L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

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Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

Il giorno in cui Milano si è schierata con i pirati

La complicità del Partito Democratico nell’ora della Flotilla rapita

C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della marina israeliana abbordano una a una le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrano centinaia di attivisti civili disarmati, sparano contro chi porta farmaci e cibo a una popolazione affamata, dentro l’aula del consiglio comunale di Milano si compie un gesto che fra dieci anni nessuno potrà cancellare. Ventuno consiglieri votano per mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Diciassette votano per sospenderlo. Tre consigliere del Partito Democratico e tre della lista civica del sindaco Sala scelgono di stare con la destra, con la maggioranza dei rifiuti, con il filo che lega la prima città industriale italiana alla capitale economica di uno Stato che da oltre due anni e mezzo conduce l’eliminazione metodica di un popolo.

Non è un caso. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta di un sistema politico che ha smarrito perfino le parole per dirsi e che mentre fuori le piazze si riempiono di centomila persone preferisce mostrarsi nuda nella sua subalternità. La domanda non è più cosa pensa il governo Meloni di Gaza, o cosa pensa l’Unione Europea della pirateria di Stato praticata da Netanyahu. La domanda è perché, in una città che si racconta progressista, una porzione decisiva del centrosinistra abbia deciso di salvare il sindaco invece di salvare la propria onorabilità politica.

1. La cronaca di una doppia infamia

La sequenza dei fatti è essenziale. La sera del diciotto maggio duemilaventisei l’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale. In oltre trenta città italiane partono cortei, manifestazioni, presìdi davanti ai consolati e alle prefetture. Lo slogan è secco, frontale, antico nella sua semplicità: «Nemmeno un chiodo per guerra e genocidio». A Roma diecimila persone marciano dall’Esquilino. A Milano il corteo parte da piazzale Loreto, percorre Buenos Aires, Porta Venezia, corso Matteotti, piazza della Scala e termina in piazza Duomo. A Bologna due cortei, uno la mattina e uno il pomeriggio. A Firenze il corteo passa lungo i lungarni con lo striscione «Fermiamo il sionismo con la resistenza». A Genova, Palermo, Pisa, Padova, Bergamo, Cagliari, Torino, Napoli, Livorno: ovunque la stessa risposta dal basso, ovunque la stessa assenza istituzionale.

Mentre marciano i cortei, in mare aperto si compie l’ennesimo atto di pirateria di Stato. Cinquantaquattro imbarcazioni civili, quattrocentoventisei attivisti di trentanove nazionalità, partiti pochi giorni prima dal porto turco di Marmaris, vengono intercettati uno dopo l’altro da decine di motovedette militari israeliane. Centinaia di miglia nautiche dalle coste di Gaza, in acque internazionali sotto sovranità giuridica europea. I soldati salgono a bordo coi mitra spianati, ordinano agli equipaggi di mettersi in ginocchio, trasferiscono gli arrestati su una nave prigione battente bandiera israeliana. In sei imbarcazioni partono colpi: l’esercito di Tel Aviv ammette «mezzi non letali a scopo di avvertimento», la Flotilla denuncia spari e non ha modo di distinguere se i proiettili siano di gomma o veri. Fra i sequestrati ventinove cittadini italiani, tre stranieri residenti in Italia, un deputato del Movimento Cinque Stelle, l’ex candidata alla presidenza della Toscana Antonella Bundu, l’operaio del collettivo di fabbrica ex Gkn Dario Salvetti. Tutti vengono trasferiti al porto di Ashdod.

La parola giusta esiste e va pronunciata senza eufemismi. È pirateria. È rapimento. È atto di guerra contro civili in acque libere. La risposta del governo italiano arriva tardi, modesta, lessicalmente codarda. Il ministro degli Esteri Tajani chiede a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza». Non protesta. Non convoca l’ambasciatore. Non sospende relazioni. Verifica. Come un pubblico amministratore davanti a una procedura amministrativa fuori squadro. Nelle stesse ore l’Unione Europea conferma quanto aveva già anticipato il dodici maggio: nessuna protezione istituzionale alle imbarcazioni civili dei suoi stessi cittadini. La sovranità europea si arresta al limite delle direttive sui detersivi.

È esattamente in questo scenario che a Palazzo Marino, a Milano, va in scena il voto sul gemellaggio. Non un voto qualsiasi. Un voto che era già stato vinto otto mesi prima, il venti ottobre duemilaventicinque, quando il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno per sospendere i rapporti istituzionali con Tel Aviv. Quel voto democratico era stato inghiottito nel silenzio del sindaco, che non aveva mai trasmesso la deliberazione al suo omologo israeliano, di fatto sterilizzandola. I gruppi di opposizione interna alla maggioranza, i Verdi guidati da Francesca Cucchiara, Tommaso Gorini ed Enrico Fedrighini del gruppo misto, decidono di riportare il provvedimento in aula. Il risultato è ventuno contrari, diciassette favorevoli, un presente non partecipante. Il gemellaggio resta. Il Pd a maggioranza vota per la sospensione, ma tre consigliere democratiche, Roberta Osculati, Angelica Vasile e Alice Arienta, votano insieme alla destra. Tre consiglieri della lista civica del sindaco, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone, fanno lo stesso. Sei voti decisivi. Sei voti che, sommati a quelli del centrodestra in opposizione, bastano a mantenere in vigore un rapporto istituzionale fra una città italiana e la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

2. La meccanica della complicità

Si dice che le coalizioni vivano di compromessi. È vero, ma c’è un confine oltre il quale il compromesso si chiama copertura, e oltre il compromesso si chiama complicità. Quel confine a Milano è stato attraversato due volte. La prima quando il sindaco Sala ha unilateralmente bloccato l’attuazione dell’ordine del giorno di ottobre, sostituendo la propria sensibilità personale al voto democratico di un consiglio comunale. La seconda quando una parte del Pd, mascherata da prudenza istituzionale, ha consegnato i voti decisivi alla destra per non disconoscere il sindaco. È la cosiddetta libertà di voto: una formula che permette ai vertici di non scegliere e ai dissidenti di non rispondere. Una scappatoia che in tempi normali nutre la palude, ma che in tempi di genocidio diventa l’esatta condotta che la storia, fra qualche anno, chiamerà col suo nome.

I numeri parlano da soli. Il gemellaggio Milano-Tel Aviv non sopravvive perché esiste una maggioranza politica che lo difende. Sopravvive perché un pezzo del Partito Democratico tiene insieme una contraddizione: a parole solidarietà con la Flotilla, nei fatti voto allineato con i sostenitori del primo ministro Netanyahu. È una scissione fra parola e atto che caratterizza tutta una fase del riformismo italiano. La capogruppo Beatrice Uguccioni, dopo il voto, ha avuto il coraggio di dire dall’aula che la sospensione del gemellaggio approvata democraticamente otto mesi prima «non ha trovato seguito ai piani alti». Una frase che il sindaco Sala, il giorno dopo, ha bocciato pubblicamente. Il segretario milanese del Pd, Capelli, ha emesso una nota da pompiere: nessun atto di sfiducia, nessuna rottura, tutto rientra nella normale dialettica interna. È la grammatica con cui il centrosinistra italiano amministra la propria irrilevanza.

Non è settarismo segnalarlo. È analisi politica elementare. La destra al governo nel Paese, dalla presidente del Consiglio Meloni al ministro Tajani, ha una posizione filo-israeliana costante, esplicita, perfino orgogliosa. La destra non finge. Una parte del centrosinistra, invece, oscilla, ondeggia, copre, distingue, attende. Ed è proprio in questa oscillazione che la destra trova il suo ossigeno permanente. Il governo Meloni non esiste solo per le proprie forze. Esiste anche, e forse soprattutto, perché ha davanti a sé una opposizione che a Milano vota la stessa cosa che voterebbe la Lega. Una opposizione che non sa scegliere fra la Costituzione e Confindustria, fra il diritto internazionale e i tavoli con le imprese israeliane di sicurezza informatica.

3. Il volume reale dell’orrore

Per capire cosa sia stato votato a Milano occorre tenere fissi i numeri di Gaza. Non i numeri della retorica, quelli del ministero della Salute palestinese e delle agenzie sanitarie internazionali. All’inizio di marzo duemilaventisei le morti palestinesi documentate fra Gaza e Cisgiordania superano le settantatremila duecentosedici. I feriti accertati superano i centoottantatremila. A questi vanno aggiunti almeno dodicimila duecento dispersi, prevalentemente sepolti sotto le macerie dei quartieri rasi al suolo. Il novantaquattro per cento delle infrastrutture mediche risulta distrutto, secondo Medici senza Frontiere. Il novantacinque per cento degli ospedali è fuori uso. Quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi nel corso del conflitto. Oltre duecentotrentaquattro giornalisti palestinesi sono caduti, una cifra che è già la più alta mai registrata in un singolo conflitto contemporaneo, e cresce ogni settimana.

Questi sono i dati su cui si è votato. Quando il consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio istituzionale con la capitale economica dello Stato responsabile di queste cifre, sta esprimendo una posizione politica. Non sta firmando un accordo turistico fra fontane di Piazza Duomo e spiagge di Tel Aviv. Sta dichiarando che, fra l’ente municipale di uno Stato sotto procedimento internazionale per genocidio davanti alla Corte dell’Aja e una popolazione affamata, mutilata, sterminata, l’amministrazione di Milano sceglie il primo. È un atto politico, e va trattato come tale.

Il blocco navale di Gaza dura dal duemilasette, illegale fin dal primo giorno secondo la maggior parte dei giuristi internazionali. Da almeno due anni l’assedio si è trasformato in arma di sterminio sistematico. Ai punti di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione cosiddetta umanitaria costruita su misura per sostituire le agenzie delle Nazioni Unite, si è sparato a centinaia sui civili, anche bambini, colpiti alle spalle mentre fuggivano dopo essersi avvicinati ai pacchi. Le immagini sono pubbliche. I rapporti dei medici stranieri, dei pochissimi giornalisti internazionali ammessi e poi espulsi, della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, formano un corpo documentale che nessun tribunale onesto potrà liquidare. Centinaia di palestinesi vengono uccisi durante quello che diplomaticamente viene chiamato «cessate il fuoco», con la regolarità di un’agenda. Bambini di dodici anni vengono incarcerati per il reato di aver lanciato pietre contro i tank che radono al suolo le loro case. I valichi restano chiusi al cibo in entrata e ai feriti in uscita. Le barche di soccorso vengono abbordate in acque internazionali e i loro equipaggi sequestrati come prede di guerra.

4. Il vocabolario della pacificazione

Esiste una narrazione dominante e va smontata pezzo per pezzo. Quella narrazione si regge su parole prese in prestito da un mondo che non esiste più. Si parla di «tregua», ma sotto la tregua si continua a sparare, a colpire i cooperanti, a bombardare quartieri residenziali. Si parla di «aiuti umanitari», ma gli aiuti vengono trasformati in trappole letali ai punti di distribuzione. Si parla di «conferenza di pace», ma chi propone la conferenza tace nel momento in cui un suo cittadino viene rapito in mare. Si parla di «dialogo fra città», ma il dialogo viene mantenuto con un’amministrazione che è parte integrante della catena di comando di una pulizia etnica.

Il giorno dopo il voto, la capogruppo Pd Uguccioni ha proposto come strada futura la Conferenza Internazionale di Pace, presentandola come orizzonte condiviso «praticamente all’unanimità» dal consiglio comunale. È la formula classica del compromesso che disinnesca. Una conferenza è un’idea, può essere tutto e niente. Sospendere un gemellaggio, invece, è un atto. Costa, pesa, lascia traccia. La differenza fra un atto e un’idea è esattamente la differenza fra una posizione politica e una posa estetica. Per troppi anni il centrosinistra italiano ha confuso le due cose. E ora, davanti al più grande crimine contemporaneo, paga il prezzo della confusione.

Vale anche per le scelte semantiche. Quando si parla di Israele si distingue, si articola, si bilancia. Quando si parla di Iran, di Russia, di Venezuela, l’aggettivo «regime» scatta automatico. Lo Stato di Tel Aviv compie atti che in qualunque altro contesto sarebbero descritti come crimini contro l’umanità, e i nostri editorialisti dosano i complementi indiretti. La sproporzione del linguaggio è la prima forma di complicità mediatica. La seconda è il silenzio: tre giornalisti italiani su quattro hanno raccontato il voto di Milano come un episodio interno alla maggioranza, una grana per Sala, una scaramuccia da rubriche politiche locali. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di dire che a Milano, quella sera, si è votato sul giudizio storico di un crimine in corso.

5. La struttura materiale del consenso

Per capire perché il gemellaggio resiste a tutte le pressioni occorre guardare alla struttura materiale che lo regge. Non è un legame simbolico. È un asse industriale, finanziario e tecnologico. Milano è la prima sede italiana di numerose multinazionali israeliane della cibersicurezza, del fintech, dei sistemi militari duali. Le università milanesi, dal Politecnico alla Bocconi, hanno accordi di scambio e di ricerca con istituzioni israeliane, alcuni dei quali toccano direttamente settori di applicazione militare. Le startup di matrice israeliana che approdano in Italia trovano nel sistema lombardo il proprio aeroporto naturale. Quando si parla di gemellaggio non si parla, dunque, di scambi folkloristici o di settimane gastronomiche. Si parla di un’infrastruttura politica che facilita flussi di capitali, brevetti, contratti militari, joint venture nel settore della sorveglianza biometrica.

È in questa rete di interessi che vanno collocate le tre consigliere e i tre consiglieri che hanno tradito il proprio voto di ottobre. È la materialità dei legami fra Palazzo Marino e l’asse atlantico-israeliano, non un capriccio personale, che spiega la loro scelta. La sinistra che ignora questa struttura, e che continua a ragionare come se la politica fosse il regno delle pure intenzioni, è destinata a essere battuta ogni volta. Il consigliere che vota contro la sospensione del gemellaggio non vota per ragioni morali. Vota perché ha calcolato che, nel sistema di reciproche convenienze in cui si muove, il costo politico di disconoscere Sala è maggiore del costo politico di abbandonare l’ordine del giorno di ottobre. È un calcolo razionale dentro un sistema corrotto. Per cambiarlo non basta moltiplicare le mozioni: occorre cambiare il sistema.

Ed è qui che il quadro si allarga, perché Milano è solo un osservatorio privilegiato. La stessa logica è all’opera nel governo Meloni che continua a esportare armamenti verso Israele in violazione della legge italiana numero centottantacinque del millenovecentonovanta. La stessa logica è all’opera nelle istituzioni europee che hanno mantenuto in vita l’accordo di associazione con Israele nonostante l’articolo due dello stesso accordo subordini la relazione al rispetto dei diritti umani fondamentali. La stessa logica è all’opera nell’apparato di sicurezza atlantico che considera la frontiera israeliana come la propria linea avanzata di proiezione strategica nel Mediterraneo. Sospendere un gemellaggio comunale è un atto politico minuto, ma agisce su questa stessa catena. Per questo i suoi avversari sono tanto agguerriti. Per questo lo hanno bocciato.

6. Le piazze e gli Stati

Mentre il voto si consumava, in mare e per strada si vedeva l’altro lato della stessa medaglia. La protezione della Flotilla non è venuta dalle marine europee, dai governi atlantici, dalle cancellerie. È venuta dagli scioperi generali indetti dall’Unione Sindacale di Base e dal sindacalismo di base, dai presìdi che hanno bloccato porti come Genova, Livorno, Salerno, Ravenna, dai trentamila lavoratori e lavoratrici che si sono fermati nonostante le sanzioni dell’Autorità di Garanzia. È venuta dalle università occupate, dai centri sociali, dalle reti civiche, dai sanitari per Gaza, dalle quattromila iniziative di sciopero della fame a staffetta diffuse in tutto il Paese, dai medici italiani che si sono dichiarati disponibili a recarsi nella Striscia anche a rischio personale, dai collettivi di fabbrica come ex Gkn che hanno trasformato le loro stesse vertenze nella piattaforma di una solidarietà internazionalista che non si vedeva da anni.

Sono i popoli che proteggono la Flotilla. Sono i popoli che hanno fatto sì che a Gaza il termine «genocidio», un tempo riservato alle aule accademiche, sia oggi pronunciato in piazza, sulle pagine dei principali quotidiani internazionali, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. È il movimento dal basso ad avere costretto trentanove governi a dichiararsi formalmente preoccupati per l’azione israeliana, anche se solo cinque di essi hanno preso misure operative. È il movimento dal basso ad avere infiltrato persino una parte del giornalismo mainstream, che oggi descrive in modo molto più aderente alla realtà ciò che due anni fa veniva taciuto. La sproporzione fra ciò che dicono le piazze e ciò che fanno le istituzioni è la cifra di tutta una stagione politica. È la sproporzione che spiega l’urgenza di costruire forme di organizzazione politica capaci di trasferire quella forza nelle stanze dove si decide.

A Milano la lezione è scoperta. Una raccolta di firme è in corso, da settimane, per una delibera di iniziativa popolare che imponga al Comune la sospensione di tutti gli accordi con Israele. È la stessa strada percorsa a Roma, dove il consiglio comunale ha già discusso un provvedimento analogo. Mentre i consiglieri litigano sulle formule, i cittadini firmano. Mentre Sala blocca i voti del proprio consiglio, i quartieri si organizzano. È la dimostrazione che la democrazia diretta, la mobilitazione popolare, la pressione costante e capillare dal basso restano gli unici strumenti efficaci per costringere le istituzioni a fare la cosa giusta. O almeno la cosa meno indegna.

