Il vento nero che soffia: dalle Marche al mondo la conferma dell’autoritarismo

Nelle Marche la destra resta saldamente al potere: Francesco Acquaroli è stato riconfermato governatore. Un risultato prevedibile, ma che porta con sé una domanda più profonda: davvero il problema è solo il candidato o il programma del centrosinistra? Oppure la radice sta nella totale assenza di una visione politica capace di offrire un futuro diverso, fuori dalle logiche del capitalismo predatorio e della lotta tra poveri?

Le Marche come laboratorio politico

La riconferma di Acquaroli non è stata una sorpresa. Il centrodestra aveva già consolidato il proprio radicamento nel 2020 e oggi ne ha solo confermato la forza. Fratelli d’Italia si conferma il primo partito, il Partito Democratico si ferma al 20%, i 5 Stelle arrancano e l’astensionismo cresce ancora.

Ma ridurre questa fotografia a una questione di candidati sarebbe un errore. La verità è che il centrosinistra non ha saputo offrire una prospettiva che andasse oltre la gestione dell’esistente. Non basta dire “noi non siamo loro”: serve delineare un orizzonte, dare una direzione. Gli elettori non si accontentano più di programmi deboli o di figure calate dall’alto: vogliono sapere quale futuro si immagina per i loro figli, fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà.

Senza una visione che affronti le cause profonde del malessere sociale – la disuguaglianza crescente, il lavoro svalutato, il dominio dei mercati finanziari sulle vite – ogni candidatura è destinata a fallire. Le Marche, in questo senso, diventano un laboratorio che mostra in piccolo la crisi della sinistra italiana: un vuoto di prospettiva che la destra riempie con slogan semplici e identità autoritarie.

La destra che si nutre del vuoto

Il successo della destra non è tanto merito delle sue politiche, quanto del vuoto lasciato dagli avversari. Lo aveva capito Karl Marx, quando nel Manifesto del Partito Comunista parlava della capacità del capitale di plasmare i rapporti sociali e culturali, piegando la politica alla sua logica di profitto. Se la politica progressista non si oppone a questa dinamica, finisce per inseguirla, diventandone complice.

Gramsci, nelle sue Lettere dal carcere, aveva colto la centralità della “battaglia culturale”: quando una parte non riesce a imporre un’egemonia culturale, il campo resta libero per chi costruisce consenso sulle paure, sulle identità più elementari, sulla “lotta tra poveri”. Ed è proprio ciò che accade oggi: mentre la sinistra balbetta, la destra indica un nemico semplice – il migrante, il diverso, l’assistito – e lo trasforma in capro espiatorio.

Gli studi contemporanei, da Naomi Klein con Shock Economy a David Harvey con Breve storia del neoliberismo, mostrano come le crisi economiche e sociali vengano regolarmente sfruttate per imporre politiche reazionarie. L’austerità, la privatizzazione, la riduzione dei diritti sono spacciate come necessarie, mentre arricchiscono pochi e impoveriscono molti. È la stessa logica che alimenta oggi il consenso alla destra: paura, shock, rassegnazione.

Oltre confine: il modello americano

Guardare agli Stati Uniti significa osservare una versione amplificata di queste dinamiche. Donald Trump ha saputo trasformare la frustrazione sociale in consenso politico, promettendo ordine e forza. Dall’assalto al Campidoglio all’uso di militari nelle città, alle restrizioni nelle università, alla deportazione forzata degli immigrati, la sua parabola dimostra come l’autoritarismo possa diventare “normale” quando la democrazia perde credibilità.

Anche qui non si tratta solo di un leader carismatico o di un programma radicale: è la crisi del sistema capitalistico stesso a offrire terreno fertile. Il neoliberismo ha dissolto comunità, distrutto tutele, precarizzato vite. In questo vuoto, l’autoritarismo appare come l’unica forma di protezione.

E l’eco americana non si ferma oltreoceano: in Europa, e in Italia in particolare, il mito dello “Stato forte” trova terreno fertile proprio perché manca un’alternativa credibile che metta al centro diritti sociali, redistribuzione, giustizia, salute e lavoro.

L’Italia: tra memoria corta e capitalismo predatorio

L’Italia vive una condizione ancora più fragile. Qui la memoria del fascismo si è affievolita, ridotta a rituali celebrativi senza radici profonde. Le istituzioni sono screditate, la sfiducia dilaga. In questo contesto, la destra avanza non perché proponga soluzioni concrete, ma perché cavalca un malessere reale, offrendo un nemico da odiare e un senso di appartenenza.

David Harvey lo ha definito “accumulazione per espropriazione”: il neoliberismo arricchisce i pochi sottraendo beni e diritti ai molti. La precarietà non è un effetto collaterale, ma un ingranaggio funzionale al sistema. E quando la politica progressista non denuncia apertamente questo meccanismo, si condanna a essere percepita come parte del problema.

Naomi Klein ci ha mostrato come il capitalismo delle catastrofi usi ogni emergenza – sanitaria, economica, climatica – per restringere i diritti e rafforzare il controllo. È quello che accade oggi con la normalizzazione di decreti autoritari, di leggi securitarie, di misure che trasformano la paura in consenso.

Lo squillo d’allarme: ricostruire una visione

Se davvero vogliamo invertire questa rotta, non basta cambiare candidati o limare programmi. Serve una visione politica che parli di emancipazione dal capitale, che indichi un futuro in cui il lavoro sia dignità e non sfruttamento, in cui la solidarietà sostituisca la guerra tra poveri, in cui la giustizia sociale diventi la bussola delle scelte politiche.

È necessario riportare al voto i delusi non con slogan vuoti, ma con la promessa concreta di una società più giusta. È necessario ricostruire un’identità politica capace di denunciare apertamente il capitalismo predatorio, di indicare chi è il vero responsabile delle disuguaglianze, di proporre un modello alternativo di convivenza.

Come ricordava Gramsci, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Il compito di chi crede nella democrazia è rompere questo interregno, dare vita al nuovo, spezzare la spirale della paura.

Un appello civile

La libertà non si perde in un colpo solo: si consuma lentamente, fra rassegnazione e silenzio. Oggi vediamo crescere astensionismo, autoritarismo, normalizzazione del linguaggio politico aggressivo. Non possiamo più fingere che sia un fenomeno passeggero.

Se chi ama la democrazia resta fermo, il futuro sarà scritto da chi divide e sfrutta. Non è una battaglia di parte, ma una sfida di civiltà: costruire un mondo dove il capitale non governi la vita delle persone, ma siano le persone a dare senso e limiti all’economia.

Marx ci ha insegnato che “gli uomini fanno la loro storia, ma non la fanno a loro piacimento”: il contesto conta, ma il cambiamento dipende dalle scelte collettive. Sta a noi decidere se subire l’ennesima stagione di sfruttamento o se costruire, insieme, un orizzonte diverso.

La libertà appartiene a chi la difende ogni giorno. E il futuro dei nostri figli dipenderà dal coraggio che avremo oggi di dire no al capitalismo predatorio e sì a una società fondata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Sitografia e riferimenti

• Karl Marx, Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.

• Karl Marx, Il Capitale, 1867.

• Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1929-1935.

• Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, 1926-1937.

• Naomi Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, 2007.

• Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Feltrinelli, 2015.

• David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, 2007.

• David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, 2011.

• Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

• Robert O. Paxton, Anatomia del fascismo, Mondadori, 2005.

• Federico Finchelstein, Dalla dittatura al populismo, Laterza, 2020.

• The Guardian: “Donald Trump threatens to deploy military against US protests”, 1 giugno 2020.

• Corriere della Sera: “Rimonta di Trump e allarme fascismo: a che punto è la campagna elettorale USA”, 21 ottobre 2024.

• Internazionale: “Il vento della destra in Europa”, dossier 2023-2024.

Roger Waters: il cuore che rimbomba nella musica e nella lotta

Quando ascolto Roger Waters, sento un uomo che ha trasformato la musica in strumento di scavo morale, in macchina da guerra culturale per denunciare ingiustizie e schiavitù moderne. Nel suo ultimo tour This Is Not a Drill, quell’intenzione è più viva che mai, precisa, acuminata — un intervento politico e artistico senza compromessi.

Uno show che è battaglia: This Is Not a Drill

“Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd, ma non sopportano le prese di posizione politiche di Roger, potete andarvene a fanculo al bar”. Con queste parole Waters apre il suo concerto. Non un’introduzione di circostanza, ma un avvertimento: qui non c’è spazio per la neutralità. Chi resta in sala sa che vivrà un’esperienza che è al tempo stesso musica e battaglia.

This Is Not a Drill non è semplicemente un concerto: è un manifesto visivo e sonoro. Il palco diventa uno schermo di resistenza, dove immagini di mondi devastati e popoli oppressi si mescolano alla musica in estasi. Il “bombardamento visivo” è parte integrante dello spettacolo: non sei spettatore passivo, sei chiamato in causa.

