Nel tempo dell’oblio istituzionalizzato, anche le date che dovrebbero unire vengono usate come cesure. Il 25 aprile è stato silenziato da un lutto nazionale lungo cinque giorni per la morte di papa Francesco – una figura scomoda e anomala per le élite economiche e politiche, che ha avuto il coraggio di parlare di sfruttamento, precarietà e dignità del lavoro senza infingimenti clericali. Non sorprende che la stessa scelta non sia stata replicata per oscurare il Primo Maggio: undici giorni di lutto sarebbero stati difficili da giustificare persino per la più spregiudicata delle destre al potere. Meglio lasciare che la ricorrenza scorra via tra un concertone e una passerella, evitando di ricordare che questa festa nasce nel sangue degli operai di Chicago, non nei salotti dei talk show o nei palchi governativi.
L’anomalia Bergoglio e il fastidio del potere per la voce dei lavoratori
Non è un caso che proprio papa Francesco fosse diventato bersaglio implicito di silenzi e manipolazioni. Quando nel 2023 accolse in Vaticano migliaia di delegati della CGIL e disse loro “fate rumore”, fece ciò che il potere teme di più: legittimare il conflitto sociale in nome del Vangelo. Denunciava la “cultura dello scarto”, chiamava “sfruttamento” quello che i giornali definiscono “flessibilità”, e si scagliava contro “l’idolatria del denaro”, quella stessa idolatria che oggi giustifica la precarizzazione, la deindustrializzazione civile e la riconversione bellica dell’economia italiana.
L’Italia della guerra che uccide il lavoro
Iveco e Leonardo progettano blindati, Fincantieri costruisce motovedette e corvette, l’industria militare italiana cresce a dismisura. I contratti civili stagnano, i salari reali calano e il potere d’acquisto dei lavoratori si erode costantemente sotto l’effetto combinato dell’inflazione e della deregolamentazione del lavoro. Negli ultimi dieci anni, il salario medio italiano ha perso oltre il 12% del suo valore reale, mentre in altri paesi europei – Germania, Francia, Spagna – è cresciuto. Oggi in Italia si lavora di più per guadagnare meno, mentre il costo della vita continua a salire: affitti, mutui, bollette, beni di prima necessità.
Nel frattempo, i bilanci delle aziende belliche crescono a doppia cifra. È un’economia schizofrenica quella che ci circonda: si lamenta il calo della domanda per auto elettriche e beni di consumo, e si rilancia la produzione di armi come antidoto alla crisi. Ma quale modello sociale si costruisce con le bombe? Quale democrazia si tutela alimentando il mercato della morte?
La Germania, come nel secolo scorso, torna ad armarsi. E l’Italia, come nel secolo scorso, tenta di aggrapparsi al suo carro armato. Nessuna lezione appresa, nessuna riflessione. Solo l’antica illusione che la guerra sia il motore della ricchezza. È il capitalismo militarizzato, dove la pace è un lusso e la produzione si salva producendo morte.
Il ritorno dei minori in fabbrica: l’americanizzazione della miseria
Dall’altra parte dell’Atlantico, in Florida, si discute una legge per abbassare a 13 anni l’età minima lavorativa. Bambini trattati come riserve di forza-lavoro per colmare il vuoto lasciato dai migranti espulsi, spesso con manette e gabbie. In un’America che si finge cristiana ma adora Moloch, il lavoro minorile diventa la soluzione alla crisi demografica e all’ossessione per i confini. È il trionfo della distopia neoliberista: meno scuola, più sfruttamento. E in Italia? Siamo su quella stessa china. Il sistema scolastico è disinvestito, i giovani vengono avviati al lavoro sottopagato con la retorica del “fare esperienza”, e i migranti – braccia preziose per l’economia – vengono criminalizzati.
Precarietà, appalti e morte: il lavoro che uccide
Secondo l’Osservatorio di Bologna, nel 2024 sono morti 1.424 lavoratori – uomini, donne, migranti – e i dati del 2025 mostrano già un incremento del 16% nei primi due mesi. È un’ecatombe. Ma è anche la punta dell’iceberg. Il Jobs Act, le riforme della destra e il mercato degli appalti hanno costruito una filiera della morte, dove chi lavora è solo un pezzo intercambiabile, sacrificabile. Chi muore sul lavoro, spesso, non ha un datore di lavoro identificabile: i grandi committenti sono legalmente deresponsabilizzati, come i registi che non firmano mai la scena finale. È una forma raffinata di disumanizzazione: non solo sei precario, ma se muori nessuno è responsabile. È lo Stato stesso che lo ha deciso.
Cinque referendum per rompere le catene del Jobs Act
L’8 e 9 giugno si voterà su cinque referendum proposti dalla CGIL. Sono referendum per il lavoro, per la dignità, per la democrazia.
1. Ripristino della reintegrazione per licenziamenti illegittimi: perché chi viene espulso senza motivo ha diritto a tornare al lavoro.
2. Abolizione del tetto alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: perché la giustizia non deve dipendere dal numero di dipendenti.
3. Limitazione dell’uso dei contratti a termine: per arginare l’abuso strutturale della precarietà.
4. Responsabilità delle aziende appaltatrici sugli infortuni: per colpire l’omertà legale lungo la filiera degli appalti.
5. Riforma della cittadinanza: perché chi vive, lavora e paga le tasse qui è già italiano nei fatti.
Ma siamo in un contesto postdemocratico, in cui la partecipazione popolare è svuotata, e la sfiducia dilaga. La politica è percepita come distante, compromessa, o del tutto assente. I media tacciono, Elly Schlein parla ma il suo partito è ancora quello che approvò il Jobs Act. Il M5S sostiene i referendum ma ha governato col Capitano dei porti chiusi. AVS è in prima linea, ma è marginalizzata. E la Cisl ha scelto da tempo un’altra strada, parallela a quella del governo Meloni, lasciando la “strada maestra” della Costituzione.
O si cambia o si cade: perché il 1° maggio non basta più
Questo 1° maggio non è solo difficile. È uno specchio rotto. Da una parte, la celebrazione della retorica unitaria, incarnata dal Concertone e dalle dichiarazioni istituzionali. Dall’altra, la frattura tra chi lavora davvero e chi governa, tra chi subisce e chi impone.
Non basta più “celebrare” il lavoro. Bisogna difenderlo. E per farlo, serve una mobilitazione che non sia episodica, una consapevolezza che diventi progetto, una ribellione che si faccia diritto. La risposta non può venire da chi ha svenduto il lavoro o da chi lo ha armato. Può venire solo dal basso, da chi vive il lavoro come carne, sudore, fatica. E da chi ricorda che la Festa del Lavoro non è una messa: è un grido collettivo, eversivo, rivoluzionario.
Perché il lavoro non è una concessione. È un diritto. E senza diritti, il lavoro è solo schiavitù col badge.