L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

Categorie:

Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

L’Europa atlantista prepara la sua eutanasia

Il suicidio geopolitico degli orfani della NATO

C’è qualcosa di profondamente tragico nella scena europea contemporanea. Un continente che per decenni ha predicato democrazia, diritti sociali, cooperazione internazionale e welfare diffuso, oggi appare come un aristocratico decaduto che continua a lucidare le posate d’argento mentre il palazzo brucia. L’Europa ultra-atlantista sta vivendo una crisi storica che non riesce nemmeno più a nominare. E come accade spesso ai sistemi in declino, reagisce non correggendo i propri errori, ma radicalizzandoli.

Più riarmo. Più subordinazione geopolitica agli Stati Uniti. Più austerità sociale mascherata da “responsabilità”. Più propaganda sulla difesa dell’Occidente. Mentre le economie rallentano, le industrie chiudono, i salari perdono valore reale e il continente scivola verso una marginalità strategica sempre più evidente.

La verità è brutale: le classi dirigenti europee stanno preparando il suicidio geopolitico del continente con la stessa compostezza burocratica con cui Bruxelles approva una direttiva tecnica.

Il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025 ha rappresentato molto più di un semplice passaggio diplomatico. È stato il certificato politico della resa europea. I governi dell’Unione hanno accettato nuovi aumenti strutturali della spesa militare mentre interi settori produttivi soffocano sotto il peso dei costi energetici, della competizione asiatica e della stagnazione economica. La Germania, motore industriale europeo per oltre mezzo secolo, mostra ormai crepe profonde. La manifattura perde competitività, i colossi industriali delocalizzano, il modello export-oriented costruito sul gas russo a basso costo è imploso.

Eppure le élite europee continuano a comportarsi come sacerdoti di una religione geopolitica ormai scollegata dalla realtà materiale.

L’atlantismo europeo non è più una strategia. È diventato un riflesso condizionato. Un automatismo ideologico. Una forma di dipendenza psicopolitica.

Washington ha già ridefinito le proprie priorità. Gli Stati Uniti stanno spostando il baricentro strategico verso il Pacifico e il contenimento della Cina. L’Inflation Reduction Act ha apertamente drenato investimenti industriali europei verso il mercato americano. Il protezionismo tecnologico statunitense cresce. La supremazia energetica americana si rafforza proprio grazie alla crisi europea.

In altre parole: gli Stati Uniti stanno difendendo i propri interessi nazionali. L’Europa no.

Qui emerge il nodo storico più drammatico: il continente non possiede più una classe dirigente autonoma. Per decenni, il ceto politico europeo si è formato dentro una cultura della subordinazione strategica agli Stati Uniti. Dopo il 1989, con il crollo dell’URSS, le classi dirigenti occidentali hanno creduto di vivere la “fine della storia”. Hanno scambiato un equilibrio temporaneo per un dominio eterno.

L’espansione della NATO verso est, la penetrazione economica nello spazio post-sovietico, le guerre umanitarie, l’unilateralismo occidentale: tutto si fondava sull’idea che il mondo dovesse inevitabilmente ruotare attorno all’asse Washington-Bruxelles.

Ma la storia non è finita. È tornata violentemente.

La Russia, la Cina, i BRICS, il Golfo Persico, l’India, le nuove rotte energetiche e commerciali stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo multipolare non è più una teoria: è il nuovo scenario concreto dentro cui si combatte la guerra per il potere del XXI secolo.

E l’Europa vi entra nelle peggiori condizioni possibili: senza autonomia energetica, senza sovranità tecnologica, senza indipendenza militare e senza una politica estera realmente propria.

La guerra in Ucraina ha accelerato tutto questo. Non l’ha creato, ma lo ha reso irreversibile.

Per oltre tre anni, i governi europei hanno alimentato una narrativa binaria e moralistica del conflitto, cancellando ogni complessità geopolitica. Chiunque osasse discutere il ruolo dell’espansione NATO, il fallimento degli accordi di Minsk o le responsabilità occidentali nella destabilizzazione dell’area veniva immediatamente marchiato come “filo-russo”.

Ma la realtà economica non obbedisce alla propaganda.

Gli Stati Uniti hanno trasformato il conflitto in un gigantesco processo di rafforzamento della propria industria energetica e militare. L’Europa, invece, ha pagato il prezzo più alto in termini industriali e sociali. Il costo dell’energia è esploso. Le catene produttive si sono indebolite. Interi comparti strategici hanno perso competitività rispetto a Cina e USA.

Il paradosso storico è impressionante: nel tentativo di “difendere l’Europa”, le élite euro-atlantiste stanno smantellando le basi materiali della potenza europea.

E mentre il continente si impoverisce, cresce la militarizzazione.

La Germania annuncia piani di riarmo che fino a pochi anni fa sarebbero stati politicamente impensabili. La Polonia accelera la trasformazione in piattaforma militare avanzata dell’Alleanza Atlantica. I bilanci della difesa aumentano ovunque. Le industrie belliche prosperano. I servizi pubblici invece arretrano.

Sanità, scuola, welfare, diritti sociali: tutto viene progressivamente sacrificato sull’altare della sicurezza permanente.

È la logica storica dell’economia di guerra. Quando il capitalismo entra in crisi strutturale, il riarmo diventa contemporaneamente motore economico, strumento disciplinare e collante ideologico.

La paura diventa governo.

Ma esiste un altro elemento che sta distruggendo definitivamente la credibilità europea: Gaza.

La distruzione sistematica della Striscia ha mostrato al Sud globale ciò che molti sospettavano già da tempo: i diritti umani occidentali sono spesso selettivi. Valgono contro i nemici geopolitici, molto meno contro gli alleati strategici.

Per mesi, gran parte delle cancellerie europee ha reagito con un linguaggio burocratico anestetizzato davanti a decine di migliaia di morti civili palestinesi. “Moderazione”, “diritto alla difesa”, “preoccupazione”. Nessuna vera rottura diplomatica. Nessuna seria sanzione. Nessuna reale autonomia rispetto alle posizioni di Washington e Tel Aviv.

L’effetto geopolitico è devastante.

L’Europa ha perso credibilità morale presso gran parte del mondo arabo, africano e latinoamericano. La retorica universalista occidentale appare ormai, agli occhi di milioni di persone, come una maschera applicata agli interessi strategici dell’Occidente.

Ed è qui che il quadro si fa ancora più inquietante.

Le classi dirigenti europee sembrano incapaci persino di comprendere il proprio isolamento crescente. Continuano a parlare di “valori occidentali” mentre il mondo multipolare le percepisce sempre più come un’estensione geopolitica degli Stati Uniti.

Nel frattempo, le società europee si impoveriscono.

Il potere d’acquisto cala. Il lavoro si precarizza. I giovani emigrano o sopravvivono nella stagnazione salariale. L’ascensore sociale è fermo. La rabbia cresce. E dentro questo vuoto sociale avanzano nazionalismi tossici, destre identitarie e nuove forme di autoritarismo tecnocratico.

L’Italia rappresenta perfettamente questa decomposizione.

Il governo di Giorgia Meloni oscilla continuamente tra propaganda patriottica e fedeltà atlantica assoluta. Si evocano sovranità e identità nazionale mentre si accettano senza discussione le linee strategiche dettate dalla NATO e dai mercati finanziari. Intanto il paese continua a perdere peso industriale, produttività e capacità di investimento pubblico.

Nel cosiddetto “centro riformista”, figure come Carlo Calenda incarnano invece la nostalgia tecnocratica di un neoliberismo ormai screditato ma ancora potentissimo nei media e nelle élite economiche. È il culto della managerializzazione della politica: il paese ridotto a consiglio d’amministrazione, la società ridotta a variabile economica.

Ma il problema ormai supera i governi e i partiti. È una crisi di civiltà politica.

L’Europa non riesce più a immaginarsi fuori dalla subordinazione atlantica. Non concepisce una politica estera autonoma. Non riesce a costruire una mediazione geopolitica. Non sa dialogare con il mondo emergente se non attraverso il filtro strategico statunitense.

Ed è proprio questa incapacità che potrebbe trascinare il continente verso una lunga fase di declino strutturale.

La storia insegna che gli imperi raramente accettano pacificamente la perdita della centralità globale. Spesso reagiscono militarizzandosi, irrigidendosi ideologicamente e trasformando la paura del declino in aggressività geopolitica.

L’Europa di oggi sembra avviata lungo questa traiettoria.

Un continente che un tempo prometteva pace sociale e cooperazione internazionale rischia di trasformarsi in una gigantesca frontiera militarizzata dell’Occidente in crisi. Una piattaforma strategica armata, energeticamente fragile, industrialmente indebolita e politicamente subordinata.

Gli orfani della NATO continuano a stringere il legame atlantico come se fosse una garanzia di salvezza. Ma forse stanno stringendo semplicemente il cappio della propria irrilevanza storica.

E la tragedia più grande è che milioni di cittadini europei rischiano di pagare il prezzo di questa eutanasia geopolitica senza essere mai stati realmente consultati.

Fonti

NATO Summit Declarations 2025
Commissione Europea – dati energia e competitività industriale
Eurostat
UNCTAD
SIPRI Military Expenditure Database
Reuters
Financial Times
Le Monde Diplomatique
The Economist
Analisi geopolitiche BRICS e transizione multipolare
Rapporti Amnesty International e ONU sulla situazione a Gaza

Sotto il sole della sovranità: come la rivoluzione solare cinese sta smontando l’ultimo bloqueo imperiale

Mentre Trump trasforma Cuba in «minaccia inusuale e straordinaria» e ne strangola l’energia, Pechino installa novanta parchi fotovoltaici sull’isola. È la più rapida transizione verde mai vista in un Paese del Sud globale, ed è anche la dimostrazione concreta che l’egemonia statunitense, oggi, non è più una condanna inevitabile.

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump firma l’ordine esecutivo 14380. Sul foglio della Casa Bianca Cuba diventa, per la diciassettesima volta in sessantacinque anni di assedio, una «minaccia inusuale e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Undici milioni di abitanti, un’isola caraibica priva di armi nucleari, di flotte oceaniche, di basi militari fuori dal proprio territorio. La minaccia, secondo Washington, è un’altra: l’esistenza stessa di un sistema sanitario universale, di un sistema educativo gratuito, di un modello sociale che — pur tra contraddizioni feroci — continua a sopravvivere a ogni embargo, a ogni sabotaggio, a ogni tentativo di liquidazione.

L’assedio come metodo di governo

L’ordine esecutivo non si limita a inasprire le sanzioni dirette. Introduce un meccanismo del tutto inedito nel diritto internazionale: dazi punitivi su qualunque Paese, fornitore o terzo, che venda petrolio a Cuba. È un’arma extraterritoriale che colpisce la sovranità altrui per piegare quella cubana. Gli esperti delle Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: «grave violazione del diritto internazionale», «forma estrema di coercizione economica unilaterale», misure che potrebbero configurare la «punizione collettiva di civili». Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato» per una situazione umanitaria che, ha avvertito, rischia il collasso totale.

L’innesco è chirurgico. A dicembre 2025, l’amministrazione Trump aveva già lanciato l’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’interruzione delle forniture petrolifere venezuelane all’isola. Un mese dopo, l’ordine esecutivo chiude ogni alternativa: Pemex messicana, raffinerie russe, fornitori algerini — tutti potenziali bersagli di tariffe ad valorem. A febbraio, le navi cisterna iniziano a essere intercettate nei Caraibi. Secondo il New York Times, è il primo blocco navale effettivo contro Cuba dai tempi della crisi dei missili del 1962. Gli importi di petrolio crollano del 90 per cento.

Quando l’embargo diventa genocidio lento

Le conseguenze materiali di una decisione presa a duemila chilometri di distanza si abbattono sui corpi della popolazione cubana con la prevedibilità di un esperimento da laboratorio. A metà marzo 2026 il sistema elettrico nazionale collassa. I blackout diventano la norma quotidiana: in molte zone superano le venti ore consecutive, in alcune raggiungono picchi di venticinque. Una popolazione intera viene costretta a vivere al ritmo arbitrario delle interruzioni di corrente, a programmare ogni atto della propria esistenza — la cottura del cibo, la conservazione dei medicinali, il sonno dei figli — sull’agenda imprevedibile di un razionamento elettrico imposto dall’esterno.

