L’atomo e la diversione

La falsa ricetta energetica del governo Meloni e la crisi sociale che nessuno vuole nominare

1. Una crisi di classe travestita da emergenza tecnologica

C’è un momento preciso in cui un governo rivela ciò che davvero è: quando, di fronte a un problema concreto che colpisce i corpi e i conti correnti di milioni di persone, risponde con un simbolo. La crisi energetica che da mesi schiaccia le famiglie e le piccole imprese italiane — bollette che arrivano come sentenze, fabbriche che calcolano se convenga ancora tenere accesi i forni, pensionati costretti a scegliere tra il riscaldamento e i farmaci — è uno di quei momenti. E il governo di Giorgia Meloni ha scelto di rispondere con un simbolo: il ritorno al nucleare. Non una risposta che produca un solo kilowattora negli anni in cui la crisi morde, ma una promessa destinata a materializzarsi, nella migliore delle ipotesi, verso la metà del prossimo decennio. Tra l’urgenza del problema e i tempi della risposta si apre un abisso. Quell’abisso non è un errore tecnico. È il contenuto politico dell’operazione.

Vale la pena nominarlo subito, prima che la retorica della «sovranità energetica» lo seppellisca: la crisi delle bollette non è un fenomeno atmosferico, non è una sventura piovuta dal cielo. È il prodotto di scelte precise — la dipendenza strutturale dal gas, la subordinazione dei prezzi nazionali al mercato internazionale e alle tensioni geopolitiche, un sistema energetico costruito per garantire rendite a pochi grandi operatori. Chi governa quel sistema da decenni non può presentarsi oggi come il medico chiamato al capezzale del malato: è, in larga parte, tra le cause della malattia. La ricetta dell’atomo serve, prima di tutto, a far dimenticare questa diagnosi.

2. Cronaca di un annuncio: l’atomo come risposta al caro bollette

Il 13 maggio 2026, durante il question time al Senato, rispondendo a un’interrogazione del leader di Azione Carlo Calenda sul tema dell’energia, la presidente del Consiglio ha pronunciato la frase destinata a fare titolo: entro l’estate sarà approvata la legge delega e saranno adottati i decreti attuativi necessari, ha dichiarato, alla ripresa della produzione nucleare in Italia. Il veicolo legislativo esiste davvero e ha un nome burocratico: è il disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 febbraio 2025 e da mesi in esame nelle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, dove giacciono ancora centinaia di emendamenti. La premier ha presentato la mossa come la risposta strategica alla dipendenza italiana dalle fonti energetiche estere, una dipendenza definita — con parola scelta con cura — sempre più pericolosa.

Un framing è, per definizione, un modo di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra. La luce, qui, viene puntata su tre parole seducenti: sovranità, indipendenza, futuro. Nell’ombra resta quasi tutto ciò che conta davvero: i tempi reali, i costi reali, le scorie reali, e soprattutto la domanda elementare che nessun cronista compiacente ha posto in quell’aula. Se il problema è oggi, perché la soluzione è per il 2035? La risposta a quella domanda è l’intera inchiesta che segue.

3. L’aritmetica che il governo preferisce tacere

Cominciamo dai numeri, perché i numeri hanno il pregio di non essere ideologici. Lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, interrogato sui tempi del ritorno all’atomo, ha collocato l’orizzonte realistico verso la metà del prossimo decennio, concedendo che soltanto gli ottimisti possono immaginare qualcosa prima. È un’ammissione che da sola smonta la narrazione dell’emergenza: una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, entrerà in funzione tra dieci anni non è una risposta a una crisi che brucia adesso i bilanci familiari.

Vengono poi i piccoli reattori modulari, gli SMR, presentati dalla pubblicità governativa come la soluzione pulita e rapida. Qui la realtà è brutale nella sua semplicità: non esiste un solo impianto commerciale di questo tipo in funzione nel mondo occidentale. Si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale, sulla quale un numero crescente di studiosi avverte che costi, tempi di costruzione e rischi tecnologici rendono inverosimile la promessa di reattori operativi entro la fine del decennio. Costruire una narrazione di policy su una macchina che ancora non esiste non è programmazione: è propaganda travestita da ingegneria.

C’è infine la questione del combustibile, quella che la parola sovranità dovrebbe rendere imbarazzante per chi la pronuncia. L’Italia non possiede giacimenti di uranio: dovrebbe procurarselo su un mercato internazionale, scambiando la dipendenza dal gas con la dipendenza dal combustibile arricchito, prodotto e controllato da un pugno di Stati e di multinazionali. La tanto invocata indipendenza energetica si traduce, alla prova dei fatti, in una semplice sostituzione di padrone. Non si esce dalla subordinazione: la si rinomina.

4. Il cimitero europeo delle promesse atomiche

La verifica più eloquente non è italiana, è europea, e ha la forma di una serie di cantieri trasformati in monumenti al fallimento. Il reattore di Flamanville, in Normandia: lavori avviati nel 2007, costo previsto 3,3 miliardi di euro, entrata in funzione programmata per il 2012. È stato collegato alla rete soltanto alla fine del 2024, con dodici anni di ritardo e un costo che la Corte dei conti francese, includendo gli oneri finanziari, ha quantificato attorno ai 23,7 miliardi di euro: circa sette volte la stima iniziale. Sorte analoga per il reattore finlandese di Olkiluoto, entrato in esercizio dopo circa diciotto anni dalla posa della prima pietra, con costi più che triplicati. E il cantiere britannico di Hinkley Point, la cui entrata in funzione è stata rinviata fino a un orizzonte che potrebbe collocarsi nel 2031, con un costo lievitato verso i trentacinque miliardi di sterline e oltre.

Non sono incidenti isolati, sfortune di percorso da addebitare a maestranze distratte. Sono la fisiologia strutturale del nuovo nucleare: una tecnologia talmente complessa che lo sforamento sistematico di tempi e costi è diventato la regola, non l’eccezione. Lo conferma la stessa parabola del programma di reattori di nuova generazione voluto in Francia, il cui costo di costruzione per tre coppie di impianti è passato, in pochi anni, da circa cinquantadue a quasi ottanta miliardi di euro. Presentare tutto questo come la risposta rapida ed economica a una crisi sociale è, nell’interpretazione più generosa, un atto di fede. In quella meno generosa, è un inganno consapevole.

5. Le scorie che non spariscono per decreto

Poi ci sono le scorie, il capitolo che la retorica dell’atomo pulito rimuove con cura chirurgica. L’Italia conserva già, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare aggiornati alla fine del 2024, circa trentatremila settecento metri cubi di rifiuti radioattivi, in aumento di circa il tre per cento in un solo anno, distribuiti in decine di depositi temporanei sparsi sul territorio. Sono l’eredità delle centrali dismesse negli anni Novanta: scorie prodotte quasi quarant’anni fa, per le quali il Paese non ha ancora una sistemazione definitiva. Vale la pena ricordare, contro ogni semplificazione, che circa il quaranta per cento di quei rifiuti non proviene dagli impianti elettronucleari, ma da attività industriali, di ricerca e sanitarie: la gestione delle scorie è un problema corrente del Paese, non un’astrazione del passato.

Il Deposito Nazionale, di cui si discute da oltre vent’anni, non è stato costruito e non lo sarà, secondo le stime più recenti, prima del 2039, forse del 2041. Nessun ente locale ha presentato un’autocandidatura. Il governo ha dovuto rinnovare l’accordo con la Francia per tenere all’estero, fino al 2040, le scorie italiane già esportate. Lo stesso ministro dell’Ambiente è arrivato a ipotizzare pubblicamente di rinunciare al deposito unico. E l’Autorità di regolazione, in una memoria depositata nel febbraio 2026, ha fotografato lo smantellamento delle vecchie centrali come un processo fermo a circa un terzo di avanzamento dopo oltre vent’anni di lavori, con un costo complessivo salito attorno agli undici miliardi di euro. Un governo che in quarant’anni non è riuscito a chiudere il ciclo nucleare precedente chiede fiducia per aprirne uno nuovo. È l’equivalente politico di chiedere un mutuo a chi non ha ancora finito di pagare il precedente.

6. Chi paga la bolletta e chi incassa la rendita

A questo punto la domanda diventa ineludibile. Se i tempi non tornano, se i costi esplodono, se le scorie non hanno dove andare, perché un intero blocco di potere insiste? La risposta sta nella natura profonda di questa tecnologia. Il nucleare, prima di essere un modo di produrre energia, è una macchina per distribuire denaro pubblico. Un reattore è un investimento di decine di miliardi che, dato lo sforamento sistematico dei costi, nessun operatore privato finanzia davvero a proprio rischio: è lo Stato a garantire, a coprire, a socializzare l’onere attraverso le bollette e la fiscalità. I profitti, quando ci sono, vengono privatizzati; le perdite, che sono certe, vengono collettivizzate.

È la stessa grammatica del neoliberismo che abbiamo già visto all’opera nelle autostrade, nelle telecomunicazioni, nella gestione dell’acqua: il bene comune trasformato in rendita perpetua per pochi grandi gruppi, società di ingegneria, imprese di consulenza, l’intera filiera dell’atomo. La sovranità energetica invocata dalla premier è il velo retorico steso su un’operazione di redistribuzione verso l’alto: dalle tasche di chi paga la bolletta — lavoratrici e lavoratori salariati, pensionati, piccole imprese — ai bilanci di chi costruirà, certificherà, finanzierà e gestirà. Nel frattempo le misure reali e immediate restano di tutt’altra scala: il Decreto Bollette del 2026 muove cifre modeste, e in più di un punto scarica sui consumatori costi prima collocati altrove, dallo spostamento sulle bollette degli oneri legati al sistema europeo delle emissioni fino al ridimensionamento di alcuni incentivi alle rinnovabili. La crisi resta un problema sociale; la risposta resta un affare.

7. Il sole sabotato: la via che si potrebbe percorrere subito

Ed è qui che la vicenda diventa amara, perché una risposta esiste, ed è disponibile adesso. Il sole, il vento e l’acqua non dipendono da alcun fornitore estero per il combustibile: la fonte è gratuita e domestica. Un impianto fotovoltaico o eolico si costruisce in pochi mesi, non in decenni. L’ostacolo non è mai stato tecnologico: è sempre stato — e resta — burocratico e politico. Procedure autorizzative lente, connessioni alla rete bloccate, la resistenza di un sistema energetico costruito attorno al gas e alle sue rendite.

Lo ammette, implicitamente, lo stesso Decreto Bollette del 2026, quando interviene per sbloccare la presentazione delle richieste di nuovi impianti rinnovabili e per ripulire la cosiddetta saturazione virtuale della rete, cioè quel groviglio di domande che teneva ingessata la capacità di connessione. È una confessione: lo Stato riconosce di avere esso stesso sbarrato la strada più rapida, più economica e più davvero sovrana. E mentre la sblocca timidamente con una mano, con l’altra ridimensiona gli incentivi al fotovoltaico esistente e annuncia in pompa magna un futuro atomico che nessuno vedrà funzionare prima della metà del prossimo decennio. La scelta tra sabotare il sole e celebrare l’atomo non è una scelta tra due tecnologie. È una scelta tra due distribuzioni del potere.

8. Una scelta di classe mascherata da scelta neutra

La ricetta di Giorgia Meloni contro la crisi energetica non è una ricetta. È un dispositivo narrativo. Serve a occupare la scena pubblica con un simbolo potente — l’atomo, il futuro, la sovranità — mentre il problema concreto, la bolletta che colpisce, l’impresa che chiude, il pensionato che rinuncia, resta senza risposta reale proprio negli anni in cui produce i suoi danni. Serve a presentare come scelta tecnica e neutra ciò che è, invece, una scelta di classe e una scelta di campo. Di classe, perché decide chi paga e chi incassa. Di campo, perché iscrive l’Italia in un modello energetico e geopolitico che confonde la sovranità con un cambio di padrone.

Una via d’uscita c’è, e non è né misteriosa né lontana: si chiama programmazione pubblica delle rinnovabili, controllo pubblico delle reti, redistribuzione dei costi dell’energia che protegga chi ha meno e faccia pagare le rendite. Ma richiede di nominare la crisi per ciò che è — la crisi di un modello capitalistico e neoliberale di gestione dell’energia — e richiede il coraggio di toccare gli interessi costituiti. L’atomo, qui, serve esattamente a non avere quel coraggio. È il modo più costoso, più lento e più radioattivo per non cambiare nulla. E un Paese che accetta di chiamare futuro ciò che è soltanto rinvio ha già deciso, senza ammetterlo, di lasciare il presente nelle mani di chi quel presente lo ha costruito sulle disuguaglianze.

Fonti

Camera dei deputati, disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, atto in esame presso le commissioni Ambiente e Attività produttive.

Resoconto del question time al Senato del 13 maggio 2026 e cronache parlamentari relative alle dichiarazioni della presidente del Consiglio sull’energia (Euronles, Il Sole 24 Ore, Fanpage, Energia Oltre).

ARERA, memoria depositata il 17 febbraio 2026 sul disegno di legge in materia di nucleare sostenibile, in merito ai costi e ai ritardi del decommissioning.

Sogin e Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), dati sui volumi di rifiuti radioattivi e sullo stato del Deposito Nazionale; Il Post, ricostruzione sul rinnovo dell’accordo con la Francia per lo stoccaggio all’estero.

Corte dei conti francese, relazione sui costi e i tempi del reattore di Flamanville e del programma EPR2; QualEnergia, Il Sole 24 Ore e Greenreport per i dati comparativi su Olkiluoto e Hinkley Point.

Greenplanner, analisi sullo stato della tecnologia dei piccoli reattori modulari (SMR) e sulle criticità specifiche del contesto italiano.

Testo del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 (Decreto Bollette), coordinato con la legge di conversione 10 aprile 2026, n. 49, relativamente alle misure su rinnovabili, oneri di sistema e sistema ETS.

I maestri dell’odio e il sangue di Bakari Sako

Taranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide

1. Un caffè prima del lavoro, e la morte

Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto.

È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono.

L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi.

2. Il silenzio che parla

Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero.

Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana.

Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve.

3. Cattivi maestri, nel senso più letterale del termine

L’espressione cattivi maestri ha una storia precisa nel lessico politico italiano. Fu coniata e usata, dalla destra e dalla stampa moderata, contro intellettuali che facevano della Costituzione, della giustizia sociale, della critica al potere il fulcro del proprio magistero pubblico. Era una espressione vile, perché attribuiva responsabilità morali a chi insegnava a pensare. Oggi va restituita, capovolta, ai suoi legittimi destinatari. Cattivi maestri sono quelli che insegnano a non pensare. Cattivi maestri sono quelli che, dalla tribuna del governo o dello scranno parlamentare, hanno costruito negli ultimi quindici anni una pedagogia pubblica fondata sulla distinzione gerarchica tra esseri umani.

Cattivi maestri sono quelli che hanno trasformato la parola immigrato in sinonimo di pericolo, la parola straniero in sinonimo di nemico, la parola accoglienza in sinonimo di tradimento nazionale. Cattivi maestri sono quelli che hanno detto, nelle dirette streaming, ai banchetti, nei comizi e nei talk show, che certe vite valgono meno, che certi corpi possono essere fermati dalla guardia costiera libica, lasciati morire in mare, deportati nei campi di concentramento dell’hub albanese, denudati delle loro storie individuali per essere ridotti a sciacalli o invasori. Cattivi maestri sono quelli che hanno usato, nelle aule del Parlamento, il linguaggio della guerra etnica come fosse linguaggio della politica.

Quei discorsi non rimangono nel vuoto. Atterrano. Li raccolgono i più giovani, perché i social li bombardano di reel, citazioni, video brevi, slogan ripetuti fino allo sfinimento. Atterrano nei quartieri dove la scuola è stata svuotata di risorse, nei quartieri dove il lavoro non c’è o paga 5 euro l’ora, nei quartieri dove la promessa borghese del futuro non significa più nulla. E lì, in quei territori abbandonati dallo Stato che fa lo Stato solo quando deve reprimere, l’odio diventa identità. Diventa il modo con cui un quindicenne stabilisce una gerarchia tra sé e il mondo: io sono italiano, lui è di troppo. Io ho diritto, lui no. Io tengo il coltello, lui muore.

La responsabilità morale di Meloni, Salvini, Vannacci non è una responsabilità penale. Non hanno tenuto loro il coltello. Ma hanno tenuto, e tengono, il microfono. E con il microfono hanno disseminato, anno dopo anno, intervista dopo intervista, comizio dopo comizio, una grammatica della disumanizzazione che ha educato una generazione a guardare l’altro come bersaglio. Non sono i complici materiali dell’omicidio di Bakari. Sono i pedagoghi del clima in cui quell’omicidio diventa possibile, prevedibile, perfino ordinario.

4. Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard

Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto.

Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri.

Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale.

5. Le radici materiali della violenza giovanile

Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali.

La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio.

Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere.

6. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite

Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire.

E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto.

L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende.

7. Disarmare i loro discorsi, riportarli al loro posto

Bisogna avere il coraggio di dire ad alta voce ciò che la grande stampa non dice. I cattivi maestri non sono interlocutori legittimi del dibattito democratico, sono nemici della Costituzione antifascista che fonda questa Repubblica. I loro ragionamenti, in un Paese che prendesse sul serio i suoi principi costituzionali, sarebbero inaccettabili. Si vergognino. Tornino nelle nicchie marginali da cui sono usciti, nelle fogne politico-culturali dove, fino a poco tempo fa, certi discorsi venivano relegati perché una società minimamente civile sapeva riconoscerli per quello che sono.

Disarmare i loro discorsi non significa censurarli. Significa contrapporre, in ogni spazio pubblico, una pedagogia diversa, fatta di verità storica, di analisi materialista delle disuguaglianze, di cultura della solidarietà concreta. Significa ricostruire le scuole di formazione politica, riempire le periferie di esperienze educative orizzontali, ridare voce a chi quotidianamente, nelle parrocchie come nei centri sociali, nei sindacati di base come nelle associazioni di accoglienza, costruisce contro-narrazioni. Significa non lasciare ai cattivi maestri l’egemonia sui social, sulle televisioni, sulle radio. Significa investire energia, tempo, soldi, intelligenza nella controffensiva culturale che da troppo tempo manca.

Significa anche, e soprattutto, nominare le responsabilità. Non genericamente. Una a una. Quando Giorgia Meloni tace su Bakari Sako, va detto che tace. Quando Matteo Salvini sceglie di non commentare, va detto che sceglie. Quando Roberto Vannacci pubblica il prossimo libro razzista, va spiegato, ai giovani in particolare, perché quel libro è una pistola caricata e consegnata a chi cerca un bersaglio. Non c’è neutralità possibile in questa partita. La neutralità è complicità con il più forte. E il più forte, in questo momento, ha le mani sul potere esecutivo, legislativo, mediatico.

8. Giovedì in piazza Fontana

Giovedì quattordici maggio, alle diciassette e trenta, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, dove Bakari Sako è stato accerchiato e ucciso, ci sarà un presidio promosso da Libera, dalla comunità africana di Taranto, da Mediterranea Saving Humans, dall’associazione Babele e da molte altre realtà della città. Non sarà una commemorazione rituale. Sarà un atto politico. Servirà a dire che Taranto non è la città dei post razzisti sotto le notizie di cronaca, ma è la città di chi quel sangue lo raccoglie, lo onora, lo trasforma in domanda di giustizia.

Sarà importante esserci, per chi può. Sarà importante, per chi non può esserci fisicamente, far girare la voce, scrivere, parlare, denunciare. Non per il rito della solidarietà social, ma perché ogni volta che un nome viene pronunciato pubblicamente, ogni volta che una vita viene riconosciuta come vita degna di lutto, si toglie un pezzo di terreno alla macchina che disumanizza. Si dice: questo essere umano contava. Si dice: la sua morte non passerà sotto silenzio. Si dice: noi sappiamo chi sono i cattivi maestri, e chi sono i loro complici per omissione.

Bakari Sako lascia in Mali due donne incinte di lui, una madre, un fratello arrivato di corsa dalla Spagna a riconoscere il corpo. Lascia, qui in Italia, milioni di persone che la propaganda dell’odio vorrebbe trasformare in nemici e che invece sono, semplicemente, quelli che mandano avanti il Paese mentre gli italiani veri discutono nei talk show. Lascia, soprattutto, una domanda che non possiamo eludere: che cosa siamo diventati, se per ammazzare un uomo che andava a lavorare nei campi servono cinque ragazzini, un coltello e un’alba? E chi ha insegnato loro che si poteva fare?

Ai cattivi maestri tocca la prima riga di questa risposta. A noi tutti, le righe successive. C’è una pedagogia dell’odio che ha lavorato per anni con metodo, finanziamenti, palinsesti. C’è ora una pedagogia della giustizia che dobbiamo rilanciare con altrettanto metodo, con altrettanta caparbietà, con altrettanta presenza. Il sangue di Bakari non si laverà con un comunicato. Si laverà ricostruendo, pezzo per pezzo, una cultura politica capace di rimettere al centro il valore di ogni singola vita umana. E di smascherare, ogni singolo giorno, chi ha trasformato la disumanizzazione in mestiere.

9. Fonti

1. ANSA, Bracciante ucciso a Taranto da un gruppo di minori, ‘futili motivi’, undici maggio 2026.

2. Il Fatto Quotidiano, Bracciante maliano ucciso a Taranto: fermati tre minorenni e un 19enne, undici maggio 2026.

3. Il Messaggero, Taranto, bracciante ucciso da un gruppo di minori per futili motivi: un quindicenne ha sferrato i fendenti mortali a Bakari Sako, undici maggio 2026.

4. Avvenire, Sacko Bakari, il bracciante in bici massacrato dalla babygang. Taranto è sotto choc, dodici maggio 2026.

5. AGI, Bracciante del Mali ucciso a Taranto: quindicenne confessa il delitto, dodici maggio 2026.

6. Sky TG24, Omicidio a Taranto, ha confessato il minore che ha accoltellato a morte Bakari Sako, dodici maggio 2026.

7. Adnkronos, Omicidio bracciante Bakary Sako a Taranto, fermati quattro giovanissimi membri baby gang, undici maggio 2026.

8. Today, Bakari Sako ucciso a Taranto: un ragazzino di quindici anni confessa l’omicidio, dodici maggio 2026.

9. Blitz Quotidiano, Bakari Sako ucciso a Taranto, fermati cinque ragazzini. I colpi mortali sferrati da un quindicenne, dodici maggio 2026.

10. La Gazzetta del Mezzogiorno, Taranto non può restare in silenzio, il razzismo non avrà l’ultima parola: le associazioni si mobilitano dopo l’omicidio Sako, dodici maggio 2026.

11. Stato Quotidiano, Omicidio di Bakary Sako, Scalera: Vergogna su chi semina odio anche davanti alla morte, undici maggio 2026.

12. Antenna Sud, Taranto, omicidio Bakari Sako: in Mali due famiglie distrutte, undici maggio 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella

La menzogna del moderatismo

Tacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.

In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.

La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.

La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?

