprendere la postura russa, occorre uno sguardo retrospettivo. Dal 1999 a oggi, la NATO ha inglobato quasi tutto il blocco dell’Est, compresi Stati ex sovietici. Il punto critico resta il vertice di Bucarest del 2008, quando l’Alleanza dichiarò che Ucraina e Georgia “diventeranno membri della NATO”. Una promessa rimasta sospesa, ma sufficiente a giustificare, dal punto di vista russo, la reazione. In questo quadro, parlare di “aggressione russa immotivata” ignora consapevolmente il contesto geopolitico e la lunga escalation diplomatica iniziata proprio in Occidente.

La lezione (attribuita) di Einstein

«La follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti». L’aforisma, spesso attribuito ad Einstein, vale oggi come monito per Bruxelles. Sono passati 44 mesi dall’inizio delle sanzioni su larga scala: la Russia non è collassata, il fronte militare tiene, e i rapporti commerciali sono stati riallineati verso l’Asia, con benefici netti per Cina, India e Medio Oriente. In compenso, l’Europa ha visto crescere l’inflazione, ridursi la competitività industriale, aumentare il costo dell’energia e ridimensionarsi i margini di spesa pubblica.

Meno illusioni, più realtà: cosa sta accadendo davvero

Energia

Ridotti i flussi via tubo, considerando anche l’attentato al gasdotto Nord stream, l’Europa ha sostituito con GNL, più costoso e volatile. Gli USA sono diventati fornitori strategici, ma a prezzi di mercato, non di favore. E nel frattempo, la Russia vende altrove, senza fallire.

Economia politica

La corsa al riarmo è ormai prioritaria. Per l’Italia, non si parla più del 2% del PIL: l’obiettivo è il 3,5%, con la prospettiva del 5% già sottoscritta nei tavoli NATO. Un punto percentuale di PIL equivale a miliardi sottratti a sanità, istruzione e investimenti civili. Tutto questo senza un comando unico europeo, ma con eserciti scollegati, duplicazioni di spesa e nessuna architettura comune di difesa.

Geopolitica

Bruxelles irrigidisce le posizioni, Washington detta il ritmo. Gli Stati Uniti hanno colpito con sanzioni, per la prima volta sotto la nuova amministrazione Trump, Rosneft e Lukoil, generando un immediato aumento del prezzo del petrolio del 4%. Gli europei, nel frattempo, si muovono in ritardo e in ordine sparso.

“La Russia vuole invaderci?”

Sia Putin che Lavrov hanno smentito in più occasioni qualunque intenzione offensiva verso i Paesi NATO. Il messaggio, pur propagandistico, è coerente: la Russia non intende espandersi a ovest, ma rispondere a eventuali provocazioni. Si può non credergli, ma la retorica dell’invasione imminente serve soprattutto a giustificare militarizzazione, tagli sociali e silenzio politico.

Il punto che conta (Italia)

Sanzioni, embargo, riarmo. Ma chi paga davvero? L’Italia sta perdendo competitività industriale, accesso a energia a basso costo e margini fiscali. Le famiglie vedono ridursi il welfare. Le imprese piccole e medie faticano a sostenere i rincari. Nessuna di queste dinamiche colpisce direttamente Mosca. Tutte si riversano sui cittadini italiani.

L’unica risposta seria è politica: apertura negoziale, coordinamento europeo, realismo strategico. Se si continuerà invece a ripetere lo schema dell’escalation cieca, illudendosi di cambiare gli esiti, non solo non ci sarà vittoria, ma ci sarà disfatta sociale, economica e democratica. E l’aforisma attribuito a Einstein continuerà a sembrarci drammaticamente profetico.

