L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

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Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

Il giorno in cui Milano si è schierata con i pirati

La complicità del Partito Democratico nell’ora della Flotilla rapita

C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della marina israeliana abbordano una a una le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrano centinaia di attivisti civili disarmati, sparano contro chi porta farmaci e cibo a una popolazione affamata, dentro l’aula del consiglio comunale di Milano si compie un gesto che fra dieci anni nessuno potrà cancellare. Ventuno consiglieri votano per mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Diciassette votano per sospenderlo. Tre consigliere del Partito Democratico e tre della lista civica del sindaco Sala scelgono di stare con la destra, con la maggioranza dei rifiuti, con il filo che lega la prima città industriale italiana alla capitale economica di uno Stato che da oltre due anni e mezzo conduce l’eliminazione metodica di un popolo.

Non è un caso. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta di un sistema politico che ha smarrito perfino le parole per dirsi e che mentre fuori le piazze si riempiono di centomila persone preferisce mostrarsi nuda nella sua subalternità. La domanda non è più cosa pensa il governo Meloni di Gaza, o cosa pensa l’Unione Europea della pirateria di Stato praticata da Netanyahu. La domanda è perché, in una città che si racconta progressista, una porzione decisiva del centrosinistra abbia deciso di salvare il sindaco invece di salvare la propria onorabilità politica.

1. La cronaca di una doppia infamia

La sequenza dei fatti è essenziale. La sera del diciotto maggio duemilaventisei l’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale. In oltre trenta città italiane partono cortei, manifestazioni, presìdi davanti ai consolati e alle prefetture. Lo slogan è secco, frontale, antico nella sua semplicità: «Nemmeno un chiodo per guerra e genocidio». A Roma diecimila persone marciano dall’Esquilino. A Milano il corteo parte da piazzale Loreto, percorre Buenos Aires, Porta Venezia, corso Matteotti, piazza della Scala e termina in piazza Duomo. A Bologna due cortei, uno la mattina e uno il pomeriggio. A Firenze il corteo passa lungo i lungarni con lo striscione «Fermiamo il sionismo con la resistenza». A Genova, Palermo, Pisa, Padova, Bergamo, Cagliari, Torino, Napoli, Livorno: ovunque la stessa risposta dal basso, ovunque la stessa assenza istituzionale.

Mentre marciano i cortei, in mare aperto si compie l’ennesimo atto di pirateria di Stato. Cinquantaquattro imbarcazioni civili, quattrocentoventisei attivisti di trentanove nazionalità, partiti pochi giorni prima dal porto turco di Marmaris, vengono intercettati uno dopo l’altro da decine di motovedette militari israeliane. Centinaia di miglia nautiche dalle coste di Gaza, in acque internazionali sotto sovranità giuridica europea. I soldati salgono a bordo coi mitra spianati, ordinano agli equipaggi di mettersi in ginocchio, trasferiscono gli arrestati su una nave prigione battente bandiera israeliana. In sei imbarcazioni partono colpi: l’esercito di Tel Aviv ammette «mezzi non letali a scopo di avvertimento», la Flotilla denuncia spari e non ha modo di distinguere se i proiettili siano di gomma o veri. Fra i sequestrati ventinove cittadini italiani, tre stranieri residenti in Italia, un deputato del Movimento Cinque Stelle, l’ex candidata alla presidenza della Toscana Antonella Bundu, l’operaio del collettivo di fabbrica ex Gkn Dario Salvetti. Tutti vengono trasferiti al porto di Ashdod.

La parola giusta esiste e va pronunciata senza eufemismi. È pirateria. È rapimento. È atto di guerra contro civili in acque libere. La risposta del governo italiano arriva tardi, modesta, lessicalmente codarda. Il ministro degli Esteri Tajani chiede a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza». Non protesta. Non convoca l’ambasciatore. Non sospende relazioni. Verifica. Come un pubblico amministratore davanti a una procedura amministrativa fuori squadro. Nelle stesse ore l’Unione Europea conferma quanto aveva già anticipato il dodici maggio: nessuna protezione istituzionale alle imbarcazioni civili dei suoi stessi cittadini. La sovranità europea si arresta al limite delle direttive sui detersivi.

È esattamente in questo scenario che a Palazzo Marino, a Milano, va in scena il voto sul gemellaggio. Non un voto qualsiasi. Un voto che era già stato vinto otto mesi prima, il venti ottobre duemilaventicinque, quando il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno per sospendere i rapporti istituzionali con Tel Aviv. Quel voto democratico era stato inghiottito nel silenzio del sindaco, che non aveva mai trasmesso la deliberazione al suo omologo israeliano, di fatto sterilizzandola. I gruppi di opposizione interna alla maggioranza, i Verdi guidati da Francesca Cucchiara, Tommaso Gorini ed Enrico Fedrighini del gruppo misto, decidono di riportare il provvedimento in aula. Il risultato è ventuno contrari, diciassette favorevoli, un presente non partecipante. Il gemellaggio resta. Il Pd a maggioranza vota per la sospensione, ma tre consigliere democratiche, Roberta Osculati, Angelica Vasile e Alice Arienta, votano insieme alla destra. Tre consiglieri della lista civica del sindaco, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone, fanno lo stesso. Sei voti decisivi. Sei voti che, sommati a quelli del centrodestra in opposizione, bastano a mantenere in vigore un rapporto istituzionale fra una città italiana e la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

2. La meccanica della complicità

Si dice che le coalizioni vivano di compromessi. È vero, ma c’è un confine oltre il quale il compromesso si chiama copertura, e oltre il compromesso si chiama complicità. Quel confine a Milano è stato attraversato due volte. La prima quando il sindaco Sala ha unilateralmente bloccato l’attuazione dell’ordine del giorno di ottobre, sostituendo la propria sensibilità personale al voto democratico di un consiglio comunale. La seconda quando una parte del Pd, mascherata da prudenza istituzionale, ha consegnato i voti decisivi alla destra per non disconoscere il sindaco. È la cosiddetta libertà di voto: una formula che permette ai vertici di non scegliere e ai dissidenti di non rispondere. Una scappatoia che in tempi normali nutre la palude, ma che in tempi di genocidio diventa l’esatta condotta che la storia, fra qualche anno, chiamerà col suo nome.

I numeri parlano da soli. Il gemellaggio Milano-Tel Aviv non sopravvive perché esiste una maggioranza politica che lo difende. Sopravvive perché un pezzo del Partito Democratico tiene insieme una contraddizione: a parole solidarietà con la Flotilla, nei fatti voto allineato con i sostenitori del primo ministro Netanyahu. È una scissione fra parola e atto che caratterizza tutta una fase del riformismo italiano. La capogruppo Beatrice Uguccioni, dopo il voto, ha avuto il coraggio di dire dall’aula che la sospensione del gemellaggio approvata democraticamente otto mesi prima «non ha trovato seguito ai piani alti». Una frase che il sindaco Sala, il giorno dopo, ha bocciato pubblicamente. Il segretario milanese del Pd, Capelli, ha emesso una nota da pompiere: nessun atto di sfiducia, nessuna rottura, tutto rientra nella normale dialettica interna. È la grammatica con cui il centrosinistra italiano amministra la propria irrilevanza.

Non è settarismo segnalarlo. È analisi politica elementare. La destra al governo nel Paese, dalla presidente del Consiglio Meloni al ministro Tajani, ha una posizione filo-israeliana costante, esplicita, perfino orgogliosa. La destra non finge. Una parte del centrosinistra, invece, oscilla, ondeggia, copre, distingue, attende. Ed è proprio in questa oscillazione che la destra trova il suo ossigeno permanente. Il governo Meloni non esiste solo per le proprie forze. Esiste anche, e forse soprattutto, perché ha davanti a sé una opposizione che a Milano vota la stessa cosa che voterebbe la Lega. Una opposizione che non sa scegliere fra la Costituzione e Confindustria, fra il diritto internazionale e i tavoli con le imprese israeliane di sicurezza informatica.

3. Il volume reale dell’orrore

Per capire cosa sia stato votato a Milano occorre tenere fissi i numeri di Gaza. Non i numeri della retorica, quelli del ministero della Salute palestinese e delle agenzie sanitarie internazionali. All’inizio di marzo duemilaventisei le morti palestinesi documentate fra Gaza e Cisgiordania superano le settantatremila duecentosedici. I feriti accertati superano i centoottantatremila. A questi vanno aggiunti almeno dodicimila duecento dispersi, prevalentemente sepolti sotto le macerie dei quartieri rasi al suolo. Il novantaquattro per cento delle infrastrutture mediche risulta distrutto, secondo Medici senza Frontiere. Il novantacinque per cento degli ospedali è fuori uso. Quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi nel corso del conflitto. Oltre duecentotrentaquattro giornalisti palestinesi sono caduti, una cifra che è già la più alta mai registrata in un singolo conflitto contemporaneo, e cresce ogni settimana.

Questi sono i dati su cui si è votato. Quando il consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio istituzionale con la capitale economica dello Stato responsabile di queste cifre, sta esprimendo una posizione politica. Non sta firmando un accordo turistico fra fontane di Piazza Duomo e spiagge di Tel Aviv. Sta dichiarando che, fra l’ente municipale di uno Stato sotto procedimento internazionale per genocidio davanti alla Corte dell’Aja e una popolazione affamata, mutilata, sterminata, l’amministrazione di Milano sceglie il primo. È un atto politico, e va trattato come tale.

Il blocco navale di Gaza dura dal duemilasette, illegale fin dal primo giorno secondo la maggior parte dei giuristi internazionali. Da almeno due anni l’assedio si è trasformato in arma di sterminio sistematico. Ai punti di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione cosiddetta umanitaria costruita su misura per sostituire le agenzie delle Nazioni Unite, si è sparato a centinaia sui civili, anche bambini, colpiti alle spalle mentre fuggivano dopo essersi avvicinati ai pacchi. Le immagini sono pubbliche. I rapporti dei medici stranieri, dei pochissimi giornalisti internazionali ammessi e poi espulsi, della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, formano un corpo documentale che nessun tribunale onesto potrà liquidare. Centinaia di palestinesi vengono uccisi durante quello che diplomaticamente viene chiamato «cessate il fuoco», con la regolarità di un’agenda. Bambini di dodici anni vengono incarcerati per il reato di aver lanciato pietre contro i tank che radono al suolo le loro case. I valichi restano chiusi al cibo in entrata e ai feriti in uscita. Le barche di soccorso vengono abbordate in acque internazionali e i loro equipaggi sequestrati come prede di guerra.

4. Il vocabolario della pacificazione

Esiste una narrazione dominante e va smontata pezzo per pezzo. Quella narrazione si regge su parole prese in prestito da un mondo che non esiste più. Si parla di «tregua», ma sotto la tregua si continua a sparare, a colpire i cooperanti, a bombardare quartieri residenziali. Si parla di «aiuti umanitari», ma gli aiuti vengono trasformati in trappole letali ai punti di distribuzione. Si parla di «conferenza di pace», ma chi propone la conferenza tace nel momento in cui un suo cittadino viene rapito in mare. Si parla di «dialogo fra città», ma il dialogo viene mantenuto con un’amministrazione che è parte integrante della catena di comando di una pulizia etnica.

Il giorno dopo il voto, la capogruppo Pd Uguccioni ha proposto come strada futura la Conferenza Internazionale di Pace, presentandola come orizzonte condiviso «praticamente all’unanimità» dal consiglio comunale. È la formula classica del compromesso che disinnesca. Una conferenza è un’idea, può essere tutto e niente. Sospendere un gemellaggio, invece, è un atto. Costa, pesa, lascia traccia. La differenza fra un atto e un’idea è esattamente la differenza fra una posizione politica e una posa estetica. Per troppi anni il centrosinistra italiano ha confuso le due cose. E ora, davanti al più grande crimine contemporaneo, paga il prezzo della confusione.

Vale anche per le scelte semantiche. Quando si parla di Israele si distingue, si articola, si bilancia. Quando si parla di Iran, di Russia, di Venezuela, l’aggettivo «regime» scatta automatico. Lo Stato di Tel Aviv compie atti che in qualunque altro contesto sarebbero descritti come crimini contro l’umanità, e i nostri editorialisti dosano i complementi indiretti. La sproporzione del linguaggio è la prima forma di complicità mediatica. La seconda è il silenzio: tre giornalisti italiani su quattro hanno raccontato il voto di Milano come un episodio interno alla maggioranza, una grana per Sala, una scaramuccia da rubriche politiche locali. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di dire che a Milano, quella sera, si è votato sul giudizio storico di un crimine in corso.

5. La struttura materiale del consenso

Per capire perché il gemellaggio resiste a tutte le pressioni occorre guardare alla struttura materiale che lo regge. Non è un legame simbolico. È un asse industriale, finanziario e tecnologico. Milano è la prima sede italiana di numerose multinazionali israeliane della cibersicurezza, del fintech, dei sistemi militari duali. Le università milanesi, dal Politecnico alla Bocconi, hanno accordi di scambio e di ricerca con istituzioni israeliane, alcuni dei quali toccano direttamente settori di applicazione militare. Le startup di matrice israeliana che approdano in Italia trovano nel sistema lombardo il proprio aeroporto naturale. Quando si parla di gemellaggio non si parla, dunque, di scambi folkloristici o di settimane gastronomiche. Si parla di un’infrastruttura politica che facilita flussi di capitali, brevetti, contratti militari, joint venture nel settore della sorveglianza biometrica.

È in questa rete di interessi che vanno collocate le tre consigliere e i tre consiglieri che hanno tradito il proprio voto di ottobre. È la materialità dei legami fra Palazzo Marino e l’asse atlantico-israeliano, non un capriccio personale, che spiega la loro scelta. La sinistra che ignora questa struttura, e che continua a ragionare come se la politica fosse il regno delle pure intenzioni, è destinata a essere battuta ogni volta. Il consigliere che vota contro la sospensione del gemellaggio non vota per ragioni morali. Vota perché ha calcolato che, nel sistema di reciproche convenienze in cui si muove, il costo politico di disconoscere Sala è maggiore del costo politico di abbandonare l’ordine del giorno di ottobre. È un calcolo razionale dentro un sistema corrotto. Per cambiarlo non basta moltiplicare le mozioni: occorre cambiare il sistema.

Ed è qui che il quadro si allarga, perché Milano è solo un osservatorio privilegiato. La stessa logica è all’opera nel governo Meloni che continua a esportare armamenti verso Israele in violazione della legge italiana numero centottantacinque del millenovecentonovanta. La stessa logica è all’opera nelle istituzioni europee che hanno mantenuto in vita l’accordo di associazione con Israele nonostante l’articolo due dello stesso accordo subordini la relazione al rispetto dei diritti umani fondamentali. La stessa logica è all’opera nell’apparato di sicurezza atlantico che considera la frontiera israeliana come la propria linea avanzata di proiezione strategica nel Mediterraneo. Sospendere un gemellaggio comunale è un atto politico minuto, ma agisce su questa stessa catena. Per questo i suoi avversari sono tanto agguerriti. Per questo lo hanno bocciato.

6. Le piazze e gli Stati

Mentre il voto si consumava, in mare e per strada si vedeva l’altro lato della stessa medaglia. La protezione della Flotilla non è venuta dalle marine europee, dai governi atlantici, dalle cancellerie. È venuta dagli scioperi generali indetti dall’Unione Sindacale di Base e dal sindacalismo di base, dai presìdi che hanno bloccato porti come Genova, Livorno, Salerno, Ravenna, dai trentamila lavoratori e lavoratrici che si sono fermati nonostante le sanzioni dell’Autorità di Garanzia. È venuta dalle università occupate, dai centri sociali, dalle reti civiche, dai sanitari per Gaza, dalle quattromila iniziative di sciopero della fame a staffetta diffuse in tutto il Paese, dai medici italiani che si sono dichiarati disponibili a recarsi nella Striscia anche a rischio personale, dai collettivi di fabbrica come ex Gkn che hanno trasformato le loro stesse vertenze nella piattaforma di una solidarietà internazionalista che non si vedeva da anni.

Sono i popoli che proteggono la Flotilla. Sono i popoli che hanno fatto sì che a Gaza il termine «genocidio», un tempo riservato alle aule accademiche, sia oggi pronunciato in piazza, sulle pagine dei principali quotidiani internazionali, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. È il movimento dal basso ad avere costretto trentanove governi a dichiararsi formalmente preoccupati per l’azione israeliana, anche se solo cinque di essi hanno preso misure operative. È il movimento dal basso ad avere infiltrato persino una parte del giornalismo mainstream, che oggi descrive in modo molto più aderente alla realtà ciò che due anni fa veniva taciuto. La sproporzione fra ciò che dicono le piazze e ciò che fanno le istituzioni è la cifra di tutta una stagione politica. È la sproporzione che spiega l’urgenza di costruire forme di organizzazione politica capaci di trasferire quella forza nelle stanze dove si decide.

A Milano la lezione è scoperta. Una raccolta di firme è in corso, da settimane, per una delibera di iniziativa popolare che imponga al Comune la sospensione di tutti gli accordi con Israele. È la stessa strada percorsa a Roma, dove il consiglio comunale ha già discusso un provvedimento analogo. Mentre i consiglieri litigano sulle formule, i cittadini firmano. Mentre Sala blocca i voti del proprio consiglio, i quartieri si organizzano. È la dimostrazione che la democrazia diretta, la mobilitazione popolare, la pressione costante e capillare dal basso restano gli unici strumenti efficaci per costringere le istituzioni a fare la cosa giusta. O almeno la cosa meno indegna.

7. Cosa ci insegna il voto di Milano

Il voto di Palazzo Marino del diciotto maggio resterà come un piccolo, esatto laboratorio politico. Ha mostrato in poche ore tre verità che a sinistra è ora di guardare in faccia. La prima è che non basta avere una maggioranza progressista per governare in modo progressista: serve una direzione politica che non abbia paura del costo dei propri principi. La seconda è che il riformismo che si rifugia nella «libertà di coscienza» quando si tratta di decidere su un genocidio non sta praticando la libertà, sta praticando la fuga. La terza è che la complicità peggiore non è quella della destra apertamente filo-israeliana, ma quella della sinistra di governo che sta in piazza con la Flotilla e in aula vota con i suoi affossatori. La destra agisce coerentemente. La complicità tiepida del centrosinistra è ciò che permette alla destra di non pagare politicamente nessuna delle proprie posizioni.

