L’Impero delle disuguaglianze: come il capitalismo predatorio ci sta rubando il futuro (e perché dobbiamo fermarlo)

Viviamo immersi in un inganno che ha assunto le sembianze della normalità. Ogni giorno ci svegliamo, lavoriamo, consumiamo, accettiamo senza battere ciglio che esista un ordine naturale delle cose, in cui pochi sono sempre più ricchi e molti devono lottare ogni giorno solo per sopravvivere. Ci hanno convinti che sia inevitabile, che sia il prezzo del progresso. Ma non è così. Quello che stiamo vivendo non è progresso: è predazione.

I dati che emergono dall’analisi dell’evoluzione economica degli Stati Uniti — che rappresentano da sempre il laboratorio e il modello del capitalismo globale — parlano chiaro e descrivono un processo inarrestabile di concentrazione della ricchezza e di crescente disuguaglianza sociale.

Nel 1976, l’1% più ricco della popolazione americana possedeva il 9% del reddito nazionale. Oggi quella quota è salita quasi al 25%. In meno di cinquant’anni, la loro fetta di ricchezza è quasi triplicata. Nel frattempo, il 50% più povero degli americani possiede appena lo 0,5% degli investimenti in azioni, obbligazioni e fondi comuni: significa che la metà della popolazione statunitense non investe, non costruisce, non risparmia. Sopravvive.

Trent’anni fa, la classe media possedeva una ricchezza doppia rispetto all’1% più ricco. Oggi quella forbice si è chiusa: l’1% ha superato la classe media in termini di ricchezza collettiva e il divario continua ad aumentare anno dopo anno. Gli americani a basso reddito — che rappresentano il 20% inferiore in termini di reddito — possiedono soltanto il 3% della ricchezza complessiva.

Ma non è solo la distribuzione della ricchezza a certificare la deriva: sono i salari a raccontare la violenza di questo modello. Tra il 1979 e il 2021, i salari degli americani appartenenti all’1% più ricco sono aumentati del 206%, al netto dell’inflazione. Nello stesso periodo, i salari del 90% più povero sono cresciuti solo del 29%. Una forbice insostenibile che ha portato a un’assurdità ormai strutturale: un CEO guadagna in media 380 volte più di un lavoratore medio. Per guadagnare quanto un dirigente incassa in un’ora, un lavoratore deve sgobbare per oltre un mese.

Possiamo davvero credere che il lavoro, l’impegno, l’intelligenza di un essere umano valgano 380 volte meno di quelli di un altro? O siamo semplicemente di fronte all’ennesima menzogna istituzionalizzata, a un sistema che non premia il merito, ma protegge con ferocia il privilegio?

Questa non è una distorsione accidentale del capitalismo. Non è una sbavatura correggibile. È il cuore stesso del modello.
Il capitalismo predatorio che si è affermato negli ultimi quarant’anni ha smesso da tempo di essere un motore di crescita condivisa: si è trasformato in una macchina famelica che vive divorando tutto ciò che incontra. Sfrutta il lavoro umano, distrugge l’ambiente, finanzia guerre, precarizza le vite, mercifica ogni diritto. Non crea ricchezza collettiva, ma estrazione di valore per pochi e miseria per molti.

E non pensiamo che questa dinamica riguardi solo gli Stati Uniti. È la regola in tutto l’Occidente. È la logica profonda della globalizzazione finanziaria che ha trasformato ogni aspetto della nostra vita in merce e ogni nostra fragilità in occasione di profitto.

Ma la parte più insidiosa di questo meccanismo non è soltanto la concentrazione della ricchezza. È la costruzione di un’intera narrazione tossica che ci convince che tutto questo sia normale, inevitabile, persino giusto.

Ci fanno credere che non esistano alternative, che la disuguaglianza sia il prezzo da pagare per il benessere, che la povertà sia colpa dei poveri, che chi resta indietro sia inadeguato, improduttivo, inutile.

È questa la vera gabbia: la manipolazione delle coscienze, il controllo del senso comune, la naturalizzazione della disuguaglianza. È un progetto politico e culturale che ha un solo obiettivo: disinnescare ogni possibilità di ribellione.

Non esiste un solo tavolo dove si decide tutto questo. Ce ne sono decine, centinaia, intrecciati come una fitta rete che tiene imprigionate le nostre vite. Sono tavoli economici, politici, militari, tecnologici, mediatici. Sono multinazionali, fondi finanziari, think tank, agenzie di rating, lobby industriali, governi complici. Ognuno di questi tavoli si alimenta degli altri, scambia potere e ricchezza come fossero fiches in un casinò globale dove il banco vince sempre.

E noi?
Noi siamo gli spettatori paganti.
I clienti inconsapevoli.
I servi senza catene visibili.

È ora di comprendere che nessuno ribalterà quei tavoli per noi.
Non ci saranno uomini della provvidenza, né scorciatoie.
Non ci sarà riforma possibile finché questo intero edificio non verrà smascherato e spazzato via.

La prima rivoluzione è culturale: dobbiamo uscire dalla narrazione tossica, dobbiamo smettere di credere che questo sia l’unico mondo possibile.
La seconda rivoluzione è sociale: dobbiamo organizzarci, costruire dal basso nuovi spazi di autonomia, di resistenza, di mutualismo.
La terza rivoluzione è politica: dobbiamo mettere in discussione ogni tavolo, ogni regola scritta per garantire il dominio di pochi sui molti.

Finché non saremo noi, popolo, massa, comunità, a riorganizzarci e a prendere in mano il nostro destino, il capitalismo predatorio continuerà a divorarci, centimetro dopo centimetro, giorno dopo giorno, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Il momento è adesso.
Non per chiedere riforme impossibili, ma per ribaltare tutti i tavoli.
Perché non ne esiste uno solo: sono troppi, intrecciati, apparentemente invincibili.
Ma tutti possono crollare nello stesso momento, quando la massa smette di chinare la testa e decide di rialzarla.

L’abbraccio velenoso: il patto non scritto tra Calenda e Meloni e l’attacco frontale al Movimento 5 Stelle

Un congresso che, più che un confronto di idee, si è rivelato la fotografia di un possibile asse futuro tra la destra di governo e una sedicente opposizione pronta a farsi stampella del potere.

Al congresso di Azione è andato in scena un teatro politico che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica e l’equilibrio del nostro sistema. Sul palco, Carlo Calenda e Giorgia Meloni hanno inscenato un gioco delle parti che, dietro la patina del “dialogo democratico”, ha mostrato con chiarezza l’intesa politica e culturale tra i due protagonisti. Un’intesa che non è solo sulle scelte strategiche — dall’appoggio incondizionato alla guerra in Ucraina, al ritorno del nucleare, fino alla visione di un’Europa forte solo militarmente e debole socialmente — ma soprattutto sulla volontà condivisa di demolire ogni spazio alternativo alla destra al governo.

