Una parola contro i più fragili: la cura che si vorrebbe far pagare

1. Il corpo non conosce burocrazia

C’è un uomo in un letto. Ha l’Alzheimer, e da mesi non riconosce più i volti dei figli. Oppure è un giovane tetraplegico assistito a casa, il corpo immobile e la mente lucidissima. Oppure è una donna anziana in una residenza sanitaria, che ha bisogno di essere lavata, nutrita, girata nel letto ogni poche ore perché la pelle non si pieghi in piaghe. Per queste persone non esiste alcuna differenza tra la medicina che le tiene in vita e la mano che le aiuta a mangiare. Il loro corpo non conosce quella distinzione. Non sa che cosa sia una prestazione «sanitaria» e che cosa una prestazione «socio-assistenziale». Sa soltanto di avere bisogno, ogni ora, di entrambe, e che senza l’una l’altra non serve a niente.

Eppure una frase, scritta in un emendamento depositato al Senato della Repubblica, ha provato a inventare quella differenza. Lo ha fatto con un’arma piccolissima, quasi invisibile: una parola sola. La parola «esclusivamente». Bastava aggiungerla al posto giusto, dentro una legge del 1983, perché lo Stato potesse dire a migliaia di famiglie: la parte medica la pago io, il resto pagatelo voi; e se non potete, arrangiatevi. Quell’emendamento, va detto subito con onestà, è stato poi ritirato. Non è diventato legge. Ma sarebbe un errore archiviare la vicenda come un falso allarme, perché ciò che non è passato questa volta resta scritto come progetto, come intenzione, come direzione di marcia. E un progetto va conosciuto prima che torni, sotto altro nome, in un altro comma.

2. Che cosa diceva, davvero, quell’emendamento

I fatti, spogliati di ogni enfasi, sono questi. Nel febbraio e nel marzo del 2025, durante l’esame in commissione del disegno di legge 1241 — un provvedimento dal titolo rassicurante, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria» — è stato presentato l’emendamento numero 13.0.400. A firmarlo è stata la senatrice Maria Cristina Cantù, della Lega, che di quel disegno di legge era anche relatrice: un dettaglio non secondario, perché significa che la proposta non veniva da una voce marginale ma dal cuore della maggioranza che governava l’intero provvedimento. Il 6 marzo 2025 l’emendamento è stato approvato nella commissione competente del Senato.

Che cosa faceva, in concreto, quel testo. L’articolo 30 della legge 730 del 1983 stabilisce, da oltre quarant’anni, che siano a carico del fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali. L’emendamento proponeva di riscrivere quella frase inserendo un avverbio: a carico del fondo sanitario nazionale sarebbero stati «esclusivamente» gli oneri delle attività di rilievo sanitario, anche se connesse con quelle socio-assistenziali. Tre erano le conseguenze, e conviene enunciarle una per una. La prima: la separazione netta, normativa, tra la cura medica e l’assistenza alla persona, in modo da poter scaricare la seconda sulle famiglie. La seconda: l’introduzione di un tetto, la quota a carico del servizio sanitario elevabile al settanta per cento nei casi di alta complessità assistenziale, presentata come una concessione ma in realtà un soffitto, perché fissava per legge che il pubblico non avrebbe più dovuto coprire l’intera retta nemmeno nei casi più gravi. La terza, la più pesante sul piano del diritto: una clausola di retroattività, secondo cui le nuove disposizioni si sarebbero applicate anche agli eventuali procedimenti giurisdizionali in essere, cioè anche alle cause già avviate dalle famiglie per farsi rimborsare somme che i giudici avevano riconosciuto come dovute. Non un cambio di regole per il futuro, ma un colpo di spugna sul passato, sulle vertenze in corso, sulle speranze di chi aveva già fatto ricorso.

3. La ritirata non è una resa

Va detto con la stessa chiarezza con cui si denuncia: quell’emendamento non è in vigore. Dopo le proteste di associazioni, sindacati e giuristi, e dopo la presentazione di proposte soppressive da parte dell’opposizione, il testo è stato fermato in commissione nella primavera del 2025. Il disegno di legge 1241 ha proseguito il suo cammino senza quella norma: approvato dal Senato in prima lettura nell’aprile 2025, è poi passato alla Camera dei deputati, dove è tuttora in esame. Chi oggi sostiene che la legge sia già passata dice una cosa non vera, e diffondere un allarme falso è un favore involontario a chi quella norma la voleva davvero.

Ma riconoscere che la ritirata c’è stata non significa concludere che il pericolo non esista. Significa capirlo meglio. Una ritirata tattica non è una conversione. Il disegno politico che ha prodotto quell’emendamento — separare il sanitario dall’assistenziale, mettere un tetto alla spesa pubblica, trasferire il costo sulle spalle delle famiglie — non è stato smentito da nessuno: è stato soltanto, per il momento, accantonato. La stessa logica continua a operare per altre vie, meno clamorose e per questo più efficaci: il definanziamento lento del servizio sanitario, l’innalzamento delle soglie di reddito per accedere alle prestazioni, lo svuotamento delle riforme appena nate. Smontare quella parola, «esclusivamente», serve dunque non a rincorrere una notizia, ma a riconoscere un metodo. Perché tornerà.

4. Il trucco della parola neutra

Il modo in cui un emendamento simile viene presentato è parte integrante del suo funzionamento. Chi lo ha proposto non lo ha mai chiamato taglio. Lo ha chiamato chiarimento, razionalizzazione, intervento per mettere ordine in una materia complessa, per porre fine al contenzioso. Il vocabolario è quello, levigato e neutro, della buona amministrazione. L’avverbio «esclusivamente» viene fatto passare per una precisazione tecnica, quasi una correzione grammaticale, una virgola messa al posto giusto. In realtà quella parola sposta potenzialmente miliardi di euro: dal bilancio pubblico ai conti correnti privati delle famiglie. Non è tecnica. È una scelta di redistribuzione, e fra le più brutali.

Qui si misura una delle caratteristiche del potere nella sua versione contemporanea. Non dichiara guerra ai poveri con un proclama: la conduce con una proposizione subordinata. Non dice che d’ora in poi i malati gravi non abbienti dovranno arrangiarsi: dice che occorre garantire la sostenibilità del sistema e distinguere con rigore le competenze. La violenza viene amministrata, contabilizzata, resa illeggibile. E i mezzi di informazione, in larga parte, hanno trattato la vicenda come un tecnicismo giuridico per addetti ai lavori, una questione di rette e di commi, e non come ciò che era: un attacco frontale al diritto alla salute dei più indifesi. Chiamare le cose con il loro nome — e «esclusivamente», qui, è il nome di un abbandono — è già un atto politico.

5. Chi spingeva, e perché

Nessun emendamento nasce dal nulla. Conviene chiedersi da dove veniva la pressione che lo ha generato. La risposta sta nel rapporto, ormai logoro, tra la giurisprudenza italiana e gli interessi di chi gestisce le residenze per anziani e per persone con disabilità. Negli ultimi quindici anni la Corte di Cassazione ha costruito, sentenza dopo sentenza, un orientamento solido e umano: quando in un malato grave — un anziano con demenza, una persona con una patologia neurodegenerativa — la cura sanitaria e l’assistenza quotidiana sono talmente intrecciate da non poter essere separate, allora l’intero costo del ricovero è a carico del servizio sanitario nazionale, e per la famiglia la prestazione è gratuita. Pronunce come quelle del 2016, del 2017, del 2021, del 2023 e ancora del dicembre 2024 hanno reso questo principio un punto fermo del diritto. Per migliaia di famiglie quelle sentenze hanno significato il rimborso di rette pagate ingiustamente, talvolta per anni.

Ogni vittoria di una famiglia, però, è un costo per chi gestisce la struttura. E in un sistema in cui le residenze sono sempre più spesso imprese private accreditate, quel costo è un margine eroso, un profitto che diminuisce. L’emendamento 13.0.400 è stato, in sostanza, la risposta legislativa del capitale privato a una giurisprudenza che non riusciva a piegare nei tribunali. Non potendo vincere le cause, si è tentato di cambiare la legge sotto le cause, di renderle inutili anche dopo essere state vinte. Il tetto del settanta per cento va letto in questa luce: spacciato per generosità, era in verità una garanzia di rendita. Stabiliva che una quota di quel costo sarebbe rimasta per sempre, strutturalmente, a carico della famiglia o del privato cittadino. Trasformava un diritto pieno in una prestazione parziale, e una parzialità in legge.

6. La cura come campo di classe

C’è un dato che chiarisce ogni cosa, e che la narrazione tecnica si guarda bene dal mettere in primo piano: un emendamento di quel genere non avrebbe colpito tutti allo stesso modo. Chi è ricco continua a non avere problemi. La retta di una residenza sanitaria assistenziale può superare i tremila euro al mese: più di molte pensioni, più di molti stipendi, una cifra che una famiglia benestante paga senza accorgersene e che una famiglia normale non può sostenere se non vendendo la casa, indebitandosi, o rinunciando del tutto a una cura dignitosa per il proprio caro. La frontiera tra sanitario e assistenziale non è una frontiera tecnica: è una frontiera di classe. Ogni volta che la si sposta, qualcuno dalla parte sbagliata di quella linea viene lasciato indietro.

L’Italia, su questo terreno, è già oggi tra i peggiori in Europa. Le famiglie italiane coprono di tasca propria circa il ventitré per cento della spesa sanitaria complessiva, contro una media dell’Unione europea che si attesta intorno al quindici per cento. Siamo già un Paese in cui la salute, di fatto, si compra in misura crescente. Ogni intervento che restringe il perimetro del pubblico — e l’emendamento sull’articolo 30 era esattamente questo — spinge quella percentuale ancora più in alto, verso i livelli dei sistemi di welfare più deboli del continente. Il punto, allora, non è trovare qualche milione in più dentro la stessa logica contabile. Il punto è la logica. La non autosufficienza non è un problema di adeguatezza della spesa: è un problema di redistribuzione, di chi porta il peso della fragilità umana. Una società decide che cosa è nel momento in cui decide chi paga quando un corpo non riesce più a prendersi cura di sé. E far pagare quel corpo a se stesso, alla sua famiglia, al suo reddito, è la scelta più diseguale che si possa compiere.

7. Il lavoro invisibile, e di chi è

Quando lo Stato arretra dal letto di un malato, quello spazio non resta vuoto. Qualcuno lo riempie. E quel qualcuno, in Italia, è quasi sempre una donna. I caregiver familiari nel nostro Paese sono quasi otto milioni; di questi, oltre due milioni e trecentomila assistono un proprio caro per più di venti ore alla settimana, e due terzi non vivono nemmeno nella stessa casa della persona di cui si occupano. La grande maggioranza di loro sono figlie, mogli, sorelle, madri. La cura, quando non è pagata dal pubblico né da un servizio professionale, non scompare: si trasforma in lavoro gratuito estratto dal corpo e dal tempo delle donne. Si traduce in posti di lavoro persi, carriere interrotte, contributi previdenziali che non maturano, pensioni future amputate, isolamento sociale, malattia di chi cura.

È vero che qualcosa, di recente, si è mosso sul piano del riconoscimento. Nel gennaio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, e la legge di bilancio per il 2026 ha istituito un fondo dedicato. Ma i numeri raccontano la verità di quei provvedimenti meglio di qualunque comunicato. Il fondo per i caregiver vale poco più di un milione di euro per il 2026, una cifra che, distribuita su milioni di persone, è poco più di un gesto simbolico. Il contributo economico previsto, fino a quattrocento euro al mese, è riservato a chi assiste per almeno novantuno ore alla settimana, cioè a chi ha trasformato la cura in un lavoro a tempo pieno e oltre, e soltanto entro soglie di reddito molto strette. Lo Stato, con una mano, riconosce a parole il lavoro di cura; con l’altra, attraverso l’emendamento sull’articolo 30, tentava di scaricarne ancora di più sulla famiglia, cioè sulle donne. Il disegno è coerente: la cura va redistribuita, sì, ma non verso gli uomini e non verso il pubblico; va spinta verso il basso e verso l’interno, nella sfera domestica, femminile e non retribuita. Finché non sarà un dovere condiviso — anche dagli uomini, attraverso congedi obbligatori e non cedibili — e una responsabilità pubblica, ogni discorso sulla non autosufficienza resterà un discorso fatto sulla pelle delle donne.