C’è bisogno di nominare le cose. C’è bisogno di smettere di chiamare prudenza ciò che è subalternità, equilibrio ciò che è copertura, dialettica interna ciò che è tradimento di un voto democratico già espresso. C’è bisogno di una nuova soglia. Quella soglia non passa dentro le maggioranze di palazzo, passa fra chi si rifiuta di essere complice e chi accetta di esserlo. È una soglia trasversale, che attraversa partiti, sindacati, associazioni, parrocchie, ordini professionali. Dentro a quella soglia si stanno formando alleanze nuove, fragili ma vere, fra realtà che fino a ieri non si parlavano. È nella geografia di queste alleanze che andrà cercata la sinistra del prossimo decennio. La sinistra che non resta più nella stessa stanza con chi vota a fianco di chi affonda le navi dei nostri.

Le pietre di Milano resteranno. Le pietre delle tre consigliere democratiche e dei tre consiglieri della lista del sindaco resteranno. Le pietre dell’aula di Palazzo Marino, che la sera del diciotto maggio duemilaventisei ha confermato il gemellaggio con la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio, resteranno. Non per spirito di vendetta o per cattiveria storiografica, ma perché nella storia delle lotte popolari ogni voto pesa, ogni voto è un nome, ogni voto entra nei libri di scuola dei figli dei figli di chi oggi muore a Gaza, a Khan Younis, a Rafah. Quei figli un giorno chiederanno conto. E nessuna formula di prudenza istituzionale, nessuna invocazione della Conferenza di Pace, nessuna nota da pompiere del segretario di sezione potrà cancellare il fatto bruto che, in quell’ora, fra un popolo affamato e una marina di pirati, sei consiglieri della maggioranza progressista milanese hanno scelto i pirati.

La sinistra che vuole ancora chiamarsi tale comincia esattamente da qui. Dal rifiuto di restare al tavolo con chi compie quel gesto. Dal coraggio di nominare, distinguere, prendere posizione anche quando questo significa rompere alleanze, perdere municipi, riaprire conflitti che da troppi anni sono stati sedati con la formula stanca del male minore. Perché il male minore, oggi, ha un costo che si misura in seimila bambini sepolti sotto le macerie e in centinaia di attivisti italiani sequestrati in acque internazionali. Quel costo è troppo alto. Va finalmente detto.

Fonti

Agenzia ANSA, dispacci 19-20 maggio 2026 sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla e il trasferimento degli attivisti al porto di Ashdod. Quotidiano Nazionale, cronache del 19 e 20 maggio 2026. Il Fatto Quotidiano, edizioni del 18 e 19 maggio 2026 sul voto del consiglio comunale di Milano e sulle manifestazioni nazionali per la Palestina. Milano Today, ricostruzione del voto del 18 maggio in Palazzo Marino. Contropiano, dossier sulla Flotilla e sul voto milanese. L’Indipendente, cronaca dell’assalto in mare e degli scioperi. Il Manifesto, rubrica «Crimini di guerra», maggio 2026. Salute Internazionale, biopolitica del genocidio palestinese, marzo 2026. Sito ufficiale dell’Unione Sindacale di Base, comunicati 12 e 18 maggio 2026. Peacelink, intercettazione della Global Sumud Flotilla, 18 maggio 2026. Rapporti del Ministero della Salute di Gaza e dati delle agenzie sanitarie internazionali aggiornati al marzo 2026. Dichiarazioni pubbliche della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

L’atomo e la diversione

La falsa ricetta energetica del governo Meloni e la crisi sociale che nessuno vuole nominare

1. Una crisi di classe travestita da emergenza tecnologica

C’è un momento preciso in cui un governo rivela ciò che davvero è: quando, di fronte a un problema concreto che colpisce i corpi e i conti correnti di milioni di persone, risponde con un simbolo. La crisi energetica che da mesi schiaccia le famiglie e le piccole imprese italiane — bollette che arrivano come sentenze, fabbriche che calcolano se convenga ancora tenere accesi i forni, pensionati costretti a scegliere tra il riscaldamento e i farmaci — è uno di quei momenti. E il governo di Giorgia Meloni ha scelto di rispondere con un simbolo: il ritorno al nucleare. Non una risposta che produca un solo kilowattora negli anni in cui la crisi morde, ma una promessa destinata a materializzarsi, nella migliore delle ipotesi, verso la metà del prossimo decennio. Tra l’urgenza del problema e i tempi della risposta si apre un abisso. Quell’abisso non è un errore tecnico. È il contenuto politico dell’operazione.

Vale la pena nominarlo subito, prima che la retorica della «sovranità energetica» lo seppellisca: la crisi delle bollette non è un fenomeno atmosferico, non è una sventura piovuta dal cielo. È il prodotto di scelte precise — la dipendenza strutturale dal gas, la subordinazione dei prezzi nazionali al mercato internazionale e alle tensioni geopolitiche, un sistema energetico costruito per garantire rendite a pochi grandi operatori. Chi governa quel sistema da decenni non può presentarsi oggi come il medico chiamato al capezzale del malato: è, in larga parte, tra le cause della malattia. La ricetta dell’atomo serve, prima di tutto, a far dimenticare questa diagnosi.

2. Cronaca di un annuncio: l’atomo come risposta al caro bollette

Il 13 maggio 2026, durante il question time al Senato, rispondendo a un’interrogazione del leader di Azione Carlo Calenda sul tema dell’energia, la presidente del Consiglio ha pronunciato la frase destinata a fare titolo: entro l’estate sarà approvata la legge delega e saranno adottati i decreti attuativi necessari, ha dichiarato, alla ripresa della produzione nucleare in Italia. Il veicolo legislativo esiste davvero e ha un nome burocratico: è il disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 febbraio 2025 e da mesi in esame nelle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera, dove giacciono ancora centinaia di emendamenti. La premier ha presentato la mossa come la risposta strategica alla dipendenza italiana dalle fonti energetiche estere, una dipendenza definita — con parola scelta con cura — sempre più pericolosa.

Un framing è, per definizione, un modo di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra. La luce, qui, viene puntata su tre parole seducenti: sovranità, indipendenza, futuro. Nell’ombra resta quasi tutto ciò che conta davvero: i tempi reali, i costi reali, le scorie reali, e soprattutto la domanda elementare che nessun cronista compiacente ha posto in quell’aula. Se il problema è oggi, perché la soluzione è per il 2035? La risposta a quella domanda è l’intera inchiesta che segue.

3. L’aritmetica che il governo preferisce tacere

Cominciamo dai numeri, perché i numeri hanno il pregio di non essere ideologici. Lo stesso ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, interrogato sui tempi del ritorno all’atomo, ha collocato l’orizzonte realistico verso la metà del prossimo decennio, concedendo che soltanto gli ottimisti possono immaginare qualcosa prima. È un’ammissione che da sola smonta la narrazione dell’emergenza: una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, entrerà in funzione tra dieci anni non è una risposta a una crisi che brucia adesso i bilanci familiari.

Vengono poi i piccoli reattori modulari, gli SMR, presentati dalla pubblicità governativa come la soluzione pulita e rapida. Qui la realtà è brutale nella sua semplicità: non esiste un solo impianto commerciale di questo tipo in funzione nel mondo occidentale. Si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale, sulla quale un numero crescente di studiosi avverte che costi, tempi di costruzione e rischi tecnologici rendono inverosimile la promessa di reattori operativi entro la fine del decennio. Costruire una narrazione di policy su una macchina che ancora non esiste non è programmazione: è propaganda travestita da ingegneria.

C’è infine la questione del combustibile, quella che la parola sovranità dovrebbe rendere imbarazzante per chi la pronuncia. L’Italia non possiede giacimenti di uranio: dovrebbe procurarselo su un mercato internazionale, scambiando la dipendenza dal gas con la dipendenza dal combustibile arricchito, prodotto e controllato da un pugno di Stati e di multinazionali. La tanto invocata indipendenza energetica si traduce, alla prova dei fatti, in una semplice sostituzione di padrone. Non si esce dalla subordinazione: la si rinomina.

4. Il cimitero europeo delle promesse atomiche

La verifica più eloquente non è italiana, è europea, e ha la forma di una serie di cantieri trasformati in monumenti al fallimento. Il reattore di Flamanville, in Normandia: lavori avviati nel 2007, costo previsto 3,3 miliardi di euro, entrata in funzione programmata per il 2012. È stato collegato alla rete soltanto alla fine del 2024, con dodici anni di ritardo e un costo che la Corte dei conti francese, includendo gli oneri finanziari, ha quantificato attorno ai 23,7 miliardi di euro: circa sette volte la stima iniziale. Sorte analoga per il reattore finlandese di Olkiluoto, entrato in esercizio dopo circa diciotto anni dalla posa della prima pietra, con costi più che triplicati. E il cantiere britannico di Hinkley Point, la cui entrata in funzione è stata rinviata fino a un orizzonte che potrebbe collocarsi nel 2031, con un costo lievitato verso i trentacinque miliardi di sterline e oltre.

Non sono incidenti isolati, sfortune di percorso da addebitare a maestranze distratte. Sono la fisiologia strutturale del nuovo nucleare: una tecnologia talmente complessa che lo sforamento sistematico di tempi e costi è diventato la regola, non l’eccezione. Lo conferma la stessa parabola del programma di reattori di nuova generazione voluto in Francia, il cui costo di costruzione per tre coppie di impianti è passato, in pochi anni, da circa cinquantadue a quasi ottanta miliardi di euro. Presentare tutto questo come la risposta rapida ed economica a una crisi sociale è, nell’interpretazione più generosa, un atto di fede. In quella meno generosa, è un inganno consapevole.

5. Le scorie che non spariscono per decreto

Poi ci sono le scorie, il capitolo che la retorica dell’atomo pulito rimuove con cura chirurgica. L’Italia conserva già, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare aggiornati alla fine del 2024, circa trentatremila settecento metri cubi di rifiuti radioattivi, in aumento di circa il tre per cento in un solo anno, distribuiti in decine di depositi temporanei sparsi sul territorio. Sono l’eredità delle centrali dismesse negli anni Novanta: scorie prodotte quasi quarant’anni fa, per le quali il Paese non ha ancora una sistemazione definitiva. Vale la pena ricordare, contro ogni semplificazione, che circa il quaranta per cento di quei rifiuti non proviene dagli impianti elettronucleari, ma da attività industriali, di ricerca e sanitarie: la gestione delle scorie è un problema corrente del Paese, non un’astrazione del passato.

Il Deposito Nazionale, di cui si discute da oltre vent’anni, non è stato costruito e non lo sarà, secondo le stime più recenti, prima del 2039, forse del 2041. Nessun ente locale ha presentato un’autocandidatura. Il governo ha dovuto rinnovare l’accordo con la Francia per tenere all’estero, fino al 2040, le scorie italiane già esportate. Lo stesso ministro dell’Ambiente è arrivato a ipotizzare pubblicamente di rinunciare al deposito unico. E l’Autorità di regolazione, in una memoria depositata nel febbraio 2026, ha fotografato lo smantellamento delle vecchie centrali come un processo fermo a circa un terzo di avanzamento dopo oltre vent’anni di lavori, con un costo complessivo salito attorno agli undici miliardi di euro. Un governo che in quarant’anni non è riuscito a chiudere il ciclo nucleare precedente chiede fiducia per aprirne uno nuovo. È l’equivalente politico di chiedere un mutuo a chi non ha ancora finito di pagare il precedente.

6. Chi paga la bolletta e chi incassa la rendita

A questo punto la domanda diventa ineludibile. Se i tempi non tornano, se i costi esplodono, se le scorie non hanno dove andare, perché un intero blocco di potere insiste? La risposta sta nella natura profonda di questa tecnologia. Il nucleare, prima di essere un modo di produrre energia, è una macchina per distribuire denaro pubblico. Un reattore è un investimento di decine di miliardi che, dato lo sforamento sistematico dei costi, nessun operatore privato finanzia davvero a proprio rischio: è lo Stato a garantire, a coprire, a socializzare l’onere attraverso le bollette e la fiscalità. I profitti, quando ci sono, vengono privatizzati; le perdite, che sono certe, vengono collettivizzate.

È la stessa grammatica del neoliberismo che abbiamo già visto all’opera nelle autostrade, nelle telecomunicazioni, nella gestione dell’acqua: il bene comune trasformato in rendita perpetua per pochi grandi gruppi, società di ingegneria, imprese di consulenza, l’intera filiera dell’atomo. La sovranità energetica invocata dalla premier è il velo retorico steso su un’operazione di redistribuzione verso l’alto: dalle tasche di chi paga la bolletta — lavoratrici e lavoratori salariati, pensionati, piccole imprese — ai bilanci di chi costruirà, certificherà, finanzierà e gestirà. Nel frattempo le misure reali e immediate restano di tutt’altra scala: il Decreto Bollette del 2026 muove cifre modeste, e in più di un punto scarica sui consumatori costi prima collocati altrove, dallo spostamento sulle bollette degli oneri legati al sistema europeo delle emissioni fino al ridimensionamento di alcuni incentivi alle rinnovabili. La crisi resta un problema sociale; la risposta resta un affare.

7. Il sole sabotato: la via che si potrebbe percorrere subito

Ed è qui che la vicenda diventa amara, perché una risposta esiste, ed è disponibile adesso. Il sole, il vento e l’acqua non dipendono da alcun fornitore estero per il combustibile: la fonte è gratuita e domestica. Un impianto fotovoltaico o eolico si costruisce in pochi mesi, non in decenni. L’ostacolo non è mai stato tecnologico: è sempre stato — e resta — burocratico e politico. Procedure autorizzative lente, connessioni alla rete bloccate, la resistenza di un sistema energetico costruito attorno al gas e alle sue rendite.

Lo ammette, implicitamente, lo stesso Decreto Bollette del 2026, quando interviene per sbloccare la presentazione delle richieste di nuovi impianti rinnovabili e per ripulire la cosiddetta saturazione virtuale della rete, cioè quel groviglio di domande che teneva ingessata la capacità di connessione. È una confessione: lo Stato riconosce di avere esso stesso sbarrato la strada più rapida, più economica e più davvero sovrana. E mentre la sblocca timidamente con una mano, con l’altra ridimensiona gli incentivi al fotovoltaico esistente e annuncia in pompa magna un futuro atomico che nessuno vedrà funzionare prima della metà del prossimo decennio. La scelta tra sabotare il sole e celebrare l’atomo non è una scelta tra due tecnologie. È una scelta tra due distribuzioni del potere.

8. Una scelta di classe mascherata da scelta neutra

La ricetta di Giorgia Meloni contro la crisi energetica non è una ricetta. È un dispositivo narrativo. Serve a occupare la scena pubblica con un simbolo potente — l’atomo, il futuro, la sovranità — mentre il problema concreto, la bolletta che colpisce, l’impresa che chiude, il pensionato che rinuncia, resta senza risposta reale proprio negli anni in cui produce i suoi danni. Serve a presentare come scelta tecnica e neutra ciò che è, invece, una scelta di classe e una scelta di campo. Di classe, perché decide chi paga e chi incassa. Di campo, perché iscrive l’Italia in un modello energetico e geopolitico che confonde la sovranità con un cambio di padrone.

Una via d’uscita c’è, e non è né misteriosa né lontana: si chiama programmazione pubblica delle rinnovabili, controllo pubblico delle reti, redistribuzione dei costi dell’energia che protegga chi ha meno e faccia pagare le rendite. Ma richiede di nominare la crisi per ciò che è — la crisi di un modello capitalistico e neoliberale di gestione dell’energia — e richiede il coraggio di toccare gli interessi costituiti. L’atomo, qui, serve esattamente a non avere quel coraggio. È il modo più costoso, più lento e più radioattivo per non cambiare nulla. E un Paese che accetta di chiamare futuro ciò che è soltanto rinvio ha già deciso, senza ammetterlo, di lasciare il presente nelle mani di chi quel presente lo ha costruito sulle disuguaglianze.

Fonti

Camera dei deputati, disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, atto in esame presso le commissioni Ambiente e Attività produttive.

Resoconto del question time al Senato del 13 maggio 2026 e cronache parlamentari relative alle dichiarazioni della presidente del Consiglio sull’energia (Euronles, Il Sole 24 Ore, Fanpage, Energia Oltre).

ARERA, memoria depositata il 17 febbraio 2026 sul disegno di legge in materia di nucleare sostenibile, in merito ai costi e ai ritardi del decommissioning.

Sogin e Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), dati sui volumi di rifiuti radioattivi e sullo stato del Deposito Nazionale; Il Post, ricostruzione sul rinnovo dell’accordo con la Francia per lo stoccaggio all’estero.

Corte dei conti francese, relazione sui costi e i tempi del reattore di Flamanville e del programma EPR2; QualEnergia, Il Sole 24 Ore e Greenreport per i dati comparativi su Olkiluoto e Hinkley Point.

Greenplanner, analisi sullo stato della tecnologia dei piccoli reattori modulari (SMR) e sulle criticità specifiche del contesto italiano.

Testo del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 (Decreto Bollette), coordinato con la legge di conversione 10 aprile 2026, n. 49, relativamente alle misure su rinnovabili, oneri di sistema e sistema ETS.

Quando la politica torna comunità: l’esperienza di NOVA 26 e la forza della partecipazione reale.

Non sempre la politica riesce ancora a sorprendere positivamente. Negli ultimi anni, anzi, molti cittadini si sono progressivamente allontanati dalla partecipazione pubblica, convinti che tutto sia già deciso altrove, dentro meccanismi chiusi e autoreferenziali. È anche per questo che l’esperienza vissuta ieri a Udine, durante “NOVA · Parola all’Italia”, l’iniziativa promossa dal Movimento 5 Stelle, mi ha colpito profondamente in senso positivo.

