“Il governo degli ultimi? No, il governo dell’indifferenza: salario minimo, repressione e bugie di Stato”

Hanno promesso di difendere i più deboli, gli ultimi, i dimenticati della Storia. Si sono riempiti la bocca di parole come “popolo”, “nazione”, “dignità”. Ma le promesse si sono rivelate sabbia asciutta in un deserto di parole. E la realtà, come sempre, si è mostrata per ciò che è: la dura verità di un governo che piega la schiena ai diktat neoliberisti e capitalisti, lasciando scoperti milioni di cittadini già feriti dalla crisi economica, dall’inflazione, dalle guerre sociali che ogni giorno divorano speranza.

Il salario minimo è solo l’ultima pagina di questa commedia oscena. Alla Camera, le opposizioni – Pd, M5S, Avs, Azione, Più Europa – hanno chiesto di calendarizzare la proposta unitaria depositata quasi due anni fa. Ma la destra di governo ha risposto con un no secco, senza appello. Walter Rizzetto, Fratelli d’Italia, ha recitato il tecnicismo di turno: «Non è tecnicamente possibile, la Commissione Lavoro del Senato sta già esaminando una proposta sul tema». Una giustificazione che suona come un ghigno di fronte ai milioni di lavoratori poveri che, nonostante un contratto, rimangono schiacciati sotto il peso di stipendi indegni.

Questa non è burocrazia, è indifferenza. È scelta politica. È la chiara volontà di non disturbare i manovratori dell’establishment, i padroni dei grandi capitali, le associazioni datoriali che si oppongono da sempre a un salario minimo degno. Perché in un sistema costruito sullo sfruttamento e sulla compressione dei diritti, alzare anche solo di un millimetro la dignità di chi lavora significherebbe incrinare l’intero edificio del profitto.

Ma nella logica di questo governo di destra, tutto si tiene. È un filo che collega ogni scelta, ogni omissione, ogni bugia. Hanno abolito il Reddito di cittadinanza, lasciando senza tutele chi già non aveva nulla. Hanno alzato le spese militari al 5% del PIL, sottomettendosi ai diktat NATO e alle pressioni dei complessi militari-industriali europei. Hanno varato leggi repressive contro chi dissente, chi protesta per i propri diritti, chi scende in piazza per rivendicare salari dignitosi, come dimostrano i decreti sicurezza che hanno reso la libertà di manifestare un atto da criminalizzare. È un cerchio che si chiude, ma più che un cerchio sembra un cappio che si stringe attorno al collo della stragrande maggioranza della popolazione che soffre.

In Germania, intanto, il salario minimo è stato aumentato da 12,82 euro a 14,60 euro l’ora. Qui, invece, la discussione viene bloccata con un cavillo parlamentare. Non c’è nulla di più umiliante che vedere un governo che, pur sapendo, sceglie di non vedere. Non solo sceglie di ignorare i 4 milioni di lavoratori poveri, ma decide di umiliarli ulteriormente, negando loro anche l’unico strumento che potrebbe attenuare la fame e la disperazione.

Elly Schlein lo ha detto senza mezzi termini: «Nell’Italia di Meloni 4 milioni di lavoratori sono poveri anche se lavorano, ma lei finge di non vederli e si para dietro i regolamenti». È la verità. Un governo che rifiuta di vedere la povertà non può governare. Può solo comandare, ed è ben diverso.

Lo stesso tecnicismo di Rizzetto è stato smontato da Arturo Scotto: «La delega che giace al Senato da un anno e mezzo c’entra come i cavoli a merenda. Appigliarsi ai regolamenti può rinviare la questione, ma non risolve il problema politico». E il problema politico è questo: la destra non vuole il salario minimo. Non vuole garantire una soglia di dignità. Non vuole disturbare i profitti. Non vuole toccare la schiena curva degli ultimi.

E mentre i poveri vengono lasciati soli, mentre i lavoratori vengono schiacciati dai bassi salari, questo governo regala condoni agli evasori, svuotando le casse dello Stato di risorse che potevano finanziare un welfare degno di un Paese civile. Risorse che potevano essere utilizzate per costruire asili nido, scuole sicure, ospedali efficienti, case popolari. Ma il neoliberismo è questo: togliere ai poveri per dare ai ricchi, svuotare il pubblico per ingrassare il privato, umiliare la collettività per celebrare l’individuo competitivo, predatore, proprietario.

Il popolo è stato ingannato dalla propaganda. Ha creduto alle favole del governo “degli italiani”. Ma questo governo non è degli italiani. È dei padroni. È dei mercati. È di quell’Europa neoliberista che impone il riarmo mentre milioni di bambini vivono senza pasti caldi e milioni di famiglie contano le monete per arrivare alla fine del mese.

Ma fino a dove potrà arrivare questo governo? Ogni provvedimento adottato non fa altro che alimentare lo scontento e il dissenso, un dissenso che cercano di reprimere con manganelli legislativi e dispositivi di polizia, dimenticando che viviamo in uno Stato democratico, con una Costituzione che non privilegia i ricchi, ma tutela la popolazione, soprattutto quella più indigente ed in difficoltà. L’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli economici e sociali, non può essere calpestato come sta avvenendo.

Non è questione di regolamenti. È questione di coscienza.

Ed è la coscienza, in fondo, il primo diritto che vogliono toglierci. Perché un popolo senza coscienza non si ribella. Si abitua. Si adatta. E diventa complice del proprio stesso sfruttamento.

Ma la verità, per quanto la si voglia occultare, prima o poi torna a chiedere il conto.

E il grido che deve levarsi da questo tempo cupo deve essere forte, limpido, inarrestabile: queste persone che si definiscono “uomini del popolo” non sono altro che servi dei potenti. E la loro miseria morale sarà ricordata come una macchia nella storia della Repubblica.

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al quarto quesito sulla sicurezza nei subappalti e contro le morti sul lavoro

Il quarto quesito referendario è forse il più drammaticamente urgente. Riguarda la vita stessa. Riguarda chi, ogni giorno, esce di casa per andare a lavorare e non sempre fa ritorno. Riguarda le vittime invisibili della produttività a ogni costo. Per questo, io voterò SÌ. Perché non si può più tollerare che il profitto valga più della vita.

Cosa propone il quesito?

Oggi, secondo l’articolo 26, comma 4, del Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008), un’impresa committente non è responsabile per gli infortuni o le malattie professionali che colpiscono i lavoratori delle ditte appaltatrici o subappaltatrici, quando gli incidenti derivano da “rischi specifici” della loro attività.

In parole semplici: chi affida un lavoro può chiamarsi fuori se qualcosa va storto. Anche se ha beneficiato direttamente di quel lavoro. Anche se avrebbe potuto controllare. Il quarto quesito propone di abrogare questa esclusione di responsabilità, rendendo finalmente corresponsabile il committente.

