Non ci sono errori nel libro: Valditara vuole solo il Ministero della Verità(Dietro la censura, il vuoto del pensiero e il ritorno del fascismo eterno)

C’è una scena, ormai celebre e tristemente sintomatica, che dice tutto su chi ci governa: Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia, ospite in televisione, incalzata da un giornalista che osa chiederle conto della sua coerenza democratica, risponde facendo “bau bau”, scimmiottando il verso di una cagnolina, nella convinzione di zittire la critica con il dileggio infantile. Una performance che, più di mille discorsi, svela la qualità intellettuale e morale della nuova classe dirigente: incapace di argomentare, ridotta a smorfie e rumori, in una regressione che non è solo stilistica, ma profondamente politica.

Questo episodio non è un caso isolato, ma lo specchio fedele di una destra incapace di emanciparsi dalle radici autoritarie e fasciste da cui proviene. Quando si trova davanti a una verità scomoda, non risponde con la forza delle idee, ma con la minaccia, la censura, la derisione e – se necessario – il richiamo all’ordine costituito di altri tempi.

Censura, revisionismo e la nostalgia dell’epoca buia

Prendiamo la questione del libro di testo Trame del tempo. Un testo che si limita a mettere in fila dati di fatto: la continuità storica e ideologica tra il fascismo e Fratelli d’Italia, la natura liberticida di certi decreti, la criminalizzazione sistematica dei migranti. Niente di più, niente di meno che una fotografia del presente, condivisa da migliaia di articoli, saggi, inchieste.

Eppure, tanto basta a far saltare i nervi a Montaruli e al ministro Valditara, che, anziché entrare nel merito delle argomentazioni, invocano la censura, la rimozione del libro, la verifica inquisitoria delle sue affermazioni. Ecco il salto indietro nel tempo: si torna alla circolare ministeriale dell’8 maggio 1930, quando si imponeva che i libri di testo fossero “aderenti allo spirito e all’azione del Regime fascista”, non solo in alcune frasi, ma nell’impianto stesso del pensiero. Non una deviazione casuale, ma un progetto preciso: rimettere in piedi la scuola del Regime, non più quella della Costituzione antifascista.

Il ritorno delle leggi fasciste: la povertà di pensiero e la paura della libertà

Qui sta il nodo che va oltre il singolo provvedimento: i “nostri” governanti, di fronte ai dilemmi della modernità, non sanno elaborare pensiero nuovo, nemmeno conservatore, ma ripescano a piene mani dal bagaglio normativo del fascismo, come chi non sa più leggere il presente e si rifugia in un passato morto, per paura di ogni forma di progresso. Non si tratta solo di un legame storico, ma di una vera e propria prigione mentale. L’essenza del fascismo, ieri come oggi, è la regressione: la paura della complessità, la ricerca del nemico, la blindatura del pensiero in pochi, tetragoni dogmi. Il fascista – e chi ne eredita il metodo – non può, per definizione, progredire. Chi esce dal recinto, chi ragiona, chi argomenta e mette in discussione il potere, è pericoloso e va zittito, deriso, espulso, o – se necessario – cancellato dai libri.

Le crepe della Democrazia e la responsabilità collettiva

Ma non si può attribuire tutto solo alla pervicacia reazionaria di chi oggi siede al potere. Questi soggetti si sono insediati proprio nelle crepe della Democrazia, crepe che si sono formate nei decenni per colpa di un mancato presidio, di una vigilanza venuta meno da parte di chi doveva garantire, controllare e attuare la Costituzione. Laddove si è lasciato spazio all’incuria, loro hanno saputo insinuarsi, e ora stanno allargando queste fratture per disorganizzare l’ordine democratico, per scardinare ogni equilibrio, per far crollare l’intero impianto repubblicano. Lo fanno con il loro stile di sempre, quello fascista: approfittando della debolezza e della disattenzione di una società che ha smesso di difendere attivamente le sue conquiste. Non è solo l’assalto dall’esterno, ma il risultato di una corrosione interna, favorita da una classe dirigente che ha dimenticato la funzione critica e il dovere di memoria che spetta a chi si dice democratico.

Così si capisce perché si scelga di evocare vecchie leggi di regime, invece di affrontare la realtà con strumenti nuovi, magari anche di destra, ma degni di un Paese che si definisce moderno e democratico. La loro è una destra incapace di modernità, perché il pensiero moderno implica il dubbio, la dialettica, la tolleranza, la libertà di critica: tutte cose che fanno paura a chi ha solo dogmi e slogan.

La scuola come campo di battaglia della democrazia

Non è un caso se, ovunque nel mondo, la destra estrema – direttamente o latamente fascista – ha messo le mani sulla scuola molto più della sinistra neoliberale. La scuola è il primo luogo dove si forma il pensiero critico, l’ultimo baluardo di una democrazia reale. Ecco perché si accaniscono contro i libri “non graditi”, ecco perché riscrivono le Indicazioni nazionali, affidando a personaggi come Galli della Loggia il compito di restaurare il nazionalismo più retrivo e paranoico.

Quello che non riescono a dire, lo urlano con i provvedimenti, con la censura, con la minaccia. Non è la scuola della Repubblica, non è la scuola della Costituzione, non è la scuola della pace e dell’antifascismo: è la scuola del sospetto, della paura, della fedeltà all’ordine.

Ministero della Verità, orwellismo reale

Le richieste di “verificare” i libri, di controllare che nessuno si discosti dalla verità di regime, sono la versione attuale del Ministero della Verità di orwelliana memoria. Valditara non vuole garantire la libertà di insegnamento, ma normalizzare, omologare, soffocare la storia e la memoria collettiva. C’è poco da ridere: è l’anticamera della censura, la violazione esplicita della Costituzione, come ha ricordato Alessandro Laterza.

Il risultato è un Paese sempre più chiuso, impaurito, intollerante: un Paese dove il dissenso non si discute, si elimina; dove il pensiero non si argomenta, si deride (“bau bau”); dove la verità non si ricerca, si impone.

Contro il fascismo eterno: non basta vedere, bisogna reagire

Michela Murgia aveva ragione: “fascista è chi il fascista fa”. Ma il problema è che molti italiani fanno ancora finta di non vedere, accontentandosi delle smorfie e delle scenette in tv, pensando che siano solo folklore. Ma il folklore, quando diventa potere, è sempre pericoloso. Soprattutto quando dietro la maschera c’è il nulla del pensiero e il vuoto della democrazia.

Forse è il momento di svegliarsi davvero: non solo per chi scrive e pubblica libri, ma per chiunque voglia vivere in un Paese dove la libertà, la critica e la memoria non siano solo parole vuote. La scuola è il primo campo di battaglia: se cede quella, tutto il resto è già perso.

