Il giorno in cui Milano si è schierata con i pirati

La complicità del Partito Democratico nell’ora della Flotilla rapita

C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della marina israeliana abbordano una a una le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrano centinaia di attivisti civili disarmati, sparano contro chi porta farmaci e cibo a una popolazione affamata, dentro l’aula del consiglio comunale di Milano si compie un gesto che fra dieci anni nessuno potrà cancellare. Ventuno consiglieri votano per mantenere il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv. Diciassette votano per sospenderlo. Tre consigliere del Partito Democratico e tre della lista civica del sindaco Sala scelgono di stare con la destra, con la maggioranza dei rifiuti, con il filo che lega la prima città industriale italiana alla capitale economica di uno Stato che da oltre due anni e mezzo conduce l’eliminazione metodica di un popolo.

Non è un caso. Non è un incidente di percorso. È la fotografia esatta di un sistema politico che ha smarrito perfino le parole per dirsi e che mentre fuori le piazze si riempiono di centomila persone preferisce mostrarsi nuda nella sua subalternità. La domanda non è più cosa pensa il governo Meloni di Gaza, o cosa pensa l’Unione Europea della pirateria di Stato praticata da Netanyahu. La domanda è perché, in una città che si racconta progressista, una porzione decisiva del centrosinistra abbia deciso di salvare il sindaco invece di salvare la propria onorabilità politica.

1. La cronaca di una doppia infamia

La sequenza dei fatti è essenziale. La sera del diciotto maggio duemilaventisei l’Unione Sindacale di Base proclama lo sciopero generale. In oltre trenta città italiane partono cortei, manifestazioni, presìdi davanti ai consolati e alle prefetture. Lo slogan è secco, frontale, antico nella sua semplicità: «Nemmeno un chiodo per guerra e genocidio». A Roma diecimila persone marciano dall’Esquilino. A Milano il corteo parte da piazzale Loreto, percorre Buenos Aires, Porta Venezia, corso Matteotti, piazza della Scala e termina in piazza Duomo. A Bologna due cortei, uno la mattina e uno il pomeriggio. A Firenze il corteo passa lungo i lungarni con lo striscione «Fermiamo il sionismo con la resistenza». A Genova, Palermo, Pisa, Padova, Bergamo, Cagliari, Torino, Napoli, Livorno: ovunque la stessa risposta dal basso, ovunque la stessa assenza istituzionale.

Mentre marciano i cortei, in mare aperto si compie l’ennesimo atto di pirateria di Stato. Cinquantaquattro imbarcazioni civili, quattrocentoventisei attivisti di trentanove nazionalità, partiti pochi giorni prima dal porto turco di Marmaris, vengono intercettati uno dopo l’altro da decine di motovedette militari israeliane. Centinaia di miglia nautiche dalle coste di Gaza, in acque internazionali sotto sovranità giuridica europea. I soldati salgono a bordo coi mitra spianati, ordinano agli equipaggi di mettersi in ginocchio, trasferiscono gli arrestati su una nave prigione battente bandiera israeliana. In sei imbarcazioni partono colpi: l’esercito di Tel Aviv ammette «mezzi non letali a scopo di avvertimento», la Flotilla denuncia spari e non ha modo di distinguere se i proiettili siano di gomma o veri. Fra i sequestrati ventinove cittadini italiani, tre stranieri residenti in Italia, un deputato del Movimento Cinque Stelle, l’ex candidata alla presidenza della Toscana Antonella Bundu, l’operaio del collettivo di fabbrica ex Gkn Dario Salvetti. Tutti vengono trasferiti al porto di Ashdod.

La parola giusta esiste e va pronunciata senza eufemismi. È pirateria. È rapimento. È atto di guerra contro civili in acque libere. La risposta del governo italiano arriva tardi, modesta, lessicalmente codarda. Il ministro degli Esteri Tajani chiede a Tel Aviv «di verificare urgentemente l’uso della forza». Non protesta. Non convoca l’ambasciatore. Non sospende relazioni. Verifica. Come un pubblico amministratore davanti a una procedura amministrativa fuori squadro. Nelle stesse ore l’Unione Europea conferma quanto aveva già anticipato il dodici maggio: nessuna protezione istituzionale alle imbarcazioni civili dei suoi stessi cittadini. La sovranità europea si arresta al limite delle direttive sui detersivi.

È esattamente in questo scenario che a Palazzo Marino, a Milano, va in scena il voto sul gemellaggio. Non un voto qualsiasi. Un voto che era già stato vinto otto mesi prima, il venti ottobre duemilaventicinque, quando il consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno per sospendere i rapporti istituzionali con Tel Aviv. Quel voto democratico era stato inghiottito nel silenzio del sindaco, che non aveva mai trasmesso la deliberazione al suo omologo israeliano, di fatto sterilizzandola. I gruppi di opposizione interna alla maggioranza, i Verdi guidati da Francesca Cucchiara, Tommaso Gorini ed Enrico Fedrighini del gruppo misto, decidono di riportare il provvedimento in aula. Il risultato è ventuno contrari, diciassette favorevoli, un presente non partecipante. Il gemellaggio resta. Il Pd a maggioranza vota per la sospensione, ma tre consigliere democratiche, Roberta Osculati, Angelica Vasile e Alice Arienta, votano insieme alla destra. Tre consiglieri della lista civica del sindaco, Mauro Orso, Gini Dupasquier e Marzia Pontone, fanno lo stesso. Sei voti decisivi. Sei voti che, sommati a quelli del centrodestra in opposizione, bastano a mantenere in vigore un rapporto istituzionale fra una città italiana e la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

2. La meccanica della complicità

Si dice che le coalizioni vivano di compromessi. È vero, ma c’è un confine oltre il quale il compromesso si chiama copertura, e oltre il compromesso si chiama complicità. Quel confine a Milano è stato attraversato due volte. La prima quando il sindaco Sala ha unilateralmente bloccato l’attuazione dell’ordine del giorno di ottobre, sostituendo la propria sensibilità personale al voto democratico di un consiglio comunale. La seconda quando una parte del Pd, mascherata da prudenza istituzionale, ha consegnato i voti decisivi alla destra per non disconoscere il sindaco. È la cosiddetta libertà di voto: una formula che permette ai vertici di non scegliere e ai dissidenti di non rispondere. Una scappatoia che in tempi normali nutre la palude, ma che in tempi di genocidio diventa l’esatta condotta che la storia, fra qualche anno, chiamerà col suo nome.

I numeri parlano da soli. Il gemellaggio Milano-Tel Aviv non sopravvive perché esiste una maggioranza politica che lo difende. Sopravvive perché un pezzo del Partito Democratico tiene insieme una contraddizione: a parole solidarietà con la Flotilla, nei fatti voto allineato con i sostenitori del primo ministro Netanyahu. È una scissione fra parola e atto che caratterizza tutta una fase del riformismo italiano. La capogruppo Beatrice Uguccioni, dopo il voto, ha avuto il coraggio di dire dall’aula che la sospensione del gemellaggio approvata democraticamente otto mesi prima «non ha trovato seguito ai piani alti». Una frase che il sindaco Sala, il giorno dopo, ha bocciato pubblicamente. Il segretario milanese del Pd, Capelli, ha emesso una nota da pompiere: nessun atto di sfiducia, nessuna rottura, tutto rientra nella normale dialettica interna. È la grammatica con cui il centrosinistra italiano amministra la propria irrilevanza.

Non è settarismo segnalarlo. È analisi politica elementare. La destra al governo nel Paese, dalla presidente del Consiglio Meloni al ministro Tajani, ha una posizione filo-israeliana costante, esplicita, perfino orgogliosa. La destra non finge. Una parte del centrosinistra, invece, oscilla, ondeggia, copre, distingue, attende. Ed è proprio in questa oscillazione che la destra trova il suo ossigeno permanente. Il governo Meloni non esiste solo per le proprie forze. Esiste anche, e forse soprattutto, perché ha davanti a sé una opposizione che a Milano vota la stessa cosa che voterebbe la Lega. Una opposizione che non sa scegliere fra la Costituzione e Confindustria, fra il diritto internazionale e i tavoli con le imprese israeliane di sicurezza informatica.

3. Il volume reale dell’orrore

Per capire cosa sia stato votato a Milano occorre tenere fissi i numeri di Gaza. Non i numeri della retorica, quelli del ministero della Salute palestinese e delle agenzie sanitarie internazionali. All’inizio di marzo duemilaventisei le morti palestinesi documentate fra Gaza e Cisgiordania superano le settantatremila duecentosedici. I feriti accertati superano i centoottantatremila. A questi vanno aggiunti almeno dodicimila duecento dispersi, prevalentemente sepolti sotto le macerie dei quartieri rasi al suolo. Il novantaquattro per cento delle infrastrutture mediche risulta distrutto, secondo Medici senza Frontiere. Il novantacinque per cento degli ospedali è fuori uso. Quasi duemila operatori sanitari sono stati uccisi nel corso del conflitto. Oltre duecentotrentaquattro giornalisti palestinesi sono caduti, una cifra che è già la più alta mai registrata in un singolo conflitto contemporaneo, e cresce ogni settimana.

Questi sono i dati su cui si è votato. Quando il consiglio comunale di Milano decide di mantenere un gemellaggio istituzionale con la capitale economica dello Stato responsabile di queste cifre, sta esprimendo una posizione politica. Non sta firmando un accordo turistico fra fontane di Piazza Duomo e spiagge di Tel Aviv. Sta dichiarando che, fra l’ente municipale di uno Stato sotto procedimento internazionale per genocidio davanti alla Corte dell’Aja e una popolazione affamata, mutilata, sterminata, l’amministrazione di Milano sceglie il primo. È un atto politico, e va trattato come tale.

Il blocco navale di Gaza dura dal duemilasette, illegale fin dal primo giorno secondo la maggior parte dei giuristi internazionali. Da almeno due anni l’assedio si è trasformato in arma di sterminio sistematico. Ai punti di distribuzione del cibo della Gaza Humanitarian Foundation, l’organizzazione cosiddetta umanitaria costruita su misura per sostituire le agenzie delle Nazioni Unite, si è sparato a centinaia sui civili, anche bambini, colpiti alle spalle mentre fuggivano dopo essersi avvicinati ai pacchi. Le immagini sono pubbliche. I rapporti dei medici stranieri, dei pochissimi giornalisti internazionali ammessi e poi espulsi, della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, formano un corpo documentale che nessun tribunale onesto potrà liquidare. Centinaia di palestinesi vengono uccisi durante quello che diplomaticamente viene chiamato «cessate il fuoco», con la regolarità di un’agenda. Bambini di dodici anni vengono incarcerati per il reato di aver lanciato pietre contro i tank che radono al suolo le loro case. I valichi restano chiusi al cibo in entrata e ai feriti in uscita. Le barche di soccorso vengono abbordate in acque internazionali e i loro equipaggi sequestrati come prede di guerra.

4. Il vocabolario della pacificazione

Esiste una narrazione dominante e va smontata pezzo per pezzo. Quella narrazione si regge su parole prese in prestito da un mondo che non esiste più. Si parla di «tregua», ma sotto la tregua si continua a sparare, a colpire i cooperanti, a bombardare quartieri residenziali. Si parla di «aiuti umanitari», ma gli aiuti vengono trasformati in trappole letali ai punti di distribuzione. Si parla di «conferenza di pace», ma chi propone la conferenza tace nel momento in cui un suo cittadino viene rapito in mare. Si parla di «dialogo fra città», ma il dialogo viene mantenuto con un’amministrazione che è parte integrante della catena di comando di una pulizia etnica.

Il giorno dopo il voto, la capogruppo Pd Uguccioni ha proposto come strada futura la Conferenza Internazionale di Pace, presentandola come orizzonte condiviso «praticamente all’unanimità» dal consiglio comunale. È la formula classica del compromesso che disinnesca. Una conferenza è un’idea, può essere tutto e niente. Sospendere un gemellaggio, invece, è un atto. Costa, pesa, lascia traccia. La differenza fra un atto e un’idea è esattamente la differenza fra una posizione politica e una posa estetica. Per troppi anni il centrosinistra italiano ha confuso le due cose. E ora, davanti al più grande crimine contemporaneo, paga il prezzo della confusione.

Vale anche per le scelte semantiche. Quando si parla di Israele si distingue, si articola, si bilancia. Quando si parla di Iran, di Russia, di Venezuela, l’aggettivo «regime» scatta automatico. Lo Stato di Tel Aviv compie atti che in qualunque altro contesto sarebbero descritti come crimini contro l’umanità, e i nostri editorialisti dosano i complementi indiretti. La sproporzione del linguaggio è la prima forma di complicità mediatica. La seconda è il silenzio: tre giornalisti italiani su quattro hanno raccontato il voto di Milano come un episodio interno alla maggioranza, una grana per Sala, una scaramuccia da rubriche politiche locali. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di dire che a Milano, quella sera, si è votato sul giudizio storico di un crimine in corso.

5. La struttura materiale del consenso

Per capire perché il gemellaggio resiste a tutte le pressioni occorre guardare alla struttura materiale che lo regge. Non è un legame simbolico. È un asse industriale, finanziario e tecnologico. Milano è la prima sede italiana di numerose multinazionali israeliane della cibersicurezza, del fintech, dei sistemi militari duali. Le università milanesi, dal Politecnico alla Bocconi, hanno accordi di scambio e di ricerca con istituzioni israeliane, alcuni dei quali toccano direttamente settori di applicazione militare. Le startup di matrice israeliana che approdano in Italia trovano nel sistema lombardo il proprio aeroporto naturale. Quando si parla di gemellaggio non si parla, dunque, di scambi folkloristici o di settimane gastronomiche. Si parla di un’infrastruttura politica che facilita flussi di capitali, brevetti, contratti militari, joint venture nel settore della sorveglianza biometrica.

È in questa rete di interessi che vanno collocate le tre consigliere e i tre consiglieri che hanno tradito il proprio voto di ottobre. È la materialità dei legami fra Palazzo Marino e l’asse atlantico-israeliano, non un capriccio personale, che spiega la loro scelta. La sinistra che ignora questa struttura, e che continua a ragionare come se la politica fosse il regno delle pure intenzioni, è destinata a essere battuta ogni volta. Il consigliere che vota contro la sospensione del gemellaggio non vota per ragioni morali. Vota perché ha calcolato che, nel sistema di reciproche convenienze in cui si muove, il costo politico di disconoscere Sala è maggiore del costo politico di abbandonare l’ordine del giorno di ottobre. È un calcolo razionale dentro un sistema corrotto. Per cambiarlo non basta moltiplicare le mozioni: occorre cambiare il sistema.

