L’Europa atlantista prepara la sua eutanasia

Il suicidio geopolitico degli orfani della NATO

C’è qualcosa di profondamente tragico nella scena europea contemporanea. Un continente che per decenni ha predicato democrazia, diritti sociali, cooperazione internazionale e welfare diffuso, oggi appare come un aristocratico decaduto che continua a lucidare le posate d’argento mentre il palazzo brucia. L’Europa ultra-atlantista sta vivendo una crisi storica che non riesce nemmeno più a nominare. E come accade spesso ai sistemi in declino, reagisce non correggendo i propri errori, ma radicalizzandoli.

Più riarmo. Più subordinazione geopolitica agli Stati Uniti. Più austerità sociale mascherata da “responsabilità”. Più propaganda sulla difesa dell’Occidente. Mentre le economie rallentano, le industrie chiudono, i salari perdono valore reale e il continente scivola verso una marginalità strategica sempre più evidente.

La verità è brutale: le classi dirigenti europee stanno preparando il suicidio geopolitico del continente con la stessa compostezza burocratica con cui Bruxelles approva una direttiva tecnica.

Il vertice NATO dell’Aia del giugno 2025 ha rappresentato molto più di un semplice passaggio diplomatico. È stato il certificato politico della resa europea. I governi dell’Unione hanno accettato nuovi aumenti strutturali della spesa militare mentre interi settori produttivi soffocano sotto il peso dei costi energetici, della competizione asiatica e della stagnazione economica. La Germania, motore industriale europeo per oltre mezzo secolo, mostra ormai crepe profonde. La manifattura perde competitività, i colossi industriali delocalizzano, il modello export-oriented costruito sul gas russo a basso costo è imploso.

Eppure le élite europee continuano a comportarsi come sacerdoti di una religione geopolitica ormai scollegata dalla realtà materiale.

L’atlantismo europeo non è più una strategia. È diventato un riflesso condizionato. Un automatismo ideologico. Una forma di dipendenza psicopolitica.

Washington ha già ridefinito le proprie priorità. Gli Stati Uniti stanno spostando il baricentro strategico verso il Pacifico e il contenimento della Cina. L’Inflation Reduction Act ha apertamente drenato investimenti industriali europei verso il mercato americano. Il protezionismo tecnologico statunitense cresce. La supremazia energetica americana si rafforza proprio grazie alla crisi europea.

In altre parole: gli Stati Uniti stanno difendendo i propri interessi nazionali. L’Europa no.

Qui emerge il nodo storico più drammatico: il continente non possiede più una classe dirigente autonoma. Per decenni, il ceto politico europeo si è formato dentro una cultura della subordinazione strategica agli Stati Uniti. Dopo il 1989, con il crollo dell’URSS, le classi dirigenti occidentali hanno creduto di vivere la “fine della storia”. Hanno scambiato un equilibrio temporaneo per un dominio eterno.

L’espansione della NATO verso est, la penetrazione economica nello spazio post-sovietico, le guerre umanitarie, l’unilateralismo occidentale: tutto si fondava sull’idea che il mondo dovesse inevitabilmente ruotare attorno all’asse Washington-Bruxelles.

Ma la storia non è finita. È tornata violentemente.

La Russia, la Cina, i BRICS, il Golfo Persico, l’India, le nuove rotte energetiche e commerciali stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo multipolare non è più una teoria: è il nuovo scenario concreto dentro cui si combatte la guerra per il potere del XXI secolo.

E l’Europa vi entra nelle peggiori condizioni possibili: senza autonomia energetica, senza sovranità tecnologica, senza indipendenza militare e senza una politica estera realmente propria.

La guerra in Ucraina ha accelerato tutto questo. Non l’ha creato, ma lo ha reso irreversibile.

Per oltre tre anni, i governi europei hanno alimentato una narrativa binaria e moralistica del conflitto, cancellando ogni complessità geopolitica. Chiunque osasse discutere il ruolo dell’espansione NATO, il fallimento degli accordi di Minsk o le responsabilità occidentali nella destabilizzazione dell’area veniva immediatamente marchiato come “filo-russo”.

Ma la realtà economica non obbedisce alla propaganda.

Gli Stati Uniti hanno trasformato il conflitto in un gigantesco processo di rafforzamento della propria industria energetica e militare. L’Europa, invece, ha pagato il prezzo più alto in termini industriali e sociali. Il costo dell’energia è esploso. Le catene produttive si sono indebolite. Interi comparti strategici hanno perso competitività rispetto a Cina e USA.

Il paradosso storico è impressionante: nel tentativo di “difendere l’Europa”, le élite euro-atlantiste stanno smantellando le basi materiali della potenza europea.

E mentre il continente si impoverisce, cresce la militarizzazione.

La Germania annuncia piani di riarmo che fino a pochi anni fa sarebbero stati politicamente impensabili. La Polonia accelera la trasformazione in piattaforma militare avanzata dell’Alleanza Atlantica. I bilanci della difesa aumentano ovunque. Le industrie belliche prosperano. I servizi pubblici invece arretrano.

Sanità, scuola, welfare, diritti sociali: tutto viene progressivamente sacrificato sull’altare della sicurezza permanente.

È la logica storica dell’economia di guerra. Quando il capitalismo entra in crisi strutturale, il riarmo diventa contemporaneamente motore economico, strumento disciplinare e collante ideologico.

La paura diventa governo.

Ma esiste un altro elemento che sta distruggendo definitivamente la credibilità europea: Gaza.

La distruzione sistematica della Striscia ha mostrato al Sud globale ciò che molti sospettavano già da tempo: i diritti umani occidentali sono spesso selettivi. Valgono contro i nemici geopolitici, molto meno contro gli alleati strategici.

Per mesi, gran parte delle cancellerie europee ha reagito con un linguaggio burocratico anestetizzato davanti a decine di migliaia di morti civili palestinesi. “Moderazione”, “diritto alla difesa”, “preoccupazione”. Nessuna vera rottura diplomatica. Nessuna seria sanzione. Nessuna reale autonomia rispetto alle posizioni di Washington e Tel Aviv.

L’effetto geopolitico è devastante.

L’Europa ha perso credibilità morale presso gran parte del mondo arabo, africano e latinoamericano. La retorica universalista occidentale appare ormai, agli occhi di milioni di persone, come una maschera applicata agli interessi strategici dell’Occidente.

Ed è qui che il quadro si fa ancora più inquietante.

Le classi dirigenti europee sembrano incapaci persino di comprendere il proprio isolamento crescente. Continuano a parlare di “valori occidentali” mentre il mondo multipolare le percepisce sempre più come un’estensione geopolitica degli Stati Uniti.

Nel frattempo, le società europee si impoveriscono.

Il potere d’acquisto cala. Il lavoro si precarizza. I giovani emigrano o sopravvivono nella stagnazione salariale. L’ascensore sociale è fermo. La rabbia cresce. E dentro questo vuoto sociale avanzano nazionalismi tossici, destre identitarie e nuove forme di autoritarismo tecnocratico.

L’Italia rappresenta perfettamente questa decomposizione.

Il governo di Giorgia Meloni oscilla continuamente tra propaganda patriottica e fedeltà atlantica assoluta. Si evocano sovranità e identità nazionale mentre si accettano senza discussione le linee strategiche dettate dalla NATO e dai mercati finanziari. Intanto il paese continua a perdere peso industriale, produttività e capacità di investimento pubblico.

Nel cosiddetto “centro riformista”, figure come Carlo Calenda incarnano invece la nostalgia tecnocratica di un neoliberismo ormai screditato ma ancora potentissimo nei media e nelle élite economiche. È il culto della managerializzazione della politica: il paese ridotto a consiglio d’amministrazione, la società ridotta a variabile economica.

Ma il problema ormai supera i governi e i partiti. È una crisi di civiltà politica.

L’Europa non riesce più a immaginarsi fuori dalla subordinazione atlantica. Non concepisce una politica estera autonoma. Non riesce a costruire una mediazione geopolitica. Non sa dialogare con il mondo emergente se non attraverso il filtro strategico statunitense.

Ed è proprio questa incapacità che potrebbe trascinare il continente verso una lunga fase di declino strutturale.

La storia insegna che gli imperi raramente accettano pacificamente la perdita della centralità globale. Spesso reagiscono militarizzandosi, irrigidendosi ideologicamente e trasformando la paura del declino in aggressività geopolitica.

L’Europa di oggi sembra avviata lungo questa traiettoria.

Un continente che un tempo prometteva pace sociale e cooperazione internazionale rischia di trasformarsi in una gigantesca frontiera militarizzata dell’Occidente in crisi. Una piattaforma strategica armata, energeticamente fragile, industrialmente indebolita e politicamente subordinata.

Gli orfani della NATO continuano a stringere il legame atlantico come se fosse una garanzia di salvezza. Ma forse stanno stringendo semplicemente il cappio della propria irrilevanza storica.

E la tragedia più grande è che milioni di cittadini europei rischiano di pagare il prezzo di questa eutanasia geopolitica senza essere mai stati realmente consultati.

