Il giorno in cui Milano si è schierata con i pirati

La complicità del Partito Democratico nell’ora della Flotilla rapita

C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della marina israeliana abbordano una a una le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrano centinaia di attivisti civili disarmati, sparano contro chi porta farmaci e cibo a una popolazione affamata, dentro l’aula del consiglio comunale di Milano si compie un gesto che fra dieci anni nessuno potrà cancellare. Ventuno consiglieri votano per mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Diciassette votano per sospenderlo. Tre consigliere del Partito Democratico e tre della lista civica del sindaco Sala scelgono di stare con la destra, con la maggioranza dei rifiuti, con il filo che lega la prima città industriale italiana alla capitale economica di uno Stato che da oltre due anni e mezzo conduce l’eliminazione metodica di un popolo.

Non è un caso. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta di un sistema politico che ha smarrito perfino le parole per dirsi e che mentre fuori le piazze si riempiono di centomila persone preferisce mostrarsi nuda nella sua subalternità. La domanda non è più cosa pensa il governo Meloni di Gaza, o cosa pensa l’Unione Europea della pirateria di Stato praticata da Netanyahu. La domanda è perché, in una città che si racconta progressista, una porzione decisiva del centrosinistra abbia deciso di salvare il sindaco invece di salvare la propria onorabilità politica.

1. La cronaca di una doppia infamia

La sequenza dei fatti è essenziale. La sera del diciotto maggio duemilaventisei l’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale. In oltre trenta città italiane partono cortei, manifestazioni, presìdi davanti ai consolati e alle prefetture. Lo slogan è secco, frontale, antico nella sua semplicità: «Nemmeno un chiodo per guerra e genocidio». A Roma diecimila persone marciano dall’Esquilino. A Milano il corteo parte da piazzale Loreto, percorre Buenos Aires, Porta Venezia, corso Matteotti, piazza della Scala e termina in piazza Duomo. A Bologna due cortei, uno la mattina e uno il pomeriggio. A Firenze il corteo passa lungo i lungarni con lo striscione «Fermiamo il sionismo con la resistenza». A Genova, Palermo, Pisa, Padova, Bergamo, Cagliari, Torino, Napoli, Livorno: ovunque la stessa risposta dal basso, ovunque la stessa assenza istituzionale.

Mentre marciano i cortei, in mare aperto si compie l’ennesimo atto di pirateria di Stato. Cinquantaquattro imbarcazioni civili, quattrocentoventisei attivisti di trentanove nazionalità, partiti pochi giorni prima dal porto turco di Marmaris, vengono intercettati uno dopo l’altro da decine di motovedette militari israeliane. Centinaia di miglia nautiche dalle coste di Gaza, in acque internazionali sotto sovranità giuridica europea. I soldati salgono a bordo coi mitra spianati, ordinano agli equipaggi di mettersi in ginocchio, trasferiscono gli arrestati su una nave prigione battente bandiera israeliana. In sei imbarcazioni partono colpi: l’esercito di Tel Aviv ammette «mezzi non letali a scopo di avvertimento», la Flotilla denuncia spari e non ha modo di distinguere se i proiettili siano di gomma o veri. Fra i sequestrati ventinove cittadini italiani, tre stranieri residenti in Italia, un deputato del Movimento Cinque Stelle, l’ex candidata alla presidenza della Toscana Antonella Bundu, l’operaio del collettivo di fabbrica ex Gkn Dario Salvetti. Tutti vengono trasferiti al porto di Ashdod.

La parola giusta esiste e va pronunciata senza eufemismi. È pirateria. È rapimento. È atto di guerra contro civili in acque libere. La risposta del governo italiano arriva tardi, modesta, lessicalmente codarda. Il ministro degli Esteri Tajani chiede a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza». Non protesta. Non convoca l’ambasciatore. Non sospende relazioni. Verifica. Come un pubblico amministratore davanti a una procedura amministrativa fuori squadro. Nelle stesse ore l’Unione Europea conferma quanto aveva già anticipato il dodici maggio: nessuna protezione istituzionale alle imbarcazioni civili dei suoi stessi cittadini. La sovranità europea si arresta al limite delle direttive sui detersivi.

È esattamente in questo scenario che a Palazzo Marino, a Milano, va in scena il voto sul gemellaggio. Non un voto qualsiasi. Un voto che era già stato vinto otto mesi prima, il venti ottobre duemilaventicinque, quando il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno per sospendere i rapporti istituzionali con Tel Aviv. Quel voto democratico era stato inghiottito nel silenzio del sindaco, che non aveva mai trasmesso la deliberazione al suo omologo israeliano, di fatto sterilizzandola. I gruppi di opposizione interna alla maggioranza, i Verdi guidati da Francesca Cucchiara, Tommaso Gorini ed Enrico Fedrighini del gruppo misto, decidono di riportare il provvedimento in aula. Il risultato è ventuno contrari, diciassette favorevoli, un presente non partecipante. Il gemellaggio resta. Il Pd a maggioranza vota per la sospensione, ma tre consigliere democratiche, Roberta Osculati, Angelica Vasile e Alice Arienta, votano insieme alla destra. Tre consiglieri della lista civica del sindaco, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone, fanno lo stesso. Sei voti decisivi. Sei voti che, sommati a quelli del centrodestra in opposizione, bastano a mantenere in vigore un rapporto istituzionale fra una città italiana e la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

2. La meccanica della complicità

Si dice che le coalizioni vivano di compromessi. È vero, ma c’è un confine oltre il quale il compromesso si chiama copertura, e oltre il compromesso si chiama complicità. Quel confine a Milano è stato attraversato due volte. La prima quando il sindaco Sala ha unilateralmente bloccato l’attuazione dell’ordine del giorno di ottobre, sostituendo la propria sensibilità personale al voto democratico di un consiglio comunale. La seconda quando una parte del Pd, mascherata da prudenza istituzionale, ha consegnato i voti decisivi alla destra per non disconoscere il sindaco. È la cosiddetta libertà di voto: una formula che permette ai vertici di non scegliere e ai dissidenti di non rispondere. Una scappatoia che in tempi normali nutre la palude, ma che in tempi di genocidio diventa l’esatta condotta che la storia, fra qualche anno, chiamerà col suo nome.

I numeri parlano da soli. Il gemellaggio Milano-Tel Aviv non sopravvive perché esiste una maggioranza politica che lo difende. Sopravvive perché un pezzo del Partito Democratico tiene insieme una contraddizione: a parole solidarietà con la Flotilla, nei fatti voto allineato con i sostenitori del primo ministro Netanyahu. È una scissione fra parola e atto che caratterizza tutta una fase del riformismo italiano. La capogruppo Beatrice Uguccioni, dopo il voto, ha avuto il coraggio di dire dall’aula che la sospensione del gemellaggio approvata democraticamente otto mesi prima «non ha trovato seguito ai piani alti». Una frase che il sindaco Sala, il giorno dopo, ha bocciato pubblicamente. Il segretario milanese del Pd, Capelli, ha emesso una nota da pompiere: nessun atto di sfiducia, nessuna rottura, tutto rientra nella normale dialettica interna. È la grammatica con cui il centrosinistra italiano amministra la propria irrilevanza.

Non è settarismo segnalarlo. È analisi politica elementare. La destra al governo nel Paese, dalla presidente del Consiglio Meloni al ministro Tajani, ha una posizione filo-israeliana costante, esplicita, perfino orgogliosa. La destra non finge. Una parte del centrosinistra, invece, oscilla, ondeggia, copre, distingue, attende. Ed è proprio in questa oscillazione che la destra trova il suo ossigeno permanente. Il governo Meloni non esiste solo per le proprie forze. Esiste anche, e forse soprattutto, perché ha davanti a sé una opposizione che a Milano vota la stessa cosa che voterebbe la Lega. Una opposizione che non sa scegliere fra la Costituzione e Confindustria, fra il diritto internazionale e i tavoli con le imprese israeliane di sicurezza informatica.

3. Il volume reale dell’orrore

Per capire cosa sia stato votato a Milano occorre tenere fissi i numeri di Gaza. Non i numeri della retorica, quelli del ministero della Salute palestinese e delle agenzie sanitarie internazionali. All’inizio di marzo duemilaventisei le morti palestinesi documentate fra Gaza e Cisgiordania superano le settantatremila duecentosedici. I feriti accertati superano i centoottantatremila. A questi vanno aggiunti almeno dodicimila duecento dispersi, prevalentemente sepolti sotto le macerie dei quartieri rasi al suolo. Il novantaquattro per cento delle infrastrutture mediche risulta distrutto, secondo Medici senza Frontiere. Il novantacinque per cento degli ospedali è fuori uso. Quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi nel corso del conflitto. Oltre duecentotrentaquattro giornalisti palestinesi sono caduti, una cifra che è già la più alta mai registrata in un singolo conflitto contemporaneo, e cresce ogni settimana.

Questi sono i dati su cui si è votato. Quando il consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio istituzionale con la capitale economica dello Stato responsabile di queste cifre, sta esprimendo una posizione politica. Non sta firmando un accordo turistico fra fontane di Piazza Duomo e spiagge di Tel Aviv. Sta dichiarando che, fra l’ente municipale di uno Stato sotto procedimento internazionale per genocidio davanti alla Corte dell’Aja e una popolazione affamata, mutilata, sterminata, l’amministrazione di Milano sceglie il primo. È un atto politico, e va trattato come tale.

Il blocco navale di Gaza dura dal duemilasette, illegale fin dal primo giorno secondo la maggior parte dei giuristi internazionali. Da almeno due anni l’assedio si è trasformato in arma di sterminio sistematico. Ai punti di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione cosiddetta umanitaria costruita su misura per sostituire le agenzie delle Nazioni Unite, si è sparato a centinaia sui civili, anche bambini, colpiti alle spalle mentre fuggivano dopo essersi avvicinati ai pacchi. Le immagini sono pubbliche. I rapporti dei medici stranieri, dei pochissimi giornalisti internazionali ammessi e poi espulsi, della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, formano un corpo documentale che nessun tribunale onesto potrà liquidare. Centinaia di palestinesi vengono uccisi durante quello che diplomaticamente viene chiamato «cessate il fuoco», con la regolarità di un’agenda. Bambini di dodici anni vengono incarcerati per il reato di aver lanciato pietre contro i tank che radono al suolo le loro case. I valichi restano chiusi al cibo in entrata e ai feriti in uscita. Le barche di soccorso vengono abbordate in acque internazionali e i loro equipaggi sequestrati come prede di guerra.

4. Il vocabolario della pacificazione

Esiste una narrazione dominante e va smontata pezzo per pezzo. Quella narrazione si regge su parole prese in prestito da un mondo che non esiste più. Si parla di «tregua», ma sotto la tregua si continua a sparare, a colpire i cooperanti, a bombardare quartieri residenziali. Si parla di «aiuti umanitari», ma gli aiuti vengono trasformati in trappole letali ai punti di distribuzione. Si parla di «conferenza di pace», ma chi propone la conferenza tace nel momento in cui un suo cittadino viene rapito in mare. Si parla di «dialogo fra città», ma il dialogo viene mantenuto con un’amministrazione che è parte integrante della catena di comando di una pulizia etnica.

Il giorno dopo il voto, la capogruppo Pd Uguccioni ha proposto come strada futura la Conferenza Internazionale di Pace, presentandola come orizzonte condiviso «praticamente all’unanimità» dal consiglio comunale. È la formula classica del compromesso che disinnesca. Una conferenza è un’idea, può essere tutto e niente. Sospendere un gemellaggio, invece, è un atto. Costa, pesa, lascia traccia. La differenza fra un atto e un’idea è esattamente la differenza fra una posizione politica e una posa estetica. Per troppi anni il centrosinistra italiano ha confuso le due cose. E ora, davanti al più grande crimine contemporaneo, paga il prezzo della confusione.

Vale anche per le scelte semantiche. Quando si parla di Israele si distingue, si articola, si bilancia. Quando si parla di Iran, di Russia, di Venezuela, l’aggettivo «regime» scatta automatico. Lo Stato di Tel Aviv compie atti che in qualunque altro contesto sarebbero descritti come crimini contro l’umanità, e i nostri editorialisti dosano i complementi indiretti. La sproporzione del linguaggio è la prima forma di complicità mediatica. La seconda è il silenzio: tre giornalisti italiani su quattro hanno raccontato il voto di Milano come un episodio interno alla maggioranza, una grana per Sala, una scaramuccia da rubriche politiche locali. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di dire che a Milano, quella sera, si è votato sul giudizio storico di un crimine in corso.

5. La struttura materiale del consenso

Per capire perché il gemellaggio resiste a tutte le pressioni occorre guardare alla struttura materiale che lo regge. Non è un legame simbolico. È un asse industriale, finanziario e tecnologico. Milano è la prima sede italiana di numerose multinazionali israeliane della cibersicurezza, del fintech, dei sistemi militari duali. Le università milanesi, dal Politecnico alla Bocconi, hanno accordi di scambio e di ricerca con istituzioni israeliane, alcuni dei quali toccano direttamente settori di applicazione militare. Le startup di matrice israeliana che approdano in Italia trovano nel sistema lombardo il proprio aeroporto naturale. Quando si parla di gemellaggio non si parla, dunque, di scambi folkloristici o di settimane gastronomiche. Si parla di un’infrastruttura politica che facilita flussi di capitali, brevetti, contratti militari, joint venture nel settore della sorveglianza biometrica.

È in questa rete di interessi che vanno collocate le tre consigliere e i tre consiglieri che hanno tradito il proprio voto di ottobre. È la materialità dei legami fra Palazzo Marino e l’asse atlantico-israeliano, non un capriccio personale, che spiega la loro scelta. La sinistra che ignora questa struttura, e che continua a ragionare come se la politica fosse il regno delle pure intenzioni, è destinata a essere battuta ogni volta. Il consigliere che vota contro la sospensione del gemellaggio non vota per ragioni morali. Vota perché ha calcolato che, nel sistema di reciproche convenienze in cui si muove, il costo politico di disconoscere Sala è maggiore del costo politico di abbandonare l’ordine del giorno di ottobre. È un calcolo razionale dentro un sistema corrotto. Per cambiarlo non basta moltiplicare le mozioni: occorre cambiare il sistema.

Ed è qui che il quadro si allarga, perché Milano è solo un osservatorio privilegiato. La stessa logica è all’opera nel governo Meloni che continua a esportare armamenti verso Israele in violazione della legge italiana numero centottantacinque del millenovecentonovanta. La stessa logica è all’opera nelle istituzioni europee che hanno mantenuto in vita l’accordo di associazione con Israele nonostante l’articolo due dello stesso accordo subordini la relazione al rispetto dei diritti umani fondamentali. La stessa logica è all’opera nell’apparato di sicurezza atlantico che considera la frontiera israeliana come la propria linea avanzata di proiezione strategica nel Mediterraneo. Sospendere un gemellaggio comunale è un atto politico minuto, ma agisce su questa stessa catena. Per questo i suoi avversari sono tanto agguerriti. Per questo lo hanno bocciato.

6. Le piazze e gli Stati

Mentre il voto si consumava, in mare e per strada si vedeva l’altro lato della stessa medaglia. La protezione della Flotilla non è venuta dalle marine europee, dai governi atlantici, dalle cancellerie. È venuta dagli scioperi generali indetti dall’Unione Sindacale di Base e dal sindacalismo di base, dai presìdi che hanno bloccato porti come Genova, Livorno, Salerno, Ravenna, dai trentamila lavoratori e lavoratrici che si sono fermati nonostante le sanzioni dell’Autorità di Garanzia. È venuta dalle università occupate, dai centri sociali, dalle reti civiche, dai sanitari per Gaza, dalle quattromila iniziative di sciopero della fame a staffetta diffuse in tutto il Paese, dai medici italiani che si sono dichiarati disponibili a recarsi nella Striscia anche a rischio personale, dai collettivi di fabbrica come ex Gkn che hanno trasformato le loro stesse vertenze nella piattaforma di una solidarietà internazionalista che non si vedeva da anni.

