L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

Categorie:

Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

L’Europa atlantista prepara la sua eutanasia

Il suicidio geopolitico degli orfani della NATO

C’è qualcosa di profondamente tragico nella scena europea contemporanea. Un continente che per decenni ha predicato democrazia, diritti sociali, cooperazione internazionale e welfare diffuso, oggi appare come un aristocratico decaduto che continua a lucidare le posate d’argento mentre il palazzo brucia. L’Europa ultra-atlantista sta vivendo una crisi storica che non riesce nemmeno più a nominare. E come accade spesso ai sistemi in declino, reagisce non correggendo i propri errori, ma radicalizzandoli.

Più riarmo. Più subordinazione geopolitica agli Stati Uniti. Più austerità sociale mascherata da “responsabilità”. Più propaganda sulla difesa dell’Occidente. Mentre le economie rallentano, le industrie chiudono, i salari perdono valore reale e il continente scivola verso una marginalità strategica sempre più evidente.

La verità è brutale: le classi dirigenti europee stanno preparando il suicidio geopolitico del continente con la stessa compostezza burocratica con cui Bruxelles approva una direttiva tecnica.

Il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025 ha rappresentato molto più di un semplice passaggio diplomatico. È stato il certificato politico della resa europea. I governi dell’Unione hanno accettato nuovi aumenti strutturali della spesa militare mentre interi settori produttivi soffocano sotto il peso dei costi energetici, della competizione asiatica e della stagnazione economica. La Germania, motore industriale europeo per oltre mezzo secolo, mostra ormai crepe profonde. La manifattura perde competitività, i colossi industriali delocalizzano, il modello export-oriented costruito sul gas russo a basso costo è imploso.

Eppure le élite europee continuano a comportarsi come sacerdoti di una religione geopolitica ormai scollegata dalla realtà materiale.

L’atlantismo europeo non è più una strategia. È diventato un riflesso condizionato. Un automatismo ideologico. Una forma di dipendenza psicopolitica.

Washington ha già ridefinito le proprie priorità. Gli Stati Uniti stanno spostando il baricentro strategico verso il Pacifico e il contenimento della Cina. L’Inflation Reduction Act ha apertamente drenato investimenti industriali europei verso il mercato americano. Il protezionismo tecnologico statunitense cresce. La supremazia energetica americana si rafforza proprio grazie alla crisi europea.

In altre parole: gli Stati Uniti stanno difendendo i propri interessi nazionali. L’Europa no.

Qui emerge il nodo storico più drammatico: il continente non possiede più una classe dirigente autonoma. Per decenni, il ceto politico europeo si è formato dentro una cultura della subordinazione strategica agli Stati Uniti. Dopo il 1989, con il crollo dell’URSS, le classi dirigenti occidentali hanno creduto di vivere la “fine della storia”. Hanno scambiato un equilibrio temporaneo per un dominio eterno.

L’espansione della NATO verso est, la penetrazione economica nello spazio post-sovietico, le guerre umanitarie, l’unilateralismo occidentale: tutto si fondava sull’idea che il mondo dovesse inevitabilmente ruotare attorno all’asse Washington-Bruxelles.

Ma la storia non è finita. È tornata violentemente.

La Russia, la Cina, i BRICS, il Golfo Persico, l’India, le nuove rotte energetiche e commerciali stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo multipolare non è più una teoria: è il nuovo scenario concreto dentro cui si combatte la guerra per il potere del XXI secolo.

E l’Europa vi entra nelle peggiori condizioni possibili: senza autonomia energetica, senza sovranità tecnologica, senza indipendenza militare e senza una politica estera realmente propria.

La guerra in Ucraina ha accelerato tutto questo. Non l’ha creato, ma lo ha reso irreversibile.

Per oltre tre anni, i governi europei hanno alimentato una narrativa binaria e moralistica del conflitto, cancellando ogni complessità geopolitica. Chiunque osasse discutere il ruolo dell’espansione NATO, il fallimento degli accordi di Minsk o le responsabilità occidentali nella destabilizzazione dell’area veniva immediatamente marchiato come “filo-russo”.

Ma la realtà economica non obbedisce alla propaganda.

Gli Stati Uniti hanno trasformato il conflitto in un gigantesco processo di rafforzamento della propria industria energetica e militare. L’Europa, invece, ha pagato il prezzo più alto in termini industriali e sociali. Il costo dell’energia è esploso. Le catene produttive si sono indebolite. Interi comparti strategici hanno perso competitività rispetto a Cina e USA.

Il paradosso storico è impressionante: nel tentativo di “difendere l’Europa”, le élite euro-atlantiste stanno smantellando le basi materiali della potenza europea.

E mentre il continente si impoverisce, cresce la militarizzazione.

La Germania annuncia piani di riarmo che fino a pochi anni fa sarebbero stati politicamente impensabili. La Polonia accelera la trasformazione in piattaforma militare avanzata dell’Alleanza Atlantica. I bilanci della difesa aumentano ovunque. Le industrie belliche prosperano. I servizi pubblici invece arretrano.

Sanità, scuola, welfare, diritti sociali: tutto viene progressivamente sacrificato sull’altare della sicurezza permanente.

È la logica storica dell’economia di guerra. Quando il capitalismo entra in crisi strutturale, il riarmo diventa contemporaneamente motore economico, strumento disciplinare e collante ideologico.

La paura diventa governo.

Ma esiste un altro elemento che sta distruggendo definitivamente la credibilità europea: Gaza.

La distruzione sistematica della Striscia ha mostrato al Sud globale ciò che molti sospettavano già da tempo: i diritti umani occidentali sono spesso selettivi. Valgono contro i nemici geopolitici, molto meno contro gli alleati strategici.

Per mesi, gran parte delle cancellerie europee ha reagito con un linguaggio burocratico anestetizzato davanti a decine di migliaia di morti civili palestinesi. “Moderazione”, “diritto alla difesa”, “preoccupazione”. Nessuna vera rottura diplomatica. Nessuna seria sanzione. Nessuna reale autonomia rispetto alle posizioni di Washington e Tel Aviv.

L’effetto geopolitico è devastante.

L’Europa ha perso credibilità morale presso gran parte del mondo arabo, africano e latinoamericano. La retorica universalista occidentale appare ormai, agli occhi di milioni di persone, come una maschera applicata agli interessi strategici dell’Occidente.

Ed è qui che il quadro si fa ancora più inquietante.

Le classi dirigenti europee sembrano incapaci persino di comprendere il proprio isolamento crescente. Continuano a parlare di “valori occidentali” mentre il mondo multipolare le percepisce sempre più come un’estensione geopolitica degli Stati Uniti.

Nel frattempo, le società europee si impoveriscono.

Il potere d’acquisto cala. Il lavoro si precarizza. I giovani emigrano o sopravvivono nella stagnazione salariale. L’ascensore sociale è fermo. La rabbia cresce. E dentro questo vuoto sociale avanzano nazionalismi tossici, destre identitarie e nuove forme di autoritarismo tecnocratico.

L’Italia rappresenta perfettamente questa decomposizione.

Il governo di Giorgia Meloni oscilla continuamente tra propaganda patriottica e fedeltà atlantica assoluta. Si evocano sovranità e identità nazionale mentre si accettano senza discussione le linee strategiche dettate dalla NATO e dai mercati finanziari. Intanto il paese continua a perdere peso industriale, produttività e capacità di investimento pubblico.

Nel cosiddetto “centro riformista”, figure come Carlo Calenda incarnano invece la nostalgia tecnocratica di un neoliberismo ormai screditato ma ancora potentissimo nei media e nelle élite economiche. È il culto della managerializzazione della politica: il paese ridotto a consiglio d’amministrazione, la società ridotta a variabile economica.

Ma il problema ormai supera i governi e i partiti. È una crisi di civiltà politica.

L’Europa non riesce più a immaginarsi fuori dalla subordinazione atlantica. Non concepisce una politica estera autonoma. Non riesce a costruire una mediazione geopolitica. Non sa dialogare con il mondo emergente se non attraverso il filtro strategico statunitense.

Ed è proprio questa incapacità che potrebbe trascinare il continente verso una lunga fase di declino strutturale.

La storia insegna che gli imperi raramente accettano pacificamente la perdita della centralità globale. Spesso reagiscono militarizzandosi, irrigidendosi ideologicamente e trasformando la paura del declino in aggressività geopolitica.

L’Europa di oggi sembra avviata lungo questa traiettoria.

Un continente che un tempo prometteva pace sociale e cooperazione internazionale rischia di trasformarsi in una gigantesca frontiera militarizzata dell’Occidente in crisi. Una piattaforma strategica armata, energeticamente fragile, industrialmente indebolita e politicamente subordinata.

