L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

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Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

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Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

La vera notizia non è che un generale abbia fermato Trump.È che, per legge, nessun generale può farlo.

Tra fact-checking e architettura del potere: il caso dei codici nucleari, la dottrina della «sole authority» e perché il dibattito sull’instabilità di Donald Trump nasconde un problema più grande del singolo inquilino della Casa Bianca.

Nei giorni scorsi è circolata, con grande successo virale anche in Italia, una notizia drammatica: durante una riunione d’emergenza alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe chiesto i codici per l’uso delle armi nucleari contro l’Iran, e il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, gli avrebbe risposto «no», rifiutandosi di trasmettere l’ordine. La fonte è Larry Johnson, ex ufficiale CIA, intervistato sul podcast «Judging Freedom» di Andrew Napolitano. La storia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, intrecciandosi con un secondo filone — quello, ben più solido, dell’estromissione di Trump dalla Situation Room durante il salvataggio di due piloti statunitensi caduti in Iran, raccontata dal Wall Street Journal.
Conviene tenere distinti i due piani, perché mescolarli serve solo a chi vuole che la verità si confonda nel rumore. E conviene soprattutto guardare oltre la cronaca: il problema più grave che questa vicenda ci mette davanti non è ciò che Trump avrebbe fatto in un singolo pomeriggio, ma il sistema che gli consente, ogni giorno, di poterlo fare davvero.
Cosa è verificato e cosa no

Il reportage del Wall Street Journal del 19 aprile 2026, firmato da Josh Dawsey e Annie Linskey, è un fatto giornalistico documentato. Racconta che lo staff presidenziale ha deliberatamente tenuto Trump lontano dalla Situation Room durante l’operazione di estrazione di due piloti USA caduti in Iran nel weekend di Pasqua, perché temeva che la sua «impazienza» potesse compromettere la missione. Il presidente sarebbe stato aggiornato per telefono soltanto «nei momenti significativi», mentre Vance, il capo di gabinetto Susie Wiles e il Consiglio di Sicurezza Nazionale seguivano la missione minuto per minuto. Lo sfondo descritto è quello di un capo di Stato che, alla notizia dell’abbattimento del jet, avrebbe «urlato contro i collaboratori per ore», ossessionato dallo spettro della crisi degli ostaggi del 1979 e dalla paura di fare la fine elettorale di Jimmy Carter. La Casa Bianca ha negato; la testata, fonti alla mano, mantiene la versione. France 24 ha riportato analoghi riscontri.
È un quadro grave, ma maneggiato con i guanti del giornalismo professionale: fonti multiple, testimonianza di un alto funzionario dell’amministrazione, smentita registrata, contesto verificabile. La notizia poggia su un informatore anonimo, e di questo bisogna tener conto; ma è la lavorazione standard di un’inchiesta politica seria.
Tutt’altra natura ha la storia dei codici nucleari. L’unica fonte è Larry Johnson, e Johnson ha dovuto ammettere, sul proprio blog Sonar21 il giorno dopo la diretta, di «non avere conferma che il report sia verificato». Lead Stories ha cercato qualunque traccia indipendente — riunioni d’emergenza in calendario, dichiarazioni, fonti collaterali — e non ne ha trovata nessuna. Snopes ha fatto lo stesso lavoro, con il medesimo risultato. Il calendario ufficiale della Casa Bianca non riporta alcun incontro d’emergenza tra Trump e Caine in quelle ore. E lo stesso Caine, pochi giorni prima, si era espresso pubblicamente a sostegno della guerra americana contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero «usato la forza» contro qualunque nave avesse violato il blocco di Hormuz: difficile immaginare lo stesso uomo nei panni del custode etico che ferma il presidente.
A questo si aggiunge il profilo di chi rilancia la voce. Larry Johnson è già stato all’origine, nel 2017, della rivendicazione poi smontata secondo cui il GCHQ britannico avrebbe spiato la campagna Trump per conto di Obama — una pretesa che Londra definì «totalmente ridicola». Ha diffuso false notizie su un presunto discorso razzista di Michelle Obama. È ospite ricorrente dei media di Stato russi. Non è un dettaglio biografico cattivo: è un elemento di valutazione della fonte. La storia, insomma, non regge a una qualunque verifica giornalistica seria. Va trattata come bufala, anche da chi — come chi scrive — non ha nessuna simpatia per Donald Trump.
Perché la bufala è anche tecnicamente impossibile

C’è un secondo motivo per cui la storia di Caine che dice «no» alla valigetta nucleare non sta in piedi: il sistema americano non funziona così. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, nel diritto degli Stati Uniti, non ha alcuna autorità operativa per bloccare un ordine di lancio nucleare. Non è un dettaglio: è il cuore stesso della dottrina che governa l’arma più pericolosa mai costruita.
Il Congressional Research Service — il servizio studi del Congresso, non un blog — lo scrive in modo lapidario: il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di autorizzare l’uso delle armi nucleari, prerogativa inerente al suo ruolo costituzionale di Comandante in Capo. Può chiedere consiglio ai vertici militari, ma sono questi a essere obbligati a trasmettere ed eseguire l’ordine, se decide di impiegarle. Non serve l’assenso del Congresso. Non serve l’assenso del Segretario alla Difesa. Non serve l’assenso del Vicepresidente. Né i militari né il Congresso possono annullare l’ordine.
Lo stesso generale Mark Milley, all’epoca capo dello Stato Maggiore Congiunto, lo mise nero su bianco in un memorandum al Congresso del settembre 2021: «Sono parte della catena di comunicazione, in quanto principale consigliere militare del Presidente, ma non sono nella catena di comando per autorizzare un lancio nucleare». La distinzione è cruciale: comunicazione, non comando. È la stessa identica posizione che oggi occupa il generale Dan Caine. Esattamente la persona che, secondo la fake news, avrebbe detto «no» — e che invece, per legge, nemmeno avrebbe il potere di farlo.
Come funziona davvero la procedura: «sole authority»

Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è il vero scandalo politico che la vicenda mette in luce. Il presidente sceglie l’opzione di attacco fra una rosa di piani di guerra preconfezionati — il celebre OPLAN 8010, articolato in major attack options, selected attack options e limited attack options. Non è una scelta inventata sul momento: è una selezione da un menù pre-cucinato dal Pentagono.
L’ordine, con i Gold Codes, viene trasmesso al National Military Command Center (NMCC) attraverso un canale sicuro. Prima dell’esecuzione il presidente deve essere autenticato: tira fuori dalla tasca una carta plastificata della dimensione di una carta di credito, soprannominata «biscuit», legge le lettere fonetiche del giorno, e il vicedirettore operazioni dell’NMCC conferma che l’interlocutore è effettivamente il Comandante in Capo. Tutto il procedimento, dalla decisione al lancio, può svolgersi in pochi minuti. Il Segretario alla Difesa, secondo la legge, è tenuto a verificare l’ordine, ma non ha potere di veto.
L’unico, fragilissimo argine è teorico: il Codice Uniforme di Giustizia Militare obbliga i militari a obbedire soltanto a ordini «legittimi e provenienti da autorità competente». Se l’ordine fosse manifestamente illegale — perché viola, ad esempio, i principi di necessità, proporzionalità e distinzione del diritto dei conflitti armati — un comandante potrebbe in teoria rifiutarsi. In teoria. Nella pratica, come riconoscono gli stessi ex comandanti dello STRATCOM, una contestazione di questo tipo si risolverebbe più probabilmente in una consultazione con il presidente per «aggiustare» l’ordine, che in un rifiuto netto. E un ordine di lancio normalmente viene trasmesso dal Pentagono direttamente agli equipaggi addestrati al lancio: anche un comandante di alto livello che ricevesse l’ordine in copia farebbe fatica a fermarlo in tempo.
Va aggiunto un dettaglio che pesa come un macigno: gli Stati Uniti non hanno mai dichiarato una politica di «no first use». Mantengono — è il termine ufficiale — un’«ambiguità calcolata». Tradotto: il presidente americano può ordinare l’impiego per primo dell’arma nucleare contro chiunque, in qualunque momento, senza che esista alcuna barriera legale al primo strike.
Il precedente che nessuno racconta: Nixon, Watergate e il segretario disobbediente

La vicenda non è nuova. Durante lo scandalo Watergate, nel 1974, Richard Nixon attraversò una fase di grave instabilità. Beveva pesantemente, molti collaboratori lo consideravano fuori controllo. Ai giornalisti disse, in un incontro: «Posso tornare nel mio ufficio, prendere il telefono e in venticinque minuti settanta milioni di persone saranno morte». Il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato, istruì informalmente i Joint Chiefs perché qualunque ordine d’emergenza dal presidente passasse prima da lui o dal Segretario di Stato Henry Kissinger. È il «freno Schlesinger», entrato nel folclore del potere americano.
Il punto, però, è proprio questo: Schlesinger non aveva alcuna autorità legale per intervenire. Stava semplicemente sperando che, se il momento fosse arrivato, qualcuno gli avesse dato retta. Mezzo secolo dopo, con un quadro internazionale incomparabilmente più teso, la cornice giuridica è la stessa. La «sole authority» del 1945 — concepita da Harry Truman per togliere ai generali la decisione, non per concentrarla nel singolo individuo a vita — è ancora lì, intatta, scolpita nella prassi costituzionale e nel diritto militare. Una catena di comando pensata per la rapidità contro un attacco a sorpresa sovietico, che oggi serve a garantire al presidente di turno un potere di vita e di morte planetario senza alcun reale contrappeso.
Il vero scandalo è strutturale, non personale

Concentrarsi sulla domanda «Trump è pazzo?» è confortante ma sterile. Sposta tutto il peso politico sul singolo individuo, e implicitamente lascia intendere che con un presidente «sano» il sistema funzionerebbe. Non è così. Il problema non è che Donald Trump abbia il dito sul bottone: è che il bottone, per come è progettata l’architettura del potere americano, è stato consegnato a una sola mano, chiunque essa sia.
Sondaggi recenti citati dal Council on Foreign Relations indicano che il 61% degli americani è a disagio con questa «sole authority». Diversi parlamentari democratici — Edward Markey, Ted Lieu, Adam Smith negli anni passati, Jamie Raskin oggi — hanno proposto leggi per richiedere una dichiarazione di guerra del Congresso prima del primo uso del nucleare, o per inserire nella catena decisionale almeno il Vicepresidente e il Segretario alla Difesa, con il loro consenso unanime. La Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato proposte tecniche per richiedere il concorso di altri due membri della linea di successione presidenziale. Nessuna di queste iniziative è mai arrivata a un voto serio. Il Congresso, repubblicano o democratico che sia, non ha mai voluto davvero limitare quel potere.
Le ragioni, ufficialmente, sono di deterrenza: in caso di attacco a sorpresa, sostengono i contrari, ogni minuto di consultazione potrebbe costare la sopravvivenza degli Stati Uniti e degli alleati sotto l’«ombrello» nucleare. È un argomento serio, ma è anche un cavallo di Troia: regge per gli scenari di rappresaglia, non per il primo uso. Eppure il primo uso è esattamente lo scenario in cui un presidente fuori controllo — Nixon nel 1974, Trump oggi — può decidere di precipitare il mondo nel baratro senza che nessuno, formalmente, possa fermarlo.
E il 25° emendamento?

