Helsinki ha tagliato nove miliardi di spesa sociale per pagarsi la NATO e ha comprato la difesa aerea dallo Stato che l’ONU ha dichiarato responsabile di genocidio. L’Europa è oggi il primo mercato dell’industria bellica israeliana. A Roma la sanità resta congelata al 6,4 per cento del PIL mentre il governo chiede a Bruxelles trentasei miliardi di flessibilità per armi ed energia.
1. La fila per il cibo nel paese più felice del mondo
Nell’aprile del 2025 Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulla Finlandia il cui titolo è una frase raccolta da una persona in difficoltà: dover scegliere tra comprare da mangiare e pagare l’affitto. Non è un titolo scritto per commuovere. È la sintesi di una ricerca su come, in un paese che tra gli anni Ottanta e il 2023 aveva ridotto il fenomeno dei senzatetto di circa l’ottanta per cento e che si era dato l’obiettivo di azzerarlo del tutto, si sia tornati indietro nel giro di due bilanci pubblici.
Il passaggio più duro di quel rapporto non riguarda le storie personali. Riguarda le carte. Il governo guidato da Petteri Orpo, insediato nel giugno 2023, ha abbandonato l’obiettivo nazionale di eliminare il fenomeno dei senzatetto, sostituendolo con il traguardo più modesto di eliminare entro il 2027 solo quello di lunga durata. E la proposta legislativa con cui sono stati ridotti i costi abitativi riconosciuti nell’assistenza sociale conteneva, per ammissione dello stesso esecutivo, la previsione che quei tagli avrebbero probabilmente aumentato gli sfratti e il bisogno di aiuti alimentari. Il danno non è stato un effetto collaterale imprevisto: è stato messo per iscritto, valutato e approvato.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è il cuore politico di tutta la vicenda. Quando un governo scrive nero su bianco che una misura produrrà più persone senza casa e più code davanti ai centri di distribuzione alimentare, e la approva lo stesso, sta comunicando una gerarchia di priorità. Sta dicendo che esiste qualcos’altro che vale più di quelle persone. In Finlandia quel qualcos’altro ha un nome preciso e un obiettivo percentuale.
2. Come si smonta un modello sociale in tre bilanci
I dati dell’OCSE riferiti a maggio 2026 collocano la Finlandia al primo posto tra i paesi membri per tasso di disoccupazione, al 10,8 per cento, davanti alla Spagna. Tra gli under 25 si arriva al 23 per cento. L’istituto statistico finlandese ha contato a maggio 376 mila persone senza lavoro nella fascia 15-74 anni: il numero mensile più alto dall’inizio del secolo, un livello che non si vedeva dal 1998. Nel 2019 lo stesso paese viaggiava verso il minimo storico di disoccupati ed era il riferimento europeo per qualità dei servizi pubblici e coesione sociale.
Il programma di aggiustamento del governo conservatore e nazionalista prevede il taglio di circa nove miliardi di euro di spesa pubblica entro il 2027: previdenza sociale, sussidi per l’alloggio, assegni per i figli, indennità di disoccupazione, sanità, istruzione, bilanci dei comuni, con un contestuale aumento della pressione fiscale sui redditi medi. Nella sanità la riduzione ha riguardato il personale ospedaliero, i servizi per gli anziani e per le persone con disabilità, e la stessa definizione degli obblighi minimi di servizio è stata riscritta al ribasso. Tradotto: si è cambiato il metro per poter dichiarare che l’assistenza è ancora adeguata mentre peggiora.
Le conseguenze sociali sono quelle che il giornalista Nate Bear ha riassunto nell’articolo che ha riportato il caso finlandese dentro il dibattito europeo: domanda di aiuti alimentari cresciuta di oltre il settanta per cento, senzatetto aumentati del trentaquattro per cento in due anni dopo oltre un decennio di calo, quasi un quinto della popolazione oggi considerato a rischio di povertà. Sono ricostruzioni giornalistiche costruite su serie statistiche diverse tra loro e vanno lette per quello che sono, ma la direzione che indicano coincide con quella documentata da Amnesty e con quella che emerge dalle rilevazioni ufficiali sull’occupazione.