Ed è qui che il quadro si allarga, perché Milano è solo un osservatorio privilegiato. La stessa logica è all’opera nel governo Meloni che continua a esportare armamenti verso Israele in violazione della legge italiana numero centottantacinque del millenovecentonovanta. La stessa logica è all’opera nelle istituzioni europee che hanno mantenuto in vita l’accordo di associazione con Israele nonostante l’articolo due dello stesso accordo subordini la relazione al rispetto dei diritti umani fondamentali. La stessa logica è all’opera nell’apparato di sicurezza atlantico che considera la frontiera israeliana come la propria linea avanzata di proiezione strategica nel Mediterraneo. Sospendere un gemellaggio comunale è un atto politico minuto, ma agisce su questa stessa catena. Per questo i suoi avversari sono tanto agguerriti. Per questo lo hanno bocciato.

6. Le piazze e gli Stati

Mentre il voto si consumava, in mare e per strada si vedeva l’altro lato della stessa medaglia. La protezione della Flotilla non è venuta dalle marine europee, dai governi atlantici, dalle cancellerie. È venuta dagli scioperi generali indetti dall’Unione Sindacale di Base e dal sindacalismo di base, dai presìdi che hanno bloccato porti come Genova, Livorno, Salerno, Ravenna, dai trentamila lavoratori e lavoratrici che si sono fermati nonostante le sanzioni dell’Autorità di Garanzia. È venuta dalle università occupate, dai centri sociali, dalle reti civiche, dai sanitari per Gaza, dalle quattromila iniziative di sciopero della fame a staffetta diffuse in tutto il Paese, dai medici italiani che si sono dichiarati disponibili a recarsi nella Striscia anche a rischio personale, dai collettivi di fabbrica come ex Gkn che hanno trasformato le loro stesse vertenze nella piattaforma di una solidarietà internazionalista che non si vedeva da anni.

Sono i popoli che proteggono la Flotilla. Sono i popoli che hanno fatto sì che a Gaza il termine «genocidio», un tempo riservato alle aule accademiche, sia oggi pronunciato in piazza, sulle pagine dei principali quotidiani internazionali, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. È il movimento dal basso ad avere costretto trentanove governi a dichiararsi formalmente preoccupati per l’azione israeliana, anche se solo cinque di essi hanno preso misure operative. È il movimento dal basso ad avere infiltrato persino una parte del giornalismo mainstream, che oggi descrive in modo molto più aderente alla realtà ciò che due anni fa veniva taciuto. La sproporzione fra ciò che dicono le piazze e ciò che fanno le istituzioni è la cifra di tutta una stagione politica. È la sproporzione che spiega l’urgenza di costruire forme di organizzazione politica capaci di trasferire quella forza nelle stanze dove si decide.

A Milano la lezione è scoperta. Una raccolta di firme è in corso, da settimane, per una delibera di iniziativa popolare che imponga al Comune la sospensione di tutti gli accordi con Israele. È la stessa strada percorsa a Roma, dove il consiglio comunale ha già discusso un provvedimento analogo. Mentre i consiglieri litigano sulle formule, i cittadini firmano. Mentre Sala blocca i voti del proprio consiglio, i quartieri si organizzano. È la dimostrazione che la democrazia diretta, la mobilitazione popolare, la pressione costante e capillare dal basso restano gli unici strumenti efficaci per costringere le istituzioni a fare la cosa giusta. O almeno la cosa meno indegna.

7. Cosa ci insegna il voto di Milano

Il voto di Palazzo Marino del diciotto maggio resterà come un piccolo, esatto laboratorio politico. Ha mostrato in poche ore tre verità che a sinistra è ora di guardare in faccia. La prima è che non basta avere una maggioranza progressista per governare in modo progressista: serve una direzione politica che non abbia paura del costo dei propri principi. La seconda è che il riformismo che si rifugia nella «libertà di coscienza» quando si tratta di decidere su un genocidio non sta praticando la libertà, sta praticando la fuga. La terza è che la complicità peggiore non è quella della destra apertamente filo-israeliana, ma quella della sinistra di governo che sta in piazza con la Flotilla e in aula vota con i suoi affossatori. La destra agisce coerentemente. La complicità tiepida del centrosinistra è ciò che permette alla destra di non pagare politicamente nessuna delle proprie posizioni.

C’è bisogno di nominare le cose. C’è bisogno di smettere di chiamare prudenza ciò che è subalternità, equilibrio ciò che è copertura, dialettica interna ciò che è tradimento di un voto democratico già espresso. C’è bisogno di una nuova soglia. Quella soglia non passa dentro le maggioranze di palazzo, passa fra chi si rifiuta di essere complice e chi accetta di esserlo. È una soglia trasversale, che attraversa partiti, sindacati, associazioni, parrocchie, ordini professionali. Dentro a quella soglia si stanno formando alleanze nuove, fragili ma vere, fra realtà che fino a ieri non si parlavano. È nella geografia di queste alleanze che andrà cercata la sinistra del prossimo decennio. La sinistra che non resta più nella stessa stanza con chi vota a fianco di chi affonda le navi dei nostri.

Le pietre di Milano resteranno. Le pietre delle tre consigliere democratiche e dei tre consiglieri della lista del sindaco resteranno. Le pietre dell’aula di Palazzo Marino, che la sera del diciotto maggio duemilaventisei ha confermato il gemellaggio con la capitale economica di uno Stato sotto procedimento per genocidio, resteranno. Non per spirito di vendetta o per cattiveria storiografica, ma perché nella storia delle lotte popolari ogni voto pesa, ogni voto è un nome, ogni voto entra nei libri di scuola dei figli dei figli di chi oggi muore a Gaza, a Khan Younis, a Rafah. Quei figli un giorno chiederanno conto. E nessuna formula di prudenza istituzionale, nessuna invocazione della Conferenza di Pace, nessuna nota da pompiere del segretario di sezione potrà cancellare il fatto bruto che, in quell’ora, fra un popolo affamato e una marina di pirati, sei consiglieri della maggioranza progressista milanese hanno scelto i pirati.

La sinistra che vuole ancora chiamarsi tale comincia esattamente da qui. Dal rifiuto di restare al tavolo con chi compie quel gesto. Dal coraggio di nominare, distinguere, prendere posizione anche quando questo significa rompere alleanze, perdere municipi, riaprire conflitti che da troppi anni sono stati sedati con la formula stanca del male minore. Perché il male minore, oggi, ha un costo che si misura in seimila bambini sepolti sotto le macerie e in centinaia di attivisti italiani sequestrati in acque internazionali. Quel costo è troppo alto. Va finalmente detto.

Fonti

Agenzia ANSA, dispacci 19-20 maggio 2026 sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla e il trasferimento degli attivisti al porto di Ashdod. Quotidiano Nazionale, cronache del 19 e 20 maggio 2026. Il Fatto Quotidiano, edizioni del 18 e 19 maggio 2026 sul voto del consiglio comunale di Milano e sulle manifestazioni nazionali per la Palestina. Milano Today, ricostruzione del voto del 18 maggio in Palazzo Marino. Contropiano, dossier sulla Flotilla e sul voto milanese. L’Indipendente, cronaca dell’assalto in mare e degli scioperi. Il Manifesto, rubrica «Crimini di guerra», maggio 2026. Salute Internazionale, biopolitica del genocidio palestinese, marzo 2026. Sito ufficiale dell’Unione Sindacale di Base, comunicati 12 e 18 maggio 2026. Peacelink, intercettazione della Global Sumud Flotilla, 18 maggio 2026. Rapporti del Ministero della Salute di Gaza e dati delle agenzie sanitarie internazionali aggiornati al marzo 2026. Dichiarazioni pubbliche della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Ventiquattro anni nelle segrete di IsraeleMarwan Barghouti, la tortura di un popolo e il silenzio complice dell’Occidente

C’è un uomo, in una cella israeliana, che da ventiquattro anni non vede la luce di una piazza, non stringe la mano dei suoi nipoti, non legge un giornale, non sa chi governa il mondo fuori. C’è un uomo che, nell’arco di sole due settimane, è stato pestato tre volte dalle guardie, aggredito da un cane aizzato contro di lui, lasciato a terra sanguinante senza cure. Quell’uomo si chiama Marwan Barghouti, è un parlamentare palestinese, e il suo corpo torturato è la fotografia più nitida di ciò che l’Occidente finge di non vedere: la natura coloniale, razziale e sistematica della detenzione israeliana dei prigionieri politici palestinesi.

Una fotografia che squarcia il velo

Il quotidiano comunista francese L’Humanité ha pubblicato la testimonianza dell’avvocato Ben Marmarelli, che ha potuto incontrare Barghouti il 12 aprile scorso dopo un’attesa umiliante di cinque ore in una stanza senz’acqua, senza cibo, senza la possibilità nemmeno di usare un bagno. I telefoni di collegamento non funzionavano. Il vetro che separava legale e detenuto imponeva di urlare per capirsi. In questa scenografia di diritto negato, si è consumato l’incontro tra un difensore impotente e un prigioniero lucido, consapevole, politicamente vivo nonostante l’isolamento totale.

Barghouti, racconta l’avvocato, è stato aggredito l’8 aprile nel carcere di Ganot: picchiato selvaggiamente, lasciato senza assistenza medica per ore, con le richieste di cure respinte dall’amministrazione penitenziaria. Il 25 marzo un altro pestaggio, durante il trasferimento da Megiddo a Ganot. Il 24 marzo, a Megiddo, le guardie erano entrate nella sua cella con un cane, lo avevano costretto a terra e avevano lasciato che l’animale lo aggredisse ripetutamente. Non sono eccessi individuali, né incidenti. È un metodo.

Il metodo, non l’eccezione

L’Israel Prison Service — il Servizio Penitenziario israeliano — non sta perdendo il controllo: lo esercita con precisione. La tortura nei confronti dei prigionieri politici palestinesi non è una deviazione del sistema, è il sistema. È la coerente estensione carceraria di un dispositivo di dominio che, fuori da quelle mura, si chiama occupazione, apartheid, espansione coloniale, guerra permanente. Marmarelli lo dice con le parole più semplici e più scandalose che si possano pronunciare di fronte a un’opinione pubblica europea anestetizzata: tutti i prigionieri politici palestinesi vengono torturati. Tutti, senza eccezione.

Isolamento totale dal mondo esterno. Nessuna televisione, nessun telefono, nessuna radio, nessun giornale, nessuna lettera, nessun libro — soltanto un Corano, due mutande, due camicie, due paia di calzini, una giacca, un paio di pantaloni. Razioni di cibo sotto soglia, tè senza zucchero, sette uscite in cortile in venti giorni laddove ne spetterebbe una al giorno. Detenuti con problemi di vista lasciati senza occhiali né prescrizione, dunque impossibilitati persino a leggere l’unico testo ammesso. È una sottrazione scientifica dell’umano, studiata per disgregare la persona prima ancora del prigioniero.

Chi è Marwan Barghouti, e perché fa così paura

Arrestato illegalmente a Ramallah il 15 aprile 2002 dall’esercito israeliano, Marwan Barghouti è un membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese, leader storico di Fatah, figura che da un quarto di secolo incarna ciò che Israele teme più di qualsiasi militante: un palestinese popolare, trasversale, capace di tenere insieme Cisgiordania e Gaza, capace di parlare alla propria base e insieme di interloquire con la comunità internazionale. In ogni sondaggio condotto nei territori occupati, il suo nome svetta come primo riferimento politico. È, agli occhi dei palestinesi, qualcosa di molto simile a ciò che Nelson Mandela fu per il Sudafrica in ostaggio dell’apartheid.

Per questo Israele non lo libera, non lo processa con garanzie, non gli consente una difesa reale. Per questo l’estrema destra al governo lo esibisce come trofeo: lo scorso agosto il ministro Itamar Ben Gvir — uomo con precedenti penali per incitamento al razzismo e sostegno al terrorismo ebraico — si è recato nella sua cella per minacciarlo in una miserabile trovata pubblicitaria. Non un atto istituzionale, ma una liturgia fascista, con la macchina da presa alle spalle e la vittima scelta per la sua vulnerabilità. È l’odio trasformato in comunicazione di governo.

La farsa del diritto e la sostanza del colonialismo

Marmarelli lo dice senza giri di parole: non esiste un caso Barghouti. Non c’è un fascicolo giudiziario nel senso proprio del termine, non c’è una via legale per il rilascio, non c’è un tribunale imparziale a cui rivolgersi. C’è soltanto la posizione coloniale di chi decide, secondo calcolo politico, se e come concedere al prigioniero un materasso, un sapone, una giacca. La funzione dell’avvocato si riduce a un’opera di mitigazione dell’orrore, non di ricerca della giustizia. Sono le fondamenta stesse dello Stato di diritto ad essere abolite, sostituite da un arbitrio amministrativo che rivela la verità più scomoda: nei confronti dei palestinesi, Israele non è e non si comporta come uno Stato democratico.

Il diritto internazionale, su questo terreno, è stato ridotto a relitto retorico. Le Convenzioni di Ginevra, la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, gli standard minimi per il trattamento dei detenuti elaborati dall’ONU: tutto viene sistematicamente calpestato, e tutto viene sistematicamente tollerato dai governi che si autodefiniscono custodi dei diritti umani. Il Comitato internazionale della Croce Rossa denuncia da mesi il divieto di visita imposto dalle autorità israeliane ai familiari dei detenuti palestinesi. Le relazioni delle Nazioni Unite documentano torture, umiliazioni sessuali, morti in custodia. Non manca la conoscenza dei fatti: manca la volontà politica di agire.

L’Europa che si gira dall’altra parte

L’Unione Europea, che negli ultimi due anni ha sanzionato la Russia con una velocità che ha fatto scuola nella diplomazia contemporanea, continua a trattare Israele come partner privilegiato, commerciale, tecnologico e militare. L’Accordo di Associazione UE-Israele, la cui clausola sui diritti umani consentirebbe la sospensione immediata, resta intatto dopo le stragi di Gaza, dopo la documentazione indipendente di crimini di guerra, dopo le condanne della Corte Internazionale di Giustizia, dopo i mandati di cattura della Corte Penale Internazionale. Questo doppio standard non è un inciampo: è il segno tangibile di una subalternità strategica e culturale dell’Europa al blocco statunitense-israeliano, una subalternità che l’opinione pubblica del continente — nelle piazze, nei sindacati, nei movimenti studenteschi — sta però cominciando a contestare con crescente determinazione.