Perché voto SÌ?

  1. Perché le morti sul lavoro sono una strage quotidiana

Secondo i dati INAIL, solo nel 2024 si sono contati oltre 1.000 morti sul lavoro. Ogni giorno, almeno tre persone perdono la vita mentre lavorano. Nei cantieri, nei magazzini, sui ponteggi, nei campi, nelle fabbriche. Dietro ogni numero c’è un nome, una storia, una famiglia spezzata.

E troppe volte, a morire, sono lavoratori di ditte esterne, subappaltati, assunti con contratti fragili, impiegati in condizioni precarie. Con la normativa attuale, chi affida quei lavori può scrollarsi le spalle. Con il SÌ, dovrà assumersi le proprie responsabilità.

  1. Perché chi appalta deve rispondere di ciò che commissiona

Oggi la catena degli appalti e dei subappalti è una giungla. Ogni livello scarica sull’altro colpe e doveri. L’obbligo di vigilanza spesso resta sulla carta. Ma chi commissiona un lavoro ha il dovere morale e giuridico di verificare che quel lavoro venga svolto in condizioni di sicurezza.

Con il SÌ, il committente non potrà più nascondersi dietro una clausola. Dovrà scegliere imprese serie, pretendere il rispetto delle norme, tutelare ogni vita umana coinvolta nei lavori appaltati.

  1. Perché la sicurezza è un dovere collettivo, non un optional

Negare la responsabilità del committente vuol dire alimentare una cultura dell’impunità. E un Paese dove la sicurezza è una voce di bilancio da tagliare non è un Paese civile. Votare SÌ significa rimettere al centro il valore della vita e della dignità di chi lavora.

  1. Perché la sicurezza non si subappalta

Chi oggi si oppone al referendum o invita all’astensione difende, consapevolmente o meno, uno status quo inaccettabile. Difende una zona grigia dove muoiono gli ultimi, gli appaltati, i precari. Io non voglio più leggere necrologi al posto delle buste paga.

E se vincesse il NO?

Resterebbe in vigore una norma ingiusta e ipocrita. Una norma che solleva chi commissiona da ogni dovere reale. Continueremo a contare i morti, a piangere i caduti sul lavoro senza mai chiederci davvero perché. E soprattutto, senza correggere la radice del problema.

Conclusione

Questo referendum è un grido che viene dal basso. Dai cantieri, dai magazzini, dai silos, dalle impalcature. Viene da chi lavora nel silenzio e nel rischio. Il quarto quesito non è una questione tecnica, è una questione di umanità.

Io voterò SÌ, perché nessuno dovrebbe morire per lavorare.
Perché la vita non è un rischio d’impresa.
Perché la sicurezza non è un lusso.
Perché questo voto non è per altri: è per chi non c’è più.

Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al terzo quesito contro l’abuso del lavoro precario

Il lavoro dovrebbe essere il fondamento della Repubblica, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma da troppo tempo, dietro la parola “flessibilità” si nasconde una realtà brutale: milioni di persone costrette a vivere sospese, senza certezze, in attesa di un rinnovo, di una proroga, di un altro mese. Il terzo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno parla proprio a loro, ai precari invisibili. Per questo, io voto SÌ. E invito tutti a fare altrettanto.

Cosa propone il terzo quesito?

Il quesito chiede l’abrogazione di una parte del Decreto Legislativo 81/2015, che consente oggi di stipulare contratti a tempo determinato senza indicare alcuna causale per un periodo fino a 12 mesi. In pratica, il datore di lavoro può assumere una persona con un contratto a termine senza dover spiegare perché non sia a tempo indeterminato.

Questa norma ha aperto la porta all’abuso sistematico del lavoro precario. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti ha un contratto a termine, spesso usato come strumento di ricatto: prendi quel che passa il convento, oppure avanti il prossimo.

Votare SÌ significa eliminare questa possibilità, ripristinando l’obbligo di giustificare le assunzioni a termine con esigenze specifiche e temporanee. In altre parole: rendere il precariato di nuovo l’eccezione, non la regola.

Perché voto SÌ?
1. Perché il lavoro non è un favore, ma un diritto

Assumere senza causale, senza un motivo legato all’organizzazione aziendale, significa trasformare il contratto a termine in uno strumento ordinario. Così facendo, si svuota di senso ogni logica di stabilità, si nega il futuro. Io voto SÌ per riportare coerenza tra le parole e i fatti.
2. Perché il precariato uccide la vita sociale

Essere precari significa non poter pianificare nulla: una casa, un figlio, un mutuo, una formazione. Significa vivere a rate, non solo nel portafoglio, ma anche nell’anima. Con il SÌ possiamo arginare questa spirale. Non si cancella il lavoro a termine, ma si costringe chi lo usa ad avere almeno una motivazione seria.
3. Perché la dignità non ha scadenza

Non si può vivere appesi a un foglio che scade ogni due o tre mesi. Non si può essere trattati come tappi da sostituire. Il contratto senza causale è uno strumento che disumanizza. Io voto SÌ perché ogni lavoratore merita rispetto, continuità, valore.
4. Perché si può fare impresa anche rispettando le persone

Non è vero che senza precariato l’impresa muore. L’Italia ha un tessuto produttivo fatto di aziende capaci, che innovano e competono anche senza sfruttare. Votare SÌ è un atto di fiducia in un’economia diversa, più giusta, dove il profitto non si costruisce sulla pelle dei più deboli.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Se il quorum non viene raggiunto o se vincesse il NO, continuerà ad essere possibile assumere senza causale, con contratti a termine “mordi e fuggi”, che non costruiscono nulla. Si rafforzerà ancora di più un modello di mercato del lavoro basato sulla temporaneità e sulla debolezza contrattuale. In sintesi: si conferma la precarietà come norma.

Conclusione

Questo referendum è una chiamata al coraggio. È l’occasione per dire che non vogliamo più vivere in una società in cui il futuro è un lusso e la stabilità un’eccezione.
Io scelgo di votare SÌ al terzo quesito, perché credo che un Paese civile debba garantire certezze, non insicurezza, debba valorizzare il lavoro, non svilirlo.

L’8 e il 9 giugno, non votiamo per altri.
Votiamo per noi. Votiamo per chi lavora e non può più aspettare.

Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al secondo quesito sui licenziamenti nelle piccole imprese

L’8 e il 9 giugno siamo chiamati a decidere su cinque referendum che toccano temi fondamentali: il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza. Il secondo quesito interviene su una norma che penalizza ingiustamente i lavoratori delle piccole imprese in caso di licenziamento illegittimo. Per questo io sostengo con convinzione il SÌ, perché si tratta di una battaglia di giustizia, equità e dignità.

