Il copione del silenzio: il Libano come Gaza, e i testimoni nel mirino

Quando un esercito bombarda gli ospedali e uccide i giornalisti, non sta colpendo obiettivi militari: sta cancellando le prove

Lo avevano detto, e ora lo stanno facendo. Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze più potente e più estremista del governo Netanyahu, aveva teorizzato per Gaza un piano di annessione a tappe, una porzione di territorio alla settimana fino al controllo totale, mentre per il Libano evocava l’occupazione militare del Sud come soluzione naturale a un problema di sicurezza. Dichiarazioni che la stampa mainstream ha archiviato come provocazioni di un falco, retorica da comizio. Non erano provocazioni. Erano un annuncio. E come a Gaza, anche in Libano la macchina della distruzione ha cominciato a girare con la stessa, gelida metodicità: si bombardano gli ospedali, si colpiscono le ambulanze, si uccidono i medici e si prendono di mira, deliberatamente, quelli che indossano il giubbotto con la scritta Press. Perché chi documenta è il vero nemico. Perché la verità, per chi commette un crimine, è la minaccia più grande di tutte.

La ripresa, il copione, il silenzio dei numeri

Il 2 marzo 2026 Israele ha rotto la fragile tregua e ha ripreso a martellare il Sud del Libano con un’intensità che gli osservatori sul campo hanno descritto come una replica esatta del manuale già sperimentato nella Striscia. Nel giro di poche settimane il bilancio è diventato impressionante: il ministero della Salute libanese ha contato decine di operatori sanitari uccisi, almeno cinquanta nelle prime settimane di offensiva, decine di ambulanze e strutture mediche distrutte, sei ospedali costretti a chiudere e una cinquantina di centri sanitari di base messi fuori uso. L’ospedale Jabal Amel di Tiro è stato colpito cinque volte in due mesi. Ma la cronologia della strage comincia molto prima: aggregando i dati raccolti dalle agenzie umanitarie, dal 7 ottobre 2023 sono oltre duecentottanta gli operatori sanitari uccisi in Libano dalle forze israeliane, con più di trecento attacchi documentati contro il sistema sanitario. Non sono effetti collaterali. Sono il bersaglio.

La tecnica ha persino un nome che i soccorritori pronunciano con terrore: il double-tap. Un primo attacco colpisce i civili, poi, pochi minuti dopo, quando le squadre di emergenza sono accorse a estrarre i feriti dalle macerie, un secondo bombardamento si abbatte proprio sui soccorritori. A Nabatieh, racconta un operatore della protezione civile, le squadre sono state ridotte a due sole persone per intervento, perché mandarne di più significa offrire più bersagli. È una pratica che trasforma il soccorso in una condanna a morte, che rende l’atto stesso di salvare una vita un’operazione suicida. E mentre questo accade, il capo del governo libanese Nawaf Salam denuncia una politica di distruzione generalizzata di città e di mezzi di sussistenza, sfollamenti di massa assimilabili a una punizione collettiva, un tentativo deliberato di cancellare non solo la sovranità ma la stessa storia di un Paese.

L’alibi tecnologico e la menzogna dell’esercito morale

Di fronte a questa evidenza, l’apparato propagandistico israeliano ricorre a un copione che conosciamo a memoria. Il portavoce militare Avichay Adraee ripete, come già nel 2024, che le ambulanze e le strutture mediche libanesi vengono usate per scopi militari. Senza prove, senza una sola immagine, senza una verifica indipendente. È la stessa formula usata per Gaza, dove ogni ospedale bombardato veniva descritto come centro di comando di Hamas, ogni scuola come deposito di armi, ogni edificio raso al suolo come obiettivo legittimo. Una narrazione tautologica e impermeabile: l’accusa giustifica il bombardamento, e il bombardamento, distruggendo le prove, rende l’accusa inverificabile. Il ministero della Salute libanese ha respinto le accuse, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato appelli inascoltati, ma la macchina continua, perché non ha bisogno di essere creduta: le basta seminare il dubbio sufficiente a paralizzare l’indignazione.

C’è poi la grande menzogna dell’esercito più morale del mondo, quello che avviserebbe i civili prima di colpire. Chi è andato a vedere come funzionano davvero questi ordini di evacuazione racconta una realtà osce­na: gli avvisi vengono diramati nel cuore della notte attraverso un account di un social network. Un post. E chi non ha lo smartphone in mano, chi dorme, chi è anziano, chi è disabile, chi non possiede un’auto per fuggire, dopo poche ore si ritrova le bombe sulla testa. L’ordine di evacuazione non è un atto di umanità: è la costruzione di un alibi giuridico, la fabbricazione preventiva di una giustificazione da esibire ai tribunali internazionali. Avvisare per poter dire di aver avvisato, e poi colpire comunque chiunque sia rimasto. È la burocrazia della morte travestita da clemenza.