Nelle ultime settimane il dibattito sul venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana è esploso. John Larson ha depositato articoli di impeachment il 7 aprile. Common Cause ha chiesto al Gabinetto e al Vicepresidente Vance di attivare la Sezione 4. Il 14 aprile Jamie Raskin, ranking member della Commissione Giustizia, ha presentato un disegno di legge per istituire una commissione di diciassette membri ai sensi della stessa Sezione 4. Più di ottantacinque parlamentari democratici hanno chiesto la rimozione dopo il post di Trump «un’intera civiltà morirà stanotte» rivolto all’Iran. È molto: ma è quasi certamente troppo poco.
La Sezione 4 del 25° emendamento richiede che a dichiarare il presidente incapace siano il Vicepresidente insieme alla maggioranza del Gabinetto, oppure il Vicepresidente insieme a un altro organo previsto dalla legge. Vance è un trumpiano della prima ora. Il Gabinetto è stato selezionato esclusivamente sulla base della fedeltà personale. Anche ammesso che la macchina si mettesse in moto, dopo ventun giorni il Congresso dovrebbe confermare la rimozione con i due terzi di entrambe le camere — in un Congresso a maggioranza repubblicana che fino a oggi non ha mostrato il minimo accenno di volontà autonoma.
Tradotto: lo strumento esiste, ma è progettato per non essere usato. Esattamente come la «sole authority» è progettata per non essere fermata.
Quel che dovremmo guardare, non quel che ci viene mostrato

Il caso dei codici nucleari attribuiti a Trump è una bufala, e va detto. Ma se si ferma lì, il debunking diventa una rassicurazione che non ci possiamo permettere. La vera notizia non è che un generale abbia fermato il presidente: è che, secondo il diritto degli Stati Uniti, nessun generale potrebbe farlo. La vera notizia non è l’ennesimo scatto d’ira di Donald Trump nello Studio Ovale: è che l’architettura del potere occidentale ha consegnato il destino dell’umanità — letteralmente — alle terminazioni nervose di un uomo solo, chiunque sia.
L’Europa, che pure si dichiara preoccupata e che pure si sta indebitando per finanziare la guerra in Ucraina e schierare proprie forze nelle catene logistiche americane, non ha alcuna voce in capitolo su quel bottone. I cittadini europei sono, come i cittadini iraniani e cinesi e russi, ostaggi passivi di una procedura concepita nel 1945 per fermare un’invasione sovietica e mai più aggiornata. Lo stesso vale, in dimensioni diverse, per Russia, Cina, Pakistan, Israele — ma con un’aggravante per gli Stati Uniti, perché sono l’unico Paese ad avere mai impiegato l’arma nucleare contro popolazioni civili.
Chi ci vuole rassicurare con la storiella del generale buono che ferma il presidente cattivo ci sta raccontando una favola della buonanotte. La realtà, molto più amara, è che la sicurezza del mondo dipende non da contrappesi istituzionali ma dall’equilibrio mentale di una singola persona — e dal fatto, statisticamente non garantito, che quella persona sia un essere umano lucido. È un sistema indegno di una democrazia che si pretende matura. Ed è ora, finalmente, di dirlo: il problema non è Trump. Il problema è che Trump è possibile.

Fonti principali: Wall Street Journal (19 aprile 2026); Snopes; Lead Stories; Newsweek; France 24; Congressional Research Service «Authority to Launch Nuclear Forces»; Brookings Institution «Reference Sheet on Nuclear Command and Control»; Arms Control Association; Bulletin of the Atomic Scientists; Council on Foreign Relations; Wikipedia (Gold Codes; 25th Amendment).

L’Iran, Trump e la guerra come terapia del capitale

Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.

L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 

Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 

Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 

Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 

Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 

Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 

Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 

Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 

E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 

La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 

Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.

A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.

Fonti essenziali

Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 

Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 

Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 

Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 

Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 

Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.

Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta

1. Un palcoscenico costruito sulle macerie

Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.

E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realta’ che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.

2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace

Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva. La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.

Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.

I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.

3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik

Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale piu’ di qualunque retorica successiva.

Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioe’ alla pace nel rispetto delle sovranita’. Aderire a un organismo che, secondo i critici piu’ autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perche’ hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.

Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi piu’ influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.

4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto

Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla piu’ forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorita’ Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanita’. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.

La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio gia’ abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.

Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignita’ – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.

Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti piu’ recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.

Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.

5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identita’

L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilita’ non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.

Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.

Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.

6. Conclusione: la pace non si compra a Davos

Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.

L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziche’ una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.

Non lo ha fatto. E questo, piu’ di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.

72 minuti di potere fuori controllo: quando l’impero si mette a bluffare in diretta

C’è una cosa che dovrebbe spaventarci più di ogni singola frase sbagliata, più di ogni gaffe geografica, più di ogni numero inventato: il fatto che oggi la nazione più armata del pianeta sia guidata da un uomo che trasforma la politica mondiale in un flusso di coscienza, in uno show aggressivo, in una raffica di minacce e millanterie.

E la parte più inquietante non è nemmeno lui. È il “noi” che lo rende possibile. Perché se oggi sta lì, non è un incidente di percorso: è il prodotto di una società che ha normalizzato il narcisismo come leadership, la menzogna come stile comunicativo, la violenza come diplomazia, l’arroganza come destino manifesto.

Qui non siamo davanti a un semplice politico rozzo. Siamo davanti alla forma perfetta del capitalismo terminale: un potere che, sentendo di perdere presa sul mondo, alza il volume, stringe i pugni e si crede onnipotente. È l’impero che non sa più convincere e allora intimidisce. Che non sa più guidare e allora ricatta. Che non sa più governare e allora umilia. E lo fa in diretta.

A Davos, nel 2026, è andato in scena questo: 72 minuti in cui il Presidente degli Stati Uniti ha parlato come se la realtà fosse un optional. Non lo dico per insultare: lo dico perché è così che funziona oggi il comando. Non serve più essere credibili. Serve essere dominanti. Serve occupare l’aria, saturare lo spazio, ipnotizzare l’attenzione, far sentire tutti più piccoli.

Dentro quei 72 minuti c’è un catalogo del nuovo autoritarismo occidentale: la confusione elevata a comando, la bugia elevata a metodo, la minaccia elevata a geopolitica.

Basta prendere alcuni passaggi, quelli più simbolici.

I) La Groenlandia scambiata, ripetutamente, con l’Islanda, mentre si parla di “comprarla”. Non è solo una figuraccia: è la fotografia di un potere che tratta i popoli come oggetti, e i territori come merce.

II) La Danimarca, alleato NATO, trattata come un vassallo: “Potete dire sì e vi apprezzeremo. Potete dire no e ce lo ricorderemo.” Questa non è diplomazia: è estorsione da superpotenza.

III) La riscrittura della storia: “Abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale”. Peccato che gli Stati Uniti non abbiano mai “posseduto” la Groenlandia. E quando la storia non torna, pazienza: si inventa.

IV) La NATO “pagata al 100% dagli Stati Uniti”. Ed è falso. Ma la verità, in questa fase, non è più un vincolo. È un intralcio.

V) La Cina “senza pale eoliche”, detta con la supponenza di chi crede che il mondo sia ignorante come lo spettatore medio di una propaganda a reti unificate. Peccato che la Cina sia leader mondiale nell’eolico da anni.

VI) Il Venezuela raccontato come terra promessa per “tutte le grandi compagnie petrolifere”, mentre i fatti raccontano esattamente il contrario. Ma la politica, qui, non è più governo: è vanteria. È marketing di potenza.

VII) L’inflazione “praticamente non esiste”. Anche quando i dati dicono altro. Anche quando il portafoglio della gente sente altro. Ma se controlli il racconto, speri di controllare pure la rabbia.

Questo, messo insieme, non è folklore. È una tecnica di potere.

Ed è qui che entra in gioco la parola che tanti usano come se fosse una leggenda urbana e invece descrive un blocco materiale di interessi: Deep State. Solo che non possiamo ridurlo a una cosa sola, perché oggi non è più una stanza buia: è un sistema.

Non è soltanto fossile e petrolio, anche se il fossile rimane uno dei cuori neri della macchina. È anche finanziario e bancario, è Wall Street, è l’ossessione per la rendita, è il culto della speculazione che governa l’economia reale come fosse una colonia. È la finanza che decide guerre e ricostruzioni, sanzioni e “aiuti”, rialzi dei prezzi e impoverimenti programmati, e poi pretende pure l’applauso perché si presenta come “razionale”.