1. La trincea del lessico

La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo. Radicale è diventato sinonimo di irresponsabile, marginale, fanatico. Ma se osserviamo con attenzione le posizioni effettivamente sostenute, quasi sempre il moderato è chi accetta in silenzio l’esistente, mentre il radicale è chi semplicemente chiede l’applicazione coerente di principi costituzionali ovvi. Dignità del lavoro, progressività dell’imposta, eguaglianza sostanziale, ripudio della guerra. In questa logica perversa la Costituzione del 1948 è estremista. I poteri economici e militari che la calpestano sono moderati. Un capovolgimento orwelliano che funziona soltanto finché non viene nominato.

Il moderatismo non è una posizione politica. È una tecnica di governo. Serve a definire ciò che è dicibile e ciò che è impronunciabile, ciò che merita attenzione mediatica e ciò che va relegato nelle pagine interne. Serve a ridurre il dissenso a folclore e l’analisi critica a estremismo. Serve, soprattutto, a impedire che la lingua nomini ciò che vede. Genocidio diventa conflitto. Sterminio diventa operazione. Saccheggio della ricchezza pubblica diventa riforma. Decreto repressivo diventa pacchetto sicurezza. Lo scempio è completo quando anche le opposizioni, anziché rompere il vocabolario del potere, lo accettano e lo praticano.

2. La patrimoniale al contrario

Negli ultimi quarant’anni in Italia è avvenuta una redistribuzione gigantesca, e in direzione opposta a quella che la sinistra storica indicava come compito proprio della politica. Negli anni Ottanta i redditi da lavoro dipendente rappresentavano oltre il 56% del prodotto interno lordo. Alle soglie del nuovo millennio quella quota era già scesa al 40%. Una caduta di sedici punti che ha pochi paragoni tra le grandi economie occidentali e che è il riflesso di un trasferimento sistematico di risorse dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti e alle rendite. La fiammata inflazionistica del 2022 e 2023 ha ulteriormente compresso la quota dei redditi da lavoro sul valore aggiunto fino al 42,5%, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, mentre cresceva specularmente il cosiddetto risultato lordo di gestione, ovvero profitti e rendite. Le rendite immobiliari, oggi, da sole superano il 12,7% del PIL.

Questa è la patrimoniale al contrario di cui parla Fabio Mussi nelle sue conversazioni più recenti. Una redistribuzione silenziosa, costante, pluridecennale, mai dichiarata, mai votata in Parlamento come riforma esplicita, eppure implacabile nei suoi effetti. Si è prodotta attraverso la moderazione salariale degli anni Novanta, la precarizzazione del lavoro avviata dal pacchetto Treu e proseguita dalla legge Biagi e dal Jobs Act, la finanziarizzazione dell’economia, la riduzione progressiva delle aliquote sulle fasce alte di reddito, l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, la flat tax per le partite IVA, la tassazione di vantaggio sulle rendite finanziarie. Centinaia di miliardi spostati verso l’alto della piramide sociale, senza che mai una sola legge dichiarasse esplicitamente questo come proprio obiettivo.

Su questo terreno il moderatismo è stato l’agente attivo della trasformazione. Ogni volta che si è avanzata la proposta di un’imposta patrimoniale ordinaria, di un’effettiva progressività sui patrimoni superiori al milione di euro, di una fiscalità europea armonizzata sui grandi capitali, è arrivata la stessa risposta. Sarebbe demagogia, populismo, marxismo nostalgico, attentato alla classe media. Si è costruito così il paradosso politico più impressionante della Repubblica. Una parte consistente di chi non possiede nulla difende il privilegio dei pochi che possiedono moltissimo, convinta da una cultura mediatica plasmata su misura del potere economico.

3. La menzogna degli undici milioni

Quando si parla di evasione fiscale in Italia, il dibattito pubblico viene spesso deliberatamente confuso. I dati pubblicati nel 2025 dal Ministero dell’Economia raccontano che oltre 11,3 milioni di contribuenti dichiarano un’imposta netta IRPEF pari a zero. Su questo numero si è costruita una narrazione potente, e sostanzialmente falsa, secondo cui sarebbe questa la massa degli evasori. La verità è diversa. Quelle persone, in larga parte, non evadono. Sono pensionati al minimo, lavoratori a basso reddito, contribuenti che rientrano nelle soglie di esenzione, soggetti le cui detrazioni e bonus assorbono integralmente l’imposta lorda. Sono, in altri termini, le vittime di un sistema fiscale costruito per concentrare il prelievo sui redditi medi da lavoro dipendente e per lasciare in ombra i veri patrimoni e le rendite più consistenti.

L’evasione vera, quella che secondo la Relazione 2025 del MEF ha tolto allo Stato circa 92,6 miliardi di euro nel 2022, ha un volto preciso. È concentrata in alcuni segmenti del lavoro autonomo, dove la propensione all’evasione IRPEF supera il 60%, è dominata dalle locazioni brevi non tracciate, dall’IVA non versata nei settori del turismo e della ristorazione, dalle multinazionali del digitale che spostano profitti in paradisi fiscali europei e non. Non sono le pensionate al minimo che dichiarano zero a togliere risorse alla sanità pubblica. Sono i grandi patrimoni, le grandi imprese, i grandi studi professionali. Eppure la propaganda di governo, ripetuta acriticamente da troppi quotidiani e talk show, scarica sui poveri la responsabilità di un sistema che è stato disegnato per tutelare i ricchi.

Su questa menzogna fondativa si reggono tutte le riforme regressive degli ultimi vent’anni. La flat tax estesa agli autonomi fino a 85.000 euro di ricavi, che è una patrimoniale alla rovescia perché tassa meno chi guadagna di più rispetto al lavoro dipendente. I condoni mascherati da rottamazione delle cartelle. La progressiva riduzione delle aliquote IRPEF presentata come sollievo per il ceto medio mentre, in realtà, beneficia in misura crescente le fasce alte. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe smontare quotidianamente questa costruzione retorica, fornire ai cittadini gli strumenti analitici per leggere i dati, restituire al fisco la sua funzione costituzionale di strumento di giustizia sociale. Una sinistra moderata, invece, accetta il quadro narrativo dell’avversario e si limita a chiedere correttivi marginali.

4. Il silenzio davanti al massacro

Mentre nel dibattito interno si discute di moderazione, fuori dai nostri confini è in corso uno dei massacri più documentati e più televisivi della storia recente. Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, alla data del 5 maggio 2026 il bilancio totale delle vittime dall’ottobre 2023 ha superato la soglia dei 72.615 palestinesi uccisi. Lo studio pubblicato da The Lancet nel febbraio 2026 stima che i decessi reali nei primi sedici mesi di bombardamenti possano essere stati almeno 75.000, ovvero almeno 25.000 in più rispetto ai conteggi iniziali. Tra le vittime confermate vi sono oltre 21.289 bambini. Migliaia di altri sono dispersi sotto le macerie. Il Centro palestinese per i dispersi e i deportati ha documentato la scomparsa di circa 2.900 minori soltanto nei primi mesi del 2026. Queste non sono cifre, sono persone. Famiglie intere cancellate dai registri anagrafici, comunità polverizzate, una società sistematicamente smembrata.

Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 non ha fermato la mattanza. Soltanto dall’inizio della tregua le violazioni israeliane hanno ucciso oltre 832 palestinesi a Gaza secondo il bilancio aggiornato del Ministero della Salute. In Libano, dove le operazioni militari dell’esercito israeliano proseguono nonostante i negoziati di Washington, le vittime hanno raggiunto quota 2.659, con oltre 8.183 feriti. La relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese aveva avvertito già nel settembre 2025 che il bilancio reale del genocidio sarebbe potuto risultare drammaticamente superiore a quello ufficiale.

Davanti a tutto questo, il governo italiano ha scelto la complicità. Nel 2025 sono state autorizzate forniture militari verso Israele per circa 85 milioni di euro. Il memorandum d’intesa militare tra Italia e Israele, ratificato nel 2005 e oggetto di rinnovi taciti, è stato confermato nell’aprile 2026, salvo poi essere oggetto di una sospensione tardiva e ambigua a seguito dei bombardamenti israeliani sul contingente UNIFIL e sulle aree civili libanesi. Nell’ottobre 2025 il gruppo Giuristi e avvocati per la Palestina ha presentato alla Corte penale internazionale una denuncia per concorso in genocidio nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. La denuncia, sottoscritta da oltre cinquantamila cittadini, è ancora in esame.

Su tutto questo, dove sono stati i moderati? Hanno alzato la voce quando i portuali di Genova, Livorno e Ravenna hanno bloccato l’invio di componentistica per gli F-35 israeliani, smascherando la rete di trasferimenti coperti da segreto politico, diplomatico e militare? Hanno chiesto la rottura immediata del memorandum quando è emerso che Tajani e Crosetto hanno tentato di occultare al Parlamento l’effettiva consistenza dell’export bellico verso Tel Aviv? Hanno reagito alle dichiarazioni con cui il vicepremier ha sostenuto pubblicamente che il diritto internazionale vale fino a un certo punto? La risposta è nessuna. Il moderatismo, davanti al massacro, ha scelto il silenzio. Quando si è espresso, lo ha fatto per giustificare, contestualizzare, distinguere, smussare. Mai per condannare con la nettezza che la storia avrebbe richiesto.

5. Il partito ministeriale

La metamorfosi del Partito Democratico nei suoi venti anni di esistenza è il caso di studio più impressionante della deriva moderatista in Italia. Nato nell’ottobre 2007 dalla fusione tra Democratici di Sinistra e Margherita, il PD totalizzò alle politiche del 2008 oltre dodici milioni di voti, presentandosi come alternativa di sistema al berlusconismo. Da allora la sua traiettoria è stata di erosione costante. I dati elettorali del 2022 hanno certificato il dimezzamento di quel patrimonio, con poco più di sei milioni di voti, mentre milioni di elettori storicamente collocati a sinistra hanno preso la via dell’astensione, della rabbia muta, della sfiducia integrale verso ogni rappresentanza istituzionale.

Le ragioni di questa emorragia non vanno cercate nel marketing politico, nei volti dei segretari, nelle alleanze tattiche. Vanno cercate in una scelta strategica di lunga durata. Il PD ha scelto, sin dalle sue origini, di essere prima di tutto un partito di governo, un partito ministeriale, un partito disponibile a stare nelle stanze del potere a qualsiasi condizione. Ha sostenuto governi tecnici e governi di larghe intese, ha votato pareggio di bilancio in Costituzione, ha approvato il Jobs Act, ha sostenuto missioni militari ed esportazioni di armi senza chiedersi mai dove finissero. Quando un partito di sinistra rinuncia all’audacia di affrontare la piazza, di costruire conflitto sociale, di rompere con i rapporti di forza esistenti, perde la sua ragione d’essere. I sondaggi del maggio 2026 registrano un PD oscillante tra il 22 e il 23%, in fragile risalita dopo la vittoria del No al referendum costituzionale del marzo scorso, ma incapace di proporre un’alternativa programmatica credibile. La sua leader Elly Schlein contende ai candidati del campo largo una guida nominale che, nel migliore dei casi, sarà la successione di un partito ridotto alla metà di sé stesso.

Il problema non è tanto chi vincerà le primarie del centrosinistra. Il problema è cosa intende fare il centrosinistra se torna al governo nel 2027. Quale programma, quali rotture, quali soldi per finanziarle, quali alleanze sociali è disposto a costruire e quali a rompere. Senza queste risposte, la distinzione tra destra e sinistra diventa puramente cosmetica. E il moderatismo prosegue la propria opera di neutralizzazione, sotto sigle diverse e con leadership intercambiabili.

6. La crisi della rappresentanza

C’è una verità che i moderati non vogliono pronunciare e che invece va detta con nettezza. La crescita dell’astensionismo, oggi attestata stabilmente sopra il 35% nelle elezioni politiche e oltre il 50% in alcune amministrative, non è un fenomeno di disinteresse civico. È una scelta politica precisa. Milioni di italiani, prevalentemente nelle fasce sociali più colpite dalla redistribuzione al contrario, hanno smesso di credere che il voto possa cambiare qualcosa. Hanno ragione, almeno in parte. Hanno visto governi di destra e governi di centrosinistra applicare le stesse politiche economiche, le stesse riforme del lavoro, le stesse rinunce sulla spesa sanitaria, le stesse missioni militari, le stesse subordinazioni alla NATO e ai grandi gruppi industriali e finanziari. Hanno smesso di votare perché hanno smesso di vedere differenze sostanziali.

L’analisi di Mussi è precisa. I ricchi hanno convinto i poveri a non votare. Hanno costruito un campo politico in cui la sinistra, invece di rappresentare il lavoro, ha rappresentato la mediazione tra interessi opposti, sempre a vantaggio della parte già forte. La crisi della rappresentanza, in questo quadro, non è un incidente. È il risultato programmato di una strategia di lungo periodo. Una democrazia svuotata serve a rendere irreversibile la concentrazione della ricchezza. Una democrazia partecipata sarebbe una minaccia.

La risposta a questa crisi non può essere il rilancio nostalgico di un riformismo che ha fallito o l’imitazione tardiva delle peggiori pulsioni autoritarie della destra. La risposta è il ritorno a un’idea di sinistra come mobilitazione popolare, conflitto sociale organizzato, alleanza tra lavoratori dipendenti, precari, pensionati, migranti, studenti, insegnanti, sanitari. È la riconquista degli spazi fisici della politica, dei territori, delle assemblee, delle piazze. È la costruzione di un Fronte costituzionale e popolare capace di rimettere in discussione i rapporti di forza materiali, non soltanto le narrazioni mediatiche.

7. Costituzione, parola estremista

La nostra Costituzione del 1948 è stata scritta da partigiani, da intellettuali antifascisti, da credenti e laici, da liberali e socialisti, da comunisti e cattolici. Quel testo, nato dalla Resistenza al fascismo storico, contiene una rivoluzione silenziosa e inadempiuta. L’articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro, non sul capitale. L’articolo 3 impone alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza dei cittadini. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. L’articolo 32 garantisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo. L’articolo 53 stabilisce la progressività del sistema tributario. Sono parole che, applicate sul serio, sarebbero rivoluzionarie. Per questo, oggi, sono trattate da estremiste.

La vittoria del No al referendum costituzionale del marzo 2026, con oltre il 54% dei voti contrari alla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e con un’affluenza vicina al 59%, ha mostrato che esiste ancora un’Italia che non ha rinunciato alla Carta. Ma quella vittoria, come ricordava Piero Calamandrei nel suo discorso del 1955, non è data una volta per tutte. La Costituzione vive solo se i cittadini la fanno propria, la praticano, la traducono in conflitto sociale e in azione politica quotidiana. Una sinistra che fosse all’altezza di questo compito dovrebbe smettere di chiamarsi moderata. Dovrebbe rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al campo costituzionale e popolare, riconoscere che oggi essere costituzionali significa essere radicalmente, intransigentemente, irrevocabilmente antagonisti rispetto al modello capitalistico e imperialista che governa l’Occidente.

Tornare a chiamare le cose con il loro nome è il primo gesto politico necessario. Genocidio è genocidio. Sterminio è sterminio. Patrimoniale è patrimoniale. Imperialismo è imperialismo. Sfruttamento è sfruttamento. Quando i moderati rinunciano a queste parole, accettano la disfatta che si finge equilibrio. Quando le riprendono, riaprono lo spazio della politica come scelta tra mondi possibili, non come amministrazione dell’inevitabile. La menzogna del moderatismo si smaschera nel momento in cui si dice ad alta voce che il re è nudo, che il sovrano dell’economia capitalistica e dell’apparato militare-industriale ci ha condotti dove siamo, e che spetta a noi, oggi, rovesciare la scena. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. È scritto nella nostra storia, prima ancora che nei nostri manifesti.

Fonti

Ministero della Salute di Gaza, bilancio vittime al 5 maggio 2026, ANSA, 5 maggio 2026.

The Lancet, studio sulla mortalità a Gaza, febbraio 2026, ripreso da L’Espresso, 18 febbraio 2026.

Centro palestinese per i dispersi e i deportati, dati su minori scomparsi, maggio 2026.

Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti 2025-2026.

Giuristi e Avvocati per la Palestina, denuncia alla Corte Penale Internazionale per concorso in genocidio, ottobre 2025.

Ministero dell’Economia e delle Finanze, Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, edizione 2025.

Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia, ottobre 2025.

Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Da dove arrivano i redditi degli italiani, 2025.

Il Sole 24 Ore, Dichiarazioni 2025, oltre 11,3 milioni di italiani esenti da IRPEF, aprile 2026.

Sondaggi SWG per TG La7, Noto Sondaggi per Porta a Porta, YouTrend per Sky TG24, rilevazioni aprile-maggio 2026.

L’Indipendente, Il governo Meloni dice no alle sanzioni contro Israele, maggio 2025.

Il Fatto Quotidiano, Quando l’Italia giustificava le guerre d’Israele, aprile 2026.

Pagella Politica, Da Gaza ai salari, fact-checking di Meloni a Porta a Porta, ottobre 2025.

Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955.

Mario Sommella

Latisana, 8 maggio 2026

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0  

La favola della destra moribonda

Perché la retorica della rinascita progressista nasconde la vera natura del potere

Ci sono narrazioni che non descrivono il mondo: lo addomesticano. Ne attenuano gli spigoli, ne riducono la complessità a una formula consolatoria, e finiscono per produrre l’effetto opposto a quello che dicono di voler raggiungere. La favola della destra in fase terminale, rilanciata con enfasi al recente summit progressista di Barcellona dello scorso aprile, appartiene a questa famiglia. È una formula che galvanizza le platee, che alimenta titoli di giornale e che restituisce a una sinistra in affanno l’illusione di un orizzonte vincente. Ma è anche, esattamente per questo, una formula pericolosa. Perché chi crede di assistere al funerale dell’avversario smette di studiarlo. E chi smette di studiare il potere è destinato a esserne governato.

La realtà, a guardarla senza filtri, racconta un’altra storia. Negli Stati Uniti la presidenza Trump è tornata, e con essa una macchina ideologica e amministrativa che riscrive nei fatti il rapporto tra esecutivo, magistratura e libertà civili. In Germania Alternative für Deutschland è diventata la prima forza nei sondaggi, sopravanzando la CDU del cancelliere Merz. In Francia la prospettiva di una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 2027 non è più un’eresia: è uno scenario centrale nei calcoli politici di Parigi. Nel Regno Unito il Reform Party di Farage occupa stabilmente il terzo posto. In Italia Fratelli d’Italia ha consolidato un governo di legislatura piena e produce, nonostante tutto, un consenso che non si erode. In Olanda Wilders ha già governato; in Austria Kickl è stato incaricato di formare un esecutivo; in Argentina Milei smantella metodicamente lo Stato sociale. Definire questa configurazione una destra in fase terminale significa scambiare una propria aspirazione per un dato di realtà.

Una destra che non muore: si aggiorna

Il punto è che la destra contemporanea non è la destra di vent’anni fa. Non è il neoconservatorismo guerrafondaio del primo decennio del Duemila né il populismo grezzo dei movimenti di protesta. È qualcosa di più sofisticato e di più resistente. Ha imparato a parlare la lingua delle classi medie impaurite, a tradurre il disagio sociale in panico identitario, a presentare smantellamenti come modernizzazioni. Sa governare i mercati e contemporaneamente evocare la sovranità nazionale; sa stringere accordi miliardari con le piattaforme tecnologiche e contemporaneamente denunciare le élite globaliste. Si muove tra istituzioni e media, tra Davos e la piazza, e in ogni passaggio aggiorna i propri strumenti senza perdere il proprio nucleo: la difesa di un assetto del potere che premia chi sta in alto e disciplina chi sta in basso.

Il caso italiano è in questo senso paradigmatico. La sconfitta del governo Meloni nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere è stata salutata da una parte del campo democratico come una svolta epocale. Il No ha prevalso con il 53,74% contro il 46,26%, su un’affluenza del 58,9%. È un dato significativo, soprattutto per il segnale politico che restituisce: il Paese non è disposto a consegnare alla maggioranza una riscrittura della Costituzione che incida sull’autonomia della magistratura. Ma sarebbe ingenuo trasformare questa battuta d’arresto in una profezia di crollo. La premier ha dichiarato di voler proseguire, il governo non ha modificato la propria agenda, e nei sondaggi successivi il 54% degli italiani ha continuato a ritenere che Meloni dovesse restare al proprio posto. Una sconfitta tattica, dunque, dentro una vittoria strategica più ampia. Il potere non arretra: si riorganizza.

I numeri di una guerra di classe asimmetrica

Per misurare lo stato di salute reale dell’assetto dominante non bisogna guardare ai sondaggi elettorali ma ai bilanci patrimoniali. E qui i numeri sono di una nettezza che dovrebbe togliere il sonno a chi parla di crisi della destra. Il rapporto Oxfam 2026, presentato a Davos all’apertura del World Economic Forum, fotografa un’accelerazione vertiginosa della concentrazione di ricchezza. Nel 2025 il patrimonio dei miliardari globali è cresciuto del 16% in termini reali, tre volte la media degli ultimi cinque anni, raggiungendo quota 18.300 miliardi di dollari. È un incremento dell’81% rispetto al 2020, una somma che equivale a circa otto volte il prodotto interno lordo italiano. La ricchezza dei tre miliardi di esseri umani più poveri, cioè quasi metà dell’umanità, è inferiore a quella detenuta da appena dodici individui.

In Italia la fotografia non è meno cruda. Settantanove miliardari italiani hanno aumentato i propri patrimoni di 54,6 miliardi di euro nel solo 2025, al ritmo di 150 milioni al giorno, raggiungendo i 307,5 miliardi complessivi. Il 5% più ricco delle famiglie detiene il 49,4% del patrimonio nazionale: vale a dire che metà del Paese, in termini di ricchezza, appartiene a una piccola minoranza. Tra il 2010 e il 2025 il 91% dell’incremento della ricchezza è andato proprio a quel 5%, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7%. È un’asimmetria che non descrive un mercato che funziona male: descrive un sistema che funziona benissimo, esattamente come è stato pensato.

Sul versante dei salari, i dati sono ancora più impietosi. Negli ultimi tre decenni Germania e Francia hanno visto crescere il salario medio reale di circa il trenta per cento; l’Italia ha registrato un calo tra il 2 e il 3%. Tra il 2019 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è diminuito di 7,1 punti percentuali. La quota di lavoratori a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% del 1990 al 31,1% del 2018, con un quarantadue per cento di lavoratori intrappolati per almeno sette anni su dieci sotto la soglia del lavoro povero. I salari rappresentano oggi il 38% del prodotto interno lordo italiano, contro il 50% dei profitti, ma quasi la metà del gettito fiscale e contributivo arriva dai salari, e solo il 17% dai profitti. È la fotografia di un Paese in cui chi lavora paga, e chi possiede accumula.

Nel frattempo i compensi degli amministratori delegati delle maggiori corporation globali sono cresciuti, in media, dell’undici per cento reale nel 2025. Il salario medio reale globale, nello stesso anno, è cresciuto dello 0,5%. Più di cinque milioni e settecentomila persone in Italia vivono in povertà assoluta. Nel 2024 sono stati emessi oltre quarantamila provvedimenti di sfratto, l’ottanta per cento dei quali per morosità incolpevole. Quasi una persona su dieci, sempre nel 2024, ha rinunciato a una visita medica perché non poteva permettersela o perché le liste d’attesa erano insostenibili. Questi non sono effetti collaterali di una crescita virtuosa: sono il risultato strutturale di scelte politiche compiute negli ultimi quarant’anni.

