I NUOVI SCHIAVI DELL’ALGORITMO

Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali

L’immagine che non vogliamo vedere

Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di trentacinque anni inforca la bicicletta sotto la pioggia. Ha la febbre. Ma non può permettersi di restare a casa, perché se non pedala non mangia, e se non mangia non manda i quattrocento euro mensili alla famiglia rimasta in Pakistan. L’algoritmo lo aspetta. Il software sa già dove si trova, monitora la velocità con cui pedala, conta i minuti di ritardo, registra ogni rifiuto di consegna. Lui non ha un capo umano che lo guarda negli occhi: ha uno schermo che lo giudica, un codice che lo premia o lo punisce, un sistema che non conosce malattia, stanchezza, dignità.

Questa non è una metafora letteraria. È la realtà quotidiana di decine di migliaia di lavoratori che operano per le grandi piattaforme del food delivery in Italia. È la storia che la Procura di Milano ha deciso, con coraggio e determinazione, di portare finalmente davanti alla giustizia.

Il caporalato non muore: si digitalizza

Per secoli il caporale è stato un uomo in carne e ossa, spesso brutale, che reclutava braccianti disperati sui sagrati delle chiese o nelle piazze dei paesi meridionali, li caricava su furgoni all’alba e li portava nei campi a raccogliere pomodori per pochi spiccioli. Quella figura sembrava destinata alla storia. Ci sbagliavamo.

Il caporalato del ventunesimo secolo non porta il cappello e non urla ordini. Si chiama app, si chiama algoritmo, si chiama piattaforma digitale. Il meccanismo di sfruttamento è identico, la tecnologia è semplicemente più efficiente e più invisibile. Come ha lucidamente osservato Andrea Borghesi, segretario generale di Nidil-CGIL, siamo di fronte a “una grande massa di riserva a disposizione delle aziende, che possono scegliere chi far lavorare a prezzi sempre più bassi”. I nomi cambiano, la sostanza rimane: qualcuno lavora per sopravvivere, qualcun altro incassa miliardi.

La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola e con l’instancabile lavoro del PM Paolo Storari e dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro coordinati da Loris Baldassarre, ha emesso nel febbraio 2026 un decreto urgente di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy, con un fatturato di 240 milioni di euro nel 2024 e ventimila fattorini in tutta Italia. L’accusa è quella già contestata a Glovo-Foodinho poche settimane prima: caporalato. Lo stesso reato, lo stesso meccanismo, la stessa sistematica violazione della dignità umana.

I numeri della vergogna

Le cifre contenute nel decreto del PM Storari sono agghiaccianti nella loro precisione. Tra i rider esaminati nel corso delle indagini, l’81,1% percepisce un reddito netto annuo al di sotto della soglia di povertà, nonostante lavori un numero di ore significativamente superiore al normale orario settimanale. Trentacinque ciclofattorini su trentasette, il 94%, guadagnano meno del minimo previsto dal Contratto Collettivo Nazionale della Logistica e dei Trasporti, con uno scostamento medio di oltre settemila euro annui rispetto alla soglia di povertà, e punte che raggiungono i quindicimila trecento euro.

Parliamo di lavoratori che pedalano cento, centocinquanta chilometri al giorno per consegnare pizze e sushi a quattro euro a consegna, o anche meno: tre euro e qualche centesimo, nel migliore dei casi. Le attese tra una consegna e l’altra non sono pagate. I costi per la bicicletta o il motorino, la manutenzione, il carburante, sono interamente a carico del lavoratore, spesso superiori a duecento euro al mese. Formalmente autonomi, sostanzialmente subordinati: senza ferie, senza malattia, senza tutele previdenziali degne di quel nome.

La Procura stessa, con parole di rara durezza per un testo giuridico, parla di retribuzioni “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quella norma, evidentemente, per i rider non esiste.

Le voci che il silenzio non può più coprire

Ma dietro i numeri ci sono persone. Le testimonianze raccolte dai Carabinieri e depositate agli atti del procedimento hanno il sapore bruciante della verità vissuta.

Afrid: “Lavoro dal lunedì alla domenica senza riposo. Ogni giorno inizio alle 9 e finisco alle 15, ricomincio alle 18 e termino alle 22. Devo fare questo lavoro per me e la mia famiglia, non ho altro. Mi è capitato di rimanere infortunato: sono dovuto restare fermo, non guadagnavo nulla. Non è giusto.”

Ahmad: “Lavoro anche 12-14 ore. Le difficoltà sono fisiche e mentali per la troppa fatica.”

Un rider nigeriano: “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana dalle ore 23 fino alle 7. Devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria.”

Un altro rider: “Con 800-900 euro al mese non ce la faccio. Lavoro tante ore perché devo aiutare la mia famiglia: 250 euro per il posto letto, 400 li mando in Bangladesh, il resto per mangiare.”

C’è anche un lavoratore di cinquantatré anni che confessa con amarezza: “Diventa sempre più difficile”. E Ozioma, che ha dovuto fermarsi perché “ha sentito dolori al petto”. Sono storie di corpi che cedono sotto il peso di un sistema che non contempla la possibilità della stanchezza, della malattia, dell’essere umani.

Il Grande Fratello digitale e la trappola del consenso

Il cuore tecnologico di questo sistema di sfruttamento è l’algoritmo. La piattaforma traccia in tempo reale la posizione GPS di ogni rider, monitora velocità e traiettoria, conteggia ogni ritardo, registra ogni rifiuto. Accettare una consegna troppo poco remunerativa? L’algoritmo lo sa. Rifiutare perché la corsa è insostenibile? Il software abbassa il punteggio, riduce le assegnazioni future, nella peggiore delle ipotesi blocca o sospende l’account senza preavviso.

Si tratta di quello che gli inquirenti definiscono “caporalato digitale”: un controllo pervasivo sul comportamento dei lavoratori attraverso “premi e punizioni” automatizzate, un Grande Fratello che non dorme mai e che trasforma ogni gesto lavorativo in dato da ottimizzare. La dignità del lavoratore non è una variabile contemplata dall’algoritmo: conta soltanto la performance, il numero di consegne, il tempo di risposta.

E il consenso? È una parola svuotata di senso quando chi firma il contratto lo fa con l’acqua alla gola. La Corte di Cassazione, richiamata nel provvedimento del PM Storari, ha chiarito che per configurare lo sfruttamento non è necessario uno stato di necessità assoluta: è sufficiente una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta. I rider, in larga parte migranti con famiglie da mantenere e nessuna alternativa immediata, si trovano esattamente in questa condizione. Accettano tutto. Devono accettare tutto.

Le multinazionali nell’ingranaggio: nessuno può dirsi innocente

La mossa più coraggiosa e politicamente significativa dell’inchiesta milanese è tuttavia un’altra: l’estensione delle indagini alle grandi multinazionali del food che si avvalgono dei servizi di Deliveroo e Glovo. Il 25 febbraio 2026, in contemporanea con il decreto su Deliveroo, i Carabinieri si sono presentati nelle sedi italiane di McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC per acquisire documenti e verificare modelli organizzativi.

Il principio giuridico è chiaro e di straordinaria portata: chi si avvale di una filiera produttiva fondata sullo sfruttamento non può invocare l’ignoranza o la distanza contrattuale come scudo. Modelli organizzativi inadeguati a prevenire lo sfruttamento potrebbero configurare, secondo la Procura, una forma di agevolazione colposa del caporalato. In altre parole: voi che guadagnate sulla pena dei rider, cosa avete fatto — e cosa potevate fare — per spezzare questo circuito?

Non è la prima volta che la magistratura milanese percorre questa strada. Le stesse logiche sono state applicate, con risultati significativi, nel settore della moda: Armani, Dior, Louis Vuitton, Tod’s sono stati raggiunti da indagini che, risalendo la catena degli appalti e dei subappalti, sono arrivate alle fabbriche clandestine dove lavoratori cinesi cucivano borse e abiti griffati per pochi euro a pezzo. Il meccanismo è identico: delegare lo sporco lavoro a chi sta più in basso nella catena, lavarsene le mani con un codice etico esposto sul sito aziendale, incassare i profitti.

Il silenzio della politica e il coraggio della magistratura

Occorre dirlo con chiarezza: in questo campo, la politica italiana ha clamorosamente mancato al suo dovere. Il contratto firmato nel 2020 tra Assodelivery e l’UGL — un sindacato minoritario e, in questo settore, privo di reale rappresentatività — ha istituito il sistema del pagamento a cottimo, escludendo i tempi di attesa e fissando compensi irrisori. Da allora, il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative si è riunito, come denuncia Borghesi di Nidil-CGIL, soltanto due volte in un anno e mezzo, senza alcun risultato concreto.

L’Italia avrebbe dovuto recepire entro il 2025 la Direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, uno strumento normativo che — pur giunto all’approvazione finale in forma molto indebolita rispetto alla proposta originaria — avrebbe potuto fornire qualche tutela aggiuntiva. Di questo recepimento, a febbraio 2026, non vi è ancora traccia. Il legislatore tace. Le aziende prosperano. I rider pedalano nella pioggia.

In questo vuoto di responsabilità politica e istituzionale, è intervenuta la magistratura. Non per vocazione imperialistica, ma perché qualcuno — come ha sottolineato Borghesi — “avrebbe dovuto vedere e ha scelto di non farlo”. Il PM Storari e i Carabinieri del Lavoro hanno fatto il loro dovere. Ora tocca a tutti gli altri fare il proprio.

Una questione di civiltà

Esistono i nuovi schiavi. Non portano catene visibili: portano uno smartphone con un’app aperta, una borsa termica sul portapacchi, una divisa con il logo di un’azienda che fattura centinaia di milioni. Sono migranti, spesso irregolari o in condizione precaria, che hanno traversato oceani e deserti per approdare a questo: tremila calorie bruciate ogni giorno per quattro euro a consegna.

Il loro sfruttamento non è un effetto collaterale indesiderato di un sistema altrimenti funzionante. È il modello di business. È la condizione necessaria affinché un consumatore possa ricevere la sua pizza calda in trenta minuti pagando prezzi contenuti, affinché le piattaforme possano presentare bilanci in crescita agli azionisti, affinché le multinazionali del fast food possano ampliare le reti di distribuzione senza farsi carico di alcun costo del lavoro. Il rider è il punto più debole della catena, quello su cui viene scaricato il rischio d’impresa, la variabilità della domanda, il costo della flessibilità.

Chiamarlo “lavoro autonomo” è una mistificazione linguistica al servizio di interessi economici ben precisi. Chiamarlo libertà è un insulto alla intelligenza e alla sofferenza di chi vive questa condizione ogni giorno.

La giustizia da sola non basta

L’intervento della Procura di Milano è necessario, doveroso, e va salutato come un atto di civiltà giuridica. Ma nessuna inchiesta penale, per quanto coraggiosa, può sostituire una riforma strutturale del lavoro su piattaforma. Servono norme chiare che sanciscano la subordinazione di fatto dei rider, con tutti i diritti che ne conseguono. Serve un contratto collettivo negoziato con i sindacati realmente rappresentativi. Serve che la direttiva europea venga recepita non come obbligo burocratico da adempiere al minimo sindacale, ma come opportunità per costruire un sistema più giusto.

Servono consumatori consapevoli, che sappiano che il costo di quella pizza consegnata in venti minuti include, da qualche parte nella catena, la salute e la dignità di un essere umano. E servono multinazionali che smettano di nascondersi dietro i codici etici e inizino ad assumersi la responsabilità reale di quanto accade nella loro filiera.

I “dannati dell’algoritmo”, per usare l’espressione evocativa con cui questa storia è stata raccontata, aspettano. Pedalano sotto la pioggia, dormono in otto in un appartamento, mandano soldi a casa e sognano una vita più giusta. Meritano qualcosa di più di una sentenza. Meritano un paese che decida, finalmente, da che parte stare.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

26 febbraio 2026

Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione.

Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono.

Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema.

E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.

La fine dell’innocenza tecnologica

Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.

Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.

Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare.

La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale.

È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità.

Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico

Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.

Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale.

Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica.

Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente.

A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica.

Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico

Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.

Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba?

La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.

La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa

C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda.

È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante.

Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico.

In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento.

La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo

Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.

Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione.

La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.

Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere.

Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale

La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza.

È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere.

Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.

Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.

La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale

Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.

I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale.

Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata.

Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale.

Riconoscere la catena, per poterla spezzare

La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?

Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.

Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti.

Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.

Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.

Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità.

Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.

Fonti essenziali

I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War)

II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari

III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (The Guardian, Washington Post, +972 Magazine, Local Call)

IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali

LA CENSURA INVISIBILEMeta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità

Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico

.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.

E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.

Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.

La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda

La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.

Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.

Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.

La cosa gravissima è che questa riduzione della visibilità viene spesso rivestita di un linguaggio moralmente rassicurante: “sicurezza”, “integrità”, “fact checking”, “informazioni false”, “contenuto sensibile”. Ma quando non c’è una smentita chiara, quando non c’è una contestazione puntuale, quando non c’è un contraddittorio trasparente, quel marchio diventa una clava narrativa. Un’etichetta che non informa: declassa.

E attenzione: nel mondo delle piattaforme, declassare significa censurare, perché il potere non è più nella parola, è nella sua distribuzione.

Il monopolio della visibilità è un monopolio politico

Il punto, allora, non è Barbero. Il punto siamo noi. Il punto è il meccanismo.

Quando una piattaforma privata può stabilire che un contenuto è “troppo virale” e quindi va raffreddato, sta dicendo una cosa precisa: “La vostra opinione vale finché non diventa un fatto sociale”.

Finché resti piccolo, tollerabile, confinato, sei innocuo.
Quando cresci, quando diventi massa critica, quando scavalchi la soglia di allarme, diventi “rischio”.

E qui si apre il vero scandalo democratico: una società privata decide cosa diventa rilevante nella sfera pubblica.

È come se in una piazza reale qualcuno alzasse e abbassasse un vetro invisibile sopra la folla, rendendo alcune voci amplificate e altre mute. Tu parli, ma l’aria non vibra. Le persone ti guardano, ma non sentono nulla.

Questo è potere mediatico. E dove c’è potere mediatico, c’è potere politico.

Non serve essere complottisti. Basta guardare come funziona il mercato dell’attenzione: ciò che vediamo non è “la realtà”, è un menù. E il cuoco non siamo noi.

L’algoritmo non è neutrale: è proprietà privata

Ci hanno venduto per anni una favola: “la tecnologia è neutrale, dipende da come la usi”.
No. Questa è una mezza verità, e le mezze verità sono spesso le bugie più efficaci.

L’algoritmo non è neutrale perché non nasce nel vuoto. È progettato con obiettivi precisi. E gli obiettivi sono quasi sempre questi:

I) aumentare il tempo di permanenza
II) massimizzare l’engagement
III) vendere pubblicità
IV) profilare gli utenti
V) ridurre i rischi legali e reputazionali dell’azienda

Questo significa che l’informazione non viene premiata perché è vera o utile. Viene premiata se funziona dentro il modello di business.

E quando un contenuto politico “funziona troppo” in una direzione non gradita, può diventare improvvisamente “problema”. Non perché sia falso: perché è incontrollabile.