L’attacco sistematico al Movimento 5 Stelle

L’obiettivo principale di questa inedita alleanza informale è stato chiarissimo: il Movimento 5 Stelle. Le parole usate da Calenda, accolte dagli applausi della platea e dal compiacimento della Presidente del Consiglio, sono state di una violenza politica senza precedenti: «L’unico modo per stare assieme al M5s è cancellarlo». Un’affermazione che va ben oltre la normale dialettica tra avversari e che disvela una concezione oligarchica della politica: l’idea che la pluralità democratica sia un fastidio e che le forze realmente alternative vadano non solo sconfitte, ma annientate.

Tra gli attacchi rivolti al Movimento 5 Stelle, spicca la demonizzazione di uno dei provvedimenti sociali più rilevanti degli ultimi anni: il Superbonus. Come già accaduto con il Reddito di Cittadinanza, Calenda e Meloni utilizzano la solita, stanca e tossica retorica che punta a svilire qualsiasi strumento di redistribuzione sociale, riducendo il dibattito a una caricatura utile solo a giustificare tagli e cancellazioni.

Nel caso del Superbonus, la narrazione che viene imposta è quella del «bonus per i ricchi che rifanno le villette» — un falso argomentativo che ignora il fatto che migliaia di famiglie della classe media e popolare hanno potuto mettere in sicurezza, efficientare e valorizzare immobili che altrimenti sarebbero rimasti fatiscenti, inquinanti e pericolosi. Esattamente come nel caso del Reddito di Cittadinanza, liquidato come “paghetta per fannulloni”, si colpisce chi soffre, chi fatica, chi è ai margini, alimentando l’odio sociale da parte di chi ha già la pancia piena e vuole che nulla cambi.

È sempre la stessa strategia: criminalizzare chi riceve aiuti, silenziare le cause della povertà, ridicolizzare chi chiede giustizia sociale.

Giuseppe Conte lo ha compreso bene, quando ha risposto definendo questi attacchi «medaglie» ricevute dal «partito trasversale delle armi». È una verità che va riconosciuta e ribadita: il Movimento 5 Stelle, per la sua posizione netta contro la guerra, contro il massacro in Ucraina e contro il genocidio in Palestina, per la difesa dei ceti popolari e dei diritti sociali, rappresenta oggi l’unico argine reale al blocco di potere che si sta cementando tra destra e sedicente centro.

L’ipocrisia di Calenda e la finta opposizione

L’ex ministro Carlo Calenda si affanna a smentire ogni ipotesi di riposizionamento verso la maggioranza, ma i fatti parlano chiaro. Le convergenze con la Premier sono ormai quotidiane: dall’Ucraina alla politica industriale, dalla giustizia alla demolizione del Superbonus. Il Congresso di Azione ha reso visibile ciò che fino a ieri si cercava di nascondere: Azione non è un partito alternativo alla destra, ma un potenziale futuro alleato, pronto a governare fianco a fianco con Meloni quando la Lega avrà esaurito la sua funzione.

L’attacco al “campo largo”, condito da una retorica aggressiva contro il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, non è altro che il tentativo di scavare una trincea tra chi si oppone realmente al governo e chi, come Calenda, si candida a diventare la nuova ruota di scorta di Palazzo Chigi.

Un congresso senza popolo, ma pieno di potere

Non è un caso che tra gli ospiti di Calenda figurassero volti noti dell’establishment: Monti, Gentiloni, Guerini, Picierno, Lupi, Boccia, Fassino. L’operazione di Azione è chiara: costruire una nuova area di centro funzionale agli interessi delle élite economiche e dell’apparato militare-industriale, priva di qualsiasi radicamento popolare. Un’area che Meloni non teme, anzi, con cui già oggi dialoga apertamente, tra un sorriso e un applauso, in vista di future intese.

La trappola dell’“unità europea” armata

Tutto questo si consuma sotto la bandiera dell’“unità europea” e della difesa dell’Occidente, concetti branditi come clava per giustificare l’aumento delle spese militari e lo smantellamento del welfare. La narrazione condivisa tra Azione e Fratelli d’Italia è che chi si oppone alla corsa agli armamenti è un irresponsabile, un “figlio dei fiori” fuori dal tempo, un nemico della modernità. In questa cornice, chi parla di pace viene deriso, chi chiede giustizia sociale viene ridicolizzato, chi invoca la fine del massacro in Ucraina e del genocidio in Palestina viene tacciato di tradimento o di essere un terrorista .

Una prospettiva inquietante

Il congresso di Azione non ha solo mostrato la complicità tra Meloni e Calenda, ma ha tracciato un possibile scenario politico: un futuro in cui Azione si offre come stampella “moderata” di questa destra radicale, facendo piazza pulita di ogni alternativa progressista.

Per questo motivo è necessario che le forze sociali, democratiche e progressiste, a partire dal Movimento 5 Stelle, non cadano nella trappola di questa falsa polarizzazione e rilancino un progetto autonomo, radicato nei bisogni reali del Paese, capace di opporsi tanto alla destra quanto ai suoi alleati occulti.

Il congresso di Azione è stato un congresso del potere. Quello che manca oggi è un congresso del popolo.

La pentola sta bollendo: quando la sicurezza diventa controllo e la democrazia viene commissariata

C’è un punto in cui la temperatura diventa insostenibile, ma la rana nella pentola non se ne accorge, assuefatta dal tepore crescente, intorpidita dalla progressiva sottrazione d’ossigeno e libertà. È l’immagine perfetta per raccontare ciò che sta accadendo in Italia: una deriva autoritaria che non avanza con i carri armati, ma con decreti legge, riforme istituzionali e provvedimenti di sicurezza che smantellano, pezzo dopo pezzo, lo Stato di diritto. La rana siamo noi. L’acqua è la legalità che evapora. Il fuoco è acceso da chi governa.

Il quadro che emerge oggi è chiarissimo: l’Italia non è solo in caduta libera sul fronte democratico, ma sta strutturando legalmente la propria regressione, attraverso una sequenza inquietante di riforme che trasformano la sicurezza pubblica in un gigantesco meccanismo di controllo sociale e repressione del dissenso. Un fango nero che è tornato a galla, come documentato dal Liberties Rule of Law Report 2025, che ha inserito l’Italia tra i cinque Paesi europei “demolitori” dello Stato di diritto.

Il Ddl Sicurezza: la sicurezza di chi?

L’ultimo tassello di questa costruzione autoritaria si chiama Disegno di Legge Sicurezza n.1660. Un provvedimento che, sotto l’etichetta rassicurante della “sicurezza nazionale”, introduce norme che rappresentano un autentico stravolgimento dei principi democratici e costituzionali. In particolare, l’articolo 31, già approvato nelle commissioni parlamentari, autorizza i servizi segreti italiani a stipulare convenzioni con pubbliche amministrazioni, società pubbliche, università, ospedali ed enti di ricerca, obbligando tali soggetti a fornire informazioni personali su cittadini, studenti, professori, giornalisti e pazienti.