Non è nuova per lui l’idea di mescolare arte e lotta: già nel tour Us + Them aveva fatto esplodere immagini critiche contro Trump e il complesso militare-industriale. Ma qui, con This Is Not a Drill, sembra aver portato la sintesi definitiva della sua visione artistica-politica.

Il politico, l’intellettuale, l’artista in guerra

Waters non è un rocker che “fa politica”: è un guerriero che usa la musica come piattaforma. “Ho avuto molto successo, ho guadagnato bene e mi sono divertito molto. Questo mi ha aiutato ad acquisire la libertà di esprimere i miei sentimenti”, racconta. E quella libertà la usa per schierarsi senza paura.

Il suo appoggio al popolo palestinese, la sua adesione al movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) contro Israele, le sue critiche all’imperialismo – tutto è coerente con una visione anti-coloniale e umanista. Quando mostra il video Collateral Murder nei suoi concerti, non sta solo “denunciando”: sta portando la guerra nel cuore del palco, costringendo lo spettatore a guardare.
Quando cita aziende – Palantir, Lockheed, Chevron, Exxon – nella sua canzone Sumud, sta puntando il dito verso i profittatori del conflitto. Non è complotto: è la struttura del potere nella nostra epoca.

Ed è proprio su questo che Waters si ricollega al lavoro della relatrice speciale ONU Francesca Albanese. “Viviamo in tempi molto difficili e grazie al cielo abbiamo persone come Francesca Albanese che lottano per noi”, ha detto, sottolineando come il suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” abbia ispirato i suoi testi. Una connessione che conferma quanto la sua arte sia intrecciata con le battaglie per la verità.

Il suo impegno non è solo simbolico: supporta Julian Assange, difende le comunità indigene contro oleodotti (come in Dakota), si schiera per la sanità pubblica in Italia. Non lascia mai che l’arte resti confinata al palco: è vita, è carne.

Flotilla, media, visibilità: l’azione come simbolo

La Global Sumud Flotilla, che mira a rompere il blocco su Gaza portando aiuti umanitari, è un episodio che incarna perfettamente l’idea di attivismo che Waters sostiene: non basta denunciare, bisogna muovere le navi, far vedere gli eventi.

“Applaudo alla flotilla con tutto il cuore”, dice. Sì, è probabile che molte (se non tutte) le imbarcazioni vengano intercettate, arrestate o peggio. “Sai, non è accaduto nulla quando le forze speciali israeliane hanno ucciso tutte quelle persone sulla Mavi Marmara nel 2010. Probabilmente arresteranno tutti”. Ma l’impatto mediatico conta: l’opinione pubblica si sveglia guardando quelle barche in mezzo al mare sotto fuoco. L’azione simbolica può scatenare una pressione che le parole da sole non riescono a ottenere.

Critiche, repressione, processo: il prezzo dell’essere scomodo

Non poteva mancare il contorno di conflitti che attorniano Waters: accuse di antisemitismo, cancellazioni di concerti, minaccia di processi. In Regno Unito, ha potuto essere incriminato per aver sostenuto Palestine Action, un movimento ora vietato. In Germania, le autorità hanno tentato di vietare suoi spettacoli, citando simboli “nazisti” usati in chiave satirica. Negli Stati Uniti, la lobby filoisraeliana ha convinto il proprietario della Sphere di Las Vegas a cancellare il suo progetto per The Wall.

Waters lo dice senza giri di parole: “A volte si paga un prezzo per l’empatia. Avrei dovuto fare il mio spettacolo alla Sphere, avevo investito soldi, ma la lobby israeliana l’ha cancellato. È incredibile quanto sia vasta la loro influenza. Ma mio Dio, cosa si ottiene in cambio. Non sono in grado di spiegare la sensazione positiva di provare quell’amore nel preoccuparti per gli altri e per la verità”.

Guerra e profitto: il meccanismo che divora

Waters non smette di colpire i nervi scoperti. “La guerra è un racket, un affare da cui si ricavano enormi fortune”, ricorda citando il generale Smedley Butler. E aggiunge: “È un modo per rubare soldi ai poveri e darli ai ricchi. Ecco perché ci sono miliardari come Bezos, Musk, Zuckerberg, mentre altri muoiono di fame”.

La denuncia è radicale: dietro la guerra non ci sono valori, ma margini di profitto. L’economia neoliberista, secondo Waters, ha trasformato l’avidità in virtù, e la propaganda riesce persino a convincere i poveri a sostenere un sistema che li spoglia.

“Perché pensi che ci siano più carcerati negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese al mondo?”, domanda. “Perché ci sono soldi in ballo. Fondamentalmente non hanno mai abolito la schiavitù: i criminali devono lavorare gratis. Si può fare profitto quasi con tutto e se si riesce a farlo allora stai costruendo un grande paese dove i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri”.

È una radiografia spietata della società americana, dove persino le prigioni diventano industrie e la libertà è ridotta a slogan patriottici dietro cui prosperano disuguaglianza e violenza.

Rabbia, perseveranza, verità: il credo di Waters

Nonostante gli ostacoli, Waters non arretra. “Ogni giorno faccio almeno una cosa”, spiega. “Non posso prendere un fucile e andare in Palestina, ma faccio tutto ciò che posso per incoraggiare i nostri governi a fare la cosa giusta”.

Il suo è un metodo: un’azione al giorno, un impegno costante, un passo per volta. È disciplina e resistenza, non retorica. “È solo dicendo la verità e agendo di conseguenza che possiamo esprimere il nostro amore per i nostri fratelli e sorelle”, scrive anche nel prologo del suo memoir.

Per lui l’amore e la verità sono la bussola morale che manca ai governi: “Il grande vantaggio che voi della flotilla avete rispetto all’Idf e all’intero Stato di Israele è che avete una bussola morale da seguire. Noi sì, loro no”.

È un messaggio semplice e potentissimo: la politica, l’arte e la vita si fondono in un’unica direzione. Roger Waters continua a ricordarci che senza amore, senza giustizia, senza verità, la nave del mondo naviga verso gli scogli.

Fonti
• Wikipedia – Roger Waters: biografia, attività politica e controversie
https://en.wikipedia.org/wiki/Roger_Waters
• Wikipedia – This Is Not a Drill (tour): dettagli e concept dello spettacolo
https://en.wikipedia.org/wiki/This_Is_Not_a_Drill
• Palestine Chronicle – intervista esclusiva a Roger Waters
https://www.palestinechronicle.com/roger-waters-speaks-out-on-gaza-humanity-and-the-power-of-art-in-exclusive-floodgate-interview/
• Euronews – possibili accuse a Roger Waters per sostegno a Palestine Action
https://www.euronews.com/culture/2025/07/09/former-pink-floyd-roger-waters-faces-possible-prosecution-over-support-for-palestine-actio
• The Guardian – BMG interrompe i rapporti con Roger Waters
https://www.theguardian.com/music/2024/jan/30/bmg-pink-floyd-roger-waters-antisemitic-comments
• Relazione ONU di Francesca Albanese – “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”
https://www.ohchr.org/en/documents/thematic-reports/a78276-economic-dimension-israeli-occupation-palestinian-territory
• Freedom Flotilla Coalition / Global Sumud Flotilla: comunicati e aggiornamenti
https://freedomflotilla.org/

Allarmi, propaganda e realtà: come si fabbrica la “minaccia russa” per militarizzare l’Europa

L’arte di creare il nemico

In tempi di guerra, la verità è la prima vittima. Ma in tempi di pace apparente, la manipolazione della paura diventa strumento quotidiano: una nebbia che avvolge la coscienza collettiva, spingendo interi paesi verso l’abisso del riarmo, dell’emergenza permanente, del nemico “in agguato”. L’Italia – come l’Europa – è ormai ostaggio di un racconto tossico, ripetuto ogni settimana dai media mainstream e dalle cancellerie atlantiche: la Russia è dietro ogni incidente, ogni drone, ogni blackout digitale, ogni missile che vaga troppo vicino ai nostri confini.

Ma che cosa c’è di vero, oltre le narrazioni ufficiali e la retorica della minaccia? E chi ci guadagna davvero da questa escalation di allarmi e “casi” puntualmente sgonfiati dai fatti?

  1. Il meccanismo: dalla notizia all’allarme

Dal 2022 ad oggi, i “casi” di presunte provocazioni russe in Europa si sono moltiplicati. La dinamica è quasi sempre la stessa: un incidente, un’invasione accidentale dello spazio aereo, detriti di un drone o di un missile, blackout informatici o cyber-attacchi. Nel giro di poche ore, il meccanismo si attiva: dichiarazioni infuocate dei leader occidentali (spesso capofila il presidente ucraino Zelensky), rilancio a reti unificate dai grandi media, mobilitazione degli alleati Nato e richiesta di nuovi aiuti militari o di una “risposta forte”.

Solo dopo, spesso giorni dopo, arrivano le smentite delle intelligence, delle autorità aeronautiche, delle stesse fonti militari occidentali: nessuna prova di attacco deliberato, spesso un errore tecnico, un incidente di routine o, addirittura, un missile difettoso proveniente dagli stessi alleati.

