Il capro espiatorio perfetto: quando la politica scarica la giustizia per salvarsi da sé

Dal caso Minetti alla difesa a oltranza di Nordio: anatomia di un governo che ha smesso di rispondere e ha imparato a delegittimare

C’è un istante esatto in cui un governo smette di occuparsi del Paese e comincia a occuparsi di sé. Smette di rispondere ai problemi reali e inizia a difendersi dalle proprie ombre. È un confine sottile, quasi invisibile, ma una volta varcato la politica cambia natura: diventa autoreferenziale, autoassolutoria, ossessivamente concentrata sulla propria sopravvivenza. In queste ore, a Palazzo Chigi, quel confine è stato attraversato senza esitazione. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata davanti ai giornalisti dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026 con un’agenda formale dedicata al decreto Primo maggio, ma con un messaggio politico assai più pesante: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti non riguarderebbe il governo. Il governo, anzi, sarebbe ancora una volta vittima. «In Italia c’è sempre un capro espiatorio che è il governo», ha detto la premier, blindando il ministro della Giustizia Carlo Nordio e spostando l’asse delle responsabilità verso la magistratura milanese. La frase, pronunciata con il consueto tono di indignazione recitata, contiene in sé l’intero codice politico di questa stagione: rovesciare il rapporto tra potere e responsabilità, far passare chi governa per chi subisce, trasformare ogni inciampo dell’esecutivo in un complotto altrui.

Per capire la dimensione politica di questa operazione bisogna partire dai fatti, non dalle interpretazioni. Il 18 febbraio 2026 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di grazia a favore di Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda di Forza Italia, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi di reclusione per favoreggiamento della prostituzione e peculato, nei procedimenti Rimborsopoli e Ruby ter. Una condanna che avrebbe dovuto scontare in affidamento ai servizi sociali. La grazia è di tipo umanitario: viene motivata dalla necessità di consentire alla Minetti di assistere un figlio adottivo, conosciuto in un orfanotrofio uruguaiano, presentato come affetto da una grave patologia che richiederebbe cure specialistiche all’estero e in particolare al Boston Children’s Hospital. Il sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, esprime parere favorevole. Il Ministero della Giustizia, sulla base di quel parere, formula la propria proposta favorevole. Il Quirinale firma. Tutto sembra ordinario. Tutto, fino a quando un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, condotta da Thomas Mackinson, non comincia a smontare, pezzo per pezzo, l’impianto narrativo costruito a sostegno della clemenza, attraverso la consultazione diretta degli atti del Tribunale uruguaiano di Maldonado e una rete di fonti sul territorio.

I dati che emergono sono devastanti. Né l’ospedale San Raffaele di Milano né l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, citati nell’istanza come strutture che avrebbero sconsigliato l’intervento sul minore, hanno mai avuto in cura quel bambino. Il suo nome non risulta nei loro database. I primari interpellati smentiscono categoricamente. E aggiungono, con un argomento che dovrebbe da solo bastare a far saltare l’intero impianto, che gli interventi di cui si parla vengono normalmente eseguiti in Italia, con esiti positivi documentati. Sull’adozione, il quadro che emerge è ancora più inquietante. La madre biologica del minore, descritta nell’istruttoria come irrintracciabile, sarebbe in realtà una giovane donna uruguaiana di ventinove anni, María de los Ángeles González Colinet, viva e identificata, contro la quale Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero intentato una causa per ottenere la separazione definitiva e la decadenza dalla potestà genitoriale. La donna è oggi scomparsa, sparita nel nulla nei giorni stessi in cui a Roma si firmava la grazia, al punto che la polizia uruguaiana ha dovuto diramare un avviso di rintraccio. L’avvocata che assisteva i genitori biologici è morta carbonizzata insieme al marito, anch’egli avvocato. Sono tasselli che, presi singolarmente, possono essere casualità tragiche; presi insieme, disegnano una mappa che richiederebbe accertamenti urgenti e approfonditi.