7. Cosa ci insegna il voto di Milano

Il voto di Palazzo Marino del diciotto maggio resterà come un piccolo, esatto laboratorio politico. Ha mostrato in poche ore tre verità che a sinistra è ora di guardare in faccia. La prima è che non basta avere una maggioranza progressista per governare in modo progressista: serve una direzione politica che non abbia paura del costo dei propri principi. La seconda è che il riformismo che si rifugia nella «libertà di coscienza» quando si tratta di decidere su un genocidio non sta praticando la libertà, sta praticando la fuga. La terza è che la complicità peggiore non è quella della destra apertamente filo-israeliana, ma quella della sinistra di governo che sta in piazza con la Flotilla e in aula vota con i suoi affossatori. La destra agisce coerentemente. La complicità tiepida del centrosinistra è ciò che permette alla destra di non pagare politicamente nessuna delle proprie posizioni.

C’è bisogno di nominare le cose. C’è bisogno di smettere di chiamare prudenza ciò che è subalternità, equilibrio ciò che è copertura, dialettica interna ciò che è tradimento di un voto democratico già espresso. C’è bisogno di una nuova soglia. Quella soglia non passa dentro le maggioranze di palazzo, passa fra chi si rifiuta di essere complice e chi accetta di esserlo. È una soglia trasversale, che attraversa partiti, sindacati, associazioni, parrocchie, ordini professionali. Dentro a quella soglia si stanno formando alleanze nuove, fragili ma vere, fra realtà che fino a ieri non si parlavano. È nella geografia di queste alleanze che andrà cercata la sinistra del prossimo decennio. La sinistra che non resta più nella stessa stanza con chi vota a fianco di chi affonda le navi dei nostri.

Le pietre di Milano resteranno. Le pietre delle tre consigliere democratiche e dei tre consiglieri della lista del sindaco resteranno. Le pietre dell’aula di Palazzo Marino, che la sera del diciotto maggio duemilaventisei ha confermato il gemellaggio con la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio, resteranno. Non per spirito di vendetta o per cattiveria storiografica, ma perché nella storia delle lotte popolari ogni voto pesa, ogni voto è un nome, ogni voto entra nei libri di scuola dei figli dei figli di chi oggi muore a Gaza, a Khan Younis, a Rafah. Quei figli un giorno chiederanno conto. E nessuna formula di prudenza istituzionale, nessuna invocazione della Conferenza di Pace, nessuna nota da pompiere del segretario di sezione potrà cancellare il fatto bruto che, in quell’ora, fra un popolo affamato e una marina di pirati, sei consiglieri della maggioranza progressista milanese hanno scelto i pirati.

La sinistra che vuole ancora chiamarsi tale comincia esattamente da qui. Dal rifiuto di restare al tavolo con chi compie quel gesto. Dal coraggio di nominare, distinguere, prendere posizione anche quando questo significa rompere alleanze, perdere municipi, riaprire conflitti che da troppi anni sono stati sedati con la formula stanca del male minore. Perché il male minore, oggi, ha un costo che si misura in seimila bambini sepolti sotto le macerie e in centinaia di attivisti italiani sequestrati in acque internazionali. Quel costo è troppo alto. Va finalmente detto.

Fonti

Agenzia ANSA, dispacci 19-20 maggio 2026 sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla e il trasferimento degli attivisti al porto di Ashdod. Quotidiano Nazionale, cronache del 19 e 20 maggio 2026. Il Fatto Quotidiano, edizioni del 18 e 19 maggio 2026 sul voto del consiglio comunale di Milano e sulle manifestazioni nazionali per la Palestina. Milano Today, ricostruzione del voto del 18 maggio in Palazzo Marino. Contropiano, dossier sulla Flotilla e sul voto milanese. L’Indipendente, cronaca dell’assalto in mare e degli scioperi. Il Manifesto, rubrica «Crimini di guerra», maggio 2026. Salute Internazionale, biopolitica del genocidio palestinese, marzo 2026. Sito ufficiale dell’Unione Sindacale di Base, comunicati 12 e 18 maggio 2026. Peacelink, intercettazione della Global Sumud Flotilla, 18 maggio 2026. Rapporti del Ministero della Salute di Gaza e dati delle agenzie sanitarie internazionali aggiornati al marzo 2026. Dichiarazioni pubbliche della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

I maestri dell’odio e il sangue di Bakari Sako

Taranto, piazza Fontana: anatomia di una pedagogia razzista che uccide

1. Un caffè prima del lavoro, e la morte

Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto.

È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono.

L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi.

2. Il silenzio che parla

Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero.

Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana.

Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve.

3. Cattivi maestri, nel senso più letterale del termine

L’espressione cattivi maestri ha una storia precisa nel lessico politico italiano. Fu coniata e usata, dalla destra e dalla stampa moderata, contro intellettuali che facevano della Costituzione, della giustizia sociale, della critica al potere il fulcro del proprio magistero pubblico. Era una espressione vile, perché attribuiva responsabilità morali a chi insegnava a pensare. Oggi va restituita, capovolta, ai suoi legittimi destinatari. Cattivi maestri sono quelli che insegnano a non pensare. Cattivi maestri sono quelli che, dalla tribuna del governo o dello scranno parlamentare, hanno costruito negli ultimi quindici anni una pedagogia pubblica fondata sulla distinzione gerarchica tra esseri umani.

Cattivi maestri sono quelli che hanno trasformato la parola immigrato in sinonimo di pericolo, la parola straniero in sinonimo di nemico, la parola accoglienza in sinonimo di tradimento nazionale. Cattivi maestri sono quelli che hanno detto, nelle dirette streaming, ai banchetti, nei comizi e nei talk show, che certe vite valgono meno, che certi corpi possono essere fermati dalla guardia costiera libica, lasciati morire in mare, deportati nei campi di concentramento dell’hub albanese, denudati delle loro storie individuali per essere ridotti a sciacalli o invasori. Cattivi maestri sono quelli che hanno usato, nelle aule del Parlamento, il linguaggio della guerra etnica come fosse linguaggio della politica.

Quei discorsi non rimangono nel vuoto. Atterrano. Li raccolgono i più giovani, perché i social li bombardano di reel, citazioni, video brevi, slogan ripetuti fino allo sfinimento. Atterrano nei quartieri dove la scuola è stata svuotata di risorse, nei quartieri dove il lavoro non c’è o paga 5 euro l’ora, nei quartieri dove la promessa borghese del futuro non significa più nulla. E lì, in quei territori abbandonati dallo Stato che fa lo Stato solo quando deve reprimere, l’odio diventa identità. Diventa il modo con cui un quindicenne stabilisce una gerarchia tra sé e il mondo: io sono italiano, lui è di troppo. Io ho diritto, lui no. Io tengo il coltello, lui muore.

La responsabilità morale di Meloni, Salvini, Vannacci non è una responsabilità penale. Non hanno tenuto loro il coltello. Ma hanno tenuto, e tengono, il microfono. E con il microfono hanno disseminato, anno dopo anno, intervista dopo intervista, comizio dopo comizio, una grammatica della disumanizzazione che ha educato una generazione a guardare l’altro come bersaglio. Non sono i complici materiali dell’omicidio di Bakari. Sono i pedagoghi del clima in cui quell’omicidio diventa possibile, prevedibile, perfino ordinario.

4. Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard

Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto.

Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri.

Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale.

5. Le radici materiali della violenza giovanile

Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali.

La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio.

Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere.

6. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite

Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire.

E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto.

L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende.

7. Disarmare i loro discorsi, riportarli al loro posto

Bisogna avere il coraggio di dire ad alta voce ciò che la grande stampa non dice. I cattivi maestri non sono interlocutori legittimi del dibattito democratico, sono nemici della Costituzione antifascista che fonda questa Repubblica. I loro ragionamenti, in un Paese che prendesse sul serio i suoi principi costituzionali, sarebbero inaccettabili. Si vergognino. Tornino nelle nicchie marginali da cui sono usciti, nelle fogne politico-culturali dove, fino a poco tempo fa, certi discorsi venivano relegati perché una società minimamente civile sapeva riconoscerli per quello che sono.

Disarmare i loro discorsi non significa censurarli. Significa contrapporre, in ogni spazio pubblico, una pedagogia diversa, fatta di verità storica, di analisi materialista delle disuguaglianze, di cultura della solidarietà concreta. Significa ricostruire le scuole di formazione politica, riempire le periferie di esperienze educative orizzontali, ridare voce a chi quotidianamente, nelle parrocchie come nei centri sociali, nei sindacati di base come nelle associazioni di accoglienza, costruisce contro-narrazioni. Significa non lasciare ai cattivi maestri l’egemonia sui social, sulle televisioni, sulle radio. Significa investire energia, tempo, soldi, intelligenza nella controffensiva culturale che da troppo tempo manca.

Significa anche, e soprattutto, nominare le responsabilità. Non genericamente. Una a una. Quando Giorgia Meloni tace su Bakari Sako, va detto che tace. Quando Matteo Salvini sceglie di non commentare, va detto che sceglie. Quando Roberto Vannacci pubblica il prossimo libro razzista, va spiegato, ai giovani in particolare, perché quel libro è una pistola caricata e consegnata a chi cerca un bersaglio. Non c’è neutralità possibile in questa partita. La neutralità è complicità con il più forte. E il più forte, in questo momento, ha le mani sul potere esecutivo, legislativo, mediatico.

8. Giovedì in piazza Fontana

Giovedì quattordici maggio, alle diciassette e trenta, in piazza Fontana, nella città vecchia di Taranto, dove Bakari Sako è stato accerchiato e ucciso, ci sarà un presidio promosso da Libera, dalla comunità africana di Taranto, da Mediterranea Saving Humans, dall’associazione Babele e da molte altre realtà della città. Non sarà una commemorazione rituale. Sarà un atto politico. Servirà a dire che Taranto non è la città dei post razzisti sotto le notizie di cronaca, ma è la città di chi quel sangue lo raccoglie, lo onora, lo trasforma in domanda di giustizia.

Sarà importante esserci, per chi può. Sarà importante, per chi non può esserci fisicamente, far girare la voce, scrivere, parlare, denunciare. Non per il rito della solidarietà social, ma perché ogni volta che un nome viene pronunciato pubblicamente, ogni volta che una vita viene riconosciuta come vita degna di lutto, si toglie un pezzo di terreno alla macchina che disumanizza. Si dice: questo essere umano contava. Si dice: la sua morte non passerà sotto silenzio. Si dice: noi sappiamo chi sono i cattivi maestri, e chi sono i loro complici per omissione.

Bakari Sako lascia in Mali due donne incinte di lui, una madre, un fratello arrivato di corsa dalla Spagna a riconoscere il corpo. Lascia, qui in Italia, milioni di persone che la propaganda dell’odio vorrebbe trasformare in nemici e che invece sono, semplicemente, quelli che mandano avanti il Paese mentre gli italiani veri discutono nei talk show. Lascia, soprattutto, una domanda che non possiamo eludere: che cosa siamo diventati, se per ammazzare un uomo che andava a lavorare nei campi servono cinque ragazzini, un coltello e un’alba? E chi ha insegnato loro che si poteva fare?

Ai cattivi maestri tocca la prima riga di questa risposta. A noi tutti, le righe successive. C’è una pedagogia dell’odio che ha lavorato per anni con metodo, finanziamenti, palinsesti. C’è ora una pedagogia della giustizia che dobbiamo rilanciare con altrettanto metodo, con altrettanta caparbietà, con altrettanta presenza. Il sangue di Bakari non si laverà con un comunicato. Si laverà ricostruendo, pezzo per pezzo, una cultura politica capace di rimettere al centro il valore di ogni singola vita umana. E di smascherare, ogni singolo giorno, chi ha trasformato la disumanizzazione in mestiere.

9. Fonti

1. ANSA, Bracciante ucciso a Taranto da un gruppo di minori, ‘futili motivi’, undici maggio 2026.

2. Il Fatto Quotidiano, Bracciante maliano ucciso a Taranto: fermati tre minorenni e un 19enne, undici maggio 2026.

3. Il Messaggero, Taranto, bracciante ucciso da un gruppo di minori per futili motivi: un quindicenne ha sferrato i fendenti mortali a Bakari Sako, undici maggio 2026.

4. Avvenire, Sacko Bakari, il bracciante in bici massacrato dalla babygang. Taranto è sotto choc, dodici maggio 2026.

5. AGI, Bracciante del Mali ucciso a Taranto: quindicenne confessa il delitto, dodici maggio 2026.

6. Sky TG24, Omicidio a Taranto, ha confessato il minore che ha accoltellato a morte Bakari Sako, dodici maggio 2026.

7. Adnkronos, Omicidio bracciante Bakary Sako a Taranto, fermati quattro giovanissimi membri baby gang, undici maggio 2026.

8. Today, Bakari Sako ucciso a Taranto: un ragazzino di quindici anni confessa l’omicidio, dodici maggio 2026.

9. Blitz Quotidiano, Bakari Sako ucciso a Taranto, fermati cinque ragazzini. I colpi mortali sferrati da un quindicenne, dodici maggio 2026.

10. La Gazzetta del Mezzogiorno, Taranto non può restare in silenzio, il razzismo non avrà l’ultima parola: le associazioni si mobilitano dopo l’omicidio Sako, dodici maggio 2026.

11. Stato Quotidiano, Omicidio di Bakary Sako, Scalera: Vergogna su chi semina odio anche davanti alla morte, undici maggio 2026.

12. Antenna Sud, Taranto, omicidio Bakari Sako: in Mali due famiglie distrutte, undici maggio 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella

Dalla parola al pogrom: la scala di Allport, settant’anni dopo

Come il pregiudizio diventa politica, e come la politica diventa deportazione — dall’Europa della remigrazione alla Palestina della pena di morte

Nel 1954, lo psicologo statunitense Gordon W. Allport pubblicava The Nature of Prejudice, opera che ancora oggi costituisce la cornice teorica più lucida per comprendere come l’ostilità verso l’altro non sia un sentimento, ma un processo: un meccanismo a stadi, con soglie che si attraversano quasi senza accorgersene. Settant’anni dopo, mentre l’Europa occidentale ospita sulle tribune parlamentari conferenze sulla remigrazione e partiti di governo trasformano in norma il «rimpatrio assistito» come condizione per la retribuzione degli avvocati, mentre in Medio Oriente la Knesset israeliana legifera la pena di morte a bersaglio etnico e l’esercito rade al suolo interi villaggi tra Cisgiordania, Gaza e Libano meridionale, rileggere Allport non è un esercizio accademico. È un dispositivo di allarme civile. E l’allarme suona su tutti e cinque i gradini, contemporaneamente.

Chi era Gordon Allport

Gordon Willard Allport (Montezuma, Indiana, 11 novembre 1897 — Cambridge, Massachusetts, 9 ottobre 1967) è stato uno dei padri fondatori della psicologia sociale e della psicologia della personalità novecentesca. Insegnò ad Harvard dal 1930 fino alla morte, ricoprì la presidenza dell’American Psychological Association, diresse il National Opinion Research Center e fu per anni direttore del Journal of Abnormal and Social Psychology. Tra i suoi allievi figurano Jerome Bruner e Stanley Milgram, lo stesso Milgram che avrebbe documentato, nel celebre esperimento sull’obbedienza all’autorità, quanto sia facile per persone ordinarie infliggere sofferenza ad altri esseri umani quando un’istituzione lo consente.

L’American Psychological Association lo colloca all’undicesimo posto fra i cento psicologi più influenti del Novecento. La sua opera sul pregiudizio, basata anche sul lavoro condotto con rifugiati europei durante la Seconda guerra mondiale, non fu soltanto un libro di psicologia: fu un testo politico di riferimento per la stagione dei diritti civili, citato da Martin Luther King Jr. e da Malcolm X. Vendette oltre cinquecentomila copie entro il 1980, e resta in catalogo. Allport scriveva con il fumo dei forni crematori europei ancora fresco nell’aria, e con l’esperienza diretta del razzismo statunitense sotto gli occhi: il suo testo è contemporaneamente diagnosi clinica e dispositivo di vigilanza morale.

La scala del pregiudizio: cinque gradini verso l’abisso

Allport propone una scala a cinque livelli per misurare l’intensità del pregiudizio di un gruppo dominante (in-group) contro un gruppo minoritario (out-group). La potenza dell’intuizione non sta nell’elenco in sé, ma nell’idea di continuità: ogni gradino prepara il successivo, rendendolo pensabile, dicibile, infine eseguibile. Nessuno salta dalla normalità democratica al genocidio. Ci si arriva per scivolamenti successivi, ciascuno dei quali, preso isolatamente, appare ancora tollerabile.

Primo gradino — Antilocuzione

È il livello verbale: battute, stereotipi, «opinioni» espresse all’interno del gruppo dominante contro la minoranza. Il discorso d’odio (hate speech) ne è la forma estrema. Chi lo pratica si percepisce spesso come innocuo: sta «solo parlando», sta «solo dicendo come stanno le cose». In realtà l’antilocuzione è il terreno di coltura. Abitua l’orecchio, normalizza la disumanizzazione, apre lo spazio semantico a ciò che verrà dopo. Quando un vicepremier definisce un intero gruppo etnico o religioso come un problema in sé, o quando un ministro della Sicurezza nazionale esulta con lo champagne per una legge che consente di impiccare i palestinesi, non sta facendo satira: sta coltivando il primo gradino.