La lunga deriva: dalla Terza Via alla resa culturale

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna risalire al momento in cui la sinistra occidentale ha smesso di essere un’alternativa di sistema per diventare un suo gestore migliorato. La rivoluzione neoliberale degli anni Ottanta, incarnata da Reagan e Thatcher, non si è limitata a riscrivere le regole dell’economia: ha riscritto l’antropologia. Ha trasformato il cittadino in consumatore, il lavoratore in capitale umano, il diritto sociale in opportunità individuale. Ha imposto l’idea che lo Stato sia un nemico della libertà e il mercato il suo unico garante. E ha incontrato, dopo una breve resistenza, una sinistra che ha scelto di adattarsi piuttosto che combattere.

La stagione della Terza Via, con Blair, Clinton, Schröder, Renzi, ha codificato questa resa come modernità. Non si trattava più di redistribuire la ricchezza, ma di gestirne con maggiore efficienza la produzione. Non si trattava più di tutelare il lavoro, ma di renderlo flessibile. Non si trattava più di disciplinare la finanza, ma di liberalizzarla. La cultura politica che ne è scaturita ha avuto una conseguenza precisa: il conflitto sociale è stato espunto dal vocabolario pubblico. Le parole sono state ammorbidite, i conflitti sono stati psicologizzati, le rivendicazioni sono state trasformate in domande di riconoscimento individuale. Quando dal cuore di una famiglia politica progressista come quella socialista europea si chiede oggi, di fronte alla crisi energetica, l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità — la stessa flessibilità rivendicata dalla destra di governo italiana — significa che il perimetro della discussione si è chiuso. Si compete sui dosaggi, non sui modelli.

Anche il caso spagnolo, indicato come faro di un nuovo progressismo, va letto con onestà intellettuale. Pedro Sánchez ha avuto coraggio nel definire Israele uno Stato genocida, nel chiudere lo spazio aereo ai caccia statunitensi diretti contro l’Iran, nel resistere alle pressioni di Trump sulle spese militari. Sono atti che meritano riconoscimento. Ma la stessa Spagna, sotto la sua guida, ha convergente con le politiche italiane su immigrazione, spesa per la difesa e flessibilità di bilancio. Lo scudo sociale è stato esteso, ma le richieste di Sumar e Podemos sul congelamento degli affitti sono state rinviate. La crescita economica è trainata dal turismo e dall’immigrazione, non dalla produttività e dai salari, secondo lo stesso modello estensivo che caratterizza l’Italia. La narrazione del «modello Sánchez» come alternativa di sistema regge sempre meno alla prova dei fatti. E proprio per questo l’enfasi sulla rinascita rischia di funzionare come copertura ideologica di un realismo che ha rinunciato a cambiare le coordinate.

La postdemocrazia non è un’ipotesi: è il presente

Quando Colin Crouch, oltre vent’anni fa, coniò il termine postdemocrazia, descriveva un sistema in cui le procedure formali della democrazia continuano a funzionare ma vengono progressivamente svuotate dal trasferimento del potere reale verso lobby economiche, gruppi mediatici e sondaggi d’opinione. Allora sembrava una previsione cupa. Oggi è cronaca quotidiana. Le elezioni si tengono, i parlamenti votano, le costituzioni esistono. Ma il perimetro delle decisioni effettive si è ristretto. Le politiche fiscali sono vincolate dai mercati finanziari; quelle industriali, dalle catene globali del valore; quelle sociali, dai patti europei di stabilità. Il cittadino vota, ma ciò su cui vota è in larga parte già deciso altrove.

A questo svuotamento si è sommato negli ultimi anni un secondo fenomeno, ancora più inquietante: la concentrazione della proprietà dei media e delle piattaforme digitali nelle mani di una ristretta oligarchia di miliardari ideologicamente schierati. L’asse Trump-Musk non è un incidente: è la forma matura di una postdemocrazia mediatica in cui il proprietario di una rete sociale globale può influenzare elezioni nazionali, censurare voci critiche, amplificare narrazioni reazionarie e contemporaneamente ricevere appalti pubblici miliardari. In Italia il possibile accordo da 1,6 miliardi di euro tra il governo e SpaceX per la fornitura di servizi di comunicazione alle istituzioni, comprese quelle della difesa, attraverso la rete satellitare Starlink, è il volto concreto di questo intreccio. Non si tratta di episodi isolati: è la struttura stessa di un nuovo regime informativo, in cui il consenso non viene cercato ma costruito, profilato, manipolato.

L’analisi di Oxfam, nel rapporto 2026, è netta su questo punto: «la concentrazione di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico», e «la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media permette a una ristretta élite di sostenere misure da cui i più ricchi traggono beneficio, mentre il dibattito pubblico viene orientato a difesa dello status quo». È una diagnosi che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discorso sulla salute della democrazia. Senza pluralismo informativo, senza regolamentazione delle piattaforme, senza limiti effettivi alla concentrazione mediatica, le elezioni continueranno a essere libere solo nella forma.

Il vero conflitto: chi sta sopra e chi sta sotto

La conseguenza di tutto questo è che lo schema interpretativo destra contro sinistra, ereditato dal Novecento, ha perso buona parte della propria capacità descrittiva. Non perché le distinzioni siano scomparse — su diritti civili, su politiche identitarie, su scuola e sanità le differenze restano — ma perché entrambi gli schieramenti tradizionali si muovono dentro un perimetro condiviso definito dai vincoli economici e finanziari. Marco Revelli ha parlato in passato di «due destre»: una destra delle disuguaglianze accettate e una destra delle disuguaglianze giustificate. Oggi quella diagnosi appare lucida. Ed è dentro questa convergenza che la destra radicale prospera, perché può presentarsi come l’unica vera alternativa allo status quo pur riproducendone fedelmente il nucleo classista.

La vera frattura, oggi, è verticale. Non oppone progressisti a conservatori, ma chi controlla i flussi finanziari, le infrastrutture digitali e le leve decisionali a chi subisce, sotto forma di precarietà, sfratti, salari fermi, sanità razionata, le conseguenze di scelte prese altrove. È una frattura che attraversa le società, che non rispetta i confini partitici, che ha bisogno di un nuovo lessico per essere nominata. E il primo compito di una sinistra che voglia tornare a esistere come forza di trasformazione è proprio questo: nominare la frattura. Non eluderla con la retorica della responsabilità di governo, non camuffarla con il moralismo identitario, non sostituirla con la liturgia delle conquiste minime.

Significa, in concreto, tornare a parlare di redistribuzione patrimoniale e fiscale, di tassazione dell’estrema ricchezza, di salario minimo legale e contratti collettivi validi erga omnes, di controllo democratico delle piattaforme, di limiti antitrust ai colossi dell’informazione, di reinternalizzazione dei servizi pubblici essenziali. Significa accettare che senza un trasferimento di risorse e di potere dalle rendite al lavoro, dai monopoli ai cittadini, dai mercati alle istituzioni democratiche, ogni discorso sulla democrazia resterà un esercizio retorico. Significa, soprattutto, costruire organizzazione: perché le idee, senza forme collettive che le incarnino, sono fumo.

La sinistra che deve ancora rinascere

Tornare a Sánchez, e a Barcellona. Tre giorni di summit, tremila delegati, leader globali, dichiarazioni roboanti. Eventi simili sono utili, possono persino essere necessari. Ma se la rinascita della sinistra coincide con la sua capacità di riempire palasport e di produrre slogan ad effetto, allora la rinascita non è cominciata. Non è cominciata perché manca il presupposto materiale: un radicamento nei luoghi del lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nei servizi, nelle reti sociali concrete che producono e riproducono la vita delle persone. Quel radicamento, in larga parte d’Europa e segnatamente in Italia, si è disgregato. La sua ricostruzione non è un atto di volontà retorica: è un processo lungo, paziente, conflittuale, che richiede di rimettere mano alla forma stessa della politica.

Significa accettare che la sinistra non rinascerà come somma di gruppi dirigenti illuminati ma come ricomposizione di un blocco sociale. Significa riconoscere che le piazze contro la riforma della giustizia, le mobilitazioni contro il genocidio in atto a Gaza, gli scioperi sui salari, le lotte territoriali contro grandi opere inutili e devastanti, le esperienze mutualistiche dal basso, sono i materiali grezzi di una possibile ricomposizione. Significa avere il coraggio di rompere con il galateo istituzionale quando il galateo serve solo a tenere fuori dalla porta chi ha bisogno di entrare. Significa, infine, riprendere sul serio la lezione del costituzionalismo democratico: la sovranità appartiene al popolo, l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Sono parole della Costituzione del 1948. Sono ancora oggi il programma più radicale disponibile.

La destra non è terminale. È funzionale a un assetto del potere che non è stato scalfito, ma che si è anzi rafforzato negli ultimi vent’anni. Continuerà a rigenerarsi, mutando volto, finché quell’assetto non verrà messo in discussione alla radice. Raccontarsi che il ciclo è chiuso, che basta attendere il prossimo turno elettorale, che la storia premia automaticamente i giusti, è una forma di disarmo politico travestita da ottimismo. La storia non premia nessuno: registra i rapporti di forza. E i rapporti di forza, oggi, parlano una lingua sola, quella del capitale concentrato, dei monopoli digitali, della rendita ereditaria, del lavoro umiliato. Cambiarla è possibile. Ma richiede di smettere di raccontarsi favole.

Fonti

Oxfam, «Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia», rapporto 2026 presentato al World Economic Forum di Davos, gennaio 2026.

Oxfam Italia, «Disuguaglianze: in Italia il 5% più ricco detiene la metà della ricchezza nazionale», gennaio 2026.

YouTrend, «Referendum Giustizia 2026: vince il No, bocciata la riforma della separazione delle carriere», 23 marzo 2026.

Pagella Politica, «Il No ha vinto il referendum sulla giustizia», 23 marzo 2026.

ANSA, «Referendum, netta vittoria del No, bloccata la riforma della giustizia», 23 marzo 2026.

Appunti / Substack, «L’internazionale progressista può davvero sfidare l’estrema destra?», resoconto della Global Progressive Mobilisation di Barcellona, aprile 2026.

La Fionda, «Il fronte interno di Pedro Sánchez», marzo 2026.

Il Foglio, «Il modello Sánchez è alle corde», maggio 2026.

Linkiesta, «Forza sistemica. Come la nuova destra sovranista sta ridisegnando la politica europea», marzo 2026.

Affari Internazionali, «L’obiettivo dell’asse Trump-Musk», 2025.

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, «Estrema destra: uno spettro si aggira per l’Europa», 2025.

Colin Crouch, «Postdemocrazia», Laterza, 2003; «Combattere la postdemocrazia», Laterza, 2020.

Marco Revelli, «Le due destre», Bollati Boringhieri.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 1, 3, 41.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0

Il capro espiatorio perfetto: quando la politica scarica la giustizia per salvarsi da sé

Dal caso Minetti alla difesa a oltranza di Nordio: anatomia di un governo che ha smesso di rispondere e ha imparato a delegittimare

C’è un istante esatto in cui un governo smette di occuparsi del Paese e comincia a occuparsi di sé. Smette di rispondere ai problemi reali e inizia a difendersi dalle proprie ombre. È un confine sottile, quasi invisibile, ma una volta varcato la politica cambia natura: diventa autoreferenziale, autoassolutoria, ossessivamente concentrata sulla propria sopravvivenza. In queste ore, a Palazzo Chigi, quel confine è stato attraversato senza esitazione. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata davanti ai giornalisti dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026 con un’agenda formale dedicata al decreto Primo maggio, ma con un messaggio politico assai più pesante: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti non riguarderebbe il governo. Il governo, anzi, sarebbe ancora una volta vittima. «In Italia c’è sempre un capro espiatorio che è il governo», ha detto la premier, blindando il ministro della Giustizia Carlo Nordio e spostando l’asse delle responsabilità verso la magistratura milanese. La frase, pronunciata con il consueto tono di indignazione recitata, contiene in sé l’intero codice politico di questa stagione: rovesciare il rapporto tra potere e responsabilità, far passare chi governa per chi subisce, trasformare ogni inciampo dell’esecutivo in un complotto altrui.

Per capire la dimensione politica di questa operazione bisogna partire dai fatti, non dalle interpretazioni. Il 18 febbraio 2026 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di grazia a favore di Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda di Forza Italia, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi di reclusione per favoreggiamento della prostituzione e peculato, nei procedimenti Rimborsopoli e Ruby ter. Una condanna che avrebbe dovuto scontare in affidamento ai servizi sociali. La grazia è di tipo umanitario: viene motivata dalla necessità di consentire alla Minetti di assistere un figlio adottivo, conosciuto in un orfanotrofio uruguaiano, presentato come affetto da una grave patologia che richiederebbe cure specialistiche all’estero e in particolare al Boston Children’s Hospital. Il sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, esprime parere favorevole. Il Ministero della Giustizia, sulla base di quel parere, formula la propria proposta favorevole. Il Quirinale firma. Tutto sembra ordinario. Tutto, fino a quando un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, condotta da Thomas Mackinson, non comincia a smontare, pezzo per pezzo, l’impianto narrativo costruito a sostegno della clemenza, attraverso la consultazione diretta degli atti del Tribunale uruguaiano di Maldonado e una rete di fonti sul territorio.

I dati che emergono sono devastanti. Né l’ospedale San Raffaele di Milano né l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, citati nell’istanza come strutture che avrebbero sconsigliato l’intervento sul minore, hanno mai avuto in cura quel bambino. Il suo nome non risulta nei loro database. I primari interpellati smentiscono categoricamente. E aggiungono, con un argomento che dovrebbe da solo bastare a far saltare l’intero impianto, che gli interventi di cui si parla vengono normalmente eseguiti in Italia, con esiti positivi documentati. Sull’adozione, il quadro che emerge è ancora più inquietante. La madre biologica del minore, descritta nell’istruttoria come irrintracciabile, sarebbe in realtà una giovane donna uruguaiana di ventinove anni, María de los Ángeles González Colinet, viva e identificata, contro la quale Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero intentato una causa per ottenere la separazione definitiva e la decadenza dalla potestà genitoriale. La donna è oggi scomparsa, sparita nel nulla nei giorni stessi in cui a Roma si firmava la grazia, al punto che la polizia uruguaiana ha dovuto diramare un avviso di rintraccio. L’avvocata che assisteva i genitori biologici è morta carbonizzata insieme al marito, anch’egli avvocato. Sono tasselli che, presi singolarmente, possono essere casualità tragiche; presi insieme, disegnano una mappa che richiederebbe accertamenti urgenti e approfonditi.

Quegli accertamenti adesso sono partiti, ma con due mesi di ritardo, e solo dopo che il Quirinale ha dovuto compiere un gesto inedito: scrivere al Ministero della Giustizia, il 27 aprile, per chiedere la verifica della «supposta falsità» degli elementi su cui si era fondata la decisione presidenziale. Una lettera che non si era mai vista, almeno con questo grado di esplicitezza. La presidenza della Repubblica, in altre parole, ha dovuto pubblicamente prendere atto del fatto che la firma del Capo dello Stato era stata apposta su un’istruttoria potenzialmente inquinata, e che gli unici strumenti per chiarire la vicenda erano nelle mani dello stesso Ministero che quella istruttoria aveva costruito. La Procura generale di Milano, una volta riaperto il caso, ha dichiarato di essere pronta a modificare il proprio parere, ha attivato accertamenti urgenti tramite l’Interpol in Uruguay e a Ibiza, ha annunciato che avrebbe trasmesso gli atti per l’apertura di un’indagine penale a carico della Minetti qualora le falsità venissero confermate. Sono, queste, le prime mosse di una macchina giudiziaria che si è messa in moto soltanto dopo essere stata pubblicamente sollecitata, e dopo che un quotidiano, non un’autorità di vigilanza interna, aveva sbattuto in prima pagina ciò che il Ministero non aveva visto o non aveva voluto vedere.

E proprio in questo punto si colloca l’intervento politico di Giorgia Meloni. Davanti a uno scenario imbarazzante, la premier sceglie la strada più antica del repertorio del potere: spostare il bersaglio. Il Ministero della Giustizia, sostiene, sarebbe un mero passacarte, privo di strumenti di indagine, costretto a fidarsi del lavoro della procura. Il ministro Nordio, in sostanza, si sarebbe limitato a inoltrare alla presidenza della Repubblica documenti che altri avevano confezionato. La narrazione è elegante, perfino plausibile a un primo ascolto. Ma è anche profondamente fuorviante. Perché la procedura di grazia, secondo il sistema costituzionale italiano e la pacifica giurisprudenza della Corte costituzionale fissata dalla sentenza 200 del 2006, vede il Ministro della Giustizia titolare esclusivo dell’attività istruttoria. È sua, e soltanto sua, la responsabilità di accertare la veridicità delle pratiche, di chiedere ulteriore documentazione, di valutare in modo critico ciò che gli viene sottoposto. Il Quirinale stesso, in modo inusitato, lo ha ricordato pubblicamente. Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine: si fida di ciò che il ministro gli trasmette. E se quel materiale è viziato, la responsabilità non può che ricadere su chi lo ha confezionato e firmato.

Ridurre Nordio al ruolo di passacarte, dunque, non è soltanto una semplificazione: è una manipolazione. Un’operazione politica che serve a costruire un alibi pubblico, a confezionare per l’opinione pubblica una versione semplificata che funzioni come scudo. Il problema, però, è che questo schema non è isolato. Si inserisce in una traiettoria coerente, dura e premeditata, che attraversa l’intera azione del governo Meloni sul terreno della giustizia. Per leggere correttamente quanto sta accadendo, occorre ripercorrere alcune tappe recenti, perché ciò che si manifesta oggi nel caso Minetti è il prodotto di una linea politica costruita con cura negli ultimi anni. Ed è soprattutto il prodotto di una matrice culturale di lungo periodo: quella stessa matrice che attraversa l’intera storia del centrodestra italiano dalla discesa in campo di Berlusconi in poi, fondata sull’idea che la magistratura sia un avversario politico, una casta antagonista da ridimensionare, un potere usurpatore da rimettere al proprio posto. Un’idea che ha attraversato decenni di propaganda, leggi ad personam, riforme tentate e ritentate, e che oggi torna a galla, in forma aggiornata, nel governo guidato da chi quella tradizione ha contribuito a normalizzare nel discorso pubblico.

Il primo grande inciampo recente è stato il caso Almasri. Il generale libico Najeem Osema Almasri Habish, comandante della polizia giudiziaria di Tripoli, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità per torture e violenze sessuali sistematiche nei centri di detenzione libici, viene individuato in Italia, arrestato e poi rapidamente liberato, con il pretesto di un errore tecnico, e riportato in Libia con un volo di Stato. La gestione di quella vicenda, condotta materialmente dalla capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, sfocia in un’inchiesta che oggi vede la stessa Bartolozzi indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero. In quei giorni, gli atti mostrano una corrispondenza interna nella quale la dirigente del Ministero chiedeva «massimo riserbo» e ordinava di non lasciare traccia: «niente mail o protocollo». Quel caso ha mostrato, nella sua nudità, il livello di disinvoltura con cui il vertice del Ministero gestisce dossier istituzionalmente delicatissimi, anche in spregio agli obblighi internazionali sottoscritti dall’Italia con la firma dello Statuto di Roma. E ha mostrato, soprattutto, il principio operativo di questa stagione: la difesa del potere viene prima della verità dei fatti.

Il secondo passaggio è stato quello del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia. Una battaglia identitaria del centrodestra, costruita ideologicamente come resa dei conti contro la magistratura, ridotta nella narrazione governativa a casta autoreferenziale, politicamente schierata, ostacolo alla volontà popolare. La campagna referendaria, gestita strategicamente proprio dalla Bartolozzi, è stata segnata da uscite pubbliche destinate a entrare negli annali della comunicazione politica peggiore. La capo di Gabinetto, ospite di una televisione siciliana in un dibattito con la senatrice Ilaria Cucchi, arrivò a sostenere che i magistrati fossero «plotoni di esecuzione» e che con il sì al referendum gli italiani avrebbero potuto «togliersi di mezzo la magistratura». Una frase che ha mostrato, senza più filtri, la natura profonda del progetto: non riformare il sistema, ma neutralizzarlo. La sconfitta è arrivata netta. Il No ha superato il 53 per cento, con un’affluenza vicina al 59. Un risultato politico inequivocabile, che il governo ha tentato di derubricare a episodio tecnico ma che ha lasciato una ferita profonda nella maggioranza. La Bartolozzi è stata costretta a dimettersi il 24 marzo, insieme al sottosegretario Andrea Delmastro, anch’egli travolto da scandali su frequentazioni e quote in società legate ad ambienti opachi.

Il referendum perso non ha però archiviato il progetto: lo ha solo costretto a cambiare forma. Dalla riforma diretta si è passati alla pressione costante, alla delegittimazione quotidiana, alla costruzione di un clima nel quale ogni intoppo della politica venga immediatamente attribuito alla magistratura. È in questo clima che si moltiplicano gli attacchi politici e mediatici al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, magistrato che da decenni vive sotto scorta dopo aver concentrato il proprio lavoro sulla ‘ndrangheta calabrese e che oggi, dal vertice della Procura partenopea, è bersaglio diretto della camorra: lo dimostra l’intercettazione, divenuta pubblica il 31 marzo 2026, del capoclan di Fuorigrotta Vitale Troncone, intercettato nel maggio 2025 mentre dalla cella, davanti alla televisione che trasmetteva un’intervista del magistrato, scandiva la frase «Gratteri, ti sparo in faccia», episodio che ha fatto scattare per il boss l’isolamento e il regime del 41 bis. Un magistrato così esposto, che ha pagato e continua a pagare un prezzo personale altissimo per il proprio lavoro, dovrebbe rappresentare per qualunque governo serio un patrimonio dello Stato da proteggere senza riserve. Invece, anche nei suoi confronti, dal versante governativo arrivano da mesi insinuazioni, ridimensionamenti, attacchi sulla sua presenza pubblica. È in questo stesso clima che si stanno susseguendo i tentativi di ridimensionare l’autonomia delle procure più scomode, di spostare gli equilibri al Consiglio superiore della magistratura, di intervenire sulla prescrizione e sulle intercettazioni con una logica che non ha alcuna parentela con l’efficienza del sistema, e che ha invece molto da spartire con la riduzione del controllo giurisdizionale sui colletti bianchi e sulle aree grigie tra politica, affari e criminalità organizzata. È in questo clima, infine, che irrompe il caso Minetti. E che lo si tenta di chiudere con la formula collaudata: la colpa è dei magistrati. La cornice è già pronta da tempo. Si tratta solo di farvi entrare l’ultimo episodio.