3. Che cosa è documentato e che cosa resta interpretazione
Sarebbe disonesto sostenere che la disoccupazione finlandese sia stata prodotta meccanicamente dall’ingresso nella NATO. La sottosegretaria al lavoro Elina Pylkkänen indica tra le cause i mutamenti strutturali dell’economia e una ricerca di produttività perseguita comprimendo i costi anziché aumentando gli investimenti, con licenziamenti nel privato come nel pubblico. Alcuni analisti aggiungono che una parte dell’aumento è anche un effetto ottico, dovuto a più persone entrate nel mercato del lavoro. Il sindacato SAK sostiene invece che sono state le misure di aggiustamento del governo, concentrate sui tagli sociali ai redditi più bassi, ad aggravare la crisi.
Distinguere serve, perché il punto politico non è un rapporto meccanico tra un trattato e un tasso percentuale. Il punto è la scelta di bilancio: nello stesso momento in cui si tagliano nove miliardi al welfare si spendono circa otto miliardi di dollari l’anno in armamenti e si assume un obiettivo di spesa militare al cinque per cento del prodotto interno lordo. Anche l’idea che la minaccia russa al confine finlandese fosse, nel 2022, largamente immaginaria è un giudizio e non un fatto: è però un giudizio espresso pubblicamente da diversi accademici finlandesi, tra cui Heikki Patomäki, professore di politica mondiale all’Università di Helsinki, secondo il quale le condizioni non giustificavano né l’adesione all’Alleanza né la rottura dei legami economici con Mosca.
4. Il prezzo di una frontiera chiusa
La chiusura totale dei valichi con la Russia ha cancellato un’economia di confine. Nella Carelia meridionale la perdita del turismo russo è stata stimata in circa un milione di euro al giorno, e in alcune aree di frontiera la disoccupazione si avvicina al venti per cento. Le materie prime hanno seguito la stessa traiettoria: il gas, che nel 2021 arrivava in larghissima parte dalla Russia, è stato sostituito da gas liquefatto molto più caro; il legname russo, che copriva una quota rilevante della fornitura industriale, è venuto meno dopo il divieto europeo, con cartiere fallite e carenze che durano ancora. L’OCSE ha descritto la trasformazione della Finlandia orientale da porta economica a barriera di sicurezza come un successo strategico. Per chi vive in quelle città è la descrizione tecnica di un impoverimento.
5. Il giorno dopo la NATO, la firma con Rafael
C’è una data che andrebbe scritta in grande, perché racconta la sequenza esatta delle priorità. La Finlandia entra nella NATO il 4 aprile 2023. Il giorno successivo, il 5 aprile, il ministero della difesa finlandese annuncia l’acquisto del sistema di difesa aerea a lungo raggio David’s Sling, prodotto dall’azienda israeliana Rafael Advanced Defense Systems insieme all’americana Raytheon. Il contratto viene formalizzato a Tel Aviv nel novembre dello stesso anno per circa 316 milioni di euro, con opzioni aggiuntive per oltre duecento milioni. Il direttore generale del ministero della difesa israeliano lo definisce un accordo storico e un salto di qualità nella collaborazione tra i due paesi. Ventiquattro ore dopo l’ingresso nell’Alleanza atlantica, il primo assegno finlandese è partito verso Israele.
