Il generale e la macchina dell’odio

Vannacci, Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario

C’è una domanda che la sinistra italiana continua a eludere, preferendo l’anatema alla comprensione: come si forma, nel 2026, un movimento politico di massa a partire da un libro scritto da un generale che sostiene che gli omosessuali non sono normali, che la sostituzione etnica è in corso e che il merito è stato assassinato dal buonismo? La risposta non è semplice, ma è urgente. Roberto Vannacci non è un’anomalia. È una funzione. E la funzione che svolge nel sistema politico italiano dice molto più sul fallimento della sinistra che sulla bontà delle sue idee.

In febbraio 2026, con l’abbandono della Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Vannacci ha compiuto il passo che molti osservatori attendevano da mesi. Il logo del nuovo partito — una fiamma tricolore, identica a quella di Fratelli d’Italia — non è una coincidenza estetica: è una dichiarazione programmatica. Il generale non si nasconde. Annuncia apertamente una destra “vera, orgogliosa, identitaria, pura e contagiosa”. Parole che avrebbero fatto imbarazzare qualunque politico di professione. Parole che invece, in un sistema politico-mediatico sempre più incapace di elaborare il conflitto sociale, diventano benzina elettorale.

1. L’influencer con le stellette: anatomia di un fenomeno

Roberto Vannacci nasce politicamente nel 2023, quando pubblica a proprie spese Il mondo al contrario, un pamphlet reazionario scritto in stile diretto, aggressivo e sistematicamente contrario ad ogni forma di pensiero progressista. Il libro vende centinaia di migliaia di copie. Non perché riveli qualcosa di nuovo. Ma perché dice ad alta voce ciò che una parte consistente della popolazione italiana pensa sottovoce, intimorita da un presunto conformismo liberal che in realtà non ha mai dominato davvero il dibattito pubblico del paese.

Quello che costruisce Vannacci non è un’ideologia originale. È un dispositivo comunicativo. La sua forza non risiede nella profondità del pensiero — che è assente — ma nella capacità di intercettare simultaneamente più flussi emotivi: la frustrazione del ceto medio impoverito, l’insofferenza verso la cosiddetta politicamente correttezza percepita come imposizione elitaria, la paura dell’insicurezza urbana, il rimpianto di un ordine sociale che non è mai esistito così come viene immaginato. Alle elezioni europee del giugno 2024, candidato nella lista della Lega, raccoglie oltre cinquecentomila preferenze personali, diventando il candidato più votato dell’intera lista. È il secondo più votato in assoluto in Italia. Entra al Parlamento Europeo e viene eletto vicepresidente del gruppo dei Patrioti per l’Europa.

Il meccanismo che produce questo risultato è antico nelle sue strutture profonde, ma radicalmente nuovo nelle sue forme tecnologiche. Vannacci è un general-influencer: una figura che utilizza i social media, la visibilità televisiva e il formato editoriale del saggio provocatorio per costruire un pubblico fidelizzato intorno a un’identità condivisa di opposizione. Non oppone il lavoro al capitale. Oppone il “popolo sano” alle élite corrotte dal cosmopolitismo, dall’immigrazione e dal progressismo culturale. È un populismo culturale travestito da buon senso.

2. Cyberfascismo: la matrice digitale del consenso reazionario

Per comprendere davvero il fenomeno Vannacci è necessario uscire dalla politologia contingente e collocarlo dentro una trasformazione più profonda del capitalismo contemporaneo. Quello che stiamo osservando non è semplicemente la resurrezione del nazionalismo europeo del Novecento in forma digitale. È qualcosa di strutturalmente diverso, che possiamo definire cyberfascismo: la mutazione del pensiero reazionario attraverso le architetture dell’informazione digitale, i sistemi di profilazione algoritmica e le piattaforme di polarizzazione emotiva.

