Uranio impoverito: l’eredità radioattiva della guerra e la prima storica sentenza nei Balcani

Il 24 marzo 2025, il tribunale di Pancevo, in Serbia, ha emesso una sentenza destinata a fare storia: per la prima volta nei Balcani è stato riconosciuto, in sede giudiziaria, il nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di gravi patologie tumorali. La pronuncia arriva grazie al lavoro congiunto del pool di avvocati guidati da Srdjan Aleksijc e dall’italiano Angelo Fiore Tartaglia, già noto per aver costruito in Italia una solida giurisprudenza a tutela dei militari colpiti da malattie letali dopo le missioni nei Balcani.

La decisione del tribunale serbo non solo rompe un muro di silenzio, ma pone le basi per una mobilitazione giuridica e politica volta a tutelare migliaia di vittime civili e militari. In particolare, nei territori della ex Jugoslavia, bombardati dalla NATO tra il 1994 e il 1999, si è assistito a una vera e propria epidemia oncologica, in corrispondenza dei siti colpiti da munizionamenti all’uranio impoverito.

Cos’è l’uranio impoverito?

L’uranio impoverito (UI) è un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio. Estremamente denso e piroforico, viene utilizzato per produrre proiettili capaci di perforare corazze e veicoli blindati. All’impatto, queste munizioni rilasciano microparticelle di metallo radioattivo che si disperdono nell’ambiente, contaminando aria, acqua e suolo. Inalate o ingerite, queste particelle possono causare alterazioni genetiche, mutazioni cellulari, linfomi, leucemie, tumori ai polmoni, ai reni e ad altri organi vitali.

La NATO ha utilizzato queste armi nei teatri bellici dei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Siria e ora anche in Ucraina. E ogni volta, come un’ombra silenziosa, le guerre si trascinano dietro una seconda ondata di morte: quella della contaminazione invisibile, persistente, e intergenerazionale.

I numeri della strage: tra Balkans, Iraq e Italia

Durante la guerra del Kosovo, furono sparati oltre 31.000 proiettili all’uranio impoverito, per un totale di circa 10 tonnellate di materiale radioattivo. I bombardamenti coinvolsero almeno 112 siti, molti dei quali ancora contaminati. Nei territori esposti si è registrato un aumento anomalo di malattie oncologiche sia tra la popolazione civile che tra i militari della KFOR.

In Iraq, i dati sono ancora più tragici. Dopo le guerre del 1991 e del 2003, città come Fallujah e Bassora hanno visto un’esplosione di malformazioni neonatali, tumori infantili e patologie rare. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, le percentuali di malformazioni a Fallujah hanno superato quelle registrate a Hiroshima dopo lo sgancio della bomba atomica.

Anche l’Italia ha il suo dramma silenzioso. Secondo l’Osservatorio Militare, oltre 7.500 soldati italiani si sono ammalati dopo le missioni nei Balcani, e almeno 366 sono deceduti. La IV Commissione parlamentare d’inchiesta ha accertato il legame tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie riscontrate, ma il Ministero della Difesa continua a schermarsi dietro commissioni “indipendenti” che non producono risultati concreti, ostacolando il riconoscimento dei risarcimenti e della verità.

Il caso Ucraina: un crimine che si ripete

Nel 2023 il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio all’Ucraina di munizioni all’uranio impoverito da utilizzare con i carri armati M1 Abrams. In un conflitto già devastante, si è aggiunto un fattore di rischio a lungo termine per militari e civili. Secondo l’organizzazione britannica Campaign Against Depleted Uranium, l’uso di UI in Ucraina aprirà un nuovo ciclo di malattie e contaminazione ambientale, con conseguenze che dureranno decenni.

Nessuna guerra termina quando cessano le ostilità: il terreno avvelenato continua a colpire, mutando il DNA dei bambini non ancora nati, riducendo in polvere radioattiva la speranza di un futuro sano. L’uranio impoverito è un’arma codarda, perché colpisce a distanza di anni e non distingue tra nemici, alleati o civili.

La guerra è l’obbrobrio originario

Non esiste un uso “etico” della guerra. Non esiste una guerra pulita, chirurgica, legittima. La guerra è in sé un crimine contro l’umanità. E l’uranio impoverito, come le bombe a grappolo o le armi chimiche, non è che il volto più evidente e viscido di un sistema che trasforma le persone in bersagli e i territori in laboratori della morte.

Condannare l’uranio impoverito è doveroso, ma non basta. Occorre un rifiuto radicale della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ogni guerra è sempre, inevitabilmente, un fallimento della politica e una ferita insanabile per l’umanità. Non ci sono guerre giuste: c’è solo la giustizia della pace, da costruire con la diplomazia, il disarmo e la cooperazione tra i popoli.

La responsabilità della NATO e l’urgenza di una messa al bando

La NATO, e con essa i governi che ne sostengono le operazioni, devono essere chiamati a rispondere non solo dei crimini diretti, ma anche delle armi impiegate e delle loro conseguenze sanitarie ed ecologiche. L’uso dell’uranio impoverito rappresenta una forma di guerra permanente: uccide anche in tempo di pace, mina i territori, distrugge la salute pubblica.

La sentenza serba rappresenta un varco: per la prima volta nei Balcani si riconosce la responsabilità giuridica legata all’uso di queste armi. Ma ora serve un passo in avanti: un’azione internazionale decisa per la messa al bando dell’uranio impoverito e l’imposizione di responsabilità chiare nei confronti delle istituzioni militari e politiche coinvolte.

Una lotta per la verità, contro la guerra e per la vita

Il lavoro dell’avvocato Tartaglia e dei suoi colleghi serbi dimostra che la giustizia può ancora farsi strada tra le macerie. Ogni sentenza che riconosce il nesso tra UI e patologie tumorali è una pietra sulla quale costruire la memoria e la tutela di chi ha pagato con la vita decisioni belliche irresponsabili.

Ma la vera sfida è ancora più profonda: smascherare la guerra nella sua natura sistemica, violenta, predatoria. E affermare un principio intransigente: la pace non è un’utopia, è l’unica via praticabile per un’umanità che voglia restare viva.

Il Grande Tradimento: la Guerra come Nuovo Contratto Sociale sulle Spalle degli Ultimi

L’Europa e il patto sociale infranto

C’era una volta un patto non scritto tra lo Stato e i cittadini: il contratto sociale nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale prometteva pace, diritti e benessere diffuso in cambio dell’impegno comune. Su quelle fondamenta l’Europa ha costruito decenni di welfare, di servizi pubblici e di progresso sociale. Oggi, però, assistiamo a un grande tradimento di quello spirito originario. I governi europei sembrano aver rotto quel patto: la guerra – o meglio, una perenne economia di guerra – sta diventando il nuovo collante della società, il nuovo contratto sociale imposto dall’alto. Al posto della sicurezza sociale, ci viene chiesta sicurezza militare; al posto dei diritti, si invoca disciplina e sacrificio bellico. È un tradimento profondo e doloroso, perché tradisce la promessa di “mai più” fatta ai nostri nonni e padri, e soprattutto perché colpisce per primi i più deboli, i poveri, gli esclusi.

In questa inquietante trasformazione, la guerra non è più vista come follia da evitare, ma come orizzonte attorno a cui riorganizzare la società. Veniamo bombardati da discorsi di emergenza e paura: c’è sempre un nemico alle porte, una minaccia incombente per cui stringerci attorno alla bandiera e accettare qualsiasi sacrificio. Così, passo dopo passo, il dibattito pubblico sposta l’attenzione dalla giustizia sociale alla mobilitazione bellica. Il risultato? Lo Stato che un tempo prometteva di prendersi cura dei suoi cittadini ora chiede ai cittadini di prendersi cura dello Stato in guerra, rinunciando a diritti e risorse. È come se il messaggio fosse: dimenticatevi del welfare, della sanità o del lavoro sicuro – l’importante è sostenere lo sforzo bellico. Questo nuovo contratto sociale bellico è una trappola velenosa, perché vincola la cittadinanza non più alla partecipazione democratica e alla tutela reciproca, ma all’obbedienza e al silenzio di fronte alla guerra.