Non è un episodio isolato. Dalla stessa Rafael l’esercito finlandese aveva già acquistato nel 2022 i missili anticarro Spike per 213 milioni; dal 2018 la marina utilizza i missili antinave Gabriel. Il totale delle commesse finlandesi verso l’industria militare israeliana supera gli ottocento milioni di euro. E quando, nell’agosto 2025, l’emittente pubblica Yle ha chiesto al ministro della difesa Antti Häkkänen se quanto stava accadendo a Gaza avrebbe modificato quegli acquisti, la risposta è stata negativa: annullare significherebbe pagare penali, tornare al punto di partenza e restare per anni senza quella capacità. Il ragionamento è tecnicamente ineccepibile e moralmente devastante, perché nello stesso periodo la Spagna aveva cancellato una commessa da 280 milioni di euro con la medesima azienda. Due governi europei, gli stessi fatti, due risposte opposte. Che è il modo più semplice per capire che si trattava di una scelta politica, non di un vincolo tecnico.
6. Il laboratorio: perché l’Europa compra armi da chi è accusato di genocidio
La vicenda finlandese non è una stranezza nordica. È la punta visibile di un rapporto strutturale. Il 2 giugno 2026 il ministero della difesa israeliano ha annunciato che nel 2025 le esportazioni militari del paese hanno raggiunto il record di 19,2 miliardi di dollari, quinto anno consecutivo di crescita, con un aumento di circa il trenta per cento sul 2024 e un volume più che raddoppiato in cinque anni e quadruplicato in dieci. Il primo mercato del mondo per le armi israeliane non è l’Asia, non è il Golfo, non sono gli Stati Uniti. È l’Europa: il trentasei per cento del totale, pari a circa 6,9 miliardi di dollari in un anno solo. Nel 2024, quando la Germania comprò il sistema antimissile Arrow 3 per 4,6 miliardi, la quota europea era arrivata al cinquantaquattro per cento.
Il comunicato ufficiale israeliano non lascia margini interpretativi: sostiene che un filo chiaro e inequivocabile collega i successi dell’esercito sul campo al successo delle esportazioni nel mondo. È la stessa cosa che i manifestanti gridano davanti alla fiera Defense Tech di Tel Aviv, con parole diverse: il campo è Gaza, è il Libano, è l’Iran, e quel campo è un laboratorio di collaudo. La formula commerciale con cui questi sistemi vengono venduti alle cancellerie europee, battle tested, testati in battaglia, significa esattamente questo. Il valore aggiunto del prodotto è la sua sperimentazione su popolazioni reali. Quando un governo europeo sceglie l’efficienza israeliana rispetto a un concorrente francese, tedesco o italiano, sta pagando un sovrapprezzo per un’esperienza acquisita sui corpi dei palestinesi. Non è un’iperbole polemica: è l’argomento di vendita del venditore.
E qui bisogna nominare le cose con il loro nome, distinguendo con precisione ciò che è accertato da ciò che resta contestato. Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e su Israele, presieduta dalla giurista Navi Pillay, già giudice della Corte penale internazionale, ha concluso nel rapporto A/HRC/60/CRP.3 che lo Stato di Israele è responsabile di non avere impedito il genocidio, di averlo commesso e di non averlo punito. La Commissione ha riscontrato quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948 e ha ritenuto che le dichiarazioni delle autorità israeliane costituissero prova diretta dell’intento genocidario, indicando tra chi ha incitato il presidente Herzog, il primo ministro Netanyahu e l’allora ministro della difesa Gallant. Il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto della stessa Commissione, oggi presieduta da Srinivasan Muralidhar, ha stabilito che il genocidio è proseguito anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 e che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira: oltre ventimila uccisi e più di quarantaquattromila feriti. Il ministero degli esteri israeliano ha respinto entrambi i rapporti definendoli una farsa calunniosa. Va detto, e va detto per intero.
Non è però un’opinione isolata di un organismo sgradito. Dal gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia, investita del ricorso sudafricano, ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul genocidio e ha emesso tre serie di misure provvisorie, ordinando a Israele di prevenire atti genocidari, di impedire la carestia e di fermare l’offensiva su Rafah. Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant. La sentenza di merito della Corte dell’Aia non arriverà prima del 2027 inoltrato, forse del 2028. Ma la Convenzione sul genocidio non impone agli Stati di attendere una sentenza: impone l’obbligo di prevenire, che scatta dal momento in cui uno Stato viene a conoscenza di un rischio serio. È esattamente il punto in cui l’acquisto di un sistema d’arma smette di essere una decisione tecnica e diventa una questione di complicità.