È anche apparato militare-industriale: fabbriche, commesse, contratti, lobby, think tank, consulenze, università catturate e trasformate in officine di giustificazione. La guerra come economia. Il conflitto come bilancio. La paura come investimento.

È anche intelligence e organismi governativi, perché la CIA e l’universo delle agenzie non sono un capitolo chiuso dei manuali di storia: sono parte di una strategia. Interventi, destabilizzazioni, colpi di mano, guerre segrete, operazioni “coperte” che poi diventano tragedie “spontanee” raccontate dai media come fatalità. E intanto la democrazia viene trattata come una scenografia: si sposta, si regola, si compra, si spegne.

E sì, dentro questo sistema ci sta anche il narcotraffico globale, non come fantasia complottista, ma come parte di quell’economia sporca che attraversa la finanza, ricicla, compra pezzi di mondo, sporca istituzioni, fa saltare paesi, corrompe apparati, alimenta milizie, si integra nei circuiti del potere. Perché quando hai un impero che vive di dominio, non ti fai scrupoli sul denaro: lo fai girare, lo ripulisci, lo reinvesti. E poi fai la morale agli altri.

Ecco perché la definizione più onesta, oggi, è una sola: sistema mafioso.

Non “mafioso” come insulto generico, ma nel senso tecnico e politico di un blocco che funziona con regole mafiose: lealtà interna, ricatto esterno, controllo dei flussi di denaro, disciplinamento dei dissidenti, violenza selettiva, propaganda costante, impunità come norma. Un sistema che decide chi conta e chi no, chi vive e chi muore, chi è “alleato” e chi diventa “nemico” nel giro di un tweet.

La cosa più oscena è che adesso quel sistema non si vergogna più. Sta svelando le sue carte senza pudore. Non ha più bisogno di essere elegante. Ha capito che le popolazioni sono disinnescate.

E qui arriviamo al punto vero, quello che ci riguarda tutti.

Le società occidentali, e non solo, sono state rese inermi. Non perché siano stupide. Ma perché sono state spezzate.

Frammentate. Annichilite. Ipnotizzate. Frastagliate. Ognuno chiuso nella propria gabbia emotiva, nel proprio schermo, nel proprio piccolo panico quotidiano, mentre sopra la testa passano decisioni enormi come meteoriti.

Ci hanno tolto la lingua comune. Ci hanno tolto il tempo della comprensione. Ci hanno tolto persino la capacità di indignarci a lungo. Un’ora di scandalo, due giorni di rumore, poi si passa oltre. È ipnosi di massa: la coscienza viene addormentata non con una sola menzogna, ma con mille micro-bugie, mille distrazioni, mille shock consecutivi. Così nessuno riesce a tenere il filo. E senza filo, non c’è reazione.

Per questo un discorso di 72 minuti, che in passato avrebbe chiuso carriere e aperto impeachment, oggi viene digerito come se fosse metodo. Si ride, si commenta, si scrolla, si cambia video. E intanto quel potere resta lì, armato, arrogante, pericoloso.

E attenzione: qui non è questione di destra o sinistra americana, come se bastasse cambiare colore per cambiare sistema. Il problema è la struttura: un impero costruito su basi militari, dollaro, sanzioni, operazioni clandestine, guerre per procura, propaganda. Poi certo, qualcuno lo interpreta in modo più “educato” e qualcuno in modo più brutale. Ma la traiettoria è la stessa.

Solo che oggi la brutalità è diventata linea politica dichiarata.

E il popolo che lo sostiene, in parte, è vittima. Ma in parte è anche complice. Perché quando accetti che un capo ti parli come un padrone, quando godi nel vedere l’umiliazione dell’altro, quando scambi l’arroganza per forza, allora non stai votando un programma: stai votando una patologia collettiva. Una cultura della sopraffazione. Un’identità costruita sull’idea che esistono popoli di serie A e popoli da comprare, punire o colonizzare.

È un virus, sì. E sta contagiando pure l’Europa.

Perché l’Europa, che dovrebbe essere un argine civile, sta diventando una provincia impaurita dell’impero: spende di più in armi, obbedisce di più, tace di più. E quando vede la follia in diretta, abbassa lo sguardo. Si aggrappa al “realismo”. Che poi è solo codardia mascherata.

Io invece questa cosa la dico chiara: qui non siamo di fronte a un leader “pittoresco”. Siamo di fronte a un rischio concreto per la pace mondiale. Perché quando metti il mondo nelle mani di un uomo che tratta la politica come un ring, il risultato è uno solo: escalation, ricatto, instabilità.

E allora sì, questa roba deve far paura. Ma non deve paralizzarci. Deve svegliarci.

Perché il capitalismo non “finirà” come un palazzo che crolla da solo. Finirà provando a trascinarsi dietro tutto: vite, diritti, ambiente, verità. È il paradosso del predatore: quando sente di avere fame, non diventa più saggio. Diventa più feroce.

E noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo fare l’unica cosa che questo sistema teme davvero: ricostruire coscienza collettiva. Riprenderci la politica. Rimettere al centro la dignità umana. Dire no alla guerra come business. Dire no alle menzogne come metodo. Dire no a questa forma di potere che non governa: devasta.

Settantadue minuti, a Davos, sono bastati per vedere tutto.

E se il mondo resta in silenzio, allora non è solo colpa di chi delira. È colpa di chi lo lascia fare.

Fonti essenziali
World Economic Forum, trascrizione del discorso di Trump a Davos 2026
Fact-check e ricostruzioni su Groenlandia, Danimarca, NATO e dichiarazioni economiche (Reuters, Associated Press, NATO, BLS)
Eisenhower, Farewell Address (17 gennaio 1961), avvertimento sul complesso militare-industriale

IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

Cuba 1961: lo sbarco fallito alla Baia dei Porci, esuli addestrati dalla CIA per abbattere il governo rivoluzionario di Fidel Castro.

Repubblica Dominicana 1965: truppe statunitensi sbarcano per “ristabilire l’ordine”, soffocando un tentativo di ritorno alla legittimità costituzionale.

Cile 11 settembre 1973: il colpo di Stato militare che uccide Salvador Allende e apre la strada alla dittatura di Pinochet, con documentata regia politico-militare di Washington sullo sfondo.

Grenada 1983: Operazione “Urgent Fury”, invasione di un micro-Stato per impedire che si consolidi un governo percepito come troppo vicino a Cuba e all’URSS.

Panama 1989: Operazione “Just Cause”, bombardamenti su quartieri popolari e cattura del presidente Manuel Noriega, trascinato in catene negli USA.

Caracas 2026 è dentro questa genealogia. La “Dottrina Trump” non è una rottura, ma l’aggiornamento brutale di una logica costante: il diritto internazionale è valido per gli altri, mentre gli Stati Uniti conservano per sé il privilegio dell’eccezione permanente.

La foglia di fico della droga: quando gli esperti smentiscono la propaganda

Come giustificare oggi un bombardamento e un rapimento di un presidente straniero? Trump ha scelto la foglia di fico della “guerra alla droga”. Maduro viene dipinto come capo del “Cartel de los soles”, il Venezuela trasformato in narco-Stato minaccioso per la sicurezza degli statunitensi.

Ma se si guarda ai dati, la narrazione crolla. Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di criminalità organizzata, autore con Nicola Gratteri del volume “Cartelli di sangue”, ricorda che il Venezuela è marginale nelle rotte del narcotraffico internazionale: il cuore della produzione di cocaina resta la Colombia, con Perù e Bolivia a seguire, mentre grandi hub logistici sono oggi Ecuador, alcuni porti centroamericani e naturalmente il Messico per quanto riguarda il fentanyl.

La stessa DEA, che non è certo tenera con Caracas, descrive il “Tren de Aragua” come gruppo violento e pervasivo ma con ruolo principalmente interno o regionale, e indica il coinvolgimento in traffici di droga “su piccola scala”.

Se davvero l’obiettivo fosse la droga, l’ordine di battaglia statunitense si rivolgerebbe altrove: contro i cartelli messicani che inondano gli USA di fentanyl, contro le aree di coltivazione colombiane, contro i porti e i terminal container dove passa la maggior parte della cocaina diretta in Nordamerica e in Europa. Il fatto che si sia scelto il Venezuela – marginale rispetto a questi flussi – rende evidente ciò che Nicaso riassume con una chiarezza disarmante: il narcotraffico non c’entra, la motivazione reale è un’altra.

Petrolio, tre volte petrolio: l’obiettivo vero

La reale motivazione si chiama petrolio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo, oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja del Orinoco, un petrolio “pesante” ma strategico in un pianeta che, nonostante la retorica green, resta strutturalmente dipendente dagli idrocarburi.

Lo dice senza giri di parole l’economista Jeffrey Sachs: per Washington, la priorità è “ricostruire e gestire” i giacimenti venezuelani, non certo liberare il popolo. È l’ennesimo regime change pensato e preparato da oltre vent’anni – fin dal colpo di Stato fallito del 2002 contro Hugo Chávez – oggi condotto in modalità apertamente arbitraria, aggirando ONU e diritto internazionale.

Il paradosso più violento è nella retorica proprietaria usata da Trump: Maduro e il suo governo vengono accusati di aver “rubato” petrolio, terra e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È un rovesciamento totale della legalità: il petrolio che giace nel sottosuolo venezuelano, per ogni concezione minimamente decente del diritto internazionale, appartiene al popolo venezuelano. È quell’appropriazione coloniale – considerare “nostre” le risorse altrui – a costituire il crimine originario.

Dire che i venezuelani hanno “rubato” il petrolio americano è un cortocircuito logico e giuridico: è come se il rapinatore accusasse il proprietario di avergli sottratto il bottino. Eppure questa è la narrazione che viene confezionata e rilanciata, pronta per essere introiettata dall’opinione pubblica occidentale.