Sono i popoli che proteggono la Flotilla. Sono i popoli che hanno fatto sì che a Gaza il termine «genocidio», un tempo riservato alle aule accademiche, sia oggi pronunciato in piazza, sulle pagine dei principali quotidiani internazionali, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. È il movimento dal basso ad avere costretto trentanove governi a dichiararsi formalmente preoccupati per l’azione israeliana, anche se solo cinque di essi hanno preso misure operative. È il movimento dal basso ad avere infiltrato persino una parte del giornalismo mainstream, che oggi descrive in modo molto più aderente alla realtà ciò che due anni fa veniva taciuto. La sproporzione fra ciò che dicono le piazze e ciò che fanno le istituzioni è la cifra di tutta una stagione politica. È la sproporzione che spiega l’urgenza di costruire forme di organizzazione politica capaci di trasferire quella forza nelle stanze dove si decide.

A Milano la lezione è scoperta. Una raccolta di firme è in corso, da settimane, per una delibera di iniziativa popolare che imponga al Comune la sospensione di tutti gli accordi con Israele. È la stessa strada percorsa a Roma, dove il consiglio comunale ha già discusso un provvedimento analogo. Mentre i consiglieri litigano sulle formule, i cittadini firmano. Mentre Sala blocca i voti del proprio consiglio, i quartieri si organizzano. È la dimostrazione che la democrazia diretta, la mobilitazione popolare, la pressione costante e capillare dal basso restano gli unici strumenti efficaci per costringere le istituzioni a fare la cosa giusta. O almeno la cosa meno indegna.

7. Cosa ci insegna il voto di Milano

Il voto di Palazzo Marino del diciotto maggio resterà come un piccolo, esatto laboratorio politico. Ha mostrato in poche ore tre verità che a sinistra è ora di guardare in faccia. La prima è che non basta avere una maggioranza progressista per governare in modo progressista: serve una direzione politica che non abbia paura del costo dei propri principi. La seconda è che il riformismo che si rifugia nella «libertà di coscienza» quando si tratta di decidere su un genocidio non sta praticando la libertà, sta praticando la fuga. La terza è che la complicità peggiore non è quella della destra apertamente filo-israeliana, ma quella della sinistra di governo che sta in piazza con la Flotilla e in aula vota con i suoi affossatori. La destra agisce coerentemente. La complicità tiepida del centrosinistra è ciò che permette alla destra di non pagare politicamente nessuna delle proprie posizioni.

C’è bisogno di nominare le cose. C’è bisogno di smettere di chiamare prudenza ciò che è subalternità, equilibrio ciò che è copertura, dialettica interna ciò che è tradimento di un voto democratico già espresso. C’è bisogno di una nuova soglia. Quella soglia non passa dentro le maggioranze di palazzo, passa fra chi si rifiuta di essere complice e chi accetta di esserlo. È una soglia trasversale, che attraversa partiti, sindacati, associazioni, parrocchie, ordini professionali. Dentro a quella soglia si stanno formando alleanze nuove, fragili ma vere, fra realtà che fino a ieri non si parlavano. È nella geografia di queste alleanze che andrà cercata la sinistra del prossimo decennio. La sinistra che non resta più nella stessa stanza con chi vota a fianco di chi affonda le navi dei nostri.

Le pietre di Milano resteranno. Le pietre delle tre consigliere democratiche e dei tre consiglieri della lista del sindaco resteranno. Le pietre dell’aula di Palazzo Marino, che la sera del diciotto maggio duemilaventisei ha confermato il gemellaggio con la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio, resteranno. Non per spirito di vendetta o per cattiveria storiografica, ma perché nella storia delle lotte popolari ogni voto pesa, ogni voto è un nome, ogni voto entra nei libri di scuola dei figli dei figli di chi oggi muore a Gaza, a Khan Younis, a Rafah. Quei figli un giorno chiederanno conto. E nessuna formula di prudenza istituzionale, nessuna invocazione della Conferenza di Pace, nessuna nota da pompiere del segretario di sezione potrà cancellare il fatto bruto che, in quell’ora, fra un popolo affamato e una marina di pirati, sei consiglieri della maggioranza progressista milanese hanno scelto i pirati.

La sinistra che vuole ancora chiamarsi tale comincia esattamente da qui. Dal rifiuto di restare al tavolo con chi compie quel gesto. Dal coraggio di nominare, distinguere, prendere posizione anche quando questo significa rompere alleanze, perdere municipi, riaprire conflitti che da troppi anni sono stati sedati con la formula stanca del male minore. Perché il male minore, oggi, ha un costo che si misura in seimila bambini sepolti sotto le macerie e in centinaia di attivisti italiani sequestrati in acque internazionali. Quel costo è troppo alto. Va finalmente detto.

Fonti

Agenzia ANSA, dispacci 19-20 maggio 2026 sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla e il trasferimento degli attivisti al porto di Ashdod. Quotidiano Nazionale, cronache del 19 e 20 maggio 2026. Il Fatto Quotidiano, edizioni del 18 e 19 maggio 2026 sul voto del consiglio comunale di Milano e sulle manifestazioni nazionali per la Palestina. Milano Today, ricostruzione del voto del 18 maggio in Palazzo Marino. Contropiano, dossier sulla Flotilla e sul voto milanese. L’Indipendente, cronaca dell’assalto in mare e degli scioperi. Il Manifesto, rubrica «Crimini di guerra», maggio 2026. Salute Internazionale, biopolitica del genocidio palestinese, marzo 2026. Sito ufficiale dell’Unione Sindacale di Base, comunicati 12 e 18 maggio 2026. Peacelink, intercettazione della Global Sumud Flotilla, 18 maggio 2026. Rapporti del Ministero della Salute di Gaza e dati delle agenzie sanitarie internazionali aggiornati al marzo 2026. Dichiarazioni pubbliche della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Quando la politica torna comunità: l’esperienza di NOVA 26 e la forza della partecipazione reale.

Non sempre la politica riesce ancora a sorprendere positivamente. Negli ultimi anni, anzi, molti cittadini si sono progressivamente allontanati dalla partecipazione pubblica, convinti che tutto sia già deciso altrove, dentro meccanismi chiusi e autoreferenziali. È anche per questo che l’esperienza vissuta ieri a Udine, durante “NOVA · Parola all’Italia”, l’iniziativa promossa dal Movimento 5 Stelle, mi ha colpito profondamente in senso positivo.

Ero lì per portare anche il mio contributo e avanzare una proposta legata a un tema che considero centrale per il futuro sociale del Paese: la non autosufficienza, il lavoro di cura e l’invecchiamento della popolazione, con tutte le conseguenze economiche, familiari e umane che questa trasformazione demografica sta già producendo. Un tema troppo spesso relegato ai margini del dibattito politico, nonostante riguardi milioni di famiglie italiane.

Ma ciò che mi ha colpito maggiormente non è stato soltanto il contenuto dei tavoli. È stato il metodo.

Non parlo soltanto dell’organizzazione, che è stata seria ed efficace, né della presenza di centinaia di persone provenienti da esperienze diverse. Quello che mi ha colpito davvero è stato il metodo utilizzato. Un metodo che, almeno per una giornata, ha restituito alla parola “partecipazione” un significato concreto.

L’iniziativa si basava sull’Open Space Technology, un modello partecipativo ideato per costruire discussioni dal basso, senza temi imposti preventivamente dai vertici politici. Nessuna scaletta blindata. Nessuna relazione introduttiva destinata a orientare il pensiero dei partecipanti. Soltanto una domanda generale sul futuro del Paese e la possibilità, per chiunque, di proporre temi e tavoli di discussione.

Ed è proprio qui che, secondo me, emerge la forza di questa esperienza.

La giornata si è aperta con una prima plenaria nella quale sono stati proposti e selezionati i primi cinque argomenti di discussione. Successivamente i partecipanti si sono distribuiti nei vari tavoli, confrontandosi liberamente. Poi una seconda plenaria, con lo stesso meccanismo: nuove proposte, nuovi tavoli, nuove discussioni.

Tutto avveniva senza rigidità, senza gerarchie evidenti, senza quella sensazione spesso soffocante che caratterizza molte assemblee politiche tradizionali, dove il cittadino finisce relegato al ruolo di spettatore.

E invece qui accadeva il contrario: le persone diventavano protagoniste.

Uno degli aspetti più interessanti è stato proprio il coinvolgimento di cittadini non iscritti al Movimento 5 Stelle. Anzi, da quello che ho potuto vedere e comprendere, oltre la metà dei partecipanti proveniva dall’esterno. Questo dato, da solo, racconta molto più di tanti discorsi sulla crisi della partecipazione politica.

Perché significa che esiste ancora un bisogno reale di confronto collettivo. Ma significa anche che le persone partecipano quando percepiscono autenticità, apertura e libertà.

Personalmente ero accompagnato dal mio amico Cristiano, al quale avevo chiesto la cortesia di portarmi all’evento, essendo io non vedente. Conoscevo bene la sua posizione verso la politica: distante, disillusa, quasi infastidita da questo tipo di iniziative. Era lì più per amicizia che per interesse reale. All’inizio osservava tutto con grande diffidenza, sentendosi completamente fuori contesto.

Eppure, lentamente, qualcosa è cambiato.

Tra una discussione e l’altra, tra i tavoli e gli interventi spontanei, ha iniziato a lasciarsi coinvolgere. Non perché qualcuno cercasse di convincerlo ideologicamente, ma perché si è sentito libero di parlare e ascoltare senza pressioni, senza appartenenze obbligatorie, senza dover dimostrare nulla.

È stato durante la pausa pranzo che ho percepito chiaramente questa trasformazione. Ragionando insieme sull’esperienza vissuta fino a quel momento, si era ormai aperto al confronto. Discutevamo rapidamente di problemi concreti, di ingiustizie fiscali, di persone schiacciate dai debiti e da un sistema che spesso non distingue tra evasori professionisti e piccoli imprenditori travolti dalle difficoltà.

Ma nel suo caso non si trattava di un ragionamento teorico. Lui quella situazione l’aveva vissuta direttamente sulla propria pelle.

Dopo il fallimento della sua azienda aveva conosciuto il peso devastante dell’indebitamento, della pressione fiscale, dell’isolamento sociale che spesso accompagna chi crolla economicamente in questo Paese. Durante il tavolo che poi avrebbe proposto lui stesso, ha raccontato apertamente anche il momento più drammatico della sua esperienza personale: aver persino pensato al suicidio.

Un passaggio umano molto forte, che però non ha trasformato il confronto in uno sfogo sterile o individuale. Al contrario, proprio partendo dalla sua esperienza diretta, il tavolo ha iniziato a ragionare su proposte concrete.

Tra queste, ad esempio, la necessità di modificare la Legge 3 sul sovraindebitamento, la cosiddetta “legge antisuicidi”, che secondo la sua esperienza reale non funziona come dovrebbe e spesso non riesce a dare risposte efficaci a chi precipita in condizioni economiche insostenibili.

La discussione si è poi allargata ad altri aspetti del rapporto tra fisco, dignità sociale e tutela delle persone travolte dal fallimento economico. E ciò che mi ha colpito maggiormente è stato vedere una persona inizialmente ostile alla politica diventare protagonista di un’elaborazione collettiva seria, concreta e perfino competente.

È stata forse la dimostrazione più forte del fatto che il metodo funziona davvero.

Perché molte persone credono di “non avere nulla da dire” soltanto perché nessuno ha mai creato uno spazio autentico in cui potessero esprimersi senza sentirsi giudicate o inferiori. In contesti come questo, invece, anche chi normalmente resta ai margini finisce per tirare fuori esperienze, idee e riflessioni che possono diventare patrimonio collettivo.

Dopo pranzo si è aperta la terza plenaria della giornata, con altri cinque argomenti proposti dai partecipanti. Alla fine il percorso ha generato quindici grandi aree tematiche di confronto, nate direttamente dalle persone presenti.

Ma forse l’aspetto più interessante è ciò che avverrà dopo.

Questa esperienza, infatti, non si conclude con la giornata del 16 e 17 maggio. Le proposte emerse dai 102 tavoli organizzati a livello nazionale verranno raccolte, confrontate e sintetizzate in successivi appuntamenti previsti entro la fine di giugno. Le idee simili saranno accorpate, i contenuti approfonditi, i punti programmatici arricchiti attraverso ulteriori momenti partecipativi.

Ed è qui che il metodo mostra tutta la sua ambizione: non limitarsi all’evento simbolico, ma tentare davvero di costruire una piattaforma politica collettiva partendo dai contributi emersi dal basso.

Naturalmente questo processo non è semplice. Richiede tempo, capacità organizzativa, strumenti adeguati e soprattutto una cultura politica non proprietaria.

Perché la partecipazione reale non può essere soltanto uno slogan da campagna elettorale. Deve essere una pratica concreta. E per praticarla serve una classe dirigente capace di accettare che le idee possano nascere anche fuori dai gruppi dirigenti, fuori dalle segreterie, fuori dai meccanismi tradizionali del potere politico.

Da questo punto di vista il Movimento 5 Stelle dimostra certamente una maggiore apertura rispetto ad altre realtà politiche italiane. Non so quanti partiti sarebbero realmente disponibili a mettere da parte il controllo preventivo dei contenuti per lasciare spazio a un confronto così libero.

Negli stessi giorni anche l’esperienza promossa da Decidiamo.com, legata ad Alleanza Verdi Sinistra, ha rappresentato un tentativo interessante di partecipazione dal basso, costruita attraverso il software “Decidim”, nato originariamente nell’esperienza municipale di Barcellona durante l’amministrazione di Ada Colau.

Si tratta di uno strumento utile e innovativo, soprattutto per la costruzione partecipata di programmi e bilanci territoriali. Tuttavia, a mio avviso, mostra anche alcuni limiti rispetto all’esperienza di NOVA.

Nel modello di Decidiamo.com, infatti, i temi principali sono già definiti in partenza. Esistono sedici aree tematiche prestabilite e il confronto avviene all’interno di quei contenitori già scelti. È certamente una forma di partecipazione, ma resta comunque orientata da una struttura iniziale che delimita il campo della discussione.

L’esperienza di NOVA, invece, mi è sembrata più radicale e più libera. I temi emergono direttamente dalle persone presenti. Non esiste una gerarchia preventiva degli argomenti. E questo cambia completamente il clima dell’assemblea, perché restituisce ai partecipanti la sensazione reale di poter incidere.

Credo che questa scelta non sia casuale, ma appartenga in qualche modo al DNA originario del Movimento 5 Stelle: l’idea che la partecipazione diretta dei cittadini non debba essere soltanto una formula retorica, ma una pratica concreta e persino disordinata, aperta anche a chi non possiede linguaggi politici raffinati o grande esperienza pubblica.

Anzi, forse è proprio lì che emerge il meglio.

Perché spesso le persone che “non sanno parlare di politica” sono quelle che portano i problemi più veri, le esperienze più autentiche, le domande più concrete.

E ieri, almeno per una giornata, tutto questo è emerso con una forza che sinceramente non vedevo da molto tempo.

La democrazia vive soltanto quando le persone sentono di poter incidere davvero. Quando i cittadini smettono di essere pubblico e tornano a essere comunità.

Per una giornata, ieri, a Udine, questa sensazione si è respirata davvero.

DOCUMENTO PROGRAMMATICO PER LA PIATTAFORMA DECIDIAMO!