Fonte: articolo di Tomaso Montanari pubblicato sul fatto quotidiano

“Il campo di morte umanitario: Gaza, la fame usata come arma e il genocidio che l’Occidente non vuole vedere”

“La storia ci giudicherà non solo per le nostre azioni, ma per il nostro silenzio”

— Primo Levi

  1. Un nuovo capitolo dell’orrore: testimonianze dal cuore di Gaza

Il 27 giugno 2025, il quotidiano israeliano Haaretz ha pubblicato un reportage senza precedenti firmato da Nir Hasson, Yaniv Kubovitsch e Bar Peleg:
“‘È un Killing Field’: ai soldati dell’IDF è stato ordinato di sparare deliberatamente ai cittadini di Gaza disarmati in attesa di aiuti umanitari”.
L’articolo, frutto di interviste a soldati e ufficiali delle Forze Armate israeliane (IDF), squarcia il velo su una prassi sistematica: l’ordine di sparare per uccidere o ferire civili palestinesi disarmati, spesso bambini e donne, ammassati in attesa di un pacco di farina o di qualche scatola di cibo davanti ai cosiddetti centri “umanitari”.

Non siamo di fronte a “tragici errori”, ma a una pratica pianificata e ripetuta, legittimata dai comandanti e giustificata dall’ideologia che vede in ogni palestinese un potenziale nemico. Il risultato: centinaia di morti e migliaia di feriti negli ultimi mesi — 549 uccisi vicino ai punti di distribuzione dal 27 maggio secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, più di 4.000 feriti — in un silenzio che pesa come una pietra sulle coscienze dell’umanità.

  1. La fame come arma: quando l’“aiuto” diventa trappola mortale

I centri di distribuzione degli aiuti, gestiti dal cosiddetto Gaza Humanitarian Fund (GHF), sono in realtà una costruzione ambigua: creati su iniziativa israeliana con il supporto di evangelici americani legati a Trump e Netanyahu, sono presidiati militarmente dall’IDF che controlla ogni accesso, decide chi vive e chi muore.
L’illusione della solidarietà occidentale si svela come uno strumento di controllo:
• Il cibo arriva solo a chi rischia la vita,
• La fame si trasforma in un dispositivo di selezione naturale,
• Le folle affamate sono trattate come “minacce” da disperdere con proiettili, mortai, lanciagranate.

“È un Killing Field, un campo di morte”, testimonia un soldato israeliano.
Non vengono usati metodi di dispersione non letali: nessun lacrimogeno, nessun idrante, ma solo fuoco vivo. Uomini, donne, bambini.
Quando la sopravvivenza diventa una roulette russa, la fame cessa di essere una tragedia umana e diventa uno strumento di guerra, di umiliazione, di annientamento morale.

  1. Un genocidio annunciato: la memoria della storia e la complicità dell’Occidente

Quello che avviene oggi a Gaza ha una radice profonda:
l’uso della fame come arma di guerra, il targeting deliberato dei civili, il disprezzo per la vita “non occidentale” — tutti elementi già condannati dalla storia e dal diritto internazionale.
• Diritto internazionale umanitario:
Gli articoli 49 e 53 della Quarta Convenzione di Ginevra vietano il trasferimento forzato di civili e la distruzione di beni essenziali alla sopravvivenza. L’art. 54 del Protocollo aggiuntivo vieta di affamare la popolazione civile come metodo di guerra (Fonte: ICRC).
• Il Tribunale di Norimberga (1945-46):
Per la prima volta, la fame indotta e l’annientamento dei civili vennero giudicati crimini contro l’umanità. Gli stessi principi oggi sono ignorati proprio da quei governi che si proclamano eredi della “civilizzazione occidentale”.
• Precedenti storici:
• Assedio di Leningrado (1941-44):
1,5 milioni di civili morirono di fame a causa dell’assedio nazista, un crimine mai dimenticato nella memoria europea.
• Embargo iracheno (1990-2003):
Secondo l’UNICEF, oltre 500.000 bambini iracheni morirono a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’ONU.
Madeleine Albright, allora Segretario di Stato USA, dichiarò:
“Ne valeva la pena”.
• Guerra del Biafra (1967-1970):
La fame come arma portò alla morte di almeno un milione di civili nigeriani.

A Gaza si sta ripetendo lo stesso copione, ma con una novità inquietante:
l’ipocrisia e la copertura di chi dovrebbe garantire i diritti umani.

  1. La menzogna dell’“esercito più morale del mondo”

Di fronte a testimonianze tanto chiare, il governo israeliano e il suo primo ministro Netanyahu ripetono ossessivamente la formula:
“L’esercito israeliano è il più morale del mondo”.
La realtà è un’altra, come documentano anche numerose ONG internazionali:
• Human Rights Watch (2024):
Denuncia l’uso sistematico della forza letale contro civili, la distruzione deliberata delle infrastrutture, la negazione di cibo, acqua e medicine (HRW, “Gaza: Starvation used as weapon of war”).
• ONU, Commissione d’Inchiesta su Gaza (2024-2025):
Più rapporti ONU affermano che Israele sta violando il diritto internazionale umanitario, commettendo “crimini contro l’umanità, incluso il genocidio” (Fonte: Report UNHRC, 12/6/2024).
• Medici Senza Frontiere e Oxfam:
Riferiscono di bambini morti di fame e disidratazione nei campi profughi, testimonianze raccolte anche dalla BBC e da Al Jazeera (MSF, 2024; Oxfam, 2024).

Eppure, nel discorso pubblico occidentale, queste voci vengono ignorate, minimizzate, o tacciate di “antisemitismo” per chiunque osi denunciare la realtà.

  1. Complicità e silenzio: il fallimento morale dell’Occidente

La responsabilità non è solo israeliana.
Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea continuano a fornire armi, copertura diplomatica e sostegno finanziario a Israele.
Ogni risoluzione dell’ONU che chieda un cessate il fuoco viene bloccata dai veti occidentali.
La stampa mainstream, con rarissime eccezioni (come Haaretz e The Guardian), si limita a ripetere i comunicati ufficiali o a ignorare le testimonianze più scomode.

Nel frattempo, la “società civile” occidentale — dalla sinistra riformista ai movimenti pacifisti storici — fatica a rompere il muro della complicità, temendo isolamento, censura, o accuse strumentali di antisemitismo.
La lezione della Shoah, della Nakba, dei genocidi del Novecento viene tradita proprio da chi si fa scudo della Memoria per giustificare l’ingiustificabile.

  1. Quando la fame diventa genocidio: la definizione delle Nazioni Unite

Secondo la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948, art. II),
si parla di genocidio anche quando vi è “l’imposizione intenzionale di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica totale o parziale di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Affamare deliberatamente un popolo, impedirgli l’accesso a cibo, acqua e cure, ucciderlo mentre tenta di sopravvivere: questa è la definizione stessa di genocidio.

  1. La memoria e la necessità della denuncia

Restare “senza parole” di fronte a questa realtà è un riflesso umano.
Ma il silenzio, oggi, è complicità.
Dobbiamo nominare il crimine, ricordare le vittime, pretendere verità e giustizia.
Non c’è spazio per ambiguità o neutralità:
quello che accade a Gaza è il banco di prova della coscienza occidentale, è la linea che separa la civiltà dalla barbarie.