Dal narco-Stato alle “armi di distruzione di massa”: il copione che si ripete

Il copione è fin troppo noto. Prima si costruisce un’accusa assoluta – il dittatore come capo di un cartello, il regime come minaccia globale – poi, a posteriori, si cercherà di “trovare” prove per darle una parvenza di credibilità. Ma ad oggi non esiste alcuna dimostrazione seria che Maduro sia il vertice operativo di un’organizzazione criminale internazionale.

Il parallelo con le “armi di distruzione di massa” in Iraq è inevitabile. Anche allora si costruì un castello di menzogne – dossier manipolati, prove inesistenti, ricostruzioni fantasiose – per invadere un paese sovrano, rovesciare un governo sgradito e ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Quelle armi non furono mai trovate; a restare fu solo un Paese devastato, centinaia di migliaia di morti, una regione destabilizzata per decenni.

Oggi, l’accusa di essere il “capo dei narcos” serve a svolgere la stessa funzione: giustificare l’ingiustificabile. Si ripete la sequenza: demonizzare, isolare, colpire. Solo che la scala del crimine, questa volta, comprende anche il rapimento di un capo di Stato, trasportato in un luogo ignoto, al di fuori di qualsiasi giurisdizione riconoscibile.

Il diritto internazionale in macerie: Atene, Milo e la realpolitik a stelle e strisce

Sachs, richiamando Tucidide, riporta alla memoria il celebre dialogo tra Atene e gli abitanti di Milo: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. È il manifesto più limpido del potere nudo, che non ha bisogno di maschere giuridiche.

Nel caso venezuelano, la violazione della Carta delle Nazioni Unite è persino scolastica:

non c’è stata alcuna aggressione armata del Venezuela contro gli Stati Uniti;

non esiste un mandato del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza;

non c’è alcun contesto di legittima difesa, individuale o collettiva.

Eppure missili, incursioni e “commando” aviolanciati hanno colpito un paese sovrano, rapendone il presidente. È difficile immaginare un caso più lampante di guerra di aggressione. Ma a Washington questo non interessa: là dove la ragione del più forte diventa l’unico criterio, ONU, corti penali internazionali e convenzioni multilaterali sono orpelli da aggirare.

Questa è, in filigrana, la vera Dottrina Trump: il mondo come scacchiera in cui non esistono regole, solo rapporti di forza. Chi ha portaerei e basi militari decide; chi non le ha, subisce.

Il “cortile di casa” 4.0: egemonia, petrolio e multipolarismo autoritario

L’attacco al Venezuela va letto anche nel quadro della competizione globale tra potenze. Per gli Stati Uniti, il paese bolivariano è un tassello chiave di almeno tre partite:

controllo delle risorse energetiche (la Faja dell’Orinoco come gigantesca riserva di greggio;

contenimento della presenza russa e cinese in America Latina;

disciplinamento di ogni progetto politico sovranista e redistributivo nel continente.

È qui che la “Dottrina Trump” mostra la sua natura di risposta aggressiva al mondo multipolare in costruzione: non si tratta di difendere la democrazia, ma di riaffermare una gerarchia imperiale lì dove sono emerse alternative, per quanto contraddittorie. Il linguaggio da padrone di piantagione – “gestiremo noi il Venezuela finché non ci sarà una transizione giusta” – lo conferma: non si riconosce soggettività politica al popolo venezuelano, ma solo una condizione di tutela coloniale.

Europa, Italia e il silenzio complice

La reazione europea è, ancora una volta, la cartina di tornasole dei doppi standard. Mentre perfino una parte del mondo accademico e dei movimenti negli Stati Uniti denuncia l’arbitrarietà di un’operazione che calpesta ONU e diritto internazionale, diversi governi europei si trincerano dietro formule ambigue o, peggio, definiscono l’intervento “legittimo”, come emerso da dichiarazioni riportate dalla stampa italiana.

Siamo di fronte allo stesso schema già visto altrove: la violenza dell’alleato principale viene derubricata a “azione controversa”, per non mettere in discussione l’architettura politico-militare dell’Occidente. Gli stessi governi che invocano il diritto internazionale quando a violarlo è un avversario geopolitico, improvvisamente lo relativizzano quando a sganciare le bombe è Washington.

Questo scarto non è solo ipocrisia morale. È un pezzo della crisi profonda delle istituzioni nate dopo il 1945: un ordine internazionale in cui alcune potenze si sentono autorizzate a violare la Carta dell’ONU a piacimento è un ordine già in frantumi. Caracas è il luogo in cui queste crepe diventano visibili a occhio nudo.

Un nuovo internazionalismo o il far west globale

L’appello che arriva dai movimenti sociali e da voci critiche come quelle raccolte da Dinamopress è chiaro: di fronte a questo salto di qualità, non basta indignarsi a giorni alterni. Serve un nuovo internazionalismo, capace di tenere insieme lotte sociali, difesa dei diritti, critica dell’imperialismo vecchio e nuovo.

Significa rifiutare i “campismi” che sostituiscono l’analisi con la tifoseria per questo o quel leader autoritario; ma significa anche avere il coraggio di un giudizio netto quando una potenza rapisce un presidente straniero e bombarda una capitale in nome del proprio interesse energetico.

Dire oggi “no alla guerra contro il Venezuela” non è uno slogan astratto. Vuol dire:

difendere il principio che le risorse di un paese appartengono al suo popolo;

rifiutare che la “guerra alla droga” diventi copertura permanente per guerre di aggressione;

schierarsi con le popolazioni che subiscono sanzioni, blocchi e bombardamenti, senza farsi incastrare nei giochi di prestigio di chi brandisce i diritti umani come arma selettiva.

10.Conclusione: Caracas non è un’eccezione, è uno specchio

L’attacco al Venezuela, la “Dottrina Trump”, la riduzione del diritto internazionale a carta straccia non sono un incidente di percorso. Sono la fotografia del mondo che abbiamo di fronte: un ordine in cui la forza pretende di farsi diritto e in cui la sovranità di popoli disobbedienti viene trattata come un crimine.

Caracas è oggi il laboratorio in cui questo nuovo far west viene testato. Se l’aggressione passerà senza una risposta forte – sociale, politica, culturale – il precedente sarà scolpito nella pietra: uno Stato socialista, che ridistribuisce, che investe in sanità e istruzione pubblica, potrà essere trasformato in “banda criminale” e messo sotto tutela armata.

Sta alle coscienze critiche, ai movimenti, a chi ancora crede che la parola “diritto” debba significare qualcosa, decidere se normalizzare questo orrore o chiamarlo con il suo nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso in giacca e cravatta.

Fonti essenziali

– Serie di articoli de Il Fatto Quotidiano sull’attacco al Venezuela, incluse le interviste ad Antonio Nicaso (“Droga? È la scusa, Caracas non conta nel narcotraffico”) e a Jeffrey Sachs (“Non esiste né Onu né diritto per gli Usa, solo potere e denaro”).

– Dossier de Il Fatto Quotidiano “Attacco al Venezuela: dalla Baia dei Porci a Noriega, Washington ha un ‘cortile di casa’”.

– Articolo “Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela”, pubblicato su Dinamopress e rilanciato da reti militanti latinoamericane ed europee.

– Documentazione storica su dottrina Monroe e interventi USA in America Latina (Office of the Historian, voci enciclopediche su Guatemala 1954, Baia dei Porci, Repubblica Dominicana 1965, Cile 1973, Grenada 1983, Panama 1989).

– Dati su riserve petrolifere venezuelane e ruolo nel mercato energetico globale (OPEC, EIA e studi di settore).

L’armata di Trump contro il Venezuela: delirio di onnipotenza dell’impero del male

Quando un post social diventa una quasi-dichiarazione di guerra

Con poche righe su Truth Social, Donald Trump ha trasformato un social network in un megafono per un atto di ostilità che sfiora la dichiarazione di guerra. Ha annunciato un blocco “totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, ha definito il governo di Nicolás Maduro una “organizzazione terroristica straniera” e ha accusato Caracas di aver “rubato” petrolio, terra e beni che, a suo dire, apparterrebbero agli Stati Uniti.

In quelle frasi non c’è soltanto arroganza personale. C’è la logica di quello che oggi, senza infingimenti, può essere definito l’impero del male a stelle e strisce: una potenza che si arroga il diritto di dettare la gerarchia dei popoli, rovescia il senso di parole come legalità, proprietà, sicurezza, e pretende di trasformare ogni esercizio di sovranità in un sospetto di criminalità.

Il registro scelto da Trump non è solo imperiale, è anche apertamente mafioso. Il messaggio ricorda quello di un boss che si presenta dal commerciante di quartiere: “Questo territorio è mio, stai usando i miei marciapiedi, i miei muri, i miei clienti. Se non paghi, ti chiudo”. Solo che qui non si parla di un negozio a Brooklyn, ma di uno Stato sovrano, delle sue risorse energetiche, del suo mare, del suo popolo.

Il Venezuela diventa così il laboratorio dove l’impero del male mostra il suo volto più nudo. E il rischio non riguarda solo Caracas. Una simile escalation, se non viene fermata politicamente e diplomaticamente, può trasformare il Centro e il Sudamerica in un nuovo fronte di tensione permanente, aperto in nome dell’ordine, ma costruito per difendere profitti, controllo delle risorse e gerarchie di potere.
1. Che cosa significa davvero “blocco totale” delle petroliere

Trump annuncia un blocco “totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela. Tecnicamente il riferimento è alle navi già inserite nelle liste unilaterali del Tesoro statunitense, ma al di là del linguaggio burocratico l’operazione è chiaramente politica.

In concreto significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere quali navi possano circolare, quali merci possano muoversi, quali transazioni energetiche siano “legittime”, non in base al diritto internazionale, ma alle proprie liste di proscrizione. Secondo, questo potere non si limita ai porti statunitensi, ma viene proiettato sulle rotte marittime, trasformando tratti di oceano in uno spazio di polizia privata dell’impero. Terzo, il confine tra sanzione economica e blocco navale di fatto si assottiglia, perché un paese la cui economia si regge sull’export di energia viene colpito nei canali fondamentali della propria sopravvivenza.