La guerra come priorità, i fragili come vittime invisibili

La scelta di fare della guerra la priorità assoluta ha conseguenze dirette e devastanti su tutta la popolazione. Chi paga il prezzo più alto di questo tradimento? Sono le persone più fragili, i poveri, gli emarginati, quelli che Papa Francesco chiama “scarti” di questa “cultura dello scarto” che emargina i non produttivi. Mentre piovono miliardi per nuovi armamenti, nelle periferie d’Europa c’è chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo o a pagare l’affitto. Mentre i governi annunciano orgogliosi l’acquisto di caccia e carri armati, un europeo su cinque rischia la povertà: parliamo di quasi 95 milioni di persone senza garanzie di una vita dignitosa . Sono numeri enormi, dietro cui ci sono volti e storie di sofferenza: famiglie monoreddito travolte dal caro-vita, disoccupati e precari senza alcun ammortizzatore sociale, anziani soli costretti a scegliere se riscaldarsi o cenare, giovani senza lavoro né futuro, migranti e rifugiati trattati come numeri o minacce invece che come esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame.

Questi ultimi della fila erano già ai margini in tempi “normali”; ora, nell’Europa del nuovo patto bellico, diventano praticamente invisibili. I loro diritti fondamentali – il cibo, la casa, la salute, l’istruzione – passano in secondo piano, schiacciati dalla retorica della sicurezza militare. L’economia di guerra li opprime due volte: da un lato, erode quel poco di sostegno pubblico su cui potevano contare; dall’altro, aggrava le difficoltà quotidiane con inflazione e carovita. Non dimentichiamo che la guerra non è solo missili e soldati al fronte: è anche bollette triplicate, benzina alle stelle, inflazione a doppia cifra sui beni essenziali. Chi ha risorse affronta questi rincari stringendo i denti; chi viveva già in povertà o ai suoi limiti ne viene travolto. Così, se l’alta società quasi non sente lo sforzo bellico se non come dato di cronaca, i poveri ne sentono ogni singolo schianto: nel piatto sempre più vuoto, nella coda più lunga alla mensa dei poveri, nel posto di lavoro perso perché l’azienda ha chiuso i battenti.

“L’economia di guerra” contro il welfare e la dignità

Questa economia di guerra che avvolge l’Europa non è fatta solo di fucili e cannoni: è fatta di bilanci statali stravolti, di scelte politiche che spostano montagne di denaro pubblico dalla spesa sociale a quella militare. Gli indicatori non lasciano dubbi. A livello di Unione Europea, la spesa militare ha raggiunto cifre record: quasi 300 miliardi di euro l’anno, con un balzo del +20% in un solo anno . In parallelo, i fondi per scuola, sanità, assistenza languono quando non vengono tagliati. Ogni euro destinato a un carro armato è un euro sottratto a un ospedale, a una scuola, a un progetto di edilizia popolare. Non è retorica, è realtà. Come notano gli osservatori più attenti, “le spese militari sono incompatibili con il mantenimento della sanità, della previdenza, dell’istruzione pubblica” . Possiamo davvero stupirci se, mentre aumentano i finanziamenti ai generali, chiudono reparti ospedalieri per mancanza di personale? Possiamo sorprenderci se i treni dei pendolari cadono a pezzi e le case popolari restano fatiscenti, mentre si trovano all’istante miliardi per nuove armi?

Questa è la crudele aritmetica del tradimento: si finanzia la guerra e si affama il welfare. In Italia, ad esempio, oltre 30 miliardi di euro all’anno sono già destinati alle spese militari e puntano a diventare 40 , una somma colossale che, se investita sul sociale, potrebbe rivoluzionare la vita di milioni di cittadini. Invece viene usata per comprare strumenti di morte. E così, mentre le fabbriche di armi macinano profitti e le élite celebrano la “necessità” del riarmo, gli “esuberi” di questa società – i disoccupati, gli indigenti, i disabili senza assistenza – vengono spinti ancora più fuori vista. È un’economia perversa quella che sacrifica i deboli sull’altare della forza militare. Papa Francesco l’ha definita senza mezzi termini “cattiva politica fatta con le armi”, una politica che produce nuovi poveri e innumerevoli vittime innocenti . Le sue parole risuonano come un monito etico: “Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti!” . Non si può costruire una società giusta sulle fondamenta di questa violenza istituzionalizzata, perché essa annichilisce ulteriormente chi già non ha voce.

Ci avevano raccontato, negli anni passati, che “non c’erano soldi” per migliorare le pensioni minime, per garantire un reddito dignitoso ai disoccupati, per costruire case popolari o asili nido. Ma all’improvviso i soldi compaiono, eccome, quando si tratta di missili e carri armati. E compaiono su una scala mai vista: l’industria bellica vive una nuova età dell’oro a spese del nostro futuro. Questo slittamento delle priorità è accompagnato da una propaganda incessante: se protesti perché l’ospedale nel tuo quartiere chiude, ti senti rispondere che “c’è la guerra, dobbiamo stringere la cinghia”. Come se la collettività dovesse accettare in silenzio di perdere diritti e servizi perché “adesso c’è ben altro a cui pensare”. Ma a cosa serve uno Stato armato fino ai denti se poi lascia indifesi i suoi cittadini più vulnerabili? È davvero sicurezza nazionale quella che ignora la sicurezza umana di avere un tetto, del cibo, delle cure mediche? Questa economia di guerra sta distruggendo quello che resta dei diritti sociali dei popoli europei, aprendo la strada a una società più diseguale e più feroce. In nome della difesa, stiamo disarmando la giustizia sociale.

I “figli di nessuno” e la cultura dello scarto

In questo quadro desolante, non possiamo non vedere l’ombra della “cultura dello scarto” denunciata da Papa Francesco. È la mentalità per cui alcune vite valgono meno di altre, per cui poveri, migranti, disabili, emarginati diventano scarti, rifiuti umani di cui disfarsi o da lasciare al loro destino. La trasformazione bellica della società europea accentua questa tendenza disumana: gli ultimi diventano ancora più ultimi. Sono i dimenticati, i “figli di nessuno” del nostro tempo, su cui si abbattono tutte le crisi senza che nessuno li ascolti. Vengono sacrificati due volte: prima dallo schema economico che li esclude, poi dalla deriva bellicista che li ignora del tutto o addirittura li usa come pedine. Pensiamo ai giovani senza lavoro né formazione, arruolati dalla disperazione in eserciti e guerre che non comprendono, mandati a combattere e morire mentre cercavano soltanto una via d’uscita dalla miseria. Oppure pensiamo ai migranti che fuggono da guerre spesso alimentate dalle stesse potenze che ora alzano muri: finiscono per essere rifiutati, imprigionati, considerati “invasori” invece che vittime di un sistema violento. La guerra come nuovo contratto sociale non prevede spazio per la solidarietà verso lo straniero o per la compassione verso il povero; al contrario, spesso alimenta nazionalismi e chiusure che individuano proprio negli ultimi i capri espiatori del malcontento. È più facile prendersela con i deboli – l’immigrato, il senzatetto, il dissidente pacifista – che assumersi la responsabilità di un sistema malato.

Eppure, proprio da questi scarti emarginati sale un monito e insieme una speranza. Se ascoltiamo le periferie, i ghetti, le baraccopoli d’Europa, sentiremo la stessa richiesta universale di dignità e pace. I poveri non chiedono la luna: chiedono di poter vivere con dignità, senza essere calpestati o dimenticati. “I dimenticati di questo mondo hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio”, ha detto Papa Francesco , ricordandoci che il valore di una società si misura dallo spazio che riserva ai più deboli. I nuovi poveri sono vittime innocenti delle guerre e della politica fatta con le armi : suona come una condanna morale e insieme un appello a cambiare rotta. Ogni barbone avvolto in un cartone, ogni bambino che a scuola ha fame, ogni madre single senza aiuti è un atto d’accusa vivente contro questa deriva bellica che stiamo accettando. Non possiamo voltare lo sguardo altrove: in quei volti c’è il riflesso della nostra umanità collettiva che viene meno.