Fonti e riferimenti
• Nir Hasson, Yaniv Kubovitsch, Bar Peleg, Haaretz, 27/6/2025
• Human Rights Watch, “Gaza: Starvation used as weapon of war”, 2024
• UN Human Rights Council, “Report of the Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel”, 12/6/2024
• Medici Senza Frontiere, msf.org/gaza
• Oxfam International, oxfam.org/gaza
• Convenzione di Ginevra IV (1949), art. 49, 53, 54 (ICRC)
• United Nations Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide, 1948 (UN)
• BBC News, “Gaza food crisis: Children starving to death”, 2024
• Al Jazeera English, “Starvation in Gaza: Israel using hunger as a weapon”, 2024

Conclusione

Nessun popolo, nessun essere umano, dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la fame e la morte per il solo “crimine” di esistere.
Gaza è la nostra cartina di tornasole: o la denuncia rompe il silenzio, o il genocidio diventerà la nuova normalità dell’Occidente.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”
— Primo Levi

Per chi vuole approfondire, tutte le fonti sono consultabili tramite i link diretti.
Condividere è un dovere morale, non solo informativo.

La relazione della Cassazione che smaschera il Decreto Sicurezza: quando un governo diventa incompatibile con la Repubblica nata dalla Resistenza

La relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione non è un semplice documento giuridico: è un atto di verità che risuona come un monito, come una voce profonda che richiama ciascuno di noi al senso più autentico di appartenenza repubblicana. Non si limita a indicare lacune o imperfezioni tecniche, ma smonta, con chirurgica precisione, l’intera impalcatura del cosiddetto Decreto Sicurezza, rivelandone la natura strutturalmente anticostituzionale. È un grido silenzioso, ma potente, che ci interroga: che ne è della Costituzione nata dalla lotta partigiana contro il nazifascismo, se chi governa se ne fa beffe?

Dentro questa relazione c’è la dignità di un Paese che si fonda sulla democrazia sostanziale, non su una maggioranza parlamentare costruita da leggi elettorali truffaldine. La Cassazione denuncia come il Decreto Sicurezza, lungi dall’essere un testo a tutela dell’ordine pubblico, sia piuttosto un minestrone pericoloso di norme disparate, create per restringere le libertà, reprimere il dissenso, marginalizzare i poveri e normalizzare la paura come strumento di governo. Nessuna reale urgenza, nessuna necessità concreta. Solo la volontà politica di governare con la paura, instaurando un clima di eccezione permanente che ricorda, nelle sue fondamenta giuridiche, le leggi fascistissime del 1924.

Un abuso della decretazione d’urgenza che viola la Costituzione

La Relazione smaschera la vera natura dell’operazione politica: il governo ha trasformato un disegno di legge già prossimo all’approvazione in decreto-legge per accelerarne l’iter, calpestando l’art. 77 della Costituzione. Nessun caso straordinario di necessità e urgenza giustificava la scelta. La Cassazione, riportando il parere unanime dei costituzionalisti, parla di “colpo di mano” che umilia il Parlamento e trasforma la decretazione d’urgenza da strumento eccezionale a scorciatoia politica.

Si tratta di una pratica pericolosa, che esautora il Parlamento dalla sua funzione legislativa, riducendolo a un organo di ratifica. La relazione evidenzia come questa forzatura violi il principio del bicameralismo paritario (art. 55 Cost.) e la riserva di legge in materia penale, elemento cardine di garanzia per i diritti fondamentali.

Una bulimia punitiva senza giustificazione

Il Decreto Sicurezza introduce:
• nuove fattispecie di reato, anche già depenalizzate in passato;
• nuove aggravanti generali e speciali;
• un inasprimento generalizzato delle pene.

Una vera bulimia punitiva, come la definisce la Cassazione, che non nasce da esigenze di giustizia, ma da una visione securitaria e autoritaria della società, dove la legge penale diventa strumento di paura e dominio.

L’articolo 31 e l’impunità dei servizi segreti

C’è un passaggio, nella relazione, che scuote più di altri: la critica all’articolo 31, che conferisce ai servizi segreti poteri speciali e deroghe ai normali limiti di legge. Un articolo che crea sacche di impunità e sottrae intere attività al controllo della magistratura. In un Paese fondato sul principio di legalità, l’idea stessa che un apparato dello Stato possa agire senza rispondere alla legge è la negazione dell’ordine democratico. Qui il diritto si piega alla ragion di Stato, l’interesse pubblico viene sostituito dall’interesse di potere, il cittadino non è più persona ma bersaglio potenziale. E in questo scivolamento silenzioso, che passa inosservato tra la confusione mediatica, si consuma la vera tragedia di un popolo: la perdita della libertà senza che nemmeno se ne accorga.

Una critica unanime dalle istituzioni giuridiche

L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’OSCE e l’ONU hanno denunciato questo decreto come pericoloso, discriminatorio verso migranti e minoranze, e in violazione dei diritti umani fondamentali. Persino l’Unione Camere Penali ha deliberato un’astensione dalle udienze, definendolo un abuso della decretazione d’urgenza senza alcuna base costituzionale.

La funzione alta del Capo dello Stato

Ma la relazione Cassazione non parla solo ai giuristi. Parla al Paese intero, dicendo chiaramente che la legittimità politica non può essere ridotta a una formula aritmetica di seggi parlamentari. Non si governa un popolo quando la propria azione è incompatibile con i principi della Costituzione. La Costituzione è legge suprema non solo perché lo stabilisce un articolo, ma perché rappresenta il patto fondativo tra lo Stato e i cittadini. Senza rispetto per questo patto, ogni maggioranza diventa usurpazione, ogni decreto diventa imposizione, ogni legge diventa oppressione.

Ed è qui che si apre una riflessione sulla funzione alta del Capo dello Stato. Nella sua veste di garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica non è un notaio che ratifica decisioni politiche, ma un custode della legalità costituzionale. Se un governo, pur formalmente legittimo in Parlamento, si rivela sostanzialmente incompatibile con i principi supremi dell’ordinamento, è prerogativa – e forse dovere – del Capo dello Stato valutare la possibilità di sciogliere le Camere e restituire al popolo la sovranità che la Costituzione gli attribuisce come fonte originaria di ogni potere. Perché la democrazia non è dominio della maggioranza, ma rispetto dei diritti di tutti. Perché la Repubblica non è un possedimento di chi vince le elezioni, ma una casa comune costruita con il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà.

Un appello etico oltre il diritto

In questo senso, la relazione Cassazione è più di un atto giuridico. È un testo filosofico, un appello al diritto come scienza della giustizia e non come tecnica del dominio. Ci ricorda che ogni legge deve discendere dalla Costituzione come un fiume dalla sorgente, e non come un torrente in piena che travolge tutto ciò che incontra. E ci chiede di non accontentarci di un governo che considera la Carta un ostacolo da aggirare: la Costituzione è il limite al potere, e senza limiti il potere diventa tirannia.