Nel diritto internazionale classico, un blocco navale è un atto di guerra, anche quando viene mascherato da misura “tecnica” o “difensiva”. Qui la parola guerra non viene pronunciata, ma se un paese annuncia che fermerà tutte le navi “sospette”, circonda militarmente un’area e rivendica il potere di sequestrare o attaccare, la sostanza non cambia. È un’operazione economico-militare condotta contro uno Stato che non ha aggredito gli Stati Uniti, se non osando riportare sotto controllo pubblico il proprio petrolio e le proprie risorse.
2. Dal “regime canaglia” al “governo terrorista”: manuale per costruire un nemico assoluto

Nel post di Trump, il governo venezuelano non è trattato come un interlocutore politico, ma come una “organizzazione terroristica straniera”. È un salto di qualità gravissimo nel linguaggio e nella dottrina.

Quando una potenza imperiale decide che un altro Stato non è più un governo ma un soggetto criminale equiparabile a un gruppo terrorista, accadono almeno tre cose. Primo, viene cancellata la possibilità stessa di riconoscere la legittimità di un conflitto politico. Secondo, ogni misura ostile – sanzioni, sequestri, blocchi, perfino bombardamenti – può essere presentata come operazione di polizia, non come atto di guerra. Terzo, chiunque, nel mondo, intrattenga rapporti economici o diplomatici con quello Stato può essere delegittimato come “complice del terrorismo”.

È una tecnica collaudata. Prima si demonizza, poi si disumanizza, infine si criminalizza. L’avversario non è più qualcuno con cui si discute, diventa “male assoluto”. A quel punto, quasi ogni forma di violenza può essere raccontata come necessaria.

Su questa costruzione si innesta l’elemento mafioso. Un boss non riconosce l’esistenza di eguali, vede soltanto territori da controllare e bande “rivali” da eliminare. Quando Trump parla del Venezuela non come Stato ma come “organizzazione terrorista”, il messaggio implicito è chiaro: state occupando un deposito di risorse che, in fondo, considero mio.
3. L’armata nel Caribe: la forza come linguaggio dell’impero

Trump scrive che il Venezuela è “completamente circondato dalla più grande armata mai radunata nella storia del Sud America” e annuncia che quella presenza “diventerà sempre più grande”. L’iperbole propagandistica è evidente, ma il segnale politico non va sottovalutato: l’impero del male sta dispiegando in modo visibile la propria capacità militare alle porte del paese che vuole piegare.

La militarizzazione del Caribe, con navi da guerra, aerei, sottomarini, basi avanzate e manovre congiunte, non è un’esercitazione neutra. È una pressione strutturale. Serve a intimidire il governo venezuelano, spingendolo ad accettare condizioni economiche e politiche imposte dall’esterno. Serve a seminare paura nella popolazione, alimentando la percezione di un conflitto imminente e facendo apparire la “transizione” gradita a Washington come unico scudo possibile. Serve anche a lanciare un messaggio a tutta l’America Latina: chi proverà a seguire la stessa strada di autonomia sarà esposto allo stesso dispositivo di accerchiamento.

È la logica della “lezione esemplare” già applicata in altre stagioni storiche. Ogni paese che tenta di sottrarsi al dogma neoliberista, che prova a ridistribuire le proprie ricchezze e a riorientare la politica estera, viene trasformato in bersaglio, affinché gli altri imparino. Oggi i Caraibi tornano ad essere il teatro di questa pedagogia del terrore, in una versione ancora più spregiudicata, amplificata dai social e dalla retorica della “guerra al crimine”.
4. Dalla guerra economica alla caccia all’uomo in mare

Il blocco annunciato alle petroliere arriva al termine di anni di guerra economica: sanzioni devastanti, congelamento di beni, contenziosi sugli asset all’estero, esclusione di fatto dai circuiti finanziari dominanti. L’obiettivo dichiarato da falchi e strateghi dell’amministrazione è sempre lo stesso: “far collassare il regime”, cioè piegare un intero paese affamandolo.

Negli ultimi mesi questo assedio ha assunto anche una forma brutale sul mare. In nome della “lotta al narcotraffico”, unità militari statunitensi hanno colpito imbarcazioni considerate “sospette”, causando decine di morti. Nel racconto ufficiale, sono sempre “narcos” o “terroristi”. Ma le testimonianze raccolte in Venezuela parlano di pescatori, lavoratori poveri, persone che cercavano di sopravvivere in un’economia strangolata dalle sanzioni.

Il punto di non ritorno è rappresentato dall’episodio più recente, quello dei naufraghi: dopo l’affondamento di una barca, fonti venezuelane denunciano che navi militari statunitensi hanno aperto il fuoco su chi si trovava già in acqua. L’immagine è di una crudeltà spietata. Non basta neutralizzare il mezzo, bisogna colpire chi tenta di salvarsi, cancellare i corpi, eliminare i testimoni.

Sul piano politico-giuridico, è un salto drammatico: dalla guerra alle infrastrutture alla soppressione fisica di esseri umani inermi. È l’equivalente marittimo di un’esecuzione a sangue freddo, ammantata dal linguaggio della “sicurezza” e del “contrasto al crimine organizzato”.

Un potere che ordina di affondare barche e poi di sparare sui naufraghi somiglia meno a uno Stato di diritto che a una cosca armata con bandiera e ambasciate. Con una differenza decisiva: questa cosca dispone di portaerei, basi militari in mezzo mondo, una rete di alleanze e un apparato mediatico in grado di raccontare tutto questo come difesa della legalità.
5. Il mito del petrolio “rubato”: quando il rapinatore grida al ladro

Tra le frasi pronunciate da Trump ce n’è una che sintetizza la logica predatoria di questa fase: il Venezuela, dice, deve “restituire tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci ha rubato”.

La realtà è esattamente rovesciata. Primo, il petrolio del sottosuolo venezuelano appartiene, per qualsiasi criterio di diritto internazionale, al popolo venezuelano. Secondo, le nazionalizzazioni e le riforme bolivariane hanno avuto un obiettivo preciso: interrompere un sistema di spoliazione in cui le corporation straniere, protette politicamente da Washington, estraevano valore in cambio di ritorni minimi per la popolazione locale. Terzo, se c’è stato un “furto”, esso va cercato in decenni di rendita coloniale, non in un processo di ripubblicizzazione delle risorse.

Eppure l’impero ha bisogno di raccontarsi come vittima. Come spesso avviene nelle dinamiche mafiose, il pizzo viene rappresentato come un diritto naturale, e il rifiuto di pagarlo come un’ingiustizia intollerabile. Il linguaggio di Trump non è una gaffe estemporanea, è la confessione del movente: considerare il petrolio venezuelano “nostro”, parte del patrimonio strategico dell’Occidente, di cui Caracas avrebbe abusato.

Questa retorica serve a costruire un alibi morale per il saccheggio. Se si convince l’opinione pubblica che qualcuno ha sottratto ciò che “apparteneva” agli Stati Uniti, ogni azione per “recuperarlo” sembrerà più accettabile: sequestri, blocchi, cambi di regime. Che “quel qualcosa” siano milioni di barili e interi pezzi di territorio nazionale passa in secondo piano, inghiottito dallo spettacolo mediatico.
6. Politiche redistributive sotto assedio: il vero peccato capitale agli occhi dell’impero

Dietro la cortina fumogena di parole come “corruzione”, “inefficienza”, “instabilità”, il cuore del conflitto resta uno: il Venezuela viene punito perché ha usato la propria ricchezza per redistribuire.

L’esperienza bolivariana – soprattutto nella fase di Hugo Chávez – ha rappresentato uno scandalo concreto per il neoliberismo globale. La rendita petrolifera è stata impiegata per finanziare sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali diffusi. I livelli di povertà estrema e analfabetismo sono stati ridotti in modo significativo in un paese che era stato modellato per restare dipendente e diseguale. Sono state valorizzate forme di partecipazione popolare, comunas, spazi di controllo sociale sulle scelte strategiche.

In un mondo governato dalla logica del profitto privato e dalla redistribuzione verso l’alto, un governo che tenta di invertire il flusso diventa inevitabilmente nemico. Non perché sia immune da errori o contraddizioni, ma perché dimostra, nella pratica, che una parte della ricchezza nazionale può essere destinata al benessere collettivo invece che ai bilanci delle multinazionali.

In questo quadro, insistere esclusivamente sui “limiti” del modello venezuelano, senza nominare la guerra economica che lo colpisce, significa adottare la lente dell’aggressore. La fame, la scarsità, il crollo di interi settori produttivi non sono il frutto di un astratto peccato di “populismo”, ma l’effetto di un assedio coordinato. Il vero crimine, agli occhi dell’impero, non è aver governato male, ma aver tentato di governare contro il dogma neoliberista.
7. L’impero del male a stelle e strisce: da Reagan a Trump, un rovesciamento necessario

Negli anni Ottanta, Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”. Era lo slogan perfetto per la guerra fredda: dividere il mondo in campi morali contrapposti e occultare, dietro quella retorica, colpi di Stato, dittature amiche, guerre sporche in America Latina finanziate e armate da Washington.

Oggi, di fronte a quanto accade in Venezuela e in molti altri scenari, quella etichetta può essere restituita al mittente. L’impero del male è quello che devasta paesi con guerre illegali, dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, lasciando scie di macerie e instabilità. È quello che impone sanzioni che affamano intere popolazioni, per poi accusare i governi colpiti di “non saper gestire l’economia”. È quello che sostiene colpi di Stato “costituzionali”, golpe militari e cambi di regime ogni volta che una scelta democratica contrasta con i propri interessi. Ed è quello che ora, nel cuore del continente latinoamericano, circonda un paese con una flotta, blocca le sue navi, colpisce le sue imbarcazioni, pretende di dettare la sua politica energetica.