Fonti

NATO Summit Declarations 2025
Commissione Europea – dati energia e competitività industriale
Eurostat
UNCTAD
SIPRI Military Expenditure Database
Reuters
Financial Times
Le Monde Diplomatique
The Economist
Analisi geopolitiche BRICS e transizione multipolare
Rapporti Amnesty International e ONU sulla situazione a Gaza

L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

Quando nel 1989 il muro crollò, l’Alleanza Atlantica avrebbe dovuto seguirlo nella polvere della storia. Aveva esaurito la propria funzione. Il nemico era scomparso. Il Patto di Varsavia si dissolse formalmente nel luglio 1991. Ma la NATO no: sopravvisse, si allargò, si reinventò. Non più strumento difensivo, bensì mazza da baseball geopolitica al servizio degli interessi di Washington. Lo aveva previsto George Kennan, l’architetto stesso del contenimento antisovietico, che nel 1997 definì l’espansione della NATO verso est il più grave errore strategico americano dal dopoguerra. Nessuno lo ascoltò.

Da quel momento in poi, la lista dei nemici fabbricati ad hoc si allunga anno dopo anno con una regolarità implacabile: la Serbia di Milošević bombardata nel 1999 senza mandato ONU; l’Afghanistan invaso nel 2001 e abbandonato vent’anni dopo nel caos più totale; l’Iraq distrutto nel 2003 sulla base di menzogne sulle armi di distruzione di massa, menzogne poi conclamate; la Libia di Gheddafi rasa al suolo nel 2011, oggi Stato fallito e terra di traffici umani; la Siria destabilizzata per un decennio. E sempre, invariabilmente, la Russia: il nemico necessario, quello che giustifica bilanci militari miliardari e basi americane disseminate in mezzo mondo. Non erano più i nemici dell’Europa. Erano i nemici dell’America — o più spesso, semplicemente, gli ostacoli alle sue mire: Paesi sovrani che avevano il torto di dare noia a Washington e, non di rado, di possedere troppo gas e troppo petrolio.

L’eurosuicidio energetico e la trappola ucraina

Il conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, rappresenta il capolavoro dell’autolesionismo europeo orchestrato da Washington. La celebre intercettazione telefonica del 2014, in cui la sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland pronunciava il leggendario “Fuck the EU!” mentre decideva a tavolino il futuro governo ucraino, avrebbe dovuto far suonare ogni campanello d’allarme nelle capitali europee. Invece nulla. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra per procura che non era la sua, sanzionando il proprio principale fornitore energetico e tagliandosi le gambe con le proprie mani.

La distruzione dei gasdotti NordStream nel settembre 2022 — un atto di sabotaggio che in qualsiasi contesto storico precedente sarebbe stato considerato un casus belli — è passata nel silenzio più assordante. Nessuna commissione d’inchiesta europea degna di questo nome. L’Europa ha semplicemente accettato di perdere l’accesso al gas russo a buon mercato, quel gas che unito alla potenza industriale tedesca e al know-how tecnologico continentale stava costruendo una superpotenza economica eurasiatica insidiosissima per l’impero americano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il GNL americano — che ha rapidamente sostituito il gas russo via gasdotto — costa almeno il doppio rispetto al metano che arrivava dalla Russia, ma può arrivare a costare quattro o cinque volte tanto quando viene acquistato tramite intermediari sul mercato spot, come documentato dal Sole 24 Ore già nel 2022 e confermato dalle analisi del Fatto Quotidiano nel 2025. L’Italia, che oggi importa il 45 per cento del proprio GNL dagli Stati Uniti — diventati primo fornitore dal 2024 —, ha semplicemente sostituito la dipendenza dal gasdotto russo con la dipendenza dalle navi metaniere americane. Come ha sintetizzato il ricercatore Raffaele Piria dell’Ecologic Institute di Berlino, nel 2025 oltre il 59 per cento del GNL e oltre il 38 per cento del gas importati dall’UE provenivano da Paesi esterni al blocco, con gli Stati Uniti in posizione dominante.

Il prezzo di questa sostituzione non è solo economico: è strategico. Il gas via gasdotto garantiva stabilità, contratti pluriennali, prezzi agganciati a indici prevedibili. Il GNL naviga per il mondo inseguendo il prezzo più alto: le navi vanno dove conviene al venditore, non al compratore. L’Europa si trova a competere con l’Asia per ogni carico, con una volatilità che trasforma ogni crisi geopolitica in un’emorragia economica. Non a caso, a marzo 2026, con la guerra in Iran che ha reso la navigazione nel Canale di Suez un’impresa ad alto rischio, le importazioni europee di gas russo via gasdotto sono aumentate del 22 per cento: la matematica della sopravvivenza ha superato la morale della politica. Deindustrializzazione strisciante, competitività in caduta libera, inflazione da offerta che colpisce i redditi più bassi con una violenza senza precedenti: questo è il bilancio dell’eurosuicidio energetico.

La guerra all’Iran e il dissanguamento europeo

Ma non bastava l’Ucraina. Trump, quello che aveva promesso isolazionismo e “mai più guerre”, ha lanciato il 28 febbraio 2026, insieme a Israele, l’operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran — proprio mentre la diplomazia omanita stava ottenendo risultati concreti e Teheran si era dichiarata disponibile, tramite l’AIEA, a rinunciare all’uranio arricchito. Una guerra scatenata nel momento peggiore possibile, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 25 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20 per cento del GNL globale.

L’impatto sull’economia europea è devastante e i numeri parlano da soli. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha certificato che, in appena trenta giorni di conflitto, i prezzi del gas nell’Unione Europea sono aumentati del 70 per cento e quelli del petrolio del 60 per cento, generando un aggravio di 14 miliardi di euro sulla spesa energetica europea. Il Brent ha toccato i 108 dollari al barile, il prezzo del gas al TTF è aumentato di 26 euro per megawattora (più 81 per cento), quello dell’energia elettrica di 41 euro per megawattora (più 38 per cento). Secondo le stime della CGIA di Mestre, i rincari complessivi per l’Italia potrebbero raggiungere i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas. Facile.it ha calcolato un aumento medio di 630 euro all’anno per famiglia, portando la spesa energetica annua a quasi tremila euro, un incremento del 21,5 per cento rispetto alle previsioni pre-conflitto.

Il quadro macroeconomico è altrettanto cupo. La BCE ha rivisto al rialzo l’inflazione dell’Eurozona al 2,6 per cento e ridotto le aspettative di crescita del PIL allo 0,9 per cento. L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a più 2,9 per cento, cancellando la revisione al rialzo prevista lo scorso dicembre. L’Italia è fanalino di coda: il Centro Studi Confindustria prevede una crescita dello 0,5 per cento nel migliore degli scenari — guerra conclusa entro marzo —, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione al meno 0,7 per cento se si protrae per tutto l’anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme in un report firmato dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas: l’Italia e il Regno Unito sono i Paesi europei più esposti alla crisi, a causa della dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette dal nucleare e dalle rinnovabili. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo.

Gli analisti di JP Morgan hanno usato una metafora efficace: una “sacca d’aria” che si muove lungo i flussi di esportazione dal Golfo. Il petrolio che manca oggi non è ancora del tutto percepito, perché le navi partite prima della chiusura dello Stretto stanno ancora arrivando a destinazione. Ma dietro di loro non c’è nulla. Quando questa sacca d’aria raggiungerà l’Europa, previsto per metà aprile, la carenza fisica diventerà evidente e i prezzi potrebbero superare i massimi storici del 2008. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già coordinato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre, pari a 400 milioni di barili. Ma è un cerotto su un’emorragia. La Harvard Business Review lo ha scritto senza giri di parole: bisogna ricalcolare tutto, perché la velocità e l’intensità degli eventi hanno già invalidato ogni previsione precedente.

L’Europa tra Sigonella e la coscienza sporca

Di fronte a questa catastrofe, la reazione europea è stata schizofrenica. Da un lato, una dignità inattesa. La Spagna ha dichiarato il conflitto illegale e ha materialmente chiuso le basi ai velivoli americani, trasferendo quindici aerei statunitensi dalle basi di Morón de la Frontera e Rota in Francia e Germania. L’Italia, con il ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi che pianificavano uno scalo senza nemmeno chiedere l’autorizzazione al governo — un’arroganza che evoca la crisi di Sigonella del 1985, ai tempi di Craxi. La Polonia ha rifiutato di inviare i sistemi Patriot in Medio Oriente. Persino il Regno Unito di Starmer ha inizialmente rifiutato l’uso delle basi per operazioni offensive, giudicandole illegali.

Dall’altro lato, però, l’ipocrisia. Come ha denunciato Angelo Bonelli di Europa Verde, da Sigonella continuano a partire droni Triton di sorveglianza che individuano gli obiettivi poi colpiti dai cacciabombardieri; dalla base di Camp Darby, a Pisa, vengono caricati missili e armi che finiscono in Iran; i tracciati radar documentano il transito di cacciabombardieri F-15 americani in configurazione da combattimento, mentre la sottosegretaria Rauti liquida tutto come “ricostruzioni fantasiose”. E soprattutto il MUOS di Niscemi, il sistema satellitare della Marina militare americana, resta completamente fuori dal controllo italiano: attraverso di esso transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. L’Italia è, contemporaneamente, la portaerei della NATO nel Mediterraneo e il Paese che finge di avere voce in capitolo su come quella portaerei viene utilizzata.

