L’editto di agosto

Ventiquattro anni dopo Sofia, la stessa destra torna a decidere chi può fare domande in televisione. È cambiato soltanto il lessico: dove Berlusconi diceva uso criminoso, oggi la Rai scrive ricollocazione professionale. Il risultato è identico.

Ci sono state due esplosioni, a dieci mesi di distanza.

La prima nella notte del 16 ottobre 2025, a Campo Ascolano, frazione di Pomezia. Gelatina da cava sotto due automobili parcheggiate davanti a un cancello. Le auto distrutte, un’abitazione vicina danneggiata, e per pura combinazione nessuno lì in quel momento: la figlia di Sigfrido Ranucci era passata da quel punto pochi minuti prima. I vicini raccontarono di due boati consecutivi.

La seconda è arrivata venerdì 28 agosto 2026, poco prima delle cinque del pomeriggio, sotto forma di comunicato aziendale. Nessun rumore, nessuna sirena, nessun carabiniere davanti al cancello. Poche righe in cui la Rai annuncia che la conduzione di Report passa a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi e che al conduttore uscente sono state sottoposte «tre possibili opzioni di ricollocazione professionale».

La prima esplosione ha distrutto della lamiera e non ha fermato nulla: Report è andato in onda lo stesso. La seconda è riuscita dove la bomba aveva fallito. Ed è questa la misura esatta del Paese in cui viviamo.

1. Che cosa ha deciso la Rai, e con quali parole

I fatti. Sigfrido Ranucci lavorava a Report come autore dal 2006 e lo conduceva dal 2017, dopo i vent’anni di conduzione di Milena Gabanelli. Il 28 agosto 2026 l’azienda ha comunicato che dalla prossima stagione il programma passa a due giornalisti indicati come vincitori della selezione interna per professionisti, e che tornerà in onda dall’8 novembre. A Ranucci sono state offerte tre collocazioni alternative: secondo le agenzie, un incarico a Rainews, uno al Tg3 oppure un ufficio di corrispondenza.

Val la pena soffermarsi sul linguaggio, perché il linguaggio non è mai un dettaglio. La Rai parla di nuova fase, di merito, di competenza, di continuità professionale adeguata al profilo, e sostiene che la scelta va «nel segno della professionalità e dell’esperienza maturata sul campo». È il lessico di un ufficio del personale che sposta una scrivania. Della ragione vera non c’è traccia: non una riga che spieghi ai cittadini perché il conduttore del programma d’inchiesta più premiato del servizio pubblico venga rimosso adesso, in questo modo, senza che alcun procedimento disciplinare sia stato aperto, contestato e concluso.

Questa è la prima anomalia, ed è formale prima ancora che politica. Un procedimento disciplinare si può impugnare davanti a un giudice del lavoro. Una ricollocazione no. Chiamare le cose con il loro nome avrebbe obbligato l’azienda a dimostrare qualcosa. Non chiamarle affatto le ha permesso di non dimostrare niente. Quando un’azienda ha argomenti veri li mette per iscritto e li sottopone a contraddittorio; quando ha soltanto un pretesto, lo fa uscire in agenzia alle sedici e cinquanta di un venerdì d’agosto. Non è pigrizia burocratica: è tecnica.

2. Sofia, 18 aprile 2002: il manuale è sempre lo stesso

Chi ha più di quarant’anni ha già visto questo film, e conosce anche il finale.

Il 18 aprile 2002, in conferenza stampa a Sofia accanto al primo ministro bulgaro Simeon di Sassonia-Coburgo-Gotha, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi disse che l’uso della televisione pubblica fatto da Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi era «un uso criminoso», e che era preciso dovere della nuova dirigenza Rai impedire che accadesse ancora. Durò ventuno secondi. Nel giro di poche settimane le trasmissioni dei tre sparirono dai palinsesti, ufficialmente perché non più competitive, in realtà con ascolti che moltissimi programmi di oggi si sognano.