Alleanza Verdi e Sinistra

Contributo dal territorio del Friuli Venezia Giulia

Non autosufficienza: dalla cura come dovere privato al diritto pubblico universale

Una proposta dal Friuli Venezia Giulia per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra

Premessa politica

Una società si misura da come tratta chi non ha voce contrattuale. In Italia, dopo decenni di tagli al welfare, di esternalizzazione del lavoro di cura sulle famiglie e in particolare sulle donne, e di cessione progressiva della sfera dei diritti sociali alla logica del mercato, la non autosufficienza resta uno dei nodi più gravi della questione democratica. Non è materia tecnica: è il punto in cui si decide se la Costituzione, articoli 2, 3, 32 e 38, trova ancora attuazione concreta o se viene di fatto sospesa per la fascia più fragile della popolazione.

Il presente documento nasce come contributo al percorso pubblico e partecipato Decidiamo!, lanciato sabato 9 maggio 2026 a Roma da Alleanza Verdi e Sinistra, e si propone come tassello di una piattaforma programmatica che sappia tenere insieme giustizia sociale, giustizia climatica e democrazia partecipata. Lo scriviamo da una regione di confine, il Friuli Venezia Giulia, che è laboratorio anticipato della transizione demografica nazionale e che, proprio per questo, mostra in anticipo le contraddizioni di un modello di welfare ridotto a sistema di emergenza, sopravvivenza e residualità.

La tesi politica che attraversa l’intero documento è la seguente: la cura non è un costo, è un’infrastruttura democratica ed ecologica. Investire nella non autosufficienza significa scegliere un modello sociale fondato sulla solidarietà strutturale, sulla redistribuzione del reddito e sulla conversione ecologica del welfare, contro la deriva neoliberista che riduce la cura a merce e il caregiver, quasi sempre una donna, spesso una migrante, a manodopera invisibile e sottopagata. Significa, in una parola, portare al centro del programma di Alleanza Verdi e Sinistra un capitolo di cura universale che faccia parte integrante della transizione giusta e non una sua appendice residuale.

Il punto numero uno del programma di AVS, fin dal 2022, è la difesa e attuazione della Costituzione repubblicana e antifascista. La proposta che qui presentiamo è la traduzione operativa di quel principio nel campo del welfare: dove non c’è cura universale, l’eguaglianza sostanziale dell’articolo 3 resta lettera morta.

1. Il Friuli Venezia Giulia: laboratorio anticipato della crisi demografica

Il Friuli Venezia Giulia è, dal punto di vista demografico, una regione sentinella. Secondo i dati ISTAT al 1 gennaio 2025, la popolazione regionale ammonta a 1.193.284 abitanti, in calo di 1.332 unità rispetto al 2024. Ma il dato decisivo non è il calo: è la composizione per età.

Gli over 65 rappresentano il 27,5 per cento della popolazione, circa 328.000 persone; gli over 80 sono oltre 112.000; gli ultraottantacinquenni 57.562, pari al 4,8 per cento del totale regionale. L’indice di vecchiaia è pari a 252,9, ossia quasi 253 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni, contro una media nazionale ben più contenuta. L’età media è di 48,7 anni, contro i 46,9 nazionali; Trieste è la provincia più anziana d’Italia con un’età media di 49,4 anni. Le proiezioni ISTAT al 2080 stimano una perdita di circa 200.000 abitanti e un ulteriore aggravio dello squilibrio generazionale.

La Regione stessa stima oggi in circa 36.000 le persone non autosufficienti residenti in Friuli Venezia Giulia. Ma è la fotografia delle liste di attesa nelle case di riposo a restituire la dimensione della crisi: a Pordenone, Casa Serena registra 425 persone in attesa per 259 posti; la Casa Anziani Umberto Primo 363 in attesa per 110 posti; Cordenons 356 per 113 posti. In totale, circa 2.000 anziani in lista d’attesa per una struttura residenziale a livello regionale.

Sul fronte domiciliare i numeri certificano un sistema sotto pressione: 6.700 persone seguite dall’assistenza domiciliare sociale, 34.597 anziani presi in carico dall’ADI, 9.100 beneficiari del Fondo Autonomia Possibile (FAP), che nel 2025 ha visto stanziamenti per 49 milioni di euro, in crescita del 45 per cento rispetto al 2018. Cifre rispettabili, ma manifestamente insufficienti se rapportate alla platea reale del bisogno.

Quando il governo regionale stesso, voce dell’assessore Riccardi nel settembre 2025, riconosce che nei prossimi venticinque anni gli over 65 in Friuli Venezia Giulia aumenteranno del 235 per cento e gli over 85 del 70 per cento, è chiaro che siamo di fronte a una emergenza strutturale che impone una svolta sistemica. Il Friuli Venezia Giulia non è un’eccezione: è il futuro prossimo dell’Italia. Quello che qui si decide oggi vale come anticipazione nazionale, ed è precisamente per questa ragione che il contributo di una regione periferica può e deve interpellare la coalizione progressista a livello nazionale.

2. Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze e la cronica insufficienza di risorse

Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, istituito dall’articolo 1, comma 1264, della legge 296/2006, è oggi lo strumento economico principale del sistema. Reso strutturale dalla legge 208/2015, ha visto una crescita progressiva: dai 400 milioni del 2016 ai 982 milioni del 2025, 934 milioni del 2026 e 1 miliardo e 108 milioni previsti per il 2027. Per il triennio 2025-2027 si arriva quindi a poco più di tre miliardi di euro complessivi.

La novità del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, oggetto del DPCM di marzo 2026, è la divisione in doppio binario: una quota vincolata per gli anziani e per i progetti di vita indipendente (250 milioni annui per i LEPS, di cui 50 milioni per il personale dei Punti Unici di Accesso, più 14,64 milioni annui per la vita indipendente) e una quota indistinta che nel 2026 ammonta a 620 milioni e nel 2027 a 794 milioni, programmata unitariamente dalle Regioni in attesa che il Piano per gli over 70 del CIPA, ancora atteso, sia recepito.

Il limite politico è netto e va denunciato senza giri di parole: la stessa Commissione tecnica di riferimento ha riconosciuto che i criteri di riparto non sono ancora ancorati ai fabbisogni standard calcolati per Ambito Territoriale Sociale, perpetuando diseguaglianze territoriali strutturali. Il fondo non è coordinato con il Fondo Nazionale Politiche Sociali, il Fondo Povertà e il Fondo Dopo di Noi, e non è raccordato con il Sistema di Garanzia dei LEPS introdotto dalla legge di bilancio 2026.

La CGIL e lo SPI hanno parlato con chiarezza di Piano in ritardo e di risorse insufficienti. La cifra raggiunta nel 2027, poco più di un miliardo annuo, andrebbe rapportata alle reali esigenze di milioni di non autosufficienti e dei loro familiari: il dato è impietoso. La Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l’Italia lo 0,5: meno della metà. Una coalizione progressista degna di questo nome deve dirlo: senza un salto quantitativo nelle risorse, qualsiasi riforma di sistema rischia di restare cosmetica.

3. La riforma incompiuta: legge delega 33/2023 e D.Lgs. 29/2024

La legge delega 23 marzo 2023 numero 33, vincolata agli obiettivi del PNRR, Missione 5 Componente 2, ha promesso una riforma strutturale dell’assistenza agli anziani non autosufficienti: definizione unitaria della condizione, Sistema Nazionale per la popolazione anziana (SNAA), Punti Unici di Accesso nelle Case della Comunità, valutazione multidimensionale, prestazione universale.

Il decreto legislativo attuativo numero 29 del 15 marzo 2024, corretto dal D.Lgs. 93/2025, ha ampiamente disatteso gli obiettivi della delega. Le critiche convergono da fonti molto diverse: il Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, la CGIL, l’ANCI, le Commissioni Affari Sociali stesse di Camera e Senato. I rilievi sono sintetizzabili in tre punti: oltre venti rinvii a futuri provvedimenti (decreti ministeriali, linee guida, leggi regionali), che svuotano la cogenza della riforma; assenza di finanziamenti aggiuntivi dedicati, con la riforma risolta in un travaso di risorse esistenti; e una cosiddetta prestazione universale di fatto selettiva, riservata ai casi di bisogno assistenziale gravissimo, con criteri così stringenti da ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Più che universale, è residuale.

Nel frattempo l’Italia, nel 2022, è stata formalmente censurata dall’ONU per la violazione degli obblighi della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità. Una sentenza politica e morale che il governo Meloni non ha mai voluto realmente raccogliere e che la nostra alleanza è chiamata a rimettere al centro del proprio mandato programmatico.

4. Il caregiver familiare: la grande questione sospesa

Secondo l’ISTAT i caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni, in maggioranza donne (circa il 70 per cento), spesso costrette ad abbandonare il lavoro retribuito o a ridurre drasticamente la propria vita sociale. Si stima che fino a 8,5 milioni di persone svolgano attività di cura non riconosciuta. Il valore economico nascosto di questo lavoro, vero e proprio sussidio invisibile al bilancio dello Stato, è incalcolabile: è il pilastro non contabilizzato del welfare italiano, sostenuto sulle spalle delle donne e prelevato dalle loro pensioni future.

Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare. Le misure previste comprendono il riconoscimento formale presso l’INPS, l’inserimento obbligatorio del caregiver nel Progetto di vita e nel Piano Assistenziale Individualizzato e un contributo economico fino a 400 euro mensili, ma solo per il caregiver convivente prevalente con almeno 91 ore settimanali di cura, oltre 13 ore al giorno per sette giorni. La dotazione complessiva è di circa 257 milioni di euro.

La critica progressista al provvedimento è chiara: non è una misura universalistica, ma una soglia di sopravvivenza per le sole famiglie in povertà estrema. Un caregiver, soprattutto se donna, che si dedica per 91 ore alla settimana alla cura non sta facendo un lavoro: ne sta facendo due. Non riconoscere previdenzialmente questa attività significa codificare per legge la povertà di vecchiaia delle donne italiane. È esattamente il contrario di quanto Alleanza Verdi e Sinistra propone in materia di lavoro: salario minimo, riduzione dell’orario a parità di salario, fine della precarietà strutturale. La cura non può restare l’eccezione di un sistema che, nel suo cuore, riproduce sfruttamento.

5. Le criticità strutturali del modello attuale

Il sistema italiano della non autosufficienza, così come si è sedimentato nei decenni, presenta cinque vizi originari di natura strutturale che ne minano alla radice ogni possibilità di evoluzione progressiva.

Il primo è la frammentazione istituzionale e la diseguaglianza territoriale. Le competenze sono divise tra Stato, Regioni, ASL, ATS, Comuni. I diritti cambiano radicalmente in base alla residenza. Il Mezzogiorno paga un dazio storico: il riparto del FNA non è ancorato ai fabbisogni standard e quindi non sana le disuguaglianze, le riproduce.

Il secondo è la privatizzazione strisciante. Crescono i posti letto convenzionati e privati, mentre la rete pubblica arretra. Le rette in molte strutture private superano i 2.500 euro mensili: di fatto un censo all’assistenza, che esclude le famiglie a reddito medio-basso e produce una segregazione di classe del fine vita.

Il terzo è il carico sproporzionato sulle famiglie e il patriarcato del welfare. Il sistema poggia sull’assunto implicito che la cura sia una funzione femminile gratuita. È un dato non solo economico ma politico: la composizione di genere del lavoro di cura non remunerato è il calco speculare della composizione di genere della povertà di vecchiaia.

Il quarto è il lavoro di cura sommerso e la vulnerabilità migrante. Centinaia di migliaia di assistenti familiari, in larga parte donne migranti, lavorano in condizioni di semi-clandestinità o irregolarità contrattuale. La nuova legge sui caregiver non le include. È una rimozione politica esplicita, che il programma di AVS non può accettare in coerenza con la propria storica difesa dei diritti dei migranti e delle migranti.

Il quinto è la logica residuale e burocratica. L’accesso ai servizi è strutturato come concessione assistenziale, non come diritto esigibile. Tempi lunghi, soglie ISEE che escludono il ceto medio impoverito, rendicontazioni vessatorie, valutazioni multidimensionali a singhiozzo. Il cittadino non autosufficiente è trattato come supplicante, non come titolare di diritti.

6. La visione ecosocialista: la cura come infrastruttura democratica

All’analisi delle criticità deve corrispondere una visione politica alternativa. Proponiamo all’assemblea di Decidiamo! di assumere come asse programmatico una serie di principi non negoziabili, che riprendono il lessico ecosocialista e dei diritti caratteristico di Alleanza Verdi e Sinistra. La cura, in questa prospettiva, è insieme questione sociale, ecologica e democratica: è il punto in cui si decide se la transizione sarà giusta o se replicherà, sotto altre forme, le diseguaglianze del modello fossile e neoliberista.

7. Universalità sostanziale, non formale

La non autosufficienza è un diritto sociale, non una concessione. Va garantita su base universale, indipendentemente dal reddito e dalla residenza, con livelli essenziali delle prestazioni (LEPS) realmente esigibili e giustiziabili davanti al giudice ordinario. Universalità significa abbandonare la logica selettiva delle soglie ISEE punitive e introdurre un diritto soggettivo perfetto alla presa in carico, modulato non sul reddito ma sulla intensità del bisogno.

8. Centralità del Progetto di vita

Ogni intervento deve partire dal progetto individualizzato, costruito con la persona e con il suo nucleo, integrato tra sociale e sanitario, dotato di budget di cura vincolante e verificabile. Niente più burocrazia che separa: un solo punto di accesso, una sola valutazione, una sola governance del caso. Il Progetto di vita non è un adempimento ma il luogo in cui la persona riconquista la propria autodeterminazione, secondo il principio costituzionale e internazionale della Convenzione ONU.

9. Domiciliarità come priorità strutturale

La residenzializzazione deve diventare l’opzione di ultima istanza, non la prima. Significa potenziare ADI e SAD, sviluppare cohousing, abitare inclusivo, condomini solidali, telemedicina. Significa invertire la logica del recupero a posteriori, la casa di riposo, con quella della prevenzione domiciliare. Significa anche, per AVS, riconnettere il tema della cura a quello dell’abitare: il diritto alla casa, oggi negato a milioni di italiane e italiani, è precondizione del diritto a invecchiare e a essere assistiti dignitosamente.

10. Riconoscimento giuridico, economico e previdenziale del caregiver

Va riscritta la legge sui caregiver in chiave universalistica: riconoscimento contributivo per ogni anno di cura, accesso al pensionamento anticipato non condizionato a soglie ISEE punitive, formazione gratuita, supporto psicologico, congedi retribuiti veri. Va estesa la tutela alle assistenti familiari migranti, con percorsi di emersione e regolarizzazione legati al lavoro di cura. Il principio è semplice e politicamente forte: dove c’è lavoro, anche di cura, ci sono diritti, contratto, salario e contribuzione. Senza eccezioni di genere e senza eccezioni di cittadinanza.

11. Conversione ecologica del welfare e giustizia climatica della cura

La cura è un settore ad alta intensità di lavoro e a basso impatto ambientale: per ogni euro investito in long-term care si producono molti più posti di lavoro stabili e a basso carbonio rispetto a un euro investito in infrastrutture energivore. Il programma di AVS, che già pone al centro la transizione giusta, deve quindi includere il welfare di cura tra gli investimenti strategici della conversione ecologica. Significa, in concreto, finanziare la rete pubblica della cura con le stesse risorse che oggi vengono drenate da sussidi alle fonti fossili, dalla spesa militare crescente e dalle agevolazioni alle grandi rendite finanziarie. Significa, anche, riprogettare i luoghi della cura come edifici a impatto zero, integrati nei territori, alimentati da energia rinnovabile e cooperativa, lontani dal modello industriale delle grandi RSA-fabbrica.

La giustizia climatica non è soltanto la difesa del pianeta dai cambiamenti climatici: è anche la protezione delle fasce più fragili, anziane, malate, non autosufficienti, dagli effetti già presenti del riscaldamento globale. Le ondate di calore degli ultimi anni hanno colpito in modo sproporzionato gli anziani e le persone non autosufficienti, in particolare nelle aree urbane. Investire in cura significa, anche, costruire resilienza climatica.

