Riforme che non riformano, poteri che non rappresentano
I. Una promessa scritta nel sangue, mai del tutto mantenuta
Prima di parlare di riforme costituzionali, bisognerebbe avere il coraggio di porsi una domanda scomoda, quasi ovvia nella sua semplicità, eppure sistematicamente elusa dal dibattito pubblico: questa Costituzione, nata dalla Resistenza, scritta da uomini e donne che avevano appena attraversato il fascismo e la guerra, è stata mai veramente applicata? Interamente, nella sua parte più impegnativa e visionaria?
La risposta — a guardare con onestà la storia repubblicana, senza le lenti distorcenti della retorica celebrativa che ogni anno si consuma il 25 aprile e il 2 giugno — è no. Non interamente. Non nei suoi articoli più esigenti, quelli che davano alla nostra Carta il suo carattere genuinamente rivoluzionario, quelli che avrebbero dovuto trasformare una società ancora segnata dalle disuguaglianze profonde del Novecento in qualcosa di radicalmente più giusto.
L’articolo 3, secondo comma, afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Parole di una modernità straordinaria, che pochi sistemi costituzionali al mondo hanno saputo eguagliare. Ma chi ha mai rimosso quegli ostacoli? L’uguaglianza sostanziale — quella che non si limita a dichiarare i diritti sulla carta, ma che dovrebbe tradursi in parità reale di condizioni e opportunità — è rimasta per lo più una dichiarazione d’intenti, un orizzonte filosofico, un promemoria morale mai trasformato in politica concreta.
L’articolo 4 proclama il diritto al lavoro e obbliga la Repubblica a promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È bastata qualche decina d’anni per trasformare quello stesso lavoro in merce precaria, usa e getta, per smontare pezzo per pezzo le tutele conquistate con decenni di lotte, e per convincere intere generazioni che la flessibilità totale — il lavoro senza contratto, senza orario, senza futuro — fosse non solo inevitabile ma addirittura auspicabile, sinonimo di libertà piuttosto che di abbandono.
L’articolo 46 prevede il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende, in armonia con le esigenze della produzione. È una norma che, settantasette anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, non è mai stata attuata. Nessuna legge ordinaria l’ha mai tradotta in realtà. Nessun governo, di nessun colore, ha mai ritenuto necessario o opportuno dare concretezza a quella previsione. L’articolo 39, che avrebbe dovuto fondare il sistema sindacale su basi certe, democratiche, verificabili, è rimasto lettera morta. E il salario minimo legale, che la Costituzione implica chiaramente all’articolo 36 — «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» — è arrivato come proposta solo nelle ultime legislature, per essere bloccato proprio dal governo che oggi si fa paladino della revisione costituzionale.
La Costituzione, insomma, è stata rispettata quando conveniva. Le sue norme di garanzia — quelle che limitano l’arbitrio dei poteri forti, che proteggono la libertà individuale dagli abusi dello Stato — sono state onorate, sia pure con alterne vicende. Le sue norme di promozione sociale, quelle che avrebbero dovuto trasformare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, quelle che davano alla Repubblica un mandato attivo nella riduzione delle disuguaglianze, sono state quasi sempre disattese, accantonate, dimenticate. È come se avessimo edificato una casa meravigliosa, l’avessimo abitata occupando soltanto le stanze più comode — quelle delle libertà formali, dei diritti civili, delle garanzie processuali — e avessimo lasciato chiuse a chiave, per decenni, quelle che avrebbero potuto cambiarci davvero la vita: le stanze dei diritti sociali, della redistribuzione, della partecipazione democratica sostanziale.
E ora, dopo che quella casa non è mai stata abitata per intero, dopo che i suoi locali più preziosi sono rimasti inaccessibili, qualcuno vuole abbatterla. Non per costruirne una più grande, o più bella, o più giusta. Ma per rifarne la pianta, abbassare i soffitti, chiudere le finestre che danno sulla piazza.
