La mano visibile

Intelligenza artificiale, pianificazione economica e la domanda sul potere che l’Occidente continua a rimuovere

Per oltre due secoli il capitalismo si è raccontato attraverso una sola immagine: quella della mano invisibile, il meccanismo impersonale del mercato capace, da solo, di coordinare i desideri di milioni di individui meglio di qualsiasi mente cosciente. Su questa metafora si è edificata un’intera teologia economica, e con essa la certezza che ogni alternativa fosse non soltanto sbagliata, ma tecnicamente impossibile. Oggi quella metafora si sta rovesciando sotto i nostri occhi, e a rovesciarla non sono i nostalgici del Novecento, ma le tecnologie più avanzate del nostro tempo. La domanda che ne nasce non è se l’economia possa essere pianificata, perché lo è già, ogni giorno, da sistemi algoritmici che governano logistica, finanza e consumo. La domanda vera, quella che l’Occidente preferisce non porsi, è un’altra: nelle mani di chi sta quella mano ormai visibile, e a vantaggio di chi lavora.

1. Il dogma che si sgretola

Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre una verità che l’Occidente desiderava udire. Da allora la parola pianificazione è diventata, nel lessico economico dominante, una bestemmia: evocava code davanti ai negozi vuoti, burocrazie cieche, l’arroganza di chi pretende di sapere ciò che milioni di individui desiderano. Messo di fronte al più grande scommovimento produttivo della storia recente, la rinascita industriale della Cina, l’analista occidentale ha così compiuto un gesto rivelatore: ha distolto lo sguardo dal fattore decisivo e ha attribuito tutto alla magia del mercato, come se Pechino non avesse fatto altro che convertirsi tardivamente al verbo liberista.

La realtà è quasi opposta. La Cina non ha abbandonato la pianificazione: l’ha riscritta. Dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti ha tratto una lezione di segno inverso a quella che l’ideologia liberale le attribuisce. Non ha concluso che la direzione cosciente dell’economia fosse impossibile, ma che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, mentre quella sperimentale e capace di autocorrezione può funzionare. La formula di Deng Xiaoping, attraversare il fiume tastando le pietre, non è la resa al mercato che molti vi leggono: è un metodo di programmazione che procede per esperimenti localizzati, misura i risultati, corregge, estende ciò che regge alla prova. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento. È una mutazione che il pensiero economico occidentale, prigioniero della propria favola, non ha saputo nemmeno nominare.

2. Lange, Hayek e il vecchio problema dell’informazione

Per comprendere ciò che sta accadendo occorre tornare alla controversia teorica più rimossa del Novecento. Negli anni Venti e Trenta Ludwig von Mises e poi Friedrich Hayek formularono contro il socialismo un’obiezione che pareva definitiva. Il loro argomento, affilato da Hayek nel celebre saggio del 1945 sull’uso della conoscenza nella società, non era morale ma informativo: nessuna autorità centrale potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui, conoscenze locali, fugaci, spesso tacite, che soltanto il sistema dei prezzi aggrega automaticamente. Il mercato, sostenevano, non è soltanto un luogo di scambio: è il più efficiente elaboratore di informazioni mai esistito. Il socialismo, perciò, era impossibile non perché ingiusto, ma perché incalcolabile.

Era un argomento formidabile nell’epoca della carta, della penna e del calcolo manuale. Fu l’economista marxista Oskar Lange, che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo già nei saggi sulla teoria economica del socialismo, a intuire dove si annidasse la sua fragilità. Nel suo ultimo scritto, redatto poco prima della morte nel 1965 e pubblicato postumo due anni dopo, Lange compiì una mossa tanto semplice quanto profetica. Se dovessi riscrivere oggi la mia vecchia polemica, osservò in sostanza, il compito sarebbe banale: basterebbe immettere il sistema di equazioni di domanda e offerta in un calcolatore elettronico e avremmo la soluzione in meno di un secondo. Il mercato, con i suoi lenti aggiustamenti per tentativi ed errori, gli appariva ormai per ciò che è: un dispositivo di calcolo dell’era pre-elettronica. L’obiezione liberale poggiava su un limite tecnico, e i limiti tecnici, a differenza dei dogmi, hanno la sgradevole abitudine di essere superati.