Il primo a cedere è il sistema sanitario, che era stato per decenni il fiore all’occhiello del socialismo cubano. Migliaia di interventi chirurgici rinviati nel giro di tre mesi, decine di migliaia di vaccinazioni pediatriche posticipate proprio mentre le condizioni igieniche dell’isola si avvicinano al collasso. Oltre un milione di abitanti dipende totalmente dalle autocisterne per l’approvvigionamento idrico, ma le autocisterne sono ferme nei depositi per mancanza di gasolio. I camion della raccolta rifiuti sono fermi anche loro. La spazzatura si accumula sotto il sole tropicale dei trentacinque gradi, mentre le autorità sanitarie segnalano l’incubazione di una nuova epidemia di dengue. Il 13 febbraio, un incendio devasta un magazzino della raffineria Nico López nella baia dell’Avana. Il fumo sale sopra la capitale come la firma visiva di una guerra a bassa intensità che ha smesso di mascherarsi.

Una boccata d’ossigeno arriva il 30 marzo, sotto forma di una petroliera russa carica di centomila tonnellate di greggio attraccata al porto dell’Avana. Equivalgono a circa duecentocinquantamila barili di diesel: dodici giorni e mezzo di consumi cubani. Quando si parla di rispetto delle regole democratiche internazionali, evidentemente, Mosca non sempre ha tutti i torti. Ma una nave non fa primavera. E i conti, soprattutto, non tornano: il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2026 un crollo del prodotto interno lordo cubano del 7,2 per cento. È in questo punto preciso che il copione di Washington si inceppa.

La velocità del sole: cosa sta accadendo davvero a Cuba

Nei dodici mesi compresi tra l’inizio del 2025 e l’inizio del 2026, l’isola ha collegato alla rete elettrica nazionale quarantanove nuovi parchi fotovoltaici. Equipaggiamenti e finanziamenti arrivano integralmente dalla Cina. La quota del solare nel mix energetico cubano è passata dal 5,8 per cento di un anno fa a oltre il 20 per cento di oggi. L’11 febbraio 2026, per la prima volta nella storia del Paese, il fotovoltaico ha superato i novecento megawatt di potenza erogata in un solo pomeriggio, frantumando un record stabilito appena ventiquattro ore prima. Gli analisti dell’energia parlano senza enfasi: si tratta della più rapida transizione rinnovabile mai realizzata da una nazione in via di sviluppo.

L’ambizione del piano è di dimensione continentale. Entro il 2028 dovranno essere costruiti novantadue parchi solari, per una capacità complessiva di duemila megawatt. Una cifra equivalente all’intera potenza fossile attualmente installata sull’isola. Significa, in chiaro, che Cuba si sta preparando a rendere economicamente irrilevante l’arma del bloqueo petrolifero. Ogni megawatt di solare installato corrisponde a circa diciottomila tonnellate di combustibile importato che diventano superflue. Se il traguardo del 2028 verrà raggiunto, l’arsenale economico statunitense costruito in sessantacinque anni potrà essere riposto nel cassetto come una reliquia novecentesca. È esattamente questo, e non altro, ciò che terrorizza Washington.

I numeri della cooperazione sino-cubana sono impressionanti soprattutto quando vengono confrontati con la loro stessa storia recente. Le esportazioni di tecnologia solare dalla Cina a Cuba erano cinque milioni di dollari nel 2023; sono diventate centodiciassette milioni nel 2025: un incremento del duemiladuecentoquaranta per cento in due anni. Solo nel mese di gennaio 2026, l’isola ha importato batterie per oltre quindici milioni di dollari: più del doppio di quanto importato in tutto il 2024. Alcuni impianti sono entrati in funzione in trentacinque giorni dall’arrivo delle apparecchiature: una velocità impressionante perfino per i leggendari standard cinesi.

La solidarietà che non si vede dai grandi giornali

C’è poi il livello capillare, quello che non finisce mai sui titoli dei principali quotidiani occidentali. Pechino ha donato a Cuba diecimila kit fotovoltaici autonomi destinati a case isolate, ambulatori rurali, sale parto, cliniche di emergenza, centrali radiofoniche municipali. Altri cinquemila kit, ciascuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di centosessantotto comuni. A questo si aggiungono settanta tonnellate di componenti per generatori elettrici donate gratuitamente, una flotta di autobus elettrici che cresce dal 2005, l’assemblaggio di scooter e biciclette elettriche tramite la joint venture VEDCA, diciannove parchi eolici in costruzione per quattrocentoquindici megawatt complessivi. Nel gennaio 2026, di fronte all’aggravarsi della crisi, il presidente Xi Jinping ha personalmente approvato ottanta milioni di dollari di aiuti finanziari di emergenza per attrezzature elettriche, accompagnati da sessantamila tonnellate di riso.

Una donna che dirige il progetto di installazione presso l’Unione Elettrica cubana lo ha riassunto con la concretezza di chi vede le cose accadere ogni giorno: un sistema da due chilowatt installato in una casa rurale isolata permette a una famiglia di avere un frigorifero, un ventilatore, una televisione. Sembra poco. È, in realtà, la differenza tra restare e migrare, tra dignità e abbandono. È la traduzione minuta, capillare, di che cosa significhi la parola sovranità quando smette di essere un’astrazione retorica e ridiventa un atto pratico.

L’imperialismo del petrolio contro l’imperialismo del sole

Per cogliere la portata di quanto sta accadendo a Cuba bisogna alzare lo sguardo dall’isola e ricomporre il quadro mondiale. L’aggressione anglo-americana e israeliana contro l’Iran nell’estate del 2025 ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito senza eufemismi la peggiore crisi energetica della storia. L’amministrazione Trump ha tentato di sfruttare quella crisi per ridisegnare l’architettura energetica globale a proprio vantaggio, riproponendo un’egemonia imperiale fondata sul controllo del mercato delle fonti fossili. Ha calcolato male. Ha sottovalutato la capacità del Sud globale di leggere il proprio interesse e di attrezzarsi per perseguirlo.

Il ministro turco per il clima Murat Kurum, che presiederà la COP31 delle Nazioni Unite, ha capovolto la narrazione dominante con una frase tagliente: il modo migliore per proteggere i cittadini dalle convulsioni violente dei mercati energetici è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’agenzia ONU per il clima, è stato persino più diretto: chi ha lottato per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili sta inavvertitamente accelerando il boom globale delle rinnovabili. La svolta cubana, da questo punto di vista, non è un’eccezione esotica. È un caso di scuola. È il prototipo di una possibilità.

Il cuore della questione è politico, non tecnologico. La Cina è il leader mondiale indiscusso delle filiere che permettono la transizione ecologica: pannelli fotovoltaici, batterie agli ioni di litio, turbine eoliche, veicoli elettrici. Mentre l’Unione Europea — Italia in testa — alza dazi commerciali sui prodotti cinesi puliti per proteggere industrie automobilistiche moribonde e oligarchie fossili in declino, Pechino mette le sue tecnologie a disposizione del Sud globale a condizioni che nessun creditore occidentale ha mai concesso negli ultimi quarant’anni. Senza condizionalità neoliberali, senza piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, senza richieste di liberalizzazione dei servizi pubblici, senza esproprio delle risorse strategiche, senza l’imposizione di basi militari come pegno politico. Tutto ciò che l’Occidente ha sempre preteso, viene qui sostituito da un principio diverso: cooperazione Sud-Sud, mutuo beneficio, rispetto della sovranità.

Il silenzio assordante della stampa occidentale

Vale la pena chiedersi perché tutto ciò non occupi le prime pagine dei nostri giornali. Perché il maggiore esperimento di transizione ecologica di un Paese del Sud globale, condotto per giunta sotto un blocco economico da sessantacinque anni, sia trattato dai media italiani come una notizia di terza fascia, quando viene trattato. La risposta richiede onestà. La macchina informativa occidentale è strutturalmente incapace di raccontare un mondo in cui il vincitore della corsa alla decarbonizzazione non è la solita combinazione di democrazie liberali e mercati finanziari, ma un Paese socialista capace di pianificare a lungo termine e di investire dove i tassi di rendimento di Wall Street giudicherebbero «non profittevole». Ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento di un’intera architettura ideologica costruita pazientemente dagli anni Ottanta in poi.

Così, mentre il Washington Post fa qualche timida concessione e il Financial Times pubblica numeri che parlano da soli, sui telegiornali italiani Cuba continua a essere descritta esclusivamente attraverso il filtro umanitario delle sue sofferenze — sofferenze che, va notato, non hanno mai un autore identificabile. Il bloqueo statunitense scompare, l’embargo diventa semplicemente «la crisi cubana», e l’eroica resistenza popolare di un’isola che si reinventa con i pannelli solari cinesi viene trasformata, nel migliore dei casi, in una notizia di curiosità. È un esempio da manuale di ciò che Noam Chomsky chiamava la fabbricazione del consenso. Non si tratta di censura: si tratta di cornice. Cambia la cornice e il mondo cambia di significato.

Quale lezione per noi

Ciò che sta prendendo forma a Cuba non è soltanto un caso di studio per ingegneri energetici. È una dimostrazione politica. È la prova vivente che l’idea di una transizione ecologica governata dalla cooperazione internazionale, sganciata dai diktat dei mercati finanziari occidentali e finanziata sulla base di accordi non coloniali, è realmente possibile. Ed è possibile anche — soprattutto — nelle condizioni più drammatiche, sotto l’assedio della prima potenza militare del pianeta. Hugo Chávez aveva chiamato i legami crescenti tra l’America Latina progressista e la Cina una grande muraglia contro l’egemonismo statunitense. La rivoluzione solare cubana è quella muraglia all’opera, mattone dopo mattone, pannello dopo pannello, megawatt dopo megawatt.

Per noi, che viviamo nell’Europa di un’Italia inchiodata a una NATO sempre più aggressiva, dipendente dal gas liquefatto americano e dai capricci tariffari della Casa Bianca, la lezione cubana dovrebbe essere materia di urgente riflessione. Non si tratta di idealizzare modelli altrui né di ignorare le contraddizioni del processo cubano, che esistono e sono note. Si tratta di riconoscere un fatto scomodo: il futuro dell’autonomia energetica, della sicurezza dei popoli, della giustizia climatica non passa più dai centri di comando dell’Occidente atlantico. Passa altrove. Passa, in larga misura, dalla capacità della Cina di tradurre la propria potenza tecnologica e produttiva in solidarietà concreta verso il Sud globale. E passa dalla capacità dei popoli del Sud — e perché no, anche di un certo Sud d’Europa — di leggere lucidamente questa contraddizione e di sfruttarla per i propri interessi reali, non per quelli che Washington ci ricorda ogni mattina di dover avere.

Il 1° maggio 2026, mentre la classe lavoratrice di mezzo mondo ricordava le proprie battaglie storiche, Donald Trump firmava un nuovo ordine esecutivo che congela i beni di chiunque cooperi con il governo cubano nei settori dell’energia, della difesa, della finanza. È la conferma definitiva che la traiettoria intrapresa è irreversibile. Non c’è negoziato possibile, non c’è ammorbidimento dietro l’angolo, non c’è soluzione diplomatica all’orizzonte. C’è soltanto un impero in declino che, come tutti gli imperi nella loro fase terminale, accelera la propria violenza nel tentativo di occultare la propria irrilevanza crescente. E c’è, dall’altra parte, un’isola di undici milioni di abitanti che continua, ostinatamente, a illuminarsi con la luce del sole. Quando la giustizia non scende dall’alto, è il sole stesso che diventa rivoluzionario.

Fonti

Carlos Martinez, «China and Cuba’s solar revolution: solidarity in practice», Morning Star — Friends of Socialist China, aprile 2026.

«With Chinese support, Cuba triples solar power in one year», Friends of Socialist China / Microgrid Media, 25 febbraio 2026.

Lyn Neeley, «China invests in a bright future for Cuba», International Action Center, 11 marzo 2026.

