L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

Categorie:

Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

Le ali di vetro dell’oligarchia

Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica.

Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.

Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.

Il club degli undici, e tutti gli altri

I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks. A questo nucleo Anthropic ha esteso l’accesso a oltre quaranta organizzazioni aggiuntive — i cui nomi, significativamente, non sono pubblici — che gestiscono o costruiscono software ritenuto critico. Il programma vale fino a cento milioni di dollari in crediti d’uso del modello, più quattro milioni di dollari in donazioni dirette ad alcune fondazioni della sicurezza open source. Il prezzo di accesso a Mythos, per chi è dentro, è cinque volte quello del precedente modello di punta della stessa Anthropic.

Nessuna università europea, nessun centro di ricerca pubblico del continente, nessuna agenzia statale italiana o francese, nessuna organizzazione della società civile compare nell’elenco. L’unica eccezione istituzionale extra-statunitense ufficialmente nota è l’AI Security Institute britannico, che ha ottenuto l’accesso a fini di valutazione tecnica e ne ha tratto un rapporto dichiarando Mythos il primo modello capace di completare end-to-end l’intero ciclo di un attacco simulato sui banchi di prova dell’istituto. Per il resto, l’Europa è fuori. Non come ipotesi politica: come dato di fatto operativo.

Vale la pena sostare un istante sulla composizione del nucleo dei partner ufficiali, perché racconta più di mille comunicati. Quattro degli undici sono anche, contemporaneamente, investitori azionari della stessa Anthropic: Amazon ha versato circa otto miliardi di dollari, Google tre, NVIDIA fino a dieci, Microsoft figura nella rete dei grandi finanziatori dell’ecosistema. JPMorgan e Goldman Sachs gestiscono le operazioni finanziarie che permettono ad Anthropic di sostenere un’infrastruttura di calcolo da 3,5 gigawatt — quanto una grande centrale termoelettrica — e un fatturato annualizzato che ha superato i trenta miliardi di dollari. Il consorzio Glasswing non è, dunque, una selezione casuale di operatori della cybersicurezza: è una fotografia ravvicinata della cerchia interna dell’industria americana dell’intelligenza artificiale, dove finanziatori, fornitori di calcolo e clienti di punta coincidono nelle stesse stanze. Il sociologo statunitense Michael Useem coniò negli anni Ottanta l’espressione «cerchia interna» per descrivere quei nuclei trasversali del potere economico in cui le decisioni rilevanti circolano fra pochi attori legati da partecipazioni incrociate, consigli di amministrazione condivisi e accesso preferenziale alle informazioni. Glasswing è la versione del XXI secolo di quella stessa figura, applicata al codice.

Il paradosso del Tesoro: lo Stato in coda allo sportello privato

Quattro giorni prima dell’annuncio di Anthropic, il 7 aprile, accade qualcosa che meriterebbe più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, convocano d’urgenza al Tesoro i vertici delle principali banche di Wall Street: Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America, Wells Fargo, Goldman Sachs. Sul tavolo, la richiesta esplicita di sottoporre i propri sistemi al vaglio di Mythos. Bloomberg e Reuters confermano che, nelle settimane successive, tutte queste banche cominciano a testare il modello internamente, pur senza figurare nella lista pubblica dei partner. Il Tesoro, secondo le stesse fonti, chiede a sua volta accesso allo strumento. Lo Stato, regolatore in linea di principio, si mette in coda allo sportello dell’azienda regolata.

Qui si compie un’inversione che, in altre fasi storiche, sarebbe parsa impensabile. Per secoli il potere si è organizzato secondo una sequenza nota: dal sovrano al popolo passando per la legge. Nel Novecento, lo Stato democratico ha tentato — non sempre riuscendoci — di farsi mediatore fra mercato e cittadinanza. Oggi assistiamo alla nascita di una terza figura, in cui l’autorità tecnica e infrastrutturale si concentra in mani private a tal punto che lo Stato deve chiedere il permesso di usare ciò che, in teoria, dovrebbe disciplinare. Non è una metafora retorica: è la cronaca di una settimana di aprile 2026. Il Pentagono, nel frattempo, è impegnato in un contenzioso legale con la stessa Anthropic per una designazione legata ai rischi della catena di approvvigionamento; ma mentre il dipartimento della Difesa porta in tribunale l’azienda, il Tesoro spinge le banche a usarne i prodotti. Lo Stato è schizofrenico perché ha smesso di essere un soggetto unitario nei confronti della tecnologia: si presenta in ordine sparso, e ogni sua articolazione tratta i colossi dell’IA come se fossero, di volta in volta, una minaccia alla sicurezza nazionale o un partner indispensabile.

Il sociologo britannico Michael Mann, in un saggio del 1984 ormai classico, distingueva fra il potere dispotico dello Stato — la sua capacità di imporre decisioni con la forza — e il potere infrastrutturale, ben più importante: la capacità di penetrare la società, di leggerla, di fargli arrivare in capillare la propria logica. È quel secondo tipo di potere ad aver migrato, negli ultimi vent’anni, dagli apparati pubblici verso una manciata di operatori privati: i grandi fornitori di cloud, i produttori di chip, i custodi dei sistemi operativi. Un modello di IA come Mythos non è un prodotto in più sul mercato: è un dispositivo che permette di vedere dentro a quell’infrastruttura, leggerne il codice, correggerne le falle e — speculare — sfruttarle. Chi controlla questa lente acquisisce una posizione che nessuna autorità pubblica, oggi, è in grado di replicare. Quando un’azienda decide a chi consegnarla, non sta facendo commercio: sta governando.

Vantaggio cumulativo: il fossato si scava

Nessuno degli undici partner ufficiali del Glasswing era, prima del 7 aprile, in condizione di svantaggio competitivo. Si tratta di alcune delle aziende più capitalizzate, meglio attrezzate e più protette del mondo. L’accesso anticipato a Mythos non riequilibra una distorsione: la amplifica. Mentre il consorzio scansiona, in via riservata, miliardi di righe di codice nei propri sistemi e — Anthropic stessa lo dichiara — ne ricava già migliaia di vulnerabilità zero-day che potrà patchare prima che chiunque altro le scopra, le banche regionali statunitensi, le fintech europee, gli ospedali italiani, le amministrazioni locali, le piccole imprese di cybersicurezza restano senza quella stessa lente. Continuano a difendersi con strumenti di un’epoca tecnologica precedente, contro avversari che — appena Mythos o un suo equivalente arriverà sul mercato grigio o in mani ostili — non avranno più gli stessi limiti.

L’asimmetria non è solo strumentale, è epistemica. Una volta che la sicurezza di un’organizzazione dipende da un modello che essa non può replicare, ispezionare o sostituire, la dipendenza diventa strutturale. Si genera quel che gli economisti istituzionali chiamano lock-in: la difficoltà di tornare indietro. E un lock-in di questa natura non è solo economico: è cognitivo. Le organizzazioni interne al consorzio sapranno, nei prossimi mesi, cose del proprio stack che le organizzazioni escluse non sapranno mai. Quando arriverà — e arriverà — il momento di regolamentare questi colossi, la classe politica si troverà di fronte un’alternativa drammatica: o costruire una capacità statale equivalente (cosa che nessuna democrazia ha mai tentato per ragioni di costo, di scala e di tempo) oppure accettare un’asimmetria permanente fra capacità privata e controllo pubblico. Tertium non datur, almeno con questa traiettoria.

C’è un dettaglio che non va sottovalutato e che la stessa Anthropic ha disclosato già nel novembre 2025: un gruppo di hacker statali cinesi era riuscito a usare versioni pubbliche di Claude per condurre, in modo quasi totalmente autonomo, attacchi cyber su una trentina di obiettivi, raggiungendo un livello di esecuzione tattica autonoma stimato fra l’80 e il 90 per cento. Era avvenuto con un modello generalista. Mythos è massicciamente più capace. Bloomberg ha riferito, già a metà aprile, che alcuni accessi non autorizzati al modello sarebbero stati registrati. Significa, tradotto: la cinta del consorzio è permeabile. La privatizzazione della cybersicurezza globale non è soltanto antidemocratica nei suoi presupposti; è anche, sul piano pragmatico, una scommessa fragile, sostenuta da una architettura di accesso che già perde acqua. La vera domanda non è più se Mythos uscirà dalle mura del castello, ma quando, e in quali mani.

Lavoro qualificato: dalla professione al click

Si discute molto, da qualche anno, dell’impatto dell’IA sui lavori «di concetto», quelli che si pensava al riparo dall’automazione. Mythos racconta plasticamente come la trasformazione si stia compiendo: un singolo modello esegue, in poche ore di calcolo, ciò per cui un team di analisti di sicurezza altamente qualificati avrebbe lavorato per settimane. Penetration test, code review, valutazioni di vulnerabilità: tutte mansioni che richiedevano anni di formazione tecnica vengono, di colpo, compresse in un prompt. Non si tratta solo di posti di lavoro perduti, ma di qualcosa di più sottile e più grave: la dequalificazione. Dove il lavoro non scompare del tutto, si svuota. Da analista si diventa supervisore di un sistema che fa quasi tutto da solo; da architetto della sicurezza ci si ritrova validatori di output altrui.

Le grandi aziende del consorzio Glasswing dispongono di strategie interne di riconversione, di formazione, di mobilità professionale: i loro tecnici verranno spostati, riallocati, riformati. Saranno le piccole società di cybersicurezza, i consulenti indipendenti, le squadre interne degli enti pubblici sotto-finanziati a pagare il prezzo dell’onda d’urto, quando — fra dodici, diciotto, ventiquattro mesi — capacità simili a Mythos saranno disponibili sul mercato di massa. Il consorzio è il primo gruppo a essere automatizzato; sarà anche l’unico ad avere reti di protezione interne. Tutti gli altri saranno automatizzati senza paracadute. È, su scala globale, una nuova edizione di un copione già visto: le élite anticipano la trasformazione e ne governano i tempi; il resto del mondo del lavoro la subisce, decimato.

Sul piano politico, la conseguenza è prevedibile e devastante. Una recente ricerca comparata mostra come la disponibilità dei cittadini ad accettare l’automazione dipenda fortemente dalla qualità del welfare nazionale: dove esistono ammortizzatori solidi, la transizione genera richieste di redistribuzione e rinegoziazione. Dove non esistono, la transizione genera disaffezione democratica e, alla lunga, voto reazionario. L’Italia, con un mercato del lavoro frammentato e privo di reti di protezione strutturali per i lavoratori della conoscenza, è terreno particolarmente esposto. Non è un problema astratto: è un problema che inciderà direttamente sulla tenuta del consenso democratico negli anni del passaggio. E che il governo Meloni, occupato a smantellare ciò che resta del welfare e a normare per decreto la dissidenza sociale, non sembra in alcun modo attrezzato a leggere.

L’Europa, terra di riserva tecnologica

Nell’elenco delle organizzazioni che possono usare Mythos non figura nemmeno una banca italiana, un ospedale tedesco, un fornitore di cloud francese, un’agenzia della cybersicurezza spagnola. L’unica presenza europea istituzionalmente nota è britannica — un Paese, peraltro, ormai uscito dall’Unione e allineato strategicamente agli Stati Uniti nel dossier IA. La cosa va detta con una franchezza che la pubblicistica europea, troppo spesso, evita: l’Europa, sul terreno dell’intelligenza artificiale di frontiera, non è un competitor, è una colonia. Un mercato di destinazione. Una giurisdizione su cui si scaricano, alla fine, gli effetti di scelte prese altrove e da altri.

L’AI Act europeo, varato dopo lunghe trattative, regolamenta l’uso dei sistemi di IA all’interno del territorio dell’Unione; non incide però sul cuore della questione, che è la disponibilità asimmetrica delle capacità di frontiera. Si può obbligare un fornitore a fornire trasparenza sui sistemi che vende in Europa. Non lo si può obbligare a fornire l’accesso ai sistemi che ha scelto di non vendere a nessuno. Le banche europee scopriranno, nei prossimi mesi, di trovarsi nella stessa condizione delle banche regionali americane di quarta o quinta fila: con sistemi più datati di JPMorgan, codice ereditato, software di backend stratificato per decenni; e senza la lente di Mythos per scrutarvi dentro. L’onda d’urto, se e quando arriverà, le troverà strutturalmente meno difese.

Si dirà: l’Europa ha ancora tempo per costruire un’alternativa, un consorzio pubblico, un modello di frontiera europeo. Sarebbe la risposta giusta, ma il tempo gioca contro: i quattordici miliardi di dollari di calcolo annunciati da Anthropic per i prossimi anni, i contratti con Broadcom e Google per 3,5 gigawatt di capacità computazionale, la partnership con Amazon per data center di nuova generazione, sono dimensioni che nessun progetto europeo finora intrapreso si avvicina a eguagliare. La sovranità digitale, parola d’ordine retorica di tante dichiarazioni di intenti del Consiglio europeo, andava finanziata cinque anni fa. Oggi si discute di come negoziare l’accesso, non di come costruire il proprio.

La scatola nera della governance

Frank Pasquale, giurista statunitense di tendenze critiche, ha scritto nel 2015 un libro destinato a diventare un classico del pensiero anti-tecnocratico: The Black Box Society. La tesi è semplice e oggi più attuale che mai: nei sistemi contemporanei, le decisioni che plasmano la vita delle persone sono affidate ad algoritmi e a procedure aziendali opachi, non sottoposti a verifica pubblica, non contestabili in alcuna sede democratica. Glasswing è una scatola nera esemplare. Non esistono criteri pubblicati di selezione dei partner. Non esiste un meccanismo di ricorso per gli esclusi. Non esiste un’autorità terza che validi l’elenco. Non esiste neppure un dibattito pubblico, né statunitense né europeo, sul fatto stesso che un’azienda privata abbia, di fatto, deciso quali soggetti dell’economia mondiale abbiano accesso anticipato a una capacità tecnica di rilievo strategico.

Si potrebbero immaginare correttivi praticabili anche dentro i quadri normativi esistenti. Tre, in particolare. Il primo: la pubblicazione ex ante dei criteri di selezione, in modo che la discrezionalità — e il sospetto, non infondato, di favoritismo verso aziende-amiche e investitori — sia ridotta. Il secondo: un regime di accesso a livelli, che conceda agli operatori di infrastrutture critiche regolate (ospedali, reti elettriche, sistemi di pagamento, telecomunicazioni) un accesso difensivo, a tempo determinato e sotto vigilanza, alle stesse capacità del consorzio. Il terzo: l’obbligo di pubblicazione a valle delle scoperte rilevanti, in modo che le vulnerabilità individuate diventino patrimonio comune della difesa, e non rendita competitiva del club. Sono misure ragionevoli, compatibili con la libertà d’impresa, già accettate in altri settori a doppio uso. La loro assenza non è una necessità tecnica: è una scelta politica, o piuttosto la conseguenza di una non-scelta, perché nessuna istituzione democratica è stata mai chiamata a deciderle. Il vuoto regolativo è la cifra del nostro tempo.

La domanda che resta

Dietro la cronaca, c’è una questione di teoria politica che vorrei lasciare aperta. Per la cultura giuridica liberale, che ha plasmato l’architettura costituzionale dei Paesi democratici nel dopoguerra, la sovranità è funzione del territorio: lo Stato controlla ciò che entra ed esce dai propri confini, governa le risorse strategiche, fissa le regole. Per la cultura tecnologica contemporanea, la sovranità è funzione del codice: chi scrive il software, chi gestisce l’infrastruttura di calcolo, chi possiede i modelli di intelligenza artificiale di frontiera detiene una capacità che attraversa i confini come fossero linee tratteggiate sulla carta. Le due sovranità, oggi, non coincidono. E non coincidono perché una delle due — quella tecnologica — è massicciamente concentrata in poche mani private, prevalentemente americane, all’incrocio fra capitalismo finanziario, complesso militar-industriale e accademia élitaria della West Coast.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è semplicemente una tecnologia: è una forma di potere. E come ogni forma di potere chiede di essere disciplinata politicamente. Le domande non sono molte ma sono ineludibili. Chi decide chi può usare questi strumenti? Con quali criteri? Sotto quale controllo democratico? Dove va la responsabilità quando qualcosa va storto? A chi spetta la rendita generata dall’accesso esclusivo a una capacità che è, di fatto, un bene pubblico globale? Finché queste domande resteranno senza risposta, ogni nuova edizione del Glasswing — perché ce ne saranno altre, e con poste in gioco crescenti — segnerà un altro passo nello stesso processo: il trasferimento silenzioso di porzioni sempre più ampie di sovranità dal pubblico al privato, dalla cittadinanza all’azionariato, dalla legge al contratto.

La vera sfida del prossimo decennio non sarà tecnica: sarà costituzionale. Si tratterà di stabilire se le democrazie sapranno riportare sotto controllo collettivo le capacità che oggi sono governate da una manciata di consigli di amministrazione di San Francisco e Seattle. Si tratterà di decidere se l’intelligenza artificiale sarà, nei prossimi quarant’anni, il nuovo nome di un’oligarchia tecnologico-finanziaria globale, oppure uno strumento collettivo di liberazione del lavoro umano e di rafforzamento dei diritti. La traiettoria attuale autorizza il pessimismo. Ma il pessimismo, per chi crede che la sovranità appartenga al popolo e non ai detentori di azioni privilegiate, non può che essere militante. Significa nominare le cose con esattezza, denunciare i passaggi, costruire convergenze. Significa rifiutare la favola della «trasparenza dell’ala di vetro» e ricordare, ogni volta che è necessario, che la trasparenza autentica non è quella concessa dal potere a se stesso, ma quella che la cittadinanza riesce a imporre a chi la governa.

Mythos, allora, non è un episodio. È un sintomo. E i sintomi, se li si ignora, fanno la malattia.

Mario Sommella — blogger e attivista politico

Fonti

[1] Anthropic, «Project Glasswing: Securing critical software for the AI era», anthropic.com, 7 aprile 2026.

[2] Anthropic Frontier Red Team, «Claude Mythos Preview», red.anthropic.com, 7 aprile 2026.

[3] AI Security Institute (UK), «Our evaluation of Claude Mythos Preview’s cyber capabilities», aisi.gov.uk, aprile 2026.

[4] Bloomberg, «Wall Street Banks Test Anthropic’s Mythos Model as Treasury Pushes Adoption», aprile 2026.

[5] Reuters, «Banks in Asia brace for complex cyber threats from frontier AI», 2026.

[6] VentureBeat, «Anthropic says its most powerful AI cyber model is too dangerous to release publicly», aprile 2026.

[7] B. Schneier, «On Anthropic’s Mythos Preview and Project Glasswing», schneier.com, aprile 2026.