Quegli accertamenti adesso sono partiti, ma con due mesi di ritardo, e solo dopo che il Quirinale ha dovuto compiere un gesto inedito: scrivere al Ministero della Giustizia, il 27 aprile, per chiedere la verifica della «supposta falsità» degli elementi su cui si era fondata la decisione presidenziale. Una lettera che non si era mai vista, almeno con questo grado di esplicitezza. La presidenza della Repubblica, in altre parole, ha dovuto pubblicamente prendere atto del fatto che la firma del Capo dello Stato era stata apposta su un’istruttoria potenzialmente inquinata, e che gli unici strumenti per chiarire la vicenda erano nelle mani dello stesso Ministero che quella istruttoria aveva costruito. La Procura generale di Milano, una volta riaperto il caso, ha dichiarato di essere pronta a modificare il proprio parere, ha attivato accertamenti urgenti tramite l’Interpol in Uruguay e a Ibiza, ha annunciato che avrebbe trasmesso gli atti per l’apertura di un’indagine penale a carico della Minetti qualora le falsità venissero confermate. Sono, queste, le prime mosse di una macchina giudiziaria che si è messa in moto soltanto dopo essere stata pubblicamente sollecitata, e dopo che un quotidiano, non un’autorità di vigilanza interna, aveva sbattuto in prima pagina ciò che il Ministero non aveva visto o non aveva voluto vedere.

E proprio in questo punto si colloca l’intervento politico di Giorgia Meloni. Davanti a uno scenario imbarazzante, la premier sceglie la strada più antica del repertorio del potere: spostare il bersaglio. Il Ministero della Giustizia, sostiene, sarebbe un mero passacarte, privo di strumenti di indagine, costretto a fidarsi del lavoro della procura. Il ministro Nordio, in sostanza, si sarebbe limitato a inoltrare alla presidenza della Repubblica documenti che altri avevano confezionato. La narrazione è elegante, perfino plausibile a un primo ascolto. Ma è anche profondamente fuorviante. Perché la procedura di grazia, secondo il sistema costituzionale italiano e la pacifica giurisprudenza della Corte costituzionale fissata dalla sentenza 200 del 2006, vede il Ministro della Giustizia titolare esclusivo dell’attività istruttoria. È sua, e soltanto sua, la responsabilità di accertare la veridicità delle pratiche, di chiedere ulteriore documentazione, di valutare in modo critico ciò che gli viene sottoposto. Il Quirinale stesso, in modo inusitato, lo ha ricordato pubblicamente. Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine: si fida di ciò che il ministro gli trasmette. E se quel materiale è viziato, la responsabilità non può che ricadere su chi lo ha confezionato e firmato.

Ridurre Nordio al ruolo di passacarte, dunque, non è soltanto una semplificazione: è una manipolazione. Un’operazione politica che serve a costruire un alibi pubblico, a confezionare per l’opinione pubblica una versione semplificata che funzioni come scudo. Il problema, però, è che questo schema non è isolato. Si inserisce in una traiettoria coerente, dura e premeditata, che attraversa l’intera azione del governo Meloni sul terreno della giustizia. Per leggere correttamente quanto sta accadendo, occorre ripercorrere alcune tappe recenti, perché ciò che si manifesta oggi nel caso Minetti è il prodotto di una linea politica costruita con cura negli ultimi anni. Ed è soprattutto il prodotto di una matrice culturale di lungo periodo: quella stessa matrice che attraversa l’intera storia del centrodestra italiano dalla discesa in campo di Berlusconi in poi, fondata sull’idea che la magistratura sia un avversario politico, una casta antagonista da ridimensionare, un potere usurpatore da rimettere al proprio posto. Un’idea che ha attraversato decenni di propaganda, leggi ad personam, riforme tentate e ritentate, e che oggi torna a galla, in forma aggiornata, nel governo guidato da chi quella tradizione ha contribuito a normalizzare nel discorso pubblico.

