I droni della paura: come l’Europa rischia di trasformare ogni incidente in una guerra

C’è un momento nella storia delle nazioni in cui la prudenza smette di essere considerata una virtù e viene dipinta come una colpa. È il momento in cui il dubbio diventa sospetto, il dialogo diventa debolezza e ogni evento, anche il più ambiguo, viene piegato alla necessità di confermare una narrazione già scritta. L’Europa sembra avvicinarsi pericolosamente a quel momento.

Negli ultimi mesi una serie di episodi legati alla presenza di droni nei cieli dell’Europa orientale ha alimentato un clima di crescente allarme. Velivoli senza pilota precipitati o intercettati nei territori di Estonia, Lettonia, Lituania e Romania sono stati immediatamente inseriti all’interno di una cornice interpretativa precisa: la minaccia russa. Eppure, osservando con attenzione i fatti disponibili, emergono numerose contraddizioni che meriterebbero analisi più approfondite e meno condizionate dall’emotività politica.

La questione non riguarda soltanto l’origine di alcuni droni. Il problema è molto più ampio. Riguarda il modo in cui l’Europa sta costruendo il proprio rapporto con la guerra, con la sicurezza e con la verità.

Le repubbliche baltiche rappresentano oggi uno dei principali fronti politici della contrapposizione tra Nato e Federazione Russa. Estonia, Lettonia e Lituania ospitano contingenti militari occidentali, partecipano attivamente alle strategie di contenimento di Mosca e mantengono da anni un atteggiamento estremamente rigido nei confronti del Cremlino.

In questo contesto ogni incidente rischia di assumere una dimensione sproporzionata rispetto alla sua effettiva rilevanza militare. Quando un drone attraversa uno spazio aereo, la prima domanda dovrebbe essere: da dove proviene e quale era il suo obiettivo? Troppo spesso invece la conclusione precede l’indagine.

L’impressione è che si stia consolidando una sorta di automatismo politico e mediatico. Se accade qualcosa ai confini orientali dell’Europa, il responsabile deve essere necessariamente la Russia. Anche quando gli elementi disponibili risultano incompleti, contraddittori o apertamente controversi.

Questa dinamica non è nuova. Durante la Guerra Fredda la propaganda costituiva una componente essenziale dello scontro tra blocchi contrapposti. Ogni incidente veniva immediatamente utilizzato per rafforzare il consenso interno e consolidare la percezione del nemico. Oggi, nell’era della comunicazione digitale permanente, il meccanismo appare persino più veloce. La velocità dell’informazione ha ridotto lo spazio dell’approfondimento e aumentato quello della reazione emotiva.

Il conflitto ucraino ha accelerato questo processo. Dal febbraio 2022 l’Europa vive una progressiva militarizzazione del dibattito pubblico. I bilanci della difesa crescono, mentre numerosi governi giustificano sacrifici sociali e restrizioni di spesa richiamando la necessità di prepararsi a un confronto prolungato con Mosca.

Secondo i dati dell’Alleanza Atlantica, gran parte dei paesi europei ha aumentato in modo significativo le spese militari negli ultimi tre anni. Parallelamente, sanità, welfare, sostegno alle famiglie e investimenti sociali continuano a confrontarsi con risorse limitate e vincoli di bilancio.

È qui che la questione dei droni assume un significato politico più profondo.

La paura rappresenta uno straordinario strumento di mobilitazione collettiva. Una popolazione convinta di essere sotto minaccia accetta più facilmente spese straordinarie, limitazioni e scelte che in condizioni normali incontrerebbero forti resistenze. La storia insegna che il consenso costruito sulla paura tende a rafforzare le strutture di potere già esistenti.

Il punto centrale non consiste nel negare l’esistenza delle tensioni con la Russia o la realtà della guerra in Ucraina. Sarebbe una semplificazione altrettanto pericolosa. La questione è un’altra: fino a che punto l’Europa intende rinunciare alla propria capacità critica?

Le dichiarazioni provenienti da alcuni esponenti politici baltici negli ultimi mesi hanno contribuito ad alimentare ulteriormente il clima di escalation. In diverse occasioni sono stati evocati scenari di confronto diretto tra Nato e Russia, comprese ipotesi di attacchi preventivi contro infrastrutture strategiche russe nell’area di Kaliningrad.

Si tratta di affermazioni che, se provenissero da esponenti russi, verrebbero probabilmente interpretate come prove di aggressività e volontà espansionistica. Quando invece arrivano da rappresentanti di paesi membri dell’Alleanza Atlantica, spesso vengono accolte con sorprendente indulgenza.

È una doppia misura che rischia di compromettere la credibilità stessa dell’Occidente.

Particolarmente delicata appare la situazione di Kaliningrad, enclave russa incastonata tra Polonia e Lituania. Questo territorio rappresenta uno dei punti geopolitici più sensibili del continente europeo. Ogni provocazione, reale o percepita, può trasformarsi in un detonatore capace di innescare conseguenze imprevedibili.

