Il 28 febbraio 2026, mentre i negoziatori statunitensi e iraniani si trovavano ancora seduti attorno a un tavolo diplomatico, i cacciabombardieri americani e israeliani aprivano i bay doors sui cieli di Teheran. Il copione era identico a quello di Baghdad nel 2003, di Tripoli nel 2011, di Kabul in ogni stagione di ogni decennio: le bombe cadono prima ancora che il linguaggio diplomatico si esaurisca. Non è un incidente. Non è un’eccezione. È la norma strutturale di una potenza che non riconosce limite alcuno alla propria volontà di dominio.
1. Il momento in cui l’impero smette di vergognarsi
Esiste un punto preciso nella vita di ogni impero in cui la propaganda smette di funzionare persino con chi l’ha costruita. Un momento in cui i codici del linguaggio dominante — «democrazia», «libertà», «ordine internazionale basato sulle regole» — iniziano a suonare vuoti, persino alle orecchie di coloro che li hanno coniati e distribuiti nel mondo. L’America di Donald Trump sta attraversando esattamente quel momento. Ma sarebbe un errore gravissimo, e politicamente miope, ridurre tutto alla figura di Trump.
Il problema non è Trump. Il problema è l’America.
Trump non è una deviazione della storia statunitense. È il suo compimento più esplicito. È il momento in cui la maschera democratica cade e rivela il volto nudo del potere imperiale: il volto di una potenza che si è sempre considerata moralmente autorizzata a fare ciò che vuole nel mondo, in nome di una missione che non è mai stata negoziabile con il resto dell’umanità. La brutalità trumpiana non scandalizza perché sia nuova: scandalizza perché rende esplicito ciò che il liberalismo americano preferiva nascondere dietro un linguaggio più raffinato.
Persino all’interno dell’establishment statunitense si registrano oggi crepe significative. Commentatori come Joseph Stiglitz hanno scritto senza ambiguità che le politiche erratiche e illegittime di Trump hanno già sovvertito l’era postbellica della globalizzazione, avviando un processo che culminerà con la perdita della primazia globale americana. Quello che manca, in questi autoesami dell’intellighentsia liberale, è la radicalità necessaria: riconoscere che il problema non è cominciato con Trump, ma molto prima, nelle fondamenta stesse della concezione americana del mondo.
2. La teologia del potere: alle radici dell’eccezionalismo
L’eccezionalismo americano non è una retorica recente. È una struttura mentale che attraversa secoli di storia, dall’idea puritana di «città posta sopra un monte» — mutuata da John Winthrop nel 1630 — fino alla «manifest destiny» dell’Ottocento che giustificava l’espansione territoriale come volontà divina e civilizzatrice. È la convinzione, profondamente radicata e sorprendentemente bipartisan, che gli Stati Uniti non siano una nazione tra le altre, ma il centro morale del pianeta, la forma più alta di organizzazione sociale mai concepita dall’umanità.
Quando una potenza si convince di incarnare il bene assoluto, ogni crimine diventa giustificabile. Lo storico statunitense Mario Del Pero ha osservato con precisione che il messaggio trumpiano fa leva su una concezione essenzialista e razziale dell’identità nazionale, centrata sulla convinzione che l’eccezionalità americana riposi soprattutto nell’esenzione dagli Stati Uniti da quelle costrizioni storiche cui gli altri attori sono invece soggetti. È la radice ideologica del disprezzo per la Corte penale internazionale, per il diritto internazionale umanitario, per qualsiasi meccanismo di controllo esterno alla volontà di Washington.
Questa struttura non cambia con i presidenti. Cambia il registro comunicativo, cambia il grado di ipocrisia esibita, ma la sostanza rimane: gli Stati Uniti si comportano da potenza imperiale e giudicano sé stessi con standard che non applicano ad altri. Il sociologo John Torpey ha ricordato come l’eccezionalismo americano sia stato per decenni un pilastro fondamentale della cultura politica degli Stati Uniti, la premessa ideologica che rendeva possibile ogni intervento, ogni rovesciamento di governo straniero, ogni guerra condotta in nome della libertà.
3. Il laboratorio permanente della guerra: dall’Iraq all’Iran
Basta seguire la scia storica degli interventi militari americani per comprendere la dimensione della catastrofe prodotta da questa teologia del potere. L’Afghanistan è stato occupato per vent’anni e poi abbandonato ai talebani nell’agosto del 2021, dopo aver prodotto 240.000 morti accertati e aver distrutto le basi di qualsiasi sviluppo istituzionale autonomo. L’Iraq è stato invaso nel 2003 sulla base di menzogne deliberate sulle armi di distruzione di massa, false con certezza già al momento in cui venivano pronunciate da Colin Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: il risultato è stato la destabilizzazione di un’intera regione, la nascita dell’ISIS e un conflitto settario tuttora irrisolto. La Libia, dopo l’intervento NATO del 2011, è sprofondata nel caos permanente di due governi contrapposti, milizie armate e mercati di esseri umani.