3. Pechino, ovvero la pianificazione che impara

È esattamente l’apparato che dà ragione a Lange quello che la Cina sta costruendo, e i numeri vanno letti con freddezza, perché attorno ad essi prospera la propaganda di tutti i fronti. Il quindicesimo Piano quinquennale, approvato nel marzo 2026 e proiettato sul periodo 2026-2030, è il documento di programmazione economica più incentrato sull’intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato. L’iniziativa denominata IA Plus vi compare come priorità nazionale, con l’obiettivo dichiarato di integrare sistemi di intelligenza artificiale nel settanta per cento dell’economia entro il 2027 e nel novanta per cento entro il 2030. La parola intelligenza artificiale ricorre nel testo cinquantadue volte, contro le undici del piano precedente, e un fondo statale da mille miliardi di yuan, circa centotrentotto miliardi di dollari, viene destinato alla robotica umanoide e all’intelligenza incorporata. La capacità di calcolo viene esplicitamente concepita come una nuova forza produttiva.

Sul terreno della produzione materiale la scala è reale e impressionante. Secondo la Federazione Internazionale di Robotica la Cina ha assorbito da sola, nel 2024, il cinquantaquattro per cento di tutte le installazioni mondiali di robot industriali, circa duecentonovantacinquemila unità, più di quante ne abbia installate il resto del mondo messo insieme, e il suo parco operativo ha superato i due milioni di macchine. Qui però il rigore impone una cautela che la pubblicistica entusiasta omette: le cifre sulla densità robotica, il numero di robot ogni diecimila addetti, sono contese. Per anni si è citato il dato di quattrocentosettanta roboti ogni diecimila lavoratori, superiore a quello tedesco; ma il rapporto World Robotics 2025 ha rivisto drasticamente al ribasso quel valore, portandolo intorno a centosessanta dopo un ricalcolo della forza lavoro manifatturiera cinese, e relegando la Cina molto più in basso nella classifica per intensità. La verità incontestabile non è il primato relativo, ma il ritmo assoluto dell’automazione.

Merita attenzione anche il simbolo più citato di questa transizione, la cosiddetta fabbrica al buio, perché attorno ad esso si è prodotto un equivoco che vale la pena sciogliere con precisione. Lo stabilimento Xiaomi di Changping, alla periferia di Pechino, inaugurato nel luglio 2024, viene descritto come capace di produrre uno smartphone al secondo. Il dato, contrariamente a quanto suggerisce una lettura sbrigativa che lo liquida come pura propaganda, corrisponde alla potenzialità reale della linea, progettata per un ritmo di circa sessanta unità al minuto, vale a dire appunto un apparecchio al secondo. Proiettata su un funzionamento ininterrotto per l’intero anno, quella potenzialità darebbe una capacità teorica intorno ai trentuno milioni di pezzi. La produzione effettiva dichiarata si ferma però a circa dieci milioni di smartphone l’anno, e la cadenza media che se ne ricava, un apparecchio ogni tre-sei secondi a seconda della rilevazione, non discende da un limite del processo produttivo ma da variabili che gli sono esterne.

Quelle variabili hanno nomi precisi. Lo stabilimento è dedicato non a un prodotto di massa standardizzato, ma ai modelli di punta e ai pieghevoli, il MIX Fold 4 e il MIX Flip, apparecchi complessi e a tolleranze strettissime, il cui assemblaggio richiede tempi e controlli maggiori. La linea non viene fatta girare al massimo regime perché il volume di produzione è calibrato sulla domanda commerciale e sulla rotazione dei modelli, non sulla capacità fisica degli impianti; a ciò si aggiungono le fermate per riconfigurazione, la manutenzione e il rodaggio. In altre parole, la potenza tecnica di costruire uno smartphone al secondo esiste ed è documentata: è il modo in cui quella potenza viene impiegata, subordinata al ciclo di vendita e al profitto, a mantenerla deliberatamente al di sotto della propria soglia. Il che, lungi dal ridimensionare la portata del fenomeno, ne conferma la tesi di fondo. L’apparato è già capace di una produttività enorme, ma sotto gli attuali rapporti viene governato in funzione del valore di scambio e non del valore d’uso. L’unico mito da correggere è semmai un altro, quello della fabbrica priva di ogni presenza umana: l’automazione complessiva si attesta intorno all’ottantuno per cento, con i processi chiave interamente robotizzati e quasi tutto l’hardware progettato in proprio, ma con tecnici ancora presenti in una sala di regia per la supervisione e la manutenzione. La svolta è autentica; prematura è soltanto la scomparsa integrale del lavoro.