Enzo Biagi, che nel 1981 aveva lasciato il Corriere della Sera quando uscirono le liste della P2, aveva alle spalle quarantun anni di Rai. Tornò in video il 22 aprile 2007, malato, su Rai 3, riprendendo il titolo del rotocalco che aveva inventato nel 1962, e aprì la puntata dicendo ai telespettatori che «l’intervallo è durato cinque anni». Ne registrò sette. Morì il 6 novembre di quello stesso anno. Fu, quella, la sua ultima apparizione televisiva: il tempo che gli era stato tolto non gli fu mai restituito.

Fra Sofia e Viale Mazzini corrono ventiquattro anni, e la differenza dice più della somiglianza. Nel 2002 ci volle un capo di governo che pronunciasse pubblicamente la parola criminoso perché la Rai capisse. Nel 2026 non è servito nessun editto: l’azienda ha provveduto da sola, con un comunicato che parla di merito e di ricollocazione, mentre il vicepremier Matteo Salvini si limitava a commentare a cose fatte con due parole, «Giusto così». Questo è il salto di qualità. La censura che ha bisogno di essere ordinata è ancora un atto politico, discutibile e contestabile. La censura che si autoamministra dentro l’azienda, con il linguaggio delle risorse umane, non ha nemmeno un autore a cui chiedere conto. È diventata cultura d’impresa.

3. L’attentato, la confessione e ciò che non torna

L’inchiesta della procura di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e seguita dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis, ha avuto una prima svolta nel giugno 2026, con misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti gli esecutori materiali. A luglio è finito nel registro degli indagati Valter Lavitola, ex direttore dell’Avanti!, faccendiere attraversato da vent’anni di scandali italiani e amico personale di Ranucci. Il 10 agosto è stato arrestato. Il 12 agosto, dopo oltre cinque ore di interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, ha confessato di essere il mandante.

Gli vengono contestati, in concorso con gli altri indagati, detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento con l’aggravante del metodo mafioso; l’inchiesta ipotizza anche la tentata strage e l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Un coindagato, il suo factotum Gomes Clesio Tavares, si trova in Camerun ed è oggetto di richiesta di estradizione.

Sul movente esistono due versioni, e non coincidono. La prima è quella riferita dall’avvocato Sergio Cola: Lavitola avrebbe fatto esplodere quella bomba per il bene di Ranucci, per costringere lo Stato ad alzargli la protezione, che dopo l’attentato passò effettivamente da due a otto agenti. La seconda è la ricostruzione della procura, riportata dalla stampa: Ranucci non sapeva nulla, e l’azione sarebbe servita ad accrescerne la popolarità per spingerlo poi verso la politica.

La giudice per le indagini preliminari Iole Moricca, respingendo la richiesta di arresti domiciliari, ha messo per iscritto che nella confessione ci sono elementi che non tornano. Fra questi la contraddizione con quanto riferito ai magistrati da un giornalista di Report, Daniele Autieri, secondo cui era stato lo stesso Lavitola a suggerirgli di cercare i responsabili dell’attentato lungo la pista dell’intelligence israeliana: esattamente coloro da cui, a suo dire, voleva proteggere l’amico. L’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha parlato di un «delirante teatro della follia».

Tre punti fermi, prima che qualcuno provi a farli sparire. Ranucci non è indagato. Una confessione non è una sentenza, e questa in particolare è stata giudicata poco credibile dalla magistratura che l’ha raccolta. Il processo non è ancora cominciato. La Rai, invece, ha già emesso il suo verdetto, e lo ha fatto con la fretta che nessun giudice si è concesso.

4. Cronologia di una demolizione annunciata

La tesi ufficiale è che la Rai abbia soltanto preso atto di una vicenda giudiziaria imbarazzante. A smontarla basta rimettere i fatti nell’ordine in cui sono accaduti.