Cosa prevede il secondo quesito?

Nelle aziende con meno di 16 dipendenti, oggi la legge prevede che, se un lavoratore viene licenziato senza giusta causa, abbia diritto a un’indennità fissa compresa tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione. Questo significa che, anche se il licenziamento è riconosciuto come illegittimo, il datore di lavoro se la cava con una cifra bassa e predeterminata.

Il secondo quesito referendario propone di abrogare il limite massimo di questa indennità, lasciando al giudice il potere di decidere – caso per caso – un risarcimento più equo, tenendo conto dell’età, dell’anzianità, della condizione economica e della gravità dell’ingiustizia subita.

Perché votare SÌ?
1. Per affermare l’eguaglianza tra lavoratori
Oggi esistono due categorie di lavoratori: quelli delle grandi imprese, che possono ottenere una tutela più ampia, e quelli delle piccole, che vengono risarciti con il minimo. È una disparità inaccettabile. Votare SÌ significa affermare che tutti i lavoratori, indipendentemente dalle dimensioni dell’impresa, meritano le stesse tutele.
2. Per rafforzare la giustizia del lavoro
L’indennità fissa, oggi prevista, non tiene conto delle reali conseguenze che un licenziamento può avere su una persona. Con il SÌ, sarà un giudice a valutare la situazione e a determinare un risarcimento adeguato. Si passa da una “giustizia automatica” a una “giustizia personalizzata”.
3. Per tutelare i più vulnerabili
I lavoratori delle piccole imprese, spesso meno sindacalizzati e più esposti agli abusi, hanno oggi meno strumenti per difendersi. Votare SÌ è un atto di protezione verso chi è più debole e ha meno voce.
4. Per scoraggiare gli abusi
Un indennizzo proporzionato, deciso dal giudice, ha un effetto deterrente: riduce la tentazione di licenziare senza motivazione. Oggi, al contrario, le imprese sanno di poter “pagare poco” per licenziare anche senza giusta causa.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Resterà in vigore l’attuale sistema, che consente alle imprese di licenziare anche senza ragione, pagando somme basse e predeterminate. I lavoratori delle piccole imprese continueranno a essere considerati lavoratori di serie B. Non ci sarà alcuna valutazione caso per caso, nessuna attenzione alla persona, nessuna giustizia concreta.

Conclusione

Il lavoro non è una concessione, è un diritto. E i diritti non si possono quantificare con due o tre mensilità standard, indipendentemente dalle storie personali. Questo referendum dà finalmente voce a chi oggi non ne ha.

Io voterò SÌ. Per restituire dignità, uguaglianza e giustizia a chi lavora.
Perché questo voto non è per altri: è per noi.
Per chi ha sempre dato tutto, anche in silenzio.
Per chi non ha più paura di chiedere giustizia.

Referendum 8–9 giugno: Perché votare SÌ al primo quesito sui licenziamenti illegittimi

L’8 e il 9 giugno, i cittadini italiani sono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari che toccano temi fondamentali come il lavoro, la sicurezza e la cittadinanza. Il primo di questi quesiti propone l’abrogazione del Decreto Legislativo n. 23 del 2015, noto come Jobs Act, nella parte relativa ai licenziamenti illegittimi per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015. Io sostengo con convinzione il SÌ a questo quesito, ritenendo che rappresenti un passo essenziale verso la giustizia sociale e la tutela dei diritti dei lavoratori.

Cosa prevede il primo quesito referendario?

Il primo quesito propone di abrogare la normativa introdotta dal Jobs Act che, per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, in caso di licenziamento illegittimo, prevede esclusivamente un indennizzo economico compreso tra 6 e 36 mensilità, senza possibilità di reintegro nel posto di lavoro. Se il referendum avrà esito positivo, si tornerà all’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, come modificato dalla legge Fornero del 2012, che prevede il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, oltre a un risarcimento economico. 

Perché votare SÌ?

Ripristinare la giustizia sul lavoro: Il reintegro nel posto di lavoro rappresenta una forma di tutela reale per il lavoratore ingiustamente licenziato, riconoscendo il valore del lavoro come diritto fondamentale e non come merce negoziabile. Contrastare la precarizzazione: La possibilità per il datore di lavoro di licenziare senza giusta causa, pagando un’indennità, ha contribuito a creare un clima di insicurezza e precarietà tra i lavoratori. Ripristinare il reintegro significa rafforzare la stabilità occupazionale. Tutelare i lavoratori più vulnerabili: Il sistema attuale penalizza soprattutto i lavoratori con minore anzianità, che ricevono indennizzi più bassi e hanno meno possibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro. Il ritorno all’articolo 18 garantirebbe una maggiore equità. Promuovere un’economia più sana: Le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori e investono nella qualità del lavoro non devono essere penalizzate da una concorrenza sleale basata sullo sfruttamento e sulla facilità di licenziamento.

Le conseguenze di un mancato quorum o di una vittoria del NO

Se il referendum non raggiungerà il quorum o se prevarrà il NO, resterà in vigore l’attuale normativa del Jobs Act, che limita fortemente le tutele per i lavoratori licenziati ingiustamente. Ciò significherebbe mantenere un sistema che ha indebolito il potere contrattuale dei lavoratori e aumentato la precarietà.

Conclusione

Votare SÌ al primo quesito referendario significa scegliere di rafforzare i diritti dei lavoratori, promuovere la giustizia sociale e costruire un mercato del lavoro più equo e sostenibile. È un’occasione per correggere gli errori del passato e per affermare il valore del lavoro come pilastro fondamentale della nostra società.

L’8 e il 9 giugno, votiamo SÌ. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

“L’economia che viene dal cuore: il paradigma civile contro la tirannia del profitto”

In un tempo in cui l’economia appare sempre più distante dalla vita reale delle persone, schiacciata tra il dogma del mercato autoregolato e le chimere di un dirigismo ormai fuori dal tempo, una nuova via si fa spazio: quella dell’economia civile. Non si tratta di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, né tantomeno di un compromesso al ribasso tra libertà e uguaglianza, ma di un paradigma profondamente diverso, radicato nella tradizione italiana e oggi più attuale che mai.

Le radici dimenticate di un’utopia concreta

L’economia civile affonda le sue radici nel pensiero illuminista di Antonio Genovesi, che nel XVIII secolo parlava di economia come “scienza della felicità pubblica”. Un’intuizione potente, cancellata dalla storia dominante dell’economia politica anglosassone, che ha invece fondato la propria costruzione teorica sull’individuo razionale, egoista, massimizzatore del proprio interesse. Ma l’uomo – come ci ricorda questa visione alternativa – non è soltanto un produttore o un consumatore. È prima di tutto un essere relazionale, capace di cooperare, di donare, di costruire legami significativi. L’economia civile prende sul serio questa antropologia integrale.