C’è poi la parola che il dibattito italiano evita con più cura: coloniale. Anche qui non si tratta di uno slogan militante. La stessa Commissione ONU inquadra il genocidio dentro decenni di occupazione illegale e di regime di apartheid, dentro un’ideologia che ha richiesto l’espulsione della popolazione palestinese dalle proprie terre e la sua sostituzione. La relatrice speciale Francesca Albanese ha intitolato un suo rapporto del 2024 “Il genocidio come cancellazione coloniale”. Israele non è semplicemente uno Stato in guerra: è l’ultimo progetto di colonizzazione di popolamento ancora attivo e armato del pianeta, che continua a espandere insediamenti in Cisgiordania mentre l’Europa gli compra i radar. Chi sostiene che si tratti di una definizione ideologica dovrebbe spiegare quale altro termine descriva la sostituzione programmata di una popolazione sul proprio territorio.
Il legame industriale, del resto, non passa più soltanto dalle commesse dirette, e questo rende i divieti dichiarati largamente cosmetici. Passa dalle joint venture: EuroSpike, nata in Germania dalla collaborazione tra Diehl Defence, Rheinmetall Electronics e Rafael, produce in territorio tedesco missili adottati in ambito europeo e NATO, aggirando di fatto ogni imbarazzo di origine. Nel marzo 2026 è stata siglata l’ultima di queste società comuni. Rheinmetall, attraverso la controllata italiana RWM Italia, ha firmato con l’israeliana UVision una joint venture per i droni kamikaze della famiglia Hero. Israel Aerospace Industries partecipa a quindici programmi europei. Elbit Systems, la maggiore azienda militare israeliana, ha chiuso il primo trimestre 2026 con un portafoglio ordini superiore ai trenta miliardi di dollari, continuando a incassare contratti dalla Grecia alla Romania, dai Paesi Bassi alla Spagna. Un dirigente della Israel Weapon Industries lo ha spiegato al Washington Post con una franchezza che vale un editoriale: tra i clienti ci sono paesi che hanno dichiarato pubblicamente di non voler fare affari con Israele, perché i politici dicono quello che devono dire e ciò che dicono non corrisponde a ciò che accade sotto la superficie.
7. L’Italia e il doppio binario
Il ministro degli esteri Antonio Tajani ha definito una leggenda metropolitana l’invio di armi italiane a Israele, ricordando la sospensione delle nuove licenze decisa dopo il 7 ottobre 2023. Formalmente ha ragione: l’UAMA non ha rilasciato nuove autorizzazioni individuali di esportazione verso Israele nemmeno nel 2025, ed è un dato che va riconosciuto. Sostanzialmente il quadro è più opaco. La Relazione prevista dalla legge 185/90, trasmessa al Parlamento il 25 marzo 2026, e i dati dell’Agenzia delle Dogane mostrano che nel 2025 sono state comunque movimentate verso Israele 228 operazioni di trasferimento definitivo e 296 di riesportazione, per oltre 22,6 milioni di euro complessivi, tutte riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione. La sospensione, cioè, non ha fermato le spedizioni fisiche.
Ma il flusso più rilevante corre nella direzione opposta, ed è quello di cui non si parla quasi mai. L’Italia compra. Nel 2024 le autorizzazioni all’importazione di materiali d’armamento dall’industria israeliana sono state quarantadue, per un valore di circa 155 milioni di euro, e Israele è salito dal settimo al secondo posto tra i paesi fornitori. Nel 2025 l’import di armamenti israeliani è stimato intorno agli 85 milioni. Nel frattempo l’Italia ha stabilito il proprio record storico di autorizzazioni all’export militare: 9,1 miliardi di euro. Un paese che sospende le licenze verso Tel Aviv e contemporaneamente diventa uno dei suoi migliori clienti non sta facendo politica estera, sta facendo comunicazione. E lo sta facendo mentre in Parlamento si discute di modificare in senso peggiorativo proprio la legge 185/90, riducendo le informazioni contenute nella relazione annuale, cioè l’unico strumento con cui i cittadini possono sapere chi vende cosa e a chi.