8. Il filo lungo del definanziamento

Sarebbe comodo, e politicamente innocuo, descrivere l’emendamento 13.0.400 come l’iniziativa isolata e un po’ cinica di una singola senatrice. Non lo è. È un nodo dentro un filo lungo. Da oltre un decennio il Servizio Sanitario Nazionale è oggetto di un definanziamento sostanziale: la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità pubblica è stata compressa, erosa, tenuta sotto la media dei grandi Paesi europei, in nome dei vincoli di bilancio e della responsabilità. Accanto a questo è cresciuta la sanità privata accreditata, che assorbe una fetta sempre più ampia di risorse pubbliche; si è affacciata l’autonomia differenziata, che minaccia di spezzare il diritto alla salute in venti diritti regionali diseguali; e la stessa riforma della non autosufficienza, la legge delega 33 del 2023, nata con ambizioni serie, è stata poi svuotata dal decreto attuativo del 2024, che ha ridotto la promessa prestazione universale a una sperimentazione minima, riservata agli ultraottantenni con un reddito bassissimo.

L’emendamento sull’articolo 30 appartiene a questa famiglia. È l’espressione più esplicita di una logica neoliberista coerente con se stessa: trasformare la salute da diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione in un servizio calibrato sulla capacità di spesa di ciascuno. E qui occorre dire una cosa scomoda, che la retorica del male assoluto di turno tende a nascondere: questa deriva non è stata costruita soltanto dalla destra di governo. È stata preparata da decenni di austerità accettata come unico realismo possibile, da un moderatismo che ha insegnato agli italiani che non ci sono soldi per la sanità, per la scuola, per l’assistenza, mentre i soldi, puntualmente, si trovavano per il riarmo, per gli aumenti strutturali della spesa militare concordati nei vertici atlantici, per gli sgravi fiscali a chi già possiede. La scarsità non è un fatto di natura: è una scelta politica travestita da contabilità. Ogni volta che si dice che la cura dei più fragili non è sostenibile, si sta compiendo, in realtà, una decisione su quali vite valga la pena di sostenere.

9. Il dovere di non abituarsi

Quell’emendamento, questa volta, non è passato. Ma ci ha detto qualcosa di vero sulle intenzioni di chi governa e sulla direzione verso cui si vuole spingere il Paese. Il pericolo più grande non è una singola frase: è l’abitudine. È abituarsi all’idea che lo Stato possa, legittimamente, arretrare dal letto di chi sta morendo. Abituarsi all’idea che la dignità abbia un prezzo, che la fragilità sia un fatto privato, che la cura sia una merce come un’altra, da comprare se si può e da subire se non si può. Ogni diritto è stato conquistato, nessuno è stato regalato; e ogni diritto che non viene difeso viene lentamente ripreso, una parola alla volta, un comma alla volta.

L’articolo 32 della Costituzione non dice che la salute è garantita a chi se la può permettere. Dice che è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività. Il compito di una sinistra degna di questo nome non è chiedere qualche milione in più restando dentro la stessa logica che produce gli emendamenti come il 13.0.400. È rifiutare quella logica alla radice: affermare che la cura non è una merce, che il costo della fragilità umana lo porta la comunità intera oppure non lo porta nessuno con giustizia. Verranno altri emendamenti, altre parole apparentemente neutre, altri avverbi infilati nei punti giusti. Riconoscerli, nominarli, opporvisi non è un gesto facoltativo: è la forma più concreta che può assumere, oggi, il rifiuto di rassegnarsi.

Fonti

Senato della Repubblica, disegno di legge S. 1241, «Misure di garanzia per l’erogazione delle prestazioni sanitarie e altre disposizioni in materia sanitaria»: fascicolo dell’iter e resoconti della 10ª Commissione permanente.

Camera dei deputati, atto C. 2365 (trasmesso dal Senato il 16 aprile 2025), esame in sede referente e audizioni informali, 2025.

Corte di Cassazione, sentenze in materia di prestazioni socio-sanitarie ad alta integrazione sanitaria, in particolare nn. 22776/2016, 28321/2017, 21528/2021, 2038/2023, 34590/2023 e 33394/2024.

UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare, comunicato sull’emendamento approvato in Commissione al Senato e sul rischio per il diritto alla salute.

Disabili.com, analisi dell’emendamento 13.0.400 sulla suddivisione dei costi delle rette nelle RSA e nelle strutture per persone con disabilità.

Medicina Democratica, «Ancora tagli alle cure delle persone anziane malate e non autosufficienti», marzo 2025.

Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della proposta della Lega sulle prestazioni socio-assistenziali ai malati gravissimi, febbraio 2025.

Gruppo Solidarietà (Grusol), «Persone non autosufficienti. La proposta di modifica della normativa sociosanitaria: genesi, finalità ed effetti».

Eurostat, dati sulla spesa sanitaria a carico diretto delle famiglie (out-of-pocket), 2022.

Welforum.it, analisi sull’attuazione della legge 33/2023 e sul disegno di legge in materia di caregiver familiare, 2025–2026.

Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, dati sui caregiver familiari in Italia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

La cura non è volontariato: riconoscere i caregiver familiari come lavoratori è un diritto

C’è un lavoro che regge in silenzio l’Italia, eppure resta fuori dai contratti, fuori dalle buste paga, spesso perfino fuori dallo sguardo pubblico. È il lavoro di chi assiste un familiare non autosufficiente in casa, ogni giorno, senza turni, senza ferie, senza “fine giornata”. Un lavoro che non somiglia a un gesto occasionale di generosità: è una funzione sociale essenziale. E proprio per questo non può essere trattato come un privilegio da concedere, ma come un diritto da riconoscere.

In queste ore una petizione online ha superato le 8.000 firme chiedendo una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: chi presta assistenza familiare h24, in convivenza, va riconosciuto come lavoratore. Non come “angelo”, non come “eroe”, non come figura romantica da celebrare e poi abbandonare. Come lavoratore, con tutele, contributi previdenziali, sostegni concreti e servizi che impediscano la caduta libera nella povertà e nell’isolamento. 

I) Il paradosso italiano: cura totale, diritti minimi
Il paradosso è crudele: più la cura è totale, più diventa invisibile. Quando l’assistenza è davvero h24, la persona che si prende cura spesso non può mantenere un impiego stabile. E quando il lavoro “fuori” scompare, non resta solo il vuoto del reddito: resta il buco dei contributi, il futuro pensionistico cancellato, la marginalità sociale che avanza a piccoli passi, un modulo alla volta.

La petizione nasce proprio da questa frattura: non basta “riconoscere il valore morale” della cura. Servono strumenti che la rendano sostenibile. Perché la cura continua non è compatibile con un sistema che finge che chi assiste possa, nello stesso tempo, essere un lavoratore pieno, un cittadino pieno, una persona piena. 

II) I numeri della cura sommersa: non è una nicchia
Si parla spesso di caregiver come se fossero una minoranza ristretta. Non è così. Stime ricorrenti basate su dati Istat indicano circa 7 milioni di persone coinvolte nella cura familiare, con una prevalenza femminile attorno al 60%. 

E a livello europeo il fenomeno è ancora più chiaro: Eurofound riporta che una quota enorme della popolazione UE fornisce cure non retribuite, e che una parte significativa si trova a gestire più responsabilità di cura contemporaneamente. 
In più, la dimensione di genere è strutturale: le donne costituiscono la maggioranza dei caregiver informali e la differenza si allarga nelle età centrali della vita, proprio quando lavoro e famiglia si incastrano come una morsa. 

Questo significa una cosa: non siamo davanti a “casi individuali”. Siamo davanti a una questione sociale, economica e democratica. Se milioni di persone reggono sulle proprie spalle un pezzo di welfare, allora quel pezzo non può poggiare sull’improvvisazione e sulla solitudine.

III) Il punto decisivo: lavoro di cura significa valore economico e previdenziale
Dire “riconosciamoli come lavoratori” non è una formula ideologica. È la traduzione pratica di un fatto: quel lavoro produce valore. Riduce ricoveri, alleggerisce servizi, evita costi pubblici enormi. Eppure oggi, troppo spesso, viene pagato in una moneta ingiusta: stanchezza cronica, impoverimento, rinuncia alla vita sociale, rischio di burnout, depressione, isolamento.

Riconoscere questo lavoro significa almeno tre cose, molto concrete:

I. Contributi previdenziali e tutela del futuro: perché la cura non può trasformarsi in una condanna a una vecchiaia povera.
II. Protezione del reddito e misure stabili: non “bonus”, non elemosine, ma strumenti che permettano di vivere.
III. Servizi reali: supporto psicologico, sollievo, orientamento burocratico, presa in carico non solo della persona fragile ma anche di chi la assiste.

IV) Il ddl approvato dal Governo: un passo che rischia di non bastare
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge sul caregiver familiare, presentandolo come una cornice organica di riconoscimento e tutela. 
Diverse analisi riportano che il testo prevede tutele “differenziate” e anche un contributo economico (in alcune ricostruzioni fino a 400 euro mensili, con criteri e platee specifiche). 

Ma qui sta il nodo politico: se la legge non affronta fino in fondo il riconoscimento della cura h24 come lavoro, resta una risposta parziale. Perché la questione non è solo “aiutare”: è dare dignità giuridica e sociale a un’attività che, nei fatti, sostituisce turni di assistenza professionale.

E attenzione: esistono già istituti come il congedo straordinario per assistenza a familiari con disabilità grave, ma sono strumenti legati alla condizione di lavoratore dipendente e non risolvono il caso tipico della cura totale che porta ad abbandonare o perdere il lavoro. 

V) Diritto, non favore: la Costituzione sta dalla parte della cura
Se lo Stato scarica il peso della non autosufficienza sulle famiglie, allora deve riconoscere che quella cura è parte del patto sociale. Non è un “di più” richiesto al singolo: è un pezzo di welfare che viene svolto a domicilio.

C’è un principio semplice da difendere con fermezza: la dignità non si mendica. La cura non può essere una trappola che ti costringe a scegliere tra l’amore per un familiare fragile e la tua sopravvivenza economica. Se la società si regge su quel lavoro, allora quel lavoro deve avere cittadinanza piena: tutele, contributi, supporti, diritti esigibili.

Per questo l’appello delle firme non è una richiesta corporativa. È una richiesta di civiltà.

Fonti essenziali
Petizione su IoScelgo 
Articolo e ricostruzione del tema 
Comunicato del Governo sul ddl caregiver (12 gennaio 2026) 
Dati e contesto su caregiver e cura non retribuita 

Link alla petizione
https://www.ioscelgo.org/petizioni/il-caregiver-familiare-h24-va-riconosciuto-come-lavoratore/

Bavaglio ai medici, bavaglio alla verità

Come si chiude Gaza: prima si espellono le ONG, poi si criminalizza la solidarietà

C’è una guerra che si combatte con missili, droni e cannoni, e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che prepara il terreno: togliere testimoni, spegnere ambulanze, trasformare i medici in sospetti e la compassione in un reato. Quello che sta accadendo in questi giorni ha un filo rosso netto: Israele stringe il cappio sulle organizzazioni umanitarie che tengono in vita Gaza, mentre in Europa, e in Italia, prende forma una narrativa giudiziaria e politica dove i dossier “di sicurezza israeliana” diventano verità, e la solidarietà rischia di essere trattata come terrorismo.

Non è un dettaglio collaterale del conflitto. È una leva strategica. Perché se togli chi cura, chi denuncia, chi documenta, chi distribuisce, chi conta i feriti, resta solo il rumore della propaganda e la contabilità dei morti fatta dall’oppressore.

37 ONG fuori: la nuova frontiera è la schedatura

Dal 1 gennaio 2026 Israele ha revocato o lasciato scadere l’accreditamento di 37 ONG internazionali, imponendo di fatto l’uscita da Gaza e dalla Cisgiordania entro l’inizio di marzo se non verranno rispettate nuove condizioni di registrazione. Tra le organizzazioni colpite ci sono realtà come Médecins Sans Frontières (MSF), Oxfam e altre grandi reti umanitarie.

