IL RUGGITO DEL LEONE SUI CIELI DI TEHERAN

Washington e Tel Aviv scatenano la guerra: l’imperialismo colpisce ancora l’Iran

Si chiamava “diplomazia”. Si chiamava “negoziato di buona fede”. Si chiamava “ultima possibilità”. Fino a quarantotto ore fa, a Ginevra, le delegazioni di Washington e Teheran erano ancora sedute attorno a un tavolo per discutere del programma nucleare iraniano. Oggi, 28 febbraio 2026, quei tavoli sono stati rovesciati. Al loro posto, le bombe. L’Operazione “Ruggito del Leone” — denominata “Epic Fury” dal Pentagono — è esplosa all’alba, via aria e via mare, trasformando i cieli della Repubblica Islamica in un teatro di fuoco e macerie.

Il Medio Oriente non ha mai conosciuto, nella sua storia recente, un’aggressione di questa portata: un attacco congiunto, pianificato per mesi negli stati maggiori di Tel Aviv e Washington, contro uno Stato sovrano che, malgrado tutto, aveva scelto la via del confronto diplomatico. La “pace” di Trump si è rivelata, ancora una volta, la foglia di fico di una guerra già scritta.

L’alba dell’aggressione: fuoco su Teheran e le altre città

Nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, esplosioni hanno squarciato i cieli di Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Colonne di fumo nero si sono levate nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei — assente dalla capitale, trasferito in un luogo sicuro e non rintracciabile — e del palazzo presidenziale. Missili hanno colpito la base aerea di Mehrabad, la sede del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, il palazzo della Corte Suprema e l’area di Qom. Almeno trenta esplosioni registrate in quattro città in quella che fonti israeliane definiscono, con algida eufemistica precisione, un’operazione “altamente selettiva” che avrebbe mirato ai “vertici politici, militari e religiosi del Paese”. Decine i morti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse alcune figure chiave del comando.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto Israele”, presentando l’aggressione come un “attacco preventivo per rimuovere le minacce nei confronti dello Stato”. Donald Trump, dal suo social Truth, ha scandito con toni da crociata: “L’Iran non avrà mai il nucleare. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo le strutture di produzione di armamenti. Abbiamo cercato di fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alle loro ambizioni nucleari.” Poi, rivolgendosi ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un ultimatum da imperatore romano, non da presidente di una democrazia che si proclama difensore della libertà dei popoli.

Netanyahu, in un videomessaggio alla nazione, ha evocato la “minaccia esistenziale” rappresentata dal regime di Teheran e ha invitato i popoli dell’Iran — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — a “liberarsi dal giogo della tirannia”. Il copione è quello già collaudato, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Siria: si bombarda un Paese e si dice di farlo per liberarne il popolo.

Una guerra pianificata, non improvvisata

Non si tratta di una reazione d’impulso. L’Operazione “Ruggito del Leone” è il risultato di mesi di coordinamento tra i comandi militari israeliani e americani. La data dei raid era stata stabilita settimane prima che i diplomatici si sedessero a Ginevra. Mentre le delegazioni negoziavano, i generali tracciavano gli obiettivi sulle mappe. Gli Stati Uniti avevano già radunato nella regione una vasta flotta di aerei da combattimento e navi da guerra, ufficialmente per “fare pressione” su Teheran affinché raggiungesse un accordo sul suo programma nucleare. Era, nei fatti, la preparazione logistica dell’attacco.

Secondo il New York Times, che cita funzionari americani, l’operazione di oggi è “molto più estesa” rispetto ai raid del giugno scorso contro i siti nucleari: stavolta nel mirino c’è l’intero apparato di potere iraniano, compresa l’eliminazione fisica dei circa 2.000 missili balistici che Teheran avrebbe dislocato in tutto il territorio nazionale. L’operazione durerà “diversi giorni, e anche di più, se necessario”, hanno confermato fonti israeliane alla CNN.

La risposta di Teheran: il fuoco si allarga al Golfo

L’Iran non è rimasto in silenzio. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato “la prima estesa ondata di attacchi con missili e droni” contro Israele. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e nell’area di Haifa, nel nord del Paese. La risposta iraniana ha però aperto un secondo fronte: le basi militari americane disseminate nel Golfo Persico sono diventate bersagli diretti. Missili dei Pasdaran hanno preso di mira la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, le installazioni americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Qatar ed Emirati avrebbero per il momento respinto gli attacchi con missili intercettori, mentre la situazione in Kuwait rimane incerta.

In Iraq, un raid ha colpito la base di Jurf al-Sakher, nel sud del Paese, dove operano le milizie di Kataeb Hezbollah: almeno due morti secondo fonti delle Forze di mobilitazione popolare. Gli Houthi dello Yemen, fedeli all’asse di Teheran, hanno intanto annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso, riaprendo la crisi delle rotte marittime internazionali.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato che gli attacchi hanno violato “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese, comprese le infrastrutture difensive e le località non militari in varie città”. Teheran definisce l’operazione “una chiara violazione della pace e della sicurezza internazionali”, invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa e avverte: la risposta “sarà schiacciante”.

I negoziati come operazione di copertura

La dimensione più ipocrita di quanto accade risiede nel cinismo con cui la diplomazia è stata usata come schermo. Israele aveva insistito che qualsiasi accordo con l’Iran dovesse includere non solo la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, ma lo smantellamento totale dell’intera infrastruttura nucleare, nonché restrizioni al programma missilistico. L’Iran aveva dichiarato disponibilità a limitare il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma aveva nettamente escluso di collegare alla questione i propri missili — strumento di deterrenza considerato irrinunciabile per la propria sovranità. Quando il confronto diplomatico non produce la resa totale, la risposta di Washington e Tel Aviv è sempre la stessa: le bombe.

Dmitry Medvedev, con la franchezza amara di chi osserva da Mosca, ha scritto su Telegram: “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano un’operazione di copertura, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico.” E ha aggiunto, evocando la profondità abissale del confronto storico: “Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni.” Una prospettiva che, al netto delle evidenti contraddizioni della posizione russa, coglie una verità strutturale.

Radici profonde: quarantasette anni di guerra non dichiarata

Quello che accade oggi non è comprensibile senza conoscere la storia dei decenni precedenti. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi che tenne gli Usa in scacco per 444 giorni, il rapporto tra Washington, Tel Aviv e Teheran è stato una guerra non dichiarata, combattuta con spie, virus informatici, scienziati assassinati e sanzioni economiche devastanti.

Il virus Stuxnet, creato congiuntamente da Usa e Israele, sabotò le centrifughe di Natanz nel 2010. Nel novembre 2020, lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh fu assassinato con una mitragliatrice telecomandata da remoto: omicidio mirato di Stato, attribuito al Mossad. Il JCPOA del 2015, l’accordo nucleare multilaterale che aveva aperto uno spiraglio di normalizzazione, fu fatto a pezzi nel 2018 dal primo Trump con un ritiro unilaterale che non aveva alcuna giustificazione tecnica nei comportamenti iraniani. Da allora, la spirale di provocazioni e rappresaglie si è avvitata inesorabilmente verso il precipizio odierno: il consolato di Damasco colpito nell’aprile 2024, la morte di Haniyeh a Teheran nel luglio successivo, quella di Nasrallah a settembre, il primo attacco diretto iraniano su Israele nell’ottobre 2024, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — e infine il cessate il fuoco, fragile e violato quasi immediatamente, che non era che una tregua armata in attesa del round successivo. Quel round è oggi.

L’Italia vassalla: informata a cose fatte

Roma ha convocato riunioni d’emergenza. Giorgia Meloni ha presieduto una cellula di crisi con il ministro degli Esteri Tajani, il vicepremier Salvini e il ministro della Difesa Crosetto, oltre ai vertici dell’Intelligence. Il risultato? Tajani ha annunciato di essere “pronto all’evacuazione degli italiani” rimasti in Iran — perlopiù connazionali sposati con cittadini iraniani, dopo che turisti e lavoratori avevano già lasciato il Paese su invito del governo nelle settimane precedenti. Salvini, raggiunto dai giornalisti a un gazebo della Lega a Milano, ha ammesso senza imbarazzo: “A quanto mi risulta siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.”

L’Italia, Paese membro della NATO e alleato strategico degli Stati Uniti, non è stata nemmeno consultata prima che si scatenasse una guerra capace di incendiare l’intera regione. A Roma, nel frattempo, è stata innalzata sin dalle prime ore del mattino l’attenzione su obiettivi sensibili: sedi di ambasciate e il Ghetto ebraico, nel timore di ritorsioni o attentati. Palazzo Chigi ha prodotto una nota di “vicinanza alla popolazione civile iraniana”. Un atto di pietas verbale, mentre le bombe cadono.

Verso l’incendio globale

Il Medio Oriente brucia. Dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — conclusasi con un cessate il fuoco che Trump aveva proclamato “pienamente concordato” e che Netanyahu aveva celebrato come il raggiungimento di “tutti gli obiettivi”, ma che si era già incrinato nel giro di un’ora dal suo annuncio — la tregua non era altro che una pausa per ricaricare le armi e ridisegnare i piani di attacco. Oggi l’Operazione “Ruggito del Leone” non è un raid chirurgico: è un’offensiva totale contro uno Stato sovrano, con un fronte che si estende dal Mar Rosso al Golfo Persico, da Baghdad a Gerusalemme, dal Libano fino alle rotte commerciali dell’Indo-Pacifico.

Il figlio dello scà Reza Pahlavi ha salutato gli attacchi dichiarando che “la vittoria finale è vicina”. È la cifra ideologica dell’operazione: non solo la distruzione del programma nucleare iraniano, ma il tentativo di determinare un cambio di regime, di rovesciare dall’esterno e con la forza militare un governo che, per quanto autoritario e repressivo, è l’espressione di una sovranità nazionale che nessun bombardiere ha il diritto di cancellare.

Il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza: tutto tace o è paralizzato. Il mondo guarda. E mentre i missili solcano i cieli di Teheran e le sirene suonano a Gerusalemme, la Grande Guerra del Medio Oriente — quella che molti avevano temuto e che troppi avevano contribuito a preparare con decenni di sopraffazioni, sanzioni collettive, assassinii di Stato e doppi standard — sembra aver trovato il suo atto inaugurale.

Ma la storia — quella lunga, quella che si misura in millenni e non in mandati presidenziali — insegna che nessun “Ruggito del Leone” dura per sempre. L’impero persiano ha tremila anni. Non è il primo a sentirlo, quel ruggito. E non è mai stato l’ultimo a restare in piedi.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Il Paradigma dell’Autoritarismo Soft e il vuoto dell’alternativa

Perché il 22 marzo si vota sul futuro della democrazia italiana — e perché la sinistra deve cambiare passo

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è una consultazione sulla magistratura. È, nella sua sostanza più profonda, un referendum sul modello di Stato che il governo Meloni sta costruendo mattone dopo mattone, decreto dopo decreto, da quando si è insediato a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. Lo hanno scritto con lucidità e rigore Alessandra Algostino, Chiara Giorgi, Donatella della Porta, Francesco Pallante e Mario Pianta in un articolo pubblicato su il manifesto il 23 febbraio 2026, al quale questo contributo si riallaccia, ampliandone le argomentazioni e, quando necessario, correggendone le omissioni.¹

Perché c’è una omissione rilevante in quell’analisi, pur meritoria: la critica al governo Meloni — per quanto fondata e necessaria — rischia di diventare un atto di accusa privo di prospettiva, se non è accompagnata da un’altrettanto severa autocritica verso le forze che a questo governo si oppongono. La denuncia del paradigma autoritario è doverosa. Ma è insufficiente, se non si risponde all’interrogativo che tanti cittadini, disorientati e stanchi, si pongono ogni mattina: e l’alternativa qual è?

Nelle pagine che seguono analizzeremo il progetto istituzionale del governo Meloni con la chiarezza che merita — riconoscendone, dove esistono, i meriti di coerenza e compattezza — e affronteremo con eguale franchezza i limiti strutturali dell’opposizione. Con la convinzione che nessuna democrazia si salva solo per opposizione: si salva con una visione. E quella visione, nel campo progressista, è ancora tragicamente assente.

I. Il governo Meloni: coerenza di progetto e compattezza di fronte

Fare critica politica rigorosa impone, prima di tutto, onestà intellettuale. E l’onestà impone di riconoscere quello che il governo Meloni ha dimostrato in questi anni: una coerenza di progetto e una compattezza politica che i suoi avversari non hanno saputo eguagliare. Giorgia Meloni governa da oltre tre anni con la stessa coalizione, gli stessi ministri chiave, la stessa agenda di fondo. Il calo di consensi esiste, ma è contenuto: secondo gli ultimi sondaggi FdI si attesta attorno al 28-29%, Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, e la coalizione di centrodestra nel suo insieme conserva una maggioranza che nessun governo italiano aveva retto con tale continuità almeno dagli anni di Berlusconi.

Questo dato non va rimosso né derubricato a pura propaganda. Il governo Meloni ha una idea di società. Che sia condivisibile o meno è un altro discorso — e non lo è, per chi scrive, nei termini che argomenteremo —, ma l’idea c’è, ed è articolata: Stato forte al centro, privato che opera nello spazio che il pubblico arretra, gerarchie tra territori e tra istituzioni, magistratura ricondotta nei ranghi, identità nazionale come collante. È una visione — organica, coerente, internamente logica — della società del futuro. Noi la contestiamo punto per punto, perché la riteniamo lesiva dei principi costituzionali e dei diritti della persona. Ma non possiamo permetterci il lusso di ignorarla.

La compattezza della maggioranza, peraltro, non è solo il frutto di una disciplina partitica verticale. È anche il prodotto di una narrativa efficace: quella della stabilità come valore supremo, del governo che “porta a termine quello che inizia”, del leader che non teme di andare fino in fondo. In un Paese che ha consumato governi come camicie, questa narrazione attecchisce. Che sia supportata da fatti reali o da un’illusione sapientemente costruita è questione da discutere — e la discuteremo. Ma ignorarla è un errore politico che l’opposizione non può più permettersi.

II. La riforma della magistratura: non solo separazione delle carriere

Chiarito questo punto di metodo, possiamo entrare nel merito. La narrazione dominante vuole che il referendum del 22 marzo riguardi la “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che gode di una certa simpatia trasversale, e che il governo ha abilmente posto al centro della comunicazione, oscurando i contenuti ben più profondi e perturbanti della riforma.

La legge costituzionale approvata nell’ottobre 2025 modifica sette articoli della Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce tre cambiamenti strutturali. Primo: vengono istituiti due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pm — in luogo del CSM unico che la Costituente del 1948 aveva concepito come “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario. Secondo: i componenti dei nuovi organi non verranno eletti dai magistrati stessi, ma estratti a sorte: solo i magistrati, tra tutti i cittadini italiani, saranno privati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Terzo: viene istituita una nuova Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, sottraendo questa funzione ai Consigli superiori.

La proliferazione di organi — tre dove prima ve ne era uno — non rafforza l’indipendenza della magistratura: la parcellizza, la fragilizza, la espone a pressioni politiche che il CSM unitario, con tutti i suoi difetti, ha storicamente retto meglio. Come sottolineano i giuristi del comitato per il No, l’art. 104 Cost. rimarrà formalmente invariato nel proclamare l’autonomia della magistratura, ma i pilastri istituzionali che rendono quell’autonomia effettiva vengono sistematicamente smontati. Non a caso la stessa premier Meloni ha dichiarato pubblicamente la necessità di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni politiche: una affermazione che rivela, più di qualsiasi altro elemento, l’ispirazione autentica del progetto.