Gli orfani della NATO continuano a stringere il legame atlantico come se fosse una garanzia di salvezza. Ma forse stanno stringendo semplicemente il cappio della propria irrilevanza storica.

E la tragedia più grande è che milioni di cittadini europei rischiano di pagare il prezzo di questa eutanasia geopolitica senza essere mai stati realmente consultati.

Fonti

NATO Summit Declarations 2025
Commissione Europea – dati energia e competitività industriale
Eurostat
UNCTAD
SIPRI Military Expenditure Database
Reuters
Financial Times
Le Monde Diplomatique
The Economist
Analisi geopolitiche BRICS e transizione multipolare
Rapporti Amnesty International e ONU sulla situazione a Gaza

L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

Quando nel 1989 il muro crollò, l’Alleanza Atlantica avrebbe dovuto seguirlo nella polvere della storia. Aveva esaurito la propria funzione. Il nemico era scomparso. Il Patto di Varsavia si dissolse formalmente nel luglio 1991. Ma la NATO no: sopravvisse, si allargò, si reinventò. Non più strumento difensivo, bensì mazza da baseball geopolitica al servizio degli interessi di Washington. Lo aveva previsto George Kennan, l’architetto stesso del contenimento antisovietico, che nel 1997 definì l’espansione della NATO verso est il più grave errore strategico americano dal dopoguerra. Nessuno lo ascoltò.

Da quel momento in poi, la lista dei nemici fabbricati ad hoc si allunga anno dopo anno con una regolarità implacabile: la Serbia di Milošević bombardata nel 1999 senza mandato ONU; l’Afghanistan invaso nel 2001 e abbandonato vent’anni dopo nel caos più totale; l’Iraq distrutto nel 2003 sulla base di menzogne sulle armi di distruzione di massa, menzogne poi conclamate; la Libia di Gheddafi rasa al suolo nel 2011, oggi Stato fallito e terra di traffici umani; la Siria destabilizzata per un decennio. E sempre, invariabilmente, la Russia: il nemico necessario, quello che giustifica bilanci militari miliardari e basi americane disseminate in mezzo mondo. Non erano più i nemici dell’Europa. Erano i nemici dell’America — o più spesso, semplicemente, gli ostacoli alle sue mire: Paesi sovrani che avevano il torto di dare noia a Washington e, non di rado, di possedere troppo gas e troppo petrolio.

L’eurosuicidio energetico e la trappola ucraina

Il conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, rappresenta il capolavoro dell’autolesionismo europeo orchestrato da Washington. La celebre intercettazione telefonica del 2014, in cui la sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland pronunciava il leggendario “Fuck the EU!” mentre decideva a tavolino il futuro governo ucraino, avrebbe dovuto far suonare ogni campanello d’allarme nelle capitali europee. Invece nulla. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra per procura che non era la sua, sanzionando il proprio principale fornitore energetico e tagliandosi le gambe con le proprie mani.

La distruzione dei gasdotti NordStream nel settembre 2022 — un atto di sabotaggio che in qualsiasi contesto storico precedente sarebbe stato considerato un casus belli — è passata nel silenzio più assordante. Nessuna commissione d’inchiesta europea degna di questo nome. L’Europa ha semplicemente accettato di perdere l’accesso al gas russo a buon mercato, quel gas che unito alla potenza industriale tedesca e al know-how tecnologico continentale stava costruendo una superpotenza economica eurasiatica insidiosissima per l’impero americano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il GNL americano — che ha rapidamente sostituito il gas russo via gasdotto — costa almeno il doppio rispetto al metano che arrivava dalla Russia, ma può arrivare a costare quattro o cinque volte tanto quando viene acquistato tramite intermediari sul mercato spot, come documentato dal Sole 24 Ore già nel 2022 e confermato dalle analisi del Fatto Quotidiano nel 2025. L’Italia, che oggi importa il 45 per cento del proprio GNL dagli Stati Uniti — diventati primo fornitore dal 2024 —, ha semplicemente sostituito la dipendenza dal gasdotto russo con la dipendenza dalle navi metaniere americane. Come ha sintetizzato il ricercatore Raffaele Piria dell’Ecologic Institute di Berlino, nel 2025 oltre il 59 per cento del GNL e oltre il 38 per cento del gas importati dall’UE provenivano da Paesi esterni al blocco, con gli Stati Uniti in posizione dominante.

Il prezzo di questa sostituzione non è solo economico: è strategico. Il gas via gasdotto garantiva stabilità, contratti pluriennali, prezzi agganciati a indici prevedibili. Il GNL naviga per il mondo inseguendo il prezzo più alto: le navi vanno dove conviene al venditore, non al compratore. L’Europa si trova a competere con l’Asia per ogni carico, con una volatilità che trasforma ogni crisi geopolitica in un’emorragia economica. Non a caso, a marzo 2026, con la guerra in Iran che ha reso la navigazione nel Canale di Suez un’impresa ad alto rischio, le importazioni europee di gas russo via gasdotto sono aumentate del 22 per cento: la matematica della sopravvivenza ha superato la morale della politica. Deindustrializzazione strisciante, competitività in caduta libera, inflazione da offerta che colpisce i redditi più bassi con una violenza senza precedenti: questo è il bilancio dell’eurosuicidio energetico.

La guerra all’Iran e il dissanguamento europeo

Ma non bastava l’Ucraina. Trump, quello che aveva promesso isolazionismo e “mai più guerre”, ha lanciato il 28 febbraio 2026, insieme a Israele, l’operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran — proprio mentre la diplomazia omanita stava ottenendo risultati concreti e Teheran si era dichiarata disponibile, tramite l’AIEA, a rinunciare all’uranio arricchito. Una guerra scatenata nel momento peggiore possibile, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 25 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20 per cento del GNL globale.

L’impatto sull’economia europea è devastante e i numeri parlano da soli. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha certificato che, in appena trenta giorni di conflitto, i prezzi del gas nell’Unione Europea sono aumentati del 70 per cento e quelli del petrolio del 60 per cento, generando un aggravio di 14 miliardi di euro sulla spesa energetica europea. Il Brent ha toccato i 108 dollari al barile, il prezzo del gas al TTF è aumentato di 26 euro per megawattora (più 81 per cento), quello dell’energia elettrica di 41 euro per megawattora (più 38 per cento). Secondo le stime della CGIA di Mestre, i rincari complessivi per l’Italia potrebbero raggiungere i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas. Facile.it ha calcolato un aumento medio di 630 euro all’anno per famiglia, portando la spesa energetica annua a quasi tremila euro, un incremento del 21,5 per cento rispetto alle previsioni pre-conflitto.

Il quadro macroeconomico è altrettanto cupo. La BCE ha rivisto al rialzo l’inflazione dell’Eurozona al 2,6 per cento e ridotto le aspettative di crescita del PIL allo 0,9 per cento. L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a più 2,9 per cento, cancellando la revisione al rialzo prevista lo scorso dicembre. L’Italia è fanalino di coda: il Centro Studi Confindustria prevede una crescita dello 0,5 per cento nel migliore degli scenari — guerra conclusa entro marzo —, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione al meno 0,7 per cento se si protrae per tutto l’anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme in un report firmato dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas: l’Italia e il Regno Unito sono i Paesi europei più esposti alla crisi, a causa della dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette dal nucleare e dalle rinnovabili. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo.

Gli analisti di JP Morgan hanno usato una metafora efficace: una “sacca d’aria” che si muove lungo i flussi di esportazione dal Golfo. Il petrolio che manca oggi non è ancora del tutto percepito, perché le navi partite prima della chiusura dello Stretto stanno ancora arrivando a destinazione. Ma dietro di loro non c’è nulla. Quando questa sacca d’aria raggiungerà l’Europa, previsto per metà aprile, la carenza fisica diventerà evidente e i prezzi potrebbero superare i massimi storici del 2008. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già coordinato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre, pari a 400 milioni di barili. Ma è un cerotto su un’emorragia. La Harvard Business Review lo ha scritto senza giri di parole: bisogna ricalcolare tutto, perché la velocità e l’intensità degli eventi hanno già invalidato ogni previsione precedente.

L’Europa tra Sigonella e la coscienza sporca

Di fronte a questa catastrofe, la reazione europea è stata schizofrenica. Da un lato, una dignità inattesa. La Spagna ha dichiarato il conflitto illegale e ha materialmente chiuso le basi ai velivoli americani, trasferendo quindici aerei statunitensi dalle basi di Morón de la Frontera e Rota in Francia e Germania. L’Italia, con il ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi che pianificavano uno scalo senza nemmeno chiedere l’autorizzazione al governo — un’arroganza che evoca la crisi di Sigonella del 1985, ai tempi di Craxi. La Polonia ha rifiutato di inviare i sistemi Patriot in Medio Oriente. Persino il Regno Unito di Starmer ha inizialmente rifiutato l’uso delle basi per operazioni offensive, giudicandole illegali.