Si comprende allora il senso politico della difesa a oltranza di Nordio. Non si tratta della tutela personale di un ministro, di una solidarietà tra colleghi di partito o di un calcolo di breve respiro. Si tratta di proteggere la cerniera del progetto. Carlo Nordio non è un ministro qualsiasi: è il volto pubblico della battaglia governativa contro la magistratura, l’uomo della separazione delle carriere, il garante simbolico di una stagione che la destra al potere ha voluto trasformare in scontro frontale tra politica e giurisdizione. Le sue dimissioni, in questo quadro, non sarebbero la caduta di un singolo: sarebbero il crollo di un’intera narrazione. Significherebbero ammettere che il Ministero della Giustizia, in questi anni, ha funzionato male. Significherebbero offrire all’opposizione, già rinvigorita dalla vittoria referendaria, un argomento devastante. Significherebbero, soprattutto, mettere in discussione la promessa identitaria su cui Meloni ha costruito una parte consistente del proprio consenso: la rivincita della politica sulla magistratura, la rivalsa contro le toghe rosse, il ripristino di una sovranità governativa percepita come oppressa.

Per evitare tutto questo, il governo è disposto a sacrificare ciò che resta della propria coerenza istituzionale. È disposto a contraddire il Quirinale, a mettere sotto accusa la procura di Milano, a riscrivere persino la grammatica costituzionale della grazia. La conferenza stampa di Meloni del 28 aprile, letta in questa chiave, non è un esercizio di trasparenza: è un’operazione di copertura. È il tentativo, del tutto esplicito, di trasformare un fallimento amministrativo del proprio ministero in un’accusa diffusa al sistema giudiziario nel suo complesso. Quando la premier afferma che «se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto, però questo non è un lavoro che fa il Ministero», sta facendo qualcosa di molto preciso: sta provando a costruire l’idea che, in fondo, i veri responsabili siano sempre i magistrati. Anche quando le carte parlano un’altra lingua, anche quando la procedura prevede che il Ministero verifichi e non si limiti a inoltrare, anche quando l’evidenza politica indica con chiarezza dove si trovi il punto di rottura. Il messaggio implicito è che, qualunque cosa accada, il governo non è mai responsabile. È un meccanismo retorico che mira non solo a salvare Nordio, ma a immunizzare strutturalmente l’esecutivo dalla critica.

Questa operazione ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo caso. Erode la base culturale dello Stato di diritto. Ogni volta che la magistratura viene piegata a terreno propagandistico, ogni volta che si insinua il dubbio sistematico su un suo presunto pregiudizio, ogni volta che si trasformano i pubblici ministeri in nemici politici, si scava un solco nella separazione dei poteri, che è il cuore della democrazia costituzionale. Non è retorica accademica. È esperienza concreta di altri Paesi che, sotto governi di destra autoritaria, hanno percorso questa stessa strada con esiti devastanti. L’Ungheria di Orbán, la Polonia del PiS prima della parentesi del governo Tusk, gli Stati Uniti dell’epoca trumpiana hanno mostrato in modo esemplare cosa succede quando la magistratura viene presentata, in modo continuo e martellante, come un nemico interno. Il consenso si polarizza, il dibattito si avvelena, le tutele si svuotano, le minoranze si fragilizzano. La giustizia smette di essere percepita come garanzia comune e comincia a essere letta come strumento di parte. È il primo passo verso la sua riduzione a docile burocrazia, e da lì alla normalizzazione di un esecutivo che decide chi può essere indagato e chi no, chi sconta la pena e chi viene perdonato, chi è cittadino sotto la legge e chi al di sopra.

L’Italia non è ancora a quel punto. Ma sta andando in quella direzione con una rapidità che dovrebbe inquietare. La sconfitta referendaria ha rallentato il percorso ma non lo ha invertito. La pressione sul sistema giudiziario continua a essere costante, su tutti i livelli: parlamentare, mediatico, comunicativo, ministeriale. Il caso Minetti, in questo senso, non è solo l’ultimo tassello di una sequenza imbarazzante: è un test politico. Serve a misurare quanto si possa ancora spingere sull’idea che la responsabilità sia sempre altrove. Quanto si possano riassorbire scandali apparenti senza pagare alcun prezzo. Quanto la pubblica opinione sia ormai abituata, per inerzia o per consenso preventivo, a una logica binaria nella quale ogni difficoltà del governo viene interpretata come trama esterna. Ed è anche un test sulla tenuta del giornalismo d’inchiesta, perché senza l’ostinazione di una redazione che ha scavato sotto la superficie patinata di un atto presidenziale, oggi non staremmo discutendo di nulla. Il bambino non visitato, la madre biologica scomparsa, l’avvocata morta tra le fiamme sarebbero rimasti dettagli sepolti in un fascicolo che nessuno avrebbe più riaperto.

C’è poi un’altra dimensione, meno visibile ma non meno politica, che attraversa questa vicenda. Mentre il governo brucia energie nel proteggere un ministro e nel costruire alibi pubblici, mentre la maggioranza si stringe attorno a una narrazione difensiva, mentre la conferenza stampa di Palazzo Chigi viene monopolizzata dal caso Minetti, ciò che resta sullo sfondo è il Paese reale. Il Paese delle morti sul lavoro che continuano a essere quotidiane e silenziose, ignorate dai vertici istituzionali. Il Paese dei salari fermi da decenni mentre i profitti delle grandi imprese crescono. Il Paese in cui la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo e milioni di cittadini rinunciano a curarsi. Il Paese delle disuguaglianze territoriali aggravate dall’autonomia differenziata, della precarietà giovanile cronicizzata, dell’emergenza abitativa che strangola le grandi città. Tutto questo non scompare perché un governo decide di occuparsi di altro. Continua a esistere, a pesare, a produrre sofferenza concreta. Ma viene oscurato da una macchina narrativa che ha bisogno di scontri visibili, di nemici plastici, di drammi istituzionali da esibire. La grande operazione di copertura non è soltanto sul caso Minetti: è sulla realtà sociale del Paese, sistematicamente espunta dal dibattito pubblico per lasciare spazio alle guerre di posizione del potere.

Sullo sfondo di tutto questo resta una figura solitaria e silenziosa: il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, alla sua seconda riconferma, è ormai diventato il punto di equilibrio di un sistema che troppo spesso scarica su di lui le tensioni che la politica non sa o non vuole gestire. La lettera del 27 aprile al Ministero della Giustizia è stata, in questo senso, un atto di difesa istituzionale ma anche un segnale di profondo disagio. Il Quirinale ha fatto sapere che la firma presidenziale era stata apposta sulla base di un’istruttoria che oggi appare quantomeno lacunosa, se non inquinata; ha rivendicato che il Capo dello Stato non dispone di poteri investigativi propri; ha rispedito al mittente la responsabilità della verifica. È, di fatto, un richiamo costituzionale al rispetto dei ruoli. Ma anche il più garbato dei richiami presidenziali non può sostituirsi alla mancata assunzione di responsabilità da parte del governo. Lo Stato non si regge soltanto sulla tenuta del Quirinale. Si regge sulla capacità di ogni attore istituzionale di rispondere del proprio operato. E quando questa capacità si dissolve, il sistema scarica tutto sull’ultimo argine, fino a renderlo logoro. Mattarella è oggi quell’ultimo argine, e proprio per questo il suo silenzio successivo alla difesa di Nordio da parte di Meloni non è neutrale: è la misura precisa di una distanza istituzionale che cresce, e che lascia presagire ulteriori passaggi, se i nodi non verranno sciolti.

La domanda che resta è dunque la più scomoda. Chi controlla davvero chi governa? Quando l’esecutivo costruisce con metodo una narrazione di vittimismo permanente, quando ogni inciampo viene presentato come complotto, quando la magistratura viene incessantemente delegittimata, e quando il Capo dello Stato diventa l’unica figura di mediazione possibile, lo spazio del controllo democratico si restringe. Non sparisce, ma si comprime. E in quello spazio compresso prosperano le opacità: le grazie sospette, le istruttorie incomplete, gli scarichi di responsabilità, i ministri intoccabili, le capomastre dei gabinetti che gestiscono dossier scottanti senza lasciar traccia, i sottosegretari travolti da scandali e poi ricollocati altrove. La vera scoperta del caso Minetti non è il dettaglio dell’adozione contestata o del bambino mai visitato negli ospedali italiani. La vera scoperta è la disinvoltura con cui un’istituzione delicatissima — quella della grazia, prerogativa dei capi di Stato repubblicani da oltre settant’anni — è stata gestita, e la spregiudicatezza con cui, una volta venuto al pettine il nodo, il governo ha scelto di trasformare l’errore in un’ulteriore occasione di scontro contro la magistratura.

A questo punto la questione non riguarda più Nicole Minetti, e nemmeno Carlo Nordio. Riguarda il modello di potere che si sta affermando in Italia. Un modello che non risponde, ma si difende. Che non chiarisce, ma confonde. Che non si assume responsabilità, ma cerca sempre un altro colpevole. È un modello che ha imparato a sopravvivere agli scandali grazie alla normalizzazione del cinismo, all’esaurimento dell’opinione pubblica, alla complicità sistemica di un’informazione mainstream sempre più impigrita e sempre più allineata. Ed è un modello che, finché regge, avrà bisogno di nuovi capri espiatori. Oggi sono i magistrati di Milano. Ieri erano i giudici della Corte penale internazionale. Domani saranno i giornalisti che rifiutano di tacere, le associazioni che non si piegano, gli intellettuali che osano ricordare la Costituzione. Il bersaglio cambia, lo schema resta. Ed è uno schema che, lasciato lavorare a lungo, non corrode soltanto la credibilità di un governo: corrode il tessuto stesso della convivenza democratica.

Eppure proprio qui può cominciare la riscossa di una cultura politica diversa. Perché l’unica risposta possibile a un potere che si trincera dietro la propaganda è la riaffermazione testarda dei fatti. È la difesa della separazione dei poteri come bene comune, non come privilegio corporativo. È il rifiuto di accettare l’inversione delle responsabilità. È la consapevolezza che il controllo democratico non si esaurisce nelle urne, ma vive ogni giorno nella capacità di chiedere conto, di verificare, di non smettere di porre domande scomode. Il caso Minetti, da questo punto di vista, non è la fine di nulla. È un passaggio. Una prova di tenuta. Un altro segnale, tra i tanti, di quanto sia urgente riportare in equilibrio il rapporto tra potere e responsabilità in un Paese che continua a barcollare al confine di una deriva che ancora si può evitare. A condizione di non smettere mai di guardarla per quello che è. E di chiamarla, per quello che è, con il suo nome.

Fonti
— Il Fatto Quotidiano, inchiesta di Thomas Mackinson sulla grazia a Nicole Minetti, aprile 2026.
— ANSA, «Il Quirinale scrive a Nordio sulla grazia a Minetti, nuove verifiche», 27 aprile 2026.
— Il Foglio, «Mattarella scrive a Nordio sulla grazia a Minetti», 27 aprile 2026.
— Sky TG24, conferenza stampa di Giorgia Meloni dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026.
— Il Messaggero, «Nicole Minetti, Meloni: ‘Mi fido di Nordio, escludo le dimissioni’», 28 aprile 2026.
— Editoriale Domani, «Caso Nicole Minetti, scontro su Nordio», 28 aprile 2026.
— Sky TG24, dichiarazioni di Giusi Bartolozzi su Telecolor Sicilia, 9 marzo 2026.
— Il Foglio, «Bartolozzi si dimette dopo aver mandato Nordio allo sbaraglio», 25 marzo 2026.
— Fanpage, «Tutti gli scandali di Giusi Bartolozzi», 25 marzo 2026.
— Il Fatto Quotidiano, «Ti sparo in faccia: minacce di un boss al procuratore di Napoli Gratteri», 31 marzo 2026.
— Corte Costituzionale, sentenza n. 200 del 2006 sull’istituto della grazia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Pagina di

L’energia che abbiamo in casa: il sabotaggio sistemico dell’autosufficienza italiana

Mentre il Paese discute da chi comprare il prossimo metro cubo di gas, le rinnovabili dimostrano numeri alla mano che la sovranità energetica è già nelle nostre mani. A ostacolarla non è la fisica, ma un modello economico e una subordinazione geopolitica che hanno bisogno di tenerci dipendenti.

Dipendiamo dall’estero per circa tre quarti del nostro fabbisogno energetico. È la prima cosa da scrivere, perché è la cornice dentro cui ogni discussione pubblica sull’energia viene incanalata, sterilizzata, ridotta a una scelta tra fornitori. Il dato lo conferma l’ISPRA, lo confermano Eurostat e i bilanci energetici nazionali: petrolio, gas, una fetta non trascurabile di elettricità arrivano dall’estero. È in questa cornice che le guerre del Medio Oriente, le tensioni nel Golfo, le oscillazioni del rublo e i ricatti politici via gasdotto si trasformano automaticamente in bollette, in inflazione, in stipendi che non bastano. Si chiama dipendenza strutturale, ed è la condizione che la classe dirigente italiana ha scelto di considerare come un destino naturale, e non come una decisione politica.

Il dibattito pubblico viene così confezionato in un eterno ballottaggio: meglio l’asse americano o quello russo, il GNL o il TAP, l’Algeria o il Qatar, e adesso, di nuovo, il rilancio del nucleare come se fosse una novità rivoluzionaria. La domanda decisiva, però, non viene mai posta: perché continuiamo a comprare ciò che abbiamo già? Perché un Paese immerso nel sole, nel vento, nelle correnti d’acqua e nel calore della terra discute ancora come se vivesse in un bunker buio, costretto a mendicare combustibile da chiunque ce lo voglia vendere?

Lo svuotamento dei serbatoi e la finzione della scelta

I combustibili fossili che bruciamo non sono una risorsa rinnovabile messa lì per noi. Sono il deposito di milioni di anni di processi geologici, e li stiamo trasferendo in atmosfera in pochi decenni con una velocità che la storia del pianeta non aveva mai conosciuto. La concentrazione di anidride carbonica ha superato nella primavera del 2026 le 430 parti per milione, contro le meno di 320 del 1960: un’accelerazione brutale, che non ha precedenti nei carotaggi glaciali, e che non potrà essere riassorbita nei tempi della nostra civiltà. Le riserve economicamente accessibili dureranno qualche decennio. Tantissimo, per chi ragiona dentro la finestra di un mandato elettorale. Niente, per chi prova a immaginare il mondo dei propri figli.

Dentro questa cornice, il rilancio del nucleare di nuova generazione, presentato come scelta di coraggio e modernità, è in realtà una replica esatta dello stesso schema. L’uranio non lo abbiamo, lo dovremmo importare. I cosiddetti reattori modulari di piccola taglia non esistono ancora come tecnologia commerciale matura, costano più di quanto si dica e quando saranno operativi serviranno comunque uranio arricchito, ovvero un’altra catena di fornitura controllata da pochi attori globali. Le riserve di uranio economicamente sfruttabili, se davvero il nucleare diventasse una fonte importante della domanda mondiale, non durerebbero molto di più di quelle di petrolio. E rimane il dettaglio non trascurabile dei rifiuti radioattivi, da custodire per migliaia di anni. È, in altre parole, lo stesso paradigma della dipendenza, travestito da innovazione.

La parola d’ordine ufficiale è “diversificazione delle fonti”. Ma diversificare i fornitori della propria schiavitù non è libertà: è solo una versione più sofisticata della stessa servitù. La fisica e l’aritmetica suggeriscono un’alternativa che la politica si rifiuta ostinatamente di prendere sul serio.

Dal gas russo al GNL americano: il prezzo politico della subordinazione

Per capire fino in fondo che cosa significhi oggi, in concreto, “dipendenza energetica” in Italia, basta ripercorrere gli ultimi quattro anni. Fino al 2021, circa il quaranta per cento del gas naturale che alimentava le case, le imprese e le centrali elettriche italiane arrivava dalla Russia, attraverso una rete di metanodotti costruita in decenni di rapporti commerciali stabili e a prezzi tra i più competitivi del continente. Quella fornitura non era una concessione politica: era il risultato di accordi industriali di lungo periodo che, piaccia o no, garantivano al sistema produttivo italiano un costo dell’energia compatibile con la concorrenza internazionale. Su quell’equilibrio si reggeva una parte significativa della manifattura del Paese.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, la scelta di Bruxelles, sotto pressione esplicita di Washington, è stata l’imposizione progressiva di un regime sanzionatorio che ha avuto come effetto pratico l’azzeramento o quasi delle importazioni di gas russo verso l’Europa occidentale. Le sanzioni sono state presentate come una risposta etica e necessaria all’aggressione. Quattro anni dopo è onesto guardare ai risultati: l’economia russa, contrariamente alle previsioni euforiche dei nostri ministri, ha tenuto, riorientando le proprie esportazioni verso Cina, India e mercati asiatici; la guerra non si è fermata; il continente europeo ha pagato un prezzo macroeconomico devastante in termini di inflazione energetica, deindustrializzazione, impoverimento delle famiglie e perdita di competitività. Le sanzioni, costruite per piegare Mosca, hanno colpito soprattutto chi le ha imposte. Hanno ucciso intere filiere produttive europee, hanno spinto fuori dal mercato decine di migliaia di piccole e medie imprese, hanno generato un trasferimento di ricchezza dal continente europeo alla potenza che quelle sanzioni le ha ispirate.

Il vuoto lasciato dal gas russo è stato infatti colmato, in larghissima parte, dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, trasportato via nave attraverso l’Atlantico, rigassificato in impianti costruiti o riattivati a tempo di record, rivenduto sul mercato europeo a prezzi che, nei picchi del 2022 e del 2023, sono arrivati a essere quattro o cinque volte superiori a quelli che si pagavano prima della crisi. I produttori americani di shale gas, le compagnie statunitensi di trasporto, gli operatori dei rigassificatori hanno realizzato profitti storici. La famiglia italiana media ha visto la bolletta moltiplicarsi, l’azienda energivora ha visto evaporare il margine, l’operaio ha visto il salario reale erodersi. Il “costo della libertà”, ci è stato spiegato, andava sopportato. Ma è una libertà che pesa solo su chi la paga, mai su chi l’ha imposta.

Questa parentesi geopolitica è decisiva per capire la direzione politica del discorso energetico nazionale. La dipendenza dalla Russia, fondata su rapporti commerciali strutturati, è stata sostituita da una dipendenza atlantica più costosa, più precaria, più volatile, più esposta alle oscillazioni di un mercato spot dominato da pochi grandi operatori americani. La sovranità che si dichiarava di voler difendere, in nome dei valori, è stata di fatto ceduta a un partner esterno che oggi detta il prezzo dell’energia europea con un’ampiezza di manovra che la Russia, ai tempi dei contratti pluriennali Eni-Gazprom, non aveva mai avuto. Tutto questo, mentre il governo italiano continua a presentarsi come campione della sovranità nazionale. La sovranità, evidentemente, vale sui confini meridionali e nelle politiche identitarie, non sul prezzo del kilowattora.

L’aritmetica imbarazzante delle rinnovabili

Eppure bastano poche operazioni elementari per capire che da questa trappola si esce, e si esce dal lato delle fonti rinnovabili distribuite. Un metro quadro di pannelli fotovoltaici di tecnologia commerciale produce, mediamente, 150-200 chilowattora di elettricità all’anno alle nostre latitudini, con variazioni dovute a esposizione e zona geografica. Il fabbisogno energetico complessivo italiano, comprendendo tutto, dai trasporti alle industrie al riscaldamento domestico, vale all’incirca un migliaio di terawattora all’anno. Una semplice divisione restituisce un numero che dovrebbe inchiodare alla parete chiunque progetti politiche energetiche: per coprire interamente quel fabbisogno servirebbero, in prima approssimazione, seimila chilometri quadrati di pannelli.

Sembra tanto. È circa il due per cento del territorio nazionale. Per coprire solo i consumi elettrici, basta meno dell’uno per cento. E qui il discorso diventa beffardo: in Italia il suolo già impermeabilizzato, ovvero perso definitivamente per agricoltura e biodiversità, è stimato fra il sette e l’otto per cento del territorio, e continua a crescere a un ritmo dell’ordine di due virgola sette metri quadrati al secondo. Capannoni dismessi, centri commerciali a parallelepipedo, parcheggi da decine di ettari, piazzali industriali, tetti di palazzi, tetti di scuole, di ospedali, di stazioni: la superficie utilizzabile c’è già, ed è enorme. Non occorre toccare un solo ettaro di terreno agricolo o di paesaggio. Occorre invece prendere atto che chi parla di “suolo consumato dal fotovoltaico” usa un argomento ambientalista per difendere un modello energetico anti-ambientale.

Ma il sole è solo l’esempio più immediato. L’aria che si muove sopra le creste appenniniche e sui mari italiani vale, secondo le stime di settore, più di sessanta gigawatt di potenziale eolico a terra e oltre duecento gigawatt offshore, soprattutto al Sud e nei tratti adriatici e tirrenici più ventosi. Le acque che scendono dai monti continuano a generare energia anche fuori dai grandi bacini, semplicemente attraversando turbine ad acqua corrente. Il calore profondo della crosta terrestre, di cui l’Italia è uno dei territori europei più ricchi, potrebbe fornire decine di migliaia di terawattora all’anno. Le maree, il moto ondoso, le correnti costiere sono fonti meno mature ma niente affatto trascurabili. La somma di queste disponibilità, già oggi, supera abbondantemente qualsiasi fabbisogno ragionevole.

La complementarità tra le fonti è il punto chiave. Il sole non c’è di notte, ma il vento spesso sì. L’estate è solare, l’inverno è ventoso e idrico. Il calore geotermico è costantemente disponibile. Quando una sorgente cala, un’altra compensa. E sopra tutto questo si è già stratificato un sistema di accumulo che sta cambiando rapidamente: il prezzo delle batterie è crollato di un ordine di grandezza in quindici anni, oggi costano meno di un decimo rispetto al 2010, e l’accumulo non è solo elettrochimico. Esistono pompaggi idroelettrici, sali fusi, accumulo termico, idrogeno verde da elettrolisi, volani inerziali. Quando la batteria al litio finisce il suo ciclo di vita utile, dopo vent’anni rende ancora intorno all’ottanta per cento ed è pienamente riciclabile. La narrazione “ma poi le batterie sono un problema ambientale” è una rappresentazione fuorviante di un settore in piena trasformazione tecnologica.

Una rete pensata per l’energia degli altri

Il problema, vero questa volta, non è la materia prima. Il problema è l’infrastruttura. La rete elettrica italiana è stata progettata e cresciuta secondo una logica novecentesca: pochi grandi centri di produzione, idroelettrici o termoelettrici, che generano alta tensione da trasportare a grande distanza, fino al gradino domestico raggiunto attraverso due trasformazioni successive. È una rete piramidale, dall’alto verso il basso, costruita attorno alla figura della grande centrale e della grande compagnia che la gestisce. Sovrapporre a questo schema una produzione diffusa, capillare, dal basso verso l’alto, fatta di milioni di tetti, di piccoli impianti eolici, di micro-idroelettrici, espone il sistema a oscillazioni di tensione e a problemi di sincronia di fase. Senza un ripensamento strutturale, la rete diventa instabile.

