Un collettivo italiano di volontari finisce nella lista nera degli Stati Uniti. Poi sparisce il dominio, saltano i servizi di posta e Banca Etica annuncia la chiusura del conto. Il problema non è soltanto ciò che Washington accusa Autistici/Inventati di aver fatto. È il potere che una decisione americana può esercitare, senza un processo italiano, sulla libertà di comunicare in Italia.
Alle 3.57 del mattino del 28 agosto qualcosa è cambiato per migliaia di persone che utilizzavano un indirizzo di posta elettronica con una sigla ormai familiare a chi frequenta da anni il mondo della comunicazione indipendente: @autistici.org.
Il server non era necessariamente spento. Era il nome a essere scomparso dalla rete.
Digitare autistici.org significava trovare un errore. Le caselle di posta collegate a quel dominio non erano più raggiungibili nel modo abituale. Anche siti e servizi che dipendevano da quell’infrastruttura hanno subito le conseguenze del blocco.
È difficile immaginare un’immagine più concreta per capire che cosa significhi oggi il potere digitale.
Non serve entrare in una redazione, sequestrare un computer, confiscare una tipografia. A volte basta cancellare un nome dalla rubrica attraverso cui Internet trova un indirizzo.
E dietro quel nome c’è una storia cominciata nel 2001.
Autistici/Inventati nasce infatti dall’incontro di persone e collettivi dell’area autonoma e anticapitalista interessati alla tecnologia e alle battaglie per i diritti digitali. Il collettivo offre strumenti di comunicazione a persone, associazioni e gruppi che ne condividono determinati principi: posta elettronica, hosting, blog, chat e altri servizi destinati alla comunicazione indipendente.
Il modello dichiarato è radicalmente diverso da quello delle grandi piattaforme commerciali. Nessuna pubblicità, nessuna vendita dei dati personali, nessun compenso per i volontari. I servizi sono finanziati attraverso donazioni. Le richieste vengono valutate manualmente e il collettivo dichiara di non voler trasformare i dati degli utenti in una merce.
Non è una ricostruzione fatta dagli avversari di A/I. È il modo in cui il collettivo descrive se stesso.
Ed è proprio questa infrastruttura che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire nella propria lista dei soggetti sottoposti alle sanzioni antiterrorismo.
Il 26 agosto l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro americano ha designato Autistici Inventati come Specially Designated Global Terrorist, utilizzando i poteri previsti dall’Executive Order 13224. Nel comunicato ufficiale Washington sostiene che il collettivo avrebbe fornito infrastrutture digitali, strumenti e servizi a cellule di Antifa e ad altri estremisti violenti di sinistra, indicando anche il Partito dei lavoratori del Kurdistan tra le organizzazioni cui, secondo gli Stati Uniti, sarebbero stati forniti servizi.
Questa è la posizione ufficiale americana.
Ma una cosa va detta con precisione, perché su questioni di questa gravità le parole contano.
Il fatto documentato è che il governo degli Stati Uniti ha formulato queste accuse e ha adottato una misura sanzionatoria.
Non è invece un fatto giudiziariamente accertato che Autistici/Inventati abbia commesso atti terroristici.
Il collettivo respinge le accuse. Sostiene di svolgere da venticinque anni un’attività di autodifesa digitale e di garantire strumenti di comunicazione libera. La sua posizione è netta: antifascismo e anticapitalismo non equivalgono a terrorismo e fornire strumenti di comunicazione non significa essere responsabili degli eventuali reati commessi da chi li utilizza.
Questa distinzione non è un dettaglio tecnico. È il cuore della vicenda.
Perché la domanda che rimane sul tavolo è molto più semplice di tutta la terminologia delle sanzioni americane: dove finisce la responsabilità di chi compie un’azione e dove comincia quella di chi fornisce lo strumento attraverso il quale quell’azione può essere comunicata?
Se domani una compagnia telefonica venisse accusata di favorire il terrorismo perché un terrorista ha utilizzato una sua linea telefonica, avremmo immediatamente chiaro il problema. Con Internet, invece, sembra diventato più facile confondere l’infrastruttura con l’azione.
Washington sostiene che nel caso di A/I non si tratti semplicemente di un fornitore neutrale, perché il collettivo selezionerebbe gli utenti sulla base dell’affinità politica e avrebbe fornito consapevolmente servizi a soggetti considerati terroristici dagli Stati Uniti. È questa la parte dell’accusa che dovrebbe essere verificata e documentata.