Uccidere i testimoni: la guerra alla verità

Ma è sul fronte dell’informazione che la strategia israeliana rivela la sua natura più profonda. Secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, l’organizzazione che dal 1992 tiene il conto più rigoroso al mondo, tra il 2023 e l’inizio del 2026 le forze israeliane hanno ucciso almeno duecentoquarantanove giornalisti e operatori dei media. Una cifra che non ha precedenti nella storia. Per avere un termine di paragone: in oltre tre anni e mezzo di guerra in Ucraina i giornalisti uccisi sono stati diciassette; nei quasi nove anni della guerra in Iraq furono poco più di duecento. A Gaza, in poco più di due anni, Israele ha ucciso più cronisti che in qualunque altro conflitto del Novecento, e lo ha fatto in modo mirato: il CPJ attribuisce a Israele l’ottantuno per cento di tutte le uccisioni di giornalisti classificate come intenzionali a livello globale. Nessun altro esercito governativo, in trentaquattro anni di rilevazioni, ha mai ammazzato in modo deliberato tanti operatori dell’informazione.

Non è un dato statistico neutro. È una scelta strategica. I giornalisti uccisi a Gaza erano quasi tutti palestinesi, ed erano quasi tutti coloro che avevano documentato con maggiore precisione i crimini di guerra: la fame usata come arma, gli attacchi agli ospedali, le esecuzioni sommarie, i bambini sotto tiro. Erano gli occhi e le orecchie del mondo, gli unici rimasti, perché ai media internazionali l’ingresso nella Striscia è interdetto dal 7 ottobre 2023, e lo è ancora oggi, persino sotto la cosiddetta pace negoziata da Trump. Qui sta il punto che dovrebbe far vergognare chiunque maneggi la parola informazione: se Israele non ha nulla da nascondere, perché non lascia entrare i giornalisti? Perché continua a impedire al mondo di vedere con i propri occhi? La risposta è dentro la domanda. Non si uccidono i testimoni di un evento che non si teme. Si uccidono i testimoni di ciò che non deve essere visto.

In Libano, che è uno Stato sovrano e dove non serve l’autorizzazione di Tel Aviv per entrare, i giornalisti ci sono e raccontano. Il CPJ ha documentato l’uccisione di reporter anche dopo formali cessate il fuoco, denunciando come la cultura dell’impunità maturata a Gaza, dove nessuno ha mai risposto dell’assassinio di un cronista, stia ora alimentando lo stesso schema sul fronte libanese. E così, mentre certi colleghi occidentali rilanciano acriticamente i comunicati dell’esercito israeliano spacciandoli per notizie verificate, parlando di obiettivi di Hezbollah con la stessa disinvoltura con cui parlavano di obiettivi di Hamas, sul terreno chi è davvero presente vede le bombe cadere sugli ospedali, vede i palazzi crollare sulle famiglie, vede e racconta. A loro, ai testimoni indifesi che continuano a fare il proprio lavoro mentre vengono presi di mira, andrebbe il nostro ostinato, militante sostegno.

Il laboratorio dell’impunità e le complicità europee

Per comprendere fino in fondo ciò che accade dal Mediterraneo orientale al Libano bisogna alzare lo sguardo dalla singola bomba al sistema che la consente. Gaza è stata definita, non a torto, un laboratorio: il luogo dove l’impunità sistematica ha permesso a Israele di trasformare il collasso della sanità in una metodologia bellica codificata, di sperimentare la guerra ai giornalisti come strumento di controllo della narrazione, di testare l’annessione strisciante come tecnica di pulizia etnica a bassa intensità mediatica. Ciò che viene collaudato a Gaza viene poi esportato: in Libano, in Cisgiordania, ovunque l’assenza di conseguenze garantisca che si possa continuare. È la logica dell’impunità che genera reiterazione, la stessa che un secolo di diritto internazionale umanitario, dalle Convenzioni di Ginevra alla Risoluzione 2286 del Consiglio di Sicurezza che proibisce gli attacchi al personale medico, non è riuscito a spezzare perché nessuno ha mai avuto la volontà politica di farlo rispettare.