Non si tratta più di raccogliere dati nell’ambito di indagini su specifici reati: il provvedimento legittima la creazione di un sistema di sorveglianza preventiva e diffusa, senza alcun controllo giurisdizionale effettivo. In nome di un’idea tossica di sicurezza, si consente di violare la privacy, la riservatezza, la libertà di pensiero e la libertà di associazione. Un salto di qualità inquietante verso uno Stato di sorveglianza permanente.

Licenza di delinquere e immunità per i Servizi

Non basta. Lo stesso provvedimento introduce norme che prevedono la possibilità per i membri dei servizi segreti di commettere reati in determinate circostanze senza che possano essere perseguiti. Una vera e propria licenza di delinquere, fondata su criteri vaghi e discrezionali come la tutela della “sicurezza nazionale” o la prevenzione di minacce al Paese, criteri che saranno decisi non dalla magistratura indipendente, ma dall’esecutivo stesso.

In un Paese dove la storia dei servizi segreti è costellata di deviazioni e collusioni criminali — dalla strategia della tensione alla P2, dai depistaggi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio fino ai più recenti scandali legati allo spyware Paragon — consegnare a questi apparati un potere senza controllo giurisdizionale significa giocare con la dinamite sul tavolo della democrazia.

Dal Premierato alle intercettazioni: la costruzione dell’autoritarismo legale

L’articolo 31 non è un atto isolato. Si inserisce in un progetto organico di progressiva demolizione delle garanzie democratiche.
Il governo ha già approvato una riforma sul Premierato che concentra un potere sproporzionato nelle mani del Presidente del Consiglio, svuotando il Parlamento del suo ruolo centrale.
Ha abusato sistematicamente dello strumento dei decreti legge (79 decreti in due anni), riducendo il dibattito parlamentare a mera ratifica.
Ha varato una riforma della magistratura che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri, spezzando l’unitarietà del potere giudiziario e mettendo a rischio l’imparzialità della giustizia.
Ha ridotto il periodo massimo delle intercettazioni a soli 45 giorni, con la falsa giustificazione dei costi, quando in realtà il vero obiettivo è limitare la capacità della magistratura di indagare sulla criminalità organizzata, sulla corruzione politica e persino sugli stalker che, dopo quel periodo, potranno tornare a perseguitare le loro vittime senza più essere ascoltati.

E mentre tutto questo accade, il sistema carcerario implode, con un sovraffollamento senza precedenti e la criminalizzazione crescente di attivisti, migranti, ONG e minoranze. Il cosiddetto Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, non contro il crimine reale, ma contro chi dissente.

Quando la sicurezza diventa pretesto per il controllo

Dietro il mantra della sicurezza si cela una verità scomoda: la sicurezza che si vuole garantire non è quella dei cittadini, ma quella del potere. Lo Stato non sta difendendo la società civile, la sta sorvegliando, schedando, comprimendo.

Chi decide oggi quale sia il pericolo per l’interesse nazionale? Un governo che ospita nostalgie post-fasciste, che criminalizza studenti, pacifisti, sindacalisti, ambientalisti. Un governo che considera terroristi coloro che si oppongono al genocidio in Palestina o che difendono l’ambiente contro opere inutili e distruttive.
In questo quadro, togliere alla magistratura il controllo sulla legalità dell’operato dei servizi segreti significa costruire un potere senza contrappesi, senza limiti, senza più garanzie.

La rana siamo noi

Non servono manganelli o carri armati per soffocare una democrazia. Basta aumentare lentamente la temperatura.
Oggi, l’Italia è immersa in una pentola d’acqua tiepida. L’acqua si sta scaldando, un decreto dopo l’altro, una norma liberticida dopo l’altra. Quando ci accorgeremo che l’acqua bolle, quando proveremo a saltare fuori, potrebbe già essere troppo tardi.

La domanda che ci resta è semplice e urgente: quanto manca all’ebollizione?
E soprattutto: abbiamo ancora la forza di saltare fuori?

La maschera è caduta: tra piazze per la guerra e incontri con la lobby ultra-nazionalista israeliana, il centrosinistra smarrito di Pina Picierno

C’è un filo rosso che unisce la deriva bellicista di una parte del centrosinistra europeo alla progressiva perdita di credibilità delle sue figure di vertice. Un filo che passa per la criminalizzazione sistematica di chi chiede la fine della guerra in Ucraina, per l’assenza di una parola forte contro il genocidio in Palestina e per rapporti ambigui con soggetti che promuovono politiche di oppressione e apartheid. L’ultimo tassello di questo inquietante mosaico riguarda l’eurodeputata Pina Picierno.

Su un post su Facebook, la vicepresidente del Parlamento europeo ha attaccato duramente la manifestazione per la pace convocata dal Movimento 5 Stelle il prossimo 5 aprile, accusandola di essere «una piazza per dividere», sostenendo che tra i promotori vi sarebbero comitati No NATO e presunti proxy della propaganda russa. Una narrazione tossica, che finisce per delegittimare chiunque osi chiedere il cessate il fuoco e la fine della carneficina, etichettandolo come un nemico della democrazia.

Ma proprio mentre la Picierno accusava chi manifesta per la pace di essere al soldo di potenze straniere, emergeva un’inchiesta ben più preoccupante sul suo operato. Secondo un’indagine del portale olandese Follow The Money, l’eurodeputata del PD avrebbe incontrato a Bruxelles, insieme ad altri politici europei, rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (Idsf), un think tank ultranazionalista composto da decine di migliaia di ex militari israeliani, noto per sostenere l’espansione illegale delle colonie, la deportazione dei palestinesi da Gaza e le posizioni più radicali del governo Netanyahu.

L’incontro, a quanto risulta, non sarebbe stato comunicato pubblicamente in un primo momento, in violazione delle regole di trasparenza del Parlamento europeo. La Picierno si è difesa sostenendo che quell’incontro sarebbe avvenuto una sola volta, in relazione al suo incarico sulla lotta all’antisemitismo, e che l’appuntamento risulta regolarmente registrato. Tuttavia, al di là della procedura, resta il dato politico: come può una vicepresidente del Parlamento europeo, che si dichiara progressista, concedere spazio e ascolto a una lobby che difende apertamente la colonizzazione, la repressione e l’apartheid?

E qui si manifesta l’ipocrisia di una parte del centrosinistra europeo e italiano: si criminalizza chi chiede la pace, si divide il fronte progressista con accuse infondate, ma allo stesso tempo si aprono le porte delle istituzioni a chi sostiene politiche di pulizia etnica e occupazione militare.