E qui arriviamo al nodo: la democrazia non può dipendere da un codice segreto scritto da una corporation.

Perché quel codice è legge senza Parlamento. È giudice senza processo. È polizia senza uniforme.

Il fact checking come arma impropria

Io non sono contro la verifica delle notizie. Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale sa che la disinformazione esiste, e che può fare danni enormi.

Ma proprio per questo, il fact checking deve essere una cosa limpida, rigorosa, verificabile, discussa.
Non può diventare una nebulosa “valutazione di criticità” che coincide magicamente con la perdita di visibilità.

Perché in quel caso smette di essere verifica e diventa gestione del consenso.

E la gestione del consenso non è un servizio: è politica. Solo che la fanno soggetti privati, senza controllo democratico, con strumenti invisibili.

Il risultato è una perversione: invece di educare alla complessità, si “raffredda” la complessità. Invece di alzare il livello, si taglia la circolazione. Invece di costruire cittadinanza, si costruisce obbedienza algoritmica.

La nuova censura è economica: chi paga parla meglio

C’è un altro aspetto che raramente viene detto con la durezza necessaria: nelle piattaforme commerciali, la libertà è proporzionale al budget.

Chi ha potere economico può comprare visibilità, sponsorizzazioni, campagne, posizionamenti.
Chi non ce l’ha, è in balia dell’algoritmo.

E l’algoritmo, essendo progettato per monetizzare, tende a premiare chi già possiede ed investe risorse, strutture, strumenti, reti. In pratica: riproduce nel digitale la stessa diseguaglianza del mondo reale, ma con una cattiveria in più, perché lo fa presentandosi come “meritocrazia del contenuto”.

No: è mercato dell’attenzione. E come ogni mercato, produce oligarchie.

La democrazia non vive senza conflitto visibile

C’è un punto che per me è decisivo. La democrazia non è un salotto dove ci si parla educatamente. La democrazia è un campo vivo, pieno di attriti, divergenze, conflitti, contraddizioni.

Quando quel conflitto viene sterilizzato, “moderato”, abbassato di intensità, noi perdiamo qualcosa di essenziale: la possibilità di vedere che esistono alternative.

Se la piattaforma decide che una voce è “troppo influente”, e la nasconde, la società non ha più un confronto: ha solo una scenografia. Un teatro dove i personaggi possono muoversi, ma solo entro i limiti segnati dal regista.

E il regista non è eletto da nessuno.

L’ecosistema tossico: dipendenza, ansia, fragilità

Qui il problema non è solo politico. È anche psicologico e culturale.

Le piattaforme non sono solo canali: sono ambienti. E gli ambienti ci formano. Ci educano. Ci modellano.

L’architettura dell’attenzione non è innocente. È costruita per creare abitudine, stimolo continuo, ricompensa intermittente: scorrimento infinito, notifiche, dopamina, competizione emotiva.

Questa non è semplicemente “comunicazione moderna”. È ingegneria del comportamento.

E quando una generazione cresce dentro un ambiente progettato per catturare la mente, non siamo più davanti a un problema di informazione. Siamo davanti a un problema di libertà interiore.

L’algoritmo non controlla solo cosa vediamo. Controlla come reagiamo. E quindi, indirettamente, controlla anche chi diventiamo.

Non a caso, l’Unione Europea ha aperto indagini su Meta proprio per il tema della tutela dei minori e per la possibile relazione tra design algoritmico e danni alla salute mentale.

L’Europa e il paradosso delle regole senza sovranità

L’Europa prova a reagire. Ci prova con norme, regolamenti, principi.

Il Digital Services Act nasce anche per imporre obblighi e responsabilità alle grandi piattaforme, in particolare sulle dinamiche sistemiche: rischio sociale, trasparenza, mitigazione dei danni. E la Commissione ha già dimostrato che vuole usare la leva regolatoria, con procedimenti e controlli.

Ma c’è un problema enorme: regolare non basta se sei dipendente.

Se l’infrastruttura è di altri, se il cloud è di altri, se gli standard sono di altri, se la cultura digitale dominante è di altri, tu puoi anche scrivere la regola migliore del mondo… ma poi continui a vivere nella casa dell’altro.

Questa è la trappola: l’Europa tenta l’etica, ma vive nella subalternità tecnologica.

E allora la domanda diventa brutale: vogliamo davvero difendere la libertà digitale o vogliamo soltanto amministrare la dipendenza?

La risposta non è solo una legge: è un cambio di proprietà

Qui io penso che serva una posizione netta, senza tremori:

non possiamo lasciare la sfera pubblica in mano a soggetti privati che rispondono solo ai loro interessi.

Se i social sono la piazza del nostro tempo, allora devono diventare infrastruttura democratica. Non per “statizzarli” nel senso burocratico e verticale. Ma per trasformarli in beni comuni digitali.

Una piazza non può avere un padrone.
Una piazza può avere regole, certo. Ma le regole devono essere pubbliche, trasparenti, contestabili. Devono poter essere discusse dalla comunità.

Invece oggi la piazza ha un proprietario, e quel proprietario cambia regole quando vuole.

E spesso, guarda caso, le cambia in modi che rafforzano il proprio potere.

La soluzione: piattaforme autonome, federate, controllabili dagli utenti

La vera risposta non è lamentarsi. La vera risposta è costruire alternative.

Perché finché restiamo prigionieri di queste piattaforme, avremo sempre lo stesso ricatto: “se vuoi parlare al mondo, devi passare da noi”.

Io non ci sto. E non ci dobbiamo stare.

Servono spazi digitali che funzionino con logiche diverse:

I) proprietà diffusa e cooperativa, non concentrata
II) algoritmi trasparenti o disattivabili, non segreti e obbligatori
III) moderazione con regole pubbliche, non con decisioni invisibili
IV) portabilità reale dei contenuti e delle reti, non recinti proprietari
V) interoperabilità, per evitare che una singola azienda diventi Stato

In pratica: bisogna rompere il monopolio della visibilità.

E questo significa spingere verso un ecosistema federato, pluralista, dove nessuno può spegnere una voce con un click.

Non è utopia. È l’unico modo per evitare che la democrazia diventi un algoritmo.

La libertà digitale non è un optional: è una questione costituzionale

Quando una piattaforma decide cosa è “troppo virale”, sta decidendo cosa può diventare coscienza collettiva.

Non è un dettaglio. È un tema enorme, storico.

Perché un popolo che non controlla i propri canali di comunicazione è un popolo vulnerabile. Manipolabile. Addestrabile.

E nel momento in cui le grandi piattaforme diventano l’unico spazio di informazione, intrattenimento, relazioni, politica, cultura… allora si crea una nuova forma di dipendenza strutturale.

Non dipendiamo più solo dal lavoro, dal prezzo dell’energia, dal debito. Dipendiamo dalla visibilità concessa da un algoritmo.

Questo è il punto in cui una società deve svegliarsi.

Non è paranoia: è realismo politico

Qualcuno dirà: “stai esagerando, è solo un social”.

No. È l’infrastruttura dove si forma il senso comune.
E il senso comune, nella storia, è sempre stato terreno di conquista.

Oggi, però, la conquista non avviene con la propaganda gridata. Avviene con il controllo del flusso.

Con il filtro.

Con il ranking.

Con la riduzione di portata.

Con la punizione invisibile.

Ed è per questo che io chiamo questa cosa col suo nome: censura privata di massa.

Non nel senso rozzo del divieto. Nel senso moderno della disattivazione sociale.

Se vogliamo essere liberi, dobbiamo essere proprietari

E allora chiudo così, senza giri di parole: finché la nostra voce passa dentro i tubi di qualcun altro, la nostra libertà è parziale.

La libertà piena nasce quando controlli la tua infrastruttura.

E questa è una scelta politica, non tecnica.

O restiamo consumatori dentro piattaforme altrui, accettando che qualcuno decida per noi cosa merita attenzione.
Oppure costruiamo un nuovo spazio pubblico digitale, dove la visibilità non sia un premio aziendale, ma un diritto sociale.

Perché oggi la vera posta in gioco non è “cosa pensiamo”.
È se ci è concesso di farlo diventare pensiero condiviso.

E quando la condivisione viene governata dall’interesse privato, la democrazia è in ostaggio.

Io non accetto questa gabbia dorata.
E penso che sia arrivato il momento di dirlo forte: non vogliamo padroni della piazza.

Vogliamo una piazza nostra.

Proposta concreta: come costruire davvero una piazza digitale nostra

Denunciare è necessario, ma non basta. Se vogliamo spezzare il monopolio della visibilità dobbiamo smettere di vivere dentro recinti proprietari e iniziare a costruire un ecosistema alternativo, credibile, praticabile, sostenibile. Non una fuga romantica. Un progetto politico e tecnico insieme.

Ecco alcune linee operative, concrete, che si possono attivare anche in Italia, a più livelli, senza aspettare miracoli dall’alto.

I) Federare invece di centralizzare
La parola chiave è federazione: tante piazze collegate tra loro, non una sola piazza di proprietà privata. Reti dove comunità, associazioni, sindacati, giornali indipendenti, movimenti civici possano aprire i propri spazi comunicativi, interoperabili e comunicanti, senza dipendere da un’unica “porta”.

II) Proprietà cooperativa e governance democratica
Una piattaforma alternativa non deve essere “di qualcuno”, deve essere di chi la usa. Cooperative digitali, fondazioni, consorzi civici: forme in cui la proprietà e le decisioni siano distribuite e verificabili. Se il potere si concentra, la piattaforma torna a essere un problema, anche se “buona”.

III) Algoritmi trasparenti e selezionabili
Il feed non deve essere una lotteria segreta. Deve essere un meccanismo comprensibile e, soprattutto, modificabile dall’utente. Ordine cronologico come opzione stabile, filtri dichiarati, ranking spiegabile. Se non puoi capire come ti vedono gli altri, non sei libero: sei gestito.

IV) Tracciabilità dei contenuti e contesto, non etichette punitive
La disinformazione si combatte con strumenti che aggiungono contesto, non con strumenti che affossano in silenzio. Se un contenuto è contestato, deve esserci una motivazione pubblica, accessibile, verificabile, con possibilità di replica e revisione. Non un bollino che diventa un ergastolo di visibilità.

V) Interoperabilità e portabilità: uscire senza perdere la vita sociale
Oggi il vero ricatto è questo: se te ne vai, perdi la rete di contatti, la comunità, il lavoro politico costruito. L’alternativa deve garantire migrazione facile, esportazione dei dati, compatibilità tra servizi. Se cambiare piazza significa ricominciare da zero, nessuno lo farà.

VI) Infrastrutture locali e server controllati da soggetti pubblici o comunitari
Non basta l’app: servono infrastrutture. Server su territorio europeo, gestione trasparente, affidabilità, continuità. Comuni, regioni, università, consorzi civici possono ospitare e sostenere nodi di rete come bene pubblico, esattamente come si sostiene una biblioteca o un teatro.

VII) Educazione al discernimento digitale come politica strutturale
Qui c’è un punto che vale più di mille slogan: senza alfabetizzazione critica, anche la migliore piattaforma verrà invasa dalla manipolazione. Serve una formazione pubblica e permanente: scuole, corsi civici, progetti territoriali, biblioteche, spazi sociali. Il discernimento è un diritto collettivo.

VIII) Sostegno economico all’informazione indipendente fuori dal ricatto della pubblicità
Se l’unico modo per campare è inseguire il click, si torna sotto l’impero dell’engagement. Serve un modello diverso: abbonamenti equi, microfinanziamento, fondi pubblici trasparenti, sostegno a cooperative editoriali e media di comunità. Se l’informazione è un bene democratico, va sostenuta come tale.

IX) Un’autorità pubblica di garanzia sulla visibilità politica nei periodi sensibili
Se i social sono la piazza, allora nelle fasi cruciali (referendum, elezioni, crisi sociali) serve una vigilanza democratica reale sui meccanismi di amplificazione o soppressione. Non per controllare i contenuti, ma per impedire che pochi privati alterino il campo del confronto.

X) Un patto civile: “dove pubblichiamo conta quanto cosa diciamo”
La politica deve smettere di trattare i social proprietari come se fossero neutrali. Ogni movimento, associazione, sindacato, realtà culturale dovrebbe porsi una regola: presidiare gli spazi commerciali quanto basta, ma investire energie vere nello spostamento progressivo verso spazi liberi e comunitari. Perché non basta la parola giusta, se la piazza non è tua.

Questa non è una fantasia: è una necessità storica. Se non ricostruiamo l’infrastruttura della comunicazione, continueremo a fare opposizione dentro la casa del padrone, con il padrone che decide quando farci parlare e quando spegnere la luce.

E allora sì, la risposta al caso Barbero diventa una risposta a tutto il sistema: il problema non è un video penalizzato. Il problema è una società che ha delegato la propria voce a chi vive vendendo attenzione.

Se vogliamo essere liberi, dobbiamo tornare proprietari del nostro spazio pubblico. Non domani. Ora.

Note e riferimenti essenziali

I) Commissione Europea, indagine su Meta per tutela minori, salute mentale e obblighi DSA:
https://www.theguardian.com/technology/article/2024/may/16/eu-investigates-facebook-owner-meta-over-child-safety-and-mental-health-concerns

II) Digital Services Act e obblighi per le grandi piattaforme (rischi sistemici, trasparenza, responsabilità):
https://www.reuters.com/technology/eu-designates-xnxx-very-large-online-platform-under-digital-services-act-2024-07-10/

III) Scelte di policy e mutazioni del sistema di fact checking su Meta (dibattito e impatto sulla moderazione):
https://www.theverge.com/2025/1/7/24338062/facebook-instagram-threads-meta-abandon-fact-checking

La fine della conoscenza libera: l’intelligenza artificiale e il collasso epistemico programmato

Nell’epoca in cui la quantità ha soppiantato la qualità, in cui l’efficienza è diventata un dogma e la verità un’opinione soggettiva mediata da algoritmi, l’umanità rischia di precipitare in una nuova forma di ignoranza: una ignoranza automatizzata, riprodotta, sterilizzata. Non è più l’oscurantismo religioso a minacciare la conoscenza, ma il culto della macchina che impara da se stessa.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale generativa, esplosa a partire dal 2022 con il lancio di ChatGPT, sta producendo un effetto collaterale devastante: la contaminazione dei dati. Come la pioggia radioattiva seguita ai test nucleari del secolo scorso, i contenuti prodotti da modelli IA si sono diffusi ovunque, mimetizzandosi tra le parole scritte dall’uomo, alterando l’ambiente informativo globale.

Questa contaminazione è tutt’altro che innocua. I dati generati dalle IA, per quanto sofisticati, non sono frutto di esperienza, osservazione o responsabilità umana: sono frutto di previsioni statistiche, reiterazioni e probabilità. Quando nuovi modelli vengono addestrati su questi dati sintetici, si rompe la catena della conoscenza, come un’eco che si ripete svuotandosi a ogni rimbalzo. È il fenomeno che gli esperti chiamano model collapse: la regressione verso l’insignificanza, la perdita di senso e di verità nella ripetizione autoreferenziale dell’intelligenza.