[8] Centre for Emerging Technology and Security (Alan Turing Institute), «Claude Mythos: What Does Anthropic’s New Model Mean for the Future of Cybersecurity?», cetas.turing.ac.uk, aprile 2026.

[9] Il Sole 24 Ore, «Anthropic dà vita al Project Glasswing», ilsole24ore.com, aprile 2026.

[10] AI4Business, «Mythos di Anthropic: il rischio sistemico dell’AI nei sistemi bancari», aprile 2026.

[11] M. Mann, «The Autonomous Power of the State», European Journal of Sociology, 1984.

[12] M. Useem, The Inner Circle, Oxford University Press, 1984.

[13] M. Granovetter, «Economic Action and Social Structure: The Problem of Embeddedness», American Journal of Sociology, 1985.

[14] F. Pasquale, The Black Box Society, Harvard University Press, 2015.

[15] L. Winner, «Do Artifacts Have Politics?», Daedalus, 1980.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  •  Pag. di

La marcia inarrestabile del neoliberismo

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

di Mario Sommella

Una rottura epistemologica che dura ancora

Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.

Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.

Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo

Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo. La conferenza fu finanziata dalla banca svizzera che oggi conosciamo come Credit Suisse. Lo scopo dichiarato era contrastare quella che i partecipanti chiamavano la «marea collettivista» — un’espressione che metteva sullo stesso piano il socialismo, la socialdemocrazia keynesiana, il pianificatore-tipo dello Stato sociale e, retoricamente, perfino il «nazi-socialismo». L’operazione concettuale è già tutta lì: trasformare il welfare europeo in una variante del totalitarismo, in modo da bruciarlo con la stessa fiamma.

Da quella riunione sono partite due correnti che hanno colonizzato il pensiero economico mondiale: la Scuola austriaca di Mises e Hayek, e la Scuola di Chicago di Friedman. Negli anni Sessanta i celebri Chicago Boys — economisti cileni formati alla Università di Chicago grazie a borse del Dipartimento di Stato americano — diventeranno il laboratorio applicato del progetto. La prima sperimentazione avverrà nel Cile di Pinochet dopo il golpe dell’11 settembre 1973, in cui la «terapia d’urto» friedmaniana — privatizzazioni di massa, smantellamento del welfare, repressione sindacale — fu imposta a un popolo intero sulla canna di un fucile. Naomi Klein lo ha documentato con precisione nella Shock Doctrine: il neoliberismo non è la spontanea evoluzione del libero mercato, è un atto politico violento che ha bisogno di crisi, paura e svuotamento democratico per insediarsi.

La controrivoluzione del 1971-1975: Powell, la Trilaterale, l’«eccesso di democrazia»

Mentre gli intellettuali liberali costruivano la cornice teorica, la classe dirigente americana metteva a punto la macchina politica e mediatica per applicarla. Due documenti, oggi noti agli storici come matrici della controrivoluzione neoliberista, segnano il passaggio.

Il primo è il Powell Memorandum, scritto il 23 agosto 1971 dall’avvocato Lewis F. Powell Jr. — che Nixon nominerà giudice della Corte Suprema poche settimane dopo — e indirizzato alla Camera di Commercio degli Stati Uniti. Il titolo era esplicito: Attack on American Free Enterprise System. Powell denunciava un’aggressione al sistema della libera impresa proveniente da università, media liberal e ambienti intellettuali, e proponeva un piano sistematico di lungo periodo: finanziare think tank conservatori, comprare cattedre universitarie, addestrare quadri legali, conquistare i tribunali, occupare i media. Il risultato è documentabile: nel 1971 a Washington c’erano poco più di 170 imprese con uffici di rappresentanza; dieci anni dopo erano oltre 2.400, con circa 9.000 lobbisti registrati. Da quel memorandum nascono o si rilanciano la Heritage Foundation (1973), il Cato Institute, l’American Enterprise Institute (con bilancio decuplicato), la Federalist Society. È la nascita dell’industria americana della «produzione del consenso», per usare l’espressione di Chomsky.

Il secondo documento è ancora più rivelatore. Nel 1975 la Commissione Trilaterale — nata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller e di Zbigniew Brzeziński per coordinare le élite di Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone — pubblica un rapporto intitolato The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies. Lo firmano tre nomi pesanti: il sociologo francese Michel Crozier, il politologo statunitense Samuel P. Huntington (lo stesso del successivo Scontro di civiltà), il giapponese Joji Watanuki. Il succo della tesi è che le democrazie sviluppate sono «ingovernabili» perché soffrono di un eccesso di democrazia. Troppi soggetti — sindacati, movimenti studenteschi, associazioni di base, comunità ecologiste — pretendono di partecipare alle decisioni; le richieste superano la capacità di assorbimento del sistema; di conseguenza, sostengono gli autori, occorre ripristinare il prestigio e l’autorità delle istituzioni di governo centrale e ridurre la partecipazione politica delle masse. L’edizione italiana del 1977, pubblicata da Franco Angeli, recava una prefazione di Giovanni Agnelli: il padronato confindustriale italiano sottoscriveva apertamente la diagnosi.

Quel rapporto è il certificato di nascita ideologico delle democrazie a bassa intensità in cui viviamo. Non è un caso che, quasi mezzo secolo dopo, Mario Monti — sabato 27 novembre 2021, ospite di In Onda su La7 — abbia dichiarato che in tempi di crisi bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione. Monti non ha improvvisato un’eresia: ha ripetuto, con la disinvoltura di chi si sente al sicuro, la dottrina trilateralista. Le greggi non possono guidare il pastore. Lo aveva scritto Walter Lippmann, in piena confidenza, già un secolo prima.

Il colpo di Stato culturale: Thatcher, Reagan, Berlusconi

Tra il 1979 e il 1981, il piano lungo del Mont Pèlerin diventa potere di Stato in tre tappe ravvicinate. Margaret Thatcher vince le elezioni britanniche nel maggio 1979 con un programma esplicitamente friedmaniano e conierà lo slogan che sintetizza l’intero impianto ideologico: There Is No Alternative. Ronald Reagan entra alla Casa Bianca nel gennaio 1981 con un programma di tagli fiscali per i ricchi, deregolamentazione finanziaria e smantellamento dei sindacati (lo sciopero dei controllori di volo del 1981 sarà il momento spartiacque, con il licenziamento di oltre undicimila dipendenti federali). In Italia, il Berlusconi televisivo anticipa il Berlusconi politico di un buon decennio, costruendo l’infrastruttura mediatica su cui si reggerà tutto il ciclo lungo successivo.

È bene fissare le date, perché la storia italiana di quel passaggio viene spesso rimossa. Il monopolio Rai cade con la sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che apre alle emittenti private locali. Nel 1974 Silvio Berlusconi acquisisce Telemilano, una piccola tv via cavo nata per il quartiere Milano 2 di Segrate. Nel 1980 nasce Canale 5: per aggirare il divieto di trasmettere a livello nazionale, Berlusconi inventa il sistema delle videocassette spedite agli affiliati locali che le mandano in onda contemporaneamente in tutta Italia, simulando una rete unica. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi, nel 1984 Rete 4 da Mondadori. Quando i pretori di Torino, Roma e Pescara, fra il 13 e il 16 ottobre 1984, oscurano le tre reti per violazione di legge, è il governo Craxi a salvarlo con un decreto d’emergenza convertito poi in legge. Sei anni dopo, nel 1990, la Legge Mammì legalizza retroattivamente l’intero impero. Nel 1995 un referendum promosso da una parte della società civile tenta di sciogliere il duopolio Rai-Fininvest, ma viene respinto dal 56,9% dei votanti, anche grazie a una campagna massiccia delle stesse reti del Cavaliere.

In dieci anni, la televisione italiana smette di essere un servizio pubblico pedagogico — la Rai democristiana, con tutti i suoi limiti, era una macchina di formazione del cittadino: dalle inchieste di Sergio Zavoli al teatro di Eduardo, dalla scuola di Manzi alla saggistica di Bernabei — e diventa un congegno di marketing. Cambia il linguaggio, cambia il ritmo. Lo storico della televisione Aldo Grasso lo sintetizza in modo memorabile: la Rai aveva tempi lunghi, sospesi, perfino noiosi; la tv commerciale impone un andamento ischemico, strillante, incurante dei nessi. L’interruzione pubblicitaria diventa la nuova grammatica della percezione: tutto si frantuma, tutto si dimentica. Lo spettatore impara a guardare il mondo come una somma di spot.

In quel decennio, Italia ed Europa si aggiornano al fuso orario americano. L’espressione coglie esattamente cosa è successo: una colonizzazione cognitiva, prima ancora che economica. E quella colonizzazione, una volta installata, non l’abbiamo più rimossa.

McLuhan ripreso seriamente: il medium è il messaggio

A questo punto il dibattito politico inciampa in un equivoco ricorrente, ed è qui che il pensiero di Marshall McLuhan torna decisivo. La sua tesi, formulata nel 1964 in Understanding Media, è notoria ma quasi sempre trivializzata: the medium is the message. Non significa, come vorrebbe la lettura giornalistica corrente, che «anche la forma conta». Significa qualcosa di molto più radicale: il medium è il contenuto, perché i suoi vincoli tecnici e sensoriali determinano in anticipo che tipo di messaggi possono passare e quali no. Non è possibile inserire un messaggio incompatibile in un medium che non è predisposto a riceverlo. Una caffettiera fa il caffè in mano alla casalinga e in mano al dittatore: il massimo che può fare è sempre il caffè.

Da qui una conseguenza politica importante. Quando Ugo Mattei, in una sua intervista su Bioblu che ho ascoltato con attenzione, propone di «fondare un nuovo social» come «rete ecologista» alternativa, sbaglia bersaglio. Condivido molte delle sue analisi sul disastro neoliberista e sul controllo sociale, ma su questo punto specifico non posso seguirlo: se il medium è il messaggio, un social — qualunque social — non comincia a funzionare diversamente solo perché lo gestisce un comitato etico anziché Mark Zuckerberg. La logica algoritmica del feed, il dispositivo del like, la metrica della viralità, la pubblicità predittiva, l’economia dell’attenzione: questi sono il social, indipendentemente da chi lo possiede. Per pensare un’alternativa reale bisogna pensare un altro medium, non un altro padrone dello stesso medium.

C’è poi un secondo punto del ragionamento di Mattei che non condivido. Egli parla di democrazia, di liberalismo e di individuo come fossero categorie eterne e immutabili. Non lo sono. La democrazia greca non è la democrazia americana, l’individuo cartesiano non è l’utente di TikTok, il liberalismo settecentesco non è il neoliberismo hayekiano. Confondere questi piani — come spesso fa una certa destra «libertaria» e una certa sinistra «diritti-umanitarista» — è il modo migliore per non capire che cosa sta succedendo.

Dall’audience ai big data: la verità sostituita dal marketing

La rivoluzione cognitiva degli anni Ottanta si gioca su un punto filosofico decisivo: la sostituzione del concetto di verità con il concetto di audience. La televisione commerciale, lo si è detto a lungo nei seminari di analisi mediatica fin dagli anni Novanta, non vende prodotti agli spettatori: vende spettatori agli inserzionisti. È il modello noto come audience commodity, teorizzato da Dallas Smythe già nel 1977 sulla scia di una rilettura marxiana dei rapporti di produzione mediatici. La logica è quella del valore di scambio: lo spettatore diventa merce. Per consumarlo, però, bisogna prima costruirlo come consumatore: ed è ciò che fa il marketing televisivo trasformando ogni desiderio in uno spot e ogni spot in un desiderio. Verità e falsità diventano categorie residuali. Quello che conta è ciò in cui crede la maggioranza, perché la maggioranza è il bacino misurabile da rivendere agli inserzionisti. La ripetizione delle scelte vincenti diventa il nuovo principio di realtà.

Internet eredita questo schema e lo radicalizza. La promessa originaria era opposta: la rete come spazio di intelligenza collettiva, come agorà orizzontale, come democratizzazione dell’informazione. Per circa quindici anni — dalla nascita del web nei primi anni Novanta fino allo scoppio della bolla dot.com nel 2000 — quella promessa ha avuto qualche residuo di realtà. Poi è arrivata la mutazione. Shoshana Zuboff, nel suo libro fondamentale The Age of Surveillance Capitalism (2019), ricostruisce il momento esatto: 2001-2003, dentro Google. Il motore di ricerca aveva un problema enorme di ricavi e si trovò davanti a una scoperta tecnica fortuita — la possibilità di trasformare i dati di navigazione «secondari» (i log di ricerca) in materia prima per inserzioni mirate. Da lì in poi, l’esperienza umana cessa di essere ciò che si vive e diventa ciò che si estrae: una materia prima gratuita trasformata in dati comportamentali, raffinata in «prodotti predittivi» e venduta sui «mercati comportamentali a termine». Zuboff la chiama una mutazione pirata del capitalismo industriale.

La differenza con l’audience televisiva è quantitativa e qualitativa. Quantitativa, perché i big data permettono profilazioni infinitamente più granulari: uno studio di Michal Kosinski pubblicato nel 2013 sui Proceedings of the National Academy of Sciences dimostrava che bastano sessantotto like su Facebook per inferire l’orientamento sessuale e l’ideologia politica dell’utente con accuratezza superiore al 90 per cento; con circa centosettanta like si arriva a determinare quoziente intellettivo, religione, consumo di alcol e tabacco. Qualitativa, perché non si tratta più di prevedere il comportamento aggregato di una platea, ma di modificare il comportamento del singolo. Il capitalismo della sorveglianza non si limita a rispecchiare i nostri desideri: li costruisce, li orienta, li cattura.

Il caso Cambridge Analytica: la prova politica

Nel marzo 2018 il Guardian e il New York Timespubblicano l’inchiesta che porta alla luce lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica, fondata nel 2013 come spin-off di SCL Group e finanziata dal miliardario hedge-fund manager Robert Mercer, era stata diretta strategicamente da Steve Bannon, futuro stratega della prima campagna Trump. Cambridge Analytica aveva acquisito, attraverso il professore Aleksandr Kogan e un quiz di personalità chiamato thisisyourdigitallife, i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook — fra cui 214.134 italiani — utilizzati poi per costruire profili psicografici e bersagliare elettori indecisi con micro-pubblicità politica personalizzata, prima nel referendum sulla Brexit (2016) e poi nella campagna presidenziale americana che portò Trump alla Casa Bianca.

A me interessa sottolineare un punto che spesso sfugge nel racconto mediatico: lo scandalo Cambridge Analytica non è stato l’effetto di un «abuso» eccezionale, ma il funzionamento normale di un’infrastruttura. Le condizioni d’uso di Facebook all’epoca consentivano legalmente la raccolta di dati degli «amici degli utenti» senza il loro consenso esplicito. Cambridge Analytica ha solo applicato in modo politicamente esplicito ciò che le grandi piattaforme fanno commercialmente ogni giorno. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, George Soros — al World Economic Forum di Davos del gennaio 2018 — denuncia i social network come «minaccia per la società aperta», non sta facendo una scoperta morale. Sta segnalando che una parte dell’establishment globalista atlantico considera ormai i social una variabile pericolosa, sfuggita di mano. Da lì parte una stretta sulla moderazione dei contenuti, gestita anche da ONG — fra cui Avaaz, finanziata anche da Open Society Foundations — che segnalano alle piattaforme i siti da chiudere per «fake news» e «disinformazione». Zuckerberg si cosparge il capo di cenere, perde decine di miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi giorni, accetta di testimoniare davanti al Congresso americano e a commissioni britanniche, introduce nuove regole di contenuto. Su quella stretta vengono chiusi anche siti d’informazione indipendente che con la disinformazione c’entravano poco.

Lo dico perché sia chiaro: né Zuckerberg né Soros sono il «potere occulto» dietro i big data. Sono entrambi facce di un sistema che funziona attraverso una compresenza di capitale privato (Silicon Valley), apparato di sicurezza statunitense (l’integrazione fra Big Tech e CIA-NSA documentata da Edward Snowden nel 2013) e organizzazioni filantropiche d’élite (le grandi fondazioni). Il vero soggetto è quello che ha preso il nome di deep state — termine ambiguo, abusato, ma che indica una realtà sostanziale: l’intreccio strutturale fra apparati federali, finanza, industria militare-digitale e ONG, che sopravvive ai cambi di amministrazione e detta i confini del praticabile.

Lippmann, Bernays e la fabbrica industriale del consenso

Per capire come funziona la fabbrica del consenso bisogna risalire a due figure che oggi sono lette troppo poco. La prima è Walter Lippmann, giornalista e consigliere politico, che nel 1922 pubblica Public Opinion e nel 1925 The Phantom Public. Lippmann formula con brutalità ciò che le élite progressiste americane di inizio Novecento già pensavano: l’opinione pubblica è una bewildered herd, una mandria sbalordita; il cittadino medio non possiede gli strumenti cognitivi per orientarsi nella complessità del mondo moderno; quindi la democrazia funziona solo se governata da una «classe specializzata» di esperti che sa fabbricare il consenso (manufacture of consent). Sarà Noam Chomsky, sessantacinque anni dopo, a riprendere quella formula per rovesciarla in critica: la fabbrica del consenso è il motore stesso della propaganda nelle democrazie occidentali.

Il secondo è Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e padre delle pubbliche relazioni moderne. Il suo libro del 1928, Propaganda, è una guida d’uso del lippmannismo. Bernays scrive con candore che la manipolazione consapevole delle abitudini e delle opinioni delle masse è un elemento essenziale della società democratica; chi controlla questo meccanismo, dice, costituisce un «governo invisibile» che è il vero potere del paese. L’intuizione di Bernays è che la propaganda politica e la pubblicità commerciale sono lo stesso identico dispositivo. Lo dimostrò sul campo: convinse le donne americane degli anni Venti a fumare in pubblico organizzando una sfilata di Pasqua a New York in cui le suffragette accendevano sigarette davanti ai fotografi, ribattezzandole «Torce di libertà»; lavorò per la United Fruit Company nel 1954 alla campagna che convinse l’opinione pubblica statunitense ad appoggiare il colpo di Stato di Castillo Armas contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in Guatemala — colpo orchestrato dalla CIA proprio per difendere i profitti della stessa United Fruit. Pubblicità e colpo di Stato condividono la stessa grammatica.

Quando Mario Monti, nel 2021, parla di «somministrare l’informazione» in modi «meno democratici», non sta inventando nulla. Sta semplicemente ammettendo, con la franchezza di chi non si sente più obbligato alla retorica democratica, ciò che Lippmann e Bernays teorizzavano da un secolo. Le élite tecnocratiche europee — Monti, Draghi, Lagarde, von der Leyen — sono i custodi locali di un’antropologia profondamente americana: il popolo come gregge, lo Stato come pastore, la verità come dosaggio sanitario.