E qui la responsabilità chiama in causa direttamente l’Europa e l’Italia. Mentre la Spagna, l’Irlanda e la Slovenia chiedevano di sospendere l’Accordo di Associazione tra l’Unione Europea e Israele, vincolato al rispetto dei diritti umani come elemento essenziale, il governo Meloni si è opposto con fermezza alle sanzioni in sede europea, guadagnandosi il pubblico ringraziamento del ministro degli Esteri di Netanyahu. A Roma si pronunciano parole di sdegno per le umiliazioni inflitte agli attivisti della Flotilla; a Bruxelles, gli eurodeputati della maggioranza votano contro l’embargo sulle armi. È la doppia partita di un esecutivo che gioca lo sdegno davanti alle telecamere e la complicità nelle aule dove si decide. Solo dopo mesi di pressing delle opposizioni e di piazze gremite il governo ha revocato una singola licenza di esportazione di munizioni per artiglieria, di quantità peraltro modesta, e ha sospeso il memorandum militare con Tel Aviv firmato nel 2003. Ma l’amministratore delegato di Leonardo ha ammesso pubblicamente ciò che l’esecutivo aveva negato per due anni: l’Italia ha continuato a esportare materiale d’armamento verso Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. La complicità non si misura nelle dichiarazioni, ma nelle forniture.

Nessuno potrà dire: non sapevo

La distruzione deliberata di un sistema sanitario, l’uccisione mirata dei medici e dei soccorritori, l’assassinio sistematico dei giornalisti: sono le tre facce di un’unica strategia, quella di chi vuole agire al riparo dallo sguardo del mondo. Bombardare un ospedale significa colpire chi cura. Uccidere un soccorritore significa colpire chi salva. Ammazzare un cronista significa colpire chi racconta. Insieme, questi tre crimini disegnano il profilo di un potere che ha deciso di poter fare qualsiasi cosa perché ha calcolato che nessuno lo fermerà. E quel calcolo, finora, non è stato smentito.

Ma c’è una cosa che quel potere non può controllare, ed è la nostra scelta. Possiamo continuare a girare lo sguardo, ad accettare la velina dell’esercito al posto della testimonianza di chi è sul campo, a delegare l’indignazione a un post sui social per poi tornare alle nostre vite. Oppure possiamo decidere di non essere complici del silenzio. Scendere in piazza, pretendere dal nostro governo che smetta di armare chi commette questi crimini, esigere le sanzioni che continua a bloccare, tenere stretti i giornalisti che rischiano la vita per farci vedere ciò che altri vogliono nascondere. Perché quando l’ingiustizia si fa metodo, quando la cancellazione dei testimoni diventa strategia di guerra, la neutralità non esiste: o si sta con chi documenta, o si sta con chi spara. Nessuno, dopo, potrà dire non sapevo. Nessuno potrà dire non avevo visto. Lo avevano promesso, e lo hanno fatto. E noi avremo visto, avremo saputo. Resta solo da decidere da che parte stare.

Fonti

Amnesty International Italia, «Israele fermi gli attacchi contro il sistema sanitario in Libano», 19 marzo 2026.

il manifesto, «Personale e strutture sanitarie sotto attacco, a dieci anni dalla Risoluzione 2286», aprile 2026.

InsideOver, «Dopo Gaza, Israele porta avanti un medicidio anche in Libano», 3 aprile 2026.

Globalist, «Israele spara deliberatamente su ospedali e ambulanze in Libano», 3 aprile 2026.

Pagine Esteri, «Onu e operatori sanitari sotto il fuoco israeliano in Libano», 30 marzo 2026.

Africa Express, «Al diavolo la tregua: in Libano è guerra continua, colpita Tiro», 1 giugno 2026.

Committee to Protect Journalists (CPJ), 35° rapporto annuale, febbraio 2026; conteggi aggiornati 2023-2026.

Vatican News, «Nel mondo uccisi 129 giornalisti, quasi la metà a Gaza», 26 febbraio 2026.

Il Corriere Nazionale, «Aumentano i giornalisti uccisi nel mondo», 3 marzo 2026.

Al Jazeera, «Israel’s Smotrich calls for phased Gaza annexation», 28 agosto 2025.

Il Fatto Quotidiano, «Sanzioni Israele, l’Italia blocca le misure Ue», 28 maggio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Il governo Meloni vota contro l’embargo sulle armi a Israele in Ue», 20 maggio 2026.

l’Unità, «Armi a Israele dall’Italia, Leonardo smentisce il governo Meloni», ottobre 2025.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza CC BY-NC-SA 4.0

L’Italia della paura: come il razzismo è diventato un progetto politico

C’è una differenza profonda tra una società che affronta i problemi e una società che costruisce nemici. La prima cerca soluzioni, la seconda cerca capri espiatori. Da alcuni anni l’Italia sembra avere imboccato con decisione la seconda strada.

L’immigrazione è stata trasformata da fenomeno sociale complesso in una gigantesca macchina propagandistica. Ogni fatto di cronaca che coinvolge uno straniero viene amplificato, ogni episodio di violenza viene utilizzato come prova generale di una presunta invasione, ogni paura individuale viene convertita in consenso elettorale. Nel frattempo, però, si continua a nascondere ciò che realmente accade nei campi agricoli, nei cantieri, nelle cooperative, nelle aziende della logistica e nei servizi di assistenza domestica che tengono in piedi una parte consistente dell’economia nazionale.