Sitografia essenziale
• Consiglio UE – 19° pacchetto sanzioni (energia, flotta, finanza)
• NATO – Bucarest 2008 (“Ucraina e Georgia diventeranno membri”)
• Reuters – GNL post-ban, flotta ombra, sabotaggi
• IEEFA – EU Gas Flows Tracker
• Bank of Finland / Brookings – Spesa militare e PIL
• AP / Guardian – Dichiarazioni Lavrov e Putin
• Quote Investigator – Frase di Einstein, attribuzione contestata
• Kyiv Independent / Balkan Insight – Incendi raffinerie in Slovacchia, Ungheria, Romania

Oltre la trappola verde: ecologia, potere e l’inganno sistemico del Capitale

“L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” — Chico Mendes

I. L’oblio strategico: il clima come paravento del disastro ecologico globale

Nel cuore pulsante della crisi planetaria in cui siamo immersi, l’ecologia è divenuta un simulacro, un contenitore svuotato e manipolato a piacimento dal capitalismo globalizzato. L’attenzione mediatica e politica, apparentemente rivolta alla questione ambientale, si concentra in modo quasi esclusivo sul tema del cambiamento climatico, riducendo la complessità sistemica dell’emergenza ecologica a un solo parametro: la temperatura globale. Un simile riduzionismo non è innocuo. Esso permette l’occultamento di decine di crisi parallele e interconnesse: l’inquinamento dei mari, dei suoli e dell’aria, la distruzione della biodiversità, il collasso delle foreste, la contaminazione da microplastiche, l’erosione dei suoli fertili, la devastazione del permafrost.

Ci troviamo di fronte a un processo di rimozione sistematica, orchestrato non dall’ignoranza ma dalla convenienza. Ridurre l’ecologia a “clima” consente al Capitale di evitare ogni discussione sulla sua natura predatoria e di proporre soluzioni che, pur mantenendo inalterata la logica produttivistica, si presentano come “verdi”. Una Babele comunicativa deliberata, in cui si perde ogni possibilità di lettura strutturale dell’ecocidio in atto.

II. Il negazionismo funzionale e la propaganda fossile

In questo quadro di semplificazione strategica, il negazionismo climatico non nasce dalla stupidità o dalla disinformazione, ma da un preciso assetto di potere. Le lobby dei combustibili fossili — come la Koch Industries negli Stati Uniti — hanno investito miliardi in propaganda pseudoscientifica per negare l’impatto antropico sul clima. Sotto la maschera del “realismo” economico, si è alimentata per decenni l’idea che l’attività umana sia irrilevante, che tutto rientri nella normalità delle ere geologiche.

Ma la realtà dei dati parla chiaro: le attuali variazioni climatiche non sono cicliche, ma accelerate artificialmente da oltre un secolo e mezzo di produzione industriale iperintensiva. Le temperature, le concentrazioni di CO₂, la fusione dei ghiacciai e i modelli meteorologici estremi sono tutti segni inequivocabili di un nuovo paradigma ecologico: l’Antropocene — o meglio, il Capitalocene.

Il vero obiettivo del negazionismo non è quello di “scoprire la verità”, ma di paralizzare l’azione politica, congelare la coscienza critica e mantenere in vita il modello energetico estrattivista che alimenta le oligarchie globali.

III. Il controllo sociale travestito da etica verde

Paradossalmente, anche alcune frange del dissenso si sono lasciate intrappolare in letture superficiali del discorso ecologista. La sacrosanta critica al green pass e alla gestione autoritaria della pandemia ha generato in certi ambienti un’irrazionale diffidenza verso qualsiasi discorso ecologico, temendo che la “crisi climatica” fosse solo un nuovo pretesto per instaurare forme più pervasive di controllo sociale.

Questa paura, sebbene comprensibile in tempi di “governamentalità d’emergenza”, rischia però di confondere la causa con l’effetto: non è l’ecologia a generare l’autoritarismo, ma un sistema di potere che strumentalizza ogni crisi — sanitaria, ambientale, migratoria — per consolidare il proprio dominio.

Nel gioco delle emergenze infinite, l’ambiente diventa il nuovo terreno per giustificare politiche di disciplinamento digitale, restrizioni alla mobilità e nuove diseguaglianze, sempre in nome di una “salvezza” definita dall’alto. Eppure, questa finta eticità ecologista è funzionale a spegnere ogni opposizione sistemica: ti dicono come consumare, non ti permettono di chiedere perché si consuma così tanto.

IV. Fossile o verde, purché sia profitto: l’equivoco dell’ecologia capitalista

Siamo così giunti al cuore del problema: il conflitto non è tra energia pulita e sporca, tra benzina e fotovoltaico, tra auto a diesel e auto elettriche. Il vero conflitto è tra produzione capitalistica e sostenibilità planetaria. Sia il vecchio paradigma fossile che il nuovo “green” si fondano su un presupposto identico: l’infinita crescita materiale in un pianeta finito. Anche le rinnovabili, se inserite in un modello produttivo illimitato, non fanno che spostare la soglia dell’insostenibilità più in là, ma non la eliminano.