E oggi c’è l’Iran. Il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi aerei coordinati contro il territorio iraniano, assassinando la Guida Suprema Ali Khamenei e diversi alti ufficiali militari, mentre i negoziati sul nucleare erano ancora formalmente in corso. Il pretesto dichiarato era la prevenzione dell’armamento nucleare. La realtà storica, come sempre, è più complessa: gli stessi negoziatori americani sapevano che l’Iran non aveva ancora attraversato la soglia del weapon. L’obiettivo reale era il cambio di regime, la destabilizzazione di un governo sgradito, il mantenimento della supremazia regionale israeliana e la proiezione di potenza statunitense in un momento di crisi dell’egemonia.
L’Iran ha risposto con attacchi missilistici che hanno colpito l’Arabia Saudita, imposto severe limitazioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz e inflitto danni per oltre un miliardo di dollari alle forze aeree statunitensi. I mesi successivi hanno mostrato che le capacità militari iraniane, lungi dall’essere distrutte, si stavano ricostruendo rapidamente: immagini satellitari analizzate da Reuters nel febbraio 2026 documentavano la riparazione di basi missilistiche, il rafforzamento di tunnel sotterranei, la prosecuzione di attività in siti sensibili come Parchin. L’impero ha colpito. Ma non ha risolto nulla. Come sempre.
4. Il linguaggio dell’impero: come la violenza diventa amministrazione morale
Uno degli aspetti più raffinati della potenza imperiale americana è la sua capacità di trasformare il linguaggio, di sterilizzare la violenza attraverso l’eufemismo. Le guerre non si chiamano guerre: si chiamano «interventi umanitari», «operazioni di stabilizzazione», «missioni di pace». Le invasioni diventano «esportazioni di democrazia». I bombardamenti su popolazioni civili sono «operazioni chirurgiche» con «danni collaterali accettabili». I colpi di Stato organizzati dalla CIA — in Iran nel 1953, in Cile nel 1973, e in decine di altri paesi — vengono retrospettivamente riclassificati come «transizioni democratiche» o semplicemente rimossi dalla memoria pubblica.
I media occidentali svolgono in questo processo un ruolo che va ben oltre quello di una semplice cinghia di trasmissione. Non informano: orientano. Non analizzano: selezionano. Costruiscono cornici emotive funzionali al potere, distribuiscono empatia in modo selettivo, calibrano l’indignazione in base agli interessi geopolitici del momento. I morti palestinesi a Gaza — oltre cinquantamila secondo stime del sistema sanitario della Striscia — vengono ridotti a numeri astratti, quando non semplicemente omessi. I civili iracheni o yemeniti scompaiono dal racconto mentre quelli ucraini — giustamente — ottengono ogni spazio e ogni luce. Non è una differenza nel valore morale delle vittime: è la geopolitica che decide chi merita il lutto collettivo e chi no.
Chi si oppone a questa narrativa viene sistematicamente emarginato, accusato di essere antiamericano, filorusso, antisemita, complice delle dittature. È il nuovo maccartismo, adattato all’ecosistema digitale: più rapido, più capillare, più efficace del precedente. L’attivista, il ricercatore, il giornalista che osa contestare la versione ufficiale delle guerre americane non viene più convocato davanti a una commissione congressuale: viene demonetizzato, bannato, fatto sparire dagli algoritmi che governano la visibilità pubblica.
5. Il suicidio geopolitico europeo: il riarmo come resa
Ed è qui che emerge la dimensione forse più tragica del quadro contemporaneo: la risposta europea. Il continente che per decenni ha predicato welfare, diritti sociali, cooperazione internazionale e diplomazia come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti, sta oggi scegliendo di trasformarsi in un’economia di guerra. Non come atto di sovranità strategica, ma come atto di subordinazione.
I dati sono inequivocabili. Secondo il Rapporto Annuale 2025 del Segretario Generale della NATO, la spesa totale per la difesa dei paesi dell’Alleanza ha superato i 1.400 miliardi di dollari. I paesi europei e il Canada da soli hanno investito 574 miliardi, con un incremento reale del 20% rispetto al 2024: il secondo anno consecutivo di crescita a doppia cifra. Dal 2014 al 2025 l’incremento cumulato per Europa e Canada supera il 106% in termini reali, pari a oltre un trilione di dollari aggiuntivi. L’Istituto SIPRI ha certificato che nel 2025 la spesa militare europea dei membri NATO è aumentata più rapidamente di qualsiasi altro momento dal 1953.