Peraltro, va detto con chiarezza: la riforma è stata approvata per la prima volta nella storia repubblicana con un procedimento “blindato” che ha impedito ai parlamentari di presentare emendamenti nelle successive letture. È la prima volta che una modifica costituzionale — uno degli atti più solenni della vita democratica — viene imposta senza possibilità di dialogo parlamentare. Questo, da solo, basterebbe a motivare un voto No.

III. Il paradigma del controllo: decreti, scudo erariale, autonomia differenziata

Il referendum è un tassello. Ma il disegno è più vasto. Nei primi mille giorni di governo, Palazzo Chigi ha prodotto cento decreti legge. In frequenza assoluta, il dato è analogo ai governi precedenti; in profondità dei cambiamenti imposti per via d’urgenza, non lo è. Il “premierato di fatto” — come l’ha efficacemente definito il manifesto — si costruisce pezzo per pezzo: decreti blindati, fiducia sistematica, veto agli emendamenti parlamentari sulle riforme costituzionali.

A fine 2025 è stato istituito lo “scudo erariale”: la Corte dei Conti ha perduto il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche errate. Il principio di responsabilità — che è il cuore di ogni Stato di diritto — viene sostituito da una protezione preventiva dell’esecutivo. Nel paradigma Meloni, chi decide non deve rendere conto: né al Parlamento, né ai giudici, né alla Corte dei Conti.

L’autonomia differenziata, pur ridimensionata dalla Corte Costituzionale, continua a strutturare il progetto territoriale del governo: decentrare alle regioni più ricche competenze e risorse, consacrando le disuguaglianze storiche tra Nord e Sud. Il risultato è quella combinazione paradossale — ma politicamente coerente — di centralismo verticale e frammentazione orizzontale dei diritti: il governo al centro decide tutto, ma i diritti dei cittadini dipendono dalla latitudine geografica in cui sono nati.

IV. Sanità e università: lo Stato che si ritira

A gennaio 2026 il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega sulla sanità. Il testo concentra risorse e nomine degli “ospedali di terzo livello” sotto il controllo diretto del governo, sottraendoli alle regioni e al sistema territoriale. La medicina di prossimità — quella dei medici di base, dei consultori, dell’assistenza domiciliare — viene definanziata per alimentare poli di eccellenza inaccessibili alla maggioranza dei cittadini. Parallelamente cresce lo spazio ai privati, finanziati con denaro pubblico. È la costruzione di un sistema a doppio binario: cure rapide di qualità per chi può permettersi di pagare, lunghe attese e servizi degradati per tutti gli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione come “fondamentale”, si trasforma in un bene di consumo.

L’università pubblica vive una crisi analoga, aggravata da riforme che ne accelerano il declino. L’Italia conta già il 23% di laureati tra i 25 e i 64 anni, contro il 46% della Francia. Nel decennio 2011-2024 ben 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni circa 14.000 ricercatori si sono trasferiti all’estero. Su questo sistema già fragile si abbattono ora il decreto sulle figure precarie (giugno 2025), la riforma dell’ANVUR trasformata da agenzia indipendente a braccio ministeriale (gennaio 2026), la nuova legge sui concorsi che indebolisce i criteri qualitativi. Intanto le università telematiche private — la maggiore, Multiversity SpA, è di proprietà del fondo inglese CVC Capital Partners — accumulano 70 milioni di profitti annui con un rapporto docenti-studenti dieci volte peggiore degli atenei pubblici. Nel novembre 2025, 140 Società scientifiche hanno firmato un documento d’allarme: “Si profila un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.”

V. Lo Stabilicum e il domino finale: costruire le regole su misura

Il 26 febbraio 2026 — nella notte, in un blitz consumato nella sede di via della Scrofa — il centrodestra ha depositato alla Camera e al Senato la nuova proposta di legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum”: proporzionale con premio di governabilità alla coalizione che superi il 40% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), sbarramento al 3%, indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma di coalizione. I collegi uninominali — quelli che nel 2022 avevano garantito la maggioranza alla destra, ma che con un’opposizione unita avrebbero oggi prodotto un sostanziale pareggio secondo le simulazioni di YouTrend — vengono eliminati.

L’operazione politica è trasparente. Con l’attuale Rosatellum e un centrosinistra unito, le simulazioni mostrano la Camera con 192 seggi al centrosinistra contro 186 al centrodestra, e un sostanziale pareggio al Senato: nessuna maggioranza assoluta, necessità di trattare, fine della stabilità monocromatica di Palazzo Chigi. Con lo Stabilicum, lo stesso centrodestra passerebbe dal 46% dei voti al 57% dei seggi: una distorsione della rappresentatività che molti costituzionalisti giudicano a rischio Consulta. Cambiare le regole del gioco a diciotto mesi dalle elezioni, esattamente quando il vecchio sistema inizia a sfavorire chi governa: questa è la reale posta del progetto Meloni.

Il premierato formale — la riforma costituzionale che avrebbe introdotto l’elezione diretta del Presidente del Consiglio — è stato prudentemente accantonato, non rinunciato. La strategia è più sottile: costruire con la legge ordinaria gli effetti del premierato senza passare per la revisione costituzionale e il relativo referendum. Come scrive Arianna Meloni, responsabile della segreteria FdI: “La nuova legge elettorale anticiperà il premierato, la madre di tutte le riforme.” Un’ammissione di rara chiarezza su ciò che si persegue.

VI. Il campo largo e la crisi dell’alternativa: la sinistra di fronte allo specchio

Fin qui la critica al governo Meloni. È fondata, è documentata, è necessaria. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, come se la democrazia italiana si potesse salvare per inerzia del governo avverso, senza che chi gli si oppone si assuma la responsabilità di proporre qualcosa di meglio.

La realtà è che il cosiddetto “campo largo” — PD, M5S, AVS e alleati minori — ha contrasto con forza molte delle politiche descritte in queste pagine. Ma ha offerto, finora, una resistenza senza visione. Ha detto no alla riforma della magistratura, no all’autonomia differenziata, no allo Stabilicum. No, no, no. Il diritto all’opposizione è sacrosanto. Ma gli elettori — quelli che si allontanano dai seggi ad ogni tornata, quelli che non si sentono rappresentati da nessuno degli schieramenti — chiedono qualcosa di più di un catalogo di rifiuti: chiedono un’idea di futuro.

E all’interno dello stesso centrosinistra le contraddizioni sono laceranti. Il PD si divide sulla pace e sulla guerra: vi sono esponenti dem che sostengono il riarmo europeo e il supporto militare all’Ucraina in termini quasi identici a quelli del governo Meloni, e altri che invocano una via diplomatica immediata. Su Israele e la Palestina la frattura è ancora più profonda: mentre una parte del partito sottoscrive le posizioni dei movimenti per il cessate il fuoco e per il riconoscimento dello Stato palestinese, un’altra rimane agganciata a formule di “dialogo” che suonano vuote di fronte ai dati del massacro in corso a Gaza. Queste non sono sfumature: sono contraddizioni di sostanza che lacerano la credibilità dell’alleanza di fronte agli elettori più sensibili ai temi della pace e dei diritti internazionali.

Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte occupa uno spazio di protesta sociale — i rider sfruttati, i giovani sottopagati, il reddito di base — che è reale e prezioso, ma che stenta a tradursi in un programma di governo credibile. Conte è abile nell’identificare le ferite sociali; lo è meno nel proporre le cure strutturali. Carlo Calenda e Azione hanno scelto la strada dell’autonomia — correre da soli, proporre un centro “pragmatico e riformista” — accentuando la frammentazione e riducendo lo spazio per un’alternativa coesa. La nuova legge elettorale, con la sua soglia al 3% e l’obbligo di indicare il candidato premier, renderà questa frammentazione ancora più costosa.

Il risultato è che la mossa dello Stabilicum — pur essendo un’operazione politicamente scorretta, costruita su misura per perpetuare il potere dell’attuale maggioranza — ha centrato l’obiettivo politico: ha aperto nel campo progressista una discussione sul leader, sulle primarie, sulle alleanze, che rischia di consumare le energie che andrebbero dedicate alla costruzione di un programma. Come ha scritto con lucidità il Fogliettone: “Il problema per il centrosinistra non è più solo quello di opporsi a una legge, ma di dimostrare di esistere come alternativa di governo.”

VII. Cosa propone la sinistra? Appunti per un progetto di paese

È tempo che le forze progressiste smettano di inseguire le trappole del governo e inizino a costruire la loro. Non con i gazebo delle primarie come primo atto della stagione politica, ma con un programma. Non con i tatticismi sulle alleanze, ma con una visione del Paese che si vuole costruire. Non con il linguaggio dell’emergenza permanente — “bisogna fermare Meloni” — ma con il linguaggio della proposta concreta.

Questa visione esiste, nei fatti e nella Costituzione. La Carta del 1948 è già un programma di governo straordinariamente attuale: basta leggerla. L’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo), l’art. 3 (compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale), l’art. 32 (la salute come diritto fondamentale), l’art. 33 (libertà dell’arte e della scienza), l’art. 36 (retribuzione proporzionata e sufficiente), l’art. 53 (il sistema fiscale deve essere progressivo). Attuare la Costituzione non è uno slogan: è un programma di governo che nessun governo italiano ha mai realizzato pienamente.

Su questa base, alcune linee concrete. Sul piano istituzionale: difesa della separazione dei poteri come patrimonio non negoziabile, riforma del CSM che ne rafforzi l’indipendenza senza smantellarne l’autogoverno, e impegno vincolante a non modificare la legge elettorale a ridosso delle elezioni senza un accordo parlamentare largo. Sul piano sociale: un Servizio sanitario nazionale universale, finanziato con risorse adeguate e non con i tagli ai servizi territoriali; un piano straordinario per l’università e la ricerca, con obiettivi di avvicinamento ai livelli europei di investimento; un salario minimo legale dignitoso e la lotta alla precarietà strutturale del mercato del lavoro. Sul piano internazionale: un impegno per la pace in Ucraina che non escluda la via diplomatica, il riconoscimento dello Stato palestinese come atto minimo di coerenza con il diritto internazionale, e la costruzione di un’Europa della difesa comune che non sia solo un aumento delle spese militari nazionali.

Su questi temi, le contraddizioni interne al campo progressista devono essere risolte — non rinviate. Risolte con chiarezza e con coraggio, anche a costo di perdere qualche alleato che non è davvero tale. Una coalizione che governa con una voce sola su dieci punti essenziali vale più di una coalizione che conta venti partiti e non riesce a decidere nulla. La storia italiana degli ultimi trent’anni offre esempi eloquenti in entrambe le direzioni.

Va detto, infine, qualcosa di scomodo: il campo progressista ha bisogno di fare pulizia interna. Non nel senso brutale delle purghe, ma nel senso della chiarezza. Chi non condivide i valori di base — la pace come metodo, i diritti umani come universali, la difesa della Costituzione come priorità non negoziabile — non può essere parte di una coalizione che su quei valori vuole vincere. I rami secchi che alimentano le contraddizioni interne — quelli che sul genocidio di Gaza trovano distinguo imperdonabili, quelli che sul riarmo si scopre più vicini a Meloni che a Schlein — andrebbero potati con rispetto ma con fermezza. Non è intolleranza: è la condizione minima per essere credibili.

VIII. Il 22 marzo: democrazia come pratica quotidiana

C’è una tentazione, in queste settimane di campagna referendaria, di ridurre la posta in gioco a una questione tecnica. È una tentazione da respingere. Il 22 marzo non si vota su una procedura: si vota su un’idea di Stato.

Il governo Meloni ha una visione coerente, lo abbiamo riconosciuto. Ed è esattamente questa coerenza che la rende pericolosa: non è il caos improvvisato del populismo, ma il progetto organizzato dell’autoritarismo soft. La centralizzazione del potere esecutivo, l’erosione dei contrappesi istituzionali, la privatizzazione dei diritti, la riscrittura delle regole elettorali su misura — tutto questo si regge su una logica che, se non viene fermata, diventa irreversibile.

Il No al referendum non è la soluzione di tutti i problemi. Non risolverà le contraddizioni del centrosinistra, non costruirà da solo l’alternativa che manca, non sostituirà il lavoro politico che i progressisti devono fare su se stessi. Ma è il primo atto necessario: fermare il domino prima che cada l’ultimo tassello. Una vittoria del Sì — come scrivono gli analisti più lucidi — sarebbe il vento in poppa che Meloni aspetta per procedere con la nuova legge elettorale e con il premierato, formale o sostanziale che sia.

Come ricordava Gustav Heinemann: “La libertà non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica.” Praticarla, il 22 e il 23 marzo, significa andare ai seggi. Significa votare No. E significa, il giorno dopo, riprendere il lavoro più lungo e più difficile: costruire l’alternativa che questo Paese merita. Non con le illusioni, ma con le certezze di chi sa cosa vuole. Con la forza di chi sa da che parte sta. Con la chiarezza di chi non ha paura di dirlo.

Note e fonti

¹ Algostino A., Giorgi C., della Porta D., Pallante F., Pianta M., “Il paradigma Meloni e il No al referendum”, il manifesto, 23 febbraio 2026. Ripubblicato su sbilanciamoci.info.

² CGIL, “Referendum giustizia, 5 motivi per votare No”, gennaio 2026; CGIL, “Riforma della magistratura, le ragioni del No”, febbraio 2026.

³ Sulla struttura della riforma: truenumbers.it, “Referendum giustizia 2026: guida definitiva”; money.it, “Il referendum giustizia 2026 spiegato bene”, febbraio 2026.

⁴ Sul “premierato di fatto”: il manifesto, “Il premierato di fatto è già tra noi”, gennaio 2025; rivistailmulino.it, “Premierato e legge elettorale: il bivio di Giorgia Meloni”, luglio 2025.

⁵ Sulla legge elettorale “Stabilicum”: editorialedomani.it, “Depositata la legge elettorale voluta da Meloni”, 27 febbraio 2026; ilfattoquotidiano.it, “Legge elettorale proporzionale con premio: come avvantaggia la destra”, 27 febbraio 2026; simulazione YouTrend per SkyTg24, febbraio 2026.

⁶ Sull’opposizione e le sue contraddizioni: ilfogliettone.it, “Legge elettorale, la mossa di Meloni centra l’obiettivo: Schlein e Conte costretti a un duello”, 26 febbraio 2026; quotidianodelsud.it, “L. elettorale, campo largo dice no ma si apre partita leadership”, 26 febbraio 2026.

⁷ Sui dati università: OCSE Education at a Glance 2024; ISTAT, Rapporto annuale 2024. Sul documento delle 140 Società scientifiche, novembre 2025.

⁸ Arianna Meloni su premierato e legge elettorale: ilgiornale.it, intervista, dicembre 2025.

I NUOVI SCHIAVI DELL’ALGORITMO

Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali

L’immagine che non vogliamo vedere

Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di trentacinque anni inforca la bicicletta sotto la pioggia. Ha la febbre. Ma non può permettersi di restare a casa, perché se non pedala non mangia, e se non mangia non manda i quattrocento euro mensili alla famiglia rimasta in Pakistan. L’algoritmo lo aspetta. Il software sa già dove si trova, monitora la velocità con cui pedala, conta i minuti di ritardo, registra ogni rifiuto di consegna. Lui non ha un capo umano che lo guarda negli occhi: ha uno schermo che lo giudica, un codice che lo premia o lo punisce, un sistema che non conosce malattia, stanchezza, dignità.

Questa non è una metafora letteraria. È la realtà quotidiana di decine di migliaia di lavoratori che operano per le grandi piattaforme del food delivery in Italia. È la storia che la Procura di Milano ha deciso, con coraggio e determinazione, di portare finalmente davanti alla giustizia.