Oltre il riduzionismo economico

Nel cuore dell’economia civile c’è l’idea di interezza. Non basta leggere l’agire umano nei compartimenti stagni dell’efficienza, del PIL o del margine operativo. Serve una visione olistica, che integri saperi e approcci diversi: economia, psicologia, ecologia, filosofia, storia. Come ha sottolineato la stessa regina Elisabetta dopo la crisi finanziaria del 2008, ciò che è mancato non è stata la capacità tecnica, ma la capacità di comprendere l’interconnessione sistemica dei fenomeni. Esattamente ciò che propone la multidisciplinarietà dell’economia civile.

Non è un caso che i promotori di questo nuovo corso – da Leonardo Becchetti a Jeffrey Sachs, fino ai giovani protagonisti dell’Economia di Francesco – parlino di una vera e propria “rinascita economica”. Una rinascita che rimette al centro la persona, la comunità e il pianeta, non come orpelli etici di un sistema immutabile, ma come fondamenti di una nuova architettura socio-economica.

Le parole chiave del cambiamento

Quattro sono le leve strategiche su cui l’economia civile costruisce la propria proposta:
1. Il voto col portafoglio – ogni atto di consumo è un atto politico. Sostenere imprese responsabili, cooperative, economie locali significa orientare il mercato verso la giustizia sociale e ambientale.
2. L’amministrazione condivisa – sulla scia della sentenza 131/2020 della Corte costituzionale, viene promosso un modello di governance pubblico-civico, fondato sulla sussidiarietà e la partecipazione attiva dei cittadini.
3. Le comunità energetiche rinnovabili – simbolo di un’economia decentrata, solidale, fondata sulla cura dei beni comuni e sulla responsabilità ambientale.
4. L’autogoverno civico – con l’idea di dar vita a “s-partiti”, cioè nuove forme di organizzazione politica nate dal basso, capaci di rappresentare le istanze concrete dei territori.

Questo nuovo paradigma rifiuta la polarizzazione tra Stato e Mercato. Al contrario, riconosce e valorizza il ruolo della società civile organizzata come terzo pilastro della vita democratica. Le istituzioni pubbliche non sono viste come pianificatori onnipotenti, ma come levatrici delle energie sociali diffuse, capaci di generare soluzioni innovative e radicate nella realtà.

Il fraintendimento della “terza via”

Una delle critiche più frequenti all’economia civile è quella di voler riproporre una “terza via” tra capitalismo e socialismo. Ma questa etichetta è profondamente fuorviante. L’economia civile non è una mediazione tra opposti, ma un superamento dei presupposti stessi di entrambi i modelli: mette in discussione il riduzionismo antropologico, l’idea di crescita infinita, la marginalizzazione del bene comune. Non cerca compromessi, ma rigenera i fondamenti.

Nel farlo, non scivola nell’ingenuità del dialogo ad ogni costo. Al contrario, afferma con forza che la cooperazione internazionale è indispensabile per affrontare sfide come il cambiamento climatico, la povertà globale, l’ingiustizia fiscale. Ma questa cooperazione si fonda sul riconoscimento delle differenze, sulla costruzione di un terreno comune, non sull’appiattimento culturale o sull’accettazione supina degli autoritarismi.

Un nuovo umanesimo economico

In ultima istanza, l’economia civile è una proposta di umanesimo economico. In un’epoca segnata dal dominio dell’algoritmo, dal capitalismo predatorio e dall’emergere di nuove forme di autoritarismo digitale, questo paradigma si fa sentinella della democrazia. Non a caso, il cuore del suo messaggio è una difesa radicale della libertà, non come isolamento individuale, ma come partecipazione alla costruzione del bene comune.

Il futuro dell’economia, se vuole essere anche il futuro dell’umanità, non può più ignorare la dimensione relazionale, spirituale, ecologica dell’esistenza. Serve un’economia che venga dal cuore, che sappia vedere nelle persone non solo clienti o elettori, ma cittadini capaci di cura, bellezza e responsabilità.

Forse non è un’utopia. Forse è solo la realtà che attende di essere riconosciuta.

Mario Sommella
Per una politica che restituisca dignità al pensiero e giustizia all’economia

“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

“Il lavoro non è una messa: retorica, sfruttamento e resistenza nel 1° Maggio del capitale armato”

Nel tempo dell’oblio istituzionalizzato, anche le date che dovrebbero unire vengono usate come cesure. Il 25 aprile è stato silenziato da un lutto nazionale lungo cinque giorni per la morte di papa Francesco – una figura scomoda e anomala per le élite economiche e politiche, che ha avuto il coraggio di parlare di sfruttamento, precarietà e dignità del lavoro senza infingimenti clericali. Non sorprende che la stessa scelta non sia stata replicata per oscurare il Primo Maggio: undici giorni di lutto sarebbero stati difficili da giustificare persino per la più spregiudicata delle destre al potere. Meglio lasciare che la ricorrenza scorra via tra un concertone e una passerella, evitando di ricordare che questa festa nasce nel sangue degli operai di Chicago, non nei salotti dei talk show o nei palchi governativi.

L’anomalia Bergoglio e il fastidio del potere per la voce dei lavoratori

Non è un caso che proprio papa Francesco fosse diventato bersaglio implicito di silenzi e manipolazioni. Quando nel 2023 accolse in Vaticano migliaia di delegati della CGIL e disse loro “fate rumore”, fece ciò che il potere teme di più: legittimare il conflitto sociale in nome del Vangelo. Denunciava la “cultura dello scarto”, chiamava “sfruttamento” quello che i giornali definiscono “flessibilità”, e si scagliava contro “l’idolatria del denaro”, quella stessa idolatria che oggi giustifica la precarizzazione, la deindustrializzazione civile e la riconversione bellica dell’economia italiana.

L’Italia della guerra che uccide il lavoro

Iveco e Leonardo progettano blindati, Fincantieri costruisce motovedette e corvette, l’industria militare italiana cresce a dismisura. I contratti civili stagnano, i salari reali calano e il potere d’acquisto dei lavoratori si erode costantemente sotto l’effetto combinato dell’inflazione e della deregolamentazione del lavoro. Negli ultimi dieci anni, il salario medio italiano ha perso oltre il 12% del suo valore reale, mentre in altri paesi europei – Germania, Francia, Spagna – è cresciuto. Oggi in Italia si lavora di più per guadagnare meno, mentre il costo della vita continua a salire: affitti, mutui, bollette, beni di prima necessità.

Nel frattempo, i bilanci delle aziende belliche crescono a doppia cifra. È un’economia schizofrenica quella che ci circonda: si lamenta il calo della domanda per auto elettriche e beni di consumo, e si rilancia la produzione di armi come antidoto alla crisi. Ma quale modello sociale si costruisce con le bombe? Quale democrazia si tutela alimentando il mercato della morte?