Riscoprire la solidarietà e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario cupo, abbiamo una scelta di fondo: accettare passivamente questo nuovo “contratto sociale” basato sulla guerra, oppure ribellarci in nome della solidarietà e della giustizia sociale. Il richiamo alla solidarietà non è retorica vuota, ma l’ultimo baluardo di civiltà che ci resta. Vuol dire rimettere al centro gli esseri umani, tutti, a partire da chi sta in basso. Vuol dire rifiutare la logica perversa che assegna valore alle persone in base alla loro utilità nello sforzo bellico o produttivo. Solidarietà significa che nessuno deve essere lasciato indietro: né in tempo di pace né – tantomeno – in tempo di guerra. Significa che di fronte a una famiglia che non arriva a fine mese, non accettiamo la scusa “ci sono altre priorità”: quella è la priorità. Che di fronte a un popolo straniero sotto le bombe, non rispondiamo con più bombe, ma con l’abbraccio dell’accoglienza e della diplomazia. Significa, in sostanza, restare umani quando tutto attorno spinge ad essere l’opposto.

Servono scelte coraggiose e un cambio di mentalità. È necessario reclamare, con forza e con voce collettiva, un ritorno a un contratto sociale degno di questo nome: un patto di pace sociale, non di guerra permanente. Questo significa pretendere dai nostri governi di invertire la rotta: meno soldi ai generali, più soldi agli ospedali e alle scuole; meno investimenti in armi, più investimenti in lavoro, case popolari, energie pulite; meno retorica di guerra nei media, più attenzione e spazio alle storie di chi soffre la povertà e l’ingiustizia. Giustizia sociale e pace sono due volti della stessa medaglia. Non ci può essere vera pace se milioni di cittadini vivono nell’angoscia economica e nell’abbandono; e d’altra parte, una società equa e coesa è il più solido antidoto alla guerra, perché popoli amici e rispettati reciprocamente difficilmente acconsentiranno a massacrarsi.

Ricostruire il contratto sociale significa anche dare voce a chi non ha voce. I poveri, gli emarginati, i “nessuno” di cui sopra vanno ascoltati, coinvolti, rappresentati. È troppo facile parlare di loro senza mai dar loro un microfono. Una società veramente democratica deve includere le istanze di tutti, soprattutto di chi è normalmente escluso dai palazzi del potere. Responsabilità verso chi ha meno voce, infatti, ricade su ognuno di noi: sui media, sui politici, ma anche sui cittadini comuni. Non possiamo delegare solo ai leader (spesso sordi) questo compito: spetta a ciascuno di noi, nel suo piccolo, far emergere il grido di chi soffre. Significa sostenere associazioni e movimenti che aiutano i più poveri e contemporaneamente lottano contro la guerra e le spese militari folli. Significa denunciare ogni giorno, ostinatamente, questo scandalo morale di risorse buttate in armamenti mentre gli esseri umani patiscono la fame e l’abbandono. Significa riscoprire un senso di umanità collettiva, sentirci parte di un unico popolo che non accetta di sopravvivere sulle macerie dei propri valori.

Conclusione: un futuro da riconquistare insieme

Il grande tradimento in atto – la guerra elevata a nuovo contratto sociale – non è un destino inevitabile, ma un percorso scellerato che possiamo e dobbiamo fermare. La Storia ci insegna che ogni contratto sociale ingiusto, ogni patto fondato sulla sopraffazione, prima o poi viene messo in discussione dai popoli. Oggi tocca a noi farlo. Dobbiamo rifiutare il ricatto morale per cui dissentire dalla guerra equivale a tradire la patria: al contrario, denunciare questa deriva è un atto di altissima fedeltà ai valori più veri della nostra patria europea, nata per unire i popoli nella pace e nei diritti. Non c’è vera patria senza i suoi figli più umili: una nazione che sacrifica gli ultimi tradisce sé stessa. E allora diventa doveroso gridare che questa guerra – qualunque guerra – non può essere il nuovo contratto sociale su cui fondare l’Europa. L’Europa dei padri fondatori era quella della solidarietà e della cooperazione, del “mai più guerre”. Dobbiamo reclamare quell’eredità e aggiornarla all’oggi, includendo esplicitamente chi ne è sempre rimasto ai margini.

In questo sforzo, l’emozione non è un difetto ma una forza motrice. Indignazione, compassione, speranza: sono sentimenti che dobbiamo coltivare e trasformare in azione. Indignazione per ogni soldo pubblico sprecato in strumenti di morte mentre un bambino povero resta senza pasti; compassione per ogni vita spezzata, sia sotto una bomba dall’altra parte del mondo sia sotto i nostri ponti cittadini; speranza che un altro modello di società sia possibile. Perché lo è: un contratto sociale della pace e della solidarietà è possibile, se abbastanza persone lo vogliono. Un modello in cui la sicurezza non si misuri in testate nucleari ma in famiglie tolte dalla miseria, in malati curati, in giovani educati alla fraternità. Un modello in cui le parole umanità, dignità, giustizia non siano retorica, ma pratica quotidiana.

Il futuro dell’Europa – e del mondo – dipende da questa scelta cruciale. Possiamo continuare sulla strada del tradimento, lasciando che la guerra cannibalizzi la nostra umanità. Oppure possiamo spezzare questo incantesimo maligno, rifiutare la guerra come orizzonte e riprendere in mano il sogno di una società davvero umana. Sta a noi. Non domani, ma adesso. Ogni gesto di solidarietà verso un escluso, ogni voce che si leva contro l’economia di guerra, ogni coscienza che si risveglia alla compassione è un mattone di un nuovo patto sociale da costruire. Un patto in cui la guerra torni ad essere impensabile e la dignità di ogni persona sia il valore più sacro. Solo così potremo dire di aver sconfitto davvero il grande tradimento e di aver riconquistato la nostra umanità collettiva.

In conclusione, il nostro “contratto sociale” va riscritto ora, insieme, mettendo al centro la pace, la giustizia sociale e la solidarietà verso chiunque sia rimasto indietro. Solo allora l’Europa potrà guardare al futuro con la coscienza di non aver abbandonato i suoi figli più fragili, ma anzi di averli finalmente riconosciuti come pietra angolare di una società rinnovata. Questo è il contratto che vogliamo: non quello della guerra e del profitto per pochi, ma quello della fratellanza e della dignità per tutti.

Quando il mondo ha scelto le armi: il record che racconta il nostro fallimento

C’è un numero che racconta, da solo, la direzione che il mondo ha scelto di imboccare.
2.718 miliardi di dollari: è quanto, nel 2024, l’umanità ha deciso di investire nella guerra.
Non nella pace, non nella lotta alla povertà, non nella salvezza di un pianeta esausto. Nelle armi.

A rivelarlo è il nuovo rapporto del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Un documento che somiglia più a un referto clinico che a una semplice analisi statistica: il paziente, l’umanità, è gravemente malato di paura, rivalità, violenza.

Mai, nemmeno nei momenti più incandescenti della Guerra Fredda, si era raggiunta una spesa così alta. E il dato impressiona ancora di più perché si inserisce in una corsa che non conosce tregua, che riguarda ogni angolo del pianeta, ogni regime politico, ogni economia, ogni latitudine.

Eppure, questo primato oscuro non è destinato a rimanere isolato. Al contrario: tutto lascia prevedere che il record del 2024 sarà presto superato, forse già nell’anno in corso e sicuramente negli anni successivi. Il piano di riarmo europeo, infatti, non è ancora pienamente conteggiato in questo calcolo. Le nuove programmazioni militari, gli investimenti pluriennali e la trasformazione industriale degli apparati bellici indicano una tendenza inesorabile al rialzo, trascinando il mondo sempre più vicino all’autodistruzione.