Dall’altro lato, però, l’ipocrisia. Come ha denunciato Angelo Bonelli di Europa Verde, da Sigonella continuano a partire droni Triton di sorveglianza che individuano gli obiettivi poi colpiti dai cacciabombardieri; dalla base di Camp Darby, a Pisa, vengono caricati missili e armi che finiscono in Iran; i tracciati radar documentano il transito di cacciabombardieri F-15 americani in configurazione da combattimento, mentre la sottosegretaria Rauti liquida tutto come “ricostruzioni fantasiose”. E soprattutto il MUOS di Niscemi, il sistema satellitare della Marina militare americana, resta completamente fuori dal controllo italiano: attraverso di esso transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. L’Italia è, contemporaneamente, la portaerei della NATO nel Mediterraneo e il Paese che finge di avere voce in capitolo su come quella portaerei viene utilizzata.

Il riarmo dei sonnambuli

Ma la risposta più dissennata dell’Europa alla crisi in corso non è la complicità con la guerra americana: è il piano ReArm Europe. Presentato da Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, approvato all’unanimità dal Consiglio europeo due giorni dopo, prevede la mobilitazione di ottocento miliardi di euro in quattro anni per il riarmo del continente. Centocinquanta miliardi in eurobond per prestiti agli Stati membri, seicentocinquanta attraverso una deroga al Patto di stabilità che consente fino all’1,5 per cento del PIL in più per la difesa, con un tetto per l’Italia di 33 miliardi annui. A questo si aggiungono la modifica dello statuto della Banca Europea per gli Investimenti, che potrà finanziare il settore militare, e la possibilità di dirottare i fondi di coesione verso gli armamenti.

L’ironia è feroce. L’Europa nel 2025 spende già circa 381 miliardi di euro per la difesa, con un aumento del 62 per cento rispetto al 2020. La spesa militare aggregata dei ventisette Paesi UE — 370 miliardi di dollari nel 2024 secondo il SIPRI — è la seconda più alta al mondo dopo quella degli Stati Uniti. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica ha dimostrato che, a parità di definizioni contabili e a parità di potere d’acquisto, nel 2024 la spesa militare europea superava quella russa del 58 per cento. Non è un problema di quanto si spende. È un problema di come, di perché e di per chi. Ventisette eserciti diversi, ventisette catene di comando, ventisette sistemi di approvvigionamento, ventisette dottrine strategiche. La duplicazione prevale sulla sinergia, gli interessi nazionali impediscono qualunque standardizzazione, e nessuna delle principali aziende europee della difesa — né Airbus, né Leonardo — riesce a entrare nella top ten mondiale.

Come ha osservato Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, decidere a ventisette è come fare una riunione di condominio: mettersi d’accordo è praticamente impossibile. Ogni Stato cercherà di agganciare i fondi per sostenere i propri campioni nazionali. La concorrenza interna peggiorerà. L’interoperabilità resterà un miraggio. Non si sta costruendo un esercito europeo: si stanno semplicemente gonfiando ventisette eserciti nazionali ridondanti e inefficienti. E nel frattempo, quei soldi verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, alle infrastrutture civili. Come ha avvertito un alto funzionario europeo, queste spese aggiuntive “dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa”. Il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.

Le due strade: sovranità o servaggio

Se Trump dovesse ritirare gli Stati Uniti dalla NATO — impresa tutt’altro che semplice, dato che il National Defense Authorization Act del 2024, promosso dallo stesso Marco Rubio oggi segretario di Stato, richiede una maggioranza di due terzi al Senato o un atto del Congresso —, l’Europa si troverebbe di fronte a un bivio radicale.

La prima strada è quella dell’intelligenza strategica: prendere atto che l’Europa non ha nemici esistenziali; che la Russia, pur con tutte le sue ambiguità e le sue colpe in Ucraina, è un partner naturale per la cooperazione energetica e commerciale; che la Cina, l’India, i BRICS rappresentano il futuro dell’economia mondiale; che l’Iran, sanzionato dal 1979 per ordine americano senza alcun vantaggio per gli europei, è un mercato di ottanta milioni di persone e una potenza regionale con cui dialogare. Significherebbe revocare le auto-sanzioni suicide, ricostruire le relazioni commerciali più convenienti, progettare una vera difesa europea da tempo di pace: snella, integrata, tecnologicamente avanzata, non il carrozzone ridondante dei ventisette eserciti attuali. E soprattutto, investire il risparmio non in armi ma in welfare, innovazione e transizione energetica — le uniche cose che garantiscono vera sicurezza ai popoli.

La seconda strada è quella dell’autolesionismo cronico: continuare a svenarsi per combattere i nemici degli americani, anche quando gli americani stessi avranno fatto pace con loro. Continuare a comprare gas americano a prezzi da quattro a cinque volte superiori al costo del gas russo via gasdotto. Continuare a militarizzare il continente senza una visione strategica autonoma. Continuare a trattare la NATO come un feticcio anche quando il suo principale azionista l’ha dichiarata morta. È la strada che le classi dirigenti europee conoscono meglio, perché è l’unica che non richiede coraggio, visione e capacità decisionale autonoma. Gli “euro-dementi” — per usare un’espressione che rende l’idea — sono capacissimi di continuare a correre a precipizio verso il baratro anche dopo che il burattinaio avrà tagliato i fili.

Il sonno della ragione

La vera notizia, dunque, non è che Trump voglia uscire dalla NATO. La vera notizia è che l’Europa, dopo trentasette anni di sopravvivenza artificiale di un’alleanza nata contro un nemico che non esiste più, non abbia ancora trovato il coraggio di uscirne da sola. Che abbia bisogno dello schizofrenico di turno alla Casa Bianca per porre la domanda più ovvia del dopoguerra: a che cosa serve, esattamente, la NATO nel 2026?

A nulla che faccia l’interesse dei popoli europei. Serve a mantenere l’egemonia americana sul continente. Serve a garantire commesse miliardarie ai produttori di armi. Serve a impedire che l’Europa diventi ciò che la geografia, la storia e l’economia la predestinano a essere: un ponte tra Occidente e Oriente, una potenza commerciale e culturale capace di dialogare con tutti, un modello sociale alternativo alla brutalità del capitalismo predatorio anglo-americano. Serve, soprattutto, a tenere i popoli europei nella paura permanente di un nemico che, se non c’è, si inventa: ieri la Russia, oggi l’Iran, domani chissà.

Intanto, mentre l’Europa sonnambula marcia verso il baratro, la guerra in Iran le dissangua l’economia, il riarmo senza strategia le prosciuga i bilanci, e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti le strangola l’industria. Il FMI avverte che tutte le strade portano a prezzi più alti e crescita più lenta. L’OCSE taglia le previsioni. Confindustria prepara tre scenari e nessuno è buono. Ma i sonnambuli a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e a Roma continuano a camminare ad occhi chiusi, incapaci di pensare un futuro che non sia scritto a Washington, terrorizzati dall’idea di dover decidere da soli. Anche dopo che l’America li avrà mollati, continueranno a correre dietro al padrone che se ne va, scodinzolando. Furbi, noi.

Fonti

CNN, “Trump suggests he is ‘absolutely’ considering withdrawing US from NATO”, 1 aprile 2026.

TIME, “Trump Threatens to Pull U.S. Out of NATO Amid Fallout Over Iran War”, 1 aprile 2026.

CNBC, “Trump says he’s considering pulling U.S. out of ‘paper tiger’ NATO”, 1 aprile 2026.

Stars and Stripes, “Trump says NATO withdrawal under consideration amid Iran tensions”, 1 aprile 2026.

Newsweek, “Trump Faces Major Hurdle To Pull US Out Of NATO”, 1 aprile 2026.

Sky TG24, “Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran”, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, “Dal gas russo al GNL USA: l’Europa rischia una nuova dipendenza energetica”, 28 luglio 2025.

Il Sole 24 ORE, “Perché acquistare il GNL americano costa il 50% in più del gas russo”, 13 aprile 2022; “Difesa Ue: piano da 800 miliardi”, 4 marzo 2025.

Editoriale Domani, “Nel 2026 l’Europa importerà una quota record di GNL. Dalla dipendenza russa a quella americana”, 29 gennaio 2026.

MeteoWeb, “Guerra Iran, stangata sull’Europa: 14 miliardi in più per gas e petrolio in un mese”, 31 marzo 2026; “L’Europa ha aumentato l’import di gas russo del 22% a marzo 2026”, 2 aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, “L’impatto sull’economia di 5 settimane di guerra in Iran”, 1 aprile 2026.

CGIA Mestre / BlogSicilia, “Bollette luce e gas 2026: quanto costano in più con la guerra in Iran”, 28 marzo 2026.