Il cuore del ricatto è semplice e brutale: consegnare liste e dati sensibili del personale palestinese (e non solo) per controlli di “sicurezza”, con l’argomento della prevenzione dell’infiltrazione. Ma per chi opera sul terreno quel passaggio non è burocrazia: è un rischio concreto di esposizione, ritorsioni, uso militare dell’informazione, e violazione dei principi di neutralità e indipendenza. Non a caso decine di ONG hanno rifiutato, anche richiamando possibili conflitti con le norme europee sulla protezione dei dati.

Su questo punto la reazione internazionale è stata durissima. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione e l’ha collocata dentro un quadro di restrizioni illegali all’accesso umanitario.
E 53 organizzazioni umanitarie internazionali hanno diffuso un appello congiunto chiedendo a Israele di revocare misure che ostacolano l’assistenza.

Qui bisogna essere chiari: quando un potere occupante pretende i nomi e i dati di chi lavora in corsia o distribuisce aiuti, non sta “regolando” il sistema. Sta scegliendo chi può vivere e chi deve essere lasciato morire. Sta trasformando l’umanitario in un’estensione dell’intelligence.

MSF nel mirino: la delegittimazione come arma

In parallelo alla stretta amministrativa, arriva la campagna politica: attacchi pubblici e dossier che tentano di capovolgere la realtà. Il caso MSF è emblematico: l’organizzazione viene accusata di “legami” con gruppi armati e di “delegittimare Israele” perché denuncia la catastrofe e perché, insieme ad altri, ha richiamato definizioni e valutazioni di esperti e organismi internazionali sulla natura dei crimini commessi a Gaza.

Ma la parte più tossica è quella che punta sulle persone, sui singoli lavoratori, come grimaldello per infangare un’intera missione umanitaria. Nel 2024, dopo l’uccisione del fisioterapista Fadi Al-Wadiya, le autorità israeliane hanno diffuso accuse postume; MSF ha dichiarato di non avere elementi per confermarle e di non aver ricevuto informazioni preventive utili, chiedendo chiarimenti che non sarebbero arrivati in modo verificabile e formale.

E poi c’è il caso di Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico: arrestato durante un’operazione all’ospedale Kamal Adwan nell’ottobre 2024, con detenzione senza contatti regolari e senza quel livello di trasparenza che sarebbe il minimo sindacale quando parliamo di personale medico. MSF ne chiede il rilascio e documenta pubblicamente la vicenda.

Questa dinamica è una lama a doppio taglio, ed è proprio per questo che funziona: da un lato si colpisce la credibilità di chi salva vite; dall’altro si manda un messaggio al resto del mondo umanitario. Se restate, vi schediamo. Se parlate, vi delegittimiamo. Se insistete, vi accusiamo.

L’effetto reale: Gaza più sola, più buia, più ricattabile

Le conseguenze non sono teoriche. Sono cliniche. Sono logistiche. Sono immediate. Se chi gestisce cliniche mobili, reparti di traumatologia, catene del freddo per farmaci, evacuazioni, magazzini e distribuzioni viene cacciato o paralizzato, Gaza non “soffre di più”: collassa. E un collasso umanitario in un contesto già devastato diventa un moltiplicatore di morte, soprattutto per bambini, anziani, feriti, cronici.

E qui entra la questione politica più grande: togliere le ONG significa ridurre i testimoni indipendenti. Significa rendere più facile riscrivere i fatti. Significa alzare il costo della verità.

Italia: quando la solidarietà finisce in un fascicolo

Mentre Israele “pulisce” il terreno dagli attori umanitari, in Italia esplode un caso che mostra l’altro lato della stessa medaglia: la criminalizzazione della solidarietà. A Genova nove persone sono state arrestate con l’accusa di finanziamento ad Hamas attraverso associazioni, in un’indagine in cui emerge il tema della cooperazione informativa e documentale con Israele.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: normale attività antiterrorismo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la tenuta democratica. Diversi articoli e analisi mettono a fuoco un elemento inquietante: una parte importante del materiale probatorio richiamato nell’ordinanza sarebbe riconducibile a documentazione e dossier trasmessi da canali israeliani, e la stampa ha parlato del misterioso “Mr Avi”, una figura non chiarita pubblicamente che avrebbe contribuito al dossier.

Il nodo non è “difendere a prescindere” nessuno. Il nodo è un altro: quando le prove arrivano da un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, con un interesse politico e militare enorme, e quando quella fonte viene considerata affidabile senza un vaglio rigoroso, trasparente, verificabile, il rischio è che la giustizia diventi una camera chiusa dove entra solo la versione di chi ha più potere.

E qui arriva la domanda politica più scomoda: davvero possiamo accettare che la solidarietà venga letta con le lenti del sospetto permanente, mentre le fonti “di sicurezza” vengono assunte come oro colato?

Il contesto giuridico internazionale che si vuole far sparire

C’è un’altra rimozione enorme, quasi programmata: ciò che gli organismi internazionali hanno già messo nero su bianco.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento Sudafrica contro Israele, ha indicato misure provvisorie nel 2024, legando l’obbligo di prevenzione e l’urgenza della protezione della popolazione civile e dell’accesso umanitario.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto (novembre 2024) per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
E una Commissione d’inchiesta legata al Consiglio ONU dei diritti umani ha pubblicato nel settembre 2025 un’analisi giuridica che discute in termini espliciti elementi materiali e psicologici del crimine di genocidio, chiedendo azioni conseguenti alla comunità internazionale.

Ora metti insieme i pezzi: se un potere è sotto accusa internazionale, ha un interesse vitale a controllare il flusso dei testimoni e delle narrazioni. Espellere ONG, pretendere dati sul personale locale, colpire chi denuncia, e contemporaneamente alimentare in Europa una cultura del sospetto contro chi è solidale con i palestinesi, non sono fenomeni separati. Sono una stessa architettura.

Il copione delle “false flag” oggi: non serve l’esplosivo, basta il dossier

Quando parli di “false flag”, il punto non è gridare al complotto come riflesso automatico. Il punto è riconoscere un metodo storico del potere: creare un ambiente dove la prova non è più prova, ma racconto; dove l’accusa sostituisce il processo; dove la reputazione distrutta vale quanto una condanna.

Oggi la “false flag” contemporanea spesso non ha bisogno di un attentato: le basta un report, una sigla, un documento non verificabile, un’accusa postuma, un titolo che resta anche quando le prove non arrivano. È la versione amministrativa e mediatica della repressione: si chiude, si sospende, si bandisce, si infanga. E intanto la gente muore.

Che fare: la linea rossa che l’Europa non può fingere di non vedere

Se l’Unione Europea, i governi occidentali e le istituzioni italiane continuano a trattare tutto questo come “normale gestione della sicurezza”, allora non stiamo assistendo solo a una tragedia umanitaria. Stiamo certificando una mutazione politica: l’idea che i diritti umani siano un optional, e che chi salva vite debba prima ottenere un lasciapassare dall’apparato che bombarda.

La linea rossa è già stata superata, ma non è troppo tardi per chiamare le cose col loro nome e agire di conseguenza:

Primo, ripristino immediato dell’operatività delle ONG a Gaza e stop alla schedatura del personale palestinese come condizione per curare e soccorrere.
Secondo, trasparenza totale e garanzie robuste su qualunque cooperazione giudiziaria internazionale: nessun processo democratico può poggiare su “prove” che arrivano da fonti opache in un contesto di guerra e propaganda.
Terzo, fine della criminalizzazione della solidarietà: chi raccoglie fondi, chi manifesta, chi denuncia non può essere trattato come un nemico interno per compiacere la geopolitica dell’alleato.

Gaza oggi è un laboratorio del peggio: se passa l’idea che si può affamare un popolo, espellere i medici, e poi accusare chi protesta di “delegittimazione”, allora domani quel metodo verrà esportato ovunque. E a quel punto la domanda non sarà più “cosa sta succedendo ai palestinesi”, ma “cosa siamo diventati noi”.

Fonti e siti di riferimento

Financial Times – “Israel’s allies condemn ban on dozens of aid groups working in Gaza”
https://www.ft.com/content/7abb519c-ebb6-493d-8637-5a25ff508e5d

Associated Press – “List of aid groups working in Gaza that Israel is suspending”
https://apnews.com/article/ec535cea548ddc75080f1e6bffe53801

The Guardian – “Israel to ban dozens of aid agencies from Gaza as 10 nations warn about suffering”
https://www.theguardian.com/world/2025/dec/30/israel-to-ban-dozens-of-aid-agencies-from-gaza-as-10-nations-warn-about-suffering

Vatican News – “Gaza, Israele non rinnova le licenze alle organizzazioni umanitarie”
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/palestina-israele-ong-aiuti-diritti-gaza.html

RaiNews – citazione e contesto sulla dichiarazione di Volker Türk
https://www.rainews.it/maratona/2025/12/netanyahu-governo-a-gaza-possibile-solo-con-disarmo-di-hamas-121e9e2e-3ea7-42b7-a5e5-6cf15fca49b3.html

AgenSIR – “Striscia di Gaza: appello 53 ong a Israele, revocare le misure…”
https://www.agensir.it/quotidiano/2026/1/2/striscia-di-gaza-appello-53-ong-a-israele-revocare-le-misure-che-ostacolano-lassistenza-umanitaria/

La Repubblica (Genova) – “Prove portate dallo 007 israeliano senza nome… Mr Avi…”
https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/12/30/news/prove_portate_dallo_007_israele_mister_avi_hannoun_finanziamenti_hamas_e_scontro_sull_inchiesta-425066926/

La Repubblica – “Terrorismo, associazioni benefiche finanziano Hamas: nove arresti”
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/27/news/terrorismo_associazioni_benefiche_finanziano_hamas_nove_arresti-425062101/

Questi “facinorosi” siamo noiDisabili alla sbarra per aver chiesto diritti, non privilegi

Ci sono immagini che basterebbero da sole a raccontare lo stato di una democrazia. Una di queste è Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre malati SLA, donna che, dopo anni di lotte pacifiche per i malati gravissimi e non autosufficienti, si ritrova seduta al banco degli imputati per “interruzione di pubblico servizio” perché ha guidato un presidio di protesta davanti alla Regione Puglia. Trenta minuti di udienza, tre anni di attesa, una vita intera di cura e fatica alle spalle.

Noi che viviamo la disabilità sulla nostra pelle – e chi scrive se ne annovera – di fronte a questa scena non possiamo limitarci alla solidarietà. Siamo di fronte a una ingiustizia grave, a un tentativo di intimidire chi osa alzare la testa per rivendicare diritti garantiti dalla Costituzione. Non è un eccesso burocratico: è un messaggio politico. Ed è un messaggio che respingiamo con forza.

Cosa è successo davvero davanti alla Regione Puglia

Il 13 luglio 2021, a Bari, davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia, non c’era un manipolo di violenti. C’era un presidio di persone con disabilità e famiglie, molte in carrozzina, organizzato da associazioni come “Stop alle barriere”, Comitato 16 Novembre e altre realtà pugliesi, dopo l’ennesimo mancato rispetto di impegni scritti da parte della Regione sugli interventi per la disabilità gravissima e i fondi per la non autosufficienza.

Il presidio era stato preannunciato, richiesta e ottenuta l’occupazione di suolo pubblico tramite la Digos. I gazebo erano collocati davanti alla Presidenza, le carrozzine – anche elettriche – disposte a ridosso, in parte sul manto stradale per tenere il gruppo unito, in modo che, nel momento dell’incontro con le istituzioni, tutti potessero ascoltare e partecipare. Il traffico non fu bloccato: le ambulanze continuavano a transitare, segno che la circolazione era al massimo rallentata e deviata, non interrotta.

Le forze dell’ordine erano presenti, disposte ai lati, e nessuno intimò di sgomberare la strada. Nonostante il caldo torrido e le lunghe ore di attesa, alle persone con disabilità fu spesso negato persino l’accesso ai bagni interni, costringendole a recarsi più volte in un bar nelle vicinanze per usare i servizi igienici. Una scena che, da sola, dice molto sulla gerarchia reale delle priorità istituzionali.