Ero lì per portare anche il mio contributo e avanzare una proposta legata a un tema che considero centrale per il futuro sociale del Paese: la non autosufficienza, il lavoro di cura e l’invecchiamento della popolazione, con tutte le conseguenze economiche, familiari e umane che questa trasformazione demografica sta già producendo. Un tema troppo spesso relegato ai margini del dibattito politico, nonostante riguardi milioni di famiglie italiane.

Ma ciò che mi ha colpito maggiormente non è stato soltanto il contenuto dei tavoli. È stato il metodo.

Non parlo soltanto dell’organizzazione, che è stata seria ed efficace, né della presenza di centinaia di persone provenienti da esperienze diverse. Quello che mi ha colpito davvero è stato il metodo utilizzato. Un metodo che, almeno per una giornata, ha restituito alla parola “partecipazione” un significato concreto.

L’iniziativa si basava sull’Open Space Technology, un modello partecipativo ideato per costruire discussioni dal basso, senza temi imposti preventivamente dai vertici politici. Nessuna scaletta blindata. Nessuna relazione introduttiva destinata a orientare il pensiero dei partecipanti. Soltanto una domanda generale sul futuro del Paese e la possibilità, per chiunque, di proporre temi e tavoli di discussione.

Ed è proprio qui che, secondo me, emerge la forza di questa esperienza.

La giornata si è aperta con una prima plenaria nella quale sono stati proposti e selezionati i primi cinque argomenti di discussione. Successivamente i partecipanti si sono distribuiti nei vari tavoli, confrontandosi liberamente. Poi una seconda plenaria, con lo stesso meccanismo: nuove proposte, nuovi tavoli, nuove discussioni.

Tutto avveniva senza rigidità, senza gerarchie evidenti, senza quella sensazione spesso soffocante che caratterizza molte assemblee politiche tradizionali, dove il cittadino finisce relegato al ruolo di spettatore.

E invece qui accadeva il contrario: le persone diventavano protagoniste.

Uno degli aspetti più interessanti è stato proprio il coinvolgimento di cittadini non iscritti al Movimento 5 Stelle. Anzi, da quello che ho potuto vedere e comprendere, oltre la metà dei partecipanti proveniva dall’esterno. Questo dato, da solo, racconta molto più di tanti discorsi sulla crisi della partecipazione politica.

Perché significa che esiste ancora un bisogno reale di confronto collettivo. Ma significa anche che le persone partecipano quando percepiscono autenticità, apertura e libertà.

Personalmente ero accompagnato dal mio amico Cristiano, al quale avevo chiesto la cortesia di portarmi all’evento, essendo io non vedente. Conoscevo bene la sua posizione verso la politica: distante, disillusa, quasi infastidita da questo tipo di iniziative. Era lì più per amicizia che per interesse reale. All’inizio osservava tutto con grande diffidenza, sentendosi completamente fuori contesto.

Eppure, lentamente, qualcosa è cambiato.

Tra una discussione e l’altra, tra i tavoli e gli interventi spontanei, ha iniziato a lasciarsi coinvolgere. Non perché qualcuno cercasse di convincerlo ideologicamente, ma perché si è sentito libero di parlare e ascoltare senza pressioni, senza appartenenze obbligatorie, senza dover dimostrare nulla.

È stato durante la pausa pranzo che ho percepito chiaramente questa trasformazione. Ragionando insieme sull’esperienza vissuta fino a quel momento, si era ormai aperto al confronto. Discutevamo rapidamente di problemi concreti, di ingiustizie fiscali, di persone schiacciate dai debiti e da un sistema che spesso non distingue tra evasori professionisti e piccoli imprenditori travolti dalle difficoltà.

Ma nel suo caso non si trattava di un ragionamento teorico. Lui quella situazione l’aveva vissuta direttamente sulla propria pelle.

Dopo il fallimento della sua azienda aveva conosciuto il peso devastante dell’indebitamento, della pressione fiscale, dell’isolamento sociale che spesso accompagna chi crolla economicamente in questo Paese. Durante il tavolo che poi avrebbe proposto lui stesso, ha raccontato apertamente anche il momento più drammatico della sua esperienza personale: aver persino pensato al suicidio.

Un passaggio umano molto forte, che però non ha trasformato il confronto in uno sfogo sterile o individuale. Al contrario, proprio partendo dalla sua esperienza diretta, il tavolo ha iniziato a ragionare su proposte concrete.

Tra queste, ad esempio, la necessità di modificare la Legge 3 sul sovraindebitamento, la cosiddetta “legge antisuicidi”, che secondo la sua esperienza reale non funziona come dovrebbe e spesso non riesce a dare risposte efficaci a chi precipita in condizioni economiche insostenibili.

La discussione si è poi allargata ad altri aspetti del rapporto tra fisco, dignità sociale e tutela delle persone travolte dal fallimento economico. E ciò che mi ha colpito maggiormente è stato vedere una persona inizialmente ostile alla politica diventare protagonista di un’elaborazione collettiva seria, concreta e perfino competente.

È stata forse la dimostrazione più forte del fatto che il metodo funziona davvero.

Perché molte persone credono di “non avere nulla da dire” soltanto perché nessuno ha mai creato uno spazio autentico in cui potessero esprimersi senza sentirsi giudicate o inferiori. In contesti come questo, invece, anche chi normalmente resta ai margini finisce per tirare fuori esperienze, idee e riflessioni che possono diventare patrimonio collettivo.

Dopo pranzo si è aperta la terza plenaria della giornata, con altri cinque argomenti proposti dai partecipanti. Alla fine il percorso ha generato quindici grandi aree tematiche di confronto, nate direttamente dalle persone presenti.

Ma forse l’aspetto più interessante è ciò che avverrà dopo.

Questa esperienza, infatti, non si conclude con la giornata del 16 e 17 maggio. Le proposte emerse dai 102 tavoli organizzati a livello nazionale verranno raccolte, confrontate e sintetizzate in successivi appuntamenti previsti entro la fine di giugno. Le idee simili saranno accorpate, i contenuti approfonditi, i punti programmatici arricchiti attraverso ulteriori momenti partecipativi.

Ed è qui che il metodo mostra tutta la sua ambizione: non limitarsi all’evento simbolico, ma tentare davvero di costruire una piattaforma politica collettiva partendo dai contributi emersi dal basso.

Naturalmente questo processo non è semplice. Richiede tempo, capacità organizzativa, strumenti adeguati e soprattutto una cultura politica non proprietaria.

Perché la partecipazione reale non può essere soltanto uno slogan da campagna elettorale. Deve essere una pratica concreta. E per praticarla serve una classe dirigente capace di accettare che le idee possano nascere anche fuori dai gruppi dirigenti, fuori dalle segreterie, fuori dai meccanismi tradizionali del potere politico.

Da questo punto di vista il Movimento 5 Stelle dimostra certamente una maggiore apertura rispetto ad altre realtà politiche italiane. Non so quanti partiti sarebbero realmente disponibili a mettere da parte il controllo preventivo dei contenuti per lasciare spazio a un confronto così libero.

Negli stessi giorni anche l’esperienza promossa da Decidiamo.com, legata ad Alleanza Verdi Sinistra, ha rappresentato un tentativo interessante di partecipazione dal basso, costruita attraverso il software “Decidim”, nato originariamente nell’esperienza municipale di Barcellona durante l’amministrazione di Ada Colau.

Si tratta di uno strumento utile e innovativo, soprattutto per la costruzione partecipata di programmi e bilanci territoriali. Tuttavia, a mio avviso, mostra anche alcuni limiti rispetto all’esperienza di NOVA.

Nel modello di Decidiamo.com, infatti, i temi principali sono già definiti in partenza. Esistono sedici aree tematiche prestabilite e il confronto avviene all’interno di quei contenitori già scelti. È certamente una forma di partecipazione, ma resta comunque orientata da una struttura iniziale che delimita il campo della discussione.

L’esperienza di NOVA, invece, mi è sembrata più radicale e più libera. I temi emergono direttamente dalle persone presenti. Non esiste una gerarchia preventiva degli argomenti. E questo cambia completamente il clima dell’assemblea, perché restituisce ai partecipanti la sensazione reale di poter incidere.

Credo che questa scelta non sia casuale, ma appartenga in qualche modo al DNA originario del Movimento 5 Stelle: l’idea che la partecipazione diretta dei cittadini non debba essere soltanto una formula retorica, ma una pratica concreta e persino disordinata, aperta anche a chi non possiede linguaggi politici raffinati o grande esperienza pubblica.

Anzi, forse è proprio lì che emerge il meglio.

Perché spesso le persone che “non sanno parlare di politica” sono quelle che portano i problemi più veri, le esperienze più autentiche, le domande più concrete.

E ieri, almeno per una giornata, tutto questo è emerso con una forza che sinceramente non vedevo da molto tempo.

La democrazia vive soltanto quando le persone sentono di poter incidere davvero. Quando i cittadini smettono di essere pubblico e tornano a essere comunità.

Per una giornata, ieri, a Udine, questa sensazione si è respirata davvero.

Una parola contro i più fragili: la cura che si vorrebbe far pagare

1. Il corpo non conosce burocrazia

C’è un uomo in un letto. Ha l’Alzheimer, e da mesi non riconosce più i volti dei figli. Oppure è un giovane tetraplegico assistito a casa, il corpo immobile e la mente lucidissima. Oppure è una donna anziana in una residenza sanitaria, che ha bisogno di essere lavata, nutrita, girata nel letto ogni poche ore perché la pelle non si pieghi in piaghe. Per queste persone non esiste alcuna differenza tra la medicina che le tiene in vita e la mano che le aiuta a mangiare. Il loro corpo non conosce quella distinzione. Non sa che cosa sia una prestazione «sanitaria» e che cosa una prestazione «socio-assistenziale». Sa soltanto di avere bisogno, ogni ora, di entrambe, e che senza l’una l’altra non serve a niente.

Eppure una frase, scritta in un emendamento depositato al Senato della Repubblica, ha provato a inventare quella differenza. Lo ha fatto con un’arma piccolissima, quasi invisibile: una parola sola. La parola «esclusivamente». Bastava aggiungerla al posto giusto, dentro una legge del 1983, perché lo Stato potesse dire a migliaia di famiglie: la parte medica la pago io, il resto pagatelo voi; e se non potete, arrangiatevi. Quell’emendamento, va detto subito con onestà, è stato poi ritirato. Non è diventato legge. Ma sarebbe un errore archiviare la vicenda come un falso allarme, perché ciò che non è passato questa volta resta scritto come progetto, come intenzione, come direzione di marcia. E un progetto va conosciuto prima che torni, sotto altro nome, in un altro comma.

2. Che cosa diceva, davvero, quell’emendamento

I fatti, spogliati di ogni enfasi, sono questi. Nel febbraio e nel marzo del 2025, durante l’esame in commissione del disegno di legge 1241 — un provvedimento dal titolo rassicurante, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria» — è stato presentato l’emendamento numero 13.0.400. A firmarlo è stata la senatrice Maria Cristina Cantù, della Lega, che di quel disegno di legge era anche relatrice: un dettaglio non secondario, perché significa che la proposta non veniva da una voce marginale ma dal cuore della maggioranza che governava l’intero provvedimento. Il 6 marzo 2025 l’emendamento è stato approvato nella commissione competente del Senato.

Che cosa faceva, in concreto, quel testo. L’articolo 30 della legge 730 del 1983 stabilisce, da oltre quarant’anni, che siano a carico del fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali. L’emendamento proponeva di riscrivere quella frase inserendo un avverbio: a carico del fondo sanitario nazionale sarebbero stati «esclusivamente» gli oneri delle attività di rilievo sanitario, anche se connesse con quelle socio-assistenziali. Tre erano le conseguenze, e conviene enunciarle una per una. La prima: la separazione netta, normativa, tra la cura medica e l’assistenza alla persona, in modo da poter scaricare la seconda sulle famiglie. La seconda: l’introduzione di un tetto, la quota a carico del servizio sanitario elevabile al settanta per cento nei casi di alta complessità assistenziale, presentata come una concessione ma in realtà un soffitto, perché fissava per legge che il pubblico non avrebbe più dovuto coprire l’intera retta nemmeno nei casi più gravi. La terza, la più pesante sul piano del diritto: una clausola di retroattività, secondo cui le nuove disposizioni si sarebbero applicate anche agli eventuali procedimenti giurisdizionali in essere, cioè anche alle cause già avviate dalle famiglie per farsi rimborsare somme che i giudici avevano riconosciuto come dovute. Non un cambio di regole per il futuro, ma un colpo di spugna sul passato, sulle vertenze in corso, sulle speranze di chi aveva già fatto ricorso.

3. La ritirata non è una resa

Va detto con la stessa chiarezza con cui si denuncia: quell’emendamento non è in vigore. Dopo le proteste di associazioni, sindacati e giuristi, e dopo la presentazione di proposte soppressive da parte dell’opposizione, il testo è stato fermato in commissione nella primavera del 2025. Il disegno di legge 1241 ha proseguito il suo cammino senza quella norma: approvato dal Senato in prima lettura nell’aprile 2025, è poi passato alla Camera dei deputati, dove è tuttora in esame. Chi oggi sostiene che la legge sia già passata dice una cosa non vera, e diffondere un allarme falso è un favore involontario a chi quella norma la voleva davvero.

Ma riconoscere che la ritirata c’è stata non significa concludere che il pericolo non esista. Significa capirlo meglio. Una ritirata tattica non è una conversione. Il disegno politico che ha prodotto quell’emendamento — separare il sanitario dall’assistenziale, mettere un tetto alla spesa pubblica, trasferire il costo sulle spalle delle famiglie — non è stato smentito da nessuno: è stato soltanto, per il momento, accantonato. La stessa logica continua a operare per altre vie, meno clamorose e per questo più efficaci: il definanziamento lento del servizio sanitario, l’innalzamento delle soglie di reddito per accedere alle prestazioni, lo svuotamento delle riforme appena nate. Smontare quella parola, «esclusivamente», serve dunque non a rincorrere una notizia, ma a riconoscere un metodo. Perché tornerà.

4. Il trucco della parola neutra

Il modo in cui un emendamento simile viene presentato è parte integrante del suo funzionamento. Chi lo ha proposto non lo ha mai chiamato taglio. Lo ha chiamato chiarimento, razionalizzazione, intervento per mettere ordine in una materia complessa, per porre fine al contenzioso. Il vocabolario è quello, levigato e neutro, della buona amministrazione. L’avverbio «esclusivamente» viene fatto passare per una precisazione tecnica, quasi una correzione grammaticale, una virgola messa al posto giusto. In realtà quella parola sposta potenzialmente miliardi di euro: dal bilancio pubblico ai conti correnti privati delle famiglie. Non è tecnica. È una scelta di redistribuzione, e fra le più brutali.

Qui si misura una delle caratteristiche del potere nella sua versione contemporanea. Non dichiara guerra ai poveri con un proclama: la conduce con una proposizione subordinata. Non dice che d’ora in poi i malati gravi non abbienti dovranno arrangiarsi: dice che occorre garantire la sostenibilità del sistema e distinguere con rigore le competenze. La violenza viene amministrata, contabilizzata, resa illeggibile. E i mezzi di informazione, in larga parte, hanno trattato la vicenda come un tecnicismo giuridico per addetti ai lavori, una questione di rette e di commi, e non come ciò che era: un attacco frontale al diritto alla salute dei più indifesi. Chiamare le cose con il loro nome — e «esclusivamente», qui, è il nome di un abbandono — è già un atto politico.

5. Chi spingeva, e perché

Nessun emendamento nasce dal nulla. Conviene chiedersi da dove veniva la pressione che lo ha generato. La risposta sta nel rapporto, ormai logoro, tra la giurisprudenza italiana e gli interessi di chi gestisce le residenze per anziani e per persone con disabilità. Negli ultimi quindici anni la Corte di Cassazione ha costruito, sentenza dopo sentenza, un orientamento solido e umano: quando in un malato grave — un anziano con demenza, una persona con una patologia neurodegenerativa — la cura sanitaria e l’assistenza quotidiana sono talmente intrecciate da non poter essere separate, allora l’intero costo del ricovero è a carico del servizio sanitario nazionale, e per la famiglia la prestazione è gratuita. Pronunce come quelle del 2016, del 2017, del 2021, del 2023 e ancora del dicembre 2024 hanno reso questo principio un punto fermo del diritto. Per migliaia di famiglie quelle sentenze hanno significato il rimborso di rette pagate ingiustamente, talvolta per anni.

Ogni vittoria di una famiglia, però, è un costo per chi gestisce la struttura. E in un sistema in cui le residenze sono sempre più spesso imprese private accreditate, quel costo è un margine eroso, un profitto che diminuisce. L’emendamento 13.0.400 è stato, in sostanza, la risposta legislativa del capitale privato a una giurisprudenza che non riusciva a piegare nei tribunali. Non potendo vincere le cause, si è tentato di cambiare la legge sotto le cause, di renderle inutili anche dopo essere state vinte. Il tetto del settanta per cento va letto in questa luce: spacciato per generosità, era in verità una garanzia di rendita. Stabiliva che una quota di quel costo sarebbe rimasta per sempre, strutturalmente, a carico della famiglia o del privato cittadino. Trasformava un diritto pieno in una prestazione parziale, e una parzialità in legge.

6. La cura come campo di classe

C’è un dato che chiarisce ogni cosa, e che la narrazione tecnica si guarda bene dal mettere in primo piano: un emendamento di quel genere non avrebbe colpito tutti allo stesso modo. Chi è ricco continua a non avere problemi. La retta di una residenza sanitaria assistenziale può superare i tremila euro al mese: più di molte pensioni, più di molti stipendi, una cifra che una famiglia benestante paga senza accorgersene e che una famiglia normale non può sostenere se non vendendo la casa, indebitandosi, o rinunciando del tutto a una cura dignitosa per il proprio caro. La frontiera tra sanitario e assistenziale non è una frontiera tecnica: è una frontiera di classe. Ogni volta che la si sposta, qualcuno dalla parte sbagliata di quella linea viene lasciato indietro.