Il riarmo dei sonnambuli

Ma la risposta più dissennata dell’Europa alla crisi in corso non è la complicità con la guerra americana: è il piano ReArm Europe. Presentato da Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, approvato all’unanimità dal Consiglio europeo due giorni dopo, prevede la mobilitazione di ottocento miliardi di euro in quattro anni per il riarmo del continente. Centocinquanta miliardi in eurobond per prestiti agli Stati membri, seicentocinquanta attraverso una deroga al Patto di stabilità che consente fino all’1,5 per cento del PIL in più per la difesa, con un tetto per l’Italia di 33 miliardi annui. A questo si aggiungono la modifica dello statuto della Banca Europea per gli Investimenti, che potrà finanziare il settore militare, e la possibilità di dirottare i fondi di coesione verso gli armamenti.

L’ironia è feroce. L’Europa nel 2025 spende già circa 381 miliardi di euro per la difesa, con un aumento del 62 per cento rispetto al 2020. La spesa militare aggregata dei ventisette Paesi UE — 370 miliardi di dollari nel 2024 secondo il SIPRI — è la seconda più alta al mondo dopo quella degli Stati Uniti. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica ha dimostrato che, a parità di definizioni contabili e a parità di potere d’acquisto, nel 2024 la spesa militare europea superava quella russa del 58 per cento. Non è un problema di quanto si spende. È un problema di come, di perché e di per chi. Ventisette eserciti diversi, ventisette catene di comando, ventisette sistemi di approvvigionamento, ventisette dottrine strategiche. La duplicazione prevale sulla sinergia, gli interessi nazionali impediscono qualunque standardizzazione, e nessuna delle principali aziende europee della difesa — né Airbus, né Leonardo — riesce a entrare nella top ten mondiale.

Come ha osservato Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, decidere a ventisette è come fare una riunione di condominio: mettersi d’accordo è praticamente impossibile. Ogni Stato cercherà di agganciare i fondi per sostenere i propri campioni nazionali. La concorrenza interna peggiorerà. L’interoperabilità resterà un miraggio. Non si sta costruendo un esercito europeo: si stanno semplicemente gonfiando ventisette eserciti nazionali ridondanti e inefficienti. E nel frattempo, quei soldi verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, alle infrastrutture civili. Come ha avvertito un alto funzionario europeo, queste spese aggiuntive “dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa”. Il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.

Le due strade: sovranità o servaggio

Se Trump dovesse ritirare gli Stati Uniti dalla NATO — impresa tutt’altro che semplice, dato che il National Defense Authorization Act del 2024, promosso dallo stesso Marco Rubio oggi segretario di Stato, richiede una maggioranza di due terzi al Senato o un atto del Congresso —, l’Europa si troverebbe di fronte a un bivio radicale.

La prima strada è quella dell’intelligenza strategica: prendere atto che l’Europa non ha nemici esistenziali; che la Russia, pur con tutte le sue ambiguità e le sue colpe in Ucraina, è un partner naturale per la cooperazione energetica e commerciale; che la Cina, l’India, i BRICS rappresentano il futuro dell’economia mondiale; che l’Iran, sanzionato dal 1979 per ordine americano senza alcun vantaggio per gli europei, è un mercato di ottanta milioni di persone e una potenza regionale con cui dialogare. Significherebbe revocare le auto-sanzioni suicide, ricostruire le relazioni commerciali più convenienti, progettare una vera difesa europea da tempo di pace: snella, integrata, tecnologicamente avanzata, non il carrozzone ridondante dei ventisette eserciti attuali. E soprattutto, investire il risparmio non in armi ma in welfare, innovazione e transizione energetica — le uniche cose che garantiscono vera sicurezza ai popoli.

La seconda strada è quella dell’autolesionismo cronico: continuare a svenarsi per combattere i nemici degli americani, anche quando gli americani stessi avranno fatto pace con loro. Continuare a comprare gas americano a prezzi da quattro a cinque volte superiori al costo del gas russo via gasdotto. Continuare a militarizzare il continente senza una visione strategica autonoma. Continuare a trattare la NATO come un feticcio anche quando il suo principale azionista l’ha dichiarata morta. È la strada che le classi dirigenti europee conoscono meglio, perché è l’unica che non richiede coraggio, visione e capacità decisionale autonoma. Gli “euro-dementi” — per usare un’espressione che rende l’idea — sono capacissimi di continuare a correre a precipizio verso il baratro anche dopo che il burattinaio avrà tagliato i fili.

Il sonno della ragione

La vera notizia, dunque, non è che Trump voglia uscire dalla NATO. La vera notizia è che l’Europa, dopo trentasette anni di sopravvivenza artificiale di un’alleanza nata contro un nemico che non esiste più, non abbia ancora trovato il coraggio di uscirne da sola. Che abbia bisogno dello schizofrenico di turno alla Casa Bianca per porre la domanda più ovvia del dopoguerra: a che cosa serve, esattamente, la NATO nel 2026?

A nulla che faccia l’interesse dei popoli europei. Serve a mantenere l’egemonia americana sul continente. Serve a garantire commesse miliardarie ai produttori di armi. Serve a impedire che l’Europa diventi ciò che la geografia, la storia e l’economia la predestinano a essere: un ponte tra Occidente e Oriente, una potenza commerciale e culturale capace di dialogare con tutti, un modello sociale alternativo alla brutalità del capitalismo predatorio anglo-americano. Serve, soprattutto, a tenere i popoli europei nella paura permanente di un nemico che, se non c’è, si inventa: ieri la Russia, oggi l’Iran, domani chissà.

Intanto, mentre l’Europa sonnambula marcia verso il baratro, la guerra in Iran le dissangua l’economia, il riarmo senza strategia le prosciuga i bilanci, e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti le strangola l’industria. Il FMI avverte che tutte le strade portano a prezzi più alti e crescita più lenta. L’OCSE taglia le previsioni. Confindustria prepara tre scenari e nessuno è buono. Ma i sonnambuli a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e a Roma continuano a camminare ad occhi chiusi, incapaci di pensare un futuro che non sia scritto a Washington, terrorizzati dall’idea di dover decidere da soli. Anche dopo che l’America li avrà mollati, continueranno a correre dietro al padrone che se ne va, scodinzolando. Furbi, noi.

Fonti

CNN, “Trump suggests he is ‘absolutely’ considering withdrawing US from NATO”, 1 aprile 2026.

TIME, “Trump Threatens to Pull U.S. Out of NATO Amid Fallout Over Iran War”, 1 aprile 2026.

CNBC, “Trump says he’s considering pulling U.S. out of ‘paper tiger’ NATO”, 1 aprile 2026.

Stars and Stripes, “Trump says NATO withdrawal under consideration amid Iran tensions”, 1 aprile 2026.

Newsweek, “Trump Faces Major Hurdle To Pull US Out Of NATO”, 1 aprile 2026.

Sky TG24, “Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran”, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, “Dal gas russo al GNL USA: l’Europa rischia una nuova dipendenza energetica”, 28 luglio 2025.

Il Sole 24 ORE, “Perché acquistare il GNL americano costa il 50% in più del gas russo”, 13 aprile 2022; “Difesa Ue: piano da 800 miliardi”, 4 marzo 2025.

Editoriale Domani, “Nel 2026 l’Europa importerà una quota record di GNL. Dalla dipendenza russa a quella americana”, 29 gennaio 2026.

MeteoWeb, “Guerra Iran, stangata sull’Europa: 14 miliardi in più per gas e petrolio in un mese”, 31 marzo 2026; “L’Europa ha aumentato l’import di gas russo del 22% a marzo 2026”, 2 aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, “L’impatto sull’economia di 5 settimane di guerra in Iran”, 1 aprile 2026.

CGIA Mestre / BlogSicilia, “Bollette luce e gas 2026: quanto costano in più con la guerra in Iran”, 28 marzo 2026.

Centro Studi Confindustria, Rapporto di previsione Primavera 2026: “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, marzo 2026.

FMI, Report sull’impatto economico della guerra in Iran (Gourinchas et al.), 30 marzo 2026.

OCSE, Revisione previsioni crescita globale 2026, marzo 2026.

Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, “Facciamo chiarezza: nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%”, 22 febbraio 2025.

SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, rapporto spese militari globali 2024.

Consiglio dell’Unione Europea, “La difesa dell’UE in cifre”, aggiornamento 2025-2026.

Harvard Business Review, Analisi impatto economico guerra Iran, marzo 2026.

Vatican News, “L’Europa si riarma, approvati 800 miliardi per la difesa comune”, 7 marzo 2025.

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“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

LA PACE È UN’INSURREZIONE CIVILE: CONTRO LA GUERRA NORMALIZZATA E LA REGRESSIONE REAZIONARIA

Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.

E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.

Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.

Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie

Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.

La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati. 

Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.

E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.

Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra

La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.

Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente. 

Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.

Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.

La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza

Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.

Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.

Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.

E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.

L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)

Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.

L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.

Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.

Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.

Pace, disarmo, unità: il fronte necessario

La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.

Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.

Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.

La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie

Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.

La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.

La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.

Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.