Dopo ore, arrivarono gli assessori competenti e, successivamente, il presidente Michele Emiliano. Il confronto avvenne a lungo anche in strada, tra le carrozzine, poi dentro una sala conferenze, con l’identificazione dei presenti. In quella sede il presidente riconobbe la legittimità delle ragioni del presidio e la necessità di dare seguito agli impegni presi. Secondo quanto lo stesso Emiliano ha dichiarato in sede processuale, quell’iniziativa non determinò alcuna interruzione dei lavori della Presidenza, che resta “la casa dei cittadini”, e la preoccupazione fu semmai quella di rendere il soggiorno più sopportabile possibile.

Eppure, a distanza di tempo, gli attivisti – sette persone con disabilità – si sono visti recapitare un decreto penale di condanna per “interruzione di pubblico servizio” e “invasione di edificio”, con una multa spropositata (oltre 9.000 euro a testa), poi impugnata con opposizione e ricorso, fino al processo in corso davanti al Tribunale di Bari.

È in questo contesto che Mariangela Lamanna, presidente del Comitato 16 Novembre, si ritrova a dover “difendere” in aula un presidio che ha portato risultati concreti per i malati gravissimi pugliesi. Il paradosso è evidente: ciò che la politica ha riconosciuto come giusto e necessario sul piano sociale, la macchina penale lo trasforma in reato.

Quando il diritto penale diventa un intimidatore sociale

L’accusa principale si fonda sull’articolo 340 del codice penale, “interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità”. La norma punisce chi cagiona un’interruzione o un turbamento di un servizio pubblico, ma la giurisprudenza più attenta ricorda che non ogni rallentamento, non ogni protesta, non ogni deviazione del traffico integra automaticamente questo reato. Serve una compromissione effettiva e significativa del servizio, non una generica situazione di disagio.

Nel caso specifico:
• il presidio era autorizzato su suolo pubblico;
• le forze dell’ordine erano presenti, non è stato intimato alcun immediato sgombero;
• le ambulanze hanno continuato a passare;
• l’ingresso nel palazzo regionale è avvenuto su autorizzazione di un dirigente;
• la stessa “parte offesa” – il presidente della Regione – ha dichiarato che i lavori non sono stati materialmente interrotti.

Non è difficile vedere in questo procedimento una funzione diversa da quella di tutelare un servizio pubblico: la funzione di lanciare un segnale. Un segnale a chi, domani, vorrà tornare in presidio per reclamare assistenza domiciliare, fondi, progetti di vita individuale: attenti, potreste finire alla sbarra, con accuse pesanti e spese legali insostenibili per chi già fatica ad arrivare a fine mese.

È il classico meccanismo “debole coi forti, feroce coi fragili”: si tollerano senza colpo ferire disastri organizzativi, ritardi nei servizi, promesse non mantenute verso i disabili gravissimi; ma si attiva la macchina repressiva con solerzia quando quei cittadini osano usare lo strumento più mite che la democrazia prevede: una manifestazione pacifica.

Noi, persone con disabilità, sappiamo bene che effetto produce tutto questo: un “freddo” che scende sulla voglia di esporsi. Se per difendere un fondo per la non autosufficienza devi mettere in conto un processo penale, quanti saranno disposti a farlo? Chi ha una SLA, chi è ventilato, chi vive ventiquattro ore su ventiquattro accanto a un congiunto totalmente dipendente, può davvero permettersi anche la minaccia di una condanna?

La Costituzione non è un optional: articolo 3, articolo 17, articolo 21

In questa vicenda non è in discussione solo l’applicazione, discutibile, di un articolo del codice penale. È in discussione il rapporto tra Stato e cittadini più vulnerabili.

L’articolo 3 della Costituzione dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Nel caso dei disabili gravissimi e delle loro famiglie quegli ostacoli hanno nomi e cognomi: turni impossibili di cura, mancanza di assistenza domiciliare adeguata, continui rinvii nell’erogazione di sostegni, burocrazia opaca, fondi insufficienti o disomogenei su base regionale.

Quando chi quegli ostacoli li subisce prova a rimuoverli con lo strumento della protesta pacifica, non sta violando lo spirito della Costituzione. Lo sta incarnando. Sta facendo esattamente ciò che una democrazia matura dovrebbe considerare prezioso: portare le contraddizioni alla luce del sole, costringere le istituzioni a misurarsi con le proprie inadempienze.

A questo si aggiungono:
• l’articolo 17, che riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, anche in luogo aperto al pubblico;
• l’articolo 21, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero, anche collettiva, anche scomoda.

Processare persone in carrozzina per un presidio autorizzato, dopo che lo stesso presidente della Regione ha riconosciuto la legittimità delle loro richieste, è un cortocircuito che non può lasciarci indifferenti. È come se lo Stato dicesse: “Puoi essere disabile, puoi anche soffrire, ma per favore soffri in silenzio. Se vieni sotto le finestre del potere e resti troppo a lungo, diventi un problema di ordine pubblico”.

Il Comitato 16 Novembre lo sa bene: da anni denuncia la condizione dei malati di SLA e delle persone non autosufficienti gravissime, chiedendo fondi adeguati, assistenza indiretta, libertà di scelta sulla gestione della cura. È una realtà nata dal basso, da famiglie che hanno trasformato il dolore in impegno e che sono state già costrette, in passato, a presidiare ministeri e regioni per strappare risultati minimi di civiltà.

Oggi, vedere quella stessa esperienza seduta al banco degli imputati, accusata di essere “facinorosa” per aver osato occupare simbolicamente una strada e una sala consiliare, è uno schiaffo a tutte le persone con disabilità in questo Paese.

La società che celebra la “giornata della disabilità” e processa chi non sta zitto

C’è un’ultima ipocrisia che questo processo mette a nudo. Ogni anno, nelle giornate dedicate ai diritti delle persone con disabilità, istituzioni e media si riempiono di parole: inclusione, centralità della persona, nessuno resti indietro. Si organizzano convegni, si firmano protocolli, si scattano foto accanto alle carrozzine.

Poi, quando quelle stesse persone chiedono conto delle promesse mancate – non sui social, ma fisicamente, con il loro corpo fragile davanti ai palazzi del potere – ecco che vengono trattate come un problema da disciplinare: interdizione del traffico, interruzione di pubblico servizio, invasione di edificio.

È questa la contraddizione che noi, persone con disabilità, respingiamo con fermezza:
non siamo un’icona da esibire in una giornata all’anno. Siamo cittadini a pieno titolo, con il diritto di protestare, di sbagliare un modulo, di alzare la voce, di occupare pacificamente uno spazio quando tutto il resto è stato ignorato.

Per questo, da questa storia non basta aspettarsi un’assoluzione tecnica o una riduzione della pena. Serve una presa di coscienza più profonda: il riconoscimento pubblico che usare il codice penale per colpire chi rivendica diritti fondamentali è un abuso, un atto di violenza istituzionale che produce paura, isolamento, auto-censura.

Noi non ci stiamo. Non accettiamo che chi difende la vita e la dignità dei malati gravissimi venga equiparato a un delinquente. Non accettiamo che la libertà di manifestare venga trasformata in un privilegio di chi può permettersi avvocati e ricorsi infiniti.

Se c’è qualcosa che “turba” il servizio pubblico, in questa vicenda, non è il gazebo sul lungomare. È un sistema che, di fronte ai più fragili, preferisce il manganello giudiziario all’ascolto, il decreto penale alla responsabilità politica.

E allora sì, continueremo a “parlare troppo”. Perché troppi, tra noi, non possono più parlare. E perché il silenzio, oggi, sarebbe la complicità più grande.

Fonti essenziali
Articoli di cronaca su presidio del 13–16 luglio 2021 e processo per interruzione di pubblico servizio e invasione di edificio contro sette disabili a Bari.
Documentazione e presentazione pubblica del Comitato 16 Novembre, associazione di malati di SLA e patologie altamente invalidanti.
Riferimenti agli articoli 3, 17 e 21 della Costituzione italiana e alla disciplina dell’art. 340 c.p. (interruzione di pubblico servizio).

Il welfare a pezzi: ausili negati, caregiver trattati da variabile e riforme senza carburante

C’è una parola che torna, come un ronzio di fondo, in troppe storie di disabilità oggi in Italia: scaricabarile. È il suono del diritto che si sbriciola quando passa dal testo di una norma alla vita concreta delle persone. È il rumore di un sistema che, invece di proteggere chi è più esposto, finisce per chiedere a chi ha meno di anticipare soldi, energia, tempo e pazienza.

Il caso degli ausili e dei ricambi per carrozzine elettriche è emblematico. Un anno dopo l’entrata in vigore del nuovo Tariffario dal 1° gennaio 2025, molte famiglie risultano ancora costrette a pagare totalmente o parzialmente ciò che dovrebbe essere garantito nei Livelli Essenziali di Assistenza, con un quadro regionale disomogeneo e un aumento delle disuguaglianze territoriali. 

Eppure la cornice normativa, per come è stata ribadita pubblicamente dal Ministro della Salute, è teoricamente chiara. Nel question time di fine giugno 2025, Schillaci ha ricordato che le Regioni e le ASL devono includere nei capitolati di gara per gli ausili di serie la personalizzazione, la manutenzione ordinaria e la riparazione o sostituzione dei componenti, obblighi già previsti dai LEA del 2017. L’arrivo del decreto Tariffe 2025, che ha sostituito il precedente impianto tariffario, non avrebbe ridotto i diritti dell’assistito ma solo cambiato le modalità di approvvigionamento. 

Il problema, dunque, non è l’assenza di una regola, ma la frattura tra regola e applicazione. E quando quella frattura riguarda dispositivi che determinano autonomia, salute e vita sociale, non è un difetto amministrativo: è una lesione dei diritti.

La FISH, audita al Ministero della Salute nel 2025, ha messo numeri e proposte su questa distanza: tempi d’attesa lunghi e una persistente tendenza a scaricare spese accessorie sugli assistiti, con la richiesta di armonizzare procedure e contenere le difformità territoriali. 

Qui entra in gioco la domanda che questo dibattito ha posto con crudele semplicità: chi può permettersi questi costi? La pensione di inabilità civile per il 2025 è pari a 336 euro mensili per 13 mensilità e l’indennità di accompagnamento è di 542,02 euro mensili.  Parliamo di importi che, anche sommati, non trasformano certo un diritto in un acquisto sostenibile sul mercato privato.

Il punto politico è evidente: se lo Stato riconosce il bisogno ma consente che la risposta dipenda dal cap di residenza, crea una cittadinanza sanitaria a scacchiera. È un modello che somiglia più a una lotteria territoriale che a un sistema universalistico.

La stessa logica di fondo affiora nel dibattito sui caregiver familiari. Il disegno di legge promosso dalla ministra Locatelli viene raccontato come un passo avanti culturale, ma scatena reazioni durissime perché, nei fatti, ridurrebbe la platea effettiva e fisserebbe contributi giudicati insufficienti rispetto all’intensità di cura richiesta. Si parla di un sostegno massimo di 1.200 euro trimestrali per il caregiver convivente “prevalente”, legato a requisiti stringenti e a un impegno di assistenza molto elevato. 

Il messaggio implicito, che molte associazioni leggono tra le righe, è pericoloso: la cura familiare diventa ammortizzatore strutturale di un welfare che non vuole investire a sufficienza su servizi, sollievo, tutela previdenziale e riconoscimento giuridico pieno.

E intanto la grande riforma della disabilità procede tra dichiarazioni ottimistiche e allarmi dal territorio. La sperimentazione della nuova procedura è partita nel 2025 e dovrebbe estendersi ulteriormente nel 2026, con l’obiettivo dichiarato di arrivare all’attuazione nazionale nel 2027. Ma sul campo restano ritardi e disomogeneità, con il rischio che una riforma ambiziosa venga frenata da carenze organizzative e di risorse. 

A questo quadro va aggiunta una quarta faccia della stessa crisi, spesso invisibile perché confinata nelle case e nei letti: la condizione dei malati gravissimi, allettati, totalmente dipendenti. Qui la retorica dell’autonomia si scontra con la realtà dell’assistenza continua, dei costi sommersi e della solitudine istituzionale.