Centro Studi Confindustria, Rapporto di previsione Primavera 2026: “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, marzo 2026.

FMI, Report sull’impatto economico della guerra in Iran (Gourinchas et al.), 30 marzo 2026.

OCSE, Revisione previsioni crescita globale 2026, marzo 2026.

Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, “Facciamo chiarezza: nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%”, 22 febbraio 2025.

SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, rapporto spese militari globali 2024.

Consiglio dell’Unione Europea, “La difesa dell’UE in cifre”, aggiornamento 2025-2026.

Harvard Business Review, Analisi impatto economico guerra Iran, marzo 2026.

Vatican News, “L’Europa si riarma, approvati 800 miliardi per la difesa comune”, 7 marzo 2025.

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“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione.

Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono.

Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema.

E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.

La fine dell’innocenza tecnologica

Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.

Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.

Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare.

La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale.

È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità.

Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico

Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.

Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale.

Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica.

Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente.

A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica.

Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico

Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.

Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba?

La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.

La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa

C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda.

È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante.

Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico.

In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento.

La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo

Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.

Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione.

La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.

Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere.

Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale

La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza.

È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere.

Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.

Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.

La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale

Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.

I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale.

Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata.

Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale.

Riconoscere la catena, per poterla spezzare

La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?

Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.

Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti.

Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.

Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.

Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità.

Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.

Fonti essenziali

I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War)

II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari

III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (The Guardian, Washington Post, +972 Magazine, Local Call)

IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali

LA PACE È UN’INSURREZIONE CIVILE: CONTRO LA GUERRA NORMALIZZATA E LA REGRESSIONE REAZIONARIA

Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.

E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.

Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.

Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie

Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.

La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati. 

Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.

E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.

Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra

La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.

Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente. 

Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.

Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.

La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza

Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.

Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.

Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.

E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.

L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)

Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.

L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.

Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.

Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.

Pace, disarmo, unità: il fronte necessario

La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.

Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.

Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.

La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie

Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.

La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.

La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.

Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.

Fonti essenziali

Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4).  SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari).  Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale). 

Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale

C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.

Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.

L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni. Dall’altro lato viene presentato SAFE, Security Action for Europe: fino a 150 miliardi di euro di prestiti per finanziare investimenti in settori come difesa missilistica, droni e cybersicurezza, raccolti sui mercati e poi prestati agli Stati. La Commissione segnala anche che il Consiglio ha adottato lo strumento nel maggio 2025. A questo si aggiunge il ruolo della BEI, che viene esplicitamente chiamata a rafforzare il supporto a difesa e sicurezza.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: è una risposta a un mondo più instabile. Il problema politico, però, sta nel passaggio successivo. Il piano collega la “prontezza” militare a una strategia più ampia che vuole mobilitare capitale privato, rendendo strutturale il flusso di denaro verso le priorità dichiarate. Qui entra in scena la Savings and Investments Union, l’Unione del risparmio e degli investimenti, presentata come la via per canalizzare i risparmi europei verso investimenti “produttivi” e verso gli obiettivi strategici dell’Unione, in un contesto di fabbisogni enormi. La Commissione richiama le stime del Rapporto Draghi su 750-800 miliardi annui di investimenti aggiuntivi fino al 2030, precisando che le nuove necessità includono anche quelle legate alla difesa.

È qui che la questione smette di essere solo contabile e diventa democratica. Perché “mobilitare il risparmio” non è una formula neutra: significa intervenire sui canali attraverso cui il denaro delle famiglie, spesso parcheggiato in depositi o in prodotti prudenziali, viene spinto verso strumenti di mercato, fondi, asset. Un briefing del Parlamento europeo, parlando della SIU, mette sul tavolo anche la revisione delle regole sulla cartolarizzazione e la spinta su prodotti e regole legati alle pensioni integrative. Non serve immaginare scenari cospirativi: basta osservare la direzione di marcia. Se la difesa diventa priorità dichiarata e contemporaneamente si costruisce un’infrastruttura finanziaria per far scorrere più capitale privato verso le priorità dell’Unione, il confine tra risparmio e industria bellica rischia di assottigliarsi fino a scomparire.

A quel punto la guerra non è più soltanto una decisione di politica estera, diventa una forma di governo interno. Perché quando una società si abitua all’idea che lo “sforzo” deve essere permanente, tutto il resto viene riscritto: il sacrificio diventa virtù, la compressione dei diritti diventa “necessità”, la critica diventa “irresponsabilità”. E la propaganda migliore è sempre quella che non si presenta come propaganda ma come procedura: non discutere, non dubitare, non guardare il costo sociale, limitati a prendere atto che “non c’è alternativa”.

Il pilastro industriale completa il quadro. In parallelo si rafforza la politica industriale della difesa attraverso strumenti come l’EDIP, presentato come ponte tra misure emergenziali e una capacità produttiva strutturale. A fine novembre 2025 Reuters ha riportato l’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’EDIP, un programma da 1,5 miliardi di euro di sovvenzioni del bilancio UE per il periodo 2025–2027 (circa 1,7 miliardi di dollari), con l’obiettivo di rafforzare procurement e produzione comuni e con criteri legati al contenuto europeo dei componenti. Anche qui: è facile vendere tutto come “autonomia strategica” e “posti di lavoro”, e una parte di verità esiste, perché ogni politica industriale genera filiere, ricerca, occupazione. Ma la domanda che non viene posta con sufficiente durezza è un’altra: quando crei un ecosistema che vive di commesse militari, poi devi alimentarlo. E un’economia che si nutre di deterrenza tende a cercare continuamente nuove ragioni per giustificare la propria crescita.

Il cortocircuito più tossico, però, è quello morale. Negli ultimi anni la finanza “sostenibile” è stata raccontata come l’argine etico del mercato: investire senza distruggere il pianeta, senza calpestare i diritti. Nel 2025 la Commissione ha pubblicato una comunicazione per chiarire che il quadro europeo di finanza sostenibile è “compatibile” con l’investimento nella difesa e che non contiene divieti settoriali generali, rimandando a valutazioni caso per caso e ricordando che solo alcune categorie di armi hanno trattamenti specifici di disclosure. Da un lato, analisi come quella di Bruegel sostengono che non siano le regole di sostenibilità in sé a bloccare i finanziamenti alla difesa, ma più spesso scelte reputazionali e decisioni dei gestori. Dall’altro lato, voci critiche come Finance Watch hanno denunciato il rischio di “warwashing”, cioè la normalizzazione della guerra dentro la retorica ESG. Reuters ha riportato chiaramente questo allarme.

Il punto non è fare i puri o gli ingenui. Il punto è non accettare la manipolazione semantica: chiamare “sostenibile” ciò che è strutturalmente legato alla capacità di distruzione significa spostare il confine del dicibile. E quando sposti il confine del dicibile, sposti anche quello del possibile. Oggi ti dicono che è “compatibile”. Domani ti diranno che è “necessario”. Dopodomani diventerà “normale”. E a quel punto, il cittadino non è più un soggetto politico ma un fornitore di capitale, un ingranaggio finanziario che alimenta priorità decise altrove.

Per un Paese come l’Italia, già stretto tra fragilità sociali e servizi pubblici in sofferenza, questa trasformazione è tutt’altro che astratta. Ogni miliardo reso facile per la difesa tende a contendersi spazio con ciò che dovrebbe garantire la vita quotidiana: ospedali che funzionano, scuola pubblica, territorio, sicurezza sul lavoro, diritto alla casa. Non perché esista un automatismo matematico, ma perché la politica è sempre una scelta di gerarchia. E la gerarchia che si sta imponendo rischia di dire questo: la protezione armata prima, la vita sociale dopo.

Resistere, allora, non significa chiudere gli occhi sul mondo. Significa smontare il meccanismo con cui la “minaccia” viene costruita, ingigantita o confezionata ad hoc per far passare tutto il resto. Il punto non è discutere se esistano tensioni geopolitiche, ma rifiutare l’uso politico della paura come scorciatoia: quando l’allarme diventa permanente, ogni taglio al welfare diventa “inevitabile”, ogni deroga ai vincoli diventa lecita solo se serve alle armi, ogni dissenso diventa sospetto. Resistere significa rimettere la politica sopra la tecnica, e l’etica sopra la paura. Significa pretendere trasparenza: se fondi pubblici e canali del risparmio vengono orientati verso la difesa, devono essere chiari i limiti, le esclusioni, i controlli democratici, le clausole sociali, la tracciabilità. Significa rifiutare l’automatismo morale per cui “sicurezza” diventa la parola passepartout per qualunque trasferimento di risorse verso l’apparato bellico. La sicurezza è anche sanità, salari, coesione, cultura, diritti. Se la società si sbriciola, la difesa diventa una facciata armata davanti a una casa vuota.