Il 28 gennaio 2026, alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana, Ranucci diceva pubblicamente: «Si stanno creando i presupposti per far fuori Report». Non parlava di sospetti, elencava fatti aziendali: dieci o dodici professionalità in uscita per pensionamento, la perdita del regista a giugno, il rinnovo dei contratti dei freelance, e un concorso interno che lui stesso bollava come una farsa. Era gennaio. Lavitola non era ancora indagato, l’attentato era ancora un mistero e in tutti i talk show la parola d’ordine era la solidarietà bipartisan.

A luglio la Rai ha sospeso persino la messa in onda delle repliche del programma, presentandola come una forma di cautela. In agosto Il Tempo ha pubblicato i compensi della redazione, e la maggioranza ha risposto con interrogazioni in commissione di Vigilanza e con un elenco di dieci domande al conduttore; la presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, ha denunciato la fuga di notizie come una violazione di riservatezza. L’11 agosto Salvini ha chiesto per la prima volta, esplicitamente, che Ranucci si prendesse una pausa. Il 22 agosto Fratelli d’Italia ha depositato un’interrogazione a Meloni e a Nordio, a firma Mollicone, Filini e Bignami, chiedendo verifiche sul ruolo avuto da Report nella vicenda e ipotizzando un possibile depistaggio. Il 23 agosto gli eurodeputati di Fratelli d’Italia hanno scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen accusando Report di violare le norme europee. Il 28 agosto è arrivata la rimozione.

Vale la pena fermarsi un secondo sul penultimo passaggio, perché è di una spudoratezza che merita di restare agli atti. Il partito che tiene ferma da oltre un anno in Senato la riforma della governance della Rai, esponendo l’Italia a una procedura d’infrazione sul regolamento europeo per la libertà dei media, scrive a Bruxelles per invocare le norme europee contro un programma d’inchiesta. È la stessa mano che chiude la porta e poi telefona per denunciare che nella stanza manca l’aria.

Le reazioni del 28 agosto completano il quadro. Fratelli d’Italia ha salutato la fine di quella che ha definito una propaganda faziosa; Forza Italia, con Maurizio Gasparri, ha ironizzato sulle inchieste che Report non farà su sé stesso. Dall’altra parte il Movimento 5 Stelle ha parlato di editto e di operazione autoritaria, Alleanza Verdi e Sinistra ha accusato la maggioranza di avere usato l’attentato per demolire la trasmissione, e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha osservato che «TeleMeloni non ha nemmeno aspettato che i magistrati facessero chiarezza». Quando la rimozione di un giornalista produce esultanza da una parte e allarme democratico dall’altra, l’idea che si tratti di una scelta tecnica non regge un minuto.

5. Il concorso che diventa alibi

C’è un dettaglio che sarebbe comico se non fosse tragico. La Rai ha legittimato la nomina dei due nuovi conduttori richiamando il fatto che siano risultati vincitori della selezione interna per giornalisti professionisti: la stessa selezione che, sette mesi prima, il conduttore uscente aveva indicato come uno degli strumenti con cui si stavano creando le condizioni per smantellare il programma.

Il merito viene invocato esattamente nel momento in cui produce il risultato desiderato. È un meccanismo che chiunque abbia lavorato in una grande azienda pubblica riconosce al volo: le regole formali non servono a limitare il potere, servono a vestirlo.

La redazione ha reagito con durezza. Gli inviati storici hanno definito la scelta irricevibile nel metodo, perché l’azienda avrebbe rifiutato ogni interlocuzione lasciando che apprendessero la decisione dalle agenzie, e nel merito, perché i due nomi non rappresenterebbero la storia del programma. Nel comunicato compare l’accusa più pesante, quella di un «evidente mandato politico», e la conseguenza annunciata: l’abbandono in blocco della trasmissione.

Se accadesse, il risultato sarebbe una trasmissione che conserva il titolo e perde la squadra. Report continuerebbe a esistere come marchio in palinsesto, come voce di bilancio, come rassicurazione da esibire a Bruxelles quando si parla di pluralismo. Non è la censura dei manuali di storia, con il timbro e la matita blu. È qualcosa di più moderno e infinitamente più efficace: si svuota il contenitore e lo si lascia in vetrina, così nessuno può dire che sia stato tolto.