Il primo grande inciampo recente è stato il caso Almasri. Il generale libico Najeem Osema Almasri Habish, comandante della polizia giudiziaria di Tripoli, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità per torture e violenze sessuali sistematiche nei centri di detenzione libici, viene individuato in Italia, arrestato e poi rapidamente liberato, con il pretesto di un errore tecnico, e riportato in Libia con un volo di Stato. La gestione di quella vicenda, condotta materialmente dalla capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, sfocia in un’inchiesta che oggi vede la stessa Bartolozzi indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero. In quei giorni, gli atti mostrano una corrispondenza interna nella quale la dirigente del Ministero chiedeva «massimo riserbo» e ordinava di non lasciare traccia: «niente mail o protocollo». Quel caso ha mostrato, nella sua nudità, il livello di disinvoltura con cui il vertice del Ministero gestisce dossier istituzionalmente delicatissimi, anche in spregio agli obblighi internazionali sottoscritti dall’Italia con la firma dello Statuto di Roma. E ha mostrato, soprattutto, il principio operativo di questa stagione: la difesa del potere viene prima della verità dei fatti.

Il secondo passaggio è stato quello del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia. Una battaglia identitaria del centrodestra, costruita ideologicamente come resa dei conti contro la magistratura, ridotta nella narrazione governativa a casta autoreferenziale, politicamente schierata, ostacolo alla volontà popolare. La campagna referendaria, gestita strategicamente proprio dalla Bartolozzi, è stata segnata da uscite pubbliche destinate a entrare negli annali della comunicazione politica peggiore. La capo di Gabinetto, ospite di una televisione siciliana in un dibattito con la senatrice Ilaria Cucchi, arrivò a sostenere che i magistrati fossero «plotoni di esecuzione» e che con il sì al referendum gli italiani avrebbero potuto «togliersi di mezzo la magistratura». Una frase che ha mostrato, senza più filtri, la natura profonda del progetto: non riformare il sistema, ma neutralizzarlo. La sconfitta è arrivata netta. Il No ha superato il 53 per cento, con un’affluenza vicina al 59. Un risultato politico inequivocabile, che il governo ha tentato di derubricare a episodio tecnico ma che ha lasciato una ferita profonda nella maggioranza. La Bartolozzi è stata costretta a dimettersi il 24 marzo, insieme al sottosegretario Andrea Delmastro, anch’egli travolto da scandali su frequentazioni e quote in società legate ad ambienti opachi.

Il referendum perso non ha però archiviato il progetto: lo ha solo costretto a cambiare forma. Dalla riforma diretta si è passati alla pressione costante, alla delegittimazione quotidiana, alla costruzione di un clima nel quale ogni intoppo della politica venga immediatamente attribuito alla magistratura. È in questo clima che si moltiplicano gli attacchi politici e mediatici al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, magistrato che da decenni vive sotto scorta dopo aver concentrato il proprio lavoro sulla ‘ndrangheta calabrese e che oggi, dal vertice della Procura partenopea, è bersaglio diretto della camorra: lo dimostra l’intercettazione, divenuta pubblica il 31 marzo 2026, del capoclan di Fuorigrotta Vitale Troncone, intercettato nel maggio 2025 mentre dalla cella, davanti alla televisione che trasmetteva un’intervista del magistrato, scandiva la frase «Gratteri, ti sparo in faccia», episodio che ha fatto scattare per il boss l’isolamento e il regime del 41 bis. Un magistrato così esposto, che ha pagato e continua a pagare un prezzo personale altissimo per il proprio lavoro, dovrebbe rappresentare per qualunque governo serio un patrimonio dello Stato da proteggere senza riserve. Invece, anche nei suoi confronti, dal versante governativo arrivano da mesi insinuazioni, ridimensionamenti, attacchi sulla sua presenza pubblica. È in questo stesso clima che si stanno susseguendo i tentativi di ridimensionare l’autonomia delle procure più scomode, di spostare gli equilibri al Consiglio superiore della magistratura, di intervenire sulla prescrizione e sulle intercettazioni con una logica che non ha alcuna parentela con l’efficienza del sistema, e che ha invece molto da spartire con la riduzione del controllo giurisdizionale sui colletti bianchi e sulle aree grigie tra politica, affari e criminalità organizzata. È in questo clima, infine, che irrompe il caso Minetti. E che lo si tenta di chiudere con la formula collaudata: la colpa è dei magistrati. La cornice è già pronta da tempo. Si tratta solo di farvi entrare l’ultimo episodio.