Gli architetti della corsa agli armamenti

In testa, come sempre, ci sono loro: gli Stati Uniti, che con 997 miliardi di dollari coprono quasi il 37% della spesa militare globale.
Dietro, la Cina, che investe 314 miliardi (+7%), segnando il trentesimo anno consecutivo di crescita.
E poi la Russia, che — travolta dalle sanzioni e dall’isolamento — trova comunque la forza di aumentare del 38% la sua spesa militare, trascinata dal fuoco che divora l’Ucraina.

A proposito di Kiev: l’Ucraina, anche al netto dei massicci aiuti esterni, è salita all’ottavo posto mondiale per spese militari. A dimostrazione che una guerra, una volta iniziata, si autoalimenta come un incendio nel bosco.

L’Europa si risveglia… sotto le armi

Non è solo il mondo a ovest e a est del globo a farsi trovare pronto alla guerra.
È l’Europa stessa che cambia pelle: dalla culla della diplomazia, a fucina di riarmo.

La Germania di Scholz, sospinta dalla retorica della “Zeitenwende”, investe il 28% in più nella difesa, diventando la prima potenza armata del continente da dopo la riunificazione.
La Polonia accelera del 31%, il Giappone del 21%.
L’Italia si muove più lentamente, con un aumento dell’1,4%, ma abbastanza da garantirsi il tredicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa che si avvicina ai 40 miliardi di euro.

E poi c’è Israele.
La carneficina di Gaza ha prodotto un dato sconvolgente: +65% nella spesa militare. La guerra si nutre del sangue, e cresce con esso.

La Nato: un gigante armato

Il quadro sarebbe incompleto senza guardare alla Nato.
I suoi 32 membri, presi insieme, rappresentano il 55% di tutta la spesa militare mondiale: 1.506 miliardi di dollari.
Solo gli Stati europei dell’Alleanza Atlantica hanno investito 454 miliardi.

Un terzo delle risorse mondiali per la difesa concentrate su un unico blocco.
Chi si arma, si sente minacciato. Ma chi si arma in modo così sproporzionato, finisce per minacciare a sua volta.

La pace che evapora

Il mondo che emerge dal rapporto del Sipri non è quello che sognavano gli artefici delle Nazioni Unite, né quello invocato dai popoli durante le marce per la pace.
È un mondo dove la competizione permanente ha preso il posto della deterrenza. Dove la guerra non è più vista come un’eventualità estrema, ma come un destino inevitabile da preparare meticolosamente, giorno dopo giorno.

Come ha detto Papa Francesco, questa è la “terza guerra mondiale a pezzi”.
Non ci sono ancora le grandi battaglie campali, ma ci sono le continue tensioni, i massacri, le rivalità che si moltiplicano, le alleanze che si irrigidiscono.
E soprattutto, c’è una mentalità che accetta come normale quello che dovrebbe essere considerato mostruoso: il riarmo come politica ordinaria.

E non dobbiamo farci illusioni: le guerre del futuro non saranno combattute soltanto tra soldati e uomini in divisa.
Le vittime non saranno più soltanto eserciti regolari.
Saranno le popolazioni civili, le città, le infrastrutture pacifiche a subire la distruzione più profonda.
Ogni nuova corsa agli armamenti è anche una dichiarazione di guerra contro le scuole, gli ospedali, le case, i mercati, i parchi, tutto ciò che costruisce la vita civile.

Un pianeta senza futuro

E così, mentre le calotte polari si sciolgono, mentre milioni di bambini crescono senza istruzione, mentre nuove pandemie minacciano di fiorire nell’indifferenza globale, i governi scelgono di investire miliardi per rafforzare i propri arsenali.

Scelgono il futuro delle guerre, non quello delle società.

Il record dei 2.718 miliardi di dollari è il monumento di un fallimento collettivo.
Un mondo che, invece di unirsi per salvare se stesso, preferisce armarsi fino ai denti, scavando ogni giorno un po’ più a fondo la fossa in cui rischia di cadere.

Il vero nemico dell’umanità, oggi, non si nasconde dietro una bandiera straniera.
È la nostra incapacità di immaginare un futuro diverso dalla guerra.

Contro chi marcia alla nostra testa: la guerra che dobbiamo combattere

Non è l’uomo al tuo fianco il vero nemico. Né quello che ti affronta sul campo.
Il nemico marcia alla tua testa.
È chi ti manda a combattere mentre la tua famiglia tira avanti a fatica, è chi ti spinge in guerra mentre a casa tua si taglia sulla sanità, sull’istruzione, sui diritti.

La verità è semplice, antica e sempre rimossa: o si lotta tra capitalisti per il dominio del mondo, o si lotta tra oppressi per la propria liberazione.
In questo bivio storico, il pacifismo da solo non basta più: serve l’antimilitarismo consapevole, quello che riconosce il vero volto della guerra e si organizza per disertarla, boicottarla, sabotarla. Non per servire padroni stranieri o governi asserviti, ma per restituire dignità al nostro stesso popolo.

Valerio Evangelisti ci ricordava che l’Internazionale francese invitava i soldati a rivoltarsi contro i propri ufficiali. E oggi, più che mai, quell’invito suona attuale.
Non si tratta di un atto romantico: è il principio base della guerra alla guerra.
Una guerra che si fa disertando, scioperando, paralizzando la macchina bellica.
Se le condizioni maturano, persino con la resistenza attiva.

Ci hanno addestrato per decenni a credere che ogni atto di ribellione fosse terrorismo, ogni scintilla di lotta una minaccia alla “civiltà democratica”.
Ci hanno fatto credere che l’unica lotta accettabile fosse quella filtrata dai sindacati di regime e dai partiti progressisti venduti, che di progressista hanno ormai solo la retorica vuota.

E ora, quando ai padroni serviamo come carne da cannone per alimentare le guerre del capitale globale, tentano il ribaltone: ci rispolverano l’europeismo da salotto, ce lo impastano con Hegel, Pirandello, e pretendono che combattere per loro sia un dovere morale.
Peccato che il popolo italiano – nonostante l’intossicazione continua dei media – questo inganno non lo beva più.
La stragrande maggioranza rifiuta il riarmo, rifiuta la guerra.
Non serve essere bolscevichi: basta avere buon senso, quello che ti suggerisce di sopravvivere ai prossimi dieci anni invece di farti ammazzare in nome di interessi che non sono i tuoi.

Da qui parte il nostro compito.
La guerra alla guerra non è un gioco di parole.
È lotta vera, capillare, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.
È denuncia serrata contro chi tradisce, contro chi vende il futuro del Paese.
È capacità di parlare al cuore della gente, di riconoscere la loro paura, la loro rabbia, la loro voglia di vivere.
È strategia di comunicazione che scavalchi il muro di menzogne costruito da chi fabbrica nemici interni per giustificare ogni emergenza repressiva.

Per fortuna, qualcosa si sta muovendo.
Durante la pandemia e ancora di più oggi, sono nate voci nuove, indipendenti, fuori dal coro tossico dei Mentana, dei Parenzo, dei loro cloni.
Web TV come Ottolina TV, progetti come Multipopolare, stanno iniziando a dare voce a un altro mondo possibile, a una sinistra che non si accontenta più di piagnucolare ma punta a organizzare la lotta di classe reale, antimilitarista, antimperialista.

Non sarà facile. Dovremo imparare dai nostri errori, riconoscere i nostri limiti.
Ma per la prima volta da anni si intravede una crepa nell’edificio della propaganda imperiale.
Un mondo multipolare emerge, fragile ma potente nella sua promessa: sovranità dei popoli, cooperazione tra nazioni, emancipazione concreta delle classi lavoratrici.
Un mondo dove il Comune prevale sull’avidità privata, dove lo Stato torna a essere il custode del bene collettivo e non il maggiordomo dei gruppi di potere.

