La petroliera che sfida l’impero: Hormuz, Pechino e la fine del monologo americano

Mentre Washington minaccia di affondare qualsiasi nave in transito dai porti iraniani, una petroliera cinese attraversa indisturbata lo Stretto di Hormuz. Xi Jinping presenta un piano di pace in quattro punti, sei navi della Hapag-Lloyd restano intrappolate nel Golfo, Trump respinge l’offerta iraniana sull’arricchimento dell’uranio e il vicepresidente Vance attacca pubblicamente Papa Leone. In ventiquattro ore, la geopolitica del Medio Oriente è cambiata di nuovo. E non a favore di chi pretende di comandarla.

Si chiama Rich Starry, è una petroliera lunga centoottantotto metri, di proprietà cinese e battente bandiera del Malawi. Nelle prime ore del 14 aprile ha completato l’attraversamento dello Stretto di Hormuz a pieno carico, in direzione della Repubblica Popolare. Solo il giorno prima aveva fatto dietro-front, rinunciando a uscire dal Golfo Persico dopo l’annuncio del blocco navale americano. Ventiquattro ore dopo, ha ripreso la rotta. Senza scorta militare, senza dichiarazioni roboanti, senza chiedere il permesso a nessuno. Un gesto che vale, da solo, mille comunicati ufficiali. L’impero ha ordinato di non passare. Pechino è passata.

Il blocco che non blocca
La cronaca delle ultime ore sembra scritta apposta per smascherare la sproporzione tra parole e fatti che ormai caratterizza la postura americana. Donald Trump ha minacciato di affondare qualsiasi imbarcazione che tenti di partire o attraccare nei porti iraniani; il Pentagono ha annunciato un blocco navale; il CENTCOM ha promesso fuoco e fiamme. Risultato concreto: una petroliera cinese che attraversa lo Stretto a otto nodi, sei navi cargo della tedesca Hapag-Lloyd che restano paralizzate in attesa di un cessate il fuoco che nessuno sa quando arriverà, equipaggi traumatizzati che assistono alla guerra dai loro ponti come spettatori involontari. Il portavoce di Hapag-Lloyd parlava da Amburgo con una sincerità che vale più di qualsiasi analisi: «Continuiamo ad aspettare l’apertura dello Stretto. Speriamo nei prossimi giorni. Ma in sostanza non lo sappiamo». Non sappiamo. Tre parole che certificano il fallimento dell’illusione del controllo.

Pechino ha definito il blocco «pericoloso e irresponsabile», bollando come «completamente inventate» le accuse statunitensi di forniture militari cinesi all’Iran e promettendo «contromisure risolute» qualora Washington trasformasse questa narrazione in dazi commerciali. È la cornice consueta della guerra fredda asimmetrica del XXI secolo: gli americani agitano sanzioni, i cinesi rispondono con i fatti. E i fatti, in questo caso, hanno il dislocamento di una petroliera da quasi duecento metri che taglia in due lo Stretto come se Trump fosse un attore di doppiaggio.

Il piano di Xi: quattro punti, una rivendicazione
Mentre l’America gridava, Xi Jinping ricevuto a Pechino il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e ha presentato una proposta di pace in quattro punti per il Medio Oriente. Quattro principi semplici, quasi disarmanti nella loro elementarità: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Letta da Bruxelles o da Washington, una simile dichiarazione potrebbe sembrare retorica vuota. Letta a Riad, ad Abu Dhabi, a Teheran, a Damasco, suona come l’esatto opposto di quello che le potenze occidentali hanno offerto al Medio Oriente negli ultimi quarant’anni.

La sostanza politica del piano cinese non sta nei suoi punti, ma in chi lo presenta e in dove. Xi non parla all’ONU, non passa per il Consiglio di Sicurezza, non chiede mediazioni. Riceve direttamente i leader del Golfo, uno alla volta, nei suoi palazzi. È la diplomazia dei vecchi imperi: bilaterale, paziente, senza fretta. È così che, mentre Trump minacciava di rispedire l’Iran all’età della pietra, Pechino costruiva il proprio ruolo di arbitro futuro. La Cina non sta cercando di sostituire gli Stati Uniti in Medio Oriente. Sta facendo qualcosa di molto più sottile: sta dimostrando che l’America non è più indispensabile.

Cinque anni contro venti: la matematica del compromesso impossibile
Sul tavolo del nucleare, intanto, è emerso un dettaglio che il New York Times ha rivelato citando fonti incrociate da Teheran e Washington. Nel corso dei colloqui di Islamabad, gli iraniani avevano offerto una sospensione di cinque anni dei propri programmi di arricchimento dell’uranio. La delegazione americana ne pretendeva venti. Trump ha respinto l’offerta. Quattro volte la richiesta sul tavolo, in un negoziato dove Teheran arrivava già convinta di aver dimostrato sul campo la propria capacità di assorbire qualsiasi colpo. Non un compromesso, ma una resa mascherata da accordo. Era prevedibile che gli iraniani la rifiutassero; era altrettanto prevedibile che Washington la chiedesse, perché chi non sa più piegare l’avversario sul terreno cerca almeno di umiliarlo al tavolo.

Le quattro fonti citate da Reuters parlano ora di possibili nuovi colloqui a Islamabad già nel corso della settimana. Il Pakistan, ancora una volta, riaffiora come sede privilegiata di una mediazione che nessun paese occidentale è in grado di offrire. Anche questo è un dato geopolitico di rilievo: la diplomazia che conta non passa più per Vienna, Ginevra o Camp David, ma per le capitali del mondo non allineato. Il messaggio è chiaro: se due grandi potenze hanno ancora qualcosa da dirsi, devono farlo in casa di chi non parteggia per nessuno. L’Europa, in tutto questo, non esiste. Non viene nemmeno consultata.

L’attacco al Papa: l’ultima frontiera del nervosismo
In mezzo a questo scacchiere accade qualcosa che, se non fosse tragico, sarebbe grottesco. Trump apre una disputa pubblica con Papa Leone — colpevole di aver invocato la pace e ammonito contro l’escalation iraniana — e il vicepresidente J.D. Vance, lo stesso che ha appena fallito a Islamabad, si premura di rincarare la dose. «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali», ha dichiarato a Fox News, suggerendo che il Pontefice lasci al presidente americano il compito di «definire le politiche pubbliche». Detto da un convertito al cattolicesimo in età adulta, l’avvertimento ha un sapore particolarmente amaro. Detto a un Papa che ha ereditato dalla Chiesa di Francesco la voce critica sulla guerra, suona come quello che è: un’intimidazione.

Un’amministrazione che si sente forte non attacca il Papa. Lo ignora, lo strumentalizza, al limite lo corteggia. Aggredirlo pubblicamente significa percepirlo come un avversario credibile — e questa, paradossalmente, è la migliore promozione che Leone potesse ricevere. Quando la voce di Pietro disturba la propaganda di guerra al punto da meritare la replica del vicepresidente, vuol dire che quella voce sta arrivando dove la diplomazia ufficiale non riesce più ad arrivare. La Chiesa, che da decenni sembrava ridotta a operatore caritativo o a moralista da galleria, riacquista in pochi giorni la sua antica funzione: dire dei no quando tutti gli altri dicono di sì, o tacciono.