La continuità è evidente: l’impero continua a presentarsi come garante della libertà, mentre considera il resto del mondo come uno spazio da riorganizzare secondo le proprie convenienze. La novità della fase Trump è soprattutto stilistica: non occorrono più grandi architetture ideologiche. Basta scrivere su un social che “il petrolio, la terra e le ricchezze di un altro paese sono nostre” e che, se non vengono “restituite”, scatterà il blocco totale.

È un linguaggio che chi conosce il potere delle mafie riconosce immediatamente. È la stessa grammatica del pizzo, trasferita dal bar di quartiere alla geopolitica globale.
8. Trump come capo-clan: il metodo mafioso elevato a politica estera

Se si spogliano le dichiarazioni di Trump delle bandiere e della retorica patriottica, ciò che resta è il comportamento tipico di un capo-clan.

Gli elementi sono tutti lì. C’è la pretesa di proprietà su qualcosa che non appartiene agli Stati Uniti, ma a un altro popolo. C’è la minaccia esplicita: o “restituite” le vostre ricchezze, o scatterà un blocco totale delle vostre rotte energetiche. C’è il dispiegamento ostentato di forza: la più grande armata nel Caribe, navi, aerei, sottomarini, a segnalare che la punizione è pronta. C’è la trasformazione di un intero territorio in “zona controllata”, dove il transito è consentito solo a chi accetta le regole e i ricatti del potere dominante.

La differenza con un’organizzazione criminale tradizionale è che, qui, il capo-clan agisce all’interno della copertura di uno Stato che da decenni si pone di fatto al di sopra del diritto internazionale. Questo intreccio tra logica mafiosa e potenza imperiale rende la situazione ancora più pericolosa, perché riduce al minimo i possibili contrappesi.

Il messaggio rivolto al Venezuela, in filigrana, è brutale: avete osato cambiare le regole, usare la vostra ricchezza per il vostro popolo e non per i miei alleati. Ora vi chiudo i rubinetti, vi circondo, distruggo le vostre navi, vi lascio senza ossigeno economico. E chiamerò tutto questo difesa della libertà, lotta al terrorismo, tutela della sicurezza.

È la logica del racket, proiettata su scala planetaria.
9. Il rischio di un incendio continentale

Un blocco navale di fatto, la designazione del governo venezuelano come “organizzazione terroristica”, la guerra alle imbarcazioni, il dispiegamento di una flotta nel Caribe: nulla di tutto questo resterà senza conseguenze regionali.

L’America Latina è un sistema intrecciato, dove economie, rotte commerciali, processi politici sono profondamente interdipendenti. Un’escalation contro Caracas può innanzitutto innescare tensioni con paesi confinanti o vicini, obbligati a scegliere se adeguarsi alle richieste statunitensi o difendere la propria sovranità commerciale. Può approfondire la frattura tra governi completamente allineati all’agenda di Washington e governi che cercano, pur tra mille limiti, una collocazione più autonoma. Può alimentare nuovi cicli di militarizzazione interna, repressione e criminalizzazione dei movimenti sociali, con il pretesto di “contenere” l’influenza di uno Stato ormai dipinto come focolaio di terrorismo e narcotraffico.

La storia contemporanea del continente è piena di “lezioni esemplari” impartite dagli Stati Uniti: dal Guatemala al Cile, da Grenada a Panama. Ogni volta che Washington ha “rimesso ordine”, ha lasciato dietro di sé dittature, desaparecidos, tortura, privatizzazioni selvagge, svendita delle risorse. Illudersi che questa volta possa essere diverso, solo perché la retorica parla di diritti umani e guerra alla droga, significa chiudere gli occhi di fronte alle continuità storiche.
10. Diritto internazionale, Nazioni Unite e il silenzio delle complicità

Il governo venezuelano ha annunciato l’intenzione di portare il caso alle Nazioni Unite, denunciando la violazione del diritto internazionale, del libero commercio e della libertà di navigazione. È un atto necessario, ma anche un test sulla credibilità dell’ordine giuridico globale.

La sproporzione è evidente. Se un paese del Sud del mondo tentasse di imporre un blocco navale unilaterale in un’area strategica, verrebbe immediatamente definito aggressore e colpito da sanzioni. Se un governo non allineato affondasse imbarcazioni e aprisse il fuoco sui naufraghi, verrebbero invocati tribunali penali internazionali, commissioni d’inchiesta, condanne ufficiali. Se uno Stato dichiarasse pubblicamente che il sottosuolo e le ricchezze di un altro paese “gli appartengono”, verrebbe considerato una minaccia diretta alla pace.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la reazione prevalente è spesso il silenzio, qualche comunicato prudente, al massimo un generico richiamo alla “moderazione”. È il doppio standard strutturale dell’impero: le regole per gli altri, le eccezioni per sé.

In questo copione, l’ONU rischia di ridursi al ruolo di archivio delle proteste, più che di arena capace di imporre vincoli effettivi. La partita vera si gioca nei rapporti di forza politici e nella capacità dei paesi e dei movimenti popolari di costruire un fronte che rifiuti questo tipo di ricatto. Se questo non avverrà, l’assedio al Venezuela diventerà un modello esportabile: uno schema da applicare, domani, contro qualsiasi Stato non allineato che osi mettere le risorse nazionali al servizio della propria popolazione.

In conclusione, Difendere il Venezuela per difendere il principio di sovranità

Il caso del Venezuela, con il blocco annunciato delle petroliere, la militarizzazione del Caribe, gli attacchi alle imbarcazioni e il fuoco sui naufraghi, è una radiografia dell’epoca che stiamo attraversando.

Da una parte c’è un paese che, con tutte le sue difficoltà, ha provato a usare la ricchezza del sottosuolo per ridurre povertà e analfabetismo, per costruire una sanità pubblica più estesa, per sperimentare forme di partecipazione popolare. Un paese che rivendica il diritto elementare di decidere cosa fare del proprio petrolio, della propria terra, delle proprie risorse.

Dall’altra c’è un impero che non tollera che un popolo si emancipi dalla sua tutela, considera la redistribuzione un affronto alla propria religione neoliberista, si comporta come un potere mafioso con mezzi illimitati, pretendendo “restituzioni” di ricchezze che non gli appartengono e punendo la disobbedienza con sanzioni, blocchi, minacce armate.

La domanda che il Venezuela pone al mondo è semplice e decisiva: vogliamo un ordine internazionale in cui sovranità, redistribuzione, giustizia sociale siano considerati diritti, o vogliamo un sistema in cui diventano reati se contraddicono gli interessi dell’impero? È accettabile che un presidente possa trasformare un post sui social nel pretesto per circondare un paese con una flotta e strangolarne l’economia?

Difendere oggi il diritto del Venezuela a esistere e a decidere del proprio destino non significa chiudere gli occhi su ogni contraddizione interna. Significa difendere un principio universale: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più armamenti e più influenza finanziaria. Significa rifiutare che la “lotta alla droga” diventi copertura per affondare barche e colpire naufraghi. Significa dire, con chiarezza, che il linguaggio mafioso non può essere normalizzato come lingua ufficiale delle relazioni internazionali.

Se l’impero del male riuscirà a piegare il Venezuela, avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà imposto un precedente: che uno Stato che osa redistribuire, che prova a liberare il proprio popolo dalla fame e dalla dipendenza, può essere circondato, strangolato, umiliato, e che tutto questo può essere raccontato come “pace” e “sicurezza”.

Sta a noi decidere se accettare questa riscrittura o se, almeno, iniziare a smascherarla. Perché prima di cambiare i rapporti di forza, occorre riconoscere le parole per ciò che sono: non “difesa della libertà”, ma ricatto; non “guerra al crimine”, ma guerra ai popoli; non “ordine internazionale”, ma dominio mafioso rivestito di legalità apparente.

Fonti
1. Adnkronos, “Venezuela, Trump ordina blocco totale petroliere sanzionate in entrata e in uscita”, 17 dicembre 2025.
2. RaiNews, servizi e approfondimenti sul dispiegamento navale statunitense nel Caribe e sulle reazioni di Venezuela, Russia, Cina e Nazioni Unite.
3. Il Fatto Quotidiano, articoli su sequestro di petroliere, blocco navale di fatto e tensioni USA-Venezuela nel dicembre 2025.
4. Milano Finanza e altre testate economiche, analisi sull’impatto del blocco delle petroliere venezuelane sui prezzi del greggio e sui mercati energetici.
5. Pino Arlacchi, “La grande bufala contro il Venezuela: la geopolitica del petrolio travestita da lotta alla droga”, L’Antidiplomatico.
6. Dossier e interviste a Pino Arlacchi su Vietato Parlare, CESDA e PeaceLink sul ruolo reale del Venezuela nelle rotte del narcotraffico e sulla costruzione del “narco-Stato”.
7. Geraldina Colotti, articoli e reportage su guarimbas, Operazione Gedeón, destabilizzazione del Venezuela e ruolo dell’opposizione filo-statunitense, pubblicati su La Città Futura, Sinistra in Rete, CubaInformazione, Pagine Esteri.
8. Analisi e commenti di Geraldina Colotti e altri autori critici sull’assegnazione del Nobel a María Corina Machado e sulla sua funzione politica in chiave di cambio di regime.
9. UNODC, World Drug Report (edizioni recenti), dati su produzione di coca, rotte della cocaina e ruolo dei diversi paesi latinoamericani nel traffico internazionale.
10. OPEC, Annual Statistical Bulletin, tabelle e dati comparati sulle riserve petrolifere mondiali, con particolare riferimento alla posizione del Venezuela e alla Faja del Orinoco.
11. Center for Economic and Policy Research (CEPR), studi di Mark Weisbrot, Jeffrey Sachs e altri sull’impatto delle sanzioni economiche sul Venezuela e sul nesso tra misure coercitive unilaterali e crisi umanitaria.
12. Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e relazioni di esperti indipendenti sulle conseguenze delle sanzioni unilaterali sui diritti economici e sociali della popolazione venezuelana.
13. Voci enciclopediche e saggi storici sulla Dottrina Monroe e sulle politiche di ingerenza statunitense in America Latina (Encyclopedia Britannica, U.S. Office of the Historian).
14. Studi storici e articoli di analisi su interventi militari, colpi di Stato, guerre per procura e sostegno statunitense a dittature in America Latina nel secondo dopoguerra.
15. Inchieste internazionali (The Guardian e altre testate) sui raid navali statunitensi nella “guerra alla droga” e sulle uccisioni in mare di presunti narcos e migranti, con denunce di possibili crimini di guerra.
16. Lanci Reuters, Financial Times, Washington Post, New York Times e altre testate internazionali sulla crisi USA-Venezuela del 2025, le reazioni dei principali attori geopolitici e il dibattito interno negli Stati Uniti.