In Italia la situazione è persino più grave. Il governo di destra-destra guidato da Giorgia Meloni ha scelto l’allineamento incondizionato con Tel Aviv, votando contro risoluzioni di cessate il fuoco alle Nazioni Unite, mantenendo contratti per la fornitura di componentistica militare, impedendo di fatto qualsiasi pressione diplomatica. I grandi media mainstream, da parte loro, hanno costruito per mesi un racconto asimmetrico, in cui la parola tortura non si poteva pronunciare se il torturato era palestinese, in cui la parola terrorismo si poteva applicare soltanto a un lato, in cui i bambini morti di Gaza diventavano statistica, mentre gli ostaggi israeliani — sacrosantemente — diventavano volti, nomi, biografie. Questa disparità informativa è essa stessa una forma di complicità.

La dignità come resistenza

E poi c’è lui, Barghouti. C’è la lucidità di un uomo che, dopo ventiquattro anni di prigione, dopo pestaggi ripetuti, dopo l’isolamento scientifico imposto dallo Stato che lo detiene, nel colloquio con il suo avvocato non chiede pietà, non piange su di sé: chiede informazioni sulla situazione politica palestinese, chiede cosa stia succedendo in Israele, chiede dei suoi figli e dei suoi nipoti che non ha mai potuto conoscere. E continua, racconta Marmarelli, a essere l’unico detenuto che alza la voce contro le guardie, che contesta il sopruso, che dice non è giusto, non è legale. Gli altri prigionieri sono terrorizzati. Lui no.

Non è un dettaglio caratteriale: è una postura politica. È la stessa postura che fece di Gramsci, nel carcere fascista, il pensatore che scardinava dall’interno la gabbia in cui il regime sperava di seppellirlo. È la stessa postura che fece di Mandela, a Robben Island, un simbolo universale. È la postura di chi sa che la dignità, quando non può essere difesa con le armi della libertà, diventa essa stessa l’arma estrema, quella che i carcerieri non riescono a spegnere nemmeno con il cane, nemmeno con i pugni, nemmeno con la fame.

Cosa si può fare, cosa si deve fare

Le società civili europee hanno gli strumenti per rompere il muro di complicità. Campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sul modello del movimento che contribuì alla caduta dell’apartheid sudafricano. Pressioni sui parlamenti nazionali ed europei affinché si sospendano gli accordi commerciali e di ricerca scientifica con istituzioni israeliane complici dell’occupazione. Monitoraggio civile e giuridico delle catene di fornitura militare. Gemellaggi tra comuni italiani ed enti locali palestinesi. Campagne di informazione capillari, che sottraggano il racconto della Palestina al monopolio dei grandi media allineati.

E, sopra ogni cosa, una rivendicazione politica chiara e non negoziabile: la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine della detenzione amministrativa, l’accesso immediato delle famiglie e delle organizzazioni internazionali ai luoghi di reclusione, l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle morti in custodia, la sospensione dei rapporti preferenziali con uno Stato che pratica sistematicamente la tortura. Non è una richiesta radicale: è il minimo sindacale di qualsiasi ordine giuridico che voglia continuare a chiamarsi tale.

Il prezzo del nostro silenzio

Ventiquattro anni fa, quando Marwan Barghouti venne arrestato, l’Europa si illudeva che la storia si fosse fermata, che il Novecento avesse consegnato al futuro un ordine liberale solido, una pace perpetua, un diritto internazionale capace di disciplinare anche gli Stati più potenti. Quella illusione è morta nelle strade di Gaza, nelle celle di Megiddo e Ganot, nei corpi piegati dei prigionieri palestinesi che nessun funzionario europeo ha più il coraggio di andare a visitare. La morte di quell’illusione non è un problema del popolo palestinese soltanto: è un problema nostro, perché ciò che oggi si permette a Tel Aviv, domani si permetterà altrove, e già si permette a Bruxelles ogni volta che un ministro europeo firma un comunicato di vuota preoccupazione.

La vita di Marwan Barghouti pende da un filo amministrativo. Ogni giorno in cui tacciamo è un giorno in cui il filo si assottiglia. Ogni dichiarazione di governo che sceglie la prudenza diplomatica al posto della verità è un colpo inferto non soltanto al prigioniero nella cella, ma a noi stessi, alla nostra possibilità di continuare a pretendere che il mondo sia, in qualche misura, governato dal diritto e non dalla sola forza. Rompere il silenzio non è più un gesto di solidarietà: è una necessità politica, civile, morale. Se non lo faremo per lui, dovremo farlo per noi. Perché ogni volta che un torturatore resta impunito da qualche parte, un pezzo di umanità evapora ovunque.

Fonti

L’Humanité, intervista a Ben Marmarelli, avvocato di Marwan Barghouti, aprile 2026.
Comitato Internazionale della Croce Rossa, rapporti sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, 2024–2026.
Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti periodici.
B’Tselem e Addameer, documentazione su tortura, detenzione amministrativa e morti in custodia nelle carceri israeliane.
Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti sull’apartheid israeliano e sul trattamento dei prigionieri politici palestinesi.
Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo sulle conseguenze legali dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, luglio 2024.
Corte Penale Internazionale, provvedimenti relativi ai mandati di cattura per funzionari israeliani, 2024.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0 · mariosommella.wordpress.com

Convivere senza uno Stato: la Palestina oltre il mito della sovranità

Dalla Sparta del terzo millennio alla confederazione democratica: perché il superamento dello Stato-nazione è l’unica alternativa realistica al suicidio collettivo di Israele e alla morte della Palestina

Esiste un punto oltre il quale la guerra cessa di essere uno strumento politico e diventa il fine stesso dell’esistenza di uno Stato. Israele ha superato quel punto. In quasi ottant’anni di vita, quello che doveva essere il “focolare nazionale ebraico” si è trasformato in una macchina bellica permanente, una Sparta del terzo millennio in cui ogni cittadino, uomo o donna, è coinvolto direttamente o indirettamente nell’apparato militare. E mentre la comunità internazionale continua a invocare la formula rituale dei “due popoli, due Stati”, la realtà sul terreno racconta una storia completamente diversa: quella di un progetto coloniale che ha prodotto un’intera generazione di orfani, di invalidi, di bambini denutriti e traumatizzati, e che non può trovare soluzione entro le categorie politiche che lo hanno generato.

La militarizzazione totale della società israeliana

I sondaggi parlano con una chiarezza che nessuna diplomazia potrà mai eguagliare. Secondo una rilevazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ripresa nell’aprile 2026 dal Guardian e da numerosi media internazionali, circa due terzi degli israeliani si dichiarano favorevoli alla prosecuzione delle operazioni militari, opponendosi a qualunque estensione del cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. Il 61 per cento ritiene che il governo debba continuare a colpire il Libano. Un 39 per cento si colloca addirittura su posizioni più estreme di quelle di Netanyahu, ritenendo che Israele non debba rispettare neppure la tregua temporanea concordata con la Repubblica Islamica attraverso la mediazione pachistana.

Il dato più inquietante non è però il numero in sé, ma la sua trasversalità. Tutti i partiti israeliani, con la sola eccezione dei partiti arabi che rappresentano una minoranza parlamentare, sono favorevoli alla guerra. Alcuni leader dell’opposizione hanno cercato di superare Netanyahu in durezza, proponendo attacchi ancora più violenti contro l’Iran. Il Likud è tornato primo nei sondaggi, e le elezioni legislative previste per l’autunno 2026 si profilano come un plebiscito bellicista. Il premier, la cui carriera politica sembrava finita dopo il 7 ottobre 2023, ha convinto Trump ad attaccare l’Iran due volte – prima nella “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, poi nella campagna in corso – e oggi opera con Washington come partner militare paritario, dividendosi obiettivi e zone di bombardamento.

Questa è la fotografia di una società che ha scelto la guerra come identità collettiva. Il bilancio approvato dalla Knesset con 62 voti a favore e 55 contrari ha consolidato la spesa militare come asse portante della politica nazionale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei falchi più feroci del governo, ha previsto una crescita del 3,8 per cento nel 2026 solo a condizione che le operazioni contro Iran e Libano terminino entro metà aprile – condizione che al momento appare del tutto irrealistica. L’opposizione di Yair Lapid e Naftali Bennett si è indignata non per i miliardi destinati alle armi anziché alla spesa sociale, ma per un emendamento che stanziava 250 milioni di dollari aggiuntivi per le scuole dei religiosi ultraortodossi. Il perimetro del dibattito politico israeliano è tutto qui: si discute su come fare la guerra, non se farla.

“Una terra senza popolo”: il programma originario e la sua esecuzione

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra.” Lo slogan fondativo del sionismo non era una metafora: era un programma. E quel programma è stato eseguito con metodi che, alternati o abbinati nel corso dei decenni, hanno perseguito un unico obiettivo: svuotare la Palestina della sua popolazione originaria. Sterminio, terrorismo sistematico, deportazione, espulsione forzata: strategie diverse per un identico fine, iscritto nelle premesse stesse della costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina.

Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro. Secondo i dati dell’agenzia di stampa palestinese WAFA, aggiornati al marzo 2026, le vittime dirette a Gaza dall’ottobre 2023 superano le 72.000 unità, con oltre 171.000 feriti. L’UNRWA stima che 1,9 milioni di persone sui 2,4 milioni di abitanti della Striscia siano state sfollate almeno una volta, il 90 per cento della popolazione costretta ad abbandonare ripetutamente la propria casa. Secondo le Nazioni Unite, il 70 per cento delle vittime verificate sono donne e bambini. Uno studio dell’ONU ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza City, con oltre un milione di persone in condizioni di emergenza alimentare e un bambino ucciso ogni 52 minuti nei primi due anni di conflitto.

Ma il bilancio delle morti dirette, per quanto spaventoso, non racconta che una parte della catastrofe. La distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie, educative, residenziali e culturali ha prodotto ciò che nessuna cifra può catturare: un’intera generazione condannata alla disabilità fisica e psichica, alla malnutrizione cronica, all’ignoranza forzata. Bambini che non vedono una scuola da anni. Malati cronici senza accesso a terapie salvavita in un territorio dove l’elettricità manca da oltre due anni. Nei circa 1.600 campi profughi della Striscia, le condizioni di vita sono segnate da infestazioni di parassiti, epidemie cutanee, assenza di acqua potabile. Questa non è una guerra: è la cancellazione metodica di un popolo e della sua memoria.

Il suicidio di Israele

Eppure, in questa logica di annientamento, non ci sarà vittoria per nessuno. Nelle guerre non vince mai nessuno, e questa guerra meno di qualunque altra. La frattura che si è aperta nella diaspora ebraica mondiale è già incolmabile. Per anni, le comunità ebraiche fuori da Israele hanno avuto nello Stato ebraico un punto di riferimento identitario, spesso “passando sopra” alle evidenze di un percorso dall’esito sempre più chiaro. Oggi quella complicità silenziosa si sta sgretolando. Le voci ebraiche antisioniste, da Jewish Voice for Peace a Breaking the Silence, non sono più marginali: rappresentano una corrente profonda di dissidenza morale che non potrà essere riassorbita.

All’interno stesso di Israele, le crepe si allargheranno quando le conseguenze economiche, sociali e morali dello stato di guerra permanente diventeranno impossibili da ignorare. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti ha costi umani e finanziari enormi. L’economia di guerra non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali. E soprattutto diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare non avrà mai termine: che la strada intrapresa non ha sbocco, che uno stato di guerra sempre più intenso e generalizzato non può essere la condizione permanente di una società. È quello che qualcuno ha chiamato “il suicidio di Israele”: la dissoluzione di uno Stato che ha fatto della violenza il proprio principio costitutivo e che, per questa via, finirà per consumare sé stesso.

Due scenari si profilano. Il primo è lo scontro tra fazioni interne, che potrebbe investire il Paese in un contesto regionale ostile, privato di molti degli alleati su cui era abituato a contare. Il secondo è più radicale e più interessante: un ritorno alle origini, non di uno Stato ma di un popolo. Un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare ma da condividere con chi lo abita da secoli.

Perché “due popoli, due Stati” è un’illusione

La formula “due popoli, due Stati” continua a essere ripetuta come un mantra dalla diplomazia internazionale, ma non descrive alcuna realtà possibile. Cosa sarebbe, concretamente, questo secondo Stato? Un’entità priva di continuità territoriale, disarmata, sovraffollata dal ritorno di milioni di esuli, depredata delle sue risorse più importanti – a cominciare dall’acqua –, schiacciata tra un vicino armato fino ai denti, dotato di armi nucleari e perfettamente inserito nel sistema di alleanze occidentale, e il nulla. Non sarebbe uno Stato: sarebbe un bantustan, una riserva, una prigione a cielo aperto con un nome più dignitoso.

Ma anche la soluzione dello Stato unico presenta difficoltà che appaiono insormontabili. Non solo per i problemi di convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi – anche se il lavoro straordinario di alcune organizzazioni israelo-palestinesi e il ruolo potenzialmente determinante delle donne suggeriscono che questo non sia un ostacolo eterno. Il problema è più strutturale: Stato significa tante cose indivisibili. Un nome (quale?), strutture burocratiche, un esercito (in questo caso dotato di armi atomiche), impianti industriali, saperi esclusivi, una valuta, un sistema giudiziario. Pensare che chi controlla oggi tutto questo accetti di condividerlo alla pari è un’ingenuità che confina con la complicità.

La via confederale: oltre lo Stato-nazione

Esiste però un’altra strada, apparentemente utopica ma paradossalmente più realistica delle soluzioni convenzionali: la dissoluzione delle strutture statali e la loro sostituzione con una confederazione democratica di comunità. Non due Stati, non uno Stato, ma nessuno Stato: una rete di comunità autogovernate, in parte miste dove possibile, in parte su base etnica, ma comunque aperte, interconnesse e disposte alla convivenza pacifica. Un progetto che prevede la neutralizzazione degli apparati più pericolosi – l’esercito, l’arsenale nucleare, i servizi di intelligence – sotto il controllo di un’entità internazionale super partes, un nuovo mandatario che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che la sta demolendo.