Nel frattempo l’opinione pubblica europea viene costantemente esposta a un flusso comunicativo dominato dall’emergenza permanente. L’eccezione tende a diventare normalità. La guerra entra gradualmente nella quotidianità e la prospettiva negoziale viene spesso presentata come un’ingenuità o addirittura come una forma di tradimento.

Eppure la storia insegna che tutti i conflitti terminano attraverso accordi politici. Nessuna guerra moderna è stata risolta esclusivamente sul campo di battaglia. Dalla crisi dei missili di Cuba agli accordi di Helsinki, passando per il processo che pose fine alla Guerra Fredda, la diplomazia ha sempre rappresentato l’unica via per evitare catastrofi ancora maggiori.

L’Europa dovrebbe ricordare questa lezione.

Oggi il rischio non è soltanto quello di un incidente militare. Il pericolo più grande è la progressiva perdita della capacità di distinguere tra informazione e mobilitazione emotiva, tra analisi e propaganda, tra sicurezza e militarizzazione della società.

Quando ogni drone diventa una prova definitiva, quando ogni dubbio viene considerato una colpa e quando ogni richiesta di negoziato viene interpretata come resa, la democrazia perde uno dei suoi strumenti fondamentali: il pensiero critico.

Le società libere non si difendono soltanto con gli eserciti. Si difendono soprattutto preservando la capacità di interrogare il potere, di verificare i fatti e di rifiutare le verità confezionate prima ancora che le domande vengano poste.

La vera sfida che l’Europa ha davanti non consiste soltanto nell’evitare una guerra più ampia. Consiste nel non diventare prigioniera della stessa logica di contrapposizione permanente che afferma di voler combattere. Perché quando la paura diventa l’unica lente attraverso cui leggere il mondo, il rischio non è soltanto quello di preparare la prossima guerra. È quello di smettere di riconoscere la pace quando si presenta all’orizzonte.

Mario Sommella — blogger e attivista politico

Fonti
NATO Defence Expenditure Reports 2024-2026

Parlamento Europeo, Risoluzioni sulla sicurezza europea e sul conflitto in Ucraina

OSCE, Rapporti sulla sicurezza nell’Europa orientale

SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute

Analisi geopolitiche pubblicate da centri di ricerca europei e internazionali sul conflitto Russia-Ucraina e sulla sicurezza nel Baltico

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.
Licenza CC BY-NC-SA 4.0

Quando il potere pensa a se stesso e dimentica il Paese

Mentre gli italiani fanno i conti con bollette sempre più pesanti, salari che non recuperano il terreno perduto dall’inflazione, pensioni che si svalutano mese dopo mese e servizi pubblici sempre più in affanno, nelle stanze del potere sembrano dominare altre preoccupazioni. Non il lavoro povero. Non la sanità in difficoltà. Non il futuro dei giovani costretti a cercare opportunità all’estero. Le priorità sembrano essere il riarmo, gli equilibri geopolitici e persino la modifica delle regole elettorali.

È una fotografia impietosa che racconta molto dello stato della politica italiana e delle sue contraddizioni.

Dopo quasi quattro anni di governo, il bilancio dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni appare ben diverso dalle promesse che avevano accompagnato la conquista di Palazzo Chigi. La crescita economica resta debole, il debito pubblico continua a salire, il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto e le disuguaglianze sociali si sono ulteriormente ampliate. Nel frattempo, molte delle politiche adottate hanno favorito principalmente i grandi interessi economici, aumentando vergognosamente le ricchezze dei pochi, mentre lavoratori, pensionati e fasce più fragili della popolazione hanno visto peggiorare le proprie condizioni materiali.

Di fronte a questa realtà, il governo sembra aver imboccato una strada già percorsa molte volte nella storia politica: intensificare la comunicazione e la propaganda per cercare di recuperare un consenso che i sondaggi mostrano meno solido rispetto al passato.

La recente decisione di ridurre da quindici a cinque miliardi la richiesta italiana di accesso ai fondi europei SAFE destinati alla spesa militare viene presentata come una scelta di prudenza e responsabilità. In realtà appare soprattutto come una necessità politica. Chiedere agli italiani ulteriori sacrifici per finanziare il riarmo mentre aumentano i costi dell’energia, dei carburanti e dei beni essenziali sarebbe stato difficilmente sostenibile sul piano del consenso.

La retromarcia del governo non rappresenta infatti un ripensamento della strategia militare adottata negli ultimi anni. Rimangono gli impegni assunti nell’ambito della NATO, rimangono i programmi di investimento nell’industria bellica, rimangono i progetti di cooperazione militare internazionale. Semplicemente, si cerca di rendere più digeribile all’opinione pubblica una politica che rischia di apparire sempre più distante dalle esigenze reali del Paese.

L’Italia non è un caso isolato. In tutta Europa si sta affermando una logica che considera il riarmo come risposta quasi automatica alle tensioni internazionali. Le crisi geopolitiche vengono utilizzate per giustificare una crescita senza precedenti delle spese militari mentre i sistemi di welfare, costruiti in decenni di lotte sociali, vengono progressivamente ridimensionati.