L’isolamento dell’isolazionista
Mettendo insieme i frammenti delle ultime ventiquattro ore, emerge un quadro che dovrebbe togliere il sonno a chi pianifica le strategie a Washington. Una potenza globale, la Cina, denuncia pubblicamente il blocco americano e fa transitare le proprie navi a dispetto delle minacce. Una compagnia europea, la Hapag-Lloyd, vede paralizzata la propria flotta nel Golfo senza poter chiedere protezione a nessuno. Il negoziato sul nucleare salta su un’asimmetria di richieste che chiunque abbia mai contrattato un caffè avrebbe riconosciuto come irricevibile. Il Papa viene attaccato dal vicepresidente per aver osato pronunciare la parola pace. Tutto questo, nello stesso giorno. Tutto questo, in nome della stessa narrazione di forza.

Il problema, per Trump e per i suoi consiglieri, è che ognuno di questi episodi parla a un pubblico diverso. La petroliera cinese parla al Sud globale, e gli dice: si può disobbedire, e nulla accade. Le navi della Hapag-Lloyd parlano agli europei, e gli dicono: il vostro alleato non è in grado di proteggervi. Il rifiuto del compromesso sull’uranio parla agli iraniani moderati, e li convince che ogni dialogo con Washington è inutile. L’attacco al Papa parla ai cattolici di tutto il mondo, e li mette in posizione di sospetto verso la Casa Bianca. Quattro pubblici diversi, quattro messaggi sbagliati, quattro alienazioni in un giorno. Si chiama isolamento autoinflitto, ed è una specialità degli imperi che hanno smesso di leggere la realtà.

L’Italia, l’Europa, il silenzio
E il nostro paese, in questo scenario? Il governo italiano tace, come da copione. Bruxelles produce comunicati che potrebbero essere stati scritti due decenni fa. Le navi tedesche restano bloccate, le bollette del gas salgono di nuovo, le imprese energivore di Friuli, Veneto e Lombardia tornano a misurare i costi orari della guerra altrui. Eppure, sui media di sistema, dell’attraversamento di Hormuz da parte della petroliera cinese si parla pochissimo, della proposta di Xi nemmeno, dell’attacco di Vance al Vaticano si dà notizia in cronaca senza analizzarne le implicazioni. È la sindrome di chi, per non vedere il proprio fallimento, smette di guardare la realtà.

Eppure la realtà, ostinata, continua a parlare. Una petroliera cinese che taglia lo Stretto di Hormuz a otto nodi è una pagina di storia, anche se nessun telegiornale la racconta come tale. Un piano di pace in quattro punti presentato da Pechino ai principi del Golfo è una rivoluzione diplomatica, anche se i nostri commentatori lo liquidano come folklore orientale. Un Papa attaccato dal vicepresidente americano è uno scossone che dovrebbe interrogare ogni cattolico italiano, e non solo. Tutto questo accade adesso, nelle stesse ore in cui scriviamo. La storia, come sempre, non chiede il permesso prima di passare.

Scenari: il negoziato impossibile e l’equilibrio nuovo
Cosa ci attende nei prossimi giorni? Probabilmente un secondo round di colloqui a Islamabad, sempre che l’orgoglio di Trump glielo conceda. Probabilmente nuove pressioni cinesi, sempre più sicure perché ogni gesto americano le rende più legittime. Probabilmente nuovi tentativi del Vaticano di tessere fili di dialogo, ai quali la Casa Bianca risponderà con nuovi sgarbi. E sullo sfondo, quel filo di petroliere e cargo che continuerà ad attraversare lo Stretto sotto bandiere diverse, quasi tutte non occidentali, perché il commercio mondiale non si ferma per i tweet di un presidente nervoso. Si fermano, semmai, le navi degli alleati.

L’equilibrio che si sta delineando non è quello della vittoria di Teheran o della sconfitta di Washington, ma qualcosa di più strutturale: un Medio Oriente in cui il gendarme americano non è più riconosciuto come tale dagli stessi attori che pretende di disciplinare. Quando la Cina presenta piani di pace, l’Iran detta condizioni, il Pakistan ospita i negoziati e il Vaticano denuncia la guerra, è chiaro che lo schema unipolare degli ultimi trent’anni è entrato in agonia. Non è una buona notizia in sé, perché ogni transizione è instabile e pericolosa. Ma fingere che non stia accadendo è la peggiore delle strategie possibili. È quella, ostinata, che il nostro paese e i nostri alleati continuano a praticare.

Forse dovremmo cominciare ad ammettere, almeno tra noi, che la petroliera Rich Starry — partita ieri da Sharjah, in transito oggi verso il Golfo dell’Oman — è il simbolo più eloquente di questa nuova fase. Una nave qualsiasi, di proprietà cinese, sotto bandiera africana, carica di petrolio, che fa quello che Washington le ha proibito di fare. E nessuno, nel raggio di mille miglia, si azzarda davvero a fermarla. Quando un impero deve scegliere se affondare una petroliera cinese o ingoiare l’umiliazione, e sceglie l’umiliazione, è perché ha già capito qualcosa che ai suoi cittadini non ha ancora avuto il coraggio di dire. La storia, intanto, scrive le sue pagine al ritmo lento delle navi cargo. Otto nodi alla volta.

Fonti
— Reuters, U.S. and Iran negotiating teams may return to Islamabad this week, dispacci 14 aprile 2026.
— The New York Times, Trump rejects Iran’s five-year uranium enrichment freeze offer, 14 aprile 2026.
— Xinhua News Agency, Xi Jinping presents four-point Middle East peace proposal, Pechino, 14 aprile 2026.
— BBC News, Hapag-Lloyd: six ships stranded near Strait of Hormuz, intervista al portavoce Nils Haupt.
— MarineTraffic, dati di tracciamento navale petroliera Rich Starry, 13–14 aprile 2026.
— Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, briefing del portavoce Guo Jiakun.
— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints — Strait of Hormuz.
— International Crisis Group, Iran-U.S. brinkmanship in the Persian Gulf, briefing aprile 2026.
— Sala Stampa della Santa Sede, dichiarazioni di Papa Leone sulla crisi mediorientale.
— Atlantic Council e ECFR, analisi sull’isolamento diplomatico americano nel Golfo.

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.

Fonti

— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.

— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.

— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.

— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.

— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.

— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.

— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.

— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.

— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.

L’Iran, Trump e la guerra come terapia del capitale

Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.

L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 

Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 

Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 

Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 

Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 

Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 

Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 

Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 

E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 

La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 

Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.

A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.

Fonti essenziali

Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 

Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 

Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 

Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 

Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 

Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.

IL RUGGITO DEL LEONE SUI CIELI DI TEHERAN

Washington e Tel Aviv scatenano la guerra: l’imperialismo colpisce ancora l’Iran

Si chiamava “diplomazia”. Si chiamava “negoziato di buona fede”. Si chiamava “ultima possibilità”. Fino a quarantotto ore fa, a Ginevra, le delegazioni di Washington e Teheran erano ancora sedute attorno a un tavolo per discutere del programma nucleare iraniano. Oggi, 28 febbraio 2026, quei tavoli sono stati rovesciati. Al loro posto, le bombe. L’Operazione “Ruggito del Leone” — denominata “Epic Fury” dal Pentagono — è esplosa all’alba, via aria e via mare, trasformando i cieli della Repubblica Islamica in un teatro di fuoco e macerie.