Secondo gradino — Evitamento

Il gruppo dominante si ritira. Non aggredisce: esclude. Cambia quartiere, cambia scuola, cambia locale. La separazione non produce ferite visibili, ma isolamento sociale, ghettizzazione, interruzione del contatto interpersonale che — come Allport stesso sottolineò nella celebre ipotesi del contatto — è l’antidoto più efficace al pregiudizio. L’evitamento è il pregiudizio che si fa topografia urbana. Prepara il terzo gradino perché, quando non si conosce più l’altro, è infinitamente più facile discriminarlo. Nel caso palestinese l’evitamento è stato architettato: muri di separazione, strade per soli coloni, checkpoint, Area A-B-C, linea blu, linea gialla. L’architettura dell’apartheid è evitamento reso struttura.

Terzo gradino — Discriminazione

Qui il pregiudizio diventa azione e, soprattutto, norma. Alla minoranza vengono negati diritti, opportunità, accesso al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla giustizia. Gli esempi storici che Allport aveva sotto gli occhi sono le leggi Jim Crow negli Stati Uniti, l’apartheid sudafricano e le leggi di Norimberga del 1935 nella Germania nazionalsocialista. In Italia le leggi razziali del 1938 appartengono esattamente a questa soglia. Oggi il gradino della discriminazione si incarna in dispositivi più sofisticati: cittadinanza intesa non come diritto ma come appartenenza culturalmente certificata, permessi di soggiorno «a punti» legati a criteri di condotta, esclusione di fatto dai servizi, profilazione etnica nei controlli di polizia, subordinazione dei diritti procedurali all’adesione a programmi di rimpatrio. E, in forma estrema, una legge che riserva la pena capitale a una sola etnia: quella palestinese, come vedremo.

Quarto gradino — Attacco fisico

La violenza diventa pratica sociale tollerata o addirittura celebrata. Aggressioni, devastazioni di proprietà, incendi, linciaggi, pogrom. Allport, scrivendo nel 1954, aveva in mente i linciaggi dei neri negli Stati Uniti e i pogrom antisemiti europei. Non si tratta necessariamente di violenza di Stato: più spesso è violenza di gruppi organizzati, tollerata dalle autorità, legittimata dal clima culturale costruito nei tre gradini precedenti. La cronaca italiana ed europea degli ultimi anni — dalle ronde alle aggressioni contro migranti, richiedenti asilo, persone rom, persone LGBTQ+ — documenta un’espansione silenziosa di questo quarto livello. La cronaca della Cisgiordania documenta la sua forma sistemica: 1.732 episodi di violenza dei coloni nel periodo novembre 2024-ottobre 2025, secondo l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani.

Quinto gradino — Sterminio

L’eliminazione fisica o l’espulsione sistematica del gruppo minoritario. Genocidio, pulizia etnica, deportazione di massa. Allport scriveva con la Shoah alle spalle, e non è un caso che il suo ultimo gradino contempli sia lo sterminio sia la «rimozione» del gruppo esterno. La distinzione è sottile, e il Novecento ci ha insegnato quanto sia labile il confine tra deportazione e annientamento. Il termine che l’estrema destra europea del 2026 usa per nominare, in forma eufemistica, questa soglia, è remigrazione. Il termine che il diritto internazionale usa per nominare ciò che accade a Gaza, nella Cisgiordania del «trasferimento forzato di massa» e nel sud del Libano della «bonifica dell’area», è: pulizia etnica.

Perché la scala di Allport parla al nostro presente

Per decenni la scala è stata studiata come strumento retrospettivo, chiave di lettura di catastrofi archiviate: la Germania del Terzo Reich, il Sudafrica dell’apartheid, la Bosnia degli anni Novanta, il Ruanda del 1994. Il presupposto implicito era che le democrazie liberali occidentali avessero ormai collocato gli ultimi due gradini fuori dal campo del pensabile. Questo presupposto oggi non regge più.

Negli Stati Uniti, la retorica della «grande sostituzione» è passata dai forum dell’alt-right ai comizi presidenziali; l’ICE opera rastrellamenti che colpiscono anche cittadini naturalizzati; Steve Bannon rivendica apertamente la necessità di «ripulire la città dagli insorti». In Germania, Alternative für Deutschland ha organizzato a Potsdam nel gennaio 2024 un incontro in cui si discuteva esplicitamente l’espulsione di massa di cittadini tedeschi di origine straniera considerati «non assimilati»: la stessa AfD che alle europee del 2024 ha superato il 16 per cento e che da allora ha continuato a crescere. In Francia, già nel 2022 Éric Zemmour proponeva un Ministero della Remigrazione; oggi la parola non scandalizza più una parte significativa degli elettori socialisti e macroniani. In Austria i «Patrioti» di Kickl sono al governo. In Italia, il 18 aprile 2026 Matteo Salvini ha riunito a Milano, in piazza Duomo, i Patrioti per l’Europa sotto lo slogan «Padroni a casa nostra», con la partecipazione di Geert Wilders e del ministro Valditara.

Nel frattempo, nel decreto Sicurezza (d.l. 24 febbraio 2026, n. 23), approvato dal Senato il 17 aprile 2026 e all’esame della Camera nei giorni della manifestazione, il Parlamento italiano ha introdotto con l’emendamento 30-bis una norma che prevede il pagamento di un compenso — stimato fra 615 e 625 euro — agli avvocati che «abbiano fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito», erogabile solo «ad esito della partenza dello straniero», con uno stanziamento di 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro per il 2027 e altrettanti per il 2028. L’Unione delle camere penali italiane, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, l’Organismo congressuale forense, il Consiglio nazionale forense (che si è pubblicamente dissociato dal proprio presunto ruolo di soggetto erogatore) e l’Associazione nazionale magistrati hanno denunciato la norma come «incompatibile con la Costituzione» e lesiva dell’indipendenza dell’avvocatura; persino il Quirinale ha espresso rilievi di costituzionalità. Non è più retorica da piazza: è ingegneria legislativa del quinto gradino.

E nel frattempo, mentre l’Europa si interroga sulla «remigrazione», a poche ore di volo dalle nostre capitali la scala di Allport viene percorsa fino in fondo, e oltre. Gaza, Cisgiordania, sud del Libano: tre laboratori simultanei del quinto gradino, condotti da uno Stato che si definisce democratico e che dispone del sostegno militare, diplomatico ed economico delle maggiori democrazie occidentali. Capire la remigrazione senza guardare la Palestina significa non capire né l’una né l’altra.

La «remigrazione»: parola-grimaldello del quinto gradino

Genealogia di un eufemismo

Il termine «remigrazione» è entrato nel Vocabolario Treccani nel 2025, definito come «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Non si tratta di rimpatrio volontario: si tratta di espulsione su larga scala di migranti, richiedenti asilo, residenti di lungo periodo e, nei casi più radicali, cittadini naturalizzati o nati in Europa ma considerati «non assimilati». Nel Novecento la parola era: deportazione.

La costruzione ideologica affonda le radici nella teoria della «grande sostituzione» formulata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo la quale le popolazioni europee bianche e cristiane verrebbero sistematicamente rimpiazzate da immigrati non europei con la complicità delle élite. Lo stesso Governo italiano, sul proprio sito istituzionale, ha definito la «sostituzione etnica» come «un mito neonazista». Eppure quel mito è diventato piattaforma politica. I gruppi francesi Bloc Identitaire e Génération Identitaire importarono il termine dal partito belga di estrema destra Vlaams Belang attorno al 2011; l’austriaco Martin Sellner ne ha fatto il titolo di un volume-manifesto tradotto in italiano nel 2025 e offerto ai lettori, nel 2026, dal quotidiano La Verità e dal settimanale Panorama. La senatrice Julia Unterberger, in un’interrogazione al ministro Piantedosi, ha descritto Sellner come «una delle figure più pericolose dell’intera galassia neonazista e xenofoba». In Germania è stato bandito per i suoi legami con movimenti neonazisti.

Dall’estremismo al mainstream

Il salto di categoria avviene fra il 2022 e il 2024. Nel 2022 Éric Zemmour promette in campagna elettorale un Ministero della Remigrazione per rimpatriare centomila «stranieri indesiderati» all’anno. Alla fine del 2022, con l’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk e la riduzione dei controlli sui contenuti, figure precedentemente bandite dalla piattaforma — Sellner in testa — vi rientrano, e l’attività online sul tema esplode. Nel gennaio 2024 l’inchiesta di Correctiv sull’incontro segreto di Potsdam rivela il piano di espulsione di massa discusso da dirigenti AfD e attivisti identitari; centinaia di migliaia di persone manifestano nelle piazze tedesche, persino Marine Le Pen prende le distanze. Eppure il 17 maggio 2025 il primo «Remigration Summit» si tiene al Teatro Condominio di Gallarate, in provincia di Varese — dopo tre cancellazioni di sedi precedenti fra Milano, Busto Arsizio e Somma Lombardo — con circa 400 partecipanti paganti (biglietti da 49 a 250 euro) provenienti da tutta Europa. Al raduno partecipa in videocollegamento, come ospite d’onore, il vicesegretario leghista Roberto Vannacci: «La remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta».

Nel gennaio 2026 il deputato leghista Domenico Furgiuele organizza alla Camera dei deputati una conferenza stampa per il lancio della legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», promossa da un comitato che comprende il portavoce di CasaPound Luca Marsella e l’esponente dei Veneto Fronte Skinheads Ivan Sogari. La conferenza viene annullata solo dopo l’occupazione della sala stampa da parte di trentadue parlamentari dell’opposizione. Il 26 marzo 2026 il Parlamento europeo approva a maggioranza (389 sì, 206 no, 32 astenuti) il Regolamento Rimpatri, ribattezzato dai suoi critici «Regolamento Deportazioni», che introduce gli hub di rimpatrio sul modello dei centri italiani in Albania. Vannacci commenta in aula parlando di una remigrazione «iniziata in Europa». Il PPE, principale partito dell’emiciclo, consolida così un allineamento strutturale con le forze dell’estrema destra.

L’inganno linguistico e il tradimento costituzionale

La proposta italiana di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e Riconquista», depositata in Cassazione il 17 gennaio 2026 dal Comitato promotore guidato dal portavoce di CasaPound Luca Marsella — e che secondo il sito ufficiale del comitato aveva raccolto al 16 aprile 2026 «quasi 150.000 firme, il triplo di quelle necessarie» — prevede l’abolizione dei flussi d’ingresso per motivi di lavoro, il «rafforzamento» dei rimpatri, l’espulsione dei «delinquenti», la confisca dei patrimoni di chi «specula sul traffico di uomini», il taglio dei fondi all’accoglienza, lo stop alle ONG e un «Patto di Remigrazione Volontaria» esteso anche agli stranieri regolari. Salvini, dopo la parziale partecipazione alla kermesse del 18 aprile (meno di 2.000 persone in piazza Duomo, un quarto dello spazio disponibile), ha rilanciato con la proposta di un «permesso di soggiorno a punti», sul modello della patente.

Il punto essenziale, come ha osservato il giornalista Valerio Renzi, è che non si parla più «solo» di cacciare gli irregolari: si tratta di espellere anche persone in possesso della cittadinanza italiana, francese o tedesca, ma considerate «non assimilabili» in quanto di origine straniera. «Il punto è ricostruire una presunta bianchezza della comunità nazionale, ripristinare il legame tra sangue e suolo». È il Blut und Boden che ritorna sotto forma di legge ordinaria. È la Costituzione repubblicana, articolo 3, che salta: «pari dignità sociale […] senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». È, per chi abbia letto Allport, il quinto gradino che viene tradotto in testo normativo.

Dal Giordano al Mediterraneo: quando la scala raggiunge il vertice

Se la remigrazione europea è la pulizia etnica immaginata, la Palestina è la pulizia etnica in atto. Il parallelo non è retorico: è strutturale. Le stesse categorie concettuali — «sostituzione», «non assimilabilità», «ripristino dell’omogeneità etnica», «sovranità culturalmente certificata», «legame tra sangue e suolo» — che alimentano il discorso identitario europeo sono le categorie operative con cui il governo Netanyahu, la coalizione di estrema destra che lo sostiene e il movimento dei coloni conducono, sotto gli occhi delle democrazie occidentali, un’operazione che l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani non esita a descrivere come una «politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato» che «solleva preoccupazioni di pulizia etnica».

Cisgiordania: trentaseimila espulsi in un anno

Il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, pubblicato nel marzo 2026 e relativo al periodo novembre 2024-ottobre 2025, parla di «espulsione di massa di portata senza precedenti»: oltre 36.000 palestinesi sfollati dalla Cisgiordania occupata in dodici mesi. Lo stesso rapporto documenta 1.732 episodi di violenza dei coloni, in crescita rispetto ai 1.400 dell’anno precedente. L’OCHA, l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite, segnala che dal gennaio 2025 sono 33.362 i rifugiati palestinesi sfollati dai soli campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, con oltre 1.500 strutture distrutte o gravemente danneggiate secondo UNOSAT. Solo nei primi tre mesi del 2026 gli sfollati sono più di 2.500, di cui oltre 1.100 minori. Save the Children, incrociando i dati ONU, registra che i bambini palestinesi sfollati per violenza dei coloni sono passati da una media trimestrale di 63 nel triennio precedente a 685 nel solo primo trimestre del 2026: un incremento di dieci volte.

L’OHCHR documenta che il trasferimento di poteri dalle forze armate israeliane alle autorità civili, la confisca delle terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti e le politiche discriminatorie hanno costituito «un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e violenza sistematica da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid. L’Alto Commissario Volker Türk chiede a Israele di smantellare gli insediamenti, evacuare i coloni, porre fine all’occupazione e consentire il ritorno degli sfollati. Human Rights Watch parla esplicitamente di «possibile crimine contro l’umanità». B’Tselem e Breaking the Silence, organizzazioni israeliane, denunciano che «approfittando della guerra, le milizie armate dei coloni, che spesso operano con il sostegno dell’esercito, continuano ad attaccare e molestare le comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania per costringerle ad andarsene».

La metodologia è documentata. Il 18 marzo 2026 a Khirbit Humsa un gruppo di coloni mascherati ha fatto irruzione notturna, legando residenti, picchiando donne, uomini e ragazze, minacciando stupri e uccisioni. Un uomo è stato aggredito sessualmente davanti alla famiglia. Il rapporto del West Bank Protection Consortium pubblicato dal Norwegian Refugee Council nell’aprile 2026 — e rilanciato dal Guardian — documenta come la violenza sessuale sia stata utilizzata sistematicamente come strumento di trasferimento forzato: oltre il 70 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha identificato le minacce contro donne e bambini, in particolare la violenza sessuale, come il fattore decisivo della fuga. Ottantatré testimonianze raccolte tra il 2023 e il 2025 documentano almeno sedici casi di violenza sessuale diretta, numero considerato fortemente sottostimato a causa dello stigma. Il 92 per cento delle famiglie sfollate intervistate ha perso l’accesso alla terra, l’88 per cento la casa, l’84 per cento i beni essenziali, il 40 per cento dei bambini l’accesso all’istruzione. Gli incidenti avvengono spesso in presenza delle forze israeliane, che non intervengono.

Il meccanismo è lo stesso descritto da Allport al quarto gradino, potenziato dal quinto. Si colpisce una comunità con violenza sistemica perché lasci il territorio; una volta partita, si espropria la terra, si consolida l’insediamento, si ridisegna la demografia. L’acqua viene «colonizzata»: ad Al-Auja, nella Valle del Giordano, nel febbraio 2026 i coloni hanno preso il controllo pieno della sorgente da cui dipendono le comunità palestinesi, costringendo gli agricoltori ad abbandonare la terra per mancanza d’acqua. «Rubo la mia stessa acqua per poter vivere», racconta Yousef Bisharat, uno degli ultimi residenti di Khirbet Mak-hul, dove nel 2014 vivevano trenta famiglie e oggi ne restano tre. È il gradino della discriminazione strutturale che prepara il gradino dello sterminio, con gli interstizi colmati dalla violenza quotidiana del quarto gradino.

La legge israeliana sulla pena di morte: il terzo gradino che legittima il quinto

Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato in lettura definitiva, con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto, la legge che introduce la pena di morte per «gli autori di atti di terrorismo». Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha votato a favore. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir — lo stesso che per anni ha tenuto nel salotto di casa, nell’insediamento di Kiryat Arba, il ritratto di Baruch Goldstein, il colono israelo-statunitense che il 25 febbraio 1994 uccise 29 musulmani palestinesi e ne ferì 125 nella Moschea Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) di Hebron — si presentava in aula con una spilla a forma di cappio e ha tentato di stappare una bottiglia di champagne all’interno della Knesset, venendo fermato da un assistente; ha poi distribuito il brindisi ai colleghi fuori dall’emiciclo, pubblicando il video sui propri canali social. Mesi prima, al passaggio in prima lettura del novembre 2025, aveva celebrato la tappa distribuendo baklava tra i deputati. L’immagine del cappio e del brindisi, hanno osservato diversi commentatori, resterà «ancorata nella storia come una di quelle fotografie che non necessitano di didascalia».

La legge, formalmente «neutrale» sul piano etnico, è in realtà costruita come dispositivo discriminatorio. Per i palestinesi della Cisgiordania occupata la pena capitale sarà la sanzione predefinita in tutti i casi in cui l’omicidio venga definito «atto di terrorismo» dalla giustizia militare israeliana, con possibilità di condanna a maggioranza semplice di un tribunale militare e con esecuzione entro novanta giorni. Pochi minuti dopo il voto, l’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI) ha presentato ricorso urgente alla Corte suprema, definendo la legge «incostituzionale, discriminatoria e, per quanto riguarda i palestinesi della Cisgiordania, senza base legale»: la Knesset, ha osservato l’associazione, «non ha il potere di legiferare per la Cisgiordania, sulla quale Israele non ha alcuna sovranità». Amnesty International ha chiesto «la massima pressione sulle autorità israeliane affinché abroghino immediatamente la legge sulla pena di morte, aboliscano completamente la pena capitale e smantellino tutte le leggi e le pratiche che contribuiscono al sistema di apartheid contro i palestinesi».