Il cyberfascismo non governa con la violenza di piazza, le camicie nere o i manganelli squadristi. Governa attraverso ciò che possiamo chiamare ipnocrazia: un regime dell’attenzione che produce consenso non attraverso la persuasione argomentata, ma attraverso la saturazione emotiva, la semplificazione narrativa e la ripetizione algoritmica degli stessi schemi interpretativi. In questo regime, la verità non è ciò che è verificabile, ma ciò che è emotivamente efficace. Non si smontano i fatti: si rendono irrilevanti, li si sostituisce con frame identitari che non ammettono confutazione perché non appartengono al campo della ragione, ma a quello del sentimento tribale.

Vannacci è un prodotto perfetto di questo sistema. Il suo discorso non ha bisogno di essere coerente sul piano logico perché la sua funzione non è argomentare, ma identificare. Identificare un nemico — il “politically correct”, l’immigrato, il gender, l’Europa burocratica — e identificare una comunità di appartenenza di chi si sente “escluso” da quei valori. Le piattaforme digitali — Facebook, Instagram, Telegram, YouTube — amplificano questo meccanismo in modo esponenziale, favorendo i contenuti che generano reazione emotiva intensa rispetto a quelli che producono riflessione articolata.

A questa dinamica si intreccia ciò che possiamo chiamare defattualizzazione: il progressivo sgretolamento del rapporto tra discorso pubblico e realtà verificabile. Quando Vannacci parla di “sostituzione etnica”, di “normalità biologica” o di “orgoglio nazionale umiliato”, non sta descrivendo fatti: sta costruendo una narrazione identitaria che prescinde dalla realtà empirica e che si alimenta di una percezione distorta, amplificata dai meccanismi delle bolle informative digitali. La defattualizzazione non è frutto dell’ignoranza: è una tecnica politica consapevole, che produce un campo discorsivo nel quale il confronto razionale diventa impossibile.

3. Futuro Nazionale: la destra pura come progetto di sistema

Il 6 febbraio 2026, con l’annuncio dell’uscita dalla Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Vannacci formalizza un percorso costruito metodicamente nel corso di diciotto mesi. Il partito nasce con un programma sintetizzato nell’acronimo VITALE: Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza. Ogni voce è deliberatamente vaga sul piano delle politiche concrete, ma potentissima sul piano simbolico. Non si tratta di un programma di governo: si tratta di un manifesto identitario, di una professione di fede culturale che non ha bisogno di specificità per funzionare.

La scelta del logo — la fiamma tricolore — è tutt’altro che accidentale. È un segnale lanciato all’elettorato più radicale del centrodestra, quello che si sente incompreso sia da Fratelli d’Italia — ormai integrata nelle istituzioni e nei compromessi di governo — sia dalla Lega di Salvini, consumata dai fallimenti della gestione governativa. Vannacci si posiziona come il custode della “destra vera”, non contaminata dal pragmatismo istituzionale. In un’intervista, dichiara senza pudore: “La mia destra non è un menù à la carte, non è moderata: nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati.”

A tre mesi dalla fondazione, i sondaggi collocano Futuro Nazionale intorno al tre virgola tre per cento, con oltre duecentomila comitati territoriali attivi e cinquantaseimila adesioni formali registrate. Il primo parlamentare a iscriversi è stato Emanuele Pozzolo, già espulso da Fratelli d’Italia dopo l’incidente di Capodanno 2024 in cui rimase ferito un uomo a causa di un colpo di pistola. La qualità degli alleati dice qualcosa sull’ecosistema di valori che il partito intende rappresentare.

La strategia di Futuro Nazionale, analizzata senza illusioni, è chiara: lealtà tattica al governo di centrodestra nelle questioni economiche e di politica estera, guerriglia ideologica permanente sui temi identitari. Questo schema consente a Vannacci di radicalizzare costantemente il discorso pubblico senza assumersi le responsabilità della governance. È il modello Le Pen in versione italiana: pungolo dell’establishment, non suo avversario.

4. Lo scontro di civiltà come arma di distrazione di massa

Il nucleo ideologico del vannaccismo — come del sovranismo identitario europeo in generale — è la teoria dello scontro di civiltà, elaborata da Samuel Huntington negli anni novanta e rilanciata con forza dopo l’undici settembre 2001. Secondo questo schema interpretativo, il principale conflitto del mondo contemporaneo non è tra classi sociali, non è tra capitale e lavoro, non è tra finanziarizzazione e democrazia: è tra l’Occidente cristiano e l’Islam, tra l’identità europea e la pressione demografica e culturale proveniente dal Sud del mondo.