L’onorevole Picierno dichiara che «il Parlamento ha regole stringenti» e che «la libertà del mandato parlamentare è un valore da preservare». Ma questa libertà non può trasformarsi in connivenza con chi pratica ogni giorno la negazione dei diritti umani e del diritto internazionale. La trasparenza formale non cancella la gravità politica e morale di certi incontri.

Questa vicenda, sommata alla sua violenta presa di posizione contro chi manifesta per il cessate il fuoco in Ucraina e in Palestina, conferma che una parte del centrosinistra ha smarrito ogni radice ideale. Si è trasformata in un apparato di potere che parla la lingua dei falchi, che criminalizza ogni voce di dissenso e che chiude le porte a un fronte largo di pace, per aprirle invece alle lobby della guerra.

È ora di dire basta a questa politica delle maschere. Basta con chi usa le strutture democratiche per proteggere gli interessi dei potenti e silenziare chi chiede giustizia e pace. Non servono più dichiarazioni di principio, serve coerenza. La sinistra o sta con i popoli che subiscono le bombe, o sta con chi le sgancia.

Noi sappiamo da che parte stare. Non ci lasceremo intimidire da chi cerca di trasformare la richiesta di pace in un crimine e la complicità con i criminali di guerra in una strategia politica.

L’Italia che dimentica: dal patto mafia-politica alle riforme repressive del governo Meloni

Inchiesta in tre atti sulla metamorfosi autoritaria del potere

Atto I

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la propria riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è una vera e propria riscrittura identitaria, un tentativo di restyling morale di una forza politica che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Durante un recente convegno a Palermo, i dirigenti del partito fondato da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri hanno proiettato un video di Falcone come endorsement simbolico per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Ma chi ha conosciuto Falcone sa bene che il magistrato mai avrebbe prestato il suo nome a chi con la mafia aveva rapporti consolidati.

Lo dimostrano documenti, come l’annotazione fatta da Falcone nel 1986 dopo l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia:

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano”.

E lo confermano le parole di Paolo Borsellino, in un’intervista video del 1992, mai trasmessa fino al 2000, in cui raccontava senza ambiguità i legami tra Dell’Utri, Mangano, Cinà e il nascente impero berlusconiano.

L’uso odierno dell’immagine di Falcone è dunque non solo inopportuno: è una violenza simbolica contro la memoria della Repubblica, contro chi ha sacrificato la propria vita per difenderla. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Atto II

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

Il biennio 1992-1994 è il più oscuro della storia repubblicana. Mentre saltano in aria Falcone e Borsellino, e la Prima Repubblica crolla sotto il peso di Tangentopoli, si muove nell’ombra una strategia di rifondazione del potere. È il tempo della trattativa Stato-mafia, oggi riconosciuta da molte sentenze come fatto storico, seppur con profili giudiziari ancora controversi.

Nel vuoto istituzionale che segue all’arresto di Riina e all’escalation stragista, Silvio Berlusconi, imprenditore televisivo vicino a logge come la P2 di Licio Gelli, annuncia la sua “discesa in campo”. Dietro di lui, Marcello Dell’Utri, già uomo di raccordo con gli ambienti palermitani. E sotto di loro, una rete di interessi e protezioni mafiose, confermata da atti processuali.

La sentenza definitiva del 2014 che condanna Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa è inequivocabile. Si legge:

“Dell’Utri ha garantito la prosecuzione del patto di protezione tra Cosa Nostra e Berlusconi attraverso la riscossione e la trasmissione di denaro”.

Il volto pubblico del nuovo partito era rassicurante. Ma nel retroscena, i garanti del consenso erano altri. È così che Forza Italia diventa nel 1994 il nuovo contenitore del potere: plastico, televisivo, piramidale. Un partito-azienda in cui la selezione avviene per fedeltà, non per merito.

Accanto a Dell’Utri, una costellazione di politici poi condannati per legami con mafia, camorra e ’ndrangheta:
• Antonio D’Alì, condannato nel 2022 a sei anni per aver favorito Cosa Nostra trapanese.
• Nicola Cosentino, referente politico dei Casalesi, condannato a dieci anni in via definitiva.
• Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta reggina, rifugiatosi a Dubai.
• Cesare Previti, condannato per corruzione in atti giudiziari.
• Denis Verdini, figura chiave dei ponti tra affari e politica, finito in più procedimenti per bancarotta.

Forza Italia nasce così: non come alternativa alla crisi della Prima Repubblica, ma come espressione mutata del suo lato più oscuro.

Atto III

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante nel governo Meloni

Il governo Meloni non è la negazione del berlusconismo. È la sua continuità in forma più ideologica, autoritaria e repressiva. I metodi si affinano, ma l’obiettivo resta identico: centralizzare il potere, ridurre al silenzio le voci critiche, demolire le garanzie costituzionali.

La prova più evidente? Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che propone sanzioni disciplinari per i magistrati che criticano le riforme del governo.

Nordio vuole reintrodurre un decreto legislativo del 2006 (ministro Castelli, governo Berlusconi) che fu abrogato nel 2007 dal governo Prodi perché lesivo della libertà di espressione garantita dall’art. 21 della Costituzione. La norma prevedeva sanzioni per chi “compromette il prestigio dell’istituzione giudiziaria”, anche con comportamenti formalmente legittimi. Una clausola talmente vaga da diventare strumento di intimidazione politica.

Non è un caso isolato. Il disegno repressivo del governo Meloni è sistemico:
• Premierato forte, che concentra il potere esecutivo, limitando il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica (violazione potenziale dell’art. 87 Cost.).
• Autonomia differenziata, che frammenta l’unità della Repubblica (art. 5 e 120 Cost.).
• Riforma della giustizia penale, con abolizione dell’abuso d’ufficio, depotenziamento dell’azione inquirente, ostacoli all’uso delle intercettazioni.
• Pacchetti sicurezza, che criminalizzano migranti, attivisti, studenti, poveri.
• Leggi sull’ordine pubblico, che restringono il diritto di manifestare (art. 17 Cost.).
• Riduzione del ruolo del Parlamento, con decreti legge seriali e fiducie forzate (art. 70 e 77 Cost.).

Questa non è riforma. È restaurazione. È un ritorno all’autoritarismo in doppio petto, che oggi si presenta con il volto rassicurante del legalitarismo, ma sotto indossa le stesse vesti di chi, trent’anni fa, si inginocchiava davanti al potere mafioso.

Oggi si tenta di silenziare i magistrati come un tempo si cercò di delegittimarli. Oggi si manipola la memoria di Falcone, mentre si smonta pezzo per pezzo lo Stato di diritto che lui difese con la vita.