12. Comunità di prossimità e democrazia partecipata

Le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti devono essere co-decisori delle politiche che li riguardano, attraverso rappresentanze stabili negli Ambiti Territoriali Sociali e nei Comitati interministeriali. Niente su di noi senza di noi non è uno slogan: è un principio costituzionale. La piattaforma Decidiamo! ha proprio questo significato: invertire la rotta della delega passiva, aprire i tavoli decisionali alle voci che la politica istituzionale ha imparato a non ascoltare. Il welfare di cura deve nascere da questa stessa ispirazione partecipata.

13. Proposte operative nazionali per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra

Si propongono al confronto della piattaforma Decidiamo! le seguenti misure di livello nazionale, articolate in una sequenza coerente di sette interventi strutturali.

Il primo intervento è triplicare il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze entro la legislatura. Portare lo stanziamento da circa 1 miliardo (2027) ad almeno 3 miliardi annui strutturali, ancorando il riparto ai fabbisogni standard per Ambito Territoriale Sociale. La Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l’Italia lo 0,5: l’obiettivo è almeno l’1 per cento del PIL entro la legislatura.

Il secondo intervento è approvare un Testo Unico della non autosufficienza. Riassorbire FNA, Fondo Disabilità, Fondo Caregiver, Fondo Dopo di Noi in un unico architrave normativo, con LEPS giustiziabili, criteri unitari, governance integrata sociosanitaria. Superare il doppio binario anziani-disabili dove crea duplicazioni e disuguaglianze, mantenendolo solo dove serve a garantire specificità di presa in carico.

Il terzo intervento è il riconoscimento universale del caregiver familiare. Soppressione della soglia delle 91 ore settimanali; introduzione di un assegno di cura modulato su reddito e intensità assistenziale; copertura previdenziale figurativa integrale per gli anni di cura; congedo straordinario retribuito esteso ai caregiver non conviventi. La legge di gennaio 2026 va integralmente riscritta nella prospettiva universalistica.

Il quarto intervento è l’emersione e la tutela delle assistenti familiari migranti. Permesso di soggiorno legato al lavoro di cura, contratto collettivo nazionale aggiornato, formazione obbligatoria gratuita, riconoscimento dei titoli nei Paesi di origine. Non possiamo costruire il welfare delle donne italiane sulle spalle invisibili delle donne migranti. È una scelta di coerenza politica per una alleanza che fa della difesa dei diritti dei migranti uno dei propri pilastri identitari.

Il quinto intervento è il piano nazionale per la rete pubblica della cura. Costruzione di nuove strutture pubbliche, RSA, case di comunità, centri diurni, con vincolo di ricaduta sui territori a maggior fabbisogno. Blocco delle convenzioni con strutture private a scopo di lucro che non garantiscono standard di personale e qualità adeguati. Ripubblicizzazione progressiva di quelle strutture private che, beneficiando di fondi pubblici, hanno mostrato di anteporre il profitto alla qualità della cura.

Il sesto intervento è il piano straordinario per il personale sociosanitario. La Sezione Autonomie della Corte dei Conti, con la deliberazione 10/SEZAUT/2026/QMIG, ha sciolto un primo nodo permettendo agli enti locali di escludere dal calcolo dei limiti assunzionali le risorse del FNA destinate al personale dei PUA. È un segnale importante ma non basta: serve il superamento normativo dei vincoli assunzionali per Comuni e Ambiti Territoriali Sociali, un contratto unico per OSS, infermieri di comunità ed educatori, una formazione universitaria e professionale dedicata. Il tutto ancorato al salario minimo orario di 10 euro lordi, principio che AVS porta nel proprio programma da anni.

Il settimo intervento è la copertura finanziaria. Per finanziare il Piano serve coraggio fiscale: una imposta patrimoniale ordinaria sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro, a destinazione vincolata sul Fondo Nazionale Non Autosufficienze; il taglio progressivo dei sussidi alle fonti fossili e di parte della spesa militare in crescita; la tassazione effettiva delle multinazionali digitali. La cura universale è incompatibile con l’austerità europea e con la subordinazione alla logica del Patto di Stabilità rivisto: il programma di AVS deve dirlo apertamente e senza reticenze.

14. Proposte operative regionali per il Friuli Venezia Giulia

Sul piano regionale, e in coerenza con la presenza di AVS nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia eletto nel 2023 a sostegno della candidatura di Massimo Moretuzzo, si propongono sette ulteriori misure.

La prima è la riforma del FAP in chiave universalistica. Innalzamento delle soglie ISEE oggi previste (30.000 euro per APA e CAF, 60.000 euro per AGD), revisione degli importi al rialzo, estensione della platea, semplificazione drastica della rendicontazione. Il FAP deve diventare un assegno di cura universale modulato sul bisogno, non un contributo selettivo a soglia.

La seconda è il Piano regionale per le RSA pubbliche. Riconversione di immobili pubblici dismessi (caserme, scuole chiuse, edifici sanitari sottoutilizzati) in centri diurni e RSA pubbliche con almeno 1.500 nuovi posti convenzionati nel triennio. La lista d’attesa di 2.000 anziani deve essere azzerata in cinque anni. Le riconversioni devono rispondere a criteri di efficienza energetica e accessibilità integrale, dimostrando concretamente che la rete pubblica della cura può essere anche un esempio di bioedilizia.

La terza è il reclutamento straordinario di operatori sociosanitari. Bando regionale unico per 1.000 nuovi OSS nel triennio, con concorso pubblico, contratto stabile e salario non inferiore a 10 euro lordi orari; scuola di formazione regionale gratuita, convenzioni con gli ITS, percorsi di stabilizzazione del personale precario.

La quarta è il Punto Unico di Accesso effettivo in ogni distretto. Realizzazione vera, non solo nominale, dei PUA presso ogni Casa della Comunità del Friuli Venezia Giulia, con valutazione multidimensionale entro 30 giorni e Progetto individualizzato vincolante.

La quinta è l’indennità regionale caregiver elevata e universalizzata. L’attuale contributo di 300 euro mensili per dodici mesi è simbolico. Va portato ad almeno 600 euro mensili per dodici mesi e reso universale per chi ha in carico una persona con disabilità grave, indipendentemente dalla soglia ISEE.

La sesta è il programma per cohousing e abitare inclusivo nelle aree interne. Particolare attenzione alla montagna friulana e alle aree interne, dove l’invecchiamento è più drammatico e i servizi più rarefatti. Sviluppo di residenzialità diffusa, turismo solidale intergenerazionale, condomini protetti, in coerenza con la visione di AVS sulle aree fragili e sui borghi a rischio spopolamento.

La settima è il tavolo regionale permanente con la cittadinanza attiva. Istituzione di un organismo paritetico tra Regione, ATS, associazioni delle persone con disabilità, sindacati, caregiver, terzo settore, con poteri reali di co-programmazione e co-progettazione delle politiche.

15. Impatto atteso e cornice politica

Una riforma di questa portata produrrebbe effetti rilevanti su più piani convergenti. Sul piano dell’equità territoriale e generazionale, supererebbe le disuguaglianze tra Nord e Sud, tra centro e aree interne. Sul piano del lavoro femminile, libererebbe le donne dal ruolo di ammortizzatore sociale invisibile, contribuendo strutturalmente alla riduzione del gender pay gap di lungo periodo e all’aumento del tasso di occupazione femminile, oggi tra i più bassi d’Europa. Sul piano della povertà di vecchiaia, in particolare femminile, oggi destinata a esplodere nei prossimi venti anni, costituirebbe il principale freno disponibile.

Sul piano economico, l’effetto moltiplicatore occupazionale è documentato: ogni miliardo investito in long-term care genera, secondo le stime ILO, circa 25.000 posti di lavoro stabili. Sul piano comunitario, la rete pubblica della cura ricomporrebbe il tessuto sociale contro l’isolamento e la solitudine, oggi vere e proprie patologie sociali di massa. Sul piano ecologico, il welfare di cura è uno dei settori a più alta intensità occupazionale e a più basso impatto ambientale: investirvi è una scelta di transizione giusta, non un costo sottratto agli investimenti verdi.

Investire nella non autosufficienza non è una voce di spesa: è un investimento democratico, ecologico e antifascista. È il modo in cui una Repubblica sociale dimostra di essere ancora tale. È, in termini gramsciani, l’occasione per costruire egemonia: non abbandonare le fasce fragili al mercato significa ricostruire la fiducia popolare nella mediazione politica progressista, oggi profondamente erosa proprio nei territori dove il welfare ha arretrato di più.

16. Conclusione: un mandato per Alleanza Verdi e Sinistra

La piattaforma Decidiamo!, lanciata da Bonelli e Fratoianni il 9 maggio 2026, pone una domanda di fondo: come vogliamo lavorare, studiare, curarci e respirare. Da questa periferia attiva del Friuli Venezia Giulia rispondiamo, sul versante della cura, con altrettanta chiarezza: dobbiamo smettere di considerare la non autosufficienza come un costo da contenere e iniziare a trattarla come un diritto da garantire.

La nostra proposta è di portare al confronto pubblico di Decidiamo!, e da lì al programma di Alleanza Verdi e Sinistra, un Patto per la non autosufficienza che assuma valore di precondizione: nessuna piattaforma ecosocialista è credibile se non assume questo capitolo come priorità strutturale del prossimo quinquennio.

Il Friuli Venezia Giulia, regione anziana e di confine, attraversata da spinte demografiche e migratorie che la rendono un osservatorio privilegiato, può essere regione pilota di una sperimentazione di welfare universale dei diritti. Lo dobbiamo a chi oggi assiste in solitudine, a chi è in lista di attesa per un posto in una struttura, a chi sta avvitandosi nella povertà di cura, a chi non ha più la forza di chiedere.

Una società che lascia indietro le persone non autosufficienti non è una società progressista. È, semplicemente, un’altra cosa. Una alleanza tra Verdi e Sinistra che voglia incarnare oggi la promessa costituzionale dell’eguaglianza sostanziale ha qui il suo banco di prova più severo, e insieme la più chiara occasione di cambiamento credibile.

Mario Sommella

Coordinatore nazionale politiche sociali e disabilità, referente regionale Friuli Venezia Giulia, Azione Civile.

Latisana (Udine),

9 maggio 2026

Riferimenti e fonti principali

ISTAT, Censimento permanente della popolazione 2024, dati al 1 gennaio 2025.

Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Ufficio di statistica, La popolazione residente in FVG al 01.01.2025, febbraio 2026.

DPCM marzo 2026, Adozione del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027 e riparto del relativo Fondo (FNA: 982 milioni 2025, 934 milioni 2026, 1 miliardo e 108 milioni 2027).

Legge 23 marzo 2023 numero 33, Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane.

D.Lgs. 15 marzo 2024 numero 29, modificato con D.Lgs. 93/2025, Attuazione della legge delega 33/2023.

Disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, Consiglio dei Ministri, 12 gennaio 2026.

DPReg n. 214/2023, Regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile (FAP) della Regione Friuli Venezia Giulia.

Corte dei Conti, Sezione Autonomie, deliberazione n. 10/SEZAUT/2026/QMIG, sull’esclusione delle assunzioni FNA per i PUA dai limiti assunzionali.

CGIL e SPI, Prime osservazioni sul Piano Nazionale Non Autosufficienze 2025-2027, marzo 2026.

Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, valutazioni del D.Lgs. 29/2024, 2024-2025.

ANCI Cittalia, Fondi Welfare, ricognizione 2024-2025.

Alleanza Verdi e Sinistra, Programma 2022 e Programma per le elezioni europee 2024.

Bonelli e Fratoianni, Lancio del percorso Decidiamo!, Roma, 9 maggio 2026, Nazionale Spazio Eventi.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere   Mario Sommella

Coordinatore nazionale politiche sociali e disabilità, referente regionale FVG, Azione Civile.

Imparare a convergere. Per un rinnovamento profondo delle pratiche politiche

articolo di Mario Sommella e Matteo Minetti 

C’è un paradosso che attraversa le organizzazioni della sinistra italiana da almeno vent’anni e che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di guardare in faccia. La mobilitazione di piazza è presente. Eccome. Le organizzazioni, sindacati, associazioni, partiti, centri sociali, movimenti hanno saputo rendere visibile l’indignazione popolare. L’autunno contro il genocidio palestinese ha portato in strada centinaia di migliaia di persone. Il No al referendum sulla separazione delle carriere ha mobilitato una maggioranza silenziosa che i sondaggi non sapevano intercettare. La manifestazione Toghether dei nostrani No Kings ha mostrato una voglia di politica intergenerazionale che nessuna delle formazioni promotrici – Sinistra Italiana, Verdi,  Partito Democratico, Arci, CGIL, Rifondazione Comunista, Movimento 5 Stelle – è stata poi capace di trasformare in casa stabile. Eppure, ogni volta che l’onda si ritira, la mobilitazione non diventa organizzazione. L’indignazione non diventa progetto. La pluralità non diventa forza. E chi dovrebbe raccogliere quella spinta — i movimenti, le associazioni, i soggetti politici antagonisti — continua a riprodurre, al proprio interno, gli stessi meccanismi di gestione personale del potere che denuncia nelle istituzioni.

Il problema, diciamolo con franchezza, non è la mancanza di coraggio. È la mancanza di metodo. Ed è per questo che la parola convergenza, regalata al linguaggio dei movimenti dal Collettivo di Fabbrica della ex GKN di Campi Bisenzio, rischia oggi di trasformarsi nell’ennesimo slogan consumato se non sapremo farle seguire una rivoluzione delle pratiche concrete, dei tempi, dei luoghi e degli strumenti con cui stiamo insieme.

La convergenza come promessa tradita

Bisogna riconoscerlo: la convergenza GKN è stata una novità autentica nella grammatica politica di questo paese. Non un’alleanza tattica tra sigle, non un cartello elettorale, non l’ennesima federazione di bandiere. Era il tentativo di mettere insieme, intorno a una vertenza operaia concreta, il movimento climatico, i collettivi femministi, le reti contadine, il mutualismo dal basso, le esperienze di autogestione. Il Patto di Mutuo Soccorso formato dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo insieme a realtà come Mondeggi Bene ComuneFuorimercato e le Officine Corsare di Torino è stato, nel suo piccolo, un esperimento di ciò che potrebbe essere un’alternativa di società: mutualismo conflittuale, intervento pubblico per la transizione ecologica, convergenza tra soggetti affini.

Eppure, come ha riconosciuto lo stesso Dario Salvetti in alcune interviste recenti, l’intero processo di mobilitazione ha dimostrato il bisogno disperato della convergenza di altre componenti sociali mentre, nello stesso identico momento, quell’universo di soggettività politiche e sindacali si affannava a dimostrare la propria autosufficienza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: frantumazione, autoreferenzialità, lotte che resistono ma non producono immaginario collettivo, vertenze che vincono battaglie ma perdono la guerra. La convergenza è stata evocata, celebrata, persino praticata in alcuni momenti alti — le assemblee fiorentine, l’Insorgiamo Tour, il corteo del 26 marzo — ma non è mai diventata infrastruttura permanente. È rimasta evento. E gli eventi, si sa, finiscono.

Tre nodi da sciogliere senza esitazioni

Perché questa promessa è stata tradita? Le ragioni sono almeno tre, e ciascuna chiede una risposta diversa. Nessuna delle tre può essere elusa se davvero vogliamo che la prossima ondata di indignazione non si disperda come le precedenti.

Il primo nodo è culturale. La sinistra italiana, anche quella dei movimenti, è storicamente allergica alla procedura. Vive la metodologia come una contaminazione tecnocratica, come se darsi regole trasparenti di discussione e decisione fosse già un cedimento al formalismo borghese. È un’eredità malcompresa dell’assemblearismo sessantottino, che in realtà era molto più rigoroso di quanto la vulgata ricordi. Il risultato è che le assemblee libere finiscono regolarmente per essere governate da chi le convoca: dai più esperti, dai più rumorosi, da chi ha più tempo libero e più relazioni personali. L’orizzontalità e inclusività proclamate diventano verticalità ed esclusione nascosta. I leader informali non si eleggono e non si revocano: semplicemente esistono, con tutto il carico di leaderismo, settarismo ed equilibri politici preistorici che questo comporta. Chi non si sente di appartenere a quella tribù semplicemente se ne allontana.