Chi è il nemico, oggi, è più chiaro che mai.
È chi calpesta la Costituzione italiana, nata proprio dal rifiuto della guerra, della dittatura, dello sfruttamento.
È chi, mentre la osanna a parole, ne svuota ogni principio.
È chi trasforma l’Italia in un avamposto bellico, un protettorato senz’anima, un magazzino di missili puntati contro altri popoli.

A tutto questo bisogna rispondere.
Con intelligenza, con coraggio, senza illusioni nostalgiche, ma anche senza paura.
Perché questa battaglia non riguarda solo l’ideologia, riguarda la nostra sopravvivenza.
E, in fondo, riguarda anche qualcosa di più grande: il diritto dell’umanità a un futuro diverso da quello che i padroni della guerra stanno preparando.

La guerra alla guerra è iniziata.
E non torneremo indietro.

“Abbiamo costruito la nostra Guantanamo: il lager di Gjader e l’abisso dell’Italia”

Nel silenzio complice di molte istituzioni e nel cinismo di chi brandisce la paura come strumento di potere, è nato il nuovo volto della vergogna italiana: il centro di Gjader, in Albania. Un lager contemporaneo, costruito sotto il velo della legalità, ma intriso di violazioni dei diritti umani, torture psicologiche, isolamento forzato e disumanizzazione sistematica.

Le prime deportazioni verso Gjader si sono consumate nel buio più totale. Le persone, strappate dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani, sono state trasferite con la forza, spesso ammanettate per ore, private dei loro cellulari, senza alcuna possibilità di comunicazione. Una volta varcato l’Adriatico, sono state inghiottite da un sistema di isolamento assoluto, in una “cattedrale del deserto” sorvegliata dal silenzio e dalla paura.

Nei prefabbricati di Gjader, il regime è spietato: nessun contatto libero con l’esterno, telefonate ridotte a pochi minuti sorvegliati e costose, cibo gettato a terra come per animali, celle chiuse giorno e notte. L’acqua bollente dai rubinetti, la luce accesa 24 ore su 24 come strumento di tortura psicologica, l’assenza di spazi comuni e di cure mediche adeguate sono la normalità. Su tutto, l’incubo della segregazione e dell’invisibilità.

La detenzione è trasformata in annientamento. I tentativi di suicidio si moltiplicano, i corpi sono legati, le menti schiacciate dalla paura. Chi prova a protestare viene isolato ulteriormente, rinchiuso in celle ancora più anguste. Non siamo più nel terreno della gestione dell’immigrazione: siamo nella gestione dell’annientamento della dignità umana.

Un sistema pensato per fallire, lo ammettono ora anche le sentenze: la Corte d’Appello di Roma ha smascherato il trucco della “extraterritorialità” che avrebbe dovuto giustificare il confino in Albania. Chi fa domanda di asilo da Gjader, secondo il diritto, deve essere trattato come se fosse ancora in Italia. E deve tornare. La propaganda della fermezza, i milioni sperperati per allestire questa moderna colonia penale, rischiano di sbriciolarsi sotto il peso del diritto e della coscienza.

Ma mentre il diritto ancora resiste, la carne viva di chi subisce resta martoriata.

Dietro i muri invisibili di Gjader, la violenza non è solo fisica. È l’umiliazione dell’essere ridotto a numero, a problema da spostare, a corpo inutile da segregare. È la risposta “pisciati addosso” data a chi chiedeva di andare in bagno. È il cibo portato per terra. È la privazione del sonno, la solitudine, la disperazione fatta sistema.

Questo è il frutto avvelenato del nuovo decreto sicurezza, già messo sotto accusa per incostituzionalità. Una legge che, con il pretesto dell’urgenza, ha eretto nuove barriere contro i più deboli, ampliato la repressione del dissenso, rafforzato lo Stato-padrone a scapito dei diritti fondamentali.

Gjader non è un incidente. Non è una svista. È il prodotto coerente di una strategia di governo che usa il dolore come moneta politica, che coltiva l’odio per raccogliere consenso, che mercifica la sofferenza umana per mascherare il proprio fallimento.

La nostra Guantanamo è realtà.

E non si trova su un’isola sperduta, ma a poche ore di navigazione dalle nostre coste. Creata con i soldi dei contribuenti italiani, applaudita da chi, senza vergogna, ha venduto il nostro diritto alla giustizia in cambio di una propaganda che odora di sangue.

Davanti a questa mostruosità, il silenzio è complicità. Denunciare, resistere, disobbedire a questa nuova normalità è un dovere morale prima ancora che politico.

Non possiamo e non dobbiamo voltare lo sguardo.

Il nome di Gjader deve pesare sulle nostre coscienze come un macigno. E sulle pagine future della storia, sarà ricordato come il simbolo di una vergogna da cui non potremo lavarci le mani.

La dignità umana non conosce confini.

È tempo di demolire i muri dell’odio. È tempo di riprendersi l’umanità.

25 aprile 2025. Ottant’anni dopo: resistere è scegliere ancora

Ottant’anni fa, sulle macerie del fascismo e dell’occupazione nazista, l’Italia scelse di rialzarsi. Non fu un miracolo, ma il frutto di una scelta collettiva, il risultato di migliaia di scelte individuali compiute in un tempo di dissoluzione dello Stato, di fuga delle élite, di diserzione delle istituzioni. Era l’8 settembre 1943 quando il re fuggiva, i generali si spogliavano delle loro divise, e il potere si sbriciolava lasciando il Paese in balìa di se stesso. Ed è lì che iniziò davvero il 25 aprile: quando in basso, nel cuore della società, si fece strada il coraggio di dire no. La Resistenza non fu una reazione spontanea, ma una presa di coscienza. Etica, politica, umana.

Oggi, a ottant’anni esatti da quella Liberazione, siamo chiamati a un esame di coscienza altrettanto radicale. Perché la festa del 25 aprile rischia di diventare un cerimoniale svuotato, un rito commemorativo incapace di incidere sul presente. Ma non è così che si onora la memoria dei partigiani. Non sono i vivi a celebrare i morti: sono i morti che convocano i vivi, come ammoniva Calamandrei, per chiedere conto di ciò che abbiamo fatto per non tradirli. E ciò che ci chiedono oggi non è nostalgia. È coerenza. È scelta.

Viviamo in un’epoca segnata da un rigurgito di autoritarismo, in cui il linguaggio e le pratiche del potere odorano di repressione e propaganda. Al governo siedono forze che non si limitano a strizzare l’occhio alla cultura fascista, ma che la rivendicano senza vergogna, con alleanze ambigue e pantheon inquietanti. Il loro armamentario politico si fonda sul nazionalismo bellicoso, sull’ossessione identitaria, sulla guerra ai migranti, sull’addomesticamento dell’informazione e sul disciplinamento delle coscienze, a partire dalla scuola. E in questo contesto la guerra diventa normalità, l’umanitarismo è sospetto, il dissenso è reato.

Ma se c’è una lezione che il 25 aprile ci ha lasciato, è che la libertà è figlia del conflitto. La democrazia non è mai neutrale: nasce da una scelta di campo. È antifascista, oppure non è. È inclusiva, oppure è discriminatoria. È partecipata, oppure è svuotata. Ed è proprio questo il punto: oggi siamo di nuovo chiamati a scegliere. Tra l’inerzia e la mobilitazione. Tra la fedeltà alla Costituzione o la sua riscrittura autoritaria. Tra la pace come valore irrinunciabile o il riarmo travestito da “sicurezza”.

La Costituzione come Resistenza presente

La nostra Costituzione non è una reliquia. È il lascito vivente della Resistenza, il suo corpo giuridico e politico. Non una carta astratta, ma un progetto in tensione, un patto da difendere e da attuare. Lo dice l’articolo 11, con parole inequivocabili: “L’Italia ripudia la guerra”. Ripudiare, non tollerare. E invece assistiamo al capovolgimento del senso: armi in Ucraina, silenzi su Gaza, investimenti miliardari in armamenti mentre i diritti sociali vengono erosi. L’ideologia della sicurezza armata si impone, e la guerra diventa strumento di legittimazione. Ma la Costituzione non prevede “guerre giuste”. Prevede la pace come orizzonte costituzionale. E chi oggi difende la pace, chi diserta il bellicismo di Stato, è più partigiano dei tanti che celebrano senza agire.