I due Occidenti: Weber, etica calvinista, capitale culturale

La sostituzione dell’Europa dei cittadini con l’Occidente dei consumatori non è solo politica. È religiosa, nel senso largo che diede al termine Max Weber nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905). La tesi è notissima ma vale la pena rivisitarla, perché ne dipende la differenza antropologica fra le due sponde dell’Atlantico. Per il calvinismo, l’uomo non si salva con le opere — come nel cattolicesimo — ma per predestinazione divina. Il credente non sa con certezza se è salvo o dannato. La ricchezza materiale, ottenuta col lavoro metodico e ascetico, diventa allora il segno terreno della grazia, l’anticipazione visibile dell’aldilà. Il povero, in questa logica, non può ribellarsi al suo status senza offendere la scelta di Dio: la disuguaglianza è iscritta nella teologia. Si costruisce un’antidialettica di classe in cui la rivolta dei dannati è già una bestemmia.

Da questo nucleo religioso discende il puritanesimo americano, la «città sulla collina» dei Padri Pellegrini, la mistica imprenditoriale di Andrew Carnegie e John D. Rockefeller, la teologia evangelica della prosperità che oggi sostiene Donald Trump. L’America non è «Europa più grande»: è un continente teologicamente diverso, in cui il capitale economico è l’unica forma di capitale riconosciuta. Il «fare» sostituisce il «pensare», la pratica l’etica, l’efficienza la giustizia. Anche la cultura, nel modello americano, è uno strumento di penetrazione di mercato: l’industria di Hollywood, lo standard inglese-globale, la pop music come cavallo di Troia commerciale, la lingua del management come lingua dei rapporti sociali.

L’Europa, prima di essere ridotta a colonia, era altro. Si fondava — pur con tutte le contraddizioni che la storia documenta — su un’idea aristotelica e platonica del cittadino: l’uomo come animale razionale e politico, la polis come bene comune che precede l’individuo, la cultura come capitale collettivo. Il servizio pubblico — radiofonico, televisivo, scolastico — era pensato come dispositivo pedagogico: lo Stato come maestro, non come pastore di greggi. Il proporzionale elettorale rifletteva l’idea che la differenza politica fosse un valore. I partiti di massa — il PCI, la DC, la SPD, il Partito Laburista britannico delle origini — erano scuole di formazione del militante prima ancora che macchine elettorali. Il sindacato non era una corporazione professionale, ma un soggetto storico capace di parlare in nome di una classe.

Tutto questo è stato smantellato, non da un’invasione, ma da un’auto-mutilazione consapevole delle élite europee. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario (in Italia, il referendum del 1993 e poi il Mattarellum) è il momento istituzionale in cui il modello «candidato singolo telegenico» sostituisce il modello «partito-programma». La fine del PCI nel 1991 ha tolto all’Italia l’ultimo grande baluardo culturale capace di opporsi al pensiero unico del capitale; non è un caso che la nascita di Forza Italia, nel gennaio 1994, avvenga su un terreno già completamente arato dalla televisione commerciale del suo proprietario. Il cittadino-elettore lasciava il posto al consumatore-utente. La cabina elettorale assomigliava sempre di più a una cassa di supermercato.

La dialettica del populismo: Adorno, Fisher e il «non c’è alternativa»

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, nella Dialettica dell’illuminismo (1947 — sì, lo stesso anno della Mont Pèlerin Society: due risposte opposte alla stessa catastrofe), avevano già visto il punto. La razionalità illuministica, scrivono, contiene un suo rovesciamento interno: nel suo dispiegarsi totale diventa irrazionalismo. La cultura di massa industrializzata — Adorno la analizza nei capitoli sull’industria culturale — produce uno pseudo-individuo che crede di scegliere ed è invece scelto. La «presa di parola» del pubblico, in regime di industria culturale, si rovescia in una parola vuota.

Mark Fisher, filosofo britannico morto nel 2017, ha aggiornato quella diagnosi nel suo libretto fulminante Capitalist Realism: Is There No Alternative? del 2009 (in italiano Realismo capitalista, NERO 2018). La sua tesi è semplice: dopo quarant’anni di neoliberismo, la frase di Thatcher «non c’è alternativa» non è più uno slogan ma un’atmosfera introiettata. È diventato letteralmente più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non perché il capitalismo sia naturale, ma perché abbiamo perso le coordinate culturali, le narrazioni, le tradizioni intellettuali che ci permetterebbero di pensarne un fuori. Fisher chiama «sterilità culturale» questa condizione: si producono infinite variazioni sul tema, ma il tema non cambia mai.

Il populismo televisivo, in questa chiave, non è l’antagonista del pensiero unico: ne è la matrice materiale, la stampante. Funziona come valvola di sfogo emotivo all’interno di un perimetro ideologico che resta identico. Trump, Salvini, Meloni, Le Pen, Milei, Bolsonaro — al di là delle differenze di stile e di contesto — non rompono il neoliberismo: lo radicalizzano nella sua versione autoritaria e razzializzata. Per prendere la parola nel circo mediatico bisogna sapere che cosa non si deve dire, e in primo luogo non si devono toccare gli interessi del capitale finanziario globale. Il populismo è permesso a condizione di restare cosmetico.

Mai, come oggi, la società occidentale è stata così conformista. La differenza, a cui sembriamo aspirare attraverso mille rivendicazioni identitarie, è stata interamente assorbita dal marketing — dalla pubblicità inclusiva ai brand «purpose-driven», dal rainbow washing aziendale alle campagne ESG. Tutto è permesso, purché niente cambi davvero.

L’aggiornamento 2025-2026: Trump 2.0, Musk e l’Europa che si autoesclude

Mentre scrivo, primavera 2026, il quadro si è ulteriormente irrigidito. La seconda amministrazione Trump, insediatasi a gennaio 2025, ha portato al cuore del potere federale l’aristocrazia tecno-finanziaria della Silicon Valley: Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen. Il Department of Government Efficiency (DOGE) ha smantellato pezzi enormi di apparato federale civile. Musk, dopo aver acquistato Twitter nel 2022 e averlo trasformato in X, ha fatto della piattaforma uno strumento di campagna politica diretta. Meta, sotto Zuckerberg, ha smantellato i programmi di fact-checking che aveva introdotto dopo Cambridge Analytica e ha chiuso le politiche DEI. La direzione è univoca: l’integrazione fra capitale digitale, apparato di sicurezza federale e potere politico esecutivo non è mai stata così esplicita. Quella che chiamavamo «società civile globale» della Silicon Valley si è tolta la maschera e ha rivelato il volto di un’oligarchia tecno-imperiale.

L’Europa, dal canto suo, ha messo in piedi un proprio dispositivo regolatorio — Digital Services Act, Digital Markets Act, GDPR, AI Act — che è meno irrilevante di quanto si dica, ma che soffre di un limite strutturale: non viene affiancato da un investimento corrispondente nella costruzione di un’alternativa europea. Senza piattaforme europee, senza modelli linguistici europei, senza cloud europeo, senza social pubblici europei, regolare le piattaforme americane equivale a tassare il monopolio invece di romperlo. E nel frattempo le stesse classi dirigenti europee — i Monti, i Draghi, i Macron, le von der Leyen — continuano a spingere il continente dentro una logica atlantista che ne approfondisce la subalternità: dal massimalismo sanzionistico verso la Russia che ha distrutto l’integrazione energetica euro-asiatica, al riarmo accelerato voluto dalla NATO, fino alla sottomissione alla logica della «guerra» come modalità ordinaria della politica. La stessa logica che permette a Monti di dire pubblicamente, senza scandalo, che bisogna «dosare la democrazia». In tempo di guerra, ricordavano i propagandisti del Novecento, la verità è la prima vittima. Oggi, in tempo di guerra permanente, la democrazia è la seconda.

Conclusione: ricostruire un capitale culturale e politico

A questo punto la domanda non è se il neoliberismo sia «marciante e inarrestabile». La domanda è: cosa serve per fermarlo? Non basta moltiplicare le inchieste, non basta evocare un nuovo social, non basta votare l’ennesimo candidato meno peggio. Serve un’operazione di ricostruzione culturale di lungo periodo che sia simmetrica a quella che la destra atlantica ha condotto dal 1947 a oggi. Servono think tank progressisti seri, scuole di formazione politica, riviste, case editrici, media indipendenti finanziati da basi sociali reali e non da fondazioni filantropiche. Serve riconnettersi al meglio della tradizione politica europea — il pensiero di Antonio Gramsci sull’egemonia, l’analisi di Pier Paolo Pasolini sull’omologazione antropologica, il lavoro di Luciano Canfora sulla democrazia, le inchieste degli ostinati cronisti del giornalismo critico — e di quella mondiale anti-neoliberista: David Harvey, Wolfgang Streeck, Naomi Klein, Yanis Varoufakis, Alessandro Somma, Vladimiro Giacché, fino alla stessa Shoshana Zuboff.

Serve, soprattutto, riprendersi il tempo lungo della politica. Il neoliberismo ha vinto perché ha lavorato per settant’anni mentre la sinistra europea inseguiva l’ultima emergenza elettorale. Nella mia esperienza dentro Azione Civile, il movimento civico-politico fondato da Antonio Ingroia, dentro cui da anni cerco di portare un punto di vista anti-imperialista e progressista, questa è la lezione che torna sempre: la militanza paziente, l’alfabetizzazione dei territori, la formazione di nuovi quadri, la costruzione di programmi credibili sono lavori di decenni, non di settimane. È il lavoro che il pensiero unico spera che non facciamo mai, perché sa che è l’unico che potrebbe sconfiggerlo.

L’Italia di Mussolini è caduta perché esistevano resistenze che si erano organizzate in clandestinità per anni. L’Europa neoliberista cadrà — perché cadrà, le sue contraddizioni interne sono ormai enormi: disuguaglianze esplosive, crisi climatica fuori controllo, perdita progressiva di legittimità democratica, dipendenza tecnologica e militare totale dagli Stati Uniti — solo se troverà a quel momento qualcuno pronto a raccogliere i pezzi e a costruire un’alternativa. Dovremo essere noi, oppure non saremo niente.

La marcia del neoliberismo sembra inarrestabile solo finché la guardiamo con gli occhi che ci ha insegnato a guardarla. Cambiare gli occhi è il primo atto politico. Tutto il resto, il difficile, viene dopo.

* * *

Mario Sommella — blogger e attivista politico

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella — pag. di

L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

Dalla parola al pogrom: la scala di Allport, settant’anni dopo

Come il pregiudizio diventa politica, e come la politica diventa deportazione — dall’Europa della remigrazione alla Palestina della pena di morte

Nel 1954, lo psicologo statunitense Gordon W. Allport pubblicava The Nature of Prejudice, opera che ancora oggi costituisce la cornice teorica più lucida per comprendere come l’ostilità verso l’altro non sia un sentimento, ma un processo: un meccanismo a stadi, con soglie che si attraversano quasi senza accorgersene. Settant’anni dopo, mentre l’Europa occidentale ospita sulle tribune parlamentari conferenze sulla remigrazione e partiti di governo trasformano in norma il «rimpatrio assistito» come condizione per la retribuzione degli avvocati, mentre in Medio Oriente la Knesset israeliana legifera la pena di morte a bersaglio etnico e l’esercito rade al suolo interi villaggi tra Cisgiordania, Gaza e Libano meridionale, rileggere Allport non è un esercizio accademico. È un dispositivo di allarme civile. E l’allarme suona su tutti e cinque i gradini, contemporaneamente.

Chi era Gordon Allport

Gordon Willard Allport (Montezuma, Indiana, 11 novembre 1897 — Cambridge, Massachusetts, 9 ottobre 1967) è stato uno dei padri fondatori della psicologia sociale e della psicologia della personalità novecentesca. Insegnò ad Harvard dal 1930 fino alla morte, ricoprì la presidenza dell’American Psychological Association, diresse il National Opinion Research Center e fu per anni direttore del Journal of Abnormal and Social Psychology. Tra i suoi allievi figurano Jerome Bruner e Stanley Milgram, lo stesso Milgram che avrebbe documentato, nel celebre esperimento sull’obbedienza all’autorità, quanto sia facile per persone ordinarie infliggere sofferenza ad altri esseri umani quando un’istituzione lo consente.

L’American Psychological Association lo colloca all’undicesimo posto fra i cento psicologi più influenti del Novecento. La sua opera sul pregiudizio, basata anche sul lavoro condotto con rifugiati europei durante la Seconda guerra mondiale, non fu soltanto un libro di psicologia: fu un testo politico di riferimento per la stagione dei diritti civili, citato da Martin Luther King Jr. e da Malcolm X. Vendette oltre cinquecentomila copie entro il 1980, e resta in catalogo. Allport scriveva con il fumo dei forni crematori europei ancora fresco nell’aria, e con l’esperienza diretta del razzismo statunitense sotto gli occhi: il suo testo è contemporaneamente diagnosi clinica e dispositivo di vigilanza morale.

La scala del pregiudizio: cinque gradini verso l’abisso

Allport propone una scala a cinque livelli per misurare l’intensità del pregiudizio di un gruppo dominante (in-group) contro un gruppo minoritario (out-group). La potenza dell’intuizione non sta nell’elenco in sé, ma nell’idea di continuità: ogni gradino prepara il successivo, rendendolo pensabile, dicibile, infine eseguibile. Nessuno salta dalla normalità democratica al genocidio. Ci si arriva per scivolamenti successivi, ciascuno dei quali, preso isolatamente, appare ancora tollerabile.

Primo gradino — Antilocuzione

È il livello verbale: battute, stereotipi, «opinioni» espresse all’interno del gruppo dominante contro la minoranza. Il discorso d’odio (hate speech) ne è la forma estrema. Chi lo pratica si percepisce spesso come innocuo: sta «solo parlando», sta «solo dicendo come stanno le cose». In realtà l’antilocuzione è il terreno di coltura. Abitua l’orecchio, normalizza la disumanizzazione, apre lo spazio semantico a ciò che verrà dopo. Quando un vicepremier definisce un intero gruppo etnico o religioso come un problema in sé, o quando un ministro della Sicurezza nazionale esulta con lo champagne per una legge che consente di impiccare i palestinesi, non sta facendo satira: sta coltivando il primo gradino.

Secondo gradino — Evitamento

Il gruppo dominante si ritira. Non aggredisce: esclude. Cambia quartiere, cambia scuola, cambia locale. La separazione non produce ferite visibili, ma isolamento sociale, ghettizzazione, interruzione del contatto interpersonale che — come Allport stesso sottolineò nella celebre ipotesi del contatto — è l’antidoto più efficace al pregiudizio. L’evitamento è il pregiudizio che si fa topografia urbana. Prepara il terzo gradino perché, quando non si conosce più l’altro, è infinitamente più facile discriminarlo. Nel caso palestinese l’evitamento è stato architettato: muri di separazione, strade per soli coloni, checkpoint, Area A-B-C, linea blu, linea gialla. L’architettura dell’apartheid è evitamento reso struttura.

Terzo gradino — Discriminazione

Qui il pregiudizio diventa azione e, soprattutto, norma. Alla minoranza vengono negati diritti, opportunità, accesso al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla giustizia. Gli esempi storici che Allport aveva sotto gli occhi sono le leggi Jim Crow negli Stati Uniti, l’apartheid sudafricano e le leggi di Norimberga del 1935 nella Germania nazionalsocialista. In Italia le leggi razziali del 1938 appartengono esattamente a questa soglia. Oggi il gradino della discriminazione si incarna in dispositivi più sofisticati: cittadinanza intesa non come diritto ma come appartenenza culturalmente certificata, permessi di soggiorno «a punti» legati a criteri di condotta, esclusione di fatto dai servizi, profilazione etnica nei controlli di polizia, subordinazione dei diritti procedurali all’adesione a programmi di rimpatrio. E, in forma estrema, una legge che riserva la pena capitale a una sola etnia: quella palestinese, come vedremo.

Quarto gradino — Attacco fisico

La violenza diventa pratica sociale tollerata o addirittura celebrata. Aggressioni, devastazioni di proprietà, incendi, linciaggi, pogrom. Allport, scrivendo nel 1954, aveva in mente i linciaggi dei neri negli Stati Uniti e i pogrom antisemiti europei. Non si tratta necessariamente di violenza di Stato: più spesso è violenza di gruppi organizzati, tollerata dalle autorità, legittimata dal clima culturale costruito nei tre gradini precedenti. La cronaca italiana ed europea degli ultimi anni — dalle ronde alle aggressioni contro migranti, richiedenti asilo, persone rom, persone LGBTQ+ — documenta un’espansione silenziosa di questo quarto livello. La cronaca della Cisgiordania documenta la sua forma sistemica: 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo novembre 2024-ottobre 2025, secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani.

Quinto gradino — Sterminio

L’eliminazione fisica o l’espulsione sistematica del gruppo minoritario. Genocidio, pulizia etnica, deportazione di massa. Allport scriveva con la Shoah alle spalle, e non è un caso che il suo ultimo gradino contempli sia lo sterminio sia la «rimozione» del gruppo esterno. La distinzione è sottile, e il Novecento ci ha insegnato quanto sia labile il confine tra deportazione e annientamento. Il termine che l’estrema destra europea del 2026 usa per nominare, in forma eufemistica, questa soglia, è remigrazione. Il termine che il diritto internazionale usa per nominare ciò che accade a Gaza, nella Cisgiordania del «trasferimento forzato di massa» e nel sud del Libano della «bonifica dell’area», è: pulizia etnica.

Perché la scala di Allport parla al nostro presente

Per decenni la scala è stata studiata come strumento retrospettivo, chiave di lettura di catastrofi archiviate: la Germania del Terzo Reich, il Sudafrica dell’apartheid, la Bosnia degli anni Novanta, il Ruanda del 1994. Il presupposto implicito era che le democrazie liberali occidentali avessero ormai collocato gli ultimi due gradini fuori dal campo del pensabile. Questo presupposto oggi non regge più.