Che la Cina sappia comunque innovare in modo dirompente lo ha dimostrato, nel gennaio 2025, il modello DeepSeek, capace di eguagliare i sistemi occidentali con una frazione della potenza di calcolo e aggirando le restrizioni statunitensi sui semiconduttori avanzati, fino a scatenare un panico da mille miliardi sui mercati. La direzione di marcia, al di là delle cifre contese, è inequivocabile.

4. Lo specchio occidentale, ovvero la fabbrica unica già esistente

Il punto più scomodo, quello che manda in frantumi la narrazione dominante, è che l’apparato di pianificazione algoritmica più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma nel cuore del capitalismo occidentale, da imprese che del libero mercato si proclamano campioni. Amazon sa ciò che vorrai comprare prima che tu lo sappia e pre-posiziona la merce nei depositi sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon, prese al loro interno, sono economie pianificate più vaste di quanto l’Unione Sovietica sia mai stata: catene di approvvigionamento globali coordinate non dai prezzi, ma dal calcolo centralizzato. Lo hanno mostrato con ironia feroce Leigh Phillips e Michal Rozworski nel loro studio sulla repubblica popolare di Walmart. La mano invisibile, dentro questi colossi, è già stata sostituita da una mano visibilissima.

Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a intravedere tutto questo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in un solo ufficio e una sola fabbrica. La sua intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna dei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo: l’organizzazione cosciente della produzione su vasta scala. Amazon e Google sono precisamente quelle fabbriche-uffici uniche che hanno interiorizzato il mercato e lo hanno rimpiazzato col coordinamento pianificato. Solo che lo fanno per il profitto privato di pochi azionisti, non per il bisogno collettivo. E qui la storia offre un monito che l’Occidente preferisce dimenticare: l’unico esperimento di pianificazione cibernetica concepito in chiave democratica e partecipativa, il progetto Cybersyn voluto dal Cile di Salvador Allende e ideato da Stafford Beer fra il 1971 e il 1973, fu spazzato via dal golpe sostenuto proprio da chi predicava l’eternità del mercato. La tecnologia della pianificazione non è stata respinta perché inefficiente, ma perché, in mani sbagliate per il capitale, era pericolosa.

5. Chi alloca il capitale

Restava un’ultima roccaforte, la più difesa: la decisione di investire. John Maynard Keynes l’aveva consacrata nella Teoria generale del 1936. Poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, scriveva, l’investimento non nasce da fredde stime ma dagli spiriti animali, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio; e il profitto è la ricompensa per quell’atto di coraggio. È su questa figura, l’imprenditore come eroe che si carica l’incertezza sulle spalle, che si regge l’intera giustificazione morale del capitalista.

Ma anche gli spiriti animali, a ben vedere, erano la soluzione a un problema d’informazione: colmavano col fiuto, o con la fortuna, il vuoto lasciato dall’incertezza. È esattamente quel vuoto che oggi l’intelligenza artificiale pretende di riempire, calcolando opportunità e rischi su milioni di scenari con una freddezza ignota all’essere umano. La finanza globale è ormai dominata da algoritmi che allocano capitale meglio e più rapidamente di qualunque investitore in carne ed ossa. Se la macchina svolge quel compito con maggiore efficacia, la giustificazione del capitalista come indispensabile assuntore dell’incertezza si dissolve. Il mercato, in fondo, si rivela per ciò che è sempre stato: una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Cade così l’ultimo pilastro della favola.

6. La variabile rimossa: non la macchina, ma il potere

Qui si annida il vero nodo, ed è dove l’analisi deve farsi più esigente, rifiutando ogni facile entusiasmo. La stessa identica tecnologia, calata in rapporti di produzione opposti, genera esiti opposti. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, produce disoccupazione, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate, mentre i dividendi di produttività si riversano nei portafogli di una minoranza. Dentro una cornice di proprietà socializzata, gli stessi robot potrebbero socializzare quel dividendo, ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, espandere il benessere comune. È la vecchia distinzione marxiana fra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia: l’una promette ricchezza patrimoniale a pochi, l’altra la liberazione dalla fatica per molti.