La sclerosi laterale amiotrofica è uno dei simboli più duri di questa zona cieca. Nelle fasi avanzate può comportare compromissione respiratoria e necessità di assistenza altamente intensiva, spesso gestita al domicilio da famiglie che diventano, di fatto, il primo presidio sanitario e sociale. 

In questo terreno ha inciso storicamente e continua a incidere il Comitato 16 Novembre, nato dall’esperienza diretta dei malati di SLA e di altre disabilità gravissime e reso visibile da anni di mobilitazioni per il Fondo per la non autosufficienza e per un modello di assistenza domiciliare realmente esigibile in tutta Italia. La sua richiesta di fondo è semplice: un diritto non può dipendere dalla fortuna geografica. E proprio nelle settimane più recenti il Comitato ha ribadito la necessità di estendere a livello nazionale modelli di assistenza domiciliare indiretta già adottati in alcuni territori, sottolineando anche lo squilibrio tra spesa per residenzialità e investimento sull’autonomia possibile al domicilio. 

Letta insieme, questa triade di vicende racconta un’unica storia.

Gli ausili dovrebbero essere il ponte tra corpo e mondo, tra fragilità e libertà di movimento. Se diventano una spesa da anticipare, quel ponte si trasforma in pedaggio.

Il caregiver dovrebbe essere riconosciuto come soggetto con diritti propri, non come sostituto silenzioso dello Stato. Se la legge nasce con fondi percepiti come esigui e criteri troppo selettivi, rischia di istituzionalizzare l’insufficienza.

La riforma dovrebbe unificare, semplificare e rendere più giuste le valutazioni. Se parte senza risorse e senza una infrastruttura territoriale adeguata, rischia di somigliare a una grande promessa appoggiata su fondamenta ancora umide.

Per questo la proposta che emerge da queste denunce ha un valore politico semplice e potente: un atto di indirizzo nazionale, chiaro e vincolante, che inviti tutte le Regioni a non applicare alcuna forma di compartecipazione economica quando un ausilio è prescritto e ricade nei LEA, e che rafforzi il monitoraggio delle inadempienze. In sostanza: se è essenziale, non è negoziabile.

Perché il vero scandalo non è solo che alcune famiglie paghino le batterie di una carrozzina. Il vero scandalo è l’idea sottesa: che l’autonomia delle persone con disabilità e la sopravvivenza dignitosa dei malati gravissimi possano essere trattate come una voce di spesa opzionale, un extra da contrattare tra bilanci regionali, capitolati e interpretazioni elastiche.

E qui l’articolo 3 della Costituzione torna come bussola e come atto d’accusa. Non basta dichiarare l’uguaglianza: la Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che la impediscono nella vita reale.  Quando un ausilio essenziale diventa un costo privato, quando l’assistenza per la disabilità gravissima si trasforma in un percorso a ostacoli regionali, quando il caregiver è riconosciuto a parole ma lasciato con tutele ridotte, l’ostacolo non è astratto. Ha un prezzo, un tempo d’attesa, una notte in più senza sollievo, una rinuncia lavorativa, una vita che si restringe.

Un welfare serio non chiede ai più fragili di anticipare la dignità. La garantisce. E quando non lo fa, la questione non è tecnica. È profondamente politica.

Fonti essenziali

Ministero della Salute, question time su riparazioni e sostituzioni ausili per carrozzine elettriche (giugno 2025). 

Quotidiano Sanità e Il Fatto Quotidiano, ricambi e ausili e disomogeneità regionali (2025). 

Comitato 16 Novembre, documenti e presentazione dell’associazione. 

Notizie e ricostruzioni su mobilitazioni del Comitato 16 Novembre e richieste sul Fondo per la non autosufficienza. 

Senato della Repubblica e Governo, testo dell’articolo 3 della Costituzione. 

La salute che scivola via. Come l’Italia sta trasformando un diritto universale in un privilegio (e perché il profitto deve uscire dal SSN)

Se c’è un termometro capace di misurare la temperatura civile di un Paese, quello è il suo Servizio sanitario. Il nostro, nato per essere universale, sta perdendo pezzi e senso: tempi d’attesa ingestibili, personale allo stremo, famiglie che rinunciano a curarsi o pagano di tasca propria. Non è fatalismo, non è “il mondo che cambia”. È il risultato di scelte politiche molto precise: definanziamento del pubblico, apertura crescente ai privati, trasformazione silenziosa della malattia in occasione di profitto.

Oggi non basta chiedere qualche miliardo in più: bisogna rimettere al centro la Costituzione e dire con chiarezza che il profitto non può avere diritto di cittadinanza dentro il Servizio sanitario nazionale.

Costituzione tradita: articoli 9, 32 e 41 come bussola capovolta

L’articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Non parla di “coperture assicurative”, non distingue tra chi può permettersi un pacchetto premium e chi no. Parla di un diritto fondamentale che lo Stato deve garantire, non “regolare” come se fosse un mercato qualunque.

Con la riforma recente, l’articolo 9 ha esteso la tutela ai “diritti delle generazioni future”, all’ambiente, agli ecosistemi e alla biodiversità. Salute umana e salute dell’ambiente non sono più separabili: inquinamento, cambiamenti climatici, lavoro insicuro, città invivibili sono fattori di malattia. Ridurre la sanità pubblica a un pronto soccorso dei danni prodotti dal modello di sviluppo è una violazione indiretta anche di questo articolo: si taglia dove si dovrebbe investire in prevenzione, cura, prossimità.

Infine l’articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera”, sì, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E la Repubblica può indirizzarla e coordinarla “a fini sociali”. È il punto decisivo: quando l’iniziativa privata entra nel campo della malattia e della cura, e lo fa per massimizzare il profitto, siamo davanti a un conflitto frontale con l’utilità sociale e con la dignità umana.

Se curarsi diventa occasione di business, se l’accesso alle prestazioni dipende dalla carta di credito o dalla polizza aziendale, l’iniziativa privata non è più “libera” ma arbitraria. In sanità, il profitto non è un complemento: è una distorsione strutturale. Per questo va escluso dal perimetro del Servizio sanitario nazionale.

Che cosa dice il Rapporto GIMBE (oltre i titoli)

Il cuore del problema, fotografato dall’8º Rapporto GIMBE sul SSN, è semplice: la sanità pubblica è stata trattata come una spesa da limare, non come l’investimento che tiene insieme salute, produttività, dignità sociale e coesione territoriale.

In termini nominali il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è cresciuto di 11,1 miliardi tra 2023 e 2025, toccando 136,5 miliardi; ma inflazione ed energia hanno eroso gran parte di questo aumento. In rapporto al PIL, il FSN è sceso dal 6,3% (2022) al 6,0% (2023) e si ferma al 6,1% nel 2024-2025. Le proiezioni della Legge di Bilancio 2025 indicano un ulteriore calo al 5,9% nel 2027 e al 5,7% nel 2029.

Traduzione politica: i bisogni crescono, la coperta si accorcia. Quando la spesa sanitaria sul PIL scende, ma l’epidemiologia, l’invecchiamento e le fragilità sociali aumentano, qualcuno pagherà il conto. E quel qualcuno non è mai il capitale finanziario.

Liste d’attesa e rinunce: il diritto si spezza nel quotidiano

Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie: quasi una persona su dieci. Il dato più inquietante è l’aumento delle rinunce per liste d’attesa: dal 4,5% nel 2023 al 6,8% nel 2024, +51%. Crescono anche le rinunce per motivi economici (dal 4,2% al 5,3%).

Quando i tempi del pubblico sono insostenibili, chi può paga il privato. Chi non può rinuncia, aspetta, peggiora. La retorica della “libera scelta” si spegne davanti a una verità brutale: se la porta del SSN resta socchiusa, il corridoio verso il privato non è libertà, è un recinto di classe.

Qui la violazione dell’articolo 32 è plastica: la tutela della salute come diritto fondamentale diventa una promessa a geometria variabile. Sulla carta, tutti uguali; nella pratica, alcuni sono più uguali degli altri.

La strozzatura vera: il personale nel SSN

Guardando ai professionisti attivi nel Paese, il dato OCSE ci colloca sopra la media europea per numero di medici (circa 5,4 ogni 1.000 abitanti nelle serie più recenti utilizzate da GIMBE), ma molto sotto per gli infermieri (circa 6,9 per 1.000 abitanti). Il rapporto infermieri/medici è appena 1,3, uno dei più bassi in Europa.

La carenza però non è “astratta”: si concentra dentro il Servizio Sanitario Nazionale e in alcune specialità chiave. A inizio 2024 i medici di famiglia in attività erano 37.260, con una media di 1.374 assistiti per medico e punte oltre i 1.500. Per garantire un rapporto ottimale 1:1.200, servirebbero 5.575 medici di medicina generale in più, soprattutto nelle Regioni più popolose.

Nel 2025 molte scuole di specializzazione strategiche per il SSN restano poco attrattive: emergenza-urgenza al 56% delle assegnazioni, medicina e cure palliative al 41%, medicina di comunità al 36%. È il segnale di un sistema che respinge i giovani professionisti, mentre li espone a carichi insostenibili, retribuzioni inadeguate e precarietà.

In breve: non mancano “medici” in senso assoluto; mancano medici e soprattutto infermieri nel SSN, nei luoghi, nei turni e nelle specialità che tengono insieme il diritto alla cura. Senza squadra, non c’è cura che tenga.

Privato accreditato: profitto garantito, universalismo smontato

Dove il pubblico arretra, il privato accreditato avanza. Non come supporto temporaneo, ma come infrastruttura strutturale del sistema.

Nel 2022 oltre metà del valore della mobilità sanitaria “attiva” (i crediti per prestazioni rese a cittadini di altre Regioni) è stato erogato da strutture private accreditate: 54,5%, contro il 45,5% del pubblico. Nei ricoveri, il privato ha incassato il 26% in più del pubblico.

Questi numeri non descrivono una serena “cooperazione pubblico-privato”, ma un trasferimento di risorse pubbliche verso centri privati che operano secondo logiche di profitto. Le Regioni pagano, i cittadini migrano, i gruppi sanitari incassano. E il SSN perde capacità, competenze, potere di programmazione.

Sul piano costituzionale, la contraddizione è evidente: l’articolo 41 ammette l’iniziativa economica privata ma la subordina all’utilità sociale e alla tutela della dignità umana. Quando il privato seleziona le prestazioni più remunerative, concentra i servizi nelle aree ricche, lascia al pubblico i casi più complessi e meno “convenienti”, siamo davanti a un rovesciamento di senso: l’utilità sociale viene subordinata al margine di profitto.

Per questo non basta “regolare meglio” il privato accreditato: occorre una scelta politica netta. La componente privata a scopo di lucro deve essere progressivamente esclusa dal perimetro del SSN, a partire dalle prestazioni ad alto valore economico. Il pubblico deve tornare a essere il luogo esclusivo in cui si garantiscono i Livelli essenziali di assistenza. Il privato potrà esistere solo fuori dal circuito del finanziamento pubblico, senza drenare risorse, personale e fiducia dal sistema nazionale.

Nord contro Sud: la geografia della sottrazione

Il tutto si innesta su una frattura territoriale profonda. Tra il 2010 e il 2022, quattordici Regioni hanno accumulato un saldo negativo complessivo di 19,03 miliardi nella mobilità sanitaria, di cui 14,55 nel Mezzogiorno. Sono soldi pubblici che viaggiano con i pazienti, svuotando i bilanci e la capacità di investimento proprio dove i bisogni sono più alti.

Così si costruisce la sanità a doppio binario: da una parte aree ricche dove pubblico e privato accreditato convivono e il cittadino può scegliere, magari integrando con polizze aziendali; dall’altra territori in cui il SSN è ridotto all’osso e il privato entra solo se c’è garanzia di profitto. Chi resta sotto la linea, spesso, non vede né l’uno né l’altro.

Sanità integrativa: il cavallo di Troia nel sistema

La sanità “integrativa”, agevolata fiscalmente, può coprire fino all’80% di prestazioni che sostituiscono i LEA, pur continuando a chiamarsi “integrativa”. Con oltre 16 milioni di iscritti, di fatto crea un sistema parallelo per chi è tutelato da contratti di lavoro e welfare aziendali.