Il Medio Oriente non ha mai conosciuto, nella sua storia recente, un’aggressione di questa portata: un attacco congiunto, pianificato per mesi negli stati maggiori di Tel Aviv e Washington, contro uno Stato sovrano che, malgrado tutto, aveva scelto la via del confronto diplomatico. La “pace” di Trump si è rivelata, ancora una volta, la foglia di fico di una guerra già scritta.

L’alba dell’aggressione: fuoco su Teheran e le altre città

Nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, esplosioni hanno squarciato i cieli di Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Colonne di fumo nero si sono levate nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei — assente dalla capitale, trasferito in un luogo sicuro e non rintracciabile — e del palazzo presidenziale. Missili hanno colpito la base aerea di Mehrabad, la sede del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, il palazzo della Corte Suprema e l’area di Qom. Almeno trenta esplosioni registrate in quattro città in quella che fonti israeliane definiscono, con algida eufemistica precisione, un’operazione “altamente selettiva” che avrebbe mirato ai “vertici politici, militari e religiosi del Paese”. Decine i morti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse alcune figure chiave del comando.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto Israele”, presentando l’aggressione come un “attacco preventivo per rimuovere le minacce nei confronti dello Stato”. Donald Trump, dal suo social Truth, ha scandito con toni da crociata: “L’Iran non avrà mai il nucleare. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo le strutture di produzione di armamenti. Abbiamo cercato di fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alle loro ambizioni nucleari.” Poi, rivolgendosi ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un ultimatum da imperatore romano, non da presidente di una democrazia che si proclama difensore della libertà dei popoli.

Netanyahu, in un videomessaggio alla nazione, ha evocato la “minaccia esistenziale” rappresentata dal regime di Teheran e ha invitato i popoli dell’Iran — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — a “liberarsi dal giogo della tirannia”. Il copione è quello già collaudato, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Siria: si bombarda un Paese e si dice di farlo per liberarne il popolo.

Una guerra pianificata, non improvvisata

Non si tratta di una reazione d’impulso. L’Operazione “Ruggito del Leone” è il risultato di mesi di coordinamento tra i comandi militari israeliani e americani. La data dei raid era stata stabilita settimane prima che i diplomatici si sedessero a Ginevra. Mentre le delegazioni negoziavano, i generali tracciavano gli obiettivi sulle mappe. Gli Stati Uniti avevano già radunato nella regione una vasta flotta di aerei da combattimento e navi da guerra, ufficialmente per “fare pressione” su Teheran affinché raggiungesse un accordo sul suo programma nucleare. Era, nei fatti, la preparazione logistica dell’attacco.

Secondo il New York Times, che cita funzionari americani, l’operazione di oggi è “molto più estesa” rispetto ai raid del giugno scorso contro i siti nucleari: stavolta nel mirino c’è l’intero apparato di potere iraniano, compresa l’eliminazione fisica dei circa 2.000 missili balistici che Teheran avrebbe dislocato in tutto il territorio nazionale. L’operazione durerà “diversi giorni, e anche di più, se necessario”, hanno confermato fonti israeliane alla CNN.

La risposta di Teheran: il fuoco si allarga al Golfo

L’Iran non è rimasto in silenzio. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato “la prima estesa ondata di attacchi con missili e droni” contro Israele. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e nell’area di Haifa, nel nord del Paese. La risposta iraniana ha però aperto un secondo fronte: le basi militari americane disseminate nel Golfo Persico sono diventate bersagli diretti. Missili dei Pasdaran hanno preso di mira la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, le installazioni americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Qatar ed Emirati avrebbero per il momento respinto gli attacchi con missili intercettori, mentre la situazione in Kuwait rimane incerta.

In Iraq, un raid ha colpito la base di Jurf al-Sakher, nel sud del Paese, dove operano le milizie di Kataeb Hezbollah: almeno due morti secondo fonti delle Forze di mobilitazione popolare. Gli Houthi dello Yemen, fedeli all’asse di Teheran, hanno intanto annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso, riaprendo la crisi delle rotte marittime internazionali.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato che gli attacchi hanno violato “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese, comprese le infrastrutture difensive e le località non militari in varie città”. Teheran definisce l’operazione “una chiara violazione della pace e della sicurezza internazionali”, invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa e avverte: la risposta “sarà schiacciante”.

I negoziati come operazione di copertura

La dimensione più ipocrita di quanto accade risiede nel cinismo con cui la diplomazia è stata usata come schermo. Israele aveva insistito che qualsiasi accordo con l’Iran dovesse includere non solo la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, ma lo smantellamento totale dell’intera infrastruttura nucleare, nonché restrizioni al programma missilistico. L’Iran aveva dichiarato disponibilità a limitare il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma aveva nettamente escluso di collegare alla questione i propri missili — strumento di deterrenza considerato irrinunciabile per la propria sovranità. Quando il confronto diplomatico non produce la resa totale, la risposta di Washington e Tel Aviv è sempre la stessa: le bombe.

Dmitry Medvedev, con la franchezza amara di chi osserva da Mosca, ha scritto su Telegram: “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano un’operazione di copertura, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico.” E ha aggiunto, evocando la profondità abissale del confronto storico: “Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni.” Una prospettiva che, al netto delle evidenti contraddizioni della posizione russa, coglie una verità strutturale.

Radici profonde: quarantasette anni di guerra non dichiarata

Quello che accade oggi non è comprensibile senza conoscere la storia dei decenni precedenti. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi che tenne gli Usa in scacco per 444 giorni, il rapporto tra Washington, Tel Aviv e Teheran è stato una guerra non dichiarata, combattuta con spie, virus informatici, scienziati assassinati e sanzioni economiche devastanti.

Il virus Stuxnet, creato congiuntamente da Usa e Israele, sabotò le centrifughe di Natanz nel 2010. Nel novembre 2020, lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh fu assassinato con una mitragliatrice telecomandata da remoto: omicidio mirato di Stato, attribuito al Mossad. Il JCPOA del 2015, l’accordo nucleare multilaterale che aveva aperto uno spiraglio di normalizzazione, fu fatto a pezzi nel 2018 dal primo Trump con un ritiro unilaterale che non aveva alcuna giustificazione tecnica nei comportamenti iraniani. Da allora, la spirale di provocazioni e rappresaglie si è avvitata inesorabilmente verso il precipizio odierno: il consolato di Damasco colpito nell’aprile 2024, la morte di Haniyeh a Teheran nel luglio successivo, quella di Nasrallah a settembre, il primo attacco diretto iraniano su Israele nell’ottobre 2024, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — e infine il cessate il fuoco, fragile e violato quasi immediatamente, che non era che una tregua armata in attesa del round successivo. Quel round è oggi.

L’Italia vassalla: informata a cose fatte

Roma ha convocato riunioni d’emergenza. Giorgia Meloni ha presieduto una cellula di crisi con il ministro degli Esteri Tajani, il vicepremier Salvini e il ministro della Difesa Crosetto, oltre ai vertici dell’Intelligence. Il risultato? Tajani ha annunciato di essere “pronto all’evacuazione degli italiani” rimasti in Iran — perlopiù connazionali sposati con cittadini iraniani, dopo che turisti e lavoratori avevano già lasciato il Paese su invito del governo nelle settimane precedenti. Salvini, raggiunto dai giornalisti a un gazebo della Lega a Milano, ha ammesso senza imbarazzo: “A quanto mi risulta siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.”