«Trump has choked off Cuba’s oil supply. China is stepping in with solar», The Washington Post, 28 febbraio 2026.

Haley Zaremba, «Cuba’s Fragile Power Grid Finds a Powerful New Partner», OilPrice.com, 19 marzo 2026.

«China to help Cuba with solar energy amid US oil blockade», South China Morning Post, 18 marzo 2026.

OHCHR — Nazioni Unite, «UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba», Ginevra, 12 febbraio 2026.

«2026 Cuban crisis», Wikipedia (consultato il 2 maggio 2026).

Greenberg Traurig LLP, «U.S. Declares National Emergency on Cuba and Announces Tariff Framework Targeting Oil Suppliers», 9 febbraio 2026.

Casa Bianca, Executive Order 14380 «Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba», 29 gennaio 2026; Executive Order del 1° maggio 2026 sulle sanzioni individuali.

Ember Climate, dati sulle esportazioni cinesi di tecnologie solari e di accumulo, 2024–2026.

Financial Times, dati sulle importazioni cubane di pannelli e batterie, gennaio–aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© 2026 Mario Sommella  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  |

L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

La vera notizia non è che un generale abbia fermato Trump.È che, per legge, nessun generale può farlo.

Tra fact-checking e architettura del potere: il caso dei codici nucleari, la dottrina della «sole authority» e perché il dibattito sull’instabilità di Donald Trump nasconde un problema più grande del singolo inquilino della Casa Bianca.

Nei giorni scorsi è circolata, con grande successo virale anche in Italia, una notizia drammatica: durante una riunione d’emergenza alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe chiesto i codici per l’uso delle armi nucleari contro l’Iran, e il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, gli avrebbe risposto «no», rifiutandosi di trasmettere l’ordine. La fonte è Larry Johnson, ex ufficiale CIA, intervistato sul podcast «Judging Freedom» di Andrew Napolitano. La storia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, intrecciandosi con un secondo filone — quello, ben più solido, dell’estromissione di Trump dalla Situation Room durante il salvataggio di due piloti statunitensi caduti in Iran, raccontata dal Wall Street Journal.
Conviene tenere distinti i due piani, perché mescolarli serve solo a chi vuole che la verità si confonda nel rumore. E conviene soprattutto guardare oltre la cronaca: il problema più grave che questa vicenda ci mette davanti non è ciò che Trump avrebbe fatto in un singolo pomeriggio, ma il sistema che gli consente, ogni giorno, di poterlo fare davvero.
Cosa è verificato e cosa no

Il reportage del Wall Street Journal del 19 aprile 2026, firmato da Josh Dawsey e Annie Linskey, è un fatto giornalistico documentato. Racconta che lo staff presidenziale ha deliberatamente tenuto Trump lontano dalla Situation Room durante l’operazione di estrazione di due piloti USA caduti in Iran nel weekend di Pasqua, perché temeva che la sua «impazienza» potesse compromettere la missione. Il presidente sarebbe stato aggiornato per telefono soltanto «nei momenti significativi», mentre Vance, il capo di gabinetto Susie Wiles e il Consiglio di Sicurezza Nazionale seguivano la missione minuto per minuto. Lo sfondo descritto è quello di un capo di Stato che, alla notizia dell’abbattimento del jet, avrebbe «urlato contro i collaboratori per ore», ossessionato dallo spettro della crisi degli ostaggi del 1979 e dalla paura di fare la fine elettorale di Jimmy Carter. La Casa Bianca ha negato; la testata, fonti alla mano, mantiene la versione. France 24 ha riportato analoghi riscontri.
È un quadro grave, ma maneggiato con i guanti del giornalismo professionale: fonti multiple, testimonianza di un alto funzionario dell’amministrazione, smentita registrata, contesto verificabile. La notizia poggia su un informatore anonimo, e di questo bisogna tener conto; ma è la lavorazione standard di un’inchiesta politica seria.
Tutt’altra natura ha la storia dei codici nucleari. L’unica fonte è Larry Johnson, e Johnson ha dovuto ammettere, sul proprio blog Sonar21 il giorno dopo la diretta, di «non avere conferma che il report sia verificato». Lead Stories ha cercato qualunque traccia indipendente — riunioni d’emergenza in calendario, dichiarazioni, fonti collaterali — e non ne ha trovata nessuna. Snopes ha fatto lo stesso lavoro, con il medesimo risultato. Il calendario ufficiale della Casa Bianca non riporta alcun incontro d’emergenza tra Trump e Caine in quelle ore. E lo stesso Caine, pochi giorni prima, si era espresso pubblicamente a sostegno della guerra americana contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero «usato la forza» contro qualunque nave avesse violato il blocco di Hormuz: difficile immaginare lo stesso uomo nei panni del custode etico che ferma il presidente.
A questo si aggiunge il profilo di chi rilancia la voce. Larry Johnson è già stato all’origine, nel 2017, della rivendicazione poi smontata secondo cui il GCHQ britannico avrebbe spiato la campagna Trump per conto di Obama — una pretesa che Londra definì «totalmente ridicola». Ha diffuso false notizie su un presunto discorso razzista di Michelle Obama. È ospite ricorrente dei media di Stato russi. Non è un dettaglio biografico cattivo: è un elemento di valutazione della fonte. La storia, insomma, non regge a una qualunque verifica giornalistica seria. Va trattata come bufala, anche da chi — come chi scrive — non ha nessuna simpatia per Donald Trump.
Perché la bufala è anche tecnicamente impossibile

C’è un secondo motivo per cui la storia di Caine che dice «no» alla valigetta nucleare non sta in piedi: il sistema americano non funziona così. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, nel diritto degli Stati Uniti, non ha alcuna autorità operativa per bloccare un ordine di lancio nucleare. Non è un dettaglio: è il cuore stesso della dottrina che governa l’arma più pericolosa mai costruita.
Il Congressional Research Service — il servizio studi del Congresso, non un blog — lo scrive in modo lapidario: il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di autorizzare l’uso delle armi nucleari, prerogativa inerente al suo ruolo costituzionale di Comandante in Capo. Può chiedere consiglio ai vertici militari, ma sono questi a essere obbligati a trasmettere ed eseguire l’ordine, se decide di impiegarle. Non serve l’assenso del Congresso. Non serve l’assenso del Segretario alla Difesa. Non serve l’assenso del Vicepresidente. Né i militari né il Congresso possono annullare l’ordine.
Lo stesso generale Mark Milley, all’epoca capo dello Stato Maggiore Congiunto, lo mise nero su bianco in un memorandum al Congresso del settembre 2021: «Sono parte della catena di comunicazione, in quanto principale consigliere militare del Presidente, ma non sono nella catena di comando per autorizzare un lancio nucleare». La distinzione è cruciale: comunicazione, non comando. È la stessa identica posizione che oggi occupa il generale Dan Caine. Esattamente la persona che, secondo la fake news, avrebbe detto «no» — e che invece, per legge, nemmeno avrebbe il potere di farlo.
Come funziona davvero la procedura: «sole authority»

Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è il vero scandalo politico che la vicenda mette in luce. Il presidente sceglie l’opzione di attacco fra una rosa di piani di guerra preconfezionati — il celebre OPLAN 8010, articolato in major attack options, selected attack options e limited attack options. Non è una scelta inventata sul momento: è una selezione da un menù pre-cucinato dal Pentagono.
L’ordine, con i Gold Codes, viene trasmesso al National Military Command Center (NMCC) attraverso un canale sicuro. Prima dell’esecuzione il presidente deve essere autenticato: tira fuori dalla tasca una carta plastificata della dimensione di una carta di credito, soprannominata «biscuit», legge le lettere fonetiche del giorno, e il vicedirettore operazioni dell’NMCC conferma che l’interlocutore è effettivamente il Comandante in Capo. Tutto il procedimento, dalla decisione al lancio, può svolgersi in pochi minuti. Il Segretario alla Difesa, secondo la legge, è tenuto a verificare l’ordine, ma non ha potere di veto.
L’unico, fragilissimo argine è teorico: il Codice Uniforme di Giustizia Militare obbliga i militari a obbedire soltanto a ordini «legittimi e provenienti da autorità competente». Se l’ordine fosse manifestamente illegale — perché viola, ad esempio, i principi di necessità, proporzionalità e distinzione del diritto dei conflitti armati — un comandante potrebbe in teoria rifiutarsi. In teoria. Nella pratica, come riconoscono gli stessi ex comandanti dello STRATCOM, una contestazione di questo tipo si risolverebbe più probabilmente in una consultazione con il presidente per «aggiustare» l’ordine, che in un rifiuto netto. E un ordine di lancio normalmente viene trasmesso dal Pentagono direttamente agli equipaggi addestrati al lancio: anche un comandante di alto livello che ricevesse l’ordine in copia farebbe fatica a fermarlo in tempo.
Va aggiunto un dettaglio che pesa come un macigno: gli Stati Uniti non hanno mai dichiarato una politica di «no first use». Mantengono — è il termine ufficiale — un’«ambiguità calcolata». Tradotto: il presidente americano può ordinare l’impiego per primo dell’arma nucleare contro chiunque, in qualunque momento, senza che esista alcuna barriera legale al primo strike.
Il precedente che nessuno racconta: Nixon, Watergate e il segretario disobbediente

La vicenda non è nuova. Durante lo scandalo Watergate, nel 1974, Richard Nixon attraversò una fase di grave instabilità. Beveva pesantemente, molti collaboratori lo consideravano fuori controllo. Ai giornalisti disse, in un incontro: «Posso tornare nel mio ufficio, prendere il telefono e in venticinque minuti settanta milioni di persone saranno morte». Il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato, istruì informalmente i Joint Chiefs perché qualunque ordine d’emergenza dal presidente passasse prima da lui o dal Segretario di Stato Henry Kissinger. È il «freno Schlesinger», entrato nel folclore del potere americano.
Il punto, però, è proprio questo: Schlesinger non aveva alcuna autorità legale per intervenire. Stava semplicemente sperando che, se il momento fosse arrivato, qualcuno gli avesse dato retta. Mezzo secolo dopo, con un quadro internazionale incomparabilmente più teso, la cornice giuridica è la stessa. La «sole authority» del 1945 — concepita da Harry Truman per togliere ai generali la decisione, non per concentrarla nel singolo individuo a vita — è ancora lì, intatta, scolpita nella prassi costituzionale e nel diritto militare. Una catena di comando pensata per la rapidità contro un attacco a sorpresa sovietico, che oggi serve a garantire al presidente di turno un potere di vita e di morte planetario senza alcun reale contrappeso.
Il vero scandalo è strutturale, non personale

Concentrarsi sulla domanda «Trump è pazzo?» è confortante ma sterile. Sposta tutto il peso politico sul singolo individuo, e implicitamente lascia intendere che con un presidente «sano» il sistema funzionerebbe. Non è così. Il problema non è che Donald Trump abbia il dito sul bottone: è che il bottone, per come è progettata l’architettura del potere americano, è stato consegnato a una sola mano, chiunque essa sia.
Sondaggi recenti citati dal Council on Foreign Relations indicano che il 61% degli americani è a disagio con questa «sole authority». Diversi parlamentari democratici — Edward Markey, Ted Lieu, Adam Smith negli anni passati, Jamie Raskin oggi — hanno proposto leggi per richiedere una dichiarazione di guerra del Congresso prima del primo uso del nucleare, o per inserire nella catena decisionale almeno il Vicepresidente e il Segretario alla Difesa, con il loro consenso unanime. La Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato proposte tecniche per richiedere il concorso di altri due membri della linea di successione presidenziale. Nessuna di queste iniziative è mai arrivata a un voto serio. Il Congresso, repubblicano o democratico che sia, non ha mai voluto davvero limitare quel potere.
Le ragioni, ufficialmente, sono di deterrenza: in caso di attacco a sorpresa, sostengono i contrari, ogni minuto di consultazione potrebbe costare la sopravvivenza degli Stati Uniti e degli alleati sotto l’«ombrello» nucleare. È un argomento serio, ma è anche un cavallo di Troia: regge per gli scenari di rappresaglia, non per il primo uso. Eppure il primo uso è esattamente lo scenario in cui un presidente fuori controllo — Nixon nel 1974, Trump oggi — può decidere di precipitare il mondo nel baratro senza che nessuno, formalmente, possa fermarlo.
E il 25° emendamento?