L’Italia, su questo terreno, è già oggi tra i peggiori in Europa. Le famiglie italiane coprono di tasca propria circa il ventitré per cento della spesa sanitaria complessiva, contro una media dell’Unione europea che si attesta intorno al quindici per cento. Siamo già un Paese in cui la salute, di fatto, si compra in misura crescente. Ogni intervento che restringe il perimetro del pubblico — e l’emendamento sull’articolo 30 era esattamente questo — spinge quella percentuale ancora più in alto, verso i livelli dei sistemi di welfare più deboli del continente. Il punto, allora, non è trovare qualche milione in più dentro la stessa logica contabile. Il punto è la logica. La non autosufficienza non è un problema di adeguatezza della spesa: è un problema di redistribuzione, di chi porta il peso della fragilità umana. Una società decide che cosa è nel momento in cui decide chi paga quando un corpo non riesce più a prendersi cura di sé. E far pagare quel corpo a se stesso, alla sua famiglia, al suo reddito, è la scelta più diseguale che si possa compiere.

7. Il lavoro invisibile, e di chi è

Quando lo Stato arretra dal letto di un malato, quello spazio non resta vuoto. Qualcuno lo riempie. E quel qualcuno, in Italia, è quasi sempre una donna. I caregiver familiari nel nostro Paese sono quasi otto milioni; di questi, oltre due milioni e trecentomila assistono un proprio caro per più di venti ore alla settimana, e due terzi non vivono nemmeno nella stessa casa della persona di cui si occupano. La grande maggioranza di loro sono figlie, mogli, sorelle, madri. La cura, quando non è pagata dal pubblico né da un servizio professionale, non scompare: si trasforma in lavoro gratuito estratto dal corpo e dal tempo delle donne. Si traduce in posti di lavoro persi, carriere interrotte, contributi previdenziali che non maturano, pensioni future amputate, isolamento sociale, malattia di chi cura.

È vero che qualcosa, di recente, si è mosso sul piano del riconoscimento. Nel gennaio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, e la legge di bilancio per il 2026 ha istituito un fondo dedicato. Ma i numeri raccontano la verità di quei provvedimenti meglio di qualunque comunicato. Il fondo per i caregiver vale poco più di un milione di euro per il 2026, una cifra che, distribuita su milioni di persone, è poco più di un gesto simbolico. Il contributo economico previsto, fino a quattrocento euro al mese, è riservato a chi assiste per almeno novantuno ore alla settimana, cioè a chi ha trasformato la cura in un lavoro a tempo pieno e oltre, e soltanto entro soglie di reddito molto strette. Lo Stato, con una mano, riconosce a parole il lavoro di cura; con l’altra, attraverso l’emendamento sull’articolo 30, tentava di scaricarne ancora di più sulla famiglia, cioè sulle donne. Il disegno è coerente: la cura va redistribuita, sì, ma non verso gli uomini e non verso il pubblico; va spinta verso il basso e verso l’interno, nella sfera domestica, femminile e non retribuita. Finché non sarà un dovere condiviso — anche dagli uomini, attraverso congedi obbligatori e non cedibili — e una responsabilità pubblica, ogni discorso sulla non autosufficienza resterà un discorso fatto sulla pelle delle donne.

8. Il filo lungo del definanziamento

Sarebbe comodo, e politicamente innocuo, descrivere l’emendamento 13.0.400 come l’iniziativa isolata e un po’ cinica di una singola senatrice. Non lo è. È un nodo dentro un filo lungo. Da oltre un decennio il Servizio Sanitario Nazionale è oggetto di un definanziamento sostanziale: la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica è stata compressa, erosa, tenuta sotto la media dei grandi Paesi europei, in nome dei vincoli di bilancio e della responsabilità. Accanto a questo è cresciuta la sanità privata accreditata, che assorbe una fetta sempre più ampia di risorse pubbliche; si è affacciata l’autonomia differenziata, che minaccia di spezzare il diritto alla salute in venti diritti regionali diseguali; e la stessa riforma della non autosufficienza, la legge delega 33 del 2023, nata con ambizioni serie, è stata poi svuotata dal decreto attuativo del 2024, che ha ridotto la promessa prestazione universale a una sperimentazione minima, riservata agli ultraottantenni con un reddito bassissimo.

L’emendamento sull’articolo 30 appartiene a questa famiglia. È l’espressione più esplicita di una logica neoliberista coerente con se stessa: trasformare la salute da diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione in un servizio calibrato sulla capacità di spesa di ciascuno. E qui occorre dire una cosa scomoda, che la retorica del male assoluto di turno tende a nascondere: questa deriva non è stata costruita soltanto dalla destra di governo. È stata preparata da decenni di austerità accettata come unico realismo possibile, da un moderatismo che ha insegnato agli italiani che non ci sono soldi per la sanità, per la scuola, per l’assistenza, mentre i soldi, puntualmente, si trovavano per il riarmo, per gli aumenti strutturali della spesa militare concordati nei vertici atlantici, per gli sgravi fiscali a chi già possiede. La scarsità non è un fatto di natura: è una scelta politica travestita da contabilità. Ogni volta che si dice che la cura dei più fragili non è sostenibile, si sta compiendo, in realtà, una decisione su quali vite valga la pena di sostenere.

9. Il dovere di non abituarsi

Quell’emendamento, questa volta, non è passato. Ma ci ha detto qualcosa di vero sulle intenzioni di chi governa e sulla direzione verso cui si vuole spingere il Paese. Il pericolo più grande non è una singola frase: è l’abitudine. È abituarsi all’idea che lo Stato possa, legittimamente, arretrare dal letto di chi sta morendo. Abituarsi all’idea che la dignità abbia un prezzo, che la fragilità sia un fatto privato, che la cura sia una merce come un’altra, da comprare se si può e da subire se non si può. Ogni diritto è stato conquistato, nessuno è stato regalato; e ogni diritto che non viene difeso viene lentamente ripreso, una parola alla volta, un comma alla volta.

L’articolo 32 della Costituzione non dice che la salute è garantita a chi se la può permettere. Dice che è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Il compito di una sinistra degna di questo nome non è chiedere qualche milione in più restando dentro la stessa logica che produce gli emendamenti come il 13.0.400. È rifiutare quella logica alla radice: affermare che la cura non è una merce, che il costo della fragilità umana lo porta la comunità intera oppure non lo porta nessuno con giustizia. Verranno altri emendamenti, altre parole apparentemente neutre, altri avverbi infilati nei punti giusti. Riconoscerli, nominarli, opporvisi non è un gesto facoltativo: è la forma più concreta che può assumere, oggi, il rifiuto di rassegnarsi.

Fonti

Senato della Repubblica, disegno di legge S. 1241, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria»: fascicolo dell’iter e resoconti della 10ª Commissione permanente.

Camera dei deputati, atto C. 2365 (trasmesso dal Senato il 16 aprile 2025), esame in sede referente e audizioni informali, 2025.

Corte di Cassazione, sentenze in materia di prestazioni socio-sanitarie ad alta integrazione sanitaria, in particolare nn. 22776/2016, 28321/2017, 21528/2021, 2038/2023, 34590/2023 e 33394/2024.

UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, comunicato sull’emendamento approvato in Commissione al Senato e sul rischio per il diritto alla salute.

Disabili.com, analisi dell’emendamento 13.0.400 sulla suddivisione dei costi delle rette nelle RSA e nelle strutture per persone con disabilità.

Medicina Democratica, «Ancora tagli alle cure delle persone anziane malate e non autosufficienti», marzo 2025.

Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della proposta della Lega sulle prestazioni socio-assistenziali ai malati gravissimi, febbraio 2025.

Gruppo Solidarietà (Grusol), «Persone non autosufficienti. La proposta di modifica della normativa sociosanitaria: genesi, finalità ed effetti».

Eurostat, dati sulla spesa sanitaria a carico diretto delle famiglie (out-of-pocket), 2022.

Welforum.it, analisi sull’attuazione della legge 33/2023 e sul disegno di legge in materia di caregiver familiare, 2025–2026.

Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, dati sui caregiver familiari in Italia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

I maestri dell’odio e il sangue di Bakari Sako

Taranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide

1. Un caffè prima del lavoro, e la morte

Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto.

È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono.

L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi.

2. Il silenzio che parla

Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero.

Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana.

Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve.

3. Cattivi maestri, nel senso più letterale del termine

L’espressione cattivi maestri ha una storia precisa nel lessico politico italiano. Fu coniata e usata, dalla destra e dalla stampa moderata, contro intellettuali che facevano della Costituzione, della giustizia sociale, della critica al potere il fulcro del proprio magistero pubblico. Era una espressione vile, perché attribuiva responsabilità morali a chi insegnava a pensare. Oggi va restituita, capovolta, ai suoi legittimi destinatari. Cattivi maestri sono quelli che insegnano a non pensare. Cattivi maestri sono quelli che, dalla tribuna del governo o dello scranno parlamentare, hanno costruito negli ultimi quindici anni una pedagogia pubblica fondata sulla distinzione gerarchica tra esseri umani.

Cattivi maestri sono quelli che hanno trasformato la parola immigrato in sinonimo di pericolo, la parola straniero in sinonimo di nemico, la parola accoglienza in sinonimo di tradimento nazionale. Cattivi maestri sono quelli che hanno detto, nelle dirette streaming, ai banchetti, nei comizi e nei talk show, che certe vite valgono meno, che certi corpi possono essere fermati dalla guardia costiera libica, lasciati morire in mare, deportati nei campi di concentramento dell’hub albanese, denudati delle loro storie individuali per essere ridotti a sciacalli o invasori. Cattivi maestri sono quelli che hanno usato, nelle aule del Parlamento, il linguaggio della guerra etnica come fosse linguaggio della politica.

Quei discorsi non rimangono nel vuoto. Atterrano. Li raccolgono i più giovani, perché i social li bombardano di reel, citazioni, video brevi, slogan ripetuti fino allo sfinimento. Atterrano nei quartieri dove la scuola è stata svuotata di risorse, nei quartieri dove il lavoro non c’è o paga 5 euro l’ora, nei quartieri dove la promessa borghese del futuro non significa più nulla. E lì, in quei territori abbandonati dallo Stato che fa lo Stato solo quando deve reprimere, l’odio diventa identità. Diventa il modo con cui un quindicenne stabilisce una gerarchia tra sé e il mondo: io sono italiano, lui è di troppo. Io ho diritto, lui no. Io tengo il coltello, lui muore.

La responsabilità morale di Meloni, Salvini, Vannacci non è una responsabilità penale. Non hanno tenuto loro il coltello. Ma hanno tenuto, e tengono, il microfono. E con il microfono hanno disseminato, anno dopo anno, intervista dopo intervista, comizio dopo comizio, una grammatica della disumanizzazione che ha educato una generazione a guardare l’altro come bersaglio. Non sono i complici materiali dell’omicidio di Bakari. Sono i pedagoghi del clima in cui quell’omicidio diventa possibile, prevedibile, perfino ordinario.

4. Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard

Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto.

Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri.

Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale.

5. Le radici materiali della violenza giovanile

Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali.

La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio.

Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere.

6. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite

Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire.

E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto.

L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende.

7. Disarmare i loro discorsi, riportarli al loro posto

Bisogna avere il coraggio di dire ad alta voce ciò che la grande stampa non dice. I cattivi maestri non sono interlocutori legittimi del dibattito democratico, sono nemici della Costituzione antifascista che fonda questa Repubblica. I loro ragionamenti, in un Paese che prendesse sul serio i suoi principi costituzionali, sarebbero inaccettabili. Si vergognino. Tornino nelle nicchie marginali da cui sono usciti, nelle fogne politico-culturali dove, fino a poco tempo fa, certi discorsi venivano relegati perché una società minimamente civile sapeva riconoscerli per quello che sono.

Disarmare i loro discorsi non significa censurarli. Significa contrapporre, in ogni spazio pubblico, una pedagogia diversa, fatta di verità storica, di analisi materialista delle disuguaglianze, di cultura della solidarietà concreta. Significa ricostruire le scuole di formazione politica, riempire le periferie di esperienze educative orizzontali, ridare voce a chi quotidianamente, nelle parrocchie come nei centri sociali, nei sindacati di base come nelle associazioni di accoglienza, costruisce contro-narrazioni. Significa non lasciare ai cattivi maestri l’egemonia sui social, sulle televisioni, sulle radio. Significa investire energia, tempo, soldi, intelligenza nella controffensiva culturale che da troppo tempo manca.

Significa anche, e soprattutto, nominare le responsabilità. Non genericamente. Una a una. Quando Giorgia Meloni tace su Bakari Sako, va detto che tace. Quando Matteo Salvini sceglie di non commentare, va detto che sceglie. Quando Roberto Vannacci pubblica il prossimo libro razzista, va spiegato, ai giovani in particolare, perché quel libro è una pistola caricata e consegnata a chi cerca un bersaglio. Non c’è neutralità possibile in questa partita. La neutralità è complicità con il più forte. E il più forte, in questo momento, ha le mani sul potere esecutivo, legislativo, mediatico.

8. Giovedì in piazza Fontana

Giovedì quattordici maggio, alle diciassette e trenta, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, dove Bakari Sako è stato accerchiato e ucciso, ci sarà un presidio promosso da Libera, dalla comunità africana di Taranto, da Mediterranea Saving Humans, dall’associazione Babele e da molte altre realtà della città. Non sarà una commemorazione rituale. Sarà un atto politico. Servirà a dire che Taranto non è la città dei post razzisti sotto le notizie di cronaca, ma è la città di chi quel sangue lo raccoglie, lo onora, lo trasforma in domanda di giustizia.

Sarà importante esserci, per chi può. Sarà importante, per chi non può esserci fisicamente, far girare la voce, scrivere, parlare, denunciare. Non per il rito della solidarietà social, ma perché ogni volta che un nome viene pronunciato pubblicamente, ogni volta che una vita viene riconosciuta come vita degna di lutto, si toglie un pezzo di terreno alla macchina che disumanizza. Si dice: questo essere umano contava. Si dice: la sua morte non passerà sotto silenzio. Si dice: noi sappiamo chi sono i cattivi maestri, e chi sono i loro complici per omissione.

Bakari Sako lascia in Mali due donne incinte di lui, una madre, un fratello arrivato di corsa dalla Spagna a riconoscere il corpo. Lascia, qui in Italia, milioni di persone che la propaganda dell’odio vorrebbe trasformare in nemici e che invece sono, semplicemente, quelli che mandano avanti il Paese mentre gli italiani veri discutono nei talk show. Lascia, soprattutto, una domanda che non possiamo eludere: che cosa siamo diventati, se per ammazzare un uomo che andava a lavorare nei campi servono cinque ragazzini, un coltello e un’alba? E chi ha insegnato loro che si poteva fare?

Ai cattivi maestri tocca la prima riga di questa risposta. A noi tutti, le righe successive. C’è una pedagogia dell’odio che ha lavorato per anni con metodo, finanziamenti, palinsesti. C’è ora una pedagogia della giustizia che dobbiamo rilanciare con altrettanto metodo, con altrettanta caparbietà, con altrettanta presenza. Il sangue di Bakari non si laverà con un comunicato. Si laverà ricostruendo, pezzo per pezzo, una cultura politica capace di rimettere al centro il valore di ogni singola vita umana. E di smascherare, ogni singolo giorno, chi ha trasformato la disumanizzazione in mestiere.

9. Fonti

1. ANSA, Bracciante ucciso a Taranto da un gruppo di minori, ‘futili motivi’, undici maggio 2026.

2. Il Fatto Quotidiano, Bracciante maliano ucciso a Taranto: fermati tre minorenni e un 19enne, undici maggio 2026.

3. Il Messaggero, Taranto, bracciante ucciso da un gruppo di minori per futili motivi: un quindicenne ha sferrato i fendenti mortali a Bakari Sako, undici maggio 2026.

4. Avvenire, Sacko Bakari, il bracciante in bici massacrato dalla babygang. Taranto è sotto choc, dodici maggio 2026.

5. AGI, Bracciante del Mali ucciso a Taranto: quindicenne confessa il delitto, dodici maggio 2026.

6. Sky TG24, Omicidio a Taranto, ha confessato il minore che ha accoltellato a morte Bakari Sako, dodici maggio 2026.

7. Adnkronos, Omicidio bracciante Bakary Sako a Taranto, fermati quattro giovanissimi membri baby gang, undici maggio 2026.

8. Today, Bakari Sako ucciso a Taranto: un ragazzino di quindici anni confessa l’omicidio, dodici maggio 2026.

9. Blitz Quotidiano, Bakari Sako ucciso a Taranto, fermati cinque ragazzini. I colpi mortali sferrati da un quindicenne, dodici maggio 2026.

10. La Gazzetta del Mezzogiorno, Taranto non può restare in silenzio, il razzismo non avrà l’ultima parola: le associazioni si mobilitano dopo l’omicidio Sako, dodici maggio 2026.

11. Stato Quotidiano, Omicidio di Bakary Sako, Scalera: Vergogna su chi semina odio anche davanti alla morte, undici maggio 2026.

12. Antenna Sud, Taranto, omicidio Bakari Sako: in Mali due famiglie distrutte, undici maggio 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella

DOCUMENTO PROGRAMMATICO PER LA PIATTAFORMA DECIDIAMO!

Alleanza Verdi e Sinistra

Contributo dal territorio del Friuli Venezia Giulia

Non autosufficienza: dalla cura come dovere privato al diritto pubblico universale

Una proposta dal Friuli Venezia Giulia per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra

Premessa politica

Una società si misura da come tratta chi non ha voce contrattuale. In Italia, dopo decenni di tagli al welfare, di esternalizzazione del lavoro di cura sulle famiglie e in particolare sulle donne, e di cessione progressiva della sfera dei diritti sociali alla logica del mercato, la non autosufficienza resta uno dei nodi più gravi della questione democratica. Non è materia tecnica: è il punto in cui si decide se la Costituzione, articoli 2, 3, 32 e 38, trova ancora attuazione concreta o se viene di fatto sospesa per la fascia più fragile della popolazione.