L’Italia, Paese membro della NATO e alleato strategico degli Stati Uniti, non è stata nemmeno consultata prima che si scatenasse una guerra capace di incendiare l’intera regione. A Roma, nel frattempo, è stata innalzata sin dalle prime ore del mattino l’attenzione su obiettivi sensibili: sedi di ambasciate e il Ghetto ebraico, nel timore di ritorsioni o attentati. Palazzo Chigi ha prodotto una nota di “vicinanza alla popolazione civile iraniana”. Un atto di pietas verbale, mentre le bombe cadono.

Verso l’incendio globale

Il Medio Oriente brucia. Dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — conclusasi con un cessate il fuoco che Trump aveva proclamato “pienamente concordato” e che Netanyahu aveva celebrato come il raggiungimento di “tutti gli obiettivi”, ma che si era già incrinato nel giro di un’ora dal suo annuncio — la tregua non era altro che una pausa per ricaricare le armi e ridisegnare i piani di attacco. Oggi l’Operazione “Ruggito del Leone” non è un raid chirurgico: è un’offensiva totale contro uno Stato sovrano, con un fronte che si estende dal Mar Rosso al Golfo Persico, da Baghdad a Gerusalemme, dal Libano fino alle rotte commerciali dell’Indo-Pacifico.

Il figlio dello scà Reza Pahlavi ha salutato gli attacchi dichiarando che “la vittoria finale è vicina”. È la cifra ideologica dell’operazione: non solo la distruzione del programma nucleare iraniano, ma il tentativo di determinare un cambio di regime, di rovesciare dall’esterno e con la forza militare un governo che, per quanto autoritario e repressivo, è l’espressione di una sovranità nazionale che nessun bombardiere ha il diritto di cancellare.

Il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza: tutto tace o è paralizzato. Il mondo guarda. E mentre i missili solcano i cieli di Teheran e le sirene suonano a Gerusalemme, la Grande Guerra del Medio Oriente — quella che molti avevano temuto e che troppi avevano contribuito a preparare con decenni di sopraffazioni, sanzioni collettive, assassinii di Stato e doppi standard — sembra aver trovato il suo atto inaugurale.

Ma la storia — quella lunga, quella che si misura in millenni e non in mandati presidenziali — insegna che nessun “Ruggito del Leone” dura per sempre. L’impero persiano ha tremila anni. Non è il primo a sentirlo, quel ruggito. E non è mai stato l’ultimo a restare in piedi.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

72 minuti di potere fuori controllo: quando l’impero si mette a bluffare in diretta

C’è una cosa che dovrebbe spaventarci più di ogni singola frase sbagliata, più di ogni gaffe geografica, più di ogni numero inventato: il fatto che oggi la nazione più armata del pianeta sia guidata da un uomo che trasforma la politica mondiale in un flusso di coscienza, in uno show aggressivo, in una raffica di minacce e millanterie.

E la parte più inquietante non è nemmeno lui. È il “noi” che lo rende possibile. Perché se oggi sta lì, non è un incidente di percorso: è il prodotto di una società che ha normalizzato il narcisismo come leadership, la menzogna come stile comunicativo, la violenza come diplomazia, l’arroganza come destino manifesto.

Qui non siamo davanti a un semplice politico rozzo. Siamo davanti alla forma perfetta del capitalismo terminale: un potere che, sentendo di perdere presa sul mondo, alza il volume, stringe i pugni e si crede onnipotente. È l’impero che non sa più convincere e allora intimidisce. Che non sa più guidare e allora ricatta. Che non sa più governare e allora umilia. E lo fa in diretta.

A Davos, nel 2026, è andato in scena questo: 72 minuti in cui il Presidente degli Stati Uniti ha parlato come se la realtà fosse un optional. Non lo dico per insultare: lo dico perché è così che funziona oggi il comando. Non serve più essere credibili. Serve essere dominanti. Serve occupare l’aria, saturare lo spazio, ipnotizzare l’attenzione, far sentire tutti più piccoli.

Dentro quei 72 minuti c’è un catalogo del nuovo autoritarismo occidentale: la confusione elevata a comando, la bugia elevata a metodo, la minaccia elevata a geopolitica.

Basta prendere alcuni passaggi, quelli più simbolici.

I) La Groenlandia scambiata, ripetutamente, con l’Islanda, mentre si parla di “comprarla”. Non è solo una figuraccia: è la fotografia di un potere che tratta i popoli come oggetti, e i territori come merce.

II) La Danimarca, alleato NATO, trattata come un vassallo: “Potete dire sì e vi apprezzeremo. Potete dire no e ce lo ricorderemo.” Questa non è diplomazia: è estorsione da superpotenza.

III) La riscrittura della storia: “Abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale”. Peccato che gli Stati Uniti non abbiano mai “posseduto” la Groenlandia. E quando la storia non torna, pazienza: si inventa.

IV) La NATO “pagata al 100% dagli Stati Uniti”. Ed è falso. Ma la verità, in questa fase, non è più un vincolo. È un intralcio.

V) La Cina “senza pale eoliche”, detta con la supponenza di chi crede che il mondo sia ignorante come lo spettatore medio di una propaganda a reti unificate. Peccato che la Cina sia leader mondiale nell’eolico da anni.

VI) Il Venezuela raccontato come terra promessa per “tutte le grandi compagnie petrolifere”, mentre i fatti raccontano esattamente il contrario. Ma la politica, qui, non è più governo: è vanteria. È marketing di potenza.

VII) L’inflazione “praticamente non esiste”. Anche quando i dati dicono altro. Anche quando il portafoglio della gente sente altro. Ma se controlli il racconto, speri di controllare pure la rabbia.

Questo, messo insieme, non è folklore. È una tecnica di potere.

Ed è qui che entra in gioco la parola che tanti usano come se fosse una leggenda urbana e invece descrive un blocco materiale di interessi: Deep State. Solo che non possiamo ridurlo a una cosa sola, perché oggi non è più una stanza buia: è un sistema.

Non è soltanto fossile e petrolio, anche se il fossile rimane uno dei cuori neri della macchina. È anche finanziario e bancario, è Wall Street, è l’ossessione per la rendita, è il culto della speculazione che governa l’economia reale come fosse una colonia. È la finanza che decide guerre e ricostruzioni, sanzioni e “aiuti”, rialzi dei prezzi e impoverimenti programmati, e poi pretende pure l’applauso perché si presenta come “razionale”.

È anche apparato militare-industriale: fabbriche, commesse, contratti, lobby, think tank, consulenze, università catturate e trasformate in officine di giustificazione. La guerra come economia. Il conflitto come bilancio. La paura come investimento.

È anche intelligence e organismi governativi, perché la CIA e l’universo delle agenzie non sono un capitolo chiuso dei manuali di storia: sono parte di una strategia. Interventi, destabilizzazioni, colpi di mano, guerre segrete, operazioni “coperte” che poi diventano tragedie “spontanee” raccontate dai media come fatalità. E intanto la democrazia viene trattata come una scenografia: si sposta, si regola, si compra, si spegne.