Fonti essenziali

Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4).  SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari).  Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale). 

La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea

Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.

Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.

Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.

Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.

Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione

Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.

È un gigante territoriale che fatica già a presidiare il proprio spazio, attraversato da problemi demografici, sanitari, infrastrutturali. In più, è un’economia basata sull’export di materie prime – gas, petrolio, minerali – che ha sempre avuto nell’Europa un mercato fondamentale.

La domanda è semplice: perché un paese di questo tipo dovrebbe imbarcarsi nell’avventura folle di occupare parte dell’Europa, cioè un continente che non ha grandi materie prime, ma ha invece un enorme fabbisogno energetico e sociale da finanziare? Che interesse avrebbe Mosca a prendersi in carico nuove infrastrutture da mantenere, nuove popolazioni da governare, nuove resistenze da reprimere, mentre già oggi fatica a reggere una guerra logorante in Ucraina?

C’è una contraddizione logica che nessuno a Bruxelles e a Berlino sembra voler vedere. Da un lato ci ripetono che le sanzioni hanno “messo in ginocchio” la Russia, che il suo bilancio è strangolato e il Pil sotto pressione. Dall’altro ci raccontano che, nonostante tutto questo, Mosca sarebbe in grado tra pochi anni non solo di tener testa alla Nato, ma addirittura di attaccarla frontalmente e reggere una guerra convenzionale su scala continentale. O è stremata o è onnipotente: le due cose insieme non stanno in piedi.

I numeri della spesa militare: chi minaccia chi?

Se guardiamo i dati, la sproporzione è impressionante. Secondo le stime del SIPRI, nel 2024 la Russia ha speso circa 149 miliardi di dollari in spese militari, pari a circa il 7,1 per cento del suo Pil.

Nello stesso periodo, la spesa complessiva dei paesi Nato supera abbondantemente i 1.300 miliardi di euro: solo i membri dell’Alleanza in Europa e Nord America hanno raggiunto circa 1.362 miliardi di euro di spesa nel 2024.

Dentro questo quadro c’è poi l’accelerazione europea: nel 2024 i 27 paesi dell’Unione hanno portato le spese militari a circa 343 miliardi di euro, pari all’1,9 per cento del Pil, con una crescita del 19 per cento in un solo anno.

In altre parole: siamo noi, l’Occidente allargato, a spendere circa dieci volte la Russia in armamenti. Eppure la narrazione dominante è che saremmo sul punto di essere travolti da un impero che non si ferma più.

Io non sto dicendo che la Russia sia un attore “innocuo” o rassicurante, pur nelle sue ragioni. È una potenza nucleare autoritaria, che ha invaso l’Ucraina e che ha interessi geopolitici duri, spesso in aperto conflitto con quelli europei. Ma un conto è riconoscere la realtà delle tensioni, un altro è costruire una minaccia caricaturale per giustificare un cambio strutturale di modello economico e sociale in senso bellico.

La promessa di Putin e il rifiuto europeo

In questo contesto, è passata quasi sotto traccia una dichiarazione che a me sembra politicamente decisiva. In una recente conferenza stampa, Vladimir Putin ha dichiarato di essere pronto a garantire “per iscritto” che la Russia non attaccherà nessun altro paese europeo, definendo come una “menzogna totale” l’idea di un’imminente invasione del continente.

Io non ho nessuna vocazione a fare l’avvocato difensore del Cremlino, e so bene che le parole di un leader politico non bastano a rassicurare il mondo. Ma una cosa è certa: se uno dice “mettiamo una garanzia per iscritto”, l’unica risposta razionale è mettersi seduti a un tavolo e vedere se e come si può tradurre quella promessa in un accordo verificabile, multilaterale, con meccanismi di controllo.

Invece la reazione europea è stata l’ennesimo rilancio del riarmo, come se ogni apertura – vera o presunta – fosse un fastidio da archiviare in fretta perché rischia di disturbare il grande affare della militarizzazione permanente.

ReArm Europe: il riarmo come politica industriale

Qui arriviamo al cuore del problema. Il piano tedesco non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce dentro una strategia europea già tracciata, che ha un nome eloquente: “ReArm Europe”.

La Commissione europea, nel suo Libro bianco sulla difesa “Readiness 2030”, scrive esplicitamente che l’obiettivo è “riarmare l’Europa” e trasformare questo sforzo in una leva di competitività economica. Il piano prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro di spesa per la difesa nei prossimi anni, questo importo tenderà sicuramente a salire, offrendo agli Stati margini extra rispetto alle regole di bilancio, e affiancando a questo un nuovo strumento di prestito europeo, il programma SAFE, da 150 miliardi di euro, dedicato proprio ad armamenti, difesa missilistica, droni, cyber-security.

Tradotto in termini semplici: si apre una gigantesca linea di credito comune, pubblica, per sostenere il complesso militare-industriale europeo, a partire dai grandi gruppi di Germania, Francia, Italia, Spagna. La Commissione lo dice apertamente: il riarmo dovrebbe creare “nuove fabbriche, nuove linee di produzione e nuovi posti di lavoro in Europa”.

Qui il punto politico diventa chiarissimo. La guerra non è solo una tragedia umana o un rischio di escalation nucleare: è anche un modello economico. Nel momento in cui l’industria europea, e in particolare quella tedesca, fatica a reggere la concorrenza cinese sulle auto elettriche, sulla chimica, sull’acciaio, la produzione di armi e mezzi militari diventa la scorciatoia più comoda per gonfiare il Pil, salvare bilanci aziendali, garantire profitti e dividendi stratosferici nelle mani di pochi, e tenere a galla l‘occupazione.

La crisi dell’auto tedesca e la tentazione dell’economia di guerra

Non è un caso che tutto questo avvenga mentre il motore industriale europeo, l’auto tedesca, è in piena crisi strutturale. I grandi marchi tedeschi stanno scontando ritardi enormi sull’auto elettrica, sotto pressione per i costi dell’energia, colpiti da dazi incrociati e, soprattutto, travolti dalla concorrenza cinese, che domina ormai la produzione globale di veicoli elettrici.

La stessa Germania prevede di portare il proprio bilancio per la difesa da 86 miliardi di euro nel 2025 a 152 miliardi nel 2029, a cui si aggiunge il vecchio fondo speciale da 100 miliardi lanciato ai tempi della “Zeitenwende”.

Non è solo una questione di “sicurezza”, è un vero e proprio cambio di paradigma: una parte significativa dell’economia tedesca viene orientata verso la produzione militare. Le stesse tecnologie, linee produttive, competenze della meccanica e dell’automotive possono essere riconvertite a carri armati, blindati, sistemi d’arma. Il piano logistico per far passare 800 mila soldati attraverso la Germania è il pezzo militare di un disegno che, sul piano industriale e finanziario, è già in corso.

Ecco perché l’ipotesi di una Russia che non attaccherà mai l’Europa non è solo “inconcepibile” per alcuni strateghi: è scomoda. Se si toglie lo spettro dell’invasione, crolla la giustificazione politica per questa nuova economia di guerra. Resterebbero solo gli squilibri sociali, le disuguaglianze, la precarietà, il declino industriale, il fallimento delle politiche energetiche. Meglio allora tenersi un nemico assoluto da agitare a ogni voto, a ogni bilancio, a ogni summit.

Un’Europa che non sa più parlare di pace

La cosa che mi colpisce di più, in tutta questa vicenda, è il rovesciamento semantico. Chi prova a parlare di cessate il fuoco, di negoziato, di garanzie di sicurezza reciproche viene trattato come un ingenuo o un complice del nemico. Chi invece prepara piani per portare 800 mila soldati al fronte, scommette centinaia di miliardi di euro su armi e munizioni, costruisce corridoi militari lungo tutto il continente, viene celebrato come “realista” e “responsabile”.

Ma se siamo davvero seduti su un barile di polvere da sparo nucleare, la scelta razionale non è alzare la fiamma sotto la pentola. È fare di tutto per abbassarla. Una guerra convenzionale su vasta scala tra Nato e Russia, oggi, non sarebbe un nuovo 1940: molto probabilmente innescherebbe una rapida escalation nucleare, prima tattica e poi strategica. E in quel caso, tutte le nostre discussioni su pensioni, Pil, spread, Tavares, Merz, Von der Leyen, diventerebbero un ricordo lontano in un mondo devastato.

Io non ho certezze assolute, perché viviamo davvero in un mondo probabilistico, pieno di variabili incontrollabili. So però una cosa: non sono disposto ad accettare che l’ipotesi di “difendere i nostri valori” includa, come scenario concreto, il rischio di un olocausto nucleare su scala continentale soltanto per proteggere il business di pochi colossi industriali.

Russia, Europa e la grande menzogna utile

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché la Russia dovrebbe invadere l’Europa? Io continuo a non vedere una risposta razionale. Posso immaginare conflitti locali, provocazioni ai confini, crisi ibride, ricatti energetici, campagne di influenza. Tutto questo è già in corso e continuerà. Ma un’occupazione di parte dell’Europa occidentale richiederebbe una combinazione di capacità militari, economiche e politiche che Mosca semplicemente non ha.