Il presente documento nasce come contributo al percorso pubblico e partecipato Decidiamo!, lanciato sabato 9 maggio 2026 a Roma da Alleanza Verdi e Sinistra, e si propone come tassello di una piattaforma programmatica che sappia tenere insieme giustizia sociale, giustizia climatica e democrazia partecipata. Lo scriviamo da una regione di confine, il Friuli Venezia Giulia, che è laboratorio anticipato della transizione demografica nazionale e che, proprio per questo, mostra in anticipo le contraddizioni di un modello di welfare ridotto a sistema di emergenza, sopravvivenza e residualità.

La tesi politica che attraversa l’intero documento è la seguente: la cura non è un costo, è un’infrastruttura democratica ed ecologica. Investire nella non autosufficienza significa scegliere un modello sociale fondato sulla solidarietà strutturale, sulla redistribuzione del reddito e sulla conversione ecologica del welfare, contro la deriva neoliberista che riduce la cura a merce e il caregiver, quasi sempre una donna, spesso una migrante, a manodopera invisibile e sottopagata. Significa, in una parola, portare al centro del programma di Alleanza Verdi e Sinistra un capitolo di cura universale che faccia parte integrante della transizione giusta e non una sua appendice residuale.

Il punto numero uno del programma di AVS, fin dal 2022, è la difesa e attuazione della Costituzione repubblicana e antifascista. La proposta che qui presentiamo è la traduzione operativa di quel principio nel campo del welfare: dove non c’è cura universale, l’eguaglianza sostanziale dell’articolo 3 resta lettera morta.

1. Il Friuli Venezia Giulia: laboratorio anticipato della crisi demografica

Il Friuli Venezia Giulia è, dal punto di vista demografico, una regione sentinella. Secondo i dati ISTAT al 1 gennaio 2025, la popolazione regionale ammonta a 1.193.284 abitanti, in calo di 1.332 unità rispetto al 2024. Ma il dato decisivo non è il calo: è la composizione per età.

Gli over 65 rappresentano il 27,5 per cento della popolazione, circa 328.000 persone; gli over 80 sono oltre 112.000; gli ultraottantacinquenni 57.562, pari al 4,8 per cento del totale regionale. L’indice di vecchiaia è pari a 252,9, ossia quasi 253 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni, contro una media nazionale ben più contenuta. L’età media è di 48,7 anni, contro i 46,9 nazionali; Trieste è la provincia più anziana d’Italia con un’età media di 49,4 anni. Le proiezioni ISTAT al 2080 stimano una perdita di circa 200.000 abitanti e un ulteriore aggravio dello squilibrio generazionale.

La Regione stessa stima oggi in circa 36.000 le persone non autosufficienti residenti in Friuli Venezia Giulia. Ma è la fotografia delle liste di attesa nelle case di riposo a restituire la dimensione della crisi: a Pordenone, Casa Serena registra 425 persone in attesa per 259 posti; la Casa Anziani Umberto Primo 363 in attesa per 110 posti; Cordenons 356 per 113 posti. In totale, circa 2.000 anziani in lista d’attesa per una struttura residenziale a livello regionale.

Sul fronte domiciliare i numeri certificano un sistema sotto pressione: 6.700 persone seguite dall’assistenza domiciliare sociale, 34.597 anziani presi in carico dall’ADI, 9.100 beneficiari del Fondo Autonomia Possibile (FAP), che nel 2025 ha visto stanziamenti per 49 milioni di euro, in crescita del 45 per cento rispetto al 2018. Cifre rispettabili, ma manifestamente insufficienti se rapportate alla platea reale del bisogno.

Quando il governo regionale stesso, voce dell’assessore Riccardi nel settembre 2025, riconosce che nei prossimi venticinque anni gli over 65 in Friuli Venezia Giulia aumenteranno del 235 per cento e gli over 85 del 70 per cento, è chiaro che siamo di fronte a una emergenza strutturale che impone una svolta sistemica. Il Friuli Venezia Giulia non è un’eccezione: è il futuro prossimo dell’Italia. Quello che qui si decide oggi vale come anticipazione nazionale, ed è precisamente per questa ragione che il contributo di una regione periferica può e deve interpellare la coalizione progressista a livello nazionale.

2. Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze e la cronica insufficienza di risorse

Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, istituito dall’articolo 1, comma 1264, della legge 296/2006, è oggi lo strumento economico principale del sistema. Reso strutturale dalla legge 208/2015, ha visto una crescita progressiva: dai 400 milioni del 2016 ai 982 milioni del 2025, 934 milioni del 2026 e 1 miliardo e 108 milioni previsti per il 2027. Per il triennio 2025-2027 si arriva quindi a poco più di tre miliardi di euro complessivi.

La novità del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, oggetto del DPCM di marzo 2026, è la divisione in doppio binario: una quota vincolata per gli anziani e per i progetti di vita indipendente (250 milioni annui per i LEPS, di cui 50 milioni per il personale dei Punti Unici di Accesso, più 14,64 milioni annui per la vita indipendente) e una quota indistinta che nel 2026 ammonta a 620 milioni e nel 2027 a 794 milioni, programmata unitariamente dalle Regioni in attesa che il Piano per gli over 70 del CIPA, ancora atteso, sia recepito.

Il limite politico è netto e va denunciato senza giri di parole: la stessa Commissione tecnica di riferimento ha riconosciuto che i criteri di riparto non sono ancora ancorati ai fabbisogni standard calcolati per Ambito Territoriale Sociale, perpetuando diseguaglianze territoriali strutturali. Il fondo non è coordinato con il Fondo Nazionale Politiche Sociali, il Fondo Povertà e il Fondo Dopo di Noi, e non è raccordato con il Sistema di Garanzia dei LEPS introdotto dalla legge di bilancio 2026.

La CGIL e lo SPI hanno parlato con chiarezza di Piano in ritardo e di risorse insufficienti. La cifra raggiunta nel 2027, poco più di un miliardo annuo, andrebbe rapportata alle reali esigenze di milioni di non autosufficienti e dei loro familiari: il dato è impietoso. La Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l’Italia lo 0,5: meno della metà. Una coalizione progressista degna di questo nome deve dirlo: senza un salto quantitativo nelle risorse, qualsiasi riforma di sistema rischia di restare cosmetica.

3. La riforma incompiuta: legge delega 33/2023 e D.Lgs. 29/2024

La legge delega 23 marzo 2023 numero 33, vincolata agli obiettivi del PNRR, Missione 5 Componente 2, ha promesso una riforma strutturale dell’assistenza agli anziani non autosufficienti: definizione unitaria della condizione, Sistema Nazionale per la popolazione anziana (SNAA), Punti Unici di Accesso nelle Case della Comunità, valutazione multidimensionale, prestazione universale.

Il decreto legislativo attuativo numero 29 del 15 marzo 2024, corretto dal D.Lgs. 93/2025, ha ampiamente disatteso gli obiettivi della delega. Le critiche convergono da fonti molto diverse: il Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, la CGIL, l’ANCI, le Commissioni Affari Sociali stesse di Camera e Senato. I rilievi sono sintetizzabili in tre punti: oltre venti rinvii a futuri provvedimenti (decreti ministeriali, linee guida, leggi regionali), che svuotano la cogenza della riforma; assenza di finanziamenti aggiuntivi dedicati, con la riforma risolta in un travaso di risorse esistenti; e una cosiddetta prestazione universale di fatto selettiva, riservata ai casi di bisogno assistenziale gravissimo, con criteri così stringenti da ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Più che universale, è residuale.

Nel frattempo l’Italia, nel 2022, è stata formalmente censurata dall’ONU per la violazione degli obblighi della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità. Una sentenza politica e morale che il governo Meloni non ha mai voluto realmente raccogliere e che la nostra alleanza è chiamata a rimettere al centro del proprio mandato programmatico.

4. Il caregiver familiare: la grande questione sospesa

Secondo l’ISTAT i caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni, in maggioranza donne (circa il 70 per cento), spesso costrette ad abbandonare il lavoro retribuito o a ridurre drasticamente la propria vita sociale. Si stima che fino a 8,5 milioni di persone svolgano attività di cura non riconosciuta. Il valore economico nascosto di questo lavoro, vero e proprio sussidio invisibile al bilancio dello Stato, è incalcolabile: è il pilastro non contabilizzato del welfare italiano, sostenuto sulle spalle delle donne e prelevato dalle loro pensioni future.

Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare. Le misure previste comprendono il riconoscimento formale presso l’INPS, l’inserimento obbligatorio del caregiver nel Progetto di vita e nel Piano Assistenziale Individualizzato e un contributo economico fino a 400 euro mensili, ma solo per il caregiver convivente prevalente con almeno 91 ore settimanali di cura, oltre 13 ore al giorno per sette giorni. La dotazione complessiva è di circa 257 milioni di euro.

La critica progressista al provvedimento è chiara: non è una misura universalistica, ma una soglia di sopravvivenza per le sole famiglie in povertà estrema. Un caregiver, soprattutto se donna, che si dedica per 91 ore alla settimana alla cura non sta facendo un lavoro: ne sta facendo due. Non riconoscere previdenzialmente questa attività significa codificare per legge la povertà di vecchiaia delle donne italiane. È esattamente il contrario di quanto Alleanza Verdi e Sinistra propone in materia di lavoro: salario minimo, riduzione dell’orario a parità di salario, fine della precarietà strutturale. La cura non può restare l’eccezione di un sistema che, nel suo cuore, riproduce sfruttamento.

5. Le criticità strutturali del modello attuale

Il sistema italiano della non autosufficienza, così come si è sedimentato nei decenni, presenta cinque vizi originari di natura strutturale che ne minano alla radice ogni possibilità di evoluzione progressiva.

Il primo è la frammentazione istituzionale e la diseguaglianza territoriale. Le competenze sono divise tra Stato, Regioni, ASL, ATS, Comuni. I diritti cambiano radicalmente in base alla residenza. Il Mezzogiorno paga un dazio storico: il riparto del FNA non è ancorato ai fabbisogni standard e quindi non sana le disuguaglianze, le riproduce.

Il secondo è la privatizzazione strisciante. Crescono i posti letto convenzionati e privati, mentre la rete pubblica arretra. Le rette in molte strutture private superano i 2.500 euro mensili: di fatto un censo all’assistenza, che esclude le famiglie a reddito medio-basso e produce una segregazione di classe del fine vita.

Il terzo è il carico sproporzionato sulle famiglie e il patriarcato del welfare. Il sistema poggia sull’assunto implicito che la cura sia una funzione femminile gratuita. È un dato non solo economico ma politico: la composizione di genere del lavoro di cura non remunerato è il calco speculare della composizione di genere della povertà di vecchiaia.

Il quarto è il lavoro di cura sommerso e la vulnerabilità migrante. Centinaia di migliaia di assistenti familiari, in larga parte donne migranti, lavorano in condizioni di semi-clandestinità o irregolarità contrattuale. La nuova legge sui caregiver non le include. È una rimozione politica esplicita, che il programma di AVS non può accettare in coerenza con la propria storica difesa dei diritti dei migranti e delle migranti.

Il quinto è la logica residuale e burocratica. L’accesso ai servizi è strutturato come concessione assistenziale, non come diritto esigibile. Tempi lunghi, soglie ISEE che escludono il ceto medio impoverito, rendicontazioni vessatorie, valutazioni multidimensionali a singhiozzo. Il cittadino non autosufficiente è trattato come supplicante, non come titolare di diritti.

6. La visione ecosocialista: la cura come infrastruttura democratica

All’analisi delle criticità deve corrispondere una visione politica alternativa. Proponiamo all’assemblea di Decidiamo! di assumere come asse programmatico una serie di principi non negoziabili, che riprendono il lessico ecosocialista e dei diritti caratteristico di Alleanza Verdi e Sinistra. La cura, in questa prospettiva, è insieme questione sociale, ecologica e democratica: è il punto in cui si decide se la transizione sarà giusta o se replicherà, sotto altre forme, le diseguaglianze del modello fossile e neoliberista.

7. Universalità sostanziale, non formale

La non autosufficienza è un diritto sociale, non una concessione. Va garantita su base universale, indipendentemente dal reddito e dalla residenza, con livelli essenziali delle prestazioni (LEPS) realmente esigibili e giustiziabili davanti al giudice ordinario. Universalità significa abbandonare la logica selettiva delle soglie ISEE punitive e introdurre un diritto soggettivo perfetto alla presa in carico, modulato non sul reddito ma sulla intensità del bisogno.

8. Centralità del Progetto di vita

Ogni intervento deve partire dal progetto individualizzato, costruito con la persona e con il suo nucleo, integrato tra sociale e sanitario, dotato di budget di cura vincolante e verificabile. Niente più burocrazia che separa: un solo punto di accesso, una sola valutazione, una sola governance del caso. Il Progetto di vita non è un adempimento ma il luogo in cui la persona riconquista la propria autodeterminazione, secondo il principio costituzionale e internazionale della Convenzione ONU.

9. Domiciliarità come priorità strutturale

La residenzializzazione deve diventare l’opzione di ultima istanza, non la prima. Significa potenziare ADI e SAD, sviluppare cohousing, abitare inclusivo, condomini solidali, telemedicina. Significa invertire la logica del recupero a posteriori, la casa di riposo, con quella della prevenzione domiciliare. Significa anche, per AVS, riconnettere il tema della cura a quello dell’abitare: il diritto alla casa, oggi negato a milioni di italiane e italiani, è precondizione del diritto a invecchiare e a essere assistiti dignitosamente.

10. Riconoscimento giuridico, economico e previdenziale del caregiver

Va riscritta la legge sui caregiver in chiave universalistica: riconoscimento contributivo per ogni anno di cura, accesso al pensionamento anticipato non condizionato a soglie ISEE punitive, formazione gratuita, supporto psicologico, congedi retribuiti veri. Va estesa la tutela alle assistenti familiari migranti, con percorsi di emersione e regolarizzazione legati al lavoro di cura. Il principio è semplice e politicamente forte: dove c’è lavoro, anche di cura, ci sono diritti, contratto, salario e contribuzione. Senza eccezioni di genere e senza eccezioni di cittadinanza.

11. Conversione ecologica del welfare e giustizia climatica della cura

La cura è un settore ad alta intensità di lavoro e a basso impatto ambientale: per ogni euro investito in long-term care si producono molti più posti di lavoro stabili e a basso carbonio rispetto a un euro investito in infrastrutture energivore. Il programma di AVS, che già pone al centro la transizione giusta, deve quindi includere il welfare di cura tra gli investimenti strategici della conversione ecologica. Significa, in concreto, finanziare la rete pubblica della cura con le stesse risorse che oggi vengono drenate da sussidi alle fonti fossili, dalla spesa militare crescente e dalle agevolazioni alle grandi rendite finanziarie. Significa, anche, riprogettare i luoghi della cura come edifici a impatto zero, integrati nei territori, alimentati da energia rinnovabile e cooperativa, lontani dal modello industriale delle grandi RSA-fabbrica.

La giustizia climatica non è soltanto la difesa del pianeta dai cambiamenti climatici: è anche la protezione delle fasce più fragili, anziane, malate, non autosufficienti, dagli effetti già presenti del riscaldamento globale. Le ondate di calore degli ultimi anni hanno colpito in modo sproporzionato gli anziani e le persone non autosufficienti, in particolare nelle aree urbane. Investire in cura significa, anche, costruire resilienza climatica.

12. Comunità di prossimità e democrazia partecipata

Le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti devono essere co-decisori delle politiche che li riguardano, attraverso rappresentanze stabili negli Ambiti Territoriali Sociali e nei Comitati interministeriali. Niente su di noi senza di noi non è uno slogan: è un principio costituzionale. La piattaforma Decidiamo! ha proprio questo significato: invertire la rotta della delega passiva, aprire i tavoli decisionali alle voci che la politica istituzionale ha imparato a non ascoltare. Il welfare di cura deve nascere da questa stessa ispirazione partecipata.

13. Proposte operative nazionali per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra

Si propongono al confronto della piattaforma Decidiamo! le seguenti misure di livello nazionale, articolate in una sequenza coerente di sette interventi strutturali.

Il primo intervento è triplicare il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze entro la legislatura. Portare lo stanziamento da circa 1 miliardo (2027) ad almeno 3 miliardi annui strutturali, ancorando il riparto ai fabbisogni standard per Ambito Territoriale Sociale. La Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l’Italia lo 0,5: l’obiettivo è almeno l’1 per cento del PIL entro la legislatura.

Il secondo intervento è approvare un Testo Unico della non autosufficienza. Riassorbire FNA, Fondo Disabilità, Fondo Caregiver, Fondo Dopo di Noi in un unico architrave normativo, con LEPS giustiziabili, criteri unitari, governance integrata sociosanitaria. Superare il doppio binario anziani-disabili dove crea duplicazioni e disuguaglianze, mantenendolo solo dove serve a garantire specificità di presa in carico.

Il terzo intervento è il riconoscimento universale del caregiver familiare. Soppressione della soglia delle 91 ore settimanali; introduzione di un assegno di cura modulato su reddito e intensità assistenziale; copertura previdenziale figurativa integrale per gli anni di cura; congedo straordinario retribuito esteso ai caregiver non conviventi. La legge di gennaio 2026 va integralmente riscritta nella prospettiva universalistica.

Il quarto intervento è l’emersione e la tutela delle assistenti familiari migranti. Permesso di soggiorno legato al lavoro di cura, contratto collettivo nazionale aggiornato, formazione obbligatoria gratuita, riconoscimento dei titoli nei Paesi di origine. Non possiamo costruire il welfare delle donne italiane sulle spalle invisibili delle donne migranti. È una scelta di coerenza politica per una alleanza che fa della difesa dei diritti dei migranti uno dei propri pilastri identitari.

Il quinto intervento è il piano nazionale per la rete pubblica della cura. Costruzione di nuove strutture pubbliche, RSA, case di comunità, centri diurni, con vincolo di ricaduta sui territori a maggior fabbisogno. Blocco delle convenzioni con strutture private a scopo di lucro che non garantiscono standard di personale e qualità adeguati. Ripubblicizzazione progressiva di quelle strutture private che, beneficiando di fondi pubblici, hanno mostrato di anteporre il profitto alla qualità della cura.

