L’acqua tradita

Quindici anni dopo il referendum, la democrazia resta a secco

Esistono momenti nella storia di un Paese in cui il popolo parla con una chiarezza tale da non lasciare spazio ad ambiguità. Il 12 e 13 giugno 2011 fu uno di quei momenti. Ventisette milioni di cittadini italiani si recarono alle urne per affermare un principio semplice e rivoluzionario: l’acqua non è una merce, non può essere trasformata in fonte di profitto e deve rimanere un bene comune sottratto alle logiche del mercato.

Fu una vittoria straordinaria. Oltre il 95% dei votanti si espresse contro le norme che favorivano la privatizzazione del Servizio Idrico Integrato e contro la remunerazione garantita del capitale investito. Una consultazione popolare di dimensioni storiche che avrebbe dovuto rappresentare una svolta nella gestione dei beni comuni.

Eppure, a distanza di quindici anni, quella volontà popolare appare tradita. Il referendum è stato progressivamente svuotato, aggirato, neutralizzato. La sovranità popolare è stata celebrata a parole e ignorata nei fatti.

La democrazia sospesa davanti al mercato

Il caso dell’acqua rappresenta forse una delle più evidenti contraddizioni della democrazia italiana contemporanea. Quando i cittadini vengono chiamati a scegliere su questioni secondarie, il loro voto viene rispettato. Quando invece mettono in discussione interessi economici consolidati e rapporti di potere profondamente radicati, il meccanismo democratico sembra improvvisamente incepparsi.

Dal 2011 si sono succeduti governi di ogni colore politico. Governi tecnici, governi di centrodestra, governi di centrosinistra, governi di larghe intese. Nessuno ha avuto il coraggio politico di trasformare in legge la volontà espressa dal referendum. Nessuno ha voluto approvare la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, sostenuta da centinaia di migliaia di cittadini.

Il motivo è evidente. L’acqua rappresenta uno dei grandi mercati del futuro. In un pianeta sempre più colpito dai cambiamenti climatici, dalla siccità e dall’aumento della popolazione, il controllo delle risorse idriche è destinato a diventare una delle principali fonti di potere economico e geopolitico del XXI secolo.

Le grandi multinazionali lo hanno compreso da tempo. Non a caso molte delle corporation che dominano il mercato mondiale delle acque imbottigliate guardano con interesse crescente ai sistemi pubblici di distribuzione e gestione della risorsa idrica.

La trappola delle società per azioni

Uno degli aspetti meno discussi ma più decisivi riguarda la natura giuridica delle aziende che gestiscono il servizio idrico.

Troppo spesso si sostiene che sia sufficiente mantenere una maggioranza pubblica nelle società che amministrano acquedotti, depuratori e reti fognarie. È una narrazione rassicurante ma profondamente ingannevole.

Una società per azioni, anche quando il capitale è detenuto in maggioranza da enti pubblici, rimane una società disciplinata dal diritto commerciale privato. Il suo obiettivo strutturale resta la sostenibilità economica e finanziaria dell’impresa. Essa opera secondo logiche di mercato, può emettere azioni, può essere sottoposta a processi di fusione, incorporazione o acquisizione e può diventare oggetto di operazioni finanziarie che sfuggono progressivamente al controllo democratico.

La storia delle privatizzazioni italiane insegna che quasi nessun processo di cessione ai privati avviene improvvisamente. Esso procede per tappe. Prima si trasforma il servizio pubblico in una società di capitali. Successivamente si introduce la partecipazione privata. Infine si giunge alla completa finanziarizzazione del servizio.

È una strada già percorsa in numerosi settori strategici del Paese.

Per questo il vero tema non è soltanto la proprietà delle quote societarie. Il nodo centrale è la natura dell’ente gestore. Se l’acqua deve essere realmente sottratta al mercato, la sua gestione deve essere affidata ad aziende di diritto pubblico, direttamente controllate dalla collettività e proprietarie di un bene che appartiene alla comunità.

La differenza non è tecnica ma politica. Nel primo caso il cittadino diventa cliente. Nel secondo rimane titolare di un diritto.

Quando l’acqua diventa un’arma

Le conseguenze della mercificazione dell’acqua non appartengono a scenari teorici. Esse sono già realtà in molte parti del mondo.