Mentre la politica parla di sicurezza, migliaia di lavoratori immigrati continuano a vivere condizioni che ricordano più il XIX secolo che una moderna democrazia europea.

I fantasmi utili del potere

La costruzione del nemico è una delle più antiche tecniche di governo. Quando aumentano le disuguaglianze, quando i salari si impoveriscono, quando la sanità pubblica arretra e il welfare si restringe, diventa indispensabile individuare qualcuno verso cui indirizzare rabbia e frustrazione.

Nella storia europea questo meccanismo è stato utilizzato contro minoranze religiose, gruppi etnici, oppositori politici e popolazioni considerate “inferiori”. Oggi il bersaglio privilegiato è rappresentato dai migranti.

La Lega, fin dalla sua nascita, ha costruito una parte significativa della propria identità politica attraverso la contrapposizione tra un “noi” e un “loro”. Prima il meridionale parassita, poi il rom, quindi il musulmano, infine il migrante in quanto tale. Il bersaglio cambia, ma la logica resta identica: trasformare persone in categorie astratte, ridurre individui con storie e diritti a simboli di una minaccia collettiva.

In questo contesto la figura del generale Roberto Vannacci rappresenta qualcosa di più di una semplice provocazione politica. La sua ascesa pubblica è il sintomo di una trasformazione culturale più profonda. Le sue parole non producono consenso perché sono originali; producono consenso perché intercettano e legittimano paure che da anni vengono alimentate da una parte consistente della comunicazione politica e mediatica.

Quando la discriminazione diventa linguaggio istituzionale, il confine tra opinione e stigmatizzazione collettiva si assottiglia pericolosamente.

Gli invisibili che fanno funzionare l’Italia

Esiste un’Italia di cui si parla pochissimo. È l’Italia delle campagne dove si raccolgono pomodori, olive, uva e ortaggi. È l’Italia dei cantieri che costruiscono infrastrutture, case e centri commerciali. È l’Italia delle badanti che assistono anziani non autosufficienti ventiquattro ore al giorno. È l’Italia delle consegne, della logistica e della movimentazione merci.

In questi settori la presenza dei lavoratori stranieri è diventata strutturale.

Secondo dati consolidati di enti pubblici e organizzazioni sindacali, interi comparti produttivi entrerebbero in crisi senza il contributo della manodopera immigrata. Eppure questi lavoratori vengono celebrati solo quando servono e demonizzati quando diventano oggetto di propaganda.

Le cronache raccontano periodicamente storie di sfruttamento estremo: salari da fame, turni massacranti, ricatti legati ai permessi di soggiorno, condizioni abitative indegne. Ma queste notizie raramente occupano le prime pagine per più di qualche giorno.

Il migrante sfruttato non è utile alla narrazione dominante. Molto più utile è il migrante percepito come minaccia.

Il grande silenzio dei media

La sproporzione è evidente.

Un reato commesso da uno straniero può dominare il dibattito pubblico per settimane. Un sistema di sfruttamento che coinvolge centinaia di lavoratori spesso scompare nel giro di poche ore.

Non si tratta di negare l’esistenza della criminalità tra gli immigrati. Sarebbe una sciocchezza. La criminalità esiste in ogni gruppo umano e va contrastata con gli strumenti dello Stato di diritto.

Il problema nasce quando si attribuiscono responsabilità collettive a milioni di persone sulla base delle azioni di pochi individui.

È esattamente il meccanismo che alimenta il razzismo contemporaneo: non più la superiorità biologica proclamata apertamente, ma la costruzione costante di una presunta incompatibilità culturale. Non più la discriminazione dichiarata, ma la normalizzazione del sospetto.

Così il cittadino viene convinto che il problema sia il migrante che arriva su un barcone e non il sistema economico che produce precarietà, povertà e concentrazione della ricchezza.

La fabbrica dell’odio

L’avanzata delle destre radicali in Europa e negli Stati Uniti non può essere compresa senza osservare il ruolo della comunicazione politica.

Donald Trump ha costruito gran parte del proprio consenso sulla criminalizzazione degli immigrati. In molti paesi europei il copione è stato identico. La paura viene trasformata in linguaggio quotidiano, il diverso diventa una minaccia permanente, l’identità nazionale viene presentata come una fortezza assediata.

Anche in Italia questo processo è ormai evidente.

Il risultato è una progressiva degradazione del discorso pubblico. Ragazzi sempre più giovani crescono immersi in messaggi che associano differenza e pericolo, diversità e minaccia, integrazione e perdita di identità.

Le conseguenze non sono soltanto politiche. Sono culturali, sociali e persino psicologiche. Una società che vive nella paura finisce per vedere nemici ovunque.

