C’è un dato, tra quelli pubblicati da Il Fatto Quotidiano, che dovrebbe inquietare la classe dirigente molto più di qualsiasi intenzione di voto. Non riguarda il consenso di questo o quel partito, né il sorpasso di una forza sull’altra. Riguarda qualcosa di più profondo e più grave: una generazione intera che sta smettendo di credere che la politica possa incidere sulla propria vita. Secondo la rilevazione Demopolis, il sessantacinque per cento degli under 30 ha partecipato al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere e sulla riforma della giustizia. Una mobilitazione tutt’altro che marginale, che racconta attenzione civica, consapevolezza, volontà di incidere sul destino del Paese. Eppure, quando la domanda si sposta sulle future elezioni politiche, l’entusiasmo evapora: soltanto il quarantaquattro per cento dei giovani si dichiara disposto a votare.
La conclusione è tanto semplice quanto devastante per l’intero sistema. I giovani non sono indifferenti alla democrazia. Sono diventati diffidenti verso chi pretende di rappresentarla dopo averla svuotata. E la diffidenza, a differenza dell’apatia, non è un vuoto: è un giudizio. Un giudizio severo, costruito sull’esperienza concreta di una generazione a cui è stato chiesto tutto e promesso nulla.
La favola dei giovani svogliati
Per troppo tempo una parte consistente della classe dirigente ha raccontato i giovani come un problema generazionale. Pigri, disinteressati, individualisti, dipendenti dagli schermi. È una narrazione comoda. Comoda perché sposta la responsabilità dalle istituzioni a chi quelle istituzioni dovrebbe abitare. Comoda perché trasforma una frattura politica in un difetto antropologico. Comoda, soprattutto, perché assolve chi quella frattura l’ha prodotta. La realtà è esattamente opposta. I giovani italiani sono probabilmente la generazione più istruita della storia repubblicana e, allo stesso tempo, una delle più precarie. Hanno accumulato titoli di studio senza ottenere garanzie. Hanno appreso lingue, tecnologie e competenze avanzate per entrare in un mercato del lavoro che offre salari bassi, contratti a termine e prospettive sempre più incerte.
La generazione più istruita e più derubata
I numeri smontano le favole meglio di qualsiasi argomento morale. Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali in Italia erano ancora circa il sette e mezzo per cento sotto i livelli di inizio 2021: il risultato peggiore tra tutte le grandi economie avanzate. Non un incidente congiunturale, ma il punto d’arrivo di una traiettoria trentennale. L’Italia è l’unico Paese dell’Europa occidentale in cui i redditi reali, negli ultimi tre decenni, si sono ridotti anziché crescere. Spagna inclusa. Significa che chi entra oggi nel mercato del lavoro lo fa in condizioni materialmente peggiori rispetto a chi vi entrava trent’anni fa, nonostante un livello di istruzione incomparabilmente più alto.
Il dato sulle retribuzioni d’ingresso va maneggiato con prudenza, ma proprio per questo risulta più difficile da contestare. Secondo le rilevazioni AlmaLaurea, a un anno dalla laurea i giovani italiani occupati percepiscono mediamente poco meno di millecinquecento euro netti al mese, con forti differenze territoriali e settoriali: una distanza enorme separa il Nord dal Mezzogiorno, le lauree scientifiche e mediche da quelle umanistiche, chi ha un contratto a tempo pieno da chi sopravvive tra stage, tirocini e disoccupazione. Una retribuzione che, pur corrispondendo grossomodo a 13-18 mila euro annui, resta significativamente inferiore a quella offerta ai laureati nei principali Paesi dell’Europa occidentale.
Ma il salario è solo un lato del problema, e forse non il più grave. La Commissione europea certifica che l’occupazione dei laureati italiani, tra uno e tre anni dal conseguimento del titolo, resta tra le più basse dell’Unione, mentre l’emigrazione qualificata continua a crescere. È la combinazione a fare la differenza: salari bassi, precarietà diffusa, ritardo nell’ingresso in un lavoro stabile, fuga dei più formati. Sono questi i fattori intrecciati — non un singolo numero — a spiegare la sfiducia delle nuove generazioni. Non sorprende, allora, che ogni anno oltre centomila italiani trasferiscano la residenza all’estero, con una quota crescente di laureati. Non è più la vecchia fuga di cervelli confinata all’accademia: è un esodo di massa, sistematico, che riguarda professionisti di ogni settore.