Il caporalato non muore: si digitalizza

Per secoli il caporale è stato un uomo in carne e ossa, spesso brutale, che reclutava braccianti disperati sui sagrati delle chiese o nelle piazze dei paesi meridionali, li caricava su furgoni all’alba e li portava nei campi a raccogliere pomodori per pochi spiccioli. Quella figura sembrava destinata alla storia. Ci sbagliavamo.

Il caporalato del ventunesimo secolo non porta il cappello e non urla ordini. Si chiama app, si chiama algoritmo, si chiama piattaforma digitale. Il meccanismo di sfruttamento è identico, la tecnologia è semplicemente più efficiente e più invisibile. Come ha lucidamente osservato Andrea Borghesi, segretario generale di Nidil-CGIL, siamo di fronte a “una grande massa di riserva a disposizione delle aziende, che possono scegliere chi far lavorare a prezzi sempre più bassi”. I nomi cambiano, la sostanza rimane: qualcuno lavora per sopravvivere, qualcun altro incassa miliardi.

La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola e con l’instancabile lavoro del PM Paolo Storari e dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro coordinati da Loris Baldassarre, ha emesso nel febbraio 2026 un decreto urgente di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy, con un fatturato di 240 milioni di euro nel 2024 e ventimila fattorini in tutta Italia. L’accusa è quella già contestata a Glovo-Foodinho poche settimane prima: caporalato. Lo stesso reato, lo stesso meccanismo, la stessa sistematica violazione della dignità umana.

I numeri della vergogna

Le cifre contenute nel decreto del PM Storari sono agghiaccianti nella loro precisione. Tra i rider esaminati nel corso delle indagini, l’81,1% percepisce un reddito netto annuo al di sotto della soglia di povertà, nonostante lavori un numero di ore significativamente superiore al normale orario settimanale. Trentacinque ciclofattorini su trentasette, il 94%, guadagnano meno del minimo previsto dal Contratto Collettivo Nazionale della Logistica e dei Trasporti, con uno scostamento medio di oltre settemila euro annui rispetto alla soglia di povertà, e punte che raggiungono i quindicimila trecento euro.

Parliamo di lavoratori che pedalano cento, centocinquanta chilometri al giorno per consegnare pizze e sushi a quattro euro a consegna, o anche meno: tre euro e qualche centesimo, nel migliore dei casi. Le attese tra una consegna e l’altra non sono pagate. I costi per la bicicletta o il motorino, la manutenzione, il carburante, sono interamente a carico del lavoratore, spesso superiori a duecento euro al mese. Formalmente autonomi, sostanzialmente subordinati: senza ferie, senza malattia, senza tutele previdenziali degne di quel nome.

La Procura stessa, con parole di rara durezza per un testo giuridico, parla di retribuzioni “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quella norma, evidentemente, per i rider non esiste.

Le voci che il silenzio non può più coprire

Ma dietro i numeri ci sono persone. Le testimonianze raccolte dai Carabinieri e depositate agli atti del procedimento hanno il sapore bruciante della verità vissuta.

Afrid: “Lavoro dal lunedì alla domenica senza riposo. Ogni giorno inizio alle 9 e finisco alle 15, ricomincio alle 18 e termino alle 22. Devo fare questo lavoro per me e la mia famiglia, non ho altro. Mi è capitato di rimanere infortunato: sono dovuto restare fermo, non guadagnavo nulla. Non è giusto.”

Ahmad: “Lavoro anche 12-14 ore. Le difficoltà sono fisiche e mentali per la troppa fatica.”

Un rider nigeriano: “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana dalle ore 23 fino alle 7. Devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria.”

Un altro rider: “Con 800-900 euro al mese non ce la faccio. Lavoro tante ore perché devo aiutare la mia famiglia: 250 euro per il posto letto, 400 li mando in Bangladesh, il resto per mangiare.”

C’è anche un lavoratore di cinquantatré anni che confessa con amarezza: “Diventa sempre più difficile”. E Ozioma, che ha dovuto fermarsi perché “ha sentito dolori al petto”. Sono storie di corpi che cedono sotto il peso di un sistema che non contempla la possibilità della stanchezza, della malattia, dell’essere umani.

Il Grande Fratello digitale e la trappola del consenso

Il cuore tecnologico di questo sistema di sfruttamento è l’algoritmo. La piattaforma traccia in tempo reale la posizione GPS di ogni rider, monitora velocità e traiettoria, conteggia ogni ritardo, registra ogni rifiuto. Accettare una consegna troppo poco remunerativa? L’algoritmo lo sa. Rifiutare perché la corsa è insostenibile? Il software abbassa il punteggio, riduce le assegnazioni future, nella peggiore delle ipotesi blocca o sospende l’account senza preavviso.

Si tratta di quello che gli inquirenti definiscono “caporalato digitale”: un controllo pervasivo sul comportamento dei lavoratori attraverso “premi e punizioni” automatizzate, un Grande Fratello che non dorme mai e che trasforma ogni gesto lavorativo in dato da ottimizzare. La dignità del lavoratore non è una variabile contemplata dall’algoritmo: conta soltanto la performance, il numero di consegne, il tempo di risposta.

E il consenso? È una parola svuotata di senso quando chi firma il contratto lo fa con l’acqua alla gola. La Corte di Cassazione, richiamata nel provvedimento del PM Storari, ha chiarito che per configurare lo sfruttamento non è necessario uno stato di necessità assoluta: è sufficiente una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta. I rider, in larga parte migranti con famiglie da mantenere e nessuna alternativa immediata, si trovano esattamente in questa condizione. Accettano tutto. Devono accettare tutto.

Le multinazionali nell’ingranaggio: nessuno può dirsi innocente

La mossa più coraggiosa e politicamente significativa dell’inchiesta milanese è tuttavia un’altra: l’estensione delle indagini alle grandi multinazionali del food che si avvalgono dei servizi di Deliveroo e Glovo. Il 25 febbraio 2026, in contemporanea con il decreto su Deliveroo, i Carabinieri si sono presentati nelle sedi italiane di McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC per acquisire documenti e verificare modelli organizzativi.

Il principio giuridico è chiaro e di straordinaria portata: chi si avvale di una filiera produttiva fondata sullo sfruttamento non può invocare l’ignoranza o la distanza contrattuale come scudo. Modelli organizzativi inadeguati a prevenire lo sfruttamento potrebbero configurare, secondo la Procura, una forma di agevolazione colposa del caporalato. In altre parole: voi che guadagnate sulla pena dei rider, cosa avete fatto — e cosa potevate fare — per spezzare questo circuito?

Non è la prima volta che la magistratura milanese percorre questa strada. Le stesse logiche sono state applicate, con risultati significativi, nel settore della moda: Armani, Dior, Louis Vuitton, Tod’s sono stati raggiunti da indagini che, risalendo la catena degli appalti e dei subappalti, sono arrivate alle fabbriche clandestine dove lavoratori cinesi cucivano borse e abiti griffati per pochi euro a pezzo. Il meccanismo è identico: delegare lo sporco lavoro a chi sta più in basso nella catena, lavarsene le mani con un codice etico esposto sul sito aziendale, incassare i profitti.

Il silenzio della politica e il coraggio della magistratura

Occorre dirlo con chiarezza: in questo campo, la politica italiana ha clamorosamente mancato al suo dovere. Il contratto firmato nel 2020 tra Assodelivery e l’UGL — un sindacato minoritario e, in questo settore, privo di reale rappresentatività — ha istituito il sistema del pagamento a cottimo, escludendo i tempi di attesa e fissando compensi irrisori. Da allora, il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative si è riunito, come denuncia Borghesi di Nidil-CGIL, soltanto due volte in un anno e mezzo, senza alcun risultato concreto.

L’Italia avrebbe dovuto recepire entro il 2025 la Direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, uno strumento normativo che — pur giunto all’approvazione finale in forma molto indebolita rispetto alla proposta originaria — avrebbe potuto fornire qualche tutela aggiuntiva. Di questo recepimento, a febbraio 2026, non vi è ancora traccia. Il legislatore tace. Le aziende prosperano. I rider pedalano nella pioggia.

In questo vuoto di responsabilità politica e istituzionale, è intervenuta la magistratura. Non per vocazione imperialistica, ma perché qualcuno — come ha sottolineato Borghesi — “avrebbe dovuto vedere e ha scelto di non farlo”. Il PM Storari e i Carabinieri del Lavoro hanno fatto il loro dovere. Ora tocca a tutti gli altri fare il proprio.

Una questione di civiltà

Esistono i nuovi schiavi. Non portano catene visibili: portano uno smartphone con un’app aperta, una borsa termica sul portapacchi, una divisa con il logo di un’azienda che fattura centinaia di milioni. Sono migranti, spesso irregolari o in condizione precaria, che hanno traversato oceani e deserti per approdare a questo: tremila calorie bruciate ogni giorno per quattro euro a consegna.

Il loro sfruttamento non è un effetto collaterale indesiderato di un sistema altrimenti funzionante. È il modello di business. È la condizione necessaria affinché un consumatore possa ricevere la sua pizza calda in trenta minuti pagando prezzi contenuti, affinché le piattaforme possano presentare bilanci in crescita agli azionisti, affinché le multinazionali del fast food possano ampliare le reti di distribuzione senza farsi carico di alcun costo del lavoro. Il rider è il punto più debole della catena, quello su cui viene scaricato il rischio d’impresa, la variabilità della domanda, il costo della flessibilità.

Chiamarlo “lavoro autonomo” è una mistificazione linguistica al servizio di interessi economici ben precisi. Chiamarlo libertà è un insulto alla intelligenza e alla sofferenza di chi vive questa condizione ogni giorno.

La giustizia da sola non basta

L’intervento della Procura di Milano è necessario, doveroso, e va salutato come un atto di civiltà giuridica. Ma nessuna inchiesta penale, per quanto coraggiosa, può sostituire una riforma strutturale del lavoro su piattaforma. Servono norme chiare che sanciscano la subordinazione di fatto dei rider, con tutti i diritti che ne conseguono. Serve un contratto collettivo negoziato con i sindacati realmente rappresentativi. Serve che la direttiva europea venga recepita non come obbligo burocratico da adempiere al minimo sindacale, ma come opportunità per costruire un sistema più giusto.

Servono consumatori consapevoli, che sappiano che il costo di quella pizza consegnata in venti minuti include, da qualche parte nella catena, la salute e la dignità di un essere umano. E servono multinazionali che smettano di nascondersi dietro i codici etici e inizino ad assumersi la responsabilità reale di quanto accade nella loro filiera.

I “dannati dell’algoritmo”, per usare l’espressione evocativa con cui questa storia è stata raccontata, aspettano. Pedalano sotto la pioggia, dormono in otto in un appartamento, mandano soldi a casa e sognano una vita più giusta. Meritano qualcosa di più di una sentenza. Meritano un paese che decida, finalmente, da che parte stare.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

26 febbraio 2026

LA COSTITUZIONE TRADITA

Riforme che non riformano, poteri che non rappresentano

I. Una promessa scritta nel sangue, mai del tutto mantenuta

Prima di parlare di riforme costituzionali, bisognerebbe avere il coraggio di porsi una domanda scomoda, quasi ovvia nella sua semplicità, eppure sistematicamente elusa dal dibattito pubblico: questa Costituzione, nata dalla Resistenza, scritta da uomini e donne che avevano appena attraversato il fascismo e la guerra, è stata mai veramente applicata? Interamente, nella sua parte più impegnativa e visionaria?

La risposta — a guardare con onestà la storia repubblicana, senza le lenti distorcenti della retorica celebrativa che ogni anno si consuma il 25 aprile e il 2 giugno — è no. Non interamente. Non nei suoi articoli più esigenti, quelli che davano alla nostra Carta il suo carattere genuinamente rivoluzionario, quelli che avrebbero dovuto trasformare una società ancora segnata dalle disuguaglianze profonde del Novecento in qualcosa di radicalmente più giusto.

L’articolo 3, secondo comma, afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Parole di una modernità straordinaria, che pochi sistemi costituzionali al mondo hanno saputo eguagliare. Ma chi ha mai rimosso quegli ostacoli? L’uguaglianza sostanziale — quella che non si limita a dichiarare i diritti sulla carta, ma che dovrebbe tradursi in parità reale di condizioni e opportunità — è rimasta per lo più una dichiarazione d’intenti, un orizzonte filosofico, un promemoria morale mai trasformato in politica concreta.

L’articolo 4 proclama il diritto al lavoro e obbliga la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È bastata qualche decina d’anni per trasformare quello stesso lavoro in merce precaria, usa e getta, per smontare pezzo per pezzo le tutele conquistate con decenni di lotte, e per convincere intere generazioni che la flessibilità totale — il lavoro senza contratto, senza orario, senza futuro — fosse non solo inevitabile ma addirittura auspicabile, sinonimo di libertà piuttosto che di abbandono.

L’articolo 46 prevede il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende, in armonia con le esigenze della produzione. È una norma che, settantasette anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, non è mai stata attuata. Nessuna legge ordinaria l’ha mai tradotta in realtà. Nessun governo, di nessun colore, ha mai ritenuto necessario o opportuno dare concretezza a quella previsione. L’articolo 39, che avrebbe dovuto fondare il sistema sindacale su basi certe, democratiche, verificabili, è rimasto lettera morta. E il salario minimo legale, che la Costituzione implica chiaramente all’articolo 36 — «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» — è arrivato come proposta solo nelle ultime legislature, per essere bloccato proprio dal governo che oggi si fa paladino della revisione costituzionale.

La Costituzione, insomma, è stata rispettata quando conveniva. Le sue norme di garanzia — quelle che limitano l’arbitrio dei poteri forti, che proteggono la libertà individuale dagli abusi dello Stato — sono state onorate, sia pure con alterne vicende. Le sue norme di promozione sociale, quelle che avrebbero dovuto trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, quelle che davano alla Repubblica un mandato attivo nella riduzione delle disuguaglianze, sono state quasi sempre disattese, accantonate, dimenticate. È come se avessimo edificato una casa meravigliosa, l’avessimo abitata occupando soltanto le stanze più comode — quelle delle libertà formali, dei diritti civili, delle garanzie processuali — e avessimo lasciato chiuse a chiave, per decenni, quelle che avrebbero potuto cambiarci davvero la vita: le stanze dei diritti sociali, della redistribuzione, della partecipazione democratica sostanziale.

E ora, dopo che quella casa non è mai stata abitata per intero, dopo che i suoi locali più preziosi sono rimasti inaccessibili, qualcuno vuole abbatterla. Non per costruirne una più grande, o più bella, o più giusta. Ma per rifarne la pianta, abbassare i soffitti, chiudere le finestre che danno sulla piazza.

II. JP Morgan lo disse senza pudore: le vostre costituzioni sono troppo umane

Non è un segreto. Non è una teoria del complotto, non è una suggestione da web, non è il prodotto di una mente cospirativa che unisce punti immaginari. È un documento. Un documento redatto da professionisti della finanza, pubblicato e diffuso, rimasto in circolazione per anni prima di scomparire quasi del tutto dal dibattito pubblico — non perché smentito, ma perché scomodo.

Il 28 maggio 2013, JP Morgan Chase — la potente banca d’affari statunitense che era già stata formalmente accusata dal governo federale americano di corresponsabilità nella crisi dei mutui subprime che aveva devastato l’economia globale dal 2008 — pubblicò un report di sedici pagine intitolato «L’aggiustamento dell’area euro: siamo a metà strada». Un documento tecnico, in apparenza. Un contributo all’analisi della crisi del debito sovrano europeo, con raccomandazioni per i governi. Se ne occuparono in pochi, e tra quelli che lo lessero, ancor meno segnalarono il passaggio più rivelatore.