Il caso polacco del 2022, con la morte di due civili per un missile ucraino subito attribuito a Mosca, è emblematico: Zelensky grida alla “terza guerra mondiale”, i media parlano di “escalation mai vista”, la Nato attende, poi arriva la verità scomoda. Ma la correzione non ha mai la forza dell’allarme: l’opinione pubblica resta spaventata, il clima resta avvelenato.

  1. La funzione dell’allarme: strategia del riarmo e consenso

Questi “incidenti” sono solo errori casuali? Non sempre. Il sospetto – confermato da molti analisti e fonti investigative – è che la costruzione mediatica della minaccia serva a giustificare politiche di riarmo e controllo sociale che altrimenti non troverebbero consenso. È il principio antico dell’“emergenza” usata come grimaldello per sospendere le domande critiche, per zittire i dissidenti, per stanziare miliardi in armi e sicurezza.

L’Italia, in questo gioco, non è affatto un soggetto passivo. Anzi: mentre la narrazione della minaccia cresce, il governo aumenta le spese militari (oltre i 32 miliardi annui, secondo l’ultimo rapporto Milex), introduce leggi speciali sulla cybersicurezza, accoglie nuove basi Nato e, soprattutto, prepara l’opinione pubblica ad accettare la guerra come “inevitabile”. Ogni drammatizzazione di routine – dal drone russo ai confini con la Polonia ai blackout informatici in Scandinavia – diventa il pretesto per nuove restrizioni e nuovi investimenti bellici.

  1. Dati e casi recenti: il paradosso della realtà

Andando oltre la cronaca riportata nell’articolo, ecco altri episodi recenti, spesso clamorosi per la distanza tra annuncio e realtà:
• Il blackout GPS del volo di Ursula Von der Leyen (agosto 2025): Inizialmente attribuito a un sabotaggio russo, viene poi derubricato dalle autorità europee come “interferenza non mirata” di guerra elettronica, probabilmente ucraina.
• Droni a Francoforte e Copenaghen (settembre 2025): Subito definiti “attacchi russi”, ma le autorità tedesche e danesi non trovano alcun collegamento con Mosca. Anzi, molti droni decollano a poche centinaia di metri dagli aeroporti.
• Cyber-attacchi agli aeroporti scandinavi (2024-25): Si parla di “offensiva russa”, ma il principale indiziato è un hacker britannico con movente economico.
• Mig-31 russi nei cieli estoni: Titoli allarmistici su “provocazione russa”, salvo poi accertare un banale errore di rotta, comune a decine di voli militari anche Nato ogni anno.
• Detriti di droni Shahed in Romania: Prima “attacco deliberato”, poi detriti caduti da azioni ucraine.
• Missili cruise in Polonia: Due episodi (2023 e 2024) di missili che attraversano lo spazio polacco per meno di un minuto: allarme mondiale, poi chiarimento della Nato (“nessuna minaccia intenzionale, interferenze da jamming”).

Secondo i dati raccolti da fonti come Reuters, BBC, EASA, Rzeczpospolita, e rapporti pubblicati da istituti indipendenti come lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), oltre il 70% degli “incidenti” non mostra alcuna intenzionalità aggressiva da parte russa, ma viene sistematicamente trasformato in “attacco” dai media e dai governi più esposti nella guerra per procura contro Mosca.

  1. I veri rischi: manipolazione, automatismo, escalation

Se da una parte la Russia è chiaramente responsabile di una guerra criminale contro l’Ucraina, dall’altra è indubbio che la narrazione occidentale tende a trasformare ogni episodio in una prova della volontà di attaccare l’Europa, minimizzando invece i rischi derivanti dal continuo riarmo, dalla presenza di migliaia di soldati Nato ai confini, dai sistemi d’arma automatizzati e dall’assenza di canali diplomatici efficaci.

Il pericolo reale non è solo un attacco improvviso, ma l’automatismo della paura: se ogni drone o missile sbagliato diventa “casus belli”, la possibilità di un’escalation accidentale cresce di giorno in giorno. A questo si aggiunge la pressione dell’industria militare, dei governi in crisi di consenso e dei media in cerca di audience: la combinazione è esplosiva.

  1. Guerra psicologica e “sindrome dell’assedio”: il caso Italia

In Italia questa sindrome si esprime in modo evidente. Ogni notizia – per quanto rapidamente smentita – lascia una traccia: la sensazione che la guerra sia alle porte, che il nemico sia ovunque, che la militarizzazione sia necessaria. Le domande sulla neutralità, sulla diplomazia, sulla sicurezza reale vengono liquidate come “filoputinismo” o “ingenuità”. Il pensiero critico evapora, mentre cresce la pressione su giornalisti, movimenti pacifisti e voci fuori dal coro.

Un aspetto poco discusso è la guerra psicologica, ovvero la capacità di manipolare l’opinione pubblica attraverso cicli di allarme e rassicurazione, in modo da rendere permanente lo stato d’emergenza. Una spirale che ricorda – con le dovute differenze storiche – quella della Guerra Fredda, ma che oggi si fonda su social, breaking news e campagne orchestrate dai governi e dai servizi di intelligence.

  1. Conclusione – Un paese sotto assedio… immaginario

Il vero rischio per l’Italia e per l’Europa non è (ancora) un’invasione russa, ma la perdita della capacità di discernere tra realtà e propaganda. Se accettiamo che ogni allarme – anche il più infondato – debba giustificare nuove guerre, nuovi tagli alle libertà civili, nuovi sacrifici sociali, la democrazia si svuota dall’interno.

Il compito di chi scrive e di chi legge non è farsi trascinare dall’onda della paura, ma restare vigili, pretendere trasparenza e verità, smascherare le manipolazioni e chiedere un’altra strada: diplomazia, riduzione degli arsenali, controllo democratico delle scelte strategiche. Solo così l’Italia potrà sottrarsi al destino di “paese sotto assedio”, riscoprendo il valore della pace come bene collettivo – non come ingenuità, ma come scelta di civiltà.

Fonti e approfondimenti
• Reuters – Fact check sugli incidenti missilistici tra Russia, Ucraina e Polonia
• BBC News – Ricostruzioni e smentite sui presunti attacchi russi in Europa
• Rzeczpospolita – Rapporto sul missile Usa AIM-120 a Wyryki
• EASA – Interferenze GPS e sicurezza aeronautica
• SIPRI – Rapporto sulle spese militari in Europa
• Milex – Osservatorio sulle spese militari italiane
• Open – Analisi dei casi di propaganda bellica in Italia.

Flotilla, Gaza e la diplomazia sospesa: cronaca di un assedio infinito

La rotta della speranza

La Global Sumud Flotilla è ripartita da Koufonissi, un isolotto a sud di Creta, con le vele strappate dal vento e i segni ancora freschi dei droni che qualche notte fa avevano colpito le imbarcazioni. Le navi, addobbate con le bandiere palestinesi, hanno preso il largo poco prima delle 20. Nonostante motori guasti, vele danneggiate e continui rinvii, circa 46 attivisti sono riusciti a rimettersi in mare su alcune delle barche operative.

Quel nucleo ristretto fa parte di una missione ben più ampia: la Flotilla, infatti, riunisce complessivamente oltre 400 persone provenienti da 44 Paesi, imbarcate su decine di barche che si alternano lungo la rotta. La forza simbolica sta proprio in questo: non una o due barche isolate, ma una moltitudine che rende più difficile l’abbordaggio e più costoso, sul piano politico, l’arresto.

Dietro la Flotilla si muove una rete di protezione inedita: la nave Life Support di Emergency, pronta a soccorrere in caso di attacco; la fregata Alpino della Marina Militare italiana, inviata dopo gli episodi di sabotaggio; la nave Furor spagnola, e forse unità turche pronte ad affacciarsi. Segnali incrociati di governi che, almeno formalmente, non vogliono lasciare gli attivisti soli in alto mare.

In Italia e Germania i ministeri hanno invitato i partecipanti a tornare indietro. La Farnesina, in particolare, ha contattato le famiglie, dipingendo scenari drammatici. Ma la maggioranza degli italiani è rimasta a bordo: 40 su 50. «Che vogliono – ha detto uno degli attivisti – che ci mettiamo tutti sulla stessa barca per facilitare Israele?».

La voce di Haaretz

Intanto da Roma, Gideon Levy, editorialista di Haaretz, parla senza filtri. Arrivato per ricevere un premio, commenta il discorso di Netanyahu all’Onu: «Un’aula vuota, il segno dell’isolamento di Israele».

Per Levy, il vero volto dell’offensiva è quello del genocidio: Gaza distrutta sistematicamente, fame documentata, bambini uccisi ogni giorno. «Non possiamo chiamarlo in altro modo», ribadisce. La proposta di Tony Blair a capo di una ricostruzione internazionale lo fa sorridere amaramente: «Come tornare alle colonie britanniche».