E sì, dentro questo sistema ci sta anche il narcotraffico globale, non come fantasia complottista, ma come parte di quell’economia sporca che attraversa la finanza, ricicla, compra pezzi di mondo, sporca istituzioni, fa saltare paesi, corrompe apparati, alimenta milizie, si integra nei circuiti del potere. Perché quando hai un impero che vive di dominio, non ti fai scrupoli sul denaro: lo fai girare, lo ripulisci, lo reinvesti. E poi fai la morale agli altri.

Ecco perché la definizione più onesta, oggi, è una sola: sistema mafioso.

Non “mafioso” come insulto generico, ma nel senso tecnico e politico di un blocco che funziona con regole mafiose: lealtà interna, ricatto esterno, controllo dei flussi di denaro, disciplinamento dei dissidenti, violenza selettiva, propaganda costante, impunità come norma. Un sistema che decide chi conta e chi no, chi vive e chi muore, chi è “alleato” e chi diventa “nemico” nel giro di un tweet.

La cosa più oscena è che adesso quel sistema non si vergogna più. Sta svelando le sue carte senza pudore. Non ha più bisogno di essere elegante. Ha capito che le popolazioni sono disinnescate.

E qui arriviamo al punto vero, quello che ci riguarda tutti.

Le società occidentali, e non solo, sono state rese inermi. Non perché siano stupide. Ma perché sono state spezzate.

Frammentate. Annichilite. Ipnotizzate. Frastagliate. Ognuno chiuso nella propria gabbia emotiva, nel proprio schermo, nel proprio piccolo panico quotidiano, mentre sopra la testa passano decisioni enormi come meteoriti.

Ci hanno tolto la lingua comune. Ci hanno tolto il tempo della comprensione. Ci hanno tolto persino la capacità di indignarci a lungo. Un’ora di scandalo, due giorni di rumore, poi si passa oltre. È ipnosi di massa: la coscienza viene addormentata non con una sola menzogna, ma con mille micro-bugie, mille distrazioni, mille shock consecutivi. Così nessuno riesce a tenere il filo. E senza filo, non c’è reazione.

Per questo un discorso di 72 minuti, che in passato avrebbe chiuso carriere e aperto impeachment, oggi viene digerito come se fosse metodo. Si ride, si commenta, si scrolla, si cambia video. E intanto quel potere resta lì, armato, arrogante, pericoloso.

E attenzione: qui non è questione di destra o sinistra americana, come se bastasse cambiare colore per cambiare sistema. Il problema è la struttura: un impero costruito su basi militari, dollaro, sanzioni, operazioni clandestine, guerre per procura, propaganda. Poi certo, qualcuno lo interpreta in modo più “educato” e qualcuno in modo più brutale. Ma la traiettoria è la stessa.

Solo che oggi la brutalità è diventata linea politica dichiarata.

E il popolo che lo sostiene, in parte, è vittima. Ma in parte è anche complice. Perché quando accetti che un capo ti parli come un padrone, quando godi nel vedere l’umiliazione dell’altro, quando scambi l’arroganza per forza, allora non stai votando un programma: stai votando una patologia collettiva. Una cultura della sopraffazione. Un’identità costruita sull’idea che esistono popoli di serie A e popoli da comprare, punire o colonizzare.

È un virus, sì. E sta contagiando pure l’Europa.

Perché l’Europa, che dovrebbe essere un argine civile, sta diventando una provincia impaurita dell’impero: spende di più in armi, obbedisce di più, tace di più. E quando vede la follia in diretta, abbassa lo sguardo. Si aggrappa al “realismo”. Che poi è solo codardia mascherata.

Io invece questa cosa la dico chiara: qui non siamo di fronte a un leader “pittoresco”. Siamo di fronte a un rischio concreto per la pace mondiale. Perché quando metti il mondo nelle mani di un uomo che tratta la politica come un ring, il risultato è uno solo: escalation, ricatto, instabilità.

E allora sì, questa roba deve far paura. Ma non deve paralizzarci. Deve svegliarci.

Perché il capitalismo non “finirà” come un palazzo che crolla da solo. Finirà provando a trascinarsi dietro tutto: vite, diritti, ambiente, verità. È il paradosso del predatore: quando sente di avere fame, non diventa più saggio. Diventa più feroce.

E noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo fare l’unica cosa che questo sistema teme davvero: ricostruire coscienza collettiva. Riprenderci la politica. Rimettere al centro la dignità umana. Dire no alla guerra come business. Dire no alle menzogne come metodo. Dire no a questa forma di potere che non governa: devasta.

Settantadue minuti, a Davos, sono bastati per vedere tutto.

E se il mondo resta in silenzio, allora non è solo colpa di chi delira. È colpa di chi lo lascia fare.

Fonti essenziali
World Economic Forum, trascrizione del discorso di Trump a Davos 2026
Fact-check e ricostruzioni su Groenlandia, Danimarca, NATO e dichiarazioni economiche (Reuters, Associated Press, NATO, BLS)
Eisenhower, Farewell Address (17 gennaio 1961), avvertimento sul complesso militare-industriale

Il rial che brucia e l’assedio che uccide

Iran, sanzioni e guerra ibrida: quando la “democrazia” diventa il pretesto del dominio

C’è una parola che l’Occidente usa come una chiave universale, buona per tutte le serrature: “regime”. La pronuncia, e la realtà diventa semplice. Diventa un film morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. E tutto ciò che accade dopo, ogni fame, ogni crisi, ogni piazza insanguinata, diventa automaticamente colpa di chi sta dentro quella parola.

Eppure l’Iran di oggi, se lo si guarda senza le lenti ideologiche prefabbricate, è qualcosa di più complesso e, soprattutto, più inquietante. Perché l’Iran non è soltanto un Paese con un potere interno duro, autoritario, teocratico, spesso repressivo. L’Iran è anche un Paese sottoposto da decenni a un assedio economico e finanziario che non è più “pressione diplomatica”: è una guerra. Una guerra che non si dichiara, non si vota nei parlamenti con la stessa gravità delle invasioni, non porta bare di soldati occidentali. Ma porta comunque vittime. Solo che le vittime sono quasi sempre dall’altra parte dello schermo.

Io non difendo la teocrazia iraniana, né la idealizzo. Ma non accetto la narrazione truccata che assolve a priori chi strangola un popolo e poi lo rimprovera perché, a un certo punto, quel popolo si ribella.

E per capire davvero cosa sta accadendo oggi, bisogna partire da lontano. Da un anno che, per l’Iran, non è solo storia. È memoria politica. È ferita nazionale. È la radice di una sfiducia che, da allora, non si è più spenta.

1953: il peccato originale dell’ordine occidentale in Iran

Nel 1951, Mohammad Mossadegh (Mossadeq) diventa primo ministro e compie un atto che, in un Paese sovrano, dovrebbe essere normale: decide di nazionalizzare il petrolio. Non per capriccio ideologico, ma perché l’Anglo-Iranian Oil Company era il simbolo di un rapporto coloniale mascherato da contratto. L’Iran, pur essendo il Paese produttore, non vedeva davvero i conti, non decideva, non comandava. In pratica: possedeva il sottosuolo, ma non possedeva la propria ricchezza.

