A Montorio al Vomano hanno staccato dal muro una falce e martello del 1948. Ma quel simbolo non apparteneva a un partito: apparteneva a chi riempì le galere del Tribunale speciale, a chi salì in montagna contro l’occupazione tedesca, a chi sedette alla Costituente e scrisse gli articoli che ancora oggi ci proteggono. Cancellarlo, mentre alla Casa Bianca si proclama la settimana anticomunista, non è una disattenzione. È una linea politica.
1. Il 1948
Il primo gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre precedente con 453 voti favorevoli. Nello stesso anno, in un paese di poche migliaia di abitanti ai piedi del Gran Sasso, alcuni fabbri battevano il ferro fino a dargli la forma di una falce e di un martello, e lo issavano per la prima volta. Poi, a metà degli anni Cinquanta, quel manufatto veniva fissato definitivamente sul muraglione del centro storico di Montorio al Vomano, dove è rimasto per settant’anni.
Non sono due fatti separati. Sono due gesti dello stesso movimento, compiuti nello stesso momento storico, da persone che spesso erano le stesse. In quegli anni la parola comunista non designava un’astrazione ideologica importata da Mosca: designava il vicino di casa che era tornato dal confino, il compagno di bottega che aveva fatto il partigiano, la donna che aveva portato i viveri in montagna dentro la cesta della biancheria. Il 19 agosto 2026, con un’ordinanza urgente motivata dal «rischio attuale e potenziale per il distacco del manufatto», il sindaco di Montorio Fabio Altitonante ha fatto togliere quel ferro dal muro. Sulla pietra è rimasta soltanto l’ombra.
Si può discutere all’infinito di perizie, di vincoli e di codici. Ma il punto non è tecnico. Il punto è che qualcuno ha deciso che quel segno non doveva più stare lì, e che nessuno gli ha ancora chiesto conto di che cosa, esattamente, ha rimosso. Perché quel ferro non era il logo di un partito estinto. Era una firma. E vale la pena ricordare, a chi lo ha staccato e a chi non lo sa più, che cosa avessero firmato quelle mani.
2. Prima vennero le galere
Il fascismo non mise fuori legge i comunisti per un capriccio: costruì per loro un tribunale apposta. Il 25 novembre 1926, con la legge numero 2008, una delle cosiddette leggi fascistissime, nasceva il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Reintroduceva la pena di morte per reati politici, sottraeva gli imputati al giudice naturale, affidava il giudizio a ufficiali della Milizia e delle forze armate, e stabiliva all’articolo 7 che le sue sentenze non fossero appellabili. Non era un eccesso: era il cuore giuridico del regime.
I numeri, raccolti dalla storiografia e diffusi dall’Anpi e dall’Anppia, dicono che tra il 1926 e il 1943 furono deferiti a quel tribunale 15.806 antifascisti, che gli imputati processati furono 5.619 e i condannati 4.596. Le pene inflitte ammontano complessivamente a più di 27.700 anni di carcere. Le condanne a morte furono 42, di cui 31 eseguite. A queste cifre vanno aggiunti i circa 12.330 cittadini mandati al confino e le decine di migliaia di ammoniti e sottoposti a vigilanza speciale. La quasi totalità dei condannati era costituita da comunisti.
Ma la cifra che dovrebbe essere scolpita da qualche parte, a Montorio come altrove, è un’altra: nella composizione sociale dei condannati, operai e artigiani furono 3.898, i contadini 546. Non professori, non intellettuali di salotto. Falegnami, meccanici, muratori, braccianti, fabbri. Le stesse categorie che, tornate a casa, avrebbero battuto il ferro di quella falce e di quel martello. Il regime li perseguitava perché sapeva benissimo che cosa avesse davanti: non un’idea, ma una classe che si stava organizzando.
Nel giugno del 1928, nel processo al comitato centrale del Partito comunista d’Italia, Antonio Gramsci fu condannato a vent’anni, quattro mesi e cinque giorni; Umberto Terracini a ventidue anni e nove mesi; Mauro Scoccimarro a vent’anni e quattro mesi. Gramsci morì nel 1937 senza aver più conosciuto la libertà, dopo aver riempito in cella i quaderni che restano una delle vette del pensiero politico europeo del Novecento. Nello stesso periodo furono condannati Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio, Adele Bei, Giancarlo Pajetta, arrestato a diciassette anni, e il socialista Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica. Tenete a mente il nome di Terracini: lo ritroveremo tra poche righe, seduto in una poltrona molto diversa da quella di un imputato.