Il secondo nodo è materiale. I ritmi di vita e di lavoro imposti da quarant’anni di neoliberismo non consentono più l’attivismo totale, e non c’è bisogno di martiri della militanza. Non esiste un solo lavoratore precario, un solo operaio turnista, una sola madre sola con figli che possa permettersi tre serate a settimana in assemblea. Questo significa che qualunque processo politico serio, oggi, deve essere progettato per persone che hanno due ore libere alla settimana, non venti. Deve essere compatibile con la vita reale, altrimenti seleziona automaticamente una minoranza di superattivisti e respinge esattamente quella maggioranza silenziosa che vorrebbe attivarsi ma non trova spazi idonei.

Il terzo nodo è metodologico, ed è forse il più decisivo. La facilitazione — quella disciplina concreta che consente a un gruppo eterogeneo di discutere, decidere e agire senza essere divorato dai propri conflitti interni — è citata nel dibattito dei movimenti quasi di sfuggita, come se fosse un dettaglio tecnico. Non lo è. È l’architrave di tutto. Esiste in Italia e nel mondo un sapere consolidato, sviluppato a partire dalle tradizioni quacchere, dai gruppi nonviolenti, dai movimenti femministi, dalle comunità autogestite latinoamericane. Il metodo del consenso, l’ascolto attivo, la rotazione dei ruoli, le regole scritte di parola, la distinzione rigorosa tra chi propone, chi facilita e chi decide: non sono sottigliezze da accademici, sono le tecniche elementari con cui si impedisce che un’assemblea di trecento persone collassi nelle mani di dieci, allontanando i restanti duecentonovanta.

Cosa funziona: gli strumenti che già esistono

Chi dice che tutto questo è utopia non sa di cosa parla. Gli strumenti esistono, sono testati, sono disponibili. Il software libero Decidim, sviluppato dal Comune di Barcellona e oggi utilizzato persino dal Governo italiano sulla piattaforma ParteciPa, dal Comune di Milano, dalle Regioni Emilia-Romagna e Puglia, consente a qualunque movimento civico di gestire proposte, deliberazioni, votazioni e tracciabilità delle decisioni in piena trasparenza, senza delegare nulla a Facebook o a Google. Le assemblee cittadine sul clima — come quella milanese o quelle francesi e britanniche — hanno dimostrato che persone comuni, sorteggiate, informate e facilitate da professionisti possono deliberare su temi complessissimi con una qualità spesso superiore a quella parlamentare. I bilanci partecipativi, nati a Porto Alegre quarant’anni fa e diffusi in centinaia di città (tra cui BolognaParmaMilanoRoma) hanno accumulato un patrimonio enorme di lezioni su cosa funziona e cosa no. Poi sono rimasti buone pratiche di cui fregiarsi, senza adottare quelle metodologie nelle organizzazioni.  Loomio è un altro software libero, utilizzato da decine di associazioni e piccole aziende partecipate, per gestire i processi interni: discussioni, decisioni, votazioni. Anche questo permette votazioni utilizzando il metodo Schulze, come nel più articolato software decisionale Liquid Feedback, sviluppato e utilizzato dal Partito Pirata. Eccettuato il Movimento 5 Stelle – che in Italia, pur tra molte ambiguità e involuzioni successive, è stato il primo soggetto politico a portare su larga scala il tema della democrazia diretta e partecipata – gli altri partiti della sinistra e le organizzazioni sindacali hanno finora evitato di utilizzare questi strumenti per paura di sovvertire le loro strutture interne.

E poi c’è la letteratura pratica, quella che si compra in libreria e si legge in un pomeriggio. La guida al metodo del consenso di Beatrice Briggs, per esempio, è un manuale operativo che spiega come si conduce una riunione, come si costruisce un ordine del giorno, come si gestisce un disaccordo senza spaccare il gruppo in maggioranza e minoranza. Niente filosofia, solo procedura. Anche imparare le tecniche della sociocrazia può essere utile per condurre riunioni decisionali efficaci, ben diverse dalle assemblee rituali in cui i leader usano la retorica per conquistare un acritico consenso. È importante, per esempio, analizzare i bisogni degli aderenti all’organizzazione e definire con chiarezza il cambiamento che vogliono raggiungere assieme.  È disarmante constatare quanto poco questi strumenti circolino nelle nostre assemblee, e quanto invece circolino — ormai da decenni — nelle comunità degli ecovillaggi, nei gruppi di acquisto solidale, nelle cooperative agricole, in tutto quel tessuto di esperienze locali che la sinistra politica guarda con sufficienza salvo poi, puntualmente, farsele scivolare tra le dita.

Da cosa iniziare domani mattina

Se dovessi tradurre tutto questo in qualcosa di operativo per una organizzazione politica, o per una qualunque rete territoriale che voglia davvero tentare il salto, proporremmo tre direzioni concrete. Non sono ricette: sono condizioni minime.

La prima è formare facilitatori. Ogni realtà locale dovrebbe avere almeno due o tre persone formate alla facilitazione e al metodo del consenso: serve mestiere. Si impara, esiste una letteratura, esistono formatori italiani seri. È l’investimento più produttivo che un movimento possa fare, perché cambia la qualità di ogni singolo incontro. Una riunione ben facilitata produce in due ore quello che una riunione caotica non produce in dieci.

La seconda è darsi regole scritte, pubbliche, modificabili. Ordini del giorno pubblicati in anticipo. Verbali accessibili a tutti. Tempi di parola regolati e ruotati. Criteri espliciti per le decisioni. Rotazione periodica dei ruoli di coordinamento. Meccanismi chiari per far entrare chi è nuovo e per far uscire, senza drammi, chi vuole fare un passo indietro. La trasparenza procedurale non è burocrazia: è l’unico antidoto reale al leaderismo occulto. Paradossalmente, è ciò che rende possibile l’uguaglianza, non ciò che la contraddice. Chi proclama l’informalità assoluta sta solo difendendo, consapevolmente o meno, il potere di chi  gestisce i processi.

La terza — la più difficile — è accettare la lentezza strutturale dei processi democratici e costruire movimenti a due velocità. Una velocità rapida per rispondere alle emergenze: piazze, prese di posizione pubbliche, campagne mediatiche, azioni dirette. Una velocità lenta per elaborare piattaforme, costruire convergenze durature, formare quadri nuovi, produrre analisi, scrivere proposte di legge. La GKN ha fatto esattamente questo con l’assemblea permanente, il progetto di reindustrializzazione dal basso, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, l’azionariato popolare. E infatti è diventata un esempio. Il problema è che è rimasta un esempio isolato, perché nessun altro ha saputo — o voluto — replicarne il paziente lavoro di tessitura.

La posta in gioco

La maggioranza silenziosa di cui parliamo esiste davvero. Lo dimostrano il No al referendum costituzionale, le piazze per la Palestina, la crescita costante dell’astensionismo letto non come disimpegno ma come sfiducia consapevole verso un’offerta politica che non parla più la lingua del paese reale. Ma questa maggioranza non si organizzerà da sola, e non si organizzerà dentro contenitori vecchi. Si organizzerà soltanto se qualcuno saprà offrirle spazi politici credibili: orizzontali nelle pratiche, trasparenti nei processi, rispettosi dei tempi di vita, capaci di produrre risultati visibili senza chiedere l’anima in cambio.

Non si tratta di fondare l’ennesimo soggetto politico nazionale — ne abbiamo già troppi, tutti autosufficienti e molti irrilevanti, convinti di essere l’avanguardia mentre restano incapaci di parlare alle persone reali. Si tratta di sperimentare localmente, con rigore metodologico, forme concrete di convergenza tematica: sulla pace e contro il riarmo, sulla difesa della Costituzione, sulla giustizia climatica, sul diritto alla casa e al lavoro dignitoso. E documentare, raccontare, mettere in rete i risultati. Il rinnovamento delle pratiche politiche non si decreta dall’alto e non si annuncia in un manifesto: si fa, si fa insieme, e si fa imparando dagli errori degli altri  piuttosto che ripetendoli all’infinito.

C’è una frase di Stefano Rodotà che torna spesso, in questi mesi, nelle nostre riflessioni: la democrazia non è uno stato, è un processo. Aggiungiamo: un processo che ha bisogno di infrastrutture, di tecniche, di disciplina. Chi crede nella democrazia sostanziale — quella degli articoli 1, 3 e 49 della Costituzione — ha il dovere di imparare a praticarla, ogni giorno, nei luoghi dove vive e lotta. Imparare a convergere è, oggi, il primo compito politico di chi non si rassegna. Tutto il resto, senza questo, è propaganda.

Mario Sommella e Matteo Minetti

Il ritorno del popolo sovrano e le giovani generazioni protagoniste

Il referendum sulla giustizia, la valanga del No e il messaggio che nessuno vuole leggere
di Mario Sommella
24 marzo 2026

Una valanga di No. Il cinquantaquattro per cento degli italiani ha respinto la riforma della giustizia voluta dal governo Meloni. La Costituzione non verrà cambiata, il tentativo di separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici, di creare due Consigli Superiori della Magistratura e un’Alta Corte per giudicare i magistrati è naufragato sotto il peso di un verdetto popolare inequivocabile. Il quarantasei per cento ha votato sì, il Paese si è spaccato, ma la direzione è chiara. E soprattutto, un dato svetta su tutti: l’affluenza ha sfiorato il cinquantanove per cento. Gli italiani sono tornati a votare. E questo, prima ancora del merito della riforma, è il fatto politico più rilevante e dirompente di questa consultazione.

Perché dentro quel cinquantanove per cento c’è un’Italia che non si vedeva da tempo. Un’Italia che aveva smesso di credere nella politica, che aveva voltato le spalle alle urne, che si era rifugiata in un astensionismo non di indifferenza ma di rabbia, di disgusto, di disillusione profonda. Un’Italia che non si sentiva rappresentata da nessuno: né dalla maggioranza, né dall’opposizione, né da quel che resta dell’arco parlamentare nel suo complesso. Ebbene, quell’Italia è tornata. Ha ripreso in mano la scheda elettorale. E ha detto No.

Il messaggio che nessuno vuole leggere

Questo è il punto che nessuno sta dicendo con sufficiente chiarezza, il cuore pulsante di questa vicenda referendaria che rischia di essere sommerso dalla retorica della vittoria e della sconfitta. Il ritorno al voto di centinaia di migliaia di cittadini che avevano scelto l’astensione come forma estrema di protesta contro un sistema politico percepito come impermeabile ai bisogni reali della gente è un segnale che dovrebbe far tremare i polsi a tutta la classe dirigente. Ma soprattutto — e qui sta il nodo politico decisivo — è un segnale che le forze di opposizione devono saper leggere, interpretare e, soprattutto, onorare.

Questi cittadini non sono tornati alle urne per regalare una vittoria al campo largo. Non hanno votato per Schlein, per Conte, per Renzi o per Fratoianni. Hanno votato per difendere la Costituzione, certo, ma anche e soprattutto per mandare un messaggio che va ben oltre il quesito referendario: noi ci siamo, siamo pronti a partecipare, ma pretendiamo che la politica faccia la sua parte. Pretendiamo credibilità, coerenza, coraggio. Non slogan, non alleanze di convenienza, non il solito gioco delle poltrone.

Ecco perché sarebbe un errore capitale — come giustamente è stato osservato — interpretare questo voto come un trionfo del centrosinistra e una messa in mora automatica del governo. Non è affatto detto che alle politiche o alle amministrative si replichino questi risultati. Il mandato degli astenuti che sono tornati a votare è condizionato, provvisorio, revocabile in qualsiasi momento. È un credito di fiducia a termine, che le opposizioni dovranno meritarsi giorno per giorno.

La sconfitta di Meloni e il vizio dissociativo

Per Giorgia Meloni la sconfitta è netta e bruciante. La premier, che si era spesa in prima persona con tutta la sua energia, si è vista scoprire un tallone d’Achille che fino a ieri sembrava non esistere. La sua aura di invincibilità si è infranta contro il muro di una società civile che, quando si mobilita, sa ancora far sentire la propria voce. «La sovranità popolare si rispetta», ha detto con amarezza la premier, inchinandosi al verdetto senza tuttavia annunciare dimissioni, a differenza di quanto fece Matteo Renzi nel 2016 dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale.

Ma non è solo la sconfitta numerica a pesare. È la natura profonda di questa sconfitta. Come è stato acutamente osservato, se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo: il suo porsi come deus ex machina senza averne né il carisma né, oggi possiamo dirlo, il peso elettorale sufficiente. L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra un’incapacità strutturale di accettare la convivenza e il confronto.

Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi: ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale, e proporre di costruire una riforma della giustizia condivisa, sedendo a un tavolo con l’opposizione e senza escludere la magistratura dalla discussione. Una mossa da donna di Stato, non da boss di partito. Ma non lo farà, perché è troppo convinta del ribaltamento rivoluzionario dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano illegittimo per congenita insofferenza al DNA antifascista della Repubblica.

Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.

La generazione del futuro

I dati demografici del voto sono implacabili e portano con sé una luce di speranza che illumina il cammino. Quasi otto su dieci tra coloro che hanno meno di ventidue anni hanno votato No. Sette su dieci tra chi ne ha meno di trenta. Più sale l’età, più crescono i Sì. È la «generazione Gaza», quella che ha trascinato le piazze di protesta contro il genocidio in Palestina, in Italia e nel mondo. Ma è anche la «generazione Cecchettin», quella che nel nome di Giulia tiene viva la memoria delle donne uccise per disobbedienza e chiede un mondo nuovo, di diritti uguali, di pari possibilità e destini.

Meloni, con il suo intuito politico, lo aveva capito. Ma non le è bastato andare all’ultimo minuto nei podcast a cercare il consenso dei giovani di cui, con evidenza, non le importa granché. Neppure il voto ai fuorisede sono riusciti a garantire in modo adeguato. Dodicimila ragazzi hanno scelto di iscriversi come scrutatori pur di esercitare il diritto di voto: un gesto che dice tutto sulla fame di partecipazione democratica che attraversa le nuove generazioni.

In molti luoghi la somma dei No supera di gran lunga il numero di elettori che alle passate votazioni avevano scelto partiti di opposizione: segno che moltissimi elettori di centrodestra hanno espresso dissenso rispetto al loro stesso schieramento. La crepa attraversa trasversalmente il corpo elettorale e nessuno può permettersi di ignorarla.

Cosa devono fare le opposizioni: un programma di credibilità

Ed è qui che il discorso si fa cruciale, ed è qui che la riflessione deve farsi più profonda e più esigente. Il campo largo ha colto al balzo la vittoria referendaria e si è ricompattato lanciando le primarie per la leadership. Schlein, Conte e Renzi hanno subito fiutato l’aria e si sono messi in moto. Ma se pensano che basti l’euforia del momento per costruire un’alternativa credibile, si sbagliano di grosso. E soprattutto, si sbagliano se pensano che il popolo degli astenuti tornato alle urne sia disposto a concedere una cambiale in bianco.

Se le forze di opposizione vogliono davvero governare con il contributo diretto di quei cittadini che fino a ieri avevano scelto il silenzio, dovranno prendere iniziative concrete e coraggiose su più fronti. Non basteranno le primarie per scegliere il premier, per quanto siano un esercizio necessario di democrazia interna. Non basterà un programma elettorale ben confezionato. Serviranno atti di credibilità politica che dovranno cominciare sin da ora e protrarsi nel tempo, dimostrandosi ogni giorno all’altezza delle sfide che il Paese affronta.