Sul piano costituzionale, la questione è dirimente: se una parte crescente della popolazione accede a percorsi rapidi grazie a fondi sanitari e polizze, mentre il resto resta nelle liste d’attesa o rinuncia, l’articolo 32 si svuota. Il diritto alla salute viene segmentato in base al reddito e alla posizione lavorativa.

Le agevolazioni fiscali ai fondi sanitari e alle assicurazioni private rappresentano un trasferimento indiretto di denaro pubblico verso il privato profit. Non c’è neutralità possibile: ogni euro di vantaggio fiscale alla sanità integrativa è un euro sottratto al potenziamento del Servizio sanitario nazionale.

Per questo, se l’iniziativa privata è libera, il suo sostegno con risorse pubbliche in un settore costituzionalmente protetto come la salute va radicalmente ripensato. I benefici fiscali devono essere eliminati per le prestazioni sostitutive dei LEA e ammessi, eventualmente, solo per interventi realmente integrativi e non lucrativi.

PNRR: muri senza servizi non curano

La partita del territorio è decisiva. Al 30 giugno 2025 solo 218 Case della Comunità avevano dichiarato attivi tutti i servizi previsti; tra queste, appena 46 con vere équipe medico-infermieristiche. Gli Ospedali di Comunità “attivi” sono 153 su 592 programmati.

Costruire edifici senza mettere dentro personale stabile, orari estesi, medicina di prossimità e presa in carico è un’operazione di facciata. Se le strutture PNRR diventano solo nuovi spazi da cui il privato può drenare attività, abbiamo creato contenitori per il business, non case della salute.

Digitale a metà del guado

Il Fascicolo Sanitario Elettronico potrebbe essere uno strumento potente di equità e continuità di cura, ma resta incompiuto. A marzo 2025 solo 6 documenti su 16 erano disponibili in tutte le Regioni e il consenso dei cittadini alla consultazione dei propri dati si fermava al 42%, con divari enormi.

Senza interoperabilità, formazione, governance nazionale e reale utilizzo clinico, il digitale rischia di diventare un’altra occasione di frammentazione, affidata a piattaforme e fornitori privati che guadagnano sulla gestione dei dati, mentre il SSN non ne ricava né efficienza né giustizia.

Tre scelte politiche non rinviabili

Per raddrizzare la rotta non bastano aggiustamenti tecnici. Servono tre scelte politiche di fondo.

Rimettere soldi veri nel SSN, in modo strutturale Blocco della discesa sotto il 6% del PIL e piano di crescita pluriennale vincolato per personale, LEA, territorio e digitale. Non “bonus” annuali, ma una traiettoria stabile che restituisca al SSN capacità di programmazione. Ricostruire la squadra pubblica Piano straordinario per gli infermieri (formazione, assunzioni, carriere, retribuzioni), stabilizzazione dei precari, incentivi specifici per emergenza-urgenza, medicina generale, pediatria di libera scelta e discipline oggi scoperte. Obiettivi vincolanti di presa in carico (MMG 1:1.200; PLS 1:850) inseriti nei criteri di riparto delle risorse. Uscita progressiva del profitto dal SSN Separazione netta tra sistema pubblico e profitto privato. Progressiva riduzione e superamento dell’accreditamento di strutture a scopo di lucro per le prestazioni coperte dai LEA, consolidamento della rete pubblica e, dove necessario, convenzioni solo con soggetti non profit e realmente complementari. Abolizione delle agevolazioni fiscali per la sanità sostitutiva e revisione dei fondi sanitari in chiave solidaristica.

Dodici azioni strutturali, questa volta coerenti con la Costituzione

Prevenzione come politica di Paese (One Health), con budget dedicato e non comprimibile, legato anche all’articolo 9: tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della salute dei lavoratori e delle comunità. LEA vivi: aggiornamento continuo, tariffe coerenti e trasparenti, disinvestimento da prestazioni a basso valore, investimento su medicine territoriali, salute mentale e cronicità. Stato-Regioni: nuovo criterio di riparto che pesi di più povertà, mortalità precoce, aree interne e degrado ambientale, non solo il numero di abitanti e l’età media. Liste d’attesa: regia nazionale, agende uniche digitali pubbliche, tetti coerenti col fabbisogno reale, monitoraggi indipendenti. Nessun finanziamento aggiuntivo al privato per “abbattere” le liste: ogni euro in più deve rafforzare capacità e personale del SSN. Superamento dell’attuale pubblico–privato accreditato: piano di rientro pluriennale dal ricorso al privato profit per i LEA, con contestuale potenziamento di strutture e servizi pubblici nelle stesse aree. Sanità integrativa davvero integrativa: vantaggi fiscali solo per prestazioni non coperte dai LEA e con logiche mutualistiche, non per percorsi fast track che sostituiscono il SSN. Dati aperti e comparabili: trasparenza totale su finanziamenti, prestazioni, tempi, risultati di cura, sia per il pubblico sia per eventuali soggetti convenzionati non profit. Senza opacità non c’è rendita. Ricerca e valutazione d’impatto: ogni riforma organizzativa deve essere valutata su esiti di salute, equità, impatto territoriale, non solo su risparmi contabili. Digitale che semplifica: FSE interoperabile, formazione per clinici e cittadini, piattaforme sotto governance pubblica. Nessuna privatizzazione dei dati sanitari. Mobilità sanitaria: piani di rientro regionali nelle aree più critiche, con investimenti mirati in personale, strutture e prevenzione, per ridurre il drenaggio di risorse dal Sud al Nord. Lavoro nel SSN attrattivo: retribuzioni dignitose, carriere professionalizzanti, ambienti di lavoro sicuri, partecipazione dei professionisti alle scelte organizzative. Educazione sanitaria pubblica: campagne stabili contro fake news, medicalizzazione inutile e consumismo sanitario, per rafforzare il patto tra cittadini e SSN.

Nota metodologica sul punto “medici vs infermieri”

I dati utilizzati distinguono tra:

a) professionisti attivi nel Paese (benchmark OCSE, dove l’Italia risulta con molti medici ma pochi infermieri);

b) personale nel SSN (medici e infermieri dipendenti, contrattualizzati o convenzionati).

La carenza percepita nasce nel secondo ambito, dentro il Servizio, con squilibri territoriali e di disciplina. Il rapporto infermieri/medici, fermo a 1,3 in Italia contro 2,4 dell’OCSE, resta l’indicatore più allarmante: senza il giusto numero di infermieri, nessun modello organizzativo, per quanto moderno, regge.

Conclusione: la salute non è un mercato, è la condizione di ogni libertà

La sanità privata può esistere, ma non può più vivere con i soldi e sulle crepe del pubblico. Non può appropriarsi delle prestazioni più remunerative, lasciare al SSN gli scarti e presentarsi poi come “salvatrice” davanti a un sistema che lei stessa contribuisce a indebolire.

La Costituzione, letta nella sua interezza, non è neutra: con l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; con l’articolo 9 lega la salute alla protezione dell’ambiente e delle generazioni future; con l’articolo 41 pone un limite netto all’iniziativa economica che danneggia dignità, sicurezza, libertà.

Dentro questo quadro, il profitto sulla malattia è un’anomalia, non una soluzione. O si decide di far uscire il business dal Servizio sanitario nazionale e di ricostruire un sistema pubblico forte, universale, ecologico e di prossimità, oppure si accetta consapevolmente una sanità a doppio binario, dove la parola “diritto” diventa una foglia di fico per coprire un privilegio.

Le liste non sono code, sono barriere sociali. I ticket non sono contributi, sono porte girevoli verso il privato. I muri nuovi senza équipe dentro sono scenografie. Non servono slogan, serve una scelta di campo: riportare la cura sotto l’ombrello della Costituzione, togliendo l’ombrello del profitto da sopra le nostre teste. Solo così la salute tornerà a essere ciò che doveva essere fin dall’inizio: un bene comune, non una linea di bilancio.

La cura negata: il flop della “prestazione universale” e la sindrome del cambiare tutto

L’idea era potente sulla carta: unire accompagnamento e un aiuto aggiuntivo per gli ultraottantenni più fragili. Nella pratica, però, la “prestazione universale” ha toccato pochissimi, lasciando in sospeso migliaia di famiglie e mostrando una tendenza politica ormai chiara: mettere mano ai diritti sociali e sanitari senza rafforzare davvero ciò che serve ai cittadini più fragili . È solo incompetenza o c’è una precisa regia che sposta costi e responsabilità dai livelli garantiti per Costituzione a quelli più deboli e negoziabili?

Il quadro politico: la spinta a riscrivere la Carta e a comprimere i diritti dei più deboli

Qui sta il punto che non va eluso. L’attuale maggioranza, erede di una tradizione che non partecipò alla costruzione della Costituzione repubblicana, coltiva una pulsione a “cambiare tutto”: non per aggiornare i diritti, ma per riscrivere gli equilibri in favore dell’esecutivo e contro i contrappesi. È la stessa logica che ritroviamo nel premierato, nell’autonomia differenziata, nella separazione delle carriere dei magistrati, nelle strette d’ordine pubblico: si sposta il baricentro dall’universalismo dei diritti alla gerarchia del comando. In questa cornice, i diritti sociali non sono più garanzie esigibili ma concessioni condizionate, erogate a platee via via più ristrette. È una sindrome, sì, ma non casuale: è la continuità culturale di chi, per storia e riferimenti, non riconosce nella Costituzione il patto antifascista di cittadinanza eguale e tende a ridurla a carta di governo. Il risultato lo vediamo proprio sulla non autosufficienza: si introducono ostacoli anagrafici, reddituali e burocratici che violano lo spirito dell’articolo 3 (rimuovere gli ostacoli), colpendo i più fragili e gli ultimi, mentre cresce il potere discrezionale dei livelli amministrativi e si depotenziano i Livelli Essenziali di Assistenza. “Cambiare tutto” diventa così un programma politico: comprimere l’universalismo, selezionare i beneficiari, normalizzare l’idea che i diritti siano privilegi revocabili. E i “nipotini del Duce” (per usare l’immagine tanto diffusa quanto efficace) si rivelano bravissimi nel governare con l’arma dell’esclusione: più regole per i deboli, più libertà per chi già ha potere.

Che cos’è davvero la “prestazione universale”

La misura, introdotta in via sperimentale nel 2025, unifica la quota fissa pari all’indennità di accompagnamento e una quota integrativa fino a 850 euro al mese per acquistare lavoro di cura o servizi. Ma l’accesso è strettissimo: età almeno 80 anni, ISEE sociosanitario non oltre 6.000 euro e condizione di bisogno “gravissimo” definita da criteri clinici molto selettivi. Dal 2 gennaio 2025 al 31 dicembre 2026 è possibile fare domanda all’INPS.

I numeri della delusione

Sulla platea teorica di circa 25 mila aventi diritto, i beneficiari effettivi sono risultati intorno a duemila nei primi mesi, con un numero di domande nettamente inferiore alle attese. Anche stime intermedie parlano di poche migliaia di richieste e di esiti positivi sotto la metà. Un fallimento di design, prima ancora che di spesa.

Perché ha funzionato così poco

Il cuore del problema sta nel paradosso normativo. La riforma anziani (legge 33/2023) ha alimentato il rischio di spostare la tutela delle persone non autosufficienti dall’area dei diritti sanitari esigibili ai livelli sociali, meno garantiti. Giuristi come Giovanni Maria Flick lo hanno detto chiaramente: comprimere la presa in carico sanitaria in favore dell’assistenza sociale significa indebolire una protezione costituzionalmente presidiata. Anche analisi indipendenti hanno segnalato incoerenze dei decreti attuativi rispetto ai principi della delega.

Il caso RSA, Alzheimer e “quote” che non tornano

Quando la gravità clinica rende indistinguibili prestazioni sanitarie e sociosanitarie, la retta nelle RSA dovrebbe essere coperta secondo riparti fissati dai LEA. In generale, la regola è la compartecipazione al 50 per cento tra Servizio sanitario e persona, ma in diversi territori le famiglie si ritrovano a pagare più del dovuto, fino all’intero importo. La giurisprudenza ha riconosciuto in più casi che, per i malati più gravi, la spesa è integralmente sanitaria. Non a caso, le Regioni hanno chiesto di “riconoscere progressivamente il livello di sanitarizzazione” delle demenze fino alla totale presa in carico del SSN, mentre prosegue il riparto del Fondo Alzheimer 2024-2026.