3. Poi vennero le montagne
Dopo l’8 settembre 1943, quando lo Stato si dissolse, il re fuggì e l’esercito fu lasciato senza ordini, chi aveva passato vent’anni in galera o in esilio si trovò ad essere l’unica struttura organizzata rimasta in piedi. Le Brigate Garibaldi, di ispirazione comunista, furono la formazione partigiana più numerosa: l’Anpi ne quantifica i combattenti in oltre cinquantamila, e ricorda che vi militarono anche socialisti, azionisti e cattolici. Non fu una guerra per bandiera. Fu la ricostruzione materiale di un Paese che il fascismo aveva consegnato ai nazisti.
La provincia di Teramo ha scritto in quei mesi pagine che meritano ben altro rispetto di un’ordinanza firmata d’agosto. Poco più a sud nasceva la Brigata Maiella, l’unica formazione partigiana insignita della medaglia d’oro al valor militare. A Montorio si ricorda ancora l’uccisione di Ercole Vincenzo Orsini. Nelle valli appenniniche il confine tra chi combatteva e chi dava da mangiare a chi combatteva era sottilissimo: era fatto di case aperte, di fienili, di donne che mentivano ai posti di blocco.
Chi oggi liquida quel simbolo come una faccenda di parte dovrebbe rispondere a una domanda semplice: senza quegli uomini e quelle donne, chi avrebbe combattuto l’occupazione tedesca in questo Paese? Chi avrebbe restituito all’Italia una qualche credibilità davanti agli Alleati? La Repubblica non è nata da un dono. È nata da una guerra combattuta dagli italiani contro altri italiani e contro un esercito straniero, e in quella guerra i comunisti misero il numero più alto di morti, di torturati, di fucilati.
4. E infine vennero le penne
Qui sta il passaggio che l’anticomunismo di governo ha bisogno di rimuovere, perché è quello che rende insostenibile ogni equiparazione tra comunismo e fascismo nella storia italiana. Gli uomini condannati dal tribunale del regime non presero il potere con le armi quando avrebbero potuto. Si presentarono alle elezioni e si sedettero a scrivere una Costituzione insieme ai cattolici, ai liberali, ai monarchici, ai repubblicani.
Il 2 giugno 1946, nel giorno in cui gli italiani sceglievano la Repubblica e le donne votavano per la prima volta a livello nazionale, il Partito comunista italiano ottenne 104 seggi all’Assemblea Costituente. L’8 febbraio 1947 la presidenza dell’Assemblea fu affidata a Umberto Terracini: lo stesso uomo che il fascismo aveva condannato a ventidue anni e nove mesi presiedeva l’organo che stava fondando la democrazia italiana. È un fatto che dovrebbe essere insegnato in ogni scuola della Repubblica, e che invece non figura quasi mai nei discorsi ufficiali.
Sull’articolo 1 si consumò il passaggio decisivo. Comunisti e socialisti proponevano la formula «Repubblica democratica di lavoratori»; i democristiani, per mano di Amintore Fanfani, proposero «Repubblica democratica fondata sul lavoro». Il 22 marzo 1947 Togliatti annunciò che il gruppo comunista avrebbe votato l’emendamento avversario, spiegando che quella formula «si riferisce a un fatto di ordine sociale, e quindi è la più profonda». L’articolo 1 della Costituzione italiana esiste nella forma che conosciamo anche grazie a quel voto. La destra che oggi rimuove falci e martelli dai muri governa sotto un articolo che i comunisti contribuirono a scrivere e ad approvare.
E non finisce lì. Il secondo comma dell’articolo 3, quello che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza, è la traduzione giuridica di un’idea di emancipazione sociale che senza il movimento operaio nessuno avrebbe portato in aula. L’articolo 4 riconosce il diritto al lavoro. L’articolo 36 stabilisce che la retribuzione debba assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. L’articolo 40 costituzionalizza il diritto di sciopero: un’anomalia luminosa nel panorama europeo, che trasforma in diritto ciò che per un secolo era stato reato. L’articolo 41 subordina l’iniziativa economica privata all’utilità sociale, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Non è retorica: è il motivo per cui in Italia licenziare, sfruttare e avvelenare è ancora, almeno sulla carta, più difficile che altrove.