E soprattutto, non le converrebbe. La Russia ha bisogno di vendere materie prime e difendere le proprie aree d’influenza, non di mantenere città europee distrutte e popoli ostili. È semmai l’Europa che, incapace di affrontare la propria crisi sociale e industriale, ha bisogno di un nemico esistenziale per legittimare un salto di qualità nella militarizzazione.

Lo vediamo chiaramente: il grande riarmo viene presentato come una nuova “politica industriale” europea. I cittadini pagano con tasse, tagli al welfare, inflazione e precarietà. Le industrie degli armamenti incassano contratti pluriennali e garanzie pubbliche. La politica si presenta come “difesa della libertà” mentre in realtà consegna interi settori produttivi a un’economia di guerra permanente.

Che cosa dovremmo pretendere, invece

Se prendiamo sul serio la minaccia di una guerra globale, la risposta non può essere quella di moltiplicare le esercitazioni, i piani segreti, i corridoi per i carri armati. Dovremmo pretendere esattamente il contrario.

Dovremmo pretendere che ogni dichiarazione russa di disponibilità a un patto di non aggressione venga presa sul serio, verificata, messa alla prova diplomatica, incardinata dentro un sistema di garanzie reciproche. Dovremmo avere il coraggio di dire che la sicurezza non si costruisce solo con i bilanci della difesa, ma anche con la riduzione delle tensioni, con il disarmo controllato, con la riforma delle istituzioni internazionali.

Dovremmo riconoscere che la vera urgenza per l’Europa non è preparare l’autostrada perfetta per le colonne Nato, ma affrontare la crisi sociale, ecologica e industriale che sta sgretolando le basi della democrazia: salari bassi, precarietà dilagante, servizi pubblici al collasso, industria in affanno, giovani costretti a emigrare.

In conclusione

Il piano segreto tedesco non mi dice che la Russia sta per attaccare. Mi dice, piuttosto, che un pezzo delle élite europee ha scelto la via dell’economia di guerra come risposta alla propria crisi di modello. E ha bisogno, per legittimarla, di un nemico assoluto, irrazionale, incombente.

Io non credo a questa narrazione. Penso che la Russia non abbia nessun interesse a occupare l’Europa, che l’ipotesi di un attacco su vasta scala sia politicamente irrazionale e militarmente suicida. Penso anche che un continente che investe quasi mille miliardi tra riarmo nazionale, fondi speciali e strumenti europei, mentre taglia sul sociale e precarizza intere generazioni, non stia difendendo la “democrazia”, ma un ordine economico in crisi che non vuole mettersi in discussione.

Per questo guardo con grande sospetto a piani come OPLAN DEU. Non perché neghi i rischi, ma perché vedo chiaramente l’uso strumentale della paura. La vera domanda, oggi, non è se la Russia invaderà l’Europa. La vera domanda è se l’Europa deciderà di smettere di trasformare la guerra in una politica industriale, e tornerà a parlare seriamente di pace, giustizia sociale e riconversione civile delle proprie economie.

Allarmi, propaganda e realtà: come si fabbrica la “minaccia russa” per militarizzare l’Europa

L’arte di creare il nemico

In tempi di guerra, la verità è la prima vittima. Ma in tempi di pace apparente, la manipolazione della paura diventa strumento quotidiano: una nebbia che avvolge la coscienza collettiva, spingendo interi paesi verso l’abisso del riarmo, dell’emergenza permanente, del nemico “in agguato”. L’Italia – come l’Europa – è ormai ostaggio di un racconto tossico, ripetuto ogni settimana dai media mainstream e dalle cancellerie atlantiche: la Russia è dietro ogni incidente, ogni drone, ogni blackout digitale, ogni missile che vaga troppo vicino ai nostri confini.

Ma che cosa c’è di vero, oltre le narrazioni ufficiali e la retorica della minaccia? E chi ci guadagna davvero da questa escalation di allarmi e “casi” puntualmente sgonfiati dai fatti?

  1. Il meccanismo: dalla notizia all’allarme

Dal 2022 ad oggi, i “casi” di presunte provocazioni russe in Europa si sono moltiplicati. La dinamica è quasi sempre la stessa: un incidente, un’invasione accidentale dello spazio aereo, detriti di un drone o di un missile, blackout informatici o cyber-attacchi. Nel giro di poche ore, il meccanismo si attiva: dichiarazioni infuocate dei leader occidentali (spesso capofila il presidente ucraino Zelensky), rilancio a reti unificate dai grandi media, mobilitazione degli alleati Nato e richiesta di nuovi aiuti militari o di una “risposta forte”.

Solo dopo, spesso giorni dopo, arrivano le smentite delle intelligence, delle autorità aeronautiche, delle stesse fonti militari occidentali: nessuna prova di attacco deliberato, spesso un errore tecnico, un incidente di routine o, addirittura, un missile difettoso proveniente dagli stessi alleati.

Il caso polacco del 2022, con la morte di due civili per un missile ucraino subito attribuito a Mosca, è emblematico: Zelensky grida alla “terza guerra mondiale”, i media parlano di “escalation mai vista”, la Nato attende, poi arriva la verità scomoda. Ma la correzione non ha mai la forza dell’allarme: l’opinione pubblica resta spaventata, il clima resta avvelenato.

  1. La funzione dell’allarme: strategia del riarmo e consenso

Questi “incidenti” sono solo errori casuali? Non sempre. Il sospetto – confermato da molti analisti e fonti investigative – è che la costruzione mediatica della minaccia serva a giustificare politiche di riarmo e controllo sociale che altrimenti non troverebbero consenso. È il principio antico dell’“emergenza” usata come grimaldello per sospendere le domande critiche, per zittire i dissidenti, per stanziare miliardi in armi e sicurezza.

L’Italia, in questo gioco, non è affatto un soggetto passivo. Anzi: mentre la narrazione della minaccia cresce, il governo aumenta le spese militari (oltre i 32 miliardi annui, secondo l’ultimo rapporto Milex), introduce leggi speciali sulla cybersicurezza, accoglie nuove basi Nato e, soprattutto, prepara l’opinione pubblica ad accettare la guerra come “inevitabile”. Ogni drammatizzazione di routine – dal drone russo ai confini con la Polonia ai blackout informatici in Scandinavia – diventa il pretesto per nuove restrizioni e nuovi investimenti bellici.

  1. Dati e casi recenti: il paradosso della realtà

Andando oltre la cronaca riportata nell’articolo, ecco altri episodi recenti, spesso clamorosi per la distanza tra annuncio e realtà:
• Il blackout GPS del volo di Ursula Von der Leyen (agosto 2025): Inizialmente attribuito a un sabotaggio russo, viene poi derubricato dalle autorità europee come “interferenza non mirata” di guerra elettronica, probabilmente ucraina.
• Droni a Francoforte e Copenaghen (settembre 2025): Subito definiti “attacchi russi”, ma le autorità tedesche e danesi non trovano alcun collegamento con Mosca. Anzi, molti droni decollano a poche centinaia di metri dagli aeroporti.
• Cyber-attacchi agli aeroporti scandinavi (2024-25): Si parla di “offensiva russa”, ma il principale indiziato è un hacker britannico con movente economico.
• Mig-31 russi nei cieli estoni: Titoli allarmistici su “provocazione russa”, salvo poi accertare un banale errore di rotta, comune a decine di voli militari anche Nato ogni anno.
• Detriti di droni Shahed in Romania: Prima “attacco deliberato”, poi detriti caduti da azioni ucraine.
• Missili cruise in Polonia: Due episodi (2023 e 2024) di missili che attraversano lo spazio polacco per meno di un minuto: allarme mondiale, poi chiarimento della Nato (“nessuna minaccia intenzionale, interferenze da jamming”).

Secondo i dati raccolti da fonti come Reuters, BBC, EASA, Rzeczpospolita, e rapporti pubblicati da istituti indipendenti come lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), oltre il 70% degli “incidenti” non mostra alcuna intenzionalità aggressiva da parte russa, ma viene sistematicamente trasformato in “attacco” dai media e dai governi più esposti nella guerra per procura contro Mosca.

  1. I veri rischi: manipolazione, automatismo, escalation

Se da una parte la Russia è chiaramente responsabile di una guerra criminale contro l’Ucraina, dall’altra è indubbio che la narrazione occidentale tende a trasformare ogni episodio in una prova della volontà di attaccare l’Europa, minimizzando invece i rischi derivanti dal continuo riarmo, dalla presenza di migliaia di soldati Nato ai confini, dai sistemi d’arma automatizzati e dall’assenza di canali diplomatici efficaci.

Il pericolo reale non è solo un attacco improvviso, ma l’automatismo della paura: se ogni drone o missile sbagliato diventa “casus belli”, la possibilità di un’escalation accidentale cresce di giorno in giorno. A questo si aggiunge la pressione dell’industria militare, dei governi in crisi di consenso e dei media in cerca di audience: la combinazione è esplosiva.

  1. Guerra psicologica e “sindrome dell’assedio”: il caso Italia

In Italia questa sindrome si esprime in modo evidente. Ogni notizia – per quanto rapidamente smentita – lascia una traccia: la sensazione che la guerra sia alle porte, che il nemico sia ovunque, che la militarizzazione sia necessaria. Le domande sulla neutralità, sulla diplomazia, sulla sicurezza reale vengono liquidate come “filoputinismo” o “ingenuità”. Il pensiero critico evapora, mentre cresce la pressione su giornalisti, movimenti pacifisti e voci fuori dal coro.