L’Europa che per anni ha rivendicato il proprio modello sociale sembra oggi disposta a sacrificare parti importanti di quel patrimonio per inseguire una corsa agli armamenti dai costi economici e sociali enormi. È il paradosso di un continente che investe sempre più nella capacità di fare la guerra mentre fatica a garantire pienamente il diritto alla salute, all’istruzione e alla sicurezza economica dei propri cittadini.

Ancora più inquietante è osservare quali siano diventate le priorità della politica nazionale. Mentre il Paese affronta problemi strutturali che richiederebbero interventi urgenti e coraggiosi, torna periodicamente il dibattito sulla modifica della legge elettorale.

Si tratta di una discussione che solleva interrogativi profondi. L’attuale maggioranza è arrivata al governo proprio grazie al sistema elettorale vigente. Eppure oggi si torna a ragionare sulla possibilità di cambiarlo. Una circostanza che alimenta il sospetto che le regole democratiche vengano considerate strumenti da adattare alle convenienze politiche del momento piuttosto che garanzie stabili della rappresentanza popolare.

La storia della Seconda Repubblica è stata segnata da una continua successione di riforme elettorali. Ogni maggioranza ha cercato di costruire un sistema che potesse favorire i propri interessi o limitare i danni di eventuali sconfitte future. Una pratica che ha contribuito ad alimentare la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.

La domanda che molti si pongono è semplice: perché la politica trova sempre il tempo e le energie per discutere delle regole che disciplinano l’accesso al potere, ma incontra enormi difficoltà quando si tratta di affrontare i problemi concreti della popolazione?

Se davvero l’obiettivo fosse la stabilità, il primo terreno sul quale intervenire dovrebbe essere quello sociale. Una società nella quale milioni di persone faticano ad arrivare alla fine del mese non può essere stabile. Un Paese nel quale i giovani emigrano, il lavoro diventa sempre più precario e la sanità pubblica perde capacità di risposta non può essere stabile. Una nazione nella quale cresce la distanza tra chi accumula ricchezza e chi perde diritti non può essere stabile.

Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi altrove.

Da una parte assistiamo alla costruzione di una narrativa che tenta di giustificare l’aumento delle spese militari come una necessità inevitabile. Dall’altra si torna a discutere delle regole elettorali come se il problema principale degli italiani fosse il meccanismo di assegnazione dei seggi e non il progressivo deterioramento delle condizioni di vita.

Nel frattempo, le emergenze sociali si accumulano. Le liste d’attesa nella sanità pubblica raggiungono livelli sempre più preoccupanti. I salari italiani restano tra i più stagnanti d’Europa. Le pensioni faticano a tenere il passo con il costo della vita. Le famiglie devono affrontare aumenti continui delle spese energetiche e dei beni essenziali.

A rendere ancora più fragile questo quadro contribuisce l’incapacità delle opposizioni di costruire una proposta alternativa realmente incisiva. Una parte significativa della sinistra continua a dividersi su questioni internazionali, sulla Palestina con una parte che giustifica il governo di Israele, sulla guerra in Ucraina e sulle politiche di difesa, mentre fatica a ricostruire un rapporto forte con il mondo del lavoro, con i giovani, con i pensionati e con le periferie sociali.

Il risultato è un sistema politico che rischia di lasciare senza rappresentanza efficace una larga parte della popolazione. Da un lato una destra impegnata a gestire il consenso attraverso la propaganda e il controllo dell’agenda politica. Dall’altro un’opposizione che spesso appare incapace di trasformare il malessere sociale in una proposta credibile di cambiamento.

Il rischio è quello di trascinare il Paese in una condizione nella quale i cittadini siano costretti a scegliere non tra modelli alternativi di società, ma tra differenti forme di gestione dello stesso paradigma economico e politico.

La riduzione dei fondi richiesti per il programma SAFE non modifica questa realtà. Così come l’eventuale riforma della legge elettorale non risolverà i problemi che affliggono milioni di persone. Sono decisioni che riguardano gli equilibri del potere. Le vere priorità restano altre.

Restano le morti sui luoghi di lavoro. Restano il lavoro che manca o che non garantisce una vita dignitosa. Restano i servizi pubblici da rafforzare. Restano le disuguaglianze da combattere. Restano i diritti sociali da difendere. Restano le nuove generazioni che chiedono prospettive e opportunità.

Una politica che dedica più attenzione alla conservazione del proprio consenso che alla soluzione delle emergenze sociali finisce inevitabilmente per allontanarsi dalla realtà del Paese. E quando la distanza tra cittadini e istituzioni diventa troppo grande, non è soltanto un governo a entrare in crisi. È la qualità stessa della democrazia a essere messa in discussione.

Fonti

Documentazione della Commissione Europea relativa al programma SAFE (Security Action for Europe).

Dati ISTAT, Eurostat e Banca d’Italia sull’andamento economico, salariale e sociale.

Documenti NATO relativi agli obiettivi di incremento della spesa militare nei Paesi membri.

Dichiarazioni pubbliche del Governo italiano e della Commissione Europea sulle politiche di difesa, energia e finanza pubblica.