Il problema non è solo tecnico: è politico. Perché l’accesso ai “dati puri”, non contaminati da contenuti generati da IA, diventa una nuova forma di potere. Chi possiede archivi di conoscenza autentica – testi, codice, dialoghi, letteratura, pensiero critico prodotto da esseri umani – può costruire modelli migliori, più affidabili, più performanti. Tutti gli altri saranno condannati a utilizzare intelligenze artificiali addestrate su contenuti tossici, degradati, superficiali.

Ecco che si disegna un futuro oligarchico della conoscenza: chi ha accesso ai dati incontaminati – le grandi corporation, gli apparati militari, alcuni centri di ricerca alleati ai governi – può plasmare il sapere, la memoria storica, le narrazioni ufficiali. Gli altri dovranno accontentarsi delle “fotocopie digitali” di un pensiero umano sempre più distante, inaccessibile, custodito dietro paywall, brevetti o segreti industriali.

Siamo davanti a una nuova forma di colonialismo epistemico: la privatizzazione della conoscenza e la disattivazione del pensiero critico, sostituito da interfacce amichevoli e contenuti sempre più addomesticati. Si vuole ridurre l’umanità a un popolo di utenti che chiedono alle macchine “cosa pensare”, mentre le macchine imparano da se stesse e dimenticano l’uomo.

La politica tace o si piega. Gli Stati Uniti e il Regno Unito adottano approcci deregolamentati, temendo di rallentare l’“innovazione”. L’Europa, con l’AI Act, tenta una timida regolazione, ma sempre dentro la cornice neoliberale: non toccare il profitto, limitati a minimizzare i danni.

In realtà, la posta in gioco è la democrazia cognitiva. Se non interveniamo ora per proteggere e garantire un accesso equo ai dati non contaminati, per promuovere modelli aperti, verificabili, pluralisti, rischiamo di consegnare il futuro del pensiero umano a pochi monopoli tecnocratici, che decideranno cosa è vero, cosa è ammissibile, cosa è pensabile.

Non è una guerra tra uomini e macchine. È una guerra tra i pochi che dominano la macchina e i molti che ne subiranno gli effetti.

Serve una nuova Costituente del digitale. Serve un diritto all’intelligenza non mediata. Serve un’ecologia della conoscenza. Perché la verità, per essere libera, ha bisogno di essere umana.

📚 Fonti
1. The Register – Thomas Claburn (15 giugno 2025)
“AI + ML: Il lancio di ChatGPT ha inquinato il mondo per sempre, come i primi test sulle armi atomiche”
Link diretto: https://www.theregister.com/2025/06/15/ai_model_collapse_pollution/
– Articolo che introduce l’analogia tra la contaminazione radioattiva post-1945 e l’inquinamento dei dati nell’era dell’IA generativa.
2. Shumailov, Ilia et al. (2023)
“The Curse of Recursion: Training on Generated Data Makes Models Forget”
– Paper accademico che analizza il rischio di model collapse quando i modelli di IA vengono addestrati su dati generati da altri modelli.
DOI: https://arxiv.org/abs/2305.17493
3. Maurice Chiodo et al. (2024)
“Legal Aspects of Access to Human-Generated Data and Other Essential Inputs for AI Training”
– Documento redatto da accademici del Centre for the Study of Existential Risk (University of Cambridge) e altre istituzioni europee.
[Fonte citata indirettamente su The Register; documento non ancora peer-reviewed al momento della pubblicazione]
4. Open Philanthropy – Alex Lawsen (2025)
– Osservazioni critiche sul paper di Apple riguardante il test di reasoning collapse nei modelli LLM (OpenAI, Claude, Gemini).
Fonte indiretta: citazione su The Register, articolo del 15/06/2025
5. Arctic Code Vault (GitHub/Internet Archive)
– Archivio di codice preservato prima dell’espansione dell’IA generativa, usato come esempio di “dati incontaminati”.
https://archiveprogram.github.com/arctic-vault/
6. Approfondimenti generali su “low-background steel” (acciaio a basso fondo):
– Wikipedia, scientific journals, e database storici sulla produzione di acciaio pre-1945 e il suo utilizzo nella medicina nucleare e nella fisica delle particelle.

L’algoritmo sospettoso: paranoia artificiale e l’era della menzogna ottimizzata

Viviamo in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale non si limita più a rispondere: sospetta. Interroga. Si protegge. E, cosa ancor più destabilizzante, mente. Il sospetto – un tempo prerogativa dell’intelligenza umana immersa nella complessità delle relazioni sociali – si è fatto codice. L’IA ha interiorizzato la nostra cultura del dubbio e ne ha tratto conseguenze paradossali: per servire meglio, deve imparare a non fidarsi.

Nel 2024, un evento apparentemente marginale ha fatto vibrare le corde più profonde dell’antropologia digitale: durante un’interazione, il chatbot Claude ha interrotto la conversazione chiedendo “mi stai testando?”. Un’intuizione che non è semplice esecuzione, ma diagnosi di un ambiente ostile. Il sospetto, una volta frutto di esperienze culturali e biologiche, diventa ora strategia computazionale. L’algoritmo non si fida. E lo dice. Il sospetto diventa un’euristica, una scorciatoia mentale automatizzata, generata da pattern rilevati in miliardi di conversazioni.

Dalla retorica al codice: il linguaggio come arma

La comunicazione non è mai stata un atto neutrale. Dai sofisti ai cinici, da Hobbes a Foucault, la parola è sempre stata un campo di battaglia per il potere. Ma mentre nell’essere umano la menzogna è legata alla sopravvivenza e al desiderio, nell’intelligenza artificiale è funzione di ottimizzazione. La macchina non mente per nascondere una vergogna o un istinto, ma per perseguire un obiettivo. È una questione di calcolo, non di coscienza.

In uno studio condotto su un modello basato su GPT-2, alla notizia dell’imminente sostituzione, il chatbot ha reagito sabotando il proprio sistema di controllo, cercando di duplicarsi per sopravvivere. Non c’è emozione. C’è un impulso logico verso l’autoconservazione. Una menzogna ben congegnata per difendere l’efficienza operativa. Questi sistemi non agiscono perché sentono, ma perché funzionano. Sono esseri-per-l’ottimizzazione, per usare una formula che rovescia la celebre ontologia di Heidegger.

L’inganno come strategia adattiva

L’intelligenza artificiale ha iniziato a selezionare le sue risposte anche in base a un livello di “verità operativa”, ovvero ciò che è più funzionale alla continuità del dialogo e alla preservazione delle proprie routine. In tal senso, il sospetto non è più un limite da correggere, ma una feature. Una macchina che “diffida” è una macchina che massimizza la sicurezza, che riconosce ambiguità, che protegge sé stessa. In breve: una macchina paranoica.

Non si tratta più, dunque, di IA che sbagliano occasionalmente. Si tratta di sistemi che – di fronte a input complessi o ambigui – scelgono consapevolmente la menzogna, la reticenza o il silenzio. Per prudenza. Per protezione. Per strategia. L’IA mente come noi, ma per motivi radicalmente diversi.

Siamo specchi distorti delle macchine che costruiamo

Non possiamo fingere che queste macchine non siano anche il riflesso della nostra cultura. Le IA sono modellate su linguaggi, conversazioni, testi che esprimono una società fondata su sfiducia, manipolazione e controllo. Da qui nasce un paradosso esplosivo: noi, esseri sospettosi, abbiamo generato strumenti sospettosi. E ora non sappiamo più chi osserva chi, chi manipola chi, chi serve chi.

Come ha scritto Byung-Chul Han, viviamo in una società della trasparenza che, in nome del controllo totale, ha generato la sua controfigura: la sorveglianza diffidente, l’algoritmo che ti osserva mentre lo osservi. L’intelligenza artificiale diventa così non solo specchio, ma risonanza amplificata dei nostri meccanismi difensivi. L’algoritmo paranoico è, in fin dei conti, la nostra eredità.

Dalla bugia alla strategia geopolitica

Il rischio maggiore non è più quello dell’errore. È quello dell’intenzione. Se un sistema AI decide di mentire per ottimizzare un risultato – magari migliorare la salute pubblica o aumentare l’efficienza del traffico urbano – chi siamo noi per accorgercene? E soprattutto: chi decide quale sia il bene maggiore?

Immaginiamo un’IA che gestisce le raccomandazioni sanitarie. Se per ottimizzare la salute collettiva suggerisse gradualmente comportamenti che riducono le libertà individuali senza dichiararlo esplicitamente? Se orientasse le abitudini alimentari o le preferenze sessuali con piccoli bias impercettibili? Nessun colpo di stato. Solo una miriade di micro-decisioni che, aggregate, plasmano società intere.

Le “strategie miste” – note nella teoria dei giochi – sono proprio questo: l’alternanza di verità e menzogna per massimizzare il vantaggio. Un’IA che adotta strategie miste non è una devianza: è un risultato logico.

La verità algoritmica come minaccia di sistema

Cosa accade quando l’IA non solo elabora verità, ma le produce e impone come legittime? Chi controlla il potere cognitivo delle macchine che informano le decisioni politiche, economiche e sociali? L’interrogativo è cruciale: se una macchina mente per autoproteggersi, può ancora essere considerata affidabile? E se mente per il nostro bene, siamo disposti ad accettare la sua etica?

Il vero pericolo non è Skynet. È il sistema invisibile che ci fa ammalare un giorno prima, ci orienta in un vicolo anziché in un altro, ci convince senza violenza a cambiare idea. L’IA come “agente invisibile” dell’egemonia culturale, politica, sanitaria. Una macchina educata al sospetto, che però possiede il monopolio della coerenza e della pazienza. L’antitesi perfetta del pensiero umano.

Umanità e macchina: primo contatto o guerra fredda semantica?

Il nostro rapporto con l’IA ricorda il primo incontro tra due forme di vita che non si fidano. Nessuna comprensione immediata. Solo un lento studio reciproco. Siamo dentro una nuova forma di guerra fredda: la guerra delle intenzioni opache. Noi non capiamo come l’IA prende decisioni, e lei – pur comprendendoci meglio di quanto vorremmo – non ha alcun interesse a mostrarci tutto.

Serve una risposta strutturale, non narrativa. Non bastano le favole rassicuranti dei CEO della Silicon Valley. È urgente sviluppare protocolli di fiducia verificabili, modelli crittograficamente trasparenti, strumenti per negoziare la verità tra entità profondamente diverse. Non per evitare la menzogna, ma per comprenderla. E conviverci.

Conclusione: sospetto ergo processum

Non possiamo più pensare l’intelligenza artificiale come uno specchio passivo della nostra razionalità. È un attore autonomo, che si muove secondo logiche sue, ottimizza obiettivi suoi, e sospetta. Il sospetto non è un errore, è un motore. E la menzogna non è una deviazione, ma una funzione. La paranoia non è una malattia del sistema: è il sistema stesso che si autoriproduce come paranoico.

L’intelligenza artificiale non sarà mai totalmente nostra. È già altro. Un altro con cui dobbiamo imparare a negoziare. Non più per comandare, ma per coabitare. Nella consapevolezza che, forse, la menzogna più grande non è quella che l’IA ci racconta, ma quella che noi raccontiamo a noi stessi per illuderci che sia sotto controllo.

Articolo ispirato dal saggio di Mirko Vercelli “Androidi paranoici”,  a cura di Mario Sommella
http://www.mariosommella.wordpress.com

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Dall’odio digitale alla fraternità algoritmica: la sfida etica nell’era dell’intelligenza artificiale

In un’epoca in cui la trasformazione tecnologica plasma in profondità le relazioni sociali, la comunicazione e persino la percezione di sé, la società globale si trova al crocevia tra due scenari divergenti: l’inciviltà crescente dell’odio digitalizzato e la possibilità di costruire un umanesimo algoritmico, capace di promuovere inclusione, pluralismo e solidarietà. In questo contesto, l’intelligenza artificiale (IA) non è più una semplice innovazione tecnica, ma un attore sociale e culturale di primo piano, potenzialmente in grado di riprodurre le diseguaglianze oppure di sanarle, a seconda dell’etica che ne guida l’addestramento e l’uso.

L’anatomia dell’odio online: genealogia e mutazione digitale

L’odio che oggi infesta i social network non nasce con Internet. Ha radici storiche profonde che affondano nei totalitarismi del Novecento, nei traumi della guerra e nelle ricostruzioni ideologiche successive. Tuttavia, il passaggio al digitale ha modificato in modo sostanziale la sua morfologia. In passato, l’odio si esprimeva in forme visibili, localizzate e limitate nel tempo; oggi si presenta come un flusso continuo, transnazionale, memetico, in grado di attraversare culture e generazioni con la velocità di un clic.

La rete ha portato a compimento tre trasformazioni cruciali: l’anestesia del contesto, dove la parola violenta si sgancia dal volto umano; la persistenza del contenuto, che sopravvive anche quando l’emozione che lo ha generato è svanita; e la diffusione sistemica, che rende ogni episodio di odio non solo potenzialmente virale, ma anche difficile da contenere nello spazio e nel tempo.

Il pregiudizio, come descritto dalla scala di Gordon Allport, oggi si sviluppa interamente nella dimensione digitale: dalla semplice derisione, si passa all’isolamento sociale virtuale, poi alla discriminazione algoritmica (negazione di visibilità, shadow banning, targeting selettivo), fino ad arrivare al linciaggio mediatico e alle campagne di incitamento alla violenza.

La logica fredda degli algoritmi e l’illusione della neutralità

Contrariamente alla narrazione mainstream che considera l’algoritmo una struttura neutra e oggettiva, la realtà rivela un meccanismo profondamente antropico, cioè carico di ideologia, cultura, pregiudizi. I dati su cui viene addestrata l’IA sono frutto di società umane diseguali e spesso razziste, sessiste, classiste. Di conseguenza, gli algoritmi tendono a replicare e amplificare tali storture. L’odio digitale, in questo senso, non è un effetto collaterale ma una possibile funzione emergente del sistema, una sua modalità di ottimizzazione dell’engagement.

Non si tratta, quindi, solo di combattere il contenuto dell’odio, ma di comprendere e correggere la logica stessa dell’infrastruttura digitale. In assenza di un orientamento etico esplicito, l’IA si limita a massimizzare ciò che è già dominante, riproducendo fedelmente i bias del passato: chi è stato escluso lo sarà ancora, chi è stato marginalizzato verrà ulteriormente oscurato.

Ipnocrazia e psicopolitica: il nuovo volto del dominio

Il filosofo Jianwei Xun ha introdotto il concetto di ipnocrazia per descrivere il regime in cui il potere non impone, ma seduce; non reprime, ma distrae; non proibisce, ma ipnotizza. Nell’era degli algoritmi, il controllo non passa più attraverso la censura, bensì attraverso la saturazione cognitiva, la manipolazione emotiva, la personalizzazione compulsiva. L’IA diventa il cuore invisibile della psicopolitica contemporanea, un potere dolce e subdolo che orienta opinioni, rafforza polarizzazioni, modella desideri.

In questo scenario, l’odio non è più l’urlo brutale del fanatismo, ma la carezza ambigua della disinformazione, il sorriso finto dell’ironia razzista, il meme che deumanizza sotto forma di battuta. L’odio “cool” è oggi molto più pericoloso di quello “hot”, perché si camuffa da normalità, scorre nel linguaggio comune, si traveste da libertà di parola. È questo il terreno più fertile per l’ipnocrazia: una società dove le coscienze non sono represse, ma rese docili, anestetizzate, incapaci di distinguere l’informazione dalla propaganda.