Si comprende allora il senso politico della difesa a oltranza di Nordio. Non si tratta della tutela personale di un ministro, di una solidarietà tra colleghi di partito o di un calcolo di breve respiro. Si tratta di proteggere la cerniera del progetto. Carlo Nordio non è un ministro qualsiasi: è il volto pubblico della battaglia governativa contro la magistratura, l’uomo della separazione delle carriere, il garante simbolico di una stagione che la destra al potere ha voluto trasformare in scontro frontale tra politica e giurisdizione. Le sue dimissioni, in questo quadro, non sarebbero la caduta di un singolo: sarebbero il crollo di un’intera narrazione. Significherebbero ammettere che il Ministero della Giustizia, in questi anni, ha funzionato male. Significherebbero offrire all’opposizione, già rinvigorita dalla vittoria referendaria, un argomento devastante. Significherebbero, soprattutto, mettere in discussione la promessa identitaria su cui Meloni ha costruito una parte consistente del proprio consenso: la rivincita della politica sulla magistratura, la rivalsa contro le toghe rosse, il ripristino di una sovranità governativa percepita come oppressa.

Per evitare tutto questo, il governo è disposto a sacrificare ciò che resta della propria coerenza istituzionale. È disposto a contraddire il Quirinale, a mettere sotto accusa la procura di Milano, a riscrivere persino la grammatica costituzionale della grazia. La conferenza stampa di Meloni del 28 aprile, letta in questa chiave, non è un esercizio di trasparenza: è un’operazione di copertura. È il tentativo, del tutto esplicito, di trasformare un fallimento amministrativo del proprio ministero in un’accusa diffusa al sistema giudiziario nel suo complesso. Quando la premier afferma che «se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto, però questo non è un lavoro che fa il Ministero», sta facendo qualcosa di molto preciso: sta provando a costruire l’idea che, in fondo, i veri responsabili siano sempre i magistrati. Anche quando le carte parlano un’altra lingua, anche quando la procedura prevede che il Ministero verifichi e non si limiti a inoltrare, anche quando l’evidenza politica indica con chiarezza dove si trovi il punto di rottura. Il messaggio implicito è che, qualunque cosa accada, il governo non è mai responsabile. È un meccanismo retorico che mira non solo a salvare Nordio, ma a immunizzare strutturalmente l’esecutivo dalla critica.

Questa operazione ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo caso. Erode la base culturale dello Stato di diritto. Ogni volta che la magistratura viene piegata a terreno propagandistico, ogni volta che si insinua il dubbio sistematico su un suo presunto pregiudizio, ogni volta che si trasformano i pubblici ministeri in nemici politici, si scava un solco nella separazione dei poteri, che è il cuore della democrazia costituzionale. Non è retorica accademica. È esperienza concreta di altri Paesi che, sotto governi di destra autoritaria, hanno percorso questa stessa strada con esiti devastanti. L’Ungheria di Orbán, la Polonia del PiS prima della parentesi del governo Tusk, gli Stati Uniti dell’epoca trumpiana hanno mostrato in modo esemplare cosa succede quando la magistratura viene presentata, in modo continuo e martellante, come un nemico interno. Il consenso si polarizza, il dibattito si avvelena, le tutele si svuotano, le minoranze si fragilizzano. La giustizia smette di essere percepita come garanzia comune e comincia a essere letta come strumento di parte. È il primo passo verso la sua riduzione a docile burocrazia, e da lì alla normalizzazione di un esecutivo che decide chi può essere indagato e chi no, chi sconta la pena e chi viene perdonato, chi è cittadino sotto la legge e chi al di sopra.