La vera questione nazionale

L’Italia è uno dei paesi più anziani del mondo. La natalità continua a diminuire. Interi territori si spopolano. Mancano lavoratori in numerosi settori produttivi. Il sistema pensionistico affronta sfide sempre più complesse.

Di fronte a questa realtà, trasformare l’immigrazione in una guerra culturale significa ignorare deliberatamente i problemi reali del Paese.

La vera questione nazionale non è il colore della pelle di chi lavora nei nostri campi o assiste i nostri anziani.

La vera questione nazionale è l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la riduzione dei diritti sociali, la crisi del welfare pubblico e la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più ristretta.

Ma affrontare questi problemi significherebbe mettere in discussione rapporti di potere consolidati.

È molto più semplice indicare un nemico esterno.

Chi semina odio raccoglie paura. Chi costruisce paura raccoglie consenso. Ma una nazione che fonda il proprio futuro sulla ricerca continua di capri espiatori finisce inevitabilmente per indebolire se stessa.

La storia europea insegna che il razzismo non nasce mai all’improvviso. Cresce lentamente, si normalizza attraverso le parole, si legittima attraverso le istituzioni e infine diventa senso comune.

Per questo la battaglia contro il razzismo non riguarda soltanto gli immigrati. Riguarda la qualità della democrazia, il valore della convivenza civile e il futuro stesso della Repubblica.

Perché ogni volta che un essere umano viene trasformato in un nemico per convenienza politica, non è soltanto la sua dignità ad essere colpita. È la libertà di tutti a diventare più fragile.

Fonti

ISTAT
INPS
Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)
Eurostat
CGIL – Osservatorio sul caporalato
Caritas Italiana – Rapporto Immigrazione
Fondazione Leone Moressa
Amnesty International
Human Rights Watch

Capitale umano di scarso valore

La confessione del banchiere e la guerra di classe dell’algoritmo

Una frase sfuggita a Hong Kong svela ciò che il potere economico raramente confessa: l’intelligenza artificiale non nasce per liberarci dalla fatica, ma per ridurre il costo del lavoro e disciplinare chi lavora.

C’è un istante preciso in cui il potere smette di travestirsi e dice la verità su sé stesso. Quasi sempre è un incidente: accade quando chi comanda, convinto di parlare soltanto ai propri simili, dimentica che il microfono è acceso e che oltre la parete della sala riunioni esiste un mondo di persone che del suo cinismo sono la materia prima. È successo a Hong Kong il 19 maggio 2026, davanti a una platea di investitori riuniti per ascoltare i piani futuri di una grande banca. Bill Winters, amministratore delegato di Standard Chartered — gruppo bancario britannico che impiega circa ottantunomila persone in tutto il mondo — ha spiegato che entro il 2030 l’istituto cancellerà oltre settemilaottocento posti di lavoro, sostituendoli con sistemi di intelligenza artificiale. Poi ha aggiunto la frase destinata a inseguirlo: non si tratta di tagliare i costi, ha precisato, ma di rimpiazzare capitale umano di scarso valore con il capitale finanziario e d’investimento che la banca sta immettendo nei propri processi.

  1. La confessione di Hong Kong
    Conviene partire dai fatti, perché i fatti, in questa vicenda, sono più eloquenti di qualsiasi commento. Standard Chartered non è un’impresa in difficoltà che cerca disperatamente di sopravvivere. È una banca che ha appena annunciato profitti record, sostenuti tra l’altro da diciotto miliardi di dollari di nuovi flussi netti nel solo comparto della gestione patrimoniale. È in questo contesto di abbondanza, non di crisi, che il suo amministratore delegato ha presentato un piano per ridurre di oltre il quindici per cento, entro il 2030, il personale delle cosiddette funzioni di supporto: gestione del rischio, conformità normativa, risorse umane, contabilità. Si tratta di reparti che alla fine dell’anno precedente contavano oltre cinquantamila addetti. La cifra che circola — tra settemilaottocento e ottomila posti di lavoro — non descrive un costo da comprimere, ma un insieme di vite umane, di famiglie, di redditi, di esistenze costruite intorno a un impiego.

La logica esposta da Winters è di una limpidezza brutale. Non si licenzia per risparmiare, ha detto in sostanza, si licenzia perché esiste un capitale che rende di più. A parità di spesa, il capitale finanziario investito nell’automazione promette agli azionisti un rendimento superiore a quello garantito da chi quel lavoro lo svolge con le proprie mani e la propria intelligenza. Le persone, in questa contabilità, vengono classificate esattamente come qualunque altro fattore produttivo: una voce di bilancio da ottimizzare, una merce di cui valutare l’utilità marginale. Chi rende meno dell’alternativa tecnologica viene espulso. La banca prospera, gli azionisti incassano, e migliaia di lavoratori scoprono di valere, agli occhi di chi li impiega, meno di un investimento in software.