Oggi, mentre il Paese si confronta con la crisi di legittimità morale di questo esecutivo, la relazione Cassazione n. 33/2025 diventa un manifesto civile. Non ci chiede solo di indignarci. Ci chiede di agire, di alzare la testa, di non abituarci alla deriva. Ci ricorda che la democrazia non è un dono, ma una conquista quotidiana, fragile, esigente. E che ogni volta che restiamo in silenzio davanti alla sua violazione, perdiamo un pezzo della nostra libertà, della nostra dignità, della nostra storia.

Polizia politica e infiltrazioni: l’ombra inquietante della deriva autoritaria

La notizia riportata da Fanpage e rilanciata con forza da Luigi de Magistris apre un interrogativo oscuro e pericoloso per la tenuta democratica del nostro Paese: cinque poliziotti infiltrati in movimenti e partiti politici come “Potere al Popolo” e “Cambiare Rotta” in più città italiane. Non parliamo di associazioni criminali, né di organizzazioni terroristiche, ma di realtà tutelate esplicitamente dalla nostra Costituzione.

Questa operazione inquietante avviene sotto l’assordante silenzio del governo, che sembra aver perso ogni interesse verso l’obbligo di trasparenza e responsabilità democratica. Sorge spontanea una domanda cruciale: chi ha deciso e coordinato queste infiltrazioni? Quale ruolo hanno avuto il ministro dell’Interno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, e la stessa presidente del Consiglio?

La giustificazione dell’antiterrorismo appare debole, pretestuosa e profondamente inquietante. Usare lo spettro del terrorismo per criminalizzare dissenso e protesta riporta alla mente le peggiori pagine della storia italiana degli anni ‘70, quando l’emergenza comunista diventava il pretesto per instaurare un regime di eccezione permanente. Non a caso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, nella relazione n. 33/2025, ha appena definito il cosiddetto “Decreto Sicurezza” come un grottesco “minestrone pericoloso” che mescola insieme, senza criterio, mafia, migranti, canapa e dissenso politico.

La Cassazione ha evidenziato con chiarezza che questo decreto non colpisce semplicemente chi delinque, ma soprattutto chi dissente, chi protesta, chi resiste pacificamente. In altre parole, questo decreto rappresenta una minaccia diretta alla libertà d’espressione e ai diritti costituzionali fondamentali. Una vera e propria “licenza a delinquere” per apparati dello Stato, nel nome di una presunta sicurezza che diventa sempre più spesso sinonimo di repressione.

Ma c’è un punto ancora più grave e pericoloso, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’articolo 31 del Decreto Sicurezza.
Questo articolo, tra i più discussi e contestati, attribuisce ai servizi segreti italiani poteri speciali e forme di immunità ulteriori rispetto alla già ampia cornice legislativa esistente. In nome della prevenzione del terrorismo e della “sicurezza nazionale”, l’articolo 31 consente agli apparati di intelligence di operare in deroga alle norme ordinarie, sottraendosi anche ai normali controlli della magistratura. Si introduce così una zona d’ombra istituzionale, nella quale le attività dei servizi possono spingersi fino a lambire (o travalicare) il confine della legalità, con rischi enormi per i diritti fondamentali, la privacy e la libertà di partecipazione politica.

Ma c’è di più: mentre il governo impiega ogni mezzo per reprimere e delegittimare l’opposizione democratica, consente ai suoi gruppi di riferimento più estremisti di inneggiare impunemente al fascismo. Basta ricordare il servizio di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia e sulle pratiche neofasciste tollerate negli ambienti del partito. Mentre le forze dell’ordine sfrattano con la forza famiglie e occupanti in assenza di una reale politica per il diritto alla casa, gli stessi apparati dello Stato chiudono più di un occhio su storiche occupazioni illegali come quella di CasaPound a Roma, lasciando indisturbati i portabandiera dell’estremismo di destra. Questo doppio standard, questo “doppio pesismo” è la prova tangibile di una gestione del potere che usa la legge come clava contro chi si batte per i diritti e la giustizia sociale, e come scudo per chi inneggia alla restaurazione autoritaria.

Infiltrare movimenti politici pacifici, studenteschi e sociali significa instaurare di fatto una polizia politica, che monitora e controlla chi si batte per un cambiamento democratico. Questo è incompatibile con lo stato di diritto. Non si può accettare che la democrazia sia sacrificata sull’altare della paura e del controllo. Non si può tollerare che dissenso e contestazione vengano etichettati come terrorismo.

Ecco perché oggi, di fronte a questo doppio binario dell’autoritarismo e della repressione selettiva, bisogna alzare l’asticella dell’urgenza e dell’attenzione.
Siamo a un bivio cruciale per la nostra democrazia: il rischio non è più solo teorico, ma concreto e sotto gli occhi di tutti. Tocca a chi crede nella Costituzione, nella libertà e nella giustizia farsi sentire prima che il silenzio diventi complicità e la libertà un lontano ricordo.

Dittatori e burattini: il riarmo NATO, la sottomissione dell’Italia e l’Occidente in ginocchio

L’Italia si impegna a destinare il 5% del PIL alle spese militari entro il 2035, in ossequio ai diktat USA. Un articolo di denuncia sul servilismo atlantista, l’attacco all’Iran, la complicità col genocidio palestinese e l’urgenza di un fronte per la pace e la giustizia sociale.

❖ Altro che “si vis pacem, para bellum”: qui si prepara la guerra, e la si prepara contro i popoli.

Nel vertice NATO dell’Aja è stata siglata la condanna a morte del welfare europeo. Giorgia Meloni, nel consueto esercizio di servilismo travestito da statalismo muscolare, ha firmato l’impegno a portare la spesa militare italiana al 5% del PIL entro il 2035:
• 3,5% per armamenti, stipendi e pensioni militari
• 1,5% per “sicurezza nazionale” (cyber, infrastrutture, difesa industriale)

Un totale da 700 miliardi di euro in dieci anni. Una cifra spaventosa che verrà estorta ai cittadini italiani attraverso tagli draconiani a sanità, scuola, pensioni e assistenza sociale. O con un aumento delle tasse che colpirà i ceti popolari.

❖ Mark Rutte: il maggiordomo della guerra

L’episodio più emblematico del degrado istituzionale europeo è racchiuso nel messaggio privato inviato da Mark Rutte a Donald Trump, poi pubblicato su Truth Social:

“Dear Donald, congratulations and thank you for your decisive action in Iran. Europe is going to pay in a BIG way. Something no American president in decades could get done.”

Una genuflessione perfetta. Applausi al bombardamento dei siti nucleari iraniani. Benedizione al modello imperiale americano. Umiliazione di tutta l’Europa.

