La complicità del Partito Democratico nell’ora della Flotilla rapita
C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della marina israeliana abbordano una a una le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrano centinaia di attivisti civili disarmati, sparano contro chi porta farmaci e cibo a una popolazione affamata, dentro l’aula del consiglio comunale di Milano si compie un gesto che fra dieci anni nessuno potrà cancellare. Ventuno consiglieri votano per mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Diciassette votano per sospenderlo. Tre consigliere del Partito Democratico e tre della lista civica del sindaco Sala scelgono di stare con la destra, con la maggioranza dei rifiuti, con il filo che lega la prima città industriale italiana alla capitale economica di uno Stato che da oltre due anni e mezzo conduce l’eliminazione metodica di un popolo.
Non è un caso. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta di un sistema politico che ha smarrito perfino le parole per dirsi e che mentre fuori le piazze si riempiono di centomila persone preferisce mostrarsi nuda nella sua subalternità. La domanda non è più cosa pensa il governo Meloni di Gaza, o cosa pensa l’Unione Europea della pirateria di Stato praticata da Netanyahu. La domanda è perché, in una città che si racconta progressista, una porzione decisiva del centrosinistra abbia deciso di salvare il sindaco invece di salvare la propria onorabilità politica.
1. La cronaca di una doppia infamia
La sequenza dei fatti è essenziale. La sera del diciotto maggio duemilaventisei l’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale. In oltre trenta città italiane partono cortei, manifestazioni, presìdi davanti ai consolati e alle prefetture. Lo slogan è secco, frontale, antico nella sua semplicità: «Nemmeno un chiodo per guerra e genocidio». A Roma diecimila persone marciano dall’Esquilino. A Milano il corteo parte da piazzale Loreto, percorre Buenos Aires, Porta Venezia, corso Matteotti, piazza della Scala e termina in piazza Duomo. A Bologna due cortei, uno la mattina e uno il pomeriggio. A Firenze il corteo passa lungo i lungarni con lo striscione «Fermiamo il sionismo con la resistenza». A Genova, Palermo, Pisa, Padova, Bergamo, Cagliari, Torino, Napoli, Livorno: ovunque la stessa risposta dal basso, ovunque la stessa assenza istituzionale.
Mentre marciano i cortei, in mare aperto si compie l’ennesimo atto di pirateria di Stato. Cinquantaquattro imbarcazioni civili, quattrocentoventisei attivisti di trentanove nazionalità, partiti pochi giorni prima dal porto turco di Marmaris, vengono intercettati uno dopo l’altro da decine di motovedette militari israeliane. Centinaia di miglia nautiche dalle coste di Gaza, in acque internazionali sotto sovranità giuridica europea. I soldati salgono a bordo coi mitra spianati, ordinano agli equipaggi di mettersi in ginocchio, trasferiscono gli arrestati su una nave prigione battente bandiera israeliana. In sei imbarcazioni partono colpi: l’esercito di Tel Aviv ammette «mezzi non letali a scopo di avvertimento», la Flotilla denuncia spari e non ha modo di distinguere se i proiettili siano di gomma o veri. Fra i sequestrati ventinove cittadini italiani, tre stranieri residenti in Italia, un deputato del Movimento Cinque Stelle, l’ex candidata alla presidenza della Toscana Antonella Bundu, l’operaio del collettivo di fabbrica ex Gkn Dario Salvetti. Tutti vengono trasferiti al porto di Ashdod.
La parola giusta esiste e va pronunciata senza eufemismi. È pirateria. È rapimento. È atto di guerra contro civili in acque libere. La risposta del governo italiano arriva tardi, modesta, lessicalmente codarda. Il ministro degli Esteri Tajani chiede a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza». Non protesta. Non convoca l’ambasciatore. Non sospende relazioni. Verifica. Come un pubblico amministratore davanti a una procedura amministrativa fuori squadro. Nelle stesse ore l’Unione Europea conferma quanto aveva già anticipato il dodici maggio: nessuna protezione istituzionale alle imbarcazioni civili dei suoi stessi cittadini. La sovranità europea si arresta al limite delle direttive sui detersivi.