E qui il richiamo storico è inevitabile. Blair incarna una continuità simbolica con quel passato coloniale che in Palestina ebbe il suo momento decisivo nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, quando Londra promise la creazione di un “focolare nazionale ebraico” in una terra abitata da una maggioranza araba. Nel 1922 la Società delle Nazioni affidò ufficialmente al Regno Unito il Mandato sulla Palestina, trasformando quella promessa in un progetto politico di dominio. Dal 1917 al 1948, fino alla fine del mandato e alla nascita dello Stato d’Israele, gli inglesi gestirono quell’area con mano diretta, portando responsabilità enormi per le fratture esplose nella Nakba del 1948: l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi. È questa lunga ombra coloniale che riemerge oggi quando Blair viene richiamato come figura di garanzia.

Secondo Levy, non esiste “alternativa ad Hamas”: nessuno lo caccerà, né americani né sauditi, e ogni piano di ricostruzione rischia di essere inutile, perché la Striscia potrebbe essere rasa al suolo di nuovo tra cinque anni. La verità più amara è che la maggioranza degli israeliani non vuole vedere: un lavaggio del cervello durato decenni, amplificato dalla censura autoimposta dai media. «In Italia si vedono più immagini di Gaza che in Israele», dice Levy.

Sulla Flotilla, l’editoriale del suo giornale è stato chiaro: “Fateli entrare”. Ma la previsione resta cupa: Israele non lascerà passare nessuno, e l’Europa non ha la volontà politica per fermare i massacri.

La morsa della diplomazia

Mentre le barche fendono le onde, a Washington e nelle capitali del Golfo si scrive un copione parallelo. È il cosiddetto “piano Trump”, 21 punti che avrebbero già trovato una parziale apertura da parte di Hamas. Lì dentro c’è tutto: rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di migliaia di prigionieri palestinesi, ritiro graduale dell’Idf, ingresso illimitato di aiuti umanitari sotto l’egida Onu, amnistia per Hamas e – soprattutto – una forza internazionale di stabilizzazione che addestri una nuova polizia palestinese.

Dietro il piano aleggia la figura di Tony Blair, richiamata come consulente di ricostruzione: la reincarnazione di un colonialismo amministrativo che non ha mai smesso di esercitare influenza. Per Netanyahu, il rischio è di dover accettare «concessioni dolorose». Ma la sua abilità è sempre stata quella di guadagnare tempo, alimentando la guerra mentre negozia la pace.

Intanto, sul terreno, la guerra non si ferma: 70 palestinesi uccisi in un solo giorno, 750 mila costretti a fuggire da Gaza City verso sud, senza acqua, senza riparo, senza futuro.

Nakba, memoria viva e continuità storica

Per comprendere davvero cosa sta accadendo oggi, non basta guardare alle bombe, alle diplomazie, alle flottiglie: occorre tornare al 1948 e riconoscere che la Nakba — la “catastrofe” — non è un evento del passato che si chiuse con l’indipendenza israeliana, ma una ferita aperta che si rinnova.

Nel 1948, con la nascita dello Stato d’Israele, oltre 700.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire dalle loro terre, dando vita a un’espropriazione collettiva e alla creazione massiccia di campi profughi. Quel momento segnò una cesura storica: case distrutte, villaggi smantellati, memoria cancellata sul territorio. Ma non cancellata nella coscienza dei palestinesi.

Negli ultimi decenni si parla di Nakba continua (ongoing Nakba), cioè di una perpetua condizione di espulsione, discriminazione, esproprio, negazione del diritto al ritorno. Gli attacchi odierni, le distruzioni sistematiche, le operazioni di pulizia territoriale e le evacuazioni forzate non sono episodi isolati, ma parte di uno stesso disegno che ha radici storiche. Quando oggi si parla di “seconda Nakba”, lo si fa non per emotività, ma per indicare una ricorrenza strutturale: lo sradicamento continua, le comunità vengono nuovamente dislocate, e la promessa del ritorno rimane sospesa.

La Striscia di Gaza, oggi teatro del massacro, è in larga parte popolata da discendenti di quelle famiglie che furono già esiliate nel 1948. Quando le bombe cadono ora, nei vicoli di Khan Younis o Rafah, vengono rasi al suolo gli stessi spazi dell’identità collettiva palestinese. Quando gli attivisti della Flotilla tentano di “entrare” e testimoniare, non è solo un gesto di solidarietà: è un tentativo di riaffermare un diritto negato da decenni.

In sintesi: il conflitto attuale non è un incidente di percorso, ma l’ultimo stadio di una tragedia che dura da decenni. Riconoscerne la continuità storica è un atto di verità necessario per capire che chi oggi resiste in mare o sotto le bombe porta con sé la memoria di chi fu espulso settantasette anni fa, e la speranza che questa Nakba non resti perpetua.

Fonti
• “Flotilla riparte e fa rotta su Gaza: il piano soccorsi in caso di attacco”, reportage e articoli (settembre 2025).
• Gideon Levy, Haaretz, interviste e dichiarazioni in Italia (settembre 2025).
• “Farò concessioni dolorose. Bibi si prepara al piano Usa”, ricostruzioni da media arabi e statunitensi.
• Dichiarazione Balfour, 2 novembre 1917.
• Documenti della Società delle Nazioni sul Mandato britannico in Palestina (1922–1948).
• Rapporto storico ONU sulla Nakba (1948).
• Palestinians mark Nakba day as fears of displacement grow – Reuters, maggio 2025.
• Ongoing Nakba – Wikipedia.
• Discorso di Netanyahu all’ONU – settembre 2025, YouTube.

Netanyahu all’ONU: la menzogna elevata a dottrina, l’applauso della complicità

Benjamin Netanyahu ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in un’aula semi-vuota, svuotata non solo dai delegati che lo hanno lasciato in segno di protesta, ma anche dalla credibilità morale di un leader che da mesi guida – insieme ai suoi ministri dell’ala oltranzista – un governo responsabile di crimini inenarrabili contro il popolo palestinese.

Il suo discorso ha seguito un copione prevedibile: negazione del genocidio, accusa a Hamas di “rubare il cibo” per giustificare la fame imposta a Gaza, criminalizzazione di chi riconosce lo Stato di Palestina. Una narrazione intrisa di falsità, utile solo a capovolgere la realtà e a rivestire di legittimità un’operazione di sterminio che il mondo intero osserva con orrore.

👉 Guarda il video su YouTube, in cui si percepisce chiaramente l’atmosfera in aula. A un certo punto si sente in italiano un “bravo” ripetuto due volte. Non possiamo avere la certezza che provenisse dalla delegazione italiana, ma se così fosse saremmo davanti a un episodio gravissimo: la complicità plateale del nostro Paese con un leader responsabile di un massacro che la storia giudicherà come genocidio.

Un’aula che si svuota, una piazza che esplode

Al momento dell’ingresso di Netanyahu, decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula tra fischi e proteste. Fuori dal Palazzo di Vetro, migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di New York: a Times Square e lungo la Sixth Avenue si sono levati slogan come “killer di bambini” e “Palestina libera”. La polizia ha arrestato decine di attivisti davanti all’albergo del premier israeliano.

La scena è stata uno specchio: dentro un uomo isolato, arroccato nelle sue menzogne; fuori una società civile mondiale che alza la voce contro il genocidio.

Il coro degli estremisti

A sostenere Netanyahu ci hanno pensato i suoi alleati interni, come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha ribadito: “non ci sarà mai uno Stato palestinese”. Un proclama che cancella ogni ipotesi di pace e convivenza, alimentando un conflitto senza fine.

In aula, gli applausi più convinti non sono arrivati sui temi della pace, ma quando Netanyahu ha citato Donald Trump. La delegazione americana si è alzata a battere le mani, confermando la continuità di un asse che copre Israele da ogni responsabilità internazionale.

Manipolazione e guerra psicologica

Tra gli annunci più inquietanti, quello sull’infiltrazione dei telefoni dei gazawi e la trasmissione del discorso tramite altoparlanti installati nella Striscia. Non è solo violenza fisica: è colonizzazione totale dello spazio vitale e comunicativo di un popolo, ridotto a prigioniero persino dei propri dispositivi elettronici.

Il ribaltamento delle accuse

Netanyahu ha bollato come “bugie antisemite” le critiche a Israele, presentandosi come difensore della vita civile. Ha chiesto al mondo: “Quale Paese che commette un genocidio implorerebbe i civili di andarsene?”. La risposta è evidente: nessun Paese che non sia guidato da un cinismo assoluto continuerebbe a bombardare ospedali, scuole, campi profughi mentre finge di preoccuparsi dei civili.

La sua retorica, che equipara il riconoscimento della Palestina al sostegno al terrorismo, conferma l’indisponibilità del sionismo radicale al potere a Tel Aviv ad accettare qualsiasi prospettiva diversa dalla cancellazione del popolo palestinese.

L’Italia e l’ombra della complicità

Il presunto “bravo” in italiano che si sente in aula, se davvero proveniente dalla delegazione italiana, aprirebbe un capitolo vergognoso per il nostro Paese. Non sarebbe più soltanto silenzio, ma adesione complice al racconto di un criminale di guerra. In un tempo in cui il diritto internazionale è già calpestato, l’Italia rischierebbe di collocarsi dalla parte sbagliata della storia, rinnegando la propria Costituzione nata dall’antifascismo.