Tra i costituenti sedevano ventuno donne, e tra loro le comuniste Nilde Iotti, Teresa Mattei, Teresa Noce, Adele Bei, quest’ultima già condannata dal Tribunale speciale. Furono loro a impedire che l’uguaglianza tra i sessi restasse una formula di cortesia. Chi rimuove una falce e martello da un muro rimuove anche questo: rimuove il fatto che le donne italiane devono la propria cittadinanza politica, in buona parte, a militanti che venivano da quella tradizione.
5. Che cosa si toglie davvero, quando si toglie un simbolo
Adesso si capisce perché la vicenda di Montorio non è una lite di paese. Quel manufatto teneva insieme, in un unico segno visibile dalla strada, tre cose: il carcere subito, la guerra combattuta, la Costituzione scritta. Toglierlo dal muro significa spezzare quella catena e ridurre tutto a folklore ideologico, a nostalgia da liquidare con una scrollata di spalle.
Il meccanismo è più sottile di una censura. Nessuno vieta di dire che i comunisti fecero la Resistenza: semplicemente si smette di mostrarlo. Si toglie il segno dal muro, si toglie Marx dai programmi di filosofia, si smette di rinnovare le convenzioni con l’Anpi per le lezioni nelle scuole, si dedicano circolari ministeriali alla condanna del comunismo e non una riga di pari severità al regime che in Italia il totalitarismo lo teorizzò e lo rivendicò. Alla fine resta una generazione convinta che i diritti siano piovuti dal cielo, o che li abbia concessi qualche governante illuminato.
Ed è esattamente questo il risultato politico che si vuole ottenere, perché ciò che è stato concesso può sempre essere ritirato. Se le otto ore, la pensione, lo statuto dei lavoratori, la sanità pubblica e il diritto di sciopero non sono state conquiste strappate con la lotta ma regali dell’autorità, allora ridurle non è un’aggressione: è una revisione tecnica. Se invece qualcuno ha rischiato la galera e la vita per ottenerle, toccarle diventa un atto politico che chiede il conto. Cancellare il simbolo serve a rendere indolore lo smontaggio della sostanza.
6. Il comunismo non è un totalitarismo
A questo punto va sciolto un nodo, perché è il nodo su cui si regge tutta l’operazione. Ci hanno abituati a una formula che suona neutra e non lo è: i due totalitarismi del Novecento. Chi la usa mette sullo stesso piano il fascismo e il comunismo, e con quel gesto cancella il fatto che i comunisti furono le vittime del primo e i costruttori della democrazia italiana. Vale la pena ricordare da dove viene quella parola, perché la storia della parola smonta da sola la formula.
Totalitarismo è una parola italiana, ed è nata per descrivere il fascismo. L’aggettivo totalitario compare per la prima volta in un articolo di Giovanni Amendola sul quotidiano Il Mondo del 12 maggio 1923, per denunciare il metodo con cui il fascismo occupava ogni spazio della vita pubblica; il sostantivo totalitarismo si trova in Lelio Basso, su La rivoluzione liberale, nel 1925, sempre riferito al fascismo; usarono la stessa categoria Luigi Sturzo e Piero Gobetti. Erano oppositori antifascisti che cercavano un nome per una cosa nuova. E la cosa nuova rispose accettando il nome con orgoglio: il 22 giugno 1925 Mussolini rivendicò dal palco la «feroce volontà totalitaria» del fascismo, e nel 1932 Giovanni Gentile scrisse nella voce Fascismo dell’Enciclopedia Italiana che il fascismo è totalitario. Amendola, che quella parola l’aveva coniata, fu bastonato dagli squadristi e morì nel 1926 per le conseguenze delle aggressioni subite.
Il comunismo, quella definizione, non l’ha mai rivendicata. Nessun testo dottrinario comunista dichiara la volontà di annullare l’individuo nello Stato: dichiara l’opposto, l’emancipazione di chi lavora e la fine dello sfruttamento. La categoria fu estesa al mondo sovietico solo più tardi, e divenne uno strumento politico della guerra fredda. Non è un dettaglio erudito: è la differenza tra giudicare un’idea per quello che dice di volere e giudicarla per quello che altri hanno fatto in suo nome.