Negli Stati Uniti, la retorica della «grande sostituzione» è passata dai forum dell’alt-right ai comizi presidenziali; l’ICE opera rastrellamenti che colpiscono anche cittadini naturalizzati; Steve Bannon rivendica apertamente la necessità di «ripulire la città dagli insorti». In Germania, Alternative für Deutschland ha organizzato a Potsdam nel gennaio 2024 un incontro in cui si discuteva esplicitamente l’espulsione di massa di cittadini tedeschi di origine straniera considerati «non assimilati»: la stessa AfD che alle europee del 2024 ha superato il 16 per cento e che da allora ha continuato a crescere. In Francia, già nel 2022 Éric Zemmour proponeva un Ministero della Remigrazione; oggi la parola non scandalizza più una parte significativa degli elettori socialisti e macroniani. In Austria i «Patrioti» di Kickl sono al governo. In Italia, il 18 aprile 2026 Matteo Salvini ha riunito a Milano, in piazza Duomo, i Patrioti per l’Europa sotto lo slogan «Padroni a casa nostra», con la partecipazione di Geert Wilders e del ministro Valditara.

Nel frattempo, nel decreto Sicurezza (d.l. 24 febbraio 2026, n. 23), approvato dal Senato il 17 aprile 2026 e all’esame della Camera nei giorni della manifestazione, il Parlamento italiano ha introdotto con l’emendamento 30-bis una norma che prevede il pagamento di un compenso — stimato fra 615 e 625 euro — agli avvocati che «abbiano fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito», erogabile solo «ad esito della partenza dello straniero», con uno stanziamento di 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro per il 2027 e altrettanti per il 2028. L’Unione delle camere penali italiane, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, l’Organismo congressuale forense, il Consiglio nazionale forense (che si è pubblicamente dissociato dal proprio presunto ruolo di soggetto erogatore) e l’Associazione nazionale magistrati hanno denunciato la norma come «incompatibile con la Costituzione» e lesiva dell’indipendenza dell’avvocatura; persino il Quirinale ha espresso rilievi di costituzionalità. Non è più retorica da piazza: è ingegneria legislativa del quinto gradino.

E nel frattempo, mentre l’Europa si interroga sulla «remigrazione», a poche ore di volo dalle nostre capitali la scala di Allport viene percorsa fino in fondo, e oltre. Gaza, Cisgiordania, sud del Libano: tre laboratori simultanei del quinto gradino, condotti da uno Stato che si definisce democratico e che dispone del sostegno militare, diplomatico ed economico delle maggiori democrazie occidentali. Capire la remigrazione senza guardare la Palestina significa non capire né l’una né l’altra.

La «remigrazione»: parola-grimaldello del quinto gradino

Genealogia di un eufemismo

Il termine «remigrazione» è entrato nel Vocabolario Treccani nel 2025, definito come «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Non si tratta di rimpatrio volontario: si tratta di espulsione su larga scala di migranti, richiedenti asilo, residenti di lungo periodo e, nei casi più radicali, cittadini naturalizzati o nati in Europa ma considerati «non assimilati». Nel Novecento la parola era: deportazione.

La costruzione ideologica affonda le radici nella teoria della «grande sostituzione» formulata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo la quale le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente rimpiazzate da immigrati non europei con la complicità delle élite. Lo stesso Governo italiano, sul proprio sito istituzionale, ha definito la «sostituzione etnica» come «un mito neonazista». Eppure quel mito è diventato piattaforma politica. I gruppi francesi Bloc Identitaire e Génération Identitaire importarono il termine dal partito belga di estrema destra Vlaams Belang attorno al 2011; l’austriaco Martin Sellner ne ha fatto il titolo di un volume-manifesto tradotto in italiano nel 2025 e offerto ai lettori, nel 2026, dal quotidiano La Verità e dal settimanale Panorama. La senatrice Julia Unterberger, in un’interrogazione al ministro Piantedosi, ha descritto Sellner come «una delle figure più pericolose dell’intera galassia neonazista e xenofoba». In Germania è stato bandito per i suoi legami con movimenti neonazisti.

Dall’estremismo al mainstream

Il salto di categoria avviene fra il 2022 e il 2024. Nel 2022 Éric Zemmour promette in campagna elettorale un Ministero della Remigrazione per rimpatriare centomila «stranieri indesiderati» all’anno. Alla fine del 2022, con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e la riduzione dei controlli sui contenuti, figure precedentemente bandite dalla piattaforma — Sellner in testa — vi rientrano, e l’attività online sul tema esplode. Nel gennaio 2024 l’inchiesta di Correctiv sull’incontro segreto di Potsdam rivela il piano di espulsione di massa discusso da dirigenti AfD e attivisti identitari; centinaia di migliaia di persone manifestano nelle piazze tedesche, persino Marine Le Pen prende le distanze. Eppure il 17 maggio 2025 il primo «Remigration Summit» si tiene al Teatro Condominio di Gallarate, in provincia di Varese — dopo tre cancellazioni di sedi precedenti fra Milano, Busto Arsizio e Somma Lombardo — con circa 400 partecipanti paganti (biglietti da 49 a 250 euro) provenienti da tutta Europa. Al raduno partecipa in videocollegamento, come ospite d’onore, il vicesegretario leghista Roberto Vannacci: «La remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta».

Nel gennaio 2026 il deputato leghista Domenico Furgiuele organizza alla Camera dei deputati una conferenza stampa per il lancio della legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», promossa da un comitato che comprende il portavoce di CasaPound Luca Marsella e l’esponente dei Veneto Fronte Skinheads Ivan Sogari. La conferenza viene annullata solo dopo l’occupazione della sala stampa da parte di trentadue parlamentari dell’opposizione. Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo approva a maggioranza (389 sì, 206 no, 32 astenuti) il Regolamento Rimpatri, ribattezzato dai suoi critici «Regolamento Deportazioni», che introduce gli hub di rimpatrio sul modello dei centri italiani in Albania. Vannacci commenta in aula parlando di una remigrazione «iniziata in Europa». Il PPE, principale partito dell’emiciclo, consolida così un allineamento strutturale con le forze dell’estrema destra.

L’inganno linguistico e il tradimento costituzionale

La proposta italiana di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», depositata in Cassazione il 17 gennaio 2026 dal Comitato promotore guidato dal portavoce di CasaPound Luca Marsella — e che secondo il sito ufficiale del comitato aveva raccolto al 16 aprile 2026 «quasi 150.000 firme, il triplo di quelle necessarie» — prevede l’abolizione dei flussi d’ingresso per motivi di lavoro, il «rafforzamento» dei rimpatri, l’espulsione dei «delinquenti», la confisca dei patrimoni di chi «specula sul traffico di uomini», il taglio dei fondi all’accoglienza, lo stop alle ONG e un «Patto di Remigrazione Volontaria» esteso anche agli stranieri regolari. Salvini, dopo la parziale partecipazione alla kermesse del 18 aprile (meno di 2.000 persone in piazza Duomo, un quarto dello spazio disponibile), ha rilanciato con la proposta di un «permesso di soggiorno a punti», sul modello della patente.

Il punto essenziale, come ha osservato il giornalista Valerio Renzi, è che non si parla più «solo» di cacciare gli irregolari: si tratta di espellere anche persone in possesso della cittadinanza italiana, francese o tedesca, ma considerate «non assimilabili» in quanto di origine straniera. «Il punto è ricostruire una presunta bianchezza della comunità nazionale, ripristinare il legame tra sangue e suolo». È il Blut und Boden che ritorna sotto forma di legge ordinaria. È la Costituzione repubblicana, articolo 3, che salta: «pari dignità sociale […] senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». È, per chi abbia letto Allport, il quinto gradino che viene tradotto in testo normativo.

Dal Giordano al Mediterraneo: quando la scala raggiunge il vertice

Se la remigrazione europea è la pulizia etnica immaginata, la Palestina è la pulizia etnica in atto. Il parallelo non è retorico: è strutturale. Le stesse categorie concettuali — «sostituzione», «non assimilabilità», «ripristino dell’omogeneità etnica», «sovranità culturalmente certificata», «legame tra sangue e suolo» — che alimentano il discorso identitario europeo sono le categorie operative con cui il governo Netanyahu, la coalizione di estrema destra che lo sostiene e il movimento dei coloni conducono, sotto gli occhi delle democrazie occidentali, un’operazione che l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non esita a descrivere come una «politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato» che «solleva preoccupazioni di pulizia etnica».

Cisgiordania: trentaseimila espulsi in un anno

Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, pubblicato nel marzo 2026 e relativo al periodo novembre 2024-ottobre 2025, parla di «espulsione di massa di portata senza precedenti»: oltre 36.000 palestinesi sfollati dalla Cisgiordania occupata in dodici mesi. Lo stesso rapporto documenta 1.732 episodi di violenza dei coloni, in crescita rispetto ai 1.400 dell’anno precedente. L’OCHA, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, segnala che dal gennaio 2025 sono 33.362 i rifugiati palestinesi sfollati dai soli campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, con oltre 1.500 strutture distrutte o gravemente danneggiate secondo UNOSAT. Solo nei primi tre mesi del 2026 gli sfollati sono più di 2.500, di cui oltre 1.100 minori. Save the Children, incrociando i dati ONU, registra che i bambini palestinesi sfollati per violenza dei coloni sono passati da una media trimestrale di 63 nel triennio precedente a 685 nel solo primo trimestre del 2026: un incremento di dieci volte.

L’OHCHR documenta che il trasferimento di poteri dalle forze armate israeliane alle autorità civili, la confisca delle terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e le politiche discriminatorie hanno costituito «un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e violenza sistematica da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid. L’Alto Commissario Volker Türk chiede a Israele di smantellare gli insediamenti, evacuare i coloni, porre fine all’occupazione e consentire il ritorno degli sfollati. Human Rights Watch parla esplicitamente di «possibile crimine contro l’umanità». B’Tselem e Breaking the Silence, organizzazioni israeliane, denunciano che «approfittando della guerra, le milizie armate dei coloni, che spesso operano con il sostegno dell’esercito, continuano ad attaccare e molestare le comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania per costringerle ad andarsene».

La metodologia è documentata. Il 18 marzo 2026 a Khirbit Humsa un gruppo di coloni mascherati ha fatto irruzione notturna, legando residenti, picchiando donne, uomini e ragazze, minacciando stupri e uccisioni. Un uomo è stato aggredito sessualmente davanti alla famiglia. Il rapporto del West Bank Protection Consortium pubblicato dal Norwegian Refugee Council nell’aprile 2026 — e rilanciato dal Guardian — documenta come la violenza sessuale sia stata utilizzata sistematicamente come strumento di trasferimento forzato: oltre il 70 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha identificato le minacce contro donne e bambini, in particolare la violenza sessuale, come il fattore decisivo della fuga. Ottantatré testimonianze raccolte tra il 2023 e il 2025 documentano almeno sedici casi di violenza sessuale diretta, numero considerato fortemente sottostimato a causa dello stigma. Il 92 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha perso l’accesso alla terra, l’88 per cento la casa, l’84 per cento i beni essenziali, il 40 per cento dei bambini l’accesso all’istruzione. Gli incidenti avvengono spesso in presenza delle forze israeliane, che non intervengono.

Il meccanismo è lo stesso descritto da Allport al quarto gradino, potenziato dal quinto. Si colpisce una comunità con violenza sistemica perché lasci il territorio; una volta partita, si espropria la terra, si consolida l’insediamento, si ridisegna la demografia. L’acqua viene «colonizzata»: ad Al-Auja, nella Valle del Giordano, nel febbraio 2026 i coloni hanno preso il controllo pieno della sorgente da cui dipendono le comunità palestinesi, costringendo gli agricoltori ad abbandonare la terra per mancanza d’acqua. «Rubo la mia stessa acqua per poter vivere», racconta Yousef Bisharat, uno degli ultimi residenti di Khirbet Mak-hul, dove nel 2014 vivevano trenta famiglie e oggi ne restano tre. È il gradino della discriminazione strutturale che prepara il gradino dello sterminio, con gli interstizi colmati dalla violenza quotidiana del quarto gradino.

La legge israeliana sulla pena di morte: il terzo gradino che legittima il quinto

Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato in lettura definitiva, con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto, la legge che introduce la pena di morte per «gli autori di atti di terrorismo». Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha votato a favore. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir — lo stesso che per anni ha tenuto nel salotto di casa, nell’insediamento di Kiryat Arba, il ritratto di Baruch Goldstein, il colono israelo-statunitense che il 25 febbraio 1994 uccise 29 musulmani palestinesi e ne ferì 125 nella Moschea Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) di Hebron — si presentava in aula con una spilla a forma di cappio e ha tentato di stappare una bottiglia di champagne all’interno della Knesset, venendo fermato da un assistente; ha poi distribuito il brindisi ai colleghi fuori dall’emiciclo, pubblicando il video sui propri canali social. Mesi prima, al passaggio in prima lettura del novembre 2025, aveva celebrato la tappa distribuendo baklava tra i deputati. L’immagine del cappio e del brindisi, hanno osservato diversi commentatori, resterà «ancorata nella storia come una di quelle fotografie che non necessitano di didascalia».

La legge, formalmente «neutrale» sul piano etnico, è in realtà costruita come dispositivo discriminatorio. Per i palestinesi della Cisgiordania occupata la pena capitale sarà la sanzione predefinita in tutti i casi in cui l’omicidio venga definito «atto di terrorismo» dalla giustizia militare israeliana, con possibilità di condanna a maggioranza semplice di un tribunale militare e con esecuzione entro novanta giorni. Pochi minuti dopo il voto, l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) ha presentato ricorso urgente alla Corte suprema, definendo la legge «incostituzionale, discriminatoria e, per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, senza base legale»: la Knesset, ha osservato l’associazione, «non ha il potere di legiferare per la Cisgiordania, sulla quale Israele non ha alcuna sovranità». Amnesty International ha chiesto «la massima pressione sulle autorità israeliane affinché abroghino immediatamente la legge sulla pena di morte, aboliscano completamente la pena capitale e smantellino tutte le leggi e le pratiche che contribuiscono al sistema di apartheid contro i palestinesi».

Gli esperti ONU, già nel febbraio 2026, avevano esortato Israele a ritirare il progetto di legge, affermando che «discriminerebbe i palestinesi nei territori palestinesi occupati». Il 29 marzo Berlino, Londra, Parigi e Roma avevano scritto alla Knesset invitandola a rinunciare al progetto che «metterebbe in discussione gli impegni d’Israele in materia di princìpi democratici»: un appello ignorato. Il Consiglio d’Europa ha denunciato un «grave passo indietro»; il Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Gli Stati Uniti, con una stringatezza ormai consueta, hanno fatto sapere di «rispettare il diritto sovrano d’Israele».

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito la legge «un crimine e una pericolosa escalation» che «mostra il volto reale del sistema coloniale israeliano, che punta a legittimare le esecuzioni extragiudiziali conferendo loro un’apparenza legale». La definizione non è iperbolica: è l’esatta descrizione di un terzo gradino — la discriminazione che diventa norma — deliberatamente costruito per abilitare il quinto. La pena capitale in Israele, dalla sua fondazione, era stata applicata una sola volta, nel 1962, al criminale nazista Adolf Eichmann. Ora viene riattivata come dispositivo razziale: la corda, come hanno scritto alcuni commentatori richiamando il manuale coloniale britannico sulla Palestina del 1937, «è riservata solo agli arabi». Lo storico militare Matthew Hughes ha documentato come i tribunali militari istituiti dal Mandato britannico nel novembre 1937 fossero costruiti soprattutto per la velocità: Shaykh Farhan al-Sa’di, comandante della rivolta del 1936, fu catturato di lunedì, processato di mercoledì, impiccato di sabato. È esattamente il modello che la legge del 2026 reintroduce.

Libano: il «domicidio» come metodo

Nel sud del Libano la stessa logica opera con strumenti militari anziché giudiziari. Dal 2 marzo 2026, data di ripresa delle ostilità con Hezbollah, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione dei civili lungo la linea di demarcazione, espandendola gradualmente fino a includere tutti i territori a sud del fiume Zahrani, circa quaranta chilometri dentro il territorio libanese. Secondo un’inchiesta di BBC Verify basata su immagini satellitari, in quest’area Israele ha abbattuto oltre 1.400 edifici, radendo al suolo interi villaggi con bombardamenti e demolizioni controllate — numero considerato sottostimato. Lo stesso quartier generale della missione UNIFIL a Naqura è stato danneggiato. L’offensiva ha causato più di 2.000 morti e oltre un milione di sfollati. L’8 aprile 2026 — passato alla storia come «il mercoledì nero» — centosessanta bombe in meno di dieci minuti hanno colpito Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, provocando 254 morti e 720 feriti in una sola giornata.

Il 22 marzo il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di «accelerare» la distruzione del Libano, dichiarando esplicitamente che sarebbe stato utilizzato «lo stesso modello di Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza rase al suolo. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito ha fatto ricorso a ditte appaltatrici private — alcune già impiegate a Gaza — con operai pagati «in base al numero di strutture distrutte». Anche dopo il cessate il fuoco del 17 aprile, imposto da Trump a un Netanyahu riluttante, la demolizione è proseguita: la definizione ufficiale è «bonifica dell’area», l’obiettivo dichiarato è impedire il ritorno di 600.000 sfollati. Una mappa pubblicata dall’IDF fissa una nuova «linea gialla» venti chilometri dentro il Libano, oltre la quale si estende la fascia destinata alla sparizione. Oltre cinquanta villaggi vengono sgomberati e demoliti. Katz ha dichiarato che l’IDF «ricorrerà alla piena forza anche durante il cessate il fuoco».

Il termine che il diritto internazionale usa per questo è «domicidio», la distruzione sistematica e intenzionale delle case civili come strumento di politica statale. È, secondo molti esperti di diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Ma è anche, traducendolo nel lessico di Allport, il quinto gradino applicato al territorio prima che alle persone: si rende impossibile l’abitare, e quindi si ottiene l’espulsione senza bisogno di deportare. È la stessa logica che attraversa Gaza — dove secondo l’aggiornamento OCHA al 25 marzo 2026 il bilancio ufficiale del Ministero della Salute palestinese è di 72.265 morti e 171.959 feriti, con stime indipendenti (studio Lancet, febbraio 2026) che indicano una sottostima significativa — e oggi si estende al Libano meridionale. Si distrugge l’infrastruttura della vita, e la popolazione «remigra» per fame, sete, impossibilità materiale di restare. Non è un incidente della guerra: è la guerra come metodo di rimozione etnica.

Il ponte ideologico tra remigrazione europea e pulizia etnica israeliana

Non si tratta di un parallelo giornalistico. I ponti politici e ideologici sono espliciti e documentabili. Roberto Vannacci è stato ospite d’onore del Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025 e, nel marzo 2026, ha celebrato in aula al Parlamento europeo l’approvazione del Regolamento Rimpatri come «inizio della remigrazione» in Europa. Gli stessi ambienti politici che in Italia spingono per un «permesso di soggiorno a punti» sono quelli che sostengono acriticamente l’operazione militare israeliana a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, opponendosi a qualsiasi ipotesi di sanzione o sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. L’ICE statunitense, braccio operativo di quella «remigrazione» che l’amministrazione Trump pratica senza nominarla, recluta con messaggi promozionali espliciti che riecheggiano la retorica della «grande sostituzione».