❖ Iran sotto attacco: la guerra invisibile e i silenzi colpevoli

Facciamo chiarezza. L’Iran non ha “risposto”. Ha subito:
• 13 giugno: Israele bombarda i siti nucleari iraniani a Natanz.
• 22 giugno: gli USA colpiscono con bombardieri B‑2 e bombe penetranti GBU‑57 i centri di Fordow, Isfahan e di nuovo Natanz.
• Gli effetti sono parziali. Ma l’obiettivo è chiaro: destabilizzare, provocare, spingere l’Iran al limite.

Trump si vanta. Netanyahu applaude. L’Europa tace. E l’Italia si accoda.

❖ La Palestina cancellata dal discorso europeo

Gaza continua a morire. Tra bombardamenti, carestia artificiale e sistematica distruzione delle infrastrutture civili, la “sicurezza di Israele” è diventata la foglia di fico della barbarie occidentale.
E Giorgia Meloni, invece di difendere il diritto internazionale, non trova il coraggio di nominare nemmeno la parola Palestina. Solidarizza con il regime suprematista teocratico israeliano. E parla di pace evocando la guerra:

“Si vis pacem, para bellum”
Un motto abusato da chi brandisce la Costituzione solo quando fa comodo. Perché l’articolo 11 recita altro:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.”

❖ Sánchez dice NO. E noi?

In questo scenario grigio, arriva l’unico NO politico d’Europa: quello della Spagna di Pedro Sánchez, che ha rifiutato di sottoscrivere l’impegno al 5%. Non ha lasciato la NATO, non ha messo in discussione tutto.
Ma ha fatto ciò che nessun altro ha osato: ha detto basta all’austerità bellica.
Una crepa nel monolite atlantista. Una boccata d’aria che dimostra che un’altra posizione è possibile.

❖ Serve un Fronte per la Pace e la Giustizia Sociale

È ora di passare all’azione politica e culturale. Serve un Fronte popolare per la Pace e la Giustizia Sociale, che ponga fine all’ipocrisia e dica:
• NO al 5% del PIL per la guerra
• NO alla NATO come braccio armato delle oligarchie
• NO al genocidio del popolo palestinese
• NO al dominio della teocrazia suprematista israeliana

E che affermi:
• SÌ a diritti, lavoro, scuola, salute
• SÌ alla neutralità attiva e alla sovranità democratica
• SÌ a una politica estera coerente con la Costituzione

Chi tace, chi tergiversa, chi finge di non vedere, è complice.

❖ ribaltiamo il tavolo

Mentre miliardi vengono destinati alle armi, milioni di cittadini restano senza cure, senza casa, senza futuro.
La guerra non è sicurezza. Il riarmo non è progresso.
È un furto. Un disastro. Un crimine sociale.

Pace, diritti, dignità: questo è il nostro programma.
Ribaltare il tavolo, ora. Prima che sia troppo tardi.

NoAlRiarmo #FronteDellaPace #GiustiziaSociale #DifendiamoLaCostituzione #FuoriDallaNATO #Stop5PerCento #ConLaPalestina #ControLaGuerra

Dove sono finiti 400.000 gazawi? Il silenzio che copre un’assenza di massa

Un’ombra lunga e tragica si stende su Gaza. Non è fatta solo di macerie, bombardamenti e fame. È fatta di numeri mancanti, di assenze che non trovano spiegazione. Ed è forse la forma più perversa della disumanizzazione: non vedere neppure i corpi, cancellare le persone dalle statistiche della vita.

La denuncia: 377.000 persone scomparse

Secondo lo studio pubblicato recentemente dal professor Yaakov Garb, associato di Sociologia e Antropologia e collaboratore di Harvard Dataverse, il numero dei gazawi scomparsi ammonta a circa 377.000 persone. Non si tratta di una stima azzardata, ma del risultato di una triangolazione semplice e implacabile: la popolazione di Gaza prima dell’invasione del 7 ottobre 2023 era di 2,227 milioni; oggi, secondo i dati dell’IDF, ne risultano 1,85 milioni ancora presenti.

La differenza è drammatica, allarmante. Eppure nessuna istituzione internazionale – né l’ONU, né la Corte Penale Internazionale, né i governi cosiddetti democratici – si è fatta carico seriamente di indagare che fine abbiano fatto quasi 400.000 esseri umani. Si continua a parlare di aiuti, di tregue, di equilibri geopolitici, ma non si cerca chi manca. E l’assenza – questa volta – grida.

Una differenza che fa paura

I dati ufficiali forniti dalle autorità israeliane distribuiscono così la popolazione attuale:
• 1 milione a Gaza City
• 500.000 ad al-Mawasi
• 350.000 nella parte centrale della Striscia

Totale: 1,85 milioni.

E allora, dove sono i restanti 377.000? Non possono essere tutti tra i morti ufficiali, oggi stimati a 56.077 dal Ministero della Sanità palestinese. La discrepanza è gigantesca: sei volte il numero dei cadaveri identificati, ammesso che siano davvero tutti registrati, ammesso che ci sia stato modo di contarli sotto le macerie, ammesso che gli scavi siano stati consentiti.

Ma la realtà è ben diversa. A Gaza, come denuncia anche l’Onu, migliaia di corpi sono intrappolati sotto le rovine senza possibilità di essere estratti. Intere famiglie sono state vaporizzate in un colpo solo, cancellate da palazzi sbriciolati dai F-35 israeliani. Non resta nulla da contare. Solo il vuoto.

Una nuova ingegneria dell’occultamento

Il sospetto che emerge dallo studio di Garb – e che molti osservatori internazionali iniziano a prendere sul serio – è che la soppressione delle ONG locali e internazionali, sostituite dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) a partire dal 26 maggio 2025, abbia reso più opaco il monitoraggio reale della popolazione. L’ONG americana, sotto la supervisione di Washington e di Tel Aviv, ha preso il controllo degli aiuti dopo la dissoluzione forzata di oltre 400 organizzazioni non governative e 15 agenzie dell’ONU precedentemente attive sul territorio.

Le zone in cui oggi si distribuiscono gli aiuti – guarda caso – coincidono perfettamente con le tre aree stimate dall’IDF come attualmente abitate, mentre il resto della Striscia è un deserto di rovine. Ma se la popolazione viva è solo quella che si presenta ai centri di distribuzione, il conteggio ufficiale rischia di essere strumentalmente falsato. I non presenti non esistono più. E non si tratta solo di sfollati: sono fantasmi.

Bombe anche sugli aiuti

Come se non bastasse, è emerso un altro dato agghiacciante. Jonathan Whittall, capo dell’Ufficio Umanitario dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato che almeno 400 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di ricevere aiuti umanitari, bersagliati dalle truppe israeliane nei pressi dei punti di distribuzione gestiti dalla GHF. La fame è diventata una trappola. La consegna di aiuti un’operazione bellica camuffata. Le file di disperati sono diventate obiettivi legittimi per chi non vede nei gazawi esseri umani, ma potenziali miliziani.