In Palestina l’acqua rappresenta uno degli strumenti attraverso cui si esercita il controllo territoriale. Da decenni le principali risorse idriche sono sottoposte a una gestione che favorisce in modo schiacciante la popolazione israeliana rispetto a quella palestinese. Dopo la devastazione della Striscia di Gaza, la distruzione delle infrastrutture idriche e la limitazione degli approvvigionamenti hanno trasformato l’accesso all’acqua in un elemento centrale della crisi umanitaria.

Quando una risorsa vitale viene sottratta alla sua dimensione universale e diventa oggetto di controllo economico o militare, essa cessa di essere un diritto e si trasforma in strumento di potere.

L’acqua, che dovrebbe unire gli esseri umani nella comune condizione di fragilità biologica, viene utilizzata per dividere, dominare e subordinare.

L’Amazzonia e la lezione dei popoli indigeni

Mentre molte istituzioni occidentali sembrano arrendersi alla privatizzazione dei beni comuni, alcune delle più importanti resistenze arrivano dai popoli indigeni.

In Brasile, gli indigeni Munduruku hanno recentemente dimostrato che la mobilitazione collettiva può ancora fermare gli interessi delle grandi corporation. Attraverso settimane di occupazione e protesta hanno contribuito a bloccare progetti che avrebbero favorito la privatizzazione di importanti corsi d’acqua amazzonici, funzionali soprattutto agli interessi commerciali delle multinazionali dell’agrobusiness.

La loro lotta ricorda una verità spesso dimenticata: i beni comuni non sopravvivono grazie alla benevolenza dei governi ma grazie alla capacità delle comunità di difenderli.

La memoria di Emilio Molinari

Tra coloro che hanno dedicato la propria vita a questa battaglia occupa un posto speciale Emilio Molinari. Politico, ambientalista, attivista e protagonista della campagna referendaria del 2011, Molinari comprese prima di molti altri che la questione dell’acqua era destinata a diventare il terreno decisivo dello scontro tra democrazia e mercato.

La sua intuizione era semplice ma potentissima. Difendere l’acqua significava difendere la partecipazione popolare. Difendere il diritto collettivo contro la riduzione di ogni aspetto della vita a merce.

Quando parlava del “fantasma della partecipazione” evocava la possibilità che cittadini organizzati, movimenti sociali e comunità locali potessero tornare protagonisti della storia, sfidando la concentrazione del potere economico e politico.

Una prospettiva che oggi appare più attuale che mai.

La grande questione del nostro tempo

La battaglia per l’acqua pubblica non riguarda soltanto gli acquedotti. Essa riguarda il modello di società che vogliamo costruire.

Il neoliberismo ha cercato per decenni di convincerci che tutto possa essere comprato e venduto. Ha trasformato i diritti in servizi, i cittadini in consumatori, la politica in amministrazione dell’esistente.

L’acqua rappresenta il limite invalicabile di questa ideologia. Perché senza acqua non esiste libertà, non esiste uguaglianza, non esiste vita.

Difendere la gestione pubblica dell’acqua significa affermare che esistono beni che non possono essere subordinati al profitto. Significa riconoscere che alcune risorse appartengono alle generazioni presenti e future e che nessun consiglio di amministrazione, nessun fondo finanziario e nessuna multinazionale possono rivendicarne il controllo.

Il referendum del 2011 continua a parlare all’Italia. Non è soltanto una pagina della memoria civile. È una domanda ancora aperta. Chi decide realmente sul destino dei beni comuni? I cittadini o il mercato?

Finché questa domanda resterà senza risposta, la democrazia italiana continuerà ad assomigliare a un acquedotto pieno di crepe: apparentemente funzionante, ma incapace di portare fino in fondo la volontà popolare.

Fonti

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Referendum popolari del 12 e 13 giugno 2011
Scritti e interventi di Emilio Molinari
Edizioni Punto Rosso, “L’acqua di Emilio. Scritti di Emilio Molinari”, 2026
Rapporti ONU sul diritto umano all’acqua
Documentazione internazionale sulla gestione delle risorse idriche in Palestina e Amazzonia

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