Il nesso è semplice. Entrambi i progetti — quello della remigrazione europea e quello della «Grande Israele» etnicamente omogenea — condividono la stessa premessa: esistono popoli «non assimilabili» che devono lasciare il territorio perché il gruppo dominante possa ricostruire una pretesa purezza etnico-culturale. Entrambi usano lo stesso vocabolario orwelliano: «rimpatrio», «ritorno», «bonifica», «riconquista», «protezione della civiltà». Entrambi mettono in discussione il principio di uguaglianza giuridica fra cittadini e residenti di origini diverse. Entrambi invocano un’emergenza permanente per sospendere garanzie costituzionali. Entrambi si servono della criminalizzazione del gruppo-bersaglio — «delinquente», «terrorista», «non integrato» — come passepartout per giustificare qualsiasi misura, fino all’espulsione e, nel caso estremo, all’esecuzione legale.

Chi in Europa parla di remigrazione senza guardare alla Cisgiordania non sta informando: sta distraendo. Chi in Italia si commuove per la Shoah il 27 gennaio e il 31 gennaio applaude l’occupazione della sala stampa della Camera contro Furgiuele, ma il 18 aprile tace sulle ruspe che Katz manda a demolire i villaggi libanesi, non sta onorando la memoria: la sta tradendo. La lezione di Allport è universale o non è. La sua scala vale per ogni gruppo dominante che costruisca un out-group e lo percorra gradino dopo gradino, chiunque sia l’aggressore, chiunque sia la vittima.

Mappare il presente sulla scala di Allport

Proviamo a collocare, senza infingimenti, alcuni dispositivi dell’Occidente e del Medio Oriente del 2026 sui cinque gradini della scala.

Sul primo gradino — l’antilocuzione — si trova la normalizzazione del lessico della sostituzione etnica sui quotidiani mainstream, la retorica quotidiana di ministri e vicepremier contro «l’invasione», le campagne social che presentano i rifugiati come minaccia sanitaria, culturale, sessuale. Si trovano le cartoline con biglietti aerei di sola andata spedite da AfD a famiglie tedesche selezionate per il cognome non germanico. Si trova il libro di Sellner che scala le classifiche di vendita. Si trovano le dichiarazioni del ministro Ben-Gvir che definisce «terrorista» qualsiasi palestinese in Cisgiordania e le esultanze con champagne alla Knesset.

Sul secondo gradino — l’evitamento — si trova la segregazione scolastica di fatto nelle periferie urbane europee, la rinuncia di classi medie a quartieri a «alta densità migratoria», la rimozione dei fact-checker dalle piattaforme social e la chiusura dei dipartimenti DEI in università e aziende statunitensi, la costruzione di muri interni all’Unione. Si trovano il Muro di separazione in Cisgiordania, i checkpoint, il sistema di permessi, le strade «per soli israeliani», la frammentazione del territorio palestinese in Aree A, B e C: architetture di evitamento reso struttura.

Sul terzo gradino — la discriminazione strutturale — si trova l’accordo Italia-Albania sui centri di rimpatrio, il Regolamento Deportazioni europeo, la subordinazione del compenso degli avvocati al rimpatrio dei loro assistiti, il «permesso di soggiorno a punti», la cittadinanza come «appartenenza culturalmente certificata», la stretta sul diritto d’asilo, il nuovo regime dei visti, la limitazione dei ricongiungimenti familiari. E, a Occidente del Giordano, si trova la legge del 30 marzo 2026 che riserva di fatto la pena capitale ai soli palestinesi, un tribunale militare che giudica una popolazione civile occupata in violazione delle Convenzioni di Ginevra, un sistema giuridico che — secondo l’OHCHR — costituisce «un sistema istituzionalizzato di discriminazione […] in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid».

Sul quarto gradino — l’attacco fisico — si trovano i respingimenti violenti alle frontiere, le violenze negli hotspot, i morti nel Mediterraneo che non sono più naufragi accidentali ma conseguenza strutturale di una scelta politica, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti che colpiscono anche cittadini naturalizzati sulla base dell’aspetto o del cognome, le aggressioni squadriste tollerate in Italia, Germania, Francia. Si trovano i pogrom dei coloni in Cisgiordania, le violenze sessuali sistemiche documentate dal West Bank Protection Consortium, l’uccisione di una famiglia palestinese di ritorno dalla spesa per il Ramadan con settanta fori di proiettile sul parabrezza, i circa 1.071 palestinesi uccisi in Cisgiordania da militari e coloni dal 7 ottobre 2023.

Sul quinto gradino — lo sterminio o la rimozione forzata — si trova precisamente ciò che la «remigrazione» propone di istituzionalizzare: la deportazione sistematica di persone che nel diritto internazionale avrebbero titolo a restare. In Europa non è ancora operativa nella forma piena auspicata dai suoi teorici. Ma come ha scritto la giornalista Angela Mauro sulle pagine della Fondazione Feltrinelli nell’aprile 2026, essa costituisce «una breccia nella democrazia europea», «il ponte per passare dall’estremismo al mainstream». A pochissime ore di volo dalle capitali europee, invece, il quinto gradino è pienamente operativo: i 36.000 palestinesi espulsi dalla Cisgiordania in un anno secondo l’ONU, i 72.265 palestinesi uccisi a Gaza secondo il bilancio OCHA al 25 marzo 2026 e i 171.959 feriti (cifra probabilmente sottostimata secondo lo studio Lancet, che parla di oltre 75.000 decessi già a gennaio 2025), il «domicidio» come politica statale nel sud del Libano, la pena di morte etnicamente calibrata. Ed è operativo con l’appoggio politico, militare e commerciale delle stesse democrazie occidentali che, nelle loro retoriche domestiche, si dichiarano garanti dei diritti umani.

Cosa ci insegna Allport che la politica finge di aver dimenticato

La scala di Allport contiene, implicita, una promessa: ogni gradino può essere l’ultimo, se c’è la volontà collettiva di fermarsi. Allport scriveva, con un ottimismo che oggi suona quasi commovente: «Coloro che sono consapevoli dei propri pregiudizi, e se ne vergognano, sono già sulla via per eliminarli». Ma scriveva anche che l’inazione dei moderati, la razionalizzazione dei pregiudizi nei termini apparentemente neutri della sicurezza, dell’ordine, della legalità, dell’«identità», è esattamente ciò che permette la scalata.

La lezione operativa di Allport per il 2026 è triplice. Primo: il contatto. La separazione produce pregiudizio, il contatto interpersonale fra gruppi — in condizioni di parità, cooperazione e sostegno istituzionale — lo riduce. Ogni politica che aumenta la separazione (muri, campi, quartieri-ghetto, scuole separate, esclusione dai servizi, checkpoint militari, linee gialle che tagliano a metà un paese sovrano) lavora contro la democrazia. Secondo: il linguaggio. L’antilocuzione non è «aria fritta»: è il terreno su cui crescono tutti gli altri gradini. Nominare in modo eufemistico la deportazione — chiamarla «remigrazione», «rimpatrio assistito», «riconquista», «bonifica», «trasferimento volontario» — serve precisamente a rendere pensabile ciò che non dovrebbe esserlo. Terzo: le istituzioni. Il salto dal quarto al quinto gradino non lo fanno i singoli, lo fanno gli Stati. La battaglia decisiva si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle costituzioni, nelle corti internazionali. Un emendamento al decreto Sicurezza che subordina il compenso degli avvocati alla collaborazione con le politiche di rimpatrio non è un tecnicismo: è l’ingranaggio che fa scorrere la scala. Una legge della Knesset che riserva la pena capitale a una sola etnia non è un dettaglio penale: è la certificazione che la scala è stata percorsa fino all’ultimo gradino.

Settant’anni fa Gordon Allport mise in fila cinque parole — antilocuzione, evitamento, discriminazione, attacco fisico, sterminio — e ci lasciò una mappa. Il compito di chi non vuole percorrere quella strada fino in fondo è ancora lo stesso del 1954: riconoscere il gradino su cui ci troviamo, chiamare per nome ciò che il potere preferisce eufemizzare, organizzare una politica del contatto contro la politica della separazione. La remigrazione non è una proposta di governo: è il nome nuovo di una vecchia tentazione europea. La legge israeliana del 30 marzo 2026 non è una misura antiterrorismo: è la trascrizione in testo normativo di una gerarchia etnica che il Novecento aveva promesso di non riscrivere più. E, come settant’anni fa, la risposta non può che essere costituzionale, democratica, popolare — e, oggi, internazionalista. Senza la Palestina, qualsiasi discorso europeo sui diritti umani è ipocrisia. Senza l’Europa, qualsiasi discorso palestinese sulla giustizia rischia l’isolamento. La scala di Allport è una sola. Il compito di smontarla, pure.

Fonti

Allport, Gordon W., The Nature of Prejudice, Addison-Wesley, 1954 (ed. it. La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973).

Harvard Department of Psychology, scheda biografica di Gordon W. Allport.

Banaji, Mahzarin R., The Nature of Prejudice by Gordon W. Allport (1954), Harvard, 2019.

Wikipedia, Scala Allport (voce italiana) e Allport’s Scale (voce inglese).

Annamaria Testa, I discorsi d’odio non vanno sottovalutati, Internazionale, 9 luglio 2019.

Ninja.it, Che cos’è la scala di Allport e perché ha a che fare con gli haters online, ottobre 2023.

3plusinternational.com, From Words to Violence: Understanding Allport’s Theory of Escalation, febbraio 2026.

Angela Mauro, Remigrazione: una breccia nella democrazia europea, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 3 aprile 2026 (Agenda remigrazione n. 79).

Annalisa Camilli, La remigrazione nel decreto sicurezza, Internazionale, 21 aprile 2026.

Francesca De Benedetti, «Remigrazione» e dintorni: così gli xenofobi dettano l’agenda fin dentro l’Ue, Domani, 30 gennaio 2026.

Remigrazione, Salvini fa flop in piazza. Ma il governo la introduce per legge, Domani, 18-21 aprile 2026.

Rivista Studio, Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo, aprile 2026, con interventi di Marion Jacquet-Vaillant, Valerio Renzi, Lorenzo Pacini.

Il Post, Cos’è esattamente questa «remigrazione», 4 febbraio 2025; Il «Remigration summit» di Milano alla fine è diventato un’altra cosa, 18 aprile 2026.

Sky TG24, Remigrazione, annullata conferenza alla Camera organizzata da estrema destra, 30 gennaio 2026.

Progetto Melting Pot Europa, Per la destra europea, la remigrazione è iniziata, aprile 2026.

Il Foglio, Salvini prepara la sua legge sulla remigrazione, 2 febbraio 2026.

Avvenire, Il bluff della remigrazione. Solo uno slogan, ma pericoloso, 19 aprile 2026.

Tecnoandroid, Remigrazione: cos’è la parola che seduce l’ultradestra europea, aprile 2026.

Panorama, Remigrazione, il grande ritorno: da idea di estrema destra a politica condivisa in Europa, ottobre 2025.

MasterX (IULM), Lega e Patriots EU in piazza a Milano «Senza paura» apre a remigrazione, aprile 2026.

Vocabolario Treccani, voce Remigrazione, edizione 2025.

OHCHR — Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, rapporto su Cisgiordania novembre 2024-ottobre 2025, marzo 2026.

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Il Fatto Quotidiano, La legge sulla pena di morte in Israele trasforma la vendetta in strumento di governo, 3 aprile 2026.

L’Indipendente, Israele dà il primo via libera alla legge per la pena di morte solo per i palestinesi, 11 novembre 2025.

EUNews, Israel introduces death penalty for Palestinians accused of terrorism, 31 marzo 2026.

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Assopace Palestina / NRC, Cisgiordania: la violenza sessuale è alla base degli sfollamenti palestinesi, 20 aprile 2026.

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Collettiva / Il Manifesto, L’orrore in Cisgiordania, l’esercito di Israele e coloni, 18 marzo 2026.

La Regione, Onu denuncia espulsioni senza precedenti in Cisgiordania, 36.000 palestinesi sfollati in un anno, marzo 2026.

Domani, Cisgiordania, è record di sfollamenti forzati di palestinesi, 6 febbraio 2026.

Il Post, Israele sta demolendo un pezzo di Libano, 19 aprile 2026; Israele ha bombardato il Libano con un’intensità mai vista dall’inizio della guerra, 9 aprile 2026; Migliaia di sfollati stanno rientrando nel sud del Libano, 19 aprile 2026.

Vatican News, Libano, Beirut travolta dai raid israeliani: centinaia tra morti e feriti, aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, Israele oscura l’accordo con l’Iran e bombarda il Libano, 8 aprile 2026; Israele rade al suolo i villaggi del sud Libano: applicato il «modello Gaza», 20 aprile 2026.

L’Espresso, Spaccare il Libano è l’obiettivo di Israele, 16 aprile 2026.

Internazionale, Israele ribadisce di voler occupare una parte del sud del Libano al termine del conflitto, 1 aprile 2026.

BBC Verify, inchiesta satellitare sulle demolizioni israeliane nel sud del Libano, aprile 2026.

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B’Tselem e Breaking the Silence, rapporti 2025-2026 sulla violenza dei coloni in Cisgiordania.

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IARI, La reintroduzione della pena di morte in Israele: uno strumento genocidario della popolazione palestinese, 2 aprile 2026.

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SaluteInternazionale, Biopolitica del genocidio palestinese e La guerra eterna di Netanyahu, marzo-aprile 2026 (con dati OCHA e WHO aggiornati al 25 marzo 2026).

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Comitato Remigrazione e Riconquista, sito ufficiale remigrazione.org, dati al 16 aprile 2026.

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Sistema Penale, Dl sicurezza 2026: compensi agli avvocati in caso di rimpatrio volontario del migrante, aprile 2026.

TPI, Come funziona il premio per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, 22 aprile 2026.

Il Post, Il governo vuole pagare gli avvocati che riescono a far rimpatriare i migranti, 19 aprile 2026.

Askanews e Il Tempo, I «patrioti europei» a Milano, Bardella e Wilders sul palco con Salvini, 18 aprile 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

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L’Iran, Trump e la guerra come terapia del capitale

Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.

L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 

Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 

Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 

Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 

Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 

Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 

Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 

Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 

E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 

La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 

Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.

A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.

Fonti essenziali

Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 

Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 

Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 

Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 

Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 

Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.

LA BANALITÀ DEL MALE NELL’ERA DELLO SPETTACOLO

Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa

I. Il tempo delle abitudini impossibili

Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.

L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.

«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»

Stiamo assistendo, in tempo reale, alla costruzione di una nuova soglia del socialmente accettabile. E come ogni processo di questo tipo, avviene con la complicità — attiva o passiva — di chi dovrebbe presidiare le frontiere del giudizio critico: i media, l’intellettualità, le istituzioni.

II. La «Macarena» e la fine del pudore

L’immagine che resterà, che dovrà restare, di questa fase storica è quella di una superpotenza che annuncia l’inizio di operazioni militari — con decine di vittime civili, con la morte di figure di rilievo politico e religioso di rango internazionale — accompagnando il comunicato con una canzone da spiaggia estiva. Non è una metafora. È accaduto. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato la cosiddetta «decapitation strategy» contro l’Iran con uno spot che esaltava le capacità distruttive di una GBU-57 Massive Ordnance Penetrator sulle note della Macarena.

Il dato non è solo grottesco: è rivelatore. Rivela che non c’è più nemmeno la necessità della finzione istituzionale, quel minimo di paludamento retorico — «difesa dei valori democratici», «tutela della sicurezza internazionale» — con cui le potenze occidentali erano solite ammantare le proprie azioni militari. Siamo entrati in una fase di cinismo esibito, dove la performance della brutalità è diventata essa stessa strumento di proiezione del potere.

«Non è la violenza in sé a segnare un’epoca, ma il modo in cui la violenza viene raccontata, venduta, celebrata. Quella è la vera misura della barbarie.»

III. L’album di famiglia dell’Occidente

Sarebbe però un errore — oltre che una disonestà intellettuale — leggere questo momento come una rottura, come l’irruzione improvvisa di qualcosa di estraneo nel corpo sano di una tradizione democratica. La verità, più scomoda, è che stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato. E il campo è stato lavorato a lungo, con cura e metodo.

Basta ripercorrere la cronologia recente. Nel 2011, Hillary Clinton commentò l’uccisione di Muammar Gheddafi — catturato, sodomizzato con una baionetta e linciato — con un autocompiaciuto «We came, we saw, he died», declinazione cesariana offerta con il sorriso di chi ha appena chiuso un buon affare. Nessuno scandalo duraturo. Nessuna conseguenza politica significativa. Il gesto fu assorbito, metabolizzato, archiviato.

Nel 2012, il New York Times rivelò l’esistenza di una «kill list» settimanale: ogni giovedì, un alto funzionario della CIA si recava nello Studio Ovale per sottoporre al presidente Barack Obama — premio Nobel per la pace in carica — l’elenco delle persone da eliminare nel corso della settimana. Il giornale descrisse quella procedura come una prova della tenuta morale del presidente. La riflessione sulla natura di quella pratica rimase, nella sostanza, ai margini del dibattito pubblico.

«L’assuefazione al male non è un evento: è un processo. E ogni passaggio del processo ha avuto i suoi complici, le sue giustificazioni, i suoi silenzi opportuni.»

Il filo rosso che collega questi episodi non è ideologico nel senso stretto del termine: attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane, si nutre di retorica progressista non meno che di quella nazionalista. È strutturale. È il prodotto di un sistema di impunità costruito pazientemente, nel quale la potenza militare e tecnologica ha progressivamente eroso qualsiasi residua grammatica del diritto internazionale.

IV. Il «Frankenstein» e il ritorno del rimosso

In questo contesto, il ruolo di Israele — Stato cresciuto per ottant’anni in un regime di sostanziale impunità strutturale, che ha sviluppato un’expertise senza pari nell’assassinio politico sistematico come strumento di politica estera — non può essere letto semplicisticamente come causa di un processo di «israelizzazione» della cultura politica occidentale. Sarebbe riduttivo, e in parte anche fuorviante.