Quel gesto, a Londra e Washington, non viene letto come un atto di sovranità economica, ma come una minaccia strategica. E la reazione è quella che l’Occidente “non ricorda mai” quando parla di democrazia: l’intervento.

Agosto 1953: Mossadegh viene rovesciato. Il golpe è finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, nell’ambito di quella che è passata alla storia come Operation Ajax. Non è un’opinione, è una pagina documentata. Perfino enciclopedie generaliste e fonti storiche mainstream lo riportano senza ambiguità: la democrazia iraniana viene spezzata e lo Shah torna al centro del potere.

Qui si forma la prima lezione, quella che molti analisti occidentali fingono di non capire: per l’Iran moderno, l’Occidente non è stato il garante della libertà. È stato il regista della rottura. La “democrazia” è stata sacrificata in nome del petrolio e della stabilità strategica. E quando una nazione vive un trauma così, non lo archivia. Lo incorpora.

Da quel momento, la monarchia si rafforza, le opposizioni vengono schiacciate, e la storia accelera verso il 1979: la rivoluzione islamica non nasce nel vuoto, nasce anche da questa frattura. Perché quando spegni con la forza una democrazia imperfetta, lasci campo a ciò che viene dopo. E spesso ciò che viene dopo è più duro, più radicale, più impermeabile.

Non è “colpa dell’Occidente” se l’Iran è diventato una teocrazia. Ma è un fatto che l’Occidente ha contribuito a creare il terreno che ha reso possibile l’esplosione.

E questo pesa ancora oggi, quando si pretende che Teheran “si fidi” di Washington e Bruxelles.

Dalla sovranità economica al sospetto permanente

Dopo il 1953, l’Iran impara un linguaggio geopolitico brutale: chi possiede la ricchezza può non possedere la libertà di gestirla. Il petrolio diventa una maledizione e una calamita. Attira alleanze, ma anche manovre. Attira modernizzazione, ma anche dipendenza.

Ecco perché, quando oggi si parla dell’Iran come se fosse “solo un problema interno”, si sta mentendo per omissione. L’Iran è un Paese che, nel secondo dopoguerra, è stato trattato come una pedina. E le pedine, quando provano a diventare giocatori, vengono riportate al loro posto.

Questa è la cornice storica senza la quale l’attualità non si capisce.

La moneta che muore, la vita che si restringe

Arriviamo all’oggi. O meglio: all’ultima fiammata di una crisi lunga.

Ci sono crisi economiche che nascono dal basso: corruzione, inefficienze, disuguaglianze, apparati di potere che drenano risorse. E l’Iran ne ha, eccome. Ma ci sono anche crisi che vengono alimentate, trasformate in detonatori. Perché il collasso economico è una leva politica perfetta: non ha il rumore delle bombe, ma produce panico, instabilità e impoverimento di massa.

Quando a fine dicembre 2025 il rial tocca livelli catastrofici, fino a oscillare attorno a 1,4 milioni per un dollaro sul mercato informale, quel numero non è una curiosità statistica. È un referto. È la fotografia di una società che vede evaporare risparmi, stipendi, futuro.

E quando il 28 dicembre 2025 le proteste ripartono dai commercianti e dai luoghi della vita reale, dai bazar, dai mercati, dalle serrande abbassate, il segnale è limpido: non è una scossa passeggera. È il punto in cui la gente non ce la fa più. Il Financial Times racconta la centralità simbolica del Grand Bazaar di Teheran e il passaggio dalla protesta economica al terremoto politico.

Da lì, la protesta dilaga. AP descrive una diffusione rapidissima, centinaia di località coinvolte, repressione, arresti e blackout comunicativi.

La domanda non è soltanto “perché protestano?”. La domanda è: perché protestano adesso, con questa intensità, dopo anni di sofferenza?

Perché l’economia è arrivata al limite. E quando una moneta muore, muore la normalità.

Le sanzioni come punizione collettiva travestita da virtù

La grande ipocrisia delle sanzioni è la loro presentazione morale. In Occidente vengono vendute come uno strumento “non violento”, chirurgico, elegante: colpi mirati contro i vertici del potere. Ma l’esperienza storica dice l’opposto.

Le sanzioni non colpiscono prima i potenti. Colpiscono prima la vita quotidiana. Colpiscono prezzi, salari, importazioni, filiere, cure, accesso alla normalità. Colpiscono la società civile molto più di quanto indeboliscano le élite, che spesso hanno vie di fuga, reti, canali, protezioni.

Il punto più crudele è che questo meccanismo è invisibile e quindi facilmente negabile: anche quando farmaci e beni umanitari sono formalmente esentati, nella pratica vengono bloccati da ciò che nessun comunicato può cancellare, la paura bancaria e finanziaria.

Human Rights Watch lo ha spiegato senza giri di parole: le sanzioni e soprattutto la minaccia delle “secondarie” generano un clima di terrore tra gli intermediari finanziari, così le transazioni lecite vengono congelate. E qui emergono casi che non sono dettagli: sono corpi, sono vite. Pazienti con epidermolisi bollosa che restano senza medicazioni essenziali. Bambini che soffrono perché ciò che sarebbe “esente” diventa “irraggiungibile”.

È la violenza moderna: non ti sparo addosso, ma ti rendo la salute una lotteria.

E quando qualcuno ripete “ma i medicinali sono esclusi dalle sanzioni”, sta dicendo una verità formale che, nella pratica, diventa una menzogna operativa.

Il JCPOA: la promessa tradita e il ritorno della gabbia

Chi parla dell’Iran senza citare il JCPOA racconta una storia tagliata a metà.

Nel 2015 viene firmato l’accordo sul nucleare, un patto imperfetto ma funzionale: limitazioni e controlli in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Poi arriva il 2018: gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo e ripristinano le sanzioni, inaugurando la stagione del “maximum pressure”. È un passaggio spartiacque che segna la politica iraniana interna e la percezione esterna: l’idea che ogni compromesso possa essere cancellato unilateralmente.

E quando un Paese riceve questo messaggio, la logica è semplice: se il patto vale finché conviene all’altra parte, allora il patto non è una garanzia, è una trappola.

Nel 2025, secondo analisi e ricostruzioni, la vicenda del JCPOA entra definitivamente nella sua fase terminale, con la reimposizione di sanzioni ONU tramite meccanismi di “snapback” e uno scenario di rottura sempre più completo.

E intanto la società paga.

La protesta e il sangue: quando la pressione diventa esplosione

Se strangoli un popolo abbastanza a lungo, quel popolo prima o poi scende in piazza. Non perché sia manovrato. Perché non respira.

Ma qui entra in gioco una verità che molti fingono di non conoscere: quando un Paese è strategico, ogni protesta diventa un terreno di guerra ibrida.

Questo non significa che le proteste siano finte. Sarebbe un insulto a chi rischia la vita. Significa che dentro il caos entrano sempre interessi, infiltrazioni, provocazioni, accelerazioni. Significa che il disordine viene usato. Che l’instabilità può diventare un obiettivo, non solo un effetto.

AP riporta un aumento drammatico del bilancio delle vittime secondo attivisti, con la protesta che si trasforma in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni per la Repubblica Islamica.