E le sfide sono enormi. A livello internazionale, serve una posizione chiara e senza ambiguità nel contrastare la deriva neoliberista che attanaglia l’Occidente. Serve il coraggio di affrontare il tema della pace in un mondo che sembra aver smarrito la bussola, con un alleato atlantico oramai fuori controllo che trascina i Paesi europei in avventure belliche senza fine. Serve la fermezza di denunciare il genocidio in atto in Palestina, senza ipocrisie e senza mezze parole, perché non si può parlare di diritti e di democrazia se si chiudono gli occhi davanti allo sterminio di un popolo. Il conflitto USA-Israele e Iran, che ha fatto da sfondo a questo referendum, non è un rumore di fondo: è il fragore della storia che bussa alla porta.

Ma soprattutto — e questo è il terreno su cui si giocherà la partita decisiva — serve affrontare lo stato delle cose in Italia con programmi concreti e con la determinazione di chi sa che non bastano le parole. Salari che perdono costantemente potere d’acquisto mentre il costo della vita si impenna, con bollette e carburanti alle stelle. Diritti dei lavoratori che continuano a essere stracciati, nonostante la Carta Costituzionale li difenda esplicitamente. Sicurezza sul lavoro che resta una tragedia quotidiana, con centinaia di morti l’anno che non suscitano più neppure lo scandalo. Una sanità pubblica sempre più privatizzata, sempre più inaccessibile per le fasce più deboli della popolazione, smantellata pezzo dopo pezzo in nome di un’efficienza che è solo un altro nome per il profitto.

Questi non sono solo temi programmatici da inserire in un manifesto elettorale. Sono le ragioni profonde per cui milioni di italiani avevano smesso di votare. Sono i bisogni reali, concreti, quotidiani di un popolo che chiede dignità, non elemosine. E se le opposizioni vogliono raccogliere quel credito di fiducia che gli astenuti tornati alle urne hanno messo a disposizione, dovranno dimostrare sin da subito — non a parole, ma con i fatti — di essere capaci di contrastare questo stato di cose.

La lezione di Sánchez: si può dire no

C’è un precedente europeo che illumina la strada e che l’opposizione italiana farebbe bene a studiare con attenzione: la Spagna di Pedro Sánchez. Il premier spagnolo ha dimostrato che si può dire no alla deriva neoliberista, che si può governare mettendo al centro i diritti sociali, il lavoro, la sanità pubblica, la transizione ecologica, senza per questo essere travolti dai mercati o isolati sulla scena internazionale. Sánchez ha dimostrato che si può stare in Europa e nell’Alleanza Atlantica senza rinunciare alla propria autonomia di giudizio, senza piegarsi alle pressioni dei falchi e senza tradire le aspettative del proprio popolo.

L’Italia può fare lo stesso. Ma per farlo serve una classe dirigente all’altezza, serve un progetto politico credibile e serve, soprattutto, la capacità di parlare al Paese reale, non alle tribune televisive. Adesso tocca a noi.

La piazza e la festa: ma domani?

Le immagini della sera del referendum rimarranno nella memoria: i magistrati a Napoli che brindano e cantano Bella Ciao, il campo largo riunito intorno alla fontana del Tritone a Roma con Schlein e Conte che esplodono di gioia, lo slogan «Viva l’Italia che resiste» che risuona nella notte. Landini che chiama la piazza, Renzi che punge Meloni chiedendone le dimissioni con un paragone tagliente: «Io mi sono dimesso, ora abbia coraggio». Il presidente del Comitato Civico per il No, Giovanni Bachelet, che paragona la vittoria a quella della lotta partigiana.

Ma la festa, per quanto comprensibile e legittima, non può diventare un alibi. Il giorno dopo si deve tornare a fare politica. E fare politica, oggi, significa avere il coraggio di dire cose scomode anche al proprio elettorato: che la vittoria referendaria non è sufficiente, che il governo Meloni è ferito ma non morto, che a un anno dalle elezioni politiche la campagna elettorale è di fatto cominciata e che la posta in gioco non è una poltrona, ma il destino di un Paese.

Un’anatra zoppa a Palazzo Chigi

Il senatore dem Filippo Sensi ha sintetizzato la situazione con un’immagine efficace: «Da oggi a Palazzo Chigi c’è un’anatra zoppa». La coalizione di governo esce ammaccata, con il Guardasigilli Nordio che prende atto della bocciatura, con Salvini fisicamente assente in missione in Ungheria a sostenere Orbán, con le dichiarazioni incendiarie del capo di gabinetto Bartolozzi e le ombre dello spinoso caso Delmastro alla vigilia del voto. Lupi annuncia che si andrà avanti con premierato e legge elettorale, ma lo spirito è evidentemente un altro.

La verità è che il governo Meloni ha perso la sua unica riforma costituzionale. E con essa ha perso qualcosa di più profondo: la narrazione dell’irresistibilità, la retorica del mandato popolare incondizionato, la pretesa di incarnare la volontà della nazione. Il Paese ha dimostrato di essere più complesso, più maturo, più irriducibile di quanto qualsiasi leader possa immaginare.

Due certezze e un dovere

Alla fine di questa giornata storica, restano due certezze luminose. La prima: è andato a votare quasi il sessanta per cento degli italiani. Una bellissima notizia per la salute della democrazia. La sovranità appartiene al popolo, articolo uno della Costituzione, e il popolo per fortuna torna a esercitarla. La seconda: il futuro sarà migliore del presente, perché i nostri figli stanno prendendo in mano il destino del Paese, come deve essere, e lo stanno già facendo.

Ma a queste due certezze va aggiunta una terza, che è un dovere: che questo ritorno alla partecipazione non venga tradito. Che il popolo degli astenuti che ha rotto il suo silenzio non venga usato come carne da cannone elettorale per poi essere dimenticato il giorno dopo le elezioni. Che le forze di opposizione comprendano fino in fondo che questo voto non è stato un regalo, ma un avvertimento e un’occasione. Forse l’ultima.

La sovranità popolare ha parlato. Adesso la politica ha il dovere di ascoltare, di agire e di essere all’altezza di un popolo che, quando decide di esserci, sa ancora cambiare la storia.

Generazione sotto assedio: come trasformare la rabbia in futuro e la solitudine in comunità

C’è una truffa che funziona meglio di tutte: convincere i giovani che il mondo com’è sia l’unico mondo possibile. È la truffa della guerra presentata come normalità, della violenza elevata a linguaggio pubblico, delle diseguaglianze spacciate per merito, del suprematismo capitalistico travestito da modernità. È la truffa più efficace perché non chiede adesione entusiasta: le basta l’abitudine. Le basta che si smetta di immaginare.

Eppure, se c’è un luogo dove l’abitudine non è mai stata davvero una casa, quel luogo è la giovinezza. Non per romanticismo, ma per condizione: chi vive un presente senza garanzie e un futuro senza promessa sviluppa una sensibilità particolare per la menzogna. Per questo, spesso, il conflitto generazionale non è un capriccio: è un verdetto. Non riguarda lo stile, ma la credibilità. Non riguarda i “modi”, ma la sostanza.

Qui si apre la domanda decisiva. Come si fa a rendere i giovani partecipi, senza ridurli a pubblico? Come si fa a farli autodeterminare, senza trasformare l’autonomia in una parola comoda da usare e impossibile da praticare?

La prima risposta è dura, ma liberante: non serve “includere” i giovani dentro cornici già decise. Serve che possano decidere la cornice. Perché la partecipazione, troppo spesso, è una poltrona in ultima fila in un teatro dove la sceneggiatura è già scritta. L’autodeterminazione, invece, è la possibilità di scrivere insieme la scena, di scegliere i personaggi, di cambiare la trama. Non è una concessione: è potere concreto.

C’è poi un equivoco che va dissolto. Quando esplode la rabbia giovanile, il mondo adulto tende a ridurla a problema di educazione o di ordine pubblico: “tornate nei ranghi”, “non è così che si protesta”, “dovete essere costruttivi”. Ma la rabbia non è un vizio morale. È spesso la forma grezza di una diagnosi: isolamento, esclusione, precarietà, umiliazione, mancanza di futuro. Non è solo povertà economica, è povertà di legami e di senso. È la sensazione di essere superflui in una società che pretende di essere meritocratica ma distribuisce possibilità come privilegi.

In questo vuoto, succedono due cose speculari. Da una parte, l’antagonismo rischia di diventare un gesto identitario, uno scontro fine a sé stesso: un modo per dire “esisto” quando ogni altra strada sembra chiusa. Dall’altra parte, la solidarietà rischia di ridursi a gesto buono e impotente, una compassione che consola chi la pratica ma non sposta i rapporti di forza. È proprio qui che si gioca la partita: ricomporre ciò che il sistema separa. Antagonismo e solidarietà non sono alternative, sono due polmoni della stessa lotta. Se ne manca uno, il respiro si spezza.

La trasformazione più difficile, allora, è questa: convertire la rabbia in progetto e la solidarietà in forza. Non significa addomesticare il conflitto, significa renderlo intelligente. Non significa spegnere l’indignazione, significa darle direzione. Perché il potere teme la rabbia solo finché è incontrollata; quando diventa organizzazione, quando diventa cultura, quando diventa comunità, allora diventa davvero pericolosa. Pericolosa nel senso più alto: capace di cambiare le cose.

Ma l’autodeterminazione non cresce nell’aria. Ha bisogno di condizioni materiali. E qui arriva il punto più concreto, quello che di solito viene ignorato da chi predica “partecipazione” senza mai sporcarsi le mani: servono spazi. Spazi fisici e spazi culturali.

Servono spazi fisici perché senza luoghi liberi, accessibili, non mercificati, la socialità viene compressa in due gabbie: consumo o solitudine. O ti ritrovi dove devi pagare per esistere, o ti ritrovi in una stanza dove l’unico mondo è uno schermo. Gli spazi fisici sono infrastrutture politiche: laboratori, circoli, case del popolo nuove, officine culturali, luoghi di studio e di creazione. Non sono un lusso per “fare aggregazione”: sono l’ossatura di una comunità che si educa da sé, che discute, che sperimenta, che costruisce.

Servono spazi culturali perché senza autonomia informativa l’immaginario resta colonizzato. Se i giovani vedono il mondo solo attraverso le lenti dei grandi media e degli algoritmi, la guerra diventa inevitabile, le diseguaglianze diventano naturali, la competizione diventa virtù, la povertà diventa colpa. L’autodeterminazione passa anche da una alfabetizzazione politica nuova: leggere il potere, riconoscere la propaganda, smontare le narrazioni che trasformano gli oppressi in colpevoli e i dominanti in amministratori “responsabili”.

Ed ecco che la partecipazione vera smette di essere un invito e diventa un processo. Un processo fatto di pratiche quotidiane che uniscono utilità sociale e coscienza politica, senza cadere né nel moralismo né nel velleitarismo.

Qui la strada non è un “modello” da imporre, ma alcune scelte nette che possono fare da bussola.

I) Autoformazione tra pari: non lezioni dall’alto, ma laboratori costruiti e guidati dai giovani, con strumenti reali per capire lavoro, precarietà, guerra, industria delle armi, ambiente, abitare, media, diritti.

II) Mutualismo che non si vergogna del conflitto: sportelli, reti di aiuto, casse di resistenza, doposcuola popolari, sostegno legale e sociale, pratiche che ricostruiscono legami e allo stesso tempo rendono visibile chi produce la sofferenza e chi la gestisce.

III) Regole condivise del dissenso: non per addomesticare la piazza, ma per proteggerla. Perché quando il conflitto si riduce a gesto individuale, spezza la massa, isola i più esposti, offre al potere il pretesto perfetto per reprimere.

IV) Autonomia comunicativa: canali, archivi, podcast, radio, giornalini, reti locali. Non per “fare marketing”, ma per sottrarre pezzi di realtà al monopolio della narrazione dominante.

A questo punto bisogna dire una verità che spesso viene taciuta: ogni volta che nascono spazi autonomi e pratiche collettive, prima o poi arrivano delegittimazione e repressione. In nome dell’ordine, della sicurezza, della decenza. È una costante storica: la società che predica libertà si irrigidisce appena qualcuno prova a esercitarla davvero, fuori dai recinti. Per questo l’autodeterminazione giovanile non ha bisogno di tutori, ma di alleati. Il ruolo del mondo adulto, quando vuole essere utile, non è guidare: è facilitare. Mettere a disposizione luoghi, competenze, coperture legali, reti, senza commissariare. Offrire infrastruttura, non paternalismo. E soprattutto: dare l’unico insegnamento che non suona falso, quello dell’esempio. Coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

In fondo, la posta in gioco è più grande dei giovani stessi. Se una generazione viene consegnata al cinismo o alla disperazione, l’intera società scivola verso la guerra di tutti contro tutti: tra poveri, tra territori, tra identità ferite. Se invece quella generazione trova strumenti, spazi, cultura, comunità, allora il futuro non è più una promessa elettorale: diventa un cantiere reale.

Il potere contemporaneo ha un’abilità raffinata: non si limita a governare i corpi, prova a spegnere l’immaginazione. Per questo l’autodeterminazione è già una forma di resistenza. E la partecipazione vera non è entrare in un sistema: è smettere di accettare che quel sistema sia l’orizzonte definitivo.

Chi teme i giovani non teme la loro rabbia. Teme la loro possibilità. Teme che trasformino la solitudine in comunità e la paura in dignità. Teme che, invece di adattarsi al mondo che gli viene servito, decidano di costruirne uno diverso.

Fonti essenziali
Guido Viale, “Antagonismo e solidarietà” (documento).

IL FISCHIETTO E LA COSTITUZIONE VIVENTEMinneapolis, il mutuo appoggio e la democrazia che ricomincia dal basso

C’è una domanda che oggi non possiamo più trattare come una frase da convegno o un titolo da editoriale: chi rifonderà la democrazia? Perché la democrazia, quella sostanziale, non sta “in salute” e non sta nemmeno “male”. Sta in terapia intensiva. E la cosa più inquietante è che la diagnosi non riguarda un singolo Paese, né un singolo governo: riguarda un clima generale, una deriva comune, un modo di intendere la politica come gestione dell’emergenza permanente.

E allora Minneapolis, all’improvviso, diventa più vicina di quanto ci piaccia ammettere.

Nel Minnesota, in questi giorni, si è acceso un conflitto durissimo intorno alle operazioni dell’ICE, la milizia federale, simil Gestapo, che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e deportazioni, che annovera tra i suoi capi quel Greg bovino che si lascia immortalare in divisa da SS nazista. Il punto non è solo la “linea dura”: è il tipo di società che quella linea dura costruisce. Paura quotidiana, retate, famiglie che si chiudono in casa, comunità che si trasformano in bersagli. La reazione, però, non è stata l’ennesimo appello alle istituzioni, né la solita protesta rituale da social network. È stata una città che si è organizzata come ci si organizza sotto un’occupazione.

Parliamo di una resistenza capillare: vicini che fanno la spesa per chi non può uscire, che portano fuori la spazzatura, che aiutano con i panni, che “coprono” le famiglie terrorizzate dal rischio di essere deportate per strada. E poi i gruppi di osservatori sul territorio, con fischietti e megafoni, pronti a lanciare l’allarme quando arrivano “i miliziani”. Un codice semplice, popolare, quasi arcaico: “La migra, la migra”. Non è solo attivismo. È la società civile che smette di delegare e ricomincia a proteggersi da sola.

Il cuore di questa vicenda, infatti, non sta soltanto nella cronaca. Sta nel salto mentale: quando una comunità capisce che non basta più “essere dalla parte giusta”, non basta più indignarsi, non basta più votare. Deve agire. Deve diventare struttura.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia consistenza: chi rifonderà la democrazia? Forse la rifonderà chi, davanti allo Stato che si trasforma in milizia, scopre di avere ancora un’arma antica e potentissima: il mutuo appoggio.