La relazione è più complessa e più perturbante: l’Occidente ha proiettato su Israele quella parte di sé che non poteva più esprimere direttamente, dopo Norimberga, dopo la decolonizzazione, dopo la codificazione dei diritti umani. Ha vissuto per interposta persona, attraverso quello Stato-di-eccezione istituzionalizzato, ciò che la grammatica pubblica delle democrazie liberali aveva reso inconfessabile. Ma il rimosso torna sempre. E quando torna, non bussa educatamente alla porta.

V. Chi è Trump? Una categoria politica inedita

Definire Trump è diventato un esercizio quasi impossibile, non per mancanza di strumenti analitici, ma per eccesso di categorie inadeguate. Non è Hitler: manca della dimensione tragica, del senso apocalittico della storia, dell’ideologia organica che trasformava la violenza in liturgia. Non è nemmeno il gangster del potere à la Savastano: a quel personaggio, pur nella sua brutalità, appartiene ancora una forma di coerenza interna, una logica d’accumulazione che implica una certa percezione delle conseguenze.

Trump sembra invece appartenere a una categoria politica genuinamente nuova, che potremmo chiamare il populismo dello spettacolo puro: un sistema in cui la realtà conta solo nella misura in cui può essere trasformata in contenuto, in cui la violenza è accettabile se accompagnata dalla giusta colonna sonora, in cui il calcolo politico è stato sostituito dalla logica dell’engagement. Non si odia, non si ama: si performa. E la performance, in questo momento storico, è la guerra.

«Quando il potere smette di sentire il bisogno di giustificarsi, non siamo di fronte a una crisi della democrazia: siamo di fronte alla sua sostituzione con qualcos’altro, che non ha ancora un nome preciso.»

VI. Dove porta questa strada

La domanda che dovremmo farci — con tutta la serietà che la gravità del momento esige — non è «come mai siamo qui?» ma «dove porta questa strada?». La risposta onesta è che non lo sappiamo con precisione. Ma alcune traiettorie sono già visibili.

La normalizzazione dell’assassinio politico come strumento di governance internazionale implica la dissoluzione di qualsiasi residua architettura multilaterale. Se i negoziatori possono essere eliminati fisicamente nella notte che precede i colloqui — come accaduto a Doha, come accaduto in Oman — allora la diplomazia cessa di essere uno spazio possibile e diventa semplicemente l’anticamera dell’esecuzione. Chi accetterà ancora di sedersi a un tavolo?

La banalizzazione dello spettacolo bellico attraverso la sua gamification — lo spot con la GBU-57, la Macarena come colonna sonora del bombardamento — produce un effetto di desensibilizzazione sistematica nelle opinioni pubbliche occidentali, che è già avanzato ben oltre la soglia dell’allarme. Non è fantascienza distopica: è la cronaca di questi giorni.

Infine — e questo è forse il dato più inquietante — l’assenza di qualsiasi reazione critica significativa da parte delle opposizioni politiche e dell’intellettualità nei paesi occidentali suggerisce che il processo di normalizzazione ha già raggiunto le sue istituzioni e i suoi corpi intermedi. Quando il male non scandalizza più chi avrebbe il compito di scandalizzarsi, la banalizzazione è compiuta.

Non è troppo tardi per aprire gli occhi. Ma non è mai stato così urgente farlo. L’inferno di cui si parla non è una profezia apocalittica: è il nome tecnico di ciò che accade quando una civiltà smette di fare i conti con se stessa e con il proprio album di famiglia. Quell’album esiste. Ha molte pagine. E alcune di esse le abbiamo scritte noi.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

mariosommella.wordpress.com

Il Paradigma dell’Autoritarismo Soft e il vuoto dell’alternativa

Perché il 22 marzo si vota sul futuro della democrazia italiana — e perché la sinistra deve cambiare passo

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è una consultazione sulla magistratura. È, nella sua sostanza più profonda, un referendum sul modello di Stato che il governo Meloni sta costruendo mattone dopo mattone, decreto dopo decreto, da quando si è insediato a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. Lo hanno scritto con lucidità e rigore Alessandra Algostino, Chiara Giorgi, Donatella della Porta, Francesco Pallante e Mario Pianta in un articolo pubblicato su il manifesto il 23 febbraio 2026, al quale questo contributo si riallaccia, ampliandone le argomentazioni e, quando necessario, correggendone le omissioni.¹

Perché c’è una omissione rilevante in quell’analisi, pur meritoria: la critica al governo Meloni — per quanto fondata e necessaria — rischia di diventare un atto di accusa privo di prospettiva, se non è accompagnata da un’altrettanto severa autocritica verso le forze che a questo governo si oppongono. La denuncia del paradigma autoritario è doverosa. Ma è insufficiente, se non si risponde all’interrogativo che tanti cittadini, disorientati e stanchi, si pongono ogni mattina: e l’alternativa qual è?

Nelle pagine che seguono analizzeremo il progetto istituzionale del governo Meloni con la chiarezza che merita — riconoscendone, dove esistono, i meriti di coerenza e compattezza — e affronteremo con eguale franchezza i limiti strutturali dell’opposizione. Con la convinzione che nessuna democrazia si salva solo per opposizione: si salva con una visione. E quella visione, nel campo progressista, è ancora tragicamente assente.

I. Il governo Meloni: coerenza di progetto e compattezza di fronte

Fare critica politica rigorosa impone, prima di tutto, onestà intellettuale. E l’onestà impone di riconoscere quello che il governo Meloni ha dimostrato in questi anni: una coerenza di progetto e una compattezza politica che i suoi avversari non hanno saputo eguagliare. Giorgia Meloni governa da oltre tre anni con la stessa coalizione, gli stessi ministri chiave, la stessa agenda di fondo. Il calo di consensi esiste, ma è contenuto: secondo gli ultimi sondaggi FdI si attesta attorno al 28-29%, Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, e la coalizione di centrodestra nel suo insieme conserva una maggioranza che nessun governo italiano aveva retto con tale continuità almeno dagli anni di Berlusconi.

Questo dato non va rimosso né derubricato a pura propaganda. Il governo Meloni ha una idea di società. Che sia condivisibile o meno è un altro discorso — e non lo è, per chi scrive, nei termini che argomenteremo —, ma l’idea c’è, ed è articolata: Stato forte al centro, privato che opera nello spazio che il pubblico arretra, gerarchie tra territori e tra istituzioni, magistratura ricondotta nei ranghi, identità nazionale come collante. È una visione — organica, coerente, internamente logica — della società del futuro. Noi la contestiamo punto per punto, perché la riteniamo lesiva dei principi costituzionali e dei diritti della persona. Ma non possiamo permetterci il lusso di ignorarla.

La compattezza della maggioranza, peraltro, non è solo il frutto di una disciplina partitica verticale. È anche il prodotto di una narrativa efficace: quella della stabilità come valore supremo, del governo che “porta a termine quello che inizia”, del leader che non teme di andare fino in fondo. In un Paese che ha consumato governi come camicie, questa narrazione attecchisce. Che sia supportata da fatti reali o da un’illusione sapientemente costruita è questione da discutere — e la discuteremo. Ma ignorarla è un errore politico che l’opposizione non può più permettersi.

II. La riforma della magistratura: non solo separazione delle carriere

Chiarito questo punto di metodo, possiamo entrare nel merito. La narrazione dominante vuole che il referendum del 22 marzo riguardi la “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che gode di una certa simpatia trasversale, e che il governo ha abilmente posto al centro della comunicazione, oscurando i contenuti ben più profondi e perturbanti della riforma.

La legge costituzionale approvata nell’ottobre 2025 modifica sette articoli della Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce tre cambiamenti strutturali. Primo: vengono istituiti due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pm — in luogo del CSM unico che la Costituente del 1948 aveva concepito come “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario. Secondo: i componenti dei nuovi organi non verranno eletti dai magistrati stessi, ma estratti a sorte: solo i magistrati, tra tutti i cittadini italiani, saranno privati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Terzo: viene istituita una nuova Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, sottraendo questa funzione ai Consigli superiori.

La proliferazione di organi — tre dove prima ve ne era uno — non rafforza l’indipendenza della magistratura: la parcellizza, la fragilizza, la espone a pressioni politiche che il CSM unitario, con tutti i suoi difetti, ha storicamente retto meglio. Come sottolineano i giuristi del comitato per il No, l’art. 104 Cost. rimarrà formalmente invariato nel proclamare l’autonomia della magistratura, ma i pilastri istituzionali che rendono quell’autonomia effettiva vengono sistematicamente smontati. Non a caso la stessa premier Meloni ha dichiarato pubblicamente la necessità di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni politiche: una affermazione che rivela, più di qualsiasi altro elemento, l’ispirazione autentica del progetto.

Peraltro, va detto con chiarezza: la riforma è stata approvata per la prima volta nella storia repubblicana con un procedimento “blindato” che ha impedito ai parlamentari di presentare emendamenti nelle successive letture. È la prima volta che una modifica costituzionale — uno degli atti più solenni della vita democratica — viene imposta senza possibilità di dialogo parlamentare. Questo, da solo, basterebbe a motivare un voto No.

III. Il paradigma del controllo: decreti, scudo erariale, autonomia differenziata

Il referendum è un tassello. Ma il disegno è più vasto. Nei primi mille giorni di governo, Palazzo Chigi ha prodotto cento decreti legge. In frequenza assoluta, il dato è analogo ai governi precedenti; in profondità dei cambiamenti imposti per via d’urgenza, non lo è. Il “premierato di fatto” — come l’ha efficacemente definito il manifesto — si costruisce pezzo per pezzo: decreti blindati, fiducia sistematica, veto agli emendamenti parlamentari sulle riforme costituzionali.

A fine 2025 è stato istituito lo “scudo erariale”: la Corte dei Conti ha perduto il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche errate. Il principio di responsabilità — che è il cuore di ogni Stato di diritto — viene sostituito da una protezione preventiva dell’esecutivo. Nel paradigma Meloni, chi decide non deve rendere conto: né al Parlamento, né ai giudici, né alla Corte dei Conti.

L’autonomia differenziata, pur ridimensionata dalla Corte Costituzionale, continua a strutturare il progetto territoriale del governo: decentrare alle regioni più ricche competenze e risorse, consacrando le disuguaglianze storiche tra Nord e Sud. Il risultato è quella combinazione paradossale — ma politicamente coerente — di centralismo verticale e frammentazione orizzontale dei diritti: il governo al centro decide tutto, ma i diritti dei cittadini dipendono dalla latitudine geografica in cui sono nati.

IV. Sanità e università: lo Stato che si ritira

A gennaio 2026 il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega sulla sanità. Il testo concentra risorse e nomine degli “ospedali di terzo livello” sotto il controllo diretto del governo, sottraendoli alle regioni e al sistema territoriale. La medicina di prossimità — quella dei medici di base, dei consultori, dell’assistenza domiciliare — viene definanziata per alimentare poli di eccellenza inaccessibili alla maggioranza dei cittadini. Parallelamente cresce lo spazio ai privati, finanziati con denaro pubblico. È la costruzione di un sistema a doppio binario: cure rapide di qualità per chi può permettersi di pagare, lunghe attese e servizi degradati per tutti gli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione come “fondamentale”, si trasforma in un bene di consumo.

L’università pubblica vive una crisi analoga, aggravata da riforme che ne accelerano il declino. L’Italia conta già il 23% di laureati tra i 25 e i 64 anni, contro il 46% della Francia. Nel decennio 2011-2024 ben 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni circa 14.000 ricercatori si sono trasferiti all’estero. Su questo sistema già fragile si abbattono ora il decreto sulle figure precarie (giugno 2025), la riforma dell’ANVUR trasformata da agenzia indipendente a braccio ministeriale (gennaio 2026), la nuova legge sui concorsi che indebolisce i criteri qualitativi. Intanto le università telematiche private — la maggiore, Multiversity SpA, è di proprietà del fondo inglese CVC Capital Partners — accumulano 70 milioni di profitti annui con un rapporto docenti-studenti dieci volte peggiore degli atenei pubblici. Nel novembre 2025, 140 Società scientifiche hanno firmato un documento d’allarme: “Si profila un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.”

V. Lo Stabilicum e il domino finale: costruire le regole su misura

Il 26 febbraio 2026 — nella notte, in un blitz consumato nella sede di via della Scrofa — il centrodestra ha depositato alla Camera e al Senato la nuova proposta di legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum”: proporzionale con premio di governabilità alla coalizione che superi il 40% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), sbarramento al 3%, indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma di coalizione. I collegi uninominali — quelli che nel 2022 avevano garantito la maggioranza alla destra, ma che con un’opposizione unita avrebbero oggi prodotto un sostanziale pareggio secondo le simulazioni di YouTrend — vengono eliminati.

L’operazione politica è trasparente. Con l’attuale Rosatellum e un centrosinistra unito, le simulazioni mostrano la Camera con 192 seggi al centrosinistra contro 186 al centrodestra, e un sostanziale pareggio al Senato: nessuna maggioranza assoluta, necessità di trattare, fine della stabilità monocromatica di Palazzo Chigi. Con lo Stabilicum, lo stesso centrodestra passerebbe dal 46% dei voti al 57% dei seggi: una distorsione della rappresentatività che molti costituzionalisti giudicano a rischio Consulta. Cambiare le regole del gioco a diciotto mesi dalle elezioni, esattamente quando il vecchio sistema inizia a sfavorire chi governa: questa è la reale posta del progetto Meloni.

Il premierato formale — la riforma costituzionale che avrebbe introdotto l’elezione diretta del Presidente del Consiglio — è stato prudentemente accantonato, non rinunciato. La strategia è più sottile: costruire con la legge ordinaria gli effetti del premierato senza passare per la revisione costituzionale e il relativo referendum. Come scrive Arianna Meloni, responsabile della segreteria FdI: “La nuova legge elettorale anticiperà il premierato, la madre di tutte le riforme.” Un’ammissione di rara chiarezza su ciò che si persegue.

VI. Il campo largo e la crisi dell’alternativa: la sinistra di fronte allo specchio

Fin qui la critica al governo Meloni. È fondata, è documentata, è necessaria. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, come se la democrazia italiana si potesse salvare per inerzia del governo avverso, senza che chi gli si oppone si assuma la responsabilità di proporre qualcosa di meglio.

La realtà è che il cosiddetto “campo largo” — PD, M5S, AVS e alleati minori — ha contrasto con forza molte delle politiche descritte in queste pagine. Ma ha offerto, finora, una resistenza senza visione. Ha detto no alla riforma della magistratura, no all’autonomia differenziata, no allo Stabilicum. No, no, no. Il diritto all’opposizione è sacrosanto. Ma gli elettori — quelli che si allontanano dai seggi ad ogni tornata, quelli che non si sentono rappresentati da nessuno degli schieramenti — chiedono qualcosa di più di un catalogo di rifiuti: chiedono un’idea di futuro.

E all’interno dello stesso centrosinistra le contraddizioni sono laceranti. Il PD si divide sulla pace e sulla guerra: vi sono esponenti dem che sostengono il riarmo europeo e il supporto militare all’Ucraina in termini quasi identici a quelli del governo Meloni, e altri che invocano una via diplomatica immediata. Su Israele e la Palestina la frattura è ancora più profonda: mentre una parte del partito sottoscrive le posizioni dei movimenti per il cessate il fuoco e per il riconoscimento dello Stato palestinese, un’altra rimane agganciata a formule di “dialogo” che suonano vuote di fronte ai dati del massacro in corso a Gaza. Queste non sono sfumature: sono contraddizioni di sostanza che lacerano la credibilità dell’alleanza di fronte agli elettori più sensibili ai temi della pace e dei diritti internazionali.

Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte occupa uno spazio di protesta sociale — i rider sfruttati, i giovani sottopagati, il reddito di base — che è reale e prezioso, ma che stenta a tradursi in un programma di governo credibile. Conte è abile nell’identificare le ferite sociali; lo è meno nel proporre le cure strutturali. Carlo Calenda e Azione hanno scelto la strada dell’autonomia — correre da soli, proporre un centro “pragmatico e riformista” — accentuando la frammentazione e riducendo lo spazio per un’alternativa coesa. La nuova legge elettorale, con la sua soglia al 3% e l’obbligo di indicare il candidato premier, renderà questa frammentazione ancora più costosa.

Il risultato è che la mossa dello Stabilicum — pur essendo un’operazione politicamente scorretta, costruita su misura per perpetuare il potere dell’attuale maggioranza — ha centrato l’obiettivo politico: ha aperto nel campo progressista una discussione sul leader, sulle primarie, sulle alleanze, che rischia di consumare le energie che andrebbero dedicate alla costruzione di un programma. Come ha scritto con lucidità il Fogliettone: “Il problema per il centrosinistra non è più solo quello di opporsi a una legge, ma di dimostrare di esistere come alternativa di governo.”

VII. Cosa propone la sinistra? Appunti per un progetto di paese

È tempo che le forze progressiste smettano di inseguire le trappole del governo e inizino a costruire la loro. Non con i gazebo delle primarie come primo atto della stagione politica, ma con un programma. Non con i tatticismi sulle alleanze, ma con una visione del Paese che si vuole costruire. Non con il linguaggio dell’emergenza permanente — “bisogna fermare Meloni” — ma con il linguaggio della proposta concreta.

Questa visione esiste, nei fatti e nella Costituzione. La Carta del 1948 è già un programma di governo straordinariamente attuale: basta leggerla. L’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo), l’art. 3 (compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale), l’art. 32 (la salute come diritto fondamentale), l’art. 33 (libertà dell’arte e della scienza), l’art. 36 (retribuzione proporzionata e sufficiente), l’art. 53 (il sistema fiscale deve essere progressivo). Attuare la Costituzione non è uno slogan: è un programma di governo che nessun governo italiano ha mai realizzato pienamente.

Su questa base, alcune linee concrete. Sul piano istituzionale: difesa della separazione dei poteri come patrimonio non negoziabile, riforma del CSM che ne rafforzi l’indipendenza senza smantellarne l’autogoverno, e impegno vincolante a non modificare la legge elettorale a ridosso delle elezioni senza un accordo parlamentare largo. Sul piano sociale: un Servizio sanitario nazionale universale, finanziato con risorse adeguate e non con i tagli ai servizi territoriali; un piano straordinario per l’università e la ricerca, con obiettivi di avvicinamento ai livelli europei di investimento; un salario minimo legale dignitoso e la lotta alla precarietà strutturale del mercato del lavoro. Sul piano internazionale: un impegno per la pace in Ucraina che non escluda la via diplomatica, il riconoscimento dello Stato palestinese come atto minimo di coerenza con il diritto internazionale, e la costruzione di un’Europa della difesa comune che non sia solo un aumento delle spese militari nazionali.