Ma proprio qui emerge un’altra questione.
Dove sono le prove rese pubbliche?
Nel provvedimento americano ci sono le accuse dell’amministrazione. Non c’è una sentenza italiana che abbia stabilito che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica. Non c’è un processo italiano nel quale il collettivo abbia potuto contestare quelle accuse davanti a un giudice.
Eppure le conseguenze sono arrivate quasi immediatamente.
Il paradosso è persino scritto nei documenti del governo americano.
Lo stesso 26 agosto, OFAC ha emanato la General License 36, autorizzando le operazioni necessarie alla chiusura ordinata dei rapporti con Autistici/Inventati fino al 25 settembre 2026. In altre parole, Washington aveva previsto un periodo di quasi un mese per consentire il cosiddetto wind down delle operazioni.
Ma il mondo reale non ha aspettato il 25 settembre.
Il 28 agosto autistici.org è diventato irraggiungibile.
Secondo le ricostruzioni disponibili, il Public Interest Registry, l’organizzazione statunitense che gestisce il registro dei domini .org, ha applicato al dominio uno stato di serverHold, impedendone la normale risoluzione nella zona .org. La conseguenza è stata immediata: il nome del dominio non portava più agli indirizzi dei server e le caselle di posta associate al dominio sono diventate di fatto inutilizzabili attraverso la normale infrastruttura DNS.
Qui bisogna essere altrettanto prudenti.
Non abbiamo, al momento, una dichiarazione pubblica del Public Interest Registry che spieghi perché sia stato applicato quel blocco o se esso sia stato richiesto direttamente dalle autorità americane.
Quindi non possiamo scrivere che Washington abbia ordinato personalmente lo spegnimento del dominio.
Possiamo però constatare qualcosa di più interessante: una decisione del governo statunitense ha prodotto, nel giro di poche ore, effetti concreti su un’infrastruttura italiana e sui suoi utenti attraverso la rete globale di soggetti che rendono possibile Internet.
È questo il punto politico che non dovrebbe sfuggire.
Il potere delle sanzioni contemporanee non si esercita soltanto attraverso un ordine diretto. Può esercitarsi attraverso la paura di essere coinvolti, attraverso gli obblighi di conformità, attraverso i rapporti finanziari e attraverso i nodi tecnici della rete.
La vicenda di Banca Etica lo rende ancora più evidente.
Il collettivo ha riferito di essere stato informato telefonicamente della prossima chiusura del proprio conto. La notizia è stata riportata da Domani e da altre testate. A/I ha annunciato l’intenzione di rivolgersi ai propri legali.
Anche in questo caso bisogna distinguere.
Le sanzioni americane non trasformano automaticamente una banca italiana in un soggetto sottoposto alla legislazione statunitense per ogni rapporto con A/I. Esiste però il problema delle conseguenze che possono derivare dai rapporti internazionali e dai rischi di compliance e di eventuali sanzioni secondarie. È esattamente questo genere di rischio che può spingere un soggetto privato a interrompere un rapporto prima ancora che qualcuno gli imponga formalmente di farlo.
E così una decisione presa a Washington diventa una telefonata in Italia.
Un conto che rischia di essere chiuso.
Un servizio di pagamento che viene meno.
Un dominio che scompare.
Una casella di posta che non risponde più.
A quel punto la parola terrorismo rischia di diventare qualcosa di molto diverso da ciò che il cittadino comune immagina quando la sente pronunciare.
Non è più soltanto la parola con cui si definisce un atto violento.
Diventa anche l’etichetta amministrativa che può innescare una catena di conseguenze economiche e tecnologiche.
Ed è qui che la vicenda Autistici/Inventati assume una dimensione che va oltre il collettivo stesso.
Perché oggi il bersaglio è un gruppo che dichiara apertamente la propria appartenenza a una cultura politica radicale, anticapitalista, antifascista e antimilitarista.
Domani potrebbe essere un’organizzazione umanitaria.
Dopodomani un’associazione.
Una testata.
Un movimento politico.
Un gruppo di avvocati.
Un’organizzazione per i diritti civili.
Non sto dicendo che accadrà. Sarebbe una previsione senza basi.
Sto dicendo che l’architettura del potere rende possibile che una decisione presa da un’autorità straniera produca effetti ben oltre il territorio nel quale quella decisione è stata adottata.