Gli analisti della banca — tra cui David Mackie, Malcom Barr, Marco Protopapa, Alex White, Greg Fuzesi e Raphael Brun-Aguerre — scrivevano che i problemi dell’Europa meridionale non erano soltanto economici, ma anche e soprattutto politici. E li individuavano con una franchezza che, a rileggerla oggi, risulta quasi oscena nella sua spudoratezza:

«I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.»

Quali sarebbero, secondo JP Morgan, queste caratteristiche intollerabili, questi difetti strutturali da correggere con urgenza? La banca li elencava con metodica precisione: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, sistemi di consenso fondati sul clientelismo, e — si noti bene, con tutta la lucidità analitica che solo una vera potenza finanziaria sa produrre — «la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo».

Il diritto di protestare. Il fastidio dei banchieri di Manhattan era rivolto, tra le altre cose, al fatto che i cittadini europei potessero scendere in piazza, organizzarsi, fare sentire la propria voce quando i governi propongono misure che li danneggiano. Questo, per JP Morgan, era un’inefficienza strutturale da eliminare. Uno scarto di sistema da correggere. La soluzione implicita era lineare: riformare — o meglio, smantellare — le costituzioni nate dalla lotta antifascista, troppo sociali, troppo protettive dei lavoratori, troppo orientate verso i diritti delle persone, troppo lontane dalla logica del mercato e dell’efficienza finanziaria.

Il documento fece un certo scalpore quando fu reso noto, sollevando le reazioni di intellettuali e giuristi: il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky commentò che nel rapporto di JP Morgan «si è letto che la nostra è una Costituzione infida». Barbara Spinelli, dalle colonne di Repubblica, scrisse che la banca «sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti». L’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena parlò di riforma «ispirata» da quel documento. Ma la notizia, come spesso accade con le scomodità strutturali, fu assorbita e dimenticata.

Vale invece la pena ricordarla oggi, e ricordarla bene, perché la mappa tracciata da Manhattan nel 2013 assomiglia in modo inquietante alle direzioni di marcia degli ultimi anni. Il pareggio di bilancio è già entrato in Costituzione nel 2012, con il consenso trasversale — quasi unanime — di quasi tutti i partiti, in un atto di silenzioso conformismo alle direttive europee e ai diktat della finanza internazionale. La precarizzazione del lavoro ha proseguito il suo corso inarrestabile, smontando progressivamente le tutele che avevano reso l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori un modello nel mondo. E ora si discute di rafforzare ulteriormente l’esecutivo, indebolire i contrappesi istituzionali, ridurre gli spazi di autonomia della magistratura. La finestra si restringe. L’aria che entra dalla piazza diminuisce. I soffitti si abbassano.

III. Gli eredi della sconfitta: la rivalsa contro una Carta partigiana

C’è una dimensione di questa vicenda che il dibattito ordinario tende a rimuovere, perché è la più politicamente scottante, la meno comoda da affrontare nei salotti televisivi e nelle tribune parlamentari. Eppure è, forse, la chiave interpretativa più onesta per comprendere cosa stia accadendo davvero.

Il partito che guida questo governo — Fratelli d’Italia, erede dichiarato del Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da reduci del regime e della Repubblica Sociale, passato attraverso Alleanza Nazionale senza mai compiere la rottura radicale con la propria genealogia — non ha mai davvero fatto i conti con quella storia. Non nel modo in cui la Democrazia Cristiana tedesca si costruì su una distanza netta e irreversibile dal nazismo, non nel modo in cui altre forze europee hanno riscritto la propria identità su basi inequivocabilmente antifasciste. Le trasformazioni nominali ci sono state, i contenuti dei simboli sono stati sfumati, il linguaggio è cambiato. Ma la sostanza di quella continuità, rivendicata nei decenni con vari gradi di esplicitazione, non è mai stata davvero abbandonata.

La Costituzione del 1948 non fu soltanto un testo giuridico. Fu la sanzione solenne e pubblica della sconfitta di quel mondo: del fascismo, del regime, di chi aveva creduto che la concentrazione assoluta del potere in un solo uomo e in un solo partito fosse non solo possibile ma desiderabile. Fu scritta da chi il fascismo lo aveva combattuto nelle montagne e nelle città, da chi nei lager aveva perduto fratelli e compagni, da chi aveva scelto la clandestinità piuttosto che la complicità, da chi aveva rischiato la vita per un’idea di Italia radicalmente diversa. Ogni suo articolo porta il segno di quella scelta. La divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di manifestazione e di associazione, la tutela dei diritti sociali: tutto nasce dalla consapevolezza di chi aveva visto — non nei libri di storia, ma nella propria carne viva — dove portava la concentrazione del potere in mano a uno solo.

Chi non ha mai accettato quella sconfitta, chi l’ha vissuta come un’umiliazione storica da riscattare, ha oggi nelle mani gli strumenti per farlo. E lo fa con metodo, con pazienza, attraverso i meccanismi della democrazia stessa. Che è, in fondo, la più raffinata delle rivincite: usare le regole della casa che ti ha sconfitto per demolirla dall’interno, articolo per articolo, istituzione per istituzione, fino a che l’edificio ha ancora la stessa facciata ma ha cambiato struttura portante.

Non è populismo d’opposizione affermare questo. È analisi storica. E l’analisi storica impone di guardare in faccia la continuità tra ieri e oggi, tra il tentativo di svuotare la democrazia dall’interno e la lunga parabola di chi quella democrazia non ha mai considerato pienamente propria. Come ha scritto, con parole essenziali, uno dei commentatori che ha ispirato questo articolo: «La Costituzione è la vera nemica. È la loro vergognosa sconfitta.» Non è insulto. È analisi. E l’analisi merita di essere presa sul serio.

IV. Se la finestra sbatte, si ripara la finestra. Non si demolisce la casa

Lasciamo per un momento le grandi narrazioni storiche e politiche. Scendiamo su un piano più immediato, più concreto, più domestico. Un piano che chiunque — al di là delle simpatie politiche, al di là della formazione giuridica — può capire e valutare.

Immaginate di avere una casa. Una casa costruita bene, con materiali solidi, da artigiani capaci e motivati. Una casa che ha resistito settantasette anni di intemperie, che ha attraversato crisi economiche, governi instabili, tentativi di destabilizzazione. Una casa, certo, con le sue imperfezioni: qualche crepa nei muri, qualche infisso che cigola, qualche stanza che non è mai stata ultimata come si sarebbe dovuto. Ma una casa abitabile, sicura nelle sue fondamenta, riconoscibile nella sua struttura.

Ora immaginate che una finestra, esposta al vento, sbatta. Lasci entrare qualche soffio d’aria. Ogni tanto, quando il vento è forte, il rumore disturba. La soluzione logica, quella che qualunque persona di buon senso adotterebbe, è riparare la finestra: cambiare la guarnizione consumata, sistemare la chiusura, al limite sostituire il telaio. Non ci vuole un architetto di grido. Bastano un falegname esperto, del materiale adatto, un pomeriggio di lavoro.

Nessun ingegnere sano di mente propone, di fronte a uno spiffero, di abbattere l’intera struttura portante. Di rifare le fondamenta. Di ricostruire i muri. Di ridisegnare la pianta dell’edificio. Di trasformare una casa progettata per ospitare molte persone in modo equilibrato in qualcosa di completamente diverso, con stanze che servono a chi ha il potere e corridoi che confinano chi non ce l’ha.

Eppure è esattamente questo che si sta proponendo con l’attuale riforma della giustizia e della separazione delle carriere, con la progressiva concentrazione di poteri nell’esecutivo, con l’indebolimento dei contrappesi istituzionali che caratterizza questa stagione politica. Se c’è inefficienza nella magistratura — e ce n’è, come in ogni istituzione umana — si può intervenire con strumenti ordinari: sull’organizzazione degli uffici, sulla formazione dei magistrati, sui tempi dei processi, sui meccanismi disciplinari. Tutto questo è possibile, e sarebbe necessario, senza toccare la Costituzione. Senza stravolgere l’equilibrio tra i poteri che i Costituenti avevano costruito con precisione quasi ingegneristica, proprio perché avevano vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quando quell’equilibrio era stato distrutto.

La Costituzione non ha il linguaggio tecnico e prescrittivo della legge ordinaria. Non è e non deve essere un manuale operativo dell’amministrazione quotidiana. È la cornice valoriale entro cui l’intero ordinamento si muove, lo strumento che definisce l’orizzonte, che stabilisce i confini invalicabili, che garantisce che nessun potere possa crescere abbastanza da inghiottire gli altri. Quando quella cornice viene modificata, non si cambia solo una norma. Si cambia la prospettiva con cui tutte le altre norme verranno scritte, interpretate, applicate.

Se dunque si insiste nel volere la riforma costituzionale invece di intervenire con leggi ordinarie sulle inefficienze concrete — che sono reali e non neghiamo — la domanda che ogni cittadino ha il diritto e il dovere di porsi è questa: a cosa serve davvero questa riforma? Non serve a riparare lo spiffero. Serve a ristrutturare la casa. A ridisegnare i rapporti di forza tra i poteri. A creare un esecutivo tanto più forte da poter prescindere dai controlli degli altri. A costruire una struttura in cui il governo comanda, i contrappesi arretrano, e i cittadini — che le costituzioni antifasciste avevano messo al centro come soggetti di diritto — tornano a essere oggetti di amministrazione.

V. La storia come specchio: quando il popolo non ne può più

La storia ha una memoria lunga che i potenti tendono a dimenticare, salvo poi trovarsi, prima o poi, a pagarne il conto in modi che nessuno aveva previsto e nessuno avrebbe scelto.

La Francia del 1789 era una società in cui un’aristocrazia di sangue godeva di privilegi assoluti: non pagava tasse, deteneva il potere nelle sue diverse forme, godeva di quasi totale impunità giuridica, e considerava il Terzo Stato — che era poi il popolo intero, dall’artigiano al piccolo borghese al contadino — come una fonte inesauribile di manodopera e di gettito fiscale, una risorsa da sfruttare senza limitazioni. Quella condizione era durata secoli. Si era riprodotta di generazione in generazione, sembrava immutabile come le leggi naturali. Poi, in pochi anni, quella struttura millenaria crollò, e crollò in un modo che i suoi beneficiari non avrebbero mai immaginato possibile. Non crollò pacificamente. Crollò nella violenza, perché la violenza con cui si risponde alla protesta dei disperati alimenta, con un meccanismo di specchi che la storia ha ripetuto più volte, la violenza con cui la protesta si trasforma in rivoluzione.

La Russia del 1917 esplose dopo decenni in cui le contraddizioni sociali di un impero immenso e arretrato erano state sistematicamente ignorate, in cui ogni tentativo di riforma moderata era stato soffocato, in cui l’autocrazia zarista aveva risposto all’inquietudine popolare con la repressione poliziesca, l’esilio in Siberia, il sangue domenicale del 1905. I riformatori che avrebbero potuto trovare una soluzione meno traumatica erano stati neutralizzati uno dopo l’altro. Il risultato fu una rivoluzione che nessuno, nemmeno i suoi protagonisti, riuscì davvero a controllare.

Non ci troviamo qui a celebrare acriticamente quegli eventi. Non li indichiamo come modelli da imitare. Li citiamo perché la storia, quando viene letta onestamente, è la migliore maestra di realismo politico che esista. E quello che queste grandi convulsioni ci insegnano è preciso e non ambiguo: i sistemi che scelgono la repressione invece della redistribuzione, che preferiscono annichilire il dissenso piuttosto che ascoltare i bisogni, che trattano i propri cittadini come mucche da mungere — estraendo ricchezza, comprimendo diritti, smontando garanzie — non durano. Non per fatalismo storico, non per leggi meccaniche della dialettica, ma perché la capacità umana di sopportare l’ingiustizia non è infinita. E quando raggiunge il suo limite, ciò che accade non è mai ordinato, non è mai controllato, non è mai quello che nessuno dei protagonisti aveva davvero desiderato.

La vecchia nobiltà pre-rivoluzionaria non pagava tasse: i suoi eredi contemporanei le ottimizzano attraverso giurisdizioni offshore, paradisi fiscali, strutture fiduciarie costruite da decine di avvocati e commercialisti. L’aristocrazia godeva di impunità giuridica: i suoi successori ottengono l’impunità attraverso prescrizioni studiate ad arte, difese d’ufficio finanziate con i proventi dell’evasione, leggi scritte su misura per proteggere il potere dall’azione della giustizia. Il popolo era considerato una fonte di manodopera e di gettito da sfruttare: e il lavoro precario, il salario insufficiente, il welfare smontato, i servizi pubblici impoveriti sono le forme contemporanee dello stesso sfruttamento.

Non è un auspicio di violenza, quello che la storia ci presenta. È esattamente il contrario: è l’argomento più potente a favore della ragionevolezza, del rispetto delle garanzie costituzionali, del dialogo democratico, della giustizia redistributiva. Le costituzioni antifasciste non sono un ostacolo alla buona governance. Sono la migliore assicurazione che un sistema politico abbia per non precipitare nel baratro che la storia, con dolorosa regolarità, presenta a chi le ignora.

VI. Difendere la Costituzione significa difendere il futuro

La Costituzione italiana non è perfetta. Nessuna costituzione umana lo è. Non è stata pienamente attuata — e questa è una critica che va rivolta a settantasette anni di classe dirigente, non all’istituzione che quella classe dirigente non ha saputo o voluto applicare. Ha difetti, lacune, norme che il tempo ha reso obsolete, meccanismi che richiedono aggiornamento. Nessuno lo nega. Nessuna difesa seria della Costituzione può essere difesa dell’immobilismo.

Ma la Costituzione è, nella sostanza dei suoi principi fondamentali, uno degli strumenti più avanzati che la civiltà politica moderna abbia saputo produrre: una Carta che mette al centro la persona e non il mercato, che bilancia i poteri invece di concentrarli, che riconosce i diritti sociali come ineludibili anziché come concessioni revocabili, che ha scelto — dopo la notte più buia del Novecento, dopo i lager e le fosse comuni e le deportazioni — di fondare la Repubblica sulla dignità del lavoro e sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini.

Riformarla è legittimo, quando necessario, quando condiviso, quando il cambiamento risponde a una reale esigenza dei cittadini e non a una necessità dei poteri forti. Ma spacciare per riforma quello che è in realtà uno smantellamento; presentare come modernizzazione quello che è un arretramento verso logiche predemocratiche; chiamare efficienza quella che è concentrazione del potere nelle mani di chi ha già tutto — questo è inganno. Un inganno che si serve del linguaggio della democrazia per svuotarla dall’interno, che usa le procedure costituzionali per minare i fondamenti costituzionali.

Ed è un inganno che, come ci insegna la storia che abbiamo rapidamente ripercorso, alla lunga non regge. Non perché esista una giustizia immanente che punisce i potenti, ma perché le strutture che si costruiscono sull’annullamento dei diritti altrui portano in sé il germe della propria crisi.

C’è ancora tempo per riparare la finestra invece di demolire la casa. C’è ancora tempo per attuare quella Costituzione che non abbiamo mai completamente vissuto, invece di riscrivere quella che abbiamo. C’è ancora tempo per ricordare che la Resistenza non fu un episodio folkloristico da celebrare con le bandiere, ma un progetto di società — scritto negli articoli di quella Carta — che attende ancora di essere compiuto.

Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere. Non è una minaccia. È la lezione che i nostri nonni ci hanno lasciato scritta, articolo per articolo, in quella Carta che qualcuno vorrebbe riscrivere. La nostra risposta è semplice: quella casa la abitiamo, la difendiamo, e prima di tutto la finiamo di costruire.