II. JP Morgan lo disse senza pudore: le vostre costituzioni sono troppo umane
Non è un segreto. Non è una teoria del complotto, non è una suggestione da web, non è il prodotto di una mente cospirativa che unisce punti immaginari. È un documento. Un documento redatto da professionisti della finanza, pubblicato e diffuso, rimasto in circolazione per anni prima di scomparire quasi del tutto dal dibattito pubblico — non perché smentito, ma perché scomodo.
Il 28 maggio 2013, JP Morgan Chase — la potente banca d’affari statunitense che era già stata formalmente accusata dal governo federale americano di corresponsabilità nella crisi dei mutui subprime che aveva devastato l’economia globale dal 2008 — pubblicò un report di sedici pagine intitolato «L’aggiustamento dell’area euro: siamo a metà strada». Un documento tecnico, in apparenza. Un contributo all’analisi della crisi del debito sovrano europeo, con raccomandazioni per i governi. Se ne occuparono in pochi, e tra quelli che lo lessero, ancor meno segnalarono il passaggio più rivelatore.
Gli analisti della banca — tra cui David Mackie, Malcom Barr, Marco Protopapa, Alex White, Greg Fuzesi e Raphael Brun-Aguerre — scrivevano che i problemi dell’Europa meridionale non erano soltanto economici, ma anche e soprattutto politici. E li individuavano con una franchezza che, a rileggerla oggi, risulta quasi oscena nella sua spudoratezza:
«I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo.»
Quali sarebbero, secondo JP Morgan, queste caratteristiche intollerabili, questi difetti strutturali da correggere con urgenza? La banca li elencava con metodica precisione: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, sistemi di consenso fondati sul clientelismo, e — si noti bene, con tutta la lucidità analitica che solo una vera potenza finanziaria sa produrre — «la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo».
Il diritto di protestare. Il fastidio dei banchieri di Manhattan era rivolto, tra le altre cose, al fatto che i cittadini europei potessero scendere in piazza, organizzarsi, fare sentire la propria voce quando i governi propongono misure che li danneggiano. Questo, per JP Morgan, era un’inefficienza strutturale da eliminare. Uno scarto di sistema da correggere. La soluzione implicita era lineare: riformare — o meglio, smantellare — le costituzioni nate dalla lotta antifascista, troppo sociali, troppo protettive dei lavoratori, troppo orientate verso i diritti delle persone, troppo lontane dalla logica del mercato e dell’efficienza finanziaria.
Il documento fece un certo scalpore quando fu reso noto, sollevando le reazioni di intellettuali e giuristi: il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky commentò che nel rapporto di JP Morgan «si è letto che la nostra è una Costituzione infida». Barbara Spinelli, dalle colonne di Repubblica, scrisse che la banca «sale sul pulpito e riscrive le biografie, compresa la propria, consigliando alle democrazie di darsi come bussola non più Magne Carte, ma statuti bancari e duci forti». L’ex giudice costituzionale Paolo Maddalena parlò di riforma «ispirata» da quel documento. Ma la notizia, come spesso accade con le scomodità strutturali, fu assorbita e dimenticata.
Vale invece la pena ricordarla oggi, e ricordarla bene, perché la mappa tracciata da Manhattan nel 2013 assomiglia in modo inquietante alle direzioni di marcia degli ultimi anni. Il pareggio di bilancio è già entrato in Costituzione nel 2012, con il consenso trasversale — quasi unanime — di quasi tutti i partiti, in un atto di silenzioso conformismo alle direttive europee e ai diktat della finanza internazionale. La precarizzazione del lavoro ha proseguito il suo corso inarrestabile, smontando progressivamente le tutele che avevano reso l’articolo 18 e lo Statuto dei lavoratori un modello nel mondo. E ora si discute di rafforzare ulteriormente l’esecutivo, indebolire i contrappesi istituzionali, ridurre gli spazi di autonomia della magistratura. La finestra si restringe. L’aria che entra dalla piazza diminuisce. I soffitti si abbassano.