  1. L’errore che dice la verità
    La reazione è stata immediata e rivelatrice. Nel giro di pochi giorni Winters ha fatto marcia indietro, affidando a una piattaforma social le proprie scuse: le sue parole, ha spiegato, erano state estrapolate dal contesto, e dove i ruoli vengono meno ciò riflette un cambiamento del lavoro, non un giudizio sul valore delle persone. Persino le autorità di vigilanza di Hong Kong e di Singapore hanno chiesto conto di quelle dichiarazioni, domandando se non si trattasse di un pretesto per usare l’intelligenza artificiale come grimaldello per ridurre il personale. La macchina della comunicazione aziendale si è messa in moto a pieno regime, dispensando il consueto lessico rassicurante: riqualificazione, riconversione, lavoro a maggior valore aggiunto, datore di lavoro responsabile.

Eppure il punto non è l’insulto, ma la sincerità. Lo scandalo non risiede nel piano industriale, che procede indisturbato, bensí nel fatto che per un istante qualcuno lo abbia descritto senza belletti. Le scuse non ritrattano la sostanza: correggono il registro. Non promettono di salvare quei posti di lavoro, promettono soltanto di non chiamarli più con il loro nome. È questa la funzione profonda del linguaggio del management contemporaneo: trasformare una decisione politica — chi prospera e chi viene scartato — in un evento naturale, in un cambiamento del lavoro che accade da sé, come una stagione. La parola sfuggita a Winters ha avuto il merito involontario di squarciare questo velo. Ha mostrato che dietro gli eufemismi si nasconde un’antica, fredda operazione di misurazione del valore degli esseri umani in base a quanto rendono.

  1. La lunga genealogia di una parola
    Sarebbe un errore liquidare l’espressione capitale umano come una caduta di stile individuale. Si tratta, al contrario, di una dottrina con una storia lunga e rispettabile, almeno per chi la professa. Già alla fine del Settecento Jeremy Bentham, teorico dell’utilitarismo, immaginava le case di lavoro coatto per i poveri come imprese in cui ogni individuo doveva produrre più di quanto costava per mantenersi. Il bambino accolto in quegli istituti aveva un valore positivo quando il suo rendimento futuro superava le spese di vitto, vestiario e sorveglianza; un valore negativo nel caso contrario. L’essere umano ridotto a unità di utilità, censito come una partita doppia: è qui che affonda le radici la frase del banchiere.

Negli anni Sessanta del Novecento la Scuola di Chicago ha formalizzato questa intuizione nella teoria del capitale umano: le persone sono portatrici di valore nella misura in cui gli investimenti compiuti per dotarle di competenze — istruzione, formazione, addestramento — generano un rendimento misurabile. Dagli anni Ottanta in poi, la disciplina delle risorse umane ha amministrato questo capitale come un portafoglio finanziario, allocandolo o dismettendolo secondo convenienza. Ma la radice ultima è ancora più antica e profonda, e l’aveva colta Marx con precisione chirurgica: nel modo di produzione capitalistico la forza-lavoro diventa una merce, e il lavoratore conta non come persona, ma come fonte di plusvalore. La vera novità dei nostri giorni è un’altra, ed è vertiginosa: nella gerarchia del valore che decide chi merita di restare nel mercato, non è più detto che a vincere sia un essere umano. L’esercito industriale di riserva — quella massa di disoccupati che il capitale tiene in serbo per disciplinare chi un lavoro ancora ce l’ha — arruola oggi una recluta inedita: la macchina.

  1. Lo specchio dei numeri
    Che non si tratti di pure suggestioni lo certificano i dati. L’AI Index 2026, il rapporto annuale dell’università di Stanford considerato tra i più autorevoli al mondo sullo stato dell’intelligenza artificiale, è la prima edizione a documentare non più una previsione, ma un fenomeno già in atto: la sostituzione di lavoro umano per via algoritmica. Negli Stati Uniti l’occupazione degli sviluppatori di software tra i ventidue e i venticinque anni è calata di quasi il venti per cento rispetto al 2024, mentre quella dei colleghi più anziani continuava a crescere. I guadagni di produttività si concentrano proprio dove appare l’espulsione di manodopera: più quattordici per cento nell’assistenza clienti, più ventisei nello sviluppo software, fino a oltre settanta in alcune mansioni del marketing. Un’organizzazione su tre, a livello globale, prevede di ridurre il proprio organico nell’anno in corso a causa dell’automazione. L’adozione di sistemi di IA generativa ha raggiunto in tre anni oltre la metà della popolazione, diffondendosi più rapidamente del personal computer e di internet.