Intenzione o incapacità? La sindrome del cambiare tutto

Il filo rosso è semplice: si annuncia una svolta, si restringe l’accesso, si lascia intatto il deserto dei servizi domiciliari e del personale. Intanto si spingono riforme di sistema che toccano i contrappesi costituzionali e l’unità dei diritti: autonomia differenziata già in legge, premierato in itinere, separazione delle carriere dei magistrati. È un pacchetto che, nell’insieme, aumenta diseguaglianze territoriali e rende i diritti più mutevoli. Gli atti ufficiali parlano da soli.

Il conto lo pagano sempre gli stessi

Nel nostro paese “il grosso” dell’assistenza lo fanno le famiglie, in primis le donne. Nella popolazione 50+, i caregiver sono per il 65 per cento donne. Ridurre la presa in carico pubblica significa scaricare più costi economici e di salute su chi già regge la rete di cura, con effetti che si vedono su occupazione, povertà e disuguaglianze.

Che cosa servirebbe, davvero

Non bastano bonus con paletti che quasi nessuno supera. Servono quattro mosse concrete, riprese anche dal Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza: uno sportello unico che semplifichi l’accesso ai sostegni, un aiuto economico stabile per chi regolarizza il lavoro di cura, più personale specializzato nelle strutture residenziali e veri servizi domiciliari di base ovunque, non solo in poche Regioni. È l’ABC di un sistema che parte dalle persone, non dai comunicati.

Il punto politico

Se un governo cambia per cambiare, senza ascoltare chi vive la non autosufficienza, finisce per chiamare riforma ciò che è solo una riduzione degli aventi diritto. La “prestazione universale” è l’emblema di questa sindrome: promessa di universalismo, esito micro-selettivo. Correggerla è possibile, ma va rovesciato l’approccio. Prima i servizi e i LEA sociosanitari, poi gli incentivi economici. Prima la certezza dei diritti, poi la sperimentazione. Altrimenti il cambiare tutto resta un esercizio di potere, non una politica per i più fragili.

Fonti essenziali

Criteri, importi e istruzioni INPS sulla prestazione universale.

Analisi e critica tecnico-giuridica della riforma e dei decreti attuativi.

Dati sul flop iniziale e sulla platea: rassegna e titoli de Il Sole 24 Ore; stime intermedie su domande e accoglimenti.

Quote sanitarie in RSA, giurisprudenza e priorità delle Regioni; Fondo Alzheimer 2024-2026.

Autonomia differenziata, premierato, separazione carriere: atti e dossier istituzionali.

Peso dell’assistenza familiare e profilo dei caregiver.

Un milione che suona come un insulto: così la manovra dimentica i caregiver e sposta i miliardi altrove

Un milione nel 2026 per i caregiver: una cifra simbolica che fotografa le priorità della manovra. Mentre le famiglie reggono il sistema di cura, lo Stato guarda altrove.

I numeri (e il messaggio politico) dell’articolo 53

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, l’articolo 53 istituisce un fondo “a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare” con 1,15 milioni per il 2026 e 207 milioni annui a decorrere dal 2027. Le associazioni parlano di risorse irrisorie e di riforma senza una cornice di diritti esigibili. Non è un cavillo: è una scelta politica netta.

La memoria corta del Governo

Il precedente “fondo caregiver” da 30 milioni era stato soppresso; solo il 7 maggio 2025, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato i criteri di riparto dei fondi (relativi al 2024) nell’ambito del Fondo unico per la disabilità. Un ripristino tardivo, con procedure complesse, che dimostra ancora una volta come la cura venga trattata come straordinaria, mai strutturale.

Quante persone stiamo lasciando sole

In Italia i caregiver familiari sono oltre 7 milioni, in larga maggioranza donne. Le persone con disabilità sono circa 2,9 milioni (dato ISTAT, 2023). Parliamo di famiglie intere che reggono il carico dell’assistenza quotidiana, spesso senza alcun riconoscimento formale. Pensare di rispondere a questo bisogno con 1,15 milioni nel 2026 è più che illusorio: è offensivo.

La scala delle priorità: miliardi alla Difesa, centesimi alla cura

Nel 2025 il Governo ha rivendicato con orgoglio il raggiungimento del 2% del PIL destinato alla Difesa. La NATO, nel frattempo, ha alzato ulteriormente l’asticella: l’obiettivo complessivo è ora il 5% del PIL entro il 2035 (3,5% per la difesa militare, 1,5% per la “sicurezza” in senso lato). Anche gli analisti più prudenti confermano che si tratta di un’accelerazione storica della spesa militare. Di fronte a questi numeri, la cifra destinata alla cura appare ancora più indecente.

Cosa servirebbe subito (non “dal 2027”)

  1. Una legge-quadro chiara
    Definizione giuridica unica della figura del caregiver familiare, indennità mensile strutturale, diritti esigibili e riconoscimento sociale.
  2. Tutele previdenziali e lavorative
    Contributi figurativi pieni, congedi retribuiti e flessibili, diritto al sollievo, senza penalizzazioni per chi rinuncia a un lavoro per assistere un familiare.
  3. Sportello unico nazionale
    Un sistema centralizzato con domanda digitale, tempi certi, erogazioni trasparenti e un monitoraggio pubblico accessibile.
  4. Integrazione socio-sanitaria reale
    Piani personalizzati di cura con “budget di presa in carico”, coordinati tra servizi sociali e sanitari a livello locale e vincolati a standard minimi.
  5. Coperture trasparenti e continuative
    Stop a fondi spot e riclassificazioni contabili. Serve una dotazione pluriennale certa, svincolata da logiche emergenziali.

Come rendere strutturale il Fondo (coperture vere, non promesse)

  1. Agganciare il Fondo ai “flussi bancari” della manovra
    Il cosiddetto pacchetto banche non è una vera imposta straordinaria: si tratta di una combinazione tra aumento dell’IRAP per il 2026–2027, limiti temporanei alle deduzioni fiscali (ACE, perdite pregresse) e slittamento delle DTA. È più un’anticipazione di gettito che un contributo reale: lo Stato incassa ora, ma le banche pagheranno meno domani. Almeno il 20% di queste risorse dovrebbe essere vincolato per legge al Fondo Caregiver, sin dal 2026, per renderlo pluriennale e strutturale.
  2. Dal 2026, non dal 2027
    L’avvio “ritardato” al 2027 dei 207 milioni non è credibile né accettabile. È necessario attivare immediatamente la dotazione annuale minima e indicizzarla a inflazione sanitaria e demografica.
  3. Un Fondo unico, nazionale, e semplice da usare
    Basta con la frammentazione regionale: serve un Fondo nazionale con piattaforma digitale unica, procedure snelle e tempi certi. Ogni ulteriore frammentazione favorisce ritardi e diseguaglianze territoriali.
  4. LEPS e budget di cura da garantire in ogni ASL
    I livelli essenziali per il sollievo familiare e l’assistenza domiciliare devono essere vincolanti per le Regioni, con fondi dedicati proprio attraverso la quota stabilita nel pacchetto banche.
  5. Clausola di salvaguardia sociale
    Qualora lo stanziamento annuale per i caregiver scenda sotto una soglia minima pro-capite, si attiva automaticamente un travaso di risorse dal pacchetto banche o da capitoli discrezionali verso il Fondo Caregiver. È il minimo per garantire stabilità e continuità.

Mettere 1,15 milioni per i caregiver nella manovra economica non è un errore tecnico: è una precisa scelta politica. È lo specchio di un sistema che premia la spesa per armamenti ma abbandona chi ogni giorno cura, assiste, sostiene. È la negazione di una visione sociale del Paese. La cura non è un favore. È un diritto. Ed è tempo che venga finanziata come tale: ora, non in un futuro indefinito.

Fonti principali:
Il Fatto Quotidiano; Gazzetta Ufficiale (07/05/2025); Ministero per le Disabilità; ISTAT (Rapporto disabilità 2023); Reuters (obiettivi NATO 2025–2035); “Fisco e Tasse” – analisi manovra 2026, pacchetto banche.

Diritti sulla carta, tagli nella realtà: il paradosso del sostegno alle persone con disabilità in Italia

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, fioriscono promesse strabilianti per le persone con disabilità. Ma troppo spesso quelle promesse restano nei proclami: nella realtà, il quadro che emerge è fatto di tagli, “razionalizzazioni”, vincoli di bilancio che schiacciano diritti fondamentali.

Prendiamo il caso del Piemonte e del cosiddetto “Buono Vesta”: una misura pensata per dare ossigeno alle famiglie con figli piccoli che, nella pratica, si è trasformata in una ruota della fortuna. In mezz’ora scarsa il click day è andato esaurito, con migliaia di famiglie tagliate fuori per limiti tecnici e di budget. Altro che diritto: un’asta digitale dove vince chi clicca prima.

E poi i nodi più strutturali: l’assistenza scolastica, gli ausili, la continuità degli interventi — temi che si intrecciano, si scaricano sulle spalle delle famiglie più fragili e spesso sfociano in contenziosi.

1) Tagli all’assistenza scolastica: quando l’inclusione cede il passo ai bilanci

1.1 Esempi che parlano da sé

– Marsala (Sicilia): sospeso il servizio ASACOM per circa 40 alunni con disabilità; il Tribunale ha condannato il Comune, chiarendo che i problemi di bilancio non possono negare un supporto essenziale.
– Casi analoghi: in vari territori le ore di assistenza sono state ridotte rispetto a quelle previste nel PEI, con motivazioni economiche che hanno costretto le famiglie a ricorrere. In Campania il TAR ha ribadito che va garantito il sostegno per l’intero orario scolastico.

1.2 Il quadro giuridico: diritti che si scontrano con i conti

Costituzione, Legge 104/1992 e Convenzione ONU fissano principi chiari. Ma nel concreto, una decisione del Consiglio di Stato (n. 1798/2024) ha ammesso che i Comuni possano ridurre le ore di assistenza previste dal PEI, se motivano con i limiti di spesa. È un precedente che svuota il PEI della sua forza prescrittiva e apre la strada a tagli “legittimati” dal bilancio.

1.3 L’effetto sulle famiglie

Quando le ore previste vengono ridotte, tutto ricade sulle famiglie: spese proprie, ore di accompagnamento extra, stress e ricorsi. Dove la giurisprudenza interviene, si ottengono ripristini o risarcimenti; altrove si perde, e resta la frustrazione di un diritto “negoziabile”.

2) Il “Buono Vesta”: buona idea, cattiva esecuzione

Sulla carta doveva sostenere servizi 0–6 anni (pre/post scuola, babysitting, attività motorie, ecc.). Nella pratica è diventato un click day da 10 milioni di euro volatilizzati in pochi minuti. Il messaggio implicito: non “hai diritto se rientri nei requisiti”, ma “hai diritto se arrivi primo”. Uno schema da evitare ovunque: i diritti sociali non possono dipendere dalla banda larga o dalla fortuna.

3) Ausili, assistenza personale e la discontinuità come regola

Carrozzine, tutori, calzature ortopediche: per un bambino in crescita servono anche due forniture l’anno. Se le procedure sono lente o parziali, la spesa scivola sulle famiglie. Senza tempi certi e percorsi chiari, l’orizzonte è sempre “provvisorio”: si attende l’ennesima “razionalizzazione”.

4) Geografia delle disuguaglianze: Nord, Centro e Sud a confronto (senza sconti)

– Sud (Sicilia in primo piano)
Oltre a Marsala, altre realtà siciliane hanno segnalato tagli e ritardi sull’ASACOM. Anche quando la Regione sblocca misure in bilancio, le famiglie vivono mesi di incertezza. Il dato politico è chiaro: non si può iniziare l’anno scolastico senza coperture stabili e tempestive.

– Centro (Lazio)
Sul versante della disabilità sensoriale (vista/udito), il Lazio pubblica bandi e linee di indirizzo periodiche per garantire trascrizioni, adattamenti e servizi dedicati. Bene la cornice, ma i tempi di erogazione e la continuità restano la vera prova: un servizio è inclusivo quando è puntuale, non solo quando esiste sulla carta.