Ripensare la rete significa esattamente questo: passare da un’architettura gerarchica a una architettura distribuita, in cui ogni territorio produce e consuma localmente la maggior parte della propria energia, e l’interconnessione fra territori serve a redistribuire eccedenze e a colmare carenze. È una rivoluzione tecnica, ma è soprattutto una rivoluzione politica, perché cambia chi possiede l’energia, chi la decide, chi ne ricava profitto. La logica delle comunità energetiche, già oggi prevista dalle normative europee e progressivamente recepita in Italia, va in questa direzione: cittadini, piccole imprese, enti locali che si associano per produrre, consumare e scambiare energia su base territoriale, riducendo al minimo il flusso lungo le grandi distanze e tenendo per sé il valore prodotto.

Per fare questo serve una scelta esplicita: indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso la ristrutturazione della rete, l’elettrificazione spinta dei consumi finali, lo sviluppo dei sistemi di accumulo, la formazione tecnica diffusa. Non è materia per dichiarazioni. È materia per piani industriali, per leggi finanziarie, per scelte di bilancio. È, in altre parole, materia di volontà politica.

L’ostacolo non è tecnico, è politico

Se questa strada è così evidente, perché non viene imboccata? La domanda contiene già la risposta, ma è scomoda da formulare. L’energia distribuita ridistribuisce anche il potere. Una rete fatta di milioni di produttori-consumatori, di cooperative territoriali, di municipalizzate ripensate come operatori energetici, di comunità locali che decidono cosa fare della propria sovrapproduzione, è una rete in cui il margine dei grandi operatori si comprime, in cui la rendita dei detentori dei combustibili fossili evapora, in cui il ruolo dei traders di gas e di petrolio diventa marginale. È una rete in cui non c’è più bisogno di rigassificatori imposti dall’alto, di gasdotti contesi, di centrali nucleari da finanziare con decine di miliardi di soldi pubblici, di navi cariche di GNL che attraversano l’Atlantico per consegnare al continente europeo lo stesso gas che il continente europeo, dieci anni prima, comprava ad un quinto e meno della metà del costo logistico.

È esattamente per questo che, ogni volta che il discorso si avvicina al cuore della transizione, salta fuori l’argomento del “mercato”. Si invoca la concorrenza, si difendono le compatibilità di sistema, si avvisa che la generazione distribuita rischia di alterare gli equilibri tariffari, di danneggiare gli operatori, di creare distorsioni regolatorie. Ed è un argomento che ha la stessa logica del paziente che, dopo aver scoperto un tumore, si chiede se la diagnosi non comprometta la salute del tumore stesso. La crescita competitiva illimitata, quando avviene dentro un organismo finito, ha un nome preciso in biologia: si chiama cancro. Quando avviene dentro un sistema economico finito, in un pianeta finito, con risorse finite, produce gli stessi effetti distruttivi. La differenza è che, per il pianeta, non esiste chemioterapia.

L’ARERA, il regolatore italiano dell’energia, ha tra i propri compiti la tutela del consumatore, ma è di fatto uno dei principali custodi di un assetto di mercato pensato per i grandi operatori. Le comunità energetiche, in Italia, sono cresciute lentamente, frenate da regole farraginose, soglie tecniche restrittive, procedure autorizzative che scoraggiano i piccoli soggetti. Mentre i Paesi del Nord Europa hanno sviluppato in dieci anni interi distretti energetici autosufficienti, in Italia siamo ancora a discutere di scaglioni e perimetri amministrativi. Non è incompetenza: è precisamente la funzione che il sistema attribuisce alla regolazione, quella di rallentare il cambiamento per non disturbare le rendite.

Elettrificare il Paese, non solo la luce di casa

Va aggiunto un punto che spesso sfugge nel dibattito. L’elettricità copre oggi all’incirca un quinto dei consumi energetici italiani. Tutto il resto, dai trasporti pesanti al riscaldamento domestico, dall’industria pesante alla cottura dei cibi, passa ancora prevalentemente per combustibili fossili. La transizione vera non consiste solo nel produrre più rinnovabili, ma nell’elettrificare progressivamente tutto ciò che oggi non lo è. La mobilità privata e pubblica, in primis: veicoli elettrici alimentati da rete prevalentemente rinnovabile, trasporto ferroviario sviluppato come spina dorsale della logistica nazionale, mobilità urbana ripensata. Il riscaldamento residenziale, attraverso pompe di calore alimentate da fotovoltaico e accumulo. Una parte della produzione industriale, dove le tecnologie sono già mature. Quel che resta, e non è poco, può essere coperto da idrogeno verde prodotto per elettrolisi nei momenti di sotto pproduzione rinnovabile.

Tutto questo non è uno scenario futuribile. Sta già accadendo, in misura significativa, in altri Paesi europei. L’Italia è in ritardo non perché manchi di tecnologia o di risorse, ma perché manca di una decisione politica chiara, e perché chi quella decisione dovrebbe prenderla è troppo intrecciato con gli interessi che da quel ritardo traggono profitto. Il governo che oggi guida il Paese parla di sovranità in ogni ambito, dai confini alle istituzioni alla cultura, ma sull’unica forma di sovranità che potrebbe davvero rendere l’Italia autonoma — quella energetica — sceglie sistematicamente la subordinazione.

L’emergenza che fingiamo di non vedere

Tutto questo discorso non è un esercizio teorico. Non è ambientalismo da salotto. Siamo in emergenza conclamata. Ogni anno gli eventi climatici estremi sul territorio italiano costano vite, devastano valli, sommergono pianure agricole, distruggono infrastrutture e bilanci comunali. Le frane in Emilia, le alluvioni in Toscana, le ondate di calore al Sud, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai alpini non sono incidenti meteorologici. Sono il prezzo, già fatturato e ancora interamente da pagare, di un modello energetico che continuiamo a difendere come se fosse intoccabile. E sono il prezzo, anche, di una geopolitica della dipendenza che ci consegna a ricatti, conflitti, oscillazioni dei mercati, complicità con regimi che fingiamo di disapprovare e sudditanze verso alleati che non ci hanno mai trattato come pari.

La transizione alle rinnovabili distribuite non è solo una questione ambientale. È, contemporaneamente, una questione di pace, perché spegne molte delle ragioni economiche delle guerre per le risorse e priva di pretesti chi, in nome di valori astratti, costruisce coalizioni militari per controllare flussi materiali. È una questione di democrazia, perché restituisce ai territori il controllo di un bene essenziale. È una questione di giustizia sociale, perché toglie potere a un’oligarchia di rendita e lo restituisce a chi lavora, vive, abita un luogo. Ed è, in fondo, una questione di dignità nazionale, parola che oggi viene troppo spesso usata per coprire scelte di servitù.

Eppure, nel teatro pubblico, si continua a parlare di rigassificatori, di nuovi accordi con dittature petrolifere, di piccoli reattori che si costruiranno chissà quando, di navi cariche di gas liquefatto che arrivano da oltre oceano a prezzi che pagheremo per anni. E il sole continua a sorgere ogni mattina sopra trecentomila chilometri quadrati di Paese, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Lo guardiamo come si guarda un creditore antipatico, quasi imbarazzati dalla sua disponibilità. Non c’è bisogno di importarlo, non lo si può embargare, non lo si può tagliare con una crisi diplomatica, non lo si può sanzionare. Forse è esattamente per questo che chi vive di crisi, di emergenze e di dipendenze indotte non ha alcun interesse a farcene accorgere.

L’energia ce l’abbiamo in casa. È il modello che ci vuole inquilini in casa nostra, costretti a pagare l’affitto a qualcun altro per qualcosa che è già nostro. Riconoscerlo, e farlo diventare cornice di ogni discussione pubblica successiva, è la prima vera mossa politica di ogni transizione possibile. Tutto il resto è scenografia.


Fonti

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — rapporti annuali su consumo di suolo, emissioni e inventario energetico nazionale.
Eurostat, statistiche sulla dipendenza energetica degli Stati membri dell’Unione Europea e sulle importazioni di gas naturale per provenienza.
Terna S.p.A., dati sul sistema elettrico italiano e sulla produzione da fonti rinnovabili.
GSE, Gestore dei Servizi Energetici — Rapporto statistico sulle fonti rinnovabili in Italia.
MASE, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica — bilanci di approvvigionamento gas e dati sulle importazioni di GNL.
ISTAT, dati sul territorio e sull’uso del suolo in Italia.
Legambiente, rapporto annuale Comunità Rinnovabili.
IRENA, International Renewable Energy Agency — Renewable Capacity Statistics e World Energy Transitions Outlook.
IEA, International Energy Agency — World Energy Outlook e Gas Market Report.
NOAA, Global Monitoring Laboratory — serie storica delle concentrazioni di CO₂ atmosferica (Mauna Loa).
BloombergNEF, Battery Price Survey — andamento storico del costo dei sistemi di accumulo elettrochimico.
Bruegel, European natural gas imports e Sanctions on Russia — analisi e dataset sull’andamento delle importazioni europee di gas e sull’impatto economico delle sanzioni.
EIA, U.S. Energy Information Administration — dati sulle esportazioni di GNL statunitense verso l’Europa.
Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) e Direttiva (UE) 2023/2413 (RED III) sulle comunità energetiche e l’autoconsumo collettivo.
ARERA, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — relazioni annuali e provvedimenti sull’autoconsumo diffuso.
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«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Il 25 aprile e la Costituzione

Una memoria che è ancora dovere: la Liberazione, il sacrificio dei partigiani, le voci della Costituente e la Carta nata dalla Resistenza che oggi gli eredi del fascismo vorrebbero stravolgere

Ottantun anni fa, il 25 aprile 1945, l’Italia tornava ad essere se stessa. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale; Milano, Torino, Genova si liberavano dal nazifascismo prima ancora che vi giungessero gli Alleati; le città e le campagne respiravano per la prima volta, dopo vent’anni di dittatura e venti mesi di occupazione tedesca, l’aria pulita della libertà. Quella data non è una commemorazione: è un atto di nascita. È il giorno in cui un popolo umiliato, deportato, fucilato, bombardato, ha ritrovato la propria voce — e con essa il diritto di scrivere, tre anni dopo, la più bella Costituzione del Novecento europeo.
Eppure proprio oggi, mentre quel giorno torna sul calendario, sentiamo crescere intorno a noi un rumore di fondo che vorrebbe spegnerlo. Un governo che esita a pronunciare la parola «antifascismo». Una destra che si richiama a ciò da cui la Resistenza ci ha liberati. Tentativi di stravolgere quella Carta che proprio sui caduti partigiani ha costruito ogni suo articolo. È in questo contesto che il 25 aprile va letto come non semplice anniversario, ma come consegna: un testimone che le generazioni del riscatto ci hanno passato, e che a noi tocca non lasciar cadere.
I. Il giorno che ci ha restituiti a noi stessi

Per capire che cosa è stato il 25 aprile bisogna ricordare da dove veniva l’Italia. Veniva dal 1922, dalla marcia su Roma, dalle leggi fascistissime, dal delitto Matteotti, dalle migliaia di antifascisti incarcerati al confino, dalle leggi razziali del 1938 che strapparono alla cittadinanza ebrei italiani che avevano combattuto per la Patria nel 1915-18. Veniva da una guerra voluta dal regime al fianco della Germania nazista, da Cefalonia, dai rastrellamenti, dai treni piombati per Auschwitz e Mauthausen, dalle Fosse Ardeatine, da Sant’Anna di Stazzema, da Marzabotto. Veniva da venti mesi di Repubblica di Salò che furono, per molte zone del Centro-Nord, i mesi più feroci dell’intera occupazione: la collaborazione attiva con le SS, le delazioni, le brigate nere, la guerra civile dichiarata contro i propri fratelli.
Da quel fondo di abisso, il 25 aprile fu la riemersione. Non un dono delle truppe alleate, come una vulgata revisionista vorrebbe far credere — gli Alleati combattevano una guerra mondiale, non la nostra rinascita morale — ma una conquista pagata in proprio, con il sangue dei partigiani, con la fame e il coraggio della popolazione civile, con l’organizzazione clandestina del Comitato di Liberazione, con gli scioperi del 1943 e del 1944, con le città che insorsero ore prima dell’arrivo degli eserciti regolari. Il 25 aprile è il giorno in cui la nazione, abbandonata dal suo re e dai suoi generali nel settembre del 1943, ha dimostrato di saper trovare in sé stessa la forza di rinascere.
E quel giorno ha un volto e una voce. Il volto è quello dei partigiani, dei renitenti alla leva di Salò, degli operai che fermarono le fabbriche, delle staffette in bicicletta, degli ebrei nascosti dai contadini, dei sacerdoti e dei carabinieri che si rifiutarono di consegnare i loro concittadini. La voce è quella di Sandro Pertini, socialista, partigiano, futuro Presidente della Repubblica, che proprio quel 25 aprile dai microfoni di Radio Milano Libera proclamava lo sciopero generale contro l’occupante tedesco e i suoi complici, e annunciava la nascita di una Repubblica democratica. Quella voce alla radio è il primo articolo non scritto della nostra Costituzione.
II. La Resistenza come matrice costituzionale

La Costituzione italiana non nasce per partenogenesi. Non è un trattato accademico, non è un compromesso fra burocrazie, non è il prodotto di un consulente giuridico illuminato. La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e questa non è una formula retorica: è un fatto storico documentabile articolo per articolo. I costituenti che si insediarono il 25 giugno 1946, eletti il 2 giugno con il primo voto a suffragio universale autenticamente esteso anche alle donne, erano in larga maggioranza protagonisti diretti della lotta di liberazione. Avevano combattuto sui monti, in carcere, al confino, in clandestinità, nei lager nazisti.
Umberto Terracini, comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella sua fase decisiva, era stato condannato dal Tribunale Speciale fascista a ventidue anni di carcere, dei quali ne aveva scontati diciotto fra reclusorio e confino. Sandro Pertini era stato condannato a undici anni dopo dieci passati in galera. Lelio Basso era stato arrestato sei volte. Concetto Marchesi, illustre latinista, aveva pronunciato dall’aula magna dell’Università di Padova nel novembre 1943 il celebre appello agli studenti perché si unissero alla Resistenza, ed era poi fuggito in Svizzera per non essere catturato. Giuseppe Dossetti, cattolico democristiano, aveva guidato il CLN di Reggio Emilia. Teresa Mattei, la più giovane fra i costituenti, aveva venticinque anni ed era stata partigiana combattente nei GAP fiorentini; suo fratello Gianfranco era stato torturato dalle SS in via Tasso e si era ucciso per non parlare. Nilde Iotti aveva fatto la staffetta partigiana sull’Appennino reggiano. Teresa Noce era reduce dal lager di Ravensbrück.
Quando si dice che la Costituzione è figlia della Resistenza, si dice esattamente questo: i suoi articoli sono stati scritti da uomini e donne che avevano corpi segnati dalla tortura, parenti uccisi, anni di vita rubati dal regime. Ogni articolo che parla di libertà personale, di habeas corpus, di pluralismo, di parità, di lavoro come fondamento della Repubblica, è la traduzione giuridica di una esperienza esistenziale di privazione. È per questo che chi tocca la Costituzione tocca, indirettamente, anche le ossa di chi è morto perché potesse essere scritta.
Il miracolo di quella Carta — è opportuno ribadirlo — è di essere stata scritta insieme da forze politiche profondamente diverse, ideologicamente contrapposte, che proprio negli anni della Resistenza avevano saputo trovare nel Comitato di Liberazione Nazionale il loro punto di unità. Cattolici e comunisti, socialisti e liberali, azionisti e democristiani: erano matrici culturali e politiche lontane, in alcuni casi opposte, ma all’interno della lotta partigiana avevano combattuto fianco a fianco, ciascuno sotto la propria bandiera, contro lo stesso nemico. Lo spirito del CLN fu esattamente questo: tenere insieme, in un unico progetto resistenziale, identità politiche che fuori dalla guerra di liberazione sarebbero state difficilmente conciliabili. Il patto non fu di rinunciare alle proprie idee, ma di subordinarle, per il tempo necessario, alla causa comune della libertà. Brigate Garibaldi, Brigate Matteotti, formazioni di Giustizia e Libertà, Brigate Osoppo, formazioni autonome: nomi differenti, ispirazioni differenti, ma una sola direzione politico-militare e un solo obiettivo storico.
È quello stesso spirito — non un compromesso al ribasso, ma un patto unitario fra diversi — che si trasferì poi, intatto, nei lavori dell’Assemblea Costituente. Benché la Guerra Fredda fosse già alle porte, e benché di lì a pochi mesi i medesimi protagonisti si sarebbero confrontati con i voti nella più aspra contrapposizione politica del Novecento europeo, in quei diciotto mesi di lavoro costituente seppero rinnovare il patto del CLN e tradurlo in legge fondamentale. Il punto di equilibrio fu possibile perché tutti, dietro le bandiere differenti, riconoscevano un nemico comune appena sconfitto e una promessa comune da onorare: che il fascismo non sarebbe mai più tornato, e che la dignità della persona umana sarebbe stata la stella polare di ogni norma.
III. Il sangue dei partigiani: ricordare i comunisti che oggi qualcuno vorrebbe cancellare

Bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, oggi più che mai: la Resistenza italiana fu, in larga parte, una Resistenza comunista. Non esclusivamente, certo — e nessun comunista serio lo ha mai sostenuto. Le Brigate Matteotti dei socialisti, le formazioni di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, le Brigate Osoppo cattolico-laiche del Friuli, le formazioni autonome, i gruppi della Democrazia Cristiana, gli ufficiali del Regio Esercito che scelsero di non aderire a Salò: tutti hanno dato il loro contributo decisivo, e il riconoscimento è dovuto a ognuno senza diminuire nessuno. Ma è un dato storico inoppugnabile che le Brigate Garibaldi, di matrice comunista, costituirono numericamente la spina dorsale della guerra partigiana, e che fra i caduti della Resistenza la maggioranza relativa, secondo le ricerche storiche più accreditate, militava nelle file del Partito Comunista Italiano.
Sono uomini e donne come Eugenio Curiel, redattore dell’«Unità» clandestina, ucciso a Milano dai fascisti il 24 febbraio 1945, due mesi prima della Liberazione. Come Giancarlo Puecher Passavalli, giovanissimo cattolico-comunista comandante partigiano, fucilato a Erba a vent’anni nel dicembre 1943. Come Irma Bandiera, staffetta a Bologna, torturata per sette giorni dai fascisti che le strapparono gli occhi prima di ucciderla, senza ottenere un solo nome. Come i sette fratelli Cervi, contadini emiliani, fucilati insieme al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre 1943: «Dopo un raccolto ne viene un altro», disse il loro padre Alcide. Come Teresa Mattei stessa e suo fratello, che ho già ricordato. Come Giaime Pintor, intellettuale, morto a ventiquattro anni saltando su una mina mentre cercava di raggiungere le formazioni partigiane nel basso Lazio. Come migliaia di operai, contadini, studenti, casalinghe, di cui spesso non sappiamo neppure il nome.
Ricordare il sacrificio comunista non è oggi una operazione ideologica: è un dovere di onestà storica. E lo è doppiamente in un’epoca in cui assistiamo a un revisionismo strisciante che vorrebbe equiparare i partigiani ai militi della Repubblica Sociale, derubricare la Resistenza a «guerra civile fra opposti estremismi», riconoscere «pari dignità di memoria» a chi combatteva per la libertà e a chi consegnava ebrei alle SS. È una narrazione tossica, falsa, profondamente offensiva non solo verso i caduti partigiani ma verso il fondamento stesso della Repubblica. Perché se davvero non ci fosse stata differenza fra le due parti, allora la Costituzione sarebbe il prodotto di un caso fortuito; mentre invece è la conseguenza diretta, necessaria, di una vittoria morale prima ancora che militare.
E va detto con altrettanta nettezza: i comunisti italiani che parteciparono alla Resistenza e poi alla Costituente non scrissero in Costituzione il programma del Partito Comunista. Scrissero, insieme agli altri, una Costituzione liberale e democratica, pluralista, fondata sui diritti individuali e sulla economia di mercato temperata dalla funzione sociale. Lo fecero con consapevolezza politica e maturità storica, accettando compromessi che molti loro militanti non capirono — il voto a favore dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi, ad esempio — perché posero la pace civile e l’unità del Paese al di sopra delle proprie preferenze ideologiche. Quella scelta, costata loro non pochi conflitti interni, è oggi il pilastro della convivenza italiana. Cancellarla dalla memoria, ostracizzarli postumi, fingere che la Repubblica sia nata senza di loro o malgrado loro, è una falsificazione che indebolisce tutti, anche chi la pratica.
IV. La Resistenza nelle nostre terre: la Carnia libera, l’Osoppo, la Garibaldi

Da queste terre del Friuli, la Resistenza ha un volto particolare e una memoria che ci appartiene direttamente. Fra l’estate e l’autunno del 1944, le formazioni partigiane liberarono dal nazifascismo un’ampia zona montana che diede vita alla Repubblica della Carnia e dell’Alto Friuli, una delle più vaste e durature «zone libere» dell’Italia occupata: oltre quaranta comuni, settantamila abitanti, un governo provvisorio civile elettivo, scuole riaperte, giornali liberi, perfino un proprio servizio postale. Non fu una parentesi folkloristica: fu il primo esperimento, in queste valli, di amministrazione democratica dopo vent’anni di fascismo, e quei tre mesi di libertà — prima che la grande controffensiva tedesca dell’ottobre-novembre 1944 li travolgesse nel sangue — sono il prototipo di ciò che la Costituzione avrebbe poi codificato per tutto il Paese.
In Friuli operarono fianco a fianco, e talvolta dolorosamente in conflitto, le Brigate Osoppo di matrice cattolico-laica e patriottica, e le Brigate Garibaldi di matrice comunista. Furono migliaia, nelle nostre montagne, a scegliere la via dei boschi piuttosto che la divisa di Salò. Furono migliaia a non tornare. La memoria di queste terre, dalle Prealpi Giulie alla Carnia, dalla pianura friulana al confine sloveno, è cucita sui muri delle case con le lapidi dei caduti, è incisa nei nomi delle vie, è custodita nei ricordi che ancora oggi le famiglie si tramandano. Ed è una memoria che, come tutte le memorie autentiche, conosce anche le proprie ombre — perché ogni vicenda umana ne ha — ma il cui significato storico complessivo è limpido: senza il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne, oggi il Friuli non sarebbe parte di una Repubblica democratica.
Onorarli, oggi, significa anche difendere ciò per cui sono morti. Significa rifiutare la deriva di un’autonomia regionale piegata a logiche di concorrenza e di disuguaglianza, e rivendicare invece — come la Costituzione richiede — un’autonomia dentro l’unità della Repubblica, una autonomia che non sia frantumazione dei diritti ma articolazione concreta della solidarietà nazionale.
V. Le donne nella Resistenza e nella Costituente