È il meccanismo che andrebbe chiamato con il suo nome: un furto di futuro. La collettività italiana investe risorse pubbliche nella formazione dei propri figli — scuola, università, sanità, welfare — per poi consegnarli, formati e pronti, alle economie concorrenti che ne raccolgono il valore. È un trasferimento netto di ricchezza dal lavoro italiano al capitale tedesco, olandese, scandinavo. Una sussidiazione silenziosa che impoverisce il Paese alla radice, perché ne erode la capacità stessa di rigenerare classe dirigente, competenza, innovazione. In questo contesto, stupirsi dell’astensionismo giovanile equivale a stupirsi della sete nel deserto.
La precarietà come progetto, non come incidente
Sarebbe un errore leggere tutto questo come la somma di scelte sbagliate o di sfortunate congiunture. La precarietà non è un effetto collaterale del modello economico degli ultimi decenni: ne è il prodotto deliberato. A partire dagli anni Novanta, l’intero impianto della flessibilità — contratti a termine, finte partite IVA, part-time involontario, stage che mascherano lavoro gratuito — è stato venduto all’opinione pubblica come modernizzazione, come liberazione dalle rigidità del Novecento. In realtà era una precisa redistribuzione del potere: dal lavoro verso l’impresa, dalla stabilità verso il ricatto, dalla cittadinanza sociale verso la merce.
Il neoliberismo ha compiuto qui la sua opera più profonda: trasformare ogni diritto in opportunità individuale, ogni garanzia collettiva in rischio privato, ogni cittadino in imprenditore di sé stesso, responsabile unico del proprio successo e del proprio fallimento. È la cultura della meritocrazia rovesciata in arma ideologica: se non ce la fai, la colpa è tua, non del sistema che ha smantellato le condizioni materiali per farcela. La casa, che per la generazione dei padri era il simbolo concreto dell’emancipazione, è diventata un privilegio quasi ereditario. Gli affitti corrono più veloci degli stipendi, l’accesso al credito si restringe, e intere coorti restano economicamente dipendenti dalle famiglie ben oltre i trent’anni. L’autonomia, prima condizione di ogni vita adulta, è stata trasformata in lusso.
Dove guardano i giovani, e perché la sinistra non basta
Eppure quegli stessi dati raccontano che la domanda di politica non si è spenta: ha solo cambiato direzione. Tra gli under 30, secondo la rilevazione, il Movimento 5 Stelle risulta il primo partito con il ventidue per cento, seguito da Fratelli d’Italia al ventuno e dal Partito Democratico al diciotto, mentre Alleanza Verdi e Sinistra ottiene tra i giovani un risultato superiore alla propria media nazionale. Non è soltanto una fotografia elettorale. È la prova che i giovani cercano ancora forze capaci di rompere gli schemi, strumenti di rappresentanza che parlino di ambiente, diritti sociali, pace, giustizia economica, lavoro dignitoso e redistribuzione della ricchezza.
Ma qui emerge il limite più grande del campo progressista, e occorre essere spietati anche con chi dovrebbe rappresentare l’alternativa. Il dramma maggiore non sta nella destra che fa il proprio mestiere — cavalcare la paura, promettere ordine, indicare il capro espiatorio — ma in una sinistra che ha progressivamente rinunciato a immaginare una società diversa. Negli ultimi decenni gran parte della socialdemocrazia europea ha interiorizzato le compatibilità imposte dai mercati finanziari, ha accettato come naturali i vincoli dell’austerità, ha derubricato la questione sociale a variabile dipendente della stabilità dei conti. Ha smesso di parlare di trasformazione per limitarsi all’amministrazione dell’esistente, gestendo con un volto più umano lo stesso impianto che impoverisce.
Ma quando una forza che si dice progressista smette di costruire speranza, non lascia un vuoto neutro: lascia un terreno fertile per la rabbia. È in quel terreno che attecchiscono i populismi autoritari, le destre radicali, le pulsioni illiberali che attraversano l’intero Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa centrale. La crisi delle democrazie rappresentative non è un fenomeno meteorologico: è il risultato diretto dell’esplosione delle disuguaglianze e dello svuotamento della sovranità popolare di fronte ai poteri economici. Quando la democrazia smette di redistribuire, smette anche di essere creduta.