Gli esperti ONU, già nel febbraio 2026, avevano esortato Israele a ritirare il progetto di legge, affermando che «discriminerebbe i palestinesi nei territori palestinesi occupati». Il 29 marzo Berlino, Londra, Parigi e Roma avevano scritto alla Knesset invitandola a rinunciare al progetto che «metterebbe in discussione gli impegni d’Israele in materia di princìpi democratici»: un appello ignorato. Il Consiglio d’Europa ha denunciato un «grave passo indietro»; il Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Gli Stati Uniti, con una stringatezza ormai consueta, hanno fatto sapere di «rispettare il diritto sovrano d’Israele».

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito la legge «un crimine e una pericolosa escalation» che «mostra il volto reale del sistema coloniale israeliano, che punta a legittimare le esecuzioni extragiudiziali conferendo loro un’apparenza legale». La definizione non è iperbolica: è l’esatta descrizione di un terzo gradino — la discriminazione che diventa norma — deliberatamente costruito per abilitare il quinto. La pena capitale in Israele, dalla sua fondazione, era stata applicata una sola volta, nel 1962, al criminale nazista Adolf Eichmann. Ora viene riattivata come dispositivo razziale: la corda, come hanno scritto alcuni commentatori richiamando il manuale coloniale britannico sulla Palestina del 1937, «è riservata solo agli arabi». Lo storico militare Matthew Hughes ha documentato come i tribunali militari istituiti dal Mandato britannico nel novembre 1937 fossero costruiti soprattutto per la velocità: Shaykh Farhan al-Sa’di, comandante della rivolta del 1936, fu catturato di lunedì, processato di mercoledì, impiccato di sabato. È esattamente il modello che la legge del 2026 reintroduce.

Libano: il «domicidio» come metodo

Nel sud del Libano la stessa logica opera con strumenti militari anziché giudiziari. Dal 2 marzo 2026, data di ripresa delle ostilità con Hezbollah, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione dei civili lungo la linea di demarcazione, espandendola gradualmente fino a includere tutti i territori a sud del fiume Zahrani, circa quaranta chilometri dentro il territorio libanese. Secondo un’inchiesta di BBC Verify basata su immagini satellitari, in quest’area Israele ha abbattuto oltre 1.400 edifici, radendo al suolo interi villaggi con bombardamenti e demolizioni controllate — numero considerato sottostimato. Lo stesso quartier generale della missione UNIFIL a Naqura è stato danneggiato. L’offensiva ha causato più di 2.000 morti e oltre un milione di sfollati. L’8 aprile 2026 — passato alla storia come «il mercoledì nero» — centosessanta bombe in meno di dieci minuti hanno colpito Beirut, la valle della Bekaa e il sud del Libano, provocando 254 morti e 720 feriti in una sola giornata.

Il 22 marzo il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato all’esercito di «accelerare» la distruzione del Libano, dichiarando esplicitamente che sarebbe stato utilizzato «lo stesso modello di Rafah e Beit Hanoun», due città della Striscia di Gaza rase al suolo. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’esercito ha fatto ricorso a ditte appaltatrici private — alcune già impiegate a Gaza — con operai pagati «in base al numero di strutture distrutte». Anche dopo il cessate il fuoco del 17 aprile, imposto da Trump a un Netanyahu riluttante, la demolizione è proseguita: la definizione ufficiale è «bonifica dell’area», l’obiettivo dichiarato è impedire il ritorno di 600.000 sfollati. Una mappa pubblicata dall’IDF fissa una nuova «linea gialla» venti chilometri dentro il Libano, oltre la quale si estende la fascia destinata alla sparizione. Oltre cinquanta villaggi vengono sgomberati e demoliti. Katz ha dichiarato che l’IDF «ricorrerà alla piena forza anche durante il cessate il fuoco».

Il termine che il diritto internazionale usa per questo è «domicidio», la distruzione sistematica e intenzionale delle case civili come strumento di politica statale. È, secondo molti esperti di diritto umanitario internazionale, un crimine di guerra. Ma è anche, traducendolo nel lessico di Allport, il quinto gradino applicato al territorio prima che alle persone: si rende impossibile l’abitare, e quindi si ottiene l’espulsione senza bisogno di deportare. È la stessa logica che attraversa Gaza — dove secondo l’aggiornamento OCHA al 25 marzo 2026 il bilancio ufficiale del Ministero della Salute palestinese è di 72.265 morti e 171.959 feriti, con stime indipendenti (studio Lancet, febbraio 2026) che indicano una sottostima significativa — e oggi si estende al Libano meridionale. Si distrugge l’infrastruttura della vita, e la popolazione «remigra» per fame, sete, impossibilità materiale di restare. Non è un incidente della guerra: è la guerra come metodo di rimozione etnica.

Il ponte ideologico tra remigrazione europea e pulizia etnica israeliana

Non si tratta di un parallelo giornalistico. I ponti politici e ideologici sono espliciti e documentabili. Roberto Vannacci è stato ospite d’onore del Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025 e, nel marzo 2026, ha celebrato in aula al Parlamento europeo l’approvazione del Regolamento Rimpatri come «inizio della remigrazione» in Europa. Gli stessi ambienti politici che in Italia spingono per un «permesso di soggiorno a punti» sono quelli che sostengono acriticamente l’operazione militare israeliana a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, opponendosi a qualsiasi ipotesi di sanzione o sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. L’ICE statunitense, braccio operativo di quella «remigrazione» che l’amministrazione Trump pratica senza nominarla, recluta con messaggi promozionali espliciti che riecheggiano la retorica della «grande sostituzione».

Il nesso è semplice. Entrambi i progetti — quello della remigrazione europea e quello della «Grande Israele» etnicamente omogenea — condividono la stessa premessa: esistono popoli «non assimilabili» che devono lasciare il territorio perché il gruppo dominante possa ricostruire una pretesa purezza etnico-culturale. Entrambi usano lo stesso vocabolario orwelliano: «rimpatrio», «ritorno», «bonifica», «riconquista», «protezione della civiltà». Entrambi mettono in discussione il principio di uguaglianza giuridica fra cittadini e residenti di origini diverse. Entrambi invocano un’emergenza permanente per sospendere garanzie costituzionali. Entrambi si servono della criminalizzazione del gruppo-bersaglio — «delinquente», «terrorista», «non integrato» — come passepartout per giustificare qualsiasi misura, fino all’espulsione e, nel caso estremo, all’esecuzione legale.

Chi in Europa parla di remigrazione senza guardare alla Cisgiordania non sta informando: sta distraendo. Chi in Italia si commuove per la Shoah il 27 gennaio e il 31 gennaio applaude l’occupazione della sala stampa della Camera contro Furgiuele, ma il 18 aprile tace sulle ruspe che Katz manda a demolire i villaggi libanesi, non sta onorando la memoria: la sta tradendo. La lezione di Allport è universale o non è. La sua scala vale per ogni gruppo dominante che costruisca un out-group e lo percorra gradino dopo gradino, chiunque sia l’aggressore, chiunque sia la vittima.

Mappare il presente sulla scala di Allport

Proviamo a collocare, senza infingimenti, alcuni dispositivi dell’Occidente e del Medio Oriente del 2026 sui cinque gradini della scala.

Sul primo gradino — l’antilocuzione — si trova la normalizzazione del lessico della sostituzione etnica sui quotidiani mainstream, la retorica quotidiana di ministri e vicepremier contro «l’invasione», le campagne social che presentano i rifugiati come minaccia sanitaria, culturale, sessuale. Si trovano le cartoline con biglietti aerei di sola andata spedite da AfD a famiglie tedesche selezionate per il cognome non germanico. Si trova il libro di Sellner che scala le classifiche di vendita. Si trovano le dichiarazioni del ministro Ben-Gvir che definisce «terrorista» qualsiasi palestinese in Cisgiordania e le esultanze con champagne alla Knesset.

Sul secondo gradino — l’evitamento — si trova la segregazione scolastica di fatto nelle periferie urbane europee, la rinuncia di classi medie a quartieri a «alta densità migratoria», la rimozione dei fact-checker dalle piattaforme social e la chiusura dei dipartimenti DEI in università e aziende statunitensi, la costruzione di muri interni all’Unione. Si trovano il Muro di separazione in Cisgiordania, i checkpoint, il sistema di permessi, le strade «per soli israeliani», la frammentazione del territorio palestinese in Aree A, B e C: architetture di evitamento reso struttura.

Sul terzo gradino — la discriminazione strutturale — si trova l’accordo Italia-Albania sui centri di rimpatrio, il Regolamento Deportazioni europeo, la subordinazione del compenso degli avvocati al rimpatrio dei loro assistiti, il «permesso di soggiorno a punti», la cittadinanza come «appartenenza culturalmente certificata», la stretta sul diritto d’asilo, il nuovo regime dei visti, la limitazione dei ricongiungimenti familiari. E, a Occidente del Giordano, si trova la legge del 30 marzo 2026 che riserva di fatto la pena capitale ai soli palestinesi, un tribunale militare che giudica una popolazione civile occupata in violazione delle Convenzioni di Ginevra, un sistema giuridico che — secondo l’OHCHR — costituisce «un sistema istituzionalizzato di discriminazione […] in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid».

Sul quarto gradino — l’attacco fisico — si trovano i respingimenti violenti alle frontiere, le violenze negli hotspot, i morti nel Mediterraneo che non sono più naufragi accidentali ma conseguenza strutturale di una scelta politica, i rastrellamenti dell’ICE negli Stati Uniti che colpiscono anche cittadini naturalizzati sulla base dell’aspetto o del cognome, le aggressioni squadriste tollerate in Italia, Germania, Francia. Si trovano i pogrom dei coloni in Cisgiordania, le violenze sessuali sistemiche documentate dal West Bank Protection Consortium, l’uccisione di una famiglia palestinese di ritorno dalla spesa per il Ramadan con settanta fori di proiettile sul parabrezza, i circa 1.071 palestinesi uccisi in Cisgiordania da militari e coloni dal 7 ottobre 2023.

Sul quinto gradino — lo sterminio o la rimozione forzata — si trova precisamente ciò che la «remigrazione» propone di istituzionalizzare: la deportazione sistematica di persone che nel diritto internazionale avrebbero titolo a restare. In Europa non è ancora operativa nella forma piena auspicata dai suoi teorici. Ma come ha scritto la giornalista Angela Mauro sulle pagine della Fondazione Feltrinelli nell’aprile 2026, essa costituisce «una breccia nella democrazia europea», «il ponte per passare dall’estremismo al mainstream». A pochissime ore di volo dalle capitali europee, invece, il quinto gradino è pienamente operativo: i 36.000 palestinesi espulsi dalla Cisgiordania in un anno secondo l’ONU, i 72.265 palestinesi uccisi a Gaza secondo il bilancio OCHA al 25 marzo 2026 e i 171.959 feriti (cifra probabilmente sottostimata secondo lo studio Lancet, che parla di oltre 75.000 decessi già a gennaio 2025), il «domicidio» come politica statale nel sud del Libano, la pena di morte etnicamente calibrata. Ed è operativo con l’appoggio politico, militare e commerciale delle stesse democrazie occidentali che, nelle loro retoriche domestiche, si dichiarano garanti dei diritti umani.

Cosa ci insegna Allport che la politica finge di aver dimenticato

La scala di Allport contiene, implicita, una promessa: ogni gradino può essere l’ultimo, se c’è la volontà collettiva di fermarsi. Allport scriveva, con un ottimismo che oggi suona quasi commovente: «Coloro che sono consapevoli dei propri pregiudizi, e se ne vergognano, sono già sulla via per eliminarli». Ma scriveva anche che l’inazione dei moderati, la razionalizzazione dei pregiudizi nei termini apparentemente neutri della sicurezza, dell’ordine, della legalità, dell’«identità», è esattamente ciò che permette la scalata.

La lezione operativa di Allport per il 2026 è triplice. Primo: il contatto. La separazione produce pregiudizio, il contatto interpersonale fra gruppi — in condizioni di parità, cooperazione e sostegno istituzionale — lo riduce. Ogni politica che aumenta la separazione (muri, campi, quartieri-ghetto, scuole separate, esclusione dai servizi, checkpoint militari, linee gialle che tagliano a metà un paese sovrano) lavora contro la democrazia. Secondo: il linguaggio. L’antilocuzione non è «aria fritta»: è il terreno su cui crescono tutti gli altri gradini. Nominare in modo eufemistico la deportazione — chiamarla «remigrazione», «rimpatrio assistito», «riconquista», «bonifica», «trasferimento volontario» — serve precisamente a rendere pensabile ciò che non dovrebbe esserlo. Terzo: le istituzioni. Il salto dal quarto al quinto gradino non lo fanno i singoli, lo fanno gli Stati. La battaglia decisiva si combatte nei parlamenti, nei tribunali, nelle costituzioni, nelle corti internazionali. Un emendamento al decreto Sicurezza che subordina il compenso degli avvocati alla collaborazione con le politiche di rimpatrio non è un tecnicismo: è l’ingranaggio che fa scorrere la scala. Una legge della Knesset che riserva la pena capitale a una sola etnia non è un dettaglio penale: è la certificazione che la scala è stata percorsa fino all’ultimo gradino.

Settant’anni fa Gordon Allport mise in fila cinque parole — antilocuzione, evitamento, discriminazione, attacco fisico, sterminio — e ci lasciò una mappa. Il compito di chi non vuole percorrere quella strada fino in fondo è ancora lo stesso del 1954: riconoscere il gradino su cui ci troviamo, chiamare per nome ciò che il potere preferisce eufemizzare, organizzare una politica del contatto contro la politica della separazione. La remigrazione non è una proposta di governo: è il nome nuovo di una vecchia tentazione europea. La legge israeliana del 30 marzo 2026 non è una misura antiterrorismo: è la trascrizione in testo normativo di una gerarchia etnica che il Novecento aveva promesso di non riscrivere più. E, come settant’anni fa, la risposta non può che essere costituzionale, democratica, popolare — e, oggi, internazionalista. Senza la Palestina, qualsiasi discorso europeo sui diritti umani è ipocrisia. Senza l’Europa, qualsiasi discorso palestinese sulla giustizia rischia l’isolamento. La scala di Allport è una sola. Il compito di smontarla, pure.

Fonti

Allport, Gordon W., The Nature of Prejudice, Addison-Wesley, 1954 (ed. it. La natura del pregiudizio, La Nuova Italia, Firenze, 1973).

Harvard Department of Psychology, scheda biografica di Gordon W. Allport.

Banaji, Mahzarin R., The Nature of Prejudice by Gordon W. Allport (1954), Harvard, 2019.

Wikipedia, Scala Allport (voce italiana) e Allport’s Scale (voce inglese).

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Ninja.it, Che cos’è la scala di Allport e perché ha a che fare con gli haters online, ottobre 2023.

3plusinternational.com, From Words to Violence: Understanding Allport’s Theory of Escalation, febbraio 2026.

Angela Mauro, Remigrazione: una breccia nella democrazia europea, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 3 aprile 2026 (Agenda remigrazione n. 79).

Annalisa Camilli, La remigrazione nel decreto sicurezza, Internazionale, 21 aprile 2026.

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Remigrazione, Salvini fa flop in piazza. Ma il governo la introduce per legge, Domani, 18-21 aprile 2026.

Rivista Studio, Di remigrazione sentiremo parlare ancora a lungo, purtroppo, aprile 2026, con interventi di Marion Jacquet-Vaillant, Valerio Renzi, Lorenzo Pacini.

Il Post, Cos’è esattamente questa «remigrazione», 4 febbraio 2025; Il «Remigration summit» di Milano alla fine è diventato un’altra cosa, 18 aprile 2026.

Sky TG24, Remigrazione, annullata conferenza alla Camera organizzata da estrema destra, 30 gennaio 2026.

Progetto Melting Pot Europa, Per la destra europea, la remigrazione è iniziata, aprile 2026.

Il Foglio, Salvini prepara la sua legge sulla remigrazione, 2 febbraio 2026.

Avvenire, Il bluff della remigrazione. Solo uno slogan, ma pericoloso, 19 aprile 2026.

Tecnoandroid, Remigrazione: cos’è la parola che seduce l’ultradestra europea, aprile 2026.

Panorama, Remigrazione, il grande ritorno: da idea di estrema destra a politica condivisa in Europa, ottobre 2025.

MasterX (IULM), Lega e Patriots EU in piazza a Milano «Senza paura» apre a remigrazione, aprile 2026.

Vocabolario Treccani, voce Remigrazione, edizione 2025.

OHCHR — Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani, rapporto su Cisgiordania novembre 2024-ottobre 2025, marzo 2026.

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Internazionale, Israele approva la pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, La legge sulla pena di morte in Israele trasforma la vendetta in strumento di governo, 3 aprile 2026.

L’Indipendente, Israele dà il primo via libera alla legge per la pena di morte solo per i palestinesi, 11 novembre 2025.

EUNews, Israel introduces death penalty for Palestinians accused of terrorism, 31 marzo 2026.

Ambienteweb.org, La nuova legge israeliana sulla pena di morte per i palestinesi ricicla un manuale coloniale, 2 aprile 2026.

L’Espresso, Pulizia etnica sotto gli occhi dell’Occidente, 16 aprile 2026.