6. Perché l’inchiesta è insopportabile: quello che le sentenze hanno accertato

A questo punto la domanda va posta senza giri di parole: perché una parte consistente della destra italiana ha, da trent’anni, un problema strutturale con il giornalismo d’inchiesta e con la magistratura? La risposta non richiede dietrologie. Sta negli archivi giudiziari, ed è passata in giudicato.

Il 9 maggio 2014 la prima sezione penale della Corte di cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni di reclusione di Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e uomo di Publitalia, per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo vent’anni di processo, quasi mille udienze e più di trecento testimoni, è accertato in via definitiva che Dell’Utri ha intrattenuto rapporti con Cosa Nostra dal 1974 al 1992. Il procuratore generale, chiedendo il rigetto del ricorso, lo definì il garante dell’accordo fra Silvio Berlusconi e l’organizzazione mafiosa.

Il 1° agosto 2013 la stessa Cassazione aveva reso definitiva la condanna di Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale nel processo sui diritti televisivi Mediaset, condanna che ne determinò la decadenza da senatore. È l’unica sentenza definitiva a suo carico, e va detto con precisione: sui rapporti con la mafia Berlusconi non è mai stato condannato. Ma il fondatore del suo partito sì.

E qui i fili si annodano in modo quasi insopportabile. L’ultima grande intervista televisiva di Paolo Borsellino, registrata dai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e due mesi prima di via D’Amelio, riguardava proprio Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Quella cassetta fu ritrovata nella primavera del 2000 da un giovane cronista di Rainews24: Sigfrido Ranucci. Nessun telegiornale e nessun programma di approfondimento vollero mandarla in onda; finì in una fascia notturna, il 19 settembre 2000, e a chiedere il licenziamento di chi l’aveva riportata alla luce, allora, fu un’amministrazione di centrosinistra.

Ventisei anni dopo, lo stesso giornalista viene rimosso dal servizio pubblico. Non serve immaginare complotti per notare che il potere politico ed economico italiano, quando viene raggiunto da un’inchiesta, non risponde nel merito: risponde sulla persona che l’ha fatta. Ha risposto così con Biagi, con Santoro, con Luttazzi. Risponde così oggi. E il fatto che a fare le domande sia stato, per un quarto di secolo, sempre lo stesso tipo di giornalismo, e che a subirne le conseguenze sia sempre lo stesso tipo di giornalista, non è una coincidenza statistica: è la fisiologia di un sistema che non tollera il controllo.

7. Una Rai che l’Europa considera fuori norma

Chi discute soltanto se Ranucci meritasse o no di restare al suo posto sta guardando il dito. La domanda vera è: chi decide, in base a quali criteri, rispondendo a chi.

Dall’agosto 2025 è pienamente applicabile in tutti gli Stati membri il regolamento europeo sulla libertà dei media, l’European Media Freedom Act, che impone regole trasparenti e indipendenti per la governance del servizio pubblico. L’Italia non si è adeguata. La governance della Rai poggia ancora sull’impianto della cosiddetta legge Renzi, che ha rafforzato il peso dell’esecutivo nelle nomine. La riforma giace da oltre un anno in Senato, e nel testo sostenuto dalle forze di governo il potere di nomina della figura apicale resta in mano all’area parlamentare di maggioranza: ciò che dovrebbe uscire dalla porta rientra dalla finestra. Nel dicembre 2025 la Commissione europea ha inviato lettere di richiamo a venticinque Paesi, Italia compresa.

La Relazione sullo Stato di diritto 2026 della Commissione europea esprime preoccupazione per il funzionamento indipendente e per la sostenibilità finanziaria della Rai, segnala il taglio di dieci milioni di euro ai finanziamenti pubblici per il 2026 e registra il giudizio delle parti interessate secondo cui lo stallo politico sulla nomina del presidente del consiglio di amministrazione dimostra l’inadeguatezza delle norme attuali a proteggere l’azienda da influenze indebite. Nel frattempo la commissione parlamentare di Vigilanza è in crisi, con le dimissioni dei componenti di opposizione, e il Presidente della Repubblica ha richiamato il governo sulla necessità dell’indipendenza editoriale.