Soprattutto, significa rompere l’ipnosi dell’inevitabile. Perché la guerra come “nuovo contratto sociale” non è destino, è scelta. Una scelta che conviene a chi costruisce profitti sulla paura, e che scarica i costi su chi vive di lavoro, pensioni, servizi pubblici, risparmi. Se quel contratto passa, la cittadinanza si trasforma in mobilitazione permanente: meno diritti, più doveri, meno welfare, più “prontezza”. E quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi non è una frase da maglietta: diventa un dovere civile, l’ultimo gesto di umanità prima che l’eccezione diventi sistema.

Fonti

Commissione europea, “Future of European defence” e ReArm Europe plan / Readiness 2030.

Parlamento europeo, briefing su ReArm Europe / Readiness 2030 e strumento SAFE.

Parlamento europeo, briefing su Savings and Investments Union.

Commissione europea, pagina “Savings and investments union”.

Commissione europea, Notice su sustainable finance e difesa.

Bruegel, analisi su finanza sostenibile e difesa.

Reuters, dibattito su “warwashing” e finanza sostenibile applicata alla difesa.

Commissione europea, EDIP.

Reuters, approvazione del programma EDIP (novembre 2025).

La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea

Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.

Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.

Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.

Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.

Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione

Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.

È un gigante territoriale che fatica già a presidiare il proprio spazio, attraversato da problemi demografici, sanitari, infrastrutturali. In più, è un’economia basata sull’export di materie prime – gas, petrolio, minerali – che ha sempre avuto nell’Europa un mercato fondamentale.

La domanda è semplice: perché un paese di questo tipo dovrebbe imbarcarsi nell’avventura folle di occupare parte dell’Europa, cioè un continente che non ha grandi materie prime, ma ha invece un enorme fabbisogno energetico e sociale da finanziare? Che interesse avrebbe Mosca a prendersi in carico nuove infrastrutture da mantenere, nuove popolazioni da governare, nuove resistenze da reprimere, mentre già oggi fatica a reggere una guerra logorante in Ucraina?

C’è una contraddizione logica che nessuno a Bruxelles e a Berlino sembra voler vedere. Da un lato ci ripetono che le sanzioni hanno “messo in ginocchio” la Russia, che il suo bilancio è strangolato e il Pil sotto pressione. Dall’altro ci raccontano che, nonostante tutto questo, Mosca sarebbe in grado tra pochi anni non solo di tener testa alla Nato, ma addirittura di attaccarla frontalmente e reggere una guerra convenzionale su scala continentale. O è stremata o è onnipotente: le due cose insieme non stanno in piedi.

I numeri della spesa militare: chi minaccia chi?

Se guardiamo i dati, la sproporzione è impressionante. Secondo le stime del SIPRI, nel 2024 la Russia ha speso circa 149 miliardi di dollari in spese militari, pari a circa il 7,1 per cento del suo Pil.

Nello stesso periodo, la spesa complessiva dei paesi Nato supera abbondantemente i 1.300 miliardi di euro: solo i membri dell’Alleanza in Europa e Nord America hanno raggiunto circa 1.362 miliardi di euro di spesa nel 2024.

Dentro questo quadro c’è poi l’accelerazione europea: nel 2024 i 27 paesi dell’Unione hanno portato le spese militari a circa 343 miliardi di euro, pari all’1,9 per cento del Pil, con una crescita del 19 per cento in un solo anno.

In altre parole: siamo noi, l’Occidente allargato, a spendere circa dieci volte la Russia in armamenti. Eppure la narrazione dominante è che saremmo sul punto di essere travolti da un impero che non si ferma più.

Io non sto dicendo che la Russia sia un attore “innocuo” o rassicurante, pur nelle sue ragioni. È una potenza nucleare autoritaria, che ha invaso l’Ucraina e che ha interessi geopolitici duri, spesso in aperto conflitto con quelli europei. Ma un conto è riconoscere la realtà delle tensioni, un altro è costruire una minaccia caricaturale per giustificare un cambio strutturale di modello economico e sociale in senso bellico.

La promessa di Putin e il rifiuto europeo

In questo contesto, è passata quasi sotto traccia una dichiarazione che a me sembra politicamente decisiva. In una recente conferenza stampa, Vladimir Putin ha dichiarato di essere pronto a garantire “per iscritto” che la Russia non attaccherà nessun altro paese europeo, definendo come una “menzogna totale” l’idea di un’imminente invasione del continente.

Io non ho nessuna vocazione a fare l’avvocato difensore del Cremlino, e so bene che le parole di un leader politico non bastano a rassicurare il mondo. Ma una cosa è certa: se uno dice “mettiamo una garanzia per iscritto”, l’unica risposta razionale è mettersi seduti a un tavolo e vedere se e come si può tradurre quella promessa in un accordo verificabile, multilaterale, con meccanismi di controllo.

Invece la reazione europea è stata l’ennesimo rilancio del riarmo, come se ogni apertura – vera o presunta – fosse un fastidio da archiviare in fretta perché rischia di disturbare il grande affare della militarizzazione permanente.

ReArm Europe: il riarmo come politica industriale

Qui arriviamo al cuore del problema. Il piano tedesco non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce dentro una strategia europea già tracciata, che ha un nome eloquente: “ReArm Europe”.

La Commissione europea, nel suo Libro bianco sulla difesa “Readiness 2030”, scrive esplicitamente che l’obiettivo è “riarmare l’Europa” e trasformare questo sforzo in una leva di competitività economica. Il piano prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro di spesa per la difesa nei prossimi anni, questo importo tenderà sicuramente a salire, offrendo agli Stati margini extra rispetto alle regole di bilancio, e affiancando a questo un nuovo strumento di prestito europeo, il programma SAFE, da 150 miliardi di euro, dedicato proprio ad armamenti, difesa missilistica, droni, cyber-security.

Tradotto in termini semplici: si apre una gigantesca linea di credito comune, pubblica, per sostenere il complesso militare-industriale europeo, a partire dai grandi gruppi di Germania, Francia, Italia, Spagna. La Commissione lo dice apertamente: il riarmo dovrebbe creare “nuove fabbriche, nuove linee di produzione e nuovi posti di lavoro in Europa”.

Qui il punto politico diventa chiarissimo. La guerra non è solo una tragedia umana o un rischio di escalation nucleare: è anche un modello economico. Nel momento in cui l’industria europea, e in particolare quella tedesca, fatica a reggere la concorrenza cinese sulle auto elettriche, sulla chimica, sull’acciaio, la produzione di armi e mezzi militari diventa la scorciatoia più comoda per gonfiare il Pil, salvare bilanci aziendali, garantire profitti e dividendi stratosferici nelle mani di pochi, e tenere a galla l‘occupazione.

La crisi dell’auto tedesca e la tentazione dell’economia di guerra

Non è un caso che tutto questo avvenga mentre il motore industriale europeo, l’auto tedesca, è in piena crisi strutturale. I grandi marchi tedeschi stanno scontando ritardi enormi sull’auto elettrica, sotto pressione per i costi dell’energia, colpiti da dazi incrociati e, soprattutto, travolti dalla concorrenza cinese, che domina ormai la produzione globale di veicoli elettrici.

La stessa Germania prevede di portare il proprio bilancio per la difesa da 86 miliardi di euro nel 2025 a 152 miliardi nel 2029, a cui si aggiunge il vecchio fondo speciale da 100 miliardi lanciato ai tempi della “Zeitenwende”.

Non è solo una questione di “sicurezza”, è un vero e proprio cambio di paradigma: una parte significativa dell’economia tedesca viene orientata verso la produzione militare. Le stesse tecnologie, linee produttive, competenze della meccanica e dell’automotive possono essere riconvertite a carri armati, blindati, sistemi d’arma. Il piano logistico per far passare 800 mila soldati attraverso la Germania è il pezzo militare di un disegno che, sul piano industriale e finanziario, è già in corso.

Ecco perché l’ipotesi di una Russia che non attaccherà mai l’Europa non è solo “inconcepibile” per alcuni strateghi: è scomoda. Se si toglie lo spettro dell’invasione, crolla la giustificazione politica per questa nuova economia di guerra. Resterebbero solo gli squilibri sociali, le disuguaglianze, la precarietà, il declino industriale, il fallimento delle politiche energetiche. Meglio allora tenersi un nemico assoluto da agitare a ogni voto, a ogni bilancio, a ogni summit.

Un’Europa che non sa più parlare di pace

La cosa che mi colpisce di più, in tutta questa vicenda, è il rovesciamento semantico. Chi prova a parlare di cessate il fuoco, di negoziato, di garanzie di sicurezza reciproche viene trattato come un ingenuo o un complice del nemico. Chi invece prepara piani per portare 800 mila soldati al fronte, scommette centinaia di miliardi di euro su armi e munizioni, costruisce corridoi militari lungo tutto il continente, viene celebrato come “realista” e “responsabile”.