Dentro questo schema, tutto si connette: l’immigrazione diventa invasione culturale, la questione palestinese diventa jihadismo mascherato, la sicurezza interna diventa bastione della civiltà. Israele viene riposizionato come avamposto dell’Occidente contro il barbarismo islamico, cancellando sessant’anni di storia coloniale, di espropriazioni, di apartheid denunciata dalle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani. La sofferenza concreta di due milioni di persone a Gaza viene dissolta dentro una narrazione geopolitica che serve gli interessi dell’ordine atlantico più che la verità storica.

Questo dispositivo narrativo è straordinariamente efficace perché svolge una doppia funzione: orienta il disagio sociale verso il conflitto identitario e, al contempo, protegge le strutture reali del potere economico. Quando un operaio precario si convince che il suo nemico è il migrante che “ruba il lavoro” piuttosto che il sistema che ha distrutto la contrattazione collettiva e polverizzato i diritti del lavoro, il capitale ha già vinto. La guerra culturale è la forma più sofisticata di governo per architettura: non serve vietare il pensiero critico, basta costruire un’infrastruttura discorsiva che lo rende irraggiungibile.

5. Il vuoto che Vannacci riempie: errori storici della sinistra

Sarebbe intellettualmente disonesto analizzare il fenomeno Vannacci senza riconoscere che esso prospera su un terreno che la sinistra ha abbandonato da decenni. Non è una questione di comunicazione, come sostiene una parte del dibattito progressista. È una questione di rappresentanza politica materiale. A partire dagli anni novanta, le forze che si definivano di sinistra — in Italia come in Europa — hanno progressivamente dismesso la funzione di protezione delle classi popolari per abbracciare il progetto della modernizzazione neoliberista, del rigore fiscale e della tecnocrazia europeista.

Il risultato è che milioni di lavoratori, piccoli artigiani, pensionati impoveriti e precari non percepiscono più la sinistra come una forza che difende i loro interessi materiali. La percepiscono come la rappresentanza politica dei ceti urbani istruiti, delle professioni liberali, dell’accademia e della comunicazione progressista. Una sinistra che sa parlare di gender, di diritti civili e di ambiente — tutte cause sacrosante — ma che ha smesso di parlare di salari, di case, di sicurezza del lavoro. Questo vuoto non è rimasto vuoto. Lo hanno riempito Salvini prima, Meloni poi, Vannacci adesso.

C’è però una distinzione fondamentale da fare, che le analisi più sbrigative tendono a ignorare. Vannacci non è un antisistema. La sua critica non tocca mai le strutture reali del potere economico: non mette in discussione la NATO, non discute il modello neoliberista, non affronta la finanziarizzazione dell’economia, non critica le oligarchie tecnologiche che detengono un potere senza precedenti sulla vita democratica dei cittadini. Il conflitto che propone è esclusivamente culturale e identitario. Il sistema rimane intatto; cambiano solo i capri espiatori.

Un autentico movimento antisistema — che la sinistra dovrebbe essere — metterebbe al centro il trasferimento di potere dalle oligarchie al popolo, la ricostruzione della sovranità democratica sulle scelte economiche, il contrasto all’accumulazione privata dei beni comuni digitali, la riaffermazione della centralità del lavoro come fondamento della cittadinanza. Vannacci fa esattamente l’opposto: trasforma il disagio materiale in rancore identitario, scarica la tensione sociale sul nemico culturale e lascia inalterato il modello che quel disagio ha prodotto.

6. La sovranità a strati: chi comanda davvero

C’è un’ironia feroce nel fatto che il generale Vannacci, paladino della sovranità nazionale, sieda al Parlamento Europeo nel gruppo “Europa delle Nazioni Sovrane”, dopo aver militato nei Patrioti per l’Europa, in un sistema geopolitico in cui la sovranità reale degli stati nazionali è stata progressivamente svuotata non dall’immigrazione o dal gender, ma dai trattati commerciali internazionali, dall’autonomia delle banche centrali, dall’egemonia finanziaria dei mercati obbligazionari e dal potere regolativo delle grandi piattaforme tecnologiche.