8. L’architettura europea: ottocento miliardi e i parlamenti aggirati
Tutto questo accade dentro una cornice costruita a Bruxelles in tempi rapidissimi. Nel marzo 2025 la Commissione ha presentato il piano ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, con l’obiettivo dichiarato di mobilitare fino a ottocento miliardi di euro in quattro anni. Due strumenti ne costituiscono l’ossatura. Il primo è SAFE, in vigore dal 29 maggio 2025: centocinquanta miliardi di prestiti agevolati, scadenza a quarantacinque anni e dieci anni di tolleranza, per acquisti congiunti di armamenti. Il secondo è la clausola di salvaguardia nazionale, che consente di deviare dalle regole del Patto di stabilità fino all’1,5 per cento del PIL l’anno, per quattro anni, purché la spesa sia militare.
Sul modo in cui tutto questo è stato deciso, il rilievo più serio non viene dai movimenti pacifisti ma dalle istituzioni stesse. Il Parlamento europeo ritiene illegittima la procedura d’urgenza con cui il piano è stato adottato, tanto da avere portato il caso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione. E un dossier del Servizio studi di Camera e Senato, diffuso nell’agosto 2026, documenta che nella quasi totalità degli Stati membri i parlamenti nazionali sono rimasti fuori dal dibattito sull’attivazione della clausola. Il riarmo più imponente dal dopoguerra sta passando quasi ovunque senza voto delle assemblee elettive.
I numeri dicono il resto. Secondo il rapporto SIPRI del 27 aprile 2026, nel 2025 la spesa militare mondiale ha toccato il record di 2.887 miliardi di dollari, undicesimo aumento consecutivo. L’Europa è il motore della crescita, con 864 miliardi e un più quattordici per cento: i membri europei della NATO non aumentavano così rapidamente dal 1953. La Germania è salita del ventiquattro per cento, la Spagna del cinquanta, la Polonia del ventitré, l’Italia del venti. La Russia, nello stesso anno, ha speso 190 miliardi di dollari. L’Europa spende dunque circa quattro volte e mezzo la potenza che dice di temere, e continua a descriversi come indifesa. Una parte crescente di quel denaro, come abbiamo visto, non resta nemmeno in Europa: prende la strada di Tel Aviv.
9. L’Italia dentro il meccanismo: il due per cento contabile
Il 26 marzo 2026 il rapporto annuale del segretario generale della NATO ha certificato che tutti i trentadue alleati hanno raggiunto la soglia del due per cento. All’Italia viene attribuito il 2,01 per cento del PIL, oltre 45 miliardi di euro, contro l’1,52 per cento del 2024. Un balzo enorme in dodici mesi che non trova riscontro in alcun provvedimento legislativo di pari portata. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha rilevato che circa un terzo dell’aumento deriva da maggiori spese per il personale militare, verosimilmente da categorie prima non contabilizzate come difesa.
L’Osservatorio Mil€x è ancora più netto: un perimetro contabile ridisegnato a posteriori per raggiungere un obiettivo politico prestabilito, con l’inserimento di circa quattordici miliardi di voci generiche non verificabili. La spesa militare italiana effettiva, quella per personale, esercizio e acquisto di armamenti, è stimata per il 2026 in 33,9 miliardi, pari a circa l’1,46 per cento del prodotto interno lordo. Un record in valore assoluto, con un aumento del quarantacinque per cento in dieci anni, trainato quasi interamente dagli acquisti di sistemi d’arma: 13,2 miliardi nel solo 2026, oltre 130 miliardi programmati per i prossimi quindici anni.