Ma sarebbe un errore fatale fermarsi qui, ed è l’errore che gran parte della pubblicistica entusiasta commette. La variabile decisiva non è la sola forma astratta della proprietà: è il controllo democratico dell’apparato. Una economia pianificata da un meccanismo opaco e inaccessibile, comandata da una tecnostruttura che non rende conto a nessuno, non è emancipazione: è soltanto un nuovo padrone, più efficiente e meno afferrabile del precedente. La domanda di Lenin, impadronirsi della fabbrica unica e volgerla al servizio di tutti, resta giusta; ma esige una seconda domanda, che il marxismo del Novecento ha troppo spesso eluso pagandola a carissimo prezzo: chi controlla i controllori dell’algoritmo? La mano è ormai visibile. Resta da stabilire se sarà la mano dei molti o quella di una nuova oligarchia.

7. Il rovescio: quando la pianificazione diventa gabbia

Questo interrogativo non è astratto, perché il medesimo apparato computazionale che può liberare è anche, per sua natura, uno strumento di sorveglianza e di disciplina senza precedenti. In Occidente Shoshana Zuboff ha chiamato capitalismo della sorveglianza l’estrazione sistematica del comportamento umano trasformato in dato, materia prima di un mercato delle previsioni che riduce le persone a giacimenti da sfruttare. Ma lo stesso potere di vedere tutto, prevedere tutto e indirizzare tutto può indossare le vesti dello Stato e diventare apparato di punteggio sociale, di controllo capillare, di normalizzazione preventiva del dissenso. La pianificazione cibernetica, in assenza di contropoteri reali, non emancipa: schedule, classifica, premia e punisce. È questo il pericolo che ho chiamato altrove dominio invisibile, il cyberfascismo: non un regime con le camicie nere, ma un ordine in cui la coercizione si dissolve nell’architettura tecnica e diventa invisibile proprio perché ovunque.

E i costi umani della transizione, intanto, sono concreti anche là dove la retorica li nasconde. In Cina l’occupazione manifatturiera è scesa dai circa centoquindici milioni di addetti del picco, attorno al 2013, a meno di ottantacinque milioni nel 2025, oltre trenta milioni di posti perduti mentre la produzione cresceva. La narrazione ottimistica sostiene che i programmi statali di riqualificazione abbiano assorbito l’urto, ricollocando i lavoratori nei servizi e nelle nuove industrie. I dati raccontano una storia più ruvida: la disoccupazione giovanile urbana, nella fascia fra i sedici e i ventiquattro anni, ha toccato il diciassette virgola uno per cento alla fine del 2025, gli studi della McKinsey stimano che oltre duecento milioni di lavoratori cinesi dovranno cambiare mestiere, e la Banca Mondiale segnala un crescente disaccoppiamento fra crescita del prodotto e creazione di occupazione. La riqualificazione, in molte province interne, sta semplicemente fallendo. Neppure la più avanzata pianificazione, se non è governata dal basso e orientata ai bisogni reali delle persone, garantisce di per sé la giustizia sociale.

8. L’Italia, l’Europa e la sovranità che non c’è

Mentre questa partita si gioca fra i due grandi poli imperiali, il capitale tecnologico statunitense e la tecno-potenza statale cinese, l’Europa e l’Italia rischiano di assistervi da comparse. Il nostro Paese ha vissuto un trentennio di deindustrializzazione e di cessione progressiva della propria infrastruttura digitale a piattaforme straniere. La sovranità sui dati, sui calcolatori, sugli algoritmi che ordinano la vita associata è in larga parte appaltata a colossi extraeuropei, e operazioni come il Polo Strategico Nazionale appaiono mezze misure di fronte alla dipendenza strutturale dai grandi fornitori americani di servizi cloud e da attori come Palantir, specialisti nel mettere l’analisi predittiva al servizio degli apparati di sicurezza. Senza una capacità pubblica autonoma di calcolo e senza un governo democratico dell’algoritmo, parlare di autodeterminazione è un esercizio retorico.

Eppure la nostra tradizione costituzionale offre strumenti che troppi fingono di non vedere. L’articolo 41 della Costituzione stabilisce che l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, e che la legge può indirizzare e coordinare l’attività economica a fini sociali: è, in nuce, l’autorizzazione a una programmazione democratica dell’economia, scritta dai costituenti con la memoria viva del fascismo. Piero Calamandrei ci ha insegnato che la Costituzione non è una fotografia dell’esistente ma un programma di trasformazione; Stefano Rodotà ha dedicato l’ultima parte della sua opera al diritto di avere diritti nell’era digitale, alla difesa della persona contro la riduzione a dato. È in questa cornice, e non nell’adorazione del mercato né nel culto acritico di un qualunque Stato che si proclami socialista, che una sinistra degna di questo nome dovrebbe collocare la battaglia per la sovranità tecnologica. La liberazione dal bisogno, tema che la sinistra italiana ha colpevolmente smesso di pensare, torna oggi a essere una possibilità tecnica concreta.