Conclusione: La Costituzione è l’ultima trincea

Nel 1992 Falcone e Borsellino furono lasciati soli. Oggi la solitudine è delle istituzioni repubblicane, accerchiate da un potere che non tollera freni.
Questa trilogia è una mappa del tradimento. Dalla trattativa alla manipolazione della memoria. Dalla fondazione opaca di Forza Italia al presente autoritario del melonismo.
Eppure, la Costituzione è ancora lì. Non come carta da riscrivere, ma come bussola da difendere.

Perché quando i poteri non si bilanciano, la giustizia tace. E quando la giustizia tace, la democrazia muore.

Lo Stato della Mafia

Nel trentennale dell’associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti per coordinare la lotta alle mafie, arriva un bilancio amaro ma lucido, offerto da una delle voci più autorevoli e scomode della magistratura italiana: Nino Di Matteo. Un bilancio che ci costringe a porre una domanda scomoda quanto necessaria: a che punto siamo oggi con la mafia?

Secondo Di Matteo, il sogno di Giovanni Falcone – quello di una vittoria definitiva sulla mafia – potrà realizzarsi solo quando l’Italia smetterà di trattare la mafia come semplice criminalità ordinaria. Le organizzazioni mafiose, dice, condizionano profondamente la vita del Paese da oltre 150 anni, ma la politica, le istituzioni e spesso anche l’informazione hanno preferito fare finta di non capirlo.

Negli ultimi vent’anni, la mafia ha cambiato pelle. Ha abbandonato la violenza e l’attacco frontale allo Stato, scegliendo una strategia molto più efficace e invisibile: la penetrazione sistematica del potere economico e politico. Le mafie non infiltrano più il mercato legale, lo finanziano, lo controllano. Le imprese mafiose oggi operano nei settori più rispettabili, muovendo capitali, acquisendo aziende, gestendo appalti pubblici. Sono diventate, a tutti gli effetti, multinazionali del crimine.

Questo cambiamento è avvenuto in parallelo a un progressivo smantellamento degli strumenti di contrasto. Le riforme approvate e in cantiere – dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio allo svuotamento del traffico d’influenze, dalla limitazione delle intercettazioni al divieto di pubblicare le ordinanze cautelari – hanno ridotto la capacità investigativa della magistratura. Sono, per Di Matteo, uno scudo legislativo per i potenti e per le mafie. Le indagini più importanti sulla corruzione e sugli interessi mafiosi sono spesso nate da reati minori, come turbative d’asta, bancarotte o falsi in bilancio. Eliminare questi reati significa tagliare le radici alle indagini prima ancora che possano svilupparsi.

Il limite di 45 giorni alle intercettazioni è un altro esempio drammatico: nella realtà investigativa, i primi giorni servono solo a orientare l’indagine. Imporre questo limite è come imporre al chirurgo di operare a occhi bendati.

E se questo non bastasse, Di Matteo denuncia un ulteriore pericolo: lo squilibrio dei poteri dello Stato. La separazione delle carriere, la riduzione dell’obbligatorietà dell’azione penale, le sanzioni disciplinari per i magistrati che si esprimono pubblicamente sono parte di una strategia per indebolire il potere giudiziario a favore dell’esecutivo. Un attacco alla Costituzione e ai principi fondamentali della democrazia.

Nel silenzio assordante delle istituzioni, mentre si costruisce una giustizia “a due velocità” – severa con i deboli, indulgente con i potenti – le mafie avanzano senza ostacoli, protette da leggi su misura e da un sistema che le legittima.

Lo Stato della mafia, allora, non è più solo una riflessione su “a che punto siamo con la criminalità organizzata”. È il ritratto amaro di un Paese in cui la mafia non ha solo trovato spazio. Lo ha conquistato. Lo ha arredato. E oggi ci abita dentro.

E allora, nel rovesciare il senso di quel titolo, la domanda diventa inquietante ma inevitabile:
la mafia è nello Stato, o è lo Stato che si è fatto mafia?
Fonte: intervista a Nino di Matteo su Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2025

Dall’odio digitale alla fraternità algoritmica: la sfida etica nell’era dell’intelligenza artificiale

In un’epoca in cui la trasformazione tecnologica plasma in profondità le relazioni sociali, la comunicazione e persino la percezione di sé, la società globale si trova al crocevia tra due scenari divergenti: l’inciviltà crescente dell’odio digitalizzato e la possibilità di costruire un umanesimo algoritmico, capace di promuovere inclusione, pluralismo e solidarietà. In questo contesto, l’intelligenza artificiale (IA) non è più una semplice innovazione tecnica, ma un attore sociale e culturale di primo piano, potenzialmente in grado di riprodurre le diseguaglianze oppure di sanarle, a seconda dell’etica che ne guida l’addestramento e l’uso.

L’anatomia dell’odio online: genealogia e mutazione digitale

L’odio che oggi infesta i social network non nasce con Internet. Ha radici storiche profonde che affondano nei totalitarismi del Novecento, nei traumi della guerra e nelle ricostruzioni ideologiche successive. Tuttavia, il passaggio al digitale ha modificato in modo sostanziale la sua morfologia. In passato, l’odio si esprimeva in forme visibili, localizzate e limitate nel tempo; oggi si presenta come un flusso continuo, transnazionale, memetico, in grado di attraversare culture e generazioni con la velocità di un clic.

La rete ha portato a compimento tre trasformazioni cruciali: l’anestesia del contesto, dove la parola violenta si sgancia dal volto umano; la persistenza del contenuto, che sopravvive anche quando l’emozione che lo ha generato è svanita; e la diffusione sistemica, che rende ogni episodio di odio non solo potenzialmente virale, ma anche difficile da contenere nello spazio e nel tempo.

Il pregiudizio, come descritto dalla scala di Gordon Allport, oggi si sviluppa interamente nella dimensione digitale: dalla semplice derisione, si passa all’isolamento sociale virtuale, poi alla discriminazione algoritmica (negazione di visibilità, shadow banning, targeting selettivo), fino ad arrivare al linciaggio mediatico e alle campagne di incitamento alla violenza.

La logica fredda degli algoritmi e l’illusione della neutralità

Contrariamente alla narrazione mainstream che considera l’algoritmo una struttura neutra e oggettiva, la realtà rivela un meccanismo profondamente antropico, cioè carico di ideologia, cultura, pregiudizi. I dati su cui viene addestrata l’IA sono frutto di società umane diseguali e spesso razziste, sessiste, classiste. Di conseguenza, gli algoritmi tendono a replicare e amplificare tali storture. L’odio digitale, in questo senso, non è un effetto collaterale ma una possibile funzione emergente del sistema, una sua modalità di ottimizzazione dell’engagement.