La Germania, come nel secolo scorso, torna ad armarsi. E l’Italia, come nel secolo scorso, tenta di aggrapparsi al suo carro armato. Nessuna lezione appresa, nessuna riflessione. Solo l’antica illusione che la guerra sia il motore della ricchezza. È il capitalismo militarizzato, dove la pace è un lusso e la produzione si salva producendo morte.

Il ritorno dei minori in fabbrica: l’americanizzazione della miseria

Dall’altra parte dell’Atlantico, in Florida, si discute una legge per abbassare a 13 anni l’età minima lavorativa. Bambini trattati come riserve di forza-lavoro per colmare il vuoto lasciato dai migranti espulsi, spesso con manette e gabbie. In un’America che si finge cristiana ma adora Moloch, il lavoro minorile diventa la soluzione alla crisi demografica e all’ossessione per i confini. È il trionfo della distopia neoliberista: meno scuola, più sfruttamento. E in Italia? Siamo su quella stessa china. Il sistema scolastico è disinvestito, i giovani vengono avviati al lavoro sottopagato con la retorica del “fare esperienza”, e i migranti – braccia preziose per l’economia – vengono criminalizzati.

Precarietà, appalti e morte: il lavoro che uccide

Secondo l’Osservatorio di Bologna, nel 2024 sono morti 1.424 lavoratori – uomini, donne, migranti – e i dati del 2025 mostrano già un incremento del 16% nei primi due mesi. È un’ecatombe. Ma è anche la punta dell’iceberg. Il Jobs Act, le riforme della destra e il mercato degli appalti hanno costruito una filiera della morte, dove chi lavora è solo un pezzo intercambiabile, sacrificabile. Chi muore sul lavoro, spesso, non ha un datore di lavoro identificabile: i grandi committenti sono legalmente deresponsabilizzati, come i registi che non firmano mai la scena finale. È una forma raffinata di disumanizzazione: non solo sei precario, ma se muori nessuno è responsabile. È lo Stato stesso che lo ha deciso.

Cinque referendum per rompere le catene del Jobs Act

L’8 e 9 giugno si voterà su cinque referendum proposti dalla CGIL. Sono referendum per il lavoro, per la dignità, per la democrazia.
1. Ripristino della reintegrazione per licenziamenti illegittimi: perché chi viene espulso senza motivo ha diritto a tornare al lavoro.
2. Abolizione del tetto alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: perché la giustizia non deve dipendere dal numero di dipendenti.
3. Limitazione dell’uso dei contratti a termine: per arginare l’abuso strutturale della precarietà.
4. Responsabilità delle aziende appaltatrici sugli infortuni: per colpire l’omertà legale lungo la filiera degli appalti.
5. Riforma della cittadinanza: perché chi vive, lavora e paga le tasse qui è già italiano nei fatti.

Ma siamo in un contesto postdemocratico, in cui la partecipazione popolare è svuotata, e la sfiducia dilaga. La politica è percepita come distante, compromessa, o del tutto assente. I media tacciono, Elly Schlein parla ma il suo partito è ancora quello che approvò il Jobs Act. Il M5S sostiene i referendum ma ha governato col Capitano dei porti chiusi. AVS è in prima linea, ma è marginalizzata. E la Cisl ha scelto da tempo un’altra strada, parallela a quella del governo Meloni, lasciando la “strada maestra” della Costituzione.

O si cambia o si cade: perché il 1° maggio non basta più

Questo 1° maggio non è solo difficile. È uno specchio rotto. Da una parte, la celebrazione della retorica unitaria, incarnata dal Concertone e dalle dichiarazioni istituzionali. Dall’altra, la frattura tra chi lavora davvero e chi governa, tra chi subisce e chi impone.

Non basta più “celebrare” il lavoro. Bisogna difenderlo. E per farlo, serve una mobilitazione che non sia episodica, una consapevolezza che diventi progetto, una ribellione che si faccia diritto. La risposta non può venire da chi ha svenduto il lavoro o da chi lo ha armato. Può venire solo dal basso, da chi vive il lavoro come carne, sudore, fatica. E da chi ricorda che la Festa del Lavoro non è una messa: è un grido collettivo, eversivo, rivoluzionario.

Perché il lavoro non è una concessione. È un diritto. E senza diritti, il lavoro è solo schiavitù col badge.

Uranio impoverito: l’eredità radioattiva della guerra e la prima storica sentenza nei Balcani

Il 24 marzo 2025, il tribunale di Pancevo, in Serbia, ha emesso una sentenza destinata a fare storia: per la prima volta nei Balcani è stato riconosciuto, in sede giudiziaria, il nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di gravi patologie tumorali. La pronuncia arriva grazie al lavoro congiunto del pool di avvocati guidati da Srdjan Aleksijc e dall’italiano Angelo Fiore Tartaglia, già noto per aver costruito in Italia una solida giurisprudenza a tutela dei militari colpiti da malattie letali dopo le missioni nei Balcani.

La decisione del tribunale serbo non solo rompe un muro di silenzio, ma pone le basi per una mobilitazione giuridica e politica volta a tutelare migliaia di vittime civili e militari. In particolare, nei territori della ex Jugoslavia, bombardati dalla NATO tra il 1994 e il 1999, si è assistito a una vera e propria epidemia oncologica, in corrispondenza dei siti colpiti da munizionamenti all’uranio impoverito.

Cos’è l’uranio impoverito?

L’uranio impoverito (UI) è un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio. Estremamente denso e piroforico, viene utilizzato per produrre proiettili capaci di perforare corazze e veicoli blindati. All’impatto, queste munizioni rilasciano microparticelle di metallo radioattivo che si disperdono nell’ambiente, contaminando aria, acqua e suolo. Inalate o ingerite, queste particelle possono causare alterazioni genetiche, mutazioni cellulari, linfomi, leucemie, tumori ai polmoni, ai reni e ad altri organi vitali.

La NATO ha utilizzato queste armi nei teatri bellici dei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Siria e ora anche in Ucraina. E ogni volta, come un’ombra silenziosa, le guerre si trascinano dietro una seconda ondata di morte: quella della contaminazione invisibile, persistente, e intergenerazionale.

I numeri della strage: tra Balkans, Iraq e Italia

Durante la guerra del Kosovo, furono sparati oltre 31.000 proiettili all’uranio impoverito, per un totale di circa 10 tonnellate di materiale radioattivo. I bombardamenti coinvolsero almeno 112 siti, molti dei quali ancora contaminati. Nei territori esposti si è registrato un aumento anomalo di malattie oncologiche sia tra la popolazione civile che tra i militari della KFOR.

