La maggioranza fabbricata (parte terza)

Terzo articolo dedicato al Melonellum e alla storia del voto in Italia. Le parti precedenti: La maggioranza fabbricata (parte prima) e La maggioranza fabbricata (parte seconda).

Una storia del voto in Italia, dal voto di casta dello Statuto Albertino al suffragio universale conquistato dalle lotte operaie e dalle donne, fino allo svuotamento odierno. Perché il diritto di contare non è mai stato concesso, ma sempre strappato, e sempre insidiato.

1. Una storia di chi può contare

Nelle prime due parti abbiamo smontato il presente: il meccanismo del Melonellum, la maggioranza fabbricata che converte una minoranza in potere assoluto, e la forma di dominio che quel congegno serve, la governabilità come ideologia del capitale. Ma per misurare davvero ciò che oggi si vuole sottrarre, occorre voltarsi indietro e guardare come il voto è stato conquistato. Perché in Italia il diritto di voto non è mai stato un dono: è stato sempre una conquista, strappata dal basso e immediatamente contesa dall’alto. La storia del suffragio nel nostro Paese non è la marcia tranquilla di un progresso, ma un campo di battaglia attorno a una sola domanda: chi ha diritto di contare. E il filo che la attraversa, dal voto censitario dei pochi al voto svuotato dei molti, è il tentativo costante delle classi dominanti di tenere il potere fuori dalla portata dei governati.

2. Il voto di casta: lo Statuto Albertino e la Repubblica dei proprietari

Lo Stato italiano nasce con un voto di casta. Lo Statuto Albertino, concesso da Carlo Alberto nel 1848 e poi esteso al Regno unitario, non contemplava il suffragio universale: la legge elettorale che lo accompagnò riservava il voto ai soli cittadini maschi, con almeno venticinque anni, capaci di leggere e scrivere e in grado di pagare un certo censo, cioè una determinata somma di imposte. Era il suffragio censitario e capacitario: si votava in quanto proprietari e in quanto alfabeti. Al momento dell’Unità, nel 1861, gli aventi diritto erano poco più di seicentomila, circa il due per cento della popolazione e meno del sette per cento dei maschi adulti. E poiché lo Statuto escludeva ogni indennità per i deputati, poteva essere eletto soltanto chi disponeva di rendite tali da non dover lavorare: il mandato era un privilegio dei possidenti. Il risultato fu un Parlamento che era l’autoritratto della borghesia proprietaria, e che teneva fuori operai, contadini, analfabeti, cioè la grande maggioranza del Paese, soprattutto al Sud, e tutte le donne senza eccezione. È la prima maggioranza fabbricata, nella sua forma più cruda: una minoranza di censo che si proclama nazione.

3. La lenta conquista: 1882, 1912 e il suffragio universale maschile

L’allargamento del voto non fu mai concesso per generosità: fu strappato dalla pressione del basso, dalle proteste operaie e contadine, dai fasci siciliani del 1894, dalla crescita del movimento socialista. Nel 1882 il governo Depretis abbassò il censo e ammise al voto i maschi di ventun anni che avessero superato la seconda elementare: gli elettori salirono da circa seicentomila a oltre due milioni, quasi il sette per cento della popolazione. Restavano però esclusi gli analfabeti, e con essi gran parte del Mezzogiorno, alimentando l’accusa di un Parlamento espressione del Nord e non dell’Italia intera. La svolta arrivò nel 1912, con il governo Giolitti: il suffragio universale maschile, che ammise al voto tutti i cittadini maschi oltre i trent’anni a prescindere da censo e istruzione, e quelli oltre i ventuno se alfabeti o se avevano prestato il servizio militare. L’elettorato passò di colpo dall’otto al ventitré per cento della popolazione, da circa tre a oltre otto milioni di uomini, e nelle aule entrarono i grandi partiti di massa. Nel 1919 il suffragio universale maschile divenne pieno e si accompagnò alla rappresentanza proporzionale. Ogni passo, però, spaventava l’ordine costituito, che subito cominciava a cercare il modo di neutralizzare il nuovo elettorato di massa. E c’è una contraddizione che pesa: nel 1912, mentre concedeva il voto agli uomini, il Parlamento rinviava esplicitamente quello alle donne. L’universale era un universale di soli maschi.