FONTI E RIFERIMENTI
[1] Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Artt. 1, 3, 4, 36, 39, 40, 46. Testo integrale disponibile su: http://www.senato.it e http://www.normattiva.it
[2] JP Morgan Chase — David Mackie et al., “Euro area adjustment: about halfway there”, 28 maggio 2013. Report interno diffuso pubblicamente. Citato e analizzato da: Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2013; Wall Street Italia; Il Manifesto; Il Sole 24 Ore.
[3] Barbara Spinelli, “La banca ordina, i governi eseguono”, La Repubblica, 2013. Commento al report JP Morgan sulle costituzioni antifasciste europee.
[4] Gustavo Zagrebelsky, intervista sulla riforma costituzionale e il report JP Morgan. Citato in: La Città Futura, “Questa è davvero la riforma di JP Morgan”, novembre 2016.
[5] Paolo Maddalena, ex giudice della Corte Costituzionale, dichiarazioni sulla riforma Renzi-Boschi e le pressioni della finanza internazionale. Citato in vari organi di stampa, 2016.
[6] Costantino Mortati, “Istituzioni di diritto pubblico”, CEDAM, Padova. Sul significato del lavoro come valore fondante nella Costituzione italiana.
[7] Movimento Sociale Italiano — storia, fondazione (1946) e continuità politica fino ad Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. Fonti storiche: Giorgio Galli, “Il bipartitismo imperfetto”, Il Mulino; Piero Ignazi, “Il polo escluso”, Il Mulino, 1989.
[8] Sulla Rivoluzione francese del 1789 e le sue cause strutturali: Albert Soboul, “La rivoluzione francese”, Editori Riuniti; Alexis de Tocqueville, “L’Antico Regime e la Rivoluzione”, Einaudi.
[9] Sulla Rivoluzione russa del 1917 e le sue premesse: Orlando Figes, “La tragedia di un popolo”, Mondadori; Sheila Fitzpatrick, “La Rivoluzione Russa”, Einaudi.
[10] Sull’indebolimento progressivo delle tutele del lavoro in Italia: Federico Martelloni, “Lavoro e Costituzione”, Etica ed Economia, 2023. Disponibile su: eticaeconomia.it
[11] Sul pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81 Cost., riforma 2012): legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Per la critica: Associazione per la Sinistra Costituzionale; Paolo Maddalena, “Il territorio bene comune degli italiani”, Donzelli, 2014.
[12] Sull’inattuazione dell’art. 46 Cost. (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese): Umberto Romagnoli, “Diritto sindacale e democrazia industriale”, Il Mulino. Anche: Menabò di Etica ed Economia, contributi vari.

IL PATRIARCATO ARMATO

Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio

«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.

Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.

I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN

Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».

Tra le violazioni citate compaiono schiavitù sessuale, tortura, violenza riproduttiva, sparizioni forzate, femminicidio. Non semplici reati. Crimini contro l’umanità. La differenza non è terminologica: è la differenza tra un processo penale ordinario e una responsabilità che chiama in causa il diritto internazionale. È la differenza tra un delinquente e un sistema.

Il file EFTA02731395, il diario di una minorenne, racconta dell’esistenza di quello che può essere descritto solo come una fabbrica della stirpe: bambine usate come incubatrici nel ranch del Nuovo Messico di Epstein, a cui il figlio appena partorito veniva strappato dalle braccia. Epstein, secondo i suoi stessi scritti, voleva che il proprio seme fecondasse almeno venti donne al giorno. Non è la fantasia malata di un singolo. È un programma. Ha un nome, una filosofia, dei finanziatori, degli alleati intellettuali.

II. LA SCIA IDEOLOGICA: DALL’EUGENETICA COLONIALE ALLA SILICON VALLEY

Per comprendere la profondità dell’abisso, occorre tornare indietro di trent’anni. Nel 1994, Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicano The Bell Curve, un testo che sostiene l’esistenza di differenze cognitive ineludibili tra gruppi razziali, in particolare tra neri e bianchi. Il rimedio suggerito dagli autori è agghiacciante nella sua brutalità burocratica: scoraggiare le politiche di welfare per le donne a basso reddito, perché «spingono a fare figli le donne sbagliate». L’eugenetica coloniale riconfezionata come politica sociale. La pseudoscienza razzista con l’abito del paper accademico.

Epstein conosceva bene questo universo. Nella sua corrispondenza con Noam Chomsky, citava materiali provenienti da ambienti di estrema destra e discuteva di «scienza della razza» con una disinvoltura che rivela la normalizzazione di quelle categorie dentro reti di potere e rispettabilità sociale. Già da anni erano emersi i suoi finanziamenti a centri di ricerca specializzati nel controllo della popolazione e i legami con scienziati noti per posizioni razziste o apertamente eugenetiche.

I documenti emersi più di recente hanno aggiunto un tassello ulteriore: nelle comunicazioni con esponenti della Silicon Valley e del mondo dell’intelligenza artificiale compaiono discussioni sui presunti meriti della pseudoscienza razzista, ipotesi sulla superiorità cognitiva dei bianchi, teorie sulla morte di massa come strumento di gestione del pianeta. Il punto non è solo ciò che viene detto. È il contesto in cui viene detto: ambienti tecnologici e finanziari che si presentano come avanguardia del futuro, ma che in alcuni casi riaprono il cassetto più oscuro del Novecento.

Il caso più clamoroso è quello di Elon Musk, il cui nome compare nei file in relazione a una cena del 2015 organizzata da Reid Hoffman a Palo Alto, alla presenza di figure di primo piano della tecnologia e della ricerca. Nessuno dei partecipanti a quella cena è stato accusato di reati sulla base di quel solo elemento. Ma il dato politico e culturale resta: mentre si consolidano queste reti, Musk rende pubblica da anni la propria ossessione per la «crisi demografica» dell’Occidente, e immagina la riproduzione come compito storico delle élite. Il progetto di portare il proprio seme su Marte non è soltanto una bizzarria da miliardario. È la versione postmoderna di un immaginario eugenetico: la stirpe del padrone trasformata in destino cosmologico.

III. IL COMPLESSO SERVO-PADRONE: LA LETTURA DI MELINDA COOPER

La politologa australiana Melinda Cooper ha offerto una chiave di lettura preziosa per comprendere ciò che troppo spesso viene separato: da un lato gli abusi ripetuti e sistemici su donne e minori, dall’altro la fascinazione della «classe Epstein» per l’eugenetica e la supremazia bianca.

Cooper torna a Freud e a Totem e tabù per ricordare che l’inconscio collettivo è abitato dall’idea di orda: una fantasia primordiale di ordine tribale in cui i patriarchi si servono del possesso delle donne per creare una propria stirpe e ottenere una forma di immortalità. In questa prospettiva, pedofilia e riproduzione della stirpe non sono elementi casualmente accostati. Sono parti della stessa logica di dominio. Il corpo della donna e, nel caso dei minori, il corpo del futuro, non viene mai concepito come soggetto. Viene trattato come oggetto, come territorio da colonizzare.

Dietro la rete Epstein emerge così un’idea di società interamente regolata sulla relazione tra servo e padrone, in cui il dominio si fonda tanto sulla violenza economica quanto su quella sessuale. Lo scopo delle élite economiche che si muovono in questo orizzonte non è soltanto accumulare ricchezza, ma estendere un modello di comando anti-democratico all’intera società, celebrando una visione tribale, gerarchica, allergica all’eguaglianza. Una visione che non è una deviazione estrema del sistema. È la sua forma più nuda, quella che smette di fingere.

IV. NICK FUENTES E I GROYPERS: IL NAZISMO NON IRONICO MASCHERATO DA NAZISMO IRONICO

Mentre si svelano le dimensioni dell’impero Epstein, nell’ecosistema della destra americana emerge con crescente visibilità una figura che sembra incarnare in forma pubblica e mediatica l’ideologia coltivata in privato da quell’impero: Nick Fuentes, 27 anni, di Chicago, streamer politico, leader dei Groypers, autore di alcune delle affermazioni più esplicitamente fasciste prodotte da un influencer mainstream negli ultimi decenni.

L’11 febbraio 2025, nel suo programma America First su Rumble, Fuentes ha dichiarato: «Il nemico politico numero uno sono le donne. Devono essere arrestate». Poco dopo ha aggiunto che le donne che riducono il tasso di fertilità dovrebbero essere «spedite in gulag di riproduzione forzata». Le «buone» sarebbero liberate; le «cattive» condannate ai lavori forzati nelle miniere. Parole che non arrivano da un regime totalitario del secolo scorso, ma da una piattaforma di streaming contemporanea, davanti a centinaia di migliaia di utenti.

Non si tratta di una provocazione isolata. Nel corso della sua carriera, Fuentes ha sostenuto che le donne debbano «tornare in cucina», ha minimizzato la violenza sessuale, ha associato gli omosessuali alla pedofilia, ha descritto la segregazione razziale come una condizione preferibile per gli afroamericani, ha elogiato Hitler e banalizzato l’Olocausto con un linguaggio volutamente osceno. Il suo antisemitismo non è allusivo o simbolico: è esplicito, classico, da propaganda novecentesca.

Il meccanismo retorico è noto e terribilmente efficace: usare il linguaggio dell’odio in forma semischerzosa, con l’ironia come scudo, per rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe immediatamente inaccettabile. È il passaggio dal “non si può dire” al “si può dire per scherzo”, e da lì al “si può dire sul serio”. In questo modo il nazismo non ironico viene fatto passare come nazismo ironico, finché la maschera cade ma il pubblico è già stato addestrato.

L’obiettivo è abbattere la finestra di Overton: rendere pensabile, poi dicibile, poi normale ciò che fino a pochi anni prima sarebbe stato considerato impensabile. E questo processo non riguarda più soltanto nicchie estremiste. Interi segmenti della nuova destra istituzionale convivono con questo linguaggio, lo sfiorano, lo legittimano, lo normalizzano senza mai assumerlo fino in fondo. È il modo più efficace per farlo crescere.

V. UN’IDEOLOGIA SENZA CONFINI: DAL RANCH DEL NUOVO MESSICO AL PODCAST MAINSTREAM

Cosa collega il ranch del Nuovo Messico di Epstein alle dirette di Fuentes su Rumble? Non una cospirazione lineare. Qualcosa di più profondo e diffuso: un’ideologia condivisa, un’antropologia reazionaria che concepisce il mondo come una gerarchia naturale in cui i forti hanno il diritto, anzi il dovere, di esercitare il dominio sui deboli, sulle donne, sui non-bianchi, sulle generazioni future.

In Epstein questa ideologia si esprimeva nel privato più segreto e criminale: la costruzione letterale di una stirpe, il controllo del corpo delle donne come strumento riproduttivo, la complicità di un’élite finanziaria, scientifica e politica attratta da quel nucleo di potere. In Fuentes si esprime nel pubblico più sfacciato: il linguaggio dell’odio portato fuori dai forum neonazisti e dentro lo studio televisivo, con giacca, cravatta e ironia calcolata.

Il comune denominatore è la disumanizzazione delle donne. Nel caso Epstein, è materiale e brutale: corpi ridotti a incubatrici, ragazze comprate, vendute, trafficate, torturate. Nel caso Fuentes, è programmatica: le donne sono il nemico, vanno rinchiuse, controllate, ridotte a funzione biologica. In entrambi i casi è in gioco la stessa ontologia reazionaria: la donna come non-persona, come territorio, come proprietà.

E in entrambi i casi, qui sta il nodo più inquietante, questa ontologia non vive ai margini del potere. Convive con esso. Talvolta ne parla la lingua, ne frequenta i salotti, ne attraversa le piattaforme, ne utilizza i codici.

VI. L’IMPUNITÀ COME SISTEMA

Gli esperti dell’ONU pongono una domanda che nessun governo sembra disposto ad affrontare fino in fondo: come ha potuto una rete simile prosperare così a lungo nel cuore delle élite politiche, economiche e mediatiche di diversi Paesi? La risposta è scomoda perché implica che l’impunità non fosse un difetto del sistema, ma una sua caratteristica strutturale.

Il rilascio dei documenti è avvenuto dopo anni di resistenza, con ritardi, lacune e perfino con la divulgazione accidentale di informazioni sensibili sulle vittime prima che fossero oscurate. In Europa, l’emergere di legami con la rete Epstein ha prodotto dimissioni e inchieste. Negli Stati Uniti, invece, molte figure coinvolte nei circuiti di relazione e influenza continuano a occupare spazi di potere o restano protette da un cono d’ombra politico e mediatico.

Anche la gestione istituzionale della vicenda rivela una logica selettiva: la trasparenza viene invocata e praticata in modo intermittente, spesso piegata alla convenienza del momento, mentre il cuore del problema resta intatto. La politica, anche qui, si mostra coerente con l’ideologia del dominio: l’impunità è un privilegio di casta. La legge è per i subordinati.

VII. IL PROBLEMA DEI LIMITI: LIBERTÀ D’ESPRESSIONE E DIGNITÀ UMANA

Questa riflessione non può chiudersi senza affrontare una questione difficile ma inevitabile: quali limiti porre? Non si tratta di invocare censura generalizzata né repressione dell’opinione. Si tratta di capire se esista, e debba esistere, una frontiera oltre la quale certi contenuti non possono essere protetti in nome della libertà d’espressione, non perché offendono la sensibilità di qualcuno, ma perché costituiscono istigazione al crimine, negazione della personalità giuridica di gruppi umani, preparazione ideologica alla violenza.

Quando Nick Fuentes dichiara in diretta che le donne dovrebbero essere rinchiuse in gulag di riproduzione forzata, non sta semplicemente esercitando la libertà di parola in senso liberale. Sta formulando, sotto la copertura dell’ironia, una proposta criminale. Il confine tra provocazione e incitamento non è sempre semplice da tracciare, ma in alcuni casi è impossibile non vederlo. E ignorarlo non è neutralità. È complicità.

Le democrazie mature hanno già affrontato questa tensione. Esistono strumenti giuridici che puniscono la negazione dell’Olocausto, l’istigazione all’odio, l’abuso dei diritti per distruggere i diritti altrui. Il problema non è l’assenza di norme. È la mancanza di volontà politica quando a parlare non è un estremista isolato, ma un influencer con milioni di visualizzazioni o una figura che gravita attorno ai centri del potere.

La risposta, però, non può essere soltanto giuridica. Deve essere anche culturale, educativa, politica. Significa non lasciare soli i giovani, e in particolare i giovani maschi, in un ecosistema digitale dove le voci più forti sono spesso quelle che offrono una spiegazione semplice e tossica alla complessità: la colpa è delle donne, degli ebrei, degli immigrati, dei “globalisti”. Significa costruire narrazioni alternative capaci di parlare anche alla dimensione emotiva, identitaria, relazionale. Significa, soprattutto, interrompere lo sdoganamento dall’alto.

Non si rieduca con la violenza. Si rieduca con la cultura, con la presenza, con l’esempio. Ma c’è un prerequisito decisivo: riconoscere che il problema esiste. E che non è confinato ai margini. È al centro.

QUANDO L’INGIUSTIZIA SI FA SISTEMA

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.» Non è una citazione romantica. È una descrizione della realtà che stiamo vivendo.

Gli Epstein Files non sono uno scandalo nel senso giornalistico del termine. Sono uno specchio. Riflettono un sistema di potere che ha prodotto e protetto una rete criminale globale organizzata attorno all’idea che alcune persone siano superiori e abbiano dunque il diritto di disporre delle vite, dei corpi e persino delle future generazioni degli “inferiori”. Questa idea non nasce con Epstein e non muore con lui. Si diffonde nelle email delle élite tecnologiche, nei forum neonazisti, nelle dirette streaming di giovani arrabbiati che trovano in Fuentes una spiegazione del mondo e una comunità pronta ad accoglierli.