Perché è qui che sta la distinzione decisiva, e va detta senza reticenze. Il nazismo e il fascismo hanno realizzato il proprio programma: volevano la gerarchia, la disuguaglianza, il dominio di una nazione e di una razza, la guerra come igiene del mondo, la persecuzione e lo sterminio degli esseri umani ritenuti inferiori, e hanno prodotto esattamente questo. Nessun testo comunista ha mai annunciato nulla di simile: il comunismo nasce come progetto di liberazione, e ciò che nel Novecento ha tradito quel progetto va giudicato come un tradimento, non come la sua realizzazione. Sono due giudizi storici diversi, e chi li fonde in una parola sola non fa storiografia. Identificare un’idea di emancipazione con gli apparati di potere che ne hanno usurpato il nome è come identificare il cristianesimo con l’Inquisizione, o il liberalismo con i milioni di morti del colonialismo, che pure fu praticato da democrazie parlamentari e nessuno chiama per questo totalitarismo.
La prova più solida di tutte la porta la storia italiana. Guardiamo che cosa fecero i comunisti quando ebbero davvero l’occasione di prendersi tutto: nel 1945 avevano le armi in mano e la più grande organizzazione di massa del Paese. Consegnarono le armi, andarono alle elezioni, si sedettero alla Costituente accanto ai cattolici e ai liberali, e scrissero una Costituzione che garantisce il pluralismo dei partiti, la libertà di stampa, di associazione e di religione. Poi restarono all’opposizione per oltre quarant’anni senza mai tentare un colpo di mano. Nel 1968 il Pci condannò pubblicamente l’invasione sovietica della Cecoslovacchia; nel 1981 Enrico Berlinguer dichiarò esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre. Non è la biografia di un movimento totalitario: è la biografia di un partito democratico di massa, che ha scelto la via nazionale e costituzionale e l’ha rispettata fino in fondo.
La frase esatta, allora, non è che a Montorio è stato rimosso il simbolo di uno dei due totalitarismi. La frase esatta è che è stato rimosso il simbolo di un movimento di liberazione, da parte di una cultura politica che con il totalitarismo, quello dichiarato e rivendicato, ha ancora oggi un rapporto irrisolto. Chi mette tutto nello stesso mucchio non sta facendo storia. Sta facendo politica, e la sta facendo per un obiettivo preciso: rendere illegittima qualunque richiesta di uguaglianza.
7. L’anticomunismo è tornato ad essere programma di governo
Chi pensa che tutto questo sia una faccenda provinciale non ha guardato che cosa accade nel Paese che detta l’agenda politica dell’Occidente. Il 22 settembre 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che designa Antifa, cioè una sigla che significa semplicemente antifascista, come organizzazione terroristica interna, descrivendola come un’impresa militarista e anarchica. Il Congressional Research Service, organo del Congresso, rileva che si tratta di un movimento decentralizzato privo di struttura organizzativa unitaria: si è dichiarata terroristica un’etichetta, non un’organizzazione.
Fermiamoci un istante su questo punto, perché riguarda direttamente la Costituzione sotto la quale viviamo. La Repubblica italiana nasce dalla lotta antifascista; la disposizione transitoria dodicesima vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Il principale alleato militare dell’Italia ha appena classificato l’antifascismo come minaccia interna. Non è una sfumatura diplomatica: è un rovesciamento di senso che, se accettato in silenzio, delegittima le fondamenta stesse del nostro ordinamento.
Non si è fermato lì. Nel novembre 2025 la Casa Bianca ha proclamato ufficialmente la settimana anticomunista, riprendendo la cifra dei cento milioni di vittime. Il 4 luglio 2026, nel discorso per i duecentocinquant’anni dell’indipendenza, Trump ha ridotto la politica a un aut aut: «Puoi essere comunista, oppure puoi essere patriota». Ha definito il comunismo la più grande minaccia che il suo Paese abbia mai affrontato, mettendola davanti alle due guerre mondiali e all’undici settembre. Il bersaglio concreto è il sindaco di New York Zohran Mamdani, entrato in carica il primo gennaio 2026, che propone trasporti gratuiti, asili universali e blocco degli affitti, e che Trump definisce comunista al cento per cento, arrivando a minacciare il taglio di 7,4 miliardi di dollari di fondi federali alla città. Il contesto è quello delle elezioni di medio termine del novembre 2026, con l’indice di gradimento del presidente ai minimi.