4. La paura dei molti: la legge Acerbo e il fascismo

Il suffragio di massa e il proporzionale del 1919 produssero un Parlamento plurale e conflittuale, che il vecchio ordine liberale e il fascismo nascente bollarono come ingovernabile. La risposta fu la legge Acerbo del 1923: due terzi dei seggi alla lista che avesse superato il venticinque per cento dei voti. Fu la prima maggioranza fabbricata dell’età industriale, lo strumento per convertire una minoranza in dittatura parlamentare. Le elezioni del 1924, svolte tra violenze e intimidazioni, consegnarono al fascismo la sua maggioranza; poi, dopo il delitto Matteotti, il regime abolì del tutto le elezioni libere, con i plebisciti a lista unica del 1929 e del 1934 e infine la Camera dei fasci e delle corporazioni del 1939. La lezione, che lega questa storia alle prime due parti, è netta: quando il blocco dominante non riesce a conquistare il consenso dei molti, allunga la mano sul premio, e poi sull’abolizione stessa della scelta. La legge Acerbo è l’antenata di ogni premio di maggioranza successivo, la radice di quella genealogia che abbiamo già percorso. Il suffragio universale maschile, conquistato a fatica, fu confiscato nel giro di pochi anni.

5. Le madri della Repubblica: la conquista del voto alle donne

Qui occorre fermarsi, perché è la pagina più rimossa. Per quasi un secolo di Stato unitario, metà della nazione non poté né votare né essere eletta: il suffragio detto universale era un suffragio di uomini. La strada era stata lunghissima. Già nel 1791 Olympe de Gouges aveva rivendicato, con la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, l’uguaglianza negata dalla Rivoluzione; per tutto l’Ottocento le suffragette si batterono, e in Italia si succedettero quasi venti proposte di legge, tutte respinte. Nel 1906 la Corte d’appello di Ancona, presieduta da Lodovico Mortara, accolse la richiesta di alcune maestre di iscriversi alle liste elettorali, ma la sentenza fu ribaltata; la Corte d’appello di Firenze, a sua volta, motivò il rifiuto temendo lo spettacolo di un governo di donne. Nel 1919 la Camera approvò il voto femminile, ma la legislatura si chiuse prima che il Senato decidesse; nel 1925 il fascismo concesse alle donne il solo voto amministrativo, subito reso inutile dall’abolizione delle elezioni locali. La conquista venne dalla Resistenza: dalle partigiane, dall’Unione donne italiane, dal Comitato Pro Voto del 1944, dalla pressione che Togliatti riassunse nella lettera a De Gasperi del gennaio 1945. Il decreto luogotenenziale del primo febbraio 1945 riconobbe finalmente alle donne maggiori di ventun anni il diritto di voto, sia pure con l’esclusione vergognosa delle prostitute schedate: una contraddizione perfino nel momento della conquista. L’eleggibilità arrivò con il decreto del marzo 1946. La prima volta alle urne furono le amministrative a partire dal dieci marzo 1946: l’affluenza femminile sfiorò il novanta per cento, circa duemila donne furono elette nei consigli comunali e comparvero le prime sindache, da Ada Natali a Ninetta Bartoli. Poi venne il due giugno 1946, il primo voto su scala nazionale, per il referendum tra monarchia e repubblica e per l’Assemblea costituente: per la prima volta le donne votarono ed elessero. Furono ventuno le madri costituenti, su cinquecentocinquantasei deputati, nove della Democrazia cristiana, nove del Partito comunista, due dei socialisti e una dell’Uomo qualunque; cinque di loro, Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Teresa Noce e Lina Merlin, entrarono nella Commissione che scrisse la Costituzione. La misura della condiscendenza di allora la dà un titolo del Corriere della Sera del due giugno, che invitava le elettrici a presentarsi al seggio senza rossetto. Eppure quel voto non fu, come qualcuno pretese, una benevola concessione: fu, nelle parole di Marisa Cinciari Rodano, il doveroso riconoscimento del contributo determinante che le donne avevano dato alla liberazione. La storia del suffragio raggiungeva qui il suo vertice, l’universalità piena. Ed è esattamente questo vertice che lo svuotamento odierno tradisce.