Il precedente esiste, e non è un’astrazione teorica. La Confederazione democratica del Rojava, nata nel nord-est della Siria nel 2012 sulla base del pensiero di Abdullah Öcalan, ha rappresentato per oltre un decennio il primo esperimento moderno di convivenza multietnica senza Stato: democrazia dal basso, parità di genere, ecologia sociale, economia cooperativa, rifiuto del centralismo e del militarismo. Certo, quell’esperimento è oggi sotto attacco mortale: l’offensiva del governo siriano di Ahmad al-Shara, lanciata nei primi giorni del 2026 con l’occupazione di Raqqa e Deir ez-Zor, e l’aggressione turca hanno messo in ginocchio l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Ma il fatto che il Rojava venga ferocemente attaccato proprio perché rappresenta un’alternativa concreta al sistema degli Stati-nazione ne conferma, paradossalmente, la forza e la portata.

Öcalan, dal carcere di İmralı dove è prigioniero dal 1999, ha formulato una visione che trascende la questione curda e parla all’umanità intera: il modello dello Stato-nazione è una gabbia per le società, la libertà e la comunità sono valori più importanti della sovranità territoriale, l’autogoverno confederale fondato sulla partecipazione diretta è la forma politica adeguata a una società che voglia superare il dominio. Non è un caso che questa visione sia stata elaborata nel cuore del Medio Oriente, la regione del mondo dove il fallimento dello Stato-nazione è più evidente e più devastante.

La Palestina come laboratorio del post-statuale

Se il Rojava è stato il primo esperimento, la Palestina potrebbe essere il secondo – e il più significativo. Non perché le condizioni siano favorevoli, tutt’altro: ma proprio perché la gravità della situazione rende impraticabili le soluzioni tradizionali. Quando un territorio è stato distrutto al punto in cui lo è Gaza, quando un popolo è stato decimato, sfollato, privato di ogni istituzione, la ricostruzione non può avvenire nei vecchi schemi. Non si può ricostruire uno Stato su macerie che uno Stato ha prodotto.

Una confederazione democratica dei popoli della Palestina – israeliani ed ebraici dissidenti inclusi – avrebbe da affrontare difficoltà enormi, ma tracciar la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso che non è soltanto palestinese o mediorientale, ma universale. Perché gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori e il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio – dal patriarcato al razzismo, dal capitalismo estrattivo al neocolonialismo – quanto delle forme più devastanti di violenza: le guerre tra nazioni, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento sistematico delle risorse della Terra.

Pensare a un mondo senza Stati è difficile anche solo come esercizio intellettuale. Ma è meno utopico di quanto sembri, e comunque più realistico delle alternative che ci vengono proposte: la perpetuazione di un conflitto senza fine, la finzione diplomatica dei due Stati, o l’illusione che chi detiene il potere delle armi nucleari accetti un giorno di condividerlo. La Palestina, nella sua tragedia, potrebbe diventare il luogo in cui si sperimenta, per necessità prima ancora che per scelta, una forma di convivenza politica che superi la logica dello Stato-nazione. Un laboratorio di futuro, nato dalla catastrofe del presente.

Le donne, la memoria, il possibile

C’è un elemento che attraversa trasversalmente questa prospettiva e che merita di essere collocato al centro della riflessione: il ruolo delle donne. Nel Rojava, la parità di genere non era un ornamento ideologico ma un pilastro strutturale del sistema politico: la co-presidenza, le unità di protezione femminili (YPJ), l’integrazione del femminismo nella teoria del confederalismo democratico. In Palestina, le donne hanno tenuto insieme il tessuto sociale sotto i bombardamenti, nei campi profughi, nelle scuole distrutte. Sono loro che potrebbero rovesciare la logica della guerra e dell’odio, costruendo ponti dove gli uomini hanno eretto muri.

La strada è lunga, e il presente è buio. Ma la storia non è lineare, e le rivoluzioni più profonde nascono spesso dove il dolore è più acuto. La Palestina non ha bisogno di uno Stato che la salvi: ha bisogno di una forma di convivenza che superi la violenza degli Stati. E se questa forma dovesse nascere lì, tra le macerie di Gaza e le colline della Cisgiordania, non sarebbe solo la liberazione di un popolo: sarebbe un messaggio all’umanità intera. La prova che si può convivere senza dominare, che si può abitare una terra senza possederla, che la politica può essere qualcosa di diverso dalla gestione della forza. Un’utopia? Forse. Ma è l’unica utopia che valga la pena di perseguire.

Fonti

Pressenza Italia, Convivere senza uno Stato di Guido Viale 13 Aprile 2026;

Il Fatto Quotidiano, “Gli israeliani vogliono che la guerra continui: lo rivela un sondaggio”, 13 aprile 2026
– Il Post, “Netanyahu sta ottenendo quello che voleva”, 20 marzo 2026
– Il Post, “Bombardare l’Iran ha aiutato Netanyahu”, 25 giugno 2025
– Il Manifesto, “Guerra permanente, il pilastro del bilancio israeliano”, aprile 2026
– Agenzia Nova, “Israele: il partito di Netanyahu in testa nei sondaggi dopo la guerra con l’Iran”, 4 luglio 2025
– WAFA, “Gaza death toll rises to 72,126”, 8 marzo 2026
– OCHA/ONU, Rapporto sulla situazione umanitaria in Palestina, 10 aprile 2026
– Vatican News, “Gaza: a sei mesi dalla tregua, i civili continuano a soffrire”, 10 aprile 2026
– CESVI, “Gaza: una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ottobre 2025
– Novacronica, “Il tramonto del Confederalismo democratico nel Rojava”, febbraio 2026
– Il Post, “Cos’è stato il Rojava”, 3 febbraio 2026
– COBAS Scuola, “Il Rojava è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico”, gennaio 2026
– Abdullah Öcalan, Democratic Confederalism, International Initiative, 2011

L’esercito più morale del mondo

Quando la propaganda diventa minaccia: Netanyahu, la Spagna, i coloni, il Libano e il cappio della Knesset. Radiografia di uno Stato che si crede intoccabile

C’è una frase che, se pronunciata da qualunque altro leader del pianeta, verrebbe immediatamente bollata come intimidazione mafiosa. «La Spagna pagherà un prezzo». L’ha detta Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, rivolgendosi a un Paese membro dell’Unione Europea, fondatore della NATO, democrazia parlamentare dal 1978. L’ha detta perché Madrid, unica voce coerente in un continente che si nasconde dietro comunicati stampa e astensioni, ha osato chiamare le cose con il loro nome: genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra. E l’ha detta evocando, con un ossimoro che suona come una bestemmia storica, «l’esercito più morale del mondo».

È qui che la propaganda smette di essere propaganda e diventa confessione. Perché chi si sente davvero moralmente integro non minaccia, non ricatta, non promette vendette. Chi è davvero dalla parte della ragione accoglie la critica, risponde con i fatti, accetta il giudizio della comunità internazionale. Netanyahu, invece, reagisce come reagiscono soltanto i regimi che sanno di essere indifendibili: alzando la voce, promettendo ritorsioni, trasformando il dissenso in nemico.

La grammatica del ricatto

Analizzare le parole del premier israeliano significa riconoscere una grammatica politica precisa, che non appartiene alla democrazia ma al linguaggio del potere assoluto. «Pagherà un prezzo» non è un’espressione diplomatica: è la formula classica della coercizione, quella che si usa quando non si hanno più argomenti e si punta tutto sulla paura. È il linguaggio con cui gli imperi in declino provano a trattenere ciò che non riescono più a dominare con il consenso.

La Spagna, dal canto suo, non ha fatto nulla di eversivo. Ha semplicemente applicato il diritto internazionale. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha sostenuto le inchieste della Corte Penale Internazionale contro i vertici israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha bloccato la vendita di armi destinate a un esercito che da oltre due anni bombarda sistematicamente ospedali, scuole, campi profughi, convogli umanitari. Ha fatto ciò che ogni Stato di diritto dovrebbe considerare un dovere elementare: distinguere tra la legittima difesa e la carneficina pianificata.

E per questo, oggi, viene minacciata. Pubblicamente. Da un capo di governo straniero. Senza che l’Unione Europea, nel suo complesso, abbia trovato il coraggio di una reazione unitaria. Il silenzio di Bruxelles, il tentennamento di Roma, la prudenza di Parigi e Berlino sono il vero scandalo di questa vicenda. Perché rivelano che l’Europa, quando si tratta di Israele, smette di essere Europa e torna a essere suddita.

La menzogna dell’esercito morale

«L’esercito più morale del mondo». È la formula che da decenni accompagna ogni operazione militare israeliana, ripetuta come un mantra, diffusa da uffici stampa militari rodati, assorbita acriticamente da una parte consistente della stampa occidentale. È una menzogna strutturale, e come tutte le menzogne strutturali funziona soltanto finché nessuno ha il coraggio di smontarla pubblicamente.

I numeri, però, parlano un’altra lingua. Decine di migliaia di morti palestinesi, la maggioranza donne e bambini, secondo le stime convergenti di Nazioni Unite, agenzie umanitarie indipendenti, organizzazioni mediche internazionali. Interi quartieri di Gaza rasi al suolo. Ospedali colpiti uno dopo l’altro, con una sistematicità che rende grottesca ogni ipotesi di «errore collaterale». Giornalisti uccisi in numero senza precedenti nella storia moderna dei conflitti. Operatori umanitari bombardati mentre distribuivano cibo. Bambini uccisi mentre facevano la fila per l’acqua. Ostaggi israeliani morti sotto il fuoco dello stesso esercito che avrebbe dovuto liberarli.

Le inchieste di Haaretz, di +972 Magazine, del Guardian, del New York Times hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale come «Lavender» e «Where’s Daddy?» per selezionare bersagli umani in modo semiautomatico, con margini di errore ammessi dagli stessi ufficiali israeliani. Hanno raccontato delle regole d’ingaggio che consentivano di uccidere decine di civili per colpire un singolo miliziano di basso rango. Hanno esposto le testimonianze di soldati che denunciavano pratiche di esecuzione sommaria, di umiliazione sistematica dei prigionieri, di abusi sessuali nel centro di detenzione di Sde Teiman. Quando alcuni di quei soldati sono stati arrestati, una parte dell’estrema destra israeliana ha invaso la base militare per liberarli, con la complicità silenziosa dei ministri più oltranzisti del governo Netanyahu.

Questo è l’esercito che Netanyahu definisce «il più morale del mondo». E chi osa contestare questa etichetta viene accusato di antisemitismo, di complicità con il terrorismo, di «guerra diplomatica». È il meccanismo classico dell’inversione: trasformare il critico in aggressore, la vittima in carnefice, la giustizia in persecuzione.

Cisgiordania: il braccio armato dei coloni

Ma c’è un altro fronte, meno illuminato dai riflettori, dove l’«esercito più morale del mondo» mostra il suo volto più nudo: la Cisgiordania occupata. Qui non si parla di guerra asimmetrica, non si parla di razzi lanciati da Hamas, non si parla di ostaggi. Qui si parla di una pulizia etnica a bassa intensità, condotta giorno dopo giorno, fattoria dopo fattoria, uliveto dopo uliveto, con una pazienza burocratica che rende il crimine ancora più osceno. Secondo B’Tselem, nel solo 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate dalla violenza dei coloni sostenuta dallo Stato. Secondo Save the Children, nei primi tre mesi del 2026 i minori palestinesi sfollati a causa delle aggressioni dei coloni sono stati 685, contro una media di 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti: un aumento di dieci volte, in un solo trimestre.

I numeri, di nuovo, dicono ciò che la propaganda vorrebbe nascondere. Circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est. Peace Now ha documentato la creazione di 86 nuovi avamposti nel solo 2025, un record storico, molti dei quali agricoli o pastorali, concepiti proprio per intimidire le comunità beduine e palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre. Questi avamposti non sono il frutto spontaneo di colonizzatori isolati: sono protetti dall’esercito israeliano, finanziati dal ministero dell’Agricoltura, «legalizzati» a posteriori con delibere governative. Ciò che si compie in Cisgiordania non è un incidente né un’anomalia: è una politica di Stato.

Il copione è sempre lo stesso. Arrivano i coloni, spesso incappucciati, spesso armati, molti di loro riservisti dell’IDF, cioè soldati dell’«esercito più morale del mondo» in licenza. Attaccano le case, incendiano i campi, sradicano gli ulivi, avvelenano i pozzi, uccidono il bestiame, picchiano bambini che tornano da scuola. A Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano, un palestinese è stato spogliato, immobilizzato e torturato nei genitali con delle fascette mentre l’esercito guardava. A Masafer Yatta, i pastori della comunità raccontata nel documentario premio Oscar «No Other Land» continuano a subire aggressioni dallo stesso colono che ne aveva colpito il regista Hamdan Ballal. E mentre i coloni attaccano, i soldati dell’IDF fanno da scudo: bloccano le strade di accesso per impedire ai soccorritori di arrivare, arrestano i palestinesi che provano a difendersi, spesso partecipano direttamente al pestaggio.

Poi, all’alba, arriva la seconda ondata: quella ufficiale. I bulldozer dell’amministrazione civile israeliana. Gli ordini di demolizione. Le dichiarazioni di «terra statale» che convertono con un timbro ettari di proprietà palestinesi storiche in lotti edificabili per nuovi insediamenti. Il 5 gennaio 2026, 694 dunam appartenenti ai villaggi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth sono stati confiscati con un singolo decreto. A febbraio, il governo Netanyahu ha stanziato 244 milioni di shekel per istituire un catasto parallelo che facilita il trasferimento dei terreni dell’Area C dalle autorità palestinesi al ministero della Giustizia israeliano. Non è più annessione strisciante: è annessione conclamata. È l’atto notarile del furto.

Chi copre tutto questo? L’esercito che Netanyahu definisce il più morale del mondo. Il Guardian ha documentato che, dal 2020, a fronte di oltre mille civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dai coloni e dai soldati, un quarto dei quali bambini, nessun israeliano è stato incriminato. Nessuno. L’impunità non è un difetto del sistema: è il sistema. È il meccanismo attraverso cui lo Stato israeliano trasforma il crimine privato in strumento pubblico, delegando ai coloni ciò che l’esercito non può fare apertamente senza scandalizzare la diplomazia occidentale. È la stessa logica con cui, in altre epoche e sotto altre bandiere, gli Stati coloniali hanno sempre gestito i propri territori: violenza paramilitare protetta dall’uniforme.