Su questi temi, le contraddizioni interne al campo progressista devono essere risolte — non rinviate. Risolte con chiarezza e con coraggio, anche a costo di perdere qualche alleato che non è davvero tale. Una coalizione che governa con una voce sola su dieci punti essenziali vale più di una coalizione che conta venti partiti e non riesce a decidere nulla. La storia italiana degli ultimi trent’anni offre esempi eloquenti in entrambe le direzioni.

Va detto, infine, qualcosa di scomodo: il campo progressista ha bisogno di fare pulizia interna. Non nel senso brutale delle purghe, ma nel senso della chiarezza. Chi non condivide i valori di base — la pace come metodo, i diritti umani come universali, la difesa della Costituzione come priorità non negoziabile — non può essere parte di una coalizione che su quei valori vuole vincere. I rami secchi che alimentano le contraddizioni interne — quelli che sul genocidio di Gaza trovano distinguo imperdonabili, quelli che sul riarmo si scopre più vicini a Meloni che a Schlein — andrebbero potati con rispetto ma con fermezza. Non è intolleranza: è la condizione minima per essere credibili.

VIII. Il 22 marzo: democrazia come pratica quotidiana

C’è una tentazione, in queste settimane di campagna referendaria, di ridurre la posta in gioco a una questione tecnica. È una tentazione da respingere. Il 22 marzo non si vota su una procedura: si vota su un’idea di Stato.

Il governo Meloni ha una visione coerente, lo abbiamo riconosciuto. Ed è esattamente questa coerenza che la rende pericolosa: non è il caos improvvisato del populismo, ma il progetto organizzato dell’autoritarismo soft. La centralizzazione del potere esecutivo, l’erosione dei contrappesi istituzionali, la privatizzazione dei diritti, la riscrittura delle regole elettorali su misura — tutto questo si regge su una logica che, se non viene fermata, diventa irreversibile.

Il No al referendum non è la soluzione di tutti i problemi. Non risolverà le contraddizioni del centrosinistra, non costruirà da solo l’alternativa che manca, non sostituirà il lavoro politico che i progressisti devono fare su se stessi. Ma è il primo atto necessario: fermare il domino prima che cada l’ultimo tassello. Una vittoria del Sì — come scrivono gli analisti più lucidi — sarebbe il vento in poppa che Meloni aspetta per procedere con la nuova legge elettorale e con il premierato, formale o sostanziale che sia.

Come ricordava Gustav Heinemann: “La libertà non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica.” Praticarla, il 22 e il 23 marzo, significa andare ai seggi. Significa votare No. E significa, il giorno dopo, riprendere il lavoro più lungo e più difficile: costruire l’alternativa che questo Paese merita. Non con le illusioni, ma con le certezze di chi sa cosa vuole. Con la forza di chi sa da che parte sta. Con la chiarezza di chi non ha paura di dirlo.

Note e fonti

¹ Algostino A., Giorgi C., della Porta D., Pallante F., Pianta M., “Il paradigma Meloni e il No al referendum”, il manifesto, 23 febbraio 2026. Ripubblicato su sbilanciamoci.info.

² CGIL, “Referendum giustizia, 5 motivi per votare No”, gennaio 2026; CGIL, “Riforma della magistratura, le ragioni del No”, febbraio 2026.

³ Sulla struttura della riforma: truenumbers.it, “Referendum giustizia 2026: guida definitiva”; money.it, “Il referendum giustizia 2026 spiegato bene”, febbraio 2026.

⁴ Sul “premierato di fatto”: il manifesto, “Il premierato di fatto è già tra noi”, gennaio 2025; rivistailmulino.it, “Premierato e legge elettorale: il bivio di Giorgia Meloni”, luglio 2025.

⁵ Sulla legge elettorale “Stabilicum”: editorialedomani.it, “Depositata la legge elettorale voluta da Meloni”, 27 febbraio 2026; ilfattoquotidiano.it, “Legge elettorale proporzionale con premio: come avvantaggia la destra”, 27 febbraio 2026; simulazione YouTrend per SkyTg24, febbraio 2026.

⁶ Sull’opposizione e le sue contraddizioni: ilfogliettone.it, “Legge elettorale, la mossa di Meloni centra l’obiettivo: Schlein e Conte costretti a un duello”, 26 febbraio 2026; quotidianodelsud.it, “L. elettorale, campo largo dice no ma si apre partita leadership”, 26 febbraio 2026.

⁷ Sui dati università: OCSE Education at a Glance 2024; ISTAT, Rapporto annuale 2024. Sul documento delle 140 Società scientifiche, novembre 2025.

⁸ Arianna Meloni su premierato e legge elettorale: ilgiornale.it, intervista, dicembre 2025.

IL PATRIARCATO ARMATO

Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio

«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.

Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.

I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN

Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».

Tra le violazioni citate compaiono schiavitù sessuale, tortura, violenza riproduttiva, sparizioni forzate, femminicidio. Non semplici reati. Crimini contro l’umanità. La differenza non è terminologica: è la differenza tra un processo penale ordinario e una responsabilità che chiama in causa il diritto internazionale. È la differenza tra un delinquente e un sistema.

Il file EFTA02731395, il diario di una minorenne, racconta dell’esistenza di quello che può essere descritto solo come una fabbrica della stirpe: bambine usate come incubatrici nel ranch del Nuovo Messico di Epstein, a cui il figlio appena partorito veniva strappato dalle braccia. Epstein, secondo i suoi stessi scritti, voleva che il proprio seme fecondasse almeno venti donne al giorno. Non è la fantasia malata di un singolo. È un programma. Ha un nome, una filosofia, dei finanziatori, degli alleati intellettuali.

II. LA SCIA IDEOLOGICA: DALL’EUGENETICA COLONIALE ALLA SILICON VALLEY

Per comprendere la profondità dell’abisso, occorre tornare indietro di trent’anni. Nel 1994, Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicano The Bell Curve, un testo che sostiene l’esistenza di differenze cognitive ineludibili tra gruppi razziali, in particolare tra neri e bianchi. Il rimedio suggerito dagli autori è agghiacciante nella sua brutalità burocratica: scoraggiare le politiche di welfare per le donne a basso reddito, perché «spingono a fare figli le donne sbagliate». L’eugenetica coloniale riconfezionata come politica sociale. La pseudoscienza razzista con l’abito del paper accademico.

Epstein conosceva bene questo universo. Nella sua corrispondenza con Noam Chomsky, citava materiali provenienti da ambienti di estrema destra e discuteva di «scienza della razza» con una disinvoltura che rivela la normalizzazione di quelle categorie dentro reti di potere e rispettabilità sociale. Già da anni erano emersi i suoi finanziamenti a centri di ricerca specializzati nel controllo della popolazione e i legami con scienziati noti per posizioni razziste o apertamente eugenetiche.

I documenti emersi più di recente hanno aggiunto un tassello ulteriore: nelle comunicazioni con esponenti della Silicon Valley e del mondo dell’intelligenza artificiale compaiono discussioni sui presunti meriti della pseudoscienza razzista, ipotesi sulla superiorità cognitiva dei bianchi, teorie sulla morte di massa come strumento di gestione del pianeta. Il punto non è solo ciò che viene detto. È il contesto in cui viene detto: ambienti tecnologici e finanziari che si presentano come avanguardia del futuro, ma che in alcuni casi riaprono il cassetto più oscuro del Novecento.

Il caso più clamoroso è quello di Elon Musk, il cui nome compare nei file in relazione a una cena del 2015 organizzata da Reid Hoffman a Palo Alto, alla presenza di figure di primo piano della tecnologia e della ricerca. Nessuno dei partecipanti a quella cena è stato accusato di reati sulla base di quel solo elemento. Ma il dato politico e culturale resta: mentre si consolidano queste reti, Musk rende pubblica da anni la propria ossessione per la «crisi demografica» dell’Occidente, e immagina la riproduzione come compito storico delle élite. Il progetto di portare il proprio seme su Marte non è soltanto una bizzarria da miliardario. È la versione postmoderna di un immaginario eugenetico: la stirpe del padrone trasformata in destino cosmologico.

III. IL COMPLESSO SERVO-PADRONE: LA LETTURA DI MELINDA COOPER

La politologa australiana Melinda Cooper ha offerto una chiave di lettura preziosa per comprendere ciò che troppo spesso viene separato: da un lato gli abusi ripetuti e sistemici su donne e minori, dall’altro la fascinazione della «classe Epstein» per l’eugenetica e la supremazia bianca.

Cooper torna a Freud e a Totem e tabù per ricordare che l’inconscio collettivo è abitato dall’idea di orda: una fantasia primordiale di ordine tribale in cui i patriarchi si servono del possesso delle donne per creare una propria stirpe e ottenere una forma di immortalità. In questa prospettiva, pedofilia e riproduzione della stirpe non sono elementi casualmente accostati. Sono parti della stessa logica di dominio. Il corpo della donna e, nel caso dei minori, il corpo del futuro, non viene mai concepito come soggetto. Viene trattato come oggetto, come territorio da colonizzare.

Dietro la rete Epstein emerge così un’idea di società interamente regolata sulla relazione tra servo e padrone, in cui il dominio si fonda tanto sulla violenza economica quanto su quella sessuale. Lo scopo delle élite economiche che si muovono in questo orizzonte non è soltanto accumulare ricchezza, ma estendere un modello di comando anti-democratico all’intera società, celebrando una visione tribale, gerarchica, allergica all’eguaglianza. Una visione che non è una deviazione estrema del sistema. È la sua forma più nuda, quella che smette di fingere.

IV. NICK FUENTES E I GROYPERS: IL NAZISMO NON IRONICO MASCHERATO DA NAZISMO IRONICO

Mentre si svelano le dimensioni dell’impero Epstein, nell’ecosistema della destra americana emerge con crescente visibilità una figura che sembra incarnare in forma pubblica e mediatica l’ideologia coltivata in privato da quell’impero: Nick Fuentes, 27 anni, di Chicago, streamer politico, leader dei Groypers, autore di alcune delle affermazioni più esplicitamente fasciste prodotte da un influencer mainstream negli ultimi decenni.

L’11 febbraio 2025, nel suo programma America First su Rumble, Fuentes ha dichiarato: «Il nemico politico numero uno sono le donne. Devono essere arrestate». Poco dopo ha aggiunto che le donne che riducono il tasso di fertilità dovrebbero essere «spedite in gulag di riproduzione forzata». Le «buone» sarebbero liberate; le «cattive» condannate ai lavori forzati nelle miniere. Parole che non arrivano da un regime totalitario del secolo scorso, ma da una piattaforma di streaming contemporanea, davanti a centinaia di migliaia di utenti.

Non si tratta di una provocazione isolata. Nel corso della sua carriera, Fuentes ha sostenuto che le donne debbano «tornare in cucina», ha minimizzato la violenza sessuale, ha associato gli omosessuali alla pedofilia, ha descritto la segregazione razziale come una condizione preferibile per gli afroamericani, ha elogiato Hitler e banalizzato l’Olocausto con un linguaggio volutamente osceno. Il suo antisemitismo non è allusivo o simbolico: è esplicito, classico, da propaganda novecentesca.

Il meccanismo retorico è noto e terribilmente efficace: usare il linguaggio dell’odio in forma semischerzosa, con l’ironia come scudo, per rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe immediatamente inaccettabile. È il passaggio dal “non si può dire” al “si può dire per scherzo”, e da lì al “si può dire sul serio”. In questo modo il nazismo non ironico viene fatto passare come nazismo ironico, finché la maschera cade ma il pubblico è già stato addestrato.

L’obiettivo è abbattere la finestra di Overton: rendere pensabile, poi dicibile, poi normale ciò che fino a pochi anni prima sarebbe stato considerato impensabile. E questo processo non riguarda più soltanto nicchie estremiste. Interi segmenti della nuova destra istituzionale convivono con questo linguaggio, lo sfiorano, lo legittimano, lo normalizzano senza mai assumerlo fino in fondo. È il modo più efficace per farlo crescere.

V. UN’IDEOLOGIA SENZA CONFINI: DAL RANCH DEL NUOVO MESSICO AL PODCAST MAINSTREAM

Cosa collega il ranch del Nuovo Messico di Epstein alle dirette di Fuentes su Rumble? Non una cospirazione lineare. Qualcosa di più profondo e diffuso: un’ideologia condivisa, un’antropologia reazionaria che concepisce il mondo come una gerarchia naturale in cui i forti hanno il diritto, anzi il dovere, di esercitare il dominio sui deboli, sulle donne, sui non-bianchi, sulle generazioni future.

In Epstein questa ideologia si esprimeva nel privato più segreto e criminale: la costruzione letterale di una stirpe, il controllo del corpo delle donne come strumento riproduttivo, la complicità di un’élite finanziaria, scientifica e politica attratta da quel nucleo di potere. In Fuentes si esprime nel pubblico più sfacciato: il linguaggio dell’odio portato fuori dai forum neonazisti e dentro lo studio televisivo, con giacca, cravatta e ironia calcolata.

Il comune denominatore è la disumanizzazione delle donne. Nel caso Epstein, è materiale e brutale: corpi ridotti a incubatrici, ragazze comprate, vendute, trafficate, torturate. Nel caso Fuentes, è programmatica: le donne sono il nemico, vanno rinchiuse, controllate, ridotte a funzione biologica. In entrambi i casi è in gioco la stessa ontologia reazionaria: la donna come non-persona, come territorio, come proprietà.

E in entrambi i casi, qui sta il nodo più inquietante, questa ontologia non vive ai margini del potere. Convive con esso. Talvolta ne parla la lingua, ne frequenta i salotti, ne attraversa le piattaforme, ne utilizza i codici.

VI. L’IMPUNITÀ COME SISTEMA

Gli esperti dell’ONU pongono una domanda che nessun governo sembra disposto ad affrontare fino in fondo: come ha potuto una rete simile prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche di diversi Paesi? La risposta è scomoda perché implica che l’impunità non fosse un difetto del sistema, ma una sua caratteristica strutturale.

Il rilascio dei documenti è avvenuto dopo anni di resistenza, con ritardi, lacune e perfino con la divulgazione accidentale di informazioni sensibili sulle vittime prima che fossero oscurate. In Europa, l’emergere di legami con la rete Epstein ha prodotto dimissioni e inchieste. Negli Stati Uniti, invece, molte figure coinvolte nei circuiti di relazione e influenza continuano a occupare spazi di potere o restano protette da un cono d’ombra politico e mediatico.

Anche la gestione istituzionale della vicenda rivela una logica selettiva: la trasparenza viene invocata e praticata in modo intermittente, spesso piegata alla convenienza del momento, mentre il cuore del problema resta intatto. La politica, anche qui, si mostra coerente con l’ideologia del dominio: l’impunità è un privilegio di casta. La legge è per i subordinati.

VII. IL PROBLEMA DEI LIMITI: LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E DIGNITÀ UMANA

Questa riflessione non può chiudersi senza affrontare una questione difficile ma inevitabile: quali limiti porre? Non si tratta di invocare censura generalizzata né repressione dell’opinione. Si tratta di capire se esista, e debba esistere, una frontiera oltre la quale certi contenuti non possono essere protetti in nome della libertà d’espressione, non perché offendono la sensibilità di qualcuno, ma perché costituiscono istigazione al crimine, negazione della personalità giuridica di gruppi umani, preparazione ideologica alla violenza.

Quando Nick Fuentes dichiara in diretta che le donne dovrebbero essere rinchiuse in gulag di riproduzione forzata, non sta semplicemente esercitando la libertà di parola in senso liberale. Sta formulando, sotto la copertura dell’ironia, una proposta criminale. Il confine tra provocazione e incitamento non è sempre semplice da tracciare, ma in alcuni casi è impossibile non vederlo. E ignorarlo non è neutralità. È complicità.

Le democrazie mature hanno già affrontato questa tensione. Esistono strumenti giuridici che puniscono la negazione dell’Olocausto, l’istigazione all’odio, l’abuso dei diritti per distruggere i diritti altrui. Il problema non è l’assenza di norme. È la mancanza di volontà politica quando a parlare non è un estremista isolato, ma un influencer con milioni di visualizzazioni o una figura che gravita attorno ai centri del potere.

La risposta, però, non può essere soltanto giuridica. Deve essere anche culturale, educativa, politica. Significa non lasciare soli i giovani, e in particolare i giovani maschi, in un ecosistema digitale dove le voci più forti sono spesso quelle che offrono una spiegazione semplice e tossica alla complessità: la colpa è delle donne, degli ebrei, degli immigrati, dei “globalisti”. Significa costruire narrazioni alternative capaci di parlare anche alla dimensione emotiva, identitaria, relazionale. Significa, soprattutto, interrompere lo sdoganamento dall’alto.

Non si rieduca con la violenza. Si rieduca con la cultura, con la presenza, con l’esempio. Ma c’è un prerequisito decisivo: riconoscere che il problema esiste. E che non è confinato ai margini. È al centro.

QUANDO L’INGIUSTIZIA SI FA SISTEMA

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.» Non è una citazione romantica. È una descrizione della realtà che stiamo vivendo.

Gli Epstein Files non sono uno scandalo nel senso giornalistico del termine. Sono uno specchio. Riflettono un sistema di potere che ha prodotto e protetto una rete criminale globale organizzata attorno all’idea che alcune persone siano superiori e abbiano dunque il diritto di disporre delle vite, dei corpi e persino delle future generazioni degli “inferiori”. Questa idea non nasce con Epstein e non muore con lui. Si diffonde nelle email delle élite tecnologiche, nei forum neonazisti, nelle dirette streaming di giovani arrabbiati che trovano in Fuentes una spiegazione del mondo e una comunità pronta ad accoglierli.

Il filo che collega Epstein a Fuentes, la villa di Palm Beach al ranch del Nuovo Messico, le conversazioni sulla “scienza della razza” ai gulag di riproduzione forzata predicati in diretta, non è complottismo. È analisi. È il filo di un’ideologia che considera le donne non-persone, la razza una gerarchia naturale, la democrazia un inganno dei deboli ai danni dei forti, e la violenza, sessuale, economica, simbolica, uno strumento legittimo di governo.

Dobbiamo essere grati, e qui il femminile è voluto, alle sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare. Alle protagoniste del #MeToo che hanno saputo nominare per prime il mondo che stava emergendo. Agli esperti dell’ONU che hanno usato le parole giuste anche quando fa paura farlo. E dobbiamo essere disposti a fare la nostra parte: nominare chiaramente ciò che vediamo, non accettare la normalizzazione, non confondere la libertà d’espressione con il diritto all’impunità ideologica.