Dentro questi numeri si nasconde la frattura decisiva. Lo stesso rapporto registra che il settantatré per cento degli esperti statunitensi di intelligenza artificiale giudica positivo l’impatto della tecnologia sul mercato del lavoro, mentre solo il ventitré per cento dell’opinione pubblica condivide quell’ottimismo: un abisso di cinquanta punti percentuali. Quell’abisso non è un dato statistico neutro, è la linea di classe del nostro tempo. Da una parte chi possiede, progetta e vende la tecnologia, e ne raccoglie i profitti; dall’altra chi la subisce, e ne paga il prezzo in posti di lavoro e in ansia per il futuro. Non a caso a essere colpiti per primi sono i giovani, i ruoli d’ingresso, quei gradini bassi della scala professionale che permettevano di entrare nel mondo del lavoro, di imparare un mestiere, di costruire competenza e autonomia. Stiamo smontando la scala mentre continuiamo a ripetere ai ragazzi di arrampicarsi.

  1. Le mani invisibili che addestrano le macchine
    C’è poi una menzogna fondativa nel racconto dell’automazione: l’idea che la macchina funzioni da sola. Non è vero. Dietro ogni risposta apparentemente prodigiosa di un sistema di intelligenza artificiale si nasconde un esercito di lavoratori in carne e ossa, invisibili e mal pagati, in larga parte concentrati nel Sud del mondo. In Kenya, divenuto uno dei principali poli mondiali di questo lavoro, gli addetti all’annotazione dei dati e alla moderazione dei contenuti guadagnano meno di due dollari l’ora, contro gli oltre venti percepiti negli Stati Uniti per mansioni analoghe. Il loro compito è etichettare immagini e testi per addestrare i programmi, e ripulire le piattaforme dai materiali più atroci: scene di omicidio, abusi su minori, violenze di ogni genere, per ore e ore al giorno. Le ricercatrici Mary Gray e Siddharth Suri hanno definito tutto ciò lavoro fantasma, mentre la Banca Mondiale stima tra i centocinquantaquattro e i quattrocentotrentacinque milioni le persone impiegate nel lavoro digitale a cottimo nel pianeta.

Le conseguenze sono devastanti. Indagini condotte nel 2025 tra lavoratori di Colombia, Ghana e Kenya hanno documentato decine di casi di disturbo da stress post-traumatico, depressione, attacchi di panico, dipendenze, fino all’ideazione suicidaria. È una nuova forma di colonialismo tecnologico: si estrae valore dal lavoro del Sud per concentrare i profitti nel Nord, portando a compimento ciò che il colonialismo storico aveva cominciato. E poiché in paesi come il Kenya la disoccupazione giovanile sfiora livelli da emergenza, la coercizione è incorporata nella struttura stessa del rapporto: chi non ha alternative accetta qualunque condizione. Cosí l’intelligenza artificiale rivela il proprio volto autentico. Non è l’abolizione del lavoro sfruttato, ma la sua redistribuzione e occultamento: lo stesso sistema che dichiara di scarso valore gli impiegati del Nord è costruito sulle spalle di lavoratori del Sud che valuta ancora meno, e che preferisce non far vedere.

  1. Coercizione e consenso nell’età dell’algoritmo
    Per comprendere la posta in gioco conviene tornare ad Antonio Gramsci. Nel ventiduesimo dei suoi Quaderni, dedicato all’americanismo e al fordismo, Gramsci osservava come la catena di montaggio combinasse due forze apparentemente opposte: la coercizione del ritmo imposto dalla macchina e il consenso costruito attraverso salari elevati, capaci di trasformare l’operaio, scriveva con amara ironia, in un gorilla ammaestrato. Quella miscela di costrizione e consenso ha plasmato il grande compromesso sociale del Novecento, lo stesso che, intrecciandosi con lo Stato sociale, ha reso possibili le democrazie liberali fondate sul lavoro. Il patto era chiaro: si lavorava, si riceveva un salario, da quel salario discendevano diritti, e dai diritti la cittadinanza piena.

Quel patto si sta spezzando sotto i nostri occhi. Se la produttività cresce ma i suoi frutti non si traducono più in salari e in occupazione, bensí in rendite per chi possiede le piattaforme e le infrastrutture di calcolo, allora il consenso evapora e resta soltanto la coercizione. È ciò che alcuni studiosi chiamano tecnofeudalesimo: un capitalismo che non si fonda più sul profitto d’impresa, ma sulla rendita estratta da chi controlla i territori digitali, vere e proprie proprietà feudali del nostro tempo. E c’è un’ingiustizia ulteriore, quasi metafisica: questi sistemi vengono addestrati sul lavoro accumulato, sulla cultura e sull’intelligenza collettiva di tutti noi — il sapere sociale che Marx chiamava general intellect — per poi essere privatizzati e rivenduti come strumenti per disciplinarci e sostituirci. Ci espropriano di ciò che abbiamo costruito insieme, e ce lo ripresentano sotto forma di minaccia.