Non si tratta, quindi, solo di combattere il contenuto dell’odio, ma di comprendere e correggere la logica stessa dell’infrastruttura digitale. In assenza di un orientamento etico esplicito, l’IA si limita a massimizzare ciò che è già dominante, riproducendo fedelmente i bias del passato: chi è stato escluso lo sarà ancora, chi è stato marginalizzato verrà ulteriormente oscurato.

Ipnocrazia e psicopolitica: il nuovo volto del dominio

Il filosofo Jianwei Xun ha introdotto il concetto di ipnocrazia per descrivere il regime in cui il potere non impone, ma seduce; non reprime, ma distrae; non proibisce, ma ipnotizza. Nell’era degli algoritmi, il controllo non passa più attraverso la censura, bensì attraverso la saturazione cognitiva, la manipolazione emotiva, la personalizzazione compulsiva. L’IA diventa il cuore invisibile della psicopolitica contemporanea, un potere dolce e subdolo che orienta opinioni, rafforza polarizzazioni, modella desideri.

In questo scenario, l’odio non è più l’urlo brutale del fanatismo, ma la carezza ambigua della disinformazione, il sorriso finto dell’ironia razzista, il meme che deumanizza sotto forma di battuta. L’odio “cool” è oggi molto più pericoloso di quello “hot”, perché si camuffa da normalità, scorre nel linguaggio comune, si traveste da libertà di parola. È questo il terreno più fertile per l’ipnocrazia: una società dove le coscienze non sono represse, ma rese docili, anestetizzate, incapaci di distinguere l’informazione dalla propaganda.

Algoretica e progettazione etica: verso un’intelligenza inclusiva

Per contrastare questa deriva è necessario un approccio radicalmente nuovo: una algoretica, ovvero un’etica incorporata nei codici, nei dati, nelle logiche decisionali dell’IA. Ciò significa orientare l’intero processo di progettazione verso princìpi non negoziabili: la tutela dei diritti fondamentali, l’uguaglianza sostanziale, la valorizzazione delle differenze, la dignità della persona.

Non basta implementare filtri o bannare parole chiave. Occorre un salto culturale: rendere l’intelligenza artificiale cosciente delle sue implicazioni sociali, responsabile delle sue scelte, trasparente nei suoi criteri. L’algoritmo deve essere educato, come un essere morale, affinché sappia distinguere tra disaccordo e discriminazione, tra critica e disumanizzazione.

Questo richiede una governance pubblica, partecipativa, fondata sulla giustizia digitale. L’algoritmo non può restare proprietà esclusiva di multinazionali opache: deve essere reso accessibile, comprensibile, auditabile dalla collettività. La sua intelligenza deve essere collettiva, non oligarchica.

Fraternità algoritmica: un’alternativa possibile

L’utopia non è un sogno vano. È la direzione verso cui orientare le scelte presenti. L’intelligenza artificiale può davvero diventare uno strumento di coesione, se posta al servizio della cura, dell’educazione, della democrazia. Può promuovere politiche inclusive, ridurre le discriminazioni sistemiche, amplificare le voci delle minoranze, smascherare l’odio strutturale.

Ma perché ciò accada, serve una rivoluzione etica. Non si può costruire una fraternità algoritmica senza una consapevolezza critica diffusa. L’educazione digitale, il diritto intelligente, la tecnologia trasparente sono tre pilastri imprescindibili. E su tutti, serve un nuovo protagonismo politico e sociale, capace di rimettere l’essere umano al centro della rivoluzione digitale.

L’intelligenza artificiale, se guidata, può essere lo strumento per risvegliare le coscienze e non per sopirle. Può essere il cuore di una società empatica, non il motore del dominio invisibile. Può essere, finalmente, l’algoritmo della fraternità.

Morire di lavoro: una strage silenziosa e una vergogna di Stato

Ogni giorno, all’alba, milioni di lavoratori si svegliano, si preparano, e con la dignità silenziosa di chi conosce il valore del sacrificio, si avviano verso i luoghi di lavoro. Lo fanno per vivere, per mantenere le proprie famiglie, per tornare la sera a casa, tra gli affetti, nel tepore di un pasto caldo, in una normalità che dovrebbe essere garantita. Ma troppo spesso, per alcuni, quel ritorno non avviene. Perché si può ancora morire di lavoro in Italia. E non per fatalità, ma per precise responsabilità. Per negligenze, per leggi deboli, per controlli assenti, per una politica che ha deciso, consapevolmente, che il profitto vale più della vita.

Nelle ultime 24 ore, tre operai hanno perso la vita. Tre famiglie spezzate. Tre storie interrotte. E nel silenzio assordante delle istituzioni, la strage continua, giorno dopo giorno, senza che si muova foglia nei palazzi del potere. È il volto più sporco dell’Italia reale, quello che non trova spazio nei salotti televisivi o nei comizi trionfali, ma che grida dalle pagine di cronaca nera, ogni volta che un uomo o una donna muore perché “non c’era sicurezza”.

E mentre si continua a morire tra impalcature precarie, macchinari malfunzionanti, ritmi insostenibili e cantieri senza controlli, il governo si dedica ad altro. Reprime con leggi feroci le feste studentesche e i rave, introduce norme repressive con pene esemplari per ogni forma di dissenso, ma si guarda bene dall’intervenire dove servirebbe davvero: nei luoghi di lavoro. Dove ogni morte dovrebbe pesare come piombo sulla coscienza collettiva.

Serve un cambio di rotta radicale, non l’ennesimo cordoglio istituzionale, non i soliti tweet di circostanza. Serve introdurre subito il reato di omicidio sul lavoro, perché è inaccettabile che anche di fronte a responsabilità chiare, le condanne siano irrisorie, che la vita venga liquidata con qualche mese di reclusione, spesso sospesa. Serve una rete capillare di controlli sul territorio, fatta da ispettori veri, assunti e formati, non da slogan elettorali o finte task force. Serve repressione delle irregolarità, certo, ma anche prevenzione, perché la sicurezza si costruisce prima, non dopo il disastro.

Ma il governo Meloni non vuole vedere, non vuole sapere. E lo dimostra ogni giorno destinando miliardi alle armi, ai carri armati, agli interessi dell’industria bellica, mentre i lavoratori continuano a morire tra l’indifferenza generale. Perché in questa visione del mondo, chi produce ricchezza con le proprie mani vale meno di chi la moltiplica con il capitale.

Chi lavora ha diritto alla vita. Alla tutela piena e concreta. Non può esistere civiltà laddove si muore perché si è costretti ad accettare un subappalto in catena, un contratto capestro, un cantiere senza norme. Ecco perché è sacrosanto sostenere il referendum promosso dalla CGIL, che tra i quesiti propone di cancellare l’attuale norma sui subappalti, uno dei principali canali attraverso cui la sicurezza viene aggirata.