L’Italia non è ancora a quel punto. Ma sta andando in quella direzione con una rapidità che dovrebbe inquietare. La sconfitta referendaria ha rallentato il percorso ma non lo ha invertito. La pressione sul sistema giudiziario continua a essere costante, su tutti i livelli: parlamentare, mediatico, comunicativo, ministeriale. Il caso Minetti, in questo senso, non è solo l’ultimo tassello di una sequenza imbarazzante: è un test politico. Serve a misurare quanto si possa ancora spingere sull’idea che la responsabilità sia sempre altrove. Quanto si possano riassorbire scandali apparenti senza pagare alcun prezzo. Quanto la pubblica opinione sia ormai abituata, per inerzia o per consenso preventivo, a una logica binaria nella quale ogni difficoltà del governo viene interpretata come trama esterna. Ed è anche un test sulla tenuta del giornalismo d’inchiesta, perché senza l’ostinazione di una redazione che ha scavato sotto la superficie patinata di un atto presidenziale, oggi non staremmo discutendo di nulla. Il bambino non visitato, la madre biologica scomparsa, l’avvocata morta tra le fiamme sarebbero rimasti dettagli sepolti in un fascicolo che nessuno avrebbe più riaperto.

C’è poi un’altra dimensione, meno visibile ma non meno politica, che attraversa questa vicenda. Mentre il governo brucia energie nel proteggere un ministro e nel costruire alibi pubblici, mentre la maggioranza si stringe attorno a una narrazione difensiva, mentre la conferenza stampa di Palazzo Chigi viene monopolizzata dal caso Minetti, ciò che resta sullo sfondo è il Paese reale. Il Paese delle morti sul lavoro che continuano a essere quotidiane e silenziose, ignorate dai vertici istituzionali. Il Paese dei salari fermi da decenni mentre i profitti delle grandi imprese crescono. Il Paese in cui la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo e milioni di cittadini rinunciano a curarsi. Il Paese delle disuguaglianze territoriali aggravate dall’autonomia differenziata, della precarietà giovanile cronicizzata, dell’emergenza abitativa che strangola le grandi città. Tutto questo non scompare perché un governo decide di occuparsi di altro. Continua a esistere, a pesare, a produrre sofferenza concreta. Ma viene oscurato da una macchina narrativa che ha bisogno di scontri visibili, di nemici plastici, di drammi istituzionali da esibire. La grande operazione di copertura non è soltanto sul caso Minetti: è sulla realtà sociale del Paese, sistematicamente espunta dal dibattito pubblico per lasciare spazio alle guerre di posizione del potere.

Sullo sfondo di tutto questo resta una figura solitaria e silenziosa: il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, alla sua seconda riconferma, è ormai diventato il punto di equilibrio di un sistema che troppo spesso scarica su di lui le tensioni che la politica non sa o non vuole gestire. La lettera del 27 aprile al Ministero della Giustizia è stata, in questo senso, un atto di difesa istituzionale ma anche un segnale di profondo disagio. Il Quirinale ha fatto sapere che la firma presidenziale era stata apposta sulla base di un’istruttoria che oggi appare quantomeno lacunosa, se non inquinata; ha rivendicato che il Capo dello Stato non dispone di poteri investigativi propri; ha rispedito al mittente la responsabilità della verifica. È, di fatto, un richiamo costituzionale al rispetto dei ruoli. Ma anche il più garbato dei richiami presidenziali non può sostituirsi alla mancata assunzione di responsabilità da parte del governo. Lo Stato non si regge soltanto sulla tenuta del Quirinale. Si regge sulla capacità di ogni attore istituzionale di rispondere del proprio operato. E quando questa capacità si dissolve, il sistema scarica tutto sull’ultimo argine, fino a renderlo logoro. Mattarella è oggi quell’ultimo argine, e proprio per questo il suo silenzio successivo alla difesa di Nordio da parte di Meloni non è neutrale: è la misura precisa di una distanza istituzionale che cresce, e che lascia presagire ulteriori passaggi, se i nodi non verranno sciolti.