Il filo che collega Epstein a Fuentes, la villa di Palm Beach al ranch del Nuovo Messico, le conversazioni sulla “scienza della razza” ai gulag di riproduzione forzata predicati in diretta, non è complottismo. È analisi. È il filo di un’ideologia che considera le donne non-persone, la razza una gerarchia naturale, la democrazia un inganno dei deboli ai danni dei forti, e la violenza, sessuale, economica, simbolica, uno strumento legittimo di governo.

Dobbiamo essere grati, e qui il femminile è voluto, alle sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare. Alle protagoniste del #MeToo che hanno saputo nominare per prime il mondo che stava emergendo. Agli esperti dell’ONU che hanno usato le parole giuste anche quando fa paura farlo. E dobbiamo essere disposti a fare la nostra parte: nominare chiaramente ciò che vediamo, non accettare la normalizzazione, non confondere la libertà d’espressione con il diritto all’impunità ideologica.

Siamo nel terzo millennio. Certe cose non possono essere trattate come semplici opinioni legittime in un dibattito pluralista. Non perché siano solo offensive. Perché sono crimini annunciati.

Fonti e riferimenti

I. Dichiarazione congiunta degli esperti indipendenti ONU (Consiglio per i diritti umani), febbraio 2026.
II. Byline Times, inchiesta sui legami tra Epstein, “race science” e ambienti dell’AI nella Silicon Valley, dicembre 2025.
III. CNBC, approfondimento sui legami di Epstein con la Silicon Valley, febbraio 2026.
IV. The New York Times, ricostruzione sul progetto eugenetico di Epstein, 2019.
V. Melinda Cooper, analisi politologica sulla rete Epstein e l’eugenetica, 2025.
VI. Charles Murray e Richard Herrnstein, The Bell Curve, Free Press, 1994.
VII. ADL, profilo su Nick Fuentes, ottobre 2025.
VIII. AJC, analisi sull’antisemitismo di Nick Fuentes, dicembre 2025.
IX. Andrew Anglin, testo propagandistico sull’alt-right, 2016.
X. New Statesman, ritratto critico di Nick Fuentes, dicembre 2025.

L’Architettura del Potere

Come il governo Meloni sta ridisegnando l’Italia dall’interno, tra regie globali e sudditi silenziosi

C’è un filo che attraversa le grandi riforme di questo governo e non è il filo della modernizzazione né quello dell’efficienza istituzionale. È il filo, sottile ma resistente, della concentrazione del potere. Premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura: tre cantieri apparentemente distinti che, letti insieme, rivelano un progetto organico, coerente nella sua logica e, per questo, tanto più preoccupante. Non si tratta di opinione politica. Si tratta di architettura costituzionale. E di qualcosa di più vasto: di una strategia globale che non nasce a Roma, ma affonda le radici molto più lontano.

L’Internazionale nera: chi tira i fili

Per capire cosa accade in Italia bisogna alzare lo sguardo. Le riforme del governo Meloni non sono un prodotto autoctono del conservatorismo italiano: sono un capitolo locale di un copione scritto altrove, da attori che operano su scala planetaria.

Tutto ha un’origine riconoscibile. Negli Stati Uniti, nel cuore dell’alt-right americana, nasce e si consolida una dottrina che potremmo definire il capitalismo autoritario del XXI secolo. Il “Project 2025”, elaborato da una coalizione di organizzazioni ultra-conservatrici nel documento “Mandate for Leadership”, propone una profonda ristrutturazione dell’architettura amministrativa degli Stati Uniti con l’obiettivo dichiarato di “assemblare un esercito di conservatori allineati, controllati, addestrati e preparati per decostruire lo Stato amministrativo”, mettendo l’intera macchina federale — dal Dipartimento di Giustizia alle agenzie indipendenti — sotto il controllo del potere esecutivo. La decostruzione dello Stato come programma. Non come effetto collaterale, ma come fine dichiarato.

Il nome che emerge al centro di questa rete è quello di Steve Bannon, ideologo e stratega della destra radicale globale. Bannon si era messo a capo del progetto ambizioso di costruire un ponte ideologico tra Stati Uniti ed Europa, una casa comune chiamata The Movement per tutti i populisti e sovranisti del Vecchio e Nuovo Continente. È la persona che in Brasile e in Europa ha spinto per la formazione di un’internazionale nazional-sovranista, con contatti in Italia, Polonia e Ungheria. Non si tratta di suggestioni ideologiche astratte: dagli Epstein Files recentemente desecretati emerge una rete politica che connette figure dell’estrema destra europea — da Salvini a Le Pen all’AfD tedesco — attraverso scambi, networking e posizionamento politico coordinato a livello transnazionale.

Il secondo grande attore di questa regia è Elon Musk, l’uomo più ricco del pianeta. La sua interferenza nella politica europea è diventata esplicita e spregiudicata. Musk ha sostenuto pubblicamente l’AfD nella campagna elettorale tedesca del febbraio 2025, affermando che il partito di estrema destra è “l’ultima possibilità per la Germania”, e non ha nascosto che i suoi investimenti in quel Paese gli conferiscono il diritto di intervenire nella politica interna tedesca. Ha lanciato ufficialmente il movimento MEGA — “Make Europe Great Again” — ottenendo 60 milioni di visualizzazioni con adesioni entusiaste dei leader sovranisti europei. Nel frattempo, l’Italia sta diventando il luogo di sperimentazione dell’era di Musk, con la complicità esplicita del governo.

La logica è trasparente. Musk non è un politico: è un imprenditore globale con interessi vastissimi in satelliti, intelligenza artificiale, automobili elettriche, reti sociali. Ciò che vuole dai governi è deregolamentazione, smantellamento dei controlli pubblici, riduzione di ogni limite alla sua espansione commerciale. I governi sovranisti, in cambio, ottengono amplificazione mediatica, legittimazione internazionale e accesso tecnologico. È un patto sinallagmatico tra capitalismo oligarchico e populismo autoritario: tu mi dai il potere, io ti tolgo i vincoli.

Da un punto di vista accademico, oggi è possibile parlare di un vero ecosistema politico della destra radicale transnazionale: una rete sempre più fitta di incontri, alleanze formali e informali, sostegni elettorali reciproci e collaborazioni all’interno delle istituzioni sovranazionali. I temi che fungono da collante ideologico — opposizione al multiculturalismo, contestazione dell’integrazione europea, narrazione di una “crisi” culturale occidentale — non sono spontanei: sono costruiti, veicolati e finanziati.

Siamo, in altri termini, di fronte a un’Internazionale nera: sovranista nell’etichetta, globalista nella struttura, suprematista nella visione del mondo. Una rete che predica la difesa delle nazioni mentre coordina il proprio operato attraverso i confini, che proclama il primato del popolo mentre mette il potere nelle mani di pochissimi, che agita il fantasma delle élite cosmopolite mentre è essa stessa la più compatta, radicata e finanziata delle élite.

Il patto tra vassalli

In questo contesto globale, il progetto del governo Meloni si rivela per quello che è: non un programma di governo italiano, ma un’implementazione locale di un disegno più ampio. Alla Lega l’autonomia regionale, a Forza Italia la riforma della magistratura, a Fratelli d’Italia il premierato. Non interventi separati, ma un disegno organico che tiene insieme redistribuzione dei poteri territoriali, ridefinizione dei rapporti tra politica e magistratura e rafforzamento dell’esecutivo. Ciascun partner ottiene la propria fetta, e insieme costruiscono qualcosa che nessuno dei tre avrebbe potuto edificare da solo: un sistema in cui il potere si concentra verticalmente verso il centro e si distribuisce orizzontalmente verso i territori fidelizzati, lasciando ai cittadini il ruolo che ogni sistema autoritario riserva loro — quello di destinatari passivi delle decisioni altrui.

L’autonomia differenziata: la secessione del benessere

Iniziamo dal cantiere più dirompente nei suoi effetti materiali sulla vita quotidiana: l’autonomia differenziata. L’idea, nella sua versione più aggressiva, è quella di consentire alle regioni più ricche — Veneto, Lombardia, Piemonte in testa — di trattenere sul proprio territorio una quota crescente del gettito fiscale, decidendo in autonomia come spenderlo, inclusa la gestione della sanità pubblica che, è bene ricordarlo, assorbe oltre l’80% dei bilanci regionali.

La Corte costituzionale, con la sentenza del novembre 2024, ha dichiarato illegittime parti sostanziali della legge Calderoli, smontandone l’impianto. La risposta del governo è stata però di straordinaria arroganza istituzionale: anziché adeguarsi alle pronunce della Corte, ha firmato pre-intese con quattro regioni del Nord — Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria — con l’impegno formale di avvio dell’autonomia entro il 31 dicembre 2025, aggirando di fatto i vincoli posti dalla Corte costituzionale. Un governo che scavalca la Corte non sta riformando lo Stato: lo sta destrutturando.

Le conseguenze materiali sono già leggibili. Le pre-intese aprono alla possibilità di differenziali retributivi per il personale sanitario solo in alcune regioni, con il rischio concreto di un esodo di professionisti dal Mezzogiorno. Si tratta di un meccanismo perverso: le regioni ricche attraggono medici e infermieri con salari più alti, le regioni povere rimangono senza personale, i cittadini del Sud sono costretti a curarsi altrove pagando di tasca propria o rinunciando alle cure. La sanità — bene comune per eccellenza, presidio della solidarietà nazionale sancita dalla Costituzione — diventa merce di scambio tra centri di potere territoriale.

Il quadro che emerge non è autonomia: è separazione. Non tra popoli diversi, ma tra classi sociali diverse. Al Nord, chi può permettersi un sistema regionale ricco di risorse. Al Sud, chi deve accontentarsi dei residui. Il territorio diventa la variabile che determina la qualità della vita, dei servizi, della sanità. L’articolo 3 della Costituzione — che sancisce il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’uguaglianza tra i cittadini — viene svuotato dall’interno, senza nemmeno doverlo abrogare formalmente.

Il premierato: l’investitura del capo

Se l’autonomia differenziata è la riforma dei territori, il premierato è la riforma del comando. Il disegno di legge costituzionale prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio da parte dei cittadini, con un premio di maggioranza che garantirebbe alla lista collegata una maggioranza dei seggi in entrambe le Camere. Il premier potrà rimanere in carica per non più di due legislature consecutive.

La retorica ufficiale parla di “restituire ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati”. È una narrazione seducente quanto ingannevole. La democrazia non è solo il momento del voto: è l’insieme dei contrappesi, delle istituzioni autonome, dei poteri indipendenti che impediscono a chi governa di diventare arbitro di sé stesso. Un premier eletto direttamente con un premio di maggioranza che gli assicura la maggioranza in entrambe le camere è, nei fatti, un governante che non risponde a nessuno tra un’elezione e l’altra. Il Parlamento diventa ratificatore. Il Presidente della Repubblica viene ridotto a figura notarile. I corpi intermedi — sindacati, associazioni, magistratura — diventano “corpi estranei” da neutralizzare.

Non è democrazia rafforzata: è democrazia ridotta al solo momento elettorale, svuotata di tutti gli strumenti di controllo e partecipazione che la rendono viva tra un voto e l’altro. È esattamente il modello che Orbán ha costruito in Ungheria, che Erdoğan ha consolidato in Turchia, che Trump sta inseguendo negli Stati Uniti: una democrazia di facciata che legittima il potere di uno solo attraverso il rito periodico del voto, mantenendo nel frattempo ogni altra forma di contropotere sotto controllo.

La magistratura: neutralizzare il cane da guardia

Ed è qui che entra in scena la terza gamba del progetto: la riforma della magistratura, firmata dal ministro Nordio, approvata il 30 ottobre 2025 e ora sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo 2026.

La narrazione ufficiale parla di “separazione delle carriere”. La realtà è più complessa e più inquietante. La riforma prevede l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri — con i componenti togati estratti a sorte anziché eletti, e la creazione di una terza istituzione, l’Alta Corte disciplinare, sottratta al CSM e chiamata a giudicare i magistrati. In apparenza, una questione tecnica. Nella sostanza, un ridisegno degli equilibri di potere tra politica e giustizia.

Il punto critico non è solo nell’Alta Corte, ma nel cuore stesso dei due nuovi CSM. La riforma sostituisce l’elezione dei componenti togati con il sorteggio, prelevandoli dall’intero corpo della magistratura senza alcun filtro rappresentativo. In apparenza, una garanzia di neutralità. Nella realtà, un meccanismo di isolamento.

Occorre capire come funzionano oggi le correnti interne alla magistratura. Esattamente come i sindacati rappresentano i lavoratori nel mondo del lavoro, le correnti rappresentano i magistrati all’interno del corpo professionale: sono la loro voce organizzata, la loro capacità collettiva di orientare indirizzi, difendere posizioni, resistere a pressioni esterne. Un magistrato che appartiene a una corrente non è un magistrato politicizzato nel senso deteriore del termine: è un magistrato che ha una sponda istituzionale, una rappresentanza, una tutela.

Il sorteggio distrugge esattamente questa protezione. Il giudice estratto a sorte approda nel nuovo CSM come individuo solo, svincolato da qualsiasi corrente, privo di rete e di mandato rappresentativo. Di fronte a lui siedono i componenti laici di nomina politica: giuristi selezionati dal Parlamento, spesso con forti legami con i partiti che li hanno designati, esperti nelle dinamiche istituzionali, navigati nel gioco della pressione e dell’influenza. Anche se numericamente in minoranza, questi ultimi possono esercitare un’influenza sproporzionata rispetto al loro peso formale, proprio perché il togato estratto a sorte non ha spalle coperte, non rappresenta nessuno se non sé stesso, e si trova strutturalmente in una posizione di vulnerabilità.

Il risultato non è la neutralizzazione delle correnti — che pure qualcuno potrebbe ritenere auspicabile — ma la creazione di un vuoto di rappresentanza che il potere politico si affretta a riempire. Un magistrato solitario, senza corrente e senza mandato, è un magistrato più permeabile: alle pressioni, alle convenienze, alle valutazioni opportunistiche sul proprio futuro professionale. È, in altri termini, un magistrato più facilmente condizionabile da chi, in quel consiglio, porta con sé il peso esplicito della designazione politica. E quando questo meccanismo si estende all’Alta Corte disciplinare — l’organo chiamato a giudicare i magistrati che indagano sui potenti — il cerchio si chiude con geometrica perfezione: chi decide il destino professionale di un giudice o di un pubblico ministero è un collegio in cui la voce politica, anche se formalmente minoritaria, pesa assai più di quanto i numeri farebbero supporre.

La domanda che ne consegue è brutalmente semplice: se i PM dipendono da organi disciplinari permeabili all’influenza politica e la polizia giudiziaria dipende dal governo, chi indagherà sui governanti? Il risultato prevedibile è una giustizia dura con i deboli e indulgente con i potenti.

Il capitalismo autoritario: prendere tutto il banco

Occorre però andare ancora più a fondo. Perché tutto questo accade adesso? Perché questa accelerazione, questa urgenza nel ridisegnare le istituzioni?

La risposta non è nel calendario elettorale né negli appetiti di singoli leader. È nella crisi strutturale di un modello economico. Il capitalismo finanziario degli ultimi quarant’anni ha prodotto una concentrazione di ricchezza senza precedenti nella storia moderna: secondo le stime di Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene oggi più ricchezza dell’altro 99% combinato. In Europa, le disuguaglianze sono cresciute ovunque, la precarizzazione del lavoro ha eroso le certezze di intere generazioni, la sanità pubblica è stata sistematicamente indebolita da politiche di austerity, i servizi comuni sono stati privatizzati.