Assopace Palestina / NRC, Cisgiordania: la violenza sessuale è alla base degli sfollamenti palestinesi, 20 aprile 2026.

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AgenSIR / OCHA, Cisgiordania: attacchi dei coloni, case demolite e famiglie sfollate, 21 aprile 2026.

Collettiva / Il Manifesto, L’orrore in Cisgiordania, l’esercito di Israele e coloni, 18 marzo 2026.

La Regione, Onu denuncia espulsioni senza precedenti in Cisgiordania, 36.000 palestinesi sfollati in un anno, marzo 2026.

Domani, Cisgiordania, è record di sfollamenti forzati di palestinesi, 6 febbraio 2026.

Il Post, Israele sta demolendo un pezzo di Libano, 19 aprile 2026; Israele ha bombardato il Libano con un’intensità mai vista dall’inizio della guerra, 9 aprile 2026; Migliaia di sfollati stanno rientrando nel sud del Libano, 19 aprile 2026.

Vatican News, Libano, Beirut travolta dai raid israeliani: centinaia tra morti e feriti, aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, Israele oscura l’accordo con l’Iran e bombarda il Libano, 8 aprile 2026; Israele rade al suolo i villaggi del sud Libano: applicato il «modello Gaza», 20 aprile 2026.

L’Espresso, Spaccare il Libano è l’obiettivo di Israele, 16 aprile 2026.

Internazionale, Israele ribadisce di voler occupare una parte del sud del Libano al termine del conflitto, 1 aprile 2026.

BBC Verify, inchiesta satellitare sulle demolizioni israeliane nel sud del Libano, aprile 2026.

Haaretz, inchieste sull’uso di ditte appaltatrici private per le demolizioni a Gaza e in Libano, marzo-aprile 2026.

B’Tselem e Breaking the Silence, rapporti 2025-2026 sulla violenza dei coloni in Cisgiordania.

Human Rights Watch, dichiarazioni sullo svuotamento dei campi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams come possibile crimine contro l’umanità.

Amnesty International, condanna della legge israeliana sulla pena di morte, marzo 2026.

ANSA, Pena di morte ai terroristi, il parlamento israeliano approva la legge, 30 marzo 2026.

LaPresse, Israele, la Knesset approva la legge sulla pena di morte per i terroristi, 30 marzo 2026.

IARI, La reintroduzione della pena di morte in Israele: uno strumento genocidario della popolazione palestinese, 2 aprile 2026.

The New Arab, Champagne in Knesset as Israel passes ‘racist’ death penalty law, 31 marzo 2026.

SaluteInternazionale, Biopolitica del genocidio palestinese e La guerra eterna di Netanyahu, marzo-aprile 2026 (con dati OCHA e WHO aggiornati al 25 marzo 2026).

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Comitato Remigrazione e Riconquista, sito ufficiale remigrazione.org, dati al 16 aprile 2026.

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Sistema Penale, Dl sicurezza 2026: compensi agli avvocati in caso di rimpatrio volontario del migrante, aprile 2026.

TPI, Come funziona il premio per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, 22 aprile 2026.

Il Post, Il governo vuole pagare gli avvocati che riescono a far rimpatriare i migranti, 19 aprile 2026.

Askanews e Il Tempo, I «patrioti europei» a Milano, Bardella e Wilders sul palco con Salvini, 18 aprile 2026.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere

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La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)

Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il sole. I salari crescono, la giustizia si modernizza, l’Europa è unita, la sanità ha il finanziamento più alto della storia patria, gli sbarchi si sono fermati, la pace è a un passo e il diesel costa meno. L’unico piccolo inconveniente è che nessuna di queste cose è vera. Ma non facciamone un dramma: viviamo in un’epoca avanzata, in cui la realtà è diventata un optional, come il climatizzatore bizona.
Benvenuti nella versione ufficiale dell’Italia, quella che va in onda in diretta parlamentare e resiste fino al telegiornale della sera, dopodiché svanisce come una promessa elettorale. Qui ogni cosa è al suo posto perché chi governa ha deciso dove metterla, senza curarsi troppo di dove si trovi realmente. È una tecnica di governo raffinata: invece di affrontare i problemi, si riscrive il dizionario. Così una sconfitta diventa “un’occasione mancata”, un dato piatto diventa “una svolta storica”, una bocciatura popolare diventa “un cantiere aperto”, e una guerra che fa paura diventa “una posizione condivisa con i principali partner europei”. Un giorno qualcuno tradurrà queste formule in italiano. Per ora ci tocca arrangiarci.
I fatti, quegli antipatici guastafeste

Esistono ancora, purtroppo per il governo, alcuni testardi che pretendono di controllare i numeri. Sono quelli che vanno a cercare i bollettini dell’Istat, le rilevazioni del Ministero delle Imprese, i rapporti della Corte dei conti: insomma, persone con gravi problemi di socialità, che rovinano le cene e i talk-show insistendo sulla sgradevole abitudine di confrontare le parole con i fatti. Secondo questi disagiati, le retribuzioni reali italiane sarebbero ancora circa otto punti sotto il livello del 2021. Tradotto: il lavoratore medio porta a casa una settimana di stipendio in meno all’anno rispetto a cinque anni fa. Ma non disperiamo, perché la premier ci rassicura che i salari “hanno ripreso a crescere”. In effetti crescono, è vero. Crescono come crescono i prezzi della spesa: soltanto un po’ meno. Chiamiamola crescita e andiamo a dormire sereni.
Sugli sbarchi la performance è ancora più memorabile. Nel 2025 ne abbiamo avuti poco più di sessantaseimila, quasi identici ai sessantaseimila del 2024. Un capolavoro di stabilità. Il governo però ha trovato la soluzione: basta confrontare il 2025 con il 2023, che era un’annata eccezionale gonfiata da guerre e collassi statuali, e il crollo appare magicamente. È lo stesso principio per cui, se ti pesi dopo cena, hai l’impressione di essere a dieta rispetto all’Epifania. Funziona solo se la bilancia non parla. Ma per fortuna la bilancia italiana non parla: ci pensa il ministro a parlare al posto suo.
Sul Fondo sanitario nazionale, poi, siamo al sublime. “Il livello più alto di sempre”, ripete il governo con l’orgoglio di chi annuncia un record olimpico. Peccato che in percentuale sul Pil la spesa sanitaria pesi oggi meno di quanto pesasse nel 2022: dal 6,3 per cento al 6, poi lentamente al 6,1, sempre ben al di sotto del 6,5 per cento che l’Organizzazione mondiale della sanità considera il minimo sindacale per un sistema universalistico. Per festeggiare il nostro record, in compenso, possiamo prenotare una risonanza magnetica per il prossimo gennaio. Anzi, meglio: per il gennaio del duemilaventotto. Ma con un po’ di fortuna si libera un buco prima, quando qualcuno rinuncerà alle cure. La rinuncia alle cure, a proposito, è l’unico settore italiano davvero in crescita stabile. Un risultato storico, effettivamente.
Il piano casa merita un paragrafo a parte per ragioni di galanteria verso l’ingegneria retorica. Centomila case in dieci anni, dice la premier, come se le avesse contate una per una la sera prima. In realtà non è prevista una sola nuova casa popolare: si tratta di ristrutturare sessantamila alloggi Erp già esistenti, con soldi europei del Pnrr, e di chiamare “edilizia sociale” tutto il resto, dove “sociale” è la parola magica che significa “affitti per chi se li può permettere”. È un piano casa nello stesso senso in cui una foto del frigorifero vuoto è un piano alimentare. Ma concediamo il beneficio del dubbio: forse alla fine qualcuno ci abiterà davvero, magari gli studenti fuori sede che oggi dormono in macchina. Basta aspettare. L’importante è non perdere la speranza. E le bollette. Quelle non si perdono mai.
Chiudiamo la rassegna dei dati con il miliardo di euro speso per tagliare venticinque centesimi su benzina e diesel, con il nobile obiettivo di far calare i prezzi alla pompa. I prezzi alla pompa, come da miracolo laico, sono saliti. Lo certifica lo stesso Ministero delle Imprese: un centesimo in media più alti rispetto a tre settimane fa. Dunque: abbiamo speso un miliardo, abbiamo ottenuto un aumento, abbiamo spedito la premier nel Golfo Persico a sorridere ai sauditi, e alla fine il pieno costa di più. Se non è efficienza questa, bisognerà inventare una parola nuova. “Efficineza”, magari. Suona abbastanza governativa.
Lo “standard europeo”: un capolavoro di geografia creativa

Veniamo alla giustizia, terreno sul quale il governo ha dato prova delle sue migliori capacità cartografiche. Secondo Palazzo Chigi, la riforma respinta al referendum sarebbe servita ad “allineare l’Italia agli standard europei”. Magnifica espressione: lo “standard europeo”. Evoca l’idea di un’Europa perfettamente ordinata, con un unico modello di magistratura, uguale dal Portogallo alla Finlandia, certificato Ue e venduto nei supermercati con il codice a barre. Peccato che quest’Europa non esista. Esistono la Francia con il suo Consiglio superiore a composizione mista, la Germania con la magistratura inquadrata nelle amministrazioni dei Länder, la Spagna con un organo di autogoverno che litiga per anni a ogni nomina, il Portogallo con un sistema affine al nostro, la Grecia con le sue specificità e così via. Un paesaggio plurale, contraddittorio, complicatissimo. Nessuno “standard”. Ma ammettere la pluralità costerebbe fatica: molto più comodo inventarsi un’Europa che non c’è e dichiararsene pionieri.
Il bello è che l’Italia, in questo fantomatico allineamento, era già avanti. Il nostro pubblico ministero è tra i più indipendenti del continente, caratteristica che altrove molti giuristi studiano con ammirazione. Quella indipendenza, però, è un inconveniente per chi governa, perché ogni tanto qualche toga si mette a indagare dove non dovrebbe. La riforma non serviva a modernizzare: serviva a sistemare. Non a efficientare: a disciplinare. E quando il popolo — quel popolo sovrano che viene celebrato nei comizi e ignorato nelle urne — ha detto di no, il governo ha reagito con la consueta eleganza: «Rispettiamo il giudizio degli italiani», ha detto la premier. Due righe dopo: «Occasione mancata». Tre righe dopo: «Il cantiere non si ferma». È il rispetto nella sua versione post-moderna: quella in cui se non sei d’accordo con me, ti rispetto, ma poi faccio comunque quello che volevo.
Nel frattempo, per un intero anno, abbiamo assistito a un campionato di demonizzazione della magistratura nel quale figure come Nicola Gratteri sono state trattate come se fossero pericolosi ultrà da allontanare dallo stadio. È la celebre teoria del “conflitto istituzionale come derby”, variante italiana del tifo da curva applicata alle toghe. Lo schema è semplice: prima demolisci un contropotere, poi ti offendi se ti rispondono, poi convochi l’elettorato e gli chiedi di arbitrarti. Nel calcio si chiama moviola in campo. In politica costituzionale si chiamava, una volta, separazione dei poteri. Ma nomi vecchi, ormai.
L’«unità europea» a uso interno

Poi c’è la guerra contro l’Iran, e qui bisogna prendere fiato prima di iniziare, perché il livello di creatività raggiunto dal governo è commovente. La premier assicura che la posizione italiana è stata “esattamente la stessa” dei principali paesi europei. Cerchiamo di capirci: Pedro Sánchez ha parlato di “aggressione illegale” e di “guerra contro il diritto internazionale”; l’Irlanda ha chiesto un cessate il fuoco immediato; persino la Francia ha adottato formule molto più prudenti di quelle italiane. Se questa è la stessa posizione, allora anche il gatto e il topo condividono lo stesso progetto gastronomico. È vero: a volte si incontrano nella stessa stanza. Ma le loro prospettive sull’evento sono lievemente divergenti.
In compenso la premier, mentre parlava di “unità occidentale”, è volata da sola nel Golfo. Da sola nel senso proprio: senza coordinamento europeo, senza un piano condiviso, senza quell’orpello fastidioso chiamato politica estera comune. È andata a sorridere a sauditi ed emiratini come si va a un battesimo di un cugino lontano: bisogna esserci, non si sa bene perché, e l’importante è farsi fotografare. Sul piano del quadro strategico, quella missione si è inscritta docilmente dentro un disegno disegnato altrove, precisamente a Washington e a Gerusalemme. Ma guai a dirlo: l’Italia è “sovrana”, lo dicono tutti i giorni. Lo dicono con così tanta insistenza che viene quasi il sospetto che debbano rassicurare qualcuno, forse sé stessi.
Sul capitolo voli partiti dalle basi italiane durante la crisi, il governo ha adottato una tecnica comunicativa innovativa: il silenzio assoluto. Non è stato smentito nulla, perché non è stato confermato nulla, perché non è stato detto nulla. È la trasparenza versione nebbia fitta. E quando qualcuno ha chiesto conto del ruolo logistico delle basi italiane in un’operazione militare che l’Italia non ha deciso né discusso, la risposta è stata: “Rispettiamo scrupolosamente i trattati con gli Stati Uniti”. Traduzione per chi è rimasto indietro: facciamo quello che ci chiedono di fare, come sempre, ma abbiamo deciso di sentirci orgogliosi nel farlo. È la sovranità come stato d’animo: indipendentemente dai fatti, purché ci si creda con convinzione.
E mentre i caschi blu italiani di Unifil stanno in Libano in una missione svuotata di ogni copertura politica, senza regole d’ingaggio aggiornate, senza una cornice diplomatica coerente, il governo esulta per averne ottenuto la proroga fino al 2026. È come rivendicare di aver salvato una barca perché non è ancora affondata del tutto, pur avendo riempito d’acqua la stiva. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation”, ha detto la premier. Bene. E Israele ha smesso. È vero. L’unico dettaglio è che non l’ha fatto. Ma la richiesta, ufficialmente, è partita. I soldati italiani possono dormire tranquilli, protetti dal peso geopolitico di un comunicato stampa.
Chi paga, chi incassa: il magico mondo della ridistribuzione al contrario

Veniamo ora alla parte economica, forse la più spassosa, perché qui la differenza fra la narrazione e la realtà raggiunge la profondità di una fossa marina. I salari reali sono sotto di otto punti rispetto al 2021. Ma tranquilli, il governo dice che crescono. E siccome la realtà è democratica, vale quello che dice il governo oppure vale quello che dicono i dati. Noi, per una volta, rischiamo di dar retta ai dati. Ma giuriamo di pentirci.
Intanto, chi ha guadagnato in questi anni di “ripresa del potere d’acquisto”? Curiosamente, non i lavoratori dipendenti. Curiosamente, i grandi gruppi energetici hanno registrato utili record mentre le famiglie italiane spegnevano i termosifoni. Curiosamente, le rendite finanziarie si sono gonfiate mentre i salari recuperavano soltanto sulla carta intestata dei ministeri. L’inflazione, ci raccontano, è stata un evento atmosferico, come una grandinata: arrivata da chissà dove, nessuno è responsabile, nessuno ha beneficiato. È strano: di solito quando piove qualcuno si bagna e qualcun altro sta all’asciutto. Ma non in Italia. In Italia piove su tutti allo stesso modo, tranne che non è vero. È piovuto molto di più su chi viveva di stipendio, e molto di meno su chi viveva di rendita, di speculazione e di posizione oligopolistica. Ma chiamare le cose con il loro nome costerebbe fatica: molto più comodo parlare di “congiuntura internazionale”.
I numeri dell’occupazione meritano una menzione d’onore. «Un milione e duecentomila occupati stabili in più», «550 mila precari in meno». Cifre stupende, degne di un miracolo economico. Peccato che la quota principale di questi occupati aggiuntivi sia composta da cinquantenni e sessantenni che non possono più andare in pensione, perché il governo stesso ha alzato i requisiti. Non è il mercato del lavoro che si riscalda: è la popolazione attiva che invecchia, costretta a rimanere al tornio, in ufficio, in corsia. I giovani nel frattempo restano dove erano: precari, malpagati, o all’estero. Ma sui pannelli del governo appaiono comunque tra gli “occupati in più”, con la stessa logica con cui, se non vuoi che il frigo sia vuoto, basta togliere i ripiani.
La sanità: il reparto cortesia del tramonto dello Stato sociale

Arriviamo alla sanità, e qui l’ironia si fa più difficile, perché la materia prima sono i corpi delle persone. Proviamoci lo stesso, perché a volte il sarcasmo è l’unica forma di rispetto possibile per chi non viene rispettato da nessuno. Il Fondo sanitario nazionale, ricordiamolo, ha raggiunto “il livello più alto di sempre”. Uno penserebbe a sale operatorie che funzionano, a pronto soccorso fluidi, a medici di famiglia disponibili. Invece la percentuale sul Pil è scesa rispetto al 2022 e la sanità si sta spegnendo a luce intermittente. È il paradosso italiano: il livello più alto di sempre coincide con il momento in cui ti dicono che per una visita cardiologica devi aspettare fino al prossimo governo. Forse anche al successivo.
Il decreto del giugno 2024 sulle liste d’attesa, vantato come svolta storica, sta per compiere due anni. In questi due anni, la piattaforma digitale per monitorare le liste non ha reso pubblico un solo dato — non uno — e l’Organismo di vigilanza non è mai stato costituito. È come una legge antincendio che prevede vigili del fuoco immaginari e estintori da installare appena ci sarà tempo. In compenso il governo lo cita nei discorsi come esempio di coraggio. “Il primo ad aver avuto il coraggio”, dice la premier. Il coraggio di non applicare la legge che si è approvata è effettivamente raro, bisogna ammetterlo: ci vuole stoffa.
Nel frattempo, con la discrezione di chi non vuole disturbare, lo Stato italiano sta lentamente cambiando mestiere in sanità. Non cura più: smista. Non garantisce più: consiglia. La transizione verso un sistema misto — nel quale chi può paga di tasca propria e chi non può aspetta, peggiora, rinuncia — è in corso da anni, ma adesso procede in discesa. È la privatizzazione elegante, quella che non osa dire il proprio nome. Si chiama “efficienza” quando il servizio è lento. Si chiama “responsabilizzazione” quando ti mandano dal privato. Si chiama “responsabilità delle Regioni” quando il sistema crolla. E si chiama “modernizzazione” quando la classe media si stipula una polizza, mentre chi non può permettersela si iscrive alla più triste delle liste d’attesa: quella della rinuncia alle cure. Ma ogni paese merita il sistema sanitario che si sceglie, e il nostro, a quanto pare, ha scelto questo. Anche se non ricordiamo bene di averlo mai votato.
La classe dirigente: una tragicommedia in tre atti