La domanda che resta è dunque la più scomoda. Chi controlla davvero chi governa? Quando l’esecutivo costruisce con metodo una narrazione di vittimismo permanente, quando ogni inciampo viene presentato come complotto, quando la magistratura viene incessantemente delegittimata, e quando il Capo dello Stato diventa l’unica figura di mediazione possibile, lo spazio del controllo democratico si restringe. Non sparisce, ma si comprime. E in quello spazio compresso prosperano le opacità: le grazie sospette, le istruttorie incomplete, gli scarichi di responsabilità, i ministri intoccabili, le capomastre dei gabinetti che gestiscono dossier scottanti senza lasciar traccia, i sottosegretari travolti da scandali e poi ricollocati altrove. La vera scoperta del caso Minetti non è il dettaglio dell’adozione contestata o del bambino mai visitato negli ospedali italiani. La vera scoperta è la disinvoltura con cui un’istituzione delicatissima — quella della grazia, prerogativa dei capi di Stato repubblicani da oltre settant’anni — è stata gestita, e la spregiudicatezza con cui, una volta venuto al pettine il nodo, il governo ha scelto di trasformare l’errore in un’ulteriore occasione di scontro contro la magistratura.

A questo punto la questione non riguarda più Nicole Minetti, e nemmeno Carlo Nordio. Riguarda il modello di potere che si sta affermando in Italia. Un modello che non risponde, ma si difende. Che non chiarisce, ma confonde. Che non si assume responsabilità, ma cerca sempre un altro colpevole. È un modello che ha imparato a sopravvivere agli scandali grazie alla normalizzazione del cinismo, all’esaurimento dell’opinione pubblica, alla complicità sistemica di un’informazione mainstream sempre più impigrita e sempre più allineata. Ed è un modello che, finché regge, avrà bisogno di nuovi capri espiatori. Oggi sono i magistrati di Milano. Ieri erano i giudici della Corte penale internazionale. Domani saranno i giornalisti che rifiutano di tacere, le associazioni che non si piegano, gli intellettuali che osano ricordare la Costituzione. Il bersaglio cambia, lo schema resta. Ed è uno schema che, lasciato lavorare a lungo, non corrode soltanto la credibilità di un governo: corrode il tessuto stesso della convivenza democratica.

Eppure proprio qui può cominciare la riscossa di una cultura politica diversa. Perché l’unica risposta possibile a un potere che si trincera dietro la propaganda è la riaffermazione testarda dei fatti. È la difesa della separazione dei poteri come bene comune, non come privilegio corporativo. È il rifiuto di accettare l’inversione delle responsabilità. È la consapevolezza che il controllo democratico non si esaurisce nelle urne, ma vive ogni giorno nella capacità di chiedere conto, di verificare, di non smettere di porre domande scomode. Il caso Minetti, da questo punto di vista, non è la fine di nulla. È un passaggio. Una prova di tenuta. Un altro segnale, tra i tanti, di quanto sia urgente riportare in equilibrio il rapporto tra potere e responsabilità in un Paese che continua a barcollare al confine di una deriva che ancora si può evitare. A condizione di non smettere mai di guardarla per quello che è. E di chiamarla, per quello che è, con il suo nome.

Fonti
— Il Fatto Quotidiano, inchiesta di Thomas Mackinson sulla grazia a Nicole Minetti, aprile 2026.
— ANSA, «Il Quirinale scrive a Nordio sulla grazia a Minetti, nuove verifiche», 27 aprile 2026.
— Il Foglio, «Mattarella scrive a Nordio sulla grazia a Minetti», 27 aprile 2026.
— Sky TG24, conferenza stampa di Giorgia Meloni dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026.
— Il Messaggero, «Nicole Minetti, Meloni: ‘Mi fido di Nordio, escludo le dimissioni’», 28 aprile 2026.
— Editoriale Domani, «Caso Nicole Minetti, scontro su Nordio», 28 aprile 2026.
— Sky TG24, dichiarazioni di Giusi Bartolozzi su Telecolor Sicilia, 9 marzo 2026.
— Il Foglio, «Bartolozzi si dimette dopo aver mandato Nordio allo sbaraglio», 25 marzo 2026.
— Fanpage, «Tutti gli scandali di Giusi Bartolozzi», 25 marzo 2026.
— Il Fatto Quotidiano, «Ti sparo in faccia: minacce di un boss al procuratore di Napoli Gratteri», 31 marzo 2026.
— Corte Costituzionale, sentenza n. 200 del 2006 sull’istituto della grazia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Pagina di

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