Ecco il quadro in cui va collocata la giornata del 28 agosto: un’azienda la cui governance è considerata dall’Unione europea non conforme agli standard di indipendenza ha rimosso il conduttore del suo principale programma d’inchiesta. Il problema non è che quella decisione sia stata presa male. È che, così com’è costruito oggi il sistema, non poteva essere presa in nessun altro modo.

8. Il clima: quando l’antifascismo viene definito una bufala

Nessuna decisione aziendale nasce nel vuoto. Nasce in un clima, e il clima di questo Paese ha smesso da tempo di essere un dettaglio di colore.

Il 20 aprile 2026 Roberto Vannacci, eletto al Parlamento europeo nelle liste della Lega, uscito dal partito nel febbraio dello stesso anno e oggi alla guida del movimento Futuro Nazionale, ha dichiarato che la Costituzione antifascista è una «bufala», sostenendo che nella Carta non si parla di fascismo se non nella dodicesima disposizione transitoria. Lo stesso Vannacci ha definito Mussolini uno statista, ha derubricato la marcia su Roma a manifestazione di piazza e ha risposto a chi gli chiedeva se il fascismo fosse un crimine che a giudicarlo aveva già pensato la storia. Il manifesto del suo partito è stato letto da più osservatori come un catalogo di richiami al Ventennio.

Vannacci non è al governo e non ha deciso nulla in Rai: sarebbe scorretto attribuirgli responsabilità che non ha. Ma non è un fenomeno da baraccone, è un parlamentare europeo con un partito, un consenso e un progetto. E quando la delegittimazione dell’antifascismo diventa una posizione presentabile in un podcast pomeridiano, l’idea che il servizio pubblico debba smettere di dare fastidio cessa di apparire come un abuso e comincia a somigliare a una normale scelta gestionale. È così che funziona l’egemonia culturale: non impone nulla, rende accettabile tutto.

9. Chi paga il conto

Sigfrido Ranucci, in questa storia, è l’unico che non rischia lo stipendio. Ha trentacinque anni di Rai alle spalle, un contratto, un ruolo che l’azienda si è impegnata a garantirgli. Le conseguenze concrete cadono su altri, e sono persone che nessun comunicato nomina.

Cadono sui freelance e sui collaboratori precari della redazione, quelli i cui contratti scadono e vengono rinnovati o no a discrezione dell’azienda, e che oggi devono decidere se firmare la prossima inchiesta scomoda sapendo come è finita questa. Cadono sulle fonti: l’operaio che racconta cosa succede davvero in un cantiere, il medico che descrive i reparti chiusi, il funzionario che passa una carta. Quelle persone rischiano il posto per parlare, e lo fanno perché credono che dall’altra parte ci sia qualcuno abbastanza protetto da poterle proteggere. Quando quel qualcuno viene rimosso con una nota stampa, il messaggio arriva chiarissimo e non ha bisogno di essere scritto.

E cadono, alla fine, su chi in una redazione non entrerà mai. Sul lavoratore che si è visto raccontare in televisione un appalto truccato, sul paziente che ha capito perché il suo ospedale è stato smantellato, sul cittadino che ha scoperto dove finivano i soldi del suo comune. Il giornalismo d’inchiesta è lento, costoso, litigioso e produce nemici: nessun mercato lo finanzierebbe spontaneamente. Esiste solo se qualcuno decide che deve esistere. Il servizio pubblico è precisamente quel qualcuno, ed è per questo che i cittadini lo pagano con il canone. Stiamo assistendo a un’azienda che, con i soldi di tutti, sta insegnando a sé stessa a non farlo più.

10. Nessuna sponda, ma nemmeno il culto della persona

A questo punto serve una precisazione che non è un cedimento, ma una condizione per vincere.