Libano: cento bombe in dieci minuti

Mentre scriviamo, il Libano brucia. Mercoledì 8 aprile, a poche ore dall’annuncio del fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Islamabad, l’aviazione israeliana ha lanciato oltre cento attacchi aerei in dieci minuti su Beirut, sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. Il bilancio ufficiale di quella sola giornata, diffuso dal ministero della Salute libanese, parla di oltre 250 morti e più di 1.100 feriti, il peggior bilancio in un singolo giorno dall’inizio dell’ultima fase del conflitto. I morti complessivi dall’inizio dell’escalation del 2 marzo sfiorano i duemila. L’UNICEF segnala che, dal 2 marzo a oggi, più di seicento bambini libanesi sono stati uccisi o feriti.

Human Rights Watch ha documentato che, tra il 12 marzo e l’8 aprile, le forze israeliane hanno sistematicamente distrutto o gravemente danneggiato tutti i principali ponti sul fiume Litani, isolando il sud del Paese dal resto del territorio. Non sono bersagli militari: sono infrastrutture civili, arterie di collegamento che servono a far arrivare cibo, medicine, personale sanitario. Distruggere i ponti significa affamare le popolazioni. È un metodo antico, noto e vietato dalle Convenzioni di Ginevra. Ma l’esercito più morale del mondo non sembra turbarsene.

Il cinismo della situazione tocca vertici difficili da reggere. Il Pakistan, mediatore dell’accordo di tregua tra Washington e Teheran, aveva dichiarato esplicitamente che il cessate il fuoco copriva anche il Libano. Israele l’ha smentito immediatamente, e mentre i diplomatici discutevano, il capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, dichiarava apertamente: «Non rispettiamo il cessate il fuoco. Continuiamo a combattere qui, in Libano, che è la nostra principale zona di combattimento». Il premier Netanyahu ha ribadito: «Non ci sarà alcun cessate il fuoco in Libano». Traduzione: Tel Aviv negozia con gli Stati Uniti, accetta gli accordi quando le conviene, li ripudia quando le conviene, e colpisce civili mentre i negoziatori sono ancora seduti al tavolo. È la dottrina della forza pura, mascherata da difesa.

E mentre le bombe cadono su Beirut, anche il convoglio italiano di UNIFIL è stato coinvolto in azioni militari israeliane che la stessa premier Giorgia Meloni ha definito «del tutto inaccettabili», ricordando che si tratta di una violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ecco come l’«esercito più morale del mondo» tratta i caschi blu dell’ONU: li attacca. E poi pretende pure che l’Europa taccia.

Il cappio della Knesset

Ma la radiografia non sarebbe completa senza l’ultimo tassello, quello forse più osceno: la legge sulla pena di morte per i palestinesi, approvata dalla Knesset il 30 marzo 2026 con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto. Una legge che prevede l’impiccagione obbligatoria, decisa da tribunali militari a maggioranza semplice, senza unanimità, senza possibilità di appello, con esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza. Una legge che si applica esclusivamente ai palestinesi, dal momento che i coloni israeliani e i cittadini ebrei restano sotto la giurisdizione dei tribunali civili ordinari, dove la pena capitale, formalmente prevista, è stata eseguita soltanto due volte nell’intera storia dello Stato di Israele: nel 1948 contro Meir Tobianski, ufficiale ingiustamente accusato di tradimento durante la guerra arabo-israeliana e successivamente riabilitato, e nel 1962, unica esecuzione civile, contro il gerarca nazista Adolf Eichmann.

Il testo è scritto con un’astuzia giuridica rivoltante. Punisce con la morte chi uccide «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele» o «con l’obiettivo di danneggiare la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Formule che, per costruzione semantica, escludono automaticamente ogni colono che uccide un palestinese: il colono non «nega» Israele, lo incarna. Il colono non danneggia la rinascita ebraica, la compie. Due pesi, due misure, due popoli, due codici penali. È la definizione manualistica di apartheid, scolpita nel marmo legislativo di una democrazia parlamentare del ventununesimo secolo.

I promotori della legge hanno festeggiato alla Knesset con spilline a forma di cappio da forca sul bavero. La deputata Limor Son Har-Melech del partito Potere Ebraico si è fatta fotografare vestita da carceriera, con il cappio in una mano e una siringa letale nell’altra, mentre suo marito — colono e attivista pro-insediamenti — sfoggiava in posa la pistola, l’aereo e la casetta con le scritte «occupazione», «espulsione», «insediamento». La sintesi del programma di governo israeliano, riassunto in una fotografia agghiacciante diffusa con orgoglio dai protagonisti stessi. Il ministro Itamar Ben Gvir, promotore della norma, ha dichiarato dal pulpito: «Questo è un giorno di giustizia per le vittime e un giorno di deterrenza per i nostri nemici. Non più porte girevoli per i terroristi, ma una decisione chiara: chi sceglie il terrorismo sceglie la morte». Accanto a lui, a votare a favore, il primo ministro Netanyahu in persona.

È la prima legge al mondo, dai tempi della Germania nazionalsocialista, che istituisce la pena di morte su base etnica. Lo scrive su Haaretz l’ex preside della facoltà di Legge dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Mordechai Kremnitzer, nato nel 1948 in Germania da sopravvissuti all’Olocausto: «razzista, illegale, dettata dalla sete di sangue, che dimostra l’abbandono dei valori liberali da parte di Israele, ormai un regime reazionario». Dal 2016 i bambini palestinesi vengono giudicati da tribunali militari a partire dai dodici anni. Dal 2025 possono essere condannati all’ergastolo. Dal 2026 possono essere impiccati. Per aver lanciato un sasso contro un blindato. Per la legge israeliana, questo è terrorismo. Per la legge israeliana, questo merita la forca.

Amnesty International e tutte le principali organizzazioni per i diritti umani — B’Tselem, ACRI, Addameer, Adalah — hanno annunciato ricorso alla Corte Suprema israeliana. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso «profonda preoccupazione» in un comunicato congiunto. Parole. Solo parole. Nessuna sanzione, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, nessuna misura concreta. L’Europa, ancora una volta, ha registrato lo scandalo e ha continuato a vendere armi, a importare tecnologie, a concedere cooperazione accademica. La condanna senza conseguenze è la forma più raffinata della complicità.

L’Europa che non c’è

Il vero problema, a questo punto, non è più soltanto Netanyahu. Il vero problema è l’Europa. Perché un premier straniero può minacciare pubblicamente un Paese membro dell’Unione, i suoi coloni possono bruciare villaggi palestinesi, i suoi aerei possono bombardare capitali arabe durante un cessate il fuoco, il suo parlamento può legiferare la forca su base etnica, soltanto se sa di poterlo fare impunemente. Sa che nessun commissario europeo convocherà davvero l’ambasciatore israeliano. Sa che nessun capo di governo alzerà realmente la voce. Sa che l’Italia di Meloni continuerà a vendere componentistica militare, la Germania di Merz a garantire forniture strategiche, la Francia di Macron a oscillare tra dichiarazioni di principio e complicità operative.

Pedro Sánchez rappresenta, in questo panorama desolante, un’eccezione che mette in imbarazzo tutti gli altri. Il governo spagnolo ha capito una cosa semplice e profondissima: la credibilità dell’Europa come soggetto politico si misura sulla sua capacità di applicare il diritto internazionale anche quando costa, anche quando è scomodo, anche quando il partner minacciato è un alleato strategico degli Stati Uniti. Rinunciare a quella credibilità significa trasformare definitivamente l’Unione Europea in un’appendice amministrativa dell’impero americano, priva di voce propria, incapace di rappresentare i valori che millantarsi di incarnare.

E qui tocchiamo il cuore della questione. La sottomissione europea alla politica israeliana non nasce da una convinzione ideale: nasce dalla struttura stessa del sistema atlantico, dalla dipendenza energetica e militare dagli Stati Uniti, dalla paralisi di un’Unione che non ha mai voluto dotarsi di una politica estera realmente autonoma. È la stessa logica che ha trascinato il continente nella guerra per procura in Ucraina, che lo ha reso complice del riarmo più massiccio dal dopoguerra, che oggi lo rende muto davanti al massacro di Gaza, cieco davanti ai coloni della Cisgiordania, sordo davanti alle bombe su Beirut, afono davanti al cappio della Knesset.

Il prezzo che pagheremo davvero

Netanyahu dice che la Spagna pagherà un prezzo. Ma il prezzo vero, quello storico, quello che lascerà cicatrici profonde nella coscienza collettiva, lo stiamo pagando tutti noi. Lo pagheranno le democrazie europee quando i loro cittadini scopriranno definitivamente che i valori proclamati nei trattati sono carta straccia davanti agli interessi geopolitici. Lo pagherà il diritto internazionale, già eroso dalla doppia misura con cui si giudica chi invade l’Ucraina e chi rade al suolo Gaza, chi minaccia una cancelliera tedesca e chi minaccia un premier spagnolo, chi impicca in Iran e chi impicca in Israele. Lo pagheranno le generazioni future, che erediteranno un mondo in cui la parola «genocidio» avrà perso ogni peso giuridico perché è stata usata e negata con troppa disinvoltura.

E lo pagherà, soprattutto, la memoria. Perché un giorno, quando le macerie di Gaza saranno state documentate in ogni loro dettaglio, quando gli archivi si apriranno e i processi si celebreranno, quando le fotografie dei deputati israeliani con il cappio al bavero saranno riproposte nei manuali di storia accanto a quelle di altre epoche oscure, le parole di Netanyahu — «l’esercito più morale del mondo» — verranno studiate come esempio perfetto di propaganda totalitaria, dello stesso tipo che ogni potere criminale ha sempre utilizzato per nascondere i propri crimini dietro la retorica della virtù.

La Spagna, intanto, ha ricordato al mondo che la diplomazia non è sinonimo di silenzio, che la critica non è sinonimo di odio, che il rispetto del diritto internazionale non si negozia con nessuno. Ha ricordato che esiste ancora, in Europa, una sinistra capace di distinguere tra antisemitismo e antisionismo, tra solidarietà con un popolo e complicità con un governo, tra lotta al terrorismo e terrorismo di Stato. È poco, forse. Ma in un continente che ha smarrito la voce, anche una sola voce ferma fa la differenza.

A Netanyahu, che promette vendette, minaccia ritorsioni, bombarda Beirut, protegge i coloni, firma leggi per la forca, resta soltanto l’arma più logora di tutti i tiranni: la paura. Funziona finché funziona. Poi, inevitabilmente, si rivolta contro chi l’ha impugnata. La storia, nella sua lentezza ostinata, ha sempre conservato una memoria più lunga di quella dei ricatti. E le forche, prima o poi, tornano sempre indietro verso chi le ha costruite.

Fonti

Haaretz — Inchieste sui sistemi di targeting «Lavender» e «Where’s Daddy?», 2024-2025. +972 Magazine e Local Call — Reportage sulle regole d’ingaggio e le operazioni militari a Gaza. The Guardian — Coverage della posizione spagnola e dati sull’impunità dei coloni in Cisgiordania (2020-2026). El País — Dichiarazioni ufficiali del governo Sánchez e risposte alle minacce di Netanyahu. UN OCHA — Rapporti sulle vittime civili, gli sfollamenti in Cisgiordania e la distruzione delle infrastrutture sanitarie a Gaza. B’Tselem — Rapporti sull’eradicazione di 21 comunità palestinesi nel 2025 e sulla cooperazione tra coloni ed esercito. Peace Now — Dati sui 750.000 coloni e gli 86 nuovi avamposti del 2025. Save the Children — Analisi sul decuplicarsi degli sfollamenti di minori palestinesi nel primo trimestre 2026. Amnesty International — Condanna della legge sulla pena di morte e richiesta di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Human Rights Watch — Documentazione della distruzione sistematica dei ponti sul fiume Litani (marzo-aprile 2026). Al Jazeera, Reuters, AP — Cronaca dei raid israeliani su Beirut dell’8 aprile 2026. Ministero della Salute libanese — Bilanci delle vittime civili nel sud del Libano e a Beirut. Times of Israel, Knesset — Testo e resoconto del voto sulla legge sulla pena di morte del 30 marzo 2026. Corte Internazionale di Giustizia — Ordinanze sulle misure provvisorie nel caso Sudafrica contro Israele. Corte Penale Internazionale — Mandati di arresto contro i vertici del governo israeliano.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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La Knesset approva la pena di morte per i palestinesi

Una legge razzista che sancisce il suprematismo sionista e sfida il diritto internazionale

Il voto della vergogna

Il 30 marzo 2026 sarà ricordato come il giorno in cui lo Stato di Israele ha legalizzato la pena capitale su base etnica. La Knesset, dopo quasi dodici ore di dibattito, ha approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari la legge che introduce la condanna a morte per gli autori di atti classificati come terrorismo. Il premier Benjamin Netanyahu si è presentato personalmente in aula per votare a favore, mostrando in modo inequivocabile il sigillo del governo su un provvedimento voluto e imposto dall’estrema destra di Itamar Ben-Gvir e dal suo partito Otzma Yehudit.
Ben-Gvir, che nei giorni precedenti al voto aveva ostentato una spilla a forma di cappio sulla giacca con una teatralità che rievoca le pagine più fosche della storia, ha definito l’approvazione “un giorno di giustizia per le vittime e di deterrenza per i nostri nemici”. Parole che tradiscono non la ricerca della giustizia, ma l’esibizione trionfale del potere di uno Stato che si arroga il diritto di uccidere in modo selettivo i figli di un popolo sottomesso.
Anatomia di una legge etnica

Analizziamo la formulazione del testo approvato, perché è nella sua architettura giuridica che si rivela il carattere suprematista della norma. La legge prevede la pena di morte per “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Questa definizione, apparentemente neutra, è stata progettata con chirurgica precisione per colpire esclusivamente i palestinesi.
In primo luogo, nei territori occupati della Cisgiordania, la pena di morte diventa la sanzione predefinita nei tribunali militari per chiunque sia condannato per omicidio a sfondo terroristico. Questi tribunali hanno giurisdizione esclusivamente sui palestinesi: ai coloni israeliani che vivono nello stesso territorio si applica il diritto civile israeliano. Come ha rilevato l’organizzazione per i diritti umani Adalah, il sistema crea un doppio binario giudiziario in cui soltanto una componente etnica è soggetta alla pena capitale.
In secondo luogo, la clausola che consente l’applicazione della pena di morte anche in territorio israeliano richiede che l’atto sia motivato dall’intento di “negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Tale elemento soggettivo rende virtualmente impossibile l’applicazione della norma a terroristi ebrei di matrice nazionalista, come riconosciuto dalla stessa stampa israeliana. Haaretz ha esplicitamente titolato che la legge “impone la pena di morte per i palestinesi e la prigione per gli israeliani”.
Ulteriori elementi aggravano il quadro: il tribunale può imporre la condanna a morte anche senza richiesta della pubblica accusa; non è necessaria l’unanimità dei giudici, ma basta una maggioranza semplice; l’esecuzione — per impiccagione — deve avvenire entro novanta giorni dalla sentenza, senza possibilità di grazia o clemenza. Un apparato punitivo che cancella ogni garanzia processuale riconosciuta dal diritto internazionale.
Un sistema di apartheid codificato nella legge