Nelle ultime settimane il dibattito sul venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana è esploso. John Larson ha depositato articoli di impeachment il 7 aprile. Common Cause ha chiesto al Gabinetto e al Vicepresidente Vance di attivare la Sezione 4. Il 14 aprile Jamie Raskin, ranking member della Commissione Giustizia, ha presentato un disegno di legge per istituire una commissione di diciassette membri ai sensi della stessa Sezione 4. Più di ottantacinque parlamentari democratici hanno chiesto la rimozione dopo il post di Trump «un’intera civiltà morirà stanotte» rivolto all’Iran. È molto: ma è quasi certamente troppo poco.
La Sezione 4 del 25° emendamento richiede che a dichiarare il presidente incapace siano il Vicepresidente insieme alla maggioranza del Gabinetto, oppure il Vicepresidente insieme a un altro organo previsto dalla legge. Vance è un trumpiano della prima ora. Il Gabinetto è stato selezionato esclusivamente sulla base della fedeltà personale. Anche ammesso che la macchina si mettesse in moto, dopo ventun giorni il Congresso dovrebbe confermare la rimozione con i due terzi di entrambe le camere — in un Congresso a maggioranza repubblicana che fino a oggi non ha mostrato il minimo accenno di volontà autonoma.
Tradotto: lo strumento esiste, ma è progettato per non essere usato. Esattamente come la «sole authority» è progettata per non essere fermata.
Quel che dovremmo guardare, non quel che ci viene mostrato

Il caso dei codici nucleari attribuiti a Trump è una bufala, e va detto. Ma se si ferma lì, il debunking diventa una rassicurazione che non ci possiamo permettere. La vera notizia non è che un generale abbia fermato il presidente: è che, secondo il diritto degli Stati Uniti, nessun generale potrebbe farlo. La vera notizia non è l’ennesimo scatto d’ira di Donald Trump nello Studio Ovale: è che l’architettura del potere occidentale ha consegnato il destino dell’umanità — letteralmente — alle terminazioni nervose di un uomo solo, chiunque sia.
L’Europa, che pure si dichiara preoccupata e che pure si sta indebitando per finanziare la guerra in Ucraina e schierare proprie forze nelle catene logistiche americane, non ha alcuna voce in capitolo su quel bottone. I cittadini europei sono, come i cittadini iraniani e cinesi e russi, ostaggi passivi di una procedura concepita nel 1945 per fermare un’invasione sovietica e mai più aggiornata. Lo stesso vale, in dimensioni diverse, per Russia, Cina, Pakistan, Israele — ma con un’aggravante per gli Stati Uniti, perché sono l’unico Paese ad avere mai impiegato l’arma nucleare contro popolazioni civili.
Chi ci vuole rassicurare con la storiella del generale buono che ferma il presidente cattivo ci sta raccontando una favola della buonanotte. La realtà, molto più amara, è che la sicurezza del mondo dipende non da contrappesi istituzionali ma dall’equilibrio mentale di una singola persona — e dal fatto, statisticamente non garantito, che quella persona sia un essere umano lucido. È un sistema indegno di una democrazia che si pretende matura. Ed è ora, finalmente, di dirlo: il problema non è Trump. Il problema è che Trump è possibile.

Fonti principali: Wall Street Journal (19 aprile 2026); Snopes; Lead Stories; Newsweek; France 24; Congressional Research Service «Authority to Launch Nuclear Forces»; Brookings Institution «Reference Sheet on Nuclear Command and Control»; Arms Control Association; Bulletin of the Atomic Scientists; Council on Foreign Relations; Wikipedia (Gold Codes; 25th Amendment).

Il sangue a basso costo: il Sudan, l’oro dell’imperialismo e le vite che non contano

C’è una ferita aperta nel cuore dell’Africa orientale che nessun telegiornale serale degna di un titolo di apertura. Un popolo di cinquanta milioni di persone viene schiacciato, sfollato, affamato, sterminato sotto gli occhi di un mondo che ha deciso — perché di decisione si tratta, non di disattenzione — che quelle vite non valgono abbastanza. Dal 15 aprile 2023, il Sudan brucia. Oltre quindici milioni di esseri umani sono stati strappati alle proprie case, circa duecentomila sono morti in combattimento, milioni altri agonizzano di fame, colera, stenti. Eppure nessuna manifestazione di piazza, nessuna risoluzione muscolare, nessun pacchetto di sanzioni emergenziali, nessun minuto di silenzio nei palinsesti televisivi. Il Sudan è la prova provata che, nell’ordine globale contemporaneo, il dolore ha un prezzo, e quel prezzo è fissato dal mercato della rilevanza geopolitica.

Il razzismo dei riflettori

Che cosa rende una tragedia degna di essere raccontata? La risposta onesta è scomoda: serve che le vittime assomiglino abbastanza a noi. Quando a morire sono famiglie europee, bionde, affacciate su capitali riconoscibili, si mobilitano corridoi umanitari, accoglienze straordinarie, copertine settimanali. Quando a morire sono africani neri, musulmani o animisti, contadini di villaggi dai nomi impronunciabili, la macchina della compassione si inceppa. Non è un caso, è una struttura. È la stessa struttura che dopo il naufragio di Cutro ha richiesto settimane per produrre qualche riga di indignazione, mentre davanti a un hotel di Mariupol bastavano poche ore. È la logica razziale — ereditata dal colonialismo, mai davvero dismessa — secondo cui alcune vite incarnano il lutto universale e altre restano materiale statistico. Il Sudan, in questa griglia, è il paradigma perfetto della vita nera che sparisce: i morti si contano, non si ricordano; gli sfollati diventano numeri, non volti; le stragi non chiedono giustizia, solo un aggiornamento trimestrale.

I grandi media occidentali, quando si decidono a dedicare un servizio al Sudan, lo fanno con il tono dell’inevitabilità. Si parla di «scontri tribali», di «instabilità endemica», di «caos africano», come se il continente fosse preda di un destino biologico. È la riscrittura mediatica del cliché coloniale: l’Africa che si autodistrugge, incapace di pace, bisognosa di tutela. Di rado, quasi mai, si nomina la mano straniera che arma, finanzia, addestra, protegge. Di rado si racconta che le armi usate in Darfur vengono fabbricate altrove, che l’oro estratto a Jebel Amer finisce nei forzieri di Dubai, che i droni che colpiscono gli ospedali attraversano cieli sorvegliati da radar alleati. La narrazione dominante deruba il Sudan perfino della propria tragedia: gli nega la dignità di essere compreso come vittima di un sistema, relegandolo a spettacolo di barbarie indigena.

Il capitalismo dell’oro: economia politica di un massacro

Se si vuole capire davvero perché la guerra sudanese non si ferma, bisogna smettere di guardare ai due generali che si contendono Khartoum e cominciare a seguire i flussi di denaro. Il Sudan è uno dei maggiori produttori d’oro dell’Africa. Nelle miniere del Darfur meridionale, in particolare a Jebel Amer e ad Al Junaid, si estrae un metallo che vale, secondo le stime indipendenti, circa tredici miliardi di dollari l’anno di traffico illecito. Quasi il novanta per cento di quell’oro esce dal Paese clandestinamente, attraverso rotte che toccano il Ciad, il Sud Sudan, l’Uganda, l’Etiopia, la Libia orientale di Khalifa Haftar, e approda infine sui mercati degli Emirati Arabi Uniti, dove viene raffinato, rimesso in circolo, e riconsegnato al capitale globale completamente ripulito. Nelle collane, nei lingotti delle banche centrali, nei circuiti tecnologici dei nostri smartphone, può esserci oro estratto col lavoro forzato di bambini sudanesi sorvegliati da miliziani con il kalashnikov. Il capitalismo estrattivo non ha bisogno di giustificazioni etiche: ha bisogno solo che nessuno faccia domande.

Le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo — il signor Hemedti — si finanziano in buona parte con questo oro. Lo estraggono, lo vendono, ci comprano armi e mercenari. L’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan fa lo stesso, nei territori che controlla, appoggiandosi a canali diversi ma analoghi. In questa simmetria sta l’essenza del conflitto: non è una guerra per vincere, è una guerra per gestire la rendita. I due generali sono in disaccordo su chi debba incassare, non su cosa fare del Paese. Il Sudan è, in questo senso, una forma avanzata di capitalismo della catastrofe: una macchina economica che consuma vite umane e produce lingotti, che trasforma la carestia in margine di profitto, che rende il caos una condizione strutturale della propria redditività. Finché l’oro continuerà a uscire, la guerra continuerà a bruciare. È meno una guerra civile che una filiera produttiva.

Gli imperialismi rivestiti di diplomazia

Dietro i due contendenti interni, si staglia una galleria di potenze regionali e globali che spingono, armano, rallentano, negoziano, prolungano. Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sponsor delle Rapid Support Forces: forniscono armi attraverso canali clandestini che Amnesty International, Le Monde, il New York Times, le Nazioni Unite e numerose agenzie investigative hanno documentato, muovono denaro, proteggono l’infrastruttura commerciale dell’oro, reclutano mercenari nel proprio circuito regionale. Lo fanno per una ragione semplice: controllare un pezzo d’Africa significa dominare le rotte del Mar Rosso, dominare le rotte del Mar Rosso significa controllare l’energia che scorre fra Golfo ed Europa. E intanto Abu Dhabi compra la neutralità egiziana con un pacchetto di investimenti da trentacinque miliardi di dollari, che è un modo elegante per acquistare il silenzio di un vicino che sostiene il fronte opposto. L’Egitto di al-Sisi, infatti, arma l’esercito regolare sudanese, condividendo con Burhan decenni di scuola militare comune e una stessa avversione per qualunque transizione democratica.

La Russia gioca su entrambe le sponde. La galassia Wagner, oggi riorganizzata sotto altri marchi ma sostanzialmente intatta, ha per anni addestrato e sostenuto le Rapid Support Forces in cambio di concessioni aurifere; parallelamente, Mosca negozia con Burhan la costruzione di una base navale a Port Sudan, che garantirebbe al Cremlino un piede permanente sul Mar Rosso, a poche centinaia di chilometri dal canale di Suez. Iran e Turchia si schierano con l’esercito, cercando ciascuno il proprio ritorno strategico. L’Etiopia, in funzione anti-egiziana, ha iniziato a fornire sostegno alle Rapid Support Forces. Haftar, dalla sua Cirenaica armata da molte potenze insieme, apre corridoi logistici verso Dubai. Gli Stati Uniti, che pure dispongono degli strumenti di intelligence e di pressione più sofisticati del pianeta, si limitano a un coinvolgimento intermittente, guidando formalmente il cosiddetto Quad insieme a Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. Ma affidare una mediazione a chi arma entrambe le parti non è negoziato: è complicità istituzionalizzata. È la privatizzazione della diplomazia, il trionfo dell’imperialismo che non si chiama più con il proprio nome e si traveste da cooperazione regionale.

La complicità europea e il rituale dell’aiuto

Il copione europeo, davanti a tutto questo, è disciplinato e ipocrita. Si convocano conferenze umanitarie — l’ultima a Berlino, il 15 aprile 2026, con la partecipazione del ministro degli Esteri italiano — si annunciano pacchetti di aiuti, si stringono mani, si pubblicano comunicati di «profonda preoccupazione». Poi si torna a casa e si firmano nuove licenze per esportare armi agli stessi Emirati che le girano alle Rapid Support Forces. Il piano di aiuti delle Nazioni Unite per il 2026 è finanziato per appena il sedici per cento: una miseria che dice tutto di quanto valga, davvero, il Sudan nelle agende europee. Le stesse agenzie che dovrebbero soccorrere la popolazione subiscono attacchi sistematici: ambulanze bombardate da droni, magazzini saccheggiati, operatori uccisi o rapiti, corridoi umanitari chiusi a oltranza. La fame è stata trasformata in arma di guerra, e la risposta del mondo ricco è un bonifico ridicolo accompagnato da un selfie istituzionale.