Non dobbiamo rassegnarci alla strage. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta dello Stato, della politica, della società. E non possiamo più permettere che tutto questo passi sotto silenzio. Servono leggi giuste, pene certe, investimenti seri. Ma soprattutto, serve un risveglio collettivo. Perché nessuno, mai, dovrebbe uscire di casa per lavorare e non farvi più ritorno.

“Questo referendum non s’ha da fare” — Elogio del voto online contro la crisi della democrazia partecipativa

Nel grande teatro della democrazia italiana, dove i cittadini dovrebbero essere protagonisti e non semplici comparse, si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’impotenza partecipativa. Sabato 22 marzo, il Comitato promotore del referendum contro l’autonomia differenziata ha chiuso i battenti, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito con la sentenza n. 10 del 2025. Un colpo pesante, che arriva a smorzare un’iniziativa popolare straordinaria: 1.291.488 firme raccolte in piena estate, in un’Italia attraversata dall’afa e dall’indifferenza, avevano riacceso la speranza di una cittadinanza vigile e attiva.

Ma proprio come nel celebre capitolo de I Promessi Sposi, in cui Don Abbondio viene fermato da due bravi con un perentorio “questo matrimonio non s’ha da fare”, anche qui un potere superiore ha deciso di fermare le nozze tra popolo e sovranità democratica. La Consulta, più che giudicare nel merito, ha scelto la via del rinvio, del cavillo, del non disturbare il manovratore. L’impressione è che non si sia voluto urtare la sensibilità della maggioranza di governo, preferendo una forma di “prudenza istituzionale” che in realtà puzza di subalternità politica.

Il Comitato, pur colpito da una decisione ingiusta e sproporzionata, non ha alzato la voce. Ma non per viltà o per resa: piuttosto per senso di responsabilità, per rispetto del quadro costituzionale, per volontà di non cedere alla rabbia. Tuttavia, quella chiusura “sanza ’nfamia e sanza lodo”, come avrebbe detto Dante, lascia una ferita aperta. La storia non può finire qui. Il campo progressista, anziché rintanarsi nella frustrazione, deve raccogliere il testimone e rilanciare. Il referendum non s’è fatto, ma può tornare. E può tornare più forte, se accompagnato da strumenti nuovi e realmente accessibili: a cominciare dal voto online.

Il referendum come ostacolo: quando la democrazia diventa scomoda

La verità è cruda: il referendum sull’autonomia differenziata faceva paura. Era divisivo, certo, ma non perché pregiudizialmente conflittuale: lo era perché imponeva una chiarezza che molti non volevano assumersi. Chiamava a una scelta netta, a una conta, a un’espressione popolare che avrebbe rotto i fragili equilibri costruiti sull’ambiguità. In troppi — anche tra i sedicenti sostenitori — hanno visto in quel quesito non uno strumento di democrazia, ma un rischio per le proprie alleanze, per le trattative sotterranee con una destra aggressiva e vorace di potere.

Il messaggio implicito che si sta consolidando è devastante: la partecipazione è accettabile solo se innocua. Appena diventa incisiva, viene neutralizzata. Il voto referendario viene derubricato a fastidio. Ma la democrazia non può essere un atto liturgico celebrato solo in apposite “sedi competenti”; essa vive o muore nelle piazze, nei clic, nella mobilitazione dei cittadini.

Oltre le ceneri: una proposta per uscire dall’impasse

In questo scenario asfittico, un’idea si fa strada come brezza di ossigeno: introdurre il voto online per i referendum. Non si tratta di un vezzo tecnologico o di un gioco da smanettoni. È una necessità democratica, una risposta concreta a un sistema istituzionale che si dimostra sempre più impermeabile al popolo.

La proposta — lucida e dettagliata — prende forma attorno a sei punti essenziali:
1. La Costituzione lo consente. L’art. 75 sancisce il diritto a firmare e votare i referendum. Nulla impedisce che ciò avvenga anche online, a patto di garantire segretezza, libertà e uguaglianza.
2. Serve solo una legge ordinaria. Non occorrono revisioni costituzionali. Una semplice legge, integrativa della legge 352/1970, può introdurre la modalità online.
3. La fase sperimentale è già partita. Due decreti ministeriali del 2021 hanno avviato un percorso tecnico-giuridico per testare il voto digitale. Il quadro normativo esiste: manca solo la volontà politica.
4. La piattaforma per la raccolta firme è già funzionante. Basterebbe ampliarla, introducendo un sistema di votazione binario (Sì/No), per avere uno strumento completo.
5. Il voto online aiuta a raggiungere il quorum. Facilitando la partecipazione, si contrasta il principale nemico dei referendum: l’astensione.
6. È un trampolino per il futuro. Il voto digitale nei referendum può aprire la strada al suo utilizzo nelle elezioni politiche, frenando un’astensione dilagante che ormai svuota le urne.

La paura della destra e l’indifferenza della sinistra

La destra teme il voto online perché scardina la sua egemonia sulla partecipazione passiva: non si può più vincere per abbandono dell’avversario. Ma l’inerzia più pericolosa viene dal campo progressista, che sembra incapace di rompere i riti stanchi della mediazione e del compromesso.

Nel frattempo, il disegno Calderoli va avanti, rafforzando l’autonomia regionale con una leggerezza incostituzionale che calpesta il principio di eguaglianza. Il Parlamento viene bypassato, i costi ignorati, la coesione nazionale frantumata in nome di un federalismo fittizio. Eppure, il campo progressista si rifugia nella moderazione, come se il tempo delle battaglie fosse finito.

Conclusione: scegliere se arrendersi o rilanciare

Chi ha paura del voto online? Chi teme che il popolo possa contare davvero. Chi preferisce governare un Paese addormentato, piuttosto che sfidare una democrazia sveglia. Ma il voto digitale non è il nemico: è la risposta. È la chiave per riportare milioni di cittadine e cittadini a esprimersi, a partecipare, a decidere. È l’unico modo, oggi, per far vivere il referendum in una società che cambia più in fretta delle sue istituzioni.

Questo referendum, dunque, non s’è fatto. Ma il prossimo deve farsi, e deve passare anche dal web. Se vogliamo che la democrazia non diventi un’eco del passato, è tempo di innovare, di osare, di “pensare fuori dagli schemi”. Come farebbe chi ancora crede che il popolo non sia solo una platea, ma il vero protagonista della Repubblica.

La storia ci insegna che ogni volta che il potere cerca di soffocare la voce del popolo, quella voce trova nuove strade per farsi sentire. Le firme raccolte, il dibattito acceso, l’energia civica che ha attraversato l’Italia in questi mesi non sono andate perdute. Sono semi che chiedono solo una nuova stagione per germogliare.

Il tempo del silenzio è finito. Se la Corte ha detto che “questo referendum non s’ha da fare”, tocca a noi dimostrare che questa democrazia sì che si deve fare. Più partecipata, più accessibile, più viva. E il voto online, oggi, è lo strumento più potente che abbiamo per trasformare l’indignazione in azione, la delusione in progetto, la rabbia in costruzione collettiva.