– Nord (Lombardia, ma non solo)
In Lombardia si muovono iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per l’inclusione degli studenti con disabilità sensoriale 0–36 mesi. È un segnale interessante sul fronte dell’autonomia, ma anche qui la sfida è di scala e continuità: passare dai progetti pilota a una copertura strutturale e omogenea tra ambiti territoriali.

Morale: la mappa italiana è a macchie di leopardo. L’accesso effettivo ai diritti cambia da Comune a Comune. E questo, per definizione, non è uno Stato sociale: è una lotteria territoriale.

5) I numeri che non possiamo ignorare

Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con disabilità sono quasi 359mila (il 4,5% degli iscritti), +6% in un anno, +75mila in cinque anni. Una crescita strutturale che richiede organici, fondi e governance all’altezza. Continuare a trattare il tema come “eccezione” significa condannare scuole e famiglie all’emergenza permanente.

6) Autonomia differenziata: LEP, LEA e LEPS non sono tecnicismi. Decidono chi avrà davvero i diritti (e chi no)

La legge Calderoli sull’autonomia differenziata, pur frenata in parte dalla Corte costituzionale, resta in vigore e attende di essere attuata. Il nodo centrale è la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), insieme ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria) e ai LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali). Senza la loro definizione puntuale e senza finanziamenti adeguati e uniformi, il rischio è che i diritti delle persone con disabilità diventino variabili regionali: più garantiti dove ci sono risorse, più fragili dove i bilanci sono in sofferenza.

Questo è un punto cruciale: se i LEP e i LEA non saranno definiti e finanziati dallo Stato in modo vincolante e solidale, l’autonomia differenziata rischia di amplificare le disparità territoriali già oggi esistenti.

6) Perché ci ritroviamo a questo punto (e come se ne esce)

Le cause principali
1. Risorse instabili e priorità politiche deboli: i diritti delle persone con disabilità restano in coda ai bilanci.
2. Frammentazione istituzionale: tra Stato, Regioni, Comuni e Ambiti la filiera si spezza; il cittadino si perde nei rimpalli.
3. Scarico di responsabilità: tavoli tecnici, commissioni, decreti attuativi… mentre i mesi passano.
4. Logica elettorale: misure spot prima del voto; poi, “si vedrà”.

Sette mosse concrete
1. PEI realmente vincolante: ore e interventi devono valere come impegni esecutivi, con monitoraggio e sanzioni per chi non adempie.
2. Stop ai click day: graduatorie trasparenti, criteri equi, tempi certi.
3. Fondi strutturali e pluriennali: la domanda cresce ogni anno; anche gli stanziamenti devono crescere ogni anno.
4. Progetto di vita integrato: scuola, sanità, sociale e lavoro nella stessa cornice — non sportelli separati che non si parlano.
5. Controllo civico: ruolo rafforzato di associazioni e famiglie nei piani regionali e d’ambito, con dati pubblici e confrontabili.
6. Un principio-guida: i diritti delle persone con disabilità non sono comprimibili “per cassa”. Il bilancio si adegua ai diritti, non viceversa.
7. LEP, LEA e LEPS garantiti in modo equo su tutto il territorio nazionale: prima di qualunque trasferimento di competenze previsto dall’autonomia differenziata, devono essere definiti in modo puntuale e finanziati in maniera uniforme, con un meccanismo di perequazione automatico che eviti l’Italia a due, o tre, velocità.

Conclusione

Quella che vediamo è l’Italia dei diritti dichiarati e delle prestazioni dimezzate. L’inclusione non è un favore né un bonus: è organizzazione pubblica, tempi certi, risorse adeguate. Se vogliamo chiamarci Paese civile, smettiamo di trasformare i diritti in click, protocolli e burocrazie senza esito. Cominciamo dal misurabile: ore garantite come da PEI, ausili in tempi congrui, bandi senza lotterie, e soprattutto LEP e LEA fissati e finanziati per tutti, ovunque. Solo così si può evitare che l’autonomia differenziata diventi la tomba dell’uguaglianza.

Fonti principali e di approfondimento
• ISTAT – L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità – a.s. 2023/2024 (dati ufficiali su alunni con disabilità e risorse di sostegno).
• Consiglio di Stato, sent. n. 1798/2024 – legittimità della riduzione ore di assistenza specialistica in base ai limiti di bilancio.
• TAR Campania – sentenza che ribadisce il diritto all’assistenza per l’intero orario scolastico.
• Tribunale di Marsala – decisione su sospensione ASACOM e illegittimità dei tagli per motivi economici.
• Regione Piemonte – “Buono Vesta”: documentazione ufficiale e cronache sul click day (settembre 2025).
• Regione Lazio – bandi e linee di indirizzo per la disabilità sensoriale.
• Regione Lombardia – iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per inclusione 0–36 mesi.
• Regione Sicilia – delibere e aggiornamenti su ASACOM e criticità nei Comuni.
• Legge 26 giugno 2024, n. 86 (cosiddetta legge Calderoli) – disciplina dell’autonomia differenziata (art. 116, c. 3 Cost.).
• Corte costituzionale, sent. n. 192/2024 – limiti e condizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata senza LEP definiti.
• Ministero della Salute – documentazione sui LEA e aggiornamento del nomenclatore protesico.
• Dossier Camera dei Deputati (luglio 2025) – analisi sui LEP/LEPS e sui meccanismi di perequazione.

Sanità negata: tra liste d’attesa truccate, autonomia differenziata e collasso sociale

Introduzione
In un Paese che si vanta di avere un sistema sanitario pubblico universale, oltre sei milioni di persone hanno rinunciato a curarsi nel 2024. Non si tratta di una svista statistica o di un effetto collaterale post-pandemico: è l’evidenza drammatica di un sistema sanitario in fase avanzata di disgregazione, dove la diseguaglianza nell’accesso alle cure non è più un’eccezione ma una regola. Il tutto, mentre si continua a parlare di autonomia differenziata, una proposta che rischia di infliggere il colpo di grazia definitivo a ciò che resta del diritto alla salute. Questo articolo intende analizzare, dati alla mano, come siamo arrivati fin qui e cosa si potrebbe (e dovrebbe) fare per invertire la rotta.

  1. Una sanità sempre meno pubblica, sempre più diseguale
    Il rapporto ISTAT 2024 è un pugno nello stomaco: il 9,9% della popolazione italiana ha dovuto rinunciare alle cure, con punte che superano l’11% tra le donne. I motivi? Tempi d’attesa insostenibili (oltre il 6,8% dei casi) e costi eccessivi delle prestazioni, soprattutto in assenza di rimborsi assicurativi (5,3%).

Il sistema di liste d’attesa è ormai una farsa legalizzata, gestita da agende chiuse, appuntamenti “fantasma” e pratiche opache che falsano i dati trasmessi dalle Regioni al Ministero. Un malato che non riesce nemmeno a prenotare una visita non risulta “in lista”, e quindi il problema… non esiste.

Eppure la realtà parla chiaro: chi può, paga il privato; chi non può, rinuncia alla salute, aggravando la propria condizione e sovraccaricando il sistema emergenziale. È un circolo vizioso che mina la tenuta sociale del Paese, colpendo soprattutto chi vive con pensioni basse, chi è disoccupato, precario o vive in aree periferiche.

A tutto questo si aggiunge un dato ancora più inquietante: l’aspettativa di vita, dopo anni di crescita, sta mostrando segnali di riduzione. Secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene la media nazionale sia ancora formalmente stabile (81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne), si osserva una preoccupante tendenza alla decrescita nei segmenti più fragili della popolazione. Le condizioni sociali deteriorate, la mancata prevenzione, le malattie croniche non trattate e la rinuncia alle cure stanno portando molte persone a morire prima. Non si tratta solo di vivere peggio, ma di vivere meno. È un’inversione di tendenza che rappresenta un campanello d’allarme fortissimo.

  1. Il cortocircuito delle Regioni: un sistema ingestibile
    La sanità, che in ogni regione assorbe tra l’80 e il 90% del bilancio complessivo, è il cuore finanziario delle amministrazioni locali. Ma è anche un terreno di clientelismi, sprechi e interessi incrociati. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), l’Italia ha dato il via a una regionalizzazione della sanità che ha prodotto 20 modelli differenti, con standard assistenziali e gestionali spesso incompatibili.

Il risultato? Le Regioni più forti economicamente (come Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) hanno potuto investire in strutture, tecnologie e personale. Quelle più deboli (come Calabria, Sicilia, Campania) sono finite sotto commissariamenti continui, piani di rientro e tagli indiscriminati. Invece di un sistema di solidarietà, abbiamo costruito una gara tra disuguali.

  1. Autonomia differenziata: la tempesta perfetta
    Nel bel mezzo di questa crisi strutturale, il governo Meloni insiste sulla legge per l’autonomia differenziata, una norma che sancirebbe per legge ciò che oggi è una distorsione di fatto. Trasferire più poteri – e quindi più risorse – alle Regioni più ricche significa legalizzare il privilegio, cristallizzando le differenze territoriali.

Se questa riforma fosse attuata, la sanità diventerebbe una prestazione variabile a seconda della residenza: un cittadino del Sud avrebbe meno diritti sanitari di uno del Nord. Si aprirebbe la strada a una sanità “a statuto speciale” per chi può permettersela, e a un’emergenza umanitaria permanente per milioni di cittadini del Mezzogiorno.

  1. I trucchi per nascondere il disastro
    Come documentato anche dall’AGENAS e dalla fondazione The Bridge, le agende chiuse, i rinvii di prenotazione e i call center che invitano a “riprovare tra un mese” sono diventati strumenti sistematici per alterare i dati delle liste d’attesa. Il Ministero della Salute, a fronte di questi abusi, ha minacciato di ricorrere ai cosiddetti “poteri sostitutivi”, ovvero forme di commissariamento delle Regioni inadempienti. Ma queste misure sono state percepite come un’interferenza e osteggiate da molte amministrazioni regionali.

Nel frattempo, la realtà non aspetta: la malattia avanza, le patologie croniche peggiorano, la prevenzione crolla, e la spesa pubblica aumenta per interventi tardivi, ricoveri d’urgenza e cure intensive. L’assurdo è che, mentre si parla di tagli, il costo per la collettività è in costante aumento, proprio per l’assenza di prevenzione e continuità assistenziale.

  1. La necessità di un ritorno al controllo pubblico e nazionale
    È urgente tornare a un modello sanitario nazionale realmente pubblico, rafforzando il ruolo dello Stato, abrogando le derive del Titolo V e investendo risorse strutturali e permanenti, non solo tamponi emergenziali. Serve un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione del personale precario, investimenti massicci in medicina territoriale, digitalizzazione, e in particolare un controllo centralizzato e trasparente delle liste d’attesa.

La digitalizzazione potrebbe garantire tracciabilità, priorità automatica e auditing indipendenti sulle agende regionali. Ma senza una volontà politica forte, tutto resterà in mano a logiche localistiche e burocratiche, incapaci di garantire il diritto alla salute.

Conclusione: la sanità non è un affare regionale, è un diritto costituzionale
L’articolo 32 della Costituzione parla chiaro: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” Ma se si nasce in Calabria o in Lombardia, questo diritto non è garantito allo stesso modo. Se si è ricchi o poveri, l’accesso cambia. Se si è giovani, precari, immigrati o donne, le probabilità di rinuncia aumentano.

Questa non è una stortura. È un fallimento sistemico.

E se lo Stato non torna a fare lo Stato, l’Italia rischia di diventare un arcipelago di servizi sanitari diseguali, dove il diritto alla salute sarà un lusso per pochi e una chimera per molti. Per questo, l’alternativa non è solo tra pubblico e privato, ma tra eguaglianza e disuguaglianza strutturale, tra civiltà e abbandono.

Fonti:
• ISTAT, Report sulla rinuncia alle cure – 2024
• AGENAS, Rapporto liste d’attesa 2023-2024
• Ministero della Salute, lettere alle Regioni
• “I trucchi degli ospedali per falsare le liste d’attesa”, Il Post
• “In Italia una persona su dieci ha rinunciato a curarsi”, Il Post
• Dati bilanci regionali sanità 2023-2024
• Osservatorio GIMBE – Rapporti 2024