È esattamente in questo scenario che a Palazzo Marino, a Milano, va in scena il voto sul gemellaggio. Non un voto qualsiasi. Un voto che era già stato vinto otto mesi prima, il venti ottobre duemilaventicinque, quando il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno per sospendere i rapporti istituzionali con Tel Aviv. Quel voto democratico era stato inghiottito nel silenzio del sindaco, che non aveva mai trasmesso la deliberazione al suo omologo israeliano, di fatto sterilizzandola. I gruppi di opposizione interna alla maggioranza, i Verdi guidati da Francesca Cucchiara, Tommaso Gorini ed Enrico Fedrighini del gruppo misto, decidono di riportare il provvedimento in aula. Il risultato è ventuno contrari, diciassette favorevoli, un presente non partecipante. Il gemellaggio resta. Il Pd a maggioranza vota per la sospensione, ma tre consigliere democratiche, Roberta Osculati, Angelica Vasile e Alice Arienta, votano insieme alla destra. Tre consiglieri della lista civica del sindaco, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone, fanno lo stesso. Sei voti decisivi. Sei voti che, sommati a quelli del centrodestra in opposizione, bastano a mantenere in vigore un rapporto istituzionale fra una città italiana e la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
2. La meccanica della complicità
Si dice che le coalizioni vivano di compromessi. È vero, ma c’è un confine oltre il quale il compromesso si chiama copertura, e oltre il compromesso si chiama complicità. Quel confine a Milano è stato attraversato due volte. La prima quando il sindaco Sala ha unilateralmente bloccato l’attuazione dell’ordine del giorno di ottobre, sostituendo la propria sensibilità personale al voto democratico di un consiglio comunale. La seconda quando una parte del Pd, mascherata da prudenza istituzionale, ha consegnato i voti decisivi alla destra per non disconoscere il sindaco. È la cosiddetta libertà di voto: una formula che permette ai vertici di non scegliere e ai dissidenti di non rispondere. Una scappatoia che in tempi normali nutre la palude, ma che in tempi di genocidio diventa l’esatta condotta che la storia, fra qualche anno, chiamerà col suo nome.
I numeri parlano da soli. Il gemellaggio Milano-Tel Aviv non sopravvive perché esiste una maggioranza politica che lo difende. Sopravvive perché un pezzo del Partito Democratico tiene insieme una contraddizione: a parole solidarietà con la Flotilla, nei fatti voto allineato con i sostenitori del primo ministro Netanyahu. È una scissione fra parola e atto che caratterizza tutta una fase del riformismo italiano. La capogruppo Beatrice Uguccioni, dopo il voto, ha avuto il coraggio di dire dall’aula che la sospensione del gemellaggio approvata democraticamente otto mesi prima «non ha trovato seguito ai piani alti». Una frase che il sindaco Sala, il giorno dopo, ha bocciato pubblicamente. Il segretario milanese del Pd, Capelli, ha emesso una nota da pompiere: nessun atto di sfiducia, nessuna rottura, tutto rientra nella normale dialettica interna. È la grammatica con cui il centrosinistra italiano amministra la propria irrilevanza.
Non è settarismo segnalarlo. È analisi politica elementare. La destra al governo nel Paese, dalla presidente del Consiglio Meloni al ministro Tajani, ha una posizione filo-israeliana costante, esplicita, perfino orgogliosa. La destra non finge. Una parte del centrosinistra, invece, oscilla, ondeggia, copre, distingue, attende. Ed è proprio in questa oscillazione che la destra trova il suo ossigeno permanente. Il governo Meloni non esiste solo per le proprie forze. Esiste anche, e forse soprattutto, perché ha davanti a sé una opposizione che a Milano vota la stessa cosa che voterebbe la Lega. Una opposizione che non sa scegliere fra la Costituzione e Confindustria, fra il diritto internazionale e i tavoli con le imprese israeliane di sicurezza informatica.
3. Il volume reale dell’orrore
Per capire cosa sia stato votato a Milano occorre tenere fissi i numeri di Gaza. Non i numeri della retorica, quelli del ministero della Salute palestinese e delle agenzie sanitarie internazionali. All’inizio di marzo duemilaventisei le morti palestinesi documentate fra Gaza e Cisgiordania superano le settantatremila duecentosedici. I feriti accertati superano i centoottantatremila. A questi vanno aggiunti almeno dodicimila duecento dispersi, prevalentemente sepolti sotto le macerie dei quartieri rasi al suolo. Il novantaquattro per cento delle infrastrutture mediche risulta distrutto, secondo Medici senza Frontiere. Il novantacinque per cento degli ospedali è fuori uso. Quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi nel corso del conflitto. Oltre duecentotrentaquattro giornalisti palestinesi sono caduti, una cifra che è già la più alta mai registrata in un singolo conflitto contemporaneo, e cresce ogni settimana.