La Rai come bottino dei partiti non è un’invenzione della destra al governo. È una malattia lunga quanto la Repubblica, praticata con diligenza da tutti gli schieramenti, e la vicenda dell’intervista a Borsellino lo dimostra meglio di qualunque argomento: nel 2000 a censurarla fu il centrosinistra. Chi tace su questo indebolisce l’accusa di oggi, perché la fa sembrare tifoseria.

La differenza, però, esiste ed è enorme. Un conto è la lottizzazione, cioè la spartizione di poltrone fra partiti che restano avversari e si controllano a vicenda; un altro conto è l’occupazione, cioè un sistema in cui una maggioranza blocca in Parlamento la riforma che la limiterebbe, nomina i vertici, li lascia decidere chi conduce, e infine scrive a Bruxelles per far sanzionare la trasmissione che le dà fastidio. La lottizzazione era spartizione del potere. Questa è concentrazione del potere. Confonderle è un errore di analisi, non un gesto di equilibrio.

Ne discende una conseguenza operativa: fare della difesa di un singolo conduttore la misura della libertà di stampa è una trappola. Significa accettare che il problema si risolva rimettendo la persona giusta nella poltrona giusta, cioè lasciando intatto il meccanismo che decide chi si siede lì. La battaglia non è restituire Report a Ranucci. È togliere ai partiti la facoltà di decidere chi fa le domande in televisione.

11. A brigante, brigante e mezzo

Ad aprile 2026 Reporters sans frontières ha collocato l’Italia al 56° posto del suo indice mondiale sulla libertà di stampa, in caduta di sette posizioni rispetto al 49° del 2025 e dal 46° del 2024. Siamo l’ultimo Paese dell’Europa occidentale, superati da Ghana, Costa d’Avorio e Gambia. Le motivazioni non riguardano soltanto la criminalità organizzata: parlano di autocensura, di criminalizzazione della diffamazione, di querele bavaglio, e testualmente di ingerenze dirette crescenti volte a trasformare la Rai in uno strumento di comunicazione politica al servizio del governo. La direttiva europea contro le querele temerarie, del resto, non è mai stata recepita.

Le cose da fare sono note, verificabili e alla portata del Parlamento: applicare integralmente il regolamento europeo sulla libertà dei media, sottrarre la nomina dei vertici Rai al controllo della maggioranza di turno, recepire la direttiva anti Slapp, cancellare il carcere per la diffamazione, garantire ai freelance contratti che non si possano usare come strumento di ricatto. Nessuno di questi punti riguarda Sigfrido Ranucci. Tutti riguardano chi verrà dopo di lui.

A Sandro Pertini viene attribuito un vecchio detto popolare: a brigante, brigante e mezzo. Va inteso per quello che significa davvero, e non è un invito a imbarbarirsi. Significa che di fronte a chi usa metodi sleali non ci si difende con l’aplomb, e che il brigante e mezzo dei cittadini onesti ha un nome preciso: il documento, l’archivio, la sentenza, l’inchiesta pubblicata, il voto. Sono strumenti più duri di qualsiasi insulto, e hanno il vantaggio di non essere impugnabili.

La Costituzione, all’articolo 21, non tutela i giornalisti come categoria professionale: tutela il diritto di tutti noi a sapere. La Corte costituzionale, già nel 1969, definì questa libertà la pietra angolare dell’ordine democratico. Una pietra angolare non si difende a giorni alterni, e non si difende soltanto quando chi viene colpito ci è simpatico.

Il 16 ottobre 2025 una bomba non è riuscita a fermare Report. Il 28 agosto 2026 ci è riuscito un comunicato stampa. Chi ha firmato quel comunicato ha fatto un calcolo semplice: che gli italiani si sarebbero indignati per tre giorni e poi avrebbero cambiato canale. È esattamente il calcolo che è stato fatto nel 2002, e che allora si rivelò esatto. Sta a noi decidere se questa volta debba sbagliare.

Fonti

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