Ma se siamo davvero seduti su un barile di polvere da sparo nucleare, la scelta razionale non è alzare la fiamma sotto la pentola. È fare di tutto per abbassarla. Una guerra convenzionale su vasta scala tra Nato e Russia, oggi, non sarebbe un nuovo 1940: molto probabilmente innescherebbe una rapida escalation nucleare, prima tattica e poi strategica. E in quel caso, tutte le nostre discussioni su pensioni, Pil, spread, Tavares, Merz, Von der Leyen, diventerebbero un ricordo lontano in un mondo devastato.

Io non ho certezze assolute, perché viviamo davvero in un mondo probabilistico, pieno di variabili incontrollabili. So però una cosa: non sono disposto ad accettare che l’ipotesi di “difendere i nostri valori” includa, come scenario concreto, il rischio di un olocausto nucleare su scala continentale soltanto per proteggere il business di pochi colossi industriali.

Russia, Europa e la grande menzogna utile

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché la Russia dovrebbe invadere l’Europa? Io continuo a non vedere una risposta razionale. Posso immaginare conflitti locali, provocazioni ai confini, crisi ibride, ricatti energetici, campagne di influenza. Tutto questo è già in corso e continuerà. Ma un’occupazione di parte dell’Europa occidentale richiederebbe una combinazione di capacità militari, economiche e politiche che Mosca semplicemente non ha.

E soprattutto, non le converrebbe. La Russia ha bisogno di vendere materie prime e difendere le proprie aree d’influenza, non di mantenere città europee distrutte e popoli ostili. È semmai l’Europa che, incapace di affrontare la propria crisi sociale e industriale, ha bisogno di un nemico esistenziale per legittimare un salto di qualità nella militarizzazione.

Lo vediamo chiaramente: il grande riarmo viene presentato come una nuova “politica industriale” europea. I cittadini pagano con tasse, tagli al welfare, inflazione e precarietà. Le industrie degli armamenti incassano contratti pluriennali e garanzie pubbliche. La politica si presenta come “difesa della libertà” mentre in realtà consegna interi settori produttivi a un’economia di guerra permanente.

Che cosa dovremmo pretendere, invece

Se prendiamo sul serio la minaccia di una guerra globale, la risposta non può essere quella di moltiplicare le esercitazioni, i piani segreti, i corridoi per i carri armati. Dovremmo pretendere esattamente il contrario.

Dovremmo pretendere che ogni dichiarazione russa di disponibilità a un patto di non aggressione venga presa sul serio, verificata, messa alla prova diplomatica, incardinata dentro un sistema di garanzie reciproche. Dovremmo avere il coraggio di dire che la sicurezza non si costruisce solo con i bilanci della difesa, ma anche con la riduzione delle tensioni, con il disarmo controllato, con la riforma delle istituzioni internazionali.

Dovremmo riconoscere che la vera urgenza per l’Europa non è preparare l’autostrada perfetta per le colonne Nato, ma affrontare la crisi sociale, ecologica e industriale che sta sgretolando le basi della democrazia: salari bassi, precarietà dilagante, servizi pubblici al collasso, industria in affanno, giovani costretti a emigrare.

In conclusione

Il piano segreto tedesco non mi dice che la Russia sta per attaccare. Mi dice, piuttosto, che un pezzo delle élite europee ha scelto la via dell’economia di guerra come risposta alla propria crisi di modello. E ha bisogno, per legittimarla, di un nemico assoluto, irrazionale, incombente.

Io non credo a questa narrazione. Penso che la Russia non abbia nessun interesse a occupare l’Europa, che l’ipotesi di un attacco su vasta scala sia politicamente irrazionale e militarmente suicida. Penso anche che un continente che investe quasi mille miliardi tra riarmo nazionale, fondi speciali e strumenti europei, mentre taglia sul sociale e precarizza intere generazioni, non stia difendendo la “democrazia”, ma un ordine economico in crisi che non vuole mettersi in discussione.

Per questo guardo con grande sospetto a piani come OPLAN DEU. Non perché neghi i rischi, ma perché vedo chiaramente l’uso strumentale della paura. La vera domanda, oggi, non è se la Russia invaderà l’Europa. La vera domanda è se l’Europa deciderà di smettere di trasformare la guerra in una politica industriale, e tornerà a parlare seriamente di pace, giustizia sociale e riconversione civile delle proprie economie.

Un’Europa senza pace né politica

In questi giorni, mentre a Ginevra, ad Abu Dhabi e a Washington si intrecciano colloqui, bozze di piani di pace, fughe di notizie e telefonate riservate, l’Unione Europea resta lì, a bordo campo, con lo sguardo fisso sul tabellone sbagliato. Gli Stati Uniti trattano con Kiev e con Mosca, la Russia continua a bombardare e a avanzare a piccoli passi, l’Ucraina sanguina. L’Europa, quella reale, non quella dei discorsi sul “progetto dei padri fondatori”, reagisce come sempre: con riflessi pavloviani, frasi fatte e moralismi a vuoto.

Ogni volta che si parla di pace – o almeno di cessate il fuoco – da Bruxelles e dalle capitali più atlantiste parte lo stesso mantra: “non possiamo umiliare l’Ucraina”, “non possiamo premiare l’aggressore”, “la Russia ha già perso la guerra”. Una formula, quest’ultima, che non nasce oggi: è da tempo che alcuni esponenti di punta dell’establishment europeo la ripetono come un dogma, a partire da chi, come Nathalie Tocci, ha teorizzato che Mosca avrebbe “già perso la guerra” e che il problema sarebbe semmai evitare che “la perda l’Ucraina”. 

Il risultato è un distacco crescente tra la retorica e la realtà, tra la guerra raccontata sugli editoriali e quella vissuta nelle trincee e nelle città colpite. E in mezzo, un’Unione che pretende di dare lezioni di “valori europei”, ma che sul piano geopolitico è ormai ridotta – lo dico senza giri di parole – a un cadavere politico collegato ai macchinari della NATO e della finanza globale.

Il dogma dell’“Europa umiliata”

Mi colpisce una cosa: in queste settimane, molti commentatori europei non contestano il merito del piano di pace discusso tra Washington e Kiev. Non si interrogano su quale possa essere una via credibile per salvare vite umane, ricostruire un minimo di stabilità, evitare una guerra infinita alle porte del continente. No: il problema, dicono, è che “l’Europa viene umiliata”, che “non è al tavolo”, che “Trump e Putin decidono sopra le nostre teste”.

Ma per essere umiliati bisogna prima esistere. Politicamente.
Da anni l’Unione ha rinunciato a qualsiasi autonomia strategica: si è consegnata mani e piedi alla logica del fronte unico NATO, ha trasformato le sanzioni in un automatismo, ha bruciato in pochi mesi la propria competitività energetica e industriale, ha militarizzato il linguaggio pubblico trasformando ogni dubbio in “putinismo” e ogni richiesta di negoziato in “tradimento dell’Occidente”.

Abbiamo assistito a una vera e propria catechesi di guerra: “non ci sono alternative alla sconfitta militare della Russia”, “la pace si farà solo dopo la vittoria”, “nessun cedimento, mai”. Intanto, al fronte muoiono soldati ucraini e russi, le città vengono colpite a ripetizione, milioni di persone fuggono, intere generazioni vengono sacrificate. Ma la narrativa resta la stessa: la guerra come condanna metafisica, la pace come premio differito, da concedere solo quando il nemico sarà in ginocchio.

Il piano americano: realismo sporco, non filorussismo

Dentro questo quadro si inserisce il famigerato piano di pace in 28 punti elaborato dall’amministrazione Trump. Un piano che – al netto di modifiche e limature successive – si regge su alcuni pilastri chiari: riconoscere l’impossibilità di riportare l’Ucraina ai confini del 2014, congelare di fatto la questione Crimea e Donbass a favore di Mosca, escludere definitivamente Kiev dalla NATO in cambio di robuste garanzie di sicurezza statunitensi, limitare dimensioni e armamenti dell’esercito ucraino, riaprire canali economici ed energetici tra Russia ed Europa in una cornice controllata da Washington. 

Non è un piano “giusto”, non è un piano “equilibrato”, non è un piano “neutrale”: è un tentativo brutale, spregiudicato, tipicamente americano di trasformare una sconfitta potenziale (per Kiev, per la NATO, per la stessa Washington) in un compromesso gestibile. È, se vogliamo, realpolitik allo stato puro: si riconosce che la Russia non è stata né sconfitta né isolata, che l’Ucraina non può riconquistare tutto, che la guerra sta logorando anche l’Occidente, e si prova a chiudere la partita sul filo del possibile.