Ed è questo che dovrebbe interessare soprattutto l’Italia.
Perché la questione non è soltanto se Washington abbia ragione oppure torto su Autistici/Inventati.
La questione è se un governo straniero possa definire unilateralmente un’organizzazione che opera in Italia come terrorista e, attraverso il peso finanziario e tecnologico degli Stati Uniti, produrre conseguenze concrete sulla sua possibilità di comunicare, ricevere donazioni e mantenere rapporti bancari.
E soprattutto: che cosa fanno le istituzioni italiane quando accade?
Finora le reazioni politiche pubblicamente emerse appaiono soprattutto provenire dall’opposizione. Il deputato Andrea Casu ha chiesto che le accuse vengano approfondite dalle autorità competenti. L’europarlamentare Brando Benifei ha annunciato un’interrogazione alla Commissione europea, contestando l’azione statunitense e richiamando il tema della tutela degli intermediari digitali.
Dal governo italiano, almeno sulla base delle informazioni pubbliche disponibili mentre scrivo, non emerge una presa di posizione politica paragonabile alla gravità della vicenda.
Ed è una stranezza difficile da ignorare.
Quando un cittadino italiano viene colpito da un provvedimento di un’autorità straniera, la questione non dovrebbe essere archiviata semplicemente perché il provvedimento è americano.
L’Italia è un Paese alleato degli Stati Uniti. Ma essere alleati non significa rinunciare alla propria sovranità giuridica e politica.
Un’alleanza internazionale non dovrebbe trasformarsi nell’abitudine a considerare normale qualsiasi decisione presa dall’alleato più potente.
Qui entra in gioco anche l’Europa.
Per anni abbiamo parlato di sovranità digitale, di autonomia tecnologica, di protezione dei dati personali, di dipendenza dalle grandi piattaforme americane. Abbiamo prodotto regolamenti, direttive, strategie e dichiarazioni.
Poi arriva un caso concreto e scopriamo che una parte dell’infrastruttura attraverso cui comunichiamo dipende ancora da soggetti sottoposti alla giurisdizione o all’influenza degli Stati Uniti.
Qui è giusto che dica da che parte sto, perché una finta equidistanza sarebbe disonesta verso chi legge.
Sono solidale con Autistici/Inventati e ne condivido le ragioni: l’idea che la comunicazione non debba essere una merce, la scelta di offrire strumenti a chi lotta senza chiedere nulla in cambio, la convinzione che l’antifascismo e l’anticapitalismo siano posizioni politiche legittime e non indizi di reato. Non scrivo di questa vicenda da osservatore neutrale. Ci scrivo da persona che quelle idee le condivide.
Ma proprio perché le condivido, il principio va enunciato nella sua forma più larga, altrimenti non difende nessuno.
Il diritto di comunicare non può dipendere dal consenso che si riesce a raccogliere. Se valesse soltanto per chi ha idee gradite a chi comanda, non sarebbe un diritto: sarebbe una concessione, revocabile nel momento esatto in cui le nostre parole diventano scomode.
Oggi quel diritto viene negato a un collettivo anticapitalista. È esattamente la ragione per cui va difeso adesso, mentre difenderlo costa qualcosa, e non quando sarà troppo tardi.
La Costituzione italiana, all’articolo 21, tutela la libertà di manifestazione del pensiero attraverso la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Oggi quel mezzo è anche digitale. E se il diritto rimane nazionale mentre l’infrastruttura che lo rende possibile è transnazionale, la tutela rischia di restare teorica.
C’è poi un’altra cosa che questa vicenda ci costringe a guardare.
Autistici/Inventati non è Google.
Non è Microsoft.
Non è Meta.
Non possiede miliardi di dollari, eserciti di avvocati, data center sparsi per il mondo e uffici governativi capaci di negoziare con Washington.
È un collettivo di volontari.
Ed è proprio per questo che il caso è importante.
Un potere enorme non ha bisogno di scontrarsi direttamente con un potere equivalente. Può ottenere risultati colpendo i punti dai quali dipende un’organizzazione piccola.
Un dominio.
Un conto corrente.
Un servizio di pagamento.
Un fornitore.
Una piattaforma.
La rete è apparentemente decentralizzata, ma alcuni nodi sono molto più potenti degli altri.
Chi controlla quei nodi possiede una forma di potere che il cittadino spesso non vede.