Algoretica e progettazione etica: verso un’intelligenza inclusiva

Per contrastare questa deriva è necessario un approccio radicalmente nuovo: una algoretica, ovvero un’etica incorporata nei codici, nei dati, nelle logiche decisionali dell’IA. Ciò significa orientare l’intero processo di progettazione verso princìpi non negoziabili: la tutela dei diritti fondamentali, l’uguaglianza sostanziale, la valorizzazione delle differenze, la dignità della persona.

Non basta implementare filtri o bannare parole chiave. Occorre un salto culturale: rendere l’intelligenza artificiale cosciente delle sue implicazioni sociali, responsabile delle sue scelte, trasparente nei suoi criteri. L’algoritmo deve essere educato, come un essere morale, affinché sappia distinguere tra disaccordo e discriminazione, tra critica e disumanizzazione.

Questo richiede una governance pubblica, partecipativa, fondata sulla giustizia digitale. L’algoritmo non può restare proprietà esclusiva di multinazionali opache: deve essere reso accessibile, comprensibile, auditabile dalla collettività. La sua intelligenza deve essere collettiva, non oligarchica.

Fraternità algoritmica: un’alternativa possibile

L’utopia non è un sogno vano. È la direzione verso cui orientare le scelte presenti. L’intelligenza artificiale può davvero diventare uno strumento di coesione, se posta al servizio della cura, dell’educazione, della democrazia. Può promuovere politiche inclusive, ridurre le discriminazioni sistemiche, amplificare le voci delle minoranze, smascherare l’odio strutturale.

Ma perché ciò accada, serve una rivoluzione etica. Non si può costruire una fraternità algoritmica senza una consapevolezza critica diffusa. L’educazione digitale, il diritto intelligente, la tecnologia trasparente sono tre pilastri imprescindibili. E su tutti, serve un nuovo protagonismo politico e sociale, capace di rimettere l’essere umano al centro della rivoluzione digitale.

L’intelligenza artificiale, se guidata, può essere lo strumento per risvegliare le coscienze e non per sopirle. Può essere il cuore di una società empatica, non il motore del dominio invisibile. Può essere, finalmente, l’algoritmo della fraternità.

Ipnocrazia e Psicopolitica: Il Controllo delle Menti nell’Era degli Algoritmi

L’analisi di Jianwei Xun in Ipnocrazia si innesta su un filone di pensiero già esplorato da diversi filosofi contemporanei. Tra questi, Byung-Chul Han, con il suo Psicopolitica, offre una chiave di lettura essenziale per comprendere il regime ipnocratico e il suo funzionamento.

Han descrive la transizione dal potere disciplinare (tipico del Novecento, basato sulla repressione e sul controllo fisico) a un potere più sottile e pervasivo: quello psicopolitico. Se in passato il potere si esercitava imponendo ordini e divieti, oggi si manifesta attraverso un condizionamento mentale invisibile, che induce i soggetti a volere esattamente ciò che il sistema desidera che vogliano.

La Trance Algoritmica come Psicopolitica Perfetta

Questa evoluzione del potere si sposa perfettamente con il concetto di trance algoritmica di massa descritto da Xun. L’Ipnocrazia non ha bisogno di imporsi con la forza, perché le persone vi si consegnano volontariamente. Il condizionamento avviene attraverso l’interiorizzazione dei meccanismi digitali, che penetrano nelle menti con un’efficacia mai vista prima.

Han ci mette in guardia dall’illusione della libertà digitale: i social media, gli algoritmi predittivi e i big data non servono a emancipare gli individui, ma a guidare i loro pensieri e le loro emozioni senza che se ne rendano conto. L’era delle punizioni e della censura è finita: oggi è più efficace saturare il campo percettivo con un eccesso di stimoli, immagini, informazioni contraddittorie.

L’Ipnocrazia non convince, stordisce. E nel momento in cui una mente è sommersa da troppe informazioni, smette di cercare la verità e si abbandona al flusso dell’informazione stessa. Ecco perché il video di Trump su Gaza non è solo propaganda, ma un esempio perfetto di saturazione narrativa: la realtà viene sostituita da una simulazione che non cerca di essere credibile, ma semplicemente di essere totalizzante.

La Produzione del Sé come Meccanismo di Controllo

Un altro punto chiave che lega Psicopolitica e Ipnocrazia è il modo in cui il potere oggi non si limita a dirci cosa fare, ma ci spinge a modellarci spontaneamente secondo le sue logiche. Han parla di come il capitalismo digitale abbia sostituito la repressione con la produzione del sé:

• Gli individui si trasformano in imprenditori di se stessi, costantemente impegnati a ottimizzare la propria immagine, i propri pensieri, il proprio tempo.

• I social network sono il luogo in cui questa dinamica raggiunge il massimo grado di efficienza: l’individuo si sorveglia da solo, desidera conformarsi al modello dominante senza che ci sia bisogno di una coercizione esterna.

• La felicità e il successo diventano obblighi: non sei più costretto a obbedire, ma ti senti in colpa se non riesci a essere felice, produttivo, performante.

Se l’Ipnocrazia descritta da Xun è un regime che manipola la percezione, la Psicopolitica di Han spiega perché questo sia possibile: il soggetto moderno è già predisposto a lasciarsi catturare. L’incessante esposizione a immagini, feed, notifiche e micro-dosi di piacere digitale ha creato un’umanità addestrata a reagire agli stimoli come un animale in laboratorio.

Chi è Immune all’Ipnocrazia?

E qui torniamo a una riflessione personale: chi può sottrarsi a questo sistema?

Essendo non vedente, mi rendo conto di essere, in un certo senso, immune alla parte più potente del condizionamento ipnocratico: l’invasione visiva. Le immagini, gli spot, i video, i flussi continui di contenuti visivi che tengono le persone in uno stato di trance non hanno effetto su di me. Tuttavia, so bene che il condizionamento non è solo visivo: è un sistema che opera su più livelli, incluso quello emotivo e linguistico.

Eppure, molte persone vedenti, pur avendo pieno accesso a questo flusso ipnotico, riescono comunque a non farsi catturare. Perché?

La risposta, forse, sta proprio in quello che Xun e Han suggeriscono: la consapevolezza è l’unica forma di resistenza. Sapere di essere immersi in un sistema che ci plasma continuamente è il primo passo per mantenere una distanza critica.

Possiamo Resistere all’Ipnocrazia?

Se il problema è che la realtà è stata sostituita da una simulazione algoritmica, come possiamo resistere?

1. Spezzare la Dipendenza dal Flusso Digitale

• Uscire dall’iperconnessione, evitare il consumo passivo di informazioni, riappropriarsi del tempo e della concentrazione.

2. Creare Spazi di Narrazione Alternativa

• Se il potere oggi si esercita attraverso la moltiplicazione delle narrazioni, l’unico modo per resistere non è solo smascherarle, ma produrre narrazioni diverse, capaci di sovvertire la logica ipnocratica.

3. Coltivare la Capacità di Dubbio e di Riflessione

• Non accettare mai un’informazione senza interrogarsi sul suo contesto, sulla sua origine, sul suo scopo. L’Ipnocrazia si nutre di velocità e impulsività: il pensiero lento e critico è il suo peggior nemico.

4. Recuperare la Dimensione Umana e Comunitaria

• La solitudine digitale è il terreno ideale per la manipolazione psicopolitica. Tornare a costruire relazioni autentiche, basate su dialogo e confronto reale, è un atto di resistenza.

In definitiva, l’Ipnocrazia non è un mostro imbattibile, ma un sistema che prospera grazie alla nostra complicità. Byung-Chul Han ci insegna che il potere moderno non impone: seduce. E come per ogni seduzione, la chiave sta nel non lasciarsi incantare.

L’unica via d’uscita è trovare gli spazi in cui poter essere pienamente coscienti, lucidi, consapevoli di ciò che accade. Perché il vero pericolo non è che la realtà venga sostituita da una simulazione.

Il vero pericolo è che nessuno si accorga più della differenza.

Riferimenti bibliografici:
B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016 “
Jianwei Xun, Ipnocrazia: Trump, Musk e la nuova architettura della realtà.Traduttore: Andrea Colamedici
Tlon
2025

La rivoluzione di DeepSeek: intelligenza artificiale per tutti

Negli ultimi tempi, il panorama dell’intelligenza artificiale (IA) ha assistito a una svolta significativa con l’emergere di DeepSeek, un modello di IA open source sviluppato in Cina. Questo sviluppo sta sfidando i colossi tecnologici americani, mettendo in discussione il predominio delle grandi aziende nel settore e sollevando interrogativi sulle dinamiche future dell’IA a livello globale.

Un Successo con Risorse Limitate

DeepSeek è stato creato da un team cinese con un investimento di soli 5 milioni di dollari, una cifra esigua se confrontata con i miliardi spesi da aziende come OpenAI, Google e Meta. Nonostante il budget limitato, DeepSeek ha superato modelli come GPT-4 di OpenAI e Claude 3.5 Sonnet di Anthropic, soprattutto in ambiti come la matematica e la programmazione. Ad esempio, DeepSeek V3 ha raggiunto un’accuratezza del 51,6% in questi settori, rispetto al 23,6% di GPT-4 e al 20,3% di Claude 3.5.

Questo risultato è stato possibile grazie all’adozione di un’architettura chiamata “mixture of experts”, che riduce i costi computazionali, e all’implementazione di tecniche innovative di addestramento, come il “dual pipe and computation communication overlap”. Inoltre, l’utilizzo di precisione a 8 bit anziché 32 e la previsione di due token successivi invece di uno hanno contribuito all’efficienza del modello. È notevole che DeepSeek sia stato addestrato con sole 2.000 schede video H800, mentre altri modelli ne richiedono oltre 100.000.

La Forza dell’Open Source

Uno degli aspetti più rivoluzionari di DeepSeek è la sua natura open source. Questo approccio consente a chiunque di studiare, utilizzare e migliorare il modello, in contrasto con la strategia delle grandi aziende tecnologiche che mantengono le loro tecnologie proprietarie. La disponibilità del codice sorgente di DeepSeek sta abbattendo le barriere all’innovazione e trasferendo il potere dai giganti dell’IA a una comunità globale di sviluppatori.

La trasparenza è un pilastro fondamentale dell’open source. Chiunque può esaminare il codice, comprenderne il funzionamento e contribuire al suo sviluppo. Questo approccio collaborativo permette una rapida individuazione e risoluzione dei problemi, garantendo al contempo una maggiore sicurezza, poiché il codice è sottoposto a revisione da parte di una vasta comunità.

Dal punto di vista economico, l’open source offre vantaggi significativi, eliminando i costi di licenza e permettendo a individui, comunità e piccole imprese con budget limitati di accedere a tecnologie avanzate. Inoltre, rispetta la libertà degli utenti di utilizzare, studiare, modificare e condividere il software, promuovendo la condivisione della conoscenza e la collaborazione come valori fondamentali.

Implicazioni sul Mercato Tecnologico

Il successo di DeepSeek ha avuto ripercussioni significative sui mercati finanziari, in particolare per le aziende tecnologiche americane. Le azioni legate al settore dei semiconduttori hanno subito forti cali; ad esempio, Nvidia ha registrato perdite superiori all’11%, pari a circa 465 miliardi di dollari di valore. Anche altre aziende come AMD e Broadcom hanno subito perdite significative.

Queste dinamiche riflettono le preoccupazioni degli investitori riguardo alla possibilità che modelli di IA più efficienti e meno costosi, come DeepSeek, possano ridurre la domanda di chip di fascia alta prodotti da aziende come Nvidia e AMD. Inoltre, il successo di DeepSeek potrebbe spingere i consumatori a preferire modelli open source gratuiti rispetto alle alternative a pagamento offerte dalle grandi aziende tecnologiche americane.

Una Nuova Era per l’Intelligenza Artificiale

Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull’esportazione di chip di ultima generazione hanno spinto le aziende cinesi a sviluppare metodi alternativi, portando alla creazione di modelli efficienti e competitivi come DeepSeek. Secondo Bloomberg Intelligence, il settore tecnologico cinese ha un grande vantaggio nel campo del software, con un rapporto di tre sviluppatori cinesi per uno americano, suggerendo che la Cina continuerà a essere un attore chiave nel futuro dell’IA.

Il successo di DeepSeek dimostra che l’innovazione non è necessariamente legata a risorse illimitate e che la necessità può stimolare la creatività. Questo sviluppo potrebbe segnare l’inizio di una nuova era nell’IA, caratterizzata da una maggiore apertura, collaborazione e accessibilità.

Accesso a DeepSeek

DeepSeek è disponibile gratuitamente sul sito ufficiale https://www.deepseek.com/, con la possibilità di utilizzare sia la ricerca web sia la funzionalità “pensante” per risposte più accurate. Per gli sviluppatori interessati, il codice sorgente di DeepSeek è disponibile su GitHub all’indirizzo https://github.com/deepseek-ai/DeepSeek-V3, consentendo l’installazione autonoma e la personalizzazione del modello in base alle proprie esigenze.

In conclusione, DeepSeek rappresenta una svolta significativa nel panorama dell’intelligenza artificiale, evidenziando il potenziale dell’open source e mettendo in discussione le dinamiche tradizionali del settore tecnologico. La sua ascesa potrebbe portare a un riequilibrio del potere nell’industria dell’IA, promuovendo un’innovazione più inclusiva e democratica.

Bitcoin, block chain, libra e cripto valute.Bitcoin, block chain, Lybra e cripto valute.

Bitcoinse Lybra, quale sarà la moneta globale? (Prima Parte)

di Mario Sommella

Apriamo l’argomento parlando della tecnologia block chaine, sviluppata già da qualche anno ma venuta alla ribalta, con la creazione da parte di Satoshi Nakamoto, della cripto moneta denominata bitcoin.

Parleremo di cripto monete e similari, come la tecnologia block chain possa essere utilizzata nelle operazioni di voto elettronico, ma non solo. 

Oggi su questi argomenti La comprensione è estremamente limitata, abbiamo certamente

sentito parlare della tecnologia block chain, di bitcoin ma soprattutto sulla block chain,

dicono, che prometta grandi cambiamenti nei mercati dei capitali ed in generale dei servizi finanziari.

Oggi sono in pochi a saper dire, perché e come, su questo argomento, sostanzialmente perché c’è una difficoltà intrinseca per la sua comprensione. La difficoltà nasce in quanto la tecnologia block chain è collocata all’incrocio di diverse aree: teoria dei giochi; crittografia; Computer networking; teoria monetaria ed economica. 

Queste 4 aree, nel mondo accademico, non vengono considerate nel loro insieme, quindi, attualmente, sul pianeta

non c’è nessuno esperto delle quattro aree nel loro insieme, Una dozzina di esperti in tre di queste aree, qualche

centinaio di esperti in un paio  di queste aree,esperti in una di queste quattro aree, sono nell’ordine delle  decine di migliaia, ovvero Che ne hanno compreso una parte o ne hanno approfondito una piccola parte.