L’Italia non è una spettatrice innocente. Il governo Meloni, come i suoi predecessori, ha mantenuto saldi rapporti di cooperazione militare ed economica con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Egitto di al-Sisi, nonostante sul tavolo restino aperti dossier pesantissimi — a cominciare dall’omicidio di Giulio Regeni, mai davvero affrontato come avrebbe meritato. Le licenze di esportazione di sistemi d’arma verso Abu Dhabi sono continuate anche mentre si accumulavano le prove del ruolo emiratino nel conflitto sudanese. Fincantieri, Leonardo, la filiera della difesa italiana: nessuno ha pagato un prezzo politico. Le parole della carità cristiana, così frequenti nella retorica governativa, si spengono davanti alla dogana dei porti militari. È la contraddizione permanente del capitalismo europeo: umanitarismo al microfono, industria bellica al bilancio. E nessuna forza politica maggioritaria, in Parlamento, ha avuto la forza di rompere questa ipocrisia.

I volti della catastrofe

Al di sotto della geopolitica, sotto le cifre, sotto le rotte dell’oro e delle armi, ci sono persone. Ci sono madri che partoriscono in tende senza elettricità, bambini che muoiono di malnutrizione nelle aree assediate, contadini che assistono al saccheggio dei propri raccolti, intere comunità — i Masalit, i Fur, gli Zaghawa del Darfur — che subiscono una pulizia etnica riconosciuta da osservatori internazionali come tale. I dati dell’UNICEF sono un atto di accusa permanente: più di cinque milioni di minori sfollati, almeno centosessanta bambini uccisi e ottantacinque mutilati nei primi tre mesi del 2026, con un incremento del cinquanta per cento rispetto all’anno precedente. Il settantotto per cento delle vittime infantili è causato da attacchi con droni. Droni fabbricati altrove, venduti ad Abu Dhabi, spediti a Hemedti, pilotati da qualche parte verso una scuola coranica, una fila per l’acqua, un mercato. La tecnologia della morte, nel ventunesimo secolo, è una filiera globale che attraversa continenti e ripulisce coscienze.

La povertà, in tre anni, è esplosa dal ventuno al settantuno per cento. Ventitré milioni di sudanesi vivono oggi sotto la soglia minima. La carestia è stata formalmente certificata a El Fasher e a Kadugli. Il sistema sanitario è ridotto al venti per cento della capacità originaria: le donne muoiono di parto in locali senza acqua corrente, i diabetici muoiono di mancanza di insulina, i bambini muoiono di morbillo e di diarrea acuta. Il colera si espande liberamente là dove gli acquedotti sono ormai scheletri arrugginiti. Ogni cifra è un funerale moltiplicato per milioni. Ogni percentuale è una storia che nessuno leggerà.

L’indifferenza come progetto politico

Non si può più parlare di questa guerra come di una «tragedia dimenticata». L’espressione è consolatoria, quasi assolutoria: suggerisce che qualcuno, semplicemente, si è distratto. La verità è diversa e più dura. Il Sudan non è dimenticato: è stato rimosso. È stato rimosso perché la sua tragedia metterebbe in discussione i fondamenti stessi dell’ordine globale che beneficia dei suoi morti. Ricordarsene significherebbe interrogare il ruolo del capitalismo estrattivo, le filiere dell’oro e dei minerali critici, le esportazioni d’armi verso regimi autoritari, la collusione fra democrazie occidentali e monarchie del Golfo, la gerarchia razziale che struttura ancora la nostra percezione del lutto. Significherebbe chiedere conto a banche, industrie, governi, media. Significherebbe, in una parola, politicizzare il dolore. E niente è più pericoloso, per l’ordine costituito, di un dolore politicizzato.

La gerarchia del visibile non è un incidente culturale. È un dispositivo di potere. Seleziona quali tragedie possano diventare mobilitazione e quali debbano restare inquietudine privata. Decide che cosa è un genocidio e che cosa è «violenza etnica». Stabilisce chi merita un tribunale internazionale e chi merita, al massimo, una nota a piè di pagina. Il Sudan, in questa macchina selettiva, è la dimostrazione plastica di come l’informazione globale sia, anzitutto, un’economia: domanda, offerta, marginalità, dismissione. Dove il pubblico non reagisce, l’offerta si ritira. Dove l’offerta si ritira, il pubblico smette di chiedere. Il ciclo si chiude, e il silenzio diventa sistema.

Rompere il silenzio è un atto politico

Cosa possiamo fare, noi che scriviamo, leggiamo, votiamo in Europa, mentre in Sudan si muore? Possiamo cominciare col rifiutarci di accettare le cornici che ci vengono imposte. Possiamo chiedere, ogni volta, di chi sono le armi, di chi è l’oro, di chi sono i droni, di chi sono i porti da cui partono le navi che armano la catastrofe. Possiamo pretendere dalle nostre istituzioni un embargo vero — non di facciata — verso gli Emirati e verso ogni governo che alimenti il conflitto. Possiamo chiedere che le aziende italiane ed europee che fanno affari con questi regimi rispondano pubblicamente del sangue che passa, anche indirettamente, dai loro bilanci. Possiamo fare in modo che il Sudan torni dentro il discorso pubblico, che entri nei comizi, nei dibattiti parlamentari, nelle piazze. Nessuna pace è stata mai conquistata dal silenzio.

Ricordare il Sudan significa rifiutare l’idea che esistano esseri umani di serie B. Significa riconoscere che il destino di un contadino di El Fasher, di una madre di Nyala, di un bambino di Kadugli è intrecciato — nelle miniere, nelle rotte dell’oro, negli accordi bilaterali, nelle licenze d’arma — al nostro destino. Significa smettere di credere all’alibi della distanza. Non c’è distanza, in un’economia globale: c’è solo volontà di non vedere. E quella volontà ha un nome politico preciso, ha ministri, ha amministratori delegati, ha direttori di giornale, ha parlamentari, ha azionisti. Il silenzio sul Sudan non è un silenzio orfano: ha padri e madri riconoscibili, e anche cognomi. Il primo atto di giustizia, verso quel popolo, è nominarli.

Finché continueremo a tollerare che il valore di una vita si misuri sulla sua utilità ai flussi di capitale e al branding geopolitico delle nazioni ricche, continueremo ad avere Sudan. E avremo altri Sudan. Nella Repubblica Democratica del Congo saccheggiato per il coltan, nello Yemen affamato dai bombardamenti sauditi e emiratini, nel Sahel lasciato alla disintegrazione, nella Somalia ridotta a terreno di caccia. Ogni volta che la politica abdica alla finanza e i diritti umani diventano pubblicità, una nuova catastrofe si accende lontano dai nostri schermi. Il Sudan non è un’eccezione: è l’avvertimento. Se non impariamo a guardarlo, non impareremo mai a guardare davvero nessun altro.

Fonti

UNHCR — Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, aggiornamenti sulla crisi degli sfollati sudanesi, aprile 2026
UNICEF, dichiarazioni della direttrice Catherine Russell e dati sui minori uccisi, feriti e sfollati, aprile 2026
IPC — Integrated Food Security Phase Classification, rapporti sulla sicurezza alimentare in Sudan, 2025-2026
Programma Alimentare Mondiale (WFP), conferenza stampa di Ross Smith, Ginevra, aprile 2026
OCHA — Ufficio ONU per gli Affari Umanitari, Humanitarian Needs and Response Plan 2026
Terza Conferenza Umanitaria Internazionale sul Sudan, Berlino, 15 aprile 2026
ISPI — Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “Sudan: tre anni di guerra invisibile”, 2026
European Council on Foreign Relations, “The falcons and the secretary bird: Arab Gulf states in Sudan’s war”, 2025
Atlantic Council, analisi sull’interferenza esterna nel conflitto sudanese, 2025
Amnesty International, rapporti sulle violazioni dell’embargo e sulle forniture d’armi alle parti belligeranti, 2024-2025
The Sentry, rapporto sulle reti finanziarie delle Rapid Support Forces con base a Dubai, ottobre 2025
The New York Times, inchieste sulla filiera di armi verso le Rapid Support Forces
Le Monde, inchieste sulle rotte di rifornimento emiratine verso l’Africa orientale, marzo 2026
Global Initiative Against Transnational Organized Crime, “The illicit transnational supply chains sustaining Sudan’s conflict”, novembre 2025
Center for American Progress, analisi sul ruolo emiratino nel conflitto, 2025
African Arguments, “Sudan’s War Was Not a Breakdown. It Was the System Working”, marzo 2026
Yale University Humanitarian Research Lab, rapporti sugli attori esterni nel conflitto
Human Rights Watch, rapporti sulle atrocità in Darfur e sul coinvolgimento internazionale
Medici Senza Frontiere, testimonianze e denunce dal terreno
Save the Children, rapporti sull’impatto della guerra sui minori sudanesi
Vatican News, interviste a operatori UNHCR in Sudan
Il Post, ISPI, Sky TG24, L’Unità, AgenSIR, Tv2000 — coperture giornalistiche italiane sul conflitto
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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La libertà come sospetto: L’Europa liberale, la caccia al dissenso e il volto autoritario di chi si proclama democratico

Accade in un continente che si autoproclama faro del mondo libero, bastione dei diritti, custode dello Stato di diritto. Accade nei palazzi dell’Unione e nelle redazioni dei quotidiani più letti, nei salotti televisivi e nelle aule parlamentari, con una disinvoltura che dovrebbe inquietare chiunque conservi ancora una qualche memoria di cosa significhi democrazia. Un’ambasciatrice della Repubblica viene linciata in prima pagina e derubricata a funzionario di rango medio-basso. Un professore universitario di storia contemporanea viene inseguito di città in città con tentativi di sabotaggio delle sue presentazioni. Un giornalista-vignettista popolare finisce nella lista nera dei nemici pubblici. Un festival di cinema documentario diventa oggetto di lettere aperte alla Presidenza del Consiglio per chiedere divieti, censure e sanzioni. La colpa, in tutti questi casi, è sempre la stessa: avere un’opinione diversa da quella prescritta, e avere ancora la pretesa di esprimerla.

La macchina del bollino atlantico
Il meccanismo è ormai oliato. Da una parte, figure istituzionali di primo piano — una vicepresidente del Parlamento europeo, senatori di area liberale e radicale, commentatori di testate di riferimento — che trasformano l’etichetta di «putiniano» in uno strumento di neutralizzazione politica. Dall’altra, una stampa compiacente che raccoglie, amplifica, trasforma in verità giornalistica l’insulto d’ufficio. A chiudere il cerchio, la satira televisiva, quella addomesticata, che prende di mira non il potere ma i privati cittadini colpevoli di essersi presentati alla proiezione di un documentario non allineato. Non è più un dibattito, è una caccia. E la caccia ha regole semplici: chi critica la NATO è al soldo del Cremlino; chi documenta il genocidio a Gaza è antisemita; chi si oppone al riarmo è un agente del nemico; chi distingue tra diritto internazionale e ragion di Stato è un nostalgico. La complessità, che dovrebbe essere la misura della maturità di una democrazia, viene liquidata come copertura ideologica.

La conferenza stampa convocata in pompa magna per denunciare come «indecente» la presentazione di un libro nella Sala Stampa di Montecitorio è solo l’ultimo tassello di un costume che si è andato formando negli ultimi anni. Un libro, si badi: un oggetto di carta stampata, accompagnato da una discussione pubblica con un’autrice, un’ambasciatrice, una parlamentare e una giornalista. Nulla che non rientri nel più ordinario esercizio della funzione intellettuale in qualunque paese che si rispetti. Eppure, nell’Italia e nell’Europa di oggi, questo basta a scatenare una reazione degna di un regime minore. Non è tollerabile, nel nuovo galateo, che qualcuno parli fuori dal coro davanti a microfoni istituzionali. Non è tollerabile che il dissenso esca dai perimetri assegnati, che si affacci alle tribune, che trovi una sala. Occorre circoscriverlo, isolarlo, delegittimarlo.