Il sesto intervento è il piano straordinario per il personale sociosanitario. La Sezione Autonomie della Corte dei Conti, con la deliberazione 10/SEZAUT/2026/QMIG, ha sciolto un primo nodo permettendo agli enti locali di escludere dal calcolo dei limiti assunzionali le risorse del FNA destinate al personale dei PUA. È un segnale importante ma non basta: serve il superamento normativo dei vincoli assunzionali per Comuni e Ambiti Territoriali Sociali, un contratto unico per OSS, infermieri di comunità ed educatori, una formazione universitaria e professionale dedicata. Il tutto ancorato al salario minimo orario di 10 euro lordi, principio che AVS porta nel proprio programma da anni.

Il settimo intervento è la copertura finanziaria. Per finanziare il Piano serve coraggio fiscale: una imposta patrimoniale ordinaria sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro, a destinazione vincolata sul Fondo Nazionale Non Autosufficienze; il taglio progressivo dei sussidi alle fonti fossili e di parte della spesa militare in crescita; la tassazione effettiva delle multinazionali digitali. La cura universale è incompatibile con l’austerità europea e con la subordinazione alla logica del Patto di Stabilità rivisto: il programma di AVS deve dirlo apertamente e senza reticenze.

14. Proposte operative regionali per il Friuli Venezia Giulia

Sul piano regionale, e in coerenza con la presenza di AVS nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia eletto nel 2023 a sostegno della candidatura di Massimo Moretuzzo, si propongono sette ulteriori misure.

La prima è la riforma del FAP in chiave universalistica. Innalzamento delle soglie ISEE oggi previste (30.000 euro per APA e CAF, 60.000 euro per AGD), revisione degli importi al rialzo, estensione della platea, semplificazione drastica della rendicontazione. Il FAP deve diventare un assegno di cura universale modulato sul bisogno, non un contributo selettivo a soglia.

La seconda è il Piano regionale per le RSA pubbliche. Riconversione di immobili pubblici dismessi (caserme, scuole chiuse, edifici sanitari sottoutilizzati) in centri diurni e RSA pubbliche con almeno 1.500 nuovi posti convenzionati nel triennio. La lista d’attesa di 2.000 anziani deve essere azzerata in cinque anni. Le riconversioni devono rispondere a criteri di efficienza energetica e accessibilità integrale, dimostrando concretamente che la rete pubblica della cura può essere anche un esempio di bioedilizia.

La terza è il reclutamento straordinario di operatori sociosanitari. Bando regionale unico per 1.000 nuovi OSS nel triennio, con concorso pubblico, contratto stabile e salario non inferiore a 10 euro lordi orari; scuola di formazione regionale gratuita, convenzioni con gli ITS, percorsi di stabilizzazione del personale precario.

La quarta è il Punto Unico di Accesso effettivo in ogni distretto. Realizzazione vera, non solo nominale, dei PUA presso ogni Casa della Comunità del Friuli Venezia Giulia, con valutazione multidimensionale entro 30 giorni e Progetto individualizzato vincolante.

La quinta è l’indennità regionale caregiver elevata e universalizzata. L’attuale contributo di 300 euro mensili per dodici mesi è simbolico. Va portato ad almeno 600 euro mensili per dodici mesi e reso universale per chi ha in carico una persona con disabilità grave, indipendentemente dalla soglia ISEE.

La sesta è il programma per cohousing e abitare inclusivo nelle aree interne. Particolare attenzione alla montagna friulana e alle aree interne, dove l’invecchiamento è più drammatico e i servizi più rarefatti. Sviluppo di residenzialità diffusa, turismo solidale intergenerazionale, condomini protetti, in coerenza con la visione di AVS sulle aree fragili e sui borghi a rischio spopolamento.

La settima è il tavolo regionale permanente con la cittadinanza attiva. Istituzione di un organismo paritetico tra Regione, ATS, associazioni delle persone con disabilità, sindacati, caregiver, terzo settore, con poteri reali di co-programmazione e co-progettazione delle politiche.

15. Impatto atteso e cornice politica

Una riforma di questa portata produrrebbe effetti rilevanti su più piani convergenti. Sul piano dell’equità territoriale e generazionale, supererebbe le disuguaglianze tra Nord e Sud, tra centro e aree interne. Sul piano del lavoro femminile, libererebbe le donne dal ruolo di ammortizzatore sociale invisibile, contribuendo strutturalmente alla riduzione del gender pay gap di lungo periodo e all’aumento del tasso di occupazione femminile, oggi tra i più bassi d’Europa. Sul piano della povertà di vecchiaia, in particolare femminile, oggi destinata a esplodere nei prossimi venti anni, costituirebbe il principale freno disponibile.

Sul piano economico, l’effetto moltiplicatore occupazionale è documentato: ogni miliardo investito in long-term care genera, secondo le stime ILO, circa 25.000 posti di lavoro stabili. Sul piano comunitario, la rete pubblica della cura ricomporrebbe il tessuto sociale contro l’isolamento e la solitudine, oggi vere e proprie patologie sociali di massa. Sul piano ecologico, il welfare di cura è uno dei settori a più alta intensità occupazionale e a più basso impatto ambientale: investirvi è una scelta di transizione giusta, non un costo sottratto agli investimenti verdi.

Investire nella non autosufficienza non è una voce di spesa: è un investimento democratico, ecologico e antifascista. È il modo in cui una Repubblica sociale dimostra di essere ancora tale. È, in termini gramsciani, l’occasione per costruire egemonia: non abbandonare le fasce fragili al mercato significa ricostruire la fiducia popolare nella mediazione politica progressista, oggi profondamente erosa proprio nei territori dove il welfare ha arretrato di più.

16. Conclusione: un mandato per Alleanza Verdi e Sinistra

La piattaforma Decidiamo!, lanciata da Bonelli e Fratoianni il 9 maggio 2026, pone una domanda di fondo: come vogliamo lavorare, studiare, curarci e respirare. Da questa periferia attiva del Friuli Venezia Giulia rispondiamo, sul versante della cura, con altrettanta chiarezza: dobbiamo smettere di considerare la non autosufficienza come un costo da contenere e iniziare a trattarla come un diritto da garantire.

La nostra proposta è di portare al confronto pubblico di Decidiamo!, e da lì al programma di Alleanza Verdi e Sinistra, un Patto per la non autosufficienza che assuma valore di precondizione: nessuna piattaforma ecosocialista è credibile se non assume questo capitolo come priorità strutturale del prossimo quinquennio.

Il Friuli Venezia Giulia, regione anziana e di confine, attraversata da spinte demografiche e migratorie che la rendono un osservatorio privilegiato, può essere regione pilota di una sperimentazione di welfare universale dei diritti. Lo dobbiamo a chi oggi assiste in solitudine, a chi è in lista di attesa per un posto in una struttura, a chi sta avvitandosi nella povertà di cura, a chi non ha più la forza di chiedere.

Una società che lascia indietro le persone non autosufficienti non è una società progressista. È, semplicemente, un’altra cosa. Una alleanza tra Verdi e Sinistra che voglia incarnare oggi la promessa costituzionale dell’eguaglianza sostanziale ha qui il suo banco di prova più severo, e insieme la più chiara occasione di cambiamento credibile.

Mario Sommella

Coordinatore nazionale politiche sociali e disabilità, referente regionale Friuli Venezia Giulia, Azione Civile.

Latisana (Udine),

9 maggio 2026

Riferimenti e fonti principali

ISTAT, Censimento permanente della popolazione 2024, dati al 1 gennaio 2025.

Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Ufficio di statistica, La popolazione residente in FVG al 01.01.2025, febbraio 2026.

DPCM marzo 2026, Adozione del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027 e riparto del relativo Fondo (FNA: 982 milioni 2025, 934 milioni 2026, 1 miliardo e 108 milioni 2027).

Legge 23 marzo 2023 numero 33, Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane.

D.Lgs. 15 marzo 2024 numero 29, modificato con D.Lgs. 93/2025, Attuazione della legge delega 33/2023.

Disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, Consiglio dei Ministri, 12 gennaio 2026.

DPReg n. 214/2023, Regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile (FAP) della Regione Friuli Venezia Giulia.

Corte dei Conti, Sezione Autonomie, deliberazione n. 10/SEZAUT/2026/QMIG, sull’esclusione delle assunzioni FNA per i PUA dai limiti assunzionali.

CGIL e SPI, Prime osservazioni sul Piano Nazionale Non Autosufficienze 2025-2027, marzo 2026.

Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, valutazioni del D.Lgs. 29/2024, 2024-2025.

ANCI Cittalia, Fondi Welfare, ricognizione 2024-2025.

Alleanza Verdi e Sinistra, Programma 2022 e Programma per le elezioni europee 2024.

Bonelli e Fratoianni, Lancio del percorso Decidiamo!, Roma, 9 maggio 2026, Nazionale Spazio Eventi.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere   Mario Sommella

Coordinatore nazionale politiche sociali e disabilità, referente regionale FVG, Azione Civile.

L’Europa atlantista prepara la sua eutanasia

Il suicidio geopolitico degli orfani della NATO

C’è qualcosa di profondamente tragico nella scena europea contemporanea. Un continente che per decenni ha predicato democrazia, diritti sociali, cooperazione internazionale e welfare diffuso, oggi appare come un aristocratico decaduto che continua a lucidare le posate d’argento mentre il palazzo brucia. L’Europa ultra-atlantista sta vivendo una crisi storica che non riesce nemmeno più a nominare. E come accade spesso ai sistemi in declino, reagisce non correggendo i propri errori, ma radicalizzandoli.

Più riarmo. Più subordinazione geopolitica agli Stati Uniti. Più austerità sociale mascherata da “responsabilità”. Più propaganda sulla difesa dell’Occidente. Mentre le economie rallentano, le industrie chiudono, i salari perdono valore reale e il continente scivola verso una marginalità strategica sempre più evidente.

La verità è brutale: le classi dirigenti europee stanno preparando il suicidio geopolitico del continente con la stessa compostezza burocratica con cui Bruxelles approva una direttiva tecnica.

Il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025 ha rappresentato molto più di un semplice passaggio diplomatico. È stato il certificato politico della resa europea. I governi dell’Unione hanno accettato nuovi aumenti strutturali della spesa militare mentre interi settori produttivi soffocano sotto il peso dei costi energetici, della competizione asiatica e della stagnazione economica. La Germania, motore industriale europeo per oltre mezzo secolo, mostra ormai crepe profonde. La manifattura perde competitività, i colossi industriali delocalizzano, il modello export-oriented costruito sul gas russo a basso costo è imploso.

Eppure le élite europee continuano a comportarsi come sacerdoti di una religione geopolitica ormai scollegata dalla realtà materiale.

L’atlantismo europeo non è più una strategia. È diventato un riflesso condizionato. Un automatismo ideologico. Una forma di dipendenza psicopolitica.

Washington ha già ridefinito le proprie priorità. Gli Stati Uniti stanno spostando il baricentro strategico verso il Pacifico e il contenimento della Cina. L’Inflation Reduction Act ha apertamente drenato investimenti industriali europei verso il mercato americano. Il protezionismo tecnologico statunitense cresce. La supremazia energetica americana si rafforza proprio grazie alla crisi europea.

In altre parole: gli Stati Uniti stanno difendendo i propri interessi nazionali. L’Europa no.

Qui emerge il nodo storico più drammatico: il continente non possiede più una classe dirigente autonoma. Per decenni, il ceto politico europeo si è formato dentro una cultura della subordinazione strategica agli Stati Uniti. Dopo il 1989, con il crollo dell’URSS, le classi dirigenti occidentali hanno creduto di vivere la “fine della storia”. Hanno scambiato un equilibrio temporaneo per un dominio eterno.

L’espansione della NATO verso est, la penetrazione economica nello spazio post-sovietico, le guerre umanitarie, l’unilateralismo occidentale: tutto si fondava sull’idea che il mondo dovesse inevitabilmente ruotare attorno all’asse Washington-Bruxelles.

Ma la storia non è finita. È tornata violentemente.

La Russia, la Cina, i BRICS, il Golfo Persico, l’India, le nuove rotte energetiche e commerciali stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo multipolare non è più una teoria: è il nuovo scenario concreto dentro cui si combatte la guerra per il potere del XXI secolo.

E l’Europa vi entra nelle peggiori condizioni possibili: senza autonomia energetica, senza sovranità tecnologica, senza indipendenza militare e senza una politica estera realmente propria.

La guerra in Ucraina ha accelerato tutto questo. Non l’ha creato, ma lo ha reso irreversibile.

Per oltre tre anni, i governi europei hanno alimentato una narrativa binaria e moralistica del conflitto, cancellando ogni complessità geopolitica. Chiunque osasse discutere il ruolo dell’espansione NATO, il fallimento degli accordi di Minsk o le responsabilità occidentali nella destabilizzazione dell’area veniva immediatamente marchiato come “filo-russo”.

Ma la realtà economica non obbedisce alla propaganda.

Gli Stati Uniti hanno trasformato il conflitto in un gigantesco processo di rafforzamento della propria industria energetica e militare. L’Europa, invece, ha pagato il prezzo più alto in termini industriali e sociali. Il costo dell’energia è esploso. Le catene produttive si sono indebolite. Interi comparti strategici hanno perso competitività rispetto a Cina e USA.

Il paradosso storico è impressionante: nel tentativo di “difendere l’Europa”, le élite euro-atlantiste stanno smantellando le basi materiali della potenza europea.

E mentre il continente si impoverisce, cresce la militarizzazione.

La Germania annuncia piani di riarmo che fino a pochi anni fa sarebbero stati politicamente impensabili. La Polonia accelera la trasformazione in piattaforma militare avanzata dell’Alleanza Atlantica. I bilanci della difesa aumentano ovunque. Le industrie belliche prosperano. I servizi pubblici invece arretrano.

Sanità, scuola, welfare, diritti sociali: tutto viene progressivamente sacrificato sull’altare della sicurezza permanente.

È la logica storica dell’economia di guerra. Quando il capitalismo entra in crisi strutturale, il riarmo diventa contemporaneamente motore economico, strumento disciplinare e collante ideologico.

La paura diventa governo.

Ma esiste un altro elemento che sta distruggendo definitivamente la credibilità europea: Gaza.

La distruzione sistematica della Striscia ha mostrato al Sud globale ciò che molti sospettavano già da tempo: i diritti umani occidentali sono spesso selettivi. Valgono contro i nemici geopolitici, molto meno contro gli alleati strategici.

Per mesi, gran parte delle cancellerie europee ha reagito con un linguaggio burocratico anestetizzato davanti a decine di migliaia di morti civili palestinesi. “Moderazione”, “diritto alla difesa”, “preoccupazione”. Nessuna vera rottura diplomatica. Nessuna seria sanzione. Nessuna reale autonomia rispetto alle posizioni di Washington e Tel Aviv.

L’effetto geopolitico è devastante.

L’Europa ha perso credibilità morale presso gran parte del mondo arabo, africano e latinoamericano. La retorica universalista occidentale appare ormai, agli occhi di milioni di persone, come una maschera applicata agli interessi strategici dell’Occidente.

Ed è qui che il quadro si fa ancora più inquietante.

Le classi dirigenti europee sembrano incapaci persino di comprendere il proprio isolamento crescente. Continuano a parlare di “valori occidentali” mentre il mondo multipolare le percepisce sempre più come un’estensione geopolitica degli Stati Uniti.

Nel frattempo, le società europee si impoveriscono.

Il potere d’acquisto cala. Il lavoro si precarizza. I giovani emigrano o sopravvivono nella stagnazione salariale. L’ascensore sociale è fermo. La rabbia cresce. E dentro questo vuoto sociale avanzano nazionalismi tossici, destre identitarie e nuove forme di autoritarismo tecnocratico.

L’Italia rappresenta perfettamente questa decomposizione.

Il governo di Giorgia Meloni oscilla continuamente tra propaganda patriottica e fedeltà atlantica assoluta. Si evocano sovranità e identità nazionale mentre si accettano senza discussione le linee strategiche dettate dalla NATO e dai mercati finanziari. Intanto il paese continua a perdere peso industriale, produttività e capacità di investimento pubblico.

Nel cosiddetto “centro riformista”, figure come Carlo Calenda incarnano invece la nostalgia tecnocratica di un neoliberismo ormai screditato ma ancora potentissimo nei media e nelle élite economiche. È il culto della managerializzazione della politica: il paese ridotto a consiglio d’amministrazione, la società ridotta a variabile economica.

Ma il problema ormai supera i governi e i partiti. È una crisi di civiltà politica.

L’Europa non riesce più a immaginarsi fuori dalla subordinazione atlantica. Non concepisce una politica estera autonoma. Non riesce a costruire una mediazione geopolitica. Non sa dialogare con il mondo emergente se non attraverso il filtro strategico statunitense.

Ed è proprio questa incapacità che potrebbe trascinare il continente verso una lunga fase di declino strutturale.

La storia insegna che gli imperi raramente accettano pacificamente la perdita della centralità globale. Spesso reagiscono militarizzandosi, irrigidendosi ideologicamente e trasformando la paura del declino in aggressività geopolitica.

L’Europa di oggi sembra avviata lungo questa traiettoria.

Un continente che un tempo prometteva pace sociale e cooperazione internazionale rischia di trasformarsi in una gigantesca frontiera militarizzata dell’Occidente in crisi. Una piattaforma strategica armata, energeticamente fragile, industrialmente indebolita e politicamente subordinata.

Gli orfani della NATO continuano a stringere il legame atlantico come se fosse una garanzia di salvezza. Ma forse stanno stringendo semplicemente il cappio della propria irrilevanza storica.

E la tragedia più grande è che milioni di cittadini europei rischiano di pagare il prezzo di questa eutanasia geopolitica senza essere mai stati realmente consultati.

Fonti

NATO Summit Declarations 2025
Commissione Europea – dati energia e competitività industriale
Eurostat
UNCTAD
SIPRI Military Expenditure Database
Reuters
Financial Times
Le Monde Diplomatique
The Economist
Analisi geopolitiche BRICS e transizione multipolare
Rapporti Amnesty International e ONU sulla situazione a Gaza

La menzogna del moderatismo

Tacere sugli eccidi, accettare la redistribuzione al contrario, svuotare la democrazia: il vocabolario di un’ipocrisia che si chiama moderazione.