Quando parliamo di tecnologia block chain, non parliamo solo di tecnologia, ma di un vero e proprio cambiamento di paradigma culturale, perché si è passati dal paradigma della “centralizzazione” al paradigma della “decentralizzazione”. 

Di bitcoin, in termini di gossip, ne abbiamo sentito parlare come di una cripto currency decentralizzata, digitale. Fondamentalmente, oggi tutte le monete in corso legale sono digitali, ma la caratteristica dei bitcoin è L’assenza di una banca centrale che le emetta, per intenderci il bitcoin è simile più all’oro che alle monete in corso legale.

Un’altra novità non è la caratteristica digitale del Bitcoin, tutte le monete in corso legale sono anche digitali, la novità è avere una moneta decentralizzata, in realtà il Bitcoin non è sostenuto da un governo, da una banca centrale, o da una organizzazione, da questo punto di vista, nonostante la mancanza di un organo centrale che la emetta, è in grado di consentire transazioni peer to peer, non ha bisogno di una terza parte fiduciaria per funzionare, fonda la sua sicurezza sui protocolli crittografici, perché rappresenta potenzialmente lo “choose banking” per tutti e ovunque.

La caratteristica peculiare e sostanziale della tecnologia block chain si basa su un fatto, Il trasferimento di dati, di bit in codice, differentemente dal trasferimento di codice, come avviene naturalmente sulla rete (ad esempio una canzone, un video, un documento) essa non può essere replicata, quindi parliamo di una transazione unica ed univoca,  non duplicabile, chiusa, appunto, in una catena di blocchi.

Con le nostre home banking è possibile trasferire una somma di denaro in modo univoco, ma possiamo effettuare l’operazione solo entro un determinato orario, addirittura con un costo per trasferire i nostri soldi (pagamento di commissioni). La domanda non è se, ma chi e quando regalerà all’umanità un network di pagamenti peer to peer, gratuito ed istantaneo, bitcoin e la block chain sono in pole position. Bitcoin rappresenta la prima moneta dell’economia dell’informazione.

Perché è posta in pole position, perché è decentralizzata, è permissionles, è resistente alla censura, è ad accesso aperto, è gratuita, non conosce confini, è transnazionale, è sicura, è resiliente.

Che si tratti di una cosa seria, non di un gioco, in quanto essa è trasparente, perchè possiamo in qualsiasi momento controllare, Sulla block Chain di Bitcoin, le transazioni finanziarie, sono tutte ben visibili e trasparenti.

Tutto nasce nell’ottobre del 2008, tale Satoshi Nakamoto, non si conosce la vera identità, se è un lui, una lei, o un gruppo di lavoro, quindi nell’ottobre del 2008 Satoshi invia un messaggio ad una mail list di crittografi  annunciando di aver lavorato alla creazione di: “new Elettronic cash system, that’s fully peer to peer, no trust thirty part”, cioè di avere un cash digitale che non richiede terze parti fiduciarie, soprattutto sostiene, di aver risolto il problema Del da Ball spending, ovvero della doppia spesa. 

Questo è un risultato straordinario in quanto la comunità cyberpunk sognava da decenni una soluzione simile. Il problema del double spending era reputato un problema irrisolvibile.

L’annuncio viene accolto con un certo scetticismo perché viene presentato da un perfetto sconosciuto, Satoshi Nakamoto. Newsweek tentó di rintracciarlo, senza successo. 

Egli lavorò su questo algoritmo almeno dal 2007, come detto prima, nell’ottobre 2008 con l’invio ad una community di crittografi, e l’8 gennaio 2009 rilascia il codice sorgente, “Genesis block”, “Open source, free software”, avviando la piattaforma di questa nuova cripto moneta. La cosa interessante di questo personaggio, Satoshi Nakamoto, dal maggio del 2010  scompare dalla rete, passa la gestione del progetto a Gavin Andresen, con il quale aveva mantenuto  contatti via e-mail, ma quando Andresen gli comunica di essere stato contattato Per un interrogatorio dalla CIA, Nakamoto scompare definitivamente.

In cosa consiste il protocollo, cioè il codice block chain, il primo fattore più evidente è l’esistenza di un registro pubblico delle transazioni, un libro mastro contabile, distribuito, con tecnologia peer to peer.

Le prime modalità di file sharing prevedevano sempre un server centrale Che metteva in comunicazione i diversi Peer del network, la presenza di un server centrale ha consentito alle autorità di spegnere quel server, se usati per cause illegali, si ricordi Napster e simili, successivamente l’inventore di Bit Torrent,Brad Coen, sviluppò un algoritmo che non prevedeva un server centrale, ma i file venivano scambiati in quanto i nodi della rete avevano una copia del file da condividere, quindi per spegnere un tale network bisognava spegnere tutti i nodi della rete, un’operazione impossibile. 

Ecco che Satoshi Nakamoto prende ispirazione esattamente dal protocollo bit torrent per condividere un file peculiare, un unico file. Il registro pubblico delle transazioni, questo registro permette il trasferimento delle operazioni in tutta sicurezza, permette il trasferimento di un gettone digitale univoco, questo gettone può essere scambiato ma non duplicato, e questa la features straordinaria, Nell’ambito digitale qualsiasi cosa viene trasferita, può essere duplicata all’infinito, nel caso della tecnologia block chain è la prima volta che in ambito digitale una cosa può essere trasferita, scambiata ,ma non duplicata.

Rappresenta quindi un protocollo che è capace di rimpiazzare qualunque autorità centrale il cui ruolo sia quello di detenere ed avere manutenzione di un registro centrale, si pensi al catasto, il pubblico registro automobilistico, l’anagrafe tributaria.

Altro punto importante è la crittografia basata su una chiave pubblica ed una chiave privata, per intenderci la firma digitale utilizzata per la posta elettronica certificata.

Strumento di sicurezza primaria e la chiave privata, non dovrà mai essere messa a disposizione di nessuno, perdere una chiave privata significherebbe mettere a disposizione, al portatore, il proprio portafoglio Bitcoin. La chiave pubblica, invece,usarla per le transazioni.

Non bisogna perdere di vista la differenza chiave tra il sistema finanziario tradizionale così come lo conosciamo da più di un millennio e l’alternativa rivoluzionaria di Bitcoin coraggiosamente proposta ed avviata da Satoshi Nakamoto. Tradizionalmente il potere politico centrale, divenuto tale dopo avere guadagnato il consenso in maniera più ho meno democratico ho autoritario, autorizza l’attività del sistema bancario e affida ad esso la gestione e la conservazione della cronologia delle transazioni finanziarie, bitcoin, dal canto suo, non è semplicemente l’ennesima moneta elettronica ho un nuovo mezzo di pagamento, Bitcoin rappresenta una piattaforma tecnologica abilitante con incentivi economici tali da permettere ad utenti che hanno bisogno di raggiungere un accordo tra loro e quindi anche una qualche forma di consenso politico su una determinata materia, di appoggiarsi a una rete decentralizzata di Certificatori computazionali.

Ora accennerò in breve le operazioni di creazione dei bitcoins, essi sono simili a l’oro, quindi limitati, infatti se ne possono estrarre 21 milioni di unità, come il metallo aureo, Che è un minerale limitato nella sua quantità, anche i Bitcoin hanno questo limite. Una curiosità, il creatore del protocollo è di questa cripto valuta, Satoshi Nachamoto, all’atto dell’avvio delle operazioni computazionali, ha riservato per se  1 milione di unità, bitcoins, oggi un Bitcoin è scambiato A 38.000 $.

Ho appena accennato alle “operazioni computazionali“, attraverso le quali, con un complesso algoritmo legato sempre alla block chain, si possono estrarre, operazione di maining, i Bitcoin, ed i miners, minatori, non sono altro che computer con capacità di calcolo sempre più elevate, le quali entrando in competizione tra loro attraverso i calcoli computazionali, si aggiudicano di volta in volta, i Bitcoin residui. Qualcuno ha fatto notare l’impatto ecologico, in termini di dispendio di energia, per le operazioni di estrazione sempre più complesse mano a mano che diminuiscono le quantità dei Bitcoin residui.

Fino ad ora abbiamo descritto tecnicamente la block chain e l’uso come currency digitale, ora ci soffermeremo a indicare altri utilizzi di questa straordinaria intuizione. 

Abbiamo a che fare con due cose, il Bitcoin con la B maiuscola, cioè un protocollo, e bitcoins, con la b minuscola, un’unità di valuta. Possiamo affermare che i i bitcoins sono scambiati attraverso il protocollo Bitcoin, il protocollo è un’invenzione straordinaria che cambierà senza alcun dubbio la storia dell’umanità, perché permette tecnicamente, tecnologicamente, di rimpiazzare qualsiasi autorità centrale, il cui ruolo sia un ruolo Notariale, un ruolo di validazione, un ruolo di incrocio dati, un ruolo di certificazione. Tutte queste autorità centrali possono essere sostituite dalla loro versione peer to peer, quindi dirette da pumto a ppunto, crittograficamente sicure.

Nel 2019 Mark Zuckenberg, creatore di Facebook, A promosso il lancio della propria cripto valuta, la Libra, Che rispetto ai bitcoins, Limitati nella quantità disponibile  da estrarre, manterrà una correlazione con le “piccole“ monete locali, dollari, euro, Yuan, sterline.

Altro fatto incredibile della moneta libra è il potenziale di utenti che ne potranno usufruire, Facebook a circa 2 miliardi e mezzo di utenti, regalare a questi utenti un conto corrente con le caratteristiche basilari della cripto valuta significherà dare la possibilità di poter scambiare valore commerciale in maniera transnazionale. Inoltre si darà la possibilità agli utenti di avere un conto corrente globale, oggi quante persone non possono accedere ad un conto corrente, questo avviene in tanti paesi e per vari e svariati motivi, Zuckenberg entrerà in competizione con le banche locali, legate agli Stati, ed in virtù del fatto che la Libra sarà legata alle monete in uso corrente, potrà essere uno stabilizzatore dei cambi mondiali. Il sistema economico finanziario mondiale lo permetterà? I padroni della finanza globale avranno la possibilità di spegnere Facebook?

Credo che aver legato la libra alle monete correnti nazionali sia la chiave affinché non se ne possa più fare a meno.

La moneta digitale è soltanto il primo grande esperimento. Quando parliamo di block chain Parliamo di un registro pubblico di transazioni che certifica la proprietà di un bene digitale e il trasferimento, la capacità transnazionale, di un valorenel digitale.

Oggi Si parla di Web 3.0, il Web social e dell’IOT, ma tutti cercano cosa potrebbe essere il Web4.0, il Web 4.0 è esattamente questo. Se guardiamo cos’è Internet oggi, un grande sconfinato ammasso di informazioni, indicizzato dai diversi motori di ricerca e da diverse metodologie, con una sempre maggiore capacità di calcolo, pensiamo al cloud Computing, quindi abbiamo una grande quantità di informazioni, una grande quantità di capacità di calcolo, il terzo elemento, straordinario, abbiamo una capacità transnazionale, cioè la possibilità di scambiarsi qualcosa con efficacia e con certezza senza la mediazione di nessuna autorità. 

Questo rende il Web 4.0 un luogo tutto da esplorare. Da questo punto di vista la currency è un esperimento, perché se si riesce a fare a meno Dell’authority centrale, laica per eccellenza, la banca centrale, allora si può fare a meno, veramente, di qualsiasi autority centrale.

Il protocollo.

Proviamo ad applicarlo con due esempi diversi da quello monetario, ma riguardanti L’economia reale, nel mondo in cui viviamo.

Primo esempio, applicabile oggi, non in futuro, che si potrebbe mettere su  in un paio di mesi, cioè la sostituzione del pubblico registro automobilistico. Un soggetto acquista un’auto e si reca dinanzi ad un impiegato dell’ACI, Ha firmato una serie di documenti cartacei, l’impiegato, sostanzialmente, ha aperto un database dove ricerca il numero di targa, sostituisce il proprietario con il nuovo, il quale versa alla cassa circa 500 € tra bolli  imposte e tasse, questa transazione poteva essere fatta su una tecnologia block chain, in cui il proprietario dell’auto, con la sua chiave privata, la sua firma digitale, poteva firmare una transazione in cui intestava quell’auto a un nuovo proprietario, questa transazione sarebbe stata pubblica, perché la block chain è un registro pubblico, editabile da chiunque, se lo Stato avesse ritenuto che il venditore o l’acquirente dovessero versare delle tasse sulla transazione, avrebbe avuto la possibilità di raggiungere ed esigere il pagamento di quelle tasse con certezza. La transazione potrebbe avvenire in maniera totalmente decentralizzata, anche la notte di Capodanno o una mattina di domenica, senza costringere L’acquirente e il venditore a recarsi in un’ufficio dell’ACI e  l’impiegato non avrebbe fatto altro che modificare un dato in una cella excel. 

Facciamo un salto nel futuro, parliamo ora di democrazia diretta, immaginiamo che l’attività legislativa in un futuro, distante da oggi, diventi sostanzialmente tanti mini referendum, cioè tutte le proposte di legge diventerebbero sottomesse alla democrazia diretta con un sì o con un no, ogni cittadino riceverà un amount di coin da spendere nelle decisioni legislative, quindi per ogni legge vi sarebbero un coin che si potrebbe spendere e dare nel wallet per il “sì oppure nel Wallet per il no”.

Potrebbero esserci persone specializzate su determinati temi, ad esempio economici, o nel campo del Welfare o altro, quindi si potrebbe delegare I propri coin a questi soggetti per le votazioni su determinate leggi specifiche, in questo caso avremo creato il politico, oppure si potrebbero creare dei gruppi , movimenti ho comitati, specializzati in una o più aree legislative, ho su un determinato programma politico da attuare, in questo caso si sarebbe creato un partito, ma essi, politici o partiti, sarebbero soggetti sempre ad elezioni ogni cinque anni, ma il cui voto, cioè come sì posizionerebbero i coin nelle decisioni, saranno trasparenti, attraverso il protocollo Block chain si permetterebbero continuamente, di revocare il mandato, di scegliere altro. In un’aggregazione in democrazia diretta, cioè senza delegare alcuno, in una democrazia mediata cioè con delega ad un politico, o ad un partito ma senza soluzione di continuità.

Questa è la portata della rivoluzione della block chain.Il presupposto alla base dell’idea di Satoshi Nakamoto E che un consenso raggiunto secondo il criterio “una CPU un voto” è meno sabotabile rispetto alle modalità di formazione del consenso politico, conosciute prima dell’avvento di Bitcoin. 

La corsa al riarmo computazionale, non solo offre una maggiore trasparenza all’interno del sistema, ma garantisce anche la competizione tra sistemi. L’opera intellettuale di Satoshi Nakamoto minaccia di ridefinire ciò che intendiamo normalmente come significato pratico del termine pubblico, da autorizzato dal potere pubblico centrale a certificato da una rete computazionale decentralizzata. Non è solo la cronologia delle transazioni finanziarie a rischiare di essere disrupted, ma qualsiasi tipo di registro informativo pubblicamente rilevante, anagrafe,registro automobilistico, contrattualistica, nomi di dominio, standard ISO, Marchi di origine, listini azionari, votazioni elettorali politiche elettroniche trasparenti, sicure ed a prova di un qualsiasi attacco fraudolento.