Un sistema economico che non riesce più a produrre benessere diffuso, che non ha più la capacità di comprare il consenso attraverso il miglioramento materiale delle condizioni di vita, ha bisogno di uno Stato che garantisca l’ordine anche contro la volontà dei governati. Non uno Stato forte nel senso della democrazia sociale — capace cioè di redistribuire, proteggere, includere — ma uno Stato forte nel senso dell’autoritarismo: capace di reprimere, controllare, silenziare.

È questa la logica profonda delle riforme. Il premierato serve a concentrare il potere decisionale al riparo dal voto parlamentare. L’autonomia differenziata serve a redistribuire risorse ai territori fidelizzati, costruendo una base di consenso territoriale al riparo dalla solidarietà nazionale. La riforma della magistratura serve a neutralizzare l’unico potere che, in un sistema democratico, non si può comprare né eleggere e che ha la facoltà di fermare il potente: il giudice terzo e indipendente.

Le politiche securitarie — i decreti che criminalizzano il blocco stradale, che inaspriscono le pene per chi occupa una scuola, che trasformano il dissenso in minaccia all’ordine pubblico — non sono accessori del programma: ne sono il logico complemento. Il capitale che non riesce a comprare il consenso deve assicurarsi di poter reprimere il dissenso.

Il tradimento della Costituzione

Eppure, proprio qui, il confronto con la nostra Carta costituzionale diventa insostenibile per chi la vuole smantellare. La Costituzione del 1948 non è un documento astratto: è il prodotto di chi aveva conosciuto il fascismo sulla propria pelle, di chi sapeva cosa significa uno Stato senza contrappesi, un giudice senza indipendenza, un lavoratore senza diritti. È la cristallizzazione di una promessa collettiva: non si tornerà indietro.

L’articolo 3 sancisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini. L’autonomia differenziata, nella sua versione aggressiva, fa l’esatto contrario: cementa le disuguaglianze territoriali, trasformandole in diritto acquisito delle regioni più ricche. L’articolo 101 stabilisce che la magistratura è soggetta soltanto alla legge. La riforma Nordio introduce meccanismi attraverso cui la magistratura può essere soggetta anche all’influenza politica. L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo. Un premierato con premio di maggioranza garantito e opposizione strutturalmente incapace di incidere svuota questa sovranità del suo significato reale, riducendola al gesto periodico del voto.

La magistratura è un presidio essenziale per la tutela dei diritti. L’indipendenza e l’autonomia sono gli antidoti contro la concentrazione dei poteri. Il CSM presieduto dal Capo dello Stato rappresenta il connotato essenziale per questo equilibrio. Sono parole di costituzionalisti, non di militanti. E descrivono con precisione ciò che è in gioco: non una riforma tecnica, ma il cuore del patto democratico.

Il referendum del 22 marzo: un voto sulla Repubblica

Il 22 e 23 marzo il popolo sovrano sarà chiamato a esprimersi. Non su un articolo tecnico di procedura giudiziaria, ma su quale Repubblica vuole abitare — e, implicitamente, su quale posto nella storia mondiale vuole occupare l’Italia di fronte all’ondata sovranista che risale dall’America verso l’Europa.

Se prevarrà il No, si incrina l’intera impalcatura. Si frena lo slancio verso il premierato, si manda un segnale politico inequivocabile in vista del 2027, si dimostra che la cittadinanza non si lascia ridurre a massa di manovra da attivare al momento del voto e da silenziare negli anni di mezzo. Ma soprattutto si afferma qualcosa di più profondo: che il capitolo italiano dell’Internazionale nera ha trovato un limite che non riesce a superare — la volontà di un popolo che riconosce ancora sé stesso nei principi scritti settantasette anni fa da chi aveva pagato il costo della loro assenza.

O il popolo con questo voto si rende protagonista, o l’Italia rischia di diventare l’ennesimo laboratorio dove testare fin dove si può spingere la demolizione della democrazia liberale senza che nessuno si alzi ad opporre resistenza.

La scelta non potrebbe essere più chiara. Né le conseguenze, in caso di errore, più durature.

Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione.

Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono.

Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema.

E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.

La fine dell’innocenza tecnologica

Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.

Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.

Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare.

La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale.

È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità.

Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico

Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.

Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale.

Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica.

Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente.

A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica.

Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico

Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.

Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba?

La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.

La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa

C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda.

È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante.

Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico.

In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento.

La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo

Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.

Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione.

La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.

Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere.

Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale

La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza.

È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere.

Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.

Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.

La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale

Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.

I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale.

Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata.

Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale.

Riconoscere la catena, per poterla spezzare

La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?

Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.

Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti.

Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.

Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.

Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità.

Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.

Fonti essenziali

I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War)

II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari

III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (The Guardian, Washington Post, +972 Magazine, Local Call)

IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali

La Premier delle Mille Bugie. Quando il Palazzo mente più dello Schermomariosommella.wordpress.com

C’è un principio elementare nel giornalismo, così antico da sembrare ovvio eppure così sistematicamente violato da chi governa: chi occupa una posizione pubblica di potere risponde delle proprie parole. Non alle telecamere dell’alleato di turno, non ai commenti del proprio esercito mediatico, ma ai fatti. Nudi, verificabili, documentati. È su questo principio che poggia la credibilità di un’istituzione democratica. E su questo stesso principio che il governo Meloni costruisce ogni giorno la propria narrazione alternativa alla realtà.
Giorgia Meloni mente. Lo fa con metodo, con continuità, con la serenità di chi sa di disporre di una rete di protezione mediatica che la solleva da qualsiasi conseguenza. Un esercito silenzioso ma capillare, fatto di reti televisive, quotidiani allineati, alleati di governo che amplificano ogni affermazione senza interrogarsi sulla sua veridicità. Forza Italia e Mediaset, in questo schema, non sono semplici partner politici: sono ingranaggi essenziali di una macchina della disinformazione di Stato.

Le Sentenze Senza Leggerle
L’ultima tecnica prediletta dalla Presidente del Consiglio è quella di pescare sentenze dal cassetto della giurisprudenza, non leggerle, e usarle come clava politica contro la magistratura. Il meccanismo si ripete con sconcertante regolarità.
Prendiamo il caso dell’algerino Redouane Laaleg, undici volte arrestato, ventitré volte condannato, espulso per pericolosità sociale. Meloni ha individuato in questo caso il simbolo di una magistratura che protegge i criminali contro la volontà del governo. La realtà, per chi si prende il tempo di leggere gli atti, racconta tutt’altra storia: nessun giudice ha mai vietato l’espulsione di Laaleg. È il Viminale che non lo ha espulso. Non per una sentenza ostile, ma per un’incapacità amministrativa imbarazzante: il governo ha comunicato all’uomo il trasferimento a Brindisi, lo ha poi condotto con l’inganno in Albania — paese dal quale non può essere rimpatriato —, e non gli ha nemmeno notificato la misura restrittiva. Risultato: l’avvocato ha ottenuto dal giudice, che era stato consulente di Berlusconi, la condanna dello Stato a pagare settecento euro di danni. Non una vittoria ideologica delle toghe rosse. Un errore operativo del governo, pagato dai contribuenti.
Stessa dinamica nella vicenda della nave SeaWatch e della capitana Carola Rackete. Mercoledì la Meloni ha sventolato il risarcimento di novantamila euro all’ong come prova dell’assurdità delle sentenze. Ma la sentenza del Tribunale civile di Palermo non menziona la capitana, non giustifica la speronata, non assolve l’ong dall’aver forzato il porto. Si occupa esclusivamente di ciò che è accaduto dopo: il fermo amministrativo della nave. E lo motiva non con una scelta politica, ma con un silenzio burocratico. La Prefettura di Agrigento aveva dieci giorni di tempo per confermare il fermo, come impone la legge. Non rispose. Il silenzio-assenso rese nullo il blocco. La nave restò ferma altri due mesi in modo illegale. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore. Il fermo era legale, l’omissione della Prefettura non lo era. Novantamila euro pagati per un modulo sbagliato e un ufficio che non ha risposto nei tempi previsti. Non è la magistratura che condanna il governo. È il governo che si condanna da solo.
Va aggiunto che nelle cause civili i pubblici ministeri non esistono: i giudici civili non sono pm. La separazione delle carriere, dunque, di cui Meloni fa un cavallo di battaglia referendario, non avrebbe cambiato nulla in nessuno di questi procedimenti. Per capirlo non serve essere giuristi. Basta leggere le sentenze.

Le Bollette: Il Gioco delle Tre Carte
Sul fronte energetico il metodo non cambia, si affina. Il decreto bollette, presentato dalla premier come un provvedimento strutturale che garantirebbe uno sconto di trecentoquindici euro a 2,7 milioni di famiglie, è in realtà un esercizio di contabilità creativa che nasconde un taglio netto agli aiuti rispetto all’anno precedente.
I fatti: nel 2025 le famiglie con ISEE fino a venticinquemila euro percepivano un bonus straordinario di duecento euro, che si sommava al bonus ordinario erogato dall’Autorità per l’Energia. Per un nucleo con più di quattro componenti, il totale superava i quattrocentoquaranta euro. Quel contributo straordinario da duecento euro non è stato rinnovato nel 2026. Al suo posto è stato introdotto un bonus di centoquindici euro, con una soglia ISEE drasticamente abbassata a 9.796 euro. Solo per i nuclei con almeno quattro figli a carico sopravvive la vecchia soglia di ventimila euro.
I trecentoquindici euro promessi dalla premier li percepiranno quindi le sole famiglie numerose con ISEE inferiore alla soglia ridotta: un’esigua minoranza. Le famiglie fino a due componenti che già beneficiavano del bonus ordinario di centoquarantasei euro riceveranno nel 2026 un totale di duecentosessantuno euro. I nuclei con tre o quattro componenti arriveranno a trecentouno euro. In ogni caso, meno dell’anno scorso. Lo ha spiegato senza margini di ambiguità il vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori: il decreto è un passo indietro, non un passo avanti. L’unica novità è che costa meno, aiuta meno persone, e le aiuta di meno.
Il ministro dell’Ambiente si è esibito in una performance parallela, mescolando bonus e contributi straordinari in un modo tale da far apparire ogni famiglia come beneficiaria di uno sconto che la maggior parte di esse non vedrà mai. A questa confusione si aggiungono misure ancora ipotetiche, come l’annullamento della tassa europea sulle emissioni — oltre quattro miliardi e mezzo — che entrerà in vigore solo nel 2027 e solo se la Commissione Europea darà il via libera, possibilità al momento ritenuta improbabile dagli stessi analisti del settore.
Il mercato ha capito prima del cittadino medio: i titoli dei principali gruppi energetici hanno chiuso in rosso, da Enel ad A2A, da Italgas a Hera. Non per paura dell’opposizione politica. Per timore di misure che minacciano i ricavi del comparto senza un quadro normativo europeo stabile.

Il Catalogo delle Falsità: Un Inventario Necessario
Sarebbe un errore trattare le menzogne sul decreto energia e sulle sentenze come episodi isolati. Sono invece l’espressione più recente di un repertorio sistematico. Un catalogo che vale la pena tenere aperto.
La crescita economica superiore alla media europea, rivendicata con orgoglio: falsa. La Commissione Europea stima la crescita italiana allo 0,9 per cento, quella europea all’1,3. Secondo l’ISTAT, il dato italiano potrebbe fermarsi allo 0,7. La crescita avviata con il governo Draghi è stata poi frenata, non accelerata, dall’esecutivo attuale.
Le tasse non aumentate: falsa. Sono cresciute le accise su benzina e tabacchi, l’IVA su beni di prima necessità come pannolini e assorbenti, la cedolare secca sugli affitti brevi per le seconde case, gli oneri in bolletta. La maggior parte degli interventi è stata finanziata con sedici miliardi di nuovo deficit, non con tagli alla spesa pubblica.
La tassazione sulle banche per finanziare la sanità: falsa. Non c’è stata alcuna tassazione sugli extraprofitti bancari. Gli istituti di credito hanno effettuato un prestito allo Stato che andrà restituito a partire dal 2027.
I finanziamenti record alla sanità: parzialmente falsa. In termini assoluti i numeri crescono, ma rapportati al PIL la spesa sanitaria del 2024 risulta in calo rispetto all’anno precedente. Nel frattempo sono aumentati i tempi di attesa e i casi di rinuncia alle cure.
Il tasso di occupazione più alto di sempre: ambigua e fuorviante. L’occupazione cresce, ma l’Italia detiene il record europeo di lavoratori dipendenti sotto la soglia di povertà. Non è aumentato il lavoro dignitoso: è aumentato lo sfruttamento.
I salari che crescono più dell’inflazione: falsa. L’aumento dei prezzi è stato il doppio rispetto all’aumento dei salari. Le retribuzioni con contratto nazionale sono cresciute del 3,1 per cento in un anno in cui l’inflazione si attestava al 5,7.
Il caso Almasri: una narrazione cambiata tre volte in una settimana. Prima un complotto della Corte Penale Internazionale contro l’Italia, poi un’espulsione per ragioni di sicurezza, poi la responsabilità scaricata sulla Corte d’Appello di Roma. Tre versioni incompatibili per coprire un fatto semplice: un uomo ricercato per crimini contro l’umanità è stato liberato e rispedito in Libia con un volo di Stato.
Il premierato che non toccherà i poteri del Presidente della Repubblica: falsa per definizione. L’elezione diretta del presidente del Consiglio è già di per sé una sottrazione di prerogative al Capo dello Stato, che perderebbe il potere di conferire il mandato esplorativo. È scritto nel testo della riforma stessa.
Sul MES, ha sostenuto che la mancata ratifica potesse diventare occasione per rivedere il trattato: falsa. Tutti i dirigenti delle strutture legate al meccanismo hanno ribadito che la ratifica era condizione previa per qualsiasi rinegoziazione. L’Italia si è isolata diplomaticamente senza ottenere nulla in cambio.
Il riarmo presentato come investimento strategico neutro, senza costi sociali: falsa e pericolosa. Il governo Meloni ha aderito con entusiasmo alla nuova corsa agli armamenti europea, impegnandosi a portare la spesa militare italiana al due per cento del PIL — e con le pressioni NATO potenzialmente oltre — per un ammontare che si traduce in decine di miliardi sottratti ogni anno al bilancio ordinario. Miliardi che non andranno a ridurre le liste d’attesa negli ospedali, a stabilizzare i precari della scuola, a finanziare gli asili nido che mancano al Sud, a sostenere i Comuni che tagliano i servizi sociali perché le risorse non bastano. La premier non ha mai spiegato agli italiani questa aritmetica elementare: ogni euro destinato ai carri armati è un euro in meno per un’aula scolastica, per un reparto di oncologia, per una casa famiglia. Il riarmo non è una scelta indolore. È una scelta di priorità. E questa scelta, come tutte le altre, viene occultata dietro una narrazione di sicurezza e orgoglio nazionale che non prevede domande, né conti in chiaro.