Sul capitolo selezione della classe dirigente, la premier ha raggiunto le vette dell’autocoscienza. «Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo per anteporre l’interesse della Nazione». Una frase che, letta a mente fredda, suona così: abbiamo scelto persone discutibili, le abbiamo difese contro ogni evidenza, poi abbiamo perso un referendum, poi ci siamo accorti che erano discutibili, e adesso vi chiediamo di applaudire perché le abbiamo allontanate. Il caso Santanchè è in questo senso esemplare: imposto soltanto dopo la sconfitta politica, cioè quando il consenso non reggeva più. La sensibilità etica si è risvegliata esattamente nel momento in cui costava zero. Un tempismo miracoloso. Più di un prodigio: quasi un segnale divino.
Il criterio di selezione di questa maggioranza, del resto, non è mai stato la competenza. Non è stata la credibilità. Non è stata la sobrietà. È la fedeltà. La fedeltà regge finché regge il consenso, dopodiché viene ridefinita come “sacrificio”, e il sacrificio diventa merito personale della premier, come se il capitano di una nave si vantasse di aver buttato in mare i passeggeri durante una tempesta da lui stesso provocata. Il pubblico del teatro, come sempre, è invitato ad applaudire: la rappresentazione continua finché continua il biglietto staccato. Solo che qui il biglietto lo paghiamo noi, e la rappresentazione è il nostro paese.
Il regime del discorso, con contorno di giornalismo affamato

Nulla di tutto questo funzionerebbe senza un ecosistema mediatico compiacente, e l’Italia ne ha costruito uno negli ultimi trent’anni con una dedizione che meriterebbe un museo. Grandi gruppi editoriali concentrati, proprietari legati a interessi industriali, redazioni dipendenti dagli investimenti pubblicitari, giornalisti che sanno che una critica eccessiva può costare la carriera. È in questo terreno fertile che il dispositivo narrativo del governo sboccia come un’ortensia a maggio. Un ministro dice una cosa falsa, il giorno dopo è titolo di apertura, tre giorni dopo arriva la smentita tecnica a pagina sedici, il quinto giorno la smentita viene smentita da un editoriale compiacente, il settimo giorno ci si riposa. È la settimana della creazione, versione italiana della post-verità.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di censurare — sarebbe volgare, oltre che inefficace. Gli basta saturare. Gli basta occupare lo spazio, sommergere di annunci, distribuire incarichi pubblici ai giornalisti compiacenti, isolare con la denigrazione personale chi non sta alle regole del gioco. La libertà di stampa formalmente esiste, come esiste formalmente il diritto di chiunque di volare sulla Luna con mezzi propri. In pratica, il dissenso viene relegato nei margini, trattato come folclore, riassegnato allo statuto di eccentricità personale. È il regime del discorso educato, quello in cui non ti arrestano: ti ignorano, che è molto peggio, perché non c’è neppure il martirio a consolare.
Le conseguenze sulla carne dei vivi (che continua a non trovare la battuta)

Qui, per un momento, l’ironia deve tirare il freno, perché al di sotto di ogni cifra gonfiata ci sono delle vite vere, e le vite vere non sono mai divertenti. Un paese in cui i salari reali sono più bassi di cinque anni fa è un paese in cui qualcuno ha saltato il pranzo, qualcun altro ha lasciato spegnere il termosifone, una terza persona ha rimandato l’acquisto delle scarpe per i figli. Un paese in cui la sanità pubblica si ritira è un paese in cui la morte comincia a distinguersi per reddito: chi può pagare si cura, chi non può pagare entra nella statistica della “rinuncia alle cure”, nome burocratico per una forma di ingiustizia silenziosa che ha tutto il diritto di chiamarsi violenza sociale. Un paese in cui il diritto alla casa non esiste è un paese in cui studenti brillanti scelgono l’università in base al prezzo dell’affitto, e dove intere generazioni vengono espulse dalle città in cui sono nate.
Dietro ogni statistica addomesticata, ogni taglio contabile, ogni annuncio trionfale, ci sono persone reali. Ci sono madri che decidono se comprare la medicina o pagare la luce. Ci sono cinquantenni che hanno capito che non andranno mai in pensione, e ci hanno rinunciato con quel misto di rassegnazione e orgoglio che è diventato la cifra emotiva del lavoratore italiano. Ci sono giovani donne che rinviano ad avere figli perché nessun contratto dura abbastanza per poterli crescere . Ci sono anziani che aspettano un’ecografia per un anno e mezzo, da soli, in case dove la televisione è accesa tutto il giorno per simulare una presenza. La fabbrica della realtà lavora a pieno regime per cancellare queste vite dal campo visivo della politica, e ci riesce piuttosto bene, perché i protagonisti raramente prendono la parola, e quando la prendono vengono classificati come “disagio sociale”, “caso limite”, “nicchia”. Una nicchia di sessanta milioni di persone, va detto. Ma pur sempre nicchia.
Riprendere la realtà, se qualcuno l’ha vista passare

A questo punto qualcuno, giustamente, si chiederà: e adesso? Non è una domanda retorica. È la domanda. La risposta breve è che non esiste democrazia senza un rapporto onesto tra parole e cose, e che la partita vera oggi si gioca proprio lì: nel tentativo di riportare le parole della politica a qualche forma di corrispondenza con i fatti. Un paese può sopportare governi mediocri, può sopravvivere a scelte sbagliate, può convivere persino con leadership che lavorano contro gli interessi della maggioranza. Non può sopravvivere alla rottura strutturale del legame tra ciò che viene detto e ciò che accade, perché in quel momento il giudizio collettivo diventa impossibile, e la sovranità popolare si riduce a tifo. Il tifo, è bene ricordarlo, non ha mai salvato nessuno. Neppure al novantesimo minuto.
Riprendere la realtà significa pretendere la verifica di ogni annuncio. Significa trattare la retorica istituzionale con lo stesso rispetto con cui si tratta un volantino promozionale del supermercato: leggendo anche le righe piccole. Significa rimettere al centro chi paga davvero il prezzo di questa Italia immaginaria: i lavoratori senza aumenti, i pazienti senza cure, i giovani senza orizzonti, gli studenti senza case, i migranti trasformati in scenografia elettorale, i civili iraniani e libanesi e palestinesi e ucraini che nei discorsi ufficiali sono sempre meno nominati, come se il silenzio potesse risparmiare qualcuno. Non risparmia nessuno: né loro, né noi, che perdiamo un pezzo di umanità ogni volta che accettiamo di non dire.
L’Italia virtuale della premier non è un incidente. È un progetto. È la forma politica di una destra neoliberale che ha deciso di difendere rendite e privilegi trasformando la democrazia in un palcoscenico, dove il copione lo scrive chi paga, gli attori recitano in cambio di una parte, e il pubblico è invitato a non disturbare l’illusionista. L’unica risposta possibile, contro un palcoscenico, è ricordare che fuori dal teatro c’è una strada, e sulla strada ci siamo noi: con le nostre bollette, le nostre visite rimandate, i nostri stipendi stagnanti, le nostre case introvabili, i nostri figli che partono. Siamo ancora il paese reale. E il paese reale, prima o poi, ha il brutto vizio di presentarsi al botteghino a chiedere il rimborso del biglietto.
Fonti

Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, bollettini 2024-2025.
Istat, Indici delle retribuzioni contrattuali e di fatto, serie storica 2021-2025.
Istat, Statistiche sulla povertà e sulle condizioni di vita delle famiglie, ultima edizione disponibile.
Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero sugli sbarchi, 2023-2025.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio prezzi carburanti, rilevazioni 2026.
Commissione europea, dichiarazioni del commissario Valdis Dombrovskis sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità.
Corte dei conti, Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, sezione sanità, 2024-2025.
Fondazione Gimbe, Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, edizioni 2024 e 2025.
Organizzazione mondiale della sanità, parametri di finanziamento dei sistemi sanitari universalistici.
Gazzetta Ufficiale, Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 (liste d’attesa).
Nomisma e Sunia, Rapporti sull’emergenza abitativa nelle grandi città italiane.
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Spagna, Irlanda e Francia sulla crisi iraniana, marzo-aprile 2026.
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu sulla missione Unifil, proroghe 2025-2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0
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REFERENDUM GIUSTIZIA: QUANDO LA MENZOGNA DIVENTA CAMPAGNA ELETTORALE

Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno su una riforma costituzionale che nessuno ha discusso davvero. Tra propaganda televisiva, sentimenti antimagistratura e silenzi dell’opposizione, il rischio non è solo che vinca il Sì. È che vinca l’ignoranza.

La fabbrica del consenso emotivo

C’è un video di quattordici minuti che circola ossessivamente sulle piattaforme social e nelle trasmissioni televisive. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vi racconta di stupratori rimessi in libertà, di immigrati che delinquono indisturbati, della famiglia nel bosco. Sono storie vere? In parte sì. Ma hanno a che fare con la riforma costituzionale sulla giustizia che andremo a votare il 22 e 23 marzo? No. Assolutamente no. Eppure milioni di italiani, nel momento in cui entreranno in cabina elettorale, porteranno con sé quelle immagini, quelle emozioni, quella rabbia.

Questo è il cuore della questione. Non la separazione delle carriere, non il sorteggio per i membri del Csm, non l’Alta Corte disciplinare — materie la cui complessità tecnica richiederebbe settimane di approfondimento pubblico. No: la campagna per il Sì si costruisce sul sentimento, sull’umore, sul rancore. Si costruisce sull’idea che la magistratura sia un nemico del cittadino, e che questa riforma — qualunque cosa contenga — serva finalmente a “metterla al suo posto”.

Una riforma mai discussa

Va detto con nettezza: questa riforma costituzionale non ha mai attraversato un vero dibattito. È stata presentata, non emendata, non corretta nel merito da un confronto parlamentare autentico. Non esiste, nella memoria recente della Repubblica, un intervento sulla Costituzione che sia arrivato al voto popolare senza aver prima attraversato una stagione di discussione pubblica, di audizioni, di confronto tra giuristi, magistrati, accademici e forze politiche. Questa riforma, invece, è approdata al referendum come un monolite intatto: prendere o lasciare.

Le ragioni di questa scelta sono trasparenti. Aprire una discussione tecnica significherebbe esporre i meccanismi reali della riforma a un esame che non reggerebbe. Il sorteggio per la selezione dei componenti del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura — scritto nella Costituzione come se fosse eterno — renderebbe i magistrati l’unica categoria professionale al mondo a non potersi scegliere i propri rappresentanti. Un paradosso democratico che nessun sostenitore della riforma è in grado di difendere su un piano di principio, senza ricorrere alla retorica anticasta.

Il prezzo del silenzio: le ragioni del No senza spazio

Il problema, però, è che le ragioni del No non trovano spazio. Non sui grandi media. Non in televisione, dove tre o quattro trasmissioni ogni sera rimestano negli stessi casi di cronaca — Garlasco, Tortora, la famiglia nel bosco — costruendo un’equazione emotiva tra errori giudiziari e riforma costituzionale che è, appunto, falsa. Questa riforma non cambia di un millimetro i meccanismi che hanno prodotto quegli errori. Lo sanno i giuristi, lo sanno i magistrati, ma chi ha il tempo e il coraggio di spiegarlo in prima serata?

Spiegare il No richiede tempo. Richiede la pazienza di illustrare come funziona il sistema disciplinare della magistratura, cosa significa davvero il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché la dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero è una garanzia — e non un privilegio della casta togata — per i cittadini che chiedono verità su stragi, corruzioni, rapporti tra potere e criminalità organizzata. È un ragionamento che si può fare, ma non in tre minuti tra uno spot pubblicitario e l’altro. E dunque non si fa.

La manipolazione come strategia

Chi progetta la campagna del Sì lo sa perfettamente. Il ministro della Giustizia Nordio ha rivelato il vero calcolo politico sottostante, arrivando a dire esplicitamente — rivolgendosi all’opposizione — che un giorno quella riforma potrà tornare utile anche a loro. Un’ammissione straordinaria: non si parla di giustizia migliore, di processi più rapidi, di diritti dei cittadini meglio tutelati. Si parla di scudi. Di protezioni. Di chi, tra i potenti, potrà dormire sonni più tranquilli.

Eppure la propaganda funziona. Funziona perché intercetta una frustrazione reale: quella di cittadini che negli ultimi anni hanno visto la magistratura italiana attraversare scandali di corrente, guerre interne, opacità di potere. Quella delusione è comprensibile. Ma trasformarla in consenso per una riforma che non risolve nessuno di quei problemi — e che anzi, sottoponendo i magistrati al controllo politico attraverso l’Alta Corte a trazione governativa, li renderebbe ancora più vulnerabili alle pressioni del potere — è un’operazione di manipolazione politica di straordinaria efficacia.

Chi vince davvero con il Sì

La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi — prima di farsi trascinare dalla retorica del “finalmente li fermiamo” — è questa: chi ha davvero interesse a che questa riforma passi?

Le persone perbene che voteranno Sì sono molte. Sono mosse da quella frustrazione comprensibile di cui si diceva, da un senso di giustizia offeso da vicende giudiziarie mal gestite, da un fastidio autentico per i comportamenti di alcune correnti della magistratura associata. Ma insieme a loro, festeggeranno anche — e con molto più consapevole soddisfazione — i centri di potere che della magistratura indipendente hanno storicamente temuto i controlli: le teste pensanti della criminalità organizzata, gli architetti dei grandi sistemi di corruzione, i “pezzi deviati” dello Stato che hanno sempre trovato nella dipendenza del pm dalla polizia giudiziaria un ostacolo ai loro piani.

Non è un’illazione: è un calcolo razionale. Il nemico del mio nemico è mio amico. E quando una riforma abbassa i ponti levatoi della legalità, i primi ad attraversarli non sono mai i più deboli.

Le inchieste che non si faranno più

La posta in gioco è concreta, misurabile. Se il Sì vince, il passo successivo — già annunciato — sarà sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero. Nella storia recente della giustizia italiana, senza quel meccanismo di dipendenza, non si sarebbero potute istruire le indagini sulla trattativa Stato-mafia, su figure come Dell’Utri e Andreotti, su connessioni tra istituzioni e criminalità organizzata che rappresentano alcune delle pagine più buie e più importanti della nostra storia repubblicana. Gli ufficiali di polizia giudiziaria che ascoltarono conversazioni delicatissime, sotto enormi pressioni affinché ne rivelassero il contenuto, ressero perché dovevano rispondere solo ai pm. Togliere quel legame non rafforza i diritti dei cittadini: li espone.

E poi c’è il tema dell’autocensura. Un giovane magistrato che sappia di rispondere a un’Alta Corte a composizione politica, che veda sventolare lo spauracchio disciplinare ogni volta che si avvicina a un’indagine delicata su un esponente del governo o su un affare che tocca gli interessi dei potenti — quel magistrato sarà tentato di occuparsi dello scippatore sotto casa, non della corruzione sistemica. Il coraggio, scriveva Manzoni, è la sola qualità che non si può comprare. Ma si può fare di tutto per renderla inutile.

Il referendum che non capiremo

Mancano pochi giorni al voto. La campagna del No — portata avanti quasi interamente da magistrati, giuristi e pochi organi di informazione controcorrente — non ha i numeri per competere con la macchina mediatica che spinge il Sì. Non ha i minuti televisivi, non ha le interviste nelle trasmissioni di prima serata, non ha il video virale della presidente del Consiglio. Ha la ragione, ma la ragione da sola non basta quando il dibattito si svolge sul terreno delle emozioni.

L’unico antidoto è la consapevolezza. Sapere che quando si accostano “la famiglia nel bosco” e “la riforma sulla giustizia” nella stessa frase, si sta compiendo un atto di manipolazione. Sapere che questa riforma non avrebbe cambiato nulla di quelle vicende. Sapere che ciò che si chiede agli italiani il 22 e 23 marzo non è vendicarsi dei magistrati che hanno sbagliato: è decidere se vogliamo una magistratura che risponda alla Costituzione o una magistratura che risponda al governo.

È una domanda semplice. Purtroppo, nella confusione di queste settimane, quasi nessuno l’ha posta in questi termini.

 © 2026 Mario Sommella — Contenuto rilasciato sotto licenza CC BY-NC-SA 4.0

La storia (ri)scritta a uso e consumo del potere

Il discorso di Meloni al Parlamento sulla guerra in Iran: una narrazione che capovolge la realtà, assolve gli aggressori e abbandona il diritto internazionale

C’è una tecnica narrativa collaudata, nel lessico del potere: nominare i fatti senza dirli, condannare senza accusare, invocare principi che si è già provveduto a svuotare. Il discorso tenuto ieri da Giorgia Meloni al Parlamento — prima al Senato, poi alla Camera — sulla guerra in corso in Medio Oriente è stato un esercizio magistrale di questa arte. Una costruzione retorica impeccabile nella forma, devastante nei contenuti. Una presa in giro istituzionale servita su vassoi dorati.