Che quel piano sia stato plasmato anche su un documento di origine russa – come hanno rivelato fonti diplomatiche riportate da agenzie internazionali – la dice lunga sul tipo di partita che si sta giocando: Mosca ha messo sul tavolo da tempo i suoi “punti non negoziabili”, e Washington, pur tra mille contraddizioni, ha dovuto prenderli in considerazione. 

Se guardo questo quadro con occhi europei, vedo una cosa molto semplice: non è in corso uno scontro metafisico tra Bene e Male, ma una dura trattativa tra potenze che difendono interessi, zone di influenza, equilibri interni. L’Ucraina, purtroppo, è al tempo stesso vittima, pedina e attore limitato. L’Europa, ancora una volta, è spettatrice pagante.

Il teatro delle trattative: Ginevra, Abu Dhabi, Washington

Le cronache di questi giorni raccontano una sequenza che sembra uscita da un romanzo di politica estera, ma è purtroppo fin troppo reale. A Ginevra, rappresentanti di Stati Uniti, Ucraina e alcuni paesi europei si sono incontrati per discutere la bozza di piano americano: da 28 punti originari si è scesi a 19, con qualche concessione in più alle richieste di Kiev e alle pressioni dell’establishment euro-atlantico. 

La riunione è stata presentata da tutti come “molto produttiva”, ma dietro le dichiarazioni ufficiali le tensioni sono esplose: Washington ha accusato Kiev di aver fatto filtrare in modo strumentale dettagli del piano a una testata americana, per dipingerlo come un “tradimento” e mettere pressione sull’amministrazione Trump. 

Nel frattempo, l’inviato originario per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, viene di fatto messo da parte. Al suo posto, Trump affida il dossier al Segretario all’Esercito Dan Driscoll, figura molto vicina al vicepresidente Vance, che vola prima a Kiev e poi ad Abu Dhabi per incontrare, a margine di altre riunioni, emissari russi e ucraini. 

Mentre la diplomazia viaggia, però, i missili non si fermano: proprio nei giorni delle trattative, Mosca lancia nuovi raid su diverse città ucraine, ricordando a tutti che la guerra non aspetta i tempi dei comunicati stampa. 

Al tempo stesso, negli Stati Uniti si consuma lo scontro interno tra “realisti” e “falchi”: da una parte chi, come Vance e figure vicine al Pentagono più scettiche sulle guerre infinite, spinge per un accordo che consenta a Washington di ridimensionare il fronte ucraino e concentrarsi sulla competizione con la Cina; dall’altra, i neoconservatori, bipartisan, che vedono in ogni concessione alla Russia una catastrofe strategica e un cedimento imperdonabile dell’egemonia americana.

L’Europa, tra sabotaggio e irrilevanza

In questo gioco di forze, che ruolo ha l’Unione Europea? Da una parte, è evidente che alcuni governi, in particolare quelli più allineati alla retorica bellicista – penso ai paesi baltici, alla Polonia, ma anche a settori influenti in Germania e nei paesi nordici – vedono con terrore l’ipotesi di un compromesso che riconosca a Mosca guadagni territoriali e un ruolo nella futura architettura di sicurezza europea.

Questi paesi spingono per una linea durissima: nessuna limitazione significativa alle forze armate ucraine, porte della NATO aperte o comunque socchiuse, zero concessioni territoriali formalmente riconosciute, sanzioni modulabili come interruttori a seconda del comportamento russo, disponibilità a inviare truppe “di supporto” e armamenti sempre più avanzati. È, nei fatti, un “piano di pace” costruito per non funzionare: una piattaforma massimalista che rende impossibile qualsiasi incontro tra le esigenze minime della Russia e quelle massime dell’Occidente.

Dall’altra parte, l’Europa “economica” – quella della manifattura, dell’energia, dell’agroalimentare – ha già pagato e continua a pagare un prezzo altissimo: deindustrializzazione accelerata, dipendenza ancora più forte dal gas liquefatto americano, perdita di mercati tradizionali, aumento strutturale dei costi di produzione. Dietro le grandi parole, la sostanza è chiara: l’Unione, in questi anni, ha sacrificato sull’altare della “guerra per procura” la propria base materiale, rafforzando al tempo stesso la subordinazione strategica a Washington.

Quando si dice che “l’Europa sta sabotando il piano di pace americano”, la frase è vera solo a metà. Sì, una parte dell’élite europea – soprattutto quella politico-militare – sta lavorando per irrigidire il testo, introdurre condizioni inaccettabili, far saltare il tavolo. Ma questo sabotaggio non nasce da una sovranità ritrovata, da un sussulto di autonomia, da una visione alternativa del futuro europeo: nasce dal fanatismo ideologico di chi ha interiorizzato fino in fondo l’idea che il destino dell’Europa sia essere avamposto militare dell’Occidente in una nuova guerra fredda infinita.

Nel frattempo, i governi che avrebbero tutto l’interesse a chiudere il conflitto – perché strangolati da crisi sociale, inflazione, costi energetici – restano in silenzio o si accodano, prigionieri di un discorso pubblico in cui chiunque osi parlare di cessate il fuoco viene immediatamente dipinto come “filorusso”.

L’Ucraina come laboratorio, non come alleato

Se sposto lo sguardo su Kiev, vedo un paese ostaggio di tre forze:
– la Russia, che ha deciso di usare la forza militare per ridisegnare il proprio spazio di influenza e non ha alcuna intenzione di tornare alla situazione precedente il 2022;
– gli Stati Uniti, che hanno trasformato l’Ucraina in un laboratorio di guerra ibrida, armi, sanzioni, propaganda, e ora cercano una via d’uscita che salvi la faccia senza ammettere il fallimento della strategia massimalista “fino alla vittoria”;
– l’Unione Europea, che usa la retorica dell’allargamento e dei “valori” per coprire un ruolo subalterno, mentre finanzia la guerra con miliardi e applaude un governo che anche fonti occidentali definiscono minato da corruzione, repressione del dissenso, messa fuorilegge di partiti, restrizioni alla libertà di stampa.

In mezzo, c’è il popolo ucraino:
– quello che ha creduto sinceramente nella promessa di un’Europa di diritti e benessere;
– quello che parla russo e che si è ritrovato schiacciato tra nazionalismo radicale e occupazione militare;
– quello che vive al fronte, che perde figli e figlie, che vede distrutte le proprie città.

Di questo popolo, l’Unione Europea parla solo in due linguaggi: quello della santificazione (gli “eroi che difendono la nostra libertà”) e quello della gestione securitaria (i profughi da smaltire, da distribuire, da “integrare” o rispedire indietro a seconda delle convenienze). In mezzo, non c’è una riflessione seria su quale possa essere un futuro per l’Ucraina che non sia quella di un paese amputato, militarizzato, economicamente dipendente e politicamente commissariato.

Il paradosso dell’Europa: sempre più bellicista, sempre meno protagonista

Il paradosso è tutto qui: più l’Unione alza la voce, più si schiera per la “guerra fino alla vittoria”, più perde peso reale nei luoghi dove quella guerra si decide. Non scrive i piani, non guida le trattative, non controlla le leve decisive dell’escalation o della de-escalation.

Siamo passati dal sogno – mai pienamente realizzato – di un’Europa “potenza civile”, capace di mediare, di proporre soluzioni politiche, di usare il proprio peso economico e culturale per costruire ponti, a una realtà in cui la politica estera europea è la copia carbone di quella americana, quando non un suo riflesso più estremista.

Nel frattempo, gli stessi che ci spiegano che “la Russia ha già perso” non riescono a spiegare perché, a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto su larga scala, il fronte non si sia dissolto, la leadership russa sia ancora saldamente al potere, l’economia russa regga l’urto delle sanzioni meglio del previsto e il resto del mondo – dal Sud globale alla stessa Cina – non si sia allineato alla crociata occidentale.

Di che pace parliamo quando parliamo di pace?

Nel lessico politico europeo è comparsa da tempo una formula curiosa: non basta la pace, serve una “pace giusta”, una “pace dignitosa”. A parole è ineccepibile: nessuno vuole una resa unilaterale, un trattato imposto, un’umiliazione di una delle parti. Ma il modo in cui questa formula viene usata è perverso: diventa il pretesto per non fare mai un passo indietro, per trasformare ogni proposta concreta in “resa”, per dire no a qualsiasi compromesso che non coincida con la cancellazione politica e militare del nemico.

Io penso che una pace “giusta” non esista come categoria astratta; esistono compromessi più o meno accettabili, più o meno duri, più o meno stabili. Una pace “dignitosa” non è quella che salva la faccia dei leader, ma quella che salva il maggior numero possibile di vite e lascia uno spazio, per quanto stretto, a una futura coesistenza.

Oggi in Ucraina la vera alternativa non è tra “pace giusta” e “pace ingiusta”, ma tra guerra infinita e cessazione del massacro. Il resto è storytelling.

