Nelle Marche la destra resta saldamente al potere: Francesco Acquaroli è stato riconfermato governatore. Un risultato prevedibile, ma che porta con sé una domanda più profonda: davvero il problema è solo il candidato o il programma del centrosinistra? Oppure la radice sta nella totale assenza di una visione politica capace di offrire un futuro diverso, fuori dalle logiche del capitalismo predatorio e della lotta tra poveri?
Le Marche come laboratorio politico
La riconferma di Acquaroli non è stata una sorpresa. Il centrodestra aveva già consolidato il proprio radicamento nel 2020 e oggi ne ha solo confermato la forza. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito, il Partito Democratico si ferma al 20%, i 5 Stelle arrancano e l’astensionismo cresce ancora.
Ma ridurre questa fotografia a una questione di candidati sarebbe un errore. La verità è che il centrosinistra non ha saputo offrire una prospettiva che andasse oltre la gestione dell’esistente. Non basta dire “noi non siamo loro”: serve delineare un orizzonte, dare una direzione. Gli elettori non si accontentano più di programmi deboli o di figure calate dall’alto: vogliono sapere quale futuro si immagina per i loro figli, fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà.
Senza una visione che affronti le cause profonde del malessere sociale – la disuguaglianza crescente, il lavoro svalutato, il dominio dei mercati finanziari sulle vite – ogni candidatura è destinata a fallire. Le Marche, in questo senso, diventano un laboratorio che mostra in piccolo la crisi della sinistra italiana: un vuoto di prospettiva che la destra riempie con slogan semplici e identità autoritarie.
La destra che si nutre del vuoto
Il successo della destra non è tanto merito delle sue politiche, quanto del vuoto lasciato dagli avversari. Lo aveva capito Karl Marx, quando nel Manifesto del Partito Comunista parlava della capacità del capitale di plasmare i rapporti sociali e culturali, piegando la politica alla sua logica di profitto. Se la politica progressista non si oppone a questa dinamica, finisce per inseguirla, diventandone complice.
Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, aveva colto la centralità della “battaglia culturale”: quando una parte non riesce a imporre un’egemonia culturale, il campo resta libero per chi costruisce consenso sulle paure, sulle identità più elementari, sulla “lotta tra poveri”. Ed è proprio ciò che accade oggi: mentre la sinistra balbetta, la destra indica un nemico semplice – il migrante, il diverso, l’assistito – e lo trasforma in capro espiatorio.
Gli studi contemporanei, da Naomi Klein con Shock Economy a David Harvey con Breve storia del neoliberismo, mostrano come le crisi economiche e sociali vengano regolarmente sfruttate per imporre politiche reazionarie. L’austerità, la privatizzazione, la riduzione dei diritti sono spacciate come necessarie, mentre arricchiscono pochi e impoveriscono molti. È la stessa logica che alimenta oggi il consenso alla destra: paura, shock, rassegnazione.
Oltre confine: il modello americano
Guardare agli Stati Uniti significa osservare una versione amplificata di queste dinamiche. Donald Trump ha saputo trasformare la frustrazione sociale in consenso politico, promettendo ordine e forza. Dall’assalto al Campidoglio all’uso di militari nelle città, alle restrizioni nelle università, alla deportazione forzata degli immigrati, la sua parabola dimostra come l’autoritarismo possa diventare “normale” quando la democrazia perde credibilità.
Anche qui non si tratta solo di un leader carismatico o di un programma radicale: è la crisi del sistema capitalistico stesso a offrire terreno fertile. Il neoliberismo ha dissolto comunità, distrutto tutele, precarizzato vite. In questo vuoto, l’autoritarismo appare come l’unica forma di protezione.
E l’eco americana non si ferma oltreoceano: in Europa, e in Italia in particolare, il mito dello “Stato forte” trova terreno fertile proprio perché manca un’alternativa credibile che metta al centro diritti sociali, redistribuzione, giustizia, salute e lavoro.
L’Italia: tra memoria corta e capitalismo predatorio
L’Italia vive una condizione ancora più fragile. Qui la memoria del fascismo si è affievolita, ridotta a rituali celebrativi senza radici profonde. Le istituzioni sono screditate, la sfiducia dilaga. In questo contesto, la destra avanza non perché proponga soluzioni concrete, ma perché cavalca un malessere reale, offrendo un nemico da odiare e un senso di appartenenza.
David Harvey lo ha definito “accumulazione per espropriazione”: il neoliberismo arricchisce i pochi sottraendo beni e diritti ai molti. La precarietà non è un effetto collaterale, ma un ingranaggio funzionale al sistema. E quando la politica progressista non denuncia apertamente questo meccanismo, si condanna a essere percepita come parte del problema.
Naomi Klein ci ha mostrato come il capitalismo delle catastrofi usi ogni emergenza – sanitaria, economica, climatica – per restringere i diritti e rafforzare il controllo. È quello che accade oggi con la normalizzazione di decreti autoritari, di leggi securitarie, di misure che trasformano la paura in consenso.
Lo squillo d’allarme: ricostruire una visione
Se davvero vogliamo invertire questa rotta, non basta cambiare candidati o limare programmi. Serve una visione politica che parli di emancipazione dal capitale, che indichi un futuro in cui il lavoro sia dignità e non sfruttamento, in cui la solidarietà sostituisca la guerra tra poveri, in cui la giustizia sociale diventi la bussola delle scelte politiche.
È necessario riportare al voto i delusi non con slogan vuoti, ma con la promessa concreta di una società più giusta. È necessario ricostruire un’identità politica capace di denunciare apertamente il capitalismo predatorio, di indicare chi è il vero responsabile delle disuguaglianze, di proporre un modello alternativo di convivenza.
Come ricordava Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il compito di chi crede nella democrazia è rompere questo interregno, dare vita al nuovo, spezzare la spirale della paura.
Un appello civile
La libertà non si perde in un colpo solo: si consuma lentamente, fra rassegnazione e silenzio. Oggi vediamo crescere astensionismo, autoritarismo, normalizzazione del linguaggio politico aggressivo. Non possiamo più fingere che sia un fenomeno passeggero.
Se chi ama la democrazia resta fermo, il futuro sarà scritto da chi divide e sfrutta. Non è una battaglia di parte, ma una sfida di civiltà: costruire un mondo dove il capitale non governi la vita delle persone, ma siano le persone a dare senso e limiti all’economia.
Marx ci ha insegnato che “gli uomini fanno la loro storia, ma non la fanno a loro piacimento”: il contesto conta, ma il cambiamento dipende dalle scelte collettive. Sta a noi decidere se subire l’ennesima stagione di sfruttamento o se costruire, insieme, un orizzonte diverso.
La libertà appartiene a chi la difende ogni giorno. E il futuro dei nostri figli dipenderà dal coraggio che avremo oggi di dire no al capitalismo predatorio e sì a una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.
Sitografia e riferimenti
• Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.
• Karl Marx, Il Capitale, 1867.
• Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935.
• Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926-1937.
• Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.
• Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Feltrinelli, 2015.
• David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.
• David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2011.
• Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.
• Robert O. Paxton, Anatomia del fascismo, Mondadori, 2005.
• Federico Finchelstein, Dalla dittatura al populismo, Laterza, 2020.
• The Guardian: “Donald Trump threatens to deploy military against US protests”, 1 giugno 2020.
• Corriere della Sera: “Rimonta di Trump e allarme fascismo: a che punto è la campagna elettorale USA”, 21 ottobre 2024.
• Internazionale: “Il vento della destra in Europa”, dossier 2023-2024.
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