Lo stesso vale per l’articolo 10, che riconosce il diritto d’asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni. Eppure ci siamo abituati a vedere morire in mare donne e bambini, mentre i CPR diventano lager legali, e le frontiere si militarizzano. La violenza non è più proiettata all’esterno, come nelle guerre coloniali: ora si esercita nel respingere, nell’indifferenza, nell’abbandono. Una nuova forma di fascismo quotidiano che si nutre di paura e disumanizzazione. La scelta, anche qui, è chiara: o si sta dalla parte dell’accoglienza e della dignità, o si è complici.

Libertà sotto attacco: il fascismo delle forme

Il nuovo fascismo non ha bisogno di stivaloni e camicie nere. Ha il volto dell’algoritmo, la voce delle conferenze stampa, la penna del legislatore. Oggi il dissenso è sotto attacco sistemico: decreti d’urgenza che reprimono il diritto a manifestare, sanzioni sproporzionate per chi resiste passivamente, restrizioni alla libertà di associazione e di parola. Il diritto alla protesta viene criminalizzato, e chi si oppone al pensiero unico dominante diventa nemico pubblico. La differenza tra “ordine” e “obbedienza” si fa sottile, e chi rifiuta di allinearsi viene isolato. È questa la nuova faccia del regime: legale, normativa, asettica. Ma non per questo meno pericolosa.

E mentre i corpi intermedi vengono svuotati, il Parlamento marginalizzato e la magistratura intimidita, prende forma un assetto di potere monocratico, fondato sulla verticalizzazione estrema delle decisioni. Il progetto del premierato elettivo, l’erosione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la delegittimazione della Corte costituzionale sono tasselli di un disegno che punta a svuotare il pluralismo e a concentrare il potere nelle mani di pochi. È il “fascismo del nuovo millennio”, come lo ha chiamato Carlo Smuraglia. Non servono manganelli, bastano algoritmi, decreti, narrazioni egemoniche.

Memoria come scelta, non come nostalgia

Allora, che senso ha celebrare il 25 aprile nel 2025? Ha senso se diventa un giorno di impegno, di militanza, di scelta. Se torniamo a pensare alla libertà come a qualcosa che si conquista, ogni giorno. Se smettiamo di considerare la Resistenza un evento chiuso nel passato, e iniziamo a vederla come un processo aperto, una chiamata permanente. La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: è un dovere civile, una postura etica, un atto di coerenza.

Chi oggi lotta contro la guerra, contro il razzismo, contro le disuguaglianze, chi difende i beni comuni, la libertà di stampa, l’autonomia del pensiero, chi protegge gli ultimi e non si arrende alla propaganda del cinismo, è il nuovo partigiano. E la Costituzione, se vissuta davvero, è il nostro bastione. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché, come ammoniva Gastone Cottino, oggi siamo di nuovo sull’orlo del baratro. E la storia non perdona chi si volta dall’altra parte.

25 aprile: scegliere, ancora.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

Tra frammentazione e invisibilità, il pensiero critico non può più permettersi il lusso dell’isolamento. Contro la guerra, la povertà e il riarmo, è tempo di costruire una convergenza reale e concreta, a partire dai contenuti condivisi.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

In un’epoca segnata dalla confusione e dall’impotenza, esiste un arcipelago frammentato ma vivo. Un arcipelago fatto di associazioni, collettivi, partiti, canali di controinformazione, comitati, militanti e singole coscienze critiche che non si riconoscono nel teatrino istituzionale, né nelle narrazioni belliche, né nella deriva della guerra tra poveri. Questo mondo esiste, produce pensiero, denuncia le menzogne, lotta ogni giorno. Eppure non esiste politicamente. Perché non riesce a unirsi.

Viviamo in un Paese e in un continente in cui il dissenso reale è stato espulso dallo spazio pubblico. Le televisioni e le tribune ufficiali si limitano a una finta dialettica, tra maggioranze sempre più autoritarie e opposizioni addomesticate. Il dibattito pubblico è ridotto a una fiera di slogan, mentre i temi cruciali – la guerra, il riarmo, la povertà crescente, la devastazione dei diritti sociali – vengono ignorati, distorti o dipinti come follie ideologiche.

Eppure, tra le pieghe della società, si muove una galassia fatta di donne e uomini che continuano a dire no. No al capitalismo di guerra, no alla NATO padrona dell’agenda politica europea, no all’austerità mascherata da riforme. No alla menzogna secondo cui “non ci sono alternative”.

Questa galassia ha però un problema strutturale: la frammentazione. Ogni soggetto coltiva la propria specificità come fosse un confine invalicabile. Ogni identità viene vissuta come una trincea. E così, mentre la destra si organizza e domina, chi avrebbe la forza di resistere resta diviso. E diviso è, politicamente, irrilevante.

La grande illusione dell’autosufficienza

L’illusione più pericolosa che ancora ci abita è quella dell’autosufficienza: l’idea che si possa resistere da soli, con il proprio marchio, con la propria storia, con la propria narrazione. È un’illusione comprensibile, specie in chi ha conosciuto fallimenti, tradimenti, e sigle svuotate. Ma oggi, più che mai, è una posizione politicamente suicida.

Esistono elementi comuni che potrebbero costituire il perno di un fronte critico alternativo, capace di parlare alle classi popolari, ai giovani, ai lavoratori impoveriti e ai cittadini abbandonati. Un impianto valoriale e analitico che, tra le molte voci, ha cominciato a emergere con forza:
• La critica alla narrazione occidentale dello “scontro di civiltà” come strumento del capitalismo finanziario per sopravvivere alla sua crisi.
• La denuncia dell’Unione Europea come struttura tecnocratica e irriformabile, funzionale solo agli interessi delle élite economiche.
• La necessità di riconquistare la sovranità popolare, lontana tanto dal sovranismo xenofobo quanto dal cosmopolitismo liberale.
• Il rifiuto dell’idea che il debito pubblico, il contenimento della spesa o la competitività giustifichino la distruzione dello stato sociale.
• La convinzione che la crisi ambientale non si risolva con finte “transizioni” che scaricano i costi su chi ha già pagato troppo.
• La consapevolezza che la guerra in Palestina e quella in Ucraina non iniziano il giorno comodo per la propaganda, ma affondano le radici in decenni di prevaricazione e imperialismo.
• L’idea che la pace sia una posizione attiva, non una vigliaccheria. Che il riarmo europeo non è difesa, ma preparazione al conflitto.

Contro l’autismo politico: la priorità è parlare alle persone

Per chi si riconosce in questa visione, il compito primario è uno: ricostruire un ponte tra pensiero critico e società reale. Oggi, per milioni di persone, l’unica narrazione che conoscono è quella imposta dal mainstream. Parlare di sovranità, di pace, di Palestina, di NATO, di salari da fame, appare spesso come un linguaggio incomprensibile, ideologico, scollegato dalla vita concreta.

Ma è proprio da qui che si deve ripartire: non da una nuova sigla, ma da un nuovo sforzo di pedagogia popolare. Una comunicazione radicale nei contenuti, ma semplice nei linguaggi. Un progetto che parli con, e non sopra, le persone. Che sappia farsi ascoltare nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e non solo nei convegni.

Un fronte comune senza illusioni né forzature

Non serve – almeno per ora – un nuovo partito. Non serve nemmeno l’ennesima federazione litigiosa. Serve una convergenza funzionale, fondata su regole minime ma solide:
• Il riconoscimento di una base comune (i punti citati sopra).
• La disponibilità a coordinare le azioni, evitando la concorrenza tra simili.
• L’impegno a non sabotarsi a vicenda.
• La libertà di continuare a essere se stessi, ma in dialogo con gli altri.

Serve soprattutto una battaglia condivisa e visibile: contro la corsa al riarmo. È questa, oggi, la linea del fronte. Una mobilitazione larga, decentrata, popolare, contro un progetto folle e criminale che sta già derubando i cittadini per ingrassare il complesso militare-industriale europeo.

