Hanno promesso di difendere i più deboli, gli ultimi, i dimenticati della Storia. Si sono riempiti la bocca di parole come “popolo”, “nazione”, “dignità”. Ma le promesse si sono rivelate sabbia asciutta in un deserto di parole. E la realtà, come sempre, si è mostrata per ciò che è: la dura verità di un governo che piega la schiena ai diktat neoliberisti e capitalisti, lasciando scoperti milioni di cittadini già feriti dalla crisi economica, dall’inflazione, dalle guerre sociali che ogni giorno divorano speranza.
Il salario minimo è solo l’ultima pagina di questa commedia oscena. Alla Camera, le opposizioni – Pd, M5S, Avs, Azione, Più Europa – hanno chiesto di calendarizzare la proposta unitaria depositata quasi due anni fa. Ma la destra di governo ha risposto con un no secco, senza appello. Walter Rizzetto, Fratelli d’Italia, ha recitato il tecnicismo di turno: «Non è tecnicamente possibile, la Commissione Lavoro del Senato sta già esaminando una proposta sul tema». Una giustificazione che suona come un ghigno di fronte ai milioni di lavoratori poveri che, nonostante un contratto, rimangono schiacciati sotto il peso di stipendi indegni.
Questa non è burocrazia, è indifferenza. È scelta politica. È la chiara volontà di non disturbare i manovratori dell’establishment, i padroni dei grandi capitali, le associazioni datoriali che si oppongono da sempre a un salario minimo degno. Perché in un sistema costruito sullo sfruttamento e sulla compressione dei diritti, alzare anche solo di un millimetro la dignità di chi lavora significherebbe incrinare l’intero edificio del profitto.
Ma nella logica di questo governo di destra, tutto si tiene. È un filo che collega ogni scelta, ogni omissione, ogni bugia. Hanno abolito il Reddito di cittadinanza, lasciando senza tutele chi già non aveva nulla. Hanno alzato le spese militari al 5% del PIL, sottomettendosi ai diktat NATO e alle pressioni dei complessi militari-industriali europei. Hanno varato leggi repressive contro chi dissente, chi protesta per i propri diritti, chi scende in piazza per rivendicare salari dignitosi, come dimostrano i decreti sicurezza che hanno reso la libertà di manifestare un atto da criminalizzare. È un cerchio che si chiude, ma più che un cerchio sembra un cappio che si stringe attorno al collo della stragrande maggioranza della popolazione che soffre.
In Germania, intanto, il salario minimo è stato aumentato da 12,82 euro a 14,60 euro l’ora. Qui, invece, la discussione viene bloccata con un cavillo parlamentare. Non c’è nulla di più umiliante che vedere un governo che, pur sapendo, sceglie di non vedere. Non solo sceglie di ignorare i 4 milioni di lavoratori poveri, ma decide di umiliarli ulteriormente, negando loro anche l’unico strumento che potrebbe attenuare la fame e la disperazione.
Elly Schlein lo ha detto senza mezzi termini: «Nell’Italia di Meloni 4 milioni di lavoratori sono poveri anche se lavorano, ma lei finge di non vederli e si para dietro i regolamenti». È la verità. Un governo che rifiuta di vedere la povertà non può governare. Può solo comandare, ed è ben diverso.
Lo stesso tecnicismo di Rizzetto è stato smontato da Arturo Scotto: «La delega che giace al Senato da un anno e mezzo c’entra come i cavoli a merenda. Appigliarsi ai regolamenti può rinviare la questione, ma non risolve il problema politico». E il problema politico è questo: la destra non vuole il salario minimo. Non vuole garantire una soglia di dignità. Non vuole disturbare i profitti. Non vuole toccare la schiena curva degli ultimi.
E mentre i poveri vengono lasciati soli, mentre i lavoratori vengono schiacciati dai bassi salari, questo governo regala condoni agli evasori, svuotando le casse dello Stato di risorse che potevano finanziare un welfare degno di un Paese civile. Risorse che potevano essere utilizzate per costruire asili nido, scuole sicure, ospedali efficienti, case popolari. Ma il neoliberismo è questo: togliere ai poveri per dare ai ricchi, svuotare il pubblico per ingrassare il privato, umiliare la collettività per celebrare l’individuo competitivo, predatore, proprietario.
Il popolo è stato ingannato dalla propaganda. Ha creduto alle favole del governo “degli italiani”. Ma questo governo non è degli italiani. È dei padroni. È dei mercati. È di quell’Europa neoliberista che impone il riarmo mentre milioni di bambini vivono senza pasti caldi e milioni di famiglie contano le monete per arrivare alla fine del mese.
Ma fino a dove potrà arrivare questo governo? Ogni provvedimento adottato non fa altro che alimentare lo scontento e il dissenso, un dissenso che cercano di reprimere con manganelli legislativi e dispositivi di polizia, dimenticando che viviamo in uno Stato democratico, con una Costituzione che non privilegia i ricchi, ma tutela la popolazione, soprattutto quella più indigente ed in difficoltà. L’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli economici e sociali, non può essere calpestato come sta avvenendo.
Non è questione di regolamenti. È questione di coscienza.
Ed è la coscienza, in fondo, il primo diritto che vogliono toglierci. Perché un popolo senza coscienza non si ribella. Si abitua. Si adatta. E diventa complice del proprio stesso sfruttamento.
Ma la verità, per quanto la si voglia occultare, prima o poi torna a chiedere il conto.
E il grido che deve levarsi da questo tempo cupo deve essere forte, limpido, inarrestabile: queste persone che si definiscono “uomini del popolo” non sono altro che servi dei potenti. E la loro miseria morale sarà ricordata come una macchia nella storia della Repubblica.