Al vertice NATO di Ankara del luglio 2026 il governo ha confermato l’impegno a raggiungere il cinque per cento entro il 2035, definendo il percorso sostenibile. Mil€x ha calcolato che cosa significhi: circa 498 miliardi di euro di spesa aggiuntiva rispetto allo scenario di mantenimento del due per cento, cinquanta in più di quanto la stessa fonte stimava un anno prima. Il ministro Guido Crosetto ha annunciato diciannove miliardi aggiuntivi nel biennio 2027-2028, che porterebbero l’Italia intorno al 3,2 per cento del PIL nel 2028.
10. Il 5 agosto a Montecitorio, ovvero come si firma una cambiale
Il 5 agosto 2026, in un’aula insolitamente affollata per l’inizio del mese, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha comunicato alle Camere l’avvio della procedura per attivare la clausola di salvaguardia nazionale. L’Italia chiederà lo 0,6 per cento del PIL per la sicurezza energetica, il massimo consentito, e lo 0,9 per cento per la difesa. Complessivamente circa trentasei miliardi di euro nel triennio: 14,4 per l’energia e 21,7 per il comparto militare. La risoluzione di maggioranza è passata con 181 voti alla Camera e 98 al Senato, contrari Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.
Il dettaglio che andrebbe raccontato nelle prime pagine è di ordine logico. La flessibilità sulle bollette esiste soltanto dentro la clausola militare: quello 0,6 per cento per l’energia è una quota ritagliata all’interno dell’1,5 per cento previsto per la difesa. Per ottenere margine sull’energia bisogna prima dichiarare più spesa in armi. È un vincolo costruito a Bruxelles e accettato a Roma, e trasforma il riarmo nella chiave d’accesso a qualunque altra flessibilità di bilancio.
C’è poi una nota a piè di pagina che vale un’intera conferenza stampa. È la numero 154, a pagina 80 del Documento di finanza pubblica 2026 approvato dal Consiglio dei ministri il 22 aprile: il piano trasmesso a Bruxelles per i prestiti SAFE contiene voci già presenti negli attuali capitoli di bilancio, dunque senza spese aggiuntive, con quattro eccezioni coperte tagliando altri capitoli della difesa. Se il piano SAFE finanzia spese già previste, resta da spiegare a che cosa serva lo scostamento. Le due narrazioni non stanno in piedi insieme, e nessuna delle due è stata sottoposta al Parlamento prima che i quattordici miliardi e novecento milioni di prestiti europei fossero prenotati.
Va aggiunto, per onestà, che questa sarà l’ultima manovra della legislatura. Le scelte ratificate in agosto produrranno effetti soprattutto nel 2027 e nel 2028, quando a governare sarà chi vincerà le prossime elezioni politiche. Si stanno impegnando risorse oltre l’orizzonte del mandato ricevuto.
11. Il conto lo pagano i corpi: la sanità italiana
Mentre si discute di trentasei miliardi di flessibilità per armi ed energia, la Fondazione GIMBE ha calcolato sul medesimo Documento di finanza pubblica che il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo resterà congelato al 6,4 per cento fino al 2029, e che nel triennio 2027-2029 il divario tra il fabbisogno per erogare i livelli essenziali di assistenza e le risorse effettivamente stanziate ammonterà a circa 30,6 miliardi di euro. Trenta miliardi che mancano alla sanità, trentasei che si trovano per la difesa e l’energia: sono decisioni prese dagli stessi ministeri, negli stessi mesi, con le stesse penne.
Il divario non è un’astrazione contabile: si scarica sui bilanci regionali, che potranno solo aumentare le imposte locali o tagliare i servizi. Il meccanismo è già in funzione. Nel quadriennio 2023-2026, sempre secondo GIMBE, la sanità pubblica ha perso 17,5 miliardi rispetto a quanto avrebbe ricevuto mantenendo la quota di PIL del 2022. E il Fondo sanitario nazionale, pur crescendo in valore assoluto fino a 145 miliardi nel 2028, scenderà in quell’anno sotto il sei per cento del PIL.