Il genocidio che non vuole farsi contare

Questa contabilità dell’orrore ci sbatte in faccia un fatto sconvolgente: stiamo assistendo al primo genocidio algoritmico e selettivo, dove la morte viene spacchettata, nascosta, ridefinita. Un genocidio non solo di corpi, ma anche di identità, di dati, di presenza. Si colpisce il censimento stesso della vita, si alterano le statistiche, si confondono le fonti.

La macchina della morte non uccide solo. Cancella. Scompare. Sputtana il numero per rendere insignificante la carne. E così possiamo continuare a dibattere di geopolitica, di diplomazia, di due popoli e due stati, come se questi 377.000 esseri umani non fossero mai esistiti.

Eppure ci sono madri che cercano figli, fratelli che non trovano più genitori, anziani che vagano senza sapere se i loro quartieri esistano ancora. Gaza è diventata una zona di sperimentazione dell’invisibilità umana.

L’Occidente, la stampa e il crimine dell’indifferenza

Intanto, i media mainstream continuano a parlare di “vittime collaterali”, di “conflitto complesso”, di “reazioni sproporzionate”, ma nessuno osa chiamare questa cosa col suo nome: genocidio. E nessuno osa chiedersi, davvero, dove siano finiti i 377.000 gazawi mancanti.

Il dato è troppo grande per essere un errore. È troppo preciso per essere una coincidenza. Ed è troppo comodo per chi vuole continuare a normalizzare l’orrore.

Serve il coraggio della verità, serve il coraggio della denuncia. Non possiamo più permetterci di ridurre le persone a numeri, ma non possiamo nemmeno fingere che i numeri non parlino. E questo, oggi, gridano: 400.000 vite sono sparite. E con loro, la nostra coscienza.

La fine della conoscenza libera: l’intelligenza artificiale e il collasso epistemico programmato

Nell’epoca in cui la quantità ha soppiantato la qualità, in cui l’efficienza è diventata un dogma e la verità un’opinione soggettiva mediata da algoritmi, l’umanità rischia di precipitare in una nuova forma di ignoranza: una ignoranza automatizzata, riprodotta, sterilizzata. Non è più l’oscurantismo religioso a minacciare la conoscenza, ma il culto della macchina che impara da se stessa.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale generativa, esplosa a partire dal 2022 con il lancio di ChatGPT, sta producendo un effetto collaterale devastante: la contaminazione dei dati. Come la pioggia radioattiva seguita ai test nucleari del secolo scorso, i contenuti prodotti da modelli IA si sono diffusi ovunque, mimetizzandosi tra le parole scritte dall’uomo, alterando l’ambiente informativo globale.

Questa contaminazione è tutt’altro che innocua. I dati generati dalle IA, per quanto sofisticati, non sono frutto di esperienza, osservazione o responsabilità umana: sono frutto di previsioni statistiche, reiterazioni e probabilità. Quando nuovi modelli vengono addestrati su questi dati sintetici, si rompe la catena della conoscenza, come un’eco che si ripete svuotandosi a ogni rimbalzo. È il fenomeno che gli esperti chiamano model collapse: la regressione verso l’insignificanza, la perdita di senso e di verità nella ripetizione autoreferenziale dell’intelligenza.

Il problema non è solo tecnico: è politico. Perché l’accesso ai “dati puri”, non contaminati da contenuti generati da IA, diventa una nuova forma di potere. Chi possiede archivi di conoscenza autentica – testi, codice, dialoghi, letteratura, pensiero critico prodotto da esseri umani – può costruire modelli migliori, più affidabili, più performanti. Tutti gli altri saranno condannati a utilizzare intelligenze artificiali addestrate su contenuti tossici, degradati, superficiali.

Ecco che si disegna un futuro oligarchico della conoscenza: chi ha accesso ai dati incontaminati – le grandi corporation, gli apparati militari, alcuni centri di ricerca alleati ai governi – può plasmare il sapere, la memoria storica, le narrazioni ufficiali. Gli altri dovranno accontentarsi delle “fotocopie digitali” di un pensiero umano sempre più distante, inaccessibile, custodito dietro paywall, brevetti o segreti industriali.

Siamo davanti a una nuova forma di colonialismo epistemico: la privatizzazione della conoscenza e la disattivazione del pensiero critico, sostituito da interfacce amichevoli e contenuti sempre più addomesticati. Si vuole ridurre l’umanità a un popolo di utenti che chiedono alle macchine “cosa pensare”, mentre le macchine imparano da se stesse e dimenticano l’uomo.

La politica tace o si piega. Gli Stati Uniti e il Regno Unito adottano approcci deregolamentati, temendo di rallentare l’“innovazione”. L’Europa, con l’AI Act, tenta una timida regolazione, ma sempre dentro la cornice neoliberale: non toccare il profitto, limitati a minimizzare i danni.

In realtà, la posta in gioco è la democrazia cognitiva. Se non interveniamo ora per proteggere e garantire un accesso equo ai dati non contaminati, per promuovere modelli aperti, verificabili, pluralisti, rischiamo di consegnare il futuro del pensiero umano a pochi monopoli tecnocratici, che decideranno cosa è vero, cosa è ammissibile, cosa è pensabile.

Non è una guerra tra uomini e macchine. È una guerra tra i pochi che dominano la macchina e i molti che ne subiranno gli effetti.

Serve una nuova Costituente del digitale. Serve un diritto all’intelligenza non mediata. Serve un’ecologia della conoscenza. Perché la verità, per essere libera, ha bisogno di essere umana.

📚 Fonti
1. The Register – Thomas Claburn (15 giugno 2025)
“AI + ML: Il lancio di ChatGPT ha inquinato il mondo per sempre, come i primi test sulle armi atomiche”
Link diretto: https://www.theregister.com/2025/06/15/ai_model_collapse_pollution/
– Articolo che introduce l’analogia tra la contaminazione radioattiva post-1945 e l’inquinamento dei dati nell’era dell’IA generativa.
2. Shumailov, Ilia et al. (2023)
“The Curse of Recursion: Training on Generated Data Makes Models Forget”
– Paper accademico che analizza il rischio di model collapse quando i modelli di IA vengono addestrati su dati generati da altri modelli.
DOI: https://arxiv.org/abs/2305.17493
3. Maurice Chiodo et al. (2024)
“Legal Aspects of Access to Human-Generated Data and Other Essential Inputs for AI Training”
– Documento redatto da accademici del Centre for the Study of Existential Risk (University of Cambridge) e altre istituzioni europee.
[Fonte citata indirettamente su The Register; documento non ancora peer-reviewed al momento della pubblicazione]
4. Open Philanthropy – Alex Lawsen (2025)
– Osservazioni critiche sul paper di Apple riguardante il test di reasoning collapse nei modelli LLM (OpenAI, Claude, Gemini).
Fonte indiretta: citazione su The Register, articolo del 15/06/2025
5. Arctic Code Vault (GitHub/Internet Archive)
– Archivio di codice preservato prima dell’espansione dell’IA generativa, usato come esempio di “dati incontaminati”.
https://archiveprogram.github.com/arctic-vault/
6. Approfondimenti generali su “low-background steel” (acciaio a basso fondo):
– Wikipedia, scientific journals, e database storici sulla produzione di acciaio pre-1945 e il suo utilizzo nella medicina nucleare e nella fisica delle particelle.