Doppi standard, o la geometria variabile del diritto
La manovra che più colpisce, in questa stagione di linciaggi ordinati, è il sistematico ricorso al doppio standard. Gli stessi che si indignano per un padiglione russo alla Biennale di Venezia partecipano a conferenze organizzate dal governo dell’Arabia Saudita, i cui vertici sono stati indicati come mandanti dell’esecuzione di un giornalista dentro un consolato in territorio turco. Gli stessi che chiedono sanzioni contro chi ha assistito a un festival di cinema difendono senza sfumature un governo, quello israeliano, che da oltre due anni calpesta il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo, tra decine di migliaia di morti civili, migliaia di bambini mutilati o uccisi, intere città ridotte a cenere. Gli stessi che gridano alla sovranità europea accettano che banche italiane ed europee applichino sanzioni statunitensi contro una relatrice speciale delle Nazioni Unite come Francesca Albanese, colpevole soltanto di fare il proprio mestiere con rigore giuridico impeccabile.

La Commissione europea, organo esecutivo privo di funzioni giudiziarie, ha bloccato i conti bancari del politologo Jacques Baud senza alcun processo, limitandone la libertà di movimento sulla base di sospetti politici. Ha esercitato pressioni economiche dirette sulla Biennale di Venezia per orientarne le scelte culturali. Ha disposto, in autonomia amministrativa, la censura di testate giornalistiche russe sull’intero territorio dell’Unione. Tutto questo, si intende, senza che alcun parlamento nazionale abbia mai dichiarato uno stato di guerra. Perché la guerra, quando non viene votata, non è guerra: è un’area grigia dentro la quale si possono sperimentare forme di restrizione delle libertà che in condizioni ordinarie sarebbero immediatamente riconosciute come autoritarie. Ed è proprio in quest’area grigia, in questa sospensione non dichiarata dello Stato di diritto, che si gioca la partita più pericolosa.

La censura come forma intima del fascismo
Chi ha vissuto il Novecento europeo sa che la censura non è mai un incidente, non è mai un eccesso di zelo, non è mai un episodio. È la spia di un orientamento profondo, di un riflesso di potere che si manifesta ogni volta che i gruppi dirigenti avvertono di aver perso il controllo della narrazione. La Costituzione italiana, agli articoli 21 e 33, tutela la libertà di pensiero e di ricerca come valori fondativi non negoziabili. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo ribadisce con parole altrettanto nette. Eppure, sotto il peso della guerra in Ucraina e del massacro di Gaza, tutto questo apparato di garanzie viene trattato come un impaccio retorico, un residuo formalistico che si può aggirare con circolari, pressioni bancarie, lettere aperte, trasmissioni televisive tarate sull’insulto.

Il fascismo, nella sua forma storica, non cominciò con l’abolizione della Costituzione, ma con la normalizzazione dell’idea che esistessero cittadini di serie A — titolari del diritto di parola — e cittadini di serie B, da ridurre al silenzio per il loro stesso bene, o per il bene della nazione. Oggi accade la stessa cosa sotto un lessico liberale. Il professore che critica la NATO non è un intellettuale che esercita una funzione pubblica: è un «propagandista filorusso». L’ambasciatrice che denuncia il genocidio non è una diplomatica di carriera: è una «militante faziosa». Il giornalista che mostra i bambini di Gaza non è un cronista: è un «utile idiota». Il cittadino che partecipa a un festival di documentari non è un uomo libero: è un sospetto. La logica è quella dell’inquisizione laica, e la sua conseguenza, a breve, è sempre la stessa: chi non si allinea, scompare.

Il sistema che vuole la testa dei dissidenti
Dietro questa offensiva non c’è un capriccio individuale, non c’è la stizza di un parlamentare in cerca di visibilità, non c’è la goffaggine di qualche opinionista televisivo. C’è un sistema. Un sistema che ha bisogno del consenso per sostenere uno sforzo bellico di proporzioni storiche, per giustificare il più imponente piano di riarmo dalla fine della guerra fredda, per drenare risorse pubbliche dai bilanci sociali — sanità, scuola, trasporti, assistenza — e dirottarle verso l’industria militare. Un sistema che ha bisogno della compattezza mediatica per nascondere l’impopolarità delle scelte strategiche, per coprire l’inadeguatezza di una classe dirigente europea subalterna a Washington, per normalizzare il massacro palestinese e per proseguire nella logica di escalation con la Russia senza dover rendere conto ai propri cittadini.

In questo schema, il dissenso non è un’anomalia: è una minaccia funzionale. Ogni voce libera che si leva erode il perimetro del consenso obbligato. Ogni libro che si pubblica, ogni presentazione che si tiene, ogni festival che si organizza, ogni documentario che si proietta costituisce una falla in un edificio propagandistico che si vorrebbe compatto. Da qui la reazione spropositata, la valanga di lettere aperte, la chiamata alla censura, l’uso strumentale della satira per trasformare cittadini qualunque in bersagli pubblici. Non è un eccesso: è il mezzo. Il potere non teme gli isolati, teme le esempi. Teme che la libertà di uno diventi la libertà di molti, e che dai molti nasca l’unica cosa che davvero gli fa paura: un’opinione pubblica capace di distinguere, di comparare, di giudicare.

La responsabilità della sinistra che non c’è
Una parola, in questa vicenda, va spesa sulla condizione desolata della sinistra europea e italiana. Il Partito Democratico, che esprime la vicepresidente del Parlamento UE più attiva in questa stagione di epurazioni simboliche, ha ormai abbracciato senza riserve un atlantismo integrale che nulla ha più a che fare con la tradizione del pensiero socialista, laburista, socialdemocratico. Il gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles ha rinunciato a qualsiasi funzione di argine, allineandosi su ogni voto cruciale alla maggioranza liberale-popolare, sostenendo sanzioni, censure, restrizioni di diritti che la sinistra storica avrebbe combattuto come ovvietà. Nei dibattiti pubblici, la dirigenza dem preferisce litigare con chi critica la guerra piuttosto che con chi la alimenta, colpisce chi dissente dalla linea NATO piuttosto che chi sostiene un governo in carica a Tel Aviv sotto mandato della Corte penale internazionale.

In questo quadro, ogni discorso sul campo largo rischia di suonare come un esercizio retorico. Come si costruisce un’alternativa democratica, sociale, progressista insieme a chi pretende di espellere dal dibattito intellettuale chiunque non accetti la narrazione unica? Come si difende la Costituzione accanto a chi ne sta erodendo i principi fondativi con la collaborazione attiva delle istituzioni europee? Sono domande che le forze minori della sinistra — quelle che non hanno rinunciato alla propria matrice antimilitarista e anti-imperialista — dovranno porsi con chiarezza, senza ipocrisie tattiche, se vorranno essere ancora qualcosa di diverso da un’appendice residuale del partito maggiore.

Oggi loro, domani tutti
C’è un’unica ragione per cui questa vicenda riguarda ciascuno, ben oltre i nomi dei singoli intellettuali colpiti. Il meccanismo della censura ha una dinamica storicamente costante: comincia dai nomi scomodi, quelli che possono essere facilmente etichettati, marginalizzati, ridicolizzati; si estende poi alle categorie intere, ai giornalisti indipendenti, ai docenti universitari, ai ricercatori, agli autori di libri, ai registi, ai documentaristi; finisce con il cittadino qualunque, che si autocensura prima ancora di parlare per evitare problemi al lavoro, con la banca, con la Commissione europea. Quando si arriva a quel punto, la democrazia non è stata abolita: è stata semplicemente svuotata dall’interno, ridotta a rituale elettorale privo di sostanza, a liturgia istituzionale senza libertà di pensiero.

È per questo che la mobilitazione che intellettuali come Elena Basile e Angelo d’Orsi, insieme a tanti altri, stanno sollecitando non è una faccenda corporativa, non è una richiesta di clemenza, non è un appello a sostegno di reputazioni personali. È la pretesa elementare che in Europa valga ancora quello che c’è scritto nelle Costituzioni e nei trattati. È la pretesa che i cittadini europei siano liberi — fino a prova contraria, e la prova contraria non è stata fornita — di leggere, di ascoltare, di guardare, di giudicare con la propria testa, senza che un funzionario di Bruxelles, una parlamentare in carriera o un editorialista compiacente decida per loro cosa sia lecito sapere. È la pretesa che la parola «democrazia», quando la si mette in bocca, abbia ancora un significato.

A chi scrive, a chi insegna, a chi fa cinema o teatro, a chi informa, a chi semplicemente legge e pensa, spetta oggi una scelta netta. Si può cedere al ricatto, si può abbassare la testa, si può fingere di non vedere, si può accettare la logica del bollino e rassegnarsi a parlare soltanto di ciò che è consentito parlare. Oppure si può scegliere di stare dalla parte dello Stato di diritto, quello vero, quello costituzionale, quello che non ammette eccezioni opportunistiche. La storia europea ci ha già mostrato dove conducono le scorciatoie dell’allineamento: conducono a generazioni intere costrette poi, a cose fatte, a chiedersi come sia stato possibile. Il momento per non farsi trovare, ancora una volta, impreparati è adesso.

Una scelta di campo
La libertà di pensiero non è un lusso da intellettuali, non è una rivendicazione corporativa, non è un capriccio di minoranza. È la condizione stessa della democrazia, la sua materia prima, ciò senza cui ogni altro diritto si svuota in fretta. Difenderla non significa sottoscrivere le opinioni altrui: significa riconoscere a ciascuno il diritto di formarsele, esprimerle, discuterle. Significa rifiutare la pretesa di chi vorrebbe trasformare il disaccordo in reato, la critica in complotto, la dissidenza in collaborazionismo. Significa tenere viva la promessa scritta nella nostra Costituzione e tradita ogni giorno dalle istituzioni europee che dovrebbero custodirla. Da che parte stare, in questa stagione, non è una questione opinabile. È una questione di coerenza, di memoria, di dignità.

Fonti e riferimenti
Elena Basile — Angelo d’Orsi, Comunicato del 16 aprile 2026.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 21, 33.

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10.

Rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese sulla situazione nei Territori palestinesi occupati.

Documentazione sulle sanzioni statunitensi applicate extraterritorialmente dagli istituti bancari europei.

Festival internazionale del cinema documentario RT-Doc «Il tempo dei nostri eroi», Bologna, 11-12 aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
© Mario Sommella — Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

La petroliera che sfida l’impero: Hormuz, Pechino e la fine del monologo americano

Mentre Washington minaccia di affondare qualsiasi nave in transito dai porti iraniani, una petroliera cinese attraversa indisturbata lo Stretto di Hormuz. Xi Jinping presenta un piano di pace in quattro punti, sei navi della Hapag-Lloyd restano intrappolate nel Golfo, Trump respinge l’offerta iraniana sull’arricchimento dell’uranio e il vicepresidente Vance attacca pubblicamente Papa Leone. In ventiquattro ore, la geopolitica del Medio Oriente è cambiata di nuovo. E non a favore di chi pretende di comandarla.

Si chiama Rich Starry, è una petroliera lunga centoottantotto metri, di proprietà cinese e battente bandiera del Malawi. Nelle prime ore del 14 aprile ha completato l’attraversamento dello Stretto di Hormuz a pieno carico, in direzione della Repubblica Popolare. Solo il giorno prima aveva fatto dietro-front, rinunciando a uscire dal Golfo Persico dopo l’annuncio del blocco navale americano. Ventiquattro ore dopo, ha ripreso la rotta. Senza scorta militare, senza dichiarazioni roboanti, senza chiedere il permesso a nessuno. Un gesto che vale, da solo, mille comunicati ufficiali. L’impero ha ordinato di non passare. Pechino è passata.

Il blocco che non blocca
La cronaca delle ultime ore sembra scritta apposta per smascherare la sproporzione tra parole e fatti che ormai caratterizza la postura americana. Donald Trump ha minacciato di affondare qualsiasi imbarcazione che tenti di partire o attraccare nei porti iraniani; il Pentagono ha annunciato un blocco navale; il CENTCOM ha promesso fuoco e fiamme. Risultato concreto: una petroliera cinese che attraversa lo Stretto a otto nodi, sei navi cargo della tedesca Hapag-Lloyd che restano paralizzate in attesa di un cessate il fuoco che nessuno sa quando arriverà, equipaggi traumatizzati che assistono alla guerra dai loro ponti come spettatori involontari. Il portavoce di Hapag-Lloyd parlava da Amburgo con una sincerità che vale più di qualsiasi analisi: «Continuiamo ad aspettare l’apertura dello Stretto. Speriamo nei prossimi giorni. Ma in sostanza non lo sappiamo». Non sappiamo. Tre parole che certificano il fallimento dell’illusione del controllo.