Non è necessario credere a ogni versione, né interna né esterna. Basta una constatazione: la catena causale è evidente.

I) strangolamento economico
II) collasso sociale
III) protesta
IV) repressione
V) sangue

E chi impone lo strangolamento non può fingersi estraneo al punto IV e V.

L’Iran come obiettivo strategico: nodo Russia-Cina e frattura del sistema mondiale

Chi riduce tutto al “programma nucleare” sta facendo finta di non capire. Il nucleare è una parte. Ma non è il cuore.

Il cuore è geopolitico. L’Iran è energia, corridoi, rotte, equilibrio regionale. È un alleato di un mondo che sta cercando di sfuggire alla disciplina occidentale: Cina e Russia, il multipolarismo, l’idea che esista un futuro fuori dal recinto del dollaro e delle sanzioni.

In questa cornice, le sanzioni non sono un messaggio etico. Sono un’arma di dominio. Uno strumento per rendere impraticabile l’autonomia. Una punizione esemplare rivolta anche agli altri: guardate cosa succede a chi prova a uscire dalla linea.

E infatti le pressioni non colpiscono solo Teheran, ma anche chi commercia con Teheran, in una logica extraterritoriale che ha sempre meno a che fare con la diplomazia e sempre più con il controllo delle catene globali.

Rising Lion e poi i bombardieri americani: quando l’assedio diventa anche profondità

Qui si arriva al punto che molti provano a minimizzare, perché rompe l’illusione dell’Occidente come “moderatore”.

Nel giugno 2025 lo scontro supera un confine. Prima gli attacchi israeliani, che aprono la fase militare dell’escalation. Poi il salto di livello: l’intervento diretto degli Stati Uniti.

Reuters racconta un’operazione militare statunitense che colpisce i principali siti nucleari iraniani, mentre altre fonti descrivono dettagli operativi e strategici dell’attacco. È in questo contesto che entra in gioco ciò che rende tutto più chiaro e più grave: l’uso dei bombardieri B-2 e delle bombe di profondità “bunker buster” GBU-57, strumenti progettati per colpire strutture fortificate sotterranee. Reuters parla di una missione impostata anche con inganno e decoy, mentre USNI News e altre ricostruzioni riportano la scala dell’impiego di questi ordigni.

Questo va detto senza ambiguità: non è stata “solo Israele”. A un certo punto sono entrati direttamente gli Stati Uniti, con il loro arsenale e la loro firma politica. Il che significa una sola cosa: la pressione economica non è separata dall’opzione militare. Fa parte dello stesso schema.

E in un Paese già strangolato finanziariamente, un attacco del genere non “corregge” nulla: radicalizza, irrigidisce, destabilizza. Trasforma l’economia in campo minato, la società in camera a pressione.

La salute come campo di battaglia: il corpo civile dentro la guerra economica

Quando un Paese viene colpito in questo modo, la guerra entra in ospedale. Non serve che sia dichiarata: basta che funzioni.

Human Rights Watch non parla di geopolitica astratta. Parla di effetti concreti: banche che non processano pagamenti per importare medicine e attrezzature, aziende che si ritirano per timore legale, forniture che spariscono. E nella loro analisi emerge un dettaglio rivelatore: l’“overcompliance” è un dispositivo di potere, perché crea un blocco sistemico anche dove le norme direbbero il contrario.

Questa è una forma di punizione collettiva legalizzata. E non serve essere “pro Iran” per chiamarla col suo nome.

Quante morti produce una sanzione?

È qui che il discorso diventa inevitabilmente morale.

Uno studio pubblicato su The Lancet Global Health ha cercato di stimare l’impatto delle sanzioni sulla mortalità, con risultati che nel dibattito internazionale hanno fatto rumore: le sanzioni, nel lungo periodo, producono un peso enorme in termini di morti, e colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili.

Questi studi non servono per fare propaganda. Servono per togliere alle sanzioni la loro maschera “pulita”. Servono per ricordare che quando blocchi l’economia reale, non stai facendo filosofia politica: stai toccando la speranza di vita.

Palestina, Iran e doppio standard: la morale come arma, non come principio

A questo punto resta una domanda che non si può evitare, se si vuole essere onesti: perché lo stesso Occidente che si erge a giudice morale tollera, copre e legittima ciò che fa Israele ai palestinesi, mentre altrove predica diritto e libertà?

La risposta è amara ma lineare: la morale viene spesso usata come arma. Si accende quando serve, si spegne quando disturba. Non è incoerenza accidentale: è logica di potere.

In Iran, la democrazia viene invocata come pretesto per strangolare.
In Palestina, i diritti vengono sospesi perché l’alleato non si tocca.
Nel Sud del mondo, la sovranità diventa colpa quando non coincide con gli interessi occidentali.

Il vero doppio standard non è l’errore: è il sistema.

Chiusura: il rial che brucia non è la causa, è il sintomo

Il rial che brucia non è il centro della storia. È la spia rossa sul cruscotto di un assedio.

Un popolo può essere oppresso dal proprio potere interno e, nello stesso tempo, schiacciato da una violenza esterna che si presenta come “necessaria” e “responsabile”. E quando quel popolo scende in strada, spesso lo fa con la disperazione di chi non ha più margini. Ma la disperazione non nasce solo nei palazzi del regime. Nasce anche nei palazzi di chi, da decenni, ha scelto la guerra economica come forma moderna della conquista.

Io non assolvo la teocrazia. Ma non assolvo nemmeno chi ha trasformato le sanzioni in una pedagogia della fame e la geopolitica in una macchina di collasso sociale.

La guerra è già qui. Solo che oggi non avanza sempre con i carri armati. Avanza col tasso di cambio, coi circuiti bancari, con l’assedio finanziario, e quando serve con le bombe di profondità. E quando l’economia diventa un’arma, la democrazia diventa spesso soltanto una parola d’accompagnamento, utile a rendere accettabile ciò che, in altre epoche, avremmo chiamato con il suo nome: dominio.

Fonti (siti di riferimento)

I) Financial Times – proteste partite dal Grand Bazaar di Teheran e contesto economico-sociale
II) Associated Press (AP News) – cronologia e diffusione delle proteste dicembre 2025-gennaio 2026
III) TIME – quadro generale della crisi e incertezza sulla conta delle vittime
IV) Encyclopaedia Britannica – golpe del 1953 e rimozione di Mossadegh con supporto USA-UK
V) History.com – ricostruzione divulgativa del golpe del 1953 e ruolo statunitense
VI) Human Rights Watch (HRW) – impatto delle sanzioni sulla sanità e caso epidermolisi bollosa
VII) The Lancet Global Health – studio sugli effetti delle sanzioni sulla mortalità
VIII) CEPR (Center for Economic and Policy Research) – sintesi e discussione pubblica dei risultati del lavoro su mortalità e sanzioni
IX) Reuters – operazione militare USA contro siti nucleari iraniani e dettagli sull’azione
X) USNI News – uso di ordigni GBU-57 e quadro operativo dello strike USA
XI) Al Jazeera – sintesi tecnica sugli strike USA e tipologia di munizionamento impiegato

Silenzio Armato: l’Italia nel mirino del conflitto USA-Iran tra basi NATO, caro-energia e fragilità politica

C’è un silenzio che pesa come piombo nei corridoi di Palazzo Chigi. Nessuna telefonata, nessuna richiesta formale, nessuna nota diplomatica è giunta finora da Washington. Eppure, quel silenzio inquieta più di mille parole. Perché l’Italia è lì, sospesa nel limbo tra alleanza e complicità, tra subalternità atlantica e resistenza formale. “Speriamo che non chiami”, sussurrano sottovoce nei palazzi del potere, alludendo a Donald Trump, regista dell’attacco unilaterale contro l’Iran. Se da Washington arrivasse la richiesta ufficiale di utilizzo delle basi militari italiane per sostenere la macchina bellica americana, per Giorgia Meloni e il suo governo si aprirebbe una voragine politica e istituzionale.