III. Gli eredi della sconfitta: la rivalsa contro una Carta partigiana
C’è una dimensione di questa vicenda che il dibattito ordinario tende a rimuovere, perché è la più politicamente scottante, la meno comoda da affrontare nei salotti televisivi e nelle tribune parlamentari. Eppure è, forse, la chiave interpretativa più onesta per comprendere cosa stia accadendo davvero.
Il partito che guida questo governo — Fratelli d’Italia, erede dichiarato del Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da reduci del regime e della Repubblica Sociale, passato attraverso Alleanza Nazionale senza mai compiere la rottura radicale con la propria genealogia — non ha mai davvero fatto i conti con quella storia. Non nel modo in cui la Democrazia Cristiana tedesca si costruì su una distanza netta e irreversibile dal nazismo, non nel modo in cui altre forze europee hanno riscritto la propria identità su basi inequivocabilmente antifasciste. Le trasformazioni nominali ci sono state, i contenuti dei simboli sono stati sfumati, il linguaggio è cambiato. Ma la sostanza di quella continuità, rivendicata nei decenni con vari gradi di esplicitazione, non è mai stata davvero abbandonata.
La Costituzione del 1948 non fu soltanto un testo giuridico. Fu la sanzione solenne e pubblica della sconfitta di quel mondo: del fascismo, del regime, di chi aveva creduto che la concentrazione assoluta del potere in un solo uomo e in un solo partito fosse non solo possibile ma desiderabile. Fu scritta da chi il fascismo lo aveva combattuto nelle montagne e nelle città, da chi nei lager aveva perduto fratelli e compagni, da chi aveva scelto la clandestinità piuttosto che la complicità, da chi aveva rischiato la vita per un’idea di Italia radicalmente diversa. Ogni suo articolo porta il segno di quella scelta. La divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di manifestazione e di associazione, la tutela dei diritti sociali: tutto nasce dalla consapevolezza di chi aveva visto — non nei libri di storia, ma nella propria carne viva — dove portava la concentrazione del potere in mano a uno solo.
Chi non ha mai accettato quella sconfitta, chi l’ha vissuta come un’umiliazione storica da riscattare, ha oggi nelle mani gli strumenti per farlo. E lo fa con metodo, con pazienza, attraverso i meccanismi della democrazia stessa. Che è, in fondo, la più raffinata delle rivincite: usare le regole della casa che ti ha sconfitto per demolirla dall’interno, articolo per articolo, istituzione per istituzione, fino a che l’edificio ha ancora la stessa facciata ma ha cambiato struttura portante.
Non è populismo d’opposizione affermare questo. È analisi storica. E l’analisi storica impone di guardare in faccia la continuità tra ieri e oggi, tra il tentativo di svuotare la democrazia dall’interno e la lunga parabola di chi quella democrazia non ha mai considerato pienamente propria. Come ha scritto, con parole essenziali, uno dei commentatori che ha ispirato questo articolo: «La Costituzione è la vera nemica. È la loro vergognosa sconfitta.» Non è insulto. È analisi. E l’analisi merita di essere presa sul serio.
IV. Se la finestra sbatte, si ripara la finestra. Non si demolisce la casa
Lasciamo per un momento le grandi narrazioni storiche e politiche. Scendiamo su un piano più immediato, più concreto, più domestico. Un piano che chiunque — al di là delle simpatie politiche, al di là della formazione giuridica — può capire e valutare.
Immaginate di avere una casa. Una casa costruita bene, con materiali solidi, da artigiani capaci e motivati. Una casa che ha resistito settantasette anni di intemperie, che ha attraversato crisi economiche, governi instabili, tentativi di destabilizzazione. Una casa, certo, con le sue imperfezioni: qualche crepa nei muri, qualche infisso che cigola, qualche stanza che non è mai stata ultimata come si sarebbe dovuto. Ma una casa abitabile, sicura nelle sue fondamenta, riconoscibile nella sua struttura.