La Commissione europea ha già varato il piano ReArm Europe con 800 miliardi entro il 2030, ribattezzato poi «Preserving Peace — Defence Readiness Roadmap 2030» con un cambio di nome rivelatore della necessità di nascondere alla popolazione la natura della svolta. Almeno mille miliardi entro il 2034 per sicurezza, difesa e spazio, con la previsione esplicita di aprire i fondi civili dell’Unione Europea — quelli destinati a ambiente, coesione sociale, ricerca — all’utilizzo militare. In Italia, il governo Meloni ha destinato nel 2025 oltre 45 miliardi di euro alle spese militari, puntando a 146 miliardi entro il 2035: più di quanto si spende oggi per la sanità pubblica. La NATO chiede agli alleati di portare la spesa al 5% del PIL entro il 2035: per l’Italia significherebbe passare da 34 a oltre cento miliardi annui, con tagli strutturali certi a sanità, welfare e istruzione.
Si tratta, con ogni evidenza, di una scelta politica epocale presa senza alcun dibattito democratico reale nei Parlamenti nazionali, nella totale assenza di un mandato popolare esplicito. L’Europa sta sacrificando il suo modello sociale — la sua unica reale distinzione storica rispetto al capitalismo senza rete di protezione statunitense — sull’altare della subordinazione atlantica. Non lo fa per costruire un esercito europeo autonomo capace di perseguire una politica estera indipendente. Lo fa per soddisfare le richieste di un’America che tratta i propri alleati come vassalli militari da cui esigere il contributo alla propria macchina bellica.
6. La crisi di legittimità: quando l’egemonia non convince più
La vera crisi americana non è soltanto militare o economica. È una crisi di legittimità morale. L’impero dispone ancora di basi militari in ottantasei paesi, di undici gruppi di portaerei, di un apparato tecnologico-militare senza paragoni nella storia, del dollaro come valuta di riserva mondiale. Ma ha progressivamente perso la capacità di convincere il mondo che il suo dominio coincida con il bene universale.
La crisi di egemonia è — nella lettura gramsciana che La Fionda e altri analisti hanno recentemente ripreso — la dimensione politico-ideologica di una crisi organica: il momento in cui le narrazioni costruite per legittimare una struttura di potere diventano così distanti dalla realtà materiale da non reggere più il peso. Trump non inventa questa crisi: ne è la conseguenza e il prodotto. È il «mostro» che nasce, per usare la celebre immagine gramsciana, quando «il vecchio mondo sta morendo e il nuovo tarda a comparire». Il fenomeno più visibile di questa crisi è l’emergere in ogni contesto dei veri rapporti di forza, non mediati dalla sovrastruttura: la pura economicità dei processi senza narrazioni di supporto.
Gran parte del Sud Globale non crede più alla retorica occidentale. Vede l’ipocrisia. Vede la selettività morale. Vede il diritto internazionale invocato come clava contro i nemici geopolitici e ignorato come scomodo intralcio quando a violarli sono gli alleati. Per questo l’ordine multipolare avanza non soltanto come fenomeno economico o geopolitico, ma come rifiuto culturale dell’arroganza occidentale. Il Sud Globale non vota per la Russia o per la Cina: vota contro la doppia morale di un Occidente che ha trasformato i diritti umani in variabile geopolitica.
7. La storia degli imperi e il precipizio del presente
Gli storici degli imperi hanno identificato pattern ricorrenti nel loro declino. Roma cessò di espandersi quando smise di comprendere il mondo fuori dai propri confini e confuse la coercizione con il consenso. L’Impero britannico impllose quando la sua superiorità coloniale non riuscì più a sostenere il peso della realtà storica e dell’emancipazione dei popoli sottomessi. Le economie imperiali tendono a collassare non quando esauriscono la forza bruta, ma quando perdono la capacità di produrre consenso, ovvero quando la coercizione diventa l’unico strumento disponibile.