L’unione non è un’opzione. È l’unica possibilità.

La verità è semplice e brutale: se non ci uniamo, non ci sarà alternativa. Continueremo a essere una somma di forze belle ma impotenti, nobili ma inascoltate. Se invece scegliamo la strada del confronto, della costruzione, della strategia, allora potremo finalmente essere visibili, farsi forza reciproca, restituire alle parole “pace”, “lavoro”, “giustizia sociale” il peso che meritano.

Il tempo non gioca dalla nostra parte. Ma le idee ci sono, le forze anche. Quello che manca è il coraggio di riconoscersi, di fidarsi, di camminare insieme. Non per sciogliersi, ma per contare. Non per vincere domani, ma per iniziare finalmente a esistere oggi.

L’erede di San Francesco: il pontificato rivoluzionario di Papa Bergoglio

Nel lungo e spesso travagliato cammino della Chiesa cattolica, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, noto al mondo come Papa Francesco, ha rappresentato una vera e propria scossa tellurica. Non tanto per dogmi sovvertiti o dottrine ribaltate, quanto per la profondità spirituale, la radicalità evangelica e la forza simbolica dei suoi gesti, delle sue parole e delle sue omissioni. Nessun papa prima di lui, perlomeno nella contemporaneità, ha saputo riaccendere la coscienza morale e politica di credenti e non credenti con la stessa forza. Ma, al tempo stesso, nessun papa è stato tanto osteggiato — non soltanto fuori dalle mura vaticane, ma dentro la stessa curia romana.

Francesco è stato un papa “scandaloso” nel senso più evangelico del termine: ha messo a nudo le ipocrisie, ha smascherato le liturgie del potere e ha spostato il baricentro dell’attenzione cattolica dai temi “sensibili” come aborto, fine vita, omosessualità, divorzio, alla carne viva del Vangelo: i poveri, la Terra, gli emarginati, gli ultimi.

Il papa dei gesti profetici

I suoi gesti sono rimasti impressi nella memoria collettiva più delle sue encicliche: la visita a Lampedusa, primo atto del suo pontificato, con lanci di fiori in mare per commemorare i migranti morti durante la traversata. Un atto silenzioso e potente, che rivelava la sua intenzione di riportare al centro del cristianesimo la compassione e la giustizia. O ancora il cammino solitario in Piazza San Pietro durante la pandemia, sotto la pioggia, davanti a una piazza vuota ma colma di dolore umano, a simboleggiare la necessità di restare vicini nella distanza.

Ha celebrato giubilei lontano dal centro del potere, nelle carceri, nelle periferie, in Africa. Ha incontrato leader religiosi e politici, ma ha sempre scelto di porgere la mano prima ai diseredati, agli scartati, agli invisibili. Ha tentato la via del dialogo per fermare le guerre, spesso inascoltato, ma mai silente.

Una rivoluzione silenziosa: dalla dottrina al cuore

Papa Francesco non ha rivoluzionato la dottrina cattolica nel senso formale, ma l’ha disinnescata nei suoi automatismi dogmatici. Con cautela, certo, consapevole di non essere un agitatore, ma un pontefice. Tuttavia, ha agito come un vero riformatore, preferendo la pastorale alla teologia, l’incontro alla condanna. Su temi come l’aborto, l’eutanasia, l’identità di genere, ha mantenuto posizioni tradizionali sul piano dottrinale, ma ha sempre invitato a guardare prima le persone che le norme. Ha saputo dire “chi sono io per giudicare?” con una semplicità disarmante e rivoluzionaria.

Il suo pontificato ha incarnato un cristianesimo incentrato non sul dominio dell’uomo, ma sulla custodia del creato. Un ribaltamento epocale della visione antropocentrica tradizionale, in favore di una spiritualità ecologica, radicata nella consapevolezza dell’interdipendenza tra l’essere umano, gli altri esseri viventi e la Terra.

Laudato si’: l’enciclica che parla al mondo

Nel 2015, la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ ha segnato un punto di non ritorno nel magistero della Chiesa. Più che un documento dottrinale, essa si presenta come un manifesto spirituale, filosofico e politico. Con parole semplici, accessibili, ma di impressionante profondità, il papa ha intrecciato i fili della crisi climatica, dell’ingiustizia sociale, della tecnocrazia distruttiva e dell’economia dell’esclusione, legandoli in un’unica trama: il grido della Terra è il grido dei poveri.

Laudato si’ ha fatto propria l’eredità dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, includendo nella riflessione teologica il pensiero indigeno, in particolare delle comunità dell’Amazzonia. Da questa apertura è nato anche il Sinodo panamazzonico, un evento senza precedenti nella storia della Chiesa, finalizzato all’“inculturazione” del messaggio evangelico nelle culture indigene. Il termine stesso — inculturare — rivela un gesto di umiltà: il Vangelo non si impone, si innesta, cresce dentro ciò che è già vita e spirito.

Fratelli tutti: l’enciclica della fraternità universale

Cinque anni dopo, nel pieno di una crisi pandemica e sociale senza precedenti, Francesco ha pubblicato Fratelli tutti (2020), un richiamo coraggioso a ripensare le basi stesse del vivere insieme. In un mondo lacerato da diseguaglianze, razzismi, nazionalismi, guerre e solitudini, il papa ha invocato un nuovo patto sociale fondato sulla solidarietà e sulla condivisione. Ha rifiutato l’ideologia della competizione come principio regolatore della società, denunciando la cultura dello scarto, che emargina i deboli, gli anziani, i disabili, i migranti, i poveri.

In Fratelli tutti risuona il grido francescano di fraternità universale, ma anche un’eco profonda della dottrina sociale della Chiesa, finalmente spogliata delle incrostazioni moralistiche e ricollegata alla giustizia concreta.

Laudate Deum: l’ultimo grido

Nel 2023, a pochi anni dalla fine del suo pontificato, Papa Francesco ha pubblicato Laudate Deum, un’esortazione accorata, quasi disperata, a non dimenticare la crisi climatica. In un mondo ormai nuovamente sprofondato nella logica della guerra, del riarmo e della distrazione permanente, il papa ha voluto ricordare che il tempo sta per scadere. Che l’umanità ha imboccato una strada che conduce all’abisso. E che la salvezza, se verrà, non potrà essere individuale ma collettiva, fondata sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica, sulla conversione ecologica.

Il papa che ha dato voce ai movimenti popolari

Un altro testo fondamentale per comprendere la visione politica e sociale di Francesco è il discorso rivolto nel 2014 ai movimenti popolari. In quel contesto, lontano dai riflettori delle diplomazie, il papa si è rivolto agli ultimi — contadini, senza tetto, lavoratori informali — incitandoli a lottare per la terra, il tetto, il lavoro. Tre parole che sintetizzano i diritti negati nella globalizzazione neoliberista. È stata forse una delle dichiarazioni più forti di un papa nella storia recente, non solo per il contenuto, ma per il soggetto a cui era rivolta: non i potenti, ma i dimenticati.

Una figura scomoda per il potere

Francesco ha suscitato rispetto, ma anche diffidenza e odio. L’ha fatto perché ha toccato nervi scoperti: ha denunciato l’economia che uccide, ha smascherato la guerra come industria, ha accusato il capitalismo predatorio, ha criticato duramente i governi che chiudono i porti, i confini, gli occhi e i cuori. Ma soprattutto ha disturbato molti all’interno della stessa Chiesa. Una Chiesa ancora troppo spesso arroccata nel clericalismo, nel potere, nella misoginia, nella gestione opaca dei beni materiali.

Eppure, persino in questo ambiente ostile, Francesco ha mantenuto uno stile inconfondibile: ironico, autoironico, diretto, tenero. Un uomo che ha saputo attraversare i drammi del nostro tempo senza perdere umanità. E che, con quella famosa immagine avvolto in un poncho — simbolo di semplicità e vicinanza ai popoli indigeni — ha saputo rievocare, senza imitarlo, lo spirito del santo di Assisi.