Ora immaginate che una finestra, esposta al vento, sbatta. Lasci entrare qualche soffio d’aria. Ogni tanto, quando il vento è forte, il rumore disturba. La soluzione logica, quella che qualunque persona di buon senso adotterebbe, è riparare la finestra: cambiare la guarnizione consumata, sistemare la chiusura, al limite sostituire il telaio. Non ci vuole un architetto di grido. Bastano un falegname esperto, del materiale adatto, un pomeriggio di lavoro.
Nessun ingegnere sano di mente propone, di fronte a uno spiffero, di abbattere l’intera struttura portante. Di rifare le fondamenta. Di ricostruire i muri. Di ridisegnare la pianta dell’edificio. Di trasformare una casa progettata per ospitare molte persone in modo equilibrato in qualcosa di completamente diverso, con stanze che servono a chi ha il potere e corridoi che confinano chi non ce l’ha.
Eppure è esattamente questo che si sta proponendo con l’attuale riforma della giustizia e della separazione delle carriere, con la progressiva concentrazione di poteri nell’esecutivo, con l’indebolimento dei contrappesi istituzionali che caratterizza questa stagione politica. Se c’è inefficienza nella magistratura — e ce n’è, come in ogni istituzione umana — si può intervenire con strumenti ordinari: sull’organizzazione degli uffici, sulla formazione dei magistrati, sui tempi dei processi, sui meccanismi disciplinari. Tutto questo è possibile, e sarebbe necessario, senza toccare la Costituzione. Senza stravolgere l’equilibrio tra i poteri che i Costituenti avevano costruito con precisione quasi ingegneristica, proprio perché avevano vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quando quell’equilibrio era stato distrutto.
La Costituzione non ha il linguaggio tecnico e prescrittivo della legge ordinaria. Non è e non deve essere un manuale operativo dell’amministrazione quotidiana. È la cornice valoriale entro cui l’intero ordinamento si muove, lo strumento che definisce l’orizzonte, che stabilisce i confini invalicabili, che garantisce che nessun potere possa crescere abbastanza da inghiottire gli altri. Quando quella cornice viene modificata, non si cambia solo una norma. Si cambia la prospettiva con cui tutte le altre norme verranno scritte, interpretate, applicate.
Se dunque si insiste nel volere la riforma costituzionale invece di intervenire con leggi ordinarie sulle inefficienze concrete — che sono reali e non neghiamo — la domanda che ogni cittadino ha il diritto e il dovere di porsi è questa: a cosa serve davvero questa riforma? Non serve a riparare lo spiffero. Serve a ristrutturare la casa. A ridisegnare i rapporti di forza tra i poteri. A creare un esecutivo tanto più forte da poter prescindere dai controlli degli altri. A costruire una struttura in cui il governo comanda, i contrappesi arretrano, e i cittadini — che le costituzioni antifasciste avevano messo al centro come soggetti di diritto — tornano a essere oggetti di amministrazione.
V. La storia come specchio: quando il popolo non ne può più
La storia ha una memoria lunga che i potenti tendono a dimenticare, salvo poi trovarsi, prima o poi, a pagarne il conto in modi che nessuno aveva previsto e nessuno avrebbe scelto.
La Francia del 1789 era una società in cui un’aristocrazia di sangue godeva di privilegi assoluti: non pagava tasse, deteneva il potere nelle sue diverse forme, godeva di quasi totale impunità giuridica, e considerava il Terzo Stato — che era poi il popolo intero, dall’artigiano al piccolo borghese al contadino — come una fonte inesauribile di manodopera e di gettito fiscale, una risorsa da sfruttare senza limitazioni. Quella condizione era durata secoli. Si era riprodotta di generazione in generazione, sembrava immutabile come le leggi naturali. Poi, in pochi anni, quella struttura millenaria crollò, e crollò in un modo che i suoi beneficiari non avrebbero mai immaginato possibile. Non crollò pacificamente. Crollò nella violenza, perché la violenza con cui si risponde alla protesta dei disperati alimenta, con un meccanismo di specchi che la storia ha ripetuto più volte, la violenza con cui la protesta si trasforma in rivoluzione.