La frattura della fiducia
Il dato forse più inquietante della rilevazione riguarda proprio la fiducia. Tra i ragazzi della fascia 16-20 anni il Parlamento gode della fiducia di appena il diciotto per cento, mentre i partiti precipitano al nove. Sono numeri che fotografano una frattura democratica che nessuno slogan e nessuna campagna pubblicitaria potranno ricucire. La fiducia non si conquista con il marketing politico: si costruisce restituendo credibilità alle istituzioni e prospettive concrete alle persone. È una verità elementare che la politica della comunicazione permanente sembra aver dimenticato, scambiando la visibilità per consenso e il consenso per legittimità.
A questa frattura si aggiunge una dimensione che la retorica sull’apatia preferisce ignorare: il controllo. Le stesse piattaforme digitali accusate di rendere i giovani passivi sono, in realtà, infrastrutture di estrazione di valore e di profilazione, che trasformano l’attenzione in merce e il comportamento in dato sfruttabile. La generazione dipinta come distratta è in realtà la più sorvegliata, la più monetizzata, la più esposta a forme inedite di potere che operano sotto la soglia della rappresentanza democratica. Non è un caso che proprio i giovani siano spesso i più lucidi nel percepire l’impotenza della politica tradizionale di fronte a poteri che essa non riesce nemmeno a nominare.
La questione giovanile è la questione della Repubblica
La questione giovanile, allora, non riguarda i giovani. Riguarda il futuro stesso della Repubblica e la tenuta del patto costituzionale. Una società che costringe i propri figli all’emigrazione economica sta esportando il proprio futuro. Una società che normalizza la precarietà sta demolendo, mattone dopo mattone, la cittadinanza sociale costruita dalle lotte del Novecento e cristallizzata negli articoli della Costituzione: il diritto al lavoro, alla retribuzione sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa, alla rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza. Una società che considera inevitabili le disuguaglianze sta preparando, con le proprie mani, il terreno per le derive autoritarie di domani.
Per questo la sfida che attende il Paese non può risolversi nell’alternanza tra schieramenti che condividono lo stesso orizzonte economico. Non serve un’alternanza, serve un’alternativa di modello. Restituire centralità al lavoro e dignità al salario, a partire da un salario minimo legale degno di questo nome. Investire in modo massiccio nell’istruzione e nella ricerca pubbliche, sottraendole alla logica del mercato. Garantire il diritto all’abitare contro la rendita. Costruire una transizione ecologica che non scarichi i propri costi sui ceti popolari ma li ridistribuisca verso chi ha accumulato. Riequilibrare la fiscalità colpendo i grandi patrimoni e le rendite finanziarie anziché il lavoro. E rilanciare una partecipazione democratica che non si esaurisca nel rito del voto ogni cinque anni, ma torni a essere esercizio quotidiano di sovranità.
La risposta che la politica non vuole ascoltare
I giovani non chiedono miracoli. Chiedono dignità. Non chiedono sacrifici eroici, ma condizioni che consentano loro di autodeterminarsi. Non chiedono privilegi, ma diritti. È una domanda elementare, ed è esattamente perché è elementare che la sua disattesa pesa come una condanna. Se la politica continuerà a rispondere con lo spot e con la psicologizzazione del disagio, l’astensionismo crescerà ancora e le derive autoritarie troveranno nuovo alimento. Perché quando una democrazia smette di offrire speranza, qualcuno arriva sempre a promettere ordine. E la storia, che resta la chiave per capire il presente, insegna una cosa sola con assoluta costanza: il prezzo dell’ordine imposto è quasi sempre la libertà perduta.
I giovani non sono il problema dell’Italia. Sono la risposta che la politica si ostina a non voler ascoltare, perché ascoltarla significherebbe rinunciare al proprio quieto vivere dentro un modello ingiusto. La partecipazione al referendum lo ha già dimostrato: quando avvertono che è in gioco qualcosa di reale, i giovani ci sono. Sta alla politica decidere se continuare a dar loro ragione nella diffidenza, o se finalmente meritarsi la loro fiducia.
Fonti
Istituto Demopolis, rilevazione sugli orientamenti politici degli under 30 e sulla fiducia nelle istituzioni, pubblicata da Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2026.
OCSE, Employment Outlook e dati sui salari reali nelle economie avanzate, riferiti a inizio 2025.
AlmaLaurea, Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati: dati sulle retribuzioni a uno e più anni dal conseguimento del titolo.
Commissione europea, dati sull’occupazione dei neolaureati negli Stati membri, tasso a uno-tre anni dal titolo.
ISTAT, rapporti su lavoro, occupazione giovanile, livelli di istruzione e partecipazione.
AIRE — Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, dati sui flussi migratori e sulla quota di laureati tra gli espatriati.
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