Il Precedente Petrecca e la Domanda che Nessuno Vuole Fare
In questi stessi giorni, un direttore di una testata del servizio pubblico ha rimesso il proprio mandato. Paolo Petrecca, alla guida di RaiSport, si è dimesso dopo tredici giorni di proteste della redazione, innescate da una serie di errori grossolani durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. Gaffe, inesattezze, improvvisazione: un professionista che si era cimentato in un compito per il quale, secondo i colleghi, non aveva le competenze necessarie. La redazione ha ritirato le firme, ha scioperato, ha reso pubblico il proprio dissenso. L’azienda ha preso atto. Il direttore si è fatto da parte.
È un precedente significativo. Non per le dimensioni dello scandalo — le gaffe di una telecronaca hanno un peso limitato nella vita del Paese — ma per il principio che esso incarna: chi ricopre una funzione pubblica e si dimostra inadeguato, chi diffonde informazioni false o gravemente errate nell’esercizio del proprio ruolo, risponde. Si dimette. Lascia il campo.
La domanda che sorge spontanea, e che nessun giornalista del perimetro governativo si sognerebbe di formulare, è la seguente: se il direttore di RaiSport ha lasciato l’incarico per una serie di errori commessi nel corso di una diretta televisiva, qual è la soglia di tolleranza per chi guida il Paese?
Giorgia Meloni non commette errori sporadici in momenti di pressione. Mente sistematicamente, strategicamente, con piena consapevolezza. Lo fa nelle conferenze stampa, nelle dirette social dei suoi “Appunti di Giorgia”, nei comunicati di Palazzo Chigi, nei post sui social network. Lo fa sulle sentenze che non legge, sui bonus che taglia presentandoli come aumenti, sui crimini di guerra che minimizza, sull’economia che dipinge rosa mentre i dati la descrivono grigia, sulle spese militari che gonfia senza dire ai cittadini cosa viene tagliato in cambio. Lo fa con la tutela di un sistema mediatico che non corregge, non contraddice, non verifica.
Petrecca ha lasciato perché una redazione libera ha preteso responsabilità. Meloni resta perché l’esercito mediatico alle sue spalle non pretende nulla, se non sottomissione.

La Verità come Atto Sovversivo
In questo scenario, seguire le notizie in modo alternativo — verificare i dati, leggere le sentenze per intero, confrontare i numeri con le fonti primarie — è diventato un atto quasi sovversivo. Non perché le informazioni siano inaccessibili: tutto è pubblico, tutto è verificabile. Ma perché il sistema informativo dominante non ha interesse a verificare, a smentire, a correggere.
La democrazia non muore solo con i colpi di Stato. Muore anche quando chi governa può mentire liberamente, ogni giorno, sapendo che nessuno dei grandi media chiederà conto. Quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa diventa incolmabile, e quella distanza viene accettata come una caratteristica del potere e non come una sua distorsione patologica.
Il Paese che Meloni governa — e che racconta — non esiste. Esiste un’Italia con i salari più bassi d’Europa, con la spesa sanitaria in declino relativo, con un debito che cresce, con le bollette che costano più dell’anno scorso nonostante i comunicati trionfalistici, con un bilancio della difesa in espansione mentre ospedali, scuole e servizi sociali raccolgono briciole. Esiste un’Italia in cui i più vulnerabili ricevono meno di prima, pur leggendo ogni giorno che il governo li protegge.
Se i fatti contano ancora qualcosa — e devono contare, perché altrimenti non ha senso fare informazione — allora la domanda rimane aperta, senza risposta istituzionale ma con tutta la sua urgenza morale: quante bugie può permettersi chi guida un Paese prima che qualcuno, oltre alla redazione di RaiSport, pretenda che faccia un passo di lato?

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Quando lo Stato attacca se stesso: Nordio, Gratteri, Mattarella e la provocazione che non si ferma

I. Il linguaggio come arma
Esiste un livello al quale le parole smettono di essere semplici opinioni e diventano atti politici con conseguenze istituzionali misurabili. Carlo Nordio, Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana, ha attraversato quel livello il 15 febbraio 2026, quando ha accostato il Consiglio Superiore della Magistratura — organo di rilievo costituzionale previsto dall’articolo 104 della Carta — al metodo para-mafioso. Non si trattava di una provocazione da talk-show né di un’esternazione a caldo: era la voce istituzionale del guardasigilli che demoliva, con vocabolario criminale, un pilastro dell’architettura democratica che egli stesso è chiamato a presidiare.
Il termine “mafioso”, nella cultura giuridica e nel senso comune italiano, non è un aggettivo neutro. È una categoria penale, un marchio d’infamia, la sintesi di decenni di sangue versato da magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini che hanno combattuto le organizzazioni criminali a costo della vita. Applicarlo — fosse pure nella forma attenuata del prefisso “para” — a un organo costituzionale significa compiere un atto di delegittimazione sistemica che va ben oltre il disaccordo politico.

II. Gratteri: il magistrato che i boss vogliono morto
Per comprendere l’ironia feroce di questa vicenda, è necessario partire da un’intercettazione ambientale registrata a Siderno nell’agosto 2024, ora acquisita agli atti del provvedimento di fermo emesso dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti di esponenti della cosca Commisso. Frank Albanese, elemento di spicco della ’ndrangheta italo-americana e punto di raccordo tra la Locride e le sue diramazioni nel Nord America, parla con uno zio. Il tema è Nicola Gratteri.
“Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro.”
“Nicola Gratteri?”
“Il peggiore che abbiamo.”
“È ancora vivo o morto?”
“No, è ancora vivo.”
Questa conversazione — fredda, valutativa, inquietante nella sua domesticità — è il certificato più autentico del valore del lavoro di Gratteri. La ’ndrangheta non si esprime in questi termini per i magistrati che la turbano blandamente. Lo fa per quelli che la distruggono: Falcone e Borsellino insegnano, tragicamente. Il procuratore di Napoli ha trascorso decenni a Reggio Calabria e Locri accumulando processi, condanne, anni di carcere inflitti a boss e gregari. I clan lo sanno. I clan lo misurano. E lo trovano pericoloso come i giudici che la mafia ha già ucciso.
Mentre i boss intercettati si chiedevano se Gratteri fosse “ancora vivo”, il Ministro della Giustizia chiedeva per lui i test psicoattitudinali, e deputati della maggioranza minacciavano interrogazioni parlamentari e procedimenti disciplinari. La coincidenza di obiettivi — tra la criminalità organizzata e una parte del potere politico — non richiede l’attribuzione di responsabilità condivise, ma esige quantomeno una riflessione pubblica sul perché le stesse persone finiscano nel mirino di mondi così distanti.

III. Settanta secondi che pesano come anni
Sergio Mattarella non è un uomo di gesti improvvisati. Ogni sua mossa istituzionale è il prodotto di una valutazione ponderata, di una ricerca della “cornice giusta” nella quale collocare l’azione. Per questa ragione, la mattina del 19 febbraio 2026, quando il Presidente della Repubblica ha deciso di presiedere personalmente una seduta ordinaria del plenum del CSM, il peso di quel gesto ha travalicato di gran lunga i settanta secondi della sua dichiarazione.
Non era mai accaduto in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare nomine di ordinaria amministrazione, è diventata il palcoscenico istituzionale più significativo degli ultimi mesi. Mattarella vi si è presentato non in veste di presidente del CSM — ruolo che ricopre ex officio — ma come Presidente della Repubblica, cioè come garante dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, tutore della Costituzione, custode dell’unità nazionale.
Le sue parole hanno tracciato una distinzione fondamentale che il dibattito pubblico stava volutamente obliterando: la critica alle istituzioni è legittima, doverosa, anzi salutare in una democrazia. Il CSM non è esente da difetti, lacune ed errori, ha detto Mattarella senza infingimenti. Ma la critica deve rimanere — ha precisato con chirurgica precisione — “rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica”. Specie, ha aggiunto, quando proviene da chi rappresenta un’altra istituzione dello Stato.

IV. La Costituzione come argine
L’architettura istituzionale della Repubblica italiana si regge su un principio fondamentale: la separazione e il reciproco rispetto tra i tre poteri. Non si tratta di un formalismo accademico, ma di una scelta storica compiuta dai Padri Costituenti con la memoria viva di ciò che accade quando un potere dello Stato ne degrada un altro: si apre la strada all’autoritarismo.
L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il CSM è il presidio di quella indipendenza. Definirlo “para-mafioso” non è un’iperbole retorica: è un attentato simbolico all’indipendenza della magistratura, funzionale a condizionarne l’autorevolezza nel momento più delicato — quello della campagna referendaria sulla separazione delle carriere.
La coincidenza temporale non sfugge a nessun osservatore attento: siamo a meno di quaranta giorni dal referendum del 22 e 23 marzo. La campagna è incandescente. Il No ha guadagnato terreno nei sondaggi. In questo contesto, l’attacco di Nordio al CSM assume una valenza politica esplicita: delegittimare l’organo costituzionale nel momento in cui molti dei suoi componenti si esprimono pubblicamente a favore del No. È una strategia di discredito istituzionale al servizio di una battaglia elettorale.

V. Il parallelo che illumina
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, ha evocato un precedente che vale la pena approfondire. Nell’ottobre 1980, Sandro Pertini presiedette una seduta del CSM dopo che un parlamentare aveva definito Magistratura Democratica “fiancheggiatrice delle Brigate Rosse”. Pochi mesi dopo, Vittorio Bachelet — vicepresidente del CSM — veniva assassinato. Pertini non aveva aspettato che la calunnia si sedimentasse nell’opinione pubblica. Era intervenuto subito, con autorità morale e istituzionale, a difesa dell’organo attaccato.
Mattarella ha compiuto lo stesso gesto quarantasei anni dopo. Il fatto che sia stato costretto a farlo — che l’attacco di un ministro al CSM fosse tale da richiedere un intervento presidenziale senza precedenti — misura la profondità della crisi istituzionale che attraversiamo.

VI. La tregua durata un pomeriggio
È durata quanto un temporale estivo. Non un giorno intero, non una notte, non il tempo necessario a far sedimentare le parole del Presidente della Repubblica nei palazzi del potere. Poche ore dopo che Mattarella aveva presieduto il plenum del CSM invitando all’abbassamento dei toni e al rispetto reciproco tra le istituzioni, Giorgia Meloni pubblicava un nuovo video sui suoi canali social per attaccare ancora una volta la magistratura.
Il pretesto, questa volta, è una sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire la ong tedesca Sea Watch per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa dal luglio al dicembre 2019: 76mila euro per danni patrimoniali, più 14mila di spese di giudizio. Una decisione che discende da un meccanismo giuridico elementare: il prefetto di Agrigento non aveva mai risposto all’opposizione presentata dalla ong, e il silenzio — per legge — equivaleva all’accoglimento dell’istanza. La nave rimase bloccata per mesi in violazione di quel silenzio-assenso, fino all’ordinanza del tribunale. Il risarcimento consegue direttamente all’illegittimità del fermo prolungato.
Nulla di tutto questo appare nel video della presidente del Consiglio. Non il dato giuridico, non la ricostruzione procedurale, non la distinzione tra una sentenza contestabile — come ogni sentenza, peraltro appellabile — e una magistratura da delegittimare in blocco. Quello che appare, invece, è la domanda retorica che ormai costituisce il registro fisso di questo governo nei confronti del potere giudiziario: “Il compito dei magistrati è far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?”
La risposta che questa domanda presuppone è già inclusa nella domanda stessa. È retorica da campagna elettorale permanente, non da capo di governo che si relaziona con un potere dello Stato indipendente.

VII. Il video come arma politica
Vale la pena soffermarsi sul metodo prima ancora del merito. Meloni sceglie i social per attaccare la magistratura. Lo ha già fatto quando, sul caso Almasri, aveva annunciato l’avviso di garanzia ricevuto attaccando la procura di Roma prima ancora che i propri legali avessero valutato la situazione. Lo fa di nuovo adesso. Il video postato sui canali personali della presidente del Consiglio — aggirando la mediazione istituzionale, il confronto parlamentare, persino la conferenza stampa — è diventato lo strumento di una comunicazione politica che mira deliberatamente al cortocircuito emotivo, alla radicalizzazione del conflitto, alla costruzione di un “noi” governativo contro un “loro” giudiziario da mobilitare in vista del referendum.
Non è libertà di espressione. È l’uso sistematico della comunicazione social per erodere l’autorevolezza di un potere indipendente dello Stato, costruendo nella percezione pubblica l’equazione magistratura uguale ostacolo alla volontà popolare. Una tecnica che i teorici del populismo autoritario conoscono bene, e che ha una lunga genealogia nei movimenti che hanno progressivamente svuotato le democrazie dall’interno senza formalmente abolirle.

VIII. La risposta dell’istituzione attaccata
A rispondere per la magistratura palermitana è stato Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo, che ha ricordato come la sentenza sia stata emessa da una magistrata competente, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti, e che come ogni decisione è impugnabile. La chiusa è lapidaria: “Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito non ha nulla a che vedere con il diritto di critica.”
È una risposta misurata, istituzionale, esattamente del tipo che Mattarella aveva invocato poche ore prima. Ma il punto non è la risposta: è che sia necessaria. Che ogni sentenza scomoda per il governo diventi il pretesto per un attacco pubblico alla magistratura come corpo, come ordine, come istituzione. Che il diritto di critica — sacrosanto, ribadito dallo stesso Mattarella — venga sistematicamente trasfigurato in una campagna di delegittimazione senza precedenti nella storia repubblicana recente.

IX. Una condanna senza equivoci
Non si può concludere questa analisi senza esprimere con nettezza una valutazione politica e morale.
Le dichiarazioni di Carlo Nordio sul CSM sono inaccettabili. Le intimidazioni nei confronti di Nicola Gratteri — test psicoattitudinali, minacce disciplinari, attacchi coordinati della maggioranza — sono vergognose, soprattutto alla luce di ciò che le intercettazioni rivelano: un magistrato così pericoloso per la criminalità organizzata da essere paragonato a Falcone e Borsellino non andrebbe attaccato dalla politica. Andrebbe protetto, rispettato, sostenuto.
Il comportamento di Giorgia Meloni, che in poche ore ha vanificato con un video social il gesto istituzionale più solenne del Presidente della Repubblica da undici anni a questa parte, è qualcosa di più di un eccesso polemico. È la dimostrazione che questo governo non cerca la pacificazione istituzionale, non intende abbassare i toni, non riconosce nel rispetto reciproco tra i poteri un valore fondante della democrazia. Cerca lo scontro. Lo coltiva. Lo alimenta come carburante di una campagna referendaria che si sta rivelando più difficile del previsto.
L’intervento di Mattarella è stato necessario, corretto e dignitoso. Ma il fatto che sia stato necessario è già una condanna. Il fatto che sia stato ignorato nel giro di poche ore è qualcosa di peggio: è il segnale che chi governa oggi questo Paese considera il richiamo del Capo dello Stato non un monito da rispettare, ma un ostacolo da aggirare.
La democrazia si difende ogni giorno, nelle aule dei tribunali come in quelle del Parlamento, con le sentenze come con le parole. Le parole di un ministro che definisce mafioso un organo costituzionale, e quelle di una presidente del Consiglio che attacca i giudici sui social poche ore dopo il richiamo del Quirinale, hanno il peso specifico delle istituzioni che li pronuncia: usarle per distruggere quelle stesse istituzioni non è libertà di espressione. È un tradimento della Carta.
E la storia — quella italiana in particolare — non ha mai perdonato chi ha scelto di stare dalla parte sbagliata quando la democrazia era sotto attacco. Nemmeno quando quell’attacco veniva dall’interno.

mariosommella.wordpress.com
“Quando l’ingiustizia diventa legge, la ribellione diventa un dovere”

Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta

1. Un palcoscenico costruito sulle macerie

Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.

E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realta’ che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.

2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace

Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva. La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.

Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.

I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.

3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik

Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale piu’ di qualunque retorica successiva.

Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioe’ alla pace nel rispetto delle sovranita’. Aderire a un organismo che, secondo i critici piu’ autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perche’ hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.

Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi piu’ influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.

4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto

Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla piu’ forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorita’ Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanita’. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.

La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio gia’ abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.

Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignita’ – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.

Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti piu’ recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.

Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.

5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identita’

L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilita’ non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.

Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.

Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.

6. Conclusione: la pace non si compra a Davos

Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.

L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziche’ una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.

Non lo ha fatto. E questo, piu’ di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.