In Italia, da almeno trent’anni, una parola è stata trasformata in arma. Quella parola è moderato. Si presenta come confine ragionevole tra estremi, ma nei fatti funziona come dispositivo di neutralizzazione del conflitto sociale, della responsabilità politica e della verità storica. Schermare il massacro dei civili, accettare il furto sistematico delle risorse collettive, normalizzare la distruzione consapevole dei diritti del lavoro, tacere davanti al genocidio: questo significa oggi essere moderati. Chi si dichiara tale non occupa il centro, sta dalla parte della violenza che si è fatta sistema.

La riflessione nasce dalla constatazione di un’asimmetria intollerabile. Il governo Meloni fa ciò che ha detto di voler fare, restringere lo spazio pubblico, comprimere salari e diritti, blindare il privilegio fiscale dei più abbienti, garantire copertura politica e militare allo Stato di Israele mentre prosegue lo sterminio del popolo palestinese ben oltre il cessate il fuoco formalmente in vigore dall’ottobre 2025. Quello che chiamiamo per inerzia centrosinistra non riesce a uscire dal lessico difensivo del moderatismo. Chiede pazienza, equilibrio, gradualità. Tutti sinonimi, in questo contesto, di rinuncia.

La domanda non può più essere rinviata. A chi serve oggi un moderatismo che non mette mai in discussione le rendite, non rompe i memorandum militari, non sfida la concentrazione della ricchezza, non chiede conto delle complicità nei crimini di guerra?

1. La trincea del lessico

La prima frontiera dello scontro politico contemporaneo è linguistica. Le parole sono armi e vengono offerte sempre alla stessa parte. Moderato è diventato sinonimo di rispettabile, ragionevole, presentabile in salotto televisivo. Radicale è diventato sinonimo di irresponsabile, marginale, fanatico. Ma se osserviamo con attenzione le posizioni effettivamente sostenute, quasi sempre il moderato è chi accetta in silenzio l’esistente, mentre il radicale è chi semplicemente chiede l’applicazione coerente di principi costituzionali ovvi. Dignità del lavoro, progressività dell’imposta, eguaglianza sostanziale, ripudio della guerra. In questa logica perversa la Costituzione del 1948 è estremista. I poteri economici e militari che la calpestano sono moderati. Un capovolgimento orwelliano che funziona soltanto finché non viene nominato.

Il moderatismo non è una posizione politica. È una tecnica di governo. Serve a definire ciò che è dicibile e ciò che è impronunciabile, ciò che merita attenzione mediatica e ciò che va relegato nelle pagine interne. Serve a ridurre il dissenso a folclore e l’analisi critica a estremismo. Serve, soprattutto, a impedire che la lingua nomini ciò che vede. Genocidio diventa conflitto. Sterminio diventa operazione. Saccheggio della ricchezza pubblica diventa riforma. Decreto repressivo diventa pacchetto sicurezza. Lo scempio è completo quando anche le opposizioni, anziché rompere il vocabolario del potere, lo accettano e lo praticano.

2. La patrimoniale al contrario

Negli ultimi quarant’anni in Italia è avvenuta una redistribuzione gigantesca, e in direzione opposta a quella che la sinistra storica indicava come compito proprio della politica. Negli anni Ottanta i redditi da lavoro dipendente rappresentavano oltre il 56% del prodotto interno lordo. Alle soglie del nuovo millennio quella quota era già scesa al 40%. Una caduta di sedici punti che ha pochi paragoni tra le grandi economie occidentali e che è il riflesso di un trasferimento sistematico di risorse dal lavoro al capitale, dai salari ai profitti e alle rendite. La fiammata inflazionistica del 2022 e 2023 ha ulteriormente compresso la quota dei redditi da lavoro sul valore aggiunto fino al 42,5%, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, mentre cresceva specularmente il cosiddetto risultato lordo di gestione, ovvero profitti e rendite. Le rendite immobiliari, oggi, da sole superano il 12,7% del PIL.

Questa è la patrimoniale al contrario di cui parla Fabio Mussi nelle sue conversazioni più recenti. Una redistribuzione silenziosa, costante, pluridecennale, mai dichiarata, mai votata in Parlamento come riforma esplicita, eppure implacabile nei suoi effetti. Si è prodotta attraverso la moderazione salariale degli anni Novanta, la precarizzazione del lavoro avviata dal pacchetto Treu e proseguita dalla legge Biagi e dal Jobs Act, la finanziarizzazione dell’economia, la riduzione progressiva delle aliquote sulle fasce alte di reddito, l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, la flat tax per le partite IVA, la tassazione di vantaggio sulle rendite finanziarie. Centinaia di miliardi spostati verso l’alto della piramide sociale, senza che mai una sola legge dichiarasse esplicitamente questo come proprio obiettivo.

Su questo terreno il moderatismo è stato l’agente attivo della trasformazione. Ogni volta che si è avanzata la proposta di un’imposta patrimoniale ordinaria, di un’effettiva progressività sui patrimoni superiori al milione di euro, di una fiscalità europea armonizzata sui grandi capitali, è arrivata la stessa risposta. Sarebbe demagogia, populismo, marxismo nostalgico, attentato alla classe media. Si è costruito così il paradosso politico più impressionante della Repubblica. Una parte consistente di chi non possiede nulla difende il privilegio dei pochi che possiedono moltissimo, convinta da una cultura mediatica plasmata su misura del potere economico.

3. La menzogna degli undici milioni

Quando si parla di evasione fiscale in Italia, il dibattito pubblico viene spesso deliberatamente confuso. I dati pubblicati nel 2025 dal Ministero dell’Economia raccontano che oltre 11,3 milioni di contribuenti dichiarano un’imposta netta IRPEF pari a zero. Su questo numero si è costruita una narrazione potente, e sostanzialmente falsa, secondo cui sarebbe questa la massa degli evasori. La verità è diversa. Quelle persone, in larga parte, non evadono. Sono pensionati al minimo, lavoratori a basso reddito, contribuenti che rientrano nelle soglie di esenzione, soggetti le cui detrazioni e bonus assorbono integralmente l’imposta lorda. Sono, in altri termini, le vittime di un sistema fiscale costruito per concentrare il prelievo sui redditi medi da lavoro dipendente e per lasciare in ombra i veri patrimoni e le rendite più consistenti.

L’evasione vera, quella che secondo la Relazione 2025 del MEF ha tolto allo Stato circa 92,6 miliardi di euro nel 2022, ha un volto preciso. È concentrata in alcuni segmenti del lavoro autonomo, dove la propensione all’evasione IRPEF supera il 60%, è dominata dalle locazioni brevi non tracciate, dall’IVA non versata nei settori del turismo e della ristorazione, dalle multinazionali del digitale che spostano profitti in paradisi fiscali europei e non. Non sono le pensionate al minimo che dichiarano zero a togliere risorse alla sanità pubblica. Sono i grandi patrimoni, le grandi imprese, i grandi studi professionali. Eppure la propaganda di governo, ripetuta acriticamente da troppi quotidiani e talk show, scarica sui poveri la responsabilità di un sistema che è stato disegnato per tutelare i ricchi.

Su questa menzogna fondativa si reggono tutte le riforme regressive degli ultimi vent’anni. La flat tax estesa agli autonomi fino a 85.000 euro di ricavi, che è una patrimoniale alla rovescia perché tassa meno chi guadagna di più rispetto al lavoro dipendente. I condoni mascherati da rottamazione delle cartelle. La progressiva riduzione delle aliquote IRPEF presentata come sollievo per il ceto medio mentre, in realtà, beneficia in misura crescente le fasce alte. Una sinistra degna di questo nome dovrebbe smontare quotidianamente questa costruzione retorica, fornire ai cittadini gli strumenti analitici per leggere i dati, restituire al fisco la sua funzione costituzionale di strumento di giustizia sociale. Una sinistra moderata, invece, accetta il quadro narrativo dell’avversario e si limita a chiedere correttivi marginali.

4. Il silenzio davanti al massacro

Mentre nel dibattito interno si discute di moderazione, fuori dai nostri confini è in corso uno dei massacri più documentati e più televisivi della storia recente. Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, alla data del 5 maggio 2026 il bilancio totale delle vittime dall’ottobre 2023 ha superato la soglia dei 72.615 palestinesi uccisi. Lo studio pubblicato da The Lancet nel febbraio 2026 stima che i decessi reali nei primi sedici mesi di bombardamenti possano essere stati almeno 75.000, ovvero almeno 25.000 in più rispetto ai conteggi iniziali. Tra le vittime confermate vi sono oltre 21.289 bambini. Migliaia di altri sono dispersi sotto le macerie. Il Centro palestinese per i dispersi e i deportati ha documentato la scomparsa di circa 2.900 minori soltanto nei primi mesi del 2026. Queste non sono cifre, sono persone. Famiglie intere cancellate dai registri anagrafici, comunità polverizzate, una società sistematicamente smembrata.

Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 non ha fermato la mattanza. Soltanto dall’inizio della tregua le violazioni israeliane hanno ucciso oltre 832 palestinesi a Gaza secondo il bilancio aggiornato del Ministero della Salute. In Libano, dove le operazioni militari dell’esercito israeliano proseguono nonostante i negoziati di Washington, le vittime hanno raggiunto quota 2.659, con oltre 8.183 feriti. La relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese aveva avvertito già nel settembre 2025 che il bilancio reale del genocidio sarebbe potuto risultare drammaticamente superiore a quello ufficiale.

Davanti a tutto questo, il governo italiano ha scelto la complicità. Nel 2025 sono state autorizzate forniture militari verso Israele per circa 85 milioni di euro. Il memorandum d’intesa militare tra Italia e Israele, ratificato nel 2005 e oggetto di rinnovi taciti, è stato confermato nell’aprile 2026, salvo poi essere oggetto di una sospensione tardiva e ambigua a seguito dei bombardamenti israeliani sul contingente UNIFIL e sulle aree civili libanesi. Nell’ottobre 2025 il gruppo Giuristi e avvocati per la Palestina ha presentato alla Corte penale internazionale una denuncia per concorso in genocidio nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, dell’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani. La denuncia, sottoscritta da oltre cinquantamila cittadini, è ancora in esame.

Su tutto questo, dove sono stati i moderati? Hanno alzato la voce quando i portuali di Genova, Livorno e Ravenna hanno bloccato l’invio di componentistica per gli F-35 israeliani, smascherando la rete di trasferimenti coperti da segreto politico, diplomatico e militare? Hanno chiesto la rottura immediata del memorandum quando è emerso che Tajani e Crosetto hanno tentato di occultare al Parlamento l’effettiva consistenza dell’export bellico verso Tel Aviv? Hanno reagito alle dichiarazioni con cui il vicepremier ha sostenuto pubblicamente che il diritto internazionale vale fino a un certo punto? La risposta è nessuna. Il moderatismo, davanti al massacro, ha scelto il silenzio. Quando si è espresso, lo ha fatto per giustificare, contestualizzare, distinguere, smussare. Mai per condannare con la nettezza che la storia avrebbe richiesto.

5. Il partito ministeriale

La metamorfosi del Partito Democratico nei suoi venti anni di esistenza è il caso di studio più impressionante della deriva moderatista in Italia. Nato nell’ottobre 2007 dalla fusione tra Democratici di Sinistra e Margherita, il PD totalizzò alle politiche del 2008 oltre dodici milioni di voti, presentandosi come alternativa di sistema al berlusconismo. Da allora la sua traiettoria è stata di erosione costante. I dati elettorali del 2022 hanno certificato il dimezzamento di quel patrimonio, con poco più di sei milioni di voti, mentre milioni di elettori storicamente collocati a sinistra hanno preso la via dell’astensione, della rabbia muta, della sfiducia integrale verso ogni rappresentanza istituzionale.

Le ragioni di questa emorragia non vanno cercate nel marketing politico, nei volti dei segretari, nelle alleanze tattiche. Vanno cercate in una scelta strategica di lunga durata. Il PD ha scelto, sin dalle sue origini, di essere prima di tutto un partito di governo, un partito ministeriale, un partito disponibile a stare nelle stanze del potere a qualsiasi condizione. Ha sostenuto governi tecnici e governi di larghe intese, ha votato pareggio di bilancio in Costituzione, ha approvato il Jobs Act, ha sostenuto missioni militari ed esportazioni di armi senza chiedersi mai dove finissero. Quando un partito di sinistra rinuncia all’audacia di affrontare la piazza, di costruire conflitto sociale, di rompere con i rapporti di forza esistenti, perde la sua ragione d’essere. I sondaggi del maggio 2026 registrano un PD oscillante tra il 22 e il 23%, in fragile risalita dopo la vittoria del No al referendum costituzionale del marzo scorso, ma incapace di proporre un’alternativa programmatica credibile. La sua leader Elly Schlein contende ai candidati del campo largo una guida nominale che, nel migliore dei casi, sarà la successione di un partito ridotto alla metà di sé stesso.

Il problema non è tanto chi vincerà le primarie del centrosinistra. Il problema è cosa intende fare il centrosinistra se torna al governo nel 2027. Quale programma, quali rotture, quali soldi per finanziarle, quali alleanze sociali è disposto a costruire e quali a rompere. Senza queste risposte, la distinzione tra destra e sinistra diventa puramente cosmetica. E il moderatismo prosegue la propria opera di neutralizzazione, sotto sigle diverse e con leadership intercambiabili.

6. La crisi della rappresentanza

C’è una verità che i moderati non vogliono pronunciare e che invece va detta con nettezza. La crescita dell’astensionismo, oggi attestata stabilmente sopra il 35% nelle elezioni politiche e oltre il 50% in alcune amministrative, non è un fenomeno di disinteresse civico. È una scelta politica precisa. Milioni di italiani, prevalentemente nelle fasce sociali più colpite dalla redistribuzione al contrario, hanno smesso di credere che il voto possa cambiare qualcosa. Hanno ragione, almeno in parte. Hanno visto governi di destra e governi di centrosinistra applicare le stesse politiche economiche, le stesse riforme del lavoro, le stesse rinunce sulla spesa sanitaria, le stesse missioni militari, le stesse subordinazioni alla NATO e ai grandi gruppi industriali e finanziari. Hanno smesso di votare perché hanno smesso di vedere differenze sostanziali.

L’analisi di Mussi è precisa. I ricchi hanno convinto i poveri a non votare. Hanno costruito un campo politico in cui la sinistra, invece di rappresentare il lavoro, ha rappresentato la mediazione tra interessi opposti, sempre a vantaggio della parte già forte. La crisi della rappresentanza, in questo quadro, non è un incidente. È il risultato programmato di una strategia di lungo periodo. Una democrazia svuotata serve a rendere irreversibile la concentrazione della ricchezza. Una democrazia partecipata sarebbe una minaccia.

La risposta a questa crisi non può essere il rilancio nostalgico di un riformismo che ha fallito o l’imitazione tardiva delle peggiori pulsioni autoritarie della destra. La risposta è il ritorno a un’idea di sinistra come mobilitazione popolare, conflitto sociale organizzato, alleanza tra lavoratori dipendenti, precari, pensionati, migranti, studenti, insegnanti, sanitari. È la riconquista degli spazi fisici della politica, dei territori, delle assemblee, delle piazze. È la costruzione di un Fronte costituzionale e popolare capace di rimettere in discussione i rapporti di forza materiali, non soltanto le narrazioni mediatiche.

7. Costituzione, parola estremista

La nostra Costituzione del 1948 è stata scritta da partigiani, da intellettuali antifascisti, da credenti e laici, da liberali e socialisti, da comunisti e cattolici. Quel testo, nato dalla Resistenza al fascismo storico, contiene una rivoluzione silenziosa e inadempiuta. L’articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro, non sul capitale. L’articolo 3 impone alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza dei cittadini. L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. L’articolo 32 garantisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo. L’articolo 53 stabilisce la progressività del sistema tributario. Sono parole che, applicate sul serio, sarebbero rivoluzionarie. Per questo, oggi, sono trattate da estremiste.

La vittoria del No al referendum costituzionale del marzo 2026, con oltre il 54% dei voti contrari alla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e con un’affluenza vicina al 59%, ha mostrato che esiste ancora un’Italia che non ha rinunciato alla Carta. Ma quella vittoria, come ricordava Piero Calamandrei nel suo discorso del 1955, non è data una volta per tutte. La Costituzione vive solo se i cittadini la fanno propria, la praticano, la traducono in conflitto sociale e in azione politica quotidiana. Una sinistra che fosse all’altezza di questo compito dovrebbe smettere di chiamarsi moderata. Dovrebbe rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al campo costituzionale e popolare, riconoscere che oggi essere costituzionali significa essere radicalmente, intransigentemente, irrevocabilmente antagonisti rispetto al modello capitalistico e imperialista che governa l’Occidente.

Tornare a chiamare le cose con il loro nome è il primo gesto politico necessario. Genocidio è genocidio. Sterminio è sterminio. Patrimoniale è patrimoniale. Imperialismo è imperialismo. Sfruttamento è sfruttamento. Quando i moderati rinunciano a queste parole, accettano la disfatta che si finge equilibrio. Quando le riprendono, riaprono lo spazio della politica come scelta tra mondi possibili, non come amministrazione dell’inevitabile. La menzogna del moderatismo si smaschera nel momento in cui si dice ad alta voce che il re è nudo, che il sovrano dell’economia capitalistica e dell’apparato militare-industriale ci ha condotti dove siamo, e che spetta a noi, oggi, rovesciare la scena. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. È scritto nella nostra storia, prima ancora che nei nostri manifesti.

Fonti

Ministero della Salute di Gaza, bilancio vittime al 5 maggio 2026, ANSA, 5 maggio 2026.

The Lancet, studio sulla mortalità a Gaza, febbraio 2026, ripreso da L’Espresso, 18 febbraio 2026.

Centro palestinese per i dispersi e i deportati, dati su minori scomparsi, maggio 2026.

Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti 2025-2026.

Giuristi e Avvocati per la Palestina, denuncia alla Corte Penale Internazionale per concorso in genocidio, ottobre 2025.