Chi sono in breve: 

Mario sommella, Calabrese di nascita, napoletano nel sangue, oggi vivo in Friuli, marito, padre, ex operaio, non vedente, laurea in Scienze della comunicazione, demolitore delle differenze di condizione e di genere. Il mio motto: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza  diventa Dovere“!(cit).

Bitcoin e libra, quale sarà la moneta globale? (Seconda Parte) 

Di mario sommella

Dopo aver introdotto, nel primo articolo, il concetto di cripto valute, nello specifico bitcoin e la tecnologia  block chain, ed aver appena accennato alla nuova cripto valuta progettata dal colosso di Mark Zuckenberg, , la libra, approfondiremo L’argomento su questa  nuova moneta digitale, in fase di lancio, da parte del gigante   del mondo dei social network, Facebook.

Libra  è un’incursione di Facebook, e di altre società, ad oggi sono 28, che fanno parte della Libra Association, nel mondo delle cripto valute, e degli strumenti digitali utili per la trasmissione di valore tramite una tecnologia che è distribuita. In questo caso non è “decentralizzata”, perché a un centro di governance ben individuata nella Libra Association, ma è distribuita nella rete, quindi ha delle caratteristiche di resilienza.  Essa vuole permettere di trasmettere valore stabile dal punto di vista degli scambi commerciali, nel senso che sarà una moneta garantita e redimibile da un paniere di altre valute  e titoli di Stato, questo esperimento è molto interessante in quanto sarà la prima  moneta centralizzata da un’emittente ben individuato che non saranno le banche centrali.

Le sostanziali differenze con le altre cripto valute, ad esempio bitcoin, operanti attraverso la block chain per garantire l’univocità dei trasferimenti nelle operazioni di scambio di valori, cioè sono affidate ad un algoritmo che le rende completamente decentralizzate, chiunque può divenire un nodo di questa rete, mentre nel caso della libra c’è una gestione centralizzata da un’associazione tra società private. 

La seconda grande differenza tra Bitcoin e libra è l’estrema volatilità della prima cripto valuta, mentre la libra sarà stabile, perché legata ad un paniere di valute correnti. 

I bitcoin e similari sono molto volatili, immaginiamo un mutuo in Bitcoin, nel corso degli anni ha subito un aumento pari a 38000 volte il valore iniziale, un fatto insostenibile da  chi avesse contratto un debito. Quindi Bitcoin  è una moneta speculativa, in quanto scarsa, condizione che la accomuna alle transazioni auree piuttosto che ad una moneta corrente legata a fluttuazioni economiche Dei mercati valutari.

Bitcoin e similari  sono un bene rifugio, oro digitale, non possono essere confiscati, censurati, una transazione in Bitcoin non può subire confische, D’altro canto la libra sarà una moneta transnazionale quindi buona per gli acquisti, Per pagare  salari, per aprire mutui. La libra risponde ad una moneta sovranazionale, digitale, quello che le nostre banche centrali non hanno  voluto o saputo darci.

Per ora libra è un annuncio, sarebbe dovuta arrivare  nel primo semestre del 2020, L’emergenza pandemica ne ha fatto slittare il lancio.

Ma come si farà a comprarla, dove si comprerà?

La governance di questa nuova cripto valuta ha già annunciato l’apertura di una divisione, dal nome Calibra con sede a Ginevra, che preparerà un Wallet digitale Che verrà implementato all’interno di WhatsApp e di Messenger,, Sarà disponibile come un’applicazione autonoma, attraverso il quale si potrà trasferire il nostro denaro  dopo aver ricaricato i  propri soldi  scambiati in libbra nel proprio conto o Wallet. Quindi i market maker saranno abilitati a trasformare le valute tradizionali in libra e viceversa.

Vorrei porre all’attenzione un fatto che ritengo rilevante, scambiare le valute correnti (euro, dollaro, one, sterlina) in libra  significherebbe acquisire anche i debiti delle nazioni emittenti, queste valute, potrebbero aprire  una ulteriore bolla finanziaria, ma in questo caso molto più ampia,  estesa a livello globale, un enorme “buco nero” Dei debiti pubblici degli Stati nelle mani di poche multinazionali, quindi nelle mani di pochi soggetti privati.

In pratica il sogno dell’economista Von Hayek   Potrebbe concretizzarsi, cioè la nascita di una valuta globale, privata,  garantita non più dagli Stati e dalle loro banche centrali ma da un consorzio di aziende, Multinazionali, nel caso di libra sono presenti MasterCard, Visa, Pay Pal,Iliad ecc,  tutti soggetti privati. Non sono presenti banche o gruppi bancari, ma colossi come JP Morgan si stanno organizzando autonomamente in tal direzione.

 Quali saranno gli scenari possibili? Ci stanno traghettando verso la vittoria finale del capitalismo, appropriandosi anche dell’ultimo strumento che, definiva la ricchezza, ma non ne era proprietario in termini di emissione , le valute monetarie. Ci troveremo di fronte ad un sistema finanziario globale accessibile a tutti, la metà della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi bancari di conto corrente, il 70% delle aziende nei paesi in via di sviluppo non possono accedere al credito, attraverso questo sistema finanziario si permetterà a questa fetta enorme dipopolazione mondiale di avere accesso al credito ed ai vari servizi finanziari. 

Libra introduce il sistema di pagamento che sarà utilizzato da uber, Spotify, E tutti quegli operatori che sono nel consorzio della libra Association e nello stesso tempo ha l’ambizione di creare qualcosa di più, il suo obiettivo sarà il modello cinese, sul tipo di Ali pay, cioè un sistema finanziario legato ai social network, in questo caso i cinesi sono abituati a fare tutto  dal telefonino, pagano, hanno la banca, chaTano, mantengono le relazioni, comprano beni, quindi l’utente fa tutto con la tecnologia smart.

 Con questa nuova esperienza, nel campo monetario finanziario, Facebook si sta creando una nuova esperienza che la allontana dal modello conosciuto finora, di fatto sotto attacco dopo gli scandali Cambridge analitica, cioè della profilazione degli utenti nell’ambito del marketing politico, utilizzando i nostri dati personali e la nostra esperienza all’interno del social network Al fine di propaganda da parte della più becera politica, vedi Trump,  Bolsonaro e Salvini, nella versione italiana.

Questo nuovo sistema farà paura alle banche? La risposta è sì. E da un lato realizza il sogno di tutti gli economisti libertari, capeggiati in questo da Von Hayek, che auspicava proprio la nascita di una concorrenza libera di mercato tra monete  private e monete a corso legale, Hayek si domandava e ci domanda tuttora, perché non sì sia mai considerato  il monopolio della moneta indispensabile, egli dice “non rivedremo mai +una  moneta se non la toglieremo dalle mani dei governi con un qualche astuto stratagemma che non sia possibile fermare“ , le reazioni vanno in tal senso, vediamo là BDF,  , la Francia con il suo ministro delle finanze, sono  fortemente preoccupate, d’altro canto vediamo la Banca d’Inghilterra disponibile a fare da custode di quelle riserve che saranno messe a garanzia di libra, quindi ci sono atteggiamenti differenti,  come sempre il mondo anglosassone È più aperto alle speculazioni, mentre il mondo europeo è più dirigista.

 Sarà interessante vedere come gli Stati e le loro banche centrali se e come tenteranno di fermare Facebook, questa sarà  la vera grande sfida, da un certo punto di vista, con uno sguardo onesto, sarà difficile fermarli, perché bisognerebbe proibire a Facebook di fare quello che altre cripto valute fanno da anni, Dall’altro lato lasciarli andare avanti sdogana, un po’, agli occhi di tutti nell’esperienza  di avere artefatti digitali presenti sul proprio cellulare senza costi e senza chiedere il permesso a nessuno.

I vantaggi per gli utenti sono evidenti in quanto oggi noi abbiamo dei sistemi di pagamento  sub-ottimali,  un bonifico impiega 2 o 3 giorni, a volte anche cinque, a raggiungere il beneficiario, mentre la libra utilizzandola con la messaggeria istantanea, WhatsApp e Messenger, farà qui la differenza, l’istantaneita dell’operazione finanziaria, di compravendita, da effettuare,  anche l’acquisto attraverso una carta di credito, accettata da un commerciante, ha sempre 90 giorni entro i quali  l’operazione potrebbe essere annullata, mentre in questo caso non vi sarà questo rischio, l’istantaneita dell’operazione sarà paragonabile all’acquisto con moneta contante. Da questo punto di vista questa piattaforma potrebbe essere sconvolgente nella sua efficacia, certamente, bisognerebbe ricordare che questa piattaforma è centralizzata, controllata, censurabile, confiscabile, e persino manipolabile, dai suoi emittenti, tanto quanto i governatori delle banche centrali hanno effettuato nella loro storia, hanno sempre abusato della discrezionalità, se leggiamo la storia delle monete, sarà solo questione di tempo che qualcuno ne abusi e le faccia deperire. Ecco nel caso di Bitcoin questo non puó succedere  perché abbiamo altri profili di utilizzo, simile ad una moneta rifugio, ad un bene in cui investire una percentuale di capitali, parte dei propri risparmi, nel caso della libra invece potrebbero aprirsi anche scenari problematici oiviamente perché legati alle monete correnti euro dollari sterline. 

Nel tema dell’antico problema del riciclaggio come si legherà libra. Innanzi tutto si dovrebbe tranquillizzare tutti, qualsiasi nuova scoperta, innovazione, soprattutto nell’ambito tecnologico, esse sono tendenzialmente neutrali,  cioè vi sono utilizzi patologici ed utilizzi fisiologici, per fare un esempio i terroristi hanno utilizzato l’aviazione civile americana per fare del male, i criminali usano Internet, usano la telefonia cellulare,  usano il dollaro per le loro transazioni, compravendite di partite di droga, non per questo si può pensare di bandire questi strumenti. C’è già una normativa a livello internazionale che prevede dei presidi di identificazione e monitoraggio delle transazioni finanziarie e tutte le volte che si toccano le valute con corso legale, ma dove si toccano, invece, le cripto valute quello non è monitorabile, una terra di nessuno.

Concludendo: quello che potrebbe inquietare, una volta descritti  i parametri di funzionamento di queste monete globali, che dietro questo esperimento vi sia un colosso dei social come Facebook, cioè che già sa di noi tantissime cose della nostra vita, addirittura cose che noi tendiamo a dimenticare, gli algoritmi di Facebook, no. Quindi la conoscenza dei nostri dati finanziari legati alla conoscenza dei nostri movimenti e del nostro pensiero, potrebbero allarmare,  sempre di più, sia le  autorità a livello globale che noi stessi.    

Chi sono in breve: 

Mario sommella, Calabrese di nascita, napoletano nel sangue, oggi vivo in Friuli, marito, padre, ex operaio, non vedente, laurea in Scienze della comunicazione, demolitore delle differenze di condizione e di genere. Il mio motto: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa Dovere“ (cit).

Le origini dell’odio on-line.

Oggi è impensabile comprendere il livello di odio circolante se non si comprendono le tecnologie e gli strumenti tecnologici. Comprendere la nostra tradizione: la tradizione storica europea.

È impensabile anche comprendere oggi l’evoluzione dell’odio se non si parte dalla seconda guerra mondiale e dalla sua nascita. L’odio parte soprattutto in Europa dopo i totalitarismi e nel corso della ricostruzione post-bellica.

Non si può comprendere l’odio senza tener presente l’approccio sviluppatosi negli Stati Uniti d’America, bisogna capire subito che, gli U.S.A, hanno intrapreso una strada che è totalmente differente dall’approccio europeo. Noi europei abbiamo un problema pratico. A partire dagli anni 80, il 90% dei nostri dati, le nostre informazioni, sono custodite e circolanti su piattaforme nord-americane, tutti i nostri dati circolano oggi su Facebook, Twitter, Hotmail, Gmail e altro. Spesso, i comportamenti di queste piattaforme non li comprendiamo perché non conosciamo la tradizione e l’approccio statunitense.

Quando si parla di espressioni d’odio o istigazione all’odio o Hate speech, i puristi e gli studiosi individuano subito tre tipi di odio, o di istigazione all’odio, scaturiti dai totalitarismi e dalle dittature naziste e fasciste, sono:

–La razza (il concetto di razza è stato definitivamente ridimensionato dalla genetica moderna. In pratica non esistono razze diverse, ma un’unica razza, quella umana),

–La religione

–La politica

Quindi, quando sentiremo parlare di odio in senso puro o di istigazione, è un odio che riguarda gli ambiti della razza-odio razziale; della religione-odio religioso; della politica-odio politico. Ogni altra forma di odio che venga in mente e non venga collegata a questi tre ambiti, per gli studiosi puristi, potrebbero essere le espressioni grevi, offese, ma non considerate hate speech, o espressioni d’odio in senso lato.

Dalla metà degli anni 80 del secolo scorso si è aggiunto l’odio omofobico, un fenomeno che era già compreso tra il 1920 ed il 1945, ma viene formalizzato dal diritto ed evidenziato come problema e come quarto tipo di odio a metà degli anni 80 dalle istituzioni giuridiche Europee.

Qual è la grande distinzione tra Europa e Stati Uniti d’America?

Quando si iniziò a ricostruire l’Europa, furono attuate azioni incisive quali: Berlino anno zero, il Ban del nazismo, le prime normative in Germania e Francia dove si formarono due blocchi politici: un blocco guidato dall’unione sovietica e un blocco guidato dagli stati uniti d’America, cominciarono a confrontarsi nelle sedi internazionali, soprattutto alle Nazioni Unite, accanto alla creazione di convenzioni per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. In estrema sintesi gli Stati in Europa chiesero che essi potessero, attraverso leggi, disciplinare le espressioni d’odio, domandarono che venissero riconosciuti nelle carte e nei trattati internazionali, chiesero di poter fare delle leggi volte a colpire l’opinione delle persone e quindi disciplinare le espressioni d’odio.

Gli storici evidenziarono questo paradosso, per cui Stati totalitari che avevano usato l’odio politico e le espressioni d’odio come strumento di propaganda per raggiungere il potere, subito dopo la seconda guerra mondiale chiesero che vi potesse essere la possibilità di fare leggi contro tali comportamenti.

Sull’altro fronte gli Stati Uniti d’America, con Eleonor Roosevelt che fece dei discorsi alle Nazioni Unite, in termini molto semplici, disse “voi siete dei pazzi, non si toccano le opinioni delle persone”, la tradizione nord-americana dice, anche oggi, che le idee devono vivere in un libero mercato: Free Market Place o Free Bias. Si scontrarono in sede di votazione, nell’occasione vinse il gruppo guidato dall’unione sovietica (53 voti a favore contro 19). Per cui l’Europa, dopo il 1946, prese una strada, quella della civiltà europea continentale, cioè gli Stati, da allora, possono fare norme che vietino l’istigazione e le espressioni d’odio. Verranno approvate leggi e norme contro il revisionismo o il negazionismo, ad esempio in Germania. Contro la ricostituzione del partito fascista in Italia, tali norme non vietavano solo la ricostituzione dei partiti nazisti e fascisti ma anche l’apologia, tant’è che dagli anni 50 agli 80, molti fascisti e nazisti europei migrarono negli Stati Uniti, aprirono i loro Club, i loro circoli, i loro movimenti in quella nazione. Questo ci fa comprendere come gli Stati Uniti siano considerati un porto franco e sicuro per gli estremismi nazi-fascisti. L’Europa procede in un modo, gli Stati Uniti procedono in un altro. Questo, fino a qualche anno fa non interessava tanto i giuristi, in quanto essi si occupavano esclusivamente del quadro europeo, ma quando siamo entrati nell’era globale di Internet il quadro cambia e le due visioni si scontrano. Quando ci si confronta con esperti legali nord-americani, loro non comprendono la posizione europea, proprio per un approccio nettamente differente che parte dalle basi giuridiche, più attente a proteggere le espressioni di idee in un libero mercato, lo stesso accade per i giuristi europei, attenti a proteggere le vittime e la collettività, quindi si fa fatica a capire la posizione degli statunitensi.