Questi sono i dati su cui si è votato. Quando il consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio istituzionale con la capitale economica dello Stato responsabile di queste cifre, sta esprimendo una posizione politica. Non sta firmando un accordo turistico fra fontane di Piazza Duomo e spiagge di Tel Aviv. Sta dichiarando che, fra l’ente municipale di uno Stato sotto procedimento internazionale per genocidio davanti alla Corte dell’Aja e una popolazione affamata, mutilata, sterminata, l’amministrazione di Milano sceglie il primo. È un atto politico, e va trattato come tale.
Il blocco navale di Gaza dura dal duemilasette, illegale fin dal primo giorno secondo la maggior parte dei giuristi internazionali. Da almeno due anni l’assedio si è trasformato in arma di sterminio sistematico. Ai punti di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione cosiddetta umanitaria costruita su misura per sostituire le agenzie delle Nazioni Unite, si è sparato a centinaia sui civili, anche bambini, colpiti alle spalle mentre fuggivano dopo essersi avvicinati ai pacchi. Le immagini sono pubbliche. I rapporti dei medici stranieri, dei pochissimi giornalisti internazionali ammessi e poi espulsi, della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, formano un corpo documentale che nessun tribunale onesto potrà liquidare. Centinaia di palestinesi vengono uccisi durante quello che diplomaticamente viene chiamato «cessate il fuoco», con la regolarità di un’agenda. Bambini di dodici anni vengono incarcerati per il reato di aver lanciato pietre contro i tank che radono al suolo le loro case. I valichi restano chiusi al cibo in entrata e ai feriti in uscita. Le barche di soccorso vengono abbordate in acque internazionali e i loro equipaggi sequestrati come prede di guerra.
4. Il vocabolario della pacificazione
Esiste una narrazione dominante e va smontata pezzo per pezzo. Quella narrazione si regge su parole prese in prestito da un mondo che non esiste più. Si parla di «tregua», ma sotto la tregua si continua a sparare, a colpire i cooperanti, a bombardare quartieri residenziali. Si parla di «aiuti umanitari», ma gli aiuti vengono trasformati in trappole letali ai punti di distribuzione. Si parla di «conferenza di pace», ma chi propone la conferenza tace nel momento in cui un suo cittadino viene rapito in mare. Si parla di «dialogo fra città», ma il dialogo viene mantenuto con un’amministrazione che è parte integrante della catena di comando di una pulizia etnica.
Il giorno dopo il voto, la capogruppo Pd Uguccioni ha proposto come strada futura la Conferenza Internazionale di Pace, presentandola come orizzonte condiviso «praticamente all’unanimità» dal consiglio comunale. È la formula classica del compromesso che disinnesca. Una conferenza è un’idea, può essere tutto e niente. Sospendere un gemellaggio, invece, è un atto. Costa, pesa, lascia traccia. La differenza fra un atto e un’idea è esattamente la differenza fra una posizione politica e una posa estetica. Per troppi anni il centrosinistra italiano ha confuso le due cose. E ora, davanti al più grande crimine contemporaneo, paga il prezzo della confusione.
Vale anche per le scelte semantiche. Quando si parla di Israele si distingue, si articola, si bilancia. Quando si parla di Iran, di Russia, di Venezuela, l’aggettivo «regime» scatta automatico. Lo Stato di Tel Aviv compie atti che in qualunque altro contesto sarebbero descritti come crimini contro l’umanità, e i nostri editorialisti dosano i complementi indiretti. La sproporzione del linguaggio è la prima forma di complicità mediatica. La seconda è il silenzio: tre giornalisti italiani su quattro hanno raccontato il voto di Milano come un episodio interno alla maggioranza, una grana per Sala, una scaramuccia da rubriche politiche locali. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di dire che a Milano, quella sera, si è votato sul giudizio storico di un crimine in corso.
5. La struttura materiale del consenso
Per capire perché il gemellaggio resiste a tutte le pressioni occorre guardare alla struttura materiale che lo regge. Non è un legame simbolico. È un asse industriale, finanziario e tecnologico. Milano è la prima sede italiana di numerose multinazionali israeliane della cibersicurezza, del fintech, dei sistemi militari duali. Le università milanesi, dal Politecnico alla Bocconi, hanno accordi di scambio e di ricerca con istituzioni israeliane, alcuni dei quali toccano direttamente settori di applicazione militare. Le startup di matrice israeliana che approdano in Italia trovano nel sistema lombardo il proprio aeroporto naturale. Quando si parla di gemellaggio non si parla, dunque, di scambi folkloristici o di settimane gastronomiche. Si parla di un’infrastruttura politica che facilita flussi di capitali, brevetti, contratti militari, joint venture nel settore della sorveglianza biometrica.