Un aspetto poco discusso è la guerra psicologica, ovvero la capacità di manipolare l’opinione pubblica attraverso cicli di allarme e rassicurazione, in modo da rendere permanente lo stato d’emergenza. Una spirale che ricorda – con le dovute differenze storiche – quella della Guerra Fredda, ma che oggi si fonda su social, breaking news e campagne orchestrate dai governi e dai servizi di intelligence.

  1. Conclusione – Un paese sotto assedio… immaginario

Il vero rischio per l’Italia e per l’Europa non è (ancora) un’invasione russa, ma la perdita della capacità di discernere tra realtà e propaganda. Se accettiamo che ogni allarme – anche il più infondato – debba giustificare nuove guerre, nuovi tagli alle libertà civili, nuovi sacrifici sociali, la democrazia si svuota dall’interno.

Il compito di chi scrive e di chi legge non è farsi trascinare dall’onda della paura, ma restare vigili, pretendere trasparenza e verità, smascherare le manipolazioni e chiedere un’altra strada: diplomazia, riduzione degli arsenali, controllo democratico delle scelte strategiche. Solo così l’Italia potrà sottrarsi al destino di “paese sotto assedio”, riscoprendo il valore della pace come bene collettivo – non come ingenuità, ma come scelta di civiltà.

Fonti e approfondimenti
• Reuters – Fact check sugli incidenti missilistici tra Russia, Ucraina e Polonia
• BBC News – Ricostruzioni e smentite sui presunti attacchi russi in Europa
• Rzeczpospolita – Rapporto sul missile Usa AIM-120 a Wyryki
• EASA – Interferenze GPS e sicurezza aeronautica
• SIPRI – Rapporto sulle spese militari in Europa
• Milex – Osservatorio sulle spese militari italiane
• Open – Analisi dei casi di propaganda bellica in Italia.

Il nuovo ordine armato: il profitto come motore della guerra globale

Siamo già in guerra. Non si tratta più di “minacce”, “tensioni” o “scenari potenziali”: la Terza Guerra Mondiale è iniziata, ma non è stata dichiarata. L’abbiamo anestetizzata nel linguaggio tecnico, nei bollettini della Borsa e nei report strategici della NATO. In Ucraina, l’Alleanza Atlantica è di fatto parte attiva del conflitto, mentre a Gaza l’esercito israeliano ha abbattuto ogni maschera, colpendo deliberatamente scuole, ospedali, rifugi civili. In Africa, le guerre dimenticate si moltiplicano in silenzio, perché lì il capitale occidentale non ha interessi strategici da difendere.

In questo quadro globale, ciò che unisce questi fronti di morte è un solo elemento: il profitto. Il motore occulto — e oggi neanche più tanto — di un sistema capitalistico che prospera sulla produzione e sul commercio di armi. Un sistema che ha sostituito la diplomazia con i dividendi, la pace con i portafogli, i diritti con gli algoritmi di Borsa.

  1. Bilanci di guerra: le cifre di un’industria mortale

Nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari, un aumento del 9,4 % rispetto all’anno precedente: la crescita più alta dal crollo dell’URSS. Il trend è planetario. L’Europa, dopo la retorica sulla pace, ha imboccato senza indugi la strada del riarmo. Gli Stati Uniti restano di gran lunga il primo Paese al mondo per spesa militare (quasi un terzo del totale globale), ma l’intero blocco NATO ormai considera la guerra un investimento strategico.

E lo è. Per chi produce armi, per chi le vende, per chi le finanzia. Le cinque maggiori aziende del comparto bellico mondiale — Lockheed Martin, Raytheon, BAE Systems, Northrop Grumman, General Dynamics — hanno visto crescere vertiginosamente i loro ricavi. Il valore delle loro azioni ha raggiunto picchi record, grazie all’aumento dei conflitti e alle forniture garantite dai governi, spesso in deroga alle normali procedure democratiche.

  1. Finanza etica? Sì, ma controvento

In mezzo a questa macchina di morte, poche voci si oppongono. Una di queste è la finanza etica, che continua ostinatamente a escludere le aziende coinvolte nella produzione e nel commercio di armi. Etica SGR, ad esempio, ha avviato un progetto per affermare il diritto alla pace come diritto fondamentale delle persone e dei popoli, in collaborazione con il Centro Papisca dell’Università di Padova.

Ma è una battaglia in salita. Perché oggi anche il settore armamenti viene fatto rientrare, con cinica astuzia, tra gli “investimenti sostenibili”. La guerra, riscritta nel lessico delle “necessità geopolitiche” e dell’“economia della sicurezza”, è diventata compatibile con i fondi ESG. Un’aberrazione morale e culturale che rivela l’ipocrisia strutturale di un sistema finanziario che si finge etico ma vive delle guerre.

  1. Le vittime invisibili: società distrutte, ambiente devastato

Ogni conflitto lascia dietro di sé un cratere di devastazione. Non solo vite spezzate, ma ospedali rasi al suolo, scuole distrutte, città trasformate in deserti. I danni sociali sono incalcolabili, i traumi psicologici transgenerazionali. Ma c’è anche un danno invisibile che cresce: quello ambientale.

Nel solo primo anno e mezzo di guerra in Ucraina, secondo l’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, sono state immesse nell’atmosfera oltre 150 milioni di tonnellate di CO₂. È come se un intero Paese industrializzato — il Belgio, ad esempio — avesse bruciato petrolio a pieno regime per un anno intero.

A Gaza, l’uso intensivo di bombe al fosforo, l’abbattimento sistematico delle infrastrutture idriche, elettriche e fognarie, e l’incendio di interi quartieri ha provocato una catastrofe ambientale che durerà decenni. Eppure, nessun vertice sul clima ha il coraggio di parlare di emissioni di guerra.

  1. L’industria dell’ipocrisia: chi governa davvero?

Dietro la maschera della democrazia, il vero potere è nelle mani dei consigli di amministrazione. Le aziende belliche finanziano campagne elettorali, dettano agende parlamentari, partecipano ai tavoli di lavoro dei governi. In Italia come in Francia, negli USA come in Israele.

I governi si sono trasformati in agenzie di distribuzione di risorse pubbliche verso interessi privati. Ogni missile, ogni aereo da guerra, ogni nave porta con sé miliardi prelevati dalle tasche dei contribuenti e sottratti a sanità, scuola, lavoro, cura. E la propaganda — che oggi ha sostituito l’informazione — ci convince che tutto questo sia “per la nostra sicurezza”.

  1. La pace come diritto esigibile, non utopia retorica

Ma la pace non è un’illusione. È un diritto, e come tale deve essere giuridicamente riconosciuto, politicamente protetto, socialmente preteso. La Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani già pongono le basi. Serve però la volontà politica per rendere la guerra un crimine e la pace un obbligo costituzionale per ogni Stato.

Chi oggi finanzia, legittima e promuove la guerra — con armi, parole o silenzi — dovrebbe rispondere non solo alla storia, ma a un tribunale internazionale.

Da che parte vogliamo stare?

Non possiamo più fingere neutralità. Ogni euro speso per un carro armato è un euro tolto a un respiratore, a un libro scolastico, a una pensione dignitosa. Ogni silenzio è complicità. Ogni giustificazione è una coltellata alla verità.

La scelta è chiara: o stiamo con la vita o stiamo con i profitti di morte. Non c’è terza via.

Fonti principali:
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute
• Guardian, settembre 2025
• Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente
• Etica SGR
• GABV – Global Alliance for Banking on Values
• Relazioni ufficiali NATO e UE
• Dati ONU e IPCC

Ponte sullo Stretto e bilanci militari: la grande bufala strategica

Un’opera inutile, un contorto esercizio di contabilità creativa, un insulto alle priorità del Sud. Mentre crollano le strade, manca l’acqua e la sanità si svuota, si insiste su un ponte che serve solo al narcisismo politico e agli appetiti dei soliti noti.

Il ponte sullo Stretto di Messina è tornato, come uno spettro, al centro del dibattito pubblico. Stavolta però non per i suoi rischi geologici, l’insostenibilità ambientale o la totale inutilità economica: ma per l’incredibile tentativo del governo italiano di farlo passare come una “spesa militare”. La notizia, riportata da Bloomberg, ha suscitato lo sconcerto dell’ambasciatore USA alla NATO, Matthew Whitaker, che ha bollato come “contabilità creativa” l’ipotesi di finanziare il ponte all’interno del 3,5% del PIL destinato alla difesa.

La strategia è chiara: spacciare un’opera faraonica da 13,5 miliardi di euro come “infrastruttura strategica” per la mobilità militare, inserendola a forza nei fondi NATO o nel programma europeo Military Mobility. Un colpo di teatro contabile per aggirare i vincoli di bilancio e dare un alibi all’ennesimo spreco.