Minneapolis non è un caso isolato. Nelle proteste di gennaio 2026 si è arrivati persino a una forma di sciopero sociale ed economico, con chiusure di attività e partecipazione di sindacati, comunità religiose, studenti. Il messaggio è chiarissimo: se lo Stato usa la forza per spezzare la vita delle persone, allora una città può usare la propria vita quotidiana come leva di resistenza.

E dentro questa storia c’è un elemento che la rende ancora più esplosiva: la tensione è salita anche dopo l’uccisione di Renée Good, una cittadina statunitense vittima di un’esecuzione da un agente dell’ICE. È uno di quei punti di rottura che strappano via la maschera, perché mostrano una cosa semplice: quando la repressione diventa sistema, non colpisce più solo “gli altri”. Colpisce chiunque finisca nella traiettoria della violenza istituzionale.

A questo punto però bisogna fare un passo in più, quello che spesso manca nei commenti rapidi e nelle analisi superficiali: il mutuo appoggio non è un gesto “buono”. È un pezzo di politica concreta. È la materia prima con cui si costruiscono comunità resistenti. Ma soprattutto è un indizio: significa che la distinzione tra “società civile” e “militanza” salta, si dissolve. La città intera diventa organismo.

E qui si tocca un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: la democrazia non muore sempre con i carri armati. Spesso muore con la normalità. Muore quando la paura diventa routine, quando la delazione diventa cultura, quando la propaganda trasforma un essere umano in bersaglio. E poi, un giorno, muore anche il linguaggio. Perché quando un governo riesce a far passare l’idea che esistono vite “meno degne”, allora la democrazia ha già perso. Anche se formalmente voti ancora, anche se formalmente il Parlamento è aperto, anche se formalmente la Costituzione non è stata abolita.

Il punto è che tutto questo non riguarda solo l’immigrazione. Qui entra il tema grande e centrale: l’intreccio tra guerra esterna, nemico interno e crisi climatica.

Da anni la crisi climatica produce eventi estremi che non sono più eccezioni, ma anticipazioni del futuro: incendi, alluvioni, uragani, siccità. Eppure la politica globale sembra aver “spostato lo sguardo”. La scena è occupata dalle guerre, dagli armamenti, dalla retorica bellica che divora ogni cosa. La guerra diventa la lente con cui si interpreta il mondo, e quindi anche il modo con cui si decide dove mettere i soldi, le tecnologie, le priorità, perfino l’educazione.

La conseguenza è una corsa agli armamenti che non è solo “quantitativa”, ma qualitativa. Non parliamo soltanto di bombe e carri armati: parliamo di droni, satelliti, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, reti informatiche. La guerra moderna è un ecosistema tecnologico. E proprio qui entra in gioco l’aspetto più inquietante: queste tecnologie sono quasi tutte “dual use”. Cioè possono essere usate fuori e dentro. Su un fronte e in una città. Contro un esercito e contro una popolazione.

In altre parole: il riarmo non è soltanto preparazione alla guerra esterna. È anche preparazione al controllo interno.

Ed è esattamente quello che vediamo, in forme diverse, negli Stati Uniti e in Europa: confini trasformati in laboratori di sorveglianza, dati trasformati in catene, algoritmi trasformati in giudici invisibili. Un esempio concreto, documentato, è l’uso crescente di strumenti di analisi e incrocio dati per l’enforcement migratorio, con il ricorso a tecnologie e servizi di tipo predittivo e investigativo.

Questo meccanismo, però, non resta “ai confini”. Scivola dentro la vita sociale. Perché ciò che si sperimenta sui corpi più fragili, prima o poi, diventa standard.

Ecco perché Minneapolis non è solo un episodio americano. Minneapolis è un segnale. È la prova che l’idea del nemico interno non è propaganda astratta: è un dispositivo operativo. Oggi il nemico interno sono i migranti. Domani saranno i dissidenti. Dopodomani saranno i poveri, i superflui, i “problematici”, quelli che protestano perché hanno perso tutto in un’alluvione o perché vivono in un quartiere contaminato o perché non hanno più diritto a un futuro.

E qui il cerchio si chiude con ciò che abbiamo visto a Valencia dopo le catastrofiche alluvioni del 2024: centinaia di migliaia di persone in piazza, rabbia sociale, sfiducia verso le istituzioni accusate di incapacità e ritardi, e allo stesso tempo un enorme protagonismo dal basso, con reti di volontariato e solidarietà. Quando lo Stato fallisce, la comunità tenta di salvare ciò che può. Ma quella solidarietà, se resta solo emergenza, non basta: deve diventare forza politica, capacità di pressione, struttura permanente.

E allora la domanda torna, più pesante di prima: come si rifonda la democrazia, se i governi sembrano muoversi tutti dentro la stessa nebbia tossica, quella della guerra come orizzonte naturale?

Perché la guerra non è solo un evento. È un linguaggio. È un’educazione sentimentale. È un modo di guardare l’altro. E quando la guerra diventa il respiro della politica, tutto il resto viene riorganizzato intorno a quel respiro: l’economia, la ricerca, la scuola, l’informazione. Persino la parola “sicurezza” cambia senso: non è più protezione della vita, è protezione dell’ordine. E l’ordine, quando si fa ossessione, diventa sempre repressione.

È qui che il mutuo appoggio assume un significato enorme: non è beneficenza. È ricostruzione di una sovranità popolare reale. È la politica che torna a essere ciò che dovrebbe essere: cura collettiva della vita.

Ma c’è un punto cruciale che non va romanticizzato. Le reti di solidarietà non bastano se restano solo “buone pratiche”. Se non diventano comunità strutturate, permanenti, capaci di contare. Capacità di confliggere, quando serve. Capacità di imporre un limite al potere.

Perché oggi il potere, troppo spesso, ha una strategia semplice: frammentare, isolare, spaventare. Ognuno chiuso nella sua paura. Ognuno convinto di essere solo. Ognuno persuaso che “non si può fare niente”. È una forma di ipnosi sociale: ti lasciano parlare, ma ti impediscono di agire.

Ecco perché il fischietto di Minneapolis è più di un dettaglio. È un simbolo di risveglio. È l’opposto dell’ipnosi. È il suono che interrompe la normalità. È la prova che la società può ancora reagire, può ancora inventarsi, può ancora proteggersi.

E allora, alla fine, la risposta alla domanda iniziale non è una formula: è una direzione.

La democrazia non verrà rifondata da chi la svuota ogni giorno in nome dell’emergenza, della sicurezza, della disciplina, della guerra. Verrà rifondata da chi rimette al centro la vita concreta: chi difende la persona che rischia di essere trascinata via, chi ricostruisce comunità dove lo Stato costruisce paura, chi trasforma la solidarietà in organizzazione.

E se devo dirlo in modo netto, senza diplomazie: oggi la democrazia ricomincia dove la gente smette di aspettare permessi.

Ricomincia dal basso, o non ricomincia affatto.

Fonti essenziali
Articolo di Guido Viale, Chi rifonderà la democrazia?
The Guardian, proteste e blackout economico in Minnesota contro ICE (23 gennaio 2026).
TIME, “Day of Truth and Freedom” e mobilitazione in Minnesota (23 gennaio 2026).
Al Jazeera, aziende chiuse e protesta contro ICE a Minneapolis (23 gennaio 2026).
RSI, reportage “Minneapolis, una città sotto assedio” (16 gennaio 2026).
American Immigration Council, uso di AI e servizi digitali nell’enforcement di ICE (18 dicembre 2025).
Le Monde, proteste a Valencia dopo le alluvioni e crisi di fiducia istituzionale (9 novembre 2024).
LSE Blog, analisi politica e istituzionale delle alluvioni in Spagna e accountability (24 gennaio 2025).

LA PACE È UN’INSURREZIONE CIVILE: CONTRO LA GUERRA NORMALIZZATA E LA REGRESSIONE REAZIONARIA

Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.

E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.

Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.

Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie

Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.

La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati. 

Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.

E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.

Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra

La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.

Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente. 

Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.

Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.

La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza

Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.

Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.

Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.

E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.

L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)

Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.

L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.

Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.

Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.

Pace, disarmo, unità: il fronte necessario

La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.

Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.

Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.

La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie

Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.

La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.

La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.

Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.

Fonti essenziali

Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4).  SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari).  Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale). 

I rivoluzionari a distanza e gli insultatori da tastieraQuando la politica diventa un riflesso e non più un pensiero

Ogni tanto mi prendo un momento per guardare cosa sta diventando la conversazione pubblica. Non per il gusto di lamentarmi, ma per capire dove si spezza il filo, e perché. In questi giorni mi sono rimaste addosso due scene che sembrano diverse, ma in realtà raccontano lo stesso tempo. Due post, due stili diversi, la stessa radiografia.

Il primo è di Gianni Cuperlo: un testo ironico e ragionato in cui racconta la vita di una pagina social, il miscuglio di consenso, critica legittima e astio che scivola nell’insulto. Il secondo è di Andrea Zhok: una riflessione tagliente su quelli che invocano rivoluzioni lontane con entusiasmo leggero, senza conoscere davvero contesti e conseguenze. In mezzo, come un filo nero che unisce tutto, c’è il nostro presente: una politica che sempre più spesso diventa un riflesso, non un pensiero.

Da una parte, un politico che prova a discutere con ironia e stile e si ritrova investito da commenti che non contestano un’idea: contestano una persona. “Pagliaccio”, “nullità”, “chi sei?”, “rosicante”. Dall’altra, la folla digitale che invoca “la rivoluzione” in Iran o altrove con una sicurezza morale che non si sporca mai le mani con la fatica di capire davvero cosa sta dicendo. Due scene, un solo problema: la politica trattata come tifo. E il tifo, per definizione, non vuole comprendere. Vuole vincere, umiliare, schiacciare, sentirsi dalla parte giusta.

L’insulto come scorciatoia

La prima cosa che mi colpisce, quando vedo certi commenti, è l’economia di pensiero che contengono. L’insulto non è un’argomentazione: è un modo rapido per evitare l’argomentazione.
È un interruttore che spegne la discussione prima ancora che cominci. Non mi interessa nemmeno chiedermi se chi insulta sia “cattivo” o “frustrato”: mi interessa il meccanismo. Perché quel meccanismo oggi è diventato la norma.

Sui social l’offesa è funzionale. È breve, tagliente, attiva reazioni, trascina altri a fare lo stesso. È perfetta per un ambiente che premia l’urto, non la complessità. E, soprattutto, è comoda: ti dà l’ebbrezza di un colpo andato a segno senza costringerti a confrontarti con il merito.

Cuperlo lo mostra con una chiarezza quasi didattica quando distingue fra chi critica nel merito e chi si limita a irridere e avvelenare. Qui bisogna essere netti: c’è la critica dura, anche severa, che può essere sgradevole ma resta sul piano politico. E poi c’è la derisione personale, lo sputo, l’irrisione. Con la prima puoi discutere. Con la seconda no.
Con la seconda puoi solo decidere se lasciare che quel fango si espanda o se proteggere lo spazio minimo in cui la parola ha ancora un valore.

E non è un tema di sensibilità. È un tema democratico. Perché quando il linguaggio si degrada, la politica si riduce a forza bruta: vince chi urla meglio, chi manipola di più, chi semplifica con più violenza. E a quel punto diventa secondario cosa pensi davvero: conta solo se riesci a imporre la tua emozione sull’altra.

La fede ideologica che si traveste da informazione

La seconda scena, quella descritta da Zhok, mi inquieta per un motivo diverso. Qui non c’è sempre aggressività. Spesso c’è persino un tono serio, “preoccupato”, moralmente ineccepibile. Eppure il risultato non cambia: si parla di un paese complesso come se fosse una fiaba con i buoni e i cattivi. Si invoca un rovesciamento, si sogna un’epopea, si immagina un popolo che “si libera” nel modo in cui ce lo raccontano i film.

Zhok fa un esempio che, da solo, basta a chiarire la trappola: l’Iran. La quantità di persone che, con toni pensosi o barricaderi, auspica un cambio di regime, una rivoluzione “giusta”, è impressionante. Poi però provi a chiedere cosa sappiano della Costituzione iraniana, dei dibattiti interni, delle fratture sociali e politiche, dei partiti e delle differenze reali. E trovi il vuoto. Non perché le persone siano stupide, ma perché sono state abituate a un’abitudine mentale: sostituire la conoscenza con la posizione morale.

È qui che nasce la tentazione più pericolosa: credere che bastino poche nozioni ripetute e qualche frammento emotivo per autorizzarsi a desiderare eventi drammatici per altri. La solidarietà verso chi soffre è una cosa seria. Ma la solidarietà non è una sceneggiatura. Non è tifo. Non è la ricerca di un “momento liberatorio” che ci faccia sentire parte del Bene. E soprattutto non può diventare una forma elegante di irresponsabilità: invocare rovesciamenti e sangue a migliaia di chilometri di distanza senza nemmeno sapere di cosa si parla.

E qui torna il filo nero con la prima scena: gli stessi meccanismi che producono i “leoni da tastiera” contro un politico producono anche i “rivoluzionari a distanza” contro un paese sconosciuto. In entrambi i casi, l’obiettivo non è capire. È esprimere una fede ideologica e sentirsi nel giusto, costruendo un nemico e una storia semplice.

E infatti, mentre ci si entusiasma per rivoluzioni lontane, a casa propria la stessa energia evapora. Sulle cose vicine ci si rassegna: tasse che pesano sempre sugli stessi, sanità pubblica abbandonata alle privatizzazioni, servizi pubblici che si sfilacciano, salari che non tengono il passo, burocrazia infinita, diritti che arretrano, repressioni normalizzate, governi che si alternano tra la menzogna e la manipolazione e la vita reale che resta inchiodata. Lì, improvvisamente, si ripete la formula che giustifica ogni resa: “è complicato”.

Allora mi chiedo: non è che quella passione per l’epica lontana serva anche a non guardare la nostra impotenza quotidiana? Non è che la rivoluzione degli altri diventi un surrogato, un modo di sentirsi vivi e coerenti senza dover affrontare il problema più duro: cambiare davvero qualcosa qui?

L’algoritmo come regista di massa

In mezzo a tutto questo c’è un attore invisibile che fa da regista: l’ecosistema social. Non è neutro. Spinge verso le forme più rapide e più polarizzanti di comunicazione. Premia l’indignazione, la derisione, la semplificazione. Trasforma la discussione in una gara di riflessi. E in una gara di riflessi, la complessità è perdente.

Il risultato è un paradosso amaro: abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma fatichiamo a trasformarle in conoscenza. Abbiamo più possibilità di parlare, ma meno capacità di dialogare. Abbiamo più opinioni, ma meno argomenti. E più ci abituiamo a questo, più diventiamo manipolabili.

E qui il punto non è difendere qualcuno in quanto persona. Il punto è difendere la possibilità stessa di una politica adulta. Di uno spazio in cui ci si possa scontrare senza disumanizzarsi. In cui si possa criticare senza distruggere. In cui la parola non venga trattata come una pietra da lanciare e basta.

Che cosa fare, concretamente

Non credo alle formule miracolose, ma credo alle regole. Un luogo di discussione senza regole diventa sempre il dominio del più rumoroso. Per questo, chi gestisce uno spazio pubblico ha il diritto e il dovere di distinguere: tollerare la critica, respingere l’insulto. Non è censura: è igiene del confronto. È difesa del linguaggio come bene comune.

E poi c’è un lavoro che riguarda ciascuno di noi: reimparare la fatica del “non so”. Reimparare il gusto di leggere prima di giudicare. Reimparare a non desiderare per altri ciò che non avremmo il coraggio di desiderare per noi. Reimparare a non confondere un commento con un’azione politica.

Io, oggi, mi fido più di chi coltiva dubbi ragionati che di chi distribuisce certezze urlate. Mi fido più di chi prova a tenere il filo dell’ironia senza cadere nel disprezzo. Mi fido più di chi non scambia la propaganda per realtà, né la propria identità per una verità automatica.