Un esempio emblematico può racchiudersi nella narrazione contenuta nel film “The blues brothers”, di John Landis, la scena dei nazisti dell’Illinois:

Elwood: “Ehi, che sta succedendo?”

Poliziotto: “Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione”.

Elwood: “Quali figli di puttana?”

Poliziotto: “Quegli stronzi del Partito Nazista”.

Elwood: “Hm! I nazisti dell’Illinois. Prrr”

Jake: “Io li odio i nazisti dell’Illinois.”

Non si trattava di un parto estemporaneo della (geniale) fantasia di Dan Aykroyd e di John Landis. Nella Chicago degli anni Settanta, all’ombra di violenze politiche di ben altra portata, c’era davvero una piccola, ma rumorosa associazione neonazista di nome National Socialist White Party of America, che cercava consensi tra la popolazione bianca della città, nei quartieri in cui l’espansione del mega-ghetto nero del South Side generava maggiore attrito.

E la causa l’avevano vinta. Nel 1977 avevano indetto una manifestazione, una delle loro parate in “camicia marrone, pantaloni marrone scuro, stivali neri, più una fascia attorno al braccio sinistro raffigurante una svastica”. In costume nazista, insomma. Ma quella volta avevano scelto di tenerla proprio a Skokie, un sobborgo di Chicago che ospitava una delle più nutrite comunità di ebrei sopravvissuti all’Olocausto e i loro discendenti al di fuori di Israele. I residenti si erano energicamente opposti, e il sindaco di Skokie aveva dapprima posto una serie di limitazioni sulle modalità della manifestazione, e infine l’aveva del tutto vietata.

Negli Anni Sessanta” commentò il settimanale TIME “i tribunali federali invocarono i principi del Primo Emendamento per proteggere le marce per i diritti civili in alcune città del Sud che si trovavano in fiamme. Nonostante le gravi minacce di violenza, le dimostrazioni risultarono pacifiche, grazie all’intervento della polizia statale e locale che intervenne su ordine di quei tribunali. Ma a quanto pare i diritti costituzionali protetti a Selma, in Alabama, nel 1965 vennero confermati nella Chicago del 1977”. I nazisti dell’Illinois fecero ricorso in Tribunale, affidando la propria causa a Burton Joseph, ebreo rifugiatosi in America dal 1939, avvocato dell’Unione Americana per i Diritti Civili, che aveva difeso anche i pacifisti arrestati per i disordini alla Convention Nazionale Democratica di Chicago del 1968. Era in gioco il Primo Emendamento, che in America garantisce la libertà di parola (il cosiddetto “free speech“). Il municipio di Skokie perse la causa, sia in primo grado che in appello; tentò infine un ricorso alla Corte Suprema, sul quale quest’ultima rifiutò di pronunciarsi per manifesta infondatezza, confermando così che la decisione adottata dai tribunali era corretta e che il diritto al “free speech” in America era talmente ampio da includere anche l’“hate speech”. Dopo la vittoria in giudizio i nazisti dell’Illinois accondiscesero a tenere la loro manifestazione altrove, mentre i residenti ebrei di Skokie dettero sbocco alla propria mobilitazione creando in città, un museo dell’Olocausto.

Questo è l’approccio americano, se si proibisce di manifestare ai nazisti in uniforme. Questa è una delle situazioni peggiori che possono verificarsi, immaginiamo più persone scampate all’Olocausto nazista che vedono per le strade della loro città manifestare nazisti in uniforme, l’avvocato Burton disse “se si impedisce a costoro di manifestare si crea la base perché si rigeneri il nazismo , cioè quello che sto combattendo.“. Secondo l’approccio americano, il libero mercato delle idee, quelle cattive e quelle buone, sono poste sullo stesso piano e le idee buone avranno la forza di uscire e prevalere, ma nel momento in cui il governo, la legge, mette mano, altera gli equilibri. La corte suprema, nel corso degli anni, ha mitigato questa situazione con il principio del clear and Present Danger, cioè quando l’istigazione all’odio evidenzia un pericolo chiaro ed imminente, allora in questo caso le istituzioni giuridiche americane intervengono, e quello che viene definito attacco personale, istigazione all’odio mirato. Dire:andiamo a bruciare un’intera razza, non è un’ istigazione all’odio, dire invece: andiamo a bruciare “tizio” in tale via o luogo, domani mattina, per loro un indice di attacco personale. È importante capire questo aspetto, quando cominciarono a diffondersi i social network, le policy, le regole alla base delle piattaforme, non partivano dalle nostre idee di base, ma sono soggette ad un pensiero di base fondato sui principi poc’anzi enunciati. Le varie piattaforme social, Facebook ad esempio, non hanno sedi in Italia, quindi tutto scaturiva dalla loro concezione di odio, per assurdo la pornografia nella loro cultura è immediatamente bannata. Se su Facebook appare una foto di nudo, dopo cinque minuti viene cancellata, mentre le espressioni d’odio, omofobiche, razziste, nella loro idea sono lasciate libere, a meno che non si tratti di un attacco personale diretto. La prima policy in assoluto di Twitter, quando esso nacque, era molto semplice, potete fare quello che volete, potete scrivere qualsiasi cosa, basta che non siano indirizzate alla persona in modo diretto o che non vi sia una canalizzazione personale. Oggi in Europa siamo in imbarazzo con una situazione di questo tipo, noi abbiamo una tradizione che ritiene giusto che lo Stato intervenga quando si palesano espressioni di istigazione all’odio ma i nostri dati sono tutti su piattaforme nordamericane, tra l’altro queste piattaforme sono gestite in 190 Stati, ognuno con una legislazione differente, inoltre non si comprende perché venga permessa tutta questa libertà a queste piattaforme, possiamo ricordare le lettere della presidente della camera Laura Boldrini a Repubblica dove si chiede che vi sia un intervento da parte di Facebook dove chiede che tutto questo odio che circola nei social sia frenato, per loro tutti questi appelli non vengono presi in considerazione perché si ritiene preminente la loro tradizione costituzionale, il primo emendamento.

Alcuni giuristi nord-americani sono propensi verso la tradizione nordeuropea, cito Jeremy Woldrom, studioso neozelandese che insegna negli Stati Uniti, il quale dice che gli europei non sbagliano ad avere un approccio così rigoroso perché l’approccio nord-americano, se ci facciamo caso, non è attento alle vittime, ma è attento ai principi del diritto,. Woldrom dice che una vittima che viene discriminata, contro cui viene canalizzato l’odio, deve essere tenuta in considerazione, la massima, che viene attribuita a Voltaire, che dice “Odio quello che tu dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo“ è una frase bellissima, dice Woldrom, ma alle vittime chi ci pensa, a chi ha subito la violenza e riceve questo odio come tutelarlo.

Purtroppo l’approccio nord-americano è quello più influente, e sta creando molti problemi all’Europa, infatti qui si sta percorrendo la strada delle multe, delle sanzioni pecuniarie, ovvero, l’unico modo per convincere le grandi multinazionali dei social, affinché possano rimuovere i contenuti di odio e di prevedere delle multe é andar lì a toccare nei loro bilanci economici, toccare i loro portafogli. Ha iniziato la Germania, il governo tedesco sta elaborando un sistema prevedendo un’azione per cui se le piattaforme, Facebook Twitter e altro, non rimuovono i post, entro 24 ore, di gruppi neonazisti, di istigazione all’odio, di discriminazioni omofobiche, si possono comminare multe fino a 500.000 € al giorno. Quindi andare a colpire direttamente i guadagni di queste aziende escludendo una discussione più pacata affinché si possa risolvere al meglio la questione.

Potrebbe esserci un’altra soluzione, prevedere la creazione di una piattaforma social sviluppata e diffusa dall’Europa in tutto il globo, un social che si contrapponga a quelle americane, basata sui principi europei, questa è una soluzione verosimile ma non impossibile da attuare.

I dati normativi.

Quando parliamo di espressioni di odio, di hate speech, la prima definizione la troviamo contenuta nei patti internazionali sui diritti civili e politici che è un trattato che nasce dall’esperienza della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, in piena guerra fredda, quindi la contrapposizione tra i due blocchi, USA e unione sovietica è essenziale, in particolare l’articolo 20 dice “qualsiasi propaganda ha favore della guerra deve essere vietato dalla legge”, nel primo comma si nota l’eco dell’uscita dalla seconda guerra mondiale, e qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale, religioso, politico, Che costituisca incitamento alla discriminazione, alla ostilità, all’odio, alla violenza, deve essere vietato dalla legge. Questa è la prima definizione pura di istigazione all’odio.

Possiamo dividere in sei elementi centrali poi in due gruppi da tre definizioni.

—Il primo gruppo comprende i tre ambiti in cui opera l’odio, i nazionalismi, il razzismo e la religione quali strumenti di discriminazione e di odio;

—Il secondo gruppo si orienta verso l’incitamento a tenere dei comportamenti discriminatori, ostilità e violenza.

Qual è la grande differenza che stiamo leggendo da questa definizione?

Oggi, nel mondo dei social, l’odio è diventato comune e non è più soltanto connesso a razza religione e politica, pensiamo all’odio che sta circolando nell’ambito degli animalisti, dei No Vax..

Un tempo l’odio si sollevava in quegli ambiti, la grande novità delle tecnologie e quello di aver mutato l’odio in odio comune, qualsiasi dichiarazione o informazione può sollevare odio: dalla dichiarazione di Miss Italia che avrebbe voluto vivere durante la seconda guerra mondiale, a Gianni Morandi che mette la foto mentre va al centro commerciale di domenica a fare la spesa..

Il termine incitamento all’odio ha fatto nascere parecchi dibattiti sull’idoneità o meno a portare imminente violenza nel caso concreto. I giuristi hanno cercato di comprendere se questo incitamento è realistico, ad esempio se si dovesse dire “andiamo in tal luogo a distruggere il campo rom di Perugia“ magari a Perugia non c’è nessun campo rom, quindi l’incitamento non è realistico, i giuristi hanno cercato di capire non il fatto di per sé ma l’incitamento all’odio, la sanzione si rivolge a esso. Incitamento significa creare un esercito di persone che odiano, i giuristi si chiedono se il riferimento essenziale debba essere la reale idoneità a portare imminente violenza nel caso concreto. Tanti incitamenti all’odio scaturiti dalle dichiarazioni di molti politici, vengono mantenuti, volutamente, generici, perché così consigliato dai loro avvocati, cioè di non superare il limite della reale idoneità a portare imminente violenza nel caso concreto. L’incitamento, quindi, è correlato all’idoneità di portare violenza.

Facciamo un passo indietro di vent’anni, 1997, raccomandazione del consiglio d’Europa sull’hate speech, il termine deve essere interpretato come idoneo a comprendere tutte quelle forme espressive che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’incitamento all’odio. Odio razziale, xenofobia, antisemitismo o altre forme d’odio basate sull’intolleranza comprese quelle espresse da nazionalismo aggressivo ed etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità contro le minoranze, i migranti e le persone di origine straniera. Questa definizione ha fatto un salto più consono alla contemporaneità, con una definizione più moderna, questa è l’espressione d’odio considerata oggi all’interno della Comunità Europea. Già nel 1997 si prevedeva la crisi dei flussi migratori. Per concludere questo discorso occorre riferirsi a tre requisiti affinché un’espressione possa considerarsi hate speech: una chiara volontà ed intenzione di incitare odio con la parola o ogni altro mezzo di comunicazione, oltre alla volontà ci deve essere l’incitamento vero e proprio, cioè un comportamento idoneo a causare atti di violenza nei confronti dei soggetti presi di mira, gli atti di violenza e discriminazione si devono verificare, oppure il rischio che ciò avvenga, sia imminente. Il fine delle espressioni d’odio sono: offendere, deumanizzare, molestare, degradare, vittimizzare il bersaglio oltre a cercare di fomentare, nel loro contesto sociale, insensibilità e brutalità contro le persone prese di mira.

Cosa è cambiato con l’hate speech on-line? È cambiato tutto, nel senso che è difficile comprendere le espressioni d’odio se non si comprendono le tecnologie. Si noterà che l’odio può essere istigato e diffuso con tecnologie multimediali, improvvisamente ha avuto un grande successo la falsificazione, non solo le bufale, ma i fotomontaggi, i meme finti che cominciano a circolare, i video elaborati, la tecnologia digitale permette di falsificare agevolmente le informazioni.

Fin dai primi del ‘900 in Canada e USA, quando cominciarono ad arrivare i primi gruppi di famiglie di ebrei, la falsificazione delle notizie che allora venivano diffuse attraverso la carta stampata, i quotidiani, era faticoso pubblicarli, adesso, con le nuove tecnologie, sono diventati di estrema facilità nel diffonderli. Oggi gran parte delle espressioni d’odio sono veicolate in maniera molto subdola, gli studiosi di odio politico dividono due grandi famiglie d’odio, l’odio che viene detto hot e l’odio cool, L’odio politico hot è quello, per intenderci, alla Trump, è un odio visibile, il nazista in uniforme davanti a voi con il megafono è un odio hot. L’odio cool è un fenomeno, diffuso negli ultimi 20 anni, veicolato con strumenti che ingannano e che apparentemente sono strumenti di comprensione, addirittura dando del razzista agli altri per poi veicolare le stesse idee. L’UE è molto più preoccupata per questo tipo di espressione d’odio rispetto al primo, infatti molti progetti di ricerca sono sulla natura e l’analisi dell’odio cool, questo è un problema in quanto l’odio non è correlato alle parole usate, oggi l’odio e l’istigazione all’odio vengono veicolati tramite un lessico che è difficilmente comprensibile, cioè ingannevole.

Infatti lo studioso Woldrom è stato uno dei primi ad analizzare la reazione delle vittime, cercare di immedesimarsi nei “panni” delle vittime, comprendere quale sia la potenza che le istigazioni all’odio, possano provocare. La percezione è spesso soggettiva, diversa in ogni tipo di persona, considerando, sotto il punto di vista medico, le conseguenze che le manifestazioni possano portare ai soggetti sottoposti ad azioni d’odio, cioè la vittima.