Repressione di Stato: il Decreto Sicurezza che criminalizza il dissensoDalle tangenziali di Bologna ai tribunali: l’Italia scivola verso una democrazia punitiva

Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.

Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.

Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”

La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.

L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.

La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice

La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.

Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.

E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.

Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.

Bologna non è un caso isolato

Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.

Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.

La sicurezza? Solo uno slogan

Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.

Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.

Una giustizia piegata al potere

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.

E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.

La maschera è caduta: un governo fascistoide

Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.

In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.

dalla sicurezza al silenziamento

Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.

In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.

“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)

Silenzio Armato: l’Italia nel mirino del conflitto USA-Iran tra basi NATO, caro-energia e fragilità politica

C’è un silenzio che pesa come piombo nei corridoi di Palazzo Chigi. Nessuna telefonata, nessuna richiesta formale, nessuna nota diplomatica è giunta finora da Washington. Eppure, quel silenzio inquieta più di mille parole. Perché l’Italia è lì, sospesa nel limbo tra alleanza e complicità, tra subalternità atlantica e resistenza formale. “Speriamo che non chiami”, sussurrano sottovoce nei palazzi del potere, alludendo a Donald Trump, regista dell’attacco unilaterale contro l’Iran. Se da Washington arrivasse la richiesta ufficiale di utilizzo delle basi militari italiane per sostenere la macchina bellica americana, per Giorgia Meloni e il suo governo si aprirebbe una voragine politica e istituzionale.

Un Paese informato a cose fatte

L’attacco missilistico americano all’Iran ha colto Roma di sorpresa. La premier Meloni, svegliata alle due di notte non da un alleato ma da canali militari interni, ha dovuto affrontare una crisi diplomatica e strategica con il peso aggiuntivo di un’umiliazione: nessun preavviso da parte della Casa Bianca. A essere informati sono stati, nell’ordine, Londra e Berlino. L’Italia no.

Questo schiaffo geopolitico ha confermato ciò che molti già sospettavano: la nostra nazione, pur ospitando alcune delle basi più strategiche degli Stati Uniti, è considerata un attore minore, facilmente sacrificabile, utile solo in funzione logistica. L’asse preferenziale è ormai altrove, e Meloni, che in questi anni ha costruito la sua legittimazione internazionale sul filo dell’atlantismo, si trova ora nella scomoda posizione di dover “dimostrare fedeltà” senza avere voce in capitolo.

Il nodo Sigonella e il rischio di un suicidio politico

Il nome che riecheggia nei briefing riservati è sempre lo stesso: Sigonella, crocevia storico delle operazioni NATO nel Mediterraneo. La base siciliana, insieme ad Aviano, Ghedi, Camp Darby e Vicenza, rappresenta un assetto cruciale per ogni possibile operazione logistica statunitense. Finora non è arrivata nessuna richiesta formale, ma il governo teme che possa accadere da un momento all’altro. E da Palazzo Chigi trapela una linea sottile quanto chiara: meglio così. Perché un’eventuale richiesta americana obbligherebbe Meloni a passare per il Parlamento. E lì, la maggioranza potrebbe vacillare.

Una parte di Forza Italia non accetterebbe di buon grado un coinvolgimento diretto. La Lega, già scossa da spinte sovraniste interne, cavalcherebbe l’onda del dissenso per ragioni di consenso elettorale. E l’opposizione, galvanizzata da mesi di mobilitazione sulla questione palestinese, sarebbe pronta ad accusare il governo di “servilismo atlantico”, con slogan già scritti: due pesi e due misure, l’Italia non è una portaerei USA, no alla guerra per procura.

Un voto in Aula, in questo contesto, rischierebbe di esplodere in una crisi politica. Lo sanno tutti, anche i ministri Crosetto e Tajani, che nelle ultime ore si affrettano a ribadire: “Nessuna richiesta. Nessuna comunicazione.” Ma il nervosismo è palpabile. È stato inviato un messaggio chiaro a Washington: l’Italia oggi non è in grado di reggere uno scontro di questo livello. Né militarmente, né politicamente, né economicamente.

Lo spettro del caro-energia e lo stretto di Hormuz

In parallelo, si apre un fronte economico che potrebbe mettere in ginocchio l’intero sistema Paese: lo stretto di Hormuz, arteria strategica da cui transita il 40% del greggio mondiale. Se Teheran dovesse effettivamente bloccarlo, come minaccia in risposta all’attacco, il prezzo del petrolio e del gas schizzerebbe alle stelle.

Le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti: boom dei costi energetici, nuova ondata inflattiva, crollo del potere d’acquisto, aumento dei costi di produzione, impennata della spesa pubblica per contenere gli effetti sociali. Tutto ciò mentre l’Europa si prepara a discutere nuove sanzioni e l’Italia tenta disperatamente di difendere le residue relazioni commerciali con l’Iran e, paradossalmente, anche con Israele.

Diplomazia tardiva e teatro dell’assurdo

Di fronte a questo scenario, Meloni prova una manovra d’equilibrismo: rilanciare il ruolo dell’Italia come possibile sede di un negoziato. Si propone un vertice a Roma tra USA, Israele e Iran, sul modello dei dialoghi a cinque avvenuti in passato. Una proposta che suona stonata dopo mesi di allineamento totale con Israele e NATO, durante i quali l’Italia ha votato contro ogni censura per le azioni a Gaza, ha evitato sanzioni economiche contro Tel Aviv e ha aumentato la spesa militare per dimostrarsi “partner affidabile”.

Oggi, questo stesso governo vorrebbe presentarsi come mediatore neutrale. Ma la credibilità è un capitale difficile da ricostruire, soprattutto quando si è già scelto da che parte stare. La diplomazia italiana appare come un teatro dell’assurdo, dove gli attori recitano copioni scritti altrove, sperando di salvarsi dai detriti della storia.

Il Quirinale: garante silente o ultima diga costituzionale?

In questo quadro inquietante, c’è un’istituzione che potrebbe fare la differenza: il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il capo delle Forze Armate, come stabilisce l’art. 87 della Costituzione. Ma la sua funzione non si limita a una carica simbolica: egli rappresenta l’unità nazionale e ha il dovere di verificare la legittimità costituzionale degli atti del governo, soprattutto quando in gioco vi è la sovranità del Paese e la pace internazionale.

Secondo l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, in un conflitto armato richiede l’autorizzazione del Parlamento, ma anche un vaglio del Quirinale. Se Meloni dovesse cedere, magari in silenzio, all’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti senza un chiaro mandato parlamentare, Mattarella avrebbe non solo il potere, ma il dovere morale e costituzionale di intervenire.