Qui la funzione dell’anticomunismo si vede a occhio nudo, ed è la stessa da un secolo. Non serve a discutere di storia: serve a rendere illegittima qualunque critica al capitalismo. Se chiedere che gli affitti siano sostenibili, che i sindacati contino, che la sanità sia pubblica e che le tasse siano progressive equivale a comunismo, e se comunismo equivale a totalitarismo, allora non c’è più bisogno di rispondere nel merito a nessuna rivendicazione sociale. Il dibattito politico viene sostituito dall’intimidazione ideologica. È il motivo per cui, come ha notato l’Associated Press, il linguaggio della Casa Bianca evoca oggi il maccartismo degli anni Cinquanta.
Su questa rotta si starebbe allineando anche l’Europa. Un incontro ministeriale internazionale sulla cosiddetta rinascita del terrorismo politico, promosso da Washington, avrebbe visto la partecipazione di oltre sessanta rappresentanti, Italia compresa: la notizia è riportata da fonti della sinistra italiana e non trova al momento riscontro in documenti ufficiali, per cui la riporto come tale, in attesa di verifiche indipendenti.
8. La versione italiana: il ministero, il muro e i due pesi
In Italia questa linea ha una traduzione precisa. Il 9 novembre 2022, per il cosiddetto Giorno della Libertà, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara inviò alle scuole una lettera nella quale definiva il comunismo un’esperienza dall’«esito drammaticamente fallimentare». Il punto non è che un ministro esprima un giudizio critico su regimi che si dichiaravano comunisti. Il punto è che quella lettera riduceva a totalitarismo l’intera storia di un movimento plurale, ometteva che il fascismo fu la matrice storica e semantica del totalitarismo e non spendeva una riga di pari severità su di esso, e soprattutto taceva su ciò che i comunisti italiani avevano fatto in questo Paese. Il presidente nazionale dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo replicò osservando che quel testo ignorava il ruolo determinante del Pci nella Resistenza, nella conquista della democrazia e nella stesura della Costituzione, e che una simile rimozione, rivolta agli studenti, diventa deformativa. Il ministro rispose rivendicando di essere figlio di un partigiano della Brigata Garibaldi.
Nella primavera del 2026 oltre sessanta docenti universitari hanno denunciato che le nuove Indicazioni nazionali per i licei marginalizzano o escludono autori come Marx, Spinoza, Leibniz e Fichte dai percorsi di filosofia. Il ministero contesta questa lettura. Resta il fatto che una riforma dei programmi che riduce lo spazio del pensiero materialista e critico non è un dettaglio tecnico: è una scelta di egemonia culturale, e come tale va discussa apertamente.
Poi c’è l’Abruzzo, dove la doppia misura si tocca con mano. A Villa Santa Maria, in provincia di Chieti, sul costone che sovrasta il paese esiste una scritta monumentale incisa negli anni Quaranta dalla propaganda fascista, DUX. Il tempo e la storia l’avevano cancellata. Il Comune l’ha fatta riemergere nel 2019 nell’ambito di un progetto di arrampicata sportiva finanziato con denaro pubblico, e di nuovo nel 2023. Il sindaco Giuseppe Finamore l’ha difesa definendola una scritta storica e un possibile richiamo turistico. L’Anpi provinciale di Chieti ha presentato un esposto alla Procura di Lanciano ipotizzando la violazione delle norme sull’apologia del fascismo. Quella roccia sta a poca distanza dal sacrario della Brigata Maiella.
Riassumiamo, perché la sintesi è più eloquente di qualunque commento. L’esaltazione del capo di una dittatura che firmò le leggi razziali, oppresse le opposizioni politiche, incarcerò ed uccise gli oppositori e trascinò l’Italia in guerra viene restaurata con fondi pubblici e giustificata come testimonianza della storia. Il simbolo forgiato dagli artigiani di un paese per celebrare il Primo Maggio, festa che il fascismo aveva soppresso nel 1923, viene definito abusivo e pericoloso e portato via a Ferragosto. Il Partito Comunista abruzzese e la Federazione di Teramo hanno denunciato questa asimmetria parlando di due pesi e due misure. Non serve attribuire intenzioni: basta guardare i risultati sul territorio.
Va aggiunta una precisazione che nessuno fa mai. La cifra dei cento milioni di vittime, ripetuta dalla Casa Bianca e diventata un ritornello, proviene dall’introduzione del Libro nero del comunismo firmata da Stéphane Courtois ed è stata contestata pubblicamente da alcuni degli stessi coautori del volume, in particolare per i criteri di aggregazione dei dati. La storia si fa con i documenti, non con i totali tondi. Trasformare una cifra contestata in verità catechistica non è storiografia: è propaganda. E serve a due cose. A impedire che si guardi al conto, ben più documentato, del colonialismo, delle dittature installate e armate dall’Occidente e dei sistemi economici che oggi affamano interi continenti. E a far dimenticare che l’aritmetica dei morti non sostituisce l’analisi: sommare sotto un’unica etichetta esperienze storiche diversissime tra loro serve a non dover mai spiegare perché milioni di persone, per un secolo, abbiano visto in quell’idea una promessa di liberazione.