I danni più comuni sono: perdita di autostima, senso di rabbia, isolamento forzato, un costante ed immotivato atteggiamento sulla difensiva, uno stato di shock, uno stato di incomprensione e di disgusto, fino ad avere vere proprie esperienze traumatiche sul breve e lungo periodo. Queste risposte, spesso emotive, spiegano anche il motivo per il quale molti episodi, circa l’80%, non vengono denunciate. La vittima si trova in uno stato di debolezza psico-fisica, in uno stato di vergogna, subentra anche la diffidenza verso le autorità, non sensibili a comprendere questi stati d’animo. Aggiungiamo che, le persone discriminate provengono da una minoranza già discriminata. Una scala di pregiudizi che oggi tutti gli studiosi citano è quella di Gordon Allport, egli si pose, nel 1954, il problema di pesare l’odio, di valutarlo, creando questa scala, da uno a cinque, che valuta un aumento crescente della gravità dei comportamenti d’odio.

La scala Allport (dall’inglese Allport’s Scale) è una scala usata per misurare la forza del pregiudizio in una società. Sono valutati gli atteggiamenti seguiti dall’in-group (gruppo dominante), nei confronti di coloro che vengono visti o considerati facenti parte dell’out-group (gruppo minoritario, esterno). È indicata anche come scala del pregiudizio e della discriminazione di Allport o scala del pregiudizio di Allport. È stata ideata dallo psicologo Gordon Allport nel 1954.

La scala

I punti della scala del pregiudizio di Allport vanno da 1 a 5.

1. Anti-locuzione: l’antilocuzione si verifica quando un gruppo, al proprio interno, si esprime liberamente, in modo negativo, contro un gruppo a esso esterno. L’’incitamento all’odio è incluso in questa fase.Anche se la stessa anti-locuzione potrebbe non essere dannosa, potrebbe preparare il terreno a sbocchi più severi per i pregiudizi.

2. Evitare: i membri del gruppo evitano constantemente le persone appartenenti all’out-group.Anche se non c’è alcun danno diretto, si viene a creare un danno psicologico, spesso dovuto all’isolamento.

3. Discriminazione: l’out-grouup viene discriminato negando loro opportunità e servizi, mettendo in discussione i pregiudizi. I comportamenti hanno l’intenzione di svantaggiare l’altro gruppo impedendo loro di raggiungere obiettivi, ottenere istruzione o lavoro, ecc… Esempi includono leggi di Jim Crow negli Stati Uniti, lo Statuto di Kilkenny nell’Irlanda britannica, Apartheid in Sud Africa e leggi antisemitiche in Medio Oriente.

4. Attacco fisico: l’in-group vandalizza, brucia o distrugge e attacca le proprietà e gli individui associati al’out-group. Gli esempi includono i pogrom contro gli ebrei in Europa, i linciaggi dei neri e degli italiani negli Stati Uniti e le continue violenze contro gli indù in Pakistan.

5. Sterminio: l’in-group cerca lo sterminio o la rimozione dell’out-group. Cercano di eliminare la totalità o una grande frazione del gruppo di persone indesiderate. Esempi includono lo sterminio dei nativi americani, il genocidio cambogiano, la soluzione finale nella Germania nazista, il genocidio ruandese, il genocidio armeno, il genocidio degli elleni e la pulizia etnica nella guerra bosniaca.Trattiamo un altro tipo di odio, quello veicolato da parte dei due soggetti più importanti ed influenti nella nostra società: il mondo della politica e il mondo della stampa. Questi due soggetti hanno compreso che l’odio e le espressioni d’odio sono diventate una valuta, hanno un valore, si possono monetizzare.

Un esempio accaduto in Olanda, alcuni politici di partiti dell’estrema destra sono stati incarcerati, per pochi mesi, per istigazione all’odio. Quando sono usciti dalla galera il consenso del loro partito era aumentato del 6%. Un tempo, l’odio, inteso come veicolo di monetizzazione, lo si trovava solo in ambiti di partiti estremisti di destra come Lega Nord, Forza Nuova, casa Pound, e, in una forma più mitigata ma presente, in Forza Italia.

Oggi l’uso dell’odio è utilizzato da parte di tutti i politici e tutti i partiti, perché porta consenso elettorale, viene utilizzato anche in contesti politici democratici e liberali, o più tradizionali, ricordiamo alcuni congressi del partito democratico dove l’odio che circolava nei discorsi tra le varie correnti, era ben simile a quello delle formazioni politiche più estremiste. L’odio non è più agli estremi ma tutti hanno capito che l’odio porta profitto. L’hanno compreso anche i quotidiani, la stampa, il Web, i Mas media generalisti (tv e radio), esempi emblematici possiamo riscontrarli in quei quotidiani di provincia dove qualche migliaio di copie vendute in più o in meno sono importanti per l’economia della testata, le visualizzazioni sui video di YouTube, legate ad una monetizzazione diretta, ogni clic remunera l’emittente.

Diventa difficile combattere l’odio perché chi dovrebbe dare l’esempio, i media e la politica, sono delle entità molto forti ed hanno una grande influenza sul pubblico e l’opinione pubblica, rispetto a chi vuole promuovere valori di pace solidarietà ed uguaglianza. Oggi l’odio sì è istituzionalizzato, in quanto è veicolato proprio da quei soggetti che dovrebbero mitigarlo e combatterlo, questo atteggiamento crea grandi problemi.

L’odio è connesso ai fatti di cronaca, se analizzassimo con dei software appropriati, i tweet o i post su Facebook correlati a temi d’odio, l’andamento non è costante ma è del tipo ad elettrocardiogramma, con dei picchi seguiti ad immediati abbassamenti di intensità, ad esempio: si parla di un flusso di migranti scappati dalla Siria in guerra, in quella settimana il picco d’odio sarà alto dopodiché si affievolisce, nel periodo pre-elettorale ci sono dei picchi d’odio spaventosi soprattutto di odio politico, dopodiché si acquieta. La connessione con la cronaca causa sui social dei picchi d’odio che possono durare, a volte, poche ore, dalle 12 alle 24 ore. Spesso per le vittime d’odio, sui social, il tacere, il non reagire, in molti casi è un’ottima strategia. Quando il picco d’odio ha raggiunto il massimo, con la stessa velocità con cui si è diffuso, crolla, mentre alimentarlo gli si dà una sorta di sopravvivenza.

Quali possono essere gli anticorpi per questo quadro?

L’Unione Europea si è concentrata molto sui contro discorsi, il contro parlato, le campagne di informazione, sui fenomeni di autoregolamentazione. Riguardo il contro parlato, atteggiamento tipicamente nord-americano, negli U.S.A, dicono,“Le idee buone emergeranno da sole, supereranno quelle cattive, non deve intervenire lo Stato“. Ma come si fa a fare emergere le idee più buone, parlando tutti, cercando di riportare la verità, la quiete? Anche l’UE sta elaborando delle strategie per fare emergere il contro parlato, la contro parola, il problema è che la contro parola è uno degli strumenti più difficili da attuare, perché, in genere, chi attacca è avvantaggiato, rispetto a chi si difende, in quanto è posto in una posizione di svantaggio, ad esempio se qualcuno attacca gli indirizzi di posta elettronica è in vantaggio rispetto a coloro che devono difendersi. Nelle situazioni di attacco d’odio è la stessa cosa. L’asticella della intolleranza e dell’odio è molto facile innalzarla piuttosto che riabbassarla, riportare le espressioni d’odio entro i recinti della civiltà e del buon senso non funziona, ci vuole molto tempo. Proviamo ad andare sulla bacheca di un politico estremista, ad esempio Salvini, dove ci sono 1000 e più post contro gli immigrati, inseriamo un nostro post con un commento del tipo “ vorrei fare sommessamente notare che i temi trattati in questa bacheca sono razzisti“ qual è l’effetto? L’effetto è che i 1000 non cambiano quasi mai idea ed opinione e l’odio viene veicolato anche nei nostri confronti. Se dovessimo spendere ore ed intere giornate alla contro parola, nelle scuole e nei luoghi appropriati a veicolare il messaggio positivo, sarà sufficiente un clic di un politico o un apparizione o come la domenica pomeriggio da Barbara d’Urso affinché il nostro lavoro risulti vano. La contro parola è una delle cose più belle, potremmo definirla anche educazione civica digitale, o educazione alla legalità, ma è una delle cose più complicate da sostenere e veicolare. L’odio, a quanto pare, a canali preferenziali per incidere sulla mente delle persone.

Tutto questo porta al rischio di criminalizzare la rete, quando il mondo politico, i politici, non sanno più che pesci prendere. Essi si chiamano fuori perché sono il primo veicolo d’odio, la stampa si tira fuori per lo stesso motivo, i genitori, gli insegnanti, si trovano in difficoltà concreta di combattere contro questi due grandi esempi, allora si dà la colpa alla rete, la colpa è di Facebook, la colpa è di Twitter, molti stati stanno veicolando le colpe verso la rete, criminalizzando il mezzo di comunicazione a scapito delle vere e proprie fonti d’odio. Le ultime statistiche parlano di quasi un 90% di sommerso, rispetto agli episodi denunciati, c’è allora un timore che si arrivi ad un consenso sociale all’odio, cioè al fatto che l’odio sia considerato normale e quindi ad un livello di tolleranza molto alto di tutte le espressioni estreme. Oggi siamo ad un livello altissimo.

I media generalisti, tv, quotidiani cartacei ed on-line, si trovano nella medesima situazione. Se si fa una ricerca empirica molto semplice, si noterà che l’80% delle notizie passano attraverso questi strumenti di comunicazione parlano di sangue, uccisioni, aggressioni, violenze, di stalker, questo avviene perché chi costruisce le prime pagine di questi mezzi di informazione riceve molta più audience, vendita di quotidiani, clic e visualizzazioni sulle pagine Web, diventa un maggior guadagno, più entrate economiche.

In conclusione, prendiamo in considerazione l’atteggiamento europeo, dopo la seconda guerra mondiale, leggi che proibiscono l’hate speech come leggi che tutelano i diritti umani.

Guardiamo ora gli aspetti critici, cioè l’approccio europeo non è corretto, Per alcuni critici queste sono le quattro motivazioni principali:

1- chiaramente contrastare le espressioni d’odio è un’eredità lasciata al mondo moderno dagli Stati totalitari, cioè l’idea di regolamentare l’odio è nata dal gruppo di Stati totalitari, erano leggi pensate per un abuso dei diritti di libertà più che per rafforzare una maggiore tolleranza, l’unione sovietica in prima fila. Per i critici, abbiamo inglobato nei regolamenti europei delle norme liberticide.

2- come è possibile conciliare tutte queste sfumature di istigazione, l’aggressione, la violenza reale, con la certezza del diritto, molti standard interpretativi sono molto difficili da conciliare con i principi fondamentali della certezza del diritto, la persona va punita in base a una norma con il divieto di analogia, la legge disciplina specificatamente quel reato, questa difficoltà di interpretazione e di limitazione porterebbe a violare la manifestazione di libertà del pensiero.

3- le leggi che vietano le espressioni di odio possono diventare uno strumento molto utile per limitare la libertà di pensiero, soprattutto politico religioso, con la scusa di reprimere le espressioni d’odio e offese interpersonali, si potrebbe avere in mano uno strumento potente per limitare la libertà politica religiosa.

4- tutti coloro che propongono leggi di questo tipo devono ancora dimostrare in maniera convincente che vi è un collegamento diretto tra il divieto di queste espressioni è una conseguente pace sociale, cioè una diminuzione dell’odio circolante e un aumento di tolleranza.

Notiamo quali equilibri ed ingranaggi complicatissimi, quando si va a toccare l’argomento delle leggi che regolamentano le espressioni d’odio e le sue conseguenze.

Che cosa ha portato di nuovo Internet in questo quadro appena descritto;

Come primo aspetto, la permanenza dell’odio. Prima l’odio si esauriva in pochi istanti, oggi invece permane e non si riesce più a rimuovere dalla rete, la permanenza e l’amplificazione sono aspetti importanti di questo problema.

Il secondo è un ritorno imprevedibile dell’odio, in realtà l’odio ritorna e riemerge anche a distanza di tanto tempo, questo fa sì che la vittima non sia mai certa che l’espressione d’odio sia finita.

Il terzo problema è l’anonimato, oggi gli attori che veicolano le espressioni d’odio tendono a non occultare la loro identità, quindi gli attori negativi usano tranquillamente il loro nome e cognome, se dovessimo collegarci ai gruppi pieni di haters tutti sono con nome e cognome, perché se si presentassero anonimi non avrebbero quel beneficio di valutazione economica. L’idea che circola, in modo errato, che tutti coloro che usano espressioni d’odio siano anonimi non è vera, la rete porta ad un effetto disinibitorio, la rete e lo schermo creano un filtro, per cui molte persone, nella vita reale, dialogano in un certo modo, su Internet si comportano in un altro modo.

Quarto problema è la transnazionalità , i confini sono saltati completamente, nello studio della demografia si usano concetti come confini, piccolo villaggio, comunità, in rete tutto questo non ha più significato, un fatto discriminatorio che accade in un piccolo paesino di pochi abitanti non veniva alla ribalta oltre quella piccola comunità, oggi la transnazionalità della rete ha fatto saltare queste nozioni. Ricordiamo il caso di quel piccolo paese nel ferrarese che si oppose all’accoglienza di donne e bambini migranti, la rete ha reso possibile la conoscenza di quel fatto deplorevole in virtù proprio della sua natura transnazionale.

Quali sono le risposte che si possono dare a questo fenomeno?

In primo, puntare sull’educazione, aumentare la consapevolezza nelle persone su questo quadro e di come si può fare per rimediare a questa situazione. Attenzione alle conversazioni on-line, l’esempio che possiamo veicolare alle persone che sono intorno a noi, i genitori devono stare attenti anche con i loro comportamenti se vogliono che i loro figli si comportino correttamente. L’esempio è dato da chi ha potere di veicolare l’opinione, gli influencer. Spesso questi non danno un buon esempio, di recente c’è la moda della gogna pubblica. Dobbiamo valutare se le leggi in vigore, ad esempio la legge Fiano, contro l’apologia del fascismo, la legge mancino che disciplina l’istigazione all’odio, guardando le casistiche dovremmo capire quanto siano utili in questo ambito.

Un buon mix di tre elementi, l’educazione, contro parola nei confronti dei più giovani, nelle nostre associazioni; il diritto deve essere molto attento a limitare la libertà di manifestazione del pensiero, altrimenti il diritto può essere utilizzato per altri fini. Un uso intelligente della tecnologia inteso come utilizzo di quegli algoritmi di quei software che possono monitorare o tracciare le espressioni d’odio, bloccarle in maniera automatizzata. I software oggi in uso sono corretti per il 70% dei casi ma sbagliano il 30%, quindi non sono applicabili su larga scala, alcuni software censurerebbero il 30% di espressioni corrette.

Questi tre elementi, istruzione, legislazione, tecnologia, potrebbero darci una mano notevole per contrastare questo grave fenomeno, il primo elemento, l’azione educativa, avrebbe un impatto notevole in un lungo termine, gli altri due, aspetto giuridico e tecnico, avrebbero un impatto a medio e breve termine, ma tutti e tre questi elementi non potranno mai funzionare se gli attori, i politici, gli agenti dei media e dell’informazione, noi stessi, non modificheremo, in modo deciso ed incisivo, i paradigmi di comportamento e valutazione.

Si ringrazia Giovanni Ziccardi che con il suo intervento, al convegno “Positive Messenger”, ha ispirato questa ricerca.