La realtà del Sud: altro che corridoio baltico-mediterraneo

L’idea che il Ponte sullo Stretto rappresenti un “corridoio strategico” nella rete transeuropea è un esercizio di propaganda scollegato dalla realtà delle due regioni coinvolte: Sicilia e Calabria. Chi conosce quei territori sa bene che, al di là dello Stretto, c’è il deserto infrastrutturale.

In Calabria, molte strade interne versano in condizioni disastrose: la SS106 jonica, ribattezzata “la strada della morte”, è un simbolo di abbandono. In Sicilia, il sistema ferroviario è in gran parte a binario unico, lento, obsoleto e privo di elettrificazione su numerose tratte. I treni a lunga percorrenza da Palermo a Roma impiegano ancora oltre 12 ore. A che serve un ponte da 3,3 km sospeso sul mare, se prima e dopo il traffico si imbatte in un medioevo viario?

E non si tratta solo di trasporti. In molti comuni dell’entroterra siciliano e calabrese manca l’acqua potabile per settimane, si registrano interruzioni nella raccolta dei rifiuti e chiusure ospedaliere che trasformano le emergenze mediche in roulette russe. La priorità, oggi, dovrebbe essere l’accesso ai diritti fondamentali, non il finanziamento di un’opera da vetrina.

Una grande opera per piccoli interessi

Matteo Salvini si è intestato politicamente il progetto del ponte come simbolo del “fare”. Ma la realtà è che si tratta dell’ennesima grande opera usata come leva elettorale e merce di scambio tra imprese, interessi lobbistici e promesse clientelari.

Dietro la retorica dell’innovazione e del rilancio del Sud, si nasconde la solita logica emergenziale: creare una bolla finanziaria che attira appalti, commissariamenti, deroghe normative e centralizzazione del potere decisionale. Come dimostrano i precedenti, da Mose a Tav, passando per l’Expo, queste opere raramente rispettano i tempi e i costi previsti. E quando sono terminate – se mai lo sono – spesso risultano sottoutilizzate o addirittura abbandonate.

Secondo la Corte dei Conti, già nei primi anni Duemila il Ponte sullo Stretto aveva prodotto “una rilevante dispersione di risorse pubbliche” senza alcuna ricaduta concreta. Dopo vent’anni, non è cambiato nulla. Se non che ora, nella disperazione di giustificare l’indefendibile, si tenta di farlo passare come investimento militare.

Difesa e inganni contabili: cosa c’entra la NATO?

L’idea di finanziare il ponte attraverso la quota del 5% del PIL destinata alle spese militari è tanto ardita quanto pericolosa. Primo, perché distorce completamente il senso della spesa per la difesa, che dovrebbe riguardare la sicurezza nazionale, non opere civili dalle dubbie utilità strategiche. Secondo, perché apre la strada a una nuova forma di manipolazione contabile in stile greenwashing: il “military-washing”, ovvero coprire ogni spesa inutile con la foglia di fico della “sicurezza”.

L’ambasciatore Whitaker è stato chiaro: l’obiettivo del 5% nelle spese NATO deve riferirsi “specificamente alla difesa e alle spese correlate”. Tradotto: non provateci nemmeno.

Ma c’è di più. Quel 5% stesso è un obiettivo inquietante, a cui occorre opporsi con forza. Alimentare la corsa agli armamenti, vincolare bilanci pubblici già in difficoltà a una spesa militare sempre più invasiva, significa svuotare lo Stato sociale per ingrassare i complessi militari-industriali. In un’epoca in cui le vere sfide sono sanitarie, climatiche, educative e sociali, aumentare le spese belliche è un errore storico, una capitolazione davanti a una visione del mondo fondata sulla forza anziché sulla cooperazione.

Opporsi al ponte significa anche opporsi al paradigma che lo sostiene: quello del riarmo, della propaganda securitaria e dello spreco sistemico delle risorse pubbliche. Il Mezzogiorno non ha bisogno di elicotteri da guerra, ma di ambulanze e treni che arrivino in orario. Ha bisogno di maestri, non di generali.

Il Sud come laboratorio di mistificazione

Il ponte è l’ennesimo atto di una commedia che si ripete da decenni: invece di un vero piano di sviluppo per il Sud – fatto di sanità, trasporti locali, scuola, accesso all’acqua e digitalizzazione – si punta tutto su una grande opera simbolica, pensata per stupire, distrarre e dividere. Una specie di specchio per le allodole che permette di deviare l’attenzione dai problemi reali.

Se davvero si volesse rilanciare il Mezzogiorno, basterebbe iniziare col mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti, con creare una rete di treni veloci ed economici, garantire l’accesso alla sanità pubblica e ripristinare il diritto alla mobilità per i milioni di cittadini oggi intrappolati nel degrado. Ma ciò non produce visibilità immediata, né favorisce le grandi centrali degli appalti.

Un ponte verso il nulla

Il ponte sullo Stretto, presentato come una porta d’accesso al futuro, è in realtà il simbolo di una politica che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Un’opera scollegata dal contesto, slegata dai bisogni, imposta con la forza di una narrazione tossica e fallace.

L’Italia, e soprattutto il Mezzogiorno, non ha bisogno di un ponte tra Scilla e Cariddi. Ha bisogno di ponti tra le persone, tra territori dimenticati e Stato, tra diritti costituzionali e vita quotidiana. Ha bisogno di un piano d’investimento sociale e infrastrutturale vero, non di monumenti al cemento e alla vanità politica.

E ha bisogno, oggi più che mai, di pace, non di nuove spese militari.

Fonti principali:
• Bloomberg – “Italy’s Bridge to Nowhere: NATO Ambassador Rejects Military Funding Trick”, 3 settembre 2025
• Corte dei Conti – Relazioni sulle grandi opere pubbliche, 2006-2011
• ISTAT e ANCE – Rapporto infrastrutture Sud Italia, 2023
• Agenzia del Demanio – Condizioni strutturali degli edifici pubblici nel Mezzogiorno, 2024
• European Court of Auditors – Military Mobility Progress Report,2025

Europa in divisa, coscienza disarmata: il nuovo fronte dell’obbedienza cieca

Il grande inganno dell’Europa bellica

Mentre le cancellerie europee accelerano sulla via del riarmo, tra proclami di “difesa comune” e scenari apocalittici sventolati dai media mainstream, si fa sempre più urgente la domanda: avete capito dove ci stanno portando?
Non si tratta solo della possibilità remota — ma non troppo — di una guerra diretta tra Russia ed Europa, bensì dell’avanzata silenziosa e costante di una cultura militarista, violenta e menzognera che riplasma le società europee a immagine e somiglianza di un potere che ha scelto la forza al posto della diplomazia, la menzogna al posto della verità, l’obbedienza al posto del pensiero.

  1. La guerra che non si farà — ma che si vuole far credere possibile

Nessuna delle parti in causa ha davvero interesse a una guerra nucleare tra Russia ed Europa.
La Russia non ha alcuna ragione per attaccare l’Europa: anzi, i suoi interessi strategici puntano alla stabilità nei rapporti commerciali e geopolitici. L’Europa, d’altra parte, non ha alcuna possibilità di sopravvivere a uno scontro diretto: la sproporzione tecnologica e militare, soprattutto nel campo dei vettori nucleari, è palese.

Perché allora si alimenta questa retorica? Perché si continua a parlare, come se fosse imminente, dello “scontro finale”?
La risposta non sta nella logica militare, bensì in quella politica e strategica: la minaccia della guerra diventa lo strumento con cui si giustifica il riarmo, si soffoca il dissenso, si convoglia il malcontento sociale verso nemici costruiti ad arte. È lo stato d’eccezione permanente, analizzato da Agamben, che giustifica ogni abuso in nome della sicurezza.

  1. L’Europa come vassallo strategico: il doppio gioco tra Trump e i neocon

Un punto chiave sta nella subordinazione europea al piano strategico dei neocon americani. Dopo il 2022, l’UE ha accettato il disegno geopolitico degli Stati Uniti, che mira esplicitamente alla dissoluzione della Federazione Russa.
Con l’elezione di Trump, le cose si complicano: da un lato, l’Europa cerca di soddisfarlo investendo massicciamente nel riarmo (e comprando armi dagli USA, accettando supinamente dazi commerciali al 15%), dall’altro continua a muoversi nella scia della strategia destabilizzante dei neocon.

Il risultato è un’Europa schizofrenica, priva di autonomia, che prepara nuove guerre per procura — altri “Ucraina bis”, nuovi “paesi sacrificabili” da armare e mandare al fronte — pur di portare avanti l’erosione sistematica della Russia, ignorando deliberatamente il rischio che questa strategia conduca a un punto di non ritorno.

  1. La strategia del logoramento: destabilizzare la Russia per logorarla dall’interno

Quella a cui stiamo assistendo non è una guerra dichiarata, ma un progetto metodico di logoramento.
L’obiettivo reale è spingere la Russia a un’implosione interna, provocandola su più fronti, moltiplicando le crisi e i conflitti lungo i suoi confini, e alimentando instabilità politica al suo interno attraverso sanzioni, infiltrazioni, campagne mediatiche.

È una strategia che si crede “intelligente”, ma che in realtà è miope: ignora la forza di resilienza di Mosca, sottovaluta la determinazione del suo apparato politico-militare e, soprattutto, dimentica che si ha a che fare con la maggiore potenza nucleare del mondo. Pensare di “logorarla” con tattiche di guerra ibrida è come giocare alla roulette russa con la Storia.