Che cosa significhi nella vita reale lo dice l’Istat. Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone, un italiano su dieci, hanno rinunciato a una visita o a un accertamento di cui avevano bisogno. La causa che cresce di più è l’impossibilità di prenotare: la rinuncia per liste d’attesa riguarda il 6,8 per cento della popolazione, era il 2,8 per cento nel 2019. Colpisce soprattutto le donne e le età centrali, quelle in cui la prevenzione oncologica e cardiovascolare decide la sopravvivenza a dieci anni. Le famiglie hanno pagato di tasca propria 42,4 miliardi di euro. In Sardegna rinuncia alle cure il 17,7 per cento dei residenti, a Bolzano il 5,3: lo stesso diritto costituzionale vale in modo diverso a seconda del codice di avviamento postale.
Sullo sfondo c’è un paese più povero di quanto la retorica governativa ammetta. Nel 2024 vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie e circa 5,7 milioni di persone. Il Rapporto annuale Istat del 2026 conta quasi undici milioni di individui a rischio di povertà, il 18,6 per cento, e certifica che le retribuzioni, pur recuperando, restano sotto il livello del 2019 di 8,6 punti di potere d’acquisto. La povertà energetica è passata dal 7,7 per cento del 2022 al 9,1 per cento del 2024. Sono le stesse famiglie che rinunciano alla risonanza e che non riscaldano una stanza. Non è una coincidenza statistica: è la stessa persona, contata due volte in due tabelle diverse.
12. Chi incassa
Ogni euro sottratto a un diritto è un euro che arriva da qualche parte. L’Agenzia europea per la difesa stima che la spesa militare dell’Unione sia passata da 218 miliardi nel 2021 a circa 381 miliardi nel 2025, un aumento del settantacinque per cento in quattro anni. L’indice azionario europeo della difesa ha guadagnato oltre il sessanta per cento in dodici mesi. In Italia, secondo l’elaborazione di Sbilanciamoci sui dati di bilancio, tra il 2021 e il 2024 le prime quindici imprese del settore hanno raddoppiato gli utili, con 876 milioni di profitti aggiuntivi e ricavi cresciuti del ventotto per cento. La sola Leonardo, nei primi nove mesi del 2025, ha registrato ricavi per 13,4 miliardi, in crescita del 12,4 per cento, e un risultato netto ordinario passato da 364 a 466 milioni. Greenpeace ha stimato per il 2025 extraprofitti del comparto intorno a un miliardo e mezzo di euro, proponendone una tassazione al cinquanta per cento. Non è accaduto.
Sull’altra sponda del Mediterraneo la contabilità è ancora più eloquente. Tre aziende, Israel Aerospace Industries, Rafael ed Elbit Systems, si sono aggiudicate circa l’ottantacinque per cento dei contratti israeliani di difesa, e nel primo trimestre 2026 il loro portafoglio ordini complessivo aveva superato i novanta miliardi di dollari. Il fondo sovrano norvegese e diversi fondi pensione hanno avviato disinvestimenti da Elbit; i governi europei, nel frattempo, continuano a firmare. È utile ricordarlo quando si sente dire che le risorse per la sanità non ci sono: non ci sono per scelta, e la stessa scelta le rende disponibili altrove, comprese le casse di un’industria che vende la guerra come referenza commerciale.
13. Il consenso che non esiste
Resta una questione democratica che nessuno dei protagonisti ha voglia di affrontare. Secondo una rilevazione YouTrend citata negli studi sul bilancio della difesa 2026, gli italiani si dividono a metà sull’aumento delle spese militari, 43 per cento a favore e 43 contro. Ma soltanto il quattro per cento condivide l’obiettivo del cinque per cento del PIL. È l’obiettivo che il governo ha sottoscritto ad Ankara e che vincolerà i bilanci pubblici per un decennio. Quattro per cento di consenso, cento per cento di impegno.
Questo è il punto in cui la vicenda finlandese smette di essere una curiosità nordica e diventa una previsione. La sequenza è sempre la stessa: prima si costruisce il nemico, poi si assume l’impegno di spesa, poi si scopre che i conti non tornano, infine si taglia ciò che non può scioperare, cioè la cura, la scuola, la casa, l’assistenza a chi non è autosufficiente. La Finlandia è alla quarta fase e mostra il conto. L’Italia è alla seconda e sta firmando.
14. Una domanda costituzionale
L’articolo 32 della Costituzione dice che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. L’articolo 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Nessuno dei due articoli è stato abrogato. Sono stati resi inefficaci per via contabile, spostando risorse fino a ridurre il diritto a una promessa senza copertura.
A questi due si aggiunge un obbligo che non nasce a Roma ma vale a Roma quanto altrove: quello sancito dalla Convenzione del 1948, che impone a ogni Stato di fare tutto ciò che è in suo potere per prevenire il genocidio, senza attendere sentenze. Comprare sistemi d’arma da chi è indicato come responsabile, o costruirli insieme dentro società comuni che ne mascherano l’origine, non è una violazione formale di quell’obbligo. Ne è però l’esatto contrario nella sostanza: è il finanziamento di ciò che si dovrebbe impedire.
La domanda da porre a chi si candiderà alla prossima legislatura, allora, non è se sia favorevole o contrario alla difesa. Sono due, e sono entrambe scomode. Chi ha deciso che la salute è una variabile dipendente e il riarmo una costante, visto che quella decisione non è stata votata da nessuno e produrrà effetti per almeno dieci anni? E con quali soldi, e da chi, stiamo comprando la sicurezza che ci viene promessa? In Finlandia una donna oggi sceglie tra la spesa e l’affitto, e il suo paese ha firmato con Rafael il giorno dopo essere entrato nella NATO. Qui, per ora, si sceglie tra la visita specialistica e la bolletta. È lo stesso bivio, un paio d’anni prima, e la strada che lo attraversa passa per gli stessi fornitori.
Fonti
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Nate Bear, How Finland Destroyed Itself For NATO, Do Not Panic, 19 agosto 2026, donotpanic.news
Yle News, Defence minister: Situation in Gaza won’t affect Finland’s arms trade with Israel, 12 agosto 2025, yle.fi
Breaking Defense, Finland approves $345 million deal for David’s Sling long range air defense system, 6 aprile 2023, breakingdefense.com
The Times of Israel, Israel signs landmark deal to sell David’s Sling air defense system to Finland, 12 novembre 2023, timesofisrael.com
Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, Analisi giuridica della condotta di Israele a Gaza ai sensi della Convenzione sul genocidio (A/HRC/60/CRP.3), 16 settembre 2025, sistemapenale.it
ANSA, Il report Onu: Israele ha preso di mira i bimbi di Gaza, un genocidio, 23 giugno 2026, ansa.it
Amnesty International Italia, Rapporto Onu: Israele sta commettendo genocidio a Gaza, 18 settembre 2025, amnesty.it
Valigia Blu, Gaza, la Corte Internazionale di Giustizia e la definizione di genocidio, agosto 2025, valigiablu.it
Il Fatto Quotidiano, Armi Israele, export record 19,2 miliardi nel 2025: l’Europa il principale mercato, 4 giugno 2026, ilfattoquotidiano.it
The Times of Israel, Israeli arms sales break record for 5th year in row, reaching $19.2 billion in 2025, 2 giugno 2026, timesofisrael.com
Ancora Fischia il Vento, Come gli Stati europei continuano a sostenere l’industria militare israeliana, 8 maggio 2026, ancorafischiailvento.org
Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, L’Europa compra ancora troppe armi da Israele, febbraio 2026, balcanicaucaso.org
Il Foglio, Nei porti europei non è mai arrivata così tanta tecnologia da guerra da Gerusalemme, 22 maggio 2026, ilfoglio.it
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