Pechino ha definito il blocco «pericoloso e irresponsabile», bollando come «completamente inventate» le accuse statunitensi di forniture militari cinesi all’Iran e promettendo «contromisure risolute» qualora Washington trasformasse questa narrazione in dazi commerciali. È la cornice consueta della guerra fredda asimmetrica del XXI secolo: gli americani agitano sanzioni, i cinesi rispondono con i fatti. E i fatti, in questo caso, hanno il dislocamento di una petroliera da quasi duecento metri che taglia in due lo Stretto come se Trump fosse un attore di doppiaggio.

Il piano di Xi: quattro punti, una rivendicazione
Mentre l’America gridava, Xi Jinping ricevuto a Pechino il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e ha presentato una proposta di pace in quattro punti per il Medio Oriente. Quattro principi semplici, quasi disarmanti nella loro elementarità: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Letta da Bruxelles o da Washington, una simile dichiarazione potrebbe sembrare retorica vuota. Letta a Riad, ad Abu Dhabi, a Teheran, a Damasco, suona come l’esatto opposto di quello che le potenze occidentali hanno offerto al Medio Oriente negli ultimi quarant’anni.

La sostanza politica del piano cinese non sta nei suoi punti, ma in chi lo presenta e in dove. Xi non parla all’ONU, non passa per il Consiglio di Sicurezza, non chiede mediazioni. Riceve direttamente i leader del Golfo, uno alla volta, nei suoi palazzi. È la diplomazia dei vecchi imperi: bilaterale, paziente, senza fretta. È così che, mentre Trump minacciava di rispedire l’Iran all’età della pietra, Pechino costruiva il proprio ruolo di arbitro futuro. La Cina non sta cercando di sostituire gli Stati Uniti in Medio Oriente. Sta facendo qualcosa di molto più sottile: sta dimostrando che l’America non è più indispensabile.

Cinque anni contro venti: la matematica del compromesso impossibile
Sul tavolo del nucleare, intanto, è emerso un dettaglio che il New York Times ha rivelato citando fonti incrociate da Teheran e Washington. Nel corso dei colloqui di Islamabad, gli iraniani avevano offerto una sospensione di cinque anni dei propri programmi di arricchimento dell’uranio. La delegazione americana ne pretendeva venti. Trump ha respinto l’offerta. Quattro volte la richiesta sul tavolo, in un negoziato dove Teheran arrivava già convinta di aver dimostrato sul campo la propria capacità di assorbire qualsiasi colpo. Non un compromesso, ma una resa mascherata da accordo. Era prevedibile che gli iraniani la rifiutassero; era altrettanto prevedibile che Washington la chiedesse, perché chi non sa più piegare l’avversario sul terreno cerca almeno di umiliarlo al tavolo.

Le quattro fonti citate da Reuters parlano ora di possibili nuovi colloqui a Islamabad già nel corso della settimana. Il Pakistan, ancora una volta, riaffiora come sede privilegiata di una mediazione che nessun paese occidentale è in grado di offrire. Anche questo è un dato geopolitico di rilievo: la diplomazia che conta non passa più per Vienna, Ginevra o Camp David, ma per le capitali del mondo non allineato. Il messaggio è chiaro: se due grandi potenze hanno ancora qualcosa da dirsi, devono farlo in casa di chi non parteggia per nessuno. L’Europa, in tutto questo, non esiste. Non viene nemmeno consultata.

L’attacco al Papa: l’ultima frontiera del nervosismo
In mezzo a questo scacchiere accade qualcosa che, se non fosse tragico, sarebbe grottesco. Trump apre una disputa pubblica con Papa Leone — colpevole di aver invocato la pace e ammonito contro l’escalation iraniana — e il vicepresidente J.D. Vance, lo stesso che ha appena fallito a Islamabad, si premura di rincarare la dose. «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali», ha dichiarato a Fox News, suggerendo che il Pontefice lasci al presidente americano il compito di «definire le politiche pubbliche». Detto da un convertito al cattolicesimo in età adulta, l’avvertimento ha un sapore particolarmente amaro. Detto a un Papa che ha ereditato dalla Chiesa di Francesco la voce critica sulla guerra, suona come quello che è: un’intimidazione.

Un’amministrazione che si sente forte non attacca il Papa. Lo ignora, lo strumentalizza, al limite lo corteggia. Aggredirlo pubblicamente significa percepirlo come un avversario credibile — e questa, paradossalmente, è la migliore promozione che Leone potesse ricevere. Quando la voce di Pietro disturba la propaganda di guerra al punto da meritare la replica del vicepresidente, vuol dire che quella voce sta arrivando dove la diplomazia ufficiale non riesce più ad arrivare. La Chiesa, che da decenni sembrava ridotta a operatore caritativo o a moralista da galleria, riacquista in pochi giorni la sua antica funzione: dire dei no quando tutti gli altri dicono di sì, o tacciono.

L’isolamento dell’isolazionista
Mettendo insieme i frammenti delle ultime ventiquattro ore, emerge un quadro che dovrebbe togliere il sonno a chi pianifica le strategie a Washington. Una potenza globale, la Cina, denuncia pubblicamente il blocco americano e fa transitare le proprie navi a dispetto delle minacce. Una compagnia europea, la Hapag-Lloyd, vede paralizzata la propria flotta nel Golfo senza poter chiedere protezione a nessuno. Il negoziato sul nucleare salta su un’asimmetria di richieste che chiunque abbia mai contrattato un caffè avrebbe riconosciuto come irricevibile. Il Papa viene attaccato dal vicepresidente per aver osato pronunciare la parola pace. Tutto questo, nello stesso giorno. Tutto questo, in nome della stessa narrazione di forza.

Il problema, per Trump e per i suoi consiglieri, è che ognuno di questi episodi parla a un pubblico diverso. La petroliera cinese parla al Sud globale, e gli dice: si può disobbedire, e nulla accade. Le navi della Hapag-Lloyd parlano agli europei, e gli dicono: il vostro alleato non è in grado di proteggervi. Il rifiuto del compromesso sull’uranio parla agli iraniani moderati, e li convince che ogni dialogo con Washington è inutile. L’attacco al Papa parla ai cattolici di tutto il mondo, e li mette in posizione di sospetto verso la Casa Bianca. Quattro pubblici diversi, quattro messaggi sbagliati, quattro alienazioni in un giorno. Si chiama isolamento autoinflitto, ed è una specialità degli imperi che hanno smesso di leggere la realtà.

L’Italia, l’Europa, il silenzio
E il nostro paese, in questo scenario? Il governo italiano tace, come da copione. Bruxelles produce comunicati che potrebbero essere stati scritti due decenni fa. Le navi tedesche restano bloccate, le bollette del gas salgono di nuovo, le imprese energivore di Friuli, Veneto e Lombardia tornano a misurare i costi orari della guerra altrui. Eppure, sui media di sistema, dell’attraversamento di Hormuz da parte della petroliera cinese si parla pochissimo, della proposta di Xi nemmeno, dell’attacco di Vance al Vaticano si dà notizia in cronaca senza analizzarne le implicazioni. È la sindrome di chi, per non vedere il proprio fallimento, smette di guardare la realtà.

Eppure la realtà, ostinata, continua a parlare. Una petroliera cinese che taglia lo Stretto di Hormuz a otto nodi è una pagina di storia, anche se nessun telegiornale la racconta come tale. Un piano di pace in quattro punti presentato da Pechino ai principi del Golfo è una rivoluzione diplomatica, anche se i nostri commentatori lo liquidano come folklore orientale. Un Papa attaccato dal vicepresidente americano è uno scossone che dovrebbe interrogare ogni cattolico italiano, e non solo. Tutto questo accade adesso, nelle stesse ore in cui scriviamo. La storia, come sempre, non chiede il permesso prima di passare.

Scenari: il negoziato impossibile e l’equilibrio nuovo
Cosa ci attende nei prossimi giorni? Probabilmente un secondo round di colloqui a Islamabad, sempre che l’orgoglio di Trump glielo conceda. Probabilmente nuove pressioni cinesi, sempre più sicure perché ogni gesto americano le rende più legittime. Probabilmente nuovi tentativi del Vaticano di tessere fili di dialogo, ai quali la Casa Bianca risponderà con nuovi sgarbi. E sullo sfondo, quel filo di petroliere e cargo che continuerà ad attraversare lo Stretto sotto bandiere diverse, quasi tutte non occidentali, perché il commercio mondiale non si ferma per i tweet di un presidente nervoso. Si fermano, semmai, le navi degli alleati.

L’equilibrio che si sta delineando non è quello della vittoria di Teheran o della sconfitta di Washington, ma qualcosa di più strutturale: un Medio Oriente in cui il gendarme americano non è più riconosciuto come tale dagli stessi attori che pretende di disciplinare. Quando la Cina presenta piani di pace, l’Iran detta condizioni, il Pakistan ospita i negoziati e il Vaticano denuncia la guerra, è chiaro che lo schema unipolare degli ultimi trent’anni è entrato in agonia. Non è una buona notizia in sé, perché ogni transizione è instabile e pericolosa. Ma fingere che non stia accadendo è la peggiore delle strategie possibili. È quella, ostinata, che il nostro paese e i nostri alleati continuano a praticare.

Forse dovremmo cominciare ad ammettere, almeno tra noi, che la petroliera Rich Starry — partita ieri da Sharjah, in transito oggi verso il Golfo dell’Oman — è il simbolo più eloquente di questa nuova fase. Una nave qualsiasi, di proprietà cinese, sotto bandiera africana, carica di petrolio, che fa quello che Washington le ha proibito di fare. E nessuno, nel raggio di mille miglia, si azzarda davvero a fermarla. Quando un impero deve scegliere se affondare una petroliera cinese o ingoiare l’umiliazione, e sceglie l’umiliazione, è perché ha già capito qualcosa che ai suoi cittadini non ha ancora avuto il coraggio di dire. La storia, intanto, scrive le sue pagine al ritmo lento delle navi cargo. Otto nodi alla volta.

Fonti
— Reuters, U.S. and Iran negotiating teams may return to Islamabad this week, dispacci 14 aprile 2026.
— The New York Times, Trump rejects Iran’s five-year uranium enrichment freeze offer, 14 aprile 2026.
— Xinhua News Agency, Xi Jinping presents four-point Middle East peace proposal, Pechino, 14 aprile 2026.
— BBC News, Hapag-Lloyd: six ships stranded near Strait of Hormuz, intervista al portavoce Nils Haupt.
— MarineTraffic, dati di tracciamento navale petroliera Rich Starry, 13–14 aprile 2026.
— Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, briefing del portavoce Guo Jiakun.
— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints — Strait of Hormuz.
— International Crisis Group, Iran-U.S. brinkmanship in the Persian Gulf, briefing aprile 2026.
— Sala Stampa della Santa Sede, dichiarazioni di Papa Leone sulla crisi mediorientale.
— Atlantic Council e ECFR, analisi sull’isolamento diplomatico americano nel Golfo.

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.

Fonti

— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.

— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.

— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.

— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.

— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.

— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.

— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.

— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.

— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.

Lo Stato canaglia e i suoi servi: cronaca di una complicità europea

Mentre Tel Aviv bombarda Beirut e Teheran, Bruxelles e Roma scelgono il silenzio. E il silenzio, in tempo di genocidio, è una firma in calce.

La tregua era stata annunciata da poche ore quando i caccia israeliani hanno trasformato interi quartieri di Beirut in macerie. Non un errore, non un incidente di percorso: un atto deliberato, calcolato al minuto, pensato per sabotare qualsiasi possibilità di pace e per ricordare al mondo intero chi comanda davvero in Medio Oriente. Centinaia di morti — uomini, donne, bambini — sono il prezzo che la popolazione libanese ha pagato perché Benjamin Netanyahu potesse ribadire un concetto semplice e brutale: lo Stato di Israele non riconosce alcuna autorità superiore a sé stesso, né le Nazioni Unite, né la Corte Penale Internazionale, né tantomeno la coscienza di un’umanità ormai sfinita dall’orrore.