Quella che il libro Cyberfascismo chiama sovranità a strati descrive esattamente questa condizione: gli stati formalmente esistono e producono leggi, ma le decisioni reali vengono prese a livelli che sfuggono al controllo democratico. I mercati finanziari decidono il costo del debito pubblico. Le piattaforme digitali decidono quale discorso è visibile e quale no. Le grandi corporations decidono dove delocalizzare la produzione e dove trasferire i profitti. I governi nazionali — di destra come di sinistra — gestiscono i margini residui di questa sovranità residuale, mentre il sovranismo di Vannacci invoca un’identità nazionale che non ha più potere reale sulle questioni che contano.

Il paradosso è geometrico: Vannacci denuncia la perdita di sovranità causata dall’immigrazione e dal progressismo culturale, senza mai nominare i meccanismi reali che hanno eroso quella sovranità. Non una parola sul potere delle agenzie di rating. Non un’analisi del Fiscal Compact. Non una critica al controllo algoritmico delle informazioni esercitato da Meta, Google e X. Il sovranismo identitario è la forma più comoda di opposizione sistemica: agita i sentimenti nazionali senza disturbare i flussi del capitale.

7. Smontare la macchina: per un’alternativa di sistema

La risposta al vannaccismo non può essere semplicemente la denuncia morale, l’accusa di fascismo o la rassicurazione che “i valori democratici resisteranno”. Queste risposte hanno già fallito, e continueranno a farlo, perché si collocano sul terreno del discorso culturale che Vannacci occupa con vantaggio strutturale. Il problema non è convincere chi vota Futuro Nazionale che Vannacci sia sbagliato: il problema è essere presenti dove Vannacci è assente, ovvero sul terreno della rappresentanza politica dei bisogni materiali.

Significa tornare a parlare di salari reali, di diritti del lavoro, di accesso alla casa, di sanità pubblica, di scuola pubblica finanziata. Significa costruire un discorso sulla sicurezza che non sia quello dell’ossessione penale e della militarizzazione del territorio, ma quello della sicurezza economica e sociale: il posto di lavoro stabile, la pensione dignitosa, il quartiere con i servizi pubblici funzionanti. Significa rompere il circolo vizioso per cui la sinistra parla ai già convinti mentre la destra identitaria intercetta il disagio reale.

Ma significa anche qualcosa di più radicale: riconoscere che il sistema che ha prodotto Vannacci non può essere riformato dall’interno con aggiustamenti tecnici. Il cyberfascismo identitario non è una malattia del sistema democratico: è una delle sue forme di gestione del conflitto in una fase di crisi organica del capitalismo finanziario. Finché le diseguaglianze materiali cresceranno, finché la precarizzazione del lavoro sarà la norma, finché l’accesso ai beni fondamentali sarà determinato dalla disponibilità economica individuale, ci sarà sempre qualcuno pronto a trasformare quella rabbia in voto di destra.

Il generale Vannacci ha cinquantasette anni, una carriera militare che lo ha portato dal Rwanda all’Afghanistan, un libro che ha venduto più di qualunque saggio politico degli ultimi vent’anni, e un partito nato da due mesi con oltre duecentomila comitati locali. Non è un pericolo passeggero. È il segnale di una crisi strutturale che richiede una risposta strutturale. La storia non si chiude con un’elezione. Si costruisce con una politica.


Fonti

Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, autopubblicato, 2023. — Il Post, “Dove va Roberto Vannacci”, 30 dicembre 2025. — Pagella Politica, “Com’è la destra pura di Vannacci vista da vicino”, 20 marzo 2026. — Sondaggi Swg, rilevazione del 30 marzo 2026, elaborati da MasterX IULM. — Parlamento Europeo, scheda di Roberto Vannacci, X Legislatura, europarlamento.eu. — Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997. — Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019. — Mario Sommella, Cyberfascismo, KDP, 2026.

CC BY-NC-SA 4.0 — “Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

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