Chi bombarda chi: la grammatica capovolta della guerra

Partiamo da una frase che Meloni ha ripetuto con ostinazione degna di miglior causa: “Non c’è spazio per la diplomazia fin quando l’Iran non smette di bombardare i Paesi del Golfo”. Il problema — un problema non da poco — è che a bombardare, mentre erano in corso i colloqui diplomatici con Teheran, sono stati Trump e Netanyahu. Non gli ayatollah.

È la stessa dinamica già vista con Hamas e il Qatar: Israele aveva già bombardato le aree dove si svolgevano le trattative diplomatiche con Hamas mentre gli incontri erano in corso. Il canovaccio è identico. E la premier italiana lo conosce. Ma sceglie di ignorarlo.

Il diritto internazionale, che Meloni cita a giorni alterni come scudo o come spettro a seconda della convenienza geopolitica del momento, stabilisce con chiarezza incontrovertibile, all’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il “diritto naturale” di legittima difesa in caso di attacco armato contro un membro dell’ONU. Gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. L’Iran, a quel punto, non ha esercitato un arbitrio: ha esercitato un diritto. Un diritto che Trump e Netanyahu — con la loro iniziativa militare unilaterale — hanno di fatto legitimato con le proprie mani.

Meloni definisce “attacchi” ciò che per il diritto internazionale sono azioni difensive. E chiama “diplomazia” ciò che è, nei fatti, una resa incondizionata all’aggressore.

Resta aperta — e bruciante — una domanda: distruggere il diritto internazionale era, per Trump e Netanyahu, un danno collaterale o un beneficio collaterale? La risposta, a guardare la traiettoria degli ultimi anni, non è difficile da intuire.

Minab: condannare senza nominare il colpevole

Sul bombardamento della scuola elementare Shajareh Tayyibeh di Minab, nel sud dell’Iran — dove hanno perso la vita oltre 150 bambine — la presidente del Consiglio ha pronunciato parole di “ferma condanna”. Fin qui, tutto bene. Poi ha aggiunto che occorre “accertare rapidamente le responsabilità”. Ed è qui che il discorso precipita nell’ipocrisia.

Le responsabilità sono già state accertate. Sono gli Stati Uniti ad aver bombardato quella scuola, come documentato da un’inchiesta del New York Times, probabilmente a causa di mappe satellitari del territorio iraniano non aggiornate. Chiedere di “accertare” ciò che è già stato accertato non è prudenza diplomatica: è copertura politica. È proteggere l’alleato a spese delle vittime.

Le basi militari: la Spagna, l’Italia e il segreto che protegge

Sul capitolo delle basi militari statunitensi presenti in territorio italiano, Meloni ha esibito un parallelismo con la Spagna che non regge all’analisi. Madrid ha detto no esplicito all’utilizzo delle proprie basi per operazioni di guerra contro l’Iran, vincolando ogni utilizzo a quanto previsto dai trattati bilaterali. “La stessa cosa che facciamo noi”, ha dichiarato la premier.

La verità è un’altra. Gli accordi bilaterali tra Spagna e Italia e gli Stati Uniti sono profondamente diversi. Quelli italiani, risalenti al 1954 e periodicamente aggiornati, sono in larga parte secretati. Meloni non ha detto no all’utilizzo delle basi per operazioni belliche. Ha detto che la decisione spetterà al Parlamento — dove la sua maggioranza è solida — senza che né il Parlamento né i cittadini conoscano il testo integrale degli accordi. Una delega in bianco a se stessa, mascherata da rispetto delle istituzioni.

Le accise, l’automotive e la retorica della transizione

Nel lungo inventario di promesse non mantenute — o peggio, invertite — spicca la questione delle accise sui carburanti, che Meloni e Salvini avevano solennemente promesso di ridurre in campagna elettorale e che invece sono state aumentate, con la giustificazione che “non ci sono i soldi”. I soldi, però, si trovano per le armi. Per la difesa. Per le missioni militari. Per i contractor e gli appaltatori della guerra.

Allo stesso modo, il richiamo alle “industrie di transizione a partire dall’automotive” ha il sapore amaro di una rassicurazione vuota: gli incentivi promessi alle filiere produttive suonano come un invito a riconvertirsi verso la produzione di sistemi d’arma. È questo il modello economico che si offre al Paese: un’economia di guerra camuffata da politica industriale.

Palestina: la solidarietà a parole di chi vende le armi

L’affermazione più strepitosa per sfrontatezza è però arrivata sul finale: Meloni che si vanta della “solidarietà” dimostrata dall’Italia nei confronti del popolo palestinese. Vale la pena fare l’elenco, pacatamente e senza retorica.

L’Italia di Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina; ha rinnovato il Memorandum di Intesa con Israele sulla cooperazione militare; continua a vendere armi a Israele; si è opposta alle sanzioni a Israele in sede europea; è a favore del mantenimento dell’accordo di associazione UE-Israele; consente a Netanyahu — sul quale pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità — di sorvolare indisturbato il suolo italiano.

A completare il quadro, il governo ha sostenuto l’iter di una legge che, con il pretesto del contrasto all’antisemitismo, mira in realtà a silenziare le critiche nei confronti delle politiche del governo israeliano e del sionismo come prassi politica. Una legge bavaglio travestita da tutela dei diritti.

Questa è la solidarietà di Meloni con il popolo palestinese: dichiarata in aula, sepolta dai fatti fuori dall’aula.

la grammatica del potere e il prezzo della verità

Il discorso di Meloni al Parlamento non è stato solo una performance politica. È stato un tentativo sistematico di riscrivere la realtà: trasformare gli aggressori in difensori, le vittime in responsabili, le menzogne in pragmatismo, la complicità in neutralità. Una narrazione che sceglie accuratamente quali pagine del libro di storia leggere e quali strappare via.

Il diritto internazionale, quando torna utile, viene invocato come stendardo. Quando diventa scomodo — come nel caso delle operazioni militari unilaterali di Trump e Netanyahu, o come nel mandato di cattura della CPI contro Netanyahu — viene accantonato senza troppe cerimonie. E chi osa ricordarlo viene accusato di strabismo, di propaganda, di anti-americanismo.

Gli italiani meritano una classe dirigente capace di guardare ai fatti per quello che sono, non per quello che conviene che sembrino. Meritano trasparenza sugli accordi militari che impegnano il territorio nazionale. Meritano onestà sui prezzi che si pagano per le scelte di campo. Ieri, al Parlamento della Repubblica, non l’hanno avuta.

LA BANALITÀ DEL MALE NELL’ERA DELLO SPETTACOLO

Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa

I. Il tempo delle abitudini impossibili

Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.

L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.

«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»

Stiamo assistendo, in tempo reale, alla costruzione di una nuova soglia del socialmente accettabile. E come ogni processo di questo tipo, avviene con la complicità — attiva o passiva — di chi dovrebbe presidiare le frontiere del giudizio critico: i media, l’intellettualità, le istituzioni.

II. La «Macarena» e la fine del pudore

L’immagine che resterà, che dovrà restare, di questa fase storica è quella di una superpotenza che annuncia l’inizio di operazioni militari — con decine di vittime civili, con la morte di figure di rilievo politico e religioso di rango internazionale — accompagnando il comunicato con una canzone da spiaggia estiva. Non è una metafora. È accaduto. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato la cosiddetta «decapitation strategy» contro l’Iran con uno spot che esaltava le capacità distruttive di una GBU-57 Massive Ordnance Penetrator sulle note della Macarena.

Il dato non è solo grottesco: è rivelatore. Rivela che non c’è più nemmeno la necessità della finzione istituzionale, quel minimo di paludamento retorico — «difesa dei valori democratici», «tutela della sicurezza internazionale» — con cui le potenze occidentali erano solite ammantare le proprie azioni militari. Siamo entrati in una fase di cinismo esibito, dove la performance della brutalità è diventata essa stessa strumento di proiezione del potere.

«Non è la violenza in sé a segnare un’epoca, ma il modo in cui la violenza viene raccontata, venduta, celebrata. Quella è la vera misura della barbarie.»

III. L’album di famiglia dell’Occidente

Sarebbe però un errore — oltre che una disonestà intellettuale — leggere questo momento come una rottura, come l’irruzione improvvisa di qualcosa di estraneo nel corpo sano di una tradizione democratica. La verità, più scomoda, è che stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato. E il campo è stato lavorato a lungo, con cura e metodo.

Basta ripercorrere la cronologia recente. Nel 2011, Hillary Clinton commentò l’uccisione di Muammar Gheddafi — catturato, sodomizzato con una baionetta e linciato — con un autocompiaciuto «We came, we saw, he died», declinazione cesariana offerta con il sorriso di chi ha appena chiuso un buon affare. Nessuno scandalo duraturo. Nessuna conseguenza politica significativa. Il gesto fu assorbito, metabolizzato, archiviato.

Nel 2012, il New York Times rivelò l’esistenza di una «kill list» settimanale: ogni giovedì, un alto funzionario della CIA si recava nello Studio Ovale per sottoporre al presidente Barack Obama — premio Nobel per la pace in carica — l’elenco delle persone da eliminare nel corso della settimana. Il giornale descrisse quella procedura come una prova della tenuta morale del presidente. La riflessione sulla natura di quella pratica rimase, nella sostanza, ai margini del dibattito pubblico.

«L’assuefazione al male non è un evento: è un processo. E ogni passaggio del processo ha avuto i suoi complici, le sue giustificazioni, i suoi silenzi opportuni.»

Il filo rosso che collega questi episodi non è ideologico nel senso stretto del termine: attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane, si nutre di retorica progressista non meno che di quella nazionalista. È strutturale. È il prodotto di un sistema di impunità costruito pazientemente, nel quale la potenza militare e tecnologica ha progressivamente eroso qualsiasi residua grammatica del diritto internazionale.

IV. Il «Frankenstein» e il ritorno del rimosso

In questo contesto, il ruolo di Israele — Stato cresciuto per ottant’anni in un regime di sostanziale impunità strutturale, che ha sviluppato un’expertise senza pari nell’assassinio politico sistematico come strumento di politica estera — non può essere letto semplicisticamente come causa di un processo di «israelizzazione» della cultura politica occidentale. Sarebbe riduttivo, e in parte anche fuorviante.

La relazione è più complessa e più perturbante: l’Occidente ha proiettato su Israele quella parte di sé che non poteva più esprimere direttamente, dopo Norimberga, dopo la decolonizzazione, dopo la codificazione dei diritti umani. Ha vissuto per interposta persona, attraverso quello Stato-di-eccezione istituzionalizzato, ciò che la grammatica pubblica delle democrazie liberali aveva reso inconfessabile. Ma il rimosso torna sempre. E quando torna, non bussa educatamente alla porta.

V. Chi è Trump? Una categoria politica inedita

Definire Trump è diventato un esercizio quasi impossibile, non per mancanza di strumenti analitici, ma per eccesso di categorie inadeguate. Non è Hitler: manca della dimensione tragica, del senso apocalittico della storia, dell’ideologia organica che trasformava la violenza in liturgia. Non è nemmeno il gangster del potere à la Savastano: a quel personaggio, pur nella sua brutalità, appartiene ancora una forma di coerenza interna, una logica d’accumulazione che implica una certa percezione delle conseguenze.

Trump sembra invece appartenere a una categoria politica genuinamente nuova, che potremmo chiamare il populismo dello spettacolo puro: un sistema in cui la realtà conta solo nella misura in cui può essere trasformata in contenuto, in cui la violenza è accettabile se accompagnata dalla giusta colonna sonora, in cui il calcolo politico è stato sostituito dalla logica dell’engagement. Non si odia, non si ama: si performa. E la performance, in questo momento storico, è la guerra.

«Quando il potere smette di sentire il bisogno di giustificarsi, non siamo di fronte a una crisi della democrazia: siamo di fronte alla sua sostituzione con qualcos’altro, che non ha ancora un nome preciso.»

VI. Dove porta questa strada

La domanda che dovremmo farci — con tutta la serietà che la gravità del momento esige — non è «come mai siamo qui?» ma «dove porta questa strada?». La risposta onesta è che non lo sappiamo con precisione. Ma alcune traiettorie sono già visibili.

La normalizzazione dell’assassinio politico come strumento di governance internazionale implica la dissoluzione di qualsiasi residua architettura multilaterale. Se i negoziatori possono essere eliminati fisicamente nella notte che precede i colloqui — come accaduto a Doha, come accaduto in Oman — allora la diplomazia cessa di essere uno spazio possibile e diventa semplicemente l’anticamera dell’esecuzione. Chi accetterà ancora di sedersi a un tavolo?

La banalizzazione dello spettacolo bellico attraverso la sua gamification — lo spot con la GBU-57, la Macarena come colonna sonora del bombardamento — produce un effetto di desensibilizzazione sistematica nelle opinioni pubbliche occidentali, che è già avanzato ben oltre la soglia dell’allarme. Non è fantascienza distopica: è la cronaca di questi giorni.

Infine — e questo è forse il dato più inquietante — l’assenza di qualsiasi reazione critica significativa da parte delle opposizioni politiche e dell’intellettualità nei paesi occidentali suggerisce che il processo di normalizzazione ha già raggiunto le sue istituzioni e i suoi corpi intermedi. Quando il male non scandalizza più chi avrebbe il compito di scandalizzarsi, la banalizzazione è compiuta.

Non è troppo tardi per aprire gli occhi. Ma non è mai stato così urgente farlo. L’inferno di cui si parla non è una profezia apocalittica: è il nome tecnico di ciò che accade quando una civiltà smette di fare i conti con se stessa e con il proprio album di famiglia. Quell’album esiste. Ha molte pagine. E alcune di esse le abbiamo scritte noi.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

mariosommella.wordpress.com

La Premier delle Mille Bugie. Quando il Palazzo mente più dello Schermomariosommella.wordpress.com

C’è un principio elementare nel giornalismo, così antico da sembrare ovvio eppure così sistematicamente violato da chi governa: chi occupa una posizione pubblica di potere risponde delle proprie parole. Non alle telecamere dell’alleato di turno, non ai commenti del proprio esercito mediatico, ma ai fatti. Nudi, verificabili, documentati. È su questo principio che poggia la credibilità di un’istituzione democratica. E su questo stesso principio che il governo Meloni costruisce ogni giorno la propria narrazione alternativa alla realtà.
Giorgia Meloni mente. Lo fa con metodo, con continuità, con la serenità di chi sa di disporre di una rete di protezione mediatica che la solleva da qualsiasi conseguenza. Un esercito silenzioso ma capillare, fatto di reti televisive, quotidiani allineati, alleati di governo che amplificano ogni affermazione senza interrogarsi sulla sua veridicità. Forza Italia e Mediaset, in questo schema, non sono semplici partner politici: sono ingranaggi essenziali di una macchina della disinformazione di Stato.

Le Sentenze Senza Leggerle
L’ultima tecnica prediletta dalla Presidente del Consiglio è quella di pescare sentenze dal cassetto della giurisprudenza, non leggerle, e usarle come clava politica contro la magistratura. Il meccanismo si ripete con sconcertante regolarità.
Prendiamo il caso dell’algerino Redouane Laaleg, undici volte arrestato, ventitré volte condannato, espulso per pericolosità sociale. Meloni ha individuato in questo caso il simbolo di una magistratura che protegge i criminali contro la volontà del governo. La realtà, per chi si prende il tempo di leggere gli atti, racconta tutt’altra storia: nessun giudice ha mai vietato l’espulsione di Laaleg. È il Viminale che non lo ha espulso. Non per una sentenza ostile, ma per un’incapacità amministrativa imbarazzante: il governo ha comunicato all’uomo il trasferimento a Brindisi, lo ha poi condotto con l’inganno in Albania — paese dal quale non può essere rimpatriato —, e non gli ha nemmeno notificato la misura restrittiva. Risultato: l’avvocato ha ottenuto dal giudice, che era stato consulente di Berlusconi, la condanna dello Stato a pagare settecento euro di danni. Non una vittoria ideologica delle toghe rosse. Un errore operativo del governo, pagato dai contribuenti.
Stessa dinamica nella vicenda della nave SeaWatch e della capitana Carola Rackete. Mercoledì la Meloni ha sventolato il risarcimento di novantamila euro all’ong come prova dell’assurdità delle sentenze. Ma la sentenza del Tribunale civile di Palermo non menziona la capitana, non giustifica la speronata, non assolve l’ong dall’aver forzato il porto. Si occupa esclusivamente di ciò che è accaduto dopo: il fermo amministrativo della nave. E lo motiva non con una scelta politica, ma con un silenzio burocratico. La Prefettura di Agrigento aveva dieci giorni di tempo per confermare il fermo, come impone la legge. Non rispose. Il silenzio-assenso rese nullo il blocco. La nave restò ferma altri due mesi in modo illegale. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore. Il fermo era legale, l’omissione della Prefettura non lo era. Novantamila euro pagati per un modulo sbagliato e un ufficio che non ha risposto nei tempi previsti. Non è la magistratura che condanna il governo. È il governo che si condanna da solo.
Va aggiunto che nelle cause civili i pubblici ministeri non esistono: i giudici civili non sono pm. La separazione delle carriere, dunque, di cui Meloni fa un cavallo di battaglia referendario, non avrebbe cambiato nulla in nessuno di questi procedimenti. Per capirlo non serve essere giuristi. Basta leggere le sentenze.