Le “energie pulite” richiedono terre rare, miniere devastanti, nuove rotte di sfruttamento nel Sud globale. Nulla cambia nel paradigma della rapina, se non i protagonisti industriali.

Come già scriveva Giorgio Nebbia, è fisicamente impossibile una società a emissioni zero in un contesto capitalista: si può solo aspirare a un modello “meno insostenibile”, ma solo uscendo dal dogma della proprietà privata delle risorse naturali e della mercificazione universale del vivente.

V. Il grande rimosso: la questione ecologica come questione di potere

La rimozione del discorso ecologico dal dibattito pubblico — se non come patina estetica da pubblicità aziendale — è uno degli atti più violenti del nostro tempo. In questa rimozione si cela una consapevolezza repressa: se davvero affrontassimo la questione ambientale alla radice, dovremmo riscrivere ogni aspetto del nostro vivere. Dalla produzione al consumo, dalla mobilità alla distribuzione della ricchezza, fino al modo in cui concepiamo il tempo, il lavoro e la felicità.

La crisi ambientale è una crisi di civiltà. E come tale, impone una domanda ineludibile: a chi appartiene il pianeta? A pochi padroni privati o all’intera umanità? Se il globo è proprietà di azionisti e fondi di investimento, ogni soluzione sarà parziale, strumentale, iniqua.

VI. L’utopia della sopravvivenza: socializzare la Terra per salvarla

Marx lo diceva con chiarezza: nessuna società possiede realmente la Terra, ne è solo custode per le generazioni future. Solo superando il paradigma della proprietà privata delle risorse naturali potremo costruire un modello sostenibile — ecologicamente, economicamente, spiritualmente.

Questo significa rovesciare la piramide dei bisogni: passare dal diritto di comprare al diritto di respirare; dal feticcio dell’oggetto all’armonia del vivente. Ma ciò implica una lotta titanica contro il sistema stesso: un capitalismo che si difende con apparati bellici, propaganda massiva, manipolazione digitale, anestesia sociale.

I movimenti ecologici, sociali, decoloniali, femministi, contadini, indigeni lo sanno. Lo hanno sempre saputo. Ed è forse nel punto più oscuro della crisi — nella convergenza tra devastazione ambientale e repressione sociale — che si aprono le crepe da cui può filtrare un altro futuro.

VII. Il nemico è sistemico. La risposta dev’essere globale, radicale, umana

Il Capitale è polimorfo, tentacolare, dissimulato. Identificarlo con precisione è oggi difficile, ma necessario. Non è solo la Exxon o la Volkswagen, non è solo Amazon o Nestlé. È una forma di razionalità mortifera che ha colonizzato la politica, la finanza, la scienza, persino l’immaginazione.

Ecco perché serve una nuova grammatica della lotta: un’alleanza planetaria tra le soggettività colpite, un fronte di liberazione del vivente che unisca il grido della Terra con quello degli ultimi. Non una transizione ecologica tecnocratica, ma una rivoluzione ecologica, sociale e culturale.

La sfida è immensa. Ma l’alternativa è il collasso. Come diceva Bookchin, non si può convincere un sistema che vive di crescita a smettere di crescere. Si può solo superarlo.

Conclusione: salvare la Terra è salvarci da noi stessi — o meglio, da ciò che siamo diventati sotto il dominio del Capitale

Non possiamo più permetterci di pensare la questione ecologica come qualcosa di separato dalla giustizia sociale, dalla democrazia reale, dalla lotta di classe. L’ecologia non è una nicchia per anime belle o un campo da coltivare in pace: è il campo di battaglia del nostro tempo.

E allora, l’unica vera transizione è quella che va dal capitalismo alla cooperazione planetaria, dalla proprietà privata alla cura condivisa, dal dominio all’equilibrio. Perché, come disse un contadino dell’Amazzonia prima di essere ucciso: “Ambiente non è solo foresta. Ambiente è anche il posto dove si mangia, si cresce, si ama. Ambiente è vita.”

E la vita — tutta la vita — non può più attendere.