America in svendita. Trump, il potere personale e il lato più oscuro degli Epstein files

C’è un filo rosso che attraversa la cronaca statunitense del 2025 e il ritratto spietato di Chris Hedges: la presidenza come potere personale, spettacolare, vendicativo. Non è un semplice eccesso di stile. È un cambio di regime dentro la forma democratica. Nel secondo mandato Trump sta spingendo gli Stati Uniti verso una democrazia plebiscitaria dove il leader pretende fedeltà, non consenso; dove la realtà viene piegata alla mitologia; dove la legge diventa clava contro gli avversari e scudo per gli amici.

Questa deriva non è astratta. Sta in una catena di fatti: monetizzazione della carica, emergenza permanente interna, manipolazione delle regole elettorali, commissariamento del simbolico. E dentro questo quadro c’è una questione che Hedges mette al centro perché tocca il cuore morale del potere: l’ombra lunga del caso Epstein, riemersa con forza dalle carte, dalle testimonianze e dal materiale depositato negli anni, oggi rilanciato nel dibattito come “Epstein files”.

Il potere come impresa privata

Il primo segnale della deriva è la fusione fra Stato e marchio personale. La Casa Bianca, per Trump, non è soltanto un’istituzione: è un moltiplicatore di affari. Monitoraggi indipendenti e ricostruzioni giornalistiche sostengono che dal ritorno al potere la rete familiare trumpiana abbia incassato una quantità enorme di soldi fra donazioni, regali, accordi commerciali e iniziative cripto che vivono di prossimità alla presidenza.

Il nodo politico è semplice: se la presidenza diventa un acceleratore di profitto privato, ogni atto pubblico comincia a odorare di business. Non è più conflitto di interessi: è privatizzazione dell’interesse pubblico, trasformazione del governo in un ramo della holding.

Paura interna e governo per eccezione

La seconda gamba del potere personale è la paura. Sul fronte migratorio, la politica trumpiana ha assunto il volto dell’emergenza permanente. I centri federali di detenzione sono a livelli record; dossier civili e inchieste parlano di sovraffollamento, detenzioni prolungate, condizioni sanitarie degradate, apparato sempre più militarizzato. Il DHS, secondo reporter investigativi, scivola verso pratiche da polizia federale opaca, alimentata da una retorica del “nemico interno”.

Non è solo un giro di vite sull’immigrazione. È un laboratorio di governo per eccezione: si sospende la normalità democratica “per proteggere la nazione”. Una volta normalizzato su un gruppo vulnerabile, questo schema diventa trasferibile ad altri ambiti della vita civile.

Democrazia ingegnerizzata

Hedges parla di elezioni “truccate”. La formula è dura, ma la traiettoria va in quella direzione. Nel marzo 2025 un ordine esecutivo ha tentato di imporre prove di cittadinanza più rigide per la registrazione federale e di limitare il voto postale, con minacce di tagli ai fondi agli Stati non allineati. I tribunali ne hanno bloccato parti, ma l’offensiva resta. A cascata arrivano leggi statali coordinate, verifiche documentali onerose, ridisegni dei distretti e “pulizia” delle liste elettorali.

Il voto non viene abolito. Viene filtrato. Si riduce la platea, si alza il costo sociale della partecipazione. L’autoritarismo contemporaneo conserva l’urna, ma svuota la cittadinanza.

Giustizia come arma politica

Terzo passaggio: la legge come strumento di intimidazione. Osservatori e inchieste segnalano un uso aggressivo delle leve federali e del Dipartimento di Giustizia contro avversari politici e figure istituzionali ostili, secondo una logica di vendetta pubblica. Anche quando i bersagli avessero zone d’ombra reali, il messaggio politico rimane: chi dissente rischia ritorsioni. La sfera pubblica si irrigidisce, la critica si autocensura, l’opposizione entra in apnea.

Conquista del simbolico

La presa del Kennedy Center è un indicatore quasi didattico: cultura pubblica commissariata come parte della guerra culturale del leader. Trump ha rimosso consiglieri, nominato fedelissimi e imposto una direzione che artisti e operatori hanno definito epurazione politica. Non è un capriccio estetico: è un progetto di potere. La cultura non deve essere spazio critico, ma vetrina del leader.

Dentro questo scenario, l’ombra Epstein non entra come nota a margine. Entra come prova di un clima strutturale di impunità, sessuale e politica.

Gli Epstein files e Trump: la zona più “piccante” e politicamente decisiva

Qui serve rigore. Gli Epstein files non sono un fascicolo unico: sono un mosaico di documenti, testimonianze, rubriche di contatti, logbook di volo, materiali emersi nei processi Epstein-Maxwell e nel 2025 rilanciati dalla pubblicazione del birthday book e dal dibattito sulla declassificazione dei file non segreti. Dentro questo mosaico ci sono fatti documentati, accuse civili dettagliate e testimonianze personali. Vanno tenuti insieme distinguendo i piani.

Un rapporto lungo, mondano, reale
Trump ed Epstein non furono conoscenze lampo. La loro frequentazione parte alla fine degli anni ’80, si estende ai ’90 e arriva almeno ai primi 2000. Foto, video e presenze reciproche a feste e proprietà li collocano nello stesso circuito di élite. Hedges lo sottolinea perché è il contrario della versione “ci conoscevamo appena”.

Le frasi di Trump sulle ragazze “molto giovani”
Nel 2002 Trump lodò Epstein pubblicamente e aggiunse una battuta sul fatto che gli piacevano donne “piuttosto giovani”. È un dettaglio simbolico, ma pesantissimo: dipinge un orizzonte culturale dove l’oggetto del desiderio è anche l’asimmetria di potere.

Logbook e rubrica
I registri di volo dell’aereo di Epstein riportano Trump come passeggero in alcune tratte tra 1993 e 1997; il suo nome compare anche nella rubrica dei contatti di Epstein. Nessuno di questi dati prova un reato, ma insieme smontano l’idea di rapporto marginale.

Il birthday book del 2003: lettera, disegno e tono confidenziale
La parte più clamorosa del 2025 è il birthday book preparato per i 50 anni di Epstein, poi ottenuto dal Congresso e reso pubblico. Dentro c’è una lettera attribuita a Trump, esplicitamente sessuale nel tono, incorniciata dal profilo di una donna nuda disegnata a mano. Trump nega di averla scritta e ha fatto causa al Wall Street Journal che l’aveva anticipata. Ma il documento è oggi materiale congressuale ufficiale e ha riacceso lo scandalo proprio perché rivela intimità e complicità, non semplice contiguità mondana.

Maria Farmer e l’ambiente predatorio
Una delle prime denunciatrici di Epstein e Maxwell, Maria Farmer, ha raccontato di aver incontrato Trump nell’ufficio di Epstein nel 1995 e di aver percepito un comportamento invadente, fermato dallo stesso Epstein. È testimonianza, non sentenza, ma descrive l’habitat di predazione e di impunità in cui quella frequentazione avveniva.

Virginia Giuffre reclutata a Mar-a-Lago
Virginia Giuffre lavorava minorenne nella spa di Mar-a-Lago quando Maxwell la agganciò per Epstein. Nel 2025 Trump ha ammesso che Epstein “rubò” giovani dipendenti dal suo club, includendo Giuffre; i registri però indicano che Epstein restò membro ancora per anni. Hedges usa questo passaggio per una ragione politica: non stiamo parlando di una ragazza astratta, ma di un luogo preciso, un club di proprietà di Trump, diventato snodo del reclutamento.

Le email del 2019 riemerse nel 2025
Alcune email di Epstein del 2019, rese note nel 2025, sostengono che Trump “sapeva delle ragazze” e che avrebbe chiesto a Maxwell di smettere. Provenendo da Epstein, non sono prova definitiva: un criminale può mentire. Ma politicamente aprono il varco della domanda decisiva: cosa sapeva Trump e quando lo seppe.

La denuncia “Katie Johnson”: il nucleo più crudo del racconto di Hedges
Hedges riprende la causa civile del 2016 presentata da una donna sotto lo pseudonimo “Katie Johnson”. La denuncia sosteneva che nel 1994, quando aveva 13 anni, sarebbe stata condotta a più feste organizzate da Epstein a New York e lì costretta ad atti sessuali con Trump e con Epstein. Nel testo della causa compaiono dettagli di coercizione, violenze, umiliazioni e minacce verso la vittima e la famiglia. La causa fu ritirata prima del processo e non produsse condanne penali, perciò sul piano giudiziario non è un fatto accertato. Ma è uno dei passaggi più “piccanti” e insieme più politici, perché descrive il livello di brutalità possibile dentro il perimetro di quella cerchia e il clima intimidatorio che poteva portare una vittima a sparire dalla scena pubblica.