Il discorso di Netanyahu all’ONU non ha convinto nessuno al di fuori della sua cerchia di fanatici e complici. Ha confermato al contrario ciò che milioni di persone gridano nelle piazze del mondo: Israele, sotto la sua guida, pratica l’apartheid, usa la fame come arma e nega il diritto all’esistenza del popolo palestinese.

La vera notizia non è ciò che Netanyahu ha detto, ma ciò che il mondo ha fatto in risposta: l’aula che si svuota, le piazze che si riempiono, la coscienza che resiste. La storia giudicherà, e quel giudizio non sarà dettato dai suoi “quiz” propagandistici, ma dal sangue innocente che continua a scorrere a Gaza.

Fonti
• Agenzie internazionali: Associated Press, Reuters, AFP
• Quotidiani: Haaretz, Times of Israel, The Jerusalem Post, Al Jazeera English
• Rassegna italiana: Ansa, La Repubblica, Il Manifesto
• Dichiarazioni ufficiali: sito dell’Assemblea Generale ONU, comunicati del portavoce del Primo Ministro israeliano
• Documentazione e testimonianze: video integrale del discorso e proteste a New York
• Audio-video del discorso con intervento in italiano: YouTube

Dalla paura alla guerra: come si costruisce “l’incidente utile” in Europa

1) Cieli nervosi, droni senza firma, dichiarazioni muscolari

Nelle ultime 48 ore il rumore di fondo si è fatto assordante. Negli Stati Uniti, il NORAD ha intercettato due Tu-95 e due Su-35 russi nella ADIZ dell’Alaska (uno spazio internazionale, non sovrano). In volo anche un E-3, quattro F-16 e quattro KC-135. Si tratta di episodi definiti “di routine” dal comando congiunto USA-Canada, ma che avvengono in un momento di forte tensione anche in Europa.

In Danimarca, si sono verificati aeroporti chiusi per droni e allerta massima su alcuni siti energetici nel Mare del Nord. Copenaghen sta valutando l’attivazione dell’Articolo 4 della NATO (consultazioni), ma per ora non ci sono prove contro Mosca: “i droni non arrivano da molto lontano”, ha dichiarato il ministro della Difesa.

Anche il quadro baltico è in fermento: l’Estonia ha chiesto consultazioni NATO (Articolo 4) dopo una violazione del proprio spazio aereo durata circa 12 minuti; la Polonia aveva già attivato lo stesso articolo dopo l’incursione di 19 droni a inizio mese.

Intanto Mark Rutte, Segretario generale della NATO, rilancia una linea dura: “Gli alleati possono colpire droni o velivoli russi che violano il loro spazio aereo, se necessario”, facendo eco alle parole di Trump. È il linguaggio della deterrenza, ma rischia di essere benzina su un fuoco già acceso.

Un elemento utile a sgonfiare certe narrazioni: l’arresto nel Regno Unito per l’attacco informatico a Collins Aerospace punta verso un tentativo di estorsione, non a una “guerra ibrida” russa. In un contesto già saturo di sospetti, non tutto conduce a Mosca.

2) Articolo 4 non è Articolo 5 (e il passaggio è politico)

L’Articolo 4 prevede una consultazione straordinaria tra alleati quando uno di essi si sente minacciato nella propria sicurezza. L’Articolo 5 invece è la clausola di difesa collettiva (“uno per tutti”), invocata una sola volta nella storia, dopo l’11 settembre. Continuare a ricorrere all’Articolo 4 normalizza lo stato d’emergenza e prepara il terreno a una narrativa più bellicista. Tuttavia, il passaggio all’Articolo 5 non è automatico: resta sempre una scelta politica del Consiglio Atlantico.

3) Le “prove” che arrivano sempre dopo: Tonchino e Iraq come lezioni

La storia insegna come spesso “incidenti opachi” siano stati usati per innescare i motori della guerra. Il Golfo del Tonchino (1964) fu un caso esemplare di manipolazione delle evidenze d’intelligence, come ha ammesso la NSA nei documenti declassificati tra il 2005 e il 2006.
Anche sulle armi di distruzione di massa in Iraq, la Chilcot Inquiry (2016) ha certificato che la base informativa era fallace e che la guerra non era necessaria in quel momento. Due precedenti che dovrebbero immunizzare l’Europa dal farsi trascinare da “certezze” mediatiche.

4) Il conto lo paga l’Europa: energia, stagnazione e riarmamento

Guardiamo i dati. L’Unione Europea proviene da due anni di prezzi energetici molto più alti rispetto al periodo pre-2021, con pesanti ricadute su famiglie e industria. La Commissione europea registra un’escalation tra il 2021 e il 2023, seguita solo da un lento riassestamento—ma non si torna più ai “vecchi” costi. La crescita economica è pressoché ferma: nel secondo trimestre 2025 l’eurozona segna appena +0,1%. L’economia tedesca arranca, schiacciata da energia cara e da un export in difficoltà.

Sul fronte militare, la NATO ha alzato l’asticella: 3,5% del PIL destinato alla spesa “core” entro il 2035, con l’orizzonte del 5% se si includono anche altre voci di sicurezza. La Polonia viaggia già verso il 4-5% e spinge gli altri a seguirla. Nel 2025, la spesa complessiva dell’Alleanza sfiora i 1,6 trilioni di dollari. Sono risorse che inevitabilmente sottraggono ossigeno a sanità, scuola e welfare.

Nel frattempo, l’UE accelera su munizioni e supply chain militare: obiettivo 2 milioni di proiettili per l’artiglieria l’anno entro fine 2025 (regolamento ASAP), mentre i grandi gruppi privati investono in nuovi stabilimenti (l’ultimo: Rheinmetall in Lettonia). Una riconversione industriale che rischia di diventare strutturale.

5) “Drone wall” e rischio di automatismi

Per colmare le lacune difensive, si discute ora la creazione di un “muro anti-droni” lungo il confine orientale dell’Unione, sfruttando anche l’esperienza ucraina. Si tratta di una risposta tecnica sensata—radar, sistemi di disturbo, intercettori—ma se inserita in una retorica dell’inevitabile, rischia di spingere verso regole d’ingaggio sempre più aggressive (alcuni paesi già autorizzano l’abbattimento). È indispensabile puntare su trasparenza nelle attribuzioni e su meccanismi di de-escalation.

6) Il paradigma infernale: paura, consenso, spesa e carne da cannone

Se mettiamo in sequenza: incidenti ambigui → allarmi → Art. 4 → posture “shoot-down” → investimenti blindati, si ottiene la macchina del consenso alla guerra. A perderci, oltre ai soldati, saranno ancora una volta i cittadini europei: più tasse e tagli sociali, più insicurezza (perché oggi i bombardamenti colpiscono direttamente i civili), maggiore dipendenza da filiere belliche. E spesso, come nel caso Collins Aerospace, alcuni episodi si rivelano essere semplice criminalità comune, non atti di guerra: ma intanto il frame resta e la paura lavora.

7) Che fare, subito (proposte concrete)
• Un protocollo pubblico sugli incidenti aerei e sui droni: tempi, tracciati radar, procedure di identificazione, motivazione di ogni decollo. Prima le prove, poi la narrativa.
• Hotline tecniche UE-NATO (e, dove possibile, con paesi terzi) per la gestione degli UAS transfrontalieri, con regole d’ingaggio progressive (soft-kill prima dell’uso della forza).
• Una moratoria sugli annunci politici “a caldo” dopo incidenti non attribuiti: questi comunicati riducono lo spazio diplomatico e fanno aumentare i costi assicurativi del rischio.
• Clausola sociale nei bilanci della difesa: ogni aumento dello 0,1% del PIL per la spesa militare deve essere bilanciato da un +0,1% in sanità o istruzione. La sicurezza, altrimenti, resta solo apparente.
• Investimenti in resilienza civile (energia, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture) con indicatori trasparenti: oggi l’UE monitora prezzi e costi, ma i cittadini vedono ancora poche ricadute positive sulle bollette.

8) Cosa monitorare nelle prossime settimane
• Se la Danimarca attiverà davvero l’Articolo 4 per i droni, e con quali evidenze.
• Gli sviluppi del tavolo sul “drone wall” (tecnologie, regole d’ingaggio, ruolo di Kiev).
• Il linguaggio di Rutte e dei leader di frontiera dopo i casi Alaska, Estonia, Polonia: il confine tra deterrenza e automatismo resta sottilissimo.

L’Europa è già dentro una guerra economica e psicologica. Il prossimo passo—un errore, un abbattimento “esemplare”, una risposta a catena—può avvenire in un pomeriggio. Per questo serve freddezza democratica: pretendere prove prima dei proclami, regole prima dei voli radenti, trasparenza prima della paura. La storia (Tonchino, Iraq) ci ha già mostrato quanto possa costare accettare “incidenti utili”: milioni di vite e decenni di instabilità. Non abbiamo bisogno di un altro promemoria scritto col sangue.