È in questa rete di interessi che vanno collocate le tre consigliere e i tre consiglieri che hanno tradito il proprio voto di ottobre. È la materialità dei legami fra Palazzo Marino e l’asse atlantico-israeliano, non un capriccio personale, che spiega la loro scelta. La sinistra che ignora questa struttura, e che continua a ragionare come se la politica fosse il regno delle pure intenzioni, è destinata a essere battuta ogni volta. Il consigliere che vota contro la sospensione del gemellaggio non vota per ragioni morali. Vota perché ha calcolato che, nel sistema di reciproche convenienze in cui si muove, il costo politico di disconoscere Sala è maggiore del costo politico di abbandonare l’ordine del giorno di ottobre. È un calcolo razionale dentro un sistema corrotto. Per cambiarlo non basta moltiplicare le mozioni: occorre cambiare il sistema.
Ed è qui che il quadro si allarga, perché Milano è solo un osservatorio privilegiato. La stessa logica è all’opera nel governo Meloni che continua a esportare armamenti verso Israele in violazione della legge italiana numero centottantacinque del millenovecentonovanta. La stessa logica è all’opera nelle istituzioni europee che hanno mantenuto in vita l’accordo di associazione con Israele nonostante l’articolo due dello stesso accordo subordini la relazione al rispetto dei diritti umani fondamentali. La stessa logica è all’opera nell’apparato di sicurezza atlantico che considera la frontiera israeliana come la propria linea avanzata di proiezione strategica nel Mediterraneo. Sospendere un gemellaggio comunale è un atto politico minuto, ma agisce su questa stessa catena. Per questo i suoi avversari sono tanto agguerriti. Per questo lo hanno bocciato.
6. Le piazze e gli Stati
Mentre il voto si consumava, in mare e per strada si vedeva l’altro lato della stessa medaglia. La protezione della Flotilla non è venuta dalle marine europee, dai governi atlantici, dalle cancellerie. È venuta dagli scioperi generali indetti dall’Unione Sindacale di Base e dal sindacalismo di base, dai presìdi che hanno bloccato porti come Genova, Livorno, Salerno, Ravenna, dai trentamila lavoratori e lavoratrici che si sono fermati nonostante le sanzioni dell’Autorità di Garanzia. È venuta dalle università occupate, dai centri sociali, dalle reti civiche, dai sanitari per Gaza, dalle quattromila iniziative di sciopero della fame a staffetta diffuse in tutto il Paese, dai medici italiani che si sono dichiarati disponibili a recarsi nella Striscia anche a rischio personale, dai collettivi di fabbrica come ex Gkn che hanno trasformato le loro stesse vertenze nella piattaforma di una solidarietà internazionalista che non si vedeva da anni.
Sono i popoli che proteggono la Flotilla. Sono i popoli che hanno fatto sì che a Gaza il termine «genocidio», un tempo riservato alle aule accademiche, sia oggi pronunciato in piazza, sulle pagine dei principali quotidiani internazionali, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. È il movimento dal basso ad avere costretto trentanove governi a dichiararsi formalmente preoccupati per l’azione israeliana, anche se solo cinque di essi hanno preso misure operative. È il movimento dal basso ad avere infiltrato persino una parte del giornalismo mainstream, che oggi descrive in modo molto più aderente alla realtà ciò che due anni fa veniva taciuto. La sproporzione fra ciò che dicono le piazze e ciò che fanno le istituzioni è la cifra di tutta una stagione politica. È la sproporzione che spiega l’urgenza di costruire forme di organizzazione politica capaci di trasferire quella forza nelle stanze dove si decide.
A Milano la lezione è scoperta. Una raccolta di firme è in corso, da settimane, per una delibera di iniziativa popolare che imponga al Comune la sospensione di tutti gli accordi con Israele. È la stessa strada percorsa a Roma, dove il consiglio comunale ha già discusso un provvedimento analogo. Mentre i consiglieri litigano sulle formule, i cittadini firmano. Mentre Sala blocca i voti del proprio consiglio, i quartieri si organizzano. È la dimostrazione che la democrazia diretta, la mobilitazione popolare, la pressione costante e capillare dal basso restano gli unici strumenti efficaci per costringere le istituzioni a fare la cosa giusta. O almeno la cosa meno indegna.