La Russia del 1917 esplose dopo decenni in cui le contraddizioni sociali di un impero immenso e arretrato erano state sistematicamente ignorate, in cui ogni tentativo di riforma moderata era stato soffocato, in cui l’autocrazia zarista aveva risposto all’inquietudine popolare con la repressione poliziesca, l’esilio in Siberia, il sangue domenicale del 1905. I riformatori che avrebbero potuto trovare una soluzione meno traumatica erano stati neutralizzati uno dopo l’altro. Il risultato fu una rivoluzione che nessuno, nemmeno i suoi protagonisti, riuscì davvero a controllare.
Non ci troviamo qui a celebrare acriticamente quegli eventi. Non li indichiamo come modelli da imitare. Li citiamo perché la storia, quando viene letta onestamente, è la migliore maestra di realismo politico che esista. E quello che queste grandi convulsioni ci insegnano è preciso e non ambiguo: i sistemi che scelgono la repressione invece della redistribuzione, che preferiscono annichilire il dissenso piuttosto che ascoltare i bisogni, che trattano i propri cittadini come mucche da mungere — estraendo ricchezza, comprimendo diritti, smontando garanzie — non durano. Non per fatalismo storico, non per leggi meccaniche della dialettica, ma perché la capacità umana di sopportare l’ingiustizia non è infinita. E quando raggiunge il suo limite, ciò che accade non è mai ordinato, non è mai controllato, non è mai quello che nessuno dei protagonisti aveva davvero desiderato.
La vecchia nobiltà pre-rivoluzionaria non pagava tasse: i suoi eredi contemporanei le ottimizzano attraverso giurisdizioni offshore, paradisi fiscali, strutture fiduciarie costruite da decine di avvocati e commercialisti. L’aristocrazia godeva di impunità giuridica: i suoi successori ottengono l’impunità attraverso prescrizioni studiate ad arte, difese d’ufficio finanziate con i proventi dell’evasione, leggi scritte su misura per proteggere il potere dall’azione della giustizia. Il popolo era considerato una fonte di manodopera e di gettito da sfruttare: e il lavoro precario, il salario insufficiente, il welfare smontato, i servizi pubblici impoveriti sono le forme contemporanee dello stesso sfruttamento.
Non è un auspicio di violenza, quello che la storia ci presenta. È esattamente il contrario: è l’argomento più potente a favore della ragionevolezza, del rispetto delle garanzie costituzionali, del dialogo democratico, della giustizia redistributiva. Le costituzioni antifasciste non sono un ostacolo alla buona governance. Sono la migliore assicurazione che un sistema politico abbia per non precipitare nel baratro che la storia, con dolorosa regolarità, presenta a chi le ignora.
VI. Difendere la Costituzione significa difendere il futuro
La Costituzione italiana non è perfetta. Nessuna costituzione umana lo è. Non è stata pienamente attuata — e questa è una critica che va rivolta a settantasette anni di classe dirigente, non all’istituzione che quella classe dirigente non ha saputo o voluto applicare. Ha difetti, lacune, norme che il tempo ha reso obsolete, meccanismi che richiedono aggiornamento. Nessuno lo nega. Nessuna difesa seria della Costituzione può essere difesa dell’immobilismo.
Ma la Costituzione è, nella sostanza dei suoi principi fondamentali, uno degli strumenti più avanzati che la civiltà politica moderna abbia saputo produrre: una Carta che mette al centro la persona e non il mercato, che bilancia i poteri invece di concentrarli, che riconosce i diritti sociali come ineludibili anziché come concessioni revocabili, che ha scelto — dopo la notte più buia del Novecento, dopo i lager e le fosse comuni e le deportazioni — di fondare la Repubblica sulla dignità del lavoro e sull’uguaglianza sostanziale tra i cittadini.