L’eredità di un pontificato

Il pontificato di Papa Francesco non si misurerà solo nei documenti, ma nella capacità che avrà di germinare nel cuore delle persone, anche dopo la sua morte. È stato il primo papa globale, il primo del Sud del mondo, il primo che ha fatto della parola giustizia il centro del Vangelo, il primo che ha fatto tremare i potenti e che ha parlato alle moltitudini come un fratello.

Forse è stato letto e capito più dai non credenti che dai cattolici praticanti. Ma non è forse questo, in fondo, ciò che accadeva anche a Gesù di Nazareth?

In un tempo in cui i valori evangelici vengono strumentalizzati da forze reazionarie, Francesco ha restituito dignità alla parola cristianesimo. E lo ha fatto da dentro, senza mai rompere, ma aprendo spazi di senso, di dialogo, di possibilità. Un’eredità che non va custodita come reliquia, ma continuata come lotta. Come cammino. Come servizio.

Perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di testimoni. Non di padroni.

Pasqua di luce, non di piombo: il grido di Francesco contro l’indifferenza

Questa mattina, alle 7:35, Papa Francesco ci ha lasciati. È morto il giorno dopo aver pronunciato, forse inconsapevolmente, il suo testamento spirituale. Un discorso che oggi suona come un’eredità affidata a tutti noi, un ultimo appello alla coscienza collettiva, pronunciato con la voce fioca ma con l’anima accesa di fuoco.

In un mondo che sembra avere il cuore avvolto nel ferro, dove la compassione è diventata un lusso e la speranza un esercizio solitario, ieri a San Pietro si era levata una voce che squarciava il silenzio dell’ipocrisia. Era la voce di Francesco, vescovo di Roma, uomo tra gli uomini, che con parole semplici e infuocate aveva ricordato a tutti noi — credenti, atei, dubbiosi, militanti e smarriti — che non c’è pace senza giustizia, non c’è futuro senza umanità.

«Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti…» aveva detto. Parole che bruciano come sale sulle ferite della coscienza. Francesco non faceva sconti. Non cercava applausi. Invitava alla rivoluzione del cuore: tornare ad avere fiducia negli altri, anche in chi ha un volto, una lingua, una storia diversa.

Poi, con voce ferma, aveva lanciato un appello che oggi assume il peso sacro di un’ultima volontà: «La Pasqua sia l’occasione per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!».

Non sono state solo parole. Sono state una consegna. A chi crede e a chi lotta. A chi soffre e a chi resiste. A chi non si rassegna all’ingiustizia.

Francesco ha lasciato questa Terra come un profeta: inascoltato da molti potenti, amato dal popolo, coerente fino all’ultimo respiro. «Queste sono le armi della pace!», aveva detto: non i missili, non i bilanci del terrore, ma le mani che nutrono, che curano, che accolgono.

Oggi, nel giorno della sua morte, quelle parole chiedono di non essere archiviate. Di diventare azione. Vita. Memoria viva.

Perché ogni speranza vera è un atto di resistenza.

Ucraina: la pantomima delle “forze di dissuasione” e la grande illusione occidentale

C’è un filo sottile, teso tra la propaganda e il delirio, che attraversa la narrazione dell’Occidente sul conflitto ucraino. Un filo che oggi viene tirato sempre più in là, con il rischio concreto che si spezzi, facendo precipitare l’Europa in una guerra aperta contro la Russia. Eppure, la retorica delle “forze di dissuasione” continua a guadagnare terreno, alimentata da dichiarazioni roboanti e da piani militari che sembrano scritti più per i giornali che per i campi di battaglia.

L’ultima tornata di dichiarazioni, che vanno dall’ottimismo quasi mistico del deputato russo Andrej Kolesnik al realismo disincantato di funzionari ucraini come Pristajko e Rakhmanin, disegna un quadro a dir poco schizofrenico. Kolesnik, parlando dal pulpito di Russia Unita, si mostra certo che l’unico vero deterrente contro l’intervento occidentale sia la paura dell’arsenale nucleare russo. Un’analisi che trova un’eco sorprendente anche nelle parole dell’ex analista della CIA Larry Johnson, per il quale l’idea stessa che gli USA possano prevalere su Mosca è una fantasia da manuale della disinformazione.

Eppure, mentre i missili continuano a cadere e le trincee si moltiplicano, in Europa si discute di contingenti di pace, “forze di deterrenza” e “presenze simboliche”. Ma simboliche per chi? Per quale scopo? A che serve una brigata di 10.000 uomini a L’vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte nel Donbass? È questa la deterrenza? O è solo l’ennesimo gioco di specchi utile a giustificare il progressivo degrado democratico e sociale delle “pacifiche” democrazie liberali?

Le risposte, come spesso accade, non vengono dai tavoli diplomatici, ma dalle crepe del sistema stesso. L’ex ministro degli Esteri ucraino, Vadim Pristajko, lo ammette senza mezzi termini: ogni intervento straniero, ogni soldato francese o britannico inviato nel paese, segna la fine dell’autonomia politica di Kiev. «Non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante», dice. In altre parole: l’Ucraina non guida più. E, forse, non lo ha mai fatto davvero.

Dal canto suo, Rakhmanin, deputato della Rada, butta acqua gelata su ogni illusione bellicista: questi contingenti non saranno né risolutivi né influenti. Non avranno reale impatto militare, non fermeranno l’aggressore, non cambieranno le sorti della guerra. Ma serviranno, psicologicamente e politicamente, a rafforzare l’illusione che qualcosa si stia facendo. Che l’Occidente non abbia voltato le spalle all’Ucraina. È la logica dei “Javelin” e degli “Stinger”, che non hanno fatto la differenza sul campo, ma hanno aperto la strada a una narrazione, a un’escalation, a un business.

In questo scenario, Bloomberg avverte: o i contingenti europei saranno imponenti (da 60.000 a 100.000 uomini) oppure è meglio lasciar perdere. Perché altrimenti si rischia di cadere nel paradosso militare: troppo pochi per dissuadere, troppi per ignorarli. Un concetto che Jack Watling porta all’estremo: «Solo dalla regione di Kursk la Russia può schierare 70.000 uomini, più dell’intero esercito britannico». E allora? Dove si troverebbe il vantaggio? Forse nei cieli, dice qualcuno. Ma nel frattempo, la terra brucia.

È evidente che non si tratta più, o forse non si è mai trattato, di una guerra dell’Ucraina. L’intero apparato bellico-mediatico occidentale ha bisogno della guerra per giustificare se stesso: per trasformare l’ecatombe sociale in “sacrificio necessario”; per giustificare le misure eccezionali, la compressione dei diritti, la censura, la repressione delle piazze; per spostare l’attenzione dalle crisi interne, dai tagli, dalla fame e dalla miseria crescente. Perché nulla come la guerra permette di convertire la paura in consenso.

La “dissuasione” di cui si parla tanto non è contro Mosca, ma contro le masse europee. Contro i popoli affamati e traditi, che si vorrebbero ridurre al silenzio sotto la minaccia di una guerra perenne. Perché, come sempre nella storia, dietro le divise si muovono i capitali, e dietro le baionette si muovono le grandi imprese e le élite finanziarie.

L’Ucraina, dal 2014 a oggi, è diventata il laboratorio di questa nuova guerra ibrida permanente, dove l’occupazione militare si traveste da cooperazione, e la perdita di sovranità si spaccia per difesa della democrazia. E allora non stupisce se, da Washington a Bruxelles, da Parigi a Berlino, la parola d’ordine resti una sola: “dissuadere” le popolazioni dal pensare con la propria testa. Spaventare, militarizzare, controllare.

Ma il gioco è pericoloso, e la storia insegna che chi gioca troppo con la guerra, prima o poi, la trova davvero. E allora, forse, dovranno essere proprio i popoli – e non i governi – a dire basta a questa follia lucidamente costruita.