Le Bollette: Il Gioco delle Tre Carte
Sul fronte energetico il metodo non cambia, si affina. Il decreto bollette, presentato dalla premier come un provvedimento strutturale che garantirebbe uno sconto di trecentoquindici euro a 2,7 milioni di famiglie, è in realtà un esercizio di contabilità creativa che nasconde un taglio netto agli aiuti rispetto all’anno precedente.
I fatti: nel 2025 le famiglie con ISEE fino a venticinquemila euro percepivano un bonus straordinario di duecento euro, che si sommava al bonus ordinario erogato dall’Autorità per l’Energia. Per un nucleo con più di quattro componenti, il totale superava i quattrocentoquaranta euro. Quel contributo straordinario da duecento euro non è stato rinnovato nel 2026. Al suo posto è stato introdotto un bonus di centoquindici euro, con una soglia ISEE drasticamente abbassata a 9.796 euro. Solo per i nuclei con almeno quattro figli a carico sopravvive la vecchia soglia di ventimila euro.
I trecentoquindici euro promessi dalla premier li percepiranno quindi le sole famiglie numerose con ISEE inferiore alla soglia ridotta: un’esigua minoranza. Le famiglie fino a due componenti che già beneficiavano del bonus ordinario di centoquarantasei euro riceveranno nel 2026 un totale di duecentosessantuno euro. I nuclei con tre o quattro componenti arriveranno a trecentouno euro. In ogni caso, meno dell’anno scorso. Lo ha spiegato senza margini di ambiguità il vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori: il decreto è un passo indietro, non un passo avanti. L’unica novità è che costa meno, aiuta meno persone, e le aiuta di meno.
Il ministro dell’Ambiente si è esibito in una performance parallela, mescolando bonus e contributi straordinari in un modo tale da far apparire ogni famiglia come beneficiaria di uno sconto che la maggior parte di esse non vedrà mai. A questa confusione si aggiungono misure ancora ipotetiche, come l’annullamento della tassa europea sulle emissioni — oltre quattro miliardi e mezzo — che entrerà in vigore solo nel 2027 e solo se la Commissione Europea darà il via libera, possibilità al momento ritenuta improbabile dagli stessi analisti del settore.
Il mercato ha capito prima del cittadino medio: i titoli dei principali gruppi energetici hanno chiuso in rosso, da Enel ad A2A, da Italgas a Hera. Non per paura dell’opposizione politica. Per timore di misure che minacciano i ricavi del comparto senza un quadro normativo europeo stabile.

Il Catalogo delle Falsità: Un Inventario Necessario
Sarebbe un errore trattare le menzogne sul decreto energia e sulle sentenze come episodi isolati. Sono invece l’espressione più recente di un repertorio sistematico. Un catalogo che vale la pena tenere aperto.
La crescita economica superiore alla media europea, rivendicata con orgoglio: falsa. La Commissione Europea stima la crescita italiana allo 0,9 per cento, quella europea all’1,3. Secondo l’ISTAT, il dato italiano potrebbe fermarsi allo 0,7. La crescita avviata con il governo Draghi è stata poi frenata, non accelerata, dall’esecutivo attuale.
Le tasse non aumentate: falsa. Sono cresciute le accise su benzina e tabacchi, l’IVA su beni di prima necessità come pannolini e assorbenti, la cedolare secca sugli affitti brevi per le seconde case, gli oneri in bolletta. La maggior parte degli interventi è stata finanziata con sedici miliardi di nuovo deficit, non con tagli alla spesa pubblica.
La tassazione sulle banche per finanziare la sanità: falsa. Non c’è stata alcuna tassazione sugli extraprofitti bancari. Gli istituti di credito hanno effettuato un prestito allo Stato che andrà restituito a partire dal 2027.
I finanziamenti record alla sanità: parzialmente falsa. In termini assoluti i numeri crescono, ma rapportati al PIL la spesa sanitaria del 2024 risulta in calo rispetto all’anno precedente. Nel frattempo sono aumentati i tempi di attesa e i casi di rinuncia alle cure.
Il tasso di occupazione più alto di sempre: ambigua e fuorviante. L’occupazione cresce, ma l’Italia detiene il record europeo di lavoratori dipendenti sotto la soglia di povertà. Non è aumentato il lavoro dignitoso: è aumentato lo sfruttamento.
I salari che crescono più dell’inflazione: falsa. L’aumento dei prezzi è stato il doppio rispetto all’aumento dei salari. Le retribuzioni con contratto nazionale sono cresciute del 3,1 per cento in un anno in cui l’inflazione si attestava al 5,7.
Il caso Almasri: una narrazione cambiata tre volte in una settimana. Prima un complotto della Corte Penale Internazionale contro l’Italia, poi un’espulsione per ragioni di sicurezza, poi la responsabilità scaricata sulla Corte d’Appello di Roma. Tre versioni incompatibili per coprire un fatto semplice: un uomo ricercato per crimini contro l’umanità è stato liberato e rispedito in Libia con un volo di Stato.
Il premierato che non toccherà i poteri del Presidente della Repubblica: falsa per definizione. L’elezione diretta del presidente del Consiglio è già di per sé una sottrazione di prerogative al Capo dello Stato, che perderebbe il potere di conferire il mandato esplorativo. È scritto nel testo della riforma stessa.
Sul MES, ha sostenuto che la mancata ratifica potesse diventare occasione per rivedere il trattato: falsa. Tutti i dirigenti delle strutture legate al meccanismo hanno ribadito che la ratifica era condizione previa per qualsiasi rinegoziazione. L’Italia si è isolata diplomaticamente senza ottenere nulla in cambio.
Il riarmo presentato come investimento strategico neutro, senza costi sociali: falsa e pericolosa. Il governo Meloni ha aderito con entusiasmo alla nuova corsa agli armamenti europea, impegnandosi a portare la spesa militare italiana al due per cento del PIL — e con le pressioni NATO potenzialmente oltre — per un ammontare che si traduce in decine di miliardi sottratti ogni anno al bilancio ordinario. Miliardi che non andranno a ridurre le liste d’attesa negli ospedali, a stabilizzare i precari della scuola, a finanziare gli asili nido che mancano al Sud, a sostenere i Comuni che tagliano i servizi sociali perché le risorse non bastano. La premier non ha mai spiegato agli italiani questa aritmetica elementare: ogni euro destinato ai carri armati è un euro in meno per un’aula scolastica, per un reparto di oncologia, per una casa famiglia. Il riarmo non è una scelta indolore. È una scelta di priorità. E questa scelta, come tutte le altre, viene occultata dietro una narrazione di sicurezza e orgoglio nazionale che non prevede domande, né conti in chiaro.

Il Precedente Petrecca e la Domanda che Nessuno Vuole Fare
In questi stessi giorni, un direttore di una testata del servizio pubblico ha rimesso il proprio mandato. Paolo Petrecca, alla guida di RaiSport, si è dimesso dopo tredici giorni di proteste della redazione, innescate da una serie di errori grossolani durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. Gaffe, inesattezze, improvvisazione: un professionista che si era cimentato in un compito per il quale, secondo i colleghi, non aveva le competenze necessarie. La redazione ha ritirato le firme, ha scioperato, ha reso pubblico il proprio dissenso. L’azienda ha preso atto. Il direttore si è fatto da parte.
È un precedente significativo. Non per le dimensioni dello scandalo — le gaffe di una telecronaca hanno un peso limitato nella vita del Paese — ma per il principio che esso incarna: chi ricopre una funzione pubblica e si dimostra inadeguato, chi diffonde informazioni false o gravemente errate nell’esercizio del proprio ruolo, risponde. Si dimette. Lascia il campo.
La domanda che sorge spontanea, e che nessun giornalista del perimetro governativo si sognerebbe di formulare, è la seguente: se il direttore di RaiSport ha lasciato l’incarico per una serie di errori commessi nel corso di una diretta televisiva, qual è la soglia di tolleranza per chi guida il Paese?
Giorgia Meloni non commette errori sporadici in momenti di pressione. Mente sistematicamente, strategicamente, con piena consapevolezza. Lo fa nelle conferenze stampa, nelle dirette social dei suoi “Appunti di Giorgia”, nei comunicati di Palazzo Chigi, nei post sui social network. Lo fa sulle sentenze che non legge, sui bonus che taglia presentandoli come aumenti, sui crimini di guerra che minimizza, sull’economia che dipinge rosa mentre i dati la descrivono grigia, sulle spese militari che gonfia senza dire ai cittadini cosa viene tagliato in cambio. Lo fa con la tutela di un sistema mediatico che non corregge, non contraddice, non verifica.
Petrecca ha lasciato perché una redazione libera ha preteso responsabilità. Meloni resta perché l’esercito mediatico alle sue spalle non pretende nulla, se non sottomissione.

La Verità come Atto Sovversivo
In questo scenario, seguire le notizie in modo alternativo — verificare i dati, leggere le sentenze per intero, confrontare i numeri con le fonti primarie — è diventato un atto quasi sovversivo. Non perché le informazioni siano inaccessibili: tutto è pubblico, tutto è verificabile. Ma perché il sistema informativo dominante non ha interesse a verificare, a smentire, a correggere.
La democrazia non muore solo con i colpi di Stato. Muore anche quando chi governa può mentire liberamente, ogni giorno, sapendo che nessuno dei grandi media chiederà conto. Quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa diventa incolmabile, e quella distanza viene accettata come una caratteristica del potere e non come una sua distorsione patologica.
Il Paese che Meloni governa — e che racconta — non esiste. Esiste un’Italia con i salari più bassi d’Europa, con la spesa sanitaria in declino relativo, con un debito che cresce, con le bollette che costano più dell’anno scorso nonostante i comunicati trionfalistici, con un bilancio della difesa in espansione mentre ospedali, scuole e servizi sociali raccolgono briciole. Esiste un’Italia in cui i più vulnerabili ricevono meno di prima, pur leggendo ogni giorno che il governo li protegge.
Se i fatti contano ancora qualcosa — e devono contare, perché altrimenti non ha senso fare informazione — allora la domanda rimane aperta, senza risposta istituzionale ma con tutta la sua urgenza morale: quante bugie può permettersi chi guida un Paese prima che qualcuno, oltre alla redazione di RaiSport, pretenda che faccia un passo di lato?

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Torino come pretesto: la giustizia trasformata in propaganda e la piazza messa sotto accusa

C’è una destra che non discute, non argomenta, non spiega. Incendia. Prende un fatto di cronaca, lo riduce a slogan, lo incolla a un referendum e pretende che il Paese voti seguendo la rabbia, non la ragione. È quello che sta accadendo con gli scontri di Torino e con la campagna per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia: una scorciatoia comunicativa che punta a un solo obiettivo, costruire consenso attraverso paura e semplificazione.

Il punto è semplice: la scarcerazione con obbligo di firma e la scelta dei domiciliari non sono “scempi”, non sono cedimenti dello Stato, non sono un favore politico. Sono il funzionamento ordinario delle regole processuali, applicate da un giudice sulla base di presupposti di legge. Chi grida allo scandalo lo sa benissimo. E se non lo sa, allora non dovrebbe avere la responsabilità di guidare il dibattito pubblico su una riforma costituzionale.

I. La prima menzogna: far credere che la riforma “impedirà le scarcerazioni”

Nel caso di Torino, la procura aveva chiesto una misura cautelare più severa; il giudice per le indagini preliminari ha valutato diversamente e ha disposto per due indagati l’obbligo di firma e per un terzo i domiciliari. È un fatto normale: l’accusa chiede, il giudice decide. È esattamente così che deve funzionare uno Stato di diritto, perché la misura cautelare non è una punizione anticipata e non può diventare un messaggio politico. 

La propaganda, invece, racconta una favola: con la riforma e con la separazione delle carriere “queste cose non succederanno più”. Ma le misure cautelari si decidono oggi come domani con gli stessi criteri: gravi indizi, esigenze cautelari attuali, proporzionalità, scelta della misura meno afflittiva tra quelle idonee. È scritto nel codice, non in un post social. 

Quindi dov’è la norma miracolosa che trasforma il processo in un automatismo repressivo? Non c’è. Perché non può esserci senza abbattere l’impianto delle garanzie.

II. La seconda menzogna: confondere “giustizia” con “carcere preventivo”

Quando la destra dice “scempio”, in realtà non sta difendendo la legalità: sta proponendo l’idea che l’unico modo per rassicurare l’opinione pubblica sia la custodia in carcere, subito, comunque, a prescindere. Ma questo è l’opposto della presunzione di innocenza. E soprattutto è un cortocircuito con le stesse posizioni che, a fasi alterne, lo stesso ministro Nordio ha sostenuto sulla necessità di limitare l’abuso della carcerazione preventiva.

Il messaggio implicito è pericoloso: se non li metti in carcere sei “complice”, se applichi una misura non afflittiva sei “ideologico”, se rispetti la gradualità prevista dalla legge sei “contro lo Stato”. È una pedagogia autoritaria mascherata da ordine pubblico.

III. L’incompetenza (o la malafede): vendere come “riforma” ciò che è già legge

Il passaggio più rivelatore non è la durezza dei toni. È la superficialità spacciata per certezza: “Con il Sì non accadrà più”. Chiunque conosca la materia sa che la scelta delle misure cautelari non dipende dalla carriera del magistrato ma dai criteri del codice e dal controllo del giudice. L’articolo 275 del codice di procedura penale impone proporzionalità e adeguatezza; e la dottrina e la giurisprudenza discutono da anni proprio di questi limiti, non di “pugno duro” come slogan elettorale. 

Se un parlamentare confonde questi piani, sta chiedendo al Paese un salto nel buio. Se non li confonde, sta manipolando deliberatamente.

IV. Il progetto reale: mettere la piazza sotto tutela e piegare la giustizia al racconto del potere

Torino diventa un pretesto perché permette due operazioni politiche insieme.

La prima: delegittimare chi sostiene il No, trasformandolo in una caricatura morale. Chi vota No viene dipinto come alleato dei violenti, come nemico del diritto, come complice dell’impunità. È una tecnica antica: non si risponde alle ragioni, si infanga la posizione.

La seconda: costruire un clima in cui la piazza è un problema e il dissenso è una minaccia. Si sposta tutto sul terreno dell’ordine pubblico, e intanto si prepara l’idea che, in nome di pochi infiltrati o di episodi violenti, si possano restringere spazi, comprimere libertà, irrigidire le risposte dello Stato. Il “paravento” funziona sempre così: si prende una parte, la si usa per colpire il tutto.

Ma uno Stato serio fa il contrario: individua i responsabili degli atti violenti e li persegue, senza trasformare un episodio in un alibi per un controllo permanente.

V. Il punto decisivo: il referendum sta diventando un dovere civico, e il No è una difesa della democrazia

A questo punto va detto con chiarezza: partecipare al referendum non è un gesto neutro, sta diventando un dovere civico. Perché questa maggioranza non sta provando a migliorare la giustizia per i cittadini, sta cercando di migliorarla per chi governa: per rendere più controllabile l’equilibrio dei poteri, per spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla tutela del potere, per costruire un sistema in cui la narrazione politica pretende di dettare la misura delle decisioni giudiziarie.

È in questa cornice che l’appello a votare No acquista il suo senso pieno: non come appartenenza, ma come difesa degli argini democratici.

VI. La verità che la propaganda rimuove: i bisogni del popolo sono altrove, e la “giustizia show” serve a coprirli

Mentre si gonfia il caso Torino come se fosse il cuore del Paese, la vita reale racconta altro: stagnazione economica, lavoro precario, futuro negato a intere generazioni, istruzione impoverita, sanità pubblica spinta verso una privatizzazione di fatto, dove chi ha risorse compra cure e tempi, e chi non le ha aspetta o rinuncia.

In questo scenario, la riforma agitata come urgenza nazionale diventa un diversivo potente: spostare l’attenzione dalle condizioni materiali di vita, dai salari, dagli affitti, dai servizi pubblici, e trascinare il Paese dentro una guerra culturale contro “toghe”, “garantismi selettivi” e “piazze pericolose”.

È un disegno politico riconoscibile: reprimere per governare, reprimere per proteggere interessi, reprimere per continuare a fare affari a spese del popolo. E non è un fenomeno isolato: si inserisce in una tendenza più ampia, occidentale, dove la risposta alla crisi sociale non è più la redistribuzione, ma il controllo. Dove si restringono libertà in nome dell’ordine, mentre si lascia crescere l’ingiustizia in nome del mercato.

Aprire gli occhi oggi significa non cadere nella trappola. Significa non lasciare che Torino diventi il grimaldello per riscrivere i rapporti tra poteri dello Stato e ridurre lo spazio del dissenso. Significa capire che lo “scempio” non è l’obbligo di firma deciso da un gip nel rispetto della legge. Lo scempio è trasformare la giustizia in propaganda e la paura in programma politico.

Per questo il No non è un capriccio. È una linea di difesa.

Fonti

Il Fatto Quotidiano, “Votate Sì al referendum per fermare questo scempio”: la fake news di Fdi e Salvini sulla scarcerazione dei manifestanti a Torino, 4 febbraio 2026. 

Corriere della Sera Torino, decisioni del gip su domiciliari e obbligo di firma (caso Askatasuna), 4 febbraio 2026. 

ANSA, aggiornamenti sugli scontri e sulle misure cautelari a Torino, 4 febbraio 2026. 

RaiNews TGR Piemonte, riepilogo sulle misure cautelari e sul caso Calista, 4 febbraio 2026. 

Codice di procedura penale, art. 275, criteri di scelta delle misure cautelari. 

Sistema Penale, contributi su misure cautelari e principio di proporzionalità.