Riformarla è legittimo, quando necessario, quando condiviso, quando il cambiamento risponde a una reale esigenza dei cittadini e non a una necessità dei poteri forti. Ma spacciare per riforma quello che è in realtà uno smantellamento; presentare come modernizzazione quello che è un arretramento verso logiche predemocratiche; chiamare efficienza quella che è concentrazione del potere nelle mani di chi ha già tutto — questo è inganno. Un inganno che si serve del linguaggio della democrazia per svuotarla dall’interno, che usa le procedure costituzionali per minare i fondamenti costituzionali.
Ed è un inganno che, come ci insegna la storia che abbiamo rapidamente ripercorso, alla lunga non regge. Non perché esista una giustizia immanente che punisce i potenti, ma perché le strutture che si costruiscono sull’annullamento dei diritti altrui portano in sé il germe della propria crisi.
C’è ancora tempo per riparare la finestra invece di demolire la casa. C’è ancora tempo per attuare quella Costituzione che non abbiamo mai completamente vissuto, invece di riscrivere quella che abbiamo. C’è ancora tempo per ricordare che la Resistenza non fu un episodio folkloristico da celebrare con le bandiere, ma un progetto di società — scritto negli articoli di quella Carta — che attende ancora di essere compiuto.
Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere. Non è una minaccia. È la lezione che i nostri nonni ci hanno lasciato scritta, articolo per articolo, in quella Carta che qualcuno vorrebbe riscrivere. La nostra risposta è semplice: quella casa la abitiamo, la difendiamo, e prima di tutto la finiamo di costruire.
FONTI E RIFERIMENTI
[1] Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Artt. 1, 3, 4, 36, 39, 40, 46. Testo integrale disponibile su: http://www.senato.it e http://www.normattiva.it
[2] JP Morgan Chase — David Mackie et al., “Euro area adjustment: about halfway there”, 28 maggio 2013. Report interno diffuso pubblicamente. Citato e analizzato da: Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2013; Wall Street Italia; Il Manifesto; Il Sole 24 Ore.
[3] Barbara Spinelli, “La banca ordina, i governi eseguono”, La Repubblica, 2013. Commento al report JP Morgan sulle costituzioni antifasciste europee.
[4] Gustavo Zagrebelsky, intervista sulla riforma costituzionale e il report JP Morgan. Citato in: La Città Futura, “Questa è davvero la riforma di JP Morgan”, novembre 2016.
[5] Paolo Maddalena, ex giudice della Corte Costituzionale, dichiarazioni sulla riforma Renzi-Boschi e le pressioni della finanza internazionale. Citato in vari organi di stampa, 2016.
[6] Costantino Mortati, “Istituzioni di diritto pubblico”, CEDAM, Padova. Sul significato del lavoro come valore fondante nella Costituzione italiana.
[7] Movimento Sociale Italiano — storia, fondazione (1946) e continuità politica fino ad Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia. Fonti storiche: Giorgio Galli, “Il bipartitismo imperfetto”, Il Mulino; Piero Ignazi, “Il polo escluso”, Il Mulino, 1989.
[8] Sulla Rivoluzione francese del 1789 e le sue cause strutturali: Albert Soboul, “La rivoluzione francese”, Editori Riuniti; Alexis de Tocqueville, “L’Antico Regime e la Rivoluzione”, Einaudi.
[9] Sulla Rivoluzione russa del 1917 e le sue premesse: Orlando Figes, “La tragedia di un popolo”, Mondadori; Sheila Fitzpatrick, “La Rivoluzione Russa”, Einaudi.
[10] Sull’indebolimento progressivo delle tutele del lavoro in Italia: Federico Martelloni, “Lavoro e Costituzione”, Etica ed Economia, 2023. Disponibile su: eticaeconomia.it
[11] Sul pareggio di bilancio in Costituzione (art. 81 Cost., riforma 2012): legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1. Per la critica: Associazione per la Sinistra Costituzionale; Paolo Maddalena, “Il territorio bene comune degli italiani”, Donzelli, 2014.
[12] Sull’inattuazione dell’art. 46 Cost. (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese): Umberto Romagnoli, “Diritto sindacale e democrazia industriale”, Il Mulino. Anche: Menabò di Etica ed Economia, contributi vari.
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