Gli Stati Uniti mostrano oggi tutti i sintomi di questa fase terminale. Continuano a comportarsi come unica potenza globale mentre il mondo è già diventato altro. Continuano a trasformare la diplomazia in ricatto e le istituzioni multilaterali in strumenti di pressione unilaterale. Continuano a confondere la pace con l’obbedienza. E intanto la guerra con l’Iran — aperta con attacchi militari durante i negoziati, condotta con la stessa logica della paura organizzata che ha guidato ogni intervento precedente — dimostra che la macchina imperiale non si è fermata: si è solo spostata verso un nuovo obiettivo.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, ha scritto che le politiche di Trump hanno già avviato la de-risking dall’America da parte di tutti gli altri paesi il più velocemente possibile. Le «magnifiche sette» della tecnologia — Apple, Nvidia, Microsoft, Amazon, Google, Meta, Tesla — capitalizzano sedici trilioni di dollari su multipli fondati sull’eccezionalismo americano come garanzia di stabilità, innovazione e libero mercato. Ma quella garanzia è stata polverizzata dall’eccezionalismo opposto di Trump: volatilità, condizionamento politico, subordinazione della logica economica all’interesse personale del presidente. Quando l’impero smette di convincere i propri creditori, il declino accelera.
8. Il compito dei vivi: riconoscere l’impero per resistere
La tragedia più grande dell’Occidente contemporaneo è la sua incapacità strutturale di immaginare un ordine internazionale fondato sulla cooperazione invece che sulla dominazione. La classe dirigente europea, invece di prendere atto del declino egemonico americano e costruire una vera autonomia strategica — una politica estera propria, una capacità di mediazione diplomatica, un’identità geopolitica non subordinata — sceglie il suicidio del proprio modello sociale sull’altare della fedeltà atlantica. Mentre i bilanci della difesa esplodono, i sistemi sanitari vengono erosi, l’istruzione pubblica viene definanziata, il welfare viene smantellato in nome della «responsabilità fiscale» che, stranamente, non si applica mai alle spese militari.
I popoli, tuttavia, iniziano a vedere le crepe dell’impero. La guerra in Iran, condotta durante trattative in corso, con l’assassinio della leadership iraniana mentre i negoziatori erano ancora al tavolo, non ha prodotto il consenso che le guerre precedenti — con i loro apparati di giustificazione morale — riuscivano ancora a costruire. La nausea è crescente. La dissonanza cognitiva tra la retorica democratica e la pratica imperiale è diventata troppo ampia per essere colmata anche dai sistemi mediatici più sofisticati.
Riconoscere l’impero per quello che è — senza eufemismi, senza la mediazione di un linguaggio addomesticato — è il primo atto politico necessario. Significa chiamare le guerre con il loro nome. Significa misurare con lo stesso metro le vittime di Gaza e quelle di Kiev. Significa opporsi al riarmo europeo non come gesto antipatriottico ma come difesa del contratto sociale che la nostra storia ci ha consegnato. Significa costruire, pazientemente e con rigore, le forme di un ordine mondiale alternativo: fondato sul diritto internazionale reale, sulla cooperazione tra popoli, sulla redistribuzione delle risorse invece che sulla loro militarizzazione.
Trump è il momento in cui l’impero ha smesso di vergognarsi di sé stesso. Ma il compito di chi vive questo momento non è la nostalgia per l’impero più educato che lo ha preceduto. Il compito è immaginare — e costruire — qualcosa di radicalmente diverso.
Fonti e riferimenti
Joseph E. Stiglitz, «Trump e la fine dell’egemonia americana», Project Syndicate, dicembre 2025. SIPRI, Yearbook 2025 — Military Expenditure Database; Rapporto Annuale NATO 2025. NATO, Rapporto sulle spese per la difesa, marzo 2026. Commissione Europea, ReArm Europe / Preserving Peace — Defence Readiness Roadmap 2030, marzo 2025. La Via Libera, «Mille miliardi e fondi civili per gli armamenti», novembre 2025. Sbilanciamoci!, Rapporto 2026 — Spesa militare Italia 2026. Wikipedia, «2026 Iran War». Reuters, immagini satellitari basi missilistiche iraniane, febbraio 2026. Il Post, «Iran e Stati Uniti minacciano di tornare a fare la guerra», maggio 2026. Mario Del Pero, intervista su eccezionalismo americano, Globalist, ottobre 2025. La Fionda, «La crisi di egemonia USA», marzo 2025. Il Manifesto, «Europa in guerra contro la società», settembre 2025. Contropiano, «Il culto dell’eccezionalismo americano», aprile 2026. John Torpey, analisi storico-critica, Il Fatto Quotidiano, febbraio 2026. Noam Chomsky, Egemonia o sopravvivenza, Il Saggiatore. Howard Zinn, Storia del popolo americano, Il Saggiatore.
Mario Sommella — blogger e attivista politico
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere» — CC BY-NC-SA 4.0