Il 25 aprile non sarebbe stato possibile senza le donne, e la Costituzione non sarebbe stata quella che è senza la voce delle ventuno costituenti. Furono almeno trentacinquemila le partigiane combattenti riconosciute nel dopoguerra, e oltre settantamila le organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, la rete clandestina di assistenza, propaganda e supporto logistico che attraversò tutto il Centro-Nord. Quattromilaseicento subirono arresto, tortura, detenzione; oltre duemiladuecento furono uccise o morirono in lager. Eppure per decenni la storiografia ufficiale le ha relegate nel ruolo decorativo della «staffetta», quasi che pedalare nelle valli con messaggi e armi nascoste sotto la sottana fosse stato un compito secondario e non, come è stato, una funzione vitale e mortalmente rischiosa.
Quando il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta — alle amministrative parziali del marzo erano state già chiamate alle urne — entrarono in Assemblea Costituente in ventuno: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Erano poche, di fronte a cinquecento uomini, ma furono decisive. Lottarono perché nell’articolo 3 si leggesse «senza distinzione di sesso», e ottennero quella formula esplicita contro le resistenze di chi la considerava superflua. Lottarono perché l’articolo 37 riconoscesse alla lavoratrice gli stessi diritti del lavoratore, a parità di lavoro la stessa retribuzione, e tutele particolari per la madre. Si chiamavano Teresa Mattei, Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Angela Maria Cingolani, Maria Federici, Elettra Pollastrini, Filomena Delli Castelli, e altre. Ognuna portava in Assemblea, oltre alla competenza politica, una biografia di sofferenza personale e di scelte di campo che non avevano nulla da invidiare a quella dei colleghi maschi.
Lina Merlin, socialista, sarebbe diventata l’autrice della legge del 1958 che chiuse le case di tolleranza, restituendo dignità a migliaia di donne ridotte a merce dallo Stato stesso. Nilde Iotti sarebbe stata la prima donna Presidente della Camera dei deputati. Teresa Mattei propose, con un gesto che oggi sembra naturale ma che allora fu una rivoluzione culturale, la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo. Sono storie che non possono essere separate dalla storia del 25 aprile: ne sono il prolungamento naturale, la conseguenza democratica, la verifica nel tempo lungo della libertà conquistata sui monti.
VI. Le voci della Costituente: oltre Calamandrei

Il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi del gennaio 1955 è giustamente rimasto come la più alta lettura morale della nostra Carta. Ma non è solitario. L’Assemblea Costituente fu attraversata da interventi che oggi rileggiamo con meraviglia per la loro profondità intellettuale, per la lucidità dell’analisi storica e per la passione civile che li animava. Vale la pena di ascoltarne almeno alcuni, perché aiutano a capire che la Costituzione non è un compromesso al ribasso ma un punto altissimo di pensiero politico.
Umberto Terracini: la Costituzione come patto fra diversi
Comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella fase decisiva dei lavori, Terracini chiuse i lavori dell’Assemblea il 22 dicembre 1947 con un discorso che è insieme bilancio e consegna. Egli sottolineò come la Carta fosse il frutto di una collaborazione fra forze politiche profondamente diverse — collaborazione che era stata possibile perché tutte avevano in mente, sopra le rispettive bandiere, l’interesse superiore della nazione e delle generazioni future. Terracini ricordò che il testo che si stava per consegnare al popolo italiano non era la traduzione integrale di nessun programma di partito, ma il punto di equilibrio fra ideali differenti, tutti convergenti sulla difesa della libertà e della dignità della persona. Quella consapevolezza — che la Costituzione non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti — è oggi il nostro miglior antidoto contro chi vorrebbe trasformarla in una bandiera di parte.
Palmiro Togliatti: la pace religiosa e l’unità nazionale
Il segretario del Partito Comunista Italiano pronunciò il 25 marzo 1947 un discorso che divise il suo stesso partito ma che è rimasto come uno dei momenti più alti dello statismo costituzionale italiano. In sede di discussione sull’articolo 7 — quello che riconosce nel diritto interno i Patti Lateranensi del 1929 — Togliatti motivò il voto favorevole del PCI con l’argomento della pace religiosa e dell’unità nazionale: la Repubblica appena nata, disse, non poteva permettersi una nuova questione romana, e l’inserimento dei Patti in Costituzione era il prezzo politico necessario per consolidare la pacificazione del Paese. La scelta gli costò il distacco di una parte della sua base e l’incomprensione di intellettuali laici come Calamandrei. Ma fu, a posteriori, una scelta di statura statale: il PCI dimostrò di saper anteporre l’interesse della Repubblica all’identità di partito. È un esempio che oggi, in un’epoca di rissa permanente e di partitismo identitario, fa meditare.
Concetto Marchesi: la scuola pubblica come fondamento della democrazia
Latinista insigne, comunista, rettore dell’Università di Padova al momento della Liberazione, Marchesi intervenne nei lavori della Costituente con una serie di discorsi memorabili sull’istruzione. Egli sostenne che la scuola pubblica è la trincea fondamentale di ogni democrazia perché è l’unico luogo in cui le diseguaglianze di nascita possono essere effettivamente compensate, in cui il figlio del contadino e il figlio del professionista possono trovare le stesse opportunità. Una società che lascia degradare la propria scuola pubblica, ammoniva, prepara la propria fine democratica. Sono parole che andrebbero rilette parola per parola oggi, mentre osserviamo il finanziamento crescente della scuola privata e la riduzione delle risorse per l’istruzione statale, in palese contrasto con lo spirito originario dell’articolo 33.
Lelio Basso: l’uguaglianza che non basta nominare
Socialista, giurista raffinatissimo, Basso è il vero padre del secondo comma dell’articolo 3, quello sulla uguaglianza sostanziale. La sua intuizione fondamentale fu che proclamare l’uguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge, come avevano fatto le costituzioni liberali ottocentesche, non basta. Anzi: in una società attraversata da profonde disuguaglianze economiche e sociali, l’uguaglianza puramente formale rischia di legittimare lo stato di cose esistente. Per essere davvero uguali, scrisse Basso ispirandosi anche al pensiero di Costantino Mortati, lo Stato deve farsi carico attivamente di rimuovere gli ostacoli concreti — economici, sociali, culturali — che impediscono ai cittadini meno favoriti di accedere realmente ai diritti riconosciuti a tutti sulla carta. È la più profonda rivoluzione concettuale della nostra Costituzione, ed è la radice di ogni politica seria contro le diseguaglianze.
Giuseppe Dossetti: i diritti che precedono lo Stato
Cattolico democristiano, animatore con La Pira e Fanfani della corrente sociale della DC, Dossetti portò nei lavori costituenti la grande tradizione del personalismo cristiano. La sua tesi, che divenne fondamento dell’articolo 2, è che esistono diritti inviolabili dell’uomo che non sono concessi dallo Stato ma soltanto da esso riconosciuti, perché radicati nella dignità della persona umana che è anteriore e superiore ad ogni autorità politica. Lo Stato, in questa visione, non è il fondamento dei diritti ma il loro garante. È una concezione che, partendo da premesse filosofiche profondamente diverse da quelle marxiste o liberali, convergeva con esse nella tutela concreta della libertà individuale. La nostra Costituzione, in questo senso, è più di un patto politico: è il riconoscimento di una verità antropologica — che la persona viene prima del potere — sottoscritta da culture differenti.
Aldo Moro: la Repubblica al servizio della persona
Anche Aldo Moro, allora giovane professore democristiano destinato a un altissimo destino politico e a una morte tragica per mano delle Brigate Rosse trentun anni dopo, lasciò nei lavori dell’Assemblea pagine fondamentali. La sua intuizione costituzionale fu che la Repubblica non è un fine in se stessa ma uno strumento, un’organizzazione al servizio della persona umana e delle formazioni sociali in cui essa si svolge. Moro insisteva sul fatto che la sovranità popolare non significa onnipotenza dello Stato sul cittadino, ma anzi: il cittadino, con i suoi diritti inviolabili, è il limite invalicabile di ogni potere, anche di quello democratico. È una lezione che dovremmo riscoprire oggi, in un’epoca in cui torna ricorrente la tentazione di una verticalizzazione del potere che, nel nome della efficienza e della governabilità, comprimerebbe gli spazi di libertà individuale e collettiva.
Teresa Mattei: la più giovane, e la più radicale
Aveva venticinque anni, era stata partigiana combattente, aveva visto suicidarsi il fratello Gianfranco torturato dalle SS. In Assemblea Costituente, Teresa Mattei comunista fu la più giovane di tutti, e una delle più tenaci. Suo è il merito di aver fatto inserire nell’articolo 3, contro lo scetticismo di molti suoi colleghi anche dello stesso PCI, l’esplicita formula «senza distinzione di sesso». Sembra una sciocchezza: era in realtà la chiave che ha permesso, decenni dopo, le sentenze sulla parità retributiva, sull’accesso alle carriere, sull’autodeterminazione. Mattei rappresenta in modo vivido la doppia eredità della Costituente: quella della Resistenza armata e quella del riscatto femminile. Le due cose, in lei e in molte sue compagne, non si separavano: erano la stessa lotta per riconoscere alla persona umana, qualunque fosse il suo sesso, la sua classe, la sua provenienza, la pienezza dei diritti.
E ce ne sarebbero altri da ricordare: Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque incaricata di stendere il testo, che chiuse i lavori con la definizione della Costituzione come «non immobile» e progressiva; Giorgio La Pira, mistico e democristiano, che insistette perché la Carta riconoscesse le formazioni sociali intermedie; Luigi Einaudi, liberale, futuro Presidente della Repubblica, che vegliò sull’equilibrio fra libertà economica e funzione sociale della proprietà. Ma il filo comune di tutte queste voci è uno solo: nessuno di loro pensava di scrivere una legge fra tante. Tutti sapevano di scrivere il testamento di una generazione, l’atto fondativo di un popolo che si riprendeva la propria storia.
VII. La destra al governo e l’antifascismo che non si vuole nominare

È in questo quadro che dobbiamo collocare, senza infingimenti, il rapporto della destra di governo con il 25 aprile. Da quando Fratelli d’Italia ha conquistato Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, la celebrazione della Liberazione è diventata un campo minato istituzionale. Si sono moltiplicati gli imbarazzi, le ambiguità, le formule reticenti. Si è preferita l’espressione generica di «libertà» piuttosto che quella precisa di «antifascismo». Si è cercato di equiparare le memorie, di parlare di tutti i caduti come se la causa per cui erano caduti fosse moralmente intercambiabile. Si è rievocata la Repubblica Sociale come un episodio fra altri, anziché come quello che fu: lo stato collaborazionista che consegnava i propri concittadini ai forni crematori.
Non è questione di accademismo storico. La reticenza sull’antifascismo non è un dettaglio lessicale: è una scelta politica con conseguenze costituzionali precise. Perché se l’antifascismo non è il presupposto morale e giuridico della Repubblica — se è solo una posizione politica fra altre, legittimamente contestabile — allora cade anche la legittimità dell’intero impianto costituzionale che da quell’antifascismo discende. Cade la XII disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista. Cade lo spirito dell’articolo 1 e dell’articolo 3. Cade la Resistenza come fonte di legittimazione storica della Repubblica.
Ed è in questa logica che vanno letti, in continuità e non a caso, i ripetuti tentativi di stravolgimento della seconda parte della Costituzione che abbiamo visto in questi anni — dalla legge sull’autonomia differenziata alla riforma sulla giustizia bocciata dal popolo nel marzo 2026, fino al premierato per ora accantonato. Tutti progetti che, sotto la bandiera della modernizzazione, miravano a verticalizzare il potere, a indebolire i contropoteri, a frantumare l’unità della Repubblica. Tutti progetti coerenti, in fondo, con una concezione della politica che ha radici culturali nel ventennio e che oggi torna travestita da pragmatismo del fare. Non è un caso che la stessa cultura politica che esita sull’antifascismo sia anche quella che vorrebbe riscrivere i bilanciamenti istituzionali pensati dai padri costituenti. Le due cose stanno insieme, e insieme vanno respinte.
Sia chiaro: in democrazia chi vince le elezioni governa, e nessuno mette in discussione la legittimità di un governo eletto, qualunque sia il suo orientamento. Quello che si mette in discussione, e che va difeso giorno per giorno, è il perimetro costituzionale dentro cui ogni governo, qualunque sia, deve restare. Ed è a questa difesa che il 25 aprile ci richiama, oggi più di ieri.
VIII. La Costituzione come trincea: difenderla è ricordare

La Costituzione, scrisse Calamandrei, non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno ogni giorno del combustibile della partecipazione, della responsabilità, dell’impegno civile. E quel combustibile, oggi, ha un nome preciso: memoria. Memoria di chi è morto perché potessimo essere liberi. Memoria di chi ha trovato la forza di sedersi attorno a un tavolo, dopo essersi fronteggiato per anni con le armi, per scrivere insieme una legge che non fosse di parte ma di tutti. Memoria del fatto, oggi messo sotto attacco, che non tutte le posizioni politiche sono equivalenti: ci sono quelle che stanno dentro la Costituzione e quelle che, dichiaratamente o subdolamente, si pongono fuori.
Difendere la Costituzione, dunque, non significa irrigidirsi su un testo e rifiutare ogni cambiamento. Nessun costituente si sognò mai di scrivere un testo inemendabile: l’articolo 138 prevede esplicitamente la procedura di revisione, ed è giusto che sia così. Significa, però, riconoscere che certi principi — quelli fondamentali, contenuti nella prima parte e negli articoli sulla forma repubblicana e sul ripudio della guerra — sono il patrimonio comune di tutti gli italiani, sottratto alle maggioranze di turno e affidato alla custodia del popolo nel suo insieme. I tre referendum costituzionali del 2006, 2016 e 2026 hanno dimostrato che il popolo, quando viene chiamato a esprimersi sui suoi fondamenti, sa difenderli. Quella coscienza costituzionale diffusa, ho già avuto modo di scrivere, è la più preziosa eredità dei costituenti.
Ma una coscienza non si tramanda automaticamente. Va alimentata. Va alimentata nella scuola, dove l’educazione civica deve tornare a essere ciò che fu nelle intenzioni degli stessi costituenti: non addestramento alla docilità, ma formazione critica al pensiero democratico, conoscenza viva della Carta, capacità di riconoscere i segni dell’erosione strisciante dei principi. Va alimentata nei luoghi di lavoro, dove ogni precarizzazione ulteriore, ogni compressione dei diritti sindacali, ogni morte sul lavoro è una violazione concreta dell’articolo 1, dell’articolo 36, dell’articolo 41. Va alimentata nei mezzi di informazione, dove la concentrazione editoriale e la logica algoritmica delle piattaforme rischiano oggi di svuotare l’articolo 21 più di quanto lo svuotasse la censura fascista. Va alimentata nell’associazionismo politico e civile, dai movimenti come Azione Civile alle reti sindacali e di cittadinanza attiva, perché solo dove c’è organizzazione collettiva ci sono cittadini, e non sudditi.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
— Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955

Il pellegrinaggio di cui parlava Calamandrei non è un atto archeologico: è un gesto politico. È andare con il pensiero — e quando si può, con i piedi — nei luoghi della memoria perché è lì, e soltanto lì, che il senso della Carta si capisce davvero. È salire alle malghe della Carnia, fermarsi davanti alle lapidi dei fucilati di Marzabotto, scendere nelle Fosse Ardeatine, leggere i nomi dei caduti partigiani sui muri delle nostre città. È capire, attraverso quei nomi, che ogni articolo della Costituzione è scritto su un pezzo di vita umana. E che chi tocca quegli articoli, anche solo per ritoccarli con la migliore delle intenzioni, sta toccando una eredità che non gli appartiene singolarmente.
IX. Il 25 aprile non è una commemorazione: è un compito

Concludo come ho iniziato: il 25 aprile non è una data del calendario civile da spuntare con un minuto di silenzio fra una corona d’alloro e un discorso ufficiale. Il 25 aprile è un compito permanente, una consegna che si rinnova ogni anno nelle stesse mani: le nostre. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non è gratuita, che la democrazia non è un dato di natura, che la Costituzione non è un sottofondo culturale ma un progetto da realizzare giorno per giorno, articolo per articolo, diritto per diritto.
È il giorno in cui rendiamo onore — e non a parole, ma con la coerenza delle nostre scelte politiche e civili — a tutti coloro che caddero perché potessimo essere qui a discutere liberamente: ai partigiani delle Brigate Garibaldi e delle Brigate Matteotti, di Giustizia e Libertà e dell’Osoppo, alle staffette e alle deportate, agli operai degli scioperi e ai contadini che nascosero i renitenti, agli ebrei che sopravvissero e agli ebrei che non sopravvissero, ai militari di Cefalonia e ai prigionieri degli IMI nei lager tedeschi, ai sacerdoti che salvarono vite e ai laici. A tutti loro, indistintamente, dobbiamo l’esistenza stessa della Repubblica. E a tutti loro, indistintamente, dobbiamo la fedeltà a quella Carta che è il loro testamento.

Non possiamo permettere che i comunisti italiani, che di quel sacrificio furono la componente più numerosa e che alla Costituente offrirono alcune delle pagine più alte, siano cancellati dalla memoria nazionale. Non possiamo permettere che la Resistenza sia equiparata a ciò che la combatté. Non possiamo permettere che la Costituzione, nata dalla Liberazione, sia stravolta da chi quella Liberazione non riesce neppure a nominare per nome. Difendere la memoria del 25 aprile e difendere l’integrità della Costituzione sono, oggi, una cosa sola. Lo erano per i costituenti che la scrissero. Lo sono per noi che, ottant’anni dopo, abbiamo il dovere di trasmetterla intatta — non immobile, ma intatta nei suoi principi fondamentali — a chi verrà dopo di noi.
La promessa dei padri e delle madri costituenti è ancora là, sospesa sopra di noi: una Repubblica fondata sul lavoro, sull’eguaglianza sostanziale, sul ripudio della guerra, sulla dignità di ogni persona. Realizzarla pienamente, dopo ottant’anni, è il modo più alto in cui possiamo dire grazie a chi è morto perché potessimo provarci.
Buon 25 aprile a tutte e a tutti. Onore ai partigiani e alle partigiane. Viva l’Italia, viva la Repubblica, viva la Costituzione.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
Mario Sommella — blogger e attivista politico
Pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0
mariosommella.wordpress.com

Il sonno della sinistra genera mostri

Mentre la marea nera dilaga sull’Occidente, l’opposizione rinuncia alla giustizia sociale e lascia campo libero ai nuovi fascismi. Il 25 aprile diventa rituale vuoto, se non torna a essere un programma di trasformazione.

Alla vigilia della Festa della Liberazione, mentre le lapidi dei partigiani caduti attendono un fiore e la memoria civile dovrebbe risuonare più forte, a Napoli si riunisce il gran consiglio della galassia nera. CasaPound, Rete dei Patrioti, Veneto Fronte Skinheads, Brescia ai Bresciani: i nuovi apostoli della «remigrazione» si confrontano su un progetto di deportazione di massa a base etnico-razziale, teorizzano un piano di sostituzione dei bianchi, invocano il sangue italiano come confine invalicabile della cittadinanza. Parlano come Julius Evola, si vestono come influencer, ragionano come burocrati del Terzo Reich. Ma nessuno sembra davvero scandalizzato. I quotidiani registrano, qualche editoriale si indigna, un comunicato del centrosinistra scivola nei notiziari del pomeriggio. E poi il silenzio, il rituale del consumo mediatico dell’orrore, l’assuefazione.

Ecco il punto che occorre nominare, perché è il nodo politico e culturale del nostro tempo: non è soltanto la destra nera a spaventare. È il vuoto che la sinistra ha lasciato dietro di sé. È l’opposizione che non oppone. È la democrazia svuotata dall’interno, prima ancora che assediata dall’esterno. Interrogare i nuovi fascismi senza interrogare il fallimento dell’antifascismo istituzionale è un esercizio di ipocrisia che non possiamo più permetterci.

L’internazionale nera e la crisi di un’epoca

L’onda non è italiana. È planetaria. Negli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la propria seconda amministrazione con una raffica di decreti sull’immigrazione che hanno trasformato le strade delle metropoli in terreno di caccia per le squadre della Immigration and Customs Enforcement. Bambini portati via da scuola, famiglie spezzate, centri detentivi che riaprono in Texas e in Arizona, la Guardia Nazionale mobilitata contro manifestanti e università in rivolta. In Germania l’Alternative für Deutschland è ormai il secondo partito del paese, mentre Alice Weidel parla apertamente di remigrazione come politica di Stato. In Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella prepara la scalata all’Eliseo, mentre la rete di Éric Zemmour dà la caccia ai giornalisti critici e ai professori universitari. In Ungheria Viktor Orbán ha trasformato il parlamento in un’assemblea di plastica, il potere giudiziario in un’appendice dell’esecutivo, la stampa in un coro. In Argentina Javier Milei, con la motosega in mano, smonta il sistema pubblico di istruzione e sanità mentre nega i crimini della giunta militare. In Israele il governo Netanyahu porta avanti una guerra di annientamento a Gaza che la Corte internazionale di giustizia ha definito plausibilmente genocidaria, trascinando con sé gli alleati occidentali in una corresponsabilità storica che segnerà per decenni la credibilità morale dell’Europa.

Non si tratta di episodi isolati. Si tratta di un movimento tettonico, di una nuova configurazione del potere globale che Antonio Gramsci, se fosse tra noi, riconoscerebbe come interregno: quello spazio storico in cui il vecchio muore e il nuovo non può ancora nascere, e in cui, scriveva, «si verificano i fenomeni morbosi più svariati». I nuovi fascismi sono precisamente questo: il sintomo morboso di un mondo che ha smarrito la propria direzione, di un capitalismo finanziario incapace di garantire dignità e futuro, di una globalizzazione che ha prodotto disuguaglianze oscene e abbandonato interi territori, intere generazioni, interi popoli sul fondo del barile. Non sono un incidente della storia. Sono la risposta reazionaria a una crisi strutturale, la valvola di sfogo per rabbie sociali reali che la sinistra non ha più saputo rappresentare.

Il budello nero dell’ideologia razzista

Ciò che accade a Napoli non è folklore di provincia. È l’emersione, senza più pudori, del nucleo duro della dottrina suprematista: l’idea che esista una stirpe pura, che il sangue contenga il destino della nazione, che l’altro sia contaminazione. Il linguaggio è aggiornato, ma la grammatica è quella del 1938, delle leggi razziali fasciste, dei manifesti della razza redatti nei ministeri di Mussolini. «Meticcio», «imbastardimento», «identità nazionale da difendere»: queste parole non escono dagli archivi, riemergono dai profili social dei militanti e dai disegni di legge depositati in parlamento da esponenti del centrodestra di governo.

Il paradosso si fa insopportabile quando ministri ed ex ministri della Repubblica avallano, con il loro silenzio o con la loro presenza, simili assemblee. Quando un generale prestato alla politica come Roberto Vannacci dichiara che i giovani nati in Italia da genitori africani non sono assimilabili alla cultura nazionale, e il suo partito lo elegge in Europa con centinaia di migliaia di preferenze. Quando esponenti di primo piano del centrodestra siedono in convegni che parlano apertamente di riconquista della razza italiana senza che la presidente del Consiglio, custode pro tempore delle istituzioni repubblicane, ritenga di pronunciare una sola parola di dissociazione. La normalizzazione del linguaggio razzista è il primo passo di ogni regime autoritario: la pedagogia tossica che prepara il terreno alle politiche repressive successive, che abitua l’opinione pubblica a considerare normale ciò che fino a ieri era inaccettabile, che sposta il confine del dicibile fino a includere nel perimetro democratico quello che la Costituzione esplicitamente esclude.