Ministero dell’Economia e delle Finanze, Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, edizione 2025.

Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia, ottobre 2025.

Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Da dove arrivano i redditi degli italiani, 2025.

Il Sole 24 Ore, Dichiarazioni 2025, oltre 11,3 milioni di italiani esenti da IRPEF, aprile 2026.

Sondaggi SWG per TG La7, Noto Sondaggi per Porta a Porta, YouTrend per Sky TG24, rilevazioni aprile-maggio 2026.

L’Indipendente, Il governo Meloni dice no alle sanzioni contro Israele, maggio 2025.

Il Fatto Quotidiano, Quando l’Italia giustificava le guerre d’Israele, aprile 2026.

Pagella Politica, Da Gaza ai salari, fact-checking di Meloni a Porta a Porta, ottobre 2025.

Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955.

Mario Sommella

Latisana, 8 maggio 2026

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0  

La favola della destra moribonda

Perché la retorica della rinascita progressista nasconde la vera natura del potere

Ci sono narrazioni che non descrivono il mondo: lo addomesticano. Ne attenuano gli spigoli, ne riducono la complessità a una formula consolatoria, e finiscono per produrre l’effetto opposto a quello che dicono di voler raggiungere. La favola della destra in fase terminale, rilanciata con enfasi al recente summit progressista di Barcellona dello scorso aprile, appartiene a questa famiglia. È una formula che galvanizza le platee, che alimenta titoli di giornale e che restituisce a una sinistra in affanno l’illusione di un orizzonte vincente. Ma è anche, esattamente per questo, una formula pericolosa. Perché chi crede di assistere al funerale dell’avversario smette di studiarlo. E chi smette di studiare il potere è destinato a esserne governato.

La realtà, a guardarla senza filtri, racconta un’altra storia. Negli Stati Uniti la presidenza Trump è tornata, e con essa una macchina ideologica e amministrativa che riscrive nei fatti il rapporto tra esecutivo, magistratura e libertà civili. In Germania Alternative für Deutschland è diventata la prima forza nei sondaggi, sopravanzando la CDU del cancelliere Merz. In Francia la prospettiva di una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 2027 non è più un’eresia: è uno scenario centrale nei calcoli politici di Parigi. Nel Regno Unito il Reform Party di Farage occupa stabilmente il terzo posto. In Italia Fratelli d’Italia ha consolidato un governo di legislatura piena e produce, nonostante tutto, un consenso che non si erode. In Olanda Wilders ha già governato; in Austria Kickl è stato incaricato di formare un esecutivo; in Argentina Milei smantella metodicamente lo Stato sociale. Definire questa configurazione una destra in fase terminale significa scambiare una propria aspirazione per un dato di realtà.

Una destra che non muore: si aggiorna

Il punto è che la destra contemporanea non è la destra di vent’anni fa. Non è il neoconservatorismo guerrafondaio del primo decennio del Duemila né il populismo grezzo dei movimenti di protesta. È qualcosa di più sofisticato e di più resistente. Ha imparato a parlare la lingua delle classi medie impaurite, a tradurre il disagio sociale in panico identitario, a presentare smantellamenti come modernizzazioni. Sa governare i mercati e contemporaneamente evocare la sovranità nazionale; sa stringere accordi miliardari con le piattaforme tecnologiche e contemporaneamente denunciare le élite globaliste. Si muove tra istituzioni e media, tra Davos e la piazza, e in ogni passaggio aggiorna i propri strumenti senza perdere il proprio nucleo: la difesa di un assetto del potere che premia chi sta in alto e disciplina chi sta in basso.

Il caso italiano è in questo senso paradigmatico. La sconfitta del governo Meloni nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere è stata salutata da una parte del campo democratico come una svolta epocale. Il No ha prevalso con il 53,74% contro il 46,26%, su un’affluenza del 58,9%. È un dato significativo, soprattutto per il segnale politico che restituisce: il Paese non è disposto a consegnare alla maggioranza una riscrittura della Costituzione che incida sull’autonomia della magistratura. Ma sarebbe ingenuo trasformare questa battuta d’arresto in una profezia di crollo. La premier ha dichiarato di voler proseguire, il governo non ha modificato la propria agenda, e nei sondaggi successivi il 54% degli italiani ha continuato a ritenere che Meloni dovesse restare al proprio posto. Una sconfitta tattica, dunque, dentro una vittoria strategica più ampia. Il potere non arretra: si riorganizza.

I numeri di una guerra di classe asimmetrica

Per misurare lo stato di salute reale dell’assetto dominante non bisogna guardare ai sondaggi elettorali ma ai bilanci patrimoniali. E qui i numeri sono di una nettezza che dovrebbe togliere il sonno a chi parla di crisi della destra. Il rapporto Oxfam 2026, presentato a Davos all’apertura del World Economic Forum, fotografa un’accelerazione vertiginosa della concentrazione di ricchezza. Nel 2025 il patrimonio dei miliardari globali è cresciuto del 16% in termini reali, tre volte la media degli ultimi cinque anni, raggiungendo quota 18.300 miliardi di dollari. È un incremento dell’81% rispetto al 2020, una somma che equivale a circa otto volte il prodotto interno lordo italiano. La ricchezza dei tre miliardi di esseri umani più poveri, cioè quasi metà dell’umanità, è inferiore a quella detenuta da appena dodici individui.

In Italia la fotografia non è meno cruda. Settantanove miliardari italiani hanno aumentato i propri patrimoni di 54,6 miliardi di euro nel solo 2025, al ritmo di 150 milioni al giorno, raggiungendo i 307,5 miliardi complessivi. Il 5% più ricco delle famiglie detiene il 49,4% del patrimonio nazionale: vale a dire che metà del Paese, in termini di ricchezza, appartiene a una piccola minoranza. Tra il 2010 e il 2025 il 91% dell’incremento della ricchezza è andato proprio a quel 5%, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7%. È un’asimmetria che non descrive un mercato che funziona male: descrive un sistema che funziona benissimo, esattamente come è stato pensato.

Sul versante dei salari, i dati sono ancora più impietosi. Negli ultimi tre decenni Germania e Francia hanno visto crescere il salario medio reale di circa il trenta per cento; l’Italia ha registrato un calo tra il 2 e il 3%. Tra il 2019 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è diminuito di 7,1 punti percentuali. La quota di lavoratori a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% del 1990 al 31,1% del 2018, con un quarantadue per cento di lavoratori intrappolati per almeno sette anni su dieci sotto la soglia del lavoro povero. I salari rappresentano oggi il 38% del prodotto interno lordo italiano, contro il 50% dei profitti, ma quasi la metà del gettito fiscale e contributivo arriva dai salari, e solo il 17% dai profitti. È la fotografia di un Paese in cui chi lavora paga, e chi possiede accumula.

Nel frattempo i compensi degli amministratori delegati delle maggiori corporation globali sono cresciuti, in media, dell’undici per cento reale nel 2025. Il salario medio reale globale, nello stesso anno, è cresciuto dello 0,5%. Più di cinque milioni e settecentomila persone in Italia vivono in povertà assoluta. Nel 2024 sono stati emessi oltre quarantamila provvedimenti di sfratto, l’ottanta per cento dei quali per morosità incolpevole. Quasi una persona su dieci, sempre nel 2024, ha rinunciato a una visita medica perché non poteva permettersela o perché le liste d’attesa erano insostenibili. Questi non sono effetti collaterali di una crescita virtuosa: sono il risultato strutturale di scelte politiche compiute negli ultimi quarant’anni.

La lunga deriva: dalla Terza Via alla resa culturale

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna risalire al momento in cui la sinistra occidentale ha smesso di essere un’alternativa di sistema per diventare un suo gestore migliorato. La rivoluzione neoliberale degli anni Ottanta, incarnata da Reagan e Thatcher, non si è limitata a riscrivere le regole dell’economia: ha riscritto l’antropologia. Ha trasformato il cittadino in consumatore, il lavoratore in capitale umano, il diritto sociale in opportunità individuale. Ha imposto l’idea che lo Stato sia un nemico della libertà e il mercato il suo unico garante. E ha incontrato, dopo una breve resistenza, una sinistra che ha scelto di adattarsi piuttosto che combattere.

La stagione della Terza Via, con Blair, Clinton, Schröder, Renzi, ha codificato questa resa come modernità. Non si trattava più di redistribuire la ricchezza, ma di gestirne con maggiore efficienza la produzione. Non si trattava più di tutelare il lavoro, ma di renderlo flessibile. Non si trattava più di disciplinare la finanza, ma di liberalizzarla. La cultura politica che ne è scaturita ha avuto una conseguenza precisa: il conflitto sociale è stato espunto dal vocabolario pubblico. Le parole sono state ammorbidite, i conflitti sono stati psicologizzati, le rivendicazioni sono state trasformate in domande di riconoscimento individuale. Quando dal cuore di una famiglia politica progressista come quella socialista europea si chiede oggi, di fronte alla crisi energetica, l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità — la stessa flessibilità rivendicata dalla destra di governo italiana — significa che il perimetro della discussione si è chiuso. Si compete sui dosaggi, non sui modelli.

Anche il caso spagnolo, indicato come faro di un nuovo progressismo, va letto con onestà intellettuale. Pedro Sánchez ha avuto coraggio nel definire Israele uno Stato genocida, nel chiudere lo spazio aereo ai caccia statunitensi diretti contro l’Iran, nel resistere alle pressioni di Trump sulle spese militari. Sono atti che meritano riconoscimento. Ma la stessa Spagna, sotto la sua guida, ha convergente con le politiche italiane su immigrazione, spesa per la difesa e flessibilità di bilancio. Lo scudo sociale è stato esteso, ma le richieste di Sumar e Podemos sul congelamento degli affitti sono state rinviate. La crescita economica è trainata dal turismo e dall’immigrazione, non dalla produttività e dai salari, secondo lo stesso modello estensivo che caratterizza l’Italia. La narrazione del «modello Sánchez» come alternativa di sistema regge sempre meno alla prova dei fatti. E proprio per questo l’enfasi sulla rinascita rischia di funzionare come copertura ideologica di un realismo che ha rinunciato a cambiare le coordinate.

La postdemocrazia non è un’ipotesi: è il presente

Quando Colin Crouch, oltre vent’anni fa, coniò il termine postdemocrazia, descriveva un sistema in cui le procedure formali della democrazia continuano a funzionare ma vengono progressivamente svuotate dal trasferimento del potere reale verso lobby economiche, gruppi mediatici e sondaggi d’opinione. Allora sembrava una previsione cupa. Oggi è cronaca quotidiana. Le elezioni si tengono, i parlamenti votano, le costituzioni esistono. Ma il perimetro delle decisioni effettive si è ristretto. Le politiche fiscali sono vincolate dai mercati finanziari; quelle industriali, dalle catene globali del valore; quelle sociali, dai patti europei di stabilità. Il cittadino vota, ma ciò su cui vota è in larga parte già deciso altrove.

A questo svuotamento si è sommato negli ultimi anni un secondo fenomeno, ancora più inquietante: la concentrazione della proprietà dei media e delle piattaforme digitali nelle mani di una ristretta oligarchia di miliardari ideologicamente schierati. L’asse Trump-Musk non è un incidente: è la forma matura di una postdemocrazia mediatica in cui il proprietario di una rete sociale globale può influenzare elezioni nazionali, censurare voci critiche, amplificare narrazioni reazionarie e contemporaneamente ricevere appalti pubblici miliardari. In Italia il possibile accordo da 1,6 miliardi di euro tra il governo e SpaceX per la fornitura di servizi di comunicazione alle istituzioni, comprese quelle della difesa, attraverso la rete satellitare Starlink, è il volto concreto di questo intreccio. Non si tratta di episodi isolati: è la struttura stessa di un nuovo regime informativo, in cui il consenso non viene cercato ma costruito, profilato, manipolato.

L’analisi di Oxfam, nel rapporto 2026, è netta su questo punto: «la concentrazione di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico», e «la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media permette a una ristretta élite di sostenere misure da cui i più ricchi traggono beneficio, mentre il dibattito pubblico viene orientato a difesa dello status quo». È una diagnosi che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discorso sulla salute della democrazia. Senza pluralismo informativo, senza regolamentazione delle piattaforme, senza limiti effettivi alla concentrazione mediatica, le elezioni continueranno a essere libere solo nella forma.

Il vero conflitto: chi sta sopra e chi sta sotto

La conseguenza di tutto questo è che lo schema interpretativo destra contro sinistra, ereditato dal Novecento, ha perso buona parte della propria capacità descrittiva. Non perché le distinzioni siano scomparse — su diritti civili, su politiche identitarie, su scuola e sanità le differenze restano — ma perché entrambi gli schieramenti tradizionali si muovono dentro un perimetro condiviso definito dai vincoli economici e finanziari. Marco Revelli ha parlato in passato di «due destre»: una destra delle disuguaglianze accettate e una destra delle disuguaglianze giustificate. Oggi quella diagnosi appare lucida. Ed è dentro questa convergenza che la destra radicale prospera, perché può presentarsi come l’unica vera alternativa allo status quo pur riproducendone fedelmente il nucleo classista.

La vera frattura, oggi, è verticale. Non oppone progressisti a conservatori, ma chi controlla i flussi finanziari, le infrastrutture digitali e le leve decisionali a chi subisce, sotto forma di precarietà, sfratti, salari fermi, sanità razionata, le conseguenze di scelte prese altrove. È una frattura che attraversa le società, che non rispetta i confini partitici, che ha bisogno di un nuovo lessico per essere nominata. E il primo compito di una sinistra che voglia tornare a esistere come forza di trasformazione è proprio questo: nominare la frattura. Non eluderla con la retorica della responsabilità di governo, non camuffarla con il moralismo identitario, non sostituirla con la liturgia delle conquiste minime.

Significa, in concreto, tornare a parlare di redistribuzione patrimoniale e fiscale, di tassazione dell’estrema ricchezza, di salario minimo legale e contratti collettivi validi erga omnes, di controllo democratico delle piattaforme, di limiti antitrust ai colossi dell’informazione, di reinternalizzazione dei servizi pubblici essenziali. Significa accettare che senza un trasferimento di risorse e di potere dalle rendite al lavoro, dai monopoli ai cittadini, dai mercati alle istituzioni democratiche, ogni discorso sulla democrazia resterà un esercizio retorico. Significa, soprattutto, costruire organizzazione: perché le idee, senza forme collettive che le incarnino, sono fumo.

La sinistra che deve ancora rinascere

Tornare a Sánchez, e a Barcellona. Tre giorni di summit, tremila delegati, leader globali, dichiarazioni roboanti. Eventi simili sono utili, possono persino essere necessari. Ma se la rinascita della sinistra coincide con la sua capacità di riempire palasport e di produrre slogan ad effetto, allora la rinascita non è cominciata. Non è cominciata perché manca il presupposto materiale: un radicamento nei luoghi del lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nei servizi, nelle reti sociali concrete che producono e riproducono la vita delle persone. Quel radicamento, in larga parte d’Europa e segnatamente in Italia, si è disgregato. La sua ricostruzione non è un atto di volontà retorica: è un processo lungo, paziente, conflittuale, che richiede di rimettere mano alla forma stessa della politica.

Significa accettare che la sinistra non rinascerà come somma di gruppi dirigenti illuminati ma come ricomposizione di un blocco sociale. Significa riconoscere che le piazze contro la riforma della giustizia, le mobilitazioni contro il genocidio in atto a Gaza, gli scioperi sui salari, le lotte territoriali contro grandi opere inutili e devastanti, le esperienze mutualistiche dal basso, sono i materiali grezzi di una possibile ricomposizione. Significa avere il coraggio di rompere con il galateo istituzionale quando il galateo serve solo a tenere fuori dalla porta chi ha bisogno di entrare. Significa, infine, riprendere sul serio la lezione del costituzionalismo democratico: la sovranità appartiene al popolo, l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Sono parole della Costituzione del 1948. Sono ancora oggi il programma più radicale disponibile.

La destra non è terminale. È funzionale a un assetto del potere che non è stato scalfito, ma che si è anzi rafforzato negli ultimi vent’anni. Continuerà a rigenerarsi, mutando volto, finché quell’assetto non verrà messo in discussione alla radice. Raccontarsi che il ciclo è chiuso, che basta attendere il prossimo turno elettorale, che la storia premia automaticamente i giusti, è una forma di disarmo politico travestita da ottimismo. La storia non premia nessuno: registra i rapporti di forza. E i rapporti di forza, oggi, parlano una lingua sola, quella del capitale concentrato, dei monopoli digitali, della rendita ereditaria, del lavoro umiliato. Cambiarla è possibile. Ma richiede di smettere di raccontarsi favole.

Fonti

Oxfam, «Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia», rapporto 2026 presentato al World Economic Forum di Davos, gennaio 2026.

Oxfam Italia, «Disuguaglianze: in Italia il 5% più ricco detiene la metà della ricchezza nazionale», gennaio 2026.

YouTrend, «Referendum Giustizia 2026: vince il No, bocciata la riforma della separazione delle carriere», 23 marzo 2026.

Pagella Politica, «Il No ha vinto il referendum sulla giustizia», 23 marzo 2026.

ANSA, «Referendum, netta vittoria del No, bloccata la riforma della giustizia», 23 marzo 2026.

Appunti / Substack, «L’internazionale progressista può davvero sfidare l’estrema destra?», resoconto della Global Progressive Mobilisation di Barcellona, aprile 2026.

La Fionda, «Il fronte interno di Pedro Sánchez», marzo 2026.

Il Foglio, «Il modello Sánchez è alle corde», maggio 2026.

Linkiesta, «Forza sistemica. Come la nuova destra sovranista sta ridisegnando la politica europea», marzo 2026.

Affari Internazionali, «L’obiettivo dell’asse Trump-Musk», 2025.

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, «Estrema destra: uno spettro si aggira per l’Europa», 2025.

Colin Crouch, «Postdemocrazia», Laterza, 2003; «Combattere la postdemocrazia», Laterza, 2020.

Marco Revelli, «Le due destre», Bollati Boringhieri.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 1, 3, 41.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0