Diritti sulla carta, tagli nella realtà: il paradosso del sostegno alle persone con disabilità in Italia

Ogni volta che si avvicinano le elezioni, fioriscono promesse strabilianti per le persone con disabilità. Ma troppo spesso quelle promesse restano nei proclami: nella realtà, il quadro che emerge è fatto di tagli, “razionalizzazioni”, vincoli di bilancio che schiacciano diritti fondamentali.

Prendiamo il caso del Piemonte e del cosiddetto “Buono Vesta”: una misura pensata per dare ossigeno alle famiglie con figli piccoli che, nella pratica, si è trasformata in una ruota della fortuna. In mezz’ora scarsa il click day è andato esaurito, con migliaia di famiglie tagliate fuori per limiti tecnici e di budget. Altro che diritto: un’asta digitale dove vince chi clicca prima.

E poi i nodi più strutturali: l’assistenza scolastica, gli ausili, la continuità degli interventi — temi che si intrecciano, si scaricano sulle spalle delle famiglie più fragili e spesso sfociano in contenziosi.

1) Tagli all’assistenza scolastica: quando l’inclusione cede il passo ai bilanci

1.1 Esempi che parlano da sé

– Marsala (Sicilia): sospeso il servizio ASACOM per circa 40 alunni con disabilità; il Tribunale ha condannato il Comune, chiarendo che i problemi di bilancio non possono negare un supporto essenziale.
– Casi analoghi: in vari territori le ore di assistenza sono state ridotte rispetto a quelle previste nel PEI, con motivazioni economiche che hanno costretto le famiglie a ricorrere. In Campania il TAR ha ribadito che va garantito il sostegno per l’intero orario scolastico.

1.2 Il quadro giuridico: diritti che si scontrano con i conti

Costituzione, Legge 104/1992 e Convenzione ONU fissano principi chiari. Ma nel concreto, una decisione del Consiglio di Stato (n. 1798/2024) ha ammesso che i Comuni possano ridurre le ore di assistenza previste dal PEI, se motivano con i limiti di spesa. È un precedente che svuota il PEI della sua forza prescrittiva e apre la strada a tagli “legittimati” dal bilancio.

1.3 L’effetto sulle famiglie

Quando le ore previste vengono ridotte, tutto ricade sulle famiglie: spese proprie, ore di accompagnamento extra, stress e ricorsi. Dove la giurisprudenza interviene, si ottengono ripristini o risarcimenti; altrove si perde, e resta la frustrazione di un diritto “negoziabile”.

2) Il “Buono Vesta”: buona idea, cattiva esecuzione

Sulla carta doveva sostenere servizi 0–6 anni (pre/post scuola, babysitting, attività motorie, ecc.). Nella pratica è diventato un click day da 10 milioni di euro volatilizzati in pochi minuti. Il messaggio implicito: non “hai diritto se rientri nei requisiti”, ma “hai diritto se arrivi primo”. Uno schema da evitare ovunque: i diritti sociali non possono dipendere dalla banda larga o dalla fortuna.

3) Ausili, assistenza personale e la discontinuità come regola

Carrozzine, tutori, calzature ortopediche: per un bambino in crescita servono anche due forniture l’anno. Se le procedure sono lente o parziali, la spesa scivola sulle famiglie. Senza tempi certi e percorsi chiari, l’orizzonte è sempre “provvisorio”: si attende l’ennesima “razionalizzazione”.

4) Geografia delle disuguaglianze: Nord, Centro e Sud a confronto (senza sconti)

– Sud (Sicilia in primo piano)
Oltre a Marsala, altre realtà siciliane hanno segnalato tagli e ritardi sull’ASACOM. Anche quando la Regione sblocca misure in bilancio, le famiglie vivono mesi di incertezza. Il dato politico è chiaro: non si può iniziare l’anno scolastico senza coperture stabili e tempestive.

– Centro (Lazio)
Sul versante della disabilità sensoriale (vista/udito), il Lazio pubblica bandi e linee di indirizzo periodiche per garantire trascrizioni, adattamenti e servizi dedicati. Bene la cornice, ma i tempi di erogazione e la continuità restano la vera prova: un servizio è inclusivo quando è puntuale, non solo quando esiste sulla carta.

– Nord (Lombardia, ma non solo)
In Lombardia si muovono iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per l’inclusione degli studenti con disabilità sensoriale 0–36 mesi. È un segnale interessante sul fronte dell’autonomia, ma anche qui la sfida è di scala e continuità: passare dai progetti pilota a una copertura strutturale e omogenea tra ambiti territoriali.

Morale: la mappa italiana è a macchie di leopardo. L’accesso effettivo ai diritti cambia da Comune a Comune. E questo, per definizione, non è uno Stato sociale: è una lotteria territoriale.

5) I numeri che non possiamo ignorare

Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con disabilità sono quasi 359mila (il 4,5% degli iscritti), +6% in un anno, +75mila in cinque anni. Una crescita strutturale che richiede organici, fondi e governance all’altezza. Continuare a trattare il tema come “eccezione” significa condannare scuole e famiglie all’emergenza permanente.

6) Autonomia differenziata: LEP, LEA e LEPS non sono tecnicismi. Decidono chi avrà davvero i diritti (e chi no)

La legge Calderoli sull’autonomia differenziata, pur frenata in parte dalla Corte costituzionale, resta in vigore e attende di essere attuata. Il nodo centrale è la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), insieme ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria) e ai LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali). Senza la loro definizione puntuale e senza finanziamenti adeguati e uniformi, il rischio è che i diritti delle persone con disabilità diventino variabili regionali: più garantiti dove ci sono risorse, più fragili dove i bilanci sono in sofferenza.

Questo è un punto cruciale: se i LEP e i LEA non saranno definiti e finanziati dallo Stato in modo vincolante e solidale, l’autonomia differenziata rischia di amplificare le disparità territoriali già oggi esistenti.

6) Perché ci ritroviamo a questo punto (e come se ne esce)

Le cause principali
1. Risorse instabili e priorità politiche deboli: i diritti delle persone con disabilità restano in coda ai bilanci.
2. Frammentazione istituzionale: tra Stato, Regioni, Comuni e Ambiti la filiera si spezza; il cittadino si perde nei rimpalli.
3. Scarico di responsabilità: tavoli tecnici, commissioni, decreti attuativi… mentre i mesi passano.
4. Logica elettorale: misure spot prima del voto; poi, “si vedrà”.

Sette mosse concrete
1. PEI realmente vincolante: ore e interventi devono valere come impegni esecutivi, con monitoraggio e sanzioni per chi non adempie.
2. Stop ai click day: graduatorie trasparenti, criteri equi, tempi certi.
3. Fondi strutturali e pluriennali: la domanda cresce ogni anno; anche gli stanziamenti devono crescere ogni anno.
4. Progetto di vita integrato: scuola, sanità, sociale e lavoro nella stessa cornice — non sportelli separati che non si parlano.
5. Controllo civico: ruolo rafforzato di associazioni e famiglie nei piani regionali e d’ambito, con dati pubblici e confrontabili.
6. Un principio-guida: i diritti delle persone con disabilità non sono comprimibili “per cassa”. Il bilancio si adegua ai diritti, non viceversa.
7. LEP, LEA e LEPS garantiti in modo equo su tutto il territorio nazionale: prima di qualunque trasferimento di competenze previsto dall’autonomia differenziata, devono essere definiti in modo puntuale e finanziati in maniera uniforme, con un meccanismo di perequazione automatico che eviti l’Italia a due, o tre, velocità.

Conclusione

Quella che vediamo è l’Italia dei diritti dichiarati e delle prestazioni dimezzate. L’inclusione non è un favore né un bonus: è organizzazione pubblica, tempi certi, risorse adeguate. Se vogliamo chiamarci Paese civile, smettiamo di trasformare i diritti in click, protocolli e burocrazie senza esito. Cominciamo dal misurabile: ore garantite come da PEI, ausili in tempi congrui, bandi senza lotterie, e soprattutto LEP e LEA fissati e finanziati per tutti, ovunque. Solo così si può evitare che l’autonomia differenziata diventi la tomba dell’uguaglianza.

Fonti principali e di approfondimento
• ISTAT – L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità – a.s. 2023/2024 (dati ufficiali su alunni con disabilità e risorse di sostegno).
• Consiglio di Stato, sent. n. 1798/2024 – legittimità della riduzione ore di assistenza specialistica in base ai limiti di bilancio.
• TAR Campania – sentenza che ribadisce il diritto all’assistenza per l’intero orario scolastico.
• Tribunale di Marsala – decisione su sospensione ASACOM e illegittimità dei tagli per motivi economici.
• Regione Piemonte – “Buono Vesta”: documentazione ufficiale e cronache sul click day (settembre 2025).
• Regione Lazio – bandi e linee di indirizzo per la disabilità sensoriale.
• Regione Lombardia – iniziative sui Centri per la Vita Indipendente e bandi per inclusione 0–36 mesi.
• Regione Sicilia – delibere e aggiornamenti su ASACOM e criticità nei Comuni.
• Legge 26 giugno 2024, n. 86 (cosiddetta legge Calderoli) – disciplina dell’autonomia differenziata (art. 116, c. 3 Cost.).
• Corte costituzionale, sent. n. 192/2024 – limiti e condizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata senza LEP definiti.
• Ministero della Salute – documentazione sui LEA e aggiornamento del nomenclatore protesico.
• Dossier Camera dei Deputati (luglio 2025) – analisi sui LEP/LEPS e sui meccanismi di perequazione.

