“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

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