  1. La vera guerra è già cominciata: menzogna, sorveglianza e impoverimento

Mentre l’Europa arma le parole e alimenta fantasmi bellici, la guerra vera è già in corso: è quella contro i popoli, contro i diritti sociali, contro le libertà fondamentali.
L’“imperio della violenza e della menzogna”, come lo definisce Andrea Zhok, si manifesta nei decreti sicurezza, nel controllo capillare, nella criminalizzazione del dissenso, nel taglio sistematico a scuola, sanità e servizi pubblici per finanziare l’industria bellica.

È un modello sociale fondato sulla paura e sulla disumanizzazione: il nemico è ovunque, e ogni voce fuori dal coro è sospetta. Il cittadino non è più sovrano, ma sorvegliato. Il lavoratore non è più protagonista, ma esecutore disarmato. E il Parlamento, ormai, non legifera: ratifica.

  1. L’urgenza della resistenza: sollevare i popoli contro il riarmo

Siamo davanti a una deriva che può ancora essere fermata — ma il tempo stringe. Non basta più denunciare il riarmo: bisogna chiamare le cose col loro nome, svelare gli interessi economici e geopolitici che muovono questa follia collettiva.
Serve un fronte largo, popolare, che unisca forze sindacali, movimenti, partiti, intellettuali, artisti e semplici cittadini in una nuova internazionale della pace.

Non bastano le fiaccolate rituali o le mozioni parlamentari svuotate: serve una Conferenza internazionale vera, che coinvolga Cina, Russia, India, America Latina e tutte le potenze fuori dalla NATO, per riscrivere le regole della convivenza globale, contro il suprematismo armato dell’Occidente.

L’ultima occasione per restare umani

La domanda che ci poniamo — avete capito dove ci stanno portando? — non è retorica. È un grido.
Ci stanno portando verso una società militarizzata, disumanizzata, spogliata di senso e di solidarietà. Ma nulla è ancora scritto.
Ogni generazione ha avuto il suo bivio. Questo è il nostro. E da come reagiremo ora, si capirà se saremo stati semplici spettatori della fine, o se avremo scelto di restare umani.

Fonti suggerite per approfondimento:
• Giorgio Agamben – Stato di eccezione
• Andrea Zhok – articoli su L’Indipendente e Il Fatto Quotidiano
• Noam Chomsky – Who Rules the World?
• John Mearsheimer – Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault
• Documenti NATO sulle spese militari (NATO Official Website)
• SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute, report annuali sul riarmo globale
• Eurostat – statistiche su spesa pubblica in sanità e difesa

IL PENTIMENTO IMPOSSIBILE DI UN’EUROPA ARMATA

Mille miliardi di euro: la pace di bilancio sacrificata al nuovo culto bellico

Cinque per cento del PIL. Mille miliardi di euro l’anno. È la cifra annunciata al vertice NATO dell’Aja, un macigno finanziario e politico che sta cadendo sull’Europa senza quasi resistenza, come se fosse naturale che la sopravvivenza dei popoli europei dipendesse da un potenziamento militare pari a tre volte la già gigantesca spesa attuale.

Per comprendere la portata di questo annuncio bastano i numeri: l’intera Russia, in piena guerra con l’Ucraina, nel 2024 ha speso circa 150 miliardi di euro per il comparto militare. L’Unione Europea già oggi spende il doppio, circa 330 miliardi, eppure si racconta alla popolazione di essere disarmata, inerme davanti a un nemico spietato che starebbe per varcare i suoi confini, armato è pronto ad invaderci .

La strategia della paura: come nasce il consenso al riarmo

Questa narrazione, costruita sulla paura primordiale dell’invasione, serve a legittimare una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dai cittadini ai mercati finanziari globali. Un’operazione che si poggia su tre pilastri:
1. Il drenaggio fiscale: mille miliardi sottratti ogni anno alla sanità pubblica, all’istruzione, alla tutela ambientale e convogliati verso le industrie militari.
2. La speculazione finanziaria: i governi pompano denaro nei bilanci delle aziende belliche, facendone crescere i profitti e attirando investimenti borsistici speculativi.
3. La concentrazione di potere: i grandi fondi di investimento, BlackRock in testa, aumentano il controllo sui flussi di capitale e sulla politica stessa, consolidando il proprio dominio globale.

Non si tratta di un complotto, ma di un modello di governance finanziaria perfettamente visibile. Già oggi esistono strumenti come l’ETF Global Defence NATO che consente agli investitori di guadagnare dalla crescita della spesa militare, mentre BlackRock e Vanguard moltiplicano i loro fondi dedicati alla difesa e alla cybersecurity. Nel 2024 l’ETF iShares U.S. Aerospace & Defense ha segnato un incremento del 240–270% per colossi come Rheinmetall, mentre Leonardo ha guadagnato il 100% in Borsa.

Perché Russia e Cina spendono meno?

Qui si apre una domanda essenziale: perché la Russia e la Cina spendono molto meno dell’Occidente per il comparto militare, pur essendo potenze armate? La risposta sta nel modello economico-politico che regola il complesso militare-industriale.

In Occidente, la produzione di armi è quasi totalmente in mano a grandi multinazionali private, che incassano commesse pubbliche senza limiti reali e generano enormi profitti distribuiti come dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti. Noi cittadini paghiamo due volte: prima con le tasse, poi con la sottrazione di risorse a sanità, scuola e welfare. Come direbbe Totò: “E io pago!”

In Russia e in Cina, invece, la produzione di armi è controllata dallo Stato, che spesso possiede direttamente le aziende belliche. Il risultato è che l’eventuale profitto rimane all’interno delle casse pubbliche o viene reinvestito nella difesa, senza arricchire manager privati o fondi speculativi. Il costo effettivo delle armi è dunque ridotto al minimo indispensabile, perché lo Stato non applica ricarichi speculativi a se stesso, mentre in Occidente le stesse armi vengono pagate fino al doppio o triplo del loro costo reale di produzione, ingrassando una filiera che vive di guerra e per la guerra.

I numeri dietro la retorica: la borsa delle armi

Il mercato globale della difesa, secondo gli ultimi dati di Statista e Mordor Intelligence, crescerà con un CAGR (tasso annuo composto di crescita) del 5,6% entro il 2027, superando i 720 miliardi di dollari, mentre il mercato della cybersecurity crescerà dell’8,9% annuo nello stesso periodo. I gestori patrimoniali internazionali hanno fiutato l’affare: BlackRock gestisce 11 trilioni di dollari, Vanguard quasi 9, Morgan Stanley 4, Goldman Sachs 3. Fondi che si nutrono dell’aumento della spesa bellica, riversando dividendi nelle tasche di azionisti e fondi pensione, mentre per i cittadini resta un sistema pubblico sempre più smantellato.

I burattinai al potere

Non è difficile comprendere come mai la politica europea sia tanto coesa nel perseguire questo modello. I principali leader provengono da esperienze dirette nell’alta finanza. In Germania, il cancelliere Merz è stato presidente di BlackRock Deutschland. Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea, aveva affidato nel 2020 proprio a BlackRock la consulenza per la strategia green dell’UE, e oggi guida il progetto ReArm Europe con investimenti bellici già superiori a 330 miliardi.

In Francia, Macron è stato managing director di Rothschild & Co, una delle banche d’affari più influenti d’Europa, mentre in Gran Bretagna il nuovo governo laburista guidato da Keir Starmer ha collaborato sistematicamente con i maggiori produttori di armi e fondi d’investimento per definire il programma politico. OpenDemocracy ha documentato almeno 13 incontri tra leader laburisti e aziende della difesa come BAE Systems, Leonardo, Lockheed Martin, Rheinmetall e Rolls Royce nel solo 2024.

Un modello incompatibile con la democrazia

A questo punto la domanda è inevitabile: ha senso parlare di democrazia in un sistema dove i parlamenti ratificano decisioni già prese da fondi d’investimento globali? Dove la partecipazione politica si riduce a scegliere tra partiti finanziariamente dipendenti dagli stessi sponsor multinazionali?

La democrazia occidentale è ormai ridotta a una liturgia vuota, dove il voto legittima un sistema blindato che trasferisce ricchezza verso l’alto, generando povertà, precarietà e alienazione. Un sistema in cui l’homo oeconomicus viene sostituito dall’homo necans: l’essere umano che si autodistrugge, sacrificando salute, benessere, ambiente e futuro sull’altare di un eterno conflitto.

Uscire dalla gabbia

Quale via d’uscita? La politica tradizionale sembra incapace di scardinare queste dinamiche. Solo una rottura radicale dell’antropologia dominante – basata sulla competizione, il consumo e la guerra – può aprire nuove prospettive. È necessario ricostruire un homo vivens, capace di rimettere al centro la vita, la cura e la cooperazione.

Forse, come scriveva Heidegger, “solo un dio ci può salvare”. O forse, più umilmente, una nuova coscienza collettiva, capace di rovesciare il tavolo e rifiutare l’obbedienza al dogma della guerra infinita. Una coscienza che dica finalmente: basta.