Flottiglia per Gaza, droni in acque internazionali e la “scaltrezza” di Meloni: cosa significa davvero l’invio della fregata italiana

La notizia è questa: nella notte la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata attaccata in acque internazionali, al largo di Creta/Gavdos. Gli organizzatori parlano di droni, esplosioni con bombe assordanti, gas urticante, che hanno colpito più imbarcazioni, con danni ma senza feriti. In risposta, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di dirigere nella zona la fregata Fasan per dare assistenza e, se necessario, effettuare operazioni di soccorso ai cittadini italiani a bordo. Non è un dettaglio: parliamo di un’unità militare italiana che si muove dopo un attacco a civili in mare aperto.

Cosa è successo, in breve

— La Flottiglia riferisce “numerosi droni” e “più di una dozzina di esplosioni” in acque internazionali; fra i passeggeri ci sono anche parlamentari e cittadini italiani.
— Crosetto condanna l’attacco e invia la fregata Fasan, già nell’area per l’operazione “Mare Sicuro”, per assistenza e possibili attività di recupero. La Farnesina conferma di essere informata e richiama la tutela dei connazionali.

La mossa del governo: calcolo, pressione dal basso e messaggi all’estero

Qui entra in gioco la “scaltrezza” politica di Meloni. Fino a ieri, sulla Palestina, l’esecutivo ha navigato a vista. Oggi, dopo settimane di mobilitazioni — piazze piene in decine di città e uno sciopero generale che i media di servizio hanno provato a delegittimare senza riuscirci — l’escalation in mare impone una scelta: voltarsi dall’altra parte e rischiare una crisi di coscienza nazionale se succede qualcosa a connazionali, oppure dare un segnale immediato di presenza. La scelta è la seconda. Non per improvvisa conversione umanitaria, ma per puro calcolo politico-istituzionale: si evita il panico, si calma l’opinione pubblica, si invia un messaggio a Washington e Tel Aviv che l’Italia non può permettere “zone franche” nel Mediterraneo dove si colpiscono civili europei impunemente.

Occhio però alle implicazioni pratiche: una fregata può assistere e soccorrere in acque internazionali, ma non “sfondare” blocchi o entrare in acque territoriali altrui senza autorizzazione. Resta quindi un presidio di sicurezza e una garanzia di evacuazione, non un “cavallo di Troia” militare per scortare gli aiuti fino a Gaza. È un equilibrio sottile tra diritto del mare, tutela dei cittadini e realpolitik.

La questione palestinese: diritto umanitario e ipocrisie europee

L’attacco a una flottiglia civile che trasporta viveri e medicinali rimette al centro il nocciolo: il diritto umanitario vale sempre, anche in guerra. Colpire, intimidire o impedire consegne di aiuti in mare aperto significa alzare il livello dello scontro anche sul piano giuridico e politico, non solo militare. Il fatto che a bordo ci siano parlamentari europei e italiani sposta l’asse: la vicenda non è più solo “mediorientale”, è europea. Non a caso Bruxelles fa trapelare irritazione per l’uso della forza contro la Flottiglia.

Per l’Italia questo è un banco di prova: se davvero Roma vuole far valere una linea di tutela dei civili e libertà di navigazione, deve sostenerla con continuità, non solo quando ci sono italiani in pericolo. La coerenza si misura su tre piani: aiuti, diplomazia, e stop alla complicità materiale con chi bombarda o assedia. Altrimenti, resta solo propaganda.

L’ombra lunga dell’ONU: il discorso di Trump e il vento contrario

Sul quadro si abbatte il discorso di Donald Trump all’Assemblea Generale dell’ONU. Il Presidente USA ha rispolverato il suo repertorio: chiusura delle frontiere, attacco al multilateralismo, negazione della crisi climatica definita “il più grande imbroglio” e bordate contro l’Europa. È la cornice perfetta per giustificare disimpegni selettivi e una politica estera a trazione domestica. In questa chiave, il Mediterraneo può diventare un “vuoto di potenza” in cui gli alleati europei sono lasciati a cavarsela — e gli attori regionali alzano la posta.

Se gli Stati Uniti sbandano sul multilateralismo, la responsabilità europea cresce. Il fatto che l’Italia mandi una fregata dopo un attacco in alto mare è un segnale: non possiamo delegare tutto a Washington e poi lamentarci quando la bussola americana punta altrove. Ma il segnale, per essere credibile, deve tradursi in una linea chiara anche su cessate il fuoco, riconoscimento dei diritti palestinesi e corridoi umanitari.

Cosa può accadere adesso
1. Assistenza e deterrenza: la Fasan garantirà contatti, soccorso e un minimo di deterrenza contro ulteriori azioni ostili in acque internazionali.
2. Braccio di ferro diplomatico: Roma, Bruxelles e Atene non potranno far finta di nulla se altri droni si avvicinano a barche europee in alto mare. La Farnesina si è già mossa.
3. Test politico interno: se la pressione popolare ha contribuito a smuovere il governo, allora le piazze e i sindacati hanno dimostrato che la partecipazione serve — eccome — quando è continua e informata.
4. Nodo Palestina: gli aiuti devono arrivare. Se non passano dal mare, vanno imposti corridoi terrestri verificabili. Se saltano anche quelli, l’Europa perde ogni faccia.

Conclusione

L’invio della fregata non è la “svolta storica” dell’esecutivo: è una mossa intelligente, tempestiva e di pura autoconservazione politica. Ma è anche un varco. Se l’Italia vuole davvero stare dalla parte del diritto internazionale e dei civili, deve usarlo per spingere su cessate il fuoco, corridoi umanitari e rispetto della libertà di navigazione. Altrimenti resterà un episodio, utile a spegnere l’incendio mediatico del momento e basta.

Intanto, registriamo un punto fermo: l’attacco in acque internazionali c’è stato, l’Italia ha reagito muovendo una fregata, e la discussione — finalmente — non riguarda più solo la propaganda ma la sicurezza dei civili, il diritto del mare e la responsabilità europea nel Mediterraneo.

Fonti principali: Reuters, ANSA, Ministero degli Esteri italiano, Euronews (attacco e invio fregata); Guardian/Reuters/CFR/CBS (discorso di Trump all’ONU).

Trump all’ONU: tra veti, fossili e fantasmi del declino occidentale

L’ennesimo show di Donald Trump, questa volta sul palco delle Nazioni Unite, va letto come una sorta di manifesto dell’America del presente, più che come l’estemporanea di un leader folkloristico. Dietro le battute da immobiliarista e i siparietti sull’arredamento del Palazzo di Vetro, Trump ha rispolverato tutti i mantra del trumpismo: il sovranismo protezionista, l’avversione per ogni istituzione multilaterale e la difesa muscolare degli interessi nazionali – anche a costo di passare sopra ai diritti umani e al buon senso.

Un’America isolata che detta legge

Nel suo intervento, il presidente americano ha confermato la linea dura che lo distingue: chiusura verso l’ONU, accusata di essere inefficace e “inutile” (“scrive lettere, ma le parole non risolvono i conflitti”), e ancora più ostilità verso chiunque provi a proporre una mediazione internazionale. Il paradosso è che Trump rivendica di aver “fermato sette guerre”, ma lo fa proprio mentre – col veto statunitense – blocca qualsiasi tentativo di pace in Palestina e mantiene un atteggiamento ambiguo sul conflitto Russia-Ucraina.

La Palestina come arma retorica e la complicità Usa con Tel Aviv

Sulla Palestina, il copione non cambia. Di fronte al riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di diversi Paesi europei, Trump liquida tutto con una battuta velenosa: “Un favore ad Hamas”, ribaltando la realtà dei fatti e ignorando deliberatamente la catastrofe umanitaria in corso a Gaza. Non una parola sulle responsabilità di Israele o sul diritto dei palestinesi a esistere come popolo e come Stato. Del resto, gli Stati Uniti hanno sempre usato il loro potere di veto per proteggere Israele, impedendo ogni risoluzione ONU che provi anche solo timidamente a censurare le azioni di Tel Aviv. Trump, che ama definirsi “l’uomo della pace”, in realtà si conferma il primo sponsor delle guerre per procura e della distruzione sistematica dei diritti dei popoli sotto occupazione.