Un Paese informato a cose fatte

L’attacco missilistico americano all’Iran ha colto Roma di sorpresa. La premier Meloni, svegliata alle due di notte non da un alleato ma da canali militari interni, ha dovuto affrontare una crisi diplomatica e strategica con il peso aggiuntivo di un’umiliazione: nessun preavviso da parte della Casa Bianca. A essere informati sono stati, nell’ordine, Londra e Berlino. L’Italia no.

Questo schiaffo geopolitico ha confermato ciò che molti già sospettavano: la nostra nazione, pur ospitando alcune delle basi più strategiche degli Stati Uniti, è considerata un attore minore, facilmente sacrificabile, utile solo in funzione logistica. L’asse preferenziale è ormai altrove, e Meloni, che in questi anni ha costruito la sua legittimazione internazionale sul filo dell’atlantismo, si trova ora nella scomoda posizione di dover “dimostrare fedeltà” senza avere voce in capitolo.

Il nodo Sigonella e il rischio di un suicidio politico

Il nome che riecheggia nei briefing riservati è sempre lo stesso: Sigonella, crocevia storico delle operazioni NATO nel Mediterraneo. La base siciliana, insieme ad Aviano, Ghedi, Camp Darby e Vicenza, rappresenta un assetto cruciale per ogni possibile operazione logistica statunitense. Finora non è arrivata nessuna richiesta formale, ma il governo teme che possa accadere da un momento all’altro. E da Palazzo Chigi trapela una linea sottile quanto chiara: meglio così. Perché un’eventuale richiesta americana obbligherebbe Meloni a passare per il Parlamento. E lì, la maggioranza potrebbe vacillare.

Una parte di Forza Italia non accetterebbe di buon grado un coinvolgimento diretto. La Lega, già scossa da spinte sovraniste interne, cavalcherebbe l’onda del dissenso per ragioni di consenso elettorale. E l’opposizione, galvanizzata da mesi di mobilitazione sulla questione palestinese, sarebbe pronta ad accusare il governo di “servilismo atlantico”, con slogan già scritti: due pesi e due misure, l’Italia non è una portaerei USA, no alla guerra per procura.

Un voto in Aula, in questo contesto, rischierebbe di esplodere in una crisi politica. Lo sanno tutti, anche i ministri Crosetto e Tajani, che nelle ultime ore si affrettano a ribadire: “Nessuna richiesta. Nessuna comunicazione.” Ma il nervosismo è palpabile. È stato inviato un messaggio chiaro a Washington: l’Italia oggi non è in grado di reggere uno scontro di questo livello. Né militarmente, né politicamente, né economicamente.

Lo spettro del caro-energia e lo stretto di Hormuz

In parallelo, si apre un fronte economico che potrebbe mettere in ginocchio l’intero sistema Paese: lo stretto di Hormuz, arteria strategica da cui transita il 40% del greggio mondiale. Se Teheran dovesse effettivamente bloccarlo, come minaccia in risposta all’attacco, il prezzo del petrolio e del gas schizzerebbe alle stelle.

Le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti: boom dei costi energetici, nuova ondata inflattiva, crollo del potere d’acquisto, aumento dei costi di produzione, impennata della spesa pubblica per contenere gli effetti sociali. Tutto ciò mentre l’Europa si prepara a discutere nuove sanzioni e l’Italia tenta disperatamente di difendere le residue relazioni commerciali con l’Iran e, paradossalmente, anche con Israele.

Diplomazia tardiva e teatro dell’assurdo

Di fronte a questo scenario, Meloni prova una manovra d’equilibrismo: rilanciare il ruolo dell’Italia come possibile sede di un negoziato. Si propone un vertice a Roma tra USA, Israele e Iran, sul modello dei dialoghi a cinque avvenuti in passato. Una proposta che suona stonata dopo mesi di allineamento totale con Israele e NATO, durante i quali l’Italia ha votato contro ogni censura per le azioni a Gaza, ha evitato sanzioni economiche contro Tel Aviv e ha aumentato la spesa militare per dimostrarsi “partner affidabile”.

Oggi, questo stesso governo vorrebbe presentarsi come mediatore neutrale. Ma la credibilità è un capitale difficile da ricostruire, soprattutto quando si è già scelto da che parte stare. La diplomazia italiana appare come un teatro dell’assurdo, dove gli attori recitano copioni scritti altrove, sperando di salvarsi dai detriti della storia.

Il Quirinale: garante silente o ultima diga costituzionale?

In questo quadro inquietante, c’è un’istituzione che potrebbe fare la differenza: il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il capo delle Forze Armate, come stabilisce l’art. 87 della Costituzione. Ma la sua funzione non si limita a una carica simbolica: egli rappresenta l’unità nazionale e ha il dovere di verificare la legittimità costituzionale degli atti del governo, soprattutto quando in gioco vi è la sovranità del Paese e la pace internazionale.

Secondo l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, in un conflitto armato richiede l’autorizzazione del Parlamento, ma anche un vaglio del Quirinale. Se Meloni dovesse cedere, magari in silenzio, all’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti senza un chiaro mandato parlamentare, Mattarella avrebbe non solo il potere, ma il dovere morale e costituzionale di intervenire.

Fino ad oggi il Presidente ha mantenuto un profilo prudente, scambiando telefonate con la premier e aggiornandosi sulla situazione. Ma il tempo dei silenzi istituzionali potrebbe presto finire. In un contesto in cui si rischia di trascinare l’Italia in guerra per via amministrativa, senza un pronunciamento democratico, la voce del Quirinale è chiamata a rompere l’ambiguità, a ribadire che la sovranità popolare e la legalità costituzionale non sono negoziabili. In gioco non c’è solo l’equilibrio internazionale, ma la tenuta democratica della Repubblica.

L’Italia sulla soglia della guerra (senza aver deciso nulla)

L’Italia rischia di entrare in guerra senza nemmeno accorgersene. Non perché lo voglia, ma perché ha smesso da tempo di decidere. Le basi sul suo territorio sono strumenti di altri, i suoi voti nei consessi internazionali sono già assegnati, e le sue dichiarazioni ufficiali sembrano più formule di rito che scelte strategiche. La guerra, se verrà, passerà per i nostri cieli, i nostri porti e le nostre tasche.

E mentre Meloni aspetta che il telefono non squilli, e il Parlamento spera di non dover votare, toccherà forse al Quirinale ricordare a tutti che l’Italia è ancora una Repubblica sovrana e costituzionale. Se anche quel presidio dovesse venire meno, il silenzio dell’Italia non sarebbe solo assordante: diventerebbe complice.