Per comprendere appieno la gravità di questa legge è necessario collocarla nel contesto strutturale del regime israeliano di occupazione. Dal 1967, i palestinesi della Cisgiordania sono sottoposti alla legge militare israeliana, mentre i coloni ebrei insediati negli stessi territori godono della piena protezione del diritto civile. Questo sistema duale, già definito apartheid dalla Corte Internazionale di Giustizia nel suo parere consultivo del 2024, trova nella legge sulla pena di morte la sua espressione più estrema e letale.
Amnesty International ha qualificato la legge come “un’ulteriore manifestazione della discriminazione istituzionalizzata contro i palestinesi, pilastro fondamentale del sistema di apartheid israeliano”. La direttrice Erika Guevara Rosas ha dichiarato che con questa legislazione il governo israeliano si è concesso carta bianca per imporre condanne a morte ai palestinesi, nel contesto di un incremento drammatico delle uccisioni extragiudiziarie e delle morti in custodia dal 2023 in poi.
B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani nei territori occupati, ha osservato che Israele uccide già sistematicamente i palestinesi nelle strutture di detenzione e sul campo, con la forza letale impiegata da militari e coloni in assenza quasi totale di responsabilità giuridica. La nuova legge non fa che aggiungere uno strumento di morte in più a questo arsenale già consolidato.
I numeri parlano con bruciante chiarezza: oltre novemiliatrecento palestinesi, tra cui trecentocinquanta minori e sessantasei donne, sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023, almeno cento prigionieri palestinesi sono morti in custodia, alcuni dei quali per torture documentate. I tribunali militari che dovranno applicare la pena capitale operano con un tasso di condanna del 99,7 per cento: una parodia di giustizia nella quale la sentenza di morte è, di fatto, già scritta prima dell’inizio del processo.
Le opposizioni interne e le voci di dissenso

Va riconosciuto che non tutto Israele si è allineato a questa barbarie legislativa. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha immediatamente presentato ricorso alla Corte Suprema chiedendo l’annullamento della legge. Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha denunciato il provvedimento come una “distorta operazione di pubbliche relazioni che sfrutta cinicamente il dolore e la rabbia dei cittadini israeliani per tornaconto politico”. Anche il partito di Benny Gantz ha votato contro.
I vertici militari hanno espresso ripetutamente la propria contrarietà, avvertendo che la legge viola i trattati internazionali di cui Israele è firmatario e potrebbe esporre i comandanti dell’esercito a mandati di arresto all’estero e procedimenti davanti ai tribunali internazionali. Il Consiglio per la Sicurezza Nazionale ha parimenti manifestato la sua opposizione. Anche la rappresentante del Ministero della Giustizia ha definito l’applicazione della pena di morte in Cisgiordania attraverso legislazione civile “molto problematica”.
Queste voci interne dimostrano che la legge non risponde ad alcuna esigenza di sicurezza, ma è il prodotto dell’estremismo ideologico dell’ala più radicale del sionismo religioso, incarnato da Ben-Gvir e dai suoi alleati, che ha piegato l’intero sistema politico israeliano alla logica della supremazia etnica.
Le reazioni internazionali: troppo poco, troppo tardi

Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione” per il carattere “di fatto discriminatorio” della legge, avvertendo che la sua adozione rischia di compromettere gli impegni di Israele rispetto ai principi democratici. Il Consiglio d’Europa ha lanciato un appello al governo israeliano. L’Unione Europea, attraverso il proprio servizio diplomatico, ha ricordato la propria opposizione alla pena capitale “in tutti i casi e in tutte le circostanze”, definendo la legge un grave passo indietro.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, già dal gennaio 2026 aveva sollecitato il ritiro del disegno di legge, qualificandolo come discriminatorio e in violazione del diritto internazionale umanitario. Una dozzina di esperti ONU aveva denunciato la rimozione della discrezionalità giudiziaria e dell’obbligo di considerare le circostanze individuali nella comminazione della pena: un’aberrazione che contrasta con ogni ordinamento giuridico democratico.
Eppure, queste condanne rimangono parole. Dichiarazioni solenni prive di conseguenze. Mentre si esprime “preoccupazione”, non si revocano gli accordi commerciali, non si sospendono le forniture di armi, non si impongono sanzioni. Il divario tra la retorica dei diritti umani e l’azione politica concreta è l’ossigeno che alimenta l’impunità israeliana.
Israele ha abolito il proprio precedente morale

Israele ha abolito la pena di morte per i reati comuni nel 1954 e non ha eseguito alcuna condanna capitale dal 1962, quando fu impiccato Adolf Eichmann per crimini contro l’umanità. Per oltre sessant’anni, questa moratoria de facto ha costituito un precedente morale che lo Stato di Israele poteva esibire come prova della propria adesione ai valori democratici.
Oggi, quella pagina è stata strappata. Non per rispondere a un’emergenza di sicurezza — gli stessi vertici militari e di intelligence si sono opposti alla legge — ma per soddisfare l’agenda politica di un estremista condannato in passato per istigazione al razzismo e per sostenere una coalizione che ha fatto del suprematismo etnico il proprio fondamento programmatico. Come ha osservato il deputato Gilad Kariv, si tratta di “una legge estrema che non esiste in nessun paese democratico al mondo, con gravi difetti morali e un pericoloso controsenso sul piano della sicurezza”.
Un appello alla comunità internazionale

Di fronte a questa legge, il silenzio equivale alla complicità. Non basta esprimere rammarico o preoccupazione. Chiediamo a tutti i paesi liberi dell’Occidente e del mondo intero di agire con la stessa fermezza che hanno mostrato in altri contesti quando i diritti fondamentali sono stati calpestati.
Chiediamo che vengano imposte sanzioni economiche e diplomatiche allo Stato di Israele finché questa legge razzista non sarà abrogata. Chiediamo la sospensione immediata di ogni fornitura di armamenti a un regime che ha codificato nella propria legislazione il principio della discriminazione etnica nella somministrazione della morte. Chiediamo il riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di tutti i paesi che ancora non lo hanno fatto. Chiediamo che la Corte Penale Internazionale acceleri le proprie indagini e che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite assuma provvedimenti vincolanti.
La comunità internazionale non può continuare a tollerare che uno Stato membro delle Nazioni Unite legiferi per uccidere selettivamente i membri di una specifica comunità etnica attraverso un sistema giudiziario costruito appositamente per escludere ogni garanzia processuale. Questo non è antiterrorismo: è terrorismo di Stato elevato a norma giuridica.
Il cappio come simbolo

La spilla a forma di cappio che Itamar Ben-Gvir ha esibito sul bavero della giacca non è un accessorio: è un programma politico. È il simbolo di un potere che non si accontenta più dell’occupazione, della colonizzazione, della detenzione arbitraria e dell’uccisione impunita. Ora pretende di uccidere anche per legge, e di farlo con la selettività che distingue l’apartheid dalla giustizia.
Questa legge non renderà Israele più sicuro: i suoi stessi apparati di sicurezza lo hanno detto con chiarezza. Non porterà giustizia alle vittime del terrorismo: la giustizia non si ottiene attraverso l’omicidio di Stato su base etnica. Questa legge servirà soltanto a confermare ciò che il mondo intero è ormai chiamato a riconoscere: lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, ha abbandonato ogni pretesa democratica e ha scelto la strada dell’apartheid istituzionalizzato.
Sta a noi — cittadini, attivisti, giornalisti, legislatori, governi — decidere se voltarci dall’altra parte o se rispondere a questa sfida con la fermezza che la storia e la coscienza ci impongono.

L’Algoritmo dello Sterminio: Da ELITE a Gaza, la Metamorfosi del Controllo Totale

L’ascesa del complesso militare-tecnologico non è più una distopia letteraria, ma una cronaca quotidiana di efficienza algoritmica applicata alla coercizione. La milizia trumpiana d’assalto anti-immigrazione, l’ICE, si avvale oggi di una piattaforma sviluppata da Palantir che mappa casa per casa le zone urbane incrociando dati sanitari, di viaggi e dei cellulari degli abitanti. Si chiama ELITE ed è l’ultimo esperimento di sorveglianza autoritaria di massa. L’azione di questa polizia d’assalto non è fatta solo di codici, ma di violenza fisica indiscriminata. I tre colpi di pistola che hanno ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good il 7 gennaio 2026 hanno squarciato il velo sul ruolo di “squadraccia” svolto dall’ICE. Ma il bilancio si è aggravato drammaticamente il 24 gennaio con l’omicidio di Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva dedicato alla cura dei veterani. Pretti è stato abbattuto da oltre dieci colpi sparati in cinque secondi mentre filmava gli agenti; nonostante i tentativi della Casa Bianca di bollarlo come un “agitatore insurrezionalista”, le prove video mostrano un uomo disarmato, con un cellulare in mano, brutalmente ucciso mentre cercava di prestare soccorso. A queste morti si aggiungono quelle silenziose in custodia, come quella di Luis Gustavo Núñez Cáceres, morto per mancanza di cure adeguate, e altri decessi documentati solo nel primo mese del 2026. Una milizia fascista la cui azione non sarebbe possibile senza il ruolo di Palantir e la sua piattaforma ELITE, uno strumento di mappatura di massa contro l’immigrazione e contro la stessa democrazia.
Eletto assumendo le tesi del programma reazionario Project 2025, Donald Trump ha avviato la sua seconda presidenza sulle linee del suprematismo razziale bianco, promuovendo l’arresto e l’espulsione forzata di migliaia di immigrati. Nonostante le promesse elettorali di J. D. Vance su un milione di espulsioni, i primi mesi mostravano numeri relativamente modesti, con circa 18.000 arresti a febbraio. Per correggere questa situazione e raggiungere gli obiettivi dichiarati, è entrata in gioco l’azione di Palantir Technologies, la big tech securitaria fondata da Peter Thiel e Alex Karp. Nell’aprile 2025 è divenuto pubblico un contratto da 30 milioni di dollari per la costruzione di “Immigration OS”, un sistema operativo atto a potenziare la sorveglianza e la gestione dei casi in carico all’ICE. Sebbene ufficialmente presentato per snellire l’identificazione di chi soggiorna con visto scaduto, inchieste indipendenti di 404 Media hanno rivelato scopi ben più oscuri, come lo sviluppo di strumenti di supporto per le deportazioni di massa e la creazione di un database di indizi utili alla cattura di singole persone attraverso l’incrocio di dati amministrativi. Il culmine di questo percorso è ELITE, una piattaforma di supporto per identificare interi quartieri da setacciare.
Il rapporto tra Palantir e l’ICE risale al 2014 con la piattaforma Falcon, che funge da sistema nervoso centrale delle investigazioni del Dipartimento di Sicurezza Interna. Questa fornisce quella che l’azienda definisce l’ontologia dei dati: milioni di record su studenti stranieri, patenti di guida, tracce di viaggi aerei e dati estratti dai telefoni cellulari. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, l’obiettivo si è spostato dal supporto a indagini singole all’ottimizzazione di operazioni massive contro gli immigrati. Si configura un vero apartheid digitale, sostenuto apertamente da Alexander Karp, amministratore delegato dell’azienda e, paradossalmente, sostenitore democratico. La logica operativa di ELITE sostituisce la ricerca individuale con forme di rastrellamento basate su logiche puramente territoriali. In una mappa interattiva viene disegnato il perimetro di un’area urbana e il sistema interroga la rete dei dati incrociando le informazioni dello Human and Health Services, i dati di Medicaid e del servizio rifugiati. Viene estratto un catalogo di bersagli con relativi dossier esplicativi e punteggi di confidenza sulla loro effettiva presenza fisica. Gli agenti intervengono in modalità “caccia”, massimizzando il numero di espulsioni per singola azione, accettando il rischio elevato di feriti o morti come effetti collaterali necessari all’efficienza statistica.
Le radici di ELITE affondano nella collaborazione strategica tra Palantir e le sezioni informatiche israeliane, in particolare la Unit 8200. Nella Striscia di Gaza, la tecnologia di Palantir alimenta la cosiddetta “kill chain”. Attraverso sistemi come Lavender e “Where’s Daddy?”, l’infrastruttura di analisi dati ha permesso all’esercito israeliano di generare migliaia di obiettivi umani in tempi record. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha citato esplicitamente la partnership tra Palantir e il Ministero della Difesa israeliano, parlando di una possibile complicità legale in crimini di guerra e genocidio. Alex Karp ha paragonato il potere della guerra algoritmica a quello delle armi nucleari tattiche. La de-umanizzazione è totale: se a Gaza l’output è un attacco drone, negli USA è una squadraccia che sfonda la porta di un infermiere come Alex Pretti.
L’Europa appare del tutto incapace di contrastare questo modello di sicurezza privatizzato. Il rischio che questa tecnologia venga utilizzata in ogni parte del mondo per criminalizzare il dissenso è reale. Due notizie recenti confermano la gravità della situazione: le negoziazioni per l’Enhanced Border Security Partnership, che condividerebbe database biometrici europei con il DHS americano violando il GDPR, e il cloud “europeo” di Amazon che, nonostante la localizzazione dei server, resta assoggettato al Cloud Act USA, permettendo alle autorità americane l’accesso ai dati ovunque si trovino. Quanto sta avvenendo con ELITE va interpretato come un caso di studio sulla possibile evoluzione distopica del potere statale nell’era digitale. Le architetture software incarnano visioni politiche autoritarie e razziste. Non dobbiamo abbassare la guardia: una società dove lo Stato può prevedere ogni movimento trasformando la popolazione in dati interrogabili non è più una società libera. Dobbiamo reagire con fermezza estrema. È necessario attivare il protagonismo di una cittadinanza informata che rifiuti di essere catalogata e colpita da un algoritmo. La resistenza che parte dalle strade di Minneapolis e dalle denunce dei crimini a Gaza è l’unico punto di partenza per una società che si rifiuta di diventare un bersaglio. Dobbiamo pretendere lo smantellamento di questi sistemi e il ritorno a una giustizia umana, trasparente e basata sul diritto, non sulla potenza di calcolo di una big tech.

IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

Israele, profilo di un paese suprematista. Parte II: la Cisgiordania come laboratorio dell’annessione

C’è un dettaglio che, da solo, smonta la favola ripetuta per decenni: quando una tregua viene firmata, il linguaggio della politica promette una pausa; ma sul terreno continuano i colpi, gli arresti, gli sgomberi, le demolizioni. La tregua diventa un titolo, non un fatto.

Dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la violenza non è evaporata: a Gaza, secondo ricostruzioni basate su dati di autorità locali e organismi internazionali, le uccisioni sono proseguite giorno dopo giorno. E, mentre l’attenzione mediatica occidentale spostava l’obiettivo altrove, la Cisgiordania diventava il teatro di un’accelerazione “silenziosa” ma chiarissima: trasformare l’occupazione in annessione di fatto.

Questa non è un’interpretazione “militante”. È una dinamica leggibile nei numeri, nei provvedimenti, nelle parole dei ministri, nell’inerzia delle cancellerie europee e statunitensi.

L’annessione a bassa intensità: coloni armati, impunità, record di attacchi

La Cisgiordania non è esplosa “nonostante” la tregua di Gaza: è esplosa anche per effetto della tregua. Il paradosso è che la sospensione parziale delle operazioni a Gaza ha coinciso con un salto di qualità sul fronte coloniale e repressivo in Cisgiordania, dove la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti hanno trovato un corridoio politico più largo, e un costo internazionale praticamente nullo.

Le Nazioni Unite, attraverso OCHA, hanno registrato nell’ottobre 2025 il più alto numero mensile di attacchi di coloni da quando il monitoraggio è iniziato nel 2006: oltre 260 episodi, con vittime e/o danni, una media di circa otto al giorno. Non è un “picco” casuale: è un clima. Un ecosistema.

E dentro questo ecosistema c’è la regola non scritta che rende tutto possibile: l’impunità. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, solo una piccola quota dei casi di violenze di civili israeliani contro palestinesi arriva a conseguenze penali: il tasso indicato per gli anni 2005–2023 è estremamente basso.

Quando la punizione è improbabile, la violenza diventa abitudine. Quando l’abitudine si arma, diventa milizia.

“Licenze” e milizie: l’armamento come infrastruttura politica

Dopo il 7 ottobre 2023, la corsa alle armi nelle colonie ha avuto un’accelerazione ulteriore, sostenuta politicamente. Il ministro Itamar Ben-Gvir ha rivendicato l’aumento delle licenze di porto d’armi, presentandolo come misura di “sicurezza”. In pratica, in molte aree coloniche, la linea tra civili armati e gruppi paramilitari si assottiglia fino quasi a sparire.

Il risultato non è solo un aumento di aggressioni: è l’alterazione del controllo territoriale. Un colono armato, protetto da un sistema che raramente punisce, non è un “cittadino”: diventa un dispositivo di pressione permanente, capace di spingere famiglie, pastori e comunità a lasciare terre e villaggi senza bisogno di un atto formale di espulsione. È lo sgombero per logoramento.

L’esercito e l’operazione “Iron Wall”: lo sfollamento come politica

Accanto alla violenza dei coloni, c’è la componente militare, che negli ultimi mesi ha consolidato una strategia: svuotare, demolire, impedire il ritorno.

L’operazione “Iron Wall”, avviata nel gennaio 2025, ha colpito in modo particolare campi profughi e centri urbani del nord della Cisgiordania, come Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Diverse fonti umanitarie e per i diritti umani parlano di decine di migliaia di sfollati e di una distruzione su vasta scala di abitazioni e infrastrutture civili, con campi rimasti in parte “svuotati” e famiglie impossibilitate a rientrare.

Se una popolazione viene spostata e poi tenuta fuori, il messaggio non è “antiterrorismo”: è rimodellamento demografico e territoriale. E ogni rimodellamento, in un contesto coloniale, è sempre una forma di annessione.

L’annessione burocratica: insediamenti, catasti, “legalizzazioni”

C’è poi il livello più subdolo, quello che si presenta con carta intestata e linguaggio amministrativo.

Nel dicembre 2025, il governo israeliano ha concesso status legale a 19 insediamenti/outpost in Cisgiordania, scelta letta da molti osservatori come un passo ulteriore verso la normalizzazione dell’illegalità coloniale. La reazione di diversi Paesi occidentali è stata, ancora una volta, principalmente verbale: dichiarazioni, appelli, formule di rito.

Sul piano interno israeliano, la risposta politica è stata sfrontata: rivendicare un “diritto” ebraico alla terra, cancellando la realtà giuridica dell’occupazione e la presenza palestinese come se fosse un dettaglio fastidioso.

Parallelamente, strumenti come i processi di registrazione fondiaria e le politiche “catastali” in Area C vengono descritti da analisti e osservatori come leve capaci di produrre espropri e consolidare la presenza colonica: l’annessione non sempre avanza con i carri armati, spesso avanza con i timbri.

Lo strangolamento economico: checkpoint, tasse trattenute, banche sotto ricatto

Il controllo territoriale non è solo militare o colonico: è anche economico.

La Cisgiordania è attraversata da una rete fittissima di ostacoli al movimento, con centinaia di checkpoint e barriere che paralizzano lavoro, scuola, cure, vita quotidiana. I dati ONU sul movimento e l’accesso descrivono un sistema di frammentazione che non è emergenza: è struttura.

Poi c’è la leva finanziaria più potente: le entrate fiscali palestinesi raccolte da Israele e trasferite (o non trasferite) all’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo un lancio Reuters del settembre 2025, le somme trattenute si avvicinavano a circa 3 miliardi di dollari, con effetti potenzialmente destabilizzanti su salari pubblici e tenuta istituzionale.

Infine, il ricatto bancario: la cooperazione tra banche israeliane e palestinesi, necessaria per la circolazione dello shekel e per i pagamenti, è stata più volte messa in discussione dal ministro delle Finanze Smotrich, fino all’annuncio della cancellazione di un waiver cruciale, misura che espone l’economia palestinese al rischio di blocco.

Un territorio occupato può essere piegato senza sparare un colpo, se viene reso economicamente invivibile. È una forma di guerra amministrativa: meno telegenica, più efficace.

Arresti di massa e detenzione: la prigione come paesaggio

In questo quadro, l’apparato detentivo è un’altra colonna portante. Organizzazioni palestinesi per i prigionieri hanno stimato, al settembre 2025, oltre 19.000 detenzioni in Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa) dall’inizio della guerra su Gaza, con numeri elevati anche tra i minori.

Al di là dei conteggi, la questione centrale è politica: l’arresto diventa routine di controllo sociale. E quando si combina con operazioni militari, colonizzazione e strangolamento economico, produce una pressione totale: sulla terra, sul corpo, sul tempo.

Il silenzio occidentale e la sparizione dall’agenda

Qui si arriva al punto più rivelatore: l’Occidente “condanna” ma non interviene. Le dichiarazioni si moltiplicano, le misure concrete evaporano. Le parole restano in superficie, mentre sul terreno cambia la sostanza.

La narrativa dell’“unica democrazia del Medio Oriente” funziona come una coperta: copre l’asimmetria radicale tra occupante e occupato, copre l’annessione che avanza, copre l’impunità, copre l’idea stessa che si possa demolire un campo profughi e chiamarlo “necessità operativa”.

Quando l’agenda setting occidentale si distrae, non è neutralità: è complicità per omissione. E la Cisgiordania, oggi, è la prova più chiara che la tregua non ha mai significato pace, ma solo redistribuzione della violenza su altri spazi, con altre tecniche, e con lo stesso obiettivo: rendere impossibile uno Stato palestinese, fino a farlo sembrare un’utopia infantile.

L a democrazia come marchio, l’annessione come realtà

Se la democrazia è ridotta a un marchio geopolitico, può convivere con l’apartheid, con l’annessione, con il suprematismo, con la punizione collettiva. Il punto non è più chiedersi se Israele assomigli a una democrazia. Il punto è chiedersi che cosa sia diventata la parola “democrazia” quando viene usata per proteggere l’indifendibile.

E la Cisgiordania, in questo inizio 2026, racconta una verità semplice e feroce: non serve dichiarare l’annessione, basta praticarla ogni giorno, finché il mondo si abitua.

Note finali e fonti essenziali
Questo articolo è pensato come continuazione tematica del precedente approfondimento sul profilo politico-istituzionale di Israele, spostando il fuoco sulla Cisgiordania come perno dell’annessione di fatto. https://mariosommella.wordpress.com/2025/12/27/lunica-democrazia-del-medio-oriente/

Fonti citate: aggiornamenti e report OCHA/ONU sugli attacchi dei coloni e sugli ostacoli al movimento ; dati Yesh Din sull’esito giudiziario delle violenze dei civili ; Reuters e Guardian su legalizzazione/approvazione di nuovi insediamenti e reazioni internazionali ; Reuters su fondi fiscali palestinesi trattenuti ; Reuters sul waiver bancario ; Reuters e AP su cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e prosecuzione della violenza ; Reuters, HRW e AP su “Iron Wall” e sfollamenti/demolizioni ; stime PPS su detenzioni e minori .h

L’unica democrazia del Medio Oriente

Israele tra suprematismo giuridico, censura strutturale e guerra permanente anche dopo la tregua

“L’unica democrazia del Medio Oriente” è diventata una formula pronta all’uso: un lasciapassare morale che, in Occidente, sostituisce la verifica dei fatti. Funziona così: si pronuncia quella frase e, come per magia, tutto il resto diventa “complesso”, “controverso”, “difensivo”. Ma se si guardano le scelte legislative, il trattamento riservato ai palestinesi, la gestione dell’informazione e il modo in cui vengono ostacolate perfino le organizzazioni umanitarie, quella definizione non regge. O meglio: rivela che cosa è diventata, oggi, la parola democrazia quando viene piegata a coprire la forza.

Il punto non è negare che esistano elezioni e pluralismo formale. Il punto è capire se quel pluralismo possa ancora essere chiamato democratico quando convive con un impianto giuridico e politico che istituzionalizza gerarchie etniche, normalizza la colonizzazione e si dota di strumenti sempre più autoritari per mettere a tacere chi documenta, denuncia o soccorre.

Un suprematismo scritto in legge

Un passaggio vale più di mille editoriali autoassolutori: la Basic Law del 2018, “Israel – The Nation State of the Jewish People”, stabilisce che la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusiva del popolo ebraico.

Non è una scivolata retorica: è un principio costituzionale. In un colpo solo, si consacra una cittadinanza a due velocità e si rende “naturale” ciò che altrove verrebbe definito discriminazione strutturale.

Questo è il nodo che molte organizzazioni per i diritti umani hanno provato a rendere leggibile con parole nette. B’Tselem ha parlato di “regime di supremazia ebraica” tra Giordano e Mediterraneo.  Human Rights Watch ha definito il sistema come crimini di apartheid e persecuzione.  Amnesty International ha concluso che si tratta di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Si può discutere di lessico e cornici, ma intanto la parola “democrazia” continua a essere ripetuta come un mantra, mentre la realtà materiale la svuota.

La pena di morte a senso unico

Dentro questo quadro, la spinta verso la pena di morte non è un episodio marginale: è un segnale di direzione. Nel novembre 2025 la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge per introdurre la pena capitale per “terrorismo”.

In astratto potrebbe apparire come una misura “generale”. Nella pratica, in un contesto in cui l’etichetta di “terrorismo” è spesso applicata in modo asimmetrico, l’impatto ricadrebbe quasi esclusivamente sui palestinesi, con un effetto selettivo e politico.

È qui che la democrazia diventa dispositivo punitivo identitario: non si limita a sanzionare atti, tende a colpire un gruppo.

La censura come architettura di Stato

Ogni colonialismo ha un punto debole: la visibilità. Per questo, accanto alle armi, servono i filtri. E negli ultimi anni si è consolidato un sistema di controllo dell’informazione sempre meno “emergenziale” e sempre più strutturale.

+972 Magazine ha documentato che nel 2024 la censura militare ha raggiunto livelli record: 1.635 articoli vietati e 6.265 parzialmente oscurati.

Non si tratta di un dettaglio tecnico: è un meccanismo quotidiano che modella ciò che può essere raccontato e ciò che deve restare fuori campo.

C’è poi un livello culturale, persino psicologico. Il Committee to Protect Journalists, riportando le parole di Nir Hasson (Haaretz), evidenzia un dato decisivo: i media israeliani, in larga parte, si collocano dentro lo sforzo bellico, evitando di raccontare la catastrofe umanitaria.

Quando l’informazione diventa branca della guerra, la democrazia si trasforma in scenografia.

La “legge Al Jazeera” e la normalizzazione del bavaglio

Il simbolo politico di questa deriva è la cosiddetta “Al Jazeera Law”, la norma che ha dato al governo poteri straordinari per chiudere media stranieri considerati una minaccia alla sicurezza, con sequestri e blocchi di siti.

Il passaggio decisivo arriva quando l’eccezione diventa regola: a dicembre 2025 la Knesset ha esteso la legge fino alla fine del 2027.

Non più un provvedimento temporaneo, ma un modello stabile in cui l’esecutivo rivendica la facoltà di spegnere la voce scomoda.

Nello stesso clima si inserisce anche la discussione sulla chiusura della storica Army Radio entro marzo 2026, criticata da chi teme un ulteriore indebolimento di spazi informativi non allineati.

La tregua che non ferma la morte

La parola “tregua” viene spesso raccontata come chiusura di un capitolo. Sul terreno, però, la violenza non si interrompe automaticamente perché lo impone il titolo di un telegiornale.

Secondo un report UNRWA, che cita dati OCHA, dalla tregua risultano uccisi centinaia di palestinesi e molti altri feriti.  Anche esperti ONU dell’OHCHR hanno riportato centinaia di violazioni dopo l’annuncio dell’11 ottobre 2025, includendo uccisioni che coinvolgono minori.

La cronaca di dicembre 2025 conferma la continuità: il Guardian ha riportato l’uccisione di palestinesi in una scuola-rifugio a Gaza City, indicando che si tratta di morti avvenuti dopo il cessate il fuoco.

Questa persistenza della violenza, mentre la parola “tregua” gira come moneta buona, produce un effetto politico preciso: spegne l’attenzione. Se la tregua viene narrata come “fine”, ciò che accade dopo diventa episodio, incidente, parentesi, mai struttura. E invece è struttura.