9. Il conto ancora aperto
Ecco perché quel ferro andava lasciato dov’era. Non per nostalgia di un partito che ha subito una trasformazione lunga trentacinque anni. Ma perché in questo Paese la libertà, la democrazia e i diritti sociali di cui gode anche chi ha firmato quell’ordinanza sono stati conquistati da un movimento popolare in cui i comunisti hanno pagato il prezzo più alto, e questa non è un’opinione militante: è una ricostruzione storica documentata, che si può leggere negli atti del Tribunale speciale, negli elenchi dei caduti partigiani e nei resoconti stenografici della Costituente.
Il paradosso è che questo debito non è chiuso, è vivo. Ogni anno in Italia più di mille persone escono di casa per andare al lavoro e non tornano. Il salario reale è più basso di trent’anni fa. La precarietà è diventata la forma normale del contratto, non l’eccezione. La sanità pubblica arretra mentre cresce la spesa militare. In queste condizioni, cancellare il segno che ricorda come quei diritti furono strappati non è un atto simbolico: è un atto materiale, che prepara il terreno a chi vuole toglierli. La memoria operaia non è un ornamento del passato, è un’arma del presente.
Ai comunisti italiani, e a chi con loro combatté senza portarne la tessera, si deve una parola che oggi si evita perché suona ingenua: liberazione. Liberazione di uomini e donne dall’analfabetismo, dalla servitù nei campi, dalla paura del padrone, dal silenzio imposto a chi non aveva proprietà. Quel movimento non ha soltanto contribuito a liberare l’Italia dai nazifascisti: ha liberato milioni di persone dall’idea che il proprio destino fosse scritto dalla nascita. È per questo che i falegnami e i fabbri di Montorio issarono su un colle un pezzo di ferro, e non un santino di partito.
10. Che cosa chiedere adesso, e a chi
La rabbia serve a poco se non si trasforma in atti. Ci sono cose precise da pretendere, e nessuna richiede una tessera. Che il Comune renda pubblici tutti gli atti, a partire dall’eventuale comunicazione alla Soprintendenza, e dica dove il manufatto è custodito. Che venga avviata formalmente la procedura di verifica dell’interesse culturale prevista dal Codice dei beni culturali, che per i beni pubblici realizzati da oltre settant’anni da autore non più vivente stabilisce una tutela provvisoria che opera per legge. Che si finanzi un restauro vero e non un magazzino. Che il ferro torni al suo posto sul lungofiume, con accanto una targa che spieghi chi lo fabbricò, in che anno e perché.
L’Anpi di Montorio ha già chiesto di sapere dove si trovi l’opera e ha proposto un’iniziativa pubblica di restauro. L’opposizione consiliare di Visione Comune ha posto per iscritto le domande sulla procedura. Il segretario locale del Partito Democratico, Mario Tertulliani, ha presentato una richiesta formale di affidamento. Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, ha definito la rimozione «un’offesa alla storia delle classi lavoratrici e popolari» e ha proposto a partiti, sindacati e associazioni democratiche una manifestazione unitaria. Quella manifestazione va fatta, e va fatta larga: non come raduno di reduci, ma come atto di dignità collettiva.
Perché la domanda che quel muro spoglio pone a tutti noi è semplice e brutale. Se accettiamo che si possa decidere in un ufficio, in agosto, quale parte del nostro passato ha diritto di restare visibile, allora accetteremo anche che qualcun altro decida quale parte del nostro futuro ha diritto di esistere. Sul muro del lungofiume Vomano è rimasta l’impronta della falce e del martello, più scura della pietra intorno. Hanno tolto il ferro e non sono riusciti a togliere l’ombra. Sta a noi decidere se quell’ombra resterà una macchia o tornerà ad essere un segno.