Che cosa non c’è, finora
I materiali pubblici su Epstein non contengono ad oggi un’incriminazione penale contro Trump per traffico sessuale di minorenni. Alcune testate e fact-checker sottolineano che non esistono prove pubbliche definitive del suo coinvolgimento diretto nei crimini di Epstein. Dire questo non è assoluzione morale. È tenere la bussola sul fatto che il piano giudiziario e quello politico non coincidono.

Perché questa parte è centrale nella deriva autoritaria

Gli Epstein files contano perché non raccontano solo uno scandalo sessuale: raccontano la logica della casta. Un presidente che ha minimizzato o negato rapporti lunghi con un trafficante di minorenni, e che oggi alterna la parola “bufala” al ruolo di finto paladino della trasparenza, usa la verità come plastilina.

Non è un caso che il 19 novembre 2025 Trump abbia firmato una legge che impone al DOJ di pubblicare entro 30 giorni i documenti non classificati sul caso Epstein, lasciando però ampi margini per oscuramenti. Suona come trasparenza, rischia di diventare controllo della narrazione.

In sostanza, la vicenda Epstein illumina il cuore della presidenza Trump: potere personale, reti opache, riscrittura del passato, richiesta di impunità. Anche senza una sentenza definitiva, la prossimità con Epstein e il modo in cui quella prossimità viene raccontata restano un danno politico strutturale. Perché chi tratta la verità come un accessorio non si fermerà davanti ai diritti civili, alle regole elettorali, alle istituzioni culturali.

Il nodo storico

La domanda finale non è quanto Trump sia “estremo”. È perché il sistema lo consente. La risposta sta nella crisi lunga della democrazia statunitense: disuguaglianza sociale estrema, politica ridotta a marketing identitario, media polarizzati, oligarchie economiche invasive, cittadini educati alla paura più che alla partecipazione.

Trump è sintomo e acceleratore. Un caudillo moderno dentro una potenza che perde il senso del limite. Hedges coglie l’essenziale: quando il capo si fa Stato, lo Stato diventa palco, e il palco diventa azienda, la democrazia resta in piedi solo come scenografia. Gli Epstein files sono un riflettore acceso dietro le quinte: mostrano che quell’azienda del potere non tollera la luce, perché la luce distrugge il culto.

Fonti

Chris Hedges, “Gli USA sono una repubblica delle banane”, Scheerpost, trad. SinistraInRete, 11–12 novembre 2025.
Reuters, “Congress releases Epstein’s ‘birthday book,’ including alleged Trump letter”, 8–9 settembre 2025.
Associated Press, “Trump note to Epstein that he denies writing is released by Congress”, 8 settembre 2025.
Politico, “White House issues fresh denials upon release of Epstein birthday greeting”, 8 settembre 2025.
The Guardian, “Release of sexually suggestive Epstein ‘birthday book’ piles pressure on Trump”, 8 settembre 2025.
PolitiFact, “What we know about the Trump-Epstein falling out”, 31 luglio 2025.
Wikipedia, “Relationship of Donald Trump and Jeffrey Epstein” e materiali collegati al filone 2025.

Il piano Trump per Gaza: genocidio travestito da pace

Il cosiddetto “piano di pace” per Gaza, annunciato da Donald Trump al fianco di Benjamin Netanyahu, non è un negoziato ma un diktat. Presentato come un’occasione storica per stabilizzare la regione, nei fatti si configura come un documento costruito ad uso e consumo di Israele e delle grandi lobby occidentali, con la Palestina ridotta a protettorato sotto tutela coloniale.

Hamas: “Serve Israele, non il popolo palestinese”
Un alto dirigente di Hamas ha dichiarato alla BBC che il movimento difficilmente accetterà la proposta. Le condizioni poste da Trump – disarmo totale, consegna delle armi e accettazione di una Forza internazionale di stabilizzazione – sono viste come nuove forme di occupazione. Secondo Hamas, il piano non tiene conto delle sofferenze e delle aspirazioni del popolo palestinese e “serve esclusivamente gli interessi di Israele”.

Il gergo dell’orrore: “finire il lavoro”
La frase pronunciata da Netanyahu – “se Hamas rifiuta l’offerta, finiremo il lavoro a Gaza” – e ripresa da Trump con un inquietante “Israele avrà il mio pieno sostegno per finire il lavoro” è già entrata nella storia del linguaggio politico come una delle più oscene. Lavoro come sinonimo di sterminio: un lessico che cancella l’orrore, normalizzandolo. In quelle tre parole si condensano i massacri di civili, i bambini uccisi a centinaia, la devastazione sistematica di Gaza. Un linguaggio che disumanizza e legittima, e che molti media occidentali ripetono senza scandalo, quasi fosse naturale parlare di genocidio come fosse un mestiere.

L’Italia allineata e l’ambizione coloniale
La presidente del Consiglio italiana si è schierata apertamente a sostegno dell’iniziativa americana, arrivando ad accusare la Flotilla della possibile destabilizzazione del fragile equilibrio evocato dal piano. Un rovesciamento paradossale: chi cerca di rompere l’assedio per portare viveri e medicinali viene additato come pericolo per la pace, mentre i responsabili del blocco e dei bombardamenti sono considerati partner indispensabili.
Ma dietro c’è altro: la premier ha fatto trasparire la volontà di sedere al tavolo del “Board of Peace” presieduto da Trump e Blair, offrendo l’invio dei Carabinieri come forza di polizia nel futuro protettorato di Gaza. Una proposta che sa di pedaggio coloniale più che di contributo alla pace.

Tony Blair, il regista dell’affare
Che Blair sia stato scelto come supervisore non sorprende. L’ex premier britannico, ricordato per le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq, non ha mai pagato un prezzo politico o giudiziario. Da allora ha costruito un impero di lobbying e consulenze a favore di regimi autoritari, da Nazarbayev a Gheddafi, passando per i monarchi del Golfo.
Come inviato del Quartetto, sfruttò la sua posizione per favorire progetti economici in Cisgiordania, tra cui un contratto con Wataniya Telecom legato a JP Morgan, che lo pagava due milioni di sterline l’anno. Spinse per il gasdotto Gaza Marine di British Gas, in un intreccio di conflitti di interesse così eclatanti da costargli l’incarico.
Oggi guida il Tony Blair Institute for Global Change, che raccoglie 145 milioni di sterline l’anno e il cui principale finanziatore è Larry Ellison, fondatore di Oracle e principale donatore privato delle forze armate israeliane. Ellison ha versato oltre 200 milioni di sterline all’istituto di Blair, e attraverso Oracle sostiene centri di ricerca in Israele sull’intelligenza artificiale per la sicurezza militare. Amico personale di Netanyahu, Ellison è il perfetto anello di congiunzione tra potere finanziario, lobby pro-Israele e politica americana.

Gli interessi dietro il “Board of Peace”
Il Consiglio della Pace – presieduto da Trump e Blair – appare come il cavallo di Troia per spogliare i palestinesi del controllo sul proprio futuro. Gaza verrebbe amministrata da un “comitato tecnocratico”, con esclusione tanto di Hamas quanto dell’Autorità nazionale palestinese. Non una pace, ma una colonizzazione 2.0: governance occidentale, affari miliardari di ricostruzione, flussi di denaro dal Golfo all’economia americana. Come ha scritto Chiara Cruciati, si tratta di una “stabilità regionale camuffata da pace che non prevede liberazione”.

Riserve dal mondo arabo
La narrazione di un consenso internazionale è già incrinata. Paesi arabi inizialmente favorevoli – come Qatar, Egitto e Giordania – hanno espresso riserve dopo le modifiche al testo apportate da Washington su pressione israeliana: spariti i riferimenti al ritiro delle truppe, nessun calendario per il trasferimento di poteri all’ANP, nessun percorso chiaro verso la nascita di uno Stato palestinese. Una cancellazione che riporta alla mente le infinite “trappole negoziali” del passato.

Le ambiguità di Netanyahu
Secondo l’analista Meron Rapoport, Netanyahu ha raccontato in patria una versione distorta del piano, presentandolo come una vittoria israeliana. In realtà, la Casa Bianca parlava di un ritiro graduale e di un ruolo (pur marginale) per l’Autorità palestinese. Una differenza di prospettiva che rivela il cinismo di Netanyahu: usare il piano per blindare il consenso interno e prepararsi a elezioni anticipate, anche a costo di bruciare l’occasione di una tregua reale.
Ma se il piano fallisse, Israele perderebbe l’occasione storica di completare la pulizia etnica. Per questo l’ultradestra lo pressa e i coloni pretendono garanzie sull’annessione della Cisgiordania. Netanyahu è stretto tra le famiglie degli ostaggi, che chiedono accordi, e l’estrema destra che non vuole compromessi.

ONU e comunità internazionale
Il segretario generale Guterres ha invocato il cessate il fuoco e l’accesso umanitario, ma resta in un vicolo cieco. Netanyahu ha già escluso ogni ipotesi di due Stati, mentre il genocidio prosegue. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno corretto il piano per renderlo più appetibile a Israele e più tossico per i palestinesi.

Conclusione
Il “piano di pace” di Trump e Netanyahu non è che l’ennesima messa in scena di una colonizzazione mascherata. Dietro le promesse di ricostruzione e stabilità si nasconde un progetto di controllo politico ed economico: Gaza come colonia israelo-americana, amministrata da Blair e benedetta dai miliardari che finanziano l’esercito israeliano.
“Finire il lavoro” non è solo un gergo orribile: è la formula con cui si vuole chiudere la questione palestinese cancellandone l’esistenza politica. Ma nessun piano, nessun board, nessun miliardo potrà occultare la verità: sette milioni di palestinesi vivono su quella terra, e non saranno spazzati via da un documento firmato a Washington.

Fonti principali:
BBC, Associated Press, ONU (dichiarazioni di António Guterres), +972 Magazine (analisi di Meron Rapoport), articoli di Chiara Cruciati (il manifesto), inchieste su Tony Blair Institute for Global Change e Larry Ellison (Guardian, Middle East Eye, Haaretz).