E forse la questione più inquietante è proprio questa: non abbiamo assistito a un tribunale che ordina di chiudere una struttura. Abbiamo assistito a una serie di conseguenze che si propagano attraverso una rete di soggetti tecnici ed economici.
È una forma di potere meno spettacolare della censura tradizionale.
Per questo può essere più difficile da riconoscere.
Non arriva necessariamente una pattuglia a mettere i sigilli.
Arriva un errore DNS.
Arriva una comunicazione della banca.
Arriva un account disabilitato.
Arriva un fornitore che decide che è meglio non correre rischi.
E improvvisamente una comunità perde la propria infrastruttura.
Gleiwitz, o il microfono come primo bersaglio
C’è un’ultima cosa che voglio dire, e me ne assumo la responsabilità, perché non è un fatto accertato ma un dubbio. Prima però serve un pezzo di storia.
Il 31 agosto 1939, alle otto di sera, una dozzina di uomini delle SS guidati da Alfred Naujocks fece irruzione nella stazione radio di Gleiwitz, città tedesca di confine, oggi polacca con il nome di Gliwice. Indossavano uniformi dell’esercito polacco. Interruppero la trasmissione in corso, lessero al microfono un messaggio che incitava le minoranze polacche a prendere le armi contro i tedeschi, spararono, e lasciarono sul posto un cadavere in divisa polacca perché servisse da prova.
Quel morto aveva un nome: Franciszek Honiok, contadino slesiano di quarantadue anni con simpatie polacche, arrestato il giorno prima e ucciso perché il suo corpo raccontasse una menzogna. È considerato la prima vittima della Seconda guerra mondiale.
L’operazione faceva parte di un piano più ampio, l’Operazione Himmler, coordinato da Reinhard Heydrich: procurarsi uniformi e armi polacche e inscenare una serie di attacchi contro obiettivi tedeschi lungo il confine. La parola in codice che fece scattare tutto, pronunciata al telefono da Heydrich quella sera, era «la nonna è morta».
La mattina dopo, il primo settembre, Hitler si presentò al Reichstag e disse che quella notte, per la prima volta, soldati regolari polacchi avevano sparato sul territorio tedesco. Le truppe erano già in movimento da ore. Cominciava la Seconda guerra mondiale.
Vale la pena fermarsi su un dettaglio che di solito passa inosservato.
L’obiettivo principale scelto per la messinscena non era una caserma, non un deposito di armi, non un ponte. Era una stazione radio.
Nel 1939 la radio e i giornali erano tutto ciò che esisteva. Chi controllava quei canali controllava la realtà percepita da milioni di persone. Per questo il regime scelse un microfono: perché il microfono era il luogo in cui la verità veniva fabbricata.
E Gleiwitz non è un caso isolato. È l’inizio di una serie che il Novecento e i primi anni Duemila hanno documentato con precisione.
Il 4 agosto 1964 due cacciatorpediniere statunitensi riferirono di essere stati attaccati da unità nordvietnamite nel Golfo del Tonchino. Tre giorni dopo il Congresso approvava la risoluzione che spalancò le porte alla guerra in Vietnam. Quell’attacco non era mai avvenuto: lo ha stabilito uno studio interno della National Security Agency, firmato dallo storico dell’agenzia Robert Hanyok e desecretato nel 2005 insieme a quasi duecento documenti. L’intelligence disponibile era stata selezionata, ritradotta e presentata in modo da confermare una decisione già presa. Il conto finale è di oltre tre milioni di morti vietnamiti e cinquantottomila americani.
Il 10 ottobre 1990 una ragazza di quindici anni, presentata soltanto come Nayirah, pianse davanti al Congressional Human Rights Caucus raccontando di aver visto soldati iracheni togliere i neonati dalle incubatrici degli ospedali kuwaitiani e lasciarli morire sul pavimento. Il video fu diffuso a centinaia di emittenti e il presidente George Bush citò quel racconto più volte. Nel gennaio 1992 il giornalista John MacArthur rivelò sul New York Times che Nayirah era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti, Saud Nasir al-Sabah, e che la sua testimonianza era stata costruita dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill and Knowlton, pagata dal governo kuwaitiano. La guerra, nel frattempo, era già stata fatta.