È in questo scenario che si misura l’abisso morale dell’Occidente. Mentre l’Iran accettava di sedersi al tavolo dei negoziati grazie alla mediazione di Cina, Pakistan e Turchia, mentre lo stretto di Hormuz tornava transitabile e i mercati respiravano, il governo italiano taceva. La Commissione Europea taceva. Le redazioni dei grandi giornali, sempre prontissime a denunciare ogni sussulto di Mosca, hanno relegato la strage libanese a poche righe in cronaca estera.

Una tregua sabotata a colpi di bombe

La sequenza dei fatti è di una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Donald Trump, il presidente che aveva minacciato di far «morire un’intera civiltà» — una formula che, come ha ricordato Serge July su Liberation, non si era più sentita pronunciare dai tempi di Tamerlano — è stato costretto a fare marcia indietro. Non per ravvedimento, non per scrupolo umanitario, ma perché la Cina ha mediato, perché il Pakistan ha contenuto a fatica l’assalto popolare al consolato americano di Karachi, perché Erdogan ha invocato pubblicamente il castigo divino su Israele. Il «buffone in chief», come lo definisce con efficacia chi lo osserva da vicino, ha dovuto accettare una sconfitta storica: l’Iran ha imposto le sue condizioni, ha ottenuto la revoca parziale delle sanzioni, ha mantenuto il controllo sul traffico navale di Hormuz.

Ma quello che Washington non ha potuto fare per via diplomatica, Tel Aviv lo ha fatto per via militare. Netanyahu ha chiarito immediatamente che la tregua non valeva per il Libano, dove il disegno coloniale israeliano punta ad annettere Tiro e l’intera fascia a sud del fiume Litani, congiungendola al Golan strappato alla Siria fino al monte Hermon. Una linea retta tracciata col sangue, una mappa ridisegnata a colpi di artiglieria, l’ennesima applicazione di quella dottrina del fatto compiuto che l’Occidente ha sempre tollerato quando a praticarla erano i suoi alleati.

La menzogna dell’antisemitismo come scudo

Da decenni qualunque critica al governo israeliano viene immediatamente bollata come antisemita. È un riflesso pavloviano studiato a tavolino, una macchina retorica perfettamente oliata che serve a un solo scopo: rendere indicibile l’evidenza. L’evidenza è che lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, è una struttura politica fondata sulla pulizia etnica, sull’apartheid e sull’espansione territoriale permanente. Dirlo non significa odiare gli ebrei: significa riconoscere ciò che storici israeliani come Ilan Pappé, Avi Shlaim e Shlomo Sand documentano da anni nei loro lavori, e ciò che organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito senza mezzi termini «crimine di apartheid».

L’accusa di antisemitismo, brandita come una clava contro chiunque osi criticare Tel Aviv, è essa stessa un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. Confondere il sionismo politico con l’ebraismo significa riprodurre, in forma rovesciata, lo stesso errore di chi negli anni Trenta identificava ogni ebreo con un complotto immaginario. Sono proprio le voci ebraiche più lucide — da Judith Butler a Norman Finkelstein, da Gideon Levy ai veterani di Breaking the Silence — a denunciare questa strumentalizzazione.

Il governo Meloni e la vergogna della complicità

In tutto questo, il governo italiano recita la parte che gli è stata assegnata dal copione atlantico: quella del servo zelante. Giorgia Meloni, che non perde occasione per ergersi a paladina dell’Occidente cristiano, non ha trovato una sola parola di condanna per i bombardamenti su Beirut. Antonio Tajani, ministro degli Esteri di un Paese che ospita militari italiani in Libano nell’ambito della missione UNIFIL, non ha pronunciato una sola sillaba di protesta quando quei militari sono stati presi di mira «per errore» dall’esercito israeliano. Guido Crosetto, il ministro della Difesa, continua a finanziare l’industria bellica e a stringere accordi di cooperazione militare con Tel Aviv come se nulla fosse.

La verità è che l’Italia, all’interno della NATO, ha rinunciato da tempo a qualsiasi autonomia di giudizio. Il trattato del 1954 sulle basi americane, mai messo in discussione, fa del nostro Paese una portaerei al servizio di una potenza imperiale in declino. I cieli italiani sono attraversati ogni giorno da aerei militari diretti verso il Mediterraneo orientale, e il Parlamento non ha né la forza né la volontà di chiedere conto di nulla. La Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come strumento di offesa: ma chi se ne ricorda più, in un Paese dove le opposizioni ufficiali si distinguono dalla maggioranza solo per sfumature lessicali?

La voce di Sánchez e il silenzio degli altri

In mezzo a questo deserto morale, una voce si è levata con la chiarezza che ci si aspetterebbe da tutti i leader europei e che invece arriva soltanto da Madrid. Pedro Sánchez ha detto ciò che a Roma, Berlino e Parigi nessuno osa pronunciare: il cessate il fuoco è sempre una buona notizia, ma il sollievo momentaneo non può farci dimenticare il caos, la distruzione, le vite spezzate. Il governo spagnolo, ha aggiunto, non applaudirà chi incendia il mondo per poi presentarsi con un secchio d’acqua in mano. Parole semplici, eppure rivoluzionarie nel grigiore del conformismo atlantico, perché smascherano in una riga il teatrino cinico di chi provoca le crisi e poi pretende anche la medaglia del pacificatore.

Sánchez non si è fermato lì. Ha chiesto che il Libano venga incluso nel cessate il fuoco, che la comunità internazionale condanni senza ambiguità la nuova violazione del diritto internazionale, che l’Unione Europea sospenda l’Accordo di associazione con Israele, che non vi sia alcuna impunità per i crimini commessi. È il minimo sindacale di qualsiasi politica estera coerente con i trattati su cui l’Europa si è formalmente costruita. Eppure, per averlo detto, il premier spagnolo è stato trattato come un eretico, isolato nei vertici europei, bersagliato dai commentatori di professione che in nome dell’atlantismo hanno trasformato il servilismo in virtù. Ce ne fossero, di Sánchez, nei palazzi che contano: invece abbiamo Meloni, abbiamo Orbán, abbiamo una classe dirigente continentale che confonde la fedeltà con la genuflessione. Ora — lo ha detto con parole che meritano di essere ripetute fino alla nausea — servono diplomazia, diritto internazionale e pace. Tutte cose che non vedremo mai, finché resteremo in balia di banditi come Trump e Netanyahu, e finché avremo un’Europa così moscia ed esangue.

L’Europa che non c’è

Bruxelles, dal canto suo, è la cartolina perfetta dell’irrilevanza. Ursula von der Leyen continua a parlare di «valori europei» mentre l’Unione finanzia, arma e copre politicamente uno Stato sotto inchiesta della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. L’unico governo europeo che ha avuto il coraggio di rompere il fronte è stato quello spagnolo di Pedro Sánchez, prontamente isolato e demonizzato dai grandi media continentali. Tutti gli altri — Berlino, Parigi, Roma, l’Aja — si sono allineati al silenzio, perché rompere quel silenzio significherebbe ammettere la verità: l’Europa non esiste come soggetto politico, esiste solo come appendice subordinata della strategia americana.

Eppure le condizioni materiali per una svolta ci sarebbero. La guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia, la chiusura dei gasdotti, il caro energia, l’inflazione importata: tutti effetti collaterali di una politica estera dettata da Washington e pagata dai cittadini europei. Ogni famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, ogni piccola impresa che chiude, ogni lavoratore licenziato perché la sua azienda non regge i costi dell’energia: sono tutti tributi versati a un’alleanza che produce solo dipendenza e povertà. Eppure nessuno, nelle stanze del potere, osa chiedere il conto.

Cuba, l’Iran e il rovesciamento delle sanzioni

C’è un dettaglio che rivela meglio di mille analisi la natura grottesca dell’ordine mondiale attuale. Mentre Israele bombarda ospedali, scuole, ponti, centrali elettriche e atomiche — gli stessi obiettivi che i tribunali internazionali hanno classificato come crimini di guerra quando colpiti da chiunque altro — Cuba viene inserita ancora una volta nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Cuba, che invia medici in tutto il mondo, che ha sviluppato vaccini distribuiti gratuitamente ai Paesi più poveri, che resiste da oltre sessant’anni a un embargo unilaterale dichiarato illegale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con voto pressoché unanime ogni anno.

Le sanzioni che da decenni soffocano l’economia cubana andrebbero applicate, alla lettera, allo Stato di Israele. È una richiesta minima, elementare, che qualsiasi sistema internazionale degno di questo nome accoglierebbe senza esitazione. Invece, mentre l’Avana viene punita per aver scelto la propria sovranità, Tel Aviv riceve armamenti, fondi europei per la ricerca, accordi commerciali preferenziali e copertura diplomatica totale. È in questo doppio standard che si manifesta la vera natura dell’ordine globale: non un sistema di regole, ma un gioco di potere in cui le regole si applicano solo ai deboli.

Cosa significa, oggi, schierarsi

Sabato 11 aprile, davanti al Colosseo, una piazza tornerà a riempirsi. Si manifesterà per Cuba, contro il bloqueo, contro l’ingerenza americana nei Caraibi. Ma quella piazza sarà anche, inevitabilmente, una piazza per la Palestina, per il Libano, per l’Iran, per ogni popolo che oggi paga con il sangue il diritto di non piegarsi. Sarà una piazza che dovrà essere larga, plurale, capace di tenere insieme istanze diverse sotto un unico denominatore: il rifiuto dell’imperialismo e della guerra come strumenti di governo del mondo.

Schierarsi, oggi, significa accettare che non esiste neutralità possibile. Chi tace di fronte ai bombardamenti su Beirut è complice. Chi continua a vendere armi a Israele è complice. Chi finanzia con i propri voti partiti che hanno trasformato l’atlantismo in una religione di Stato è complice. La pace non si costruisce con i comunicati stampa né con le veglie a lume di candela: si costruisce rompendo i trattati che ci legano ai criminali, sospendendo gli accordi commerciali con chi pratica l’apartheid, processando chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ogni altra strada è anestesia.

Una presa di posizione, non una preghiera

L’Europa ha davanti a sé una scelta che non potrà più rinviare a lungo. O trova il coraggio di pronunciare quelle parole che da troppo tempo le si bloccano in gola — «caro Trump, hai stufato; caro Netanyahu, sei un criminale e ti tratteremo come tale» — oppure scivolerà definitivamente nell’irrilevanza storica, trascinandosi dietro i suoi cittadini, le sue democrazie svuotate, i suoi welfare smantellati, le sue costituzioni ridotte a carta straccia. Non ci sarà una terza via. Non ci sarà una mediazione possibile tra il diritto internazionale e il suo schiacciamento sistematico.

Quanto a noi, a chi scrive e a chi legge, a chi scende in piazza e a chi organizza dal basso una resistenza paziente, il compito è chiaro. Continuare a nominare le cose con il loro nome. Continuare a chiamare genocidio il genocidio, terrorismo il terrorismo di Stato, complicità la complicità. Continuare a ricordare che la storia non assolve i tiepidi, e che il silenzio davanti all’ingiustizia è esso stesso una forma di violenza. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere: e questo dovere, oggi, ha un nome preciso. Si chiama Palestina. Si chiama Libano. Si chiama umanità.

Fonti

— Corte Penale Internazionale, mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu, novembre 2024.

— Amnesty International, «Israel’s apartheid against Palestinians», rapporto 2022.

— B’Tselem, «A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea», 2021.

— Ilan Pappé, «La pulizia etnica della Palestina», Fazi Editore.

— Norman Finkelstein, «L’industria dell’Olocausto», Rizzoli.

— Serge July, editoriali su Libération, giugno 2025 – aprile 2026.

— Assemblea Generale ONU, risoluzioni annuali contro il bloqueo statunitense a Cuba.

— Breaking the Silence, testimonianze dei veterani dell’IDF, archivio online.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

CC BY-NC-SA 4.0  —  Mario Sommella