Cisgiordania: l’aggressione dei coloni come metodo

Mentre Gaza viene spinta fuori dall’agenda mediatica, in Cisgiordania la colonizzazione continua a mordere. Qui la tregua non vale come tregua: vale come schermo.

Il 23 dicembre 2025 l’Associated Press ha raccontato un attacco di coloni a una casa palestinese, con vandalismi e animali uccisi, e ha richiamato dati ONU su una frequenza elevata di aggressioni in certi periodi.

Non è “devianza” di frange impazzite: è la forma sociale della colonizzazione. Dove l’esercito controlla, i coloni espandono. Dove i coloni espandono, lo Stato consolida. E il diritto internazionale viene degradato a opinione.

Il colpo alle ONG: quando anche curare diventa sospetto

Il passaggio più rivelatore è quello che riguarda la guerra contro l’aiuto. Nuove regole di registrazione per le organizzazioni internazionali, con effetto dal 1 gennaio 2026, secondo Medici Senza Frontiere rischiano di compromettere attività salvavita a Gaza e in Cisgiordania.

Qui non c’è solo burocrazia: c’è politica. Se il criterio diventa dimostrare di non “delegittimare”, la solidarietà può essere trasformata in colpa e la testimonianza in minaccia. Altre ONG hanno parlato di impatto potenzialmente devastante, tra respingimenti e incertezza per decine di organizzazioni.

È la logica del controllo totale: non basta dominare un territorio, occorre dominare anche la possibilità stessa di raccontarlo e di tenere in vita chi lo abita.

Che cosa resta della “democrazia”

A questo punto la contraddizione non si può più coprire con formule. O si smette di chiamare democrazia un sistema che costituzionalizza l’esclusività etno-nazionale, discute la pena di morte con impatto selettivo, estende leggi per chiudere media stranieri e alza muri contro chi salva vite.

Oppure si accetta la verità più scomoda: esistono democrazie che convivono con pratiche di apartheid, colonizzazione e annientamento. Democrazie che votano ma non riconoscono l’uguaglianza; che parlano di libertà ma censurano; che invocano sicurezza mentre puniscono l’esistenza stessa di un popolo.

Ed è qui che l’Occidente non è spettatore: è complice. Perché la formula “unica democrazia del Medio Oriente” non descrive Israele. Descrive la disponibilità occidentale a chiamare civiltà ciò che conviene e a chiamare “controversia” ciò che dovrebbe scandalizzare.

Fonti essenziali

Basic Law “Israel – The Nation State of the Jewish People” (Knesset):

Rapporti e analisi su apartheid e supremazia:

Censura militare e dati 2024 (+972 Magazine):

Analisi su informazione e guerra, citazione Hasson (CPJ):

Estensione “Al Jazeera Law” fino al 2027:

Disegno di legge sulla pena di morte, prima lettura (novembre 2025):

Violazioni post-cessate il fuoco e dati ONU/UNRWA-OCHA:

Cronaca su uccisioni a Gaza dopo la tregua (dicembre 2025):

Attacchi dei coloni in Cisgiordania (dicembre 2025):

Nuove regole di registrazione ONG e allarme MSF:

Note finali

Nel dibattito pubblico occidentale, il “cessate il fuoco” viene spesso trattato come un finale: proprio per questo, documentare ciò che continua dopo la tregua è decisivo. La realtà che non viene mostrata non scompare, semplicemente smette di pesare sulle coscienze.

Oblio programmato. Come il cessate il fuoco ha reso invisibile il genocidio palestinese

Moni Ovadia lo aveva annunciato con lucidità crudele: il momento peggiore sarebbe arrivato dopo il cessate il fuoco. Non quando le bombe cadevano su Gaza in diretta mondiale, ma quando la guerra sarebbe stata congelata a metà, le macerie ormai accumulate e l’attenzione spostata altrove. È esattamente quello che sta accadendo.

Con la tregua, la Palestina è scivolata fuori dall’inquadratura. La guerra non è finita: è stata semplicemente espulsa dal discorso pubblico dominante, mentre sul terreno prosegue la distruzione lenta, amministrativa, “a norma di diritto” di un intero popolo. È un caso di scuola di ingegneria del consenso: il genocidio non viene negato frontalmente, viene lasciato evaporare nella distrazione generale.

Dal prime time al silenzio: l’arte di spegnere i riflettori

Durante i mesi più sanguinosi dell’offensiva su Gaza, televisioni e giornali erano costretti, loro malgrado, a fare i conti con l’orrore: ospedali colpiti, quartieri polverizzati, famiglie intere cancellate, il nome di Al-Shifa ripetuto fino alla nausea. Poi è arrivato il cessate il fuoco, presentato come “svolta diplomatica” e “inizio di un nuovo capitolo”.

Da quel momento la presenza della Palestina nei palinsesti ha iniziato a scalare come si scalano i farmaci: una notizia in meno al giorno, un collegamento in meno da Rafah, qualche articolo di taglio umanitario confinato nelle pagine interne. Fino a dissolversi quasi del tutto, mentre l’agenda si riempiva di altre emergenze: il Sudan di nuovo in fiamme, un nuovo fronte, un’ennesima crisi da raccontare con lo stesso linguaggio superficiale.

È il meccanismo tipico con cui il sistema mediatico gestisce le guerre “scomode”. Non si riconosce l’ingiustizia alla radice, la si trasforma in “crisi” come le altre, con un inizio e una fine televisiva. Una volta raggiunto il livello di distruzione ritenuto “sufficiente”, si dichiara conclusa la fase acuta e si archivia il caso. Sul terreno, però, la violenza continua sotto altre forme.

Algoritmi come frontiera coloniale: la censura digitale della Palestina

Questo processo di rimozione non riguarda solo i media tradizionali. Anche lo spazio digitale è stato normalizzato a colpi di algoritmo. Attivisti, giornalisti, utenti comuni hanno denunciato un drastico calo di visibilità dei contenuti su Gaza e Cisgiordania, con post che spariscono dai feed, profili congelati, account oscurati. Quello che viene chiamato “shadow banning” assume, in questo contesto, la forma di un vero e proprio colonialismo digitale.

Non si tratta solo di impressioni soggettive. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato come le piattaforme di Meta abbiano applicato in modo sistematico politiche di moderazione che penalizzano i contenuti pro-palestinesi, cancellando post, chiudendo account e oscurando storie che documentavano crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

A questo si aggiungono i rilievi delle Nazioni Unite: una commissione e la Relatrice speciale sulla libertà di espressione hanno denunciato che molte piattaforme occidentali hanno rimosso in modo sproporzionato contenuti che esprimevano solidarietà al popolo palestinese rispetto a quelli che incitavano apertamente alla violenza contro di esso.

Dietro il linguaggio neutro delle “policy” – sicurezza, contrasto all’odio, contenuti sensibili – si nasconde un’operazione profondamente politica: rendere meno visibile, meno dicibile, meno condivisibile la sofferenza palestinese. È una forma di censura che non ha più bisogno della forbice del censore in redazione: basta un modello di machine learning addestrato sulla percezione dominante di chi è “pericoloso” e chi no. Il risultato è che il genocidio si consuma anche nella timeline, in un deserto di informazioni costruito artificialmente.

Gaza dopo il fuoco: un futuro cancellato, non una guerra finita

La narrazione del “cessate il fuoco” si infrange contro i numeri. Secondo le analisi satellitari delle Nazioni Unite, tra il 70 e l’80% degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato, con stime più recenti che parlano di oltre quattro strutture su cinque colpite in qualche modo. Ci sono più di 50 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: solo per liberare il suolo servirebbero decenni e miliardi di dollari.

Parliamo di città in cui quasi tutte le abitazioni sono danneggiate, con infrastrutture vitali – ospedali, scuole, reti idriche, centrali elettriche – sistematicamente prese di mira. Le stime ONU parlano di decine di migliaia di morti, in maggioranza donne e bambini, e di milioni di sfollati interni costretti a vivere in accampamenti sovraffollati.

È in questo contesto che la tregua esplode nella sua vera natura: una pausa nell’uso massiccio delle bombe, accompagnata da un proseguimento delle violenze strutturali. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari – dal carburante alle attrezzature mediche, dai depuratori ai vestiti invernali – trasforma la fame, la sete, le malattie in nuove armi di guerra. Gli organismi umanitari avvertono da mesi che la popolazione del nord di Gaza è a rischio imminente di morire per fame, malattie e violenza combinati.

Oxfam e altre ONG hanno denunciato con chiarezza che il blocco degli aiuti viola il diritto internazionale umanitario e configura una responsabilità diretta di chi ostacola l’accesso a cibo, acqua e cure. Ma queste parole raramente arrivano al grande pubblico: non “fanno notizia” quanto il balletto diplomatico sui negoziati, i rimpalli di dichiarazioni tra governi occidentali e governo israeliano.

Nel frattempo, frammenti di report indipendenti parlano di “futuricidio”: non solo la distruzione di vite, ma l’annientamento sistematico delle condizioni minime perché un popolo possa immaginare un futuro sulla propria terra.

La Cisgiordania nell’ombra: annessione strisciante e violenza di coloni

Mentre Gaza monopolizzava il poco spazio rimasto nei media, in Cisgiordania si è consumata una tragedia parallela, spesso relegata a note a piè di pagina. Dal 2023 in avanti, i dati dell’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari raccontano di una escalation costante di violenza dei coloni, di operazioni militari nei campi profughi, di comunità intere costrette allo sfollamento. Migliaia di palestinesi, tra cui moltissimi bambini, sono stati cacciati dalle loro case e terre a causa degli attacchi dei coloni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano.

In parallelo, il governo israeliano ha accelerato l’espansione delle colonie. Un rapporto dell’Unione Europea segnala che nel solo 2024 sono stati avanzati quasi 29.000 nuovi alloggi nei territori occupati, consolidando una presenza coloniale che supera ormai i 730.000 coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nel 2025, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato la legalizzazione e la creazione di 22 nuovi insediamenti, il più grande salto in avanti nel progetto di colonizzazione dalla stagione degli accordi di Oslo.

È qui che si comprende il vero “uso politico” del cessate il fuoco: mentre l’opinione pubblica viene persuasa che la fase di emergenza è alle spalle, sul terreno si consolidano fatti compiuti irreversibili. Terreni confiscati, comunità spezzate da strade di collegamento per i coloni, avamposti improvvisati che in pochi mesi diventano “quartieri” destinati a essere integrati nello Stato israeliano. L’annessione de facto procede pezzo per pezzo, sotto l’ombrello di un diritto internazionale continuamente invocato e regolarmente violato.

La complicità dei “garanti” dell’ordine internazionale

Tutto questo non avviene nel vuoto. I governi occidentali che si presentano come custodi dell’ordine liberale globale continuano a garantire al governo israeliano appoggio politico, copertura diplomatica e forniture di armi. Solo a fronte delle denunce più gravi – come le valutazioni degli organi ONU secondo cui esiste un rischio plausibile di genocidio nelle operazioni condotte a Gaza – alcune capitali europee hanno iniziato a parlare, timidamente, di revisione degli accordi e di possibili sospensioni.

Oxfam ha ricordato più volte che, finché accordi commerciali preferenziali e vendite di armamenti proseguiranno come se nulla fosse, l’Unione Europea e i suoi Stati membri si renderanno complici delle violazioni del diritto internazionale umanitario.

Il copione è noto: dichiarazioni di “profonda preoccupazione”, appelli alla “moderazione delle parti”, richiami verdi alle “indagini indipendenti”, mentre sul terreno si consuma una politica di espulsione e frammentazione del popolo palestinese pensata da anni. L’ipocrisia è tutta qui: si proclama la centralità dell’ordine giuridico internazionale, ma quando una delle potenze alleate viene accusata di crimini gravissimi, l’ordine si trasforma in foglia di fico.

La libertà come memoria: contro il genocidio dell’oblio

Lo storico Yosef Hayim Yerushalmi ricordava che la libertà si fonda sulla memoria. Dimenticare – o far dimenticare – un genocidio in corso significa accettarne la continuazione. Nel caso palestinese, la rimozione non è un effetto collaterale: è parte integrante della strategia. Tagliare la connessione tra ciò che accade sul terreno e la coscienza delle persone è oggi una funzione centrale tanto dei media mainstream quanto delle piattaforme digitali.

Resistere a questo processo significa assumere la memoria come pratica politica. Vuol dire rifiutare la narrazione tranquillizzante del “dopo la guerra”, continuare a nominare Gaza come ciò che è: non un disastro naturale, ma il prodotto di scelte militari e politiche precise; non un “conflitto simmetrico”, ma l’esito di decenni di occupazione, colonizzazione e apartheid.

È qui che entra in gioco la responsabilità dei movimenti, dei collettivi, dei sindacati, delle comunità studentesche, delle realtà culturali e dei media indipendenti. Tenere viva la questione palestinese non è un gesto di solidarietà astratta, ma un atto di difesa del diritto internazionale e della stessa idea di democrazia. Significa:
• sostenere le inchieste indipendenti e le azioni giudiziarie internazionali
• documentare, archiviare, tradurre testimonianze e rapporti dal campo
• smontare la propaganda che equipara ogni critica a Israele all’antisemitismo
• esercitare pressione politica concreta, dalla sospensione degli accordi militari ai boicottaggi economici e accademici.

Il cessate il fuoco, in questa prospettiva, non è la fine della storia ma il momento in cui si decide se il genocidio verrà archiviato come “tragico eccesso” o riconosciuto per ciò che è, chiamando per nome i responsabili.

O si sta dalla parte del diritto, o dalla parte dell’oblio

La rimozione del genocidio palestinese dal discorso pubblico, dopo la tregua, è un test di civiltà globale. Non è solo la misura della potenza militare di Israele o della fragilità del popolo palestinese. È lo specchio della crisi morale e politica dell’Occidente, che preferisce silenziare la realtà piuttosto che mettere in discussione i propri alleati e il proprio ruolo.

In gioco non c’è solo il destino di Gaza o della Cisgiordania. C’è la credibilità di parole come “diritti umani”, “ordine internazionale”, “mai più”, svuotate ogni giorno in cui si accetta che un popolo venga schiacciato sotto le macerie – fisiche e simboliche – nel silenzio quasi generale.

Opporsi all’oblio programmato significa prendere posizione. Non esiste neutralità possibile: o si sta dalla parte del diritto, della memoria e della giustizia, o si finisce, per inerzia, dalla parte di chi conta sui nostri occhi rivolti altrove.