Il 5 febbraio 2003 il segretario di Stato Colin Powell mostrò al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fiale, mappe e intercettazioni per dimostrare che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa e laboratori mobili per la guerra biologica. La fonte principale su quei laboratori era un informatore iracheno rifugiato in Germania, nome in codice Curveball, che anni dopo ammise pubblicamente di aver inventato tutto. Nel 2004 il rapporto finale dell’Iraq Survey Group, guidato da Charles Duelfer, concluse che quegli arsenali non esistevano. Powell definì in seguito quel discorso una macchia sulla propria carriera. L’Iraq, nel frattempo, era stato invaso e distrutto.
Poi c’è un caso su cui bisogna essere più prudenti, e proprio per questo va citato: Račak, in Kosovo, 15 gennaio 1999.
Che in quel villaggio siano morte quarantacinque persone di etnia albanese è un fatto. Che si trattasse dell’esecuzione di civili inermi fu dichiarato immediatamente, davanti alle telecamere, dal capo della missione di verifica dell’Osce, il diplomatico statunitense William Walker, prima di qualunque perizia. Le autorità jugoslave sostennero invece che si trattava di combattenti dell’Uck caduti in uno scontro armato. La perizia dell’équipe forense finlandese guidata da Helena Ranta arrivò mesi dopo, fu a lungo tenuta riservata, e nel 2008 la stessa Ranta dichiarò di aver subito pressioni sulla formulazione delle proprie conclusioni. Račak divenne il fatto che rese politicamente possibile il bombardamento della Jugoslavia, iniziato il 24 marzo di quell’anno. Su che cosa sia realmente accaduto in quel villaggio la discussione storica non è chiusa. Sul suo uso politico, molto meno.
Quattro vicende, quattro epoche diverse, un unico meccanismo. Prima si costruisce il fatto. Poi si costruisce il consenso. Poi si spara.
E in tutti e quattro i casi il passaggio decisivo non è stato militare. È stato comunicativo.
Torniamo a oggi.
Giornali, radio e televisioni non sono più l’unico canale, ma restano in larga parte proprietà di gruppi industriali e finanziari che con le forniture militari hanno rapporti diretti o indiretti, quando non dipendono direttamente dai governi. Sulle grandi piattaforme private la visibilità di un contenuto dipende da algoritmi opachi e da regole scritte altrove, che nessun cittadino ha votato.
Quello che resta è la rete indipendente. Server piccoli. Liste di discussione. Blog autogestiti. Caselle di posta che non passano da Google. Esattamente ciò che Autistici/Inventati forniva.
Nel frattempo, il contesto. Il 25 giugno 2025, riuniti all’Aja, i trentadue Paesi della NATO si sono impegnati a portare la spesa per difesa e sicurezza al 5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2035: il più grande riarmo dalla fine della guerra fredda. Per l’Italia significa passare da circa quarantacinque miliardi l’anno a oltre centoquaranta.
Ora dico la mia ipotesi, e la dico per quello che è: un’ipotesi, non un fatto.
Non credo che un riarmo di queste dimensioni venga deciso per restare inutilizzato. E fatico a considerare una coincidenza che, mentre si riarma, si comincino a smontare i canali attraverso cui una guerra potrebbe essere contestata prima ancora di cominciare.
Non ho prove che esista un piano, e chi le dichiarasse mentirebbe. Ho un dubbio ragionevole, fondato su una regolarità storica: nessuno di quei quattro casi sarebbe stato possibile se, nel momento decisivo, fosse esistita una voce abbastanza forte e abbastanza libera da chiedere pubblicamente le prove.
Chi prepara una guerra ha bisogno di due cose: un pretesto e un pubblico disposto a crederci. Il pretesto si può fabbricare in una notte, come a Gleiwitz. Il pubblico va preparato prima, e si prepara riducendo il numero delle voci capaci di dire: aspettate, verifichiamo.
Ecco perché la vicenda di un piccolo collettivo di volontari italiani non è una vicenda piccola.
Non sto sostenendo che spegnere autistici.org equivalga a inscenare Gleiwitz. Sarebbe un’assurdità e un’offesa alla storia.
Sto sostenendo che chi vuole tenere aperto lo spazio in cui un giorno si potrà dire «questa storia non torna» farebbe bene a difenderlo adesso, mentre lo si può ancora fare con una diffida, un’interrogazione parlamentare e un articolo di giornale.
Non so se Autistici/Inventati abbia commesso ciò di cui Washington lo accusa. Non lo può stabilire un articolo giornalistico, e non lo stabilisce nemmeno un comunicato del Tesoro americano.