Siamo nel terzo millennio. Certe cose non possono essere trattate come semplici opinioni legittime in un dibattito pluralista. Non perché siano solo offensive. Perché sono crimini annunciati.

Fonti e riferimenti

I. Dichiarazione congiunta degli esperti indipendenti ONU (Consiglio per i diritti umani), febbraio 2026.
II. Byline Times, inchiesta sui legami tra Epstein, “race science” e ambienti dell’AI nella Silicon Valley, dicembre 2025.
III. CNBC, approfondimento sui legami di Epstein con la Silicon Valley, febbraio 2026.
IV. The New York Times, ricostruzione sul progetto eugenetico di Epstein, 2019.
V. Melinda Cooper, analisi politologica sulla rete Epstein e l’eugenetica, 2025.
VI. Charles Murray e Richard Herrnstein, The Bell Curve, Free Press, 1994.
VII. ADL, profilo su Nick Fuentes, ottobre 2025.
VIII. AJC, analisi sull’antisemitismo di Nick Fuentes, dicembre 2025.
IX. Andrew Anglin, testo propagandistico sull’alt-right, 2016.
X. New Statesman, ritratto critico di Nick Fuentes, dicembre 2025.

L’Architettura del Potere

Come il governo Meloni sta ridisegnando l’Italia dall’interno, tra regie globali e sudditi silenziosi

C’è un filo che attraversa le grandi riforme di questo governo e non è il filo della modernizzazione né quello dell’efficienza istituzionale. È il filo, sottile ma resistente, della concentrazione del potere. Premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura: tre cantieri apparentemente distinti che, letti insieme, rivelano un progetto organico, coerente nella sua logica e, per questo, tanto più preoccupante. Non si tratta di opinione politica. Si tratta di architettura costituzionale. E di qualcosa di più vasto: di una strategia globale che non nasce a Roma, ma affonda le radici molto più lontano.

L’Internazionale nera: chi tira i fili

Per capire cosa accade in Italia bisogna alzare lo sguardo. Le riforme del governo Meloni non sono un prodotto autoctono del conservatorismo italiano: sono un capitolo locale di un copione scritto altrove, da attori che operano su scala planetaria.

Tutto ha un’origine riconoscibile. Negli Stati Uniti, nel cuore dell’alt-right americana, nasce e si consolida una dottrina che potremmo definire il capitalismo autoritario del XXI secolo. Il “Project 2025”, elaborato da una coalizione di organizzazioni ultra-conservatrici nel documento “Mandate for Leadership”, propone una profonda ristrutturazione dell’architettura amministrativa degli Stati Uniti con l’obiettivo dichiarato di “assemblare un esercito di conservatori allineati, controllati, addestrati e preparati per decostruire lo Stato amministrativo”, mettendo l’intera macchina federale — dal Dipartimento di Giustizia alle agenzie indipendenti — sotto il controllo del potere esecutivo. La decostruzione dello Stato come programma. Non come effetto collaterale, ma come fine dichiarato.

Il nome che emerge al centro di questa rete è quello di Steve Bannon, ideologo e stratega della destra radicale globale. Bannon si era messo a capo del progetto ambizioso di costruire un ponte ideologico tra Stati Uniti ed Europa, una casa comune chiamata The Movement per tutti i populisti e sovranisti del Vecchio e Nuovo Continente. È la persona che in Brasile e in Europa ha spinto per la formazione di un’internazionale nazional-sovranista, con contatti in Italia, Polonia e Ungheria. Non si tratta di suggestioni ideologiche astratte: dagli Epstein Files recentemente desecretati emerge una rete politica che connette figure dell’estrema destra europea — da Salvini a Le Pen all’AfD tedesco — attraverso scambi, networking e posizionamento politico coordinato a livello transnazionale.

Il secondo grande attore di questa regia è Elon Musk, l’uomo più ricco del pianeta. La sua interferenza nella politica europea è diventata esplicita e spregiudicata. Musk ha sostenuto pubblicamente l’AfD nella campagna elettorale tedesca del febbraio 2025, affermando che il partito di estrema destra è “l’ultima possibilità per la Germania”, e non ha nascosto che i suoi investimenti in quel Paese gli conferiscono il diritto di intervenire nella politica interna tedesca. Ha lanciato ufficialmente il movimento MEGA — “Make Europe Great Again” — ottenendo 60 milioni di visualizzazioni con adesioni entusiaste dei leader sovranisti europei. Nel frattempo, l’Italia sta diventando il luogo di sperimentazione dell’era di Musk, con la complicità esplicita del governo.

La logica è trasparente. Musk non è un politico: è un imprenditore globale con interessi vastissimi in satelliti, intelligenza artificiale, automobili elettriche, reti sociali. Ciò che vuole dai governi è deregolamentazione, smantellamento dei controlli pubblici, riduzione di ogni limite alla sua espansione commerciale. I governi sovranisti, in cambio, ottengono amplificazione mediatica, legittimazione internazionale e accesso tecnologico. È un patto sinallagmatico tra capitalismo oligarchico e populismo autoritario: tu mi dai il potere, io ti tolgo i vincoli.

Da un punto di vista accademico, oggi è possibile parlare di un vero ecosistema politico della destra radicale transnazionale: una rete sempre più fitta di incontri, alleanze formali e informali, sostegni elettorali reciproci e collaborazioni all’interno delle istituzioni sovranazionali. I temi che fungono da collante ideologico — opposizione al multiculturalismo, contestazione dell’integrazione europea, narrazione di una “crisi” culturale occidentale — non sono spontanei: sono costruiti, veicolati e finanziati.

Siamo, in altri termini, di fronte a un’Internazionale nera: sovranista nell’etichetta, globalista nella struttura, suprematista nella visione del mondo. Una rete che predica la difesa delle nazioni mentre coordina il proprio operato attraverso i confini, che proclama il primato del popolo mentre mette il potere nelle mani di pochissimi, che agita il fantasma delle élite cosmopolite mentre è essa stessa la più compatta, radicata e finanziata delle élite.

Il patto tra vassalli

In questo contesto globale, il progetto del governo Meloni si rivela per quello che è: non un programma di governo italiano, ma un’implementazione locale di un disegno più ampio. Alla Lega l’autonomia regionale, a Forza Italia la riforma della magistratura, a Fratelli d’Italia il premierato. Non interventi separati, ma un disegno organico che tiene insieme redistribuzione dei poteri territoriali, ridefinizione dei rapporti tra politica e magistratura e rafforzamento dell’esecutivo. Ciascun partner ottiene la propria fetta, e insieme costruiscono qualcosa che nessuno dei tre avrebbe potuto edificare da solo: un sistema in cui il potere si concentra verticalmente verso il centro e si distribuisce orizzontalmente verso i territori fidelizzati, lasciando ai cittadini il ruolo che ogni sistema autoritario riserva loro — quello di destinatari passivi delle decisioni altrui.

L’autonomia differenziata: la secessione del benessere

Iniziamo dal cantiere più dirompente nei suoi effetti materiali sulla vita quotidiana: l’autonomia differenziata. L’idea, nella sua versione più aggressiva, è quella di consentire alle regioni più ricche — Veneto, Lombardia, Piemonte in testa — di trattenere sul proprio territorio una quota crescente del gettito fiscale, decidendo in autonomia come spenderlo, inclusa la gestione della sanità pubblica che, è bene ricordarlo, assorbe oltre l’80% dei bilanci regionali.

La Corte costituzionale, con la sentenza del novembre 2024, ha dichiarato illegittime parti sostanziali della legge Calderoli, smontandone l’impianto. La risposta del governo è stata però di straordinaria arroganza istituzionale: anziché adeguarsi alle pronunce della Corte, ha firmato pre-intese con quattro regioni del Nord — Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria — con l’impegno formale di avvio dell’autonomia entro il 31 dicembre 2025, aggirando di fatto i vincoli posti dalla Corte costituzionale. Un governo che scavalca la Corte non sta riformando lo Stato: lo sta destrutturando.

Le conseguenze materiali sono già leggibili. Le pre-intese aprono alla possibilità di differenziali retributivi per il personale sanitario solo in alcune regioni, con il rischio concreto di un esodo di professionisti dal Mezzogiorno. Si tratta di un meccanismo perverso: le regioni ricche attraggono medici e infermieri con salari più alti, le regioni povere rimangono senza personale, i cittadini del Sud sono costretti a curarsi altrove pagando di tasca propria o rinunciando alle cure. La sanità — bene comune per eccellenza, presidio della solidarietà nazionale sancita dalla Costituzione — diventa merce di scambio tra centri di potere territoriale.

Il quadro che emerge non è autonomia: è separazione. Non tra popoli diversi, ma tra classi sociali diverse. Al Nord, chi può permettersi un sistema regionale ricco di risorse. Al Sud, chi deve accontentarsi dei residui. Il territorio diventa la variabile che determina la qualità della vita, dei servizi, della sanità. L’articolo 3 della Costituzione — che sancisce il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’uguaglianza tra i cittadini — viene svuotato dall’interno, senza nemmeno doverlo abrogare formalmente.

Il premierato: l’investitura del capo

Se l’autonomia differenziata è la riforma dei territori, il premierato è la riforma del comando. Il disegno di legge costituzionale prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio da parte dei cittadini, con un premio di maggioranza che garantirebbe alla lista collegata una maggioranza dei seggi in entrambe le Camere. Il premier potrà rimanere in carica per non più di due legislature consecutive.

La retorica ufficiale parla di “restituire ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati”. È una narrazione seducente quanto ingannevole. La democrazia non è solo il momento del voto: è l’insieme dei contrappesi, delle istituzioni autonome, dei poteri indipendenti che impediscono a chi governa di diventare arbitro di sé stesso. Un premier eletto direttamente con un premio di maggioranza che gli assicura la maggioranza in entrambe le camere è, nei fatti, un governante che non risponde a nessuno tra un’elezione e l’altra. Il Parlamento diventa ratificatore. Il Presidente della Repubblica viene ridotto a figura notarile. I corpi intermedi — sindacati, associazioni, magistratura — diventano “corpi estranei” da neutralizzare.

Non è democrazia rafforzata: è democrazia ridotta al solo momento elettorale, svuotata di tutti gli strumenti di controllo e partecipazione che la rendono viva tra un voto e l’altro. È esattamente il modello che Orbán ha costruito in Ungheria, che Erdoğan ha consolidato in Turchia, che Trump sta inseguendo negli Stati Uniti: una democrazia di facciata che legittima il potere di uno solo attraverso il rito periodico del voto, mantenendo nel frattempo ogni altra forma di contropotere sotto controllo.

La magistratura: neutralizzare il cane da guardia

Ed è qui che entra in scena la terza gamba del progetto: la riforma della magistratura, firmata dal ministro Nordio, approvata il 30 ottobre 2025 e ora sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo 2026.

La narrazione ufficiale parla di “separazione delle carriere”. La realtà è più complessa e più inquietante. La riforma prevede l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri — con i componenti togati estratti a sorte anziché eletti, e la creazione di una terza istituzione, l’Alta Corte disciplinare, sottratta al CSM e chiamata a giudicare i magistrati. In apparenza, una questione tecnica. Nella sostanza, un ridisegno degli equilibri di potere tra politica e giustizia.

Il punto critico non è solo nell’Alta Corte, ma nel cuore stesso dei due nuovi CSM. La riforma sostituisce l’elezione dei componenti togati con il sorteggio, prelevandoli dall’intero corpo della magistratura senza alcun filtro rappresentativo. In apparenza, una garanzia di neutralità. Nella realtà, un meccanismo di isolamento.

Occorre capire come funzionano oggi le correnti interne alla magistratura. Esattamente come i sindacati rappresentano i lavoratori nel mondo del lavoro, le correnti rappresentano i magistrati all’interno del corpo professionale: sono la loro voce organizzata, la loro capacità collettiva di orientare indirizzi, difendere posizioni, resistere a pressioni esterne. Un magistrato che appartiene a una corrente non è un magistrato politicizzato nel senso deteriore del termine: è un magistrato che ha una sponda istituzionale, una rappresentanza, una tutela.

Il sorteggio distrugge esattamente questa protezione. Il giudice estratto a sorte approda nel nuovo CSM come individuo solo, svincolato da qualsiasi corrente, privo di rete e di mandato rappresentativo. Di fronte a lui siedono i componenti laici di nomina politica: giuristi selezionati dal Parlamento, spesso con forti legami con i partiti che li hanno designati, esperti nelle dinamiche istituzionali, navigati nel gioco della pressione e dell’influenza. Anche se numericamente in minoranza, questi ultimi possono esercitare un’influenza sproporzionata rispetto al loro peso formale, proprio perché il togato estratto a sorte non ha spalle coperte, non rappresenta nessuno se non sé stesso, e si trova strutturalmente in una posizione di vulnerabilità.

Il risultato non è la neutralizzazione delle correnti — che pure qualcuno potrebbe ritenere auspicabile — ma la creazione di un vuoto di rappresentanza che il potere politico si affretta a riempire. Un magistrato solitario, senza corrente e senza mandato, è un magistrato più permeabile: alle pressioni, alle convenienze, alle valutazioni opportunistiche sul proprio futuro professionale. È, in altri termini, un magistrato più facilmente condizionabile da chi, in quel consiglio, porta con sé il peso esplicito della designazione politica. E quando questo meccanismo si estende all’Alta Corte disciplinare — l’organo chiamato a giudicare i magistrati che indagano sui potenti — il cerchio si chiude con geometrica perfezione: chi decide il destino professionale di un giudice o di un pubblico ministero è un collegio in cui la voce politica, anche se formalmente minoritaria, pesa assai più di quanto i numeri farebbero supporre.

La domanda che ne consegue è brutalmente semplice: se i PM dipendono da organi disciplinari permeabili all’influenza politica e la polizia giudiziaria dipende dal governo, chi indagherà sui governanti? Il risultato prevedibile è una giustizia dura con i deboli e indulgente con i potenti.

Il capitalismo autoritario: prendere tutto il banco

Occorre però andare ancora più a fondo. Perché tutto questo accade adesso? Perché questa accelerazione, questa urgenza nel ridisegnare le istituzioni?

La risposta non è nel calendario elettorale né negli appetiti di singoli leader. È nella crisi strutturale di un modello economico. Il capitalismo finanziario degli ultimi quarant’anni ha prodotto una concentrazione di ricchezza senza precedenti nella storia moderna: secondo le stime di Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene oggi più ricchezza dell’altro 99% combinato. In Europa, le disuguaglianze sono cresciute ovunque, la precarizzazione del lavoro ha eroso le certezze di intere generazioni, la sanità pubblica è stata sistematicamente indebolita da politiche di austerity, i servizi comuni sono stati privatizzati.

Un sistema economico che non riesce più a produrre benessere diffuso, che non ha più la capacità di comprare il consenso attraverso il miglioramento materiale delle condizioni di vita, ha bisogno di uno Stato che garantisca l’ordine anche contro la volontà dei governati. Non uno Stato forte nel senso della democrazia sociale — capace cioè di redistribuire, proteggere, includere — ma uno Stato forte nel senso dell’autoritarismo: capace di reprimere, controllare, silenziare.

È questa la logica profonda delle riforme. Il premierato serve a concentrare il potere decisionale al riparo dal voto parlamentare. L’autonomia differenziata serve a redistribuire risorse ai territori fidelizzati, costruendo una base di consenso territoriale al riparo dalla solidarietà nazionale. La riforma della magistratura serve a neutralizzare l’unico potere che, in un sistema democratico, non si può comprare né eleggere e che ha la facoltà di fermare il potente: il giudice terzo e indipendente.

Le politiche securitarie — i decreti che criminalizzano il blocco stradale, che inaspriscono le pene per chi occupa una scuola, che trasformano il dissenso in minaccia all’ordine pubblico — non sono accessori del programma: ne sono il logico complemento. Il capitale che non riesce a comprare il consenso deve assicurarsi di poter reprimere il dissenso.

Il tradimento della Costituzione

Eppure, proprio qui, il confronto con la nostra Carta costituzionale diventa insostenibile per chi la vuole smantellare. La Costituzione del 1948 non è un documento astratto: è il prodotto di chi aveva conosciuto il fascismo sulla propria pelle, di chi sapeva cosa significa uno Stato senza contrappesi, un giudice senza indipendenza, un lavoratore senza diritti. È la cristallizzazione di una promessa collettiva: non si tornerà indietro.

L’articolo 3 sancisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini. L’autonomia differenziata, nella sua versione aggressiva, fa l’esatto contrario: cementa le disuguaglianze territoriali, trasformandole in diritto acquisito delle regioni più ricche. L’articolo 101 stabilisce che la magistratura è soggetta soltanto alla legge. La riforma Nordio introduce meccanismi attraverso cui la magistratura può essere soggetta anche all’influenza politica. L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo. Un premierato con premio di maggioranza garantito e opposizione strutturalmente incapace di incidere svuota questa sovranità del suo significato reale, riducendola al gesto periodico del voto.

La magistratura è un presidio essenziale per la tutela dei diritti. L’indipendenza e l’autonomia sono gli antidoti contro la concentrazione dei poteri. Il CSM presieduto dal Capo dello Stato rappresenta il connotato essenziale per questo equilibrio. Sono parole di costituzionalisti, non di militanti. E descrivono con precisione ciò che è in gioco: non una riforma tecnica, ma il cuore del patto democratico.

Il referendum del 22 marzo: un voto sulla Repubblica

Il 22 e 23 marzo il popolo sovrano sarà chiamato a esprimersi. Non su un articolo tecnico di procedura giudiziaria, ma su quale Repubblica vuole abitare — e, implicitamente, su quale posto nella storia mondiale vuole occupare l’Italia di fronte all’ondata sovranista che risale dall’America verso l’Europa.

Se prevarrà il No, si incrina l’intera impalcatura. Si frena lo slancio verso il premierato, si manda un segnale politico inequivocabile in vista del 2027, si dimostra che la cittadinanza non si lascia ridurre a massa di manovra da attivare al momento del voto e da silenziare negli anni di mezzo. Ma soprattutto si afferma qualcosa di più profondo: che il capitolo italiano dell’Internazionale nera ha trovato un limite che non riesce a superare — la volontà di un popolo che riconosce ancora sé stesso nei principi scritti settantasette anni fa da chi aveva pagato il costo della loro assenza.

O il popolo con questo voto si rende protagonista, o l’Italia rischia di diventare l’ennesimo laboratorio dove testare fin dove si può spingere la demolizione della democrazia liberale senza che nessuno si alzi ad opporre resistenza.

La scelta non potrebbe essere più chiara. Né le conseguenze, in caso di errore, più durature.