È qui che dovrebbe levarsi, alta e ferma, la voce dell’antifascismo costituzionale. La nostra Costituzione, scritta nel sangue della Resistenza, riconosce all’articolo 3 l’uguaglianza «senza distinzione di razza». Ripete, nella XII disposizione transitoria, il divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma la Costituzione non si autodifende: ha bisogno di un popolo che la incarni, di istituzioni che la facciano vivere, di una sinistra che la abiti politicamente, non soltanto liturgicamente. E proprio qui si apre la ferita più profonda del nostro presente.

L’assenza dell’opposizione

Cosa fa oggi l’opposizione parlamentare, mentre a Napoli si riuniscono i teorici della deportazione? Produce comunicati. Chiede la dissociazione della premier. Invita i cittadini alle manifestazioni del 25 aprile. Tutto legittimo, tutto necessario, tutto drammaticamente insufficiente. Perché il problema non è soltanto impedire che i nuovi fascisti occupino il potere formale: è privarli del consenso che li nutre. E questo consenso non nasce dal nulla. Nasce nei ceti popolari impoveriti, nella classe operaia tradita, nella piccola borghesia precarizzata, nei territori abbandonati, tra i giovani senza futuro. Nasce lì dove la sinistra, da trent’anni, ha smesso di essere presente.

La verità scomoda, che la sinistra italiana ed europea ancora fatica ad ammettere, è che l’onda nera si nutre delle macerie del compromesso neoliberale. Dal Jobs Act alla Buona Scuola, dai governi Prodi ai gabinetti di Matteo Renzi, l’area progressista ha abbracciato, con varie gradazioni, l’agenda del mercato, della flessibilità, del taglio del welfare, della liberalizzazione. Ha gestito, non trasformato. Ha moderato, non combattuto. Ha accompagnato la precarizzazione del lavoro invece di opporvisi. Ha assistito al trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza tentare la ricomposizione. Ha seppellito il lessico del conflitto di classe sotto il mantra della governabilità e della responsabilità europea. E quando le classi popolari hanno cercato una rappresentanza al proprio disagio, hanno trovato soltanto la destra ad ascoltarle, con le sue risposte reazionarie, false, velenose, ma emotivamente presenti, pronte a indicare nel migrante, nel povero, nel diverso il responsabile di un impoverimento che invece ha altre cause, perfettamente identificabili nei bilanci delle grandi imprese e nei rapporti Oxfam sulla concentrazione della ricchezza.

I dati parlano un linguaggio inequivocabile. In Italia l’affluenza alle urne scende a ogni tornata, con il deserto elettorale che copre soprattutto le periferie metropolitane e il Mezzogiorno. Chi non vota non è un cittadino ingrato: è un cittadino deluso, tradito, che percepisce la politica come un affare altrui. La sinistra, che un tempo era il partito dei senza partito, oggi rappresenta prevalentemente i ceti medi istruiti delle grandi città, mentre i quartieri operai e le campagne scivolano a destra o nell’astensione. Persino la recente vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con il suo cinquantaquattro per cento e il sorprendente cinquantanove per cento di affluenza, ha mostrato che la mobilitazione civile esiste ancora. Ma quella mobilitazione si è consumata in una battaglia difensiva, non ha prodotto un progetto politico alternativo, non ha spostato gli equilibri materiali del paese. Questa è la voragine che la retorica antifascista, da sola, non può colmare.

L’antifascismo come questione sociale

L’antifascismo dei partigiani non era una postura morale: era un progetto di trasformazione sociale. Quando Giorgio Marincola, italo-somalo medaglia d’oro della Resistenza, rispondeva ai suoi torturatori delle SS che patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo, non pronunciava una formula retorica. Stava dicendo che la sola patria degna era quella dell’uguaglianza, del lavoro, dei diritti, della pace. Quando Tina Anselmi, partigiana e poi prima ministra della Repubblica, affermava che la democrazia è giustizia, rispetto della dignità umana, tranquillità per i vecchi e speranza per i figli, descriveva un programma politico preciso, non un’invocazione etica generica.

È questo lo scarto culturale che manca all’opposizione odierna. Contrastare il fascismo significa costruire le condizioni materiali che lo rendono impossibile. Significa politiche concrete, misurabili, radicali. E significa avere il coraggio di nominare, uno a uno, i terreni su cui quella battaglia si gioca davvero.

Sanità pubblica: la prima trincea

Il Servizio sanitario nazionale, fiore all’occhiello della Repubblica e conquista della stagione riformatrice del Novecento, è stato definanziato per decenni e oggi mostra ferite drammatiche: liste d’attesa di mesi per esami oncologici, migrazione sanitaria dal Sud al Nord, morti evitabili nei pronto soccorso intasati, medici e infermieri in fuga verso la Svizzera o il settore privato, studi di medicina generale chiusi per mancanza di medici di famiglia. Circa dieci miliardi di euro all’anno in meno rispetto alla media europea, mentre il governo Meloni annuncia aumenti massicci della spesa militare per adeguarsi ai desiderata della NATO, con l’obiettivo del due per cento del Pil e l’ipotesi di spingersi ancora oltre. È così che si seppellisce la Repubblica: sottraendole le istituzioni che la rendono abitabile per chi non ha patrimoni, dirottando risorse verso il riarmo mentre le cittadine partoriscono in corridoi d’ospedale e gli anziani muoiono in attesa di un’ecografia. Un’opposizione degna di questo nome dovrebbe fare della sanità la propria battaglia quotidiana, non solo nei convegni, ma nei territori, accanto ai comitati per la difesa degli ospedali, con una proposta chiara di ripubblicizzazione e rifinanziamento.

Scuola, università, cultura: il perimetro della democrazia

La scuola italiana è la più grande agenzia di costruzione di cittadinanza democratica, e proprio per questo la destra la detesta e la sabota. Dirigenti umiliati, stipendi tra i più bassi d’Europa, dispersione scolastica al dodici per cento con punte del venti per cento nel Mezzogiorno, università trasformate in azienducole ossessionate dagli indici bibliometrici, ricercatori precarizzati a vita, dottorandi sottopagati, personale tecnico dimezzato. La riforma Valditara sulle competenze non tecniche e il taglio degli insegnamenti di storia e geografia non sono errori: sono scelte coerenti con un disegno che vuole produrre lavoratori docili, non cittadini critici. Senza un massiccio investimento pubblico sulla scuola, sulla formazione permanente, sulla cultura diffusa, non c’è anticorpo possibile contro il virus xenofobo. Gli studenti che non leggono, che non discutono, che non conoscono la storia del Novecento e il volto reale del fascismo, saranno il pubblico naturale della prossima demagogia. L’antifascismo si trasmette tra banchi di scuola, in biblioteche pubbliche, in cinema di quartiere, in laboratori teatrali, non soltanto nei cortei del 25 aprile.

Salario, lavoro, casa: la materia prima della libertà

I salari italiani sono gli unici, nell’intera Unione europea, a essere diminuiti in termini reali negli ultimi trent’anni. Sette milioni di lavoratori sotto la soglia dei nove euro lordi all’ora, contratti collettivi scaduti da anni, appalti al massimo ribasso, morti sul lavoro a una media vicina alle tre unità al giorno. Il governo rifiuta il salario minimo legale, i padronati si oppongono al rinnovo dei contratti, la riforma fiscale premia le rendite e tassa i redditi da lavoro. L’operaio, il rider, la badante, la commessa, il magazziniere, il bracciante: sono loro la prima linea che il fascismo cerca di arruolare, promettendo nemici fittizi al posto di salari reali. Restituire salario, restituire diritti, restituire tempo di vita significa togliere terreno ai demagoghi. E non è un caso che proprio su questo fronte la sinistra istituzionale continui a balbettare, oscillando tra timide proposte di salario minimo e improvvisi cedimenti alle esigenze delle associazioni datoriali.

A completare il quadro, il diritto all’abitare. In un paese dove il canone medio assorbe quasi metà dello stipendio di un giovane, dove gli sfratti per morosità incolpevole si moltiplicano, dove l’edilizia residenziale pubblica è stata ridotta quasi a zero da decenni di politiche liberiste, parlare di democrazia è una beffa. Il diritto alla casa, presente nella Costituzione fra i doveri della Repubblica, è stato smantellato in nome della rendita immobiliare e della finanziarizzazione del mattone. E il disagio abitativo è il carburante della rabbia contro chi viene percepito come concorrente: l’immigrato, il rifugiato, il meticcio. Chi non costruisce case popolari, non argina la bolla degli affitti brevi, non tassa la seconda casa sfitta, non ha titolo per pronunciare invocazioni antifasciste il 25 aprile.

Pace: la cifra internazionalista dell’antifascismo

Non si costruisce un’opposizione credibile al fascismo partecipando, con qualche balbettio più o meno critico, al riarmo europeo e alla complicità con il massacro di Gaza. L’antifascismo del Novecento era internazionalista: solidarizzava con i popoli oppressi, denunciava il colonialismo, cercava la pace come frutto della giustizia. L’antifascismo di oggi, se vuole essere credibile, deve riconoscere che la guerra è il laboratorio dei fascismi, che il culto della nazione armata è il primo passo verso il disprezzo dell’umanità altrui, che il sostegno incondizionato a un governo come quello di Netanyahu è incompatibile con i valori della Resistenza. Non si onora la memoria di chi morì per la libertà inviando armi a governi che bombardano ospedali e scuole, firmando memorandum di cooperazione militare con apparati sotto inchiesta internazionale per crimini di guerra, convertendo la spesa pubblica in spesa bellica mentre le famiglie italiane faticano a fare la spesa. La pace non è un’ingenuità pacifista: è la condizione di possibilità stessa della democrazia sociale. Un’opposizione che tace su Gaza, che avalla il riarmo senza dibattito, che si accoda supinamente alle scelte della NATO, ha già perso la propria funzione storica.

La responsabilità delle forze di opposizione

Le forze di opposizione, dal Partito Democratico al Movimento Cinque Stelle, dall’Alleanza Verdi e Sinistra alle reti civiche e popolari che ancora resistono nei territori, devono interrogarsi senza anestesie. Stanno costruendo un’alternativa reale, o si limitano a gestire la propria sopravvivenza elettorale? Stanno parlando ai ceti popolari con il linguaggio dei loro bisogni, o continuano a rivolgersi alle proprie bolle sociali con argomenti autoreferenziali? Hanno il coraggio di rompere con il paradigma neoliberale che ha prodotto questa crisi, o pensano di poterla cavalcare con ritocchi di tonalità e qualche slogan verde? La risposta non può più essere rinviata. Il tempo del dibattito congressuale permanente è scaduto. Ogni giorno perduto in schermaglie interne è un giorno regalato alla destra neofascista, un’ulteriore spallata al corpo democratico del paese.

I nuovi fascismi non si sconfiggono nelle piazze ornate di bandiere il 25 aprile, pur necessarie, se le politiche quotidiane di quella stessa area politica ignorano la sanità pubblica, tollerano la precarietà, accompagnano il riarmo, tacciono su Gaza, non investono sulla scuola, non tassano i patrimoni, non costruiscono alloggi popolari, non affrontano la crisi climatica con una transizione ecologica giusta. La memoria antifascista non è una bandiera da issare nelle ricorrenze: è un programma politico da attuare ogni giorno. E il fatto che esperienze come Volere la Luna, Azione Civile, il Fronte Costituzionale e Popolare, le reti sociali e sindacali di base continuino a elaborare proposte concrete mentre i partiti tradizionali restano avvitati sui propri riti interni, dice qualcosa di profondo sullo stato di salute della rappresentanza politica in Italia.

Il dovere della memoria, il compito del presente

Le democrazie muoiono nel silenzio, hanno scritto Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, non nel frastuono dei colpi di Stato: muoiono per erosione, per consuetudine, per indifferenza, per la lenta anestesia dei corpi sociali. L’Italia di oggi è un paese che ha ancora tutti gli anticorpi per resistere, perché porta nel proprio tessuto costituzionale la traccia indelebile della Resistenza. Ma quegli anticorpi vanno riattivati politicamente, non soltanto celebrati ritualmente.

C’è un passaggio di Tina Anselmi che vale più di ogni proclama. Diceva che la politica non è il potere a qualunque prezzo. In quella frase c’è tutto ciò che la sinistra ha dimenticato. Il potere senza progetto è gestione, non trasformazione. Il potere senza giustizia è complicità, non opposizione. Il potere senza pace è corresponsabilità, non alternativa. Giorgio Marincola scelse di morire per una patria che non era un colore sulla carta geografica, ma una cultura di libertà. Quella patria oggi ci chiede di non arrenderci. Ci chiede una sinistra che ricominci a parlare la lingua dei lavoratori, dei giovani disoccupati, delle donne sfruttate, dei migranti sfruttati, degli anziani soli, degli studenti senza futuro. Una sinistra che torni nelle periferie, nelle fabbriche, nei quartieri popolari, nei paesi spopolati dell’entroterra, nelle case di riposo, negli ospedali assediati. Una sinistra che smetta di chiedere voti e ricominci a costruire coscienza.

Solo allora l’antifascismo tornerà a essere ciò che fu nel 1945: non una formula rituale, ma un progetto di liberazione collettiva. Solo allora i convegni sulla remigrazione perderanno il loro pubblico, perché le classi popolari non avranno più bisogno di capri espiatori per spiegarsi la propria rabbia. Solo allora la Costituzione smetterà di essere un oggetto da commemorare e tornerà a essere un programma da realizzare. Il 25 aprile non è una nostalgia. È un dovere. Ma è un dovere che si onora costruendo, ogni giorno, quella giustizia sociale senza la quale la libertà è un lusso per pochi, la sicurezza un’illusione per i ricchi, la democrazia una cerimonia vuota. In gioco non c’è soltanto la memoria. In gioco c’è il futuro del nostro paese, e la possibilità stessa che un’idea di civiltà resista ancora, in questa Europa che sembra aver smarrito la propria anima.

Fonti e riferimenti

· Fondazione Gimbe, Rapporto annuale sul Servizio Sanitario Nazionale, 2025.
· Istat, Rapporto annuale sulla situazione del paese, 2025.
· Osservatorio Inps e Inapp, dati su salari reali e contratti collettivi, 2025.
· Openpolis, Osservatorio sulla spesa militare italiana e sugli impegni NATO.
· Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 26 gennaio 2024 nel caso Sudafrica contro Israele.
· Oxfam, Rapporto sulla disuguaglianza globale, 2025.
· Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino.
· Tina Anselmi, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer.
· Carlo Costa, Lorenzo Teodonio, Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola, Iacobelli editore.
· Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Come muoiono le democrazie, Laterza.
· Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0 ·

La paura fatta legge

Il Decreto Sicurezza, lo schiaffo al Quirinale e l’Italia che muore lontano dai riflettori

C’è un’immagine che più di tante analisi restituisce lo stato della nostra Repubblica in queste ore: quella di un sottosegretario che sale al Quirinale a tarda sera, mentre in commissione alla Camera si consuma l’ennesimo strappo istituzionale, per spiegare al Capo dello Stato come sia stato possibile infilare, in un decreto chiamato Sicurezza, una norma che premia economicamente gli avvocati che convincono i propri assistiti migranti a rinunciare alla difesa e ad accettare il rimpatrio. Non è una caricatura polemica, non è lo spunto di un editoriale: è la cronaca del 21 aprile 2026, del decreto-legge 23 del 24 febbraio scorso, approvato dal Senato venerdì 17 aprile e ora in corsa contro il tempo verso la scadenza di sabato 25, pena la decadenza. È la cronaca di un Paese che ha smarrito la bussola, che ha confuso l’ordine pubblico con l’ordine di scuderia, e che trasforma la Costituzione in un fastidioso cavillo da aggirare con l’urgenza della fiducia.

La vicenda dell’articolo 30-bis è l’ultima increspatura di una deriva dal respiro lungo. Ma racconta, con precisione chirurgica, chi governa oggi l’Italia, contro chi governa, e soprattutto di chi ha deciso di non occuparsi. Perché mentre a Montecitorio si combatte per difendere un premio di seicentoquindici euro destinato a legali trasformati in ufficiali di frontiera, altrove nel Paese continuano a morire persone. Muoiono sul lavoro, muoiono aspettando una risonanza magnetica, muoiono nel silenzio delle liste d’attesa, degli appalti al ribasso, dei cantieri senza controlli. Di loro, nel decreto, non c’è traccia. Di loro, nella narrazione governativa, non c’è mai traccia.

Anatomia di uno strappo

Ricostruire la cronologia serve a smontare la favola della fermezza. Il nuovo decreto Sicurezza nasce a inizio febbraio, subito dopo gli scontri di Torino legati alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna e alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto minori armati di coltello a La Spezia e in provincia di Frosinone. La cornice emergenziale è servita su un piatto d’argento: un altro decreto-legge, il quarto o quinto della stessa materia varato dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, e anche stavolta con la finalità politica di cavalcare l’onda emotiva e di offrire un tassello comunicativo a ridosso del referendum costituzionale sulla magistratura. Le norme sono entrate in vigore il 25 febbraio, il conto alla rovescia per la conversione si è fermato a sessanta giorni, e la maggioranza si è presentata alla scadenza con il testo ancora pieno di crepe giuridiche segnalate da Consiglio superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense, Camere penali e costituzionalisti. Il precedente era già stato scritto: nell’aprile 2025 il governo aveva trasformato in decreto-legge un disegno di legge arenato in Parlamento da un anno e mezzo, comprimendo il dibattito e imponendo le stesse scadenze forzate. Una catena, non un incidente.

Dentro il testo del 2026, al Senato, qualcuno infila un emendamento che prevede un compenso per gli avvocati che accompagnano i migranti nel rimpatrio volontario, e solo se il rimpatrio va a buon fine. In altre parole, si chiede al difensore di operare contro l’interesse del proprio assistito, capovolgendo millenni di etica forense in un colpo solo. Il Consiglio nazionale forense e le Camere penali insorgono. Il Capo dello Stato chiama al Quirinale il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e gli comunica una cosa molto semplice: così non firmo. La maggioranza, invece di prendere atto, prova a guadagnare tempo, ipotizza ordini del giorno attuativi, poi un correttivo lampo, poi un decreto successivo per rimediare al decreto appena approvato. Un cortocircuito istituzionale che il Comitato per la Legislazione della Camera stigmatizza all’unanimità, ricordando all’esecutivo che non si può continuare a deliberare leggi all’ultimo secondo, nelle pieghe delle conversioni fatte con la fiducia.

La reazione leghista è il dettaglio che illumina l’intero quadro. Il sottosegretario Nicola Molteni, in commissione, pronuncia parole studiate per arrivare direttamente al Colle: l’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza, presentato apertamente, non è il frutto di una manina notturna. Traduzione: cosa avete da ridire, presidente? Il deputato Gianangelo Bof va oltre, accusando velatamente il Quirinale di aver fatto trapelare alla stampa le proprie perplessità. È il momento in cui la Lega decide di trattare il garante della Costituzione come un avversario politico, non come un’istituzione terza. Un precedente che pesa, e che si somma a una collana ormai lunga di insofferenze verso qualunque contropotere. Il nuovo Decreto Sicurezza, letto con questi occhi, non è soltanto un provvedimento repressivo: è un test di resistenza degli argini costituzionali. E gli argini, in diversi punti, stanno cedendo.

Cosa c’è davvero dentro quel decreto

Dietro la cortina fumogena dell’articolo 30-bis, il decreto-legge 23 del 2026 è un manifesto politico in piena regola. Si articola in quattro capi e trentadue articoli e interviene simultaneamente su armi, ordine pubblico, aree urbane, immigrazione, penitenziario e reclutamento delle forze di polizia. Introduce il cosiddetto fermo preventivo, ovvero l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia fino a dodici ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando vi siano elementi concreti di rischio per il pacifico svolgimento delle stesse: una formulazione talmente elastica che lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha segnalato il pericolo di lasciare margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia e di fondare la prevenzione del crimine su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto. Il Capo dello Stato, nella fase di stesura, aveva già espresso dubbi di costituzionalità su questa misura, poi soltanto attenuata, non rimossa.

Si aggiungono le perquisizioni immediate sul posto in contesti di manifestazione o in luoghi ad alto afflusso, l’estensione dell’arresto in flagranza differita fino a quarantotto ore sulla base di documentazione videofotografica, una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo che renda difficoltosa l’identificazione durante le pubbliche riunioni, e la possibilità per il prefetto di individuare zone a vigilanza rafforzata nelle quali disporre allontanamenti e divieti di accesso per soggetti ritenuti pericolosi. Viene introdotto un divieto di partecipazione a pubbliche riunioni che può arrivare fino a dieci anni nei casi più gravi. La polizia penitenziaria vede ampliati i propri poteri investigativi, con la possibilità di condurre operazioni sotto copertura per reati commessi negli istituti di detenzione, luoghi il cui stato di cronica violazione della dignità umana è documentato da ogni rapporto del Garante delle persone private della libertà. Sul fronte dei minori, viene ampliata la lista dei coltelli vietati, estesa la sanzione penale ai venditori anche online, e introdotta una responsabilità pecuniaria diretta per i genitori o per chi esercita la responsabilità genitoriale.

L’obiettivo politico è trasparente. Costruire un nemico visibile e sostituibile, il migrante, l’attivista, il manifestante, il detenuto, il ragazzino di periferia, per distogliere lo sguardo da ciò che il nemico non è ma dovrebbe essere: la vera insicurezza materiale dei cittadini italiani. Quella che non si misura in percezione, ma in cifre, in vite, in ospedali che chiudono e cantieri senza controlli. L’impianto complessivo, denunciano le Camere penali e decine di giuristi, è quello di un diritto penale d’autore, non del fatto: si colpisce chi si è, non ciò che si fa. È la grammatica autoritaria di un governo che, ventata emotiva dopo ventata emotiva, costruisce pezzo dopo pezzo il suo codice parallelo della paura.

L’insicurezza vera: morire di lavoro nell’Italia del 2026

Mentre la maggioranza consuma la sua crisi di nervi sull’articolo 30-bis, l’INAIL ha chiuso i conti del 2025. Millenovantatré persone hanno perso la vita sul lavoro o nel tragitto verso il lavoro: settecentonovantadue sui luoghi di servizio, duecentonovantatré in itinere, otto studenti. Tre morti al giorno, festivi compresi. Una strage silenziosa, stabile da anni, che nessun decreto d’urgenza è mai stato convocato ad affrontare. Le costruzioni restano il cimitero a cielo aperto del nostro modello produttivo, con centoquarantotto vittime. Seguono le attività manifatturiere con centodiciassette decessi e il comparto trasporti e magazzinaggio con centodieci. Un lavoratore straniero ha un rischio di morte in occasione di lavoro più che doppio rispetto a un italiano: quarantanove casi e sette decimi per milione di occupati contro ventuno. Sono i volti invisibili del capitalismo italiano, quelli che puliscono i nostri centri commerciali di notte, che scaricano i pacchi dei nostri acquisti online, che tirano su le palazzine delle nostre periferie e cadono dalle impalcature dimenticate da un sistema di ispezioni azzerato per decenni di tagli.