  1. La posta in gioco è la democrazia
    Non sorprende che persino le istituzioni più caute abbiano avvertito la gravità del momento. Papa Leone XIV ha voluto dedicare la prima enciclica del suo pontificato, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026 nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum Novarum, proprio alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro il controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici — una manciata di imprese capaci di orientare sottilmente i comportamenti e perfino di riscrivere la storia — e contro la deriva di un’IA piegata alla logica militare. Non occorre essere credenti per cogliere il segnale: quando la Chiesa sente il bisogno di riprendere il filo della propria dottrina sociale, nata contro le devastazioni della prima rivoluzione industriale, significa che siamo davanti a una svolta che investe l’idea stessa di umanità.

La nostra cultura costituzionale, del resto, una risposta ce l’ha già pronta. La Repubblica è fondata sul lavoro, recita l’articolo 1, e l’articolo 3 impone alle istituzioni di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza dei cittadini. Piero Calamandrei ammoniva che la Costituzione non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno di carburante, e quel carburante è la partecipazione quotidiana di chi vi crede. Una tecnologia che rende eccedente il lavoro senza ridistribuire la ricchezza che produce non è un fenomeno tecnico neutrale: è un attacco diretto al patto costituzionale. La questione, in altre parole, non è ingegneristica ma politica, e si riassume in una sola domanda: chi decide? Una banca in attivo che taglia il reddito di ottomila famiglie per compiacere i propri azionisti compie una scelta, non subisce un destino. E ogni scelta può essere contestata, rovesciata, sottoposta al vaglio della collettività.

  1. Chi deve dimostrare di essere utile
    La narrazione dominante ribalta la domanda fondamentale e spera che nessuno se ne accorga. Ci induce a chiederci quale utilità conservino, in un mondo governato dal rendimento, i disoccupati, i malati, le persone con disabilità, gli anziani, tutti coloro che non generano profitto. È la domanda sbagliata, ed è una domanda oscena. Una società democratica non chiede ai propri membri di giustificare la loro esistenza in base a quanto producono. Chiede semmai il contrario: è la tecnologia a dover dimostrare la propria utilità sociale, non l’essere umano. Un sistema enormemente energivoro, posseduto da pochi, che concentra la ricchezza, smonta la scala dell’accesso al lavoro e poggia su una sottoclasse di lavoratori invisibili deve provare di servire la maggioranza delle persone, e non l’inverso.

È per questo che la frase di Winters è preziosa: perché è onesta, e ci dice con esattezza dove stiamo andando se lasceremo che a decidere sia il mercato. L’alternativa non è il rifiuto luddista delle macchine, ma la politica. Significa controllo pubblico delle infrastrutture digitali essenziali; ridistribuzione dei guadagni di produttività sotto forma di riduzione dell’orario a parità di salario, di servizi universali, di garanzie di reddito; diritti e tutele per i lavoratori digitali del Nord come del Sud; governo democratico e trasparente degli algoritmi. Le macchine dovrebbero liberarci dalla fatica, non dalla dignità. E la scelta tra queste due strade non è tecnica: è, come sempre è stato, una questione di potere. Per questo non appartiene alla sala riunioni di una banca a Hong Kong, ma a noi.

Fonti
Banking Dive, «StanChart CEO apologizes over “lower-value human capital” comment», maggio 2026.
Fortune, «Standard Chartered CEO apologizes for calling some workers “lower-value human capital” in AI push», 26 maggio 2026.
The National, «Bill Winters’ comments on AI and “lower-value human capital” draw ire», 20 maggio 2026.
Crypto Briefing, «Regulators question Standard Chartered after CEO calls cut roles “lower-value human capital”», maggio 2026.
finews, «Standard Chartered Plans Sweeping Job Cuts through AI», maggio 2026.
Stanford Institute for Human-Centered AI, The 2026 AI Index Report, aprile 2026.
IEEE Spectrum, «Stanford’s AI Index for 2026 Shows the State of AI», aprile 2026.
Vaticano, Lettera enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026.
Il Fatto Quotidiano, «La dottrina di Papa Leone XIV sull’intelligenza artificiale», maggio 2026.
Media@LSE, «The perilous future of AI work in the Global South», novembre 2025.
Brookings Institution, «Reimagining the future of data and AI labor in the Global South», ottobre 2025.
Qhala / Medium, «Data Workers in AI: A New Frontier of Labour Exploitation in the Global South», giugno 2025.
Mary L. Gray, Siddharth Suri, Ghost Work, 2019.
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 22 (Americanismo e fordismo).
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
Licenza CC BY-NC-SA 4.0