Che cosa dovrebbe fare davvero l’Europa

Se davvero volessimo essere all’altezza delle parole che pronunciamo – memoria della guerra, mai più fascismo, centralità dei diritti umani – l’Europa dovrebbe fare tre cose semplici e radicali:
1. Riconoscere che la strategia della vittoria totale è fallita
Che la Russia non è stata né sconfitta né isolata; che l’Ucraina non riconquisterà ogni centimetro; che la prosecuzione della guerra logora l’Europa più di quanto logori Washington; che il resto del mondo guarda con crescente insofferenza a un Occidente che chiede sacrifici agli altri mentre difende i propri interessi.
2. Rivendicare un proprio piano di pace realmente autonomo
Non un “piano UE” pensato per sabotare quello americano o per alzare il prezzo al tavolo, ma una proposta che:
– accetti l’idea di neutralità dell’Ucraina, con garanzie multilaterali reali;
– preveda forme di autonomia e protezione per le popolazioni del Donbass, al di là del controllo formale dei confini;
– rilanci una conferenza di sicurezza europea che includa la Russia, gli Stati Uniti, i paesi del Caucaso e dell’Asia centrale, il Mediterraneo allargato.
3. Smettere di avere paura della propria opinione pubblica
Per anni ci hanno detto che “i cittadini europei vogliono la guerra fino alla vittoria”. La verità è che, alla lunga, la maggioranza delle persone vuole solo che la guerra finisca, che le bollette scendano, che i prezzi smettano di correre, che i figli non debbano morire in trincea per decisioni prese sopra le loro teste.

Un’Europa che avesse il coraggio di dire apertamente ai propri cittadini: “abbiamo sbagliato strategia, ora cerchiamo una via d’uscita”, sarebbe un’Europa politicamente viva, non un cadavere che recita copioni scritti da altri.

Perché scrivo tutto questo

Scrivo in prima persona perché non mi interessa fare il commentatore neutrale. Guardo a questa guerra da cittadino europeo, da uomo di sinistra, da persona che crede ancora che la politica serva a ridurre la sofferenza, non a giustificarla.

Non ho nessuna simpatia per l’idea di un mondo dominato da potenze imperiali che si spartiscono sfere di influenza. Ma proprio per questo non posso accettare l’illusione tossica di un’Europa che si crede “potenza morale” mentre delega a Washington ogni decisione, demonizza il nemico di turno, sacrifica i propri popoli sull’altare di un atlantismo messianico, chiude gli occhi davanti alle proprie responsabilità nell’escalation degli ultimi decenni.

Non so se il piano americano, rivisto e corretto, andrà in porto. Non so quale sarà la forma concreta dell’accordo, se ci sarà. So però una cosa: se e quando la guerra in Ucraina finirà, non sarà grazie all’Europa, ma nonostante l’Europa.

E questo, per chi come me ha creduto a lungo nella possibilità di un’Unione capace di tenere insieme pace, diritti e giustizia sociale, è forse l’umiliazione più grande. Non quella inflitta da Washington o da Mosca, ma quella che ci siamo inflitti da soli, scegliendo di essere spettatori rumorosi invece che protagonisti responsabili.

Il nuovo ordine armato: il profitto come motore della guerra globale

Siamo già in guerra. Non si tratta più di “minacce”, “tensioni” o “scenari potenziali”: la Terza Guerra Mondiale è iniziata, ma non è stata dichiarata. L’abbiamo anestetizzata nel linguaggio tecnico, nei bollettini della Borsa e nei report strategici della NATO. In Ucraina, l’Alleanza Atlantica è di fatto parte attiva del conflitto, mentre a Gaza l’esercito israeliano ha abbattuto ogni maschera, colpendo deliberatamente scuole, ospedali, rifugi civili. In Africa, le guerre dimenticate si moltiplicano in silenzio, perché lì il capitale occidentale non ha interessi strategici da difendere.

In questo quadro globale, ciò che unisce questi fronti di morte è un solo elemento: il profitto. Il motore occulto — e oggi neanche più tanto — di un sistema capitalistico che prospera sulla produzione e sul commercio di armi. Un sistema che ha sostituito la diplomazia con i dividendi, la pace con i portafogli, i diritti con gli algoritmi di Borsa.

  1. Bilanci di guerra: le cifre di un’industria mortale

Nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, un aumento del 9,4 % rispetto all’anno precedente: la crescita più alta dal crollo dell’URSS. Il trend è planetario. L’Europa, dopo la retorica sulla pace, ha imboccato senza indugi la strada del riarmo. Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo Paese al mondo per spesa militare (quasi un terzo del totale globale), ma l’intero blocco NATO ormai considera la guerra un investimento strategico.

E lo è. Per chi produce armi, per chi le vende, per chi le finanzia. Le cinque maggiori aziende del comparto bellico mondiale — Lockheed Martin, Raytheon, BAE Systems, Northrop Grumman, General Dynamics — hanno visto crescere vertiginosamente i loro ricavi. Il valore delle loro azioni ha raggiunto picchi record, grazie all’aumento dei conflitti e alle forniture garantite dai governi, spesso in deroga alle normali procedure democratiche.

  1. Finanza etica? Sì, ma controvento

In mezzo a questa macchina di morte, poche voci si oppongono. Una di queste è la finanza etica, che continua ostinatamente a escludere le aziende coinvolte nella produzione e nel commercio di armi. Etica SGR, ad esempio, ha avviato un progetto per affermare il diritto alla pace come diritto fondamentale delle persone e dei popoli, in collaborazione con il Centro Papisca dell’Università di Padova.

Ma è una battaglia in salita. Perché oggi anche il settore armamenti viene fatto rientrare, con cinica astuzia, tra gli “investimenti sostenibili”. La guerra, riscritta nel lessico delle “necessità geopolitiche” e dell’“economia della sicurezza”, è diventata compatibile con i fondi ESG. Un’aberrazione morale e culturale che rivela l’ipocrisia strutturale di un sistema finanziario che si finge etico ma vive delle guerre.

  1. Le vittime invisibili: società distrutte, ambiente devastato

Ogni conflitto lascia dietro di sé un cratere di devastazione. Non solo vite spezzate, ma ospedali rasi al suolo, scuole distrutte, città trasformate in deserti. I danni sociali sono incalcolabili, i traumi psicologici transgenerazionali. Ma c’è anche un danno invisibile che cresce: quello ambientale.

Nel solo primo anno e mezzo di guerra in Ucraina, secondo l’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, sono state immesse nell’atmosfera oltre 150 milioni di tonnellate di CO₂. È come se un intero Paese industrializzato — il Belgio, ad esempio — avesse bruciato petrolio a pieno regime per un anno intero.

A Gaza, l’uso intensivo di bombe al fosforo, l’abbattimento sistematico delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, e l’incendio di interi quartieri ha provocato una catastrofe ambientale che durerà decenni. Eppure, nessun vertice sul clima ha il coraggio di parlare di emissioni di guerra.

  1. L’industria dell’ipocrisia: chi governa davvero?

Dietro la maschera della democrazia, il vero potere è nelle mani dei consigli di amministrazione. Le aziende belliche finanziano campagne elettorali, dettano agende parlamentari, partecipano ai tavoli di lavoro dei governi. In Italia come in Francia, negli USA come in Israele.

I governi si sono trasformati in agenzie di distribuzione di risorse pubbliche verso interessi privati. Ogni missile, ogni aereo da guerra, ogni nave porta con sé miliardi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sottratti a sanità, scuola, lavoro, cura. E la propaganda — che oggi ha sostituito l’informazione — ci convince che tutto questo sia “per la nostra sicurezza”.

  1. La pace come diritto esigibile, non utopia retorica

Ma la pace non è un’illusione. È un diritto, e come tale deve essere giuridicamente riconosciuto, politicamente protetto, socialmente preteso. La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani già pongono le basi. Serve però la volontà politica per rendere la guerra un crimine e la pace un obbligo costituzionale per ogni Stato.

Chi oggi finanzia, legittima e promuove la guerra — con armi, parole o silenzi — dovrebbe rispondere non solo alla storia, ma a un tribunale internazionale.

Da che parte vogliamo stare?

Non possiamo più fingere neutralità. Ogni euro speso per un carro armato è un euro tolto a un respiratore, a un libro scolastico, a una pensione dignitosa. Ogni silenzio è complicità. Ogni giustificazione è una coltellata alla verità.

La scelta è chiara: o stiamo con la vita o stiamo con i profitti di morte. Non c’è terza via.

Fonti principali:
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute
• Guardian, settembre 2025
• Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente
• Etica SGR
• GABV – Global Alliance for Banking on Values
• Relazioni ufficiali NATO e UE
• Dati ONU e IPCC