Questa è la sicurezza di cui questo Paese avrebbe bisogno. Una sicurezza che non si scriva con i manganelli e con le manette, ma con le ispezioni ai cantieri, con la formazione obbligatoria, con la responsabilità penale degli appaltatori che scaricano il rischio a cascata sugli ultimi della catena. Una sicurezza che prenda di petto la piaga del subappalto selvaggio, del lavoro nero, degli appalti al massimo ribasso, dei caporali che ancora governano interi comparti dell’agricoltura e della logistica. Di tutto questo, nel decreto-legge 23 del 2026, non c’è una virgola. Perché l’elettore del centrodestra, nella narrazione di palazzo, deve avere paura del povero cristiano sbarcato a Lampedusa, non del padrone che gli taglia l’imbracatura per risparmiare trenta euro. Eppure il secondo uccide molto più del primo. E uccide ogni santo giorno.

La sanità negata e la scuola dimenticata

Ai morti del lavoro si sommano i morti della sanità che non c’è. Nel 2024, secondo i dati dell’Istat diffusi nel corso del 2025, il nove virgola nove per cento degli italiani ha rinunciato a curarsi. Uno su dieci. Il sei virgola otto per cento lo ha fatto per le liste d’attesa, una quota più che raddoppiata rispetto al due virgola otto per cento del 2019. Dietro quei numeri ci sono tumori diagnosticati tardi, patologie cardiache non monitorate, anziani che non arrivano alla visita specialistica, donne che rinunciano allo screening mammografico perché una visita privata costa come una settimana di spesa alimentare. La legge di bilancio 2026 stanzia due virgola quattro miliardi aggiuntivi al Fondo Sanitario Nazionale, cifra che il governo presenta come storica ma che, in rapporto al PIL e all’inflazione, equivale a una sostanziale continuità con quindici anni di definanziamento della sanità pubblica. Lo dicono con parole nette la Fondazione GIMBE, che parla di scelte in continuità con il progressivo arretramento del servizio pubblico, e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che nel focus di questa primavera ha documentato la riduzione reale della spesa sanitaria pubblica rispetto al 2010.

Il dato più inquietante è un altro, e racconta il progetto di sistema in filigrana. Nella manovra 2026, gli acquisti di prestazioni dal settore privato passano da centocinquanta a duecentoquarantasei milioni di euro, con un incremento di quasi il sessantacinque per cento. È la traduzione contabile di una strategia politica precisa: non rafforzare il pubblico, ma canalizzare risorse pubbliche verso strutture accreditate private, costruendo passo dopo passo un sistema a doppio binario dove chi può paga e si cura, chi non può aspetta e, talvolta, non arriva a guarire. La sanità come mercato, il diritto alla salute ridotto a servizio premium. È la pietra tombale dell’articolo 32 della Costituzione, posata silenziosamente con la scusa dell’efficienza.

La scuola vive un destino parallelo. Classi sovraffollate dove si dovrebbero fare percorsi individuali, edifici ancora inadeguati cinquant’anni dopo il terremoto dell’Irpinia, precariato strutturale che avvelena la qualità della didattica, dispersione scolastica che resta tra le più alte d’Europa nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Eppure il governo trova tempo, energie e norme per inseguire i telefoni dei ragazzini in aula, per inasprire le sanzioni disciplinari, per introdurre il voto di condotta come leva punitiva. Non per investire sulla formazione degli insegnanti, non per ridurre il numero di alunni per classe, non per garantire il tempo pieno a tutti, non per ripensare l’alternanza scuola-lavoro dopo gli otto studenti morti sul lavoro nel solo 2025. La sicurezza, di nuovo, non è mai quella che conta.

Il cortocircuito della bussola

La definizione più onesta del governo in carica è questa: è un esecutivo che ha perso la bussola, perché ha deciso deliberatamente di tenerla puntata verso un orizzonte che non è quello del Paese reale. La bussola di Palazzo Chigi indica un luogo ideologico, non un bisogno concreto: lì ci sono i migranti da respingere, i magistrati da ridimensionare, i giornalisti da querelare, i centri sociali da sgomberare, le occupazioni da criminalizzare. Da quell’altra parte, invisibile nelle conferenze stampa, ci sono gli operai delle raffinerie siciliane, i braccianti della Piana di Gioia Tauro, le infermiere degli ospedali lombardi dimissionarie in massa, i pendolari delle linee secondarie dismesse, gli inquilini in arretrato per il caro-affitti delle città universitarie, gli studenti fuorisede che scelgono se cenare o stampare la tesi. Persone intere, non categorie, per le quali questo governo non ha prodotto un solo provvedimento degno di memoria.

La cifra stilistica è quella della distrazione di massa. Ogni volta che un dato economico, sanitario o sociale minaccia di bucare la bolla mediatica, parte la contromanovra: un’uscita sull’immigrazione, una polemica con la Francia, un tweet sul generale di turno, un’intervista sul presunto piano di sostituzione etnica. Il ciclo funziona, purtroppo. Funziona perché ha dietro una macchina di comunicazione istituzionale, un ecosistema di testate amiche, un accesso privilegiato ai talk-show dove la dialettica è ormai una messinscena stanca. Ma funziona soprattutto perché l’opposizione stenta ancora a riorganizzarsi su un terreno che non sia quello della reazione quotidiana. Serve un’agenda, serve un racconto, serve una narrazione alternativa che parta esattamente da lì: dai morti sul lavoro, dalle liste d’attesa, dalle scuole fatiscenti, dai salari fermi al 1990 e dai contratti rinnovati a cinque anni di distanza dalla scadenza.

La democrazia come manutenzione quotidiana

Lo schiaffo al Quirinale, la fuga in avanti della Lega, il disprezzo per le forme parlamentari, l’uso disinvolto della fiducia sono tessere di un mosaico più ampio. Lo stesso mosaico dentro cui si collocano la riforma costituzionale in discussione, il premierato con annessa legge elettorale ribattezzata dai critici come il nuovo sistema maggioritario senza contrappesi, e l’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese in ventuno sistemi sanitari, scolastici, infrastrutturali diversi. Il filo rosso è uno solo: concentrare il potere, disarticolare i controlli, trasformare la democrazia in una procedura di ratifica e il popolo in un elettorato periodicamente chiamato a benedire scelte prese altrove. Quando un presidente della Repubblica è costretto a negoziare in piena notte la tenuta di una norma con un sottosegretario, siamo già oltre la fisiologia costituzionale.

La risposta non può essere soltanto difensiva. Non basta resistere; bisogna ricostruire. Bisogna dire, con una voce che superi il chiacchiericcio degli scranni, che la sicurezza vera si misura nel numero di cittadini che hanno un lavoro dignitoso e ci tornano vivi la sera, nel numero di pazienti che ottengono una diagnosi prima che sia troppo tardi, nel numero di studenti che completano il percorso formativo senza abbandonare lungo la strada, nel numero di anziani che non devono scegliere tra medicine e bollette. La sicurezza vera è il welfare. La sicurezza vera è la manutenzione del patto sociale. La sicurezza vera è una Costituzione viva, non una reliquia da esibire nei convegni e aggirare nei decreti.

Quando un governo punisce chi protesta nei CPR ma non ispeziona il cantiere dove il sabato successivo crolla un solaio, quando incentiva gli avvocati a convincere i propri clienti a partire ma taglia i fondi per i consultori, quando introduce il reato di blocco stradale ma non stanzia un euro in più per l’edilizia scolastica, quel governo ha già comunicato la sua gerarchia di valori. Il compito di chi ancora crede nella Costituzione, dei partiti di opposizione, delle associazioni, dei sindacati, dei giornalisti onesti, degli attivisti, dei cittadini semplicemente stanchi, è rendere quella gerarchia visibile, dirlo ad alta voce, ripeterlo nelle piazze, nei giornali, nei consigli comunali, ovunque ci sia un’orecchia disposta ad ascoltare. Perché la democrazia non è uno stato; è un esercizio quotidiano. E oggi, in Italia, è un esercizio che comincia da una domanda elementare: di chi è la sicurezza di cui parliamo? Di chi governa, o di chi è governato?

La risposta, come sempre, sta nei fatti. E i fatti, in questo aprile 2026, parlano di un Paese che muore sui ponteggi e aspetta mesi per una visita medica, mentre il suo governo scrive decreti contro chi è arrivato con un barcone e contro chi scende in piazza. C’è ancora tempo per cambiare questa storia. Ma solo se qualcuno, là fuori, decide di raccontarla diversamente.

Fonti

Liana Milella, Giacomo Salvini, Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale, Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026.
Il Mattino, Decreto sicurezza, stop di Mattarella su norma rimpatri: corsa contro il tempo per modificare il testo, aprile 2026.
Il Messaggero, Decreto sicurezza, no di Mattarella ai premi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio, aprile 2026.
Quotidiano Nazionale, Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati, aprile 2026.
Il Post, I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza, 17 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, Decreto Sicurezza approvato al Senato, opposizioni protestano contro il governo Meloni, 17 aprile 2026.
Pagella Politica, Che cosa c’è nella nuova stretta del governo sulla sicurezza, febbraio 2026.
Sistema Penale, Il testo del disegno di legge A.C. 2886 di conversione del DL 23/2026 con gli emendamenti approvati dal Senato, aprile 2026.
Senato della Repubblica, scheda del disegno di legge S. 1818 — conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23.
Il Manifesto, Tutti i decreti sicurezza della maggioranza, febbraio 2026.
INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dati aggiornati al 31 dicembre 2025, Roma 2026.
Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, Rapporto nazionale infortuni mortali, gennaio-dicembre 2025.
Ansa, Inail, 792 morti sul lavoro nel 2025, in calo sul 2024, 3 febbraio 2026.
Fondazione GIMBE, Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale 2025 e analisi della Legge di Bilancio 2026.
ISTAT, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia, anno 2024.
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2026 Pubblico e privato nella sanità in Italia.
CGIL, Legge di Bilancio 2026 e Servizio Sanitario Nazionale: la verità dei numeri, novembre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, L’evoluzione dei finanziamenti alla sanità in Italia.
Consiglio Superiore della Magistratura, parere sul decreto-legge 23/2026 in materia di fermo preventivo e misure di prevenzione, 2026.
Consiglio Nazionale Forense e Unione Camere Penali Italiane, Osservazioni sull’articolo 30-bis del DL 23/2026.
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Rapporti sulle visite nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
© Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0

Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia

I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata

Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.

Il paradigma della legge truffa

Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.

Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria. La mobilitazione lanciata in questi giorni richiama alla memoria le grandi battaglie costituzionali del dopoguerra, ed è condotta nella piena consapevolezza che oggi, come allora, in gioco non è una questione procedurale ma la natura stessa della democrazia parlamentare sancita dalla Carta del 1948. La parola «truffa», nel vocabolario dei costituzionalisti italiani, non è un’iperbole polemica: è una categoria storica precisa, che designa quei dispositivi normativi attraverso cui il potere tenta di preservarsi bypassando il libero esercizio della sovranità popolare.

Il meccanismo: premio abnorme, parlamento addomesticato

L’articolazione del testo incardinato alla Camera rivela con chiarezza la filosofia che la muove. Alla lista o alla coalizione vincente, anche per un margine risicato, verrebbe assegnato un bonus di settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a Palazzo Madama. Numeri che non servono a garantire la governabilità — feticcio invocato a ogni stagione per giustificare ogni forzatura — ma a produrre un’alterazione radicale della proporzione fra voti ricevuti e poltrone ottenute. Un partito o una coalizione che raccogliesse un sostegno appena superiore al trentacinque per cento potrebbe ritrovarsi, grazie all’effetto moltiplicatore del premio, a gestire la metà abbondante dell’assemblea. È la fine di qualunque corrispondenza fra numero di voti e numero di seggi, il principio fondativo di ogni rappresentanza democratica.

Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente del Comitato Giusto Dire No durante il referendum di marzo, ha sintetizzato il vizio di fondo con chirurgica precisione: l’elettore non ha alcun ruolo nella selezione di quei settanta. Sono i partiti a decidere chi occuperà i seggi aggiuntivi, attraverso listini bloccati che riproducono lo schema già più volte bocciato dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Il cittadino è chiamato a ratificare una scelta compiuta a monte nelle stanze delle segreterie di partito. Vota, ma non sceglie. Assume un ruolo cerimoniale, quello di certificare con la matita copiativa decisioni già prese altrove. La Costituzione, all’articolo 67, vuole parlamentari liberi da vincoli di mandato perché eletti direttamente dal popolo; il Melonellum li vuole invece debitori delle nomenklature di partito, incapsulati in una catena di obblighi che rende vana ogni pretesa di autonomia.

La deriva dei tre quinti: anticamera dell’autocrazia

Il punto più inquietante della manovra riguarda la soglia dei tre quinti del Parlamento. Con il Melonellum, una coalizione vincente anche di pochissimo potrebbe raggiungere circa duecentotrenta deputati, a un soffio da quella quota aritmetica. E i tre quinti non sono un numero magico o un’astrazione accademica: sono la soglia che, in Italia, consente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio e di condizionare imodo decisivo la nomina dei giudici della Corte costituzionale di quota parlamentare. Tradotto: chi controlla i tre quinti controlla gli equilibri istituzionali dell’intero Paese.

Può scegliere il Capo dello Stato senza necessità di convergenza con le opposizioni, può plasmare la Consulta secondo le proprie inclinazioni ideologiche, può — nel medio periodo — orientare l’interpretazione stessa della Costituzione attraverso le sentenze dei giudici che ha contribuito a designare. È il percorso silenzioso attraverso cui una democrazia parlamentare può mutare fisionomia senza che sia necessario abolire formalmente nulla. Non servono proclami, non serve un Ventitré marzo rovesciato: basta un lento, paziente lavoro di erosione dei contrappesi, un’operazione di ingegneria istituzionale che modifichi le regole del gioco fino a rendere strutturalmente impossibile la sconfitta di chi governa. Villone usa una parola che non andrebbe sottovalutata e che merita di essere pronunciata per quello che è: autocrazia. Non si tratta di iperbole polemica, ma della descrizione tecnica di un sistema in cui il potere esecutivo, grazie a un dispositivo elettorale distorto, finisce per controllare anche i contrappesi pensati per limitarlo.

Il voto estero, laboratorio della manipolazione

Accanto al corpo principale della riforma, il governo ha già consumato nei giorni scorsi un’operazione che chiarisce il metodo e l’obiettivo: la riscrittura delle regole per il voto degli italiani residenti all’estero. Nelle ultime elezioni politiche, su dodici eletti nella circoscrizione Europa, sette erano del Partito democratico e uno del Movimento 5 Stelle, successivamente transitato ad Azione. Un dato scomodo per la maggioranza, che in Europa — dove risiedono le comunità italiane più integrate, più informate e culturalmente più esposte al dibattito democratico continentale — non riesce a sfondare. Le nuove generazioni di emigranti italiani, fuggite dalla precarietà cronica del mercato del lavoro interno, votano tendenzialmente a sinistra o verso forze progressiste. Un fenomeno che il governo intende semplicemente cancellare dalla statistica.

La risposta è stata chirurgica: alterare i confini dei collegi esteri per annacquare il peso delle zone sfavorevoli e sovrarappresentare quelle dove il voto pende a destra. Il deputato Toni Ricciardi del Partito democratico, eletto proprio nel collegio Europa, ha denunciato apertamente l’operazione, mentre Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi e Sinistra ha fornito un dato eloquente: nel recente referendum costituzionale, in Sud America il Sì ha raccolto oltre il settanta per cento dei consensi, con picchi dell’ottantasette per cento in Venezuela, mentre in Europa ha prevalso nettamente il No. Ridisegnare i collegi per far pesare di più i voti delle zone favorevoli significa una cosa sola: piegare la geografia elettorale all’esigenza del vincitore. È la logica del gerrymandering americano traslata nel contesto italiano, un’operazione che negli Stati Uniti ha progressivamente svuotato di senso il principio una persona, un voto, producendo distorsioni sistemiche nella rappresentanza federale.

La catena spezzata: da Porcellum a Melonellum

L’ingegneria elettorale truffaldina non è un’invenzione della Meloni. È il prodotto di una sedimentazione ventennale che attraversa la storia della cosiddetta seconda Repubblica e si prolunga fino all’attuale stagione. Il Porcellum, architettato nel 2005 da Roberto Calderoli per blindare il potere di Silvio Berlusconi, fu dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte con la sentenza numero uno del 2014 proprio per il meccanismo del premio abnorme e dei listini interamente bloccati. L’Italicum renziano, approvato con il voto di fiducia e al centro del compromesso politico culminato nel referendum costituzionale del dicembre 2016, rilanciò la stessa logica attraverso il ballottaggio a due turni fra le liste più votate: bocciato anch’esso dalla Consulta con la sentenza trentacinque del 2017. Il Rosatellum, costruito sotto il governo Gentiloni con una maggioranza trasversale che includeva il Partito democratico e ampi settori del centrodestra, sopravvisse ai ricorsi ma confermò l’impianto delle candidature multiple e dei collegi uninominali di fatto blindati attraverso la compensazione proporzionale.

Sergio Bagnasco, che con il compianto Felice Carlo Besostri elaborò i referendum contro il Rosatellum, ha colto con lucidità il punto politico: il Melonellum è la figlia legittima del Porcellum, ma è anche il frutto della complicità bipartisan che ha impedito, nel corso di due decenni, il ritorno a un sistema elettorale che restituisse centralità al Parlamento e dignità alla funzione rappresentativa. Il campo progressista, se davvero vuole contrastare questa deriva, dovrà assumersi un impegno preciso e pubblico: non limitarsi a combattere questa legge nelle aule parlamentari e nelle eventuali sedi giurisdizionali, ma impegnarsi fin da ora a scriverne una radicalmente diversa in caso di vittoria alle prossime politiche. Una legge che non riproduca la logica capocratica, che abolisca premi sproporzionati e listini bloccati, che restituisca ai cittadini la facoltà effettiva di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la dignità di luogo della deliberazione e del controllo sull’esecutivo. Senza questo impegno preventivo, la prossima alternanza rischia di limitarsi a una staffetta fra padroni diversi dello stesso meccanismo.

La sopravvivenza come principio politico

Villone ha usato una formula tagliente: per la destra si tratta di una questione di sopravvivenza. È la chiave per leggere non solo il Melonellum ma l’intera strategia del governo negli ultimi mesi. Il referendum di marzo ha mostrato alla maggioranza che il consenso del 2022 era anomalo e difficilmente ripetibile, frutto di un campo progressista frammentato più che di un’adesione profonda e duratura al programma della coalizione. L’astensione storica che aveva spalancato la strada a Palazzo Chigi non si ripeterà con la stessa intensità, anche perché il voto referendario ha dimostrato che una parte consistente dell’elettorato sa ancora mobilitarsi su questioni costituzionali. I sondaggi registrano da mesi un’erosione costante del consenso, aggravata dalla crisi economica, dall’inflazione che morde i salari reali, dall’impotenza mostrata di fronte all’escalation militare in Medio Oriente seguita alla campagna statunitense e israeliana contro l’Iran, con tutto ciò che ne è derivato sul piano dei prezzi dell’energia e della dipendenza strategica europea.

In questo quadro, per la maggioranza non si tratta più di vincere con un programma convincente, ma di costruirsi le condizioni per non perdere. Il Melonellum è esattamente questo: l’architrave di una strategia di conservazione del potere che rinuncia alla conquista del consenso per dedicarsi alla manipolazione delle regole. Chi, all’interno della coalizione, non vuole rinunciare ai collegi uninominali — si pensi alla Lega, che su di essi ha storicamente fondato la propria radicazione territoriale settentrionale — verrà compensato con posti blindati nei listini proporzionali. L’accordo interno è già sostanzialmente scritto: nessun partito della maggioranza può permettersi il lusso di andare alle urne con regole eque, perché nessuno di essi, singolarmente o insieme, è in grado di garantirsi la vittoria senza un vantaggio strutturale iscritto nella legge. È la confessione implicita della propria debolezza: ci si blinda perché si sa di essere minoritari.

La posta in gioco

Ciò che è in gioco con il Melonellum non è una diatriba tecnica fra costituzionalisti o l’ennesima querelle sulla legge elettorale. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: a chi appartiene il potere? La risposta che la Costituzione italiana ha dato nel 1948 è inequivocabile — appartiene al popolo, che lo esercita attraverso rappresentanti liberamente scelti e vincolati al mandato ricevuto. Settantotto anni dopo, quella risposta è sotto assedio. Il percorso di svuotamento è graduale, spesso invisibile all’elettore distratto: un premio di maggioranza qui, un listino bloccato là, una ridistribuzione dei collegi, un’alterazione della quota estera. Ogni singolo passo sembra marginale. Sommati, disegnano il profilo di un sistema in cui chi vince — anche per un voto — ottiene le chiavi dell’intera macchina istituzionale e può usarle per consolidare il proprio dominio ben oltre la legittimazione ricevuta alle urne.

La storia repubblicana ha già conosciuto questa tentazione. L’ha affrontata nel 1953 e l’ha respinta con le armi della mobilitazione politica e culturale. L’ha riconosciuta nel 2005 con il Porcellum e, dopo anni di ritardo, l’ha smontata grazie alle sentenze della Corte costituzionale. L’ha incontrata di nuovo con l’Italicum e l’ha fermata alle urne del dicembre 2016. Oggi la affronta nella sua versione più sofisticata e spregiudicata, confezionata da una maggioranza che ha compreso come il vero terreno di conquista non siano più le coscienze degli elettori ma le regole con cui il loro voto viene pesato. La battaglia contro il Melonellum non è una questione di schieramento partitico ma di principio democratico elementare. Perché una democrazia che rinuncia al diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti cessa, semplicemente, di essere una democrazia. Diventa altro. E l’altro ha già un nome, scomodo e preciso, che i costituzionalisti italiani non hanno più paura di pronunciare.

Fonti

• Comitato di difesa costituzionale (CdC) — documenti, comunicati e appelli alla mobilitazione contro la riforma elettorale.

• Enrico Grosso, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Giurisprudenza — interventi pubblici e analisi sulla proposta di riforma.

• Massimo Villone — editoriali e saggi pubblicati su «il manifesto» sul sistema elettorale italiano e sui suoi rapporti con il dettato costituzionale.

• Sergio Bagnasco e Felice Carlo Besostri — ricorsi e materiali dei referendum contro il Rosatellum.

• Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014 (incostituzionalità parziale del Porcellum) e sentenza n. 35/2017 (incostituzionalità parziale dell’Italicum).

• Camera dei Deputati — atti parlamentari e testo della proposta di riforma del sistema elettorale incardinata in Commissione Affari costituzionali.

• Costituzione della Repubblica italiana — in particolare articoli 1, 48, 56, 67, 83 e 135.

• Archivio storico Senato della Repubblica — documenti sulla legge elettorale del 1953 (cosiddetta «legge truffa»).

• Dichiarazioni pubbliche di Toni Ricciardi (PD) e Filiberto Zaratti (AVS) sulla riforma del voto degli italiani all’estero.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0