Monito alla collettività

Il problema, però, è più grande di una pagina Facebook, più grande di un dibattito sull’Iran, più grande perfino dei social. Qui stiamo guardando un mutamento di clima, una mutazione culturale che rischia di diventare irreversibile: la rinuncia collettiva alla complessità come forma di libertà.

Perché la complessità non è un vezzo da intellettuali. È la materia stessa della democrazia. Una comunità democratica vive se sa distinguere, se sa pesare, se sa ascoltare e poi decidere. Quando smette di farlo, non diventa più diretta o più autentica. Diventa più manipolabile. Diventa più fragile. Diventa preda.

L’odio e l’epica sono due strumenti di governo. L’odio serve a creare bersagli, a incanalare frustrazioni, a farci litigare tra simili mentre il potere vero resta al riparo. L’epica serve a farci sognare altrove, a darci una dose quotidiana di indignazione o speranza teleguidata, così da non vedere la banalità feroce di ciò che accade sotto casa: lo smantellamento lento dei diritti, la normalizzazione della precarietà, la trasformazione della sanità e dell’istruzione in servizi a due, tre o più velocità, la criminalizzazione del dissenso, la riduzione della politica a marketing.

In questa atmosfera, l’insulto non è solo un gesto individuale: è un sintomo. È il segno di una società che sta perdendo il vocabolario per nominare la realtà e, non sapendo più nominarla, la prende a calci. È il segno di persone che confondono la forza con la brutalità, la sincerità con la volgarità, la libertà con l’impunità. E la rivoluzione invocata a distanza è l’altra faccia dello stesso cedimento: è la voglia di sentirsi protagonisti senza fare i conti con l’organizzazione, con la responsabilità, con la fatica di cambiare davvero.

Se non fermiamo questa deriva, succede una cosa precisa: ci abituiamo. Ci abituiamo a un linguaggio sempre più povero. Ci abituiamo a una politica sempre più isterica. Ci abituiamo al fatto che l’opinione valga quanto lo studio, che l’urlo valga quanto il ragionamento, che la battuta valga quanto la prova. Ci abituiamo perfino a perdere diritti, perché intanto siamo occupati a discutere del nulla, a inseguire il trend del giorno, a scegliere un nemico su cui scaricare la rabbia.

E quando una collettività si abitua, diventa governabile con pochissimo. Basta un’emergenza permanente, un nemico di turno, un racconto semplificato, una promessa facile. Basta tenere le persone in uno stato di eccitazione o di paura, alternando indignazione e distrazione come una terapia. È così che si spegne una democrazia senza bisogno di carri armati: le si toglie ossigeno, pezzo dopo pezzo, finché non resta che un guscio.

Ecco perché, per me, il punto non è soltanto educazione o buone maniere. Il punto è l’autodifesa civile. Difendere il linguaggio, la complessità, la fatica del confronto, non è moralismo: è resistenza. È il modo in cui una società evita di diventare un branco. È il modo in cui si impedisce al potere di usare le nostre emozioni contro di noi.

Se vogliamo davvero una politica diversa, dobbiamo cominciare da una scelta semplice e scomoda: smettere di vivere di riflessi. Smettere di fare i tifosi. Smettere di delegare la nostra coscienza a un feed. Tornare a studiare, a organizzarci, a discutere sul serio, a pretendere risultati, a costruire conflitti intelligenti, a fare comunità.

Io, a quella prigione, non voglio abituarmi. E credo che nessuno di noi dovrebbe farlo.

Oltre il partito del non voto. Per un fronte sociale che rovesci i rapporti di forza

Quando guardo alle ultime tornate elettorali non vedo solo la vittoria di questo o quel blocco politico. Vedo soprattutto un gigantesco vuoto: metà del Paese che non vota più, che non si sente rappresentata, che considera le urne un rito stanco, incapace di cambiare davvero la vita di chi fatica ad arrivare a fine mese. Alle europee 2024, per la prima volta nella storia repubblicana, è andato a votare meno di un elettore su due; l’affluenza si è fermata intorno al 49,7 per cento. 

Non è un dettaglio, è il dato politico centrale: il primo “partito” d’Italia è quello del non voto. E il governo nazionale, come mostrava già l’analisi delle politiche del 2022, rappresenta di fatto una minoranza della popolazione, perché governa con il consenso attivo di poco più di un quinto degli italiani. 

In questo quadro la sinistra si muove tra due trappole. Da un lato, un centrosinistra che quando vince lo fa spesso con coalizioni sfilacciate, costruite più per sommare sigle che per proporre un progetto di trasformazione reale delle condizioni di vita dei ceti popolari impoveriti. Dall’altro, una sinistra più radicale che oscilla tra subalternità e testimonianza: subalterna quando entra in coalizioni in cui non decide nulla, testimoniale quando resta fuori e non riesce a trasformare il radicamento nei conflitti in forza elettorale.

Io credo che la strada per uscire da questo vicolo cieco esista. Ma per imboccarla bisogna fare due mosse nette: smettere di pensare la politica a partire dalle alleanze e ricominciare a pensarla a partire dai bisogni concreti; misurare ogni proposta non sulla base della sua purezza ideologica, ma sulla sua capacità di risolvere problemi reali, in tempi ragionevoli, per persone in carne e ossa.

Il partito del non voto non è un incidente

L’astensionismo non è una nuvola passeggera. È il risultato di decenni in cui il campo politico si è ristretto, il conflitto sociale è stato neutralizzato, e le differenze tra i blocchi di governo si sono giocate sempre più sui toni, sempre meno sulle scelte materiali su lavoro, welfare, privatizzazioni, guerra, ambiente.

Dati alla mano, il “partito del non voto” è ormai stabilmente il primo in Italia. Non si tratta solo di disaffezione generica: si tratta di un giudizio severo sull’inefficacia della politica nel produrre cambiamenti percepibili. 

Eppure nello stesso Paese in cui milioni di persone disertano le urne, migliaia di ragazze e ragazzi continuano a riempire le piazze per il clima, per la giustizia sociale, per la Palestina, contro la guerra e il riarmo. Fridays for Future in questi anni ha convocato scioperi globali in decine di città, legando la crisi climatica alla critica di un modello economico che devasta territori e diritti. 

Le mobilitazioni per Gaza hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, da Roma ad altre città, in un’ondata di solidarietà verso il popolo palestinese che ha sfidato la narrazione ufficiale e la criminalizzazione della protesta. 

Non è vero, dunque, che non c’è energia sociale. È vero che questa energia non trova oggi un veicolo politico credibile, capace di parlare la lingua dei bisogni, di connettere le lotte e di trasformare conflitti sparsi in potere organizzato.

Ripartire dall’inchiesta sui bisogni

Se vogliamo davvero rovesciare il tavolo, non possiamo partire dall’ennesimo appello generico “alla sinistra”, né dall’ossessione per il “campo largo” o “strettissimo”. Dobbiamo partire da una domanda molto più semplice: che cosa non funziona nella vita quotidiana delle persone nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre regioni?

Per questo immagino, città per città, la nascita di Osservatori popolari sui bisogni e sui diritti. Non penso a un ennesimo “coordinamento” di sigle, ma a luoghi in cui si incontrano comitati di quartiere, lavoratori organizzati, associazioni, reti per i diritti, realtà femministe, movimenti per il clima, collettivi studenteschi, sindacati di base, operatori dei servizi.

Il loro primo compito non sarebbe “fare un programma”, ma fare inchiesta sociale:
• raccogliere in modo sistematico segnalazioni, lamentele, proposte dei cittadini, attraverso sportelli di quartiere, numeri telefonici, assemblee di strada;
• incrociare queste informazioni con i dati dell’amministrazione: richieste protocollate, liste d’attesa per servizi sociali, graduatorie per le case popolari, segnalazioni su trasporti, barriere architettoniche, scuole;
• costruire una mappa pubblica dei bisogni non soddisfatti, che dica con chiarezza dove la macchina pubblica si inceppa e chi paga il prezzo di questi inceppi: giovani precari, donne caricate del lavoro di cura, persone disabili, migranti, anziani soli, famiglie sfrattate.

Solo a partire da questa mappa è possibile fare il passo successivo: trasformare il lamento in proposta.

Un programma minimo locale, esigibile

Dall’inchiesta sui bisogni può nascere quello che chiamo un programma minimo di giustizia sociale. “Minimo” non perché timido, ma perché concentrato su poche priorità chiare, misurabili, che parlano direttamente al vissuto delle persone.

Penso a un nucleo di interventi su casa, lavoro, servizi, ambiente, diritti.

Sul diritto alla casa: censimento degli immobili sfitti e dei grandi proprietari, piano comunale per l’housing sociale, regolamentazione degli affitti turistici che espellono residenti dai centri urbani, fondo anti-sfratto alimentato da risorse locali e nazionali.

Sul lavoro e i servizi: stop al massimo ribasso negli appalti, clausole sociali che obblighino le aziende a garantire contratti dignitosi e sicurezza, osservatori sul lavoro povero che coinvolgano i lavoratori stessi, i sindacati e gli enti ispettivi.

Sul clima e l’ambiente: piani di mobilità che partano dalle periferie, non solo dal centro; stop al consumo di suolo e alla speculazione edilizia; interventi di bonifica nelle aree inquinate, con coinvolgimento delle comunità locali nei monitoraggi.

Sui diritti e l’inclusione: sportelli antiviolenza realmente finanziati, sostegno ai caregiver familiari spesso invisibili, politiche sulla disabilità costruite non in chiave assistenzialistica, ma a partire dal diritto all’autonomia, all’accessibilità, al lavoro, alla partecipazione politica.

Su pace e internazionalismo: mozioni e atti concreti contro il riarmo, contro l’uso del territorio come piattaforma militare, per il sostegno alle popolazioni sotto bombardamento e occupazione; trasparenza sui rapporti tra gli enti locali e il complesso militare-industriale; gemellaggi con città che vivono sulla propria pelle guerre e sanzioni.

Un programma del genere non è un libro dei sogni, è la traduzione politica di ciò che l’inchiesta sociale ha fatto emergere. E soprattutto diventa il metro con cui misurare chi dice di voler essere “alleato”.

Prima i contenuti, poi – eventualmente – le alleanze

Se prendo sul serio i bisogni e il programma che ne deriva, la questione delle alleanze si capovolge.

Non parto più dal “mai con” o “sempre con” questo o quel partito. Metto sul tavolo, pubblicamente, il programma minimo e chiedo a tutte le forze politiche che si candidano a governare la città o la regione di dire chiaramente quali punti sono disposte a sottoscrivere, con che tempi, con quali risorse, con quali strumenti di verifica.

Solo a quel punto ha senso discutere di coalizioni. Se una forza maggiore – che sia il Pd o altro – accetta davvero di vincolarsi a misure di rottura, e se esistono strumenti per rendere questo vincolo credibile (patti di mandato, monitoraggio partecipato, obbligo di rendicontazione annuale ai cittadini), allora un’alleanza può avere un senso. Ma non è più una fusione di sigle: è un patto condizionato, revocabile, controllabile.

Se invece i punti fondamentali vengono annacquati, trasformati in slogan generici, rimandati a un futuro indefinito o respinti, allora la scelta di costruire un polo alternativo non è un gesto settario, è una conseguenza logica: non si è disposti a fare, qui e ora, ciò che serve a chi è più fragile.

In questo modo si spezza anche il ricatto morale del “se non stai nel campo largo fai il gioco della destra”. Il messaggio da portare nelle piazze e nelle case può diventare molto chiaro: “Abbiamo chiesto misure concrete su casa, lavoro, servizi, ambiente e diritti. Chi governa ha detto di no. Non siamo noi a dividere, sono loro a non voler cambiare.”

Un fronte sociale e politico, non un altro partitino

Perché tutto questo non si riduca a una bella teoria, serve un soggetto organizzato capace di reggere il conflitto, nel tempo. Non credo che la risposta sia un ennesimo partitino identitario. Penso piuttosto a un fronte sociale e politico di risposta concreta.

Un fronte in cui possano convivere persone iscritte a partiti e persone che non ne vogliono sapere, sindacalisti e attivisti dei movimenti, realtà di base e associazioni più strutturate, a condizione che accettino alcune regole minime:
• nessun ruolo è proprietà privata di una sigla;
• gli incarichi ruotano, hanno un tempo definito;
• le decisioni importanti si prendono in assemblee aperte e poi si traducono in mandati chiari a chi ha compiti di rappresentanza;
• bilanci, finanziamenti, relazioni con le istituzioni sono trasparenti e accessibili.

La radicalità dei contenuti deve andare di pari passo con una democrazia interna reale. Non serve denunciare la casta se poi, nel piccolo, si riproducono gli stessi meccanismi di occupazione permanente delle posizioni, le stesse opacità, gli stessi personalismi.

Il bilancio popolare: rendere conto, non solo denunciare

C’è un altro passaggio decisivo. Se prendo sul serio l’idea che “le proposte o sono efficaci o non servono”, allora devo dotarmi di uno strumento che misuri questa efficacia.

Immagino un rapporto annuale di bilancio popolare, costruito dagli Osservatori e dal fronte sociale:
• elenco dei bisogni raccolti;
• elenco degli atti prodotti a partire da quei bisogni (mozioni, delibere, campagne, mobilitazioni);
• stato di avanzamento: cosa è stato approvato, cosa è stato bloccato, dove, da chi;
• effetti concreti: dove si sono aperti servizi, fermati progetti dannosi, migliorate condizioni di vita.

Un documento così non è solo materiale da addetti ai lavori: è uno strumento politico potente. Perché mostra che qualcuno ha preso in carico problemi reali, li ha trasformati in rivendicazioni, ha provato a farli passare, e può indicare con precisione chi ha remato contro.

È anche un modo per rompere la rassegnazione del “sono tutti uguali”. Quando chi governa sa che ogni anno dovrà confrontarsi con un bilancio pubblicamente discusso, che mette nero su bianco promesse e risultati, il gioco delle tre carte diventa più difficile.

Federarsi dal basso

Se questo percorso si avvia in una città, e poi in un’altra, e poi in una terza, si apre una prospettiva più ampia.

Si possono mettere in rete gli Osservatori, confrontare i programmi minimi, riconoscere che in territori diversi si ripetono gli stessi nodi: casa e speculazione, lavoro povero, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale, sostegno attivo o passivo alle guerre.

Da qui può nascere un manifesto nazionale che non cala dall’alto, non è il prodotto di una trattativa tra gruppi dirigenti, ma la sintesi di centinaia di vertenze e bisogni concreti. Un manifesto che parli la lingua della giustizia sociale e della pace, e che si candidi a essere la base di un nuovo soggetto politico, se le condizioni maturano, o di un fronte stabile in grado di pesare in ogni appuntamento elettorale.

Non si tratta di opporre un’ennesima sigla alla sigla di turno, ma di costruire un “federalismo dal basso” delle esperienze, in cui ogni territorio conserva la sua specificità, ma riconosce una battaglia comune.

Conclusione: cominciare da qui

Uscire dal minoritarismo e dalla subalternità non è questione di trovare lo slogan giusto o il leader carismatico di turno. È questione di cambiare metodo.

Io vedo una strada possibile:
• ricominciare dall’inchiesta sui bisogni, con strumenti seri e condivisi;
• costruire programmi minimi locali che non siano compromessi al ribasso, ma focus su poche priorità esigibili;
• rovesciare la logica delle alleanze: prima i contenuti, poi – se ci sono le condizioni – i patti elettorali;
• dare forma a un fronte sociale e politico capace di durare, con regole chiare e democrazia interna;
• misurare annualmente i risultati, rendendo conto a chi sta fuori dai palazzi, non solo dentro.

Non c’è bisogno di aspettare la prossima grande scadenza nazionale per iniziare. Si può cominciare da una città, da un quartiere, da un’assemblea in cui ci si mette intorno a un tavolo non per litigare sulle sigle, ma per rispondere a una domanda semplice e radicale: da dove ricominciamo, concretamente, a cambiare la vita delle persone?