Migrazioni, Europa e la minaccia fantasma

Altro pilastro del discorso è l’attacco alle migrazioni: “invasione” secondo Trump, origine di tutti i mali del Vecchio Continente. La narrazione è sempre la stessa: l’Europa sarebbe destinata alla rovina a causa di una supposta “debolezza morale” e della scelta suicida di “confini aperti”. I migranti diventano il capro espiatorio perfetto per spiegare ogni crisi sociale, politica ed economica che attraversa l’Europa. Trump non perde occasione per lodare modelli autoritari come quello del Salvador di Bukele, evocando una specie di “paradiso dell’ordine” ottenuto a colpi di espulsioni e repressione.

Rivoluzione energetica? No, grazie: il fossile è di casa

Non meno chiaro è l’attacco feroce alle politiche ambientali. Trump liquida la rivoluzione verde come “la più grande truffa mai messa in atto”, fedele alla lobby dei combustibili fossili che ha sempre sostenuto la sua ascesa politica. Non è una sorpresa: dietro le sue sparate anti-green si nasconde il disegno di mantenere l’America e il mondo dipendenti da petrolio, gas e carbone. E così, mentre l’ONU cerca disperatamente di convincere i grandi Paesi ad accelerare sulle rinnovabili, il presidente americano fa esattamente il contrario: “Se seguite le politiche verdi, finirete in bancarotta”. Una previsione che serve solo a difendere gli interessi delle grandi corporation energetiche, ignorando la realtà della crisi climatica e il destino delle prossime generazioni.

Russia, Ucraina e la coerenza a giorni alterni

Sul fronte russo-ucraino, Trump sfoggia una coerenza tutta sua: da un lato accusa Europa e NATO di “ipocrisia” perché continuano a comprare gas e petrolio da Mosca, dall’altro omette ogni autocritica sulle ambiguità americane nei rapporti con Putin, specie durante il suo primo mandato. Basta ricordare l’incontro in Alaska e le sue dichiarazioni ondivaghe sulla Crimea per capire che anche in questo caso la posizione è dettata dal calcolo del momento più che da una reale visione geopolitica.

Un Occidente sempre più diviso e impaurito

Il filo rosso che attraversa tutto il discorso è la paura: paura dell’altro, del nuovo, del cambiamento. L’America di Trump è una potenza che si chiude, che teme di perdere il suo primato e che, per reazione, preferisce il muro al dialogo, il fossile al rinnovabile, il veto alla diplomazia. Un’America che, anziché guidare il cambiamento, diventa prigioniera delle sue stesse paure e dei suoi interessi più miopi.

Il pericolo dell’ambiguità trumpiana

Dietro la maschera folcloristica di Trump si nasconde una strategia precisa: indebolire ogni tentativo di governance globale, riportare il mondo a una logica di “ognuno per sé”, rafforzare il potere degli Stati Uniti sulle macerie dell’ordine internazionale. Ma la verità, sotto gli occhi di tutti, è che questa America rischia di trascinare con sé nel declino l’intero Occidente, alimentando conflitti, crisi ambientali e nuove ondate di disuguaglianza e paura. E mentre il Palazzo di Vetro continua a oscillare tra crisi di identità e tentativi di riforma, il pericolo più grande resta quello di abituarsi a questo clima di perenne emergenza e di non reagire più.

Pastarelle e carne viva: Meloni tra folklore televisivo e complicità nel genocidio. Mentre l’Italia scende in piazza, il governo gioca sul set della rimozione

Domenica davanti alle telecamere, Giorgia Meloni si abbandona ai ricordi d’infanzia e alle “pastarelle” con Mara Venier, mentre fuori scorrono le immagini insostenibili dei bombardamenti su Gaza. Sembra un set, uno di quei mondi artificiali dove la vita scorre ovattata e la realtà resta fuori, come nel film “La zona d’interesse”: dentro, la normalità rassicurante dei pranzi di famiglia; fuori, l’orrore che nessuno nomina davvero. Ma il lunedì arriva puntuale la doppia morale: sulle piazze d’Italia che manifestano per Gaza cala la mannaia della criminalizzazione, mentre il governo resta inchiodato ai diktat di Washington e Tel Aviv. Un Paese spaccato tra chi si ostina a restare umano e chi preferisce la retorica da commedia nera.

Tra set televisivi e carne viva: la rimozione come cifra del potere

Non c’è niente di più surreale – e allo stesso tempo emblematico – di quanto avvenuto lo scorso weekend. Giorgia Meloni, a poche ore dalla partenza per New York e l’Assemblea generale dell’ONU, si presenta a “Domenica In”, ospite di Mara Venier. Nessun confronto sulle stragi di Gaza, nessun accenno alle responsabilità internazionali dell’Italia, nessuna domanda sulle armi che partono dai porti italiani o sulla mancata presa di posizione per il riconoscimento della Palestina.
Al centro del racconto ci sono i pranzi della domenica, la “pasticceria di famiglia”, la nostalgia rassicurante della nonna.
Mentre fuori la carne viva di un popolo brucia sotto le bombe, la politica istituzionale inscena il suo teatro più squallido, preferendo il folklore privato al dovere pubblico.
Sembra davvero la retorica di “La zona d’interesse”, dove la casa borghese e il giardino in fiore diventano la zona cuscinetto per non vedere l’orrore che si consuma appena oltre il muro.

Lunedì, come sciacalli: la criminalizzazione delle piazze

E poi arriva il lunedì. Mentre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente in più di 80 città italiane per chiedere giustizia, fine del genocidio e riconoscimento della Palestina, il governo Meloni si butta sul primo pretesto per cambiare scena.
A Milano, una minoranza si rende protagonista di scontri – subito montati ad arte da media e politici di governo come prova della “barbarie” delle piazze solidali.
Così, la narrazione vira: via le immagini di Gaza, largo alle “scene indegne”, ai “sedicenti antifa”, ai “teppisti”, alle “azioni deliberate contro le forze dell’ordine”.
Meloni e i suoi ministri, da Salvini a Piantedosi, fanno a gara per chiedere nuove misure repressive, cauzioni preventive e condanne a reti unificate. Tutto per occultare il vero senso di quella mobilitazione: la richiesta di fermare la complicità italiana e rompere il muro di silenzio e rimozione.

Una regia da bassa lega, sotto dettatura atlantista

Il governo parafascista che oggi occupa Palazzo Chigi si conferma incapace di una visione autonoma: si allinea ai voleri degli alleati americani e israeliani, fa affari e si guarda bene dal prendere una posizione netta sui crimini di guerra di Netanyahu.
Mentre altri governi europei – dalla Spagna alla Norvegia, dalla Francia al Regno Unito – compiono passi (almeno simbolici) verso il riconoscimento della Palestina, l’Italia resta ferma, prigioniera di una linea che preferisce la rimozione e la commedia all’impegno e alla verità.
Il massimo che si riesce a produrre sono dichiarazioni indignate sulle piazze e una retorica stanca da “ordine pubblico”, come se il vero problema fosse il dissenso e non la tragedia storica che si consuma in Medio Oriente.

L’Italia migliore si ferma, il governo s’inventa nemici interni

Eppure, il 22 settembre, l’Italia vera – quella che non ha perso la propria coscienza civile – ha fermato fabbriche, scuole, porti e strade per uno sciopero generale lanciato dai portuali di Genova e sostenuto da movimenti come “Volere la luna”.
Decine di migliaia di persone in più di 80 città hanno chiesto lo stop immediato al genocidio, il riconoscimento della Palestina e la fine della complicità italiana nell’orrore.
Dal mondo politico, almeno dalle opposizioni, è arrivato il tentativo di non confondere la violenza di pochi con la protesta pacifica di molti.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, hanno provato a riportare la discussione sui binari giusti: la vera indecenza non è la piazza, ma il silenzio del governo sui crimini di Netanyahu.

Dalla retorica domestica alla responsabilità internazionale: una narrazione da rovesciare

Il senso profondo di questo sciopero generale, e delle manifestazioni che l’hanno preceduto e seguito, sta nella rottura simbolica di una narrazione che preferisce la rassicurante retorica dei pranzi della nonna all’orrore che si consuma nel presente.
Meloni e la sua corte parlano di pasticcini e infanzie felici, ma fuori dai salotti TV la storia brucia, la carne viva di un popolo urla e chiede giustizia.
Come nel film “La zona d’interesse”, la distanza tra il teatro della rimozione e la realtà dello sterminio è la misura di un’intera stagione politica.
Questa Italia parafascista – che ignora la Costituzione, piega la sovranità agli interessi stranieri e svende la dignità nazionale – verrà ricordata per il suo silenzio, la sua complicità e la sua squallida messa in scena.

Le piazze italiane, invece, segnano ancora la strada della dignità e della resistenza civile.
Ed è da qui che, prima o poi, la storia presenterà il conto.

Fonti e approfondimenti:
• Volere la luna, “22 settembre: sciopero generale per Gaza”
• Reportage e dati sulle manifestazioni in Italia, settembre 2025
• Dichiarazioni pubbliche di Meloni, Piantedosi, Salvini, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Sala, Renzi
• Approfondimenti e cronache dal mondo sui riconoscimenti internazionali della Palestina
• Analisi e commenti sulla retorica della rimozione (“La zona d’interesse”, Jonathan Glazer)