Non basta più difendere la Costituzione: bisogna riattivarla ogni giorno, con strumenti all’altezza del presente. E con il coraggio di credere che una Repubblica fondata sulla partecipazione è ancora possibile.
Fonte: articolo su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2025 di Massimo Villone

Italia, salari in caduta libera: tra inflazione, lavoro povero e scelte di governo offensive

Il Paese maglia nera del G20 sui salari reali. Mentre milioni di lavoratori non arrivano alla fine del mese, il governo propone soluzioni che aggravano la precarietà. Servono redistribuzione, orario ridotto, pensioni anticipate, salari dignitosi e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Negli ultimi 17 anni, l’Italia ha registrato una drastica contrazione dei salari reali, con una perdita complessiva dell’8,7% rispetto al 2008. A certificarlo è il Rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che assegna al nostro Paese la maglia nera tra le economie avanzate del G20. Neppure il lieve recupero del 2024, frutto del rinnovo di alcuni contratti collettivi nazionali, è riuscito a compensare il crollo del potere d’acquisto verificatosi nel biennio 2022-2023.

Inflazione e salari: i più poveri pagano il conto

L’inflazione, che ha raggiunto picchi storici negli ultimi due anni, ha falcidiato soprattutto i redditi più bassi. A essere colpiti sono stati in particolare i lavoratori a basso reddito, gli immigrati e le famiglie monoreddito, che destinano la maggior parte dei propri guadagni a beni essenziali come alimentari, affitti e bollette. Per loro, il semplice adeguamento all’indice dei prezzi al consumo (Ipc) non basta: la perdita di potere d’acquisto è molto più grave di quanto indichino le medie statistiche.

Il paradosso italiano: lavorare e restare poveri

Accanto ai disoccupati e agli esclusi dal mercato del lavoro, si sta consolidando una figura sempre più centrale nella crisi sociale italiana: il lavoratore povero. Si tratta di uomini e donne che, pur lavorando a tempo pieno, non riescono a garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa. Una condizione che dovrebbe essere l’eccezione e che invece è diventata la regola in settori interi: logistica, ristorazione, commercio, servizi alla persona.

Governo sordo ai dati e ostile alla dignità del lavoro

A fronte di questa crisi strutturale, il governo sembra muoversi in direzione opposta al buon senso. Invece di intervenire per sostenere i salari e introdurre strumenti di protezione per i lavoratori poveri, ha approvato una norma che promuove le pensioni integrative private, da finanziare – udite udite – con il già misero reddito percepito oggi dai lavoratori.

Una scelta che ha il sapore dell’oltraggio: chiedere a chi fatica ad arrivare alla quarta settimana di pensare a versamenti pensionistici aggiuntivi è semplicemente irragionevole. È la conferma di un modello che vuole trasferire il rischio previdenziale dai datori di lavoro ai dipendenti, erodendo il concetto stesso di welfare pubblico.

Proposte concrete: meno ore, più posti, pensioni prima

In un Paese dove la produttività è stagnante da oltre due decenni, dove i salari reali sono calati e il benessere sociale si è ridotto, la sola parola d’ordine possibile è redistribuzione. E questa redistribuzione deve passare per tre grandi scelte politiche:
1. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – Lavorare meno per lavorare tutti: è tempo di rompere il tabù delle 40 ore settimanali. Ridurre l’orario di lavoro, senza intaccare la retribuzione, significherebbe non solo creare nuova occupazione, ma anche migliorare la qualità della vita, ridurre lo stress e aumentare la produttività.
2. Abbassare l’età pensionabile – L’età per la pensione in Italia è tra le più alte d’Europa: 67,70 anni. È inaccettabile. Chi ha lavorato una vita ha diritto al riposo e a un reddito decoroso. Ridurre l’età pensionabile a 62 anni – o anche meno per i lavori gravosi – significa liberare posti per i giovani e riconoscere il valore umano del tempo e della salute.
3. Aumento generalizzato dei salari – Il lavoro deve tornare a garantire dignità e sicurezza economica. Serve un aumento strutturale dei salari, sostenuto anche da una detassazione selettiva delle retribuzioni medio-basse, e dall’introduzione di un salario minimo legale legato ai costi reali della vita.

Sindacati: è tempo di tornare a essere conflittuali

Di fronte a queste emergenze, i sindacati devono tornare a fare il loro mestiere: difendere i lavoratori e non accettare compromessi al ribasso. La CGIL ha denunciato con forza la volontà del governo di rinnovare i contratti pubblici stanziando risorse largamente insufficienti, equivalenti a solo un terzo dell’inflazione accumulata. Troppo spesso, però, in passato anche il sindacato ha dovuto fare i conti con pressioni politiche e logiche concertative che hanno svuotato la contrattazione di reale forza contrattuale.

I superprofitti delle aziende e i dividendi milionari distribuiti anche in piena crisi inflazionistica, sono la prova lampante che la ricchezza in Italia esiste: semplicemente non viene redistribuita. È stata sottratta ai lavoratori, ai pensionati, ai precari. È tempo che chi ha accumulato paghi il conto della crisi che gli altri stanno subendo.

Contrattazione e produttività: un’occasione sprecata

Secondo l’ILO, la produttività del lavoro in Italia, dopo essere cresciuta leggermente più dei salari nel biennio 2022-2023, rimane tra le più basse delle economie sviluppate. Dal 1999 al 2024, nei Paesi ad alto reddito la produttività è aumentata in media del 30%, mentre in Italia è diminuita del 3%. Una stagnazione che riflette scarsi investimenti in innovazione, formazione e tecnologia.

Conclusioni: la dignità del lavoro non è negoziabile

Il problema salariale in Italia non è una questione tecnica ma politica. È la fotografia di un Paese che ha smesso di investire nella dignità del lavoro, che penalizza i suoi cittadini più vulnerabili e premia la speculazione. Proporre pensioni integrative private in questo contesto non è solo inadeguato: è offensivo.

Serve una svolta, radicale e urgente. Serve una nuova visione del lavoro fondata sulla dignità, la giustizia e la redistribuzione. E serve, soprattutto, una mobilitazione collettiva che rompa il silenzio e restituisca voce a chi ogni giorno lavora, resiste e pretende di vivere con dignità.

E infine, non può esistere dignità del lavoro senza sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni anno, migliaia di persone muoiono o subiscono gravi lesioni a causa di inadempienze e tagli su prevenzione e formazione. Le morti sul lavoro non sono “incidenti”: sono il prodotto di un sistema che antepone il profitto alla vita. È tempo che la sicurezza diventi una priorità assoluta e non un semplice paragrafo nei contratti.