In Iraq, i dati sono ancora più tragici. Dopo le guerre del 1991 e del 2003, città come Fallujah e Bassora hanno visto un’esplosione di malformazioni neonatali, tumori infantili e patologie rare. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, le percentuali di malformazioni a Fallujah hanno superato quelle registrate a Hiroshima dopo lo sgancio della bomba atomica.

Anche l’Italia ha il suo dramma silenzioso. Secondo l’Osservatorio Militare, oltre 7.500 soldati italiani si sono ammalati dopo le missioni nei Balcani, e almeno 366 sono deceduti. La IV Commissione parlamentare d’inchiesta ha accertato il legame tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie riscontrate, ma il Ministero della Difesa continua a schermarsi dietro commissioni “indipendenti” che non producono risultati concreti, ostacolando il riconoscimento dei risarcimenti e della verità.

Il caso Ucraina: un crimine che si ripete

Nel 2023 il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio all’Ucraina di munizioni all’uranio impoverito da utilizzare con i carri armati M1 Abrams. In un conflitto già devastante, si è aggiunto un fattore di rischio a lungo termine per militari e civili. Secondo l’organizzazione britannica Campaign Against Depleted Uranium, l’uso di UI in Ucraina aprirà un nuovo ciclo di malattie e contaminazione ambientale, con conseguenze che dureranno decenni.

Nessuna guerra termina quando cessano le ostilità: il terreno avvelenato continua a colpire, mutando il DNA dei bambini non ancora nati, riducendo in polvere radioattiva la speranza di un futuro sano. L’uranio impoverito è un’arma codarda, perché colpisce a distanza di anni e non distingue tra nemici, alleati o civili.

La guerra è l’obbrobrio originario

Non esiste un uso “etico” della guerra. Non esiste una guerra pulita, chirurgica, legittima. La guerra è in sé un crimine contro l’umanità. E l’uranio impoverito, come le bombe a grappolo o le armi chimiche, non è che il volto più evidente e viscido di un sistema che trasforma le persone in bersagli e i territori in laboratori della morte.

Condannare l’uranio impoverito è doveroso, ma non basta. Occorre un rifiuto radicale della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ogni guerra è sempre, inevitabilmente, un fallimento della politica e una ferita insanabile per l’umanità. Non ci sono guerre giuste: c’è solo la giustizia della pace, da costruire con la diplomazia, il disarmo e la cooperazione tra i popoli.

La responsabilità della NATO e l’urgenza di una messa al bando

La NATO, e con essa i governi che ne sostengono le operazioni, devono essere chiamati a rispondere non solo dei crimini diretti, ma anche delle armi impiegate e delle loro conseguenze sanitarie ed ecologiche. L’uso dell’uranio impoverito rappresenta una forma di guerra permanente: uccide anche in tempo di pace, mina i territori, distrugge la salute pubblica.

La sentenza serba rappresenta un varco: per la prima volta nei Balcani si riconosce la responsabilità giuridica legata all’uso di queste armi. Ma ora serve un passo in avanti: un’azione internazionale decisa per la messa al bando dell’uranio impoverito e l’imposizione di responsabilità chiare nei confronti delle istituzioni militari e politiche coinvolte.

Una lotta per la verità, contro la guerra e per la vita

Il lavoro dell’avvocato Tartaglia e dei suoi colleghi serbi dimostra che la giustizia può ancora farsi strada tra le macerie. Ogni sentenza che riconosce il nesso tra UI e patologie tumorali è una pietra sulla quale costruire la memoria e la tutela di chi ha pagato con la vita decisioni belliche irresponsabili.

Ma la vera sfida è ancora più profonda: smascherare la guerra nella sua natura sistemica, violenta, predatoria. E affermare un principio intransigente: la pace non è un’utopia, è l’unica via praticabile per un’umanità che voglia restare viva.

Il Grande Tradimento: la Guerra come Nuovo Contratto Sociale sulle Spalle degli Ultimi

L’Europa e il patto sociale infranto

C’era una volta un patto non scritto tra lo Stato e i cittadini: il contratto sociale nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale prometteva pace, diritti e benessere diffuso in cambio dell’impegno comune. Su quelle fondamenta l’Europa ha costruito decenni di welfare, di servizi pubblici e di progresso sociale. Oggi, però, assistiamo a un grande tradimento di quello spirito originario. I governi europei sembrano aver rotto quel patto: la guerra – o meglio, una perenne economia di guerra – sta diventando il nuovo collante della società, il nuovo contratto sociale imposto dall’alto. Al posto della sicurezza sociale, ci viene chiesta sicurezza militare; al posto dei diritti, si invoca disciplina e sacrificio bellico. È un tradimento profondo e doloroso, perché tradisce la promessa di “mai più” fatta ai nostri nonni e padri, e soprattutto perché colpisce per primi i più deboli, i poveri, gli esclusi.

In questa inquietante trasformazione, la guerra non è più vista come follia da evitare, ma come orizzonte attorno a cui riorganizzare la società. Veniamo bombardati da discorsi di emergenza e paura: c’è sempre un nemico alle porte, una minaccia incombente per cui stringerci attorno alla bandiera e accettare qualsiasi sacrificio. Così, passo dopo passo, il dibattito pubblico sposta l’attenzione dalla giustizia sociale alla mobilitazione bellica. Il risultato? Lo Stato che un tempo prometteva di prendersi cura dei suoi cittadini ora chiede ai cittadini di prendersi cura dello Stato in guerra, rinunciando a diritti e risorse. È come se il messaggio fosse: dimenticatevi del welfare, della sanità o del lavoro sicuro – l’importante è sostenere lo sforzo bellico. Questo nuovo contratto sociale bellico è una trappola velenosa, perché vincola la cittadinanza non più alla partecipazione democratica e alla tutela reciproca, ma all’obbedienza e al silenzio di fronte alla guerra.

La guerra come priorità, i fragili come vittime invisibili

La scelta di fare della guerra la priorità assoluta ha conseguenze dirette e devastanti su tutta la popolazione. Chi paga il prezzo più alto di questo tradimento? Sono le persone più fragili, i poveri, gli emarginati, quelli che Papa Francesco chiama “scarti” di questa “cultura dello scarto” che emargina i non produttivi. Mentre piovono miliardi per nuovi armamenti, nelle periferie d’Europa c’è chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo o a pagare l’affitto. Mentre i governi annunciano orgogliosi l’acquisto di caccia e carri armati, un europeo su cinque rischia la povertà: parliamo di quasi 95 milioni di persone senza garanzie di una vita dignitosa . Sono numeri enormi, dietro cui ci sono volti e storie di sofferenza: famiglie monoreddito travolte dal caro-vita, disoccupati e precari senza alcun ammortizzatore sociale, anziani soli costretti a scegliere se riscaldarsi o cenare, giovani senza lavoro né futuro, migranti e rifugiati trattati come numeri o minacce invece che come esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame.