Fonti
1. Il Centro, Il sindaco di Montorio rimuove falce e martello: «Opera pericolosa per i cittadini», 22 agosto 2026.
2. Rete8, A Montorio è polemica sulla rimozione di falce e martello, 22 agosto 2026.
3. AbruzzoWeb, Montorio: rimosso il manufatto con falce e martello, l’opposizione insorge, 22 agosto 2026.
4. Il Trafiletto, Rimossa falce e martello di Montorio, Visione Comune: cancellata memoria operaia, 22 agosto 2026.
5. Ekuonews, Altitonante fa rimuovere la storica falce e martello con ordinanza urgente, 22 agosto 2026.
6. Emmelle, Montorio, rimossa la storica falce e martello: sindaco sotto accusa, con la posizione del PCI Abruzzo e della Federazione di Teramo, 22 agosto 2026.
7. La Mescolanza, Proteste a Montorio contro la rimozione della storica falce e martello, con le richieste dell’Anpi di Montorio e del Partito Democratico locale, 22 agosto 2026.
8. Partito della Rifondazione Comunista, comunicato di Maurizio Acerbo, 22 agosto 2026.
9. Anppia, Il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, dati su imputati, condanne, anni di reclusione e condanne a morte.
10. Anpi, Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, deferiti, processati e condannati.
11. Anpi, Promemoria, Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato (1927-1943), le condanne a Gramsci, Terracini, Scoccimarro, Ravera, Pertini, Pajetta.
12. Archivio Centrale dello Stato, Guida ai fondi, Tribunale speciale per la difesa dello Stato, legge 25 novembre 1926, n. 2008 e norme di attuazione.
13. Astigiani, I 74 astigiani deferiti al Tribunale speciale, dati su confinati, ammoniti e composizione sociale dei condannati.
14. Camera dei deputati, La nascita della Costituzione, articolo 1, seduta del 22 marzo 1947, emendamento Fanfani e intervento di Togliatti.
15. Città Futura on line, L’Assemblea Costituente e il dibattito sul lavoro, la convergenza del gruppo comunista sull’emendamento Fanfani.
16. Anpi, Patria Indipendente, L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, composizione dell’Assemblea Costituente e presidenza Terracini.
17. Anpi Genova, comunicato sul significato della falce e martello e sul ruolo delle Brigate Garibaldi nella Resistenza, marzo 2025.
18. Treccani, Enciclopedia delle scienze sociali, voce Totalitarismo, origine del termine negli articoli di Giovanni Amendola su Il Mondo del 1923 e rivendicazione di Mussolini nel discorso del 22 giugno 1925.
19. Accademia della Crusca, Totalitario e totalitarismo: origine italiana e diffusione europea.
20. Articolo21, Quando e come nasce la parola totalitarismo, con i riferimenti ad Amendola, Basso, Sturzo e Treves.
21. Forbes, Trump administration designates antifa as domestic terrorist organization, 22 settembre 2025.
22. Reuters, Trump asks conservative allies for names of antifa activists and backers, con il rilievo del Congressional Research Service sulla natura decentralizzata del movimento, ottobre 2025.
23. Cnn, Perché Trump continua a parlare di comunismo, 8 luglio 2026.
24. Moncloa, Trump avverte del ritorno della minaccia comunista nel discorso per il 250esimo anniversario, 4 luglio 2026.
25. Cibercuba, Trump proclama la settimana anticomunista e attacca Mamdani, con il riferimento ai 7,4 miliardi di fondi federali, luglio 2026.
26. Progetto Me-Ti, Il pericoloso ritorno dell’anticomunismo, sull’incontro ministeriale internazionale e la partecipazione italiana, 22 luglio 2026.
27. Fanpage, La lettera del ministro Valditara agli studenti sul comunismo, 9 novembre 2022.
28. Orizzonte Scuola, Giornata della Libertà, la replica dell’Anpi e del presidente Gianfranco Pagliarulo al ministro Valditara, novembre 2022.
29. Partito Comunista Italiano, Nuove indicazioni per i licei: fuori Marx e Spinoza, con la lettera dei docenti universitari, 14 maggio 2026.
30. Ansa, Ripulita la scritta Dux a Villa Santa Maria, 20 luglio 2023.
31. Anpi provinciale di Chieti, comunicato stampa ed esposto sul ripristino della scritta DUX a Villa Santa Maria, luglio 2023.
32. ChietiToday, Il sindaco di Villa Santa Maria sulla scritta Dux, luglio 2019.
33. Ministero della Cultura, Portale della Trasparenza, Verifica dell’interesse culturale, ai sensi dell’articolo 12 del decreto legislativo 42 del 2004.
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