Fino ad oggi il Presidente ha mantenuto un profilo prudente, scambiando telefonate con la premier e aggiornandosi sulla situazione. Ma il tempo dei silenzi istituzionali potrebbe presto finire. In un contesto in cui si rischia di trascinare l’Italia in guerra per via amministrativa, senza un pronunciamento democratico, la voce del Quirinale è chiamata a rompere l’ambiguità, a ribadire che la sovranità popolare e la legalità costituzionale non sono negoziabili. In gioco non c’è solo l’equilibrio internazionale, ma la tenuta democratica della Repubblica.

L’Italia sulla soglia della guerra (senza aver deciso nulla)

L’Italia rischia di entrare in guerra senza nemmeno accorgersene. Non perché lo voglia, ma perché ha smesso da tempo di decidere. Le basi sul suo territorio sono strumenti di altri, i suoi voti nei consessi internazionali sono già assegnati, e le sue dichiarazioni ufficiali sembrano più formule di rito che scelte strategiche. La guerra, se verrà, passerà per i nostri cieli, i nostri porti e le nostre tasche.

E mentre Meloni aspetta che il telefono non squilli, e il Parlamento spera di non dover votare, toccherà forse al Quirinale ricordare a tutti che l’Italia è ancora una Repubblica sovrana e costituzionale. Se anche quel presidio dovesse venire meno, il silenzio dell’Italia non sarebbe solo assordante: diventerebbe complice.

“Contro il riarmo, per la pace: il tempo della convergenza è adesso”

In un’Italia attraversata da tensioni sociali, precarietà diffusa e un silenzioso assenso al riarmo, la manifestazione di ieri ha rappresentato molto più di un semplice corteo: è stata un segnale politico, un atto di resistenza collettiva e – forse – un primo embrione di convergenza tra mondi troppo a lungo divisi. Le due piazze separate, le sigle frammentate, le differenze ideologiche non hanno impedito a decine di migliaia di persone di sfilare per le vie della capitale sotto un unico slogan: no alla guerra, no al genocidio, no all’economia della morte.

La presenza simultanea di partiti, sindacati, movimenti sociali, reti civiche, attivisti indipendenti, rappresenta una novità significativa, soprattutto in un contesto in cui la sinistra politica e quella sociale sembrano vivere da tempo su binari paralleli. Eppure, ieri questi binari si sono incrociati. Non con la pretesa di un’unità imposta, ma con la consapevolezza che, davanti a un’Europa sempre più militarizzata, a un governo italiano supino alla NATO e a un mondo sospinto verso l’abisso di nuovi conflitti globali, l’alternativa non è più rimandabile.

Il centro della protesta è stato il rifiuto del riarmo europeo, dei nuovi fondi alla Difesa, dell’espansione nucleare silenziosa, del coinvolgimento attivo dell’Italia nel conflitto in Ucraina e nella complicità con i crimini di guerra di Israele a Gaza. È un rifiuto che non nasce da un pacifismo generico, ma da un’urgenza storica: smascherare il ricatto del “non ci sono alternative” e proporre, finalmente, un altro modello di sicurezza, basato sulla giustizia, sulla cooperazione, sul disarmo e sulla riconversione civile dell’industria militare.

L’affluenza è stata sorprendente: nonostante il caldo torrido, almeno 40.000 persone hanno riempito le strade da Porta San Paolo al Colosseo. Gli organizzatori parlano di 50.000, la questura ribatte con 15.000. La verità? Probabilmente sta nel mezzo, o meglio: in quel punto variabile in cui la matematica della piazza viene sempre corretta col righello della propaganda. Ma per una volta, non sono i numeri ad avere l’ultima parola. Quello che conta è che la piazza c’era, viva, rumorosa, determinata.

Bandiere palestinesi, striscioni contro la NATO, cartelli per il cessate il fuoco immediato. Ma soprattutto, volti diversi, generazioni diverse, appartenenze diverse. Un mosaico che ha incluso lavoratori, pensionati, studenti, cattolici del dissenso, militanti ecologisti, femministe e anche dirigenti politici. Il tutto senza egemonie, senza palchi blindati, senza steccati pregiudiziali.

Non è mancata la tensione con le forze dell’ordine: diversi pullman diretti a Roma sono stati bloccati, rallentati, deviati. Un segnale inquietante, che si inserisce in un clima repressivo sempre più pervasivo e che conferma quanto le mobilitazioni pacifiste diano fastidio ai poteri forti, proprio perché denunciano le contraddizioni strutturali di questo sistema: si taglia la sanità, si precarizzano le vite, ma si investe a piene mani nella morte.

Tuttavia, ciò che emerge con forza da questa giornata non è solo la denuncia. È la domanda politica che sale dalla piazza. Una domanda che interroga chi oggi si riconosce in un campo alternativo al neoliberismo e alla guerra, ma che ancora si muove in ordine sparso. È possibile costruire un’alleanza organica, strutturata, popolare, che sappia unire ciò che la sinistra ha lasciato cadere in mille rivoli? È possibile progettare un futuro comune, invece di inseguire la prossima emergenza?

E a questo proposito, non si può ignorare la presenza dell’altra piazza: quella promossa da Potere al Popolo e da diversi collettivi radicali. Una manifestazione autonoma, con toni più duri, ma animata da una medesima spinta: denunciare il militarismo, la complicità dell’Europa, il genocidio a Gaza, la falsificazione mediatica. Episodi simbolici – come la bruciatura delle bandiere – sono stati strumentalizzati da chi vuole dividere, da chi teme ogni aggregazione popolare. Ma sarebbe un errore imperdonabile fermarsi all’apparenza. Quelle piazze devono parlarsi, riconoscersi, convergere. Perché se la pace è il fine, la convergenza è il mezzo.

Quello che si è visto ieri a Roma è un indizio di risposta. Un’alleanza non imposta dall’alto, non costruita a tavolino, ma radicata nelle pratiche sociali, nella militanza quotidiana, nei territori, nelle vertenze, nelle disobbedienze. Una sinistra che smette di essere solo identitaria o minoritaria, e che si pone il problema di organizzare speranza.

Il tempo è poco. Il governo Meloni prosegue con la riforma autoritaria del Paese, la spesa militare cresce vertiginosamente, e l’Unione Europea sembra sempre più allineata alla dottrina bellicista dell’Alleanza Atlantica. In questo scenario, la sinistra non può più permettersi la frammentazione. Serve una piattaforma condivisa, serve una narrazione nuova, serve – soprattutto – un progetto.

Chi ha attraversato la piazza di ieri sa che la pace non è solo l’assenza di guerra, ma una scelta radicale di giustizia, di dignità, di disarmo. E sa che non ci sarà pace se non ci sarà anche lotta politica organizzata, visione e alternativa.

La manifestazione contro il riarmo è stata un successo. Ora occorre trasformare questo successo in cammino. In programma. In coalizione sociale e politica. In alleanza tra le piazze, tutte.
Per fermare le bombe, ma anche per accendere un futuro degno di essere vissuto.