Questi ultimi della fila erano già ai margini in tempi “normali”; ora, nell’Europa del nuovo patto bellico, diventano praticamente invisibili. I loro diritti fondamentali – il cibo, la casa, la salute, l’istruzione – passano in secondo piano, schiacciati dalla retorica della sicurezza militare. L’economia di guerra li opprime due volte: da un lato, erode quel poco di sostegno pubblico su cui potevano contare; dall’altro, aggrava le difficoltà quotidiane con inflazione e carovita. Non dimentichiamo che la guerra non è solo missili e soldati al fronte: è anche bollette triplicate, benzina alle stelle, inflazione a doppia cifra sui beni essenziali. Chi ha risorse affronta questi rincari stringendo i denti; chi viveva già in povertà o ai suoi limiti ne viene travolto. Così, se l’alta società quasi non sente lo sforzo bellico se non come dato di cronaca, i poveri ne sentono ogni singolo schianto: nel piatto sempre più vuoto, nella coda più lunga alla mensa dei poveri, nel posto di lavoro perso perché l’azienda ha chiuso i battenti.

“L’economia di guerra” contro il welfare e la dignità

Questa economia di guerra che avvolge l’Europa non è fatta solo di fucili e cannoni: è fatta di bilanci statali stravolti, di scelte politiche che spostano montagne di denaro pubblico dalla spesa sociale a quella militare. Gli indicatori non lasciano dubbi. A livello di Unione Europea, la spesa militare ha raggiunto cifre record: quasi 300 miliardi di euro l’anno, con un balzo del +20% in un solo anno . In parallelo, i fondi per scuola, sanità, assistenza languono quando non vengono tagliati. Ogni euro destinato a un carro armato è un euro sottratto a un ospedale, a una scuola, a un progetto di edilizia popolare. Non è retorica, è realtà. Come notano gli osservatori più attenti, “le spese militari sono incompatibili con il mantenimento della sanità, della previdenza, dell’istruzione pubblica” . Possiamo davvero stupirci se, mentre aumentano i finanziamenti ai generali, chiudono reparti ospedalieri per mancanza di personale? Possiamo sorprenderci se i treni dei pendolari cadono a pezzi e le case popolari restano fatiscenti, mentre si trovano all’istante miliardi per nuove armi?

Questa è la crudele aritmetica del tradimento: si finanzia la guerra e si affama il welfare. In Italia, ad esempio, oltre 30 miliardi di euro all’anno sono già destinati alle spese militari e puntano a diventare 40 , una somma colossale che, se investita sul sociale, potrebbe rivoluzionare la vita di milioni di cittadini. Invece viene usata per comprare strumenti di morte. E così, mentre le fabbriche di armi macinano profitti e le élite celebrano la “necessità” del riarmo, gli “esuberi” di questa società – i disoccupati, gli indigenti, i disabili senza assistenza – vengono spinti ancora più fuori vista. È un’economia perversa quella che sacrifica i deboli sull’altare della forza militare. Papa Francesco l’ha definita senza mezzi termini “cattiva politica fatta con le armi”, una politica che produce nuovi poveri e innumerevoli vittime innocenti . Le sue parole risuonano come un monito etico: “Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti!” . Non si può costruire una società giusta sulle fondamenta di questa violenza istituzionalizzata, perché essa annichilisce ulteriormente chi già non ha voce.

Ci avevano raccontato, negli anni passati, che “non c’erano soldi” per migliorare le pensioni minime, per garantire un reddito dignitoso ai disoccupati, per costruire case popolari o asili nido. Ma all’improvviso i soldi compaiono, eccome, quando si tratta di missili e carri armati. E compaiono su una scala mai vista: l’industria bellica vive una nuova età dell’oro a spese del nostro futuro. Questo slittamento delle priorità è accompagnato da una propaganda incessante: se protesti perché l’ospedale nel tuo quartiere chiude, ti senti rispondere che “c’è la guerra, dobbiamo stringere la cinghia”. Come se la collettività dovesse accettare in silenzio di perdere diritti e servizi perché “adesso c’è ben altro a cui pensare”. Ma a cosa serve uno Stato armato fino ai denti se poi lascia indifesi i suoi cittadini più vulnerabili? È davvero sicurezza nazionale quella che ignora la sicurezza umana di avere un tetto, del cibo, delle cure mediche? Questa economia di guerra sta distruggendo quello che resta dei diritti sociali dei popoli europei, aprendo la strada a una società più diseguale e più feroce. In nome della difesa, stiamo disarmando la giustizia sociale.

I “figli di nessuno” e la cultura dello scarto

In questo quadro desolante, non possiamo non vedere l’ombra della “cultura dello scarto” denunciata da Papa Francesco. È la mentalità per cui alcune vite valgono meno di altre, per cui poveri, migranti, disabili, emarginati diventano scarti, rifiuti umani di cui disfarsi o da lasciare al loro destino. La trasformazione bellica della società europea accentua questa tendenza disumana: gli ultimi diventano ancora più ultimi. Sono i dimenticati, i “figli di nessuno” del nostro tempo, su cui si abbattono tutte le crisi senza che nessuno li ascolti. Vengono sacrificati due volte: prima dallo schema economico che li esclude, poi dalla deriva bellicista che li ignora del tutto o addirittura li usa come pedine. Pensiamo ai giovani senza lavoro né formazione, arruolati dalla disperazione in eserciti e guerre che non comprendono, mandati a combattere e morire mentre cercavano soltanto una via d’uscita dalla miseria. Oppure pensiamo ai migranti che fuggono da guerre spesso alimentate dalle stesse potenze che ora alzano muri: finiscono per essere rifiutati, imprigionati, considerati “invasori” invece che vittime di un sistema violento. La guerra come nuovo contratto sociale non prevede spazio per la solidarietà verso lo straniero o per la compassione verso il povero; al contrario, spesso alimenta nazionalismi e chiusure che individuano proprio negli ultimi i capri espiatori del malcontento. È più facile prendersela con i deboli – l’immigrato, il senzatetto, il dissidente pacifista – che assumersi la responsabilità di un sistema malato.

Eppure, proprio da questi scarti emarginati sale un monito e insieme una speranza. Se ascoltiamo le periferie, i ghetti, le baraccopoli d’Europa, sentiremo la stessa richiesta universale di dignità e pace. I poveri non chiedono la luna: chiedono di poter vivere con dignità, senza essere calpestati o dimenticati. “I dimenticati di questo mondo hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio”, ha detto Papa Francesco , ricordandoci che il valore di una società si misura dallo spazio che riserva ai più deboli. I nuovi poveri sono vittime innocenti delle guerre e della politica fatta con le armi : suona come una condanna morale e insieme un appello a cambiare rotta. Ogni barbone avvolto in un cartone, ogni bambino che a scuola ha fame, ogni madre single senza aiuti è un atto d’accusa vivente contro questa deriva bellica che stiamo accettando. Non possiamo voltare lo sguardo altrove: in quei volti c’è il riflesso della nostra umanità collettiva che viene meno.