6. La promessa del 1948: il voto eguale come fondamento della Repubblica

L’Assemblea costituente, eletta per la prima volta a suffragio davvero universale, scrisse una Costituzione che fece del voto eguale il fondamento della Repubblica. L’articolo 1 colloca la sovranità nel popolo; l’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza, non solo a proclamarla; l’articolo 48 stabilisce che il voto è personale ed eguale, libero e segreto, e ne fa un dovere civico. Il senso antifascista è trasparente: dopo la legge Acerbo e il regime, i costituenti vollero rendere intoccabile il voto eguale, l’antidoto stesso alla maggioranza fabbricata. Il proporzionale della Prima Repubblica incarnò quel principio, dando vita a un Parlamento che rispecchiava il Paese, nel quale, come abbiamo argomentato nelle parti precedenti, le grandi riforme furono possibili proprio perché nessuno comandava da solo. Quando, nel 1953, si tentò di tradire l’articolo 48 con la cosiddetta legge truffa, che assegnava il sessantacinque per cento dei seggi alla coalizione capace di superare la metà dei voti, il Paese la respinse e la legge fu abrogata: prova che il voto eguale poteva ancora essere difeso.

7. Lo svuotamento: dalla Seconda Repubblica al Melonellum

Poi la rotta si invertì. A partire dagli anni Novanta, nel nome della governabilità, il voto eguale cominciò a essere svuotato non più restringendo chi vota, ma neutralizzando ciò che il voto significa. Il Mattarellum del 1993 introdusse un impianto in prevalenza maggioritario; il Porcellum del 2005 sommò premio di maggioranza e liste bloccate, e fu bocciato dalla Consulta nel 2014; l’Italicum del 2015, con premio, ballottaggio e capilista bloccati, fu colpito nel 2017; il Rosatellum del 2017, misto e a liste bloccate, è il sistema con cui si è votato nel 2018 e nel 2022. Nel 2020 il taglio dei parlamentari ha ridotto la rappresentanza stessa, da novecentoquarantacinque a seicento eletti. E ora il Melonellum, di cui abbiamo detto: la maggioranza fabbricata, le liste bloccate, il premierato di fatto. È il paradosso che chiude il cerchio. A un secolo e mezzo dal voto censitario, il suffragio formale è universale, ma la sua sostanza viene di nuovo catturata dal blocco dominante. Il voto di casta è tornato in forma rovesciata: non più un voto ristretto ai pochi proprietari, ma un voto universale svuotato del potere di decidere, perché i pochi possano tornare a governare indisturbati.

8. Il filo della conquista

La lezione di questa storia è che il voto non è mai stato un dono, e non è mai stato al sicuro. Ogni ampliamento fu strappato con la lotta, dagli operai dei fasci siciliani alle partigiane, dalle suffragette alle madri costituenti; e ogni ampliamento spaventò i potenti, che risposero con il premio, con la lista bloccata, con l’abolizione della scelta. Il voto eguale dell’articolo 48 è la conquista più preziosa della Repubblica antifascista, e lo si sta smontando alla luce del sole. Difenderlo significa collocarsi nella stessa linea che va dai fasci siciliani alle donne del 1946: non nostalgia, ma resistenza. La maggioranza fabbricata è il più antico inganno del potere, quello di dichiarare parte il tutto. Contro di esso l’unica risposta adeguata è ricordare che la sovranità appartiene al popolo, a tutto il popolo, e che nessuna formula può sottrargliela.

Fonti

Pier Luigi Ballini, Le elezioni nella storia d’Italia dall’Unità al fascismo, Il Mulino, Bologna, 1988.

Camera dei deputati, Portale storico, I sistemi elettorali del Regno d’Italia (legge elettorale del 1848, riforma del 1882, riforma del 1912-1913).

Legge 18 novembre 1923, n. 2444 (legge Acerbo).

Decreto legislativo luogotenenziale 1 febbraio 1945, n. 23 (diritto di voto alle donne, elettorato attivo); decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 (elettorato passivo).

Costituzione della Repubblica italiana, articoli 1, 3 e 48.

Corte costituzionale, sentenze n. 1 del 2014 (Porcellum) e n. 35 del 2017 (Italicum).

La maggioranza fabbricata, parte prima e parte seconda, mariosommella.com, giugno 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0.

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