7. Cosa ci insegna il voto di Milano
Il voto di Palazzo Marino del diciotto maggio resterà come un piccolo, esatto laboratorio politico. Ha mostrato in poche ore tre verità che a sinistra è ora di guardare in faccia. La prima è che non basta avere una maggioranza progressista per governare in modo progressista: serve una direzione politica che non abbia paura del costo dei propri principi. La seconda è che il riformismo che si rifugia nella «libertà di coscienza» quando si tratta di decidere su un genocidio non sta praticando la libertà, sta praticando la fuga. La terza è che la complicità peggiore non è quella della destra apertamente filo-israeliana, ma quella della sinistra di governo che sta in piazza con la Flotilla e in aula vota con i suoi affossatori. La destra agisce coerentemente. La complicità tiepida del centrosinistra è ciò che permette alla destra di non pagare politicamente nessuna delle proprie posizioni.
C’è bisogno di nominare le cose. C’è bisogno di smettere di chiamare prudenza ciò che è subalternità, equilibrio ciò che è copertura, dialettica interna ciò che è tradimento di un voto democratico già espresso. C’è bisogno di una nuova soglia. Quella soglia non passa dentro le maggioranze di palazzo, passa fra chi si rifiuta di essere complice e chi accetta di esserlo. È una soglia trasversale, che attraversa partiti, sindacati, associazioni, parrocchie, ordini professionali. Dentro a quella soglia si stanno formando alleanze nuove, fragili ma vere, fra realtà che fino a ieri non si parlavano. È nella geografia di queste alleanze che andrà cercata la sinistra del prossimo decennio. La sinistra che non resta più nella stessa stanza con chi vota a fianco di chi affonda le navi dei nostri.
Le pietre di Milano resteranno. Le pietre delle tre consigliere democratiche e dei tre consiglieri della lista del sindaco resteranno. Le pietre dell’aula di Palazzo Marino, che la sera del diciotto maggio duemilaventisei ha confermato il gemellaggio con la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio, resteranno. Non per spirito di vendetta o per cattiveria storiografica, ma perché nella storia delle lotte popolari ogni voto pesa, ogni voto è un nome, ogni voto entra nei libri di scuola dei figli dei figli di chi oggi muore a Gaza, a Khan Younis, a Rafah. Quei figli un giorno chiederanno conto. E nessuna formula di prudenza istituzionale, nessuna invocazione della Conferenza di Pace, nessuna nota da pompiere del segretario di sezione potrà cancellare il fatto bruto che, in quell’ora, fra un popolo affamato e una marina di pirati, sei consiglieri della maggioranza progressista milanese hanno scelto i pirati.
La sinistra che vuole ancora chiamarsi tale comincia esattamente da qui. Dal rifiuto di restare al tavolo con chi compie quel gesto. Dal coraggio di nominare, distinguere, prendere posizione anche quando questo significa rompere alleanze, perdere municipi, riaprire conflitti che da troppi anni sono stati sedati con la formula stanca del male minore. Perché il male minore, oggi, ha un costo che si misura in seimila bambini sepolti sotto le macerie e in centinaia di attivisti italiani sequestrati in acque internazionali. Quel costo è troppo alto. Va finalmente detto.
Fonti
Agenzia ANSA, dispacci 19-20 maggio 2026 sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla e il trasferimento degli attivisti al porto di Ashdod. Quotidiano Nazionale, cronache del 19 e 20 maggio 2026. Il Fatto Quotidiano, edizioni del 18 e 19 maggio 2026 sul voto del consiglio comunale di Milano e sulle manifestazioni nazionali per la Palestina. Milano Today, ricostruzione del voto del 18 maggio in Palazzo Marino. Contropiano, dossier sulla Flotilla e sul voto milanese. L’Indipendente, cronaca dell’assalto in mare e degli scioperi. Il Manifesto, rubrica «Crimini di guerra», maggio 2026. Salute Internazionale, biopolitica del genocidio palestinese, marzo 2026. Sito ufficiale dell’Unione Sindacale di Base, comunicati 12 e 18 maggio 2026. Peacelink, intercettazione della Global Sumud Flotilla, 18 maggio 2026. Rapporti del Ministero della Salute di Gaza e dati delle agenzie sanitarie internazionali aggiornati al marzo 2026. Dichiarazioni pubbliche della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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