9. La posta del secolo

Antonio Gramsci scriveva, dal carcere, che la crisi consiste nel fatto che il vecchio mondo muore e il nuovo non può ancora nascere, e che in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati. È il nostro tempo. La tecnologia che rende per la prima volta tecnicamente possibile la fabbrica unica, l’economia coordinata coscientemente al servizio della collettività, esiste già e cresce ogni giorno, bit dopo bit. Ma il suo significato non è scritto nel silicio: è scritto nei rapporti di forza. La stessa rete neurale che potrebbe pianificare la cura del territorio, la transizione ecologica e la riduzione dell’orario di lavoro può essere impiegata per massimizzare il profitto di una rendita di posizione o per sorvegliare e disciplinare una popolazione.

Il compito che la storia ci consegna non è dunque scegliere fra la favola del mercato eterno e l’entusiasmo per un Oriente idealizzato. È molto più difficile e molto più nostro: pretendere l’appropriazione democratica dell’apparato, che la mano visibile sia la mano dei molti e non di una nuova casta tecnocratica, che la potenza di calcolo diventi infrastruttura pubblica sottoposta al controllo dei cittadini come lo sono, almeno in teoria, l’acqua e l’energia. L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato come destino, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando altrove. Possiamo subirlo come sudditi di un padrone vecchio o nuovo, oppure decidere finalmente di esserne i proprietari. È questa, e non altra, la posta in gioco del secolo. E quando un ordine ingiusto pretende di farsi destino tecnico, rassegnarsi diventa complicità.

Fonti

1. International Federation of Robotics, World Robotics 2025 Report, Francoforte 2025-2026: installazioni e densità robotica per Paese, revisione al ribasso del dato cinese.

2. ChinaPower Project, Center for Strategic and International Studies, dati 2024 su densità e installazioni di robot industriali in Cina.

3. South China Morning Post, Beijing’s 15th Five-Year Plan and the AI Plus initiative, marzo 2026.

4. Merics, Rebecca Arcesati, China’s next five-year bet on AI: self-reliance, diffusion, and a lot of hype, 2026.

5. Carnegie Endowment for International Peace, China Wants to Integrate AI Into 90 Percent of Its Economy by 2030, 2026.

6. The Diplomat e DigiChina, Stanford University, analisi del quindicesimo Piano quinquennale cinese, 2026.

7. SlashGear e dati aziendali Xiaomi sullo stabilimento di Changping: grado effettivo di automazione e capacità produttiva, 2024-2026.

8. World Bank, China Economic Update, giugno 2025: disaccoppiamento fra crescita del prodotto e occupazione urbana.

9. McKinsey Global Institute, Reskilling China, 2021; Ufficio Nazionale di Statistica della Repubblica Popolare Cinese, dato sulla disoccupazione giovanile urbana, fine 2025.

10. Oskar Lange, The Computer and the Market (1965, pubbl. 1967) e On the Economic Theory of Socialism (1936-1937).

11. Friedrich A. von Hayek, The Use of Knowledge in Society (1945); Ludwig von Mises, Die Wirtschaftsrechnung im sozialistischen Gemeinwesen (1920).

12. Vladimir I. Lenin, Stato e rivoluzione (1917); John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936).

13. Leigh Phillips e Michal Rozworski, The People’s Republic of Walmart (2019); W. Paul Cockshott e Allin Cottrell, Towards a New Socialism (1993).

14. Eden Medina, Cybernetic Revolutionaries, sul progetto Cybersyn nel Cile di Salvador Allende (1971-1973).

15. Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019); Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti (2012).

16. Mario Sommella, Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, autopubblicazione, Latisana 2026 (ISBN 9791298630307; licenza CC BY-NC-SA 4.0).

17. Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 41; Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere.

18. Pino Arlacchi, Cina, socialismo e IA contro Occidente, Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2026 (spunto di partenza della riflessione).

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