Riscoprire la solidarietà e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario cupo, abbiamo una scelta di fondo: accettare passivamente questo nuovo “contratto sociale” basato sulla guerra, oppure ribellarci in nome della solidarietà e della giustizia sociale. Il richiamo alla solidarietà non è retorica vuota, ma l’ultimo baluardo di civiltà che ci resta. Vuol dire rimettere al centro gli esseri umani, tutti, a partire da chi sta in basso. Vuol dire rifiutare la logica perversa che assegna valore alle persone in base alla loro utilità nello sforzo bellico o produttivo. Solidarietà significa che nessuno deve essere lasciato indietro: né in tempo di pace né – tantomeno – in tempo di guerra. Significa che di fronte a una famiglia che non arriva a fine mese, non accettiamo la scusa “ci sono altre priorità”: quella è la priorità. Che di fronte a un popolo straniero sotto le bombe, non rispondiamo con più bombe, ma con l’abbraccio dell’accoglienza e della diplomazia. Significa, in sostanza, restare umani quando tutto attorno spinge ad essere l’opposto.

Servono scelte coraggiose e un cambio di mentalità. È necessario reclamare, con forza e con voce collettiva, un ritorno a un contratto sociale degno di questo nome: un patto di pace sociale, non di guerra permanente. Questo significa pretendere dai nostri governi di invertire la rotta: meno soldi ai generali, più soldi agli ospedali e alle scuole; meno investimenti in armi, più investimenti in lavoro, case popolari, energie pulite; meno retorica di guerra nei media, più attenzione e spazio alle storie di chi soffre la povertà e l’ingiustizia. Giustizia sociale e pace sono due volti della stessa medaglia. Non ci può essere vera pace se milioni di cittadini vivono nell’angoscia economica e nell’abbandono; e d’altra parte, una società equa e coesa è il più solido antidoto alla guerra, perché popoli amici e rispettati reciprocamente difficilmente acconsentiranno a massacrarsi.

Ricostruire il contratto sociale significa anche dare voce a chi non ha voce. I poveri, gli emarginati, i “nessuno” di cui sopra vanno ascoltati, coinvolti, rappresentati. È troppo facile parlare di loro senza mai dar loro un microfono. Una società veramente democratica deve includere le istanze di tutti, soprattutto di chi è normalmente escluso dai palazzi del potere. Responsabilità verso chi ha meno voce, infatti, ricade su ognuno di noi: sui media, sui politici, ma anche sui cittadini comuni. Non possiamo delegare solo ai leader (spesso sordi) questo compito: spetta a ciascuno di noi, nel suo piccolo, far emergere il grido di chi soffre. Significa sostenere associazioni e movimenti che aiutano i più poveri e contemporaneamente lottano contro la guerra e le spese militari folli. Significa denunciare ogni giorno, ostinatamente, questo scandalo morale di risorse buttate in armamenti mentre gli esseri umani patiscono la fame e l’abbandono. Significa riscoprire un senso di umanità collettiva, sentirci parte di un unico popolo che non accetta di sopravvivere sulle macerie dei propri valori.

Conclusione: un futuro da riconquistare insieme

Il grande tradimento in atto – la guerra elevata a nuovo contratto sociale – non è un destino inevitabile, ma un percorso scellerato che possiamo e dobbiamo fermare. La Storia ci insegna che ogni contratto sociale ingiusto, ogni patto fondato sulla sopraffazione, prima o poi viene messo in discussione dai popoli. Oggi tocca a noi farlo. Dobbiamo rifiutare il ricatto morale per cui dissentire dalla guerra equivale a tradire la patria: al contrario, denunciare questa deriva è un atto di altissima fedeltà ai valori più veri della nostra patria europea, nata per unire i popoli nella pace e nei diritti. Non c’è vera patria senza i suoi figli più umili: una nazione che sacrifica gli ultimi tradisce sé stessa. E allora diventa doveroso gridare che questa guerra – qualunque guerra – non può essere il nuovo contratto sociale su cui fondare l’Europa. L’Europa dei padri fondatori era quella della solidarietà e della cooperazione, del “mai più guerre”. Dobbiamo reclamare quell’eredità e aggiornarla all’oggi, includendo esplicitamente chi ne è sempre rimasto ai margini.

In questo sforzo, l’emozione non è un difetto ma una forza motrice. Indignazione, compassione, speranza: sono sentimenti che dobbiamo coltivare e trasformare in azione. Indignazione per ogni soldo pubblico sprecato in strumenti di morte mentre un bambino povero resta senza pasti; compassione per ogni vita spezzata, sia sotto una bomba dall’altra parte del mondo sia sotto i nostri ponti cittadini; speranza che un altro modello di società sia possibile. Perché lo è: un contratto sociale della pace e della solidarietà è possibile, se abbastanza persone lo vogliono. Un modello in cui la sicurezza non si misuri in testate nucleari ma in famiglie tolte dalla miseria, in malati curati, in giovani educati alla fraternità. Un modello in cui le parole umanità, dignità, giustizia non siano retorica, ma pratica quotidiana.

Il futuro dell’Europa – e del mondo – dipende da questa scelta cruciale. Possiamo continuare sulla strada del tradimento, lasciando che la guerra cannibalizzi la nostra umanità. Oppure possiamo spezzare questo incantesimo maligno, rifiutare la guerra come orizzonte e riprendere in mano il sogno di una società davvero umana. Sta a noi. Non domani, ma adesso. Ogni gesto di solidarietà verso un escluso, ogni voce che si leva contro l’economia di guerra, ogni coscienza che si risveglia alla compassione è un mattone di un nuovo patto sociale da costruire. Un patto in cui la guerra torni ad essere impensabile e la dignità di ogni persona sia il valore più sacro. Solo così potremo dire di aver sconfitto davvero il grande tradimento e di aver riconquistato la nostra umanità collettiva.

In conclusione, il nostro “contratto sociale” va riscritto ora, insieme, mettendo al centro la pace, la giustizia sociale e la solidarietà verso chiunque sia rimasto indietro. Solo allora l’Europa potrà guardare al futuro con la coscienza di non aver abbandonato i suoi figli più fragili, ma anzi di averli finalmente riconosciuti come pietra angolare di una società rinnovata. Questo è il contratto che vogliamo: non quello della guerra e del profitto per pochi, ma quello della fratellanza e della dignità per tutti.