Lo devono stabilire prove, garanzie, contraddittorio e, quando si parla di responsabilità penale, un giudice.
Ma so che una cosa è già accaduta.
Un’organizzazione italiana è stata inserita unilateralmente dagli Stati Uniti nella lista dei terroristi globali.
E nel giro di poco più di un giorno il suo dominio è diventato irraggiungibile e hanno cominciato a saltare i servizi dai quali dipende la sua attività.
Questa dovrebbe essere una questione italiana.
Non perché Autistici/Inventati debba essere protetta dalle conseguenze di eventuali reati. Se esistono reati, vengano contestati e perseguiti.
Ma proprio perché in una democrazia la responsabilità è personale e deve essere provata.
Se invece iniziamo ad accettare che l’etichetta attribuita da un governo straniero possa bastare a rendere impraticabile la vita digitale di un’intera organizzazione, senza un accertamento giudiziario italiano e senza che il governo italiano senta il bisogno di chiedere spiegazioni, allora il problema diventa molto più grande di Autistici/Inventati.
Diventa il problema di tutti.
Perché oggi possiamo anche non avere bisogno di una casella @autistici.org.
Ma domani potremmo aver bisogno di difendere il diritto di qualcun altro ad averla.
E una democrazia si riconosce anche da questo: dalla capacità di difendere una libertà quando sarebbe più comodo lasciarla cadere perché appartiene a qualcun altro.
Fonti
U.S. Department of the Treasury, Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks, 26 agosto 2026. home.treasury.gov
U.S. Department of the Treasury, Office of Foreign Assets Control, Counter Terrorism Designations; Issuance of Counter Terrorism General License, 26 agosto 2026, con la General License 36.
Autistici/Inventati, Welcome to Autistici/Inventati, storia, principi e modalità di funzionamento del collettivo. inventati.org
Emanuela Del Frate e Chiara Sgreccia, Bloccato il sito di A/I, il collettivo sanzionato dagli Usa. Il Pd prepara un’interrogazione al parlamento Ue, Domani, 28 agosto 2026. editorialedomani.it
Viola Giannoli, Autistici/Inventati, il collettivo terrorista per gli Usa: chiuso il sito, atto senza precedenti, la Repubblica, 28 agosto 2026.
Andrea Capocci, Repressione del dissenso: temporaneamente spenti i server di Autistici, il manifesto, 29 agosto 2026.
URnetwork, The mailboxes died at 1:57 in the morning, 28 agosto 2026, per la ricostruzione tecnica dello stato serverHold applicato al dominio autistici.org.
Collettivo Autistici/Inventati, dichiarazione sulle sanzioni statunitensi, 26 agosto 2026.
Treccani, L’attacco di Gleiwitz, il casus belli della Seconda guerra mondiale. treccani.it
Robert J. Hanyok, Skunks, Bogies, Silent Hounds and the Flying Fish: The Gulf of Tonkin Mystery, 2-4 August 1964, in Cryptologic Quarterly, studio interno della National Security Agency desecretato nel dicembre 2005 insieme a circa duecento documenti sull’incidente. nsa.gov
Pat Paterson, The Truth About Tonkin, Naval History Magazine, U.S. Naval Institute, febbraio 2008. usni.org
Testimonianza di Nayirah davanti al Congressional Human Rights Caucus, Washington, 10 ottobre 1990; l’identità della testimone e il ruolo dell’agenzia Hill and Knowlton furono rivelati da John R. MacArthur sul New York Times nel gennaio 1992.
Iraq Survey Group, Comprehensive Report of the Special Advisor to the Director of Central Intelligence on Iraq’s Weapons of Mass Destruction (Rapporto Duelfer), 2004.
East Journal, Kosovo: il massacro di Racak, l’evento che cambiò le sorti della guerra, 14 gennaio 2021. eastjournal.net
il manifesto, Il casus belli di Racak, una bugia per l’attacco. ilmanifesto.it
Panorama, intervista a Tiziana Boari, già membro della missione Osce in Kosovo, sulle circostanze di Račak e sulle dichiarazioni di Helena Ranta. panorama.it
Valigia Blu, La Nato e il piano di riarmo europeo, sulla dichiarazione finale del vertice NATO dell’Aja del 25 giugno 2025 e sull’